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1 '. LE VALANGHE viste DALL' ESTERNO Il mio interesse per le valanghe nasce dalla mia passione per la montagna e non solo. Ho trascorso la mia infanzia tra le pieghe più remote della Majella, dove ha imparato ad osservare i fenomeni della natura. La neve è stato l'elemento che mi incuriosiva di più. Questo interesse rimase però per anni allo stato embrionale. Nel febbraio del 1970 una slavina su cima Cacciatore, nel tarvisiano, travolge una pattuglia di alpini in ricognizione, il capo cordata Capitano Giuseppe Falcone nell'avvisare i componenti della compagine di stare attenti, respira la neve polverosa proveniente dall'alto e nell'incidente perse la vita. Il Capitano Falcone era mio fratello. Percorso sicuro ed in sicurezza. Da allora inizia il mio studio sulle valanghe. Oggi ho la convinzione che la sicurezza assoluta non è una garanzia dato che le valanghe sono per loro natura capricciose ed imprevedibili". Dopo l'accademia militare frequento i corsi presso la Scuola Militare alpina di Aosta e successivamente al Passo del Tonale. Poichè desideravo acquisire conoscenza diretta e personale sulle valanghe passai alcuni, inverni a Sella Nevea; feci l'esperienza che desideravo e trascorsi dei momenti emozionanti della mia professionalità; Inoltre mi guadagnai l'amicizia di uomini del gruppo di soccorso con i quali considero un privilegio aver lavorato. Partecipavo alle operazioni di pattuglia sulle montagne del tarvisiano, del sappadino e del comelico., Vedevo gli uomini del soccorso gettarsi lungo le piste con le slitte del soccorso e udivo le detonazioni degli esplosivi per provocare il distacco delle valanghe e assestare la neve. Il responsabile del comprensorio Lazzara mi parlava della complessità dell'opera di protezione degli sciatori dalle valanghe mi spiegava i provvedimenti che venivano presi e aggiungeva che la negligenza era il fattore predominante per causare incidenti. Citava casi di sciatori rimasti uccisi per aver trascurato segnali di pericolo o per aver continuato oltre i segnali di "pista chiusa". Il mio studio comprese anche periodi trascorsi alla ricerca storica del fenomeno. Visitai zone dove si erano verificate sciagure provocate da valanghe ed ho parlato con tante persone che mi hanno riferito le loro esperienze. Queste testimonianze sono risultate di grande interesse. Allo stato attuale delle cose, comunque, ne parlano un po tutti, ma rimane un. dato allarmante: le sciagure provocate da valanghe, aumentano. La tipologia di alcune di esse potranno turbare il lettore. Questo per imparare dagli errori degli altri e godere della montagna con maggiore conoscenza e sicurezza. Lungi dal voler suscitare inutili timori,la speranza è che si generi per le valanghe un rispetto maggiore di quel che si ha oggi. E' accertato che le valanghe vengono classificate tra.i più disastrosi fenomeni naturali al pari di terremoti e di cicloni che per secoli hanno terrorizzato le popolazioni della montagna. Da. alcuni decenni si è diffusa la convinzione che questo pericolo non sia del tutto inevitabile, e che pertanto possono essere prese opportune misure per prevenirlo. Da qui inizia la moderna ricerca sulla loro complessa natura, puntando sul fatto che la conoscenza del mimico è la migliore difesa. Recenti misurazioni hanno dimostrato che le valanghe nubiformi normalmente possono raggiungere la velocità di Km/h. Lo spostamento d'aria che accompagna questo fenomeno può devastare in pochi secondi ettari di foresta adulta. Recentemente sono stati compiuti fruttuosi tentativi per misurarne la pressione d'urto, installando degli strumenti nei canaloni attraversati da valanghe. Si è arrivati a registrare una pressione di Kg/m. Per dare una idea della loro forza distruttrice, nel 1954 una piccola valanga nella stazione di Dalaas in Austria, sollevò dai binari una locomotiva di 120 tonnellate scagliandola giù per una scarpata demolendo parecchie costruzioni. Dieci persone vi persero la vita. E' Strabone che descrive con dovizia di particolari i sentieri alpini innevati o ghiacciati: ti Grandi masse di ghiaccio che si staccano dall'alto e scivolano giù rovinose ad occupare l'intera strada o a trascinarla nelle valli sottostanti." Sembrerebbe che fra le difficoltà che angustiarono maggiormente nel 218 a.c. l'esercito di Annibale durante l'epica traversata delle Alpi vi fossero le valanghe. Dai resoconti di Polibio e Livio si sa che l'esercito cartaginese contava soldati, cavalieri e 37 elefanti e che durante la traversata si persero non meno di uomini, cavalli e parecchi elefanti. E' certo che le valanghe misero a dura prova il valoroso e geniale stratega. Prima di Annibale fu Alessandro Magno a perdere nel 401 a.c greci sui monti della Persia. Durante il medioevo e dal XV sec. in poi vi sono numerose notizie di terribili disastri avvenuti nelle magnifiche vallate alpine. Antichi documenti del Delfinato, nelle Alpi francesi,austria, Svizzera sono pieni di lamenti sulle

