Il Medioevo: La vita nella Firenze del XIII e XIV secolo.

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1 A. Mirto Pagina 1 di 9 Il Medioevo: La vita nella Firenze del XIII e XIV secolo. Non devi credere che la vita in una città medievale fosse come quella nelle città di oggi. Le città erano per lo più molto piccole e disordinate, con tanti vicoli stretti e casupole dai tetti spioventi nelle quali vivevano tutti pigiati con le loro famiglie i mercanti e gli artigiani. I mercanti di solito fuori dalla città si spostavano solo accompagnati da una scorta armata, per difendersi dai cavalieri che con il passare del tempo avevano a tal punto perso l'abitudine alla cavalleria che praticamente erano diventati dei veri e propri briganti; se ne stavano appostati nei loro castelli in attesa che un mercante transitasse da quelle parti per aggredirlo e derubarlo. Ma i borghesi non sopportarono a lungo quella situazione. Loro avevano soldi e potevano permettersi di pagare dei soldati con i quali affrontare i cavalieri. Non di rado erano i borghesi ad averla vinta sui masnadieri. Nelle città tutti i sarti, i calzolai, i tessitori, i panettieri, i fabbri, gli imbianchini, i falegnami, gli scalpellini e i carpentieri si raccoglievano in gruppi e associazioni di artigiani, che si chiamavano corporazioni. Una corporazione, per esempio quella dei sarti, era chiusa e aveva regole rigide quasi quanto quelle della cavalleria. Non poteva diventare mastro sarto chiunque, ne era una cosa tanto facile. Bisognava prima fare gli apprendisti per un po' di tempo, quindi si diventava garzoni, e si partiva per un viaggio, per vedere città nuove e imparare diversi modi di lavorare. Quei giovani viaggiatori attraversavano quindi a piedi il paese e durante il loro girovagare che poteva durare anni interi si spingevano anche all'estero, finché poi tornavano a casa o trovavano sul cammino una città in cui avevano bisogno per esempio di un mastro sarto. Nelle città più piccole infatti non ne avevano bisogno di tanti, e le corporazioni controllavano severamente che non ci fossero più mastri di quanto lavoro era disponibile. Il garzone doveva a quel punto dimostrare la propria bravura realizzando un pezzo da maestro (per esempio un bel mantello), e solo allora veniva ufficialmente nominato mastro e accolto nella corporazione. Come la cavalleria, anche le corporazioni avevano le loro regole, le loro feste, le loro bandiere colorate e i loro bravi princìpi, che naturalmente non venivano sempre osservati alla lettera, proprio come avveniva con i princìpi dei cavalieri. Comunque se non altro ne avevano, e questo era già qualcosa. Un membro della corporazione doveva aiutare gli altri membri, non doveva rovinargli la clientela né doveva servire la propria con merci scadenti; doveva trattare bene i propri apprendisti e garzoni e far di tutto per guadagnare una buona reputazione per sé e per la città. Doveva essere per così dire un artigiano di Dio, così come il cavaliere era un soldato di Dio. E proprio come i cavalieri affrontavano grandi sacrifici per unirsi alle crociate per la liberazione del Santo Sepolcro, così anche i borghesi e gli artigiani non esitavano a sacrificare tutti i loro beni, la loro forza e il loro benessere alla costruzione di una chiesa per la loro città. Ci tenevano infinitamente che la nuova chiesa o il nuovo duomo fosse ancora più grande, più bello e più sontuoso dell'edificio più importante di una delle città vicine. Tutta la città condivideva quest'ambizione, e ognuno si dedicava con entusiasmo al proprio compito. Per il progetto venivano chiamati gli architetti più famosi, quindi gli scalpellini squadravano le pietre e realizzavano le statue, i pittori dipingevano le immagini per l'altare e realizzavano per le finestre i mosaici di vetri colorati che davano una luce splendida all'interno. Per nessuno era importante essere l'inventore, il progettatore o il costruttore di qualcosa in particolare: la chiesa era il risultato del lavoro collettivo della città, era un servizio che tutti insieme rendevano a Dio. E una cosa che si vede benissimo osservando quelle chiese. Non si tratta infatti più delle solide chiese simili a castelli, che venivano costruite in Germania al tempo di

