LINO PELLEGRINI CALVENE. (Cenni Storici) Scuola Tipografica Istituto S. Gaetano VICENZA

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1 LINO PELLEGRINI CALVENE (Cenni Storici) Scuola Tipografica Istituto S. Gaetano VICENZA Edizione elettronica eseguita con scansione del libro originale a cura Dell Associazione Pro Loco di Calvene 1

2 Dilettissimi fedeli di Calvene, Le feste centenarie della vostra chiesa devono riaccendere nel cuore di tutti sentimenti di fede e di amore verso la Casa di Dio. La chiesetta é la sede della maestà del Signore. Gesù Eucaristico ha posto in essa il suo trono di amore, dal quale rivolge continuamente alle anime l invito: «Venite tutti da me, voi che siete stanchi ed oppressi». «Il mio tempio é la casa della preghiera», ha detto il divino Maestro. Ad essa quindi dobbiamo portare grande rispetto. E con la più viva devozione dobbiamo elevare a Dio l'inno di lode e di ringraziamento, l offerta dei nostri cuori, l invocazione di misericordia, di perdono e di grazie La chiesetta ci accoglie all alba e al tramonto della nostra vita. E ci apre le sue braccia lungo il corso della nostra esistenza, affinché noi vi andiamo ad attingere la luce della verità, il sostegno della grazia e il conforto della protezione divina. Amate la vostra chiesa, o fedeli di Calvene, vogliatela sempre bella, affinché sia degna di ospitare il Re dei re, frequentatela, soprattutto nei giorni di festa, adempiendo con fedeltà i vostri doveri religiosi. Prego per voi: «O Signore, esaudisci le preghiere del tuo popolo e concedi che, quanti entrano in chiesa a domandare grazie, abbiano la gioia di ottenerle» (Or. Ded. Eccl.). Paternamente benedico a voi tutti e al vostro Arciprete Padova, 19 Settembre aff.mo nel Signore + GIROLAMO VESCOVO 2

3 Presentazione Carissimi Parrocchiani, Dopo la autorevole lettera del nostro Eccellentissimo Vescovo che volle benignamente benedire la nostra iniziativa e dare a tutti un incoraggiamento ed una spinta per un bene sempre maggiore, una parola di presentazione. Da molto tempo avrei desiderato di cominciare la pubblicazione mensile di un Bollettino Parrocchiale come si fa con profitto in molte parrocchie, per tenervi informati continuamente circa quanto può interessare la vita cristiana del paese. Le difficoltà di tempo e di mezzi me lo hanno sempre impedito. A supplire almeno in parte al suo compito, in occasione della celebrazione del primo Centenario della nostra Chiesa, terza nelle lunghe vicende di tanto volgersi di secoli, eccovi un libretto che avrete caro, scritto con diligente studio dal benemerito Maestro Pellegrini Lino, dove potrete dare un rapido sguardo alla storia ultramillenaria di Calvene, ricca di un glorioso passato, come forse non avevate mai sospettato. Si é avuto di mira sopratutto di far rivivere tanti dolci ricordi all animo dei nostri numerosi emigranti, sparsi per tutte le contrade del mondo a far onore dovunque col loro lavoro e colla loro fede cristiana al paese natio. Il testo fu perciò arricchito di numerose illustrazioni fotografiche, che mettono in risalto i luoghi più notevoli ed accenderanno viva nostalgia. Desideriamo appunto che questi nostri cari, lontani col corpo, ma che consideriamo sempre presenti col loro spirito, ed altamente benemeriti per le loro generose offerte, apprezzino il nostro gesto e sentano più stretti i vincoli che li legano alle loro famiglie, ai loro cari vivi e defunti e alla loro Chiesa, che ampia e bellissima tende sempre le braccia a tutti i figli e tutti aspetta e raduna con festosa accoglienza vicino al Signore. Spero che in segno di riconoscenza per questo omaggio, vorranno inviare anche in questa occasione la loro offerta e così contribuire a tante opere belle col loro sacrificio. Sono sicuro che il vostro amore per la Chiesa e per il vostro paese si accenderà vieppiù, le vostre anime ne sentiranno un invito a salire nella via del bene e ne risulterà maggior gloria al Signore, scopo supremo di tutte le nostre opere. Nel porgervi Il modesto lavoro, vi augura ogni bene. Calvene, 27 ottobre Vostro aff.mo Arciprete DON GIOVANNI B. XILO 3

4 Prefazione Il presente opuscolo, scritto per incarico dell Arciprete in occasione del centenario della Chiesa, ha un solo desiderio: quello di esser letto dal popolo di Calvene affinché, dalla conoscenza delle vicende politico-religiose del paese, impari ad amarlo con più cosciente amore e a prodigarsi sempre, al di sopra di ogni divisione e di ogni contesa, per il suo bene. A tale scopo, ho cercato di dare alla stesura di queste note un tono narrativo ed una forma accessibile ad ogni categoria di persone. Inoltre, data la natura del lavoro, ho creduto opportuno non appesantirlo con citazioni ed ho limitato allo stretto necessario anche i richiami, che, d altra parte, sono tutti integrativi del testo. Riconosco che in queste pagine, non tutto é stato detto su Calvene e che una maggiore disponibilità di tempo per le ricerche, mi avrebbe permesso di alimentare notevolmente la mole del volumetto. Ritengo tuttavia che i dati raccolti bastino a gettare un buon fascio di luce sulla storia del paese e a soddisfare, sufficientemente, l attesa dei lettori. Calvene, 30 Ottobre LINO PELLEGRINI 4

5 Una posizione amena Calvene é una borgata della provincia di Vicenza situata in posizione amena a m. 201 s. m., in una conca circondata da colli, culminanti a Sud con il Monte Grumo (in. 385), (1) e attraversata da due torrenti: l'astico e la Chiavona. Dista da Thiene Km. 10 e da Vicenza Km. 30. Confina ad Est con Lugo e ad Ovest con Caltrano. Attualmente, compresi gli emigranti di recente data, conta 1680 abitanti, riuniti per meno di due terzi nel capoluogo, e sparsi per il resto nelle numerose e ridenti contrade le quali, con Monte e Castegnaroli, raggiungono rispettivamente i mt. 625 e mt. 720 d'altitudine. Il territorio del Comune, non finisce però con la zona abitata, ma si estende a Nord fino al monte Cavalletto (m. 1230) e più oltre ancora, fino alla Cima di Fonte (m. 1519) confinando con Asiago. Detta cima, che é la più alta della catena meridionale dell'altopiano, permette una visione panoramica ampia e meravigliosa che comprende tutto l'arco alpino dall'adamello alle Alpi Carniche attraverso l'ortles, lo Stelvio, il Cevedale, le Dolomiti trentine e dél Cadore. Calvene possiede tre grosse malghe: Cavalletto, Busa di Fonte e Cime di Fonte, capaci complessivamente di oltre 250 mucche, ricche di boschi di faggio e d'abete, che rappresentano la principale risorsa del Comune. Da qualche anno alcune ditte hanno iniziato l'estrazione del marmo dalle estese cave delle Cime. Un grande palazzo di Milano ed uno di Padova di recente costruzione, sono stati interamente rivestiti con una varietà molto pregiata di tale marino conosciuta in commercio col nome di Chiarofonte. Una strada ex militare, lunga ben 18 Km.. unisce il centro alle malghe e costituirebbe, se opportunamente riattata, una delle più rapide e sicure vie di accesso all'altopiano. Il paese é eminentemente agricolo e tutta la sua area produttiva, divisa in centinaia di piccole proprietà, é intensamente coltivata. Circa 150 operai, d'ambo i sessi, lavorano nelle Cartiere Burgo di Lugo, unica industria vicina che assorba manodopera di Calvene. L'artigianato é sviluppato quel tanto che basta a soddisfare le esigenze locali. Nel capoluogo sono in attività tre mulini, tra cui quello comunale elettrico con annessa segheria. Lungo il fiume Astico funzionano due centrali elettriche che forniscono energia al Cotonificio Rossi di Vicenza ed alla Cartiera Burgo. Tracce di Roma Sebbene non molto notevole per risorse economiche e per numero d'abitanti, Calvene vanta origini antichissime ed una storia memorabile. I primi cenni relativi ad una Gens Calvenia, si possono trovare in lapidi romane scoperte in varie località del vicentino e poste ad indicare dei beni che detta gente possedeva nella provincia. Numerose monete dell'età repubblicana e imperiale, tra cui quelle con l'effigie di Costantino, (1) Tutta la catena delle colline Bregonze di cui il il Monte Grumo è la cima, è di carattere morenico; si formò cioè coi detriti ivi deposti dalla testata di un grande ghiacciaio che nel Pleistocene dell'era Quaternaria, si stendeva dal Cavalletto al Sunto, 5

