Relazione P. Antonio Rovelli IMC

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1 FORMAZIONE GRUPPI MISSIONARI Torino, 17 febbraio 2014 Relazione P. Antonio Rovelli IMC Oggi per parlare di missione, cercare di capire i cambiamenti che ci sono stati negli ultimi anni soprattutto, nel campo della missione della Chiesa, dell essere Chiesa, dell annunciare il Vangelo, non possiamo non partire dalla realtà che è cambiata ed è cambiata in un modo repentino. Ci sono stati dei cambiamenti a livello sia globale sia locale anche, sul piano sociale, economico, religioso che hanno fatto sì che la persona a cui oggi ci rivolgiamo, a cui vorremmo annunciare il Vangelo sia cambiata. Il cambiamento è diventato la regola del nostro modo di essere e di fare. Oggi si parla molto di secolarizzazione. Che cosa intendiamo? Non significa ateismo o incredulità. È il processo per mezzo del quale il pensiero, la pratica e le istituzioni religiose perdono significanza sociale, sono una delle tante cose che si fanno. Un tempo non era così. La secolarizzazione non spinge via la religione dalla società moderna, ma piuttosto incoraggia un tipo di religione che non possiede alcuna funzione importante per l intera società. Il secondo processo è collegato al primo: tutto è diventato un affare privato, mi faccio la religione che voglio io. L incredulità era un affare privato, adesso lo diventa la fede", ormai relegata nell ambito del tempo libero, da esso limitata e in esso soffocata da altre priorità. Terzo aspetto è che a disposizione della gente, il mercato offre sempre maggiori possibilità di scelta e di cambiamento. Questo produce anche modi diversi di vivere la religione e le culture, con appartenenze sempre più deboli, possibilità di cambiare idea, prodotti, consumi e costumi. Questo dice anche un ritorno di domanda religiosa, perché la gente ha bisogno di trovare un senso e lo ricerca nella domanda religiosa, nel pellegrinaggio, nel viaggio in India, nella New Age. Tante volte questa è una fuga da una situazione, da una realtà che purtroppo ha perso i punti di riferimento meta sociale: la chiesa, lo stato, le ideologie, i partiti erano i grandi produttori di valori. Oggi questi punti di riferimento sono venuti meno e ciascuno tende a risolvere da sé le difficoltà che trova nella vita. Dobbiamo fare i conti poi con l indifferentismo della maggior parte degli uomini delle nostre società L indifferenza religiosa pone la chiesa di fronte allo spettro della propria possibile insignificanza. Un passo in avanti che ha segnato la nostra vita è il fenomeno delle migrazioni, un fenomeno nuovo, di grande attualità, inedito per le proporzioni inaspettate e sorprendente nella sua accelerazione. Dopo Lampedusa se ne parla raramente, ma gli sbarchi continuano, solo che interviene la Marina Militare e se ne legge nei trafiletti. Questo dopo che l Europa ha deciso di monitorare la situazione. Dunque un fenomeno inedito di forte accelerazione e che ci ha spiazzati. Per tanti è una minaccia, un attentato all identità culturale, e c è una reazione contro i nostri fratelli e sorelle migranti, perché la crisi taglia le gambe trasversalmente; il sistema del social welfare è diventato molto fragile, debole, le casse si sono svuotate. Quindi c è una specie di rivalsa nei confronti dei migranti. Insieme dobbiamo cercare di dare una risposta. I cambiamenti a livello quantitativo, prima o poi, portano anche un cambiamento a livello qualitativo. Non basta dire che a Torino ci sono migranti, non è solo la quantità, ma la quantità porta gradualmente