2 A. Mirto Pagina 2 di 9 Barbarossa. Sono spazi vasti dalle ampie volte, dai campanili alti e snelli, luoghi in cui trovava posto l'intera popolazione della città che vi si riuniva per ascoltare le prediche. In quel tempo infatti si erano costituiti dei nuovi ordini di monaci ai quali non importava di coltivare la terra intorno ai loro monasteri e di copiare manoscritti, ma che preferivano girare per il mondo come mendicanti per predicare al popolo e divulgare il Vangelo. Tutto il popolo andava in chiesa ad ascoltarli, a piangere sui propri peccati e a promettere di migliorarsi e di vivere secondo la dottrina dell'amore. GRANDI CAMBIAMENTI Sarebbe bello se improvvisamente degli araldi cavalcassero per le strade strombettando: «Ehilà, è arrivata una nuova epoca!» Ma le cose vanno diversamente: gli esseri umani cambiano le loro opinioni senza quasi rendersene conto, come ti accorgi di aver fatto anche tu quando guardi i tuoi vecchi quaderni. E allora s'inorgogliscono e dicono: «Noi siamo una nuova epoca». Spesso poi aggiungono anche: «Come erano sciocchi, prima, gli uomini!» Successe qualcosa di simile dopo il 1400 nelle città italiane, nelle grandi e ricche città dell'italia centrale, e soprattutto a Firenze. Anche lì c'erano le corporazioni, e anche lì era stato costruito un grande duomo. Ma di cavalieri nobili, come in Francia e in Germania, praticamente non ce n'erano. Già da un pezzo i cittadini di Firenze non si lasciavano dettar legge dagli imperatori tedeschi. Loro erano liberi e indipendenti come lo erano stati un tempo i cittadini di Atene. Per questi borghesi, mercanti e artigiani liberi e ricchi, erano importanti altre cose rispetto a quelle per cui avevano vissuto i cavalieri e gli artigiani del Medioevo vero e proprio. Che uno fosse un guerriero o un artigiano di Dio che faceva tutto in servizio o in onore del Signore, loro non lo consideravano poi così importante. Volevano soprattutto essere degli uomini tutti d'un pezzo, che avevano cervello e sapevano usarlo. Che avevano una volontà propria e una propria capacità di giudizio. Che non dovevano chiedere l'opinione o il permesso di nessuno. Che non andavano a scartabellare in vecchi libri per informarsi su come erano gli usi e i costumi di una volta, ma che avevano gli occhi bene aperti e sapevano agire. Ecco, proprio questo era importante per loro: avere gli occhi aperti e agire. Che uno fosse un nobile o un povero, un cristiano o un eretico, che rispettasse o meno tutte le regole della corporazione, erano tutte cose secondarie. Quello che contava erano indipendenza, abilità, ingegno, cultura, dinamismo. Ma guardiamo un po più da vicino questa città toscana per capire come sia cambiata tanto da dare vita ad un nuovo modo di pensare che si diffonderà in tutta Europa con il nome di Umanesimo. Firenze, agli inizi del 200, è chiusa dentro la cerchia delle sue mura merlate, cinte di fossi d'acqua e di steccati e si presenta non spaziosa e non fastosa. Raccolta attorno al battistero di San Giovanni non ancora rivestito di marmi, quel San Giovanni che fu «il primo ovile e stazzo della rifatta Firenze, e dove tutti i nobili cittadini faciano riparo e usanza di cittadinanza (1)... e ivi si faceano tutti i matrimoni e paci, e ogni grandezza e solennità del Comune». si erge minacciosa e fiera tra la selva delle torri merlate che i nobili hanno innalzato accanto alle loro case per ragioni di sicurezza e di difesa, dati i tempi tumultuosi. L'interno di tali torri (che sono a base quadrangolare) è a stanze sovrapposte, una sull'altra, per quanto è alto l'edificio. Il passaggio tra i vari ambienti, in. mancanza di scale fisse, è assicurato da scale mobili di corda, attraverso un'apertura praticata nella volta. Sul muro di pietra grezza sono sempre presenti mensole e costruzione di mobili e solidi cavalcavia in legno attraverso le vie strettissime e, di conseguenza, il collegamento con le torri delle famiglie alleate. La disposizione dei vani all'interno e questi ponti mobili le rendono quasi inaccessibili,anche quando è occupato il pian terreno. Nel 200 esse sono numerose centocinquanta e molto alte (VILLANI), in seguito saranno ridotte per legge, mozzate della corona di merli e

