Eurostudium 3w gennaio-marzo 2012

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1 Direttore: Francesco Gui (dir. resp.). Comitato scientifico: Antonello Biagini, Luigi Cajani, Francesco Dante, Anna Maria Giraldi, Francesco Gui, Giovanna Motta, Pèter Sarkozy. Comitato di redazione: Andrea Carteny, Stefano Lariccia, Chiara Lizzi, Enrico Mariutti, Daniel Pommier Vincelli, Vittoria Saulle, Luca Topi, Giulia Vassallo. Proprietà: Sapienza Università di Roma. Sede e luogo di trasmissione: Dipartimento di Storia moderna e contemporanea, P. le Aldo Moro, Roma tel e mail: [email protected] Decreto di approvazione e numero di iscrizione: Tribunale di Roma 388/2006 del 17 ottobre 2006 Codice rivista: E Codice ISSN

2 Indice della rivista gennaio marzo 2012, n. 22 INTERVENTI AL CONVEGNO La moneta unica compie dieci anni Ascoltando i protagonisti della notte dell euro (31/12/2001-1/01/2002) Atti del Convegno p. 4 Presentazione di Francesco Gui p. 5 Roberto Nicolai p. 6 Vincenzo Visco p. 8 Thierry Vissol p. 18 Giancarlo Del Bufalo p. 28 Ettore Pietrabissa p. 32 Sandro Gozi p. 36 MONOGRAFIE E DOCUMENTI *** Crisi economica e Stati Uniti d Europa: una riflessione sul modello americano di Giacomo Mazzei p. 40 *** UN MANIFESTO PER VENTISETTE PAESI. LA TRADUZIONE DEL MESSAGGIO DI VENTOTENE NELLE LINGUE UFFICIALI DELL'UNIONE EUROPEA p. 54 2

3 Introduzioni dei docenti e traduzioni p. 55 Spagna / España Presentazione a cura di / Presentación de: Francisco J. Lobera Serrano p. 56 Traduzione di / Traducción de: Francisco J. Lobera Serrano p. 59 Svezia / Sverige Presentazione a cura di / Presentation: Anna Maria Segala p. 83 Traduzione di / Översättning: Stefano Fogelberg Rota, Hannes Nordholm p. 85 Ungheria / Magyarország Presentazione a cura di / Előadás: Péter Sárközy p. 108 Traduzione di / Fordítás: Julia Sárközy p. 111 RECENSIONI Paper on Managerial Values and Accountability Pressures: Challenges of Crisis and Disaster, 2004, Robert Schwartz and Raanan Sulitzeanu-Kenan, Journal of Public Administration Research and Theory di Lorenzo Kamel p

4 Presentazione Questo numero di «EuroStudium 3w» riproduce in buona parte gli interventi dei relatori partecipanti al convegno La moneta unica europea compie 10 anni. Ascoltando i protagonisti della notte dell euro (31/12/2001 1/01/2002). L Unione monetaria alla prova: valutazioni e prospettive, tenutosi giovedì 15 dicembre 2011, presso la Facoltà di Lettere, Filosofia, Scienze Umanistiche e Studi Orientali della ʺSapienzaʺ Università di Roma, su iniziativa del Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, Centro Studi Altiero Spinelli. Una successiva edizione a stampa proporrà lo svolgimento completo degli interventi, insieme ad ulteriori contributi sulle vicende della valuta europea, divenute di avvincente e al tempo stesso preoccupante attualità. Il convegno, oltre ad offrire un occasione di estremo interesse per ascoltare la ricostruzione, dai diversi punti di osservazione, di quanto realizzato con il passaggio all euro, ha voluto rendere il dovuto riconoscimento a coloro ai quali va il merito di aver portato a buon fine una delle operazioni concettualmente e tecnicamente meglio riuscite, anche per la vastità dell ambito di intervento, di cui si sia avuta memoria in questi ultimi decenni. Le odierne traversie dell euro non possono oscurare infatti l indiscutibile valore dell impeccabile risultato allora raggiunto, che conferma al tempo stesso le potenzialità tuttora possedute dagli europei e dal nostro paese stesso quando sussista un reale volontà di volersi muovere in una comune direzione. La lettura dei testi proposti non potrà che confermare tali constatazioni. Nello stesso fascicolo, se così ci si può esprimere, compaiono: una riflessione in prospettiva storica sul federalismo americano, soprattutto dal punto di vista delle istituzioni economico finanziarie, nel rapporto fra stato centrale e stati membri, che offre un sicuro contributo di notazioni e di conoscenze alla precisazione di tali tematiche anche in vista di un evoluzione a carattere federale delle istituzioni dell Unione europea, prospettiva oggi al centro del dibattito politico, intellettuale e pubblicistico; la prosecuzione della pubblicazione delle traduzioni nelle varie lingue dell Ue del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con la prefazione di Eugenio Colorni e la presentazione di docenti specialisti, in gran parte della Sapienza, che è stata realizzata con il contributo della Regione Lazio e donata, fra gli altri, al Presidente del Parlamento europeo; il contributo di riflessione, in lingua inglese, di un dottorando dell università di Bologna, laureatosi nel nostro Dipartimento e collaboratore di «ES 3w», oggi visiting fellow alla Bilkent University di Ankara, dopo aver conseguito un master alla Hebrew University di Gerusalemme. F. G. Presentazione 4