2 valanghe. Le sciagure sono correlate da un interminabile elenco di morte e distruzione. Per citare qualche esempio nel 1689 più di 300 persone furono sepolte in alcune valanghe nella vallata austriaca di Hontafon, e nel 1755 perirono in Savoia 200-persone. Ancora nel 1689 la neve precipitata dal Calmur uccise 16 persone e poche ore dopo analoga sorte subirono 56 persone del villaggio di Saas. Nemmeno l'esercito napoleonico potè attraversare incolume il piccolo San Bernardo, lo Spluga ed il Planixer quando si mosse nel 1800 per la battaglia di Marengo. Interi squadroni si persero sotto oltre 15 metri di neve. Queste ed altre storiche sciagure sono nulla di fronte a quelle che colpirono nel Tirolo gli eserciti italiano ed austriaco (guerra mondiale). Una stima prudente calcola a i soldati morti a causa delle valanghe. Altri ritengono che fossero circa , e' difficile comunque una esatta valutazione per il riserbo delle autorità di allora. Zdarskj, un pioniere dello sci, istruttore delle truppe alpine austriache e più tardi esperto valangologo scrisse: "La violenza delle valanghe distruggeva tutto, ricoveri, baracche, teleferiche, travolgeva ogni cosa" Il 13 dic. del I916 un improvviso vento caldo provocò una valanga che uccise 253 uomini che occupavano un baraccamento sulla Marmolada. I corpi delle vittime furono trovati nei crepacci del ghiacciaio negli anni successivi. Le valanghe erano usate come arma contro il nemico. Zdarsky dichiarò che soldati austriaci furono uccisi in 48h e che le perdite italiane erano state uguali. A Quell'epoca i soldati austriaci impegnati sulle montagne erano , e ciò dimostra quanto fosse alta la media dei soldati uccisi dalla neve. Negli ultimi anni la maggior parte dei villaggi che in passato hanno subito la forza devastatrice della neve hanno profuso enormi sforzi per proteggersi, per cui le vittime sono da ricercarsi fra coloro che vanno in montagna per diporto. Alpinismo e turismo si sono sviluppati nelle Alpi a dismisura e di conseguenza anche famosissime guide hanno perso la vita sotto una valanga. Con simpatia cito Bennen, il più ricercato e famoso del tempo, chiamato "il Garibaldi delle guide";. Per il suo coraggio fu il primo a tentare la scalata del Cervino. L'intercalare favorito di Bannen di fronte a queste difficoltà che sembrava insormontabile era: " Es muss gehen! ". ( Deve andare!). Questo particolare risale al fatto che lo stesso Bermen amava raccontare era dovuto ad una travolgente passione per le donne, che dentro di lui cozzava con la religione. "Figlio mio" disse il suo confessore " amare le donne ed andare in paradiso, non va. Padre" rispose lui" Es muss gehen!! (Deve andare!). Nel 1864 a 45 anni Bermen morì sotto 3 metri di neve sepolto da una valanga. Nell'Haunt dè Cry, una montagna hella valle del Rodano,Imseng, altro alpinista che era riuscito dove altri non osavano neanche tentare, impetuoso allegro, simpatico avrebbe scalato sino a far scoppiare le vene del colle, fu travolto con la sua cordata sulle pareti del Monte Rosa. Gli uomini furono lanciati come pag1iuzze dalla neve. I corpi straziati ed appena riconoscibili furono trovati tre giorni dopo ai piedi della parete. Stessa sorte per Alexander Burgener. Alpinista ritenuto da tutti irragiungibile per le sue qualità di forza e agilità. Aveva arrampicato in tutto il mondo. Burgener perì,con la propria cordata, sotto una valanga in un passaggio ritenuto senza pericolo. Non ultimo Herman Buhl, il primo sul Nanga Parbat la montagna più difficile al mondo. Buhl perse la vita sotto una valanga.. Destino o fatalità considero la disgrazia come una illustrazione delle valanghe, anche per i più esperti. Normalmente ogni venerdì sciami di turisti si riversano nel regno delle nevi. Questi allegri e temerari sciatori Sanno che sciando ci si può rompere una gamba o slogare una caviglia, ma pochi di loro associano alla neve la tremenda eventualità di essere sepolti vivi. Alzare un dito di ammonimento sarebbe completamente sbagliato. Indicare che chiunque mette un paio di sci ai piedi si trova in pericolo mortale è una assurdità. Tuttavia bisogna