6 trovate durante gli scavi per la costruzione dell'ex casa del fascio, recentemente adattata a Municipio, danno la certezza che Calvene esistesse già ai tempi di Roma. Del resto, in parecchie località della valle dell'astico e della zona del Summano sono stati rivenuti cimeli romani; notevoli tra gli altri alcune lapidi a Chiuppano, un deposito di circa mille vittoriati - monete del secolo III avanti Cristo ed altri reperti, di epoche ancora anteriori, a Caltrano. Anche a Lugo che, come vedremo più oltre, rimase soggetto a Calvene, nell'amministrazione civile, fino alla fine del secolo XIV, fu trovata una lapide che conferma la romanità di questi luoghi. Sembra anzi accertato che a Lugo, dal latino lucus, bosco, come del resto a Lusiana, ci fosse un boschetto sacro alla dea Diana il cui culto, fino all'editto di Costantino (313 dopo Cristo) era assai diffuso nell'alto Vicentino. La chiave dell'altopiano Anticamente, nel territorio del Comune, esistevano due castelli, uno dei quali già disabitato nel In tale data essi furono acquistati dalla città di Vicenza, come si legge' nel Codice A. della Città: " Item unus mansus ect. prope castrum apud viam. Itern medietatem pro indiviso castri de Calvenis cum domibus et edificiis, curia, sive platea, fossato castri etc. ltem de uno sedimine curn una turri inhabitata prope dictum castrum in ora quae dicitur Castellare etc. Item quarta pars montis, ubi est rocca, ipsius roccae de Calvenis " (1). Di tali castelli ora non rimane altra traccia che quella del nome alle località su cui sorsero: Castellaro al centro dell'abitato, dove si trova la contrada omonima, e monte Castello o Rocca che é un'altura selvaggia a Nord del paese, lungo i fianchi della quale é ancora visibile l'antica mulattiera scavata nella roccia. Entrambi questi luoghi, come appare evidente soprattutto a chi li osservi dalle pendici del monte Cavalletto, dovevano costituire punti strategici di prim'ordine per là eventuale difesa del paese nella tattica militare antica. Il primo di essi domina, infatti, la valle dell'astico, quella della Chiavona e la principale via del centro, già tracciata nel più lontano Medio Evo; il secondo, le valli dì Chioda e Porca ed il piano antistante. Queste valli, profonde e boscose, permettevano di accedere, ben protetti e rapidamente, dalla pianura vicentina all'altopiano e viceversa; e assicurarsene il controllo, come si pensò di fare fortificando le alture al loro imbocco, costituì certamente un intelligente accorgimento tattico. Analoghe ragioni di celerità logistica e di copertura, nel 1916, consigliarono al genio militare la costruzione della strada Calvene-Cime di Fonte che, per il ruolo assunto nella guerra del , fu chiamata la strada della salvezza dei Sette Comuni. In quest'ultima guerra, sempre per tali motivi di sicurezza, il paese e i suoi dintorni vennero scelti come sede di una brigata partigiana e come punto di riferimento per numerose azioni. (1) Gli storici fanno derivare il nome di Calvene, in latino Calvenis o Cald-venis, dal fatto che un tempo, nel suo territorio, esistevano due vene d'acqua calda. Ma poiché, talvolta, negli antichi documenti, si trova scritto Clavenis anziché Calvenis, si potrebbe congetturare che il nome di Calvene sia nato dall'unione e contaminazione di due voci latine: clave-ianua che significano chiave e porta per accedere ai monti. Conforterebbe questa ipotesi anche il nome del torrente che attraversa il paese: Chiavona, in latino Clavunae. 6

7 Il Feudo Una fonte preziosa di dati storici, costituisce per noi un documento pervenutoci dall'archivio vescovile. Si tratta di un estratto catastale sulla "Dominicalità delle Decime e del Quartese di Calvene alla luce dei Documenti" a cura di Francesco Zanocco - Padova Su questa scorta abbiamo potuto ricostruire, a grandi linee, la storia economica, politica e soprattutto religiosa del paese per buona parte del Medio Evo. Nel 911 Berengario I, re, conferma al Vescovo di Padova la proprietà dei beni concessigli e gli accorda la facoltà di erigere castelli. Rodolfo, re, nel 924, riconferma il diritto a tali possessioni tra le quali figura, in " Comitatu Vicentino " anche Calvene. Buscardo, Vescovo di Padova, nel 1034, dona al Monastero di Santo Stefano, in Padova, tra l'altro, la Pieve di Calvene e la corte di Lugo. Nel 1091, Clemente 1110 (antipapa) conferma a detto Monastero la proprietà delle decime della Pieve. Delle varie investiture feudali, riportiamo, per brevità, solo le due seguenti: Il Vescovo di Padova, nei 1288, investe del Feudo di Calvene Vincenzo fu Giulio de Calvene; il 6 Agosto del 1333, il Vescovo Ildebrandino, investe dello stesso Feudo Ferrario fu Leonardo de Calvene. Questo prova, senza timore d'equivoci, che Calvene, per donazione regia, era un Feudo, una proprietà, dei Vescovi di Padova i quali delegavano ad amministrarlo un nobile del luogo. Furono quindi i Vescovi di Padova che, verso il Mille, eressero i due castelli dei quali abbiamo fatto cenno. Tali notizie, oltre che storicamente interessanti, sono anche motivo di giusta fierezza perché ci fanno sapere come gli antichi abitanti del paese cominciassero assai presto a godere delle libertà che la Gerarchia ecclesiastica concedeva ai sudditi nei luoghi soggetti al suo dominio temporale; molto prima, certamente, di buona parte delle campagne italiane che, ancora per secoli, dovettero sottostare al capriccio di prepotenti signoretti. Le frazioni si emancipano Lugo e Lonedo formavano, allora, un tutto unico con Calvene, la cui giurisdizione in tempi anteriori doveva essere ancora più vasta. Da un documento del 1268, si rileva che i canonici di Vicenza avevano a Calvene un loro sindaco e procuratore, che amministrava dei beni loro ceduti dalla città, la quale, a sua volta, li aveva incamerati alla morte di Ezzelino IV da Romano. A tale procuratore era riconosciuto il diritto di partecipare alle elezioni dei Decani, Notai, Saltiarii, Banditori ed altri ufficiali della villa di Calvene e sue contrade di Lugo e Lonedo. Nel 1390 si parla del feudo dei Comuni di Calvene, Lugo e Lonedo segno che le due frazioni avevano già ottenuta l'autonomia amministrativa. Successivamente avvennero altri mutamenti nella fisionomia giuridica di detti Comuni perché quello di Lonedo, che doveva contare un numero molto ridotto di abitanti, scomparve come circoscrizione territoriale. Calvene, a sua volta, 7