5 LA MONETA UNICA COMPIE DIECI ANNI Ascoltando i protagonisti della notte dell euro (31/12/2001-1/01/2002) L Unione monetaria alla prova: valutazioni e prospettive Interventi al Convegno Dipartimento di Storia, Culture, Religioni "Sapienza" Università di Roma Roma, 15 dicembre

6 Roberto Nicolai Vicepreside, Facoltà di Lettere, Filosofia, Scienze Umanistiche e Studi Orientali Celebrare i dieci anni dall introduzione dell euro nella nostra facoltà ha un significato particolare. È ben noto che l attuale assetto dell Unione europea è il risultato di un lungo percorso che ha preso le mosse da accordi di tipo esclusivamente economico e commerciale per poi sfociare, tra mille difficoltà, in un unione anche politica. Il trattato di Maastricht del 1992 introduce la cultura tra le nuove politiche comunitarie consentendo allʹunione europea di promuovere azioni culturali per la salvaguardia, la divulgazione e lo sviluppo della cultura in Europa. L Unione però si limita a favorire la cooperazione tra gli operatori culturali degli stati membri o a integrare le loro iniziative. Analogamente nel campo dell istruzione gli stati membri hanno piena autonomia e soltanto con le indicazioni uscite dal Consiglio europeo di Lisbona del 23 e 24 marzo 2000 è stata rafforzata la politica di cooperazione in materia di istruzione e di formazione. L impressione, non soltanto mia, è che si sia partiti da ciò che divide, l economia, per arrivare a ciò che unisce, la cultura. Peraltro anche i tentativi di definire, in sede di costituzione dell Unione, le radici culturali dell Europa hanno incontrato ostacoli e difficoltà, non diverse da quelle che regolarmente si verificano nel campo delle politiche economiche. Insomma, anche la cultura può dividere, specialmente se associata a religioni o ideologie. In un mondo globale e interconnesso però uno spazio culturale europeo esiste nei fatti, anche se può essere negato a parole da chi cerca di ritagliarlo a proprio esclusivo vantaggio. È uno spazio che nasce in quella Grecia oggi così travagliata dalla crisi economica e che si è affermato ed esteso grazie alle letterature e a un educazione fondata sulla centralità dei testi letterari. Questa educazione è l educazione umanistica, oggi in profonda crisi, soprattutto per l assenza di progetti alternativi con cui confrontarsi. Celebrare l euro nella nostra facoltà significa dunque riconoscere che l economia, pur tanto importante, non è sufficiente e che a un unione sostanziale e non formale hanno contribuito maggiormente i milioni di studenti che hanno usufruito del programma Erasmus e degli altri programmi comunitari, gli scambi tra studiosi e la condivisione intellettuale rispetto alle complicate alchimie della politica. R. Nicolai 6

7 Questa iniziativa, alla quale porto il saluto della preside della nostra facoltà, è un tassello di un grande mosaico, realizzato con gli strumenti che pratichiamo e insegniamo i quali sono, in ultima analisi, gli strumenti della filologia e della storia. R. Nicolai 7

8 Vincenzo Visco Ex Ministro delle Finanze e del Tesoro, Presidente del Centro studi NENS, Nuova Economia Nuova Società Lʹintroduzione allʹeuro è stata uno dei fatti politici più rilevanti del secolo scorso: 11 paesi rinunciavano alla sovranità monetaria, e quindi al principale potere di cui dispone lo stato nella speranza e nella convinzione di poter costruire un nuovo soggetto politico ben più forte e autorevole di ciascuno di loro e di assicurare prosperità e benessere ai propri cittadini. Nel momento in cui quel progetto vive una crisi molto seria con possibili esiti drammatici, può essere utile ricostruire come lʹitalia decise e riuscì a partecipare fin dallʹinizio a quella impresa che sembrava fuori dalla nostra portata, e successivamente riflettere su cosa non ha funzionato in questi dieci anni e sulla possibilità di soluzione della crisi attuale. Anche se la circolazione della nuova moneta ebbe inizio nel 2001 la nascita dellʹeuro va fatta risalire alla decisione formalmente assunta nella primavera 2008 dopo la verifica del rispetto dei parametri di Maastricht da parte dei paesi aspiranti. Il raggiungimento di quei parametri fu il principale obiettivo e il principale risultato raggiunto dal 1 governo Prodi. Il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi entrò in carica il 17 maggio 1996 ereditando una situazione economica e finanziaria tuttʹaltro che brillante. Nel 1992, dopo più di 10 anni di disordine finanziario, lʹitalia era stata colpita dalla più grave crisi valutaria e finanziaria dalla fine della guerra: i rischi di default erano reali e il governo Amato fu costretto a attuare misure correttive molto forti che diedero inizio al processo di riequilibrio del bilancio che fu poi continuato dal governo Ciampi nel 1993, ma si fermò nel 1994 dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi che portò al potere una nuova classe politica chiaramente inesperta, provinciale per molti aspetti, inconsapevole degli impegni internazionali del paese e scarsamente interessata a rispettarli. In soli sette mesi le condizioni economiche peggiorarono rapidamente, cosa che contribuì al crollo del governo Berlusconi. Il successivo governo Dini ebbe il compito di gestire una fase di transizione e di recuperare credibilità da parte dei mercati finanziari dopo lʹennesima crisi valutaria nel marzo In ogni caso alla fine del 1995, lʹindebitamento netto della pubblica amministrazione era pari al 7,6%, lʹinflazione era del 5,4% (un punto percentuale più elevato rispetto allʹanno precedente) e il differenziale dei tassi di interesse a lungo termine rispetto al Bund tedesco fu di 5,3 punti percentuali (530 punti base); il debito pubblico aveva finalmente smesso di crescere, ma aveva raggiunto il livello di circa il 124% del Pil. V. Visco 8