rilevare che gli sciatori che muoiono a causa di valanghe sono principalmente vittime del loro dispregio degli avvertimenti del servizio meteomont, della loro ignoranza e dell'assoluta incoscienza. Nel 1964 un gruppo di sciatori olimpionici stavano girando un film a St Moritz essi trascurarono tutti i segnali di pericolo e poco dopo furono sepolti da una valanga e vi persero la vita. Bud Wenner simpatico atleta americano e Barbi Henneberger, un giovane della squadra olimpica femminile tedesca. Costoro avevano iniziato a sciare da bambini e ritennero che la loro esperienza fosse superiore. Poteva essere vero, ma non vale mai comunque la pena provarlo. In passato era facile credere che le valanghe erano regolate da spiriti maligni e solo dal XVIII sec. gli scrittori

3 tentarono di invertire la tendenza. Si riteneva che fossero gigantesche palle di neve che rotolavano verso valle, e le illustrazioni dell'epoca le raffigurano in tal senso. Gli esperti concordarono nel catalogarle come: - Staublawinen (valanghe di polvere) di neve asciutta e con l'effetto di un uragano. Oggi le chiamano valanghe nubiformi. - Grundlawinen(valanghe a contatto con il terreno) costituite da enormi masse di neve bagnata che all'interno trasportano pezzi di roccia e terra. Ciò che avviene all'interno lo sappiamo da Zdarsky che descrive come egli riportò non meno di 80 diverse fratture e lussazioni. La neve della valanga lo stritolò riducendolo quasi in poltiglia. La pressione era così forte che gli occhi stavano per scoppiare dalle orbite. All'interno della morsa della neve pregò per una veloce morte. Si accorse che non era più l'uomo vigoroso che era stato. Con ferrea volontà lottò per lunghi anni per recuperare il controllo del suo corpo distrutto, finchè tornò di nuovo a sciare. Zdarsky insegna che la neve è una materia molto complessa. E' il simbolo del terrore, una massa che schiaccia, che riduce il corpo in poltiglia e distorce orribilmente le membra. E' anche un mondo scintillante, delizia dei bambini, degli sciatori, degli alpinisti e di coloro che scoprono questa bellezza che incendia non solo le vette ma anche l'anima. La neve cade dal cielo in migliaia di forme diverse., Un americano, Wilson Bentley, fotografò differenti tipi di cristalli di neve e sosteneva che ne esistevano moltissimi altri. Il suo entusiasmo per questa materia risaliva all'epoca della fanciullezza quando la madre gli mostrò il cristallo di neve al microscopio. Da allora, fino alla morte, dedicò la sua vita alla neve, regalandoci della stessa forme delicate come stelle, prismi, lamelle, aghi e asticciole. Tutte queste forme derivano dalla forma base esagonale del cristallo di ghiaccio. Molti scienziati hanno sottolineato la bellezza dei cristalli di neve per affermare l'esistenza della divinità. Keplero credeva che il disegno, così come la stessa struttura dell 'universo fosse opera di Dio. " Il vapor di acqua ha un anima" scrisse, "e l'anima dell'acqua crea i cristalli di neve". Bentley che non era più religioso di tanti altri disse:" I cristalli di neve..vengono a noi non solo per rivelarci la bellezza della natura, ma insegnarci anche che la bellezza terrestre è transitoria, che svanisce per poi ripresentarsi". Il pensiero di Bentley mi trova in sintonia in quanto la bellezza svanisce, le persone muoiono, le civiltà crescono e cadono. 1a nostra vita, come quella dei cristalli di neve, è un momento transitorio entro una successione di transitorietà. In effetti somigliamo a quei cristalli. Come loro siamo essenzialmente ricoperti di acqua. Quando si muore, l'acqua contenuta in noi si apre la strada verso il mare dove al momento opportuno sarà portata in alto dal sole per ricadere di nuovo sotto forma di neve. Infatti, la neve si forma nell'atmosfera quando l'acqua, allo stato gassoso, sale e si raffredda. Quando l'aria si raffredda la sua capacità di contenere vapor acqueo diminuisce ed il vapore si condensa intorno alla particella minuscola di polvere presente nell'atmosfera. Se la temperatura è al di sopra dello zero le goccioline diventeranno troppo grosse e cadono sotto forma di pioggia. Se però la temperatura è sotto lo zero, le goccioline congeleranno in minuscole particelle di ghiaccio. quando le particelle di ghiaccio diventeranno troppo pesanti per restar e sospese, precipiteranno sotto forma di cristalli di neve. la forma del cristallo è una minuscola lamina esagonale, ma le variazioni sono infinite perché infinite sono le condizioni che determinano lo sviluppo dei cristalli. Infatti, un cristallo può attraversare