3 A. Mirto Pagina 3 di 9 coperte di tettoie. Ai piedi delle torri si stende una rete di strade anguste, tortuose ed irregolari, fiancheggiate da alte case: il sole s intravede appena fra le tettoie che ricoprono le case, alcune delle quali sono ancora in legno. Unica nota di colore: la merce esposta disordinatamente sul muretto dì vendita delle botteghe. A metà del 200 Firenze ha raggiunto un grande sviluppo commerciale ed industriale, ed ha coniato il fiorino, una moneta d oro accolta e ricercata su tutti i mercati d Europa. Nel 1237 si lastricano le vie di Firenze, rendendo la città più bella e pulita. Accanto al ponte Vecchio, finora unico, sorgono il ponte alla Carraia, il ponte alle Grazie e il ponte Santa Trinita. Nel 1255 si costruisce il Palazzo del Popolo, ora detto del Bargello e «nel 1298 si cominciò a fondare il Palagio dei Priori...». (VILLANI, Cronica, L. VIII, 26) Lo sviluppo edilizio della città continua nel 300, contemporaneamente all'espandersi della vita cittadina, al moltipllcarsi delle attività, all'intensificarsi dei commerci, un'atmosfera più serena sembra regnare ora nel Comune, che si sente più forte, più sicuro. Alle cupe case-torri costruite in tempi in cui tra dure lotte si andava consolidando il governo comunale, succedono case dalla facciata più aperta e ridente, con finestre più ampie talvolta a bifora e con terrazze sotto il tetto dalla grande grondaia sporgente. Osservando queste nuove abitazioni si ha l'impressione che i cittadini ormai sicuri della conquistata libertà e fiduciosi nelle proprie forze, alacremente volti al progresso economico si aprano al dialogo, alla lieta e tranquilla convivenza. Continua l'aumento di popolazione, e sempre più numerose sono chiese, botteghe ed ospedali. «... le chiese ch'erano allora in Firenze e nei borghi, contando le badie e le chiese dei Frati religiosi... sono , 30 spedali (ospedali) con più di 1000 letta ad allogare i poveri ed infermi. Ell era dentro ben situata e albergata di molte belle case e al continuo, in quei tempi, s'edificava, migliorando i lavori di fargli agiati e ricchi, recando di fuori belli esempi di ogni miglioramento... E oltre a ciò non v'era cittaddino, popolano o grande che non avesse edificato o che non edificasse in contado grande e ricca possessione, e abitura molto ricca e con begli edifici e molto meglio che in città... si stimava che intorno alla città a sei miglia aveva tanfi ricchi e nobili abituri che due Firenze non avrebbero tanti». LA VILLA L'abitudine della dimora in campagna, la villa, è tipica dei fiorentini (naturalmente di coloro che ne hanno la possibilità economica) : la campagna intorno a Firenze, ridente nel paesaggio collinare, fertile ed intensamente coltivata, offre la possibilità di un riposo tranquillo vicino, cosi da poter alternare la normale attività con una pausa distensiva. Il signore fiorentino, poi, ha sempre tenuto alla proprietà agricola di cui si compiace seguire da vicino le varie attività. Tali dimore sono belle; come testimoniano alcune descrizioni di scrittori dell'epoca, ad esempio questa del Boccaccio : «[vi] era sopra una piccola montagnetta, da ogni parte lontana alquanto dalle [nostre strade], di vari arboscelli e piante tutte di verdi fronde ripiene., piacevole a riguardare. In sul colmo della quale era un palagio con bello e gran cortile nel mezzo, e con logge e con sale e con camere, tutte, ciascuna verso di sé bellissima, e di liete dipinture ragguardevole e ornata, con pratelli d'attorno, e con giardini meravigliosi, con pozzi d'acque freschissime e con volte (cantine) di preziosi vini». Caratteristica comune delle case della Firenze del 200 e della prima metà del 300 tanto di ricchi quanto di poveri è la ristrettezza della pianta su cui sorgono: spesso non c'è cortile, le case dei poveri sono ad un piano, quelle dei ricchi a parecchi piani, uno sull'altro, e con i muri maestri più solidi e resistenti. I vani, soprattutto al pian terreno, sono dotati di scarsa luce per le porte molto strette e le finestre piccole, ad inferriata a croce, per esigenze di sicurezza. L'esterno è rude e massiccio; unico ornamento, quando esiste, sono le armi gentilizie della