9 In pratica nessuno dei parametri fissati dal Trattato di Maastricht sembrava esser raggiungibile in tempo perché lʹitalia potesse aderire alla moneta unica. E infatti gli obiettivi fissati dal governo Dini per gli anni successivi al 1995 esplicitamente escludevano questa possibilità: le previsioni ufficiali indicavano infatti un indebitamento per il settore pubblico del 4,4% invece del 3% per il Alla fine del 1996 la situazione era migliorata, grazie alla manovra correttiva immediatamente adottata dal governo Prodi nel giugno dello stesso anno, tuttavia il deficit del settore pubblico continuava ad essere al di sopra del 7% e lʹavanzo primario (4,4%) era ancora ben al di sotto del livello richiesto per un processo di convergenza; solo il rapporto debito Pil stava lentamente diminuendo. LʹItalia, pertanto, era al di fuori del processo di Maastricht, considerata con scetticismo e preoccupazione dai più, ritenuta inaffidabile dai propri partner, e peggio ancora dai mercati finanziari. Nessuno pensava che lʹitalia avrebbe potuto adottare lʹeuro con il primo gruppo di paesi. E infatti, solo un anno prima, durante la crisi del marzo 1995, molti osservatori avevano sostenuto che la condizione del debito pubblico in Italia era tale da far prevedere uno stato di insolvenza: Rudiger Dornbush, per esempio, scrisse che il problema non era tanto se il default del debito pubblico italiano si sarebbe verificato, ma piuttosto quando. Tutto questo non è sorprendente dal momento che la reputazione dellʹitalia presso i mercati finanziari e la comunità internazionale si era fortemente deteriorata a causa dellʹevidente incapacità in tutti gli anni ʹ80 del ʹ900 di controllare le dinamiche di bilancio pubblico e di introdurre riforme in grado di indurre gli operatori economici ad adottare comportamenti non inflazionistici. Infatti, dopo il secondo shock petrolifero, lʹitalia era il paese in cui lʹinflazione aveva continuato ad essere più elevata; tra il 1974 e il 1984 lʹinflazione media in Italia era stata pari al 15,8%. Inoltre tra il 1978 e il 1992 si era verificata una vera e propria scissione tra la politica estera e quella interna del nostro paese, tra politica monetaria e politica fiscale: la partecipazione dellʹitalia allo Sme, la decisione di eliminare lʹobbligo della Banca centrale di finanziare il deficit pubblico, testimoniavano lʹimpegno del paese a porre fine ad una politica di sistematico slittamento del cambio che era diventata una caratteristica essenziale della politica economica del paese da molti anni, alimentando lʹinflazione interna. Inoltre lʹadozione di una politica monetaria più restrittiva determinava una crescita dei tassi dʹinteresse reale (che erano stati negativi per anni ). Ma al tempo stesso, lʹincapacità di introdurre misure correttive sulle entrate e la spesa corrente in linea con gli obiettivi monetari e con gli impegni internazionali provocò la crescita del debito pubblico fino ad allora contenuta dalla svalutazione inflazionistica del debito stesso. Il vincolo esterno, pertanto, risultò insufficiente a modificare i comportamenti domestici tradizionali. V. Visco 9

10 Durante gli anni Ottanta le entrate erano aumentate costantemente, ma in misura insufficiente ad assorbire il disavanzo primario che fino al 1988 era rimasto superiore al 3% del Pil. Dopo il 1983 la spesa corrente primaria si era stabilizzata intorno a valori tra il 37% e il 38% del Pil, livello molto simile ai valori raggiunti alla fine del processo di risanamento degli anni novanta. Al contrario, la spesa per interessi era raddoppiata dal 5% a oltre il 10% del Pil e, di conseguenza il debito pubblico aveva cominciato a crescere pericolosamente. Sarebbe stato sufficiente a quel tempo ridurre il disavanzo primario a zero per riequilibrare i conti, ma questo non fu fatto. In sostanza, consapevoli scelte politiche, dettate da esigenze di politica estera, avevano posto in crisi il modello in base al quale tra il 1970 e il 1980 lʹitalia era riuscita a far coesistere un aumento della spesa pubblica di oltre 6 punti e una pressione fiscale che era 10 punti di Pil inferiore alla media europea. Questo modello era basato essenzialmente sulla tassa inflazionistica che garantiva lʹequilibrio della finanza pubblica ex post attraverso la svalutazione del debito, in modo occulto e costoso ma sostanzialmente accettato dalle forze politiche, e sulla conseguente svalutazione del cambio che permetteva di recuperare competitività. In sostanza dopo lʹadesione allo Sme la politica fiscale non fu in grado di adattarsi alle scelte di politica monetaria. I risultati perversi di questa scissione nelle politiche economiche del paese furono impressionanti: nel 1980 il debito pubblico/pil era del 57,7%; dopo tre anni, nel 1983 (governo Spadolini), esso era salito di 13 punti al 70,8%; nel 1987 (dopo quattro anni di stabilità politica con il governo Craxi) il rapporto era salito al 91% ed ha continuato a crescere negli anni successivi, sempre a causa della persistenza di un elevato disavanzo primario e di elevati tassi di interesse reali e nominali, raggiungendo il 108% nel 1992 e 124% nel Solo di fronte al rischio di collasso i sindacati accettarono di adeguare le richieste salariali agli obiettivi di inflazione, e ciò contribuì notevolmente ad evitare che le due svalutazioni successive (1992 e 1995) innescassero ancora una volta massicce spinte inflazionistiche, evitando peraltro anche conseguenze negative sui salari reali. In sintesi, lʹitalia sembrava, anzi era, un paese senza una disciplina economica, caratterizzata da un basso livello di coesione sociale, mal governata da una classe dirigente incapace di fare scelte coraggiose, cedevole alle richieste e alle pressioni esercitate dai gruppi dʹinteresse, e che inoltre appariva ed era sempre più corrotta e quindi poco autorevole. In una tale situazione non è affatto sorprendente che le correzioni al bilancio pubblico introdotte gradualmente a partire dalla fine degli anni Ottanta, che riguardavano soprattutto le entrate, non furono ritenute sufficienti, e infatti furono ignorate, dai mercati che continuarono a penalizzare il debito pubblico italiano. Infatti, il disavanzo primario aveva iniziato a scendere nel 1988 e si era annullato nel V. Visco 10