2 anche un cambiamento qualitativo: in una classe di catechismo con 9 bambini su 10 figli di migranti, non si può fare catechismo come se lo si facesse a bambini italiani. La stessa cosa a livello giuridico, di idea di famiglia, quanti cambiamenti ci sono stati! Non solo, i lontani, i destinatari della missione di un tempo, gli infedeli e i pagani oggi sono diventati i vicini. Quindi non è più solo missione geografica lontano, ma è missione verso i lontani, che rientrano in queste categorie di persone: coloro che sono stati battezzati e hanno imparato a fare a meno di Dio, coloro che crescono senza porsi il problema del battesimo, che hanno bisogno del primo annuncio e il dialogo con uomini e donne di altre religioni, che io rispetto, con i quali devo camminare per costruire una città più aperta, accogliente e vivibile. Quindi il fattore geografico è diventato non più l unico fattore che conta, ma è uno dei tanti. Certo, ricordo a voi e alla Chiesa che la Chiesa non può ridurre i confini a quelli della diocesi, ma deve continuamente andare oltre, perché c è anche il Kenya, l Uganda e noi diventare ponti fra l esperienza di Chiesa e di vita cristiana del Kenya e Uganda e quella della Chiesa locale di Torino. Diventiamo ponti di un traffico a due direzioni: travasare l esperienza che abbiamo vissuto, le cose che abbiamo imparato, anche se non è facile. La missione è pienamente e a pieno titolo anche qui oggi. Quindi il fattore geografico è uno dei fattori. Ci sono anche altri problemi a livello antropologico che non possiamo tacere perché condizionano la vita di tante persone per le quali il Vangelo deve diventare buona notizia. Uno psicanalista, Luigi Zoja, ha scritto recentemente un libro La morte del prossimo (Einaudi, 2009). Oggi con l avvento dei social network, con l avvento dell informatica e della ragnatela del web, chi è lontano è diventato vicino e spesso il prossimo, colui che ti sta accanto, è una persona che non conta per te. Ecco perché Zoja parla di morte della prossimità: le nuove tecnologie della comunicazione possono infatti farci incontrare con delle persone lontane e farci dimenticare le persone che ci sono vicine. Si può essere ovunque e in nessun posto, distanti ma vicini, connessi ma scollegati, vicini ma lontani. In generale c è una grande preoccupazione per quello che potrà succedere un domani. Un tempo il futuro era una promessa, avevi qualcosa per cui giocare la vita. Oggi invece il futuro ci fa paura, è diventato una minaccia. Allora parlare di nichilismo significa dire chi me lo fa fare?. I valori hanno perso il loro significato e non ce ne sono altri che possono rimpiazzarli. C è l indifferenza, l assuefazione e il nichilismo che è mancanza di fine, di risposta ai perché. Abbiamo una buona notizia da dare ad una persona che è disperata, e se vogliamo che la nostra missione sia efficace, che l annuncio sia efficace, deve toccare questi tasti, queste ferite aperte, altrimenti si illudo le persone. Papa Francesco parla di periferie esistenziali, di solitudine, del non sentirsi perdonati, del sentirsi discriminati, di aver perso la speranza, di non sentirsi più parte di niente e di nessuno e annunciare la buona novella deve diventare significativo per l uomo e la donna del 2014 che è smarrito, per tanti aspetti perso. I legami sociali, il luoghi: un tempo c erano luoghi nei quali la gente si riconosceva. Oggi invece ci sono luoghi di passaggio dove ci troviamo, o meglio ci sfioriamo e non ci incontriamo. Non sono luoghi identitari, ma di passaggio. Dal mio paese alla città vicina ci sono 15 Km: ho contato 53 rotatorie. Mi ha sempre colpito questo fatto perché è sintomatico e significativo anche del nostro modo di vivere e di stare tra di noi. Agli incroci e si era obbligati a guardarsi; con la rotonda non ci si vede neanche, ci si gira attorno. Tanti segnali, frammenti che danno un ritratto della persona di oggi. È la città che dobbiamo evangelizzare, il condominio dove abiti, il vicinato in cui vivi. Bello andare in Africa, e andiamoci! Ma anche aprire la porta di casa e fare qualche metro e respirare l ansia, incoraggiare, dare speranza. Papa Francesco ha parole dure per sollevare lo sguardo e guardare al mondo nel suo insieme. In Evangelii Gaudium 53 denuncia chiaramente no a un economia dell esclusione che crea degli scarti, degli avanzi,