nuvole, diversi strati di aria di diversa temperatura o grado di umidità, può essere trasportato dal vento e durante la loro ricaduta può congiungersi ad altri cristalli formando un fiocco di neve. Con tante possibilità di variazioni nella formazione dei cristalli di neve, si può comprendere l'affermazione di Bentley che i tipi diversi da lui identificati non fossero che una minima parte. Il cristallo, dopo essere stato una identità singola, raggiunto il terreno diventa improvvisamente una parte minuscola del manto nevoso, e qui comincia a subire una serie di cambiamenti noti come metamorfosi che rendono lo stesso manto nevoso costantemente in evoluzione e non omogeneo. Durante l'inverno ogni nevicata aggiunge uno strato alla neve già esistente, ed ogni strato ha caratteristiche diverse. Gli strati contengono diversi tipi di cristalli e diversa quantità d'aria. Uno strato di neve selvaggia può contenere anche il 99% d'aria, mentre uno strato di neve vecchia ne può contenere solo 20%. Di particolare interesse è la 'temperatura all'interno del manto nevoso. Il terreno sotto la neve è sempre attorno allo zero. Gli strati superiori sono molto più freddi in quanto influenzati dalla temperatura. dell' aria. Gli effetti pratici si possono vedere nella maniera in cui uno strato di neve protegge le piante e le messi nelle zone fredde della terra. Le praterie del Canada e la steppa russa produrrebbero ben poca cosa se non fosse per la neve che tiene lontano il gelo dal terreno. Altri aspetti legati alla neve, e da non sottovalutare, sono la plasticità, l'effetto del vento ed il flusso. In genere la plasticità si mani festa dal mod. con cui la si calpesta o la si stringe fra le mani) Chi cammina sulla neve avrà notato che quando fa freddo si produce come uno scricchiolio, ma questo poi non si sente quando fa caldo. Il rumore è dovuto alla rottura dei cristalli di neve che si rompono sotto i piedi. :Diversa,la plasticità che aumenta col calore e permette ai cristalli di cedere senza rompersi, infatti non c'è rumore. Il vento poi, può trasportare la neve depositandola

4 sulle creste dove si possono ammirare cornici dall' aspetto fiabesco la cui rottura provocano valanghe molto pericolose. pari alle cornici è facile vedere anche il flusso, ossia il lento movimento di scivolamento della neve lungo il pendio. Essa può scorrere in quanto considerata sostanza viscosa. Questo risultato lo si vede sul' tetto di un edificio. Inizialmente la neve copre il tetto con un manto uniforme, dopo un certo periodo di tempo il manto scivola e si deforma, accumulandosi verso la grondaia. Tale fenomeno si chiama neviflusso. Applicando questo concetto ad un pendio di montagna si deduce che neviflusso e scivolamento producono sollecitazioni di trazioni al manto nevoso. Quanto detto sin qui giustifica l'affermazione che all' interno del manto nevoso c'è una incessante attività, mentre all'esterno si percepisce una ingannevole calma. Calma che si sprigiona con valanghe:di neve incoerente,a lastre, di fondo, di superficie, di neve asciutta, di neve bagnata, non delimitate, incanalate, nubiformi e radenti. Calma che le valanghe infrangono percorrendo i fianchi delle montagne sino a 350 Km/h ed oltre, distruggendo tutto quello che incontrano. Finora ho cercato di focalizzare l'attenzione del lettore sulla neve, ma cio che stuzzica la curiosità e la fantasia di tutti e il meccanismo del distacco. Sin dal 1550 si riteneva che gli uccelli ed il suono potevano provocare valanghe. Byron scriveva: Il E voi valanghe che un sospiro fa scendere si dice che anche la voce può provocare un distacco. Ci sono molti sostenitori di questa tesi. Non si può negare che le onde sonore siano in grado di fare ciò, specialmente quelle provocate da forti detonazioni. Certamente.' uno scoppio di un aereo supersonico potrebbe provocare il distacco di una valanga, se si pensa che riesce ad andare in frantumi i vetri delle finestre. Quando la neve è sul punto di precipitare, anche un minimo rumore può affrettarne la caduta. E'logico che non si può escludere la voce umana da questi rumori, ma sono convinto al 99% dei casi che coloro che affermano di aver provocato il distacco di una valanga con la voce in realtà lo hanno fatto con gli scarponi. Tuttavia senza prendere una netta posizione in tal senso, considero qualche altra f attore legato al meccanismo del distacco delle valanghe o Si immagini uno strato di neve su un pendio con inclina zione uniforme. La gravità, l'assestamento e il neviflusso creano uno stato di tensione all' interno del