Il Commercio Equo e Solidale

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1 Il Commercio Equo e Solidale Prospe ive, Funzionamento e Critiche Sergio Bucci Paolo Forteleoni Massimo Deligios - 1 -

2 Sommario SVILUPPO ECONOMICO E POVERTA Misurare lo sviluppo Il PIL e la ricchezza misurata in consumo Altri strumenti per misurare lo sviluppo umano Ineguaglianza, povertà e confli i internazionali Aiuti e commerci internazionali Gli aiuti internazionali Il commercio internazionale IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE Il comercio equo e solidale Nascita del commercio equo e solidale Cara eristiche del commercio equo e solidale Vecchi e nuovi obie ivi del commercio equo e solidale...19 CANALI DISTRIBUTIVI I distributori Il commercio equo e solidale in Europa La stru ura produ iva del commercio equo e solidale in Italia I trader italiani Le funzioni del commercio equo Ruolo delle istituzioni (FMI, Banca Mondiale, WTO) Qualche conclusione provvisoria...29 CERTIFICAZIONI E TUTELA Riconoscimento prodo i equo solidali Certificazioni di prodo o e di filiera Chi stabilisce i criteri del commercio equo e solidale Chi controlla i sogge i accreditati Chi controlla i prodo i certificati Problematiche a uali

3 Sommario I PREZZI La fase iniziale: accordi di fornitura e prezzo di partenza Metodo di produzione Accesso ai mercati 1: i dazi Accesso ai mercati 2: i sussidi La distribuzione Considerazioni finali...43 LE CRITICHE Distribuzione geografica nel mondo Produ ori e prezzo equo Prezzo equo e prezzo di mercato Strumento economico o mezzo di informazione?...51 TURISMO RESPONSABILE Generalità sul turismo Cara eristiche dei viaggi responsabili...53 FONTI Bibliografia Sitografia

4 SVILUPPO ECONOMICO E POVERTA Le varie regioni del mondo non hanno mai avuto un medesimo livello di sviluppo. Vi sono sempre state aree più sviluppate ed anche all interno di uno stesso Paese vi sono delle differenze sia in termini geografici sia in termini di categorie sociali. 1.1 Misurare lo sviluppo Il PIL e la ricchezza misurata in consumo I governanti dei Paesi occidentali danno grande importanza al PIL (Prodotto Interno Lordo) e, sopra u o durante la preparazione della Finanziaria, le diverse stime della sua crescita rimbalzano da un mass media all altro. Il problema è che nessuno dice cosa misuri il PIL. Il Prodotto Interno Lordo è il valore del reddito aggregato, in altre parole esso è la somma dei redditi di tu i gli individui presenti in un Paese nel periodo di tempo preso in considerazione. Può anche essere visto come la somma del valore dei beni e servizi finali prodo i nel Paese nell intervallo temporale considerato. Analizzando il PIL pro capite dei vari Paesi del mondo possiamo avere un primo quadro su come è distribuita la ricchezza nel mondo. Fonte: Human Development Report UNDP; dati in dollari 2003 L OECD è l Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Ne fanno parte gli Stati dell UE, la Svizzera, la Turchia, gli USA, il Canada, il Messico, il Giappone, l Australia e la Nuova Zelanda. Nei Paesi in via di sviluppo sono inclusi gli stati del Sud-Est asiatico, dell America Latina e quelli Arabi. Da questo grafico è possibile vedere le prime differenze. Per facilitare l analisi abbiamo aggregato i dati in macrogruppi. Il coefficiente di variazione è molto ampio (quindi le medie o enute non sono mol

5 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà to rappresentative), sia su scala mondiale che all interno delle stesse macrocategorie. Per rendere l idea, considerando che la media mondiale è di $ pro capite, basti pensare che il campo di variazione è compreso tra il limite massimo di $ (è quello dei ci adini del Lussemburgo), scende a $ di un ci adino americano per arrivare al limite minimo di $ 548 di un ci adino della Sierra Leone (la media italiana è di $ ). Oltre a ciò, bisogna considerare che i dati sul PIL non ci indicano come la ricchezza si distribuisce all interno di una nazione (lo stesso problema del pollo di Trilussa). Infa i, all interno di Stati che vengono classificati ricchi possono esserci fasce di popolazione che vivono in condizioni di povertà, mentre nei Paesi classificati poveri sono presenti fasce di popolazione ancora più povere di quanto misurato. Ecco che, seppur il PIL pro capite medio dei Paesi so osviluppati è pari a $ 2.168, il 20% della popolazione mondiale vive con meno di $ 1 al giorno (quindi il PIL pro capite è inferiore a $ 365), mentre un altro 20% vive con un reddito compreso tra $ 1 2, cioè con un PIL pro capite compreso tra $ Perciò, all interno di questi Paesi c è qualche benestante ed una moltitudine di persone che quotidianamente lo a contro la morte. Conti alla mano, il 40% della popolazione mondiale si accontenta del 5% del reddito globale, mentre il 10% della popolazione, quasi tu a concentrata nei Paesi OECD sviluppati, ha a disposizione il 54% del reddito prodo o. A questo punto è ancor più chiaro che le aree del mondo dove si concentra la ricchezza non corrispondono alle zone in cui si concentra la popolazione. Con $ 300 miliardi (stime UNDP) si riuscirebbe a portare tu a la popolazione a vivere con più di $ 1 al giorno (cioè 1 miliardo di persone supererebbe la soglia di estrema povertà). L ammontare necessario è pari all 1,6% del PIL dei Paesi OCSE. Con $ 7 miliardi (sempre stime UNDP) si garantirebbe a 2,6 miliardi di persone l accesso all acqua potabile (la cifra necessaria è pari a quanto spendono gli Europei in profumi, meno di quanto spendono gli Americani in chirurgia estetica). Il valore di 3 giorni di spesa militare corrisponde al budget annuale dell ONU per comba ere l AIDS. Per ogni $1 speso in aiuti dai Paesi Occidentali, essi ne spendono $10 in armamenti. Statistiche a parte, bisogna anche ricordare che dietro ai numeri ci sono le speranze e le vite della gente e che i costi umani non potranno mai essere rappresentati da semplici cifre 1. Il PIL non considera la salute dei nostri figli, la qualità della loro istruzione, la gioia dei loro giochi. Non considera rilevanti la bellezza della nostra poesia o la forza dei nostri matrimoni, l intelligenza del diba ito politico o l integrità dei pubblici funzionari. Non misura né il coraggio, né le speranze, né la fede del nostro paese. Misura tu o, fuorché ciò che rende la vita degna di essere vissuta; può dirci tu o dell America, meno la ragione per la quale siamo orgogliosi di essere americani (sen. Robert Kennedy 1968). Il PIL, infa i, non misura né la qualità della vita né il livello di preservazione 1 Da Human Development Report 2005, pag. 4 - United Nations Development Program - 5 -

6 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà della qualità dell ambiente in cui viviamo. Anzi, paradossalmente, un livello di inquinamento più elevato crea danni alla salute e porta alla necessità di a uare delle politiche di disinquinamento; entrambi gli effe i presuppongono l acquisto di beni e servizi (spesa sanitaria, ecc.) e quindi vanno ad incrementare il PIL, migliorando, in una visione molto ristre a, la situazione del sistema economico preso in considerazione. I dati sul PIL, infine, non indicano il livello di uguaglianza sociale, di rispe o dei diri i dell uomo e di libertà. Accade anche nei Paesi ricchi che i bambini siano diversi già prima della nascita (in termini di assistenza alle future mamme), sia a causa dell etnia dei loro genitori o del loro livello di reddito, che per il sesso del nascituro. Il sesso è spesso uno dei fa ori maggiormente discriminanti sopra u o nei Paesi mediorientali e del sud-est asiatico, ma anche da noi nascere donna non sempre significa avere le medesime opportunità degli uomini. Box 1 Ineguaglianze negli Stati Uniti d America I Paesi appartenenti all OCSE spendono in media il 13% del PIL in assistenza sanitaria. Negli USA si spende il doppio. Nonostante ciò, l accesso all assistenza sanitaria è notevolmente limitato a causa di profonde disuguaglianze sociali connesse alle cara eristiche dei ci adini, come il livello di reddito, la copertura assicurativa, la razza e l ubicazione geografica. Il tasso di mortalità infantile è più alto rispe o alla media dei Paesi sviluppati ed è uguale a quello della Malesia (circa il 7 ) e varia molto in base all etnia del nuovo nato: se bianco, il tasso si avvicina al 6 (comunque quasi il doppio rispe o a quello giapponese), mentre se è un afroamericano, il tasso supera il 14 (è uguale al tasso di alcuni stati dell India). La sua mamma ha il doppio di probabilità di partorire un bambino so opeso rispe o ad una mamma bianca ed il bimbo nero ha il doppio di probabilità di morire prima del suo primo compleanno rispe o ad un connazionale bianco. Le differenze non si fermano solo all etnia, ma si estendono al reddito. Un bambino nato in una famiglia appartenente al 5% più ricco della popolazione ha una speranza di vita del 25% più lunga rispe o al suo connazionale nato da una famiglia che fa parte del 5% più povero. Gli USA sono l unico Paese ricco a non fornire un assistenza sanitaria di base. L elevato costo dei tra amenti rappresenta una barriera d accesso insormontabile per il 40% dei ci adini che non sono assicurati, i quali non possono neanche perme ersi nessun tipo di controllo sanitario preventivo. L innovativa ricerca medica americana perme e di salvare ogni anno circa vite. L assenza di un sistema di prevenzione ed assistenza sanitaria di base ne uccide, nello stesso periodo, circa Le disuguaglianze si estendono anche in altri se ori (istruzione, occasioni lavorative, ecc.). Fonte: Human Developmente Report 2005, pag UNDP - 6 -

7 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà Box 2 Il muro del purdah Per via delle regole del purdah (le eralmente velo, cortina) le donne sono fortemente discriminate. Il termine comprende una serie di pratiche legate all ingiunzione coranica di proteggere la virtù e la modestia delle donne. Nella versione più restri iva, si fa obbligo alle donne di nascondersi alla vista degli uomini, salvo i familiari più stre i. Spesso, nelle famiglie conservatrici, le donne non escono di casa neanche per andare a trovare i vicini. Anche dove il purdah non è stre amente osservato, la famiglia, i costumi, la tradizione e il decoro fanno sì che nelle campagne del Bangladesh i rapporti tra uomini e donne rimangano estremamente formali. La fame e la povertà riguardano più le donne degli uomini. Se in una famiglia qualcuno deve soffrire la fame, sarà sicuramente la donna. Ed è sempre la donna, in quanto madre, a vivere la traumatica esperienza di non essere in grado di sfamare i bambini con il proprio la e in tempi di penuria e carestia. Nella società del Bangladesh la donna povera vive nell insicurezza più totale. È insicura nella casa del marito, il quale la usa come un ogge o anche per sfogarsi di tu i i torti che ha subito durante il giorno e dalla quale può essere estromessa in qualsiasi momento. Non sa né leggere né scrivere e solitamente non le è permesso neanche di uscire di casa per guadagnarsi da vivere. Fonte: Il banchiere dei Poveri, pag.91 Mohammad Yunus (premio Nobel per la Pace 2006) - Feltrinelli, 2006 Il primo esempio di disuguaglianza è legato all origine etnica ed al livello di reddito delle persone ed è riferito ad un Paese che consideriamo ricco e democratico. Il secondo, invece, è una delle tante storie di discriminazione sessuale. Differenti opportunità sono anche legate al luogo in cui si nasce. Box 3 L istruzione La differenza nelle opportunità di ricevere un istruzione, seppur di base, rimangono elevatissime. In linea generale, un bambino che nasce oggi in Mozambico può sperare di ricevere circa qua ro anni di istruzione pubblica di base. Un suo coetaneo francese riceverà sicuramente almeno quindici anni di formazione, sia di base che di alto livello. Le ineguaglianze di oggi nel se ore dell educazione dei giovani diventeranno le disuguaglianze sociali ed economiche di domani. Fonte: Human Development Report 2005, pag.24 UNDP Dopo quanto de o sopra, forse, non è irrazionale concepire lo sviluppo come un diri o dell uomo e non come un aumento di punti percentuali di PIL 2. 2 Mohammad Yunus - Il Banchiere dei Poveri, pag.28 - Universale Economica Feltrinelli,

8 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà Altri strumenti per misurare lo sviluppo umano Nel precedente paragrafo abbiamo analizzato il PIL ed i suoi limiti. Abbiamo anche constatato come il PIL non consideri come la ricchezza si distribuisca all interno di un Paese, né misuri i diri i e le libertà individuali. Spesso ci raccontano di quanto sia importante andare in luoghi più arretrati a portare libertà o democrazia. Sicuramente esse sono conquiste importantissime che ci hanno permesso di progredire, ma a cosa serve la libertà se la gente è povera, analfabeta, discriminata o minacciata da confli i armati? 3 La globalizzazione ci ha permesso di o enere uno sviluppo economico rapido, grazie a miglioramenti tecnologici e all espansione dei mercati e degli investimenti. Purtroppo, tu a questa prosperità non sempre si è trado a in un miglioramento delle condizioni di vita dei più poveri, anzi talvolta questi hanno pagato il prezzo di una crescita economica selvaggia e senza regole. Il miglioramento delle condizioni di vita viaggia ad un ritmo molto più lento rispe o alla crescita economica ed il divario fra ricchi e poveri tende ad aumentare. L Indice di Sviluppo Umano (HDI) ci aiuta a misurare sia la crescita economica che il cambiamento delle condizioni di vita. Si basa su tre indicatori principali: reddito, istruzione e salute. Non è un indicatore completo, ma almeno tenta di andare oltre il PIL. Il reddito viene considerato solo come un mezzo per migliorare le condizioni di vita. Per esempio, una variazione positiva della situazione reddituale potrebbe essere compensata da una variazione negativa del livello d istruzione e quindi l indice non si sposta. L HDI ha valori compresi fra un minimo di 0 ed un massimo di 1. Fonte: nostra elaborazione su dati Human Development Report Da Human Development Report 2005, pag.18 - UNDP - 8 -

9 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà Come si può notare anche da questo grafico, il risultato più alto si ha sempre nei Paesi più sviluppati, ma le differenze fra gli aggregati sono meno marcate (sintomo del fa o che anche all interno dei Paesi ricchi vi sono fasce di popolazione che non hanno pieno accesso ai servizi sociali). Il valore medio a livello mondiale è pari a 0,741, il campo di variazione è compreso fra lo 0,963 della Norvegia e lo 0,281 del Niger (l Italia è dicio esima con un indice pari a 0,934). Indicatori ancora più efficaci sono quelli che riguardano i bambini. Essi sono la fascia sociale più debole, che richiedono al sistema sociale di prestargli particolari a enzioni. Il più significativo è sicuramente il tasso di mortalità nei primi cinque anni di vita (bambini morti ogni 1000 nati vivi fonte: nostra elaborazione su dati UNDP). Fonte: nostra elaborazione su dati HDR UNDP Ancora una volta l ubicazione geografica ed il reddito sono discriminanti notevoli nel determinare la qualità e l aspettativa di vita delle persone. Una riflessione va fa a sulla Nigeria, Paese che sta divenendo noto sui mass media a causa dei continui assalti delle popolazioni ribelli alle stazioni di pompaggio del petrolio. È lo Stato africano che esporta la maggior quantità di petrolio e che perciò dovrebbe essere abbastanza ricco. Ma i proventi del petrolio evidentemente non si fermano lì (il PIL pro capite del 2003 è pari a $ 1.050); ciò fa presumere un certo sfru amento da parte degli stranieri. Sono secondi nella classifica mondiale per numero di bambini che muoiono prima di compiere cinque anni e, sempre secondo le stime delle Nazioni Unite, una donna su dicio o muore per complicazioni legate alla gravidanza (in Canada ne muore una su 8.700) 4. Senza addentrarsi in più approfondite riflessioni (e senza voler giustificare l uso della violenza), vista l enorme 4 Da Human Development Report 2005, pag.32 - UNDP - 9 -