4 A. Mirto Pagina 4 di 9 famiglia, scolpite dentro scudi di pietra incastrati nella parete o posti in alto, agli angoli, e lo svariato assortimento di ferri di forma e di dimensioni diverse. In basso, infatti, sono gli arpioni ai quali vengono assicurate le briglie delle cavalcature e delle bestie da soma, alle finestre a metà circa della loro altezza nella parte più bassa della facciata gli arpioni da stanga o erri, per sostenere le pertiche orizzontali sulle quali si stendono ad asciugare i panni e i capi di biancheria ; ai cantoni gli anelli da bandiera e da torcia, e i ganci da parata a cui si assicurano i capoletti (I capoletti furono dapprima i pezzi di stoffa, di lino o di lana, messi a parare il muro alla testa del letto. Poi vennero denominati in tal maniera tutte le tappezzerie adoperate ad ornare i muri d'una stanza.) e gli arazzi che si espongono nei giorni di festa. Sui piani superiori, costruiti in laterizio, sporgono tettoie -gli sporti- che poggiano su travicelli infissi trasversalmente nella parete ed hanno l'ufficio di riparare i passanti dalle intemperie. Alla base delle case, il cui pian terreno è rivestito di conci (Pietre squadrate). Lungo le strade, sono disposte le panche da via o muriccioli, dove siedono a chiacchierare gli uomini dopo l'uscita da bottega, o a ridere alle spalle degli uomini semplici di campagna raggirati dagli astuti di città, e talvolta a «caratare (analizzare e valutare) l'un l'altro e a dir male di questo e di quello che passava per via» (VARCHI, Storia fiorentina, L, 9) A questo complesso piuttosto cupo danno una nota allegra e vivace le grondaie sporgenti dal tetto di tegole rosse, sorrette da mensole orizzontali e da puntoni obliqui, e le numerose suppellettili che gli artigiani accatastano sui muriccioli o appendono tutt'intorno ai ferri delle insegne e dei lampioni. Il legname trova largo uso non solo nelle costruzioni più misere o destinate ad attività commerciali ma anche nelle case agiate Infatti, in queste, sono di legno i balconi, i sostegni su cui poggiano gli sporti, i ballatoi che mettono in comunicazione i piani superiori, i soffitti e molte pareti divisorie interne E questo spiega la frequenza degli incendi che distrussero interi rioni durante i secoli XII, XIII e XIV. «... Negli anni di Cristo 1115 del mese di maggio, s'apprese il fuoco in borgo Santo Apostolo, e fu sì grande e impetuoso, che buona parte della città arse con grande danno dei fiorentini [furono distrutte quasi tutte le carte pubbliche e private con grande danno della storia)... E l'anno del 1117 anche si prese il fuoco in Firenze, e bonamente [per certo) ciò che non fu arso al primo fuoco arse al secondo... E per l'arsioni di detti fuochi in Firenze arsono molti libri e croniche che più pienamente faciono memoria delle cose passate della nostra città di Firenze, sicché poche cose ne rimangono». (VILLANI, Cronica. L. IV, 30) «... nell'anno s'apprese un grande fuoco in Firenze, e arsonvi più di trenta case con grande dannaggio, ma non vi morì persona...». (VILLANI, Cronica, L. VIII, 3) E tali distruzioni causate da incendi giustificano i consigli di ser Paolo da Certaldo al padrone di casa, che doveva accertarsi, prima di coricarsi, che il fuoco fosse spento «... sempre fa che tu sii il sezzaio (l ultimo) che vadi a letto e cerca la casa dei lumi e del fuoco... cerca la cella e vedute le botti se son ben turate e... il fuoco coperto e i lumi spenti». (PAOLO DA CERTALDO, Libro dei buoni costumi, n. 95. Documenti di vita trecentesca) «... e che siano sempre pronte dodici sacca buone per sgomberare quando foco fosse nelle vicinante o presso a tè o a casa tua e uno canapè che sia lungo dal tetto in terra per potersi calare». (PAOLO DA CERTALDO, Libro dei buoni costumi n. 16) Addentriamoci ora in una di queste abitazioni: a pian terreno, nelle case signorili, ci accoglie una lunga stanza con piccole finestre a grata C'è inoltre la legnaia, la cantina o "volta", la stalla, l'orciaio (stanza dove si tengono gli orci di olio) e talvolta anche la cucina. Nelle case abitate dagli artigiani la parte anteriore è adibita a bottega, la posteriore a cucina, e in essa il fuoco acceso serve per cucinare, e per riscaldare durante il periodo invernale. Al piano di sopra è la stanza più importante della casa, la sala grande o "madronale" ; al centro di questa, quando ancora non esistevano i camini, si accende il fuoco, ma il riscaldamento è blando perché il calore va via attraverso le finestre che sono protette non da vetri ma da carta