3 dei rifiuti. Se ritagliassimo gran parte dell Africa dall emisfero, le borse di Wall Street o di Tokyo non ne risentirebbero: ci teniamo solo quei pezzi d Africa dove ci sono diamanti, petrolio, coltan. Il resto è scarto, rifiuto; oppure ci mettono a posto la coscienza di tanto in tanto perché possiamo fare la carità. Abbiamo dato inizio alla cultura dello scarto che addirittura viene promossa: non si tratta semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell oppressione, ma di qualcosa di nuovo, con l esclusione resta colpita l appartenenza alla società in cui si vive. Oggi tanti si sentono esclusi, a livello mondiale, ma anche nella nostra città. Ad essere oppresso, almeno sei riconosciuto, dai fastidio. Ma uno che è escluso, che è ai margini, non conta più niente, che ci sia o che non ci sia è la stessa cosa. Quella è la morte, porta tante persone che si sentono escluse a togliersi la vita, perché di fatto sono morte, non contano per noi. Accenno solamente a questa grande dimensione delle ingiustizie, a livello globale, e che poi si ripercuotono sulla mancanza di lavoro, sulla chiusura delle fabbriche, sulla tratta di minori, sulle multinazionali della mafia che vendono e svendono armi, droga, uomini, donne, organi. A livello nostro, di missione specifica della Chiesa, un tempo la missione era un andare dall Europa all Africa e all America Latina, era unidirezionale. A noi pareva di essere il centro del mondo, la missione era eurocentrica. Oggi invece la missione è diventata globale, la missionarietà non è solo una questione di territori geografici, ma di popoli, di culture, di singole persone, proprio perché i confini della fede non attraversano solo luoghi e tradizioni umane, ma il cuore di ciascun uomo e di ciascuna donna (Papa Francesco, Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2013). Quindi dobbiamo svincolarci dai confini geografici per parlare di crocevia, di periferie, di confini esistenziali. Le gentes, i popoli sono tutti intorno a noi, ovunque c è un dove. La sfida della missione oggi è quella della capacità di relazionarsi culturalmente e teologicamente con queste persone, dialogare. Le Conferenze Episcopali dell Asia ci insegnano questo. Dove il cristianesimo e il cattolicesimo è una minoranza sparuta, dove crescono, vivono e maturano quelle chiese in un contesto di religioni antiche, di lunga tradizione(l induismo, il buddhismo, il confucianesimo),per loro il dialogo è l aria che respirano. Quindi missione non è essenzialmente per convertire ma per dialogare e camminare insieme e costruire una nuova umanità. Missione si configura con l immettersi negli snodi stessi dei crocevia globali, dove ci sono i muri (Messico e Stati Uniti, Israele e Palestina), dove ci sono muri fisici o ideologici, dove ci sono gli incontri fra culture: lì dobbiamo essere per proclamare la buona notizia, non tanto una chiesa che ha missioni, quanto una chiesa che è sempre e ovunque in stato di missione. Essere in missione e avere missioni. Il linguaggio a volte tradisce questa mentalità: dove sei stato in missione? Noi abbiamo un po di case in Italia, come Missionari della Consolata, ma mai mi azzarderei a chiedere in che missione sei qui in Italia?, perché nella nostra mentalità la missione è essenzialmente dal nord Africa in giù. Anche il linguaggio tradisce ancora questa mentalità: noi sì che facciamo missione, da qui verso Ma ormai ci sono preti di tutte le razze, le nazioni: le statistiche dicono che la Corea del Sud è la nazione con più missionari nel mondo. Quindi non più una Chiesa che ha missioni, ma una chiesa che è in missione, perché la missione è diventata globale, ormai ci si incrocia. In diocesi ci sono alcuni sacerdoti non italiani; alcune diocesi dell Italia che per mancanza di preti ne hanno a volte esageratamente chiesto ad altre Chiese. Oramai è così, non siamo più noi il centro, anzi il centro dovrebbe essere l America Latina e l Africa, se vogliamo guardare i numeri. È cambiato anche il soggetto tradizionale della missione che era il missionario e la missionaria; poi ci sono stati i sacerdoti Fidei donum. Oggi c è una galassia di persone che fanno missione, utilizzando questa parola a volte in molto esagerato, perché una parola così importante e densa di significato, quando la si usa e ne si abusa, perde la sua accezione. Si va un mese in Africa e si dice che si è stati in missione. Oggi è