10 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà ricchezza di materie prime presenti nel Paese, forse questi sono già elementi sufficienti a dare una spiegazione alla nascita del movimento ribelle del delta del Niger (il Mend), che comba e contro lo sfru amento straniero (probabilmente, quindi, questi non sono movimenti appoggiati per ragioni religiose, ma spinti dalla ricerca di una vita più sicura e dignitosa). Vi sono anche altri indicatori (aspettativa di vita, qualità ambientale, ecc) che non verranno analizzati in questa sede, in quanto il nostro obie ivo era quello di rendere noto che si può andare anche oltre il PIL. 1.2 Ineguaglianza, povertà e confli i internazionali Dopo questa breve riflessione sui limiti del PIL e gli strumenti alternativi per misurare lo sviluppo di una società ci si potrebbe chiedere cosa c entri tu o ciò con il commercio equo e sostenibile. È lecito domandarsi se e perché la disuguaglianza sono importanti. Nel 1945, il segretario di Stato Americano Edward R. Ste inius affermò che la sicurezza dell umanità era connessa a due elementi fondamentali ed alla loro relazione: la ba aglia per la pace deve essere comba uta su due fronti. Il primo è quello della sicurezza, dove vi oria è sinonimo di libertà dalla paura. Il secondo è il fronte economico e sociale, dove vi oria significa libertà dalla povertà. Solo la vi oria su entrambi i fronti può assicurare al mondo una pace duratura. 5 Ecco che da questa riflessione si può iniziare a considerare lo sviluppo di tu a l umanità come un obie ivo fondamentale per il benessere di tu i. Cercare di ridurre le differenze fra ricchi e poveri non è un operazione a saldo zero. Aumentare le opportunità per le genti delle nazioni povere affinché anch esse abbiano una vita sana e duratura e possano assicurare ai propri figli un istruzione decente che gli perme a di uscire dalla povertà non si traduce con una diminuzione di benessere delle nazioni ricche. Anzi, in un mondo che tende sempre più ad abba ere le barriere, tu o ciò contribuirà ad aumentare la sicurezza di tu i. Un mondo senza barriere che si regge sulla povertà di massa è economicamente inefficiente, politicamente insostenibile e moralmente indifendibile 6. Le profonde differenze economiche e le ingiustizie sociali sono serbatoi sempre pieni che alimentano i confli i armati, il commercio di schiavi ed i flussi migratori e che, seppur i fenomeni che li causano sono geograficamente lontano da noi, di tanto in tanto gli effe i di questo modello di sviluppo bussano alla nostra porta di casa. 5 La traduzione è nostra 6 Da Human Development Report 2005, pag.12 - UNDP

11 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà Box 4 Le guerre nascoste Spesso il costo dei confli i sullo sviluppo umano non è ben conosciuto, anzi non sono conosciute neanche le guerre. Nella Repubblica Democratica del Congo, le vi ime a ribuibili alla guerra civile hanno superato il numero di vi ime che il Regno Unito ha subito nei due confli i mondiali messi insieme. La guerra del Darfur ha creato 2 milioni di profughi. Le vi ime umane di questi confli i solo saltuariamente finiscono nei telegiornali. Ma, i danni più pesanti sono nascosti e minano le possibilità di sviluppo di lungo periodo. I confli i generano carestie e me ono a repentaglio la salute delle persone, distruggono le scuole, devastano i villaggi e le ci à ed allontanano le prospe ive di crescita economica. Si comba e in nome della diversità etnica o religiosa, ma la vera ragione di queste guerre è il controllo delle risorse naturali (acqua, petrolio, diamanti ed altre pietre preziose). Il tu o è alimentato dall intervento dei Paesi esterni che qualche volta inviano proprie truppe (Somalia, Afghanistan, Iraq per citarne alcune), ma sempre si preoccupano di fornire alle opposte fazioni in guerra un numero sufficiente di armi (solo le armi leggere, nei Paesi so osviluppati, uccidono circa persone l anno). Fonte: Rapporto sullo Sviluppo Umano 2005, pag.19 - UNDP L estrema povertà di massa non necessariamente porta ad un confli o armato, poiché nel legame fra disuguaglianza e violenza spesso intervengono anche altri fa ori. La disuguaglianza può essere sia verticale (fra classi sociali) che orizzontale (fra diverse regioni). Sicuramente l estrema povertà ed un alto livello di disuguaglianza possono costituire delle basi forti per il sorgere di violenze fra diversi gruppi sociali. Fa ore scatenante il confli o è spesso dato dalla presenza di una risorsa naturale. Tra il 1990 ed il 2002 il mondo ha visto più di 17 guerre per il controllo delle risorse naturali: diamanti in Angola e Sierra Leone, diamanti e legno in Liberia, rame, oro e legno nella Repubblica Democratica del Congo. Spesso nei confli i intervengono anche i Paesi vicini che sfruttano l occasione per appoggiare la fazione che gli garantirà le migliori forniture di queste materie. La guerra interrompe i commerci, inasprisce la povertà, favorisce le mala ie e genera flussi umani in fuga che cercano aree più tranquille. Alimenta i movimenti estremisti e fa sì che diminuisca il livello generale di sicurezza a livello mondiale. La povertà non genera necessariamente una guerra e spesso concedere alla gente un altra alternativa per migliorare la propria situazione impedisce il formarsi ed il radicarsi di correnti violente e rivoluzionarie. La ba aglia contro la povertà ha lo scopo umanitario di impedire che degli individui muoiano di fame. Ma perme e di raggiungere anche un altro importante risultato che forse è più difficile da cogliere ed è quello della dimensione sociale e politica. Essa non solo libera il povero dalla fame, ma lo libera anche dalla soggezione politica

12 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà 1.3 Aiuti e commerci internazionali Gli aiuti internazionali Gli aiuti internazionali sono l arma più utilizzata per contrastare la povertà ed i problemi ad essa connessi. A ualmente, però, non si massimizza il risultato o enibile, a causa di inefficienze di gestione degli stessi e di determinazione degli obiettivi che si intendono raggiungere e dei metodi per farlo. Inoltre, spesso, i Paesi ricchi vedono gli aiuti come una forma di carità, non scorgendo in essi un buon mezzo, in un modo sempre più interconnesso, per raggiungere una maggiore sicurezza e condividere una più ampia prosperità. In linea generale, gli aiuti internazionali si traducono in investimenti per la realizzazione di infrastru ure ed altre opere primarie nei Paesi poveri. Il problema è costituito dal fa o che per realizzare tali opere la manodopera locale non è in grado di fare molto di più che semplici lavori di manovalanza a basso valore aggiunto (il resto dell opera viene realizzato da sogge i provenienti dal Paese donatore o da altro Paese ricco). Inoltre, terminata l opera, per esempio la realizzazione di un acquedo o, il Paese ricco me e tu o in mano alla popolazione locale, senza insegnarle come utilizzare quanto costruito né come effe uare la manutenzione; di conseguenza, non vi è alcun miglioramento delle condizioni di vita del Paese, ma il beneficio principale è stato a favore del donatore stesso. Box 5 Gli aiuti internazionali in Bangladesh Dal 1972 al 1997 sono affluiti qualcosa come $ 30 miliardi di aiuti stranieri. Quest anno il contributo dall estero sarà di circa $ 2 miliardi. Ma dov è andato a finire tu o quel denaro? Visitando i nostri villaggi non si vede traccia di tanta munificenza sui volti degli abitanti. Dov è finito, dunque, il denaro? Risalendo la filiera dei fondi si fanno scoperte poco lusinghiere sul conto sia dei donatori sia dei beneficiari. Circa i tre quarti dell ammontare complessivo degli aiuti stranieri sono spesi nel Paese donatore: insomma, le donazioni sono diventate un mezzo, per il Paese ricco, di dar lavoro ai propri abitanti e di vendere i propri prodo i. Quanto all ultimo quarto, finisce quasi per intero ad arricchire una piccola elite bengalese di consulenti, imprenditori, burocrati e funzionari corro i, che lo spendono in prodo i d importazione o lo trasferiscono sui conti correnti stranieri, il che non apporta alcun beneficio alla nostra economia. Lo spreco dei fondi internazionali rappresenta una doppia tragedia per il Bangladesh. Usati con più a enzione quei fondi potrebbero in larga misura contribuire a migliorare le condizioni di vita nelle zone rurali e nelle bidonville. Per esempio, se anche solo due miliardi di dollari fossero consegnati dire amente alle famiglie bengalesi più povere, circa la metà della nostra popolazione si vedrebbe assegnare circa $ 200 a titolo individuale. I beneficiari lo userebbero principalmente per acquistare beni e servizi prodo i sia dalle famiglie povere beneficiarie del proge o sia da sogge i diversi, apportando così nuova linfa all economia rurale (grazie al moltiplicatore della spesa pubblica, ndr)

13 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà Di solito, invece, i fondi servono a costruire strade, ponti ed altre infrastru ure, che si presume andranno ad aiutare i poveri a lunga scadenza. Ma sulla lunga scadenza si ha ampiamente il tempo di morire e degli aiuti i poveri non vedono neanche il colore. Gli aiuti vengono sempre consegnati ai governi, aumentando la burocrazia, l inefficienza e gli sprechi. Se si vuole davvero che l aiuto riesca ad incidere nella vita dei poveri, bisogna far sì che esso arrivi dire amente nelle case. Fonte: Il banchiere dei Poveri, pag.10 Mohammad Yunus - Universale Economica Feltrinelli, 2006 Quella riportata è ovviamente un opinione personale relativa alla situazione in un determinato Paese e per questo motivo non è necessariamente vera ed è susce ibile di essere contradde a. Certo è che, se dopo che per decenni i Paesi ricchi hanno riversato fiumi di denaro su quelli poveri senza riuscire ad estirpare le cause della povertà (dato che il 40% della popolazione mondiale vive con meno di $2 al giorno), siamo certi che il sistema degli aiuti internazionali debba essere rivisto. Bisogna riconoscere, tu avia, che grazie agli aiuti internazionali è possibile raggiungere risultati positivi sopra u o nell assistenza ai bambini. Box 6 Risultati dei finanziamenti condizionati nei Paesi dell America Latina I programmi di finanziamento condizionati a fondo perduto in molti Paesi dell America Latina forniscono assistenza monetaria alle famiglie povere a condizione che vengano assunti dei comportamenti di sviluppo umano, come la frequentazione delle scuole o la partecipazione ai programmi sanitari. Questi proge i hanno dimostrato di avere un impa o positivo sull educazione, la salute e la riduzione della povertà. Per quanto riguarda le iscrizioni nelle scuole, in Messico sono aumentate del 14% quelle delle ragazze ed dell 8% quelle dei ragazzi. In Colombia i ragazzi frequentanti delle aree rurali fra i 12 ed i 17 anni sono aumentati del 10 %, mentre in Equador le iscrizioni nella scuola primaria sono aumentate del 10%. Questi proge i hanno contribuito, di conseguenza, anche alla riduzione del lavoro minorile. In Nicaragua la probabilità per un bambino fra i 7 ed i 13 anni di lavorare è diminuita del 5%, mentre per un ragazzo messicano fra gli 8 ed i 17 anni è diminuita del 10-14%. I programmi di assistenza sanitaria hanno permesso un numero maggiore di vaccinazioni, una diminuzione dei tassi di mortalità infantile ed hanno aumentato il peso e l altezza dei bambini con meno di qua ro anni di età. Fonte: Annual Review of Development 2006, pag.7 World Bank

14 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà In aggiunta a quanto già de o, bisogna assicurarsi che l aiuto non si configuri come una semplice elemosina. Questo è un gesto che serve solo a calmare la coscienza, ma non riesce realmente a risolvere il problema, anzi ci esime dall affrontarlo nella sostanza. Talvolta diventa persino dannoso. Traducendo il problema alla vita quotidiana, fare l elemosina ad un mendicante al semaforo lo aiuta ad entrare in un circolo vizioso senza via d uscita. Il mendicante trascorrerà la vita passando da un auto all altra. Per affrontare onestamente il problema dovremmo impegnarci ad avviare un processo: se il donatore aprisse la portiera e chiedesse al mendicante qual è il suo problema, come si chiama, quanti anni ha, che cosa sa fare, se ha bisogno di assistenza medica e così via, quello sarebbe un modo per aiutarlo davvero. Ma allungare una moneta significa implicitamente invitare il mendicante a sparire, è un modo per sbarazzarsi comodamente del problema. Con ciò non si vuole sostenere che si debba ignorare il dovere morale di aiutare, o l istinto a soccorrere i bisognosi; si afferma solo che l aiuto deve assumere una forma diversa. In ogni caso, mendicare priva l uomo della sua dignità, togliendogli l incentivo a provvedere alle proprie necessità con il lavoro, lo rende passivo e incline ad una mentalità parassitaria: perché faticare, quando basta tendere la mano per guadagnarsi la vita? Il meccanismo che opera sul piano individuale è lo stesso che interviene più in grande nel campo degli aiuti internazionali. La dipendenza dal soccorso internazionale favorisce quei governi che più si dimostrano capaci nell a irare nel proprio Paese i contributi. Per esempio, acce are gli aiuti alimentari significa perpetuare la carenza di quel tipo di beni in quanto nessuno li produrrà perché non potrebbe venderli in quanto qualcun altro li regala 7. Probabilmente, quindi, gli aiuti internazionali dovrebbero trasformarsi in un aiuto internazionale a porre fine definitivamente alla condizione di povertà dei singoli individui. 7 Mohammad Yunus - Il banchiere dei Poveri, pagg Universale Economica Feltrinelli,

15 Capitolo 1 Sviluppo Economico e Povertà Il commercio internazionale Un modo sicuramente migliore di sviluppare i sistemi economici di tu i i Paesi è dato dal commercio internazionale. Grazie ai cosidde i vantaggi comparati, ognuno si specializza in ciò che sa fare meglio e scambia i prodo i così o enuti con i propri vicini. Per esempio, un Paese potrebbe essere in grado di produrre sia più grano che più automobili del proprio vicino. Nonostante ciò, per lui potrebbe comunque essere conveniente specializzarsi maggiormente nella produzione di automobili ed importare dal vicino parte del grano che gli occorre. Lo sviluppo dei mezzi di trasporto e dei sistemi di comunicazione ha dato linfa vitale alla crescita del commercio internazionale negli ultimi decenni, facendolo diventare un fa ore trainante della crescita economica mondiale. Esso è stato anche sostenuto da politiche di abba imento dei dazi doganali e di miglioramento dei rapporti politici internazionali. Il mondo è diventato un grande mercato. A questo punto potrebbe interessarci il funzionamento di un mercato per capire a favore di chi vanno i benefici che esso produce. Il mercato tende quasi sempre a massimizzare il risultato o enibile in un o ica di breve periodo (anche se la storia ci ha insegnato che sono possibili degli equilibri di so outilizzo dei fa ori, che per semplificare l analisi non prendiamo in considerazione). In un mercato in concorrenza perfe a è l insieme degli a ori presenti a determinare l equilibrio, cioè le quantità da produrre ed il prezzo a cui venderle. In questo modo si o iene il beneficio massimo e questo viene ripartito in modo equo (in base all elasticità delle curve di domanda e offerta) fra consumatori e produ ori. Purtroppo, i mercati in concorrenza perfe a praticamente non esistono, ma il mercato assume solitamente la forma di monopolio, concorrenza monopolistica o al massimo oligopolio. Ciò significa che l equilibrio del mercato (cioè prezzo e quantità) viene determinato solo da uno o comunque pochi a ori presenti (che esercitano il cosidde o potere di mercato), che distorcono sia l equilibrio che la ripartizione del beneficio derivante dagli scambi. Con il monopolio, per esempio, si produce una quantità di prodo o minore di quella che si produrrebbe in concorrenza perfetta, la si vende ad un prezzo più alto e si genera una perdita secca (cioè una parte di consumatori non possono più realizzare lo scambio). Inoltre, il beneficio viene ripartito principalmente in favore del produ ore. Il sogge o possessore del potere di mercato si identifica con il più ricco o comunque con colui che è in grado di esercitare una forza maggiore (economica, politica, militare, ecc). Il conce o si può applicare sia a mercati circoscri i di beni e servizi, che ai commerci internazionali che ai rapporti fra Stati o gruppi di Stati. In un sistema lasciato al libero mercato la ricchezza tende, quindi, a concentrarsi nelle mani di chi è già ricco, poiché il maggior beneficio derivante dallo scambio va a favore del detentore del potere di mercato. Ma è anche possibile che il mercato sia regolato e stru urato in modo tale da essere vantaggioso per tu i