11 1991, ma la spesa per interessi aveva continuato a crescere, da circa lʹ8% del Pil nel 1998 fino al 13% raggiunto nel E con essa cresceva il debito pubblico. Allʹinizio degli anni ʹ90 la spesa per interessi, e quella previdenziale, erano le voci principalidella spesa pubblica in Italia. Agli occhi di molti, questa situazione appariva ingestibile e oltre ilpunto di non ritorno. In realtà, non era così, come i fatti hanno dimostrano più tardi, ma lasituazione era senza dubbio complessa e drammatica sotto molti aspetti. Inoltre, il processo diprogressivo riequilibrio del bilancio primario era avvenuto molto gradualmente, attraverso decine dimisure correttive (almeno due ogni anno), senza indicare in modo esplicito gli obiettivi perseguiti e, quindi, senza la partecipazione della pubblica opinione. Gli economisti erano divisi in un dibattito piuttosto sterile, tra i ʺgradualistiʺ (preoccupati per la crescita economica e il disagio sociale) e i sostenitori di una ʺterapia dʹurtoʺ, che in qualche misura sarebbe stata punitiva e in ogni caso politicamente molto difficile da attuare. Le coalizioni allora al governo non cercarono mai un consenso bipartisan con lʹopposizione sulle riforme economiche, e mai lʹopposizione sollevò la questione come una priorità per il Paese. Il crollo del sistema politico nel 1993 è stata la logica conseguenza di questo stato di cose, ma fornì anche in alcuni settori del mondo politico lʹopportunità per una crescita culturale su temi come il risanamento finanziario e la modernizzazione dellʹeconomia che posero le basi per lʹalleanza di centrosinistra e la nascita del governo Prodi. Questa era la situazione quando, nel settembre 1996, il nuovo governo annunciò la decisione dellʹitalia di partecipare allʹunione monetaria fin dallʹinizio: sorpresa, stupore, incredulità, scetticismo e preoccupazione furono le reazioni a questa notizia, infatti lʹitalia era vista come un rischio per lʹunione, come un pericolo, piuttosto che come unʹopportunità. E in effetti nel settembre 1996 lʹitalia non era nello Sme, aveva un disavanzo pubblico del 7% e in crescita, un debito pubblico che era pari a due volte il parametro di riferimento, un tasso di inflazione di 2,8 punti superiore alla media del tre paesi più virtuosi nella Comunità (4,0% contro 1,2% in media per la Germania, Finlandia e Lussemburgo, anche se il margine di tolleranza di 1,5 punti era preso in considerazione, restava ancora una differenza di 1,3 punti), e tassi di interesse a lungo termine divergenti: 9,4% rispetto alla media del 6,5% dei tre paesi con i tassi di inflazione più bassi, un livello che risultava un punto più alto al valore di riferimento anche se si consideravano i 2 punti di scostamento ammessi. Lʹidea di poter invertire questa situazione in un solo anno non poteva che apparire troppo ambiziosa, tanto più che lʹopposizione di centro destra a quel tempo non mostrava alcun interesse allʹeuropa, ai parametri di Maastricht, al risanamento finanziario, ecc. e quindi non era affatto disposta a collaborare. E anche la maggioranza era un poʹ perplessa: non è un caso che il governo Dini ed il Documento di politica economica e finanziaria (Dpef) redatto dal governo Prodi avevano fissato lʹobiettivo di raggiungere il disavanzo del 3% entro il 1998 e V. Visco 11