8 verso il 1500 cedette a Lugo le contrade Serra e Volpente. Un agrimensore scrupoloso Il trattato sulla Dominicalità delle Decime riporta per intero la descrizione catastale del feudo decimale eseguita da un esperto del tempo. La scrupolosa esattezza osservata dal compilatore ha fatto definire la sua fatica, che é del 1448, un mirabile saggio di toponomastica medievale. Il feudo decimale di Calvene, oltre alle contrade entrate a far parte del Comune tra cui: Lugazza, Valsavina, Fonega, Bizzozzo, Pralunghi, Magan, Castellaro, in quel tempo, ne comprendeva altre come: Serra, Volpente, Vigne, S. Giorgio, Boschetti, Piane, Carpanedo, Molan, Albara, Grumolo e ancora: Isola, Riello, Montesello, Colombare e moltissime altre, il cui nome antico non trova più riscontro in quello attuale. Un cenno a parte merita la contrada Maglio, nella quale, da tempo immemorabile, erano in attività un mulino e un maglio, azionati dall'acqua del vicino Astico. Questo precedente storico indicava tale luogo come il più adatto per collocarvi un industria di notevoli proporzioni e fu un vero peccato che gli uomini responsabili di Calvene, a suo tempo, si siano opposti all'edificazione della cartiera nelle vicinanze della contrada. Il loro gesto dovuto solo ad una spiegabile, sebbene grave limitatezza di vedute, doveva avere conseguenze assai dolorose per l'economia del paese, i cui abitanti sono ora costretti a recarsi numerosi all'estero in cerca di lavoro (1). Lo stesso errore fu ripetuto, più tardi, dai proprietari di terreno che osteggiarono con ogni mezzo la costruzione del Cotonificio Rossi nel tratto pianeggiante in prossimità della centrale sull'astico, obbligando la Ditta a sistemare i suoi impianti a Vicenza. La causa principale di questo atteggiamento ostile all'industrializzazione del paese, é da ricercarsi, secondo noi, nel cattivo trattamento riservato agli operai, per cui si riteneva economicamente svantaggioso sacrificare campi ubertosi ad un'industria che pareva allora solamente sfruttare e avvilire i lavoratori con paghe irrisorie e con orari massacranti. Nel documento non sono nominate per niente le contrade alte, perché il feudo si limitava ai più fertili terreni della zona pedemontana. E' probabile, tuttavia, che le frazioni più elevate come Monte che nel 1754, anno in cui fu eretto l'oratorio di San Bellino, contava solo sette famiglie, sorgessero più tardi. In tempi anteriori al Mille, l'ultima località abitata del versante nord-occidentale del paese era contrà Bordogni. mentre in luogo dell'attuale contrà Maso, c'era solo un gruppo di cascinali degli abitanti del piano. Nel Trentino, del resto, ancor oggi, si dà il nome di Masi ai casoni di montagna. Qualche casa del paese, tuttora abitata, é del X secolo; il grosso delle abitazioni risale, però, al , epoca degli archi all'imbocco di brevi vicoli e delle case fortemente addossate le une alle altre, quasi che gli abitanti volessero difendersi collettivamente da un a minaccia sempre incombente. Qualcuna di esse, che nelle linee architettoniche presenta tutte le caratteristiche dell'antica casa padronale, doveva appartenere a nobili del luogo i quali, pur considerando più ambito il titolo di Cives Vicentiae - cittadino di Vicenza - venivano ogni anno a trascorrere qualche mese nella terra d'origine. Nessuna traccia visibile é rimasta delle abitazioni edificate in epoche anteriori; e questo, non solo per la rudimentalità e la poca consistenza della costruzione, ma anche per le devastazioni operate dai barbari le cui invasioni si susseguirono, con ritmo incalzante, per tutto il V e per buona parte del VI secolo e furono riprese, più tardi ad opera degli Ungheri che per oltre un cinquantennio, dall'899 al 955, seminarono la strage ed il terrore nelle regioni venete. Fino al Mille, l'unico periodo di relativa, seppure umiliante calma politica fu, per l'italia settentrionale, quello della dominazione Longobarda. (1) Calvene, dall'inizio di questo secolo, ha sempre alimentato una forte emigrazione; questo è anche il motivo dello scarso aumento della popolazione negli ultimi cinquant'anni. Nel 1912 essa ammontava a circa 2000 unità, ma in questa cifra erano comprese anche 500 persone da poco emigrate. Gli espatri continuarono, poi, fino al 1924 e furono ripresi, con notevole intensità, in quest'ultimo dopoguerra. Gli emigranti di Calvene dal 1905 a tutt'oggi assommano a oltre un migliaio e sono sparsi per l'europa, l'america e l'australia. Molti sono anche gli emigranti interni. 8

9 Nella toponomastica del paese. sono rimasti i segni di tale dominazione che durò dal secolo VI all'vii ; i nomi delle contrade Bordogni, Bissoli e Bizzozzo, per citarne solo alcune, sono di evidente origine tedesca e risalgono, appunto, al periodo longobardo. Recentemente, la Commissione Provinciale di Toponomastica, respinse proprio per tale motivo, una proposta tendente a modificare il nome di dette contrade. Il Brunacci cita la seguente carta di donazione: un tale Giusto figlio di Martino di nazione longobarda, possedeva in Calvene campi, case, masserizie, mobili ecc. Ma tutto ciò che ebbe nella villa e fuori, donò, il 20 Giugno 1071, al Monastero di Santo Stefano di Padova, che aveva allora giurisdizione sulla Chiesa di Calvene. I primi nomi Fino al secolo X in Italia non si usavano cognomi; per identificare le persone si soleva far seguire al nome di battesimo quello del padre preceduto dall'indicazione di o fu. Perché l'uso dei nomi di famiglia s'estendesse a tutta la penisola. però, dovette passare ancora parecchio tempo, soprattutto per quanto riguarda le campagne. Sarebbe stato quanto mai interessante risalire all'origine di tutti i cognomi dell'epoca,o almeno di quelli che ricorrono tuttora; ma non abbiamo trovato elementi sufficienti per farlo. Possiamo solo arguire che i cognomi, in generale, sono derivati dai soprannomi che anche allora venivano imposti per distinguere tra loro individui con lo stesso nome personale e del padre. I nomi di famiglia che ricorrono più frequenti nel documento in esame, sono quelli di: Scudella (de Scuelle) Balzan, Binotto e Artuso; nei due cognomi Testa e Bradii (Brazzi) indoviniamo, inoltre, le radicali degli attuali Testolin e Brazzale. I discendenti di tali antenati possono quindi vantare radici molto solide nel paese. Non meno antichi sono però, a titolo di giustizia, altri nomi che nel 1600 figurano numerosi negli atti parrocchiali come: Tagliapietra, Cappozzo, Zampieri, Ambroso e Dalle Molle i quali non sono compresi nell'estratto catastale perché si riferivano ad abitanti di contrade escluse dal feudo. Altri nomi come Gualfredini, Alberici, Ranieri e Albertini sono ora del tutto scomparsi; scomparsi pure o trasferiti altrove i discendenti dei numerosi nobili: de Leonedo, de Braccioduro, de Vilianazzi de Boinporto ecc., risiedenti abitualmente a Vicenza e possessori di beni nel Comune. Spenta é anche, da qualche secolo, la nobile famiglia dei de Calvene, antichi amministratori del feudo. Dei nomi di abitanti di Lugo, quelli di Grazian, Cattelan, Carollo e Pasin sono tuttora diffusi e gli ultimi due, attualmente, anche a Calvene. Tutti questi proprietari di terreni dovevano versare le decime alla Chiesa locale, perché i Vescovi di Padova,che dell'esteso feudo si erano riservati solo il diritto alla decima, avevano poi conferito tale facoltà alla Chiesa di Calvene. 9

10 Olivi e piselli I prodotti agricoli del secolo XV e, presumibilmente, dei precedenti erano questi: frumento, granoturco, segala, avena, spelta, lino, fave, miglio, uva e soprattutto olive, la cui coltivazione interessava per una fascia di circa 150 m. tutte le pendici collinose meglio esposte del feudo e che, per quanto riguarda il territorio di Calvene, si estendeva da Lugazza al Termine attraverso le soleggiate contrade: Bordogni, Rossi, Colesello, Valsavina e Costa. In queste località ora viene prodotta quella prelibata varietà di piselli nota nei ristoranti della provincia col nome di piselli di Calvene che con le rinomate trote dell'astico, fanno il paio delle specialità gastronomiche del paese. L'attuale profonda trasformazione delle culture, dovuta al progressivo razionalizzarsi dell'agricoltura ed all'imporsi di economie di guerra, più che alle mutate condizioni di clima, ha inizio verso il 1600, all'epoca cioè delle invasioni francese e spagnola (1). Il granoturco, il frumento e l'allevamento del bestiame che fin d'allora s'imposero come elementi fondamentali dell'economia dél paese, assicuravano una certa autosufficienza in quei tempi di grave crisi politica ed economica. L'antica Pieve Ancora più interessante e meglio documentata é la storia religiosa del paese. Secondo la tradizione, la Chiesa di Calvene fu fondata e consacrata da San Prosdocimo primo Vescovo di Padova e Vicenza, tra il III ed il IV secolo, durante la sua opera di evangelizzazione delle due province. Nella prima metà del X secolo, era pieve e nel 1406 é ricordata come colleggiata. E' matrice delle Chiese di Sant'Andrea di Mason, di San Giorgio di Perlena, di San Pietro, San Giorgio e San Giovanni Battista di Lugo. Una chiara riprova dell'antichità ed importanza della Chiesa di Calvene, é data dal maestoso battistero romanico che risale al X secolo. In quel tempo, infatti, solo nelle Pievi, chiamate anche Chiese Battesimali, veniva amministrato il Sacramento del Battesimo e i fedeli delle Cappelle filiali, nel caso presente fino a quella di Mason compresa, dovevano confluire a Calvene per battezzare i loro figli. Nella nostra zona pedemontana, solo le Chiese di Breganze, Caltrano e Thiene possono vantare un passato illustre come quello della Chiesa di Calvene. E' significativo, inoltre, il fatto che tutte quattro hanno lo stesso titolare; e questo, forse, perché prima che alla Diocesi di Padova, erano appartenute a quella di Vicenza della cui Cattedrale, pure dedicata a Santa Maria, sarebbero state tra le prime emanazioni nella provincia. La Pieve di Breganze, che verso il 1600 aveva una circoscrizione territoriale tanto estesa da comprendere, tra l'altro, anche le Chiese di Sant'Andrea di Mason, di San Giorgio di Perlena e di San Pietro di Lugo, acquistò tale maggior prestigio solo dopo l'incorporazione di dette Chiese che per secoli erano rimaste soggette alla Pieve di Calvene. Nel 1400 al Parroco di Calvene spettavano il beneficio canonicale di Santa Maria di Calvene e quello chiericale di Sant'Andrea di Mason. Nen 1508 questa Chiesa disponeva ancora di due benefici e l'arciprete Giovanni de Drinarto era in controversia con il Sacerdote Francesco de' Godi per uno di essi. La dignità della Pieve é confermata anche dall'elenco dei Pievani che la ressero e che qui sotto riportiamo, per quanto riguarda il '400, solo parzialmente, rispettando la terminologia caratteristica del tempo. Non pochi di essi, com'é facile rilevare, appartenevano alle più illustri famiglie dell'epoca. Nell'anno 1414 il beneficio canonicale della Pieve di S. Maria di Calvene fu conferito al Venerabile uomo sig. Antonio de Fossato già rettore della Chiesa di S. Lorenzo di Padova. Nel 1423 al Prete Azzolino figlio del sig. Antonio di Fara. Nel 1427 al Prete Antonio di Bartolomeo cittadino di Padova. Nel 1443 al Prete Andrea di Mercede di Venezia che succede al Prete Pietro pure di (1) Tali invasioni, non interessarono direttamente la maggior parte delle terre venete, ma i loro riflessi deleteri si fecero ugualmente sentire in queste località determinando notevoli mutamenti nella loro fisionomia agricola. D'altra parte i pochi olivi sopravissuti stanno a dimostrare col loro rigoglio che nella zona, contrariamente a quanto molti pensano, le variazioni climatiche sono state del tutto trascurabili negli ultimi cinque secoli. 10