16 IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE 2.1 Il comercio equo e solidale Proprio per una critica al modello commerciale tradizionale nasce il Commercio Equo e Solidale. Una presa di fatto del fallimento di una politica economica che ha creato forti squilibri nella distribuzione della ricchezza. Questo commercio fin dalla sua nascita è stato accompagnato dallo slogan: Trade non Aid, Commercio non aiuti. Perché si è subito voluto so olineare che era ed è molto più importante fornire gli strumenti per uscire autonomamente da situazioni di povertà, senza dipendere solamente da aiuti esterni, che possono creare dipendenze e scoraggiare i locali. Innanzitu o questo commercio vuole offrire un mercato per i produ ori del Sud del Mondo, i quali in questo modo possono produrre sia per esportare che per il mercato interno. 2.2 Nascita del commercio equo e solidale Questo tipo di commercio viene fatto risalire alla fine degli anni cinquanta, quando nasce S.O.S. Wereldhandel, una fondazione creata da un gruppo di giovani del partito Ca olico olandese a Kerkrade. Essi rimangono impressionati dalle notizie di povertà e fame provenienti dalla Sicilia e per questo vogliono raccogliere la e in polvere. Nello stesso periodo, OXFAM, un ONG inglese fondata da un gruppo di quaccheri e da altri gruppi religiosi, si rese conto che una delle necessità di base delle popolazioni del Sud del mondo era trovare un mercato per i propri prodo i. In questo modo non erano più mendicanti bisognosi di elemosine, ma partner commerciali che ricevevano un giusto prezzo per le loro produzioni. Da queste esperienze nascono le prime Centrali d importazione, in Italia la prima vera esperienza si ha a Morbegno in provincia di Sondrio, dove nasce nel 1976 la Coop. Sir John Ltd che nel 1979 avvia la vendita di prodo i artigianali in juta del Bangladesh. 2.3 Cara eristiche del commercio equo e solidale Possiamo riassumere il perché il Commercio equo e solidale viene definito un mercato alternativo in queste definizioni: 1) Lavora con i produ ori e i lavoratori che si trovano ai margini del mercato tradizionale, con essi hanno rapporti commerciali dire i e di lungo periodo, per consentire la pianificazione del loro futuro con più certezza; 2) Viene pagato un prezzo equo che garantisce a tu e le organizzazioni un giusto guadagno. Il prezzo equo è concordato con il produ ore stesso sulla base del co

17 Capitolo 2 Il Commercio Equo e Solidale sto delle materie prime, di una giusta retribuzione del lavoro svolto, più un premio destinato a finanziare proge i di sviluppo decisi e gestiti dai produ ori; 3) I produ ori provengono dire amente da comunità, villaggi e cooperative che sono a ente alla reale partecipazione alle decisioni da parte di tu i i lavoratori; 4) Rispe a l ambiente privilegiando e promuovendo le produzioni biologiche, l uso di materiali riciclabili e processi produ ivi e distributivi a basso impa o ambientale; 5) Garantisce condizioni di lavoro che rispe ano i diri i dei lavoratori sanciti dalle Convenzioni dell Organizzazione Internazionale del Lavoro; 6) Non ricorre al lavoro infantile e rispe a le convenzioni internazionali sui diri i dell infanzia; 7) I produ ori hanno diri o di richiedere prefinanziamenti fino al 50% del valore del contra o per evitare di cadere nelle mani degli usurai; 8) È trasparente verso i consumatori, che possono conoscere l effe iva composizione del prezzo; 9) Promuove azioni informative, educative e politiche sul Commercio Equo e Solidale, sui rapporti fra Paesi svantaggiati ed economicamente sviluppati. Gli a ori che agiscono all interno del Commercio Equo e Solidale sono: I produ ori; Le centrali d importazione; Le bo eghe del mondo; La grande distribuzione; Il consumatore. Un esempio che possiamo riportare dei produ ori è quello chiamato UCIRI. Per UCIRI si intende l Union de las Comunidades Indigenas de la Regiòn del Istmo, questo proge o è nato nel 1983 da cinquecento famiglie di indigeni Zapotecos, Mixes e Chontales residenti in tre diversi villaggi della regione montuosa di Oaxaca, nel Sud del Messico, dopo soli due anni le famiglie erano 1500, originarie di 17 comunità. Ora le comunità sono già 54, per un totale di 2549 famiglie. Proprio UCIRI rappresenta come un proge o riuscito riesca a far progredire un intera area. Qui si produce caffè e tu a la produzione è biologica certificata, inoltre l 80% della produzione viene esportato nel mercato internazionale del commercio equo, in Europa, negli Stati Uniti, in Canada e recentemente anche in Giappone. Le entrate apportate dalla vendita di caffè hanno consentito notevoli investimenti nella salute e nell alloggio, inoltre c è stato anche un tentativo di diversificazione della produzione, con un apertura di una fabbrica di jeans e la produzione di fru a. L obbie ivo primario di questo proge o rimane la creazione di un mercato interni di caffè a prezzo equo, infa i uno dei successi più recenti è stato proprio l apertura di una coffe house nella ci à di Ixtepec. Uno degli anelli fondamentali nella catena della produzione al consumo dei

18 Capitolo 2 Il Commercio Equo e Solidale prodo i del commercio equo e solidale sono proprio le Centrali d importazione. Esse curano i rapporti con i produ ori e la diffusione dei prodo i ai canali di vendita, vengono chiamate Alternative Trade Organizations (ATOs) Le ATOs si occupano di trovare o creare mercati di sbocco nei Paesi del Nord per i prodo i del Sud del Mondo. Nei paesi del Nord del Mondo rivestono un grande ruolo politico-sociale, facendosi promotrici di campagne di sensibilizzazione nei confronti dei consumatori e utilizzando risorse e strumenti per fare pressione sulle istituzioni affinché sostengano le realtà e i principi del Commercio equo. Le Bo eghe del Mondo sono i distributori ultimi dei prodo i del commercio equo e solidale. Nel mondo sono circa 4000, mentre in Italia sui 450. In esse operano come volontari circa 6000 persone che offrono il loro tempo libero per stare nelle bo eghe e portare avanti il commercio equo. Le bo eghe non si limitano solo a vendere i prodo i provenienti dal Sud del Mondo, ma si occupano di fare opera di sensibilizzazione, informazione e promozione sui temi del commercio equo e sociale e solidale. La maggior parte vendono anche prodo i biologici e alcune addirittura vendono viaggi di turismo responsabile, investimenti ed assicurazioni etiche, contra i per compagnie telefoniche no profit e altro ancora. Ormai c è la possibilità di trovare alcuni prodo i alimentari equi e solidali anche in alcune catene di supermercati. Le centrali d importazione però in questi casi applicano una serie di vincoli e condizioni commerciali fisse e non tra abili, come il prezzo fisso al consumatore, un azione informativa e culturale negli spazi dei supermercati. Infine, ma non per importanza, vi è il consumatore, infa i esso è colui che ha il potere più grande all interno di questa catena, cioè il potere d acquisto. Coloro che appoggiano il Commercio Equo chiedono al consumatore di trasformare il suo a o quotidiano di fare la spesa in un vero a o di giustizia e responsabilità acquistando i prodo i del Commercio Equo

19 Capitolo 2 Il Commercio Equo e Solidale 2.4 Vecchi e nuovi obie ivi del commercio equo e solidale Nella Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale sono riportati gli obie ivi che si proponeva e si propone questo tipo di commercio. Punta a: migliorare le condizioni di vita dei produ ori aumentandone l accesso al mercato, pagando un prezzo migliore ed assicurando continuità nelle relazioni commerciali; promuovere opportunità di sviluppo per produ ori svantaggiati; divulgare informazioni sui meccanismi economici e stimolare nei consumatori la crescita di un a eggiamento alternativo al modello economico dominante; proteggere i diri i umani promuovendo giustizia sociale, sostenibilità ambientale, sicurezza economica; favorire l incontro tra consumatori critici e produ ori dei Paesi economicamente meno sviluppati; favorire l autosviluppo economico e sociale; Stimolare non solo i consumatori ma anche le istituzioni nazionali ed internazionali nel prendere le proprie decisioni. Ora col passare del tempo a tu i questi obie ivi, i quali rimangono fermi ed irremovibili, se ne affiancano alcuni, più aperti al nuovo mondo che si prospetta. Infa i si vuole: Crescere nei se ori tradizionali del Commercio Equo; Cercare di allargare l a ività del commercio equo ad alcuni prodo i di massa come abbigliamento e calzature; Confrontarsi con realtà industriali e della grande distribuzione, e diventare più professionali (cosa non facile visto che in larga parte si appoggia sul volontariato), senza perdere la propria identità; Continuare sempre a sensibilizzare l opinione pubblica affinché il mercato mondiale venga regolato diversamente; Crescere nella capacità di stabilire alleanze e rapporti politico-economici, in particolare con il biologico e le organizzazioni non governative

20 CANALI DISTRIBUTIVI 3.1 I distributori I distributori sono le organizzazioni, localizzate nei paesi occidentali, che vendono i prodo i della filiera del commercio equo e solidale ai consumatori finali. Nei primi anni di sviluppo del commercio equo e solidale questi prodo i venivano distribuiti in maniera pressoché esclusiva a raverso le bo eghe del mondo, negozi gestiti prevalentemente da organizzazioni senza scopo di lucro (spesso grazie all apporto determinante di volontari) e specializzati nel tra amento esclusivo di prodo i della filiera del commercio equo e solidale (e, in Italia in epoca più recente, anche di alcuni prodo i biologici provenienti dal mondo delle cooperative sociali che effe uano l inserimento lavorativo di sogge i svantaggiati). Oltre a svolgere una a ività di distribuzione commerciale, le bo eghe del mondo svolgono un ruolo cruciale di informazione, sensibilizzazione e divulgazione delle a ività e delle proposte del commercio equo e solidale; si potrebbe anzi affermare che, in Italia almeno, questa seconda funzione sia forse più rilevante della prima, tanto che le botteghe del mondo spesso somigliano più a stru ure di animazione territoriale che non a veri e propri esercizi commerciali. In un periodo più recente, i prodo i del commercio equo e solidale hanno interessato anche alcune catene della grande distribuzione organizzata, così come alcuni negozi tradizionali, sicché ora essi sono disponibili presso un ampio spe ro di esercizi commerciali al de aglio. L ingresso della g.d.o. nel commercio equo e solidale, così come il fa o che alcuni grandi produ ori e trasformatori di commodity alimentari abbiano introdo o linee di prodo o eque e solidali, non è stato privo di contraccolpi, specie in Italia, dove un parte dei sogge i che ha contribuito a fare nascere il fenomeno ritiene che una simile contaminazione sia poco opportuna e rischi di diminuire la radicalità della proposta del commercio equo e solidale. 3.2 Il commercio equo e solidale in Europa Secondo i più recenti dati disponibili sull Europa (Krier, 2005), riferiti in larga misura agli anni 2004 e 2005, il commercio equo e solidale ha raggiunto dimensioni ragguardevoli e ha mostrato negli anni più recenti una dinamica di assoluto interesse. Innanzitu o, dal punto di vista della distribuzione, i prodo i del commercio equo e solidale sono ormai disponibili ai consumatori in una vasta rete di punti di vendita; si tra a di circa stru ure, con una ne issima prevalenza della g.d.o. (57.000), seguita dai normali esercizi commerciali (19.000) ed infine dalle bo eghe del mondo (2.854). I punti vendita in cui sono disponibili prodo i del commercio equo e solidale sono aumentati di circa il 24% rispe o al 1997, con una crescita particolarmente vivace proprio nel se ore della gdo (32%) ed un aumento più contenuto per le piccole stru ure commerciali (7%) e per le bo eghe del mondo (4%). La

21 Capitolo 3 Canali Distributivi rete commerciale del commercio equo e solidale è particolarmente diffusa, in termini assoluti, in Germania (circa punti vendita), Francia (10.000), Italia (5.500), Norvegia (4.000), Olanda (3.500), Gran Bretagna (3.200), e Svizzera (2.800); non manca una presenza significativa anche negli altri stati membri storici della UE, mentre le prime esperienze si stanno diffondendo anche nei paesi di nuova adesione all Unione. A raverso questa amplissima rete distributiva, il commercio equo e solidale sta accrescendo il proprio fa urato; le stime fornite da Kries (2005), integrate dai dati sull Italia, evidenziano un fa urato complessivo al de aglio all interno della UE pari a circa 635 milioni di euro nel 2004, determinato in massima parte da prodotti a marchio Fairtrade (circa 480 milioni di euro) e per la quota rimanente da prodo i (anche privi di marchio, come per l artigianato) commercializzati a raverso la rete delle bo eghe del mondo. Per queste ultime, nel loro insieme, viene stimato un fa urato complessivo pari a circa 155 milioni di euro. Per quello che riguarda i diversi paesi europei (includendo anche la Svizzera che non è membro della UE), è il Regno Unito il paese dove i prodo i del commercio equo e solidale raggiungono il fa urato più elevato (tabella 1), seguito proprio da Svizzera, Italia, Francia, Germania e Olanda. Tabella 1: fa urato al de aglio del commercio equo e solidale nel 2004 (migliaia di ) Prodo i a marchio Bo eghe del mondo Totale Regno Unito Svizzera Italia Francia Germania Olanda Belgio Austria Totale UE Dati Include i 15 paesi aderenti alla UE nel 1995, esclusa la Grecia, per la quale non sono disponibili dati Fonte: Università ca olica del Sacro Cuore - Centro ricerche sulla cooperazione - elaborazione su dati Krier,

22 Capitolo 3 Canali Distributivi Se si considera invece il fa urato per abitante, i valori più elevati sono raggiunti in Svizzera, seguita dall Olanda, dal Regno Unito, dall Austria, dal Belgio e dall Italia (tabella 2). Nonostante questi risultati piuttosto lusinghieri, le quote di mercato dei principali prodo i del commercio equo e solidale sono ancora piu osto limitate e nei casi del caffè e delle banane, i prodo i probabilmente di maggiore successo non superano il 5% di quota di mercato in praticamente nessuno dei 14 paesi analizzati. Tabella 2: fa urato per abitante del commercio equo e solidale nel 2004 ( ) Svizzera 18,74 Olanda 3,99 Regno Unito 3,63 Austria 2,86 Belgio 2,66 Italia 1,70 Francia 1,31 Germania 0,94 Totale UE 1 1,66 1 Include i 15 paesi aderenti alla UE nel 1995, esclusa la Grecia, per la quale non sono disponibili dati Fonte: Krier, 2005 La rete distributiva dei prodo i provenienti dal circuito del commercio equo e solidale viene alimentata oltre che dalle importazioni effe uate dire amente da alcune catene della grande distribuzione - dalla rete di importatori specializzati (Atos) composta da oltre 200 sogge i a ivi nei 25 paesi coperti dall indagine di Kries (2005). Queste organizzazioni hanno realizzato, nel loro insieme, un fa urato stimato pari a circa 243 milioni di euro. Gran parte delle a ività è svolta da un numero relativamente rido o di grandi organizzazioni; basti pensare che le 11 Atos aderenti a EFTA 1 hanno realizzato un giro d affari approssimativo di circa di circa 170 milioni di euro, pari a circa il 70% del fa urato totale degli importatori (tabella 3). 1 EFTA (European Fair Trade Association): è l associazione europea delle Atos cui aderiscono 11 organizzazioni di 9 paesi

23 Capitolo 3 Canali Distributivi Tabella 3. Fa urato delle principali Atos europee (milioni di euro) Organizzazione Nazione Gepa Germania 39,7 29,8 CTM Altromercato Italia 34,3 9,3 Cafèdirect Regno Unito 25,2 12 Fair Trade Organisatie Olanda 20,7 15,9 Traidcratf Regno Unito 20,6 12,4 Oxfam Fairtrade Belgio 15,5 5 Claro Fair Trade Svizzera 11,5 8,3 Fonte: Krier, 2005 Questo vasto insieme di organizzazioni di importazione e distribuzione, crea anche una certa quota di lavoro retribuito, che l indagine europea stima in oltre lavoratori equivalenti tempi pieno, distribuiti tra circa dipendenti per le Atos, le associazioni delle bo eghe e le organizzazioni di marchio, ed in circa 450 lavoratori equivalenti tempi pieno per le bo eghe del mondo. Quest ultima stima è tu avia estremamente conservatrice se si tiene conto che, per le sole bo eghe del mondo si stima la presenza di circa 600 lavoratori tempo pieno retribuiti. Si ritiene quindi che i lavoratori europei impegnati nel commercio equo e solidale possano arrivare a circa 2000 unità. 3.3 La stru ura produ iva del commercio equo e solidale in Italia Nel complesso, il cees generava in Italia, tra il 2003 ed il 2004, un fa urato stimato di oltre 97 milioni di euro (tabella 4). Tale fa urato deriva dalla somma di tre diverse componenti: a) il fa urato al de aglio (oltre 54 milioni di euro) realizzato dalla rete dei circa 485 punti vendita gestiti dalle 347 bo eghe censite dall indagine condo a per questo studio; b) il fa urato all ingrosso (oltre 18 milioni di euro) realizzato dalle 8 principali Atos italiane a raverso la vendita di prodo i a operatori della distribuzione tradizionale, della gdo e della ristorazione colle iva e, infine, c) il fa urato al de aglio (oltre 24 milioni di euro, stimato da Fairtrade Transfair Italia) derivante dalla vendita di prodo i a marchio Fairtrade presso la distribuzione tradizionale e la gdo. A realizzare questo fa urato contribuivano oltre 730 lavoratori retribuiti (equivalenti tempo pieno) - occupati in larga maggioranza (78%) dalle bo eghe del mondo e, in misura minore, dalle Atos - oltre a circa volontari (per un valore stimato di circa 850 equivalenti tempo pieno).