5 A. Mirto Pagina 5 di 9 oleata, o cerata, o da pelle di pecora resa trasparente con l'olio di semi o di lino. La parte superiore ribaltabile e le immancabili fessure permettono l'aerazione della stanza. Il soffitto è di travi di quercia, le pareti imbiancate e talvolta solo intonacate; solo nelle grandi occasioni si abbelliscono con i capoletti che pendono dagli arpioncini infissi al muro. I servizi igienici difettano: o mancano del tutto o sono molto rudimentali. A tale uso è adibita una nicchia ricavata nella parete, con un sedile che si apre direttamente o sulla strada o su una cisterna. E ci si lava nelle tinozze; esistono bagni pubblici, detti "stufe", ma non è permesso usufruirne tutti i giorni. Lo Statuto del podestà stabilisce, infatti, che: «... si vada ai bagni pubblici in questo modo, cioè che un giorno siano frequentati dagli uomini, il giorno dopo dalle donne; e non diversamente... E i gestori dei bagni non ne permettano l'accesso... se non nella maniera stabilita». (Statuti del podestà) L'abitazione è (e rimarrà anche in seguito) uni-familiare ed i fitti delle case sono piuttosto alti. Le abitazioni diventeranno più confortevoli, aperte ed accoglienti solo dopo la metà del 300, quando, cessate le lotte intestine, la borghesia, ormai potente sul piano politico ed economico, sente l'esigenza di un nuovo tipo di abitazione più luminosa e più spaziosa. L'aspetto esteriore di tali case rimarrà sempre semplice e severo, ma più arioso. Non più mura massicce altissime e chiuse, non più strette finestre, ma aperture ampie con logge nei piani superiori. La distribuzione delle stanze attorno ad un cortile centrale, quasi impossibile nelle costruzioni precedenti per l'esiguità dello spazio su cui si elevavano, offrirà maggiore comodità e luminosità all'interno. La sala grande assumerà carattere imponente, le pitture alle pareti saranno ricche e varie, i soffitti decorati con ornamenti variopinti e con intagli. Le finestre saranno protette da tende e comparirà, nelle case più ricche, il vetro. ARREDAMENTO Assai semplice e ridotta al minimo indispensabile è la mobilia di queste abitazioni: un letto, numerosi cassoni, alcuni scranni e panche; i mobili dei poveri, poi, sono costruiti con assi di legno piallate alla meglio. Il letto, in cui dormono molte persone, poggia su una predella ed è ampio e basso: è costituito da una cassa piena di fieno con cuscino imbottito di paglia per i poveri, da un pagliericcio con cuscini di piume per le persone agiate. Una cortina sostenuta da sbarre infisse nel soffitto lo chiude ai quattro lati e lo isola dal resto della stanza. Talvolta, in corrispondenza del letto, è visibile il capoletto. Il tavolo nelle abitazioni del 200 e del 300 non è stabile, viene montato quando serve, al momento dei pasti, ed è formato da assi di legno che poggiano su cavalletti. Finito il pasto e tolte le tovaglie (che servono anche da tovaglioli), assi e cavalletti vengono portati via. «A casa tornati... entrati in una sala terrena, quivi le tavole messe videro con tovaglie bianchissime e... data l'acqua alle mani... tutti andarono a vedere [i cibi). E levate le tavole... comandò la reina che gli strumenti venissero». (BOCCACCIO, Decamerone, Introduzione giornata nona). A capotavola siede il capo di casa; intorno, su panche di legno o su cassoni, gli altri commensali. II mobile più importante e d'uso più svariato è il cassone, nel quale si racchiudono i vestiti, la biancheria più fine da tavola, i corredi nuziali e i documenti di un certo valore. Questi cassoni, numerosi presso le famiglie agiate, sono originariamente molto sobri di fattura e in legno grezzo, ma poi, col raffinarsi del gusto e col propagarsi delle esigenze del lusso vengono decorati con stemmi, con fiori o con altre figurazioni. Esistono quindi «... in quei tempi per le camere dei cittadini cassoni grandi di legname... niuno era che detti cassoni non facesse dipignere; ed oltre alle storie... facevano fare l'arme ovvero le insegne delle casate... il di dentro poi si foderava di tele e di drappi secondo il grado e il potere di ciascuno, per meglio conservarvi dentro le vesti di drappi ed altre cose preziose. E che più, si dipignevano in cotal maniera non solamente i cassoni ma i letti, le spalliere, ed altri così fatti ornamenti da camera che in quei tempi magnificamente per tutte le città se ne possono vedere...». (VASARI, Vita di Dello Delli).