11 Venezia. Nel 1447 al Prete Cristoforo di Treviso. Nel 1455 al Prete Manfredino di Pergola. Nel 1457 al Prete Leonardo di Stoccarda (Germania). Nel 1457 al Prete Angelo dalle Noci del Regno. Nel 1469 al Prete Giacobino de' Francigiati di Padova e poi al Fratello Grazia di Cremona dei Serviti di S. Maria dell'ordine di S. Agostino, ottenuta la dispensa dal Papa Pio II Nel 1475 al Prete Benedetto fu Leonardo di Padova. Nel 1476 al Prete Lorenzo dei Cavalieri di Mirandola. Nel 1477 al Prete Maestro Francesco davicenza dell'ordine dei Predicatori Professore di S. Teologia. Nel 1484 al Prete Francesco de' Malaffi per rinuncia del sacerdote Francesco de' Godi di Vicenza. Ancora nel 1484 al Venerabile uomo Prete Marino Suma Drinastene canonico di Ravenna; e l'elenco potrebbe continuare con nomi altrettanto rappresentativi. Il Vescovo di Padova Barozzi, visitando nel 1488 la Chiesa di Calvene, lasciò scritto che ad essa erano soggette ancora quelle di San Pietro, San Gio. Batta e San Giorgio in campagna di Lugo. Nel 1552, la vecchia Chiesa che probabilmente non era stata la prima costruita, fu riedificata, in un luogo ancora individuabile, tra il torrente Chiavona e l'attuale cimitero. Essa ebbe l'onore di essere visitata dal Beato Gregorio due volte: il 13 settembre dell'anno 1668 ed il 3 Giugno del ottenere l'autonomia religiosa. Onde dimostrare che tra le due chiese c'era una distanza sufficiente a giustificare la richiesta, fece eseguire da un notaio e " perticatore pubblico " la misurazione o, come si diceva allora, la perticazione di tale distanza che risultò di 1888 pertiche. Ma il consiglio comunale di Calvene, forte della prerogativa della sua Chiesa e deciso a difenderla, con deliberazione unanime, determinò di inviare una delegazione al Vescovo per supplicarlo di non aderire alla richiesta di Lugo. I tre sindaci incaricati dell'ambasciata (noi chiameremmo il primo sindaco e gli altri due assessori) furono: Andrea Scudella, Paolo Cappozzo e Cristoforo Testolin. La supplica da presentare al Vescovo era sottoscritta da una quarantina di capifamiglia. I delegati, insistendo sul principio che da tempo immemorabile il parroco di Calvene aveva sempre curato le anime dei fedeli di Lugo, ottennero che per allora la scissione fosse scongiurata. Verso il 1640, tuttavia, la separazione avvenne ugualmente e i fedeli della parrocchia di S. Maria si ridussero a 466. Calvene, che in passato aveva avuto un ruolo politico e religioso predominante sui paesi posti ad oriente, fino a Mason, vale a dire fino ai confini di Marostica, da ora in poi é ridotto alle proporzioni attuali anche come giurisdizione spirituale. Lugo fa da sé Col volgere degli anni le Chiese filiali si staccano dalla loro matrice. Nel 1601, la Chiesa di Lugo era retta ancora dall'arciprete di Calvene, quand'ebbe inizio la controversia che doveva concludersi con lo smembramento delle due Chiese. In quel tempo amministrava la parrocchia, che contava oltre 1200 anime, un sacerdote cieco il quale ottenne dal Vescovo l'autorizzazione di eleggersi un cappellano che lo coadiuvasse nella Chiesa di Lugo. Tale facoltà fu confermata anche ai parroci successivi. Nel 1627, però, il comune di Lugo, fattosi forte del fatto che aveva un sacerdote nel luogo, umiliò al Vescovo un'istanza per 11

12 Venezia non scherza Il paese subiva intanto le vicende storiche delle terre venete, rimanendo lungamente soggetto alla dominazione di Venezia che lasciò tracce in numerose monete rinvenute durante lavori di sterro, tra cui una del 1526 con l'effige del doge Loredan. Secondo la tradizione, poi, nei primi tempi del dominio della Serenissima, un importante personaggio di Chioggia, non meglio identificato, caduto in disgrazia del governo della repubblica, fu relegato con la famiglia nella valle che, dal nome della sua patria, fu chiamata di Cioza o Cioda, deformazione dialettale di Chioggia, ad ovest del monte Castello. L'esule, onde assicurare il necessario a sé ed alla sua famiglia, dissodò per primo il terreno boscoso della valle che conserva tracce di un'antica, razionale sistemazione a terrazze, mentre sono ancora visibili i ruderi dell'abitazione che l'ospitò. Peste e archibugi Nel 1575 anche su Calvene come sul resto d'italia e d'europa, s'abbatté il flagello tremendo della peste (peste di S. Carlo) che fece larga messe di vite umane. Per comprensibili ragioni sanitarie, le vittime del morbo furono seppellite un pò' lontano dal paese e dalla via comune e, precisamente, nella località denominata, da allora, Lazzaretto, lungo il torrente Chiavona. In ricordo della pestilenza, sulla sommità del piccolo rilievo tondeggiante che accolse le salme, fu eretto un capitello detto di S. Rocco, dipinto da ambo i lati e recentemente restaurato e affrescato dal pittore Puppin di Schio che vi ha riprodotto, da una parte l'immagine di S. Rocco, protettore degli appestati e dall'altra, sullo sfondo del duomo di Milano, quella di S. Carlo Borromeo che si prodiga per essi. In passato il capitello era stato dipinto altre due volte, la seconda dopo il colera del 1837, nel quale morirono 18 persone. La vecchia scritta latina, " anno pestis 1575 erectum et anno post choleram 1837 innovatum ", venne sostituita dall'attuale in lingua italiana che dice cosi: " eretto l'anno della peste 1575, restaurato dopo il colera del 1837, rinnovato nel 1951 dal pittore Puppin Vittorio". Nel 1587, cioè 12 anni dopo la grande pestilenza, le anime della parrocchia, Lugo compreso, erano 1353; nel 1592, vale a dire cinque anni più tardi, esse erano ridotte a sole 1200, con una differenza in meno, cioè, di 153 unità. Quale altro fatto intervenne nel frattempo a decimare ulteriormente la popolazione dei due paesi? Non abbiamo potuto rilevarlo dalle nostre fonti storiche, ma probabilmente altre epidemie od altri funesti eventi s'abbatterono in quegli anni calamitosi sulla parrocchia, e non su questa soltanto. Anche in tempi successivi si riscontrarono sbalzi in meno, talora notevoli, nel numero degli abitanti. Se bisogna, quindi, sfatare l'opinione che la peste di S. Carlo abbia risparmiato nel paese solo tre abitanti, tuttavia i morti di tale malattia, da quella data in poi, dovettero ammontare a varie centinaia. Tutti vennero sepolti a S. Rocco. Morti numerose tra i bambini erano allora provocate oltre che dall'ignoranza dei più elementari accorgimenti igienici, dalle frequenti epidemie di vaiolo, di difterite e da altre malattie dell'infanzia allora estremamente diffuse per la mancanza dei vaccini preventivi. Ogni anno più dei due terzi dei nati moriva in questo modo. Nel 1723, tanto per fare un esempio, ben 20 bambini al di sotto dei due anni " volarono al cielo " secondo l'espressione allora usata negli atti e se si pensa che in quel tempo Calvene contava appena 600 abitanti, il numero delle piccole vittime assume proporzioni davvero spaventose, perché supera di molto quello delle nascite di un intera annata. Oltre a queste cause comuni di morti in massa, ve ne erano altre di carattere locale. I frequenti casi di febbre maligna e quartana, danno conferma alla convinzione che nella zona fosse diffusa la malaria, dovuta all'esistenza d'una vasta palude nel vicino territorio di Zugliano, in località detta Pescare. Fu questa, anzi, la ragione principale per cui quel paese, anziché nel piano, come sarebbe stato più logico, sorse in collina. Il bilancio dei decessi di alcuni secoli, scarta in pieno la diffusa opinione che i nostri vecchi vivessero fino ad età molto avanzata. In 200 anni, dal 1600 al 1800, solo due persone vissero fino a 90 anni; più della metà dei sopravvissuti a quella che potremmo ben chiamare la strage dell'infanzia, moriva prima dei 40 anni e gli altri assai raramente superavano il limite dei 70. A anni si moriva di "flussi catarrali", di "stringimento di petto" e di altri mali propri della vecchiaia, né più né meno di quanto avviene adesso verso gli 80. Del resto la cosa é facilmente comprensibile quando si pensi alla vita dura che si conduceva in 12