24 Capitolo 3 Canali Distributivi Tabella 4. Fa urato al de aglio, punti vendita ed occupati del commercio equo in Italia Canale Fa urato (000 di ) Punti vendita (numero) Lavoratori retribuiti (e.t.p.) Volontari (e.t.p.) Bo eghe del mondo Distribuzione tradizione, GDO e ristorazione n.s. n.s. colle iva Centrali d importazione, Atos n.s. n.s TOTALE Fonte: Krier, 2005 Da questi dati emergono in maniera piu osto chiara due indicazioni. In primo luogo, si osserva che il commercio equo e solidale italiano ha dimensioni complessive ancora assai modeste; basti pensare che i circa 100 milioni di euro di fa urato del commercio equo e solidale si confrontano con fa urati dell ordine di 11 miliardi di euro per CoopItalia, la principale catena della gdo italiana, 7 miliardi per Conad, 4 per Esselunga ed 2,5 per Pam, per citarne solo alcuni. Parallelamente, i 700 dipendenti del commercio equo e solidale si confrontano con i di CoopItalia, i di Esselunga, i di Pam. Anche i dati della precedente tabella 2 (con acquisti di prodo i commercio equo e solidale pari a circa 1,7 euro annui per abitante, in linea con la media UE ma inferiori a quelli dei paesi con maggiore penetrazione del fenomeno) confermano questa prima indicazione. Nondimeno il commercio equo e solidale è ogge o di una crescita che, sia pure inferibile solo da fonti non sistematiche, appare piu osto evidente. In primo luogo, si osserva come il volume complessivo dei prodo i alimentari, certificati da FLO, venduti in Italia sia cresciuto significativamente nell ultimo anno (tabella 5), con un incremento medio del 25% e tassi di crescita significativi per pressoché tu i i prodo i. In secondo luogo, in crescita appare anche il valore dei prodo i equi e solidali a marchio Fairtrade distribuiti al di fuori del circuito delle bo eghe, passato dagli 8 milioni di euro del 2002 ai quasi 30 milioni del 2005 (fonte Fairtrade Transfair Italia), con un tasso medio annuo di crescita superiore al 37%. Anche per le bo eghe, in mancanza di dati sistematici, informazioni aneddotiche mostrano un inizio di millennio favorevole, con una stasi (ma non una riduzione) nell ultimissimo periodo. Possiamo dunque, nel complesso, parlare di un fenomeno di dimensioni ancora limitate ma sicuramente in crescita

25 Capitolo 3 Canali Distributivi In secondo luogo, si osserva come le bo eghe del mondo rappresentino il principale canale distributivo (in termini di fa urato) del commercio equo e solidale italiano, nonostante la rete di questi punti vendita specializzati sia sensibilmente più rido a di quella della gdo. Si tra a di una tendenza radicalmente diversa rispe o a ciò che accade nel resto d Europa, dove la distribuzione tradizionale (la gdo in particolare) rappresenta il principale canale di diffusione dei prodo i del commercio equo e solidale (si veda la tabella 1). Questa cara eristica del commercio equo e solidale italiano dipende sia dal peso assai elevato del canale delle bo eghe (le bo eghe italiane realizzano un fa urato di gran lunga superiore a quello delle bo eghe degli altri paesi europei) e, al contrario, dal peso ancora molto modesto della distribuzione tradizionale come canale di distribuzione dei prodo i del commercio equo e solidale (con un fa urato paragonabile a quello dell Olanda, con una popolazione molto inferiore a quella italiana). Sarà dunque interessante interrogarsi sul significato e sulle possibili conseguenze di queste anomalie italiane. 3.4 I trader italiani In Italia, il canale principale è quello delle Atos, organizzazioni specializzate nel commercio all ingrosso di prodo i del commercio equo e solidale, che riforniscono sia il circuito delle bo eghe (alle quali sono stre amente legate, talvolta da rapporti proprietari, come ad esempio nei casi di CtmAltromercato, consorzio partecipato da circa 120 bo eghe italiane, o di Commercio Alternativo, cooperativa partecipata da circa 70 bo eghe e organizzazioni senza scopo di lucro) che la grande distribuzione e la ristorazione colle iva. In Italia, i principali sogge i che svolgono in modo prevalente questa funzione di importatori e rivenditori all ingrosso dei prodo i del commercio equo e solidale sono o o: si tra a del consorzio Ctm Altromercato, della cooperativa Commercio Alternativo, della cooperativa ROBA dell altro mondo, della cooperativa sociale Libero Mondo, della cooperativa Equoland, della cooperativa Equomercato, della cooperativa sociale Ravinala e dell associazione RAM. L insieme di questi sogge i produceva, nel 2004, un fa urato stimato di circa 47 milioni di euro, con una presenza dominante di CtmAltromercato che, da solo, rappresentava oltre il 70% del comparto. Molte Atos italiane hanno dunque dimensioni estremamente rido e, tanto da essere addiri ura più piccole di alcune bo eghe del mondo. Nell insieme, le Atos italiane hanno creato nel 2004 circa 150 posti di lavoro equivalenti tempi pieno, in larghissima parte rappresentati da lavoratori dipendenti

26 Capitolo 3 Canali Distributivi 3.5 Le funzioni del commercio equo I dati e le descrizioni riportati sinora ci consentono di avanzare alcune osservazioni generali e sintetiche sulle funzioni che le organizzazioni di commercio equo e solidale svolgono entro il sistema economico. Le a ività svolte dalle organizzazioni del commercio equo e solidale ci inducono un po provocatoriamente, data la rappresentazione anti-sistema che buona parte del commercio equo e solidale ha di sé stesso a identificare queste istituzioni come sogge i che operano per migliorare il funzionamento dei meccanismi di mercato a livello locale e globale, correggendone le imperfezioni o i fallimenti. Questa funzione è immediatamente evidente quando le organizzazioni di commercio equo e solidale offrono ai produ ori uno sbocco di mercato alternativo rispe o agli acquirenti locali (spesso monopsonisti) che possono esercitare un potere di mercato rilevante sui produttori stessi. In questo caso, l azione dire a dell intermediario, rappresentato dalla organizzazione di commercio equo e solidale, consente di ridurre grandemente le barriere all entrata nei mercati occidentali, che sarebbero altrimenti invalicabili per il singolo produ ore. L intermediario che opera spesso con una pluralità di produ ori locali può, infa i, ridurre i costi di scoperta dei mercati, di ideazione dei prodo i, di trasporto, di istituzione delle reti di vendita (e così via), costi che i singoli produ ori non sarebbero in grado di affrontare da soli. In tal senso, le organizzazioni di commercio equo e solidale aumentano l efficienza degli scambi riducendo il potere di mercato degli acquirenti locali e facilitando l entrata dei produ ori nei mercati; per queste ragioni, le organizzazioni del commercio equo e solidale favoriscono l avvicinamento dei mercati reali alle cara eristiche dei mercati di concorrenza perfe a descri i dalla teoria economica. Una tale azione di correzione dei fallimenti dei mercati può essere svolta dire amente dalle organizzazioni di commercio equo e solidale, oppure può essere da esse indire amente favorita incrementando le capacità di auto-organizzazione dei produ ori. In tal senso, anche le azioni più politiche del commercio equo e solidale - come ad esempio quelle volte a creare organizzazioni democratiche di produ ori (cooperative o consorzi per il conferimento dei prodo i agricoli e per l esportazione degli stessi) - possono essere interpretate come finalizzate a migliorare il funzionamento dei meccanismi di svolgimento delle transazioni. Un simile risultato si realizza grazie alla riduzione del potere di mercato che in mercati di dimensioni rido e e geograficamente poco accessibili - gli acquirenti possono esercitare sui venditori di beni. La riduzione del potere di mercato dell acquirente avviene grazie alla creazione ex-novo di imprese (cooperative e consorzi di trasformazione delle materie prime) di proprietà degli stessi produ ori. L assegnazione ai produ ori di materie prime della proprietà delle imprese trasformatrici delle stesse (come nel caso dei consorzi di acquisto ed esportazione di caffé, cacao, banane ed altre commodity alimentari, sorti grazie all azione di alcune organizzazioni di commercio equo e solidale) è storicamente un meccanismo diffuso per ridurre il potere di mercato dell acquirente rispe o al venditore

27 Capitolo 3 Canali Distributivi Anche in contesti di mercato evoluti, come quelli dei paesi occidentali si verifica spesso che le organizzazioni che acquisiscono e trasformano materie prime alimentari (specie in mercati geograficamente limitati) - come ad esempio i trasformatori di prodo i del la e siano state, in qualche momento della loro storia, possedute (in forma consortile) dai produ ori stessi; l assegnazione della proprietà dell impresa trasformatrice a questa categoria di stakeholders (anziché ai portatori di capitale) consente infa i di minimizzare il costo dello svolgimento degli scambi poiché riduce i costi di transazione dei venditori, la categoria che maggiormente potrebbe soffrire del potere di monopsonio esercitato dall acquirente (spesso unico) dei loro prodo i. L azione del commercio equo e solidale in questo caso è volta ad aumentare l efficienza dei mercati riducendo il costo delle transazioni. Una analoga funzione di correzione del ca ivo funzionamento dei mercati viene svolta dalle organizzazioni di commercio equo e solidale anche a raverso il classico meccanismo della anticipazione al produ ore di una parte del costo della fornitura. In queste circostanze, le organizzazioni di commercio equo e solidale correggono possibili incompletezze dei mercati locali del credito. In questi ultimi infa i, gli intermediari creditizi sono tradizionalmente poco interessati ad a ività di dimensioni rido e e spesso poco redditizie, come quelle svolte dai produ ori che operano con il commercio equo e solidale; in più, vista l impossibilità dei produ ori di fornire garanzie reali, gli intermediari potrebbero renderli ogge o di pratiche di razionamento del credito a causa di una tecnologia di affidamento che non è in grado di valutare i meriti delle singole iniziative economiche intraprese. Analogamente, l azione delle organizzazioni di commercio equo e solidale potrebbe correggere il ca ivo funzionamento del mercato indo o da una mancanza di competizione tra fornitori di credito; la mancanza di competizione, accrescendo il potere di mercato degli intermediari, potrebbe infa i portare ad un rilevante aumento del prezzo del credito. Sempre più frequentemente, a ività di micro-credito simili a quelle volte dai trader del commercio equo e solidale vengono messe in a o proprio da operatori creditizi specializzati (anche a fine di lucro) che sono riusciti a sviluppare affidabili tecnologie di selezione dei potenziali debitori e di controllo del loro operato, superando la tradizionale asimmetria informativa che cara erizza l esercizio del credito. A fianco a queste azioni, che esercitano funzioni corre ive del funzionamento dei mercati, il commercio equo e solidale ne svolge un altra che pare muoversi nella direzione opposta e che, in talune circostanze, potrebbe rivelarsi controproducente. Si tra a del pagamento di prezzi minimi determinati in maniera tale da garantire adeguate condizioni di vita ai produ ori, prezzi che talvolta sono superiori a quelli di mercato per beni omogenei. Una simile azione può essere interpretata come una volontaria misura redistributiva del surplus generato dallo scambio, ed è pertanto assimilabile ad un sussidio pagato al produ ore dall intermediario o dal consumatore. Il pagamento di tale sussidio è perfe amente giustificabile dal punto di vista etico (una misura redistributiva a uata volontariamente da sogge i privati) e può svolgere anche una rilevante funzione economica garantendo un sostegno (privato e temporaneo) ad

28 Capitolo 3 Canali Distributivi un produ ore, finalizzato al suo rafforzamento competitivo. La stessa misura (se protra a nel tempo, in situazione di prezzi di mercato calanti e senza un utilizzo finalizzato all aumento della produ ività del produ ore) rischia tu avia di rivelarsi controproducente, poiché può trasme ere al produ ore segnali distorti, inducendolo a permanere entro mercati che sarebbe invece opportuno abbandonare a causa della presenza di cronici eccessi di offerta sulla domanda. Un caso simile si è verificato, ad esempio, nel mercato internazionale del caffé dove l ingresso di nuovi produ ori (molto efficienti e/o sussidiati) ha determinato un eccesso di offerta con massiccia riduzione dei prezzi. In questo contesto, il sostegno ai prezzi dei produttori da parte del commercio equo e solidale può avere senso per aiutare la crescita della loro produ ività, così da portarli a competere con i nuovi produ ori più efficienti; oppure può facilitarne la transizione verso altre colture. Trascurare il segnale fornito da prezzi di mercato calanti e non aiutare il produ ore ad accrescere la produ ività o a convertire le proprie produzioni significherebbe esporlo ad una cronica situazione di difficoltà e all esigenza di un sussidio permanente. Si tra a quindi di misure che debbono essere gestite oculatamente ed accompagnate da chiare azioni di sostegno e di orientamento delle scelte produ ive dei sogge i che ne sono destinatari. 3.6 Ruolo delle istituzioni (FMI, Banca Mondiale, WTO) Sia il FMI che la Banca Mondiale prevedono un sistema di diri o di voto per ciascun membro in relazione all entità della quota versata. Questo sistema perme e ai 10 paesi più ricchi di controllare più della metà dei voti delle due organizzazioni che si traduce in un potere di influenza sulle loro a ività. (Vedi caso indebitamento paesi terzo mondo). Altro interprete massimo di questo tipo di Politica economica è il W.T.O. ossia l organizzazione mondiale del commercio nata nel 1995 con l intento o la scusa di disciplinare il commercio a livello mondiale e poi stranamente interessata a tu i i campi della vita dei Paesi membri, considerando l interesse pubblico relativo alla protezione dell ambiente e della salute quasi come un ostacolo da rimuovere per arrivare al libero commercio ovvero all interesse delle multinazionali. (Esempio catastrofico del TRIPS sistema di breve i che appartengono per il 97% alle imprese dei paesi industrializzati che casualmente detengono l 80% dei breve i per la tecnologia e i prodo i del sud del mondo). Inoltre basta pensare che al suo interno non sono coinvolti rappresentanti di sindacati, consumatori o ci adini. L insieme di tali dati ge a ombre minacciose sul sistema economico mondiale e quindi anche sul Commercio equo e solidale che deve comba ere una ba aglia dura per aumentare le proprie quote mondiali che a ualmente rappresentano solamente il 0.1% del commercio mondiale