12 non nel Anche la Banca dʹitalia aveva dato il suo sostegno a questa tempistica. Solo il Commissario Monti aveva severamente criticato questa scelta in una intervista fatta a giugno, alla quale molti membri del governo, me compreso, avevano reagito un poʹ duramente. Le cose cambiarono completamente nel mese di settembre: Ciampi, che era lʹunica persona veramente convinta fin dallʹinizio della necessità di cercare di entrare in Europa immediatamente, aveva inserito nel Dpef una frase che nessuno aveva notato e che affermava che, in autunno, il governo si riservava la possibilità di verificare se le condizioni (economiche e politiche) che avevano suggerito di rinviare lʹobiettivo di un anno erano cambiate. E quando, dopo il vertice Italia Spagna, tenutosi a metà settembre a Valencia, fu chiaro che lʹitalia sarebbe rimasta da sola (insieme alla Grecia) tra i paesi che non erano in grado di partecipare allʹunione monetaria perché incapaci di rispettare i parametri e non per propria scelta, le esitazioni della maggioranza e del governo furono superate. Le parole sprezzanti di Aznar in chiusura del vertice contribuirono a produrre una reazione di orgoglio nazionale confortata da una attenta analisi dei dati statistici. Nel 1995 (i dati più recenti possibili disponibili in quel momento), lʹavanzo primario aveva quasi raggiunto il 4%, e si sapeva che le modifiche introdotte per il 1996 avrebbero migliorato ulteriormente la situazione; quindi, considerando che entrando nella moneta unica i tassi di interesse italiani sarebbero scesi allo stesso livello degli altri paesi europei, gli ulteriori interventi strutturali necessari risultavano non essere eccessivi, e quindi la sfida poteva essere vinta. Il problema non era quello di aumentare lʹavanzo primario da 4 o 5 punti, come poteva apparire guardando il deficit che era al di sopra del 7% rispetto allʹobiettivo del 3%, bensì quello di creare le condizioni affinché i mercati finanziari considerassero le misure introdotte credibili in modo da eliminare o ridurre fortemente il differenziale dei tassi di interesse tra titoli italiani e il Bund tedesco. Dal momento che nei primi mesi del gabinetto Prodi questo differenziale era sceso di circa 80 punti base, lʹoperazione appariva possibile. In pratica, ciò che doveva essere fatto era di introdurre un aggiustamento strutturale limitato allʹavanzo primario (circa mezzo punto), insieme ad una robusta misura una tantum per il solo 1997 che desse credibilità alle intenzioni del governo. La decisione di tentare il tutto per tutto fu presa alla fine di settembre in una riunione a Palazzo Chigi cui parteciparono, oltre a Prodi, il vice presidente del Consiglio, Veltroni, il sottosegretario alla Presidenza, Micheli, e i ministri economici Treu, Ciampi e Visco. Lʹincontro fu breve e non ci fu nessun disaccordo, del resto lʹunico che poteva dissentire ero io stesso. E infatti, dopo aver scartato la possibilità di un sostanziale taglio della spesa pubblica per ragioni sia politiche che temporali, e aver preso atto della possibilità di V. Visco 12

13 intervenire con non meglio specificate ʺmisure di tesoreriaʺ, lʹunica alternativa realistica che restava era un aumento delle tasse, e questo era compito mio. Il ʺlavoro sporcoʺ che doveva essere fatto per entrare in Europa fu così interamente consegnato a me. Personalmente non mi resi neanche conto che in caso di fallimento, sarei stato il primo e lʹunico a pagare. Tornai al ministero, convocai una riunione dei miei collaboratori e li informai delle decisioni prese: tutti reagirono con un silenzio carico di preoccupazione, ma al tempo stesso con assoluta determinazione, che era una conferma della forza unificante che aveva lʹobiettivo europeo e del suo essere condiviso senza riserve da parte del governo e della coalizione di maggioranza. Di conseguenza le misure che erano già state annunciate furono integrate; nel mese di novembre lʹitalia chiese di rientrare nello Sme ed i mercati mostrarono il loro sostegno, contribuendo con un ulteriore riduzione dei tassi di interesse. Lʹintera operazione continuò nel contesto di discussioni nazionali e internazionali, scetticismo diffuso (e una ulteriore manovra aggiuntiva nel mese di marzo che generò polemiche molto forti), e tentativi di sabotare lʹintera operazione. Il risultato finale fu comunque che il 1997 si concluse con un indebitamento netto del settore pubblico del 2,7%, e con il pieno rispetto di tutti i parametri di Maastricht, ad eccezione di quello sul debito (che non era obbligatorio) che comunque era sceso quellʹanno di due punti e mezzo. Inoltre, nonostante le forti misure restrittive che erano state adottate, il Pil aumentò del 1,7%, un risultato notevole date le circostanze. In sostanza lʹoperazione consistette in una sorta di scambio: aumento di tasse una tantum (la famosa eurotassa ) e un lieve aggiustamento strutturale del bilancio primario da un lato, e una riduzione permanente nella spesa per interessi dallʹaltro, riduzione che inizialmente fu di più di 2 punti, ma che sarebbe cresciuta nel tempo. Pochissime persone compresero la logica dellʹoperazione in quel momento, anche gli economisti più autorevoli erano scettici e perplessi: e solo dopo che lʹoperazione fu conclusa alcuni di loro di analizzarono e compresero ciò che era realmente accaduto (vedi Chiorazzo e Spaventa, 2000). In ogni caso il rischio che il governo Prodi si era assunto era stato estremamente elevato. Il successo dipese essenzialmente dalla credibilità e dalla determinazione del governo e del suo presidente, ma soprattutto dalla credibilità del ministro del Tesoro Ciampi nei confronti dei mercati che risposero positivamente capovolgendo le loro convinzioni e il loro comportamento precedente, e considerando lʹesclusione dellʹitalia dalla Unione monetaria europea più come unʹanomalia e un pericolo che come un fatto positivo. Lo scetticismo precedente, sia in Italia che allʹestero, si basava invece sulla convinzione, razionale, che lʹitalia e la sua classe dirigente non erano affidabili, e nel considerare lo sforzo compiuto come inutile e lʹobiettivo non sostenibile nel tempo. In ogni caso, i dati relativi agli anni successivi confermarono la sostenibilità del processo di risanamento nel tempo. V. Visco 13