13 quei tempi, al nutrimento irrazionale ed insufficiente ed alle numerose malattie che, curate con metodi empirici e con mezzi assolutamente, inadeguati, lasciavano tali tracce nel fisico da comprometterne gravemente la resistenza (1). Fino alla fine del 1700, ogni tanto qualcuno moriva perché " assaltato d'archibugiata ". Questo fatto dà ragione alla tradizione che vuole il banditismo molto diffuso in questi luoghi, per la possibilità d'asilo offerta dalle fitte macchie che coprivano, in passato più che adesso, i fianchi delle colline e delle montagne. I più vecchi del paese, del resto, hanno sentito raccontare dai genitori che ogni tanto loschi figuri barbuti e armati fino ai denti, scendevano a valle e si recavano, perfino, ad assistere alla Santa Messa collocandosi, per prudenza, alle porte della vecchia Chiesa. Il risorgimento italiano non lasciò indifferenti gli abitanti del paese che parteciparono attivamente alle lotte per la libertà e l'indipendenza. In quegli anni d'intensa passione nazionale, alcuni patrioti del luogo, attivamente ricercati dai gendarmi austriaci, trovarono asilo e protezione presso il Rev.do don Brunello che li occultò per diverso tempo nella soffitta della Chiesa, rifornendoli segretamente di viveri. Le peripezie dei patrioti erano seguite dal paese con viva simpatia e con cordiale sollecitudine. Diciassette Pastori Riteniamo opportuno riportare anche l'elenco degli Arcipreti più recenti, a partire dal 1600, tanto più che il ricordo di alcuni di essi é ancor vivo nella memoria popolare. 1620: Arciprete don Valeriano Parise,il sacerdote cieco che per avere ottenuto, a motivo della sua inabilità, un coadiutore per la Chiesa di Lugo, fu la causa immediata, seppure involontaria, dello smembramento. 1627: don Andrea Bottacin. Durante il suo ministero ebbe luogo la controversia tra le due Chiese; difese strenuamente i diritti di quella di Calvene, ma avendo i fedeli di Lugo costruito, in quegli anni la nuova Chiesa di S. Gio Batta (1607), il campanile e la casa per il curato, fu giocoforza arrendersi alla nuova realtà e riconoscere loro l'autonomia religiosa. 1648: don Gio Batta Lugonsi. 1659: don Gio Batta Breganze. 1661: don Rinaldo Viero. 1683: don Girolamo Trentini di Breganze. 1724: don Antonio Nicoli morto il 21 aprile 1730, già parroco di Lugo. 1730: don Pietro Zordani di Cogollo; morto improvvisamente in sacristia il 24 ottobre 1762, mentre si accingeva a celebrare la S. Messa Per merito suo, nel 1747, fu eretta canonicamente la Confraternita della Cintura. 1763: don Gabriele Cantele, morto nel (1) Il forte aumento della popolazione nel mondo in questi ultimi due secoli è dovuto quindi, non tanto al maggior numero di nascite, quanto alle migliorate,condizioni di vita ed al progresso veramente prodigioso della medicina e della chirurgia che hanno eliminato quasi del tutto la mortalità infantile e trovato il rimedio a molte delle malattie epidemiche che in passato facevano strage tra i popoli. 13

14 1776: don Domenico Fraccari di Gallio, morto il 30 Novembre : don Domenico M.a Fraccaro, Vicario Foraneo, morto il 25 Agosto 1831, dopo 24 anni di ministero. 1833: don Francesco Testolin (Peronio) morto a Terrassa Padovana. 1845: don Michele Panozzo di Cogollo. Fece edificare, nel 1852, la Chiesa attuale. Morì a Caltrano dove era passato nel 1859 in qualità di Parroco e Vicario Foraneo. 1860: don Gio Batta Brunello, morto il 17 Dicembre 1906, dopo 46 anni di lodevole ministero. 1907: don Pietro Costa di Rotzo, già Parroco di Pedescala, deceduto nel I grandiosi funerali riuscirono una solenne testimonianza d'amore e di riconoscenza dell'intera popolazione al venerando Pastore. 1949: Economo Spirituale don Bruno Bisson, già solerte cooperatore dal Egli fu valido sostegno all'arciprete nei suoi ultimi anni di vita ed é ancora ricordato con viva simpatia per lo zelo e la prudenza con cui seppe svolgere la sua missione sacerdotale in tempi tanto densi d'avvenimenti. 1949: 4 Dicembre, solenne ingresso del nuovo Arciprete Rev. don G. B. Xilo. Ordinato Sacerdote nei 1939; per un anno Assistente in Seminario a Thiene; per due anni e mezzo Cooperatore a Chiesanuova, comune di Padova; per circa tre anni cappellano militare e prigioniero di guerra; cooperatore a Zugliano nei 1945 e poi, dal maggio del 1948, rettore della Chiesa di S. Rocco di Asiago. Epopea religiosa L'anno 1850, nella notte dal 26 al 27 luglio una grave sciagura gettò il paese nella costernazione. Il torrente Chiavona, enormemente ingrossato per le recenti piogge, straripò con spaventosa furia all'altezza di casa Pasin, sradicando alberi e rotolando massi. La fiumana s'abbatté sul muro di cinta del cimitero e con impeto rovinoso lo travolse disseppellendo i cadaveri e disseminandoli per la pianura sottostante fino alla contrada Serra. Il corpo di un sacerdote, Don Domenico Rizzato, cappellano del paese, da poco tumulato, fu trovato nei pressi della Cartiera attraverso un albero. La Chiesa ed il campanile, nelle immediate vicinanze del cimitero, furono invasi dall'ondata di piena che devastò l'interno del tempio e compromise irreparabilmente la statica dei due edifici. Fu necessario, allora, pensare alla costruzione di una nuova chiesa in luogo più sicuro e più adeguata ai bisogni dell'aumentata popolazione. L'idea fu lanciata dall'arciprete don Michele Panozzo e accolta con entusiasmo dal popolo che sotto la sua guida seppe scrivere in quel frangente, le pagine più luminose della sua storia religiosa. Furono giornate da vera epopea quelle che si vissero a Calvene dal 1850 al 1852! In una gara eroica, non badando a spese ed a fatiche, tassandosi in base alla proprietà, prodigandosi giorno e notte per apprestare i materiali da costruzione o nel lavoro edilizio propriamente detto, in meno di due anni, quei generosi, sorretti da una fede ardente, riuscirono a mettere in piedi la rispettabile mole della chiesa attuale. Per avere un'idea dell'impegno col quale tutti si posero all'opera, basti pensare che in un solo giorno venne tagliata dai boschi e ammassata in una catasta immensa tutta la legna necessaria alla produzione in loco della calce occorrente. Anche i vecchi ed i fanciulli seppero aiutare gli uomini validi, in lavori spesso superiori alle loro forze. Le stesse donne vollero contribuire alla rapida attuazione dell'impresa in forma davvero commovente; offrendo cioè, alla Chiesa, per diversi anni, 2000 cappelli all'anno confezionati con la treccia frutto delle loro veglie. Per l'armonia delle proporzioni, la serenità riposante e la devozione che ispira, la nuova Chiesa riuscì un gioiello d'arte in puro stile jonicodorico, veramente degna dell'insigne artista che la progettò: Sua Eccellenza Antonio Diedo, splendore della Scuola Veneta e architetto di Corte dell'imperatore d'austria. Il giorno dell'inaugurazione i fedeli accorsero a centinaia dalle parrocchie vicine, per ammirare lo spettacolo di questo tempio sorto quasi per incanto, e per congratularsi col popolo di Calvene e col suo degno pastore. Sei anni più tardi, con un sforzo generosissimo, anche se, questa volta, quasi esclusivamente economico, il sacro edificio fu abbellito con pregevoli particolari decorativi e pittorici; notevoli 14