29 Capitolo 3 Canali Distributivi 3.7 Qualche conclusione provvisoria I dati illustrati fin qui evidenziano come il commercio equo e solidale in Italia possa essere considerato un fenomeno ancora in fase nascente, date le sue modeste dimensioni complessive ed il numero rido o di consumatori che coinvolge. Allo stato a uale paiono presentarsi due ostacoli principali alla crescita di questo innovativo modello di cooperazione internazionale per lo sviluppo. Il primo ostacolo è rappresentato dallo sviluppo della rete distributiva. E infa i chiaro che la rete delle bo eghe del mondo, date le sue a uali dimensioni, non è in grado di raggiungere gran parte dei consumatori italiani ed opera in una condizione di stru urale marginalità (con le pochissime eccezioni rappresentate dalle bo eghe di grandi dimensioni). Proprio questa condizione di marginalità rischia di privare i produ ori del sud del mondo di una quota consistente della domanda potenziale per i loro prodo i se, come paiono dire le indagini di mercato, una percentuale elevata dei consumatori italiani sarebbe interessata ad acquistare dal commercio equo e solidale. Nel contempo, la rete distributiva non specializzata (rappresentata in larga parte dagli esercizi della gdo che commercializzano prodo i del commercio equo e solidale) - pur significativamente più estesa rispe o alla rete delle bo eghe specializzate genera un fa urato ancora estremamente modesto, forse a causa della difficoltà che sperimenta nel trasme ere ai consumatori quei contenuti valoriali che sono invece comunicati a raverso le bo eghe. Per uscire da questa situazione di stagnazione sono possibili diverse strategie alternative. La prima è quella che mira ad un rafforzamento (nella forma della crescita dimensionale e della diffusione territoriale) della rete distributiva specializzata delle bo eghe del mondo. E evidente che un simile risultato potrebbe essere raggiunto solo con una massiccia iniezione di risorse economiche che consenta alle bo eghe di uscire dall area della marginalità grazie all apertura di nuovi punti vendita, a superfici operative di dimensioni più elevate, con migliori localizzazioni, maggiore varietà di prodo i tra ati e migliore professionalità degli adde i. Le capacità delle bo eghe di finanziare internamente la crescita (finalizzata all espansione e al miglioramento della produ ività) appaiono, da questo punto di vista, assolutamente insufficienti a garantire che il commercio equo e solidale possa raggiungere dimensioni rilevanti e rappresentare un autentica alternativa di consumo per una parte significativa dei consumatori italiani. Neppure le bo eghe di dimensioni maggiori paiono infa i in grado di sostenere lo sforzo finanziario richiesto da una simile strategia. La redditività della bo eghe, infa i, non pare sufficiente a generare le risorse necessarie; inoltre, la possibilità di reperire tali risorse a raverso la raccolta di capitale (di rischio o di debito) dei soci incontra diversi limiti (pur se tentata da alcune bo eghe). La raccolta di capitale di rischio è ostacolata dalla natura senza fine di lucro delle bo eghe, che riduce molto l incentivo alla loro capitalizzazione da parte dei soci. La raccolta di capitale di debito si scontra invece con la modesta capacità di generare reddito e dunque di ripagare i debiti stessi. Maggiori possibilità potrebbero forse derivare da un coinvolgimento

30 Capitolo 3 Canali Distributivi delle centrali di importazione, ma anche la redditività di questi sogge i è modesta (con poche eccezioni per alcuni operatori già a ivi in tal senso ma con esiti che paiono comunque insufficienti). La strada della crescita finanziata internamente non pare dunque facilmente praticabile. Qualche possibilità potrebbe forse derivare dal finanziamento esterno attraverso gli operatori creditizi, ma anche questa strada deve fare i conti con la redditività delle bo eghe. Pare dunque indispensabile, per il se ore del commercio equo e solidale, affrontare la tematica con strumenti innovativi e con accordi in grado di fare crescere, oltre alla rete commerciale, anche la sua redditività. Un opportunità è quella legata a possibili alleanze con operatori già a ivi nel se ore della distribuzione commerciale ed eventualmente interessati ad entrare nel commercio equo e solidale con il ruolo di partner finanziario e tecnico (ma lasciando alle bo eghe i contenuti valoriali ); in questo modo, il partner potrebbe fornire risorse economiche ed umane finalizzate alla diffusione di una rete commerciale specializzata ed alla crescita della produ ività delle bo eghe, da realizzare a raverso la trasmissione di opportuni contenuti manageriali ed organizzativi ad una rete di a ività finora gestita con molta buona volontà ma con modesta competenza specifica. Si tra a di un eventualità che potrebbe essere discussa e tra ata solo con le bo eghe di dimensioni maggiori o con le centrali di importazione, gli unici sogge i in grado di offrire garanzie credibili a sogge i con spiccata vocazione commerciale. Non è una strada facile, sia per l elevato livello di contaminazione culturale che essa comporta (che obbligherebbe le botteghe a confrontarsi con le tematiche dell efficienza e della redditività e l eventuale operatore commerciale a fare i conti con il tema delle motivazioni e con la necessità di effe uare investimenti anche in a ività a modesta redditività immediata, come quelle culturali e di sensibilizzazione) che per la complessità degli accordi contrattuali e proprietari che sarebbero indispensabili ad a uarla. Una possibilità alternativa è quella di non puntare ad una capillare rete distributiva specializzata, ma di favorire maggiormente la diffusione dei prodo i del commercio equo e solidale entro la distribuzione tradizionale, correggendone i dife i rappresentati sopra u o dalla asetticità della proposta e dalla modestia dei contenuti culturali trasmessi nei luoghi di vendita. In questa direzione si potrebbero immaginare molte iniziative diverse, alcune delle quali già in corso di realizzazione. In primo luogo si può pensare che i contenuti culturali possano essere veicolati in momenti distinti rispe o alla commercializzazione dei prodo i, sulla linea delle iniziative di comunicazione ado ate sia dal mondo delle bo eghe (ad esempio le fiere, ecc.) che da Fairtrade-Transfair Italia e che mirano a sensibilizzare i consumatori a raverso i media o iniziative dedicate al commercio equo e solidale. Un consumatore reso sensibile dall insieme delle iniziative culturali e di animazione, gestite sia a raverso eventi mediatici che a raverso il lavoro capillare delle bo eghe, potrebbe poi trovare nei luoghi tradizionali di consumo i prodo i del commercio equo e solidale. Oltre a ciò, gli stessi luoghi tradizionali di consumo potrebbero essere ogge o di animazione da parte dei volontari sensibili a queste tematiche, con un alleanza fru uosa tra efficienza nella logistica e nella distribuzione (da parte dei ca

31 Capitolo 3 Canali Distributivi nali commerciali tradizionali) ed efficienza nella comunicazione e sensibilizzazione (da parte del mondo delle associazioni di commercio equo e solidale). Le diverse organizzazioni vedrebbero dunque sfru ati pienamente i rispe ivi vantaggi comparati: le bo eghe nella sensibilizzazione, le stru ure commerciali nella distribuzione. Il secondo ostacolo alla crescita del commercio equo e solidale è rappresentato dalla capacità ancora modesta delle organizzazioni italiane di illustrare e giustificare adeguatamente a consumatori e ci adini i benefici della propria a ività, specie per quello che riguarda i benefici ricavati dai produ ori. Un certo grado di auto referenzialità e la ritrosia per i processi di certificazione rischiano infa i di generare, nel medio termine, risposte negative da parte dei ci adini. Anche da questo punto di vista uno sforzo di apertura, confronto e dialogo sarebbe largamente auspicabile

32 CERTIFICAZIONI E TUTELA Abbiamo visto che il commercio equo e solidale rappresenta un approccio alternativo al commercio convenzionale, si fonda sulla crescita della consapevolezza dei consumatori. L educazione, l informazione e l azione politica. Per rispondere all esigenza di mantenere integri i principi applicati nella produzione e commercializzazione dei prodo i di commercio equo e solidale e per consentire l allargamento dei canali distributivi, sono stati intrapresi percorsi verso la definizione di un sistema di certificazione. A tal fine esistono delle organizzazioni di secondo livello che certificano il singolo prodo o o accreditano l organizzazione garantendo maggiore affidabilità ai consumatori. 4.1 Riconoscimento prodo i equo solidali In generale è possibile riconoscere il commercio equo e solidale quando: 1) Il prodo o è etiche ato FAIR- TRADE, che implica la certificazione in relazione al rispe o dei principi del Commercio equo e solidale nella realizzazione di un prodo o specifico. L organismo di certificazione è il F.L.O. International (Fair Labelling Organization) che in Italia è rappresentato dal marchio TRANS FAIR FAIR TRADE ITALIA. 2) L organizzazione che importa è distribuisce i prodo i è una F.L.O., e la certificazione non riguarda il singolo prodo o ma l intero operato. La IFAT (International Federation of Alternative Trade) che rappresenta l associazione internazionale del Commercio equo e solidale, ha sviluppato un sistema di monitoraggio per un controllo nelle importazioni e distribuzioni delle organizzazioni certificate e soltanto se una organizzazione è riconosciuta dagli standard IFAT può utilizzare il marchio FAIR TRADE ORGA- NIZATION. 3) L Accreditamento di AGICES (Assemblea generale italiana del C. E e S.) L AGICES è una associazione che rappresenta le organizzazioni del commercio equo e solidale (diversi importatori e le Bo eghe del Mondo); è inoltre depositaria della Carta Italiana dei criteri del commercio equo e solidale. Le associazioni riconosciute da AGICES sono iscri e e accreditate dal Registro Italiano delle Organizzazioni di Commercio Equo e Solidale (Registro AGICES)

33 Capitolo 4 Certificazioni e Tutela 4.2 Certificazioni di prodo o e di filiera Dall inizio delle esperienze del commercio equo e solidale, verso la fine degli anni 60, se ne sono affermati due modelli complementari. Il primo è il commercio equo e solidale della Filiera, con il quale vengono controllati dall IFAT i diversi passaggi dalla produzione alla distribuzione e importazione, l IFAT si occupa di garantire i requisiti di trasparenza, il divieto del lavoro minorile e di definire e prestabilire parametri di produzione che siano eco sostenibili. A raverso un sistema di accreditamento l organizzazione socia riceve il marchio FTO (Fair Trade Organization) che certifica l appartenenza alla filiera. Questo marchio si riferisce, quindi, all operato complessivo dell organizzazione, e non al singolo prodo o commercializzato. Il secondo modello di commercio equo e solidale. E quello basato sulla certificazione dei prodo i: questo ha consentito la diffusione dei prodo i di equo - solidali nei canali della distribuzione tradizionale. Di solito all interno dei supermercati viene dedicato uno spazio apposito a questi prodo i, al fine di evidenziarne le differenze dagli articoli tradizionali e stimolare quindi il consumatore a scegliere un prodo o dall alto valore sociale. La certificazione viene rilasciata da un organizzazione che opera a livello nazionale, in coordinamento con altri enti di certificazione rappresentati in FLO (Fair Labelling Organization). Il ruolo del coordinamento internazionale è quello di formulare gli standard per i principali prodo i agricoli commercializzati, stabilendo i prezzi minimi e le condizioni di lavoro da rispe are. A livello nazionale, le organizzazioni di marchio coordinano la trasformazione e la distribuzione, vigilando sull uso della certificazione rilasciata. In Italia FLO è presente a raverso Transfair Italia, che gestisce la distribuzione dei prodo i certificati all interno dei supermercati commerciali. 4.3 Chi stabilisce i criteri del commercio equo e solidale Alla fine degli anni 90, si sono compiuti numerosi passi avanti per tradurre in regole prassi già consolidate dal movimento equo e solidale negli anni precedenti: nel 1998, ad esempio, News! ha approvato la Carta Europea dei Criteri del Commercio Equo e Solidale, in cui vengono definiti tu i i sogge i coinvolti e gli standard da rispe are; a livello internazionale invece, IFAT ha iniziato il percorso di definizione e controllo dei criteri dapprima a raverso la formulazione di un codice di condo a, giungendo nel 2002 alla definizione dei Fair Trade Standards, che stabiliscono tanto gli standard quanto gli indicatori per misurare l aderenza delle organizzazioni. In Italia, è stato intrapreso un percorso di definizione dei criteri specifico: muovendo da quanto era già stato con

34 Capitolo 4 Certificazioni e Tutela diviso in ambito europeo, i criteri hanno considerato la specificità del nostro Paese, dove il ruolo delle bo eghe del mondo è particolarmente significativo e diversificato. Nel 1999, si è riunita per la prima volta l Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale (AGICES), formalmente costituita come associazione nel AGICES è il sogge o depositario della Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale, nonché responsabile dell istituzione e della gestione del Registro Italiano delle organizzazioni di Commercio Equo e Solidale: Registro AGICES. 4.4 Chi controlla i sogge i accreditati E importante al fine della tutela del consumatore e anche in relazione alla possibile espansione del commercio equo e solidale conoscere chi controlla i sogge i accreditati dalle organizzazioni di cui abbiamo sopra descri o i cara eri principali. Nel caso dell accreditamento, ossia del riconoscimento di un organizzazione come FTO (Fair Trade Organization), l organismo di coordinamento che accredita prevede un insieme di passaggi per verificare il rispe o dei criteri e monitorarne la continuità. Il sistema di monitoraggio IFAT ha compiuto notevoli passi avanti negli ultimi anni: dalla formulazione di un codice di condo a nel 1995, si è giunti a un sistema più complesso, articolato in tre fasi: auto-valutazione, controllo reciproco e verifiche esterne a campione. Ogni due anni, le FTO procedono all autovalutazione, supportati da IFAT a raverso delle linee guida che forniscono indicatori misurabili per valutare il rispe o degli standard. La seconda fase si basa sul controllo reciproco, ovvero nella redazione di un rapporto che descriva la pratica reale delle organizzazioni partner, senza costituire uno strumento di denuncia, ma piu osto un momento di trasparenza teso a rinforzare il dialogo tra i diversi sogge i. I rapporti vengono utilizzati come base valutativa da una Commissione di accreditamento che stabilisce il rilascio, la conferma o l annullamento dell accreditamento. Infine una volta l anno viene effe uata una revisione esterna su un campione del 5-10% dei rapporti ricevuti dalla commissione. IFAT ha registrato un marchio per le organizzazioni che so oscrivono il codice di condo a. In Italia AGICES ha individuato standards e identificatori verificabili che rendono concreti i principi della Carta Italiana dei criteri del commercio equo e solidale

35 Capitolo 4 Certificazioni e Tutela 4.5 Chi controlla i prodo i certificati Di analoga importanza è la conoscenza degli enti e delle organizzazioni che controllano i prodo i certificati. Per ciò che riguarda l utilizzo del marchio e i sistemi di certificazione dei prodo i, il lavoro di coordinamento tra le organizzazioni nazionali di marchio svolto da FLO (Fair Labelling Organization) ha portato all adozione di un marchio unico FairTrade. Tali operazioni avvengono su due fronti : F.L.O. incentra la propria a ività sui produ ori dei paesi del Sud, mentre le organizzazioni Nazionali (per l Italia: TRANSFAIR ITALIA) si occupano delle imprese dei paesi del Nord che distribuiscono e commercializzano i prodo i. FLO collabora inoltre con un gruppo di esperti indipendenti che visita regolarmente i gruppi di produ ori, relazionando a FLO Cert LTD (una società nata per assicurare maggiore trasparenza nelle a ività di monitoraggio). Il monitoraggio, inoltre, è reso costante dall a ività di revisione periodica del Trade Audit Department, che verifica il rispe o delle condizioni lavorative e produ ive certificate: dal pagamento del giusto prezzo al rispe o dei criteri per prodotto. Per o enere il marchio FLO sui propri prodo i, un organizzazione di produ ori deve rispondere a criteri di natura sociale ed economica, dall organizzazione democratica del lavoro al rispe o della norme de ate dall Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle condizioni lavorative. Per rispe are i criteri prescri i, le organizzazioni di produ ori devono, in primo luogo, soddisfare i requisiti minimi e, in seguito, programmare una strategia adatta a raggiungere i requisiti progressivi, che approfondiscano e consolidino i primi. Una volta appurata la presenza delle condizioni eque di produzione, il controllo si rivolge al prodo o. A seguito dell iscrizione nei registri internazionali di FLO dei prodo i certificati, le organizzazioni nazionali di certificazione rilasciano una licenza all uso del marchio (royalty) da parte del sogge o commerciale tradizionale. L azienda deve impegnarsi a rispe are i criteri del Commercio Equo e Solidale stabiliti nel sistema di certificazione FLO, so oscrivendo un vero e proprio contra o di sublicenza del marchio, rispe ando il prezzo minimo garantito e impegnandosi a stabilire relazioni commerciali stabili con i produ ori coinvolti. Il marchio, quindi, certifica il rispe o dei criteri del commercio equo e solidale limitatamente al lavoro dei produ ori e al modus operandi dell azienda rispe o allo specifico accordo commerciale con i produ ori