manto nevoso. Le forze di trazione variano a seconda della rapidità del pendio e del peso della neve. Alla trazione, che tende a mettere in moto verso valle l'elemento di neve, si contrappone la resistenza che tende a trattenerlo sul posto. Alla luce di quanto sopra si può affermare che su un pendio ( normalmente indicato intorno ai 22 gradi), il fattore che determina il distacco di una valanga è la prevalenza della forza motrice sulla forza resistente. La non omogeneità dell'interno del manto nevoso ci indica che ci può essere uno strato debole che può rompersi per effetto della pressione del peso della neve sovrastante o altro elemento quale: un blocco di neve, un ghiacciolo, qualsiasi corpo che cade dagli alberi,o da una roccia o da una parete rocciosa, la caduta di una cornice, o il. peso di uno sciatore, di uno scalatore o di un animale che si muove su un pendio. E' evidente, per lo meno intuibile, che all'interno del manto nevoso deve accadere qualcosa che aumenta la forza di taglio sino alla frattura. Una frattura con relativo distacco a volte non è immediata. Si può verificare una strana azione ritardata; capita che parecchie persone 'attraversino un pendio in tutta sicurezza, e poi una valanga travolga qualcuno in coda al gruppo. Un caso interessante di questo genere si verificò durante l'ultima guerra quando l'esercito svizzero si stava addestrando nelle tecniche di soccorso antivalanga. Dopo una nevicata, 30 uomini furono mandati su un pendio, su cui si sapeva che vi erano condizioni per il di stacco. Rispettarono l'ordine di at traversarlo uno dopo l'altro distanziati di 5m. Ventisei soldati giunsero dall'altro lato poi all'improvviso una valanga travolse gli ultimi tre. I soccorsi furono immediati. Non subirono danni, a parte lo spavento. Il caso di distacco ritardato è frequente. La spiegazione è che il peso della prima persona provoca delle fratture nel fragile strato sottostante, ma solo in un' area limitata. Il peso di ogni successiva persona estende le fratture finche non si distacca il lastrone. ma in questo turbinio bianco i travolti cosa dicono? chi viene investito "da una yalanga incorre in una delle esperienze più terrificanti che si possono provare. Alcuni muoiono immediatamente, altri vivono per pochi minuti, solo pochissimi riescono a sopravvivere per alcune ore! La durata della sopravvivenza è determinata da tanti fattori, non ultima la forza ',morale della vittima. Raramente si sono trovati uomini capaci di sopportare un giorno intero di lotta. Nel 1951 Gerhard Fraisseger sopravvisse ai supplizi materiali e spirituali causati da 12 giorni di sepoltura. Egli provò un amara esperienza toccata a molti altri prima di lui,;' una vittima della valanga può udire i rumori esterni, ma le sue grida disperate non attraversano lo strato di neve che lo ricopre. Gli sforzi della vittima per farsi udire sono vani. Le vittime possono morire anche per altre cause infatti possono essere scagliate contro ostacoli oppure scontrarsi con rocce, alberi, o blocchi di ghiaccio della stessa valanga, che provocano ferite spaventose. Si racconta di tre contadini che andavano a prendere il fieno in una cascina. Durante la strada furono sorpresi da una valanga. Due di essi si salvarono incolumi, il terzo ebbe le gambe strappate in modo da mettere allo scoperto perfino le intestina. Morì qualche minuto dopo essere stato estratto. Gli sci o le racchette ai piedi rendono il corpo più grande, e aumenta il contatto con la neve. Le gambe vengono tirate giù ed il viso viene compresso sulla neve, la vittima soccombe per soffocamento. i consigli per restare a galla sono molteplici quali:

5 effettuare movimenti natatori", inarcare il corpo verso l'alto per limitare la pressione della neve sul torace, ripararsi il viso con braccia e mani al fine di assicurare maggior spazio vitale al viso impedendo che la neve rimanga a contatto con la pelle, liberarsi dell'equipaggiamento superfluo, aggrapparsi ad eventuali appigli naturali. Se si perde coscienza per ~colpo o per eccessi di adrenalina le possibilità di sopravvivere diminuiscono. Soffocamento o ipossia ( mancanza di ossigeno) è la causa tipica. La pressione della neve sul torace e sulla gola rende impossibile la respirazione. Sembra di essere incapsulati nel cemento. La reazione naturale è quella di compiere una profonda respirazione. E bene non farlo. Si potrebbe inalare una grande quantità di neve, che attaraverso naso e bocca raggiunge la trachea. ed i polmoni e qui fermarsi. Il soffocamento è immediato. Altra causa è il graduale esaurimento