15 fra tutti gli artistici chiaroscuri del pittore Valentino Soppini, anch'egli allievo della Scuola Veneta, che illustrano, negli intercolunni, vari episodi della vita del Redentore. L'Arciprete non si peritò di rivolgersi per aiuti anche a Vienna, alla Corte Imperiale che, pur avendo già concesso l'architetto, aderì alle nuove pressanti sollecitazioni dello zelante Sacerdote, stanziando per i lavori di rifinitura della Chiesa, la bella somma di mille fiorini. A don Michele Panozzo spetta anche il merito d'aver saputo recuperare dalle rovine, ed utilizzare per il nuovo tempio, l'ingente patrimonio artistico della vecchia Chiesa. Di esso fanno parte: la tela dell'annunciazione del Maganza - pala dell'altar maggiore - l'altra tela pure dell'annunciazione, d'ignoto autore del 600, e quella della Cena di Emmaus, dagli espenti attribuita al Veronese od alla sua scuola, poste ai lati del coro; il quadro di San Pietro Martire di Jacopo Da Ponte, recentemente ripulito ed identificato dal pittore Vedovato di Vicenza e collocato, dal 1949, in sacristia per dar posto alla statua di San Giuseppe nel nuovo altare votivo; quattro altari in marmo tra cui quello del SS.mo, dal magnifico tabernacolo, e altri tre laterali anch'essi di eccellente fattura, tutti nello stile di passaggio dal rinascimento al barocco - (seconda metà del 1500). -. Un quinto altare, quello della Madonna della Cintura, travolto dalle acque, andò completamente distrutto e fu una vera fortuna che si sia potuta salvare, in circostanze che hanno del prodigioso (1), la statua bizantina in marmo dipinta della Madonna. Essa, infatti, era venerata ancona nella prima, antichissima Chiesa di Calvene dove figuravano anche, oltre al Battistero di cui parlammo, la pregevole terracotta di San Pietro Martire, del '400 ed il monumentale Crocefisso gotico che, per circa sette secoli, capeggiò maestoso nell'arco trionfale di entrambe le vecchie Chiese. Anche questi due ultimi cimeli sono conservati, assieme ad alcuni altri, nella sacristia che é stata trasformata, così, in galleria d'arte. Un elogio tutto particolare, perciò, meritano, a loro volta, gli antichi Arcipreti di Calvene che hanno saputo accumulane e conservare con tanta cura opere di così alto valore artistico. 1) Ecco come viene narrato il fatto: Un giorno, qualche tempo dopo lo straripamento del torrente Chiavona, un contadino stava arando un podere nelle vicinanze della Chiesa distrutta quando, ad un tratto, i buoi s'impuntano e, per quanto il padrone li solleciti col pungolo e con la voce, non muovono più un passo. Impressionato della cosa, dopo essersi inutilmente affannato per un bel po, l'uomo chiama alcune persone che, a loro volta, cercano con le percosse e con la forza di smuovere gli animali; ma invano. Intanto, accorre sul luogo molta altra gente tra cui il Parroco il quale, avendo intuito il carattere prodigioso della cosa, comanda di scavare la terra davanti ai buoi; ed ecco che tra la commozione più viva di tutti i presenti appare, ancora intatta, la statua della Vergine che le onde limacciose, avevano rotolato lontano ricoprendo, poi, di uno spesso strato di melma. La sera stessa, la sacra immagine, accompagnata da tutto il popolo accorso alla notizia dell'avvenimento, fu portata processionalmente in canonica in attesa che nella costruenda Chiesa, venisse approntato un altare per accoglierla. 15

16 don Brunello Il campanile fu fatto erigére, fino a copertura del castello delle campane, tra gli anni , dall'arciprete don G.B. Brunello, noto per il suo patriottismo che gli fruttò, proprio in quei tempo, molte noie da parte della polizia austriaca. Gli anziani ricordano ancora di quale larga popolarità godesse nel paese l'ottimo Sacerdote, per la sua giovialità e la sua arguzia. Durante il suo ministero che superò in durata quello di qualunque altro Parroco negli ultimi 400 anni, fu costruito, su terreno della prebenda, l'attuale cimitero. Egli dotò inoltre di organo la Chiesa Arcipretale che fece poi abbellire con varie pitture tra cui, degno di nota per la felice intuizione artistica e per la bontà dell'esecuzione, il grande affresco raffigurante, sotto la navata, la visione di Costantino. il lavoro che é del 1900, fu eseguito dai pittore Puppin di Schio. L'anno 1901, al centro della contrada Magan in ricordo dell'anno Santo, veniva eretto il sacello dedicato al SS.mo Redentore. Don Brunello, così lo chiamava il popolo, morì nel 1906 in seguito ad una banale caduta, mentre, vecchio di 84 anni, ma ancor sano e vegeto, si recava in contrà Bordogni per ragioni inerenti al suo ministero. Un realizzatore Sebbene, per visione diretta, o per sentito dire, gli avvenimenti che stiamo per narrare, siano noti a gran parte della popolazione, essi sono così importanti che non possiamo esimerci dal farne cenno. La storia degli ultimi cinquant'anni di vita del paese é storia delle comuni vicende politichesociali della nazione, dominate dai sinistri bagliori delle due grandi guerre. E' storia, quindi, in parte di apprensioni e di lutti ma, per quanto riguarda il Comune e la Parrocchia di Calvene, anche di realizzazioni pratiche tendenti a portare il paese sempre più all'altezza dei tempi, adeguandone la struttura ed i servizi alle esigenze della vita moderna. A don Brunello, nel 1907, succedeva nella cura pastorale l'arciprete don Pietro Costa già Parroco di Pedescala, il quale, nello stesso anno, con la collaborazione della civica Amministrazione, degnamente rappresentata dal Sindaco Pietro Brazzale, ricostruì ed ampliò la casa canonica, trovata in pessimo stato di conservazione. Nel 1912, egli fece erigere, in legno di larice rivestito con lamiera di rame, la cuspide del campanile. Esecutore del lavoro fu il Sig. Toffanello da Mason; essa é alta m. 18 e dà un aspetto più snello e slanciato alla torre campanaria che misura così, dalla base, m. 55 d'altezza. Una lapide sulla facciata principale ricorda ai posteri il gesto generoso del fabbriciere Brazzale Francesco, per 16

17 50 anni solerte amministratore delle rendite della chiesa, il quale contribuì con L (circa un milione di lire attuali) all'erezione della cuspide la cui spesa complessiva ammontò a L Inoltre, alla sua morte, il Brazzale lasciò l'intera proprietà valutata allora a L , alla locale congregazione di carità. Nel 1912 fu fatta restaurare, perché deturpata dal tempo, la facciata della Chiesa, sotto l'attico della quale, il pittore Attilio Bonn d'este affrescò la scena dell'annunciazione e i due medaglioni con le immagini di S. Giuseppe e di S. Antonio di Padova. Ai lati della porta maggiore, in due nicchie, vennero collocate le statue degli apostoli Pietro e Paolo in marmo di Carrara, apprestate dallo scultore Giovanni Scarante da Pietrasanta. L'anno successivo lo Scarante scolpì anche i due Cherubini oranti ai lati dell'altar maggiore, incidendovi nel piedestallo le iniziali dei due donatori: coniugi Brazzale Valentino ed Elisabetta. Contemporaneamente, il pittore Bordin decorava il coro dipingendo nei due archi i dodici apostoli con le insegne del martirio e, nel fastigio, la Vergine incoronata Regina del cielo e della terra dalla SS. Trinità. Profittando della presenza dei due artisti, il vano interno della Chiesa opposto alla sacrestia, venne adattato a grotta di Lourdes. Fu lo stesso scultore che nel 1919 eseguì tutti i lavori in marmo dell'altare di S. Antonio, compresa la statua, mentre i pittori Vittorio ed Angelo Puppin, nipoti dell'autore del grande affresco della visione di Costantino, aggiungevano nuovi elementi decorativi alla chiesa che, finalmente, il giorno 20 novembre 1920 veniva solennemente consacrata da S.E. Mons. Luigi Pellizzo, Vescovo di Padova. Fin dal 1914 s'era dato inizio alla costruzione dell'asilo infantile, ma lo scoppio della guerra provocò l'interruzione dei lavori che vennero ultimati solo nel Nell'attuazione dell'opera, oltre alla generosità dei parrocchiani, fu di valido aiuto all'arciprete il fratello Cappellano don Giovanni, il quale dimostrò il suo interessamento per l'iniziativa non solo con la parola stimolatrice, ma anche con i fatti, lavorando instancabile di cazzuola e martello fino ad impresa compiuta. Due apostoli L'asilo con l'annessa scuola di lavoro fu aperto sotto gli auspici del S. Cuore e venne affidato alle solerti cure delle Suore Minime del Suffragio che, in numero di tre, fecero il loro ingresso il 19 ottobre 1922, giorno dell'inaugurazione. La prima Superiora, Suor Maria Francesca Ferraris, lo resse per ben 15 anni con tale zelo e con tale abnegazione da conquistarsi la stima e la venerazione di tutto il popolo. Il giorno della sua morte avvenuta il 15 gennaio 1939, fu un giorno di lutto per tutti e i funerali riuscirono una commovente dimostrazione d'affetto alla benemerita suora. Per sua espressa volontà, il suo corpo fu sepolto nel camposanto del paese. In contrà Pradelgiglio, nel 1927, fu riedificato in posizione più felice e con proporzioni più vaste l'oratorio di S. Valentino, che tiene conto anche delle necessità spirituali delle contrade soprastanti. Dal 1939 al 1944, fu cappellano a Calvene il Rev. don Tarcisio Costa, nipote dell'arciprete, che diede notevole impulso alle varie organizzazioni della parrocchia, con particolare riguardo alle associazioni giovanili, per le quali fu fatta costruire una sede decorosa al posto delle vecchie stalle del beneficio, nelle immediate adiacenze dell'asilo. Contemporaneamente, vennero apprestate anche alcune aule per l'insegnamento della dottrina cristiana. L'attivissimo cooperatore che, nonostante la precaria salute, negli anni tristi della guerra, si era prodigato senza risparmio d'energie per il bene materiale oltre che spirituale della popolazione, reperendo, tra l'altro, e trasportando con la bicicletta assieme a pochi volontari, da lontane località della provincia, generi di prima necessità e vestiario per i più bisognosi del paese, soccombette vittima del proprio zelo. Più che lo strapazzo fisico, pur notevole, al quale egli si era sottoposto negli ultimi tempi, valsero però a stroncarne la giovane vita le amarezze per i danni morali operati dalla guerra in quella gioventù che egli aveva tanto amato. Morì il 17 settembre 1947 tra il compianto generale. Dopo meno di due anni lo raggiungeva nella tomba, ormai ottantenne, lo zio Arciprete. La mole delle opere da lui attuate nei 42 anni del suo ministero, svoltosi in tempi quanto mai difficili, lo fa collocare tra i pastori più benemeriti della Chiesa di Calvene. 17