36 Capitolo 4 Certificazioni e Tutela 4.6 Problematiche a uali Non tu i i prodo i equi e solidali che si trovano in commercio sono tu avia certificati a raverso la catena di controlli e marchi cui abbiamo fa o finora cenno, e questo per diverse ragioni. In primo luogo, alcuni sogge i del commercio equo e solidale (in particolare le centrali di importazione, ma anche alcune bo eghe del mondo che intra engono un rapporto dire o con i produ ori) hanno a che fare con produ ori così svantaggiati e marginali da non essere in grado di rispe are tu i i requisiti richiesti da FLO per o enere la certificazione; nei confronti di questi produ ori, gli importatori svolgono azioni di assistenza che mirano a farne crescere le capacità tecniche, commerciali ed amministrative così da consentire loro di rispe are i requisiti imposti dal processo di certificazione gestito da FLO. In queste circostanze, al di là delle rassicurazioni fornite dai sogge i importatori dei beni (Atos o bo eghe), non esistono garanzie precise (e processo certificato secondo metodologie trasparenti e condivise) sulla natura e le cara eristiche dei processi che hanno portato alla creazione ed alla vendita di un prodo o. Una veloce analisi dei siti internet di molti sogge i italiani impegnati in queste a ività mostra che molto potrebbe essere fa o per aumentare l informazione e la trasparenza; rimane comunque irrisolto il problema di un evidente confli o di interessi per il sogge o che svolga simultaneamente sia il ruolo di importatore e distributore di un prodo o sia quello di certificatore del processo produ ivo. In secondo luogo, il processo di creazione degli standard e la gestione dei processi di certificazione si sono scontrati con le difficoltà connesse alle produzioni di beni artigianali, per definizione poco o per nulla standardizzate, rispe o alle quali l applicazione di alcune delle caratteristiche del commercio equo e solidale si presenta oltremodo complessa. Basti pensare al principio del pagamento di prezzi equi, una categoria difficile da concettualizzare, ma che viene solitamente implementata sulla base di tre principi: il prezzo è stabilito congiuntamente da produ ore ed acquirente (cioè non è necessariamente quello vigente sul mercato internazionale del bene ogge o di tra ativa); il prezzo è stabilito ad un livello sufficiente a garantire uno standard di vita dignitoso al produ ore; il prezzo così determinato rappresenta una soglia minima che viene pagata al produ ore solo quando il prezzo quotato sui mercati internazionali sia inferiore ad essa; negli altri casi, l acquirente pagherà i prezzi quotati dal mercato

37 I PREZZI A questo punto è necessario effe uare un analisi dei prezzi dei prodo i equi e solidali. La gente è portata a pensare che questi beni costino di più rispe o a quelli tradizionali. Nella maggior parte dei casi, in effe i, il prezzo al consumo è superiore. Ma perché? E sopra u o, come mai quello dei prodo i tradizionali è inferiore? 5.1 La fase iniziale: accordi di fornitura e prezzo di partenza È stato affermato che il principale scopo del commercio equo e solidale è quello di ridurre la povertà cercando di accrescere il reddito e le opportunità dei produ ori dei Paesi in via di sviluppo. Per raggiungere questo obie ivo, il commercio equo e solidale fornisce ai produ ori un mercato prote o e assistenza nello sviluppo delle capacità necessarie ad entrare nel mercato convenzionale delle esportazioni, garantendo ai produ ori l accesso dire o al mercato europeo, evitando così il ricorso agli intermediari ed agli speculatori. Talvolta, per facilitare l investimento iniziale (sopra u o dove non è presente il microcredito) e per impedire agli usurai di concludere facili affari, gli importatori equo solidali pagano parte del prezzo in anticipo. In questo modo si instaurano relazioni a lungo termine che garantiscono maggior sicurezza ai produ ori. Il prezzo viene concordato dire amente fra produ ori ed importatori tramite la stipulazione di contra i di lunga durata. Il prezzo pa uito cerca di essere equo, cioè non solo deve coprire i costi individuali di produzione (vale a dire i costi monetari sostenuti dal produ ore), ma deve anche internalizzare i costi sociali ed ambientali dovuti all a ività produ iva; in altre parole, entrano nella funzione di costo individuale anche le esternalità negative, cioè gli effe i negativi che l a ività ha sui terzi estranei alla produzione (per esempio: l utilizzo di fertilizzanti a basso impa o ambientale minimizza i danni alle acque e quindi non vengono diminuite le possibilità di reddito dei pescatori. Il produ ore sostiene un costo maggiore per i fertilizzanti perché si accolla il danno che avrebbero subito i pescatori, dovuto al minor pescato, se egli avesse utilizzato fertilizzanti tradizionali). Infine, il prezzo deve essere sufficiente a garantire al produ ore (ed ai suoi collaboratori) un livello di vita dignitoso e a perme ergli di effe uare degli investimenti futuri. Inoltre, la lunga durata del contra o perme e al produ ore di pianificare l a ività e di non essere schiavo dell assillo quotidiano delle vendite a prezzo di mercato. In conclusione, si può affermare che il prezzo di partenza viene fissato seguendo il consiglio di John Maynard Keynes: Il giusto prezzo non dovrebbe essere fissato al livello più basso possibile, ma ad un livello sufficiente che assicuri al produ ore condizioni di vita consone al luogo in cui vive ed è interesse di tu i i produ ori che questo prezzo delle merci non scenda so o il livello fissato e per questo i consumatori non hanno diri o di aspe arsi che ciò avvenga 1. 1 La traduzione è nostra

38 Capitolo 5 I Prezzi Nel mercato tradizionale delle commodity 2, per esempio, non vi è alcun accordo a priori. I produ ori producono la materia prima e successivamente la vendono al prezzo di borsa. Ad acquistarlo sono principalmente gli intermediari e gli speculatori. A differenza del precedente, questo tipo di prezzo viene fissato in base all andamento del mercato (domanda e offerta) e solitamente non rispecchia il costo effe ivo di produzione, né si preoccupa di internalizzare i costi esterni. Poiché la quantità domandata finale di questi prodo i è abbastanza costante nel tempo, il prezzo varia in basa alle flu uazioni dell offerta ed alle speculazioni. Capita, per esempio, che, a causa di eventi climatici sfavorevoli, alcuni raccolti vadano distrutti. L offerta diminuisce, gli speculatori entrano in azione e, seppur al produ ore iniziale sia pagato praticamente il prezzo base, il prezzo della materia aumenta, perme endo agli intermediari di avere un ampio margine di guadagno. Nel caso contrario in cui si verifichi un eccesso di offerta, per esempio a causa dell ingresso di un nuovo produ ore, come avvenne quando iniziò a vendere caffé anche il Vietnam, il prezzo della materia crolli. Ma il minor prezzo viene quasi completamente scaricato sui produ ori, poiché gli intermediari si rifiutano di acquistare al prezzo base e i produ ori vendono so ocosto pur di evitare di dover bu are tu o il raccolto. Perché il prezzo di partenza si forma così? Tu o questo avviene perché i produ ori essendo piccoli, numerosi e scarsamente coordinati tra loro sono la parte debole del rapporto e quindi subiscono l iniziativa degli intermediari, che al contrario, sono pochi e molto ben organizzati. Per esempio, il 40% del mercato del caffé viene gestito da solo qua ro multinazionali. Inoltre, i produ ori hanno scarsa conoscenza dei mercati e sono costre i ad affidarsi agli intermediari. In conclusione, vediamo che nella prima fase di formazione del prezzo di vendita, la differenza è dovuta non al prezzo maggiore dei prodo i equo solidali, ma al fa o che quello del mercato tradizionale è un prezzo che non rispecchia tu i i costi di produzione (esternalità negative, ecc). Inoltre, gli intermediari tradizionali saldano i debiti verso i produttori agricoli con grande ritardo (si arriva anche ad un anno). In questo modo essi possono rivendere il prodo o ad un prezzo più basso perché non hanno anticipato somme di denaro, scaricando questo costo sui produ ori che spesso sono costre i ad indebitarsi con gli usurai. Le centrali di importazione equo solidali, come visto, talvolta anticipano addiri ura il pagamento e quindi rivenderanno il prodo o ad un prezzo maggiorato degli oneri finanziari. 2 Sono i mercati dei beni

39 Capitolo 5 I Prezzi 5.2 Metodo di produzione A questo punto è necessario analizzare la merce ogge o dello scambio. Per quanto riguarda i prodo i agricoli, per esempio, nella quasi totalità dei casi la loro provenienza è di origine biologica. Le coltivazioni biologiche sono condotte in modo tale da preservare la capacità produ iva del terreno e di evitare contaminazioni chimiche degli stessi prodo i, delle acque e dell aria. Per evitare l azione nociva dei parassiti e per la concimazione vengono utilizzati solo sistemi naturali. Non sono coltivate specie geneticamente modificate. Queste tecniche fanno sì che si ottenga un prodo o qualitativamente superiore, ma incidono negativamente sulla resa dei terreni riducendo le quantità raccolte. Per questa ragione il prezzo unitario è più elevato. Da alcuni anni anche l Unione Europea sta incoraggiando questo tipo di coltivazioni, i cui prodo i vengono contraddistinti da un marchio apposito ed i produ ori ricevono un finanziamento maggiore rispe o a quelli tradizionali. Ovviamente queste misure sono riservate alle coltivazioni europee. Dal punto di vista del lavoro, i produ ori equo solidali devono aderire alla Carta Internazionale dei Diri i dei Lavoratori e non possono avvalersi di manodopera a basso costo (come quella infantile). Tu o ciò fa sì che il prezzo del prodo o sia più elevato. 5.3 Accesso ai mercati 1: i dazi Concluso lo scambio giunge il momento di trasportare il prodo o verso i mercati di sbocco. Il problema è che l accesso ai mercati non sempre avviene in condizioni paritarie. Infa i, le modalità di circolazione dei prodo i sono differenti in base alla nazionalità di origine degli stessi. Così, alcuni prodo i possono circolare liberamente (si pensi, per esempio, al prodo o agricolo italiano che può essere venduto in qualunque Paese dell Unione Europea senza che il suo prezzo venga gravato da dazi doganali); ad altri vengono imposti dazi esigui; ad altri ancora dei dazi più pesanti. Per capire queste differenze, abbiamo riportato una tabella indicante il valore percentuale medio dei dazi rispe o ai prezzi dei prodo i, applicati dai maggiori Paesi importatori in base al luogo di origine delle merci

40 Capitolo 5 I Prezzi Tabella 1: Dazi doganali sulle importazioni Esportatore Importatore Paesi Sviluppati OCSE Paesi in via di Sviluppo Paesi So osviluppati USA 1,2 4,5 13,6 Unione Europea 2,5 4,5 5,0 Giappone 1,6 4,7 5,0 Fonte: Elaborazione UNDP (Human Development Report 2005, pag.127) su dati 2001 del IMF e World Bank Dalla tabella si evince che i grandi Paesi importatori a uano delle politiche abbastanza protezionistiche sopra u o nei confronti dei prodo i che provengono dai Paesi meno sviluppati (ovviamente non è per loro conveniente ostacolare i commerci reciproci). Come de o, i dazi riportati in tabella si riferiscono al valore medio applicato nell anno di riferimento. Infa i, la situazione è, dal punto di vista dei Paesi non OCSE, anche peggiore. I Paesi ricchi hanno un sistema a tassazione crescente con meccanismo alquanto perverso. Quando importano prodo i grezzi applicano dazi bassi, quando comprano prodo i lavorati i dazi sono molto più elevati. In questo modo, cercano di evitare che i Paesi in via di sviluppo aggiungano valore al prodo o, riservandosi così questa facoltà. Box 1 Il meccanismo dei dazi In Giappone i dazi sui prodo i lavorati sono se e volte maggiori di quelli sui prodotti grezzi. Nella UE, per esempio, i dazi sul cacao partono dallo 0% sulla materia grezza, salgono al 9% sulla pasta e arrivano al 30% sul prodo o finito. Questa stru ura tariffaria disincentiva i Paesi in via di sviluppo dall aggiungere valore e favorisce il trasferimento di valore dai produ ori dei Paesi poveri alle imprese dei Paesi ricchi. A dimostrare ciò, basti pensare che il 90% del cacao cresce nei Paesi in via di sviluppo, mentre solo il 44% della pasta ed il 29% della polvere vengono esportati da questi Paesi. Il sistema dei dazi fa sì che Paesi come Ghana e Costa d Avorio esportino cacao non lavorato, rimanendo legati, così, al mercato molto volatile della borsa (come già de o, la domanda di prodo i finiti è più stabile). Nel fra empo, la Germania è il più grande esportatore al mondo di prodo i finali a base di cacao (cioccolata, burro di cacao, ecc.) e la parte maggiore di valore derivante dalla produzione africana rimane quasi interamente in Europa. Fonte: HDR 2005, pag UNDP

41 Capitolo 5 I Prezzi Poiché i prodo i del commercio equo e solidale provengono da Paesi in via di sviluppo o so osviluppati, la politica dei dazi doganali contribuisce ad aumentare ulteriormente la differenza tra il loro prezzo e quello dei prodo i tradizionali. Quindi il prezzo pagato dal consumatore è relativamente più alto, poiché una quota dello stesso costituisce un entrata fiscale per lo Stato e per questo anch egli, indirettamente, nei beneficerà. È doveroso segnalare che nel 2000 l Unione Europea ha preso l impegno di rivedere entro il 2008 le norme che regolano i rapporti commerciali con i Paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) più poveri. 5.4 Accesso ai mercati 2: i sussidi Nel paragrafo precedente abbiamo analizzato come i mercati dei prodo i dei Paesi sviluppati siano prote i da una politica di dazi a loro favorevoli. In aggiunta a ciò, i Paesi sviluppati sussidiano le proprie produzioni per aumentarne la competitività. Sopra u o nel se ore agricolo, le politiche di finanziamento pubblico fanno sì che il prezzo al consumo dei prodotti sia più basso. Abbiamo riportato alcuni grafici relativi ai sussidi agricoli nei Paesi OCSE. Fonte: elaborazione UNDP (HDR 2005, pag. 129) su dati OCSE 2005 Fonte: elaborazione UNDP (HDR 2005, pag. 129) su dati OCSE

42 Capitolo 5 I Prezzi Dai grafici si evince che le produzioni occidentali sono finanziate in maniera cospicua. La stru urazione di questi finanziamenti, oltre che penalizzare i prodo i importati, crea delle ineguaglianze anche all interno dei Paesi ricchi. Infa i, la CAP (Politica Agricola Comunitaria) favo- risce i grandi produ ori, ai quali vengono concessi finanziamenti maggiori, e disincentiva i piccoli coltivatori. Basti pensare che nel 2003 sei produ ori europei di zucchero hanno diviso un sussidio di 831 milioni 3. Box 2 Zucchero amaro L Unione Europea assicura 43 miliardi di sussidi dire i ai produ ori. Il se ore agricolo europeo impiega circa il 2% della forza lavoro, ma assorbe circa il 40% dei finanziamenti comunitari. Lo zucchero è la produzione più aiutata ed è un o imo caso di studio di comportamento irrazionale dell a ore pubblico. Ai produ ori ed alle imprese di trasformazione viene assicurato un prezzo di vendita qua ro volte più alto di quello del mercato mondiale e ciò genera una sovrapproduzione di 4 milioni di tonnellate annue. Questo surplus viene allocato sui mercati internazionali grazie ad un ulteriore sussidio pubblico sulle esportazioni pari a $ 1 miliardo, pagato ad un piccolo gruppo di imprese di trasformazione del prodo o. Il risultato: l Europa è il secondo esportatore mondiale pur senza possedere alcun vantaggio comparato rispe o agli altri concorrenti. Il costo di questa politica viene pagato dai Paesi in via di sviluppo. L esportazione di zucchero europeo ha fa o crollare il prezzo mondiale del 33% e si stima che gli altri Paesi abbiano subito ingenti perdite ad essa dovute: $494 milioni per il Brasile, $151 milioni per il Sud Africa e $60 milioni per la Tailandia (Paese dove 60 milioni di persone vivono con meno di $2 al giorno). Nel fra empo, il Monzabico, che possiede un o ima industria di trasformazione dello zucchero, è tenuto fuori del mercato europeo a causa di una quota di export consentita pari al valore europeo di qua ro giorni di consumo di zucchero. Fonte: Human Development Report 2005, pag. 130 UNDP Per concludere, bisogna considerare che i sussidi, oltre a distorcere i mercati rendendo i prodo i nostrani più convenienti, sono indire amente pagati dai ci adini e quindi il prezzo dei prodo i tradizionali è più basso, poiché in parte è stato già corrisposto dal consumatore finale tramite il sistema fiscale (al contrario di quanto detto alla fine del paragrafo precedente per i prodo i gravati da dazi). È doveroso segnalare, anche in questo caso, che le politiche agricole comunitarie stanno cambiando e che lentamente il livello dei sussidi pubblici a favore dell agricoltura sta diminuendo anche se, come sopra descri o, si a estano ancora su livelli elevati. 3 Da HDR 2005, pag UNDP