di ossigeno che si ripercuote. direttamente sul cervello; infine l'ipotermia (abbassamento della temperatura corporea). si è osservato che con una temperatura corporea di 33 gradi il consumo di ossigeno è dell'80%, a 30 è del 70% a 20% è del 50% del fabbisogno, sotto i 23 l'ipotermia dà luogo a incoscienza e a 15 i soggetti sotto osservazione ( cani) hanno subito arresto cardiaco.alle cause citate vanno 'aggiunte congelamenti ed esaurimenti. La regola puramente statistica, che presenta fortunatamente forti eccezioni, è che sotto la neve si possa resistere per circa 2h. Dopo tale periodo le ricerche del travolto continuano ma le passibilità, di trovarlo in vita restano appese ad una esigua passibilità. mentre scrivo ho davanti le statistiche sugli incidenti mortali provocati da valanghe. Rivedo come in un film la mia esperienza pratica sul campo ed avverto una "valanga" di amarezza. Concludo questo viaggio sulle valanghe osservate dall'esterno e mi tornano in mente le parole con le quali mio fratello si rivolgeva agli ufficiali al termine del corso sulle valanghe prima delle escursioni invernali (solo qualche mese prima dell'incidente che lo travolse): Vi ho detto tutto quello che sapevo sulla neve e sulle valanghe, Vi ho illustrato Come si formano, come si staccano, la loro grande forza distruttrice, però, quello che vi avviene dentro non riesco ad immaginarlo. Vi auguro di cuore di non andarci mai dentro M O N T E Z U R R O N E dove uomo e divino si incontrano in un abbraccio di vita. Quando, agli amici che mi chiedono quale fosse l'impegno alpino del momento, rispondo che sto per andare sul Monte Zurrone, mi sento rispondere: " Ancora? ci siete appena stati!!hanno ragione. Ero salito su questo monte, sacrario secondo solo a quello di Redipuglia, appena qualche mese fa. C'era la neve c'era un gran silenzio. Anche oggi, senza neve,c'é sempre lo stesso silenzio nonostante turisti, alpini, rappresentanti di numerose associazioni d'arma si accalcano sui piazzali del monumento.siamo tanti a salire, ma siamo soli. Soli con la storia di un impegno, di un giuramento sussurrato sui campi di battaglia dalle migliaia di soldati moribondi e non raccolti. Infatti, qui non vi sono croci che materializzano i resti mortali dei soldati italiani caduti nel corso del Il conflitto mondiale. Monte Zurrone è un cimitero realizzato nel 1961, grazie all'iniziativa del Col. Palmieri, per dare degna sepoltura ai Caduti le cui spoglie non si sono mai più ritrovate. Ecco perchè Caduti senza Croce. Il sacrario, unico nel suo genere, custodisce i nomi ed il retaggio di memorie e di gloria di: medaglie d'oro al valor militare; dell'esercito ( vi sono compresi i carabinieri ); - I9.720 della Marina Militare; - 2:.I33 dell'aeronautica M.ilitare; della Guardia di Finanza; delle formazioni Partigiane e repubblicane; Civili. Nell'area del cenotafio fanno spicco stele: marmorea ed in bronzo rievocante il martirio della città di Zara, dono degli esuli zaratini;

6 in memoria dei civili italiani caduti senza Croce; dell'istria, della Dalmazia, e di Fiume donate dagli esuli di dette regioni. Si distingue,inoltre un artistico monumento eretto alla memoria degli Ascari Eritrei, Somali, Libici, Caduti per l'italia in terra d'africa. Successivamente prese forma e sostanza l'idea di porre accanto ai Nomi anche tracce di terra, di sabbia e di mare in cui si compì l'olocausto di tante giovani esistenze. Con il fattivo intervento del Ministro degli Esteri italiano e delle rappresentanze diplomatiche i governi di Iugoslavia, Tunisia, Etiopia, Unione Sovietica, Egitto e Libia donarono al sacrario una manciata di terra o di sabbia delle località in cui combatterono i soldati italiani. Gli equipaggi di navi del Llyoid Triestino prelevarono campioni di acqua del mar Rosso e negli Oceani Atlantico e Indiano nei punti dove si erano inabissate, combattendo, unità navali italiane. L'equipaggio dell'incrociatore Garibaldi ha prelevato altro campione di acqua nel Canale di Sicilia, sulla rotta, purtroppo nefasta, seguita dalle navi che rifornivano di uomini e mezzi le forze armate italiane della Libia. Nella mente mi risuonano le note del Ta-pum..... Ho lasciato la mamma mia:, l'ho lasciata per fare il soldà, Ta-pum Ta-pum Ta-pum ta-pum ta-pum ta-pum.. Canzoni della trincea. Canzoni scritte da ignoti umili soldati, dalle rime semplici, schiette, ingenue, sgrammaticate talvolta, ma traboccanti sempre di profonda umanità. Intanto gli occhi si riempiono di luce, " di cielo e di inesprimibile fantasia davanti alla grande scalinata. Monte