4 diventato molto più facile viaggiare e di conseguenza ci sono tanti gruppi che lo fanno: il soggetto è diventato multiforme, non è più appannaggio di alcuni. Questo può diventare una ricchezza, ma anche dobbiamo evitare le esagerazioni. Oggi si dice giustamente che tutti siamo missionari. Il Papa spinge molto su questo: dice di smettere di dire che io sono discepolo e missionario, se sei uno sei anche l altro, dobbiamo dire io sono discepolo missionario. Al n. 273 di Evangelii Gaudium La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un appendice, o un momento tra i tanti dell esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Io sono una missione, cioè non sono missionario solo quando partecipo al gruppo missionario. Discepolomissionario di Gesù vuol dire che abbiamo un modello. Se vogliamo rinnovare oggi il nostro modo di essere e fare missione non possiamo che partire da Lui, dal suo modo di fare missione, dal suo modo di annunciare e vivere la missione. A me piace ricordare due luoghi in cui Gesù annunciava il Vangelo e diventava Regno di Dio, presenza liberante e vivificante con le persone che incontrava, due luoghi laici: Gesù ha fatto le più belle cose per strada e a tavola, non nel tempio o nelle sinagoghe. Nel capitolo 19 di Luca, Gesù entra in Gerusalemme e incontra Zaccheo, esce e trova Bartimeo, e attraversava la città, così fa missione e non era solo, aveva con lui i discepoli che dovevano imparare da lui. Gesù ha portato quel gruppo di persone in missione con lui, affinché vedessero. Noi dobbiamo sentirci così perché lui continua a fare la missione, continua ad essere missionario, noi lo facciamo per delega, dobbiamo essere trasparenza della sua missione, quindi riprendiamo in mano il Vangelo, chiedete ai vostri preti che vi aiutino a capire il modo con cui ha fatto e vissuto, annunciato il Regno di Dio. E poi la domanda fondamentale: e adesso io come faccio? La strada e la tavola. Stando con Gesù io comprendo la necessità di andare, perché, dove e per quale annuncio. Dobbiamo tornare sulla strada insieme a Gesù, avere il coraggio di sederci a tavola con le persone, innanzitutto a casa nostra, perché la tavola è luogo di fraternità, di condivisione; creare luoghi in cui viviamo la fraternità e la condivisione, aperti a chiunque voglia sedersi intorno al tavolo con noi. Con gli stranieri, poi, Gesù ha abbattuto ogni tipo di barriera: non ha mai trovato una fede grande come quella del centurione, romano; il samaritano, come modello; di 10 è l unico lebbroso che torna a ringraziare è un samaritano; la donna siro fenicia che ha convertito Gesù perché Gesù era un ebreo, un giudeo e lei gli chiede le briciole che cadono, lo spinge a vedere la realtà da sotto il tavolo, con i suoi occhi. Che fede grande! Anche su questo si apre un capitolo molto interessante: ero straniero e mi avete accolto (Mt 25,35). La novità è Cristo e quando parliamo di nuova evangelizzazione è tirare fuori tutta la novità che c è dentro l evento Gesù per poterla poi trasmettere con uno stile, un linguaggio, una modalità che tenga conto degli interlocutori, di cui vi parlavo all inizio, degli uomini e donne del nostro tempo, incerti, insicuri, che vogliono il piacere immediato, che smanettano su Facebook ma che sono soli e che hanno paura di perdere il lavoro il giorno dopo. Il vangelo è quello di sempre, ma nuovo deve esser il modo di comprenderlo, non soltanto di ridirlo. La chiesa deve diventare luogo della misericordia: n. 114 di EG. Essere Chiesa significa essere Popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d amore del Padre. Questo implica essere il fermento di Dio in mezzo all umanità La Chiesa dev'essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo..