43 Capitolo 5 I Prezzi 5.5 La distribuzione In ultima analisi va considerato il canale di distribuzione. Il commercio equo e solidale, per quanto riguarda l Italia, si affida principalmente ad una fi a rete di bo eghe, appoggiandosi solo in maniera marginale alla grande distribuzione. Questo sistema di vendita non perme e di usufruire appieno dei vantaggi delle economie di scala e tende ad aumentare il costo fisso unitario che grava sui prodo i così venduti. È una scelta che fa perdere competitività. Va considerato, infine, che spesso il fa ore lavoro delle bo eghe non è remunerato, in quanto questa a ività è gestita da volontari (altrimenti il prezzo finale sarebbe ancora maggiore). 5.6 Considerazioni finali In questo capitolo abbiamo analizzato l iter di formazione del prezzo di vendita dei prodo i. Abbiamo constatato che la differenza di prezzo fra prodo i tradizionali e equo solidali è principalmente legata a tu a una serie di fa ori esterni che distorcono il mercato già prima che la produzione abbia inizio. Abbiamo visto che parte della differenza di prezzo è dovuta alle politiche commerciali e fiscali dei Paesi ricchi, che hanno il comprensibile intento di proteggere i propri produ ori, ma che concorrono a spingere il prezzo dei prodo i tradizionali provenienti dai Paesi in via di sviluppo a livelli troppo bassi. Il basso prezzo provoca un eccessivo sfruttamento dell ambiente, e talvolta anche delle risorse umane, per poter o enere quantità di prodo o maggiori. Si genera così degrado e povertà e le popolazioni sono portate a cercare migliori condizioni di vita. Questa ricerca si traduce spesso in emigrazione e il problema si presenta alle nostre frontiere. Tralasciando il non valutabile dramma umano, la gestione degli immigrati comporta, per lo Stato, dei costi elevati (pa ugliamento dei confini, soccorso e rimpatrio dei clandestini, ecc.) che vengono indire amente sostenuti dai cittadini dei Paesi ricchi. Pensiamo, quindi, che per poter fare un raffronto valido con i beni equo solidali, il prezzo dei prodo i tradizionali provenienti dai Paesi poveri vada aumentato di una quota di questi costi. E, probabilmente, il costo economico e sociale delle politiche protezionistiche è maggiore dei benefici che ricevono i produ ori europei

44 LE CRITICHE Alla fine del nostro viaggio, dopo aver visto la situazione economica e sociale nel mondo, inquadrato il commercio equo e solidale come un alternativa possibile e descri o le sue peculiarità, è giunto il momento di analizzare anche i punti di debolezza di questa forma di scambio, sia per me ere in guardia il consumatore finale, sia per impedire che i suoi buoni propositi sociali si traducano in comportamenti contrari all idea iniziale che ha fa o nascere questa forma di commercio. Riteniamo che questa analisi debba partire da alcune definizioni. Per farlo ci aiutiamo con il dizionario italiano. Per equo si intende: con riferimento a cosa, che obbedisce a un criterio di giustizia sostanziale, di corrispondenza tra dare e avere, ecc. Per solidale: che comporta il vincolo della solidarietà tra i sogge i di un rapporto obbligazionario. Solidarietà: rapporto di comunanza tra persone pronte a collaborare tra loro e ad assistersi a vicenda 1. Partendo da queste due definizioni, che poi sono la base di questa forma di commercio, analizziamo se è veramente equo e solidale. 6.1 Distribuzione geografica nel mondo Il commercio equo e solidale nasce con l obie ivo di ridurre la povertà nel mondo, ma la sua a ività si concentra prevalentemente nei Paesi in via di sviluppo dell America Latina e dell Asia, toccando in minima parte i Paesi so osviluppati e l Africa. Questo significa che i benefici del commercio equo e solidale non vanno a vantaggio di coloro che ne avrebbero maggior bisogno, cioè i Paesi so osviluppati, ma come avviene nei mercati non in concorrenza perfe a, il più forte riesce ad acquisire una parte di beneficio maggiore. In questa forma di commercio, infa i, non essendoci la concorrenza dei Paesi sviluppati la parte del leone la fanno i Paesi che stanno sul secondo gradino della scala (cioè quelli in via di sviluppo). Quindi, il commercio equo e solidale opera sì in ambiti svantaggiati, ma non poveri, forse perché non si ha una definizione precisa di povero. Pur riconoscendo che questa forma di commercio migliori effe ivamente le condizioni di vita di popolazioni che con il modello tradizionale sarebbero svantaggiate, a ualmente, nulla fa per porre rimedio alla povertà intesa in senso stre o. Chi è il povero? Una persona senza lavoro? Una persona analfabeta? Una persona senza casa? Una persona che soffre di denutrizione? Una persona che non può mandare i figli a scuola? Perciò, al livello mondiale, il commercio equo e solidale, per il momento, non risponde ad un criterio di giustizia sostanziale (una dei significati del termine equo), poiché non inizia la sua opera agendo su coloro che ne hanno un più immediato bisogno, cioè sulla parte di popolazione mondiale che vive con meno di $ 1 1 Le definizioni sono tra e dal dizionario italiano Sabatini - Cole i

45 Capitolo 6 Le Critiche al giorno. Come de o, i prodo i provengono da Paesi lontani rispe o ai Paesi ricchi. Perciò, per farli arrivare nei mercati Occidentali è necessario sostenere dei costi di trasporto superiori e, di conseguenza, si hanno maggiori emissioni inquinanti. Quindi, uno degli obie ivi del commercio equo solidale (cioè quello della protezione ambientale) viene parzialmente contradde o. Infa i, per rispe arlo, questa forma commerciale non dovrebbe favorire la vendita dei prodo i sui mercati occidentali, ma dovrebbe cercare di limitare gli spostamenti della merce e favorire gli scambi fra Paesi vicini. Va considerato che mentre fra i Paesi ricchi le barriere doganali sono abbastanza blande, fra gli altri Paesi queste barriere costituiscono veri e propri disincentivi per i commerci reciproci. 6.2 Produ ori e prezzo equo Le centrali di importazione equo solidali tra ano gli accordi con i produttori. Per capire i limiti di questa tra ativa riportiamo una storia proveniente dal Bangladesh. Box 1 L esperienza della fa oria dei tre terzi Durante l inverno del 1975 mi dedicai al problema dell irrigazione al fine di o enere un raccolto supplementare nella stagione invernale. Durante la stagione dei monsoni, ovunque andassi vedevo che ogni minima particella di terreno era sfru ata. Invece, durante l inverno, tu e quelle terre erano abbandonate. Mi chiedevo se non fosse possibile cercare di o enere un raccolto invernale. Passando in inverno in mezzo ai campi, deserti per la siccità, notai un pozzo profondo nuovo di zecca che rimaneva del tu o inutilizzato. Quando me ne domandai il motivo scoprii che, durante l inverno precedente, i contadini avevano litigato tra loro a causa della tassa da pagare per avere diri o al prelievo dell acqua e da allora nessuno voleva più anticipare i soldi per la gestione del pozzo. Era assurdo in un Paese dove la carestia mieteva così tante vi ime. Ebbi allora l idea di fondare un nuovo tipo di cooperativa agricola, che pensai di chiamare dei tre terzi. Chi possedeva la terra avrebbe messo a disposizione il proprio appezzamento durante la stagione invernale, i mezzadri avrebbero contribuito con il lavoro ed io avrei coperto tu e le spese di funzionamento del pozzo. Ognuna delle parti (i proprietari, i mezzadri ed io) avrebbe ricevuto un terzo del raccolto. La prima stagione, che per tu i fu una fase di apprendistato, si concluse con un successo strepitoso. I mezzadri ed i contadini erano raggianti: senza spendere un centesimo avevano ricavato un raccolto abbondante. Dal canto mio mi sembrava di avere riportato una vi oria, perché l esperimento era riuscito: avevamo o enuto una messe là dove prima, in inverno, c era solo un arida distesa

46 Capitolo 6 Le Critiche Il successo della nostra iniziativa, però, aveva messo in luce un problema che fino a quel momento non avevo previsto. Una volta effe uata la raccolta occorreva della manodopera per separare il riso dalla lolla (che è l insieme di scorie che si forma durante la trebbiatura, ndr). Questo compito, noioso ed ingrato, era affidato ovviamente ai lavoranti giornalieri peggio pagati: quasi sempre donne poverissime che altrimenti sarebbero state rido e a mendicare. Per me lo spe acolo era quasi insopportabile: 25 o 30 donne arrivavano presto la ma ina, remissive come bestie da soma, e per tu a la giornata, senza interruzione, lavoravano in piedi contro un muro al quale si appoggiavano per non cadere. Il loro salario dipendeva dalla quantità di prodo o pulito che riuscivano ad o enere, in genere un sedicesimo del riso già separato. Ciò significava circa qua ro chili di riso grezzo, equivalenti a quaranta centesimi di dollaro. Era evidente che, nel sistema che avevamo creato, i profi i più alti andavano a chi possedeva più terra. Ai proprietari più piccoli e ai poveri spe ava ovviamente una quota di partecipazione inferiore. La più infima di tu e andava alle donne che facevano la ba itura del riso. Scoprii che con la stessa quantità di lavoro quelle donne avrebbero potuto guadagnare cinque volte tanto avendo la possibilità di comprare e lavorare il riso in prima persona. Ma erano troppo povere per farlo. Fonte: Il Banchiere dei Poveri, pag.65 Mohammad Yunus - Universale Economica Feltrinelli, 2006 Come rilevato dal prof. Yunus, i proprietari ed i contadini non sono le categorie più povere e deboli. Gli accordi con i produ ori equo solidali, per ovviare a questo problema, prevedono che non venga impiegata manodopera minorile e che siano rispe ati i diri i dei lavoratori (in termini anche di equa retribuzione). Sul punto si possono fare due considerazioni: 1) L opinione pubblica internazionale, prima dei mondiali di calcio giapponesi, si era notevolmente indignata perché una grande multinazionale utilizzava manodopera minorile (stipendiata, seppur a basso livello) nel Terzo Mondo per cucire i propri palloni. Questa multinazionale, allora, per non rovinare la propria immagine, licenziò i bambini per assumere degli adulti. Conseguenze: le famiglie di quei bambini non avevano nulla da offrire loro e, non essendoci scuole o assistenza statale, questi si sono ritrovati costre i a mendicare per procurarsi da vivere. Era questo che voleva la comunità internazionale? Tornando al commercio equo e solidale, è giustificata la linea di principio che me e al bando l impiego di manodopera minorile, solo a pa o, però, che questi bambini abbiano la possibilità di frequentare una scuola e di vivere. Un divieto così categorico, a prescindere dall analisi delle fa ispecie locali, potrebbe solo contribuire a peggiorare le condizioni di vita di molti minori. Allora, probabilmente, sarebbe stato più corre o formulare un divieto di utilizzo della manodopera minorile quando i piccoli hanno l effe iva (e non formale) possibilità di frequentare la scuola. In caso contrario, ai produ ori è permesso l impiego dei bambini per svolgere mansioni commisurate alle loro possibilità, equamente remunera

47 Capitolo 6 Le Critiche te, che perme ano loro di apprendere un mestiere e di sopperire, in qualche misura, alla mancanza di un istruzione scolastica. In questo modo si risolverebbero tre tipi di problemi: i nostri problemi morali, in quanto i minori non sarebbero sfru ati in nessuna maniera; i problemi delle famiglie 2) Come rilevato a se embre da un inchiesta del Financial Times, alcuni produ ori equo solidali di caffé pagavano la manodopera al di so o dei livelli salariali minimi. Questo perché, secondo la giustificazione della F.L.O., solo una parte della loro produzione veniva acquistata dagli importatori equi, mentre per l altra, valevano le regole del mercato tradizionale. Gli importatori equi hanno riba uto che, avendo il produ ore un basso ricavo da una fe a consistente di raccolto, esso non era in grado di stipendiare adeguatamente tu i i lavoratori. Tralasciando le sterili polemiche che il fa o ha scatenato, è però lecito fare alcune riflessioni. In primis, il dei bambini, in quanto questi porterebbero a casa un reddito; i problemi dei bambini stessi, in quanto avrebbero almeno la possibilità di apprendere un mestiere, visto che non ci sono scuole, e grazie a questo potrebbero migliorare le loro aspe ative future. produ ore (che come abbiamo visto prima quasi mai è il più povero) deve aderire alla produzione equo solidale perché ne condivide appieno i valori (fra i quali c è la giusta remunerazione del lavoro) e non perché questo modello garantisce un ricavo superiore. In secondo luogo, la centrale di importazione non deve stipulare contra i con produ ori che non rispe ano determinate norme di comportamento in tu e le occasioni e tantomeno può giustificare queste condo e con la scusa che solo una parte della produzione è destinata al mercato equo solidale. Ne va della fiducia dei consumatori. Come abbiamo visto, anche a livello locale, questa forma di commercio, talvolta, non realizza l obie ivo di equità (sempre inteso in un accezione di giustizia) e, nei rapporti con i lavoratori, neanche di solidarietà, in quanto, in qualche caso, i produ ori hanno interesse a guadagnare il più possibile e non a collaborare per aiutarsi a vicenda con i lavoratori. Dopo quanto de o (sia qui che nel capitolo dedicato ai prezzi), è facile capire che il prezzo equo, poiché considera anche costi che si manifestano nel lungo periodo e costi non monetari, non viene fissato su basi matematiche (per esempio a raverso i meccanismi del costo dire o o del full costing), ma a raverso delle conge ure e delle valutazioni sogge ive. Quindi, vi è il rischio, come visto, che il prezzo stabilito non sia in grado di realizzare appieno gli obie ivi che si pone questo tipo di commercio. Per cercare di limitare, parzialmente, la sogge ività della valutazione, le regole di commercio equo e solidale prevedono che il prezzo venga concordato e che sia trasparente, ciò venga espressamente indicato sull etiche a del prodo o; ma, nonostante ciò, il prezzo così fissato crea ulteriori problemi

48 Capitolo 6 Le Critiche 6.3 Prezzo equo e prezzo di mercato Come visto anche in altri capitoli, il prezzo di partenza è superiore al prezzo del mercato (talvolta anche di cinque volte). Quindi, viene creato un prezzo minimo superiore al prezzo di equilibrio del mercato. Come già de o nel primo capitolo, il mercato agisce in un o ica di breve periodo, mentre il prezzo equo solidale viene fissato in un o ica di medio lungo periodo. Ciò, però, crea notevoli distorsioni nel breve, che vengono particolarmente so olineate dagli oppositori di questa forma commerciale (fra i quali vi sono anche autorevoli testate, come l Economist). Analizziamo alcune distorsioni preme endo che il mercato non si trova mai in un punto di o imo sociale, quindi si è sempre in una situazione di vice o imo, che il commercio equo solidale cerca di correggere. Vediamo quali critiche sono fondate e quali meno. 1) Il mercato lasciato a sé stesso (cioè in concorrenza perfe a) fissa prezzi e quantità, me endo in equilibrio domanda ed offerta. La presenza di un prezzo superiore a quello di equilibrio aumenta la quantità offerta e diminuisce la quantità domandata e le due grandezze cessano di coincidere. Il risultato è un eccesso di offerta (sovrapproduzione) che spinge il mercato ad aggiustamenti bruschi e repentini, che vengono scaricati principalmente sui produ ori più deboli e su quelli sogge i alla volatilità dei prezzi (cioè i produ ori non equo solidali). La critica è in minima parte fondata. Come abbiamo visto, infa i, il mercato non è mai in concorrenza perfe a e sopra u o il mercato delle commodity è assogge ato al grande potere di pochi intermediari (si tra a di mercati in pseudo monopsonio 2 ). Questo fa sì che il prezzo quotato nelle Borse merci sia da loro fortemente influenzato e sia solitamente più basso del prezzo di equilibrio di concorrenza perfe a. Non vi è eccesso di domanda perché la domanda della materia grezza è regolata dagli intermediari stessi che fissano anche il prezzo (infa i, la domanda del prodo o finale ed il suo prezzo sono costanti). In compenso, non sempre i produ ori riescono a coprire interamente i costi di produzione. In teoria il prezzo equo è fissato al prezzo di equilibrio del mercato di concorrenza perfe a. Quindi, non abbiamo elementi in grado di provare o smentire pienamente questa critica in quanto non possiamo conoscere esattamente il prezzo di equilibrio di concorrenza perfe a. Se il prezzo equo è stabilito in misura tale da coprire solo tu i i costi e non da garantire extra-profi i, allora la critica è infondata. 2) Una seconda critica è relativa al fa o che la presenza di un prezzo più alto di quello del mercato fa sì che sopravvivano anche coloro che sono meno efficienti (cioè che hanno un costo medio più alto). In questo caso, la critica è fondata se i maggiori proventi dovuti al prezzo equo non sono utilizzati per i fini previsti, ma vengono usati per coprire le inefficienze (per esempio se il produ ore equo solidale non utilizza il surplus per remunerare i lavoratori secondo quanto previsto). 2 Regime di mercato nel quale la domanda è concentrata in un solo sogge o a fronte di una pluralità di venditori