Zurrone è un tempio nobile, semplice, il più puro che abbia visto. Si dimentica per un attimo che è il cimitero di migliaia e migliaia di soldati, mentre i blocchi di pietra sono diventati una lucente scalea che non si arresta, perchè l'occhio non riesce a contare i gradini e la Croce sommitale si fonde nel cielo. Questa scalea è la mistica dell'altare, infatti a fianco dei gradini le stazioni della Via Crucis. La storia non si arresta, ma si perfeziona e si sublima col passare del tempo. Dalla cima e dal riverente tempio gli occhi puntano verso valle, serpeggiano lungo meandri scoscesi di impluvi ripieni di boschi, si insinuano negli agglomerati imbuti di paesi e frazioni, e poi scrutano le cime circostanti della Majella, ll gran Sasso, Pratello, Rotella, Greco Pizzii, 3 Confini, Toppe del Tesoro, Arazecca, maiuri e Genzana. Dopo questa rincorsa a perdita d'occhio lo sguardo si sofferma su una epigrafe scolpita nella pietra..e sei credente sosta e prega, se non lo sei medita e taci. Di fronte a tanta sacralità, gli alpini della Majella hanno adottato Monte Zurrone senza chiedersi se fosse opportuno o meno. Gli alpini non fanno ragionamenti di opportunità, fanno quello che è giusto. Fanno quello che sentono di dover fare, e non si può obbligarli. O lo sentono, e allora non riesci a fermarli; o non lo sentono e allora, come i muli, si impuntano e non li sposti nemmeno a cannonate. Incontrarsi, stringersi la mano, una pacca sulle spalle, Un abbraccio, emozionarsi insieme ai reduci, per la verità pochi, ricordare in silenzio il sacrificio di -Canti giovani, dà l'idea che sul Monte Zurrone l'umano ed il divino si toccano e si fondono in un abbraccio di vita, non di morte. Il pluridecorato Rossi pronuncia l'orazione ufficiale. L'emozione gli fa tremare la voce ma, superato il primo impatto le parole escono lievi ed al contempo potenti~. Ricorda il fronte greco-albanese e poi quello russo. Pennellate decise, sferzanti, intrise di fango, di reticolati, di granate, di bestemmie, di atroci lamenti di giovani vite travolte e dissolte nel nulla' di sommesse preghiere, di freddo e di fame. Siamo qui per non dimenticare. Gli al pini ascoltano in silenzio, sono rapiti dalla potenza e dalla ispirazione di questo uomo straziato profondamente dalla guerra. Su questa montagna, autentica cattedrale, abbiamo ritrovato il rito di un pellegrinaggio in cui si esalta il concetto dall'essere italiani di razza. Un pellegrinaggio che vorremmo fosse imponente per numero,ma soprattutto per convinta, intima, spontanea partecipazione ad una sacralità Umana che diventa, alla fine, divina e che qui, straripa impetuosa ad ogni sasso. Nella mente una nenia, la dolce melodia di stelutis alpinis

7 Se tu vens cà su tas cretis; là che lor mi àn soterat, al è un splaz plen de stelutis; dal mio sanc l'è stat bagnate Par segnal un crosute Jè scolpide lì tal cret; fra chet stelis nas l'erbute, sot di lor jò duar cuiet LA MONTAGNA uno zaino pieno di pericoli. L'uomo da secoli si è confrontato con i fenomeni che si scatenano in montagna, ed ha desiderato di possedere una chiave che gli permettesse di penetrare nello scrigno dei segreti della natura. Questa curiosità gli avrebbe fatto comprendere per tempo il prodursi dei fenomeni. Siamo ancora lontani dal possedere questa chiave, anche se si è riusciti a dare una sbirciatina dentro lo scrigno. Ciò che vi propongo in questa lettura, può essere utilizzato non come chiave ma almeno come grimaldello. La prima persona ad interessarsi in maniera esauriente dei pericoli che la montagna diurnamente presenta fu un dottore viennese, Emile Zsigmondy. Emile è stato uno dei più grandi arrampicatori in solitaria dell'alpinismo che nell'agosto del 1885 mori nel tentativo di scalare la parete sud del Meije perchè la corda non resse ad un suo volo. Purtroppo negli anni gli incidenti in montagna si sono moltiplicati e molto spesso fra le vittime vi sono esperti alpinisti e personale del soccorso. Ricordo che ogni incidente è conseguenza di un errore di valutazione del luogo e del momento, aggravato da un comportamento sbagliato da parte del malcapitato e dei suoi compagni. Li sembrano appropriate le parole di Schopenauer " può parlar'e di fortuna, chi durante la sua vita, ha conservato un errore nella sua testa e non ne è stato punito " A questa si abbina una suggestiva e nota similitudine: chi prende sottogamba i pericoli della montagna, gioca alla roulette russa con un revolver in cui invece di una sola cartuccia ve ne sono state introdotte ben cinque sulle sei possibili. La