18 Fervore d'opere Negli anni precedenti la prima guerra mondiale, l'amministrazione civica e l'iniziativa privata andarono a gara con l'autorità religiosa per venire incontro alle principali necessità del paese. Nel 1906 furono costruiti il molino comunale e l'annessa segheria azionati elettricamente con parte dell'energia prodotta dalla centrale del Maglio. La ditta Porcheddu di Torino costruì nel 1907 l'arditissimo ponte ad una sola arcata sul fiume Astico progettato dal giovane Ing. Rossi di Schio e citato, per l'eccezionale ampiezza del suo arco (40 metri), nei manuali d'ingegneria. Questo ponte, con quello sulla Chiavona, che é del 1878, risolveva, relativamente al traffico di quei tempi, il problema della viabilità per il paese. Un gruppo di volonterosi, sempre nel 1907, seppe dare forma concreta alle nuove idee sociali fondando la latteria S. Antonio e la cooperativa di consumo. Grazie al vivo interessamento dell'autorità comunale, nel 1911, molto prima cioè di molti altri paesi della provincia, Calvene ebbe l'energia elettrica per l'illuminazione privata e pubblica. Intanto un acquedotto, scavato interamente nella roccia, attraverso m di condutture e 370 di dislivello, portava l'acqua potabile dalla località Vanzo alla frazione Monte i cui abitanti più anziani, per avere eseguito i gravosissimi lavori con ammirevole concordia e tenacia, sono degni della miglior lode. Su progetto dell'ing. Zuccato di Thiene, da poco defunto, ebbe inizio, nel 1913, la costruzione del magnifico edificio scolastico che, a causa della guerra, venne ultimato solo nel Tuona il cannone Calvene che già nella battaglia di Adua (1896) per la conquista dell'eritrea, aveva perduto due valorosi suoi figli, pagò generosamente il suo tributo di sangue e d'eroismo alla Patria anche nella guerra del Ben 31 furono i caduti nei vari campi di battaglia, dal Carso alla Marna, e tra i combattenti non pochi furono i decorati. Tra gli stessi civili, per lo scoppio di residuati o per altri motivi inerenti alla guerra, si ebbero 9 vittime. Un monumento in marmo dello scultore Scarante ed un viale di lauri perennemente verdi, ne ricordano ai posteri il supremo olocausto. Mentre gli uomini più giovani e validi, compivano così il loro dovere d'italiani, il paese viveva ore di grave disagio e di tremenda angoscia per la vicinanza del fronte. Nel 1916, l'avanzata tedesca aveva raggiunto i margini meridionali dell'altopiano consigliando all'autorità militare l'evacuazione prudenziale del paese. La mattina del 14 Giugno, dopo la requisizione del bestiame effettuata il giorno prima, tutta la popolazione fu concentrata a Thiene e, dopo qualche giorno, smistata per varie località della 18

19 provincia di Vicenza e di quelle di Bergamo, Sondrio e Cremona. Respinto il nemico dal territorio dei Sette Comuni, dalla nostra offensiva del Luglio, i profughi poterono far ritorno alle loro case, ma qui altre prove dolorose li attendevano. Fin dai primi giorni, infatti, scoppiò il cholera morbus ed il primo ad essere colpito fu il padre dell'arciprete, sig. Antonio Costa. Fortunatamente, però, l'epidemia fu circoscritta e solo una donna vi morì. Più vasta diffusione ebbe invece la febbre spagnola che colpì quasi tutti, grandi e piccoli, mietendo alcune vittime. Le nuove scuole del paese, dal tempo delle azioni sull'altopiano al termine della guerra, furono adibite a ospedale da campo. Numerosi feriti, trasportati prima a spalle, attraverso disagevoli mulattiere, e poi con automezzi per la strada militare del M. Cavalletto, vi furono curati. La disfatta subita dal nostro esercito nell'autunno del 1917, fece predisporre un altro sgombero del paese; ma la popolazione era decisa, stavolta, di esporsi al pericolo dell'invasione nemica, piuttosto che affrontare nuovamente la disagiata vita del profugo. Fu in quell'occasione che si pensò d'invocare la protezione di S. Antonio facendo voto di dedicargli un altare nella chiesa Arcipretale e di considerare giorno festivo il 13 giugno, qualora il paese, per sua intercessione, fosse stato preservato dalla distruzione. L'aiuto del cielo non mancò e le promesse furono mantenute. Il Venerdì Santo del 1918 si stabilì a Calvene un comando di tappa inglese e, qualche mese più tardi, anche un reparto di truppe francesi. Gli abitanti del paese ebbero modo di dimostrare anche in quell'occasione la loro tradizionale ospitalità mettendo a disposizione dei soldati alleati le proprie abitazioni. Nei campi della Vignola ed in alcune gallerie di contrà Triboli era stata ammassata grande quantità di munizioni e di esplosivo ed un distaccamento di soldati italiani rimase di stanza nel paese fino all'autunno del 1919 per fare la guardia a detti depositi. In quell'anno fu smontata anche la teleferica che collegava il paese con Tezze di Siessere, trasportando uomini e materiali per tutta la durata delle operazioni. Terminata la guerra, la tranquilla e laboriosa popolazione di Calvene tornò alla sua vita normale di lavoro e di quotidiano sacrificio. Riprende il cammino A causa della sua ubicazione, Calvene era, per così dire, tagliato fuori dalle principali vie di comunicazione della provincia; per cui assai difficili, perché affidate a mezzi personali o di fortuna, erano le sue possibilità di contatto con Thiene, capoluogo di mandamento e con Vicenza. A risolvere il problema, che comprometteva seriamente per i Calvenesi il rapido e proficuo disbrigo degli affari e delle pratiche amministrative, provvide, dopo un breve esperimento di privati, la S.I.T.A., istituendo, nel 1937, un ottimo servizio d'autocorriere che collega 19