14 Cosa è successo allora nel corso di questi dieci anni per trovarci nella situazione attuale? Il punto di svolta fondamentale è rappresentato dal cambio di governo nel 2001: gli obiettivi e gli obblighi legati alla partecipazione alla moneta unica non erano né compresi né condivisi dalla nuova maggioranza che aveva ereditato unʹeconomia in crescita (+ 3,6% nel 2000!) e un surplus primario di oltre 5 punti di Pil. Sarebbe stato necessario e sufficiente mantenere ragionevolmente costante lʹavanzo primario per ottenere una discesa accelerata del debito pubblico italiano, già diminuito dal 124% al 105% tra il 1995 e il 2000, in questo modo (allʹinizio della grande crisi finanziaria) nel 2007 il debito pubblico si sarebbe ridotto alʹ80 85% del Pil, ponendo lʹitalia sostanzialmente al riparo dagli effetti della crisi. Così non è stato, anzi già nel 2001 la tendenza alla discesa del disavanzo pubblico si arrestava per la prima volta dopo dieci anni: al netto di entrate una tantum (vendita di immobili, condoni, ecc.) il disavanzo della P.A. risultava infatti superiore al 4%! In un solo anno il governo approvò riduzioni di imposte e aumenti della spesa pubblica per circa 25 mld di senza alcuna copertura reale. Le conseguenze di un tale comportamento sono ovvie. Mi sia consentito citare un mio scritto del 2002: Nonostante il risanamento degli anni Novanta (o piuttosto a causa di esso), il bilancio pubblico italiano è strutturalmente molto rigido a causa del peso molto forte degli interessi passivi sul debito pubblico e offre margini ristretti di manovra: se questi margini vengono forzati e si decide al tempo stesso di tagliare le tasse e aumentare la spesa pubblica, facendo affidamento esclusivamente sulla (ipotetica) crescita economica per far quadrare i conti, il disastro finanziario è assicurato. Purtroppo questo è quanto è accaduto in Italia dopo il 2001, confermando una strutturale incapacità delle classi dirigenti del paese di promuovere e mantenere una gestione responsabile della finanza pubblica nel corso del tempo. Tuttavia se questo spiega la peculiarità italiana in Europa e le nostre difficoltà attuali, non rappresenta una spiegazione della attuale crisi dellʹeuro. Il sistema della moneta unica era imperfetto e incompleto fin dallʹinizio. I governi che diedero vita allʹeuro erano consapevoli che il processo di convergenza sarebbe dovuto continuare fino a creare una piena integrazione anche delle politiche fiscali. Purtroppo questo impegno è stato disatteso dai governi successivi che hanno privilegiato politiche economiche nazionali che sono risultate divergenti rispetto allʹobiettivo iniziale. E dal momento che lʹintera costruzione della moneta unica era volta ad evitare il rischio di inflazione o squilibri delle finanze pubbliche nazionali, senza prendere in considerazione la possibilità di shock esterni di natura deflazionistica, lʹintera zona è risultata priva di difesa e di strumenti di intervento di fronte allʹimpatto della grande crisi finanziaria iniziata nel V. Visco 14

15 Le gravi difficoltà dellʹeuro si collocano infatti allʹinterno della (normale) evoluzione degli effetti della grande crisi finanziaria iniziata nel 2007 e ancora in corso. Le crisi finanziarie iniziano sempre con lo scoppio di bolle speculative in qualche segmento del mercato finanziario che poi coinvolgono lʹintero mercato e le banche; i suoi effetti si stendono successivamente allʹeconomia reale (a causa del credit crunch) creando recessione e disoccupazione, diminuzione dei consumi e degli investimenti ecc., secondo un processo cumulativo che se non viene arrestato può trasformare la recessione in depressione. Ciò è accaduto nel 1929 e, se si continuano a commettere errori nella gestione della crisi, può avvenire anche questa volta. Molto spesso in seguito ad una crisi finanziaria lʹinaridirsi delle fonti di finanziamento dallʹestero per i paesi in disavanzo di bilancia dei pagamenti ha prodotto insolvenza e default degli stati. È il caso dellʹargentina di alcuni anni fa. Ma lo stesso fenomeno di prosciugamento delle fonti di finanziamento dallʹestero si è prodotto allʹinterno della zona euro per Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo. In altre parole il rischio di default accompagna sempre le crisi finanziarie. Questo rischio è oggi accresciuto dal fatto che i governi, per attenuare gli effetti della crisi, oltre a lasciar operare gli stabilizzatori automatici, sono intervenuti a sostenere le loro economie e soprattutto a salvare le banche impedendone il fallimento: questa è la principale (e forse unica) differenza tra la crisi del 1929 e quella attuale. Lʹaver trasformato debiti privati (delle banche) in debiti pubblici ha posto le premesse per la crisi dei debiti sovrani e delle finanze pubbliche degli stati nazionali e quindi dellʹassalto da parte dei mercati che pure dai governi erano stati appena salvati, e ciò anche indipendentemente dallʹesistenza di disavanzi nelle bilance dei pagamenti. La mancata comprensione di cause, meccanismi ed effetti della grande crisi finanziaria è alla base dei ritardi, dei mancati interventi, degli interventi parziali, delle esitazioni, e della confusione che hanno caratterizzato la gestione dellʹeconomia europea nellʹultimo anno e mezzo. Ancora un anno fa il ministro delle Finanze tedesco Schäuble sosteneva che non si era di fronte a una crisi dellʹeuro, ma che esisteva solo il problema di alcuni paesi periferici dellʹunione incapaci di tenere in ordine i propri conti. Questa interpretazione, tuttora prevalente, ignora il fatto che le difficoltà attuali della finanza pubblica dei singoli stati sono principalmente una conseguenza, un effetto, della crisi finanziaria che ha aumentato disavanzi e debiti pubblici e ha inaridito le fonti di finanziamento che avevano nutrito le bolle speculative immobiliari in Spagna e Irlanda; tali finanziamenti erano offerti generosamente da banche europee (tedesche, francesi, belghe, olandesi...). Il ragionamento del governo tedesco è molto semplice: con lʹintroduzione dellʹeuro i tassi di interesse hanno manifestato una convergenza verso i livelli più bassi della zona di cui hanno beneficiato soprattutto i paesi più indebitati e con maggiori squilibri nella finanza pubblica; purtroppo questi paesi, invece di V. Visco 15