montagna stuzzica il bisogno innato dell'uomo di misurarsi, provarsi, conoscere e sapere. Si entra in sintonia con la natura e si possono intuire a fondo i propri limiti. Bonatti usava dire che attraverso la natura più severa ci si abitua a prendere le decisioni, misurarle e pagarle sulla propria pelle. L'azione in montagna porta a sognare, a temere ed esaltarsi. In quota il silenzio crea una atmosfera che esprime un fascino particolare che libera lo spirito e impegna la mente. Il vario e piacevole panorama aiuta ad ascoltarsi, parlarsi e riflettere. Questo può indurre a pensare che vi sono delle montagne proprie. E' idea personale ma condivisibile affermare che, le montagne appartengono a tutti a ciascuno restano le proprie esperienze cd il proprio Zaino. Uno zaino che l'escursioni sta porta sulle spalle, pieno non solo di materiali ed alimenti ma anche di pericoli. La conformazione aspra del terreno, le variegate particolarità climatiche connesse all'altitudine, l'acqua nelle diverse forme di pioggia, neve, nebbia, ghiaccio costituiscono un campanello di allarme per la sicurezza. Più di 100 anni fa si parlava di "pericoli positivi" e "pericoli negativi".successivamente si parlò di "pericoli derivanti da forze naturali" e "pericoli derivantti dall'uomo Emile Zsigmondy esprimeva lo stesso concetto con "pericolo oggettivo e "'pericolo soggettivo". Oggi, pur tenendo conto delle interferenze tra i due tipi di pericolo, l'interpretazione di Zsigmondy può essere considerata valida. In una analisi più dettagliata si può dire che i pericoli oggettivi risiedono esclusivamente nei fenomeni naturali legati alla montagna, cioè nell'oggetto senza alcuna partecipazione delle uomo. sono fattori legati alle leggi della natura ed alle condizioni ambientali della montagna ( roccia, neve, ghiaccio, condizioni meteorologiche e i loro mutamenti, caduta sassi, valanghe., nebbia, bufera, temporali. ). Le uniche difese contro i pericoli oggettivi sono l'addestramento alle osservazioni e alla identificazione dei fenomeni naturali, un adeguato equipaggiamento e l'assicurarsi con mezzi idonei. I pericoli soggettivi invece, trovano origine nell'uomo, nella sua insufficienza psicofisica quando sopravvaluta le sue capacità di orientamento e osservazione, quando manca di resistenza quando sottovaluta le difficoltà e nelle stesso tempo sopravvaluta le proprie capacità. Mentre i pericoli oggettivi incombono allo stesso modo su tutti, quelli soggettivi presentano un diverso aspetto per ciascuno e possono essere ridotti al minimo con un c0scienzioso autocontrollo. A questa classificazione aggiungiamo una serie di infortuni che avvengono, per usare le parole di Fritz Schmitt, per coincidenza di pericoli oggettivi con pericoli soggettivi". Un brusco

8 mutamento del tempo, di per sè pericolo oggettivo, può provocare il disastro se affrontato in maniera soggettivamente errata. Vediamo che in I1lOntagna i pericoli non vanno considerati come indipendenti gli uni dagli altri: la maggior parte delle disgrazie è causata infatti dell'effetto combinato di pericoli oggettivi e pericoli soggettivi. Gli infortuni attribuibili a pericoli puramente oggettivi sono relativamente rari. Dunque lo zaino è pieno. ma per rendere l' elenco più ampio non tralascio le avversità legate allo sci, al mal di montagna, alle irradiazioni di alta quota, alla notte, all'equipaggiamento. Come già detto un insuccesso è sempre conseguenza di uno o più. errori. Le conoscenze scolastiche forniscono un certo bagaglio di preparazione tecnica, l'esperienza fornisce la scelta della soluzione e riduce la possibilità degli incidenti, che ci saranno sempre, non c'è dubbio. Questo perchè nessuno è agguerrito contro la propria insufficienza, le armi della natura e l'imperfezione delle attrezzature. Ritengo che per limitare i danni necessitano professionalità ed esperienza e un pizzico di fortuna che non guasta mai Non preoccupatevi se lo zaino è diventato pesante. Sul fondo è rimasto ancora qualcosa, vi è il riflesso della propria intolleranza, della propria insensibilità e del proprio egoismo. Una salutare sosta ed uno sguardo al mondo che circonda daranno più vigore a momenti di gioia ed esaltazione che solo lassù si possono assaporare. l'alpinista o l'escursionista che conosce bene il peso del proprio zaino e coltiva l'amore della montagna trova la forza per arrancare su e giù per i sentieri pur sapendo che i mesi e gli anni passeranno, le stagioni torneranno. E se la vita continua si diventerà vecchi.

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