49 Capitolo 6 Le Critiche 4) Poiché alcuni prodo i vengono commerciati nel circuito equo solidale, garantendo al produ ore una remunerazione superiore, vi è il rischio di creare delle monoculture (sia agricole che artigianali). Infa i, anche altri produ ori potrebbero convertire i loro processi verso i prodo i commercializzabili come equo solidali, impoverendo così il tessuto economico della regione, creando diversi problemi: l area potrebbe dover ricorrere all importazione dei beni che non produce più, aumentando così la dipendenza dall estero; la produzione di una sola tipologia di prodo o è rischiosa poiché si lega il proprio 5) La presenza di una remunerazione superiore (che talvolta diventa addiri ura extra-profi o), spinge i produ ori ad ampliare la loro produzione. Ciò significa aumentare il consumo di territorio, che può Il problema di fondo è che il commercio equo solidale, così come è attualmente impostato, risolve assai pochi problemi. Infa i, nonostante i buoni propositi, esso non costituisce un cambiamento significativo rispe o al commercio tradizionale, ma ne ripropone il modello, introducendo solo alcune modifiche che non si sa per quanto tempo possano sopravvivere. Innanzi tu o non è de o che la nostra concezione commerciale sia valida anche in altre zone della Terra. Poi, c è da considerare il fa o che la produzione equo solidale assorbe una quantità di risorse all incirca uguale a quella consumata dal commercio tradizionale (infa i, al minor utilizzo di fa ori inquinanti nei luoghi di produzione, si deve aggiungere 3) Il prezzo equo è più alto di quello del mercato, ma viene applicato solo sulla merce venduta all importatore equo solidale. Questa situazione spinge molti produ ori locali ad indirizzare la produzione verso i mercati esteri perché più remunerativi, tralasciando quelli interni. sistema economico ad un solo mercato e ci si rende dipendenti delle sue variazioni (in pratica si me ono tu e le uova nello stesso paniere e ciò non è molto saggio). Poiché il mercato è addiri ura straniero, i rischi sono ancora maggiori, in quanto non solo si dipende dal mercato, ma anche dal Paese importatore. Se questo modifica le proprie preferenze o sceglie un altro fornitore, le conseguenze sono facilmente immaginabili. In questo caso, il commercio equo solidale non solo non perme e lo sviluppo del Paese povero, ma lo rende ancor più dipendente del Paese ricco. tradursi in distruzioni di foreste vergini e stravolgimenti degli equilibri naturali (andando nuovamente contro uno degli obie ivi). il maggior inquinamento dovuto al trasporto delle merci nei mercati di destinazione). Questa situazione è abbastanza insostenibile. Infa i, la nostra economia ha un impa o ambientale molto forte che il Pianeta ha difficoltà ad assorbire. Vista la nostra scarsa capacità di cambiamento (per esempio, sono anni che si parla di ridurre l inquinamento atmosferico, ma ancora poco si è fa o in proposito), non è pensabile aggiungere altro inquinamento. E considerato che qualcuno deve sme ere di inquinare, si può ipotizzare che, ad iniziare a farlo, non saranno certamente i Paesi più forti. Quindi per i Paesi in via di sviluppo bisogna trovare soluzioni alternative

50 Capitolo 6 Le Critiche 2) Nella seconda ipotesi, le cose rimangono così come sono. Allora è difficile immaginare che la quantità di prodo i equo solidali domandata possa crescere, poiché essi subiscono la concorrenza (da certi punti di vista sleale ) dei prodo i Abbiamo ampiamente parlato del fa o che il prezzo equo è maggiore del prezzo del mercato. Sono tu e corre e le considerazioni fa e in merito. Il problema è che il prezzo equo è comunque un prezzo artificiale e non di mercato e quindi bisogna verificare, specialmente nel lungo periodo, se lo si riuscirà a mantenere. Gli scenari possibili sono due: 1) Vengono riviste completamente le politiche dei dazi e dei sussidi dei Paesi ricchi, eliminando così queste distorsioni sui prezzi dei prodo i tradizionali. In questo caso, il prezzo equo solidale ed il prezzo dei prodo i tradizionali si riavvicineranno. Se si riuscirà anche ad obbligare i produ ori tradizionali ad internalizzare la maggior parte delle esternalità negative allora i due prezzi dovrebbero quasi coincidere. In questo caso i prodo i equo solidali diventerebbero competitivi e potrebbero tranquillamente sopravvivere. Il problema è che è difficile pensare che i Paesi ricchi non proteggano le proprie produzioni. Anche se abbiamo visto che nel lungo periodo sarebbe conveniente per tu i eliminare dazi e sussidi, nel breve periodo bisogna fare i conti con i turni ele orali e con il fa o che i produ ori tradizionali votano e scelgono chi deve prendere queste decisioni, mentre quelli equo solidali no. tradizionali. In questa situazione, il mercato dei prodo i equo solidali rimarrà di nicchia e non sarà in grado di espandersi. Quindi non riuscirà a risolvere i problemi della povertà a livello globale. Da queste considerazioni possiamo trarre la conclusione che il successo nel lungo periodo del commercio equo solidale (inteso anche in termini di realizzazione degli obie ivi che si è preposto) è abbastanza legato a cosidde i stati di natura, cioè al verificarsi di situazioni esogene che gli attori di questo tipo di commercio non possono controllare. È quindi un po utopistico pensare che tu i i se si realizzeranno ed è indice di scarsa visione economica il non cercare qualche soluzione alternativa che apra una strada di sviluppo autonoma e non vincolata al comportamento degli altri

51 Capitolo 6 Le Critiche 6.4 Strumento economico o mezzo di informazione? Analizzando le critiche interne al movimento (vedi, per esempio, la le era aperta di padre Alex Zanotelli 3 ) si evince una certa confusione su che cosa sia il commercio equo solidale. Per alcuni dovrebbe essere un mezzo per migliorare la situazione economica delle popolazioni del cosidde o sud del mondo, per altri, invece, è un modo per rendere noto alle popolazioni del nord che il sistema economico tradizionale ha dei limiti enormi. Infa i, mentre sarebbe economicamente più conveniente vendere i prodo i equo solidali tramite la grande distribuzione (ciò li renderebbe anche più competitivi), vi sono resistenze interne ad abbandonare il canale delle bo eghe del mondo, in quanto si perderebbe il conta o umano con il venditore/volontario e verrebbe meno quella funzione informativa che costituisce uno degli obie ivi di questo commercio. Questo confli o interno si estende anche nella pianificazione degli obie ivi e delle strategie. Da tu o ciò si evince che gli a ori del commercio equo solidale ancora non hanno ben chiaro quale è il mezzo che stanno guidando. E se non si conosce cosa si guida è improbabile riuscire a determinare a priori dove si può andare e come si può raggiungere la meta. Per concludere, quindi, visto anche quanto de o precedentemente, gli a ori di questa forma commerciale si stanno muovendo un po alla cieca, senza una precisa strategia di crescita, senza un obie ivo chiaro (il che, come visto, crea una certa confusione) ed affidando molte possibilità di sviluppo al verificarsi di situazioni che devono essere decise da altri. La situazione è anche comprensibile in quanto il movimento è gestito in maniera preponderante da volontari, che, seppur dotati di grande volontà e spirito di sacrificio, non sempre possiedono le conoscenze economico gestionali necessarie. Se la situazione non si modifica, è difficile ipotizzare qualsiasi cosa, poiché si vive alla giornata ed è impossibile determinare adesso, in maniera ogge iva, se questa strategia si dimostrerà vincente o meno. Non si può neanche dire se la quota di mercato del commercio equo solidale rimarrà stabile o tenderà a diminuire, poiché a ualmente si regge su valori etico morali dei consumatori occidentali (il che giustifica il maggior prezzo che alcuni di loro sono disposti a pagare) e non si può certo affermare a priori che questi valori rimarranno immutati nel tempo (potrebbero anche scomparire con conseguente caduta delle vendite dei prodo i equo solidali). 3 Il testo integrale della le era è disponibile in internet all indirizzo h p://italy.peacelink.org/zanotelli/articles/art_13130.html

52 TURISMO RESPONSABILE 7.1 Generalità sul turismo Secondo l Organizzazione mondiale del turismo (Omt) il se ore turistico dà lavoro, dire amente o indire amente, a oltre 250 milioni di persone; il fa urato totale annuo ha superato i 510 milioni di dollari, cioè circa il 10% dell intero prodo o interno lordo mondiale. Il flusso degli spostamenti, degli investimenti e dei benefici economici del turismo è molto squilibrato. Oltre l 80% di chi viaggia per turismo risiede nei venti paesi più ricchi del mondo, gli stessi che ricevono il 70% dei turisti; inoltre in questi paesi è concentrato il 72% del fa urato complessivo. In un contesto simile, il turismo nei paesi del Sud del mondo può offrire alcuni benefici: per esempio può creare reddito e occupazione nei paesi visitati e può perme ere ai turisti di entrare in relazione con popoli e culture talvolta molto differenti. Al tempo stesso esso è contraddittorio: in seguito al conta o con i turisti i paesi e i popoli visitati vedono trasformarsi le proprie culture, le proprie abitudini, le identità più profonde. I turisti - spesso occidentali - rischiano di guardare solo la conferma delle immagini (televisive o dei cataloghi) che già hanno visto prima della partenza e rischiano di dormire, mangiare e spostarsi senza entrare in conta o con la realtà locale. Occorre dunque pensare a modi innovativi e sostenibili per viaggiare, senza comprome ere il patrimonio ambientale, culturale e sociale del territorio che si visita e cercando anzi di salvaguardare quelle risorse per le generazioni successive. Nella speranza che il turismo del presente possa riassaporare l essenza di quello passato senza comprome ere quello futuro. Una delle alternative possibili è il turismo responsabile: un modo di viaggiare che privilegia lo scambio con le popolazioni locali del paese di destinazione, l esperienza umana dell incontro come momento di arricchimento personale, di crescita, di conoscenza. Le comunità locali e le organizzazioni partner, con cui collaborano i tour operator che promuovono questo tipo di turismo, sono dunque essenziali per la riuscita di questi viaggi. I quali, inoltre, costituiscono una possibilità reale di crescita economica per le persone ed i paesi coinvolti

53 Capitolo 7 Turismo Responsabile 7.2 Cara eristiche dei viaggi responsabili Tu i i viaggi di turismo responsabile cercano di ispirarsi a equità economica, tolleranza, rispe o, conoscenza, incontro. Vorrebbero essere un modo per rilanciare le economie dei paesi di destinazione, anche trasme endo professionalità alle associazioni con cui si collabora e lasciando la maggior parte dei profi i alle popolazioni locali, a differenza del turismo di massa che esporta la maggior parte dei suoi guadagni. Questi viaggi dunque di per sé cercano di essere una forma di cooperazione. L incontro con le popolazioni locali è il momento centrale dell esperienza; un occasione di confronto e di conoscenza tra abitudini e tradizioni differenti. Viaggiare dunque come possibilità di provare a capire una cultura diversa dalla propria e di entrare in conta o con la realtà sociale di un paese. Senza nascondere le difficoltà e talvolta anche i drammi che vivono alcuni popoli, anzi provando a condividere - anche solo parzialmente- le loro speranze di cambiamento. Un esperienza di questo tipo stimola la consapevolezza degli enormi squilibri esistenti tra Nord e Sud del mondo e perme e un lavoro introspe ivo, personale e di gruppo. Spesso, dopo il viaggio, si sono creati piccoli gruppi che autonomamente appoggiano proge i di solidarietà. Viaggiare è iniziare una relazione che continua, che non si esaurisce nelle due o tre se imane di ferie all anno. Tu o questo senza trascurare il lato più propriamente turistico dell esperienza: conoscere un nuovo paese significa anche visitare siti archeologici, camminare nella foresta, visitare ci à e mercati... Questo viaggi talvolta -quasi sempre nel caso di gruppi numerosi- prevedono un accompagnatore che funge sopra u o da mediatore culturale e punto di riferimento per il gruppo, ma che non è una guida professionista. Altra costante è l utilizzo per il perno amento di case private, ostelli, pensioni locali, cercando comunque il più possibile sistemazioni accoglienti. Può capitare -sopra u o quando il viaggio prevede la permanenza di qualche giorno in comunità indigene- di perno are in condizioni non sempre comodissime: si richiede in questo caso un po di spirito di ada amento; ad esempio non è possibile garantire sempre il bagno in camera o l acqua calda tu o il giorno; l accompagnatore è comunque in grado di spiegare tu i i de agli prima dell inizio del viaggio. Spesso gli spostamenti interni utilizzano trasporti pubblici locali o pulmini delle organizzazioni referenti; il vi o è spesso gestito a raverso un fondo personale. Alcuni viaggi sono gestiti totalmente con cassa comune (vi o e anche alloggio, guide locali, trasporti). Si viaggia sempre in piccoli gruppi -(10/12 persone al massimo)- per limitare gli impa i sulle comunità ospitanti. In alcuni casi una parte della quota viene direttamente destinata al finanziamento di un proge o di cooperazione e sviluppo locale visitato. Sempre però il viaggio è di per sé un proge o di sviluppo locale. Questo tipo di viaggi richiede un approccio particolare, di apertura a ciò che

54 Capitolo 7 Turismo Responsabile è nuovo e diverso; occorre forse lasciare da parte alcuni luoghi comuni e ricordare che -come in un qualsiasi viaggio vero - possono esserci imprevisti, inconvenienti, difficoltà. Si richiede quindi una capacità di ada amento probabilmente superiore a quella di un viaggio tradizionale : essa viene segnalata nelle cara eristiche di ogni viaggio in una scala che va da bassa (*) a media (**) ad alta (***)

55 FONTI 8.1 Bibliografia BARBETTA Gian Paolo, Il commercio equo e solidale, Università ca olica del Sacro Cuore - Centro ricerche sulla cooperazione che comprende la seguente bibliografia: GUADAGNUCCI L. e GAVELLI F, 2004, La crisi di crescita, Feltrinelli. HANSMANN H., 1996, The ownership of enterprise, The Belknap press of Harvard University press. KRIER, J., 2005, Fair Trade in Europe 2005, Fair Trade Advocacy Office, Brussels. Dove va il commercio equo e solidale? Grande distribuzione e bo eghe del mondo, LiberoMondo, 2004, Supplemento al n. 8 di Tempi di Fraternità. ROOZEN N. e VAN DER HOFF, 2003, Max Havelaar. L avventura del commercio equo e solidale, Feltrinelli BOSIO Roberto, Mini guida al commercio equo e solidale, Edizioni La Tortuga, YUNUS Mohammad, Il banchiere dei poveri, Universale Economica Feltrinelli, UNDP, Human Development Report 2005, disponibile in lingua inglese all indirizzo internet h p:// WORLD BANK, Annual Review of Development 2006, disponibile in lingua inglese all indirizzo internet h p://

56 Capitolo 8 Fonti 8.2 Sitografia h p:// h p:// h p:// h p://europa.eu h p:// h p:// h p:// h p:// h p:// h p:// h p:// h p:// h p:// h p:// h p://it.wikipedia.org/wiki/commercio_equo_e_solidale h p://italy.peacelink.org/zanotelli/articles/art_13130.html h p:// =235 h p:// h p://communitaction.blogspot.com/2006/12/commercio-equo-e-snob-le-critiche.html h p:// h p:// h p://

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