5 E al n. 272: Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri. La missione, dice Papa Francesco al n. 268: è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo. Pathos, passione. Nel messaggio della Quaresima 2014 è molto bello, parla di povertà, di Gesù che ci ha arricchiti con la sua povertà e il Papa analizza tre tipi di povertà: materiale, spirituale e morale. E dice che noi dobbiamo farci poveri per arricchire gli altri, attraverso la nostra povertà. Il Signore dice Papa Francesco ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d amore. Quali sono gli atteggiamenti che ci aiutano a essere discepoli missionari qui, trasparenza di Gesù, accoglienti, dialoganti, misericordiosi? Innanzitutto l umanità, non gente fredda, la gente deve sentire il calore umano quando ci incontra. L evangelizzazione non può battere i sentieri aridi delle norme, la chiesa, dice Papa Francesco(EG 47) non può esser una dogana della misericordia di Dio: tu si e tu no. Dobbiamo far scoprire alla gente il senso umano, umanissimo della vita di fede. Poi, prossimità: mancano i legami, dobbiamo essere noi a crearli innanzitutto tra di noi, legami di prossimità e dentro la comunità, ma anche lì dove viviamo, nonostante le difficoltà. Amare il prossimo è un operazione veramente difficile. Spesso la nostra carità è presbite, amiamo i lontani ma facciamo fatica ad amare chi ha i denti d oro, le gonne lunghe e le trecce. L incontro: dalla cultura dello scarto alla cultura dell incontro, superare i pregiudizi, le precomprensioni, riscoprire i luoghi in cui ci identifichiamo, non solo luoghi di passaggio, trovarci insieme e discutere delle nostre cose, creare occasioni di incontro. Farsi prossimo significa avere fiducia nell altro e donargli dignità. Un altro atteggiamento: l umiltà, che è condivisione ciascuno dalla propria povertà e dalle proprie debolezze significa andare al pozzo con la samaritana e dire a lei ho sete. Quell incontro è stato bello perché entrambi sono partiti da una condizione di bisogno: di affetto, di comprensione e di accoglienza, di riconoscimento da parte della donna; bisogno dell acqua perché stanco da parte di Gesù. Non c è uno superiore all altro. La condizione di partenza è una condizione di povertà. Gesù quindi si è abbassato, così è stato per tutta la sua vita e la sua capacità di accogliere e di incontrare è proprio perché si abbassava a livello delle persone. La missione non sta nella potenza dei mezzi ma nella povertà della condivisione reale della medesima condizione. Quante volte in Africa o in America Latina la potenza dei mezzi nostri ha pregiudicato le relazioni con gli altri, perché eravamo i bianchi potenti, avevamo soldi, quindi la gente veniva da te non per un incontro cordiale. Non così Gesù con la samaritana. Da chi partiamo? Dagli esclusi, dagli invisibili, dagli insignificanti, dalle periferie. Questo è il nostro punto di vista, guardare il mondo decentrandoci, dalle persone che non contano, guardarlo da sotto il tavolo con la donna siro fenicia (Mc 7,24 30), dalla parte dei profughi, dei rifugiati, dal CIE di Corso Brunelleschi, da Lungo Stura Lazio, o dall ex M.O.I. dove ci sono 460 rifugiati e richiedenti asilo, da Mirafiori Sud, dalle zone di periferie.