20 il paese con i centri sunnominati e con le altre numerose località della provincia poste lungo la linea. Il grosso dell'abitato e le contrade immediatamente periferiche ebbero acqua potabile in abbondanza nel 1936 con la costruzione dell'acquedotto della Rocca, la copiosa e freschissima sorgente che sgorga ai piedi delle tre suggestive cascate della valle di Chioda, nota anche nei dintorni, perché meta di allegre scampagnate domenicali. Il nuovo acquedotto, oltre che a Calvene, fornisce acqua anche a gran parte del vicino comune di Lugo. Prima che il problema idrico fosse risolto in maniera così radicale e soddisfacente, venivano sfruttate, zona per zona, le varie piccole sorgenti sparse per il paese. Il più antico di tali acquedotti parziali é, senz'altro, quello che portava l'acqua alla fontana della piazza. Sulla pietra frontale della vasca di raccolta, situata lungo la strada di S. Antonio, sono ancora visibili, rozzamente incise sopra un mascherone, la data di costruzione (1560), il nome del fontaniere ed altre parole decifrabili solo in parte. Nel 1929 venne costituita la latteria sociale S. Bovo, che dispone di un moderno macchinario e conta un numero rilevante di soci. Anche la seconda guerra mondiale lasciò tracce sanguinose nel cuore dei Calvenesi, perché fece passar loro cinque lunghi anni di grave apprensione e mieté altre giovani vite. Il ricordo dei nuovi caduti ai quali s'aggiunse di recente la piccola vittima di un residuato, é tenuto sempre vivo dal nome inciso nel marmo del monumento accanto a quello dei morti della guerra del , e da altrettanti giovani lauri piantati nel parco della rimembranza. Inoltre, strascico quanto mai doloroso, dopo tanti anni dalla fine del conflitto, qualche famiglia vive ancora una Vita di continue afflizioni per i figli prigionieri in terra straniera. Numquam Satis Le amministrazioni comunali degli ultimi anni non rimasero insensibili ai problemi di carattere pubblico, che incessantemente si affacciano in questi tempi di continuo progresso. Allo scopo di assicurare un più efficiente servizio sanitario, fu edificata, nel 1949, la casa del medico. Contemporaneamente, veniva data una sistemazione più conveniente alla sede municipale utilizzando parte dell'ex casa del fascio. I locali lasciati liberi per il trasloco degli uffici comunali, vennero messi a disposizione dell'ostetrica condotta, che può contare così su di un decoroso alloggio al centro dell'abitato. Nel 1950, con un generoso contributo del comune, le contrade Termine e Pradelgiglio ebbero la luce elettrica. Quest'anno, 1952, grazie anche al concorso del governo, venne costruita una comoda abitazione per il segretario comunale. E poiché gli amministratori attuali hanno compreso che il governo di un comune é veramente efficace quando sa cogliere l'istanza popolare e risolvere con larghezza di vedute le questioni di più immediato e duraturo interesse hanno intenzione di ovviare, nei limiti del possibile e rapidamente, ad altre deficienze che ancora presenta nei suoi vari settori l'attrezzatura tecnico-sociale del Comune. Gli ultimi tre anni Il 4 dicembre 1949, prendeva solenne possesso della parrocchia il Rev. don Giovanni Battista Xilo. Il nuovo Arciprete, che succedeva allo zelante Cooperatore ed Economo Spirituale don Bruno Bisson, si pose subito all'opera, con entusiasmo ed energia, per il rinnovamento spirituale della parrocchia, che aveva naturalmente risentito della generale depressione morale operata dalla guerra e che necessitava anche di adeguamenti e restauri negli edifici sacri e di carattere educativo ed assistenziale. Egli esordì facendo dono di un'artistica libreria in legno di noce all'archivio parrocchiale e di alcune preziose reliquie, tra cui una molto vistosa della S. Croce, alla Chiesa. Dalla vendita di mobili antichi e di altri oggetti di un certo valore artistico, ma di nessun valore pratico ed in via di deterioramento, realizzò la somma di lire 462 mila, che, integrate dalle offerte dei fedeli, permise di attuare urgenti lavori nella Chiesa e nelle altre costruzioni della parrocchia. Una sistemazione particolarmente decorosa fu data al Sacello di S. Marco, nel quale, in luogo dell'antica terracotta di S. Pietro Martire, venne posta la venerata immagine della Madonna della Cintura. Nella Chiesa parrocchiale, sull'altare lasciato vuoto dalla statua della Vergine, fu collocata quella del S. Cuore in marino bianco di Carrara. Nel frattempo il Sig. Puppin di Schio rinnovava le pitture di vari capitelli deturpati dagli anni. 20

21 Considerevoli restauri furono effettuati anche al tetto ed alla facciata della Chiesa provati dalle intemperie. L'antichissimo Battistero, costituito da una colossale vasca monolitica di marmo, in stile romanico, venne tolto dalla penombra nella quale era stato ingiustamente relegato, mediante una bifora, mentre gli incisori Dalle Carbonare e Tognato di Thiene, apprestavano l'artistica cupola di rame finemente cesellato, del valore complessivo di L. 185 mila. Un lavoro assai più impegnativo fu, però, quello dell'ampliamento e del restauro dell'asilo e della sala del teatro parrocchiale. La ditta Presa e C. di Calvene, fu l'esecutrice dei lavori; essa edificò un ampio e dignitoso appartamento per le suore, il cui numero, di conseguenza, é salito a quattro, a tutto vantaggio dell'educazione dell'infanzia e della scuola di lavoro. Grazie a tali aggiunte, fu possibile ricavare una nuova aula per i bambini che, divisi in due sezioni, vengono ora assistiti in modo più razionale e più rispondente alle norme della moderna pedagogia. Mediante la costruzione di una vasta loggia, fu aumentata anche la capienza della sala teatrale, prima troppo angusta per soddisfare alle esigenze di carattere ricreativo e culturale del paese. L'opera costò la bella somma di 2 milioni e 100 mila lire; ma la spesa sarebbe stata ben maggiore senza le numerose prestazioni di lavoro gratuito da parte della popolazione che, anche in quest'occasione, seppe dimostrare il suo grande interessamento per le iniziative di pubblica utilità. A sua volta, l'amministrazione comunale, presieduta dal sindaco Sig. Bortolo Bonaguro, che fu anche l'autore del progetto, volle concorrere all'attuazione dell'impresa, offrendo tutto il legname occorrente. Il contributo maggiore seppe darlo, però, lo stesso Arciprete che, emulo del suo grande predecessore don Michele Panozzo, recandosi di persona a Roma, presso il Governo, ottenne 'dal Ministero dell'interno un contributo di lire 400 mila, mentre, in conseguenza ancora di questo viaggio, la carità inesauribile del Santo 'Padre gli faceva pervenire la vistosa somma di lire 300 mila. Il debito contratto con coloro che generosamente hanno messo a disposizione il danaro, non é stato ancora completamente pagato, ma la tradizionale liberalità dei Calvenesi che, a sua volta, non vuole essere inferiore a quella dimostrata dagli avi un secolo fa, ne assicura prossima l'estinzione. Per motivi eminentemente igienici e di decoro, e per la viva sollecitazione dei Vescovi, la stalla del beneficio, posta in prossimità degli edifici parrocchiali, venne recentemente sgombrata ed adibita ad altri usi. La nuova stalla fu costruita in luogo più adatto e con criteri di maggiore funzionalità sul terreno del beneficio. Nei giorni 27 e 28 Settembre di quest'anno, con grande solennità e con la viva partecipazione di tutto il popolo, venne celebrato il primo centenario della Chiesa Parrocchiale. Furono due giorni di vero entusiasmo religioso nei quali i Calvenesi ebbero modo di dimostrare il loro amore al sacro tempio e la loro riconoscenza agli avi che, con commovente antiveggenza, lo vollero 21

22 bello ed ampio tanto da soddisfare alle esigenze religiose dei figli e dei nipoti. L'intervento alle cerimonie religiose del Vescovo di Chioggia, Sua Ecc. Mons. Piasentin, che pronunciò anche un vibrante discorso commemorativo, valse a rendere indimenticabile l'avvenimento. Per l'occasione, fu inaugurata la bella gradinata in pietra bianca del Grappa che, oltre a risolvere brillantemente il problema di un più agevole ed ordinato ingresso alla Chiesa, conferisce maggior grazia e dignità al sagrato ed alla facciata. Prospettive Una questione che interessa vivamente tutti i fedeli di Calvene, amanti della buona musica ed orgogliosi della loro valente Schola Cantorum, é ora quella dell'acquisto di un organo nuovo che sostituisca l'attuale ormai antiquato e pressoché inefficiente. La spesa prevista é di notevole entità, tuttavia la sottoscrizione é già stata iniziata, con encomiabile generosità, dai paesani risiedenti in America che hanno fatto pervenire, finora, L. 200 mila. La somma, gelosamente conservata dall'arciprete, per ho scopo esclusivo al quale é stata destinata, attende solo di essere completata con le offerte future di tutti i parrocchiani. Un altro desiderio che merita considerazione e comprensione é quello espresso dagli abitanti di Malleo che da molto tempo aspirano alla costruzione di una chiesetta al centro della loro disagiata contrada. Anche in questo caso, però, oltre che sul contributo degli interessati, tutti contadini di scarse possibilità economiche, si fa assegnamento sulla munificenza di qualche pia persona che voglia rendersi, in tal modo, benemerita del bene spirituale del prossimo. Non sono questi, beninteso, i soli argomenti relativi alla vita parrocchiale che meritano al presente l'attenzione degli abitanti del paese ed é certo, inoltre, che in futuro, per quell'inestinguibile sete di perfezionamento che sta alla base stessa della natura umana, sempre nuovi problemi e nuove aspirazioni andranno via via maturando ed imponendosi alla pubblica attenzione; ma é altrettanto certo che il popolo di Calvene, sorretto dal suo grande spirito di fede e sapientemente guidato dal suo Arciprete saprà, in ogni caso, esser degno del glorioso passato. 22

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