16 approfittare dellʹoccasione per rimettere in ordine i propri conti hanno fatto free riding compromettendo lʹequilibrio della intera zona. Il ragionamento ha una certa logica soprattutto se riferito a un paese come lʹitalia, ma oltre a non tener conto degli effetti della crisi sui bilanci pubblici, trascura il fatto che lʹeuro è stato ed è una moneta molto più debole di quanto sarebbe stato il marco, e che quindi la moneta unica ha favorito le esportazioni tedesche, soprattutto quelle verso i paesi europei e in particolare verso quelli della zona euro. Pressoché tutto il surplus della bilancia di pagamenti tedesca (circa il 6% del Pil, rispetto al 4,4% della Cina!) deriva da questo flusso di esportazioni. Ciò nonostante la Germania si è ben guardata dal contribuire allʹequilibrio della zona euro rilanciando la propria economia a beneficio di tutti. Lʹaccusa di free riding può quindi essere rivolta anche alla Germania. Da questa incomprensione (?) della natura della crisi è derivata una ricetta deflazionista per lʹintera Europa, espressione di una visione punitiva, dettata anche da problemi politici interni (alla Germania, soprattutto). Al tempo stesso la Bce ha proseguito una politica monetaria prudente e inadeguata. La crisi dellʹeuro deriva quindi dagli effetti della crisi finanziaria non compresi e non gestiti adeguatamente delle autorità economiche europee che sono intervenute sempre in ritardo, sempre in misura insufficiente, e in modo contraddittorio, dando ai mercati la sensazione di una incapacità e perfino mancanza di volontà di difendere la moneta unica. La determinazione e la pervicacia con cui si è cercato di punire i greci prima, e gli spagnoli, portoghesi e gli italiani adesso mostrano chiaramente la natura etico ideologica dellʹapproccio tedesco. Ancora pochi giorni fa, parlando in parlamento la sig.ra Merkel ha sostenuto che è compito dellʹitalia salvare se stessa e salvare lʹeuro. Quasi che la Germania non avesse responsabilità o possibilità di fare la sua parte. È bene ricordare che lʹincapacità di gestire in modo coordinato e cooperativo le politiche economiche in occasione della crisi del 1929 fu la principale causa della sua degenerazione in depressione. La storia si ripete. Dopo un inizio positivo e cooperativo a livello di G 20 nel 2008, i punti di vista e le linee seguite si sono divaricate: Stati Uniti e Regno Unito hanno adottato politiche espansive molto aggressive e determinate per evitare il rischio di ricaduta e di depressione. LʹEuropa invece segue una linea di rigorismo ottuso e controproducente tanto da portare lʹintera economia europea sullʹorlo del baratro. È bene tener presente che il fallimento di un paese come lʹitalia avrebbe ripercussioni sistemiche ben più elevate di quello di Lehman Br. Questo è il punto in cui ci troviamo adesso. È necessaria una ripresa dellʹimpegno comune con spirito cooperativo comprendendo che gli interessi nazionali di breve periodo sono in conflitto con quelli a più lungo termine che sono di gran lunga più importanti. Non si stratta solo di fare bene i compiti a casa. Si possono condividere le posizioni della signora Merkel volte a creare V. Visco 16

17 una disciplina fiscale adeguata nella zona euro e da questo punto di vista il recente accordo di Bruxelles va valutato positivamente, ma oggi il problema più urgente è quello di arrestare lʹattacco ai debiti sovrani dei paesi membri. Ciò richiede interventi immediati e adeguati da parte della Bce e del cosiddetto fondo salva stati, e un mutamento di indirizzo generale della politica economica europea: se tutti i paesi attuano misure di austerità e nessuno espande, lʹeuropa intera entrerà in recessione e i disavanzi e i debiti aumenteranno invece di ridursi. È quanto sta accadendo oggi in questo modo. Il consenso dei popoli nei confronti dei governi rischia di venir meno, e di lasciare spazio per ogni genere di avventura. Queste sono le sfide del momento: il rischio che la esperienza della moneta unica si risolva in un fallimento dopo solo dieci anni è reale. Possiamo ancora evitarlo, ma non abbiamo più molto tempo. V. Visco 17

18 Thierry Vissol Consigliere speciale Media & comunicazione, Commissione europea Rappresentanza in Italia 1 Dal 1974 al 1986 come ricercatore e docente allʹuniversità di Limoges in Francia, poi dal 1980 al 2002 alla Commissione europea come amministratore e capo dellʹunità Ecu nella Direzione generale economica e finanze e in seguito dellʹunità Euro e servizi finanziari presso la Direzione generale dei consumatori, ho avuto la fortuna di essere strettamente coinvolto nella costruzione, passo dopo passo, della moneta unica europea. Trentʹanni appassionati, molto impegnativi, fatti di alti e bassi politici, di crisi e di grandi successi, di lavoro intenso, con pochissime risorse, grandissimo entusiasmo, rete di persone dedicate, pragmatiche, utopisti e molte amicizie cementate dal sogno comune di creare un nuovo ordine economico a favore dei cittadini e di contribuire al nostro futuro europeo. Sarebbe molto lungo ricordare tutte le sfide e tutto il lavoro svolto: i negoziati, le lunghe notti di trattative per i molteplici riallineamenti dei tassi di cambio nel Sistema monetario europeo; il lavoro paziente per convincere i mercati finanziari, le banche, le imprese, i politici e i cittadini; la preparazione dei dossiers dei Consigli di ministri e di capi di stato; le discussioni del Comitato monetario e del Comitato dei governatori delle banche centrali; il rapporto Delors (1989) e il rapporto Guigou (1990); la redazione delle bozze del trattato di Maastricht e delle legislazioni secondarie 2 ; i brainstorming per trovare il nome della moneta unica (perché ʺécuʺ non piaceva più ai tedeschi, una consonanza troppo vicina allʹequivalente tedesco di mucca) malgrado lʹaccordo del 1978 tra il presidente Valery Giscard dʹestaing e il cancelliere Helmut Schmidt, confermato da Helmut Khol e François Mitterrand e scritto nero su bianco nel trattato di Maastricht 3 ; poi tutto il lavoro di preparazione delle seconda e terza 1 Il Dr. Vissol, economista e storico, funzionario della Commissione europea dal È il solo responsabile del contenuto di questʹarticolo e le idee espresse non rappresentano le posizioni della Commissione europea. 2 Tra il 1995 e il 1999, furono adottati: 14 regolamenti del Consiglio, 13 decisioni e 5 risoluzioni del Consiglio europeo, 4 raccomandazioni e 2 comunicazioni della Commissione europea. Si veda Union Economique Monétaire, compendium de la législation communautaire, «OPOCE», giugno Si vedano le consultazioni dei Consigli europei di Brema (6 e 7 luglio 1978), di Bruxelles (4 e 5 dicembre 1978), la risoluzione del Consiglio di Bruxelles sulla creazione del Sistema monetario T. Vissol 18

19 fase dellʹuem; la preparazione delle monete e dello scenario del passaggio allʹecu/euro; la modifica di tutti i titoli in ecu e in valute nazionali (bonds e derivatives) sui mercati finanziari per assicurarne la continuità in euro. Inoltre, vorrei insistere sul cambiamento di nome della moneta unica europea perché fu, forse, lʹinizio della cattiva abitudine dei responsabili politici di non rispettare i patti; unʹabitudine da cui trae origine la crisi economica attuale, chiamata secondo me a torto ʹʹcrisi dellʹeuroʹʹ4.. Su questo cambiamento vorrei adesso concentrare il mio discorso. Per questo decimo compleanno della moneta unica europea, di fatto il tredicesimo 5, si parla più della fine dellʹeuro che dei suoi successi, sia come moneta di riserva mondiale in competizione con il dollaro americano, sia come sistema monetario dʹintegrazione europea, di protezione contro gli andamenti erratici del dollaro, che rimane la moneta di riferimento per i prezzi delle materie prime, in particolare del greggio e del gas, per le quali lʹue dipende dal resto del mondo. Molti sono gli effetti positivi dellʹeuro su vari aspetti dellʹeconomia: gli scambi tra europei, la circolazione dei beni e delle persone, la protezione del risparmio contro lʹinflazione, i tassi dʹinteresse bancari, ecc. Eppure lʹalbero delle crisi finanziarie e del sistema finanziario mondiale nasconde la foresta. E dunque, vorrei, basandomi sulla storia monetaria recente, riflettere sulla relatività della crisi senza ignorare né minimizzare i rischi economici e politici che creano la sua gestione attuale, le misure di austerità pro cicliche imposte dai paesi autoproclamatisi virtuosi, misure queste che aumentano i rischi di depressione dellʹattività economica e lʹimpoverimento di fasce importanti della società europea e mettere in luce la sua dimensione potenzialmente positiva. 1. La relatività della ʹʹcrisi dellʹeuroʹʹ Il vantaggio dellʹetà e quello di aver vissuto in prima persona la costruzione monetaria dellʹue mi permettono di poter analizzare il contesto in cui si è sviluppata la crisi attuale e di paragonarlo con il passato. Prima di tutto si deve ricordare che il progetto di creare una moneta europea non nasce spontaneamente. È dalla fine degli anni ʹ50 che il ruolo del dollaro come moneta europeo (Sme) del 5 dicembre 1978 e i regolamenti del Consiglio 3180/78 e 3181/78 e gli articoli 3 (2), 109f (2) e (3), 109g, e 1091 (4) del Trattato di Maastricht. 4 Difficile sostenere che una moneta che non si