6 Ogni comunità è adulta quando professa la fede, la celebra con gioia nella liturgia, vive la carità e annuncia senza sosta la Parola di Dio, uscendo dal proprio recinto per portarla anche nelle periferie (dal messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2013). A Torino ci sono le periferie, si parla di barriere, ci sono quelle esistenziali e anche geografiche. Un altra parola per vivere la missione oggi, per essere missionari, è quella dell accoglienza. Ma farla bene l accoglienza, dice il Papa nel discorso pronunciato nel Centro Astalli, il 10 settembre 2013: l accoglienza si declina con il servizio, con l accompagnamento, con la difesa. Servire significa accogliere la persona che arriva con attenzione. I poveri dice Papa Francesco sono anche maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio, la loro fragilità e la loro semplicità smascherano i nostri egoismi, le nostre false sicurezze, le nostre pretese di auto sufficienza. Il dialogo: il cortile dei Gentili, che è stato lanciato da Papa Benedetto XVI. io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di cortile dei gentili dove gli uomini possono in qualche modo agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l accesso al suo mistero, al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea. Il cortile dei gentili era uno dei tanti cortili intorno al tempio e chi se non noi dobbiamo offrire la possibilità di sedersi intorno a un tavolo. Il dialogo che diventa dialogo interculturale, visto che siamo circondati e abitiamo insieme a uomini e donne che sono altra cultura. Non dobbiamo parlare di culture: certo se siamo in un aula scolastica e vogliamo studiare le culture è una cosa, ma fuori di un aula scolastica le culture non camminano, avete mai visto le culture camminare? Ci sono uomini e donne che camminano, che hanno un modo di pensare e di vedere le cose diverso dal nostro. Una delle prime cose che mi ha colpito in Kenya e in Uganda era vedere le persone dello stesso sesso, uomini che camminavano mano nella mano tranquillamente lungo le strade. Per loro è naturale, anzi, la comunicazione non è solo un emissione di suoni, è la vita che si comunica. Quando dialoghi viene spontaneo prendere la mano dell altra persona per sentirne il flusso. Capite che la cultura sono uomini e donne: perché fanno così? perché si vestono così? perché non portano i bambini a scuola? Facciamolo dire a loro! Dobbiamo sempre dire noi le cose per loro? Vale anche per noi che a volte pensiamo di balbettare qualcosa del pezzettino di Africa che abbiamo conosciuto. Dialogo, non monologo. Dobbiamo decentrarci e lasciare che loro raccontino e dicano, così anche a livello ecclesiale, la pastorale dei migranti è questo: mettere in comunicazioni, creare comunità in cui ci sia ricchezza, condivisione, modi diversi di pregare lo stesso Dio, di vivere la vita di comunità, la preghiera. Non è creare delle isole: nella Chiesa di Torino le comunità etniche hanno dei luoghi dove stanno bene insieme, ma da entrambe le parti, comunità e parrocchie, bisogna fare un passo perché la migrazione è un opportunità che ci viene offerta a livello sociale, politico, ecclesiale. Dobbiamo essere disposti: noi li spingiamo fuori, ad andare nelle parrocchie, presentarsi. Già si incontrano i bambini nella scuola e nel catechismo, con gli adulti di tanto in tanto si trovano per pregare e noi ricordiamo loro che è nelle parrocchie che devono diventare responsabili, protagonisti. Concludo con una nota che mi piace sempre: Papa Francesco in EG dice che ci vogliono cristiani della Pasqua e non della quaresima, non con le facce da funerale. La gioia del Vangelo e Paolo VI già lo diceva tanti anni fa nell Evangelii Nuntiandi (80): Sia questa la grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell'angoscia, ora nella speranza, ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo. Non dobbiamo essere come i due discepoli di Emmaus che hanno trasformato una buona notizia in un sermone funebre

7 speravamo era così bello (Lc 24, 13 35). Hanno detto il kerigma come se fosse una predica per un morto. Dopo se ne sono accorsi e sono partiti. È così, se incontri una persona che ti affascina, che ti dà gioia, che ti entusiasma non puoi tenere per te, allora vuol dire che a monte di tutto c è proprio questo, appartenere a qualcuno, essere affascinati da questa persona, al punto da non poterla tenere per te questa gioia. Al punto di dire: mi dispiace che gli altri non lo conoscano, perdono tanto, devo comunicarlo. Coraggio! Papa Francesco in EG 27: Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l evangelizzazione del mondo attuale, più che per l autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta. Basta dire: si è sempre fatto così, non lasciamoci rubare l entusiasmo missionario (n. 80); non lasciamoci rubare la gioia dell evangelizzazione (n. 83). (trascrizione non rivista dal relatore)

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