6 A. Mirto Pagina 6 di 9 Tali mobili di legno, a Firenze, debbono essere costruiti secondo le disposizioni contenute negli Statuti dell'arte dei legnaiuoli. Spetta ai Rettori dell'arte determinare le dimensioni: chi è colto a frodare è condannato ad una multa, variabile secondo l'eccedenza delle dimensioni (da Statuti dell'arte dei Legnaiuoli, 1315, L. II, n. 81). Anche la suppellettile domestica è scarsa. Tra i recipienti d'uso comune troviamo orci, coppi, teglie, pignatte, il paiuolo, la padella, la mestola, il setaccio e il mortaio. Per lavarsi ci si serve di recipienti di rame, e gli inventari parlano di asciugamani i caputergia per asciugarsi il viso e i manutergia per le mani. Gli specchi sono di già molto usati. Ecco che cosa ci dice in proposito il Boccaccio : «(le donne) si mettean davanti un grande specchio, e talor due acciocché bene in quelli potesse di sé ogni parte vedere e conoscere qual di loro men che vera la sua forma mostrare...». (BOCCACCIO, Corbaccio). Le stanze vengono illuminate con candele di sego o con semplici lucerne ad olio, simili a quelle tramandateci dal mondo classico: un piccolo recipiente ad uno o più beccucci, nei quali s'introduce l'olio. VITA DI TUTTI I GIORNI LA GIORNATA DI UN FIORENTINO Ed ecco come si svolge la giornata di un cittadino di Firenze. Egli si leva presto al mattino in quanto «è meglio e più sano a levarsi presto la mattina ch'a vegghiare la sera». (PAOLO DA CERTALDO, Il Libro dei buoni costumi n. 148) Al primo suono delle campane il padrone che ha tenuto «le chiavi dell'uscio da via in camera sua» (PAOLO DA CERTALDO, Il Libro dei buoni costumi n. 148) schiude la pesante porta d'ingresso, non senza, però, essersi prima assicurato che la vita, in strada, è già in movimento; «non usare... di uscir di casa se non quando senti che i tuoi vicini e gli artefici abbiano aperto le loro botteghe; e fatti il segno della croce, vattene alla chiesa, e sempre d'in sull'uscio anzi ch'esci di casa dì una breve preghiera». (PAOLO DA CERTALDO, Il Libro dei buoni costumi n. 148). Da buon cristiano e timorato di Dio si reca in chiesa, dopo, in bottega o a palazzo ad assistere alle assemblee. Se è mercante si preoccupa di visitare il fondaco, di scrivere i conti e di tenere la corrispondenza con le compagnie che sono all'estero. Di sera, terminato il lavoro, passa ancora in chiesa, o, come abbiamo visto, si ferma a chiacchierare con gli amici, e se è scioperato, se ne va all'osteria a bere e a mangiare le "golosità". Di notte è l'ultimo a coricarsi, serra a chiave l'uscio di casa «acciocché di notte niuno esca e non entri in casa tua che tu non sappi, che grande è il pericolo... e tienti le chiavi dell'uscio da via nella camera tua, e serrala sempre dì e notte quando dormi...» (PAOLO DA CERTALDO. Il Libro dei buoni costumi n. 138). La donna è soggetta all'autorità dell'uomo; la sua vita si svolge unicamente entro le pareti domestiche, nella cura della famiglia. A lei spetta la custodia del celliere (Dispensa), la preparazione dei pasti, la cura dei figli quando son piccoli. Indubbiamente, la sua non è una vita molto varia: unico motivo d'uscita è la messa mattutina e la partecipazione alle feste che si svolgono in città in ricorrenza di vittorie o di visite di ambasciatori e di alti prelati. Non le è concesso affacciarsi alla finestra, non le è concesso, neppure, starsene oziosa perché «la femmina oziosa è di grande pericolo... Se hai femmina oziosa tienle appresso il più che puoi...». (PAOLO DA CERTALDO, II Libro dei buoni costumi, n. 126). EDUCAZIONE FAMILIARE La madre alleva i figli, ma chi si preoccupa dell'educazione di essi è il padre che è piuttosto severo con i maschi. Per quanto riguarda le fanciulle egli è meno esigente; a loro chiede soltanto di comportarsi con garbo e si preoccupa che esse, sin dalla più tenera infanzia, apprendano ad essere donne di casa. «... la fanciulla femmina vesti bene; non la tenere troppo grassa e insegnale fare tutti i fatti della masserizia di casa, cioè il pane, lavare il cappone e abburattare (Separare la farina dalla crusca col setaccio.) e cuocere e far bucato e fare il

7 A. Mirto Pagina 7 di 9 letto e filare e tessere borse... e ricamare seta con ago; e tagliare panni, lini e Iani, e rimpedulare le calze... sicché quando la mariti non sia detto che venga dal bosco...». (PAOLO DA CERTALDO, II Libro dei buoni costumi n.155) «... invece il figlio maschio pasci bene, e vesti come puoi, intendi... a giusto modo e onesto, si sia forte e aitante...». (PAOLO DA CERTALDO, II Libro dei buoni costumi, n. 155). Nutrire i figli piccoli (e in modo particolare quelli maschi) era compito della madre. E se il «...fanciul da piccolo scioccheggia castigal colla scopa e campanile e passati i settanni sì si vuole adoperar la ferza e la correggia. E se passati i quindici folleggia fa' col baston ch'altro non gli duole e tante gliene da, che dove suole disubbidirti, perdonanza chieggia...». (A. Pucci) Come si può ben vedere, non c'è da scherzare; sferza e bastone sono strumenti di persuasione usati senza parsimonia. E se questi falliscono, e il giovane continua nella sua cattiva strada, le punizioni diventano ben più severe e dure. «... Se ne' ventanni ben far nimica deh, mettilo in prìgion se te ne cale, e quivi un anno di poco il nutri. E se 'n trenta e' facesse pur male amico mio, non vi durare fatica ch'uom di trent anni castigar non vale. Parte da tè cotale ch'ent'esser vuol, benché ti sia gran duolo e fa' ragion che non sia tuo figliolo». (A. PUCCI) PASTI La famiglia medioevale si riunisce durante l'ora dei pasti, soprattutto di quello serale. I pasti infatti sono due: la colazione che si fa al mattino, massimo alle undici e mezzo e la cena sul tardo imbrunire. Tra il desinare e la cena le classi agiate si concedono una merenda, a cui, secondo i dettami di ser Paolo da Certaldo, è preferibile rinunciare. Buona educazione consiglia che prima e dopo i pasti ci si lavi le mani e ci si sciacqui la bocca. «... quando ti poni a tavola, a desinare, a merenda o a cena, sempre ti lava le mani, la bocca, i denti e starai netto». (PAOLO DA CERTALDO, Il Libro dei buoni costumi, 144). Le tavole vengono messe all'ora dei pasti e ricoperte con una tovaglia, più o meno raffinata secondo la condizione sociale della famiglia. Inizialmente i cibi solidi si mangiavano con le mani, ma già nel trecento troviamo ricordate anche le forchette (SACCHETTI: Novelle, n.124); gli ospiti mangiano a due a due nel medesimo "tagliere" o piatto. Il ceto medio si contenta di cibi semplici, ma ben conditi, cotti, spesso, dal fornaio. Cibi usuali sono le fave, i cavoli, le castagne, le marinate di miglio. Non manca, però, la carne di volatili, di maiale e di animali da cortile; d'inverno le carni di maiale salato sono usate con grande frequenza e presso le famiglie benestanti ce n'è sempre una buona scorta. Appunto per questo il consumo della carne di maiale è più alto rispetto a quello della carne bovina, che non si presta ad essere salata. I volatili sono cibo ricercato e gradito, dalla starna alla quaglia, dalle beccacce ai fagiani, ai tordi, alle allodole e ai fringuelli, e l'andare a caccia di uccelli, cioè l'uccellare, rappresenta per gli uomini di questa età un apprezzato e consueto svago (La caccia è molto praticata durante tutto il Medio Evo : nelle classi aristocratiche si pratica la caccia al falcone mentre tra le classi meno abbienti è in auge la caccia con le reti agli uccelli di passo, come allodole, quaglie, ecc.). «come è d'usanza quelli che tengono sparviere s'accodano insieme per andare uccellando a quaglie...». (SACCHETTI, Novelle, n. 65) A Firenze è, però, proibita la caccia della selvaggina pregiata fatta con lacci e reti: non si possono prendere piccioni, starne e quaglie e colombi. Nessuno «deve prendere con lacci, con reti o con altri mezzi del genere colombe o quaglie o starne in città e fuori... E nessuno può lanciare saette con l'arco o tirare pallottole in città o nel contado contro i colombi... e lanciare pietre contro le colombaie...». (Statuti del Podestà 1325, L. III, R. 47). Si consumano in gran quantità formaggi, e non solo di produzione locale ma provenienti da ogni parte d'italia. Le verdure si mangiano cotte ; ecco, per esempio, un consiglio per avere i cavoli ben cotti : «Togli i torsi del caulo, e mondali bene sì che le frondi niente ci rimanga e

8 A. Mirto Pagina 8 di 9 troncali nel tenero della cima: e quando bolle la pentola con agli, e acqua gittavi dentro detti torsi, o vero bianco, e mettivi del bianco di finocchi, e falli tanto bollire, che sia bene spesso. E se vuoli, puoi ponervi dentro aglio o brodo di carne o di cappone, polvere di spezie, pepe, ova battute e zaffarono a colorare...». (Il libro della cucina del sec. xrv, edito nella Scelta delle curiosità letterarie, disp. 14). E per fare il brodo di cappone si consiglia : «Togli capponi e lessali, e quando saranno cotti con quelle specie che tu vorrai, rompili in un catino; con ova e brodo loro, e gitta farina con mescola forata sopra i detti capponi rotti, e bolla un poco: e' chiamasi brodo appollocato...». (Il Libro di cucina del sec. XIV) Come ben si può vedere in quei tempi si fa largo uso di spezie e di aromi varii. (A Firenze, come in tutto il mondo occidentale, si faceva allora grande uso di spezie, che rappresentavano uno dei modi di variare la cucina specie dei ricchi. Si mettevano spezie ovunque, ma soprattutto nelle carni e nel pesce. Si son trovate appunto ricette di gelatine di pesce abbondantemente condite con esse, e persino di una speciale minestra di ceci che si diceva fosse adatta soprattutto agli ammalati. Il commercio delle spezie fu perciò attivissimo, favorito anche dal fatto che si trattava di mercé di scarso peso e volume e molto valore; si importavano dai Paesi orientali, e dalla Spagna lo zafferano.) Con una certa frequenza almeno nelle famiglie benestanti compaiono gli arrosti d'agnello, di capra e di montone e alle feste si mangiano ravioli, pappardelle (Lasagne cotte nel brodo condite con carne tritata.) cotte nel brodo di capponi «... col formaggio parmigiano... vitelle di latte, starne, i tordi... le zuppe lombate, le lasagne maritate, le fritellette sambucate, i migliacci bianchi (Migliaccio: sangue di maiale o di altro animale, mescolato e cotto con droghe.) i bramangieri (Specie di dolce di farina e zucchero cotto nel latte.)... e ciriegie, fichi, poponi...». (BOCCACCIO, Corbaccio). Per la festa d'ognissanti è di prammatica l'oca, ripiena di aglio e di tordi. Sono considerate ghiottonerie i tortelli, i fegatelli, le fritture di milza, di formaggio fresco che i buongustai vanno a mangiare nelle osterie. Ma lo statuto, per evitare che l'uomo diserti il desco familiare, stabilisce «... che nessuno oste o cuoco o chiunque sia chiamato con tale nome, maschio o donna, nella città di Firenze, nei borghi e sobborghi, o nel giro di quattro miglia intorno alla città, osi tenere osteria pubblica o privata o dar da mangiare o vendere cotti, pubblicamente e privatamente, tortelli, fegatelli, milze, arrosti, ravioli di formaggio o polli o qualsiasi genere di uccelli o altri generi pertinenti la golosità e ghiottoneria... e che nessuno vada a mangiare in dette osterie o vicino ad esse». (Statuti del Capitano: 1322, L. V, R. 32). Come contorno i fagioli sono ottimi «bene lavati e bolliti, (messi) a cuocere con aglio e cipolle e... specie, cacio grattato e ova dibattute». (Il Libro di cucina del.sec. xiv) Si osserva la vigilia e nei giorni prescritti si mangia pesce : di mare e di acqua dolce, graditissimi sono i pesci dell'arno. All'uomo medioevale italiano piace bere vino, mentre è poco diffusa la birra. Si beve vino rosso, vino schiavo, vernaccia, il vino di Corniglia e il vino greco. A metà del 300 «...troviamo... che c'entrava l'anno in Firenze da 55 migliaia di cogna (Antica misura di liquidi per misurare il vino.) di vino e quando n'era in abbondanza circa cogna e più». (VILLANI, Cronica, L. xi, 94). II pane di farina di grano è l'alimento più diffuso, i contadini e i poveri lo mangiano condito con olio e cucinato in zuppa insieme ad erbe. Speciali leggi ne regolano la vendita. Per evitare la frode nel peso i rivenditori di pane «e tutte le persone che fanno fare pane per vendere sono obbligati ad imprimere nel pane un sigillo in cui sia scolpito un giglio circondato dalle lettere componenti il nome e prenome del fornaio... e tale sigillo deve essere impresso in maniera leggibile». (Statuto del Podestà: 1325, L. il, R. 35) «... e i fornai e i rivenditori, tanto maschi quanto donne, o quelli che fanno il pane per venderlo... devono porre davanti alla casa in cui abitano una tavola dipinta col giglio in modo che tutti possano sapere chi fa il pane». (Statuto

9 A. Mirto Pagina 9 di 9 del Podestà: 1325, L. I, R. 26). La spesa, di solito, si fa a Mercato Vecchio, il ritrovo di tutti i bottegai, dei commercianti, dei medici, degli speziali, dei pizzicagnoli, dei rigattieri e dei pollaiuoli «forniti sempre a tutte le stagioni di lepre e di cinghiali e cavriuoli e di fagiani e starne e di capponi e d'altri uccelli...» (A. Pucci, Le Proprietà di Mercato Vecchio) Al Mercato Vecchio non mancano le trecche (rivenditrici di erbe), con cesti e panieri pieni di ogni ben di Dio. Bibliografia: E. Gombrich, Breve storia del mondo, Mi 1997 Salani Editore A. Bujoni, La vita di una città comunale italiana, To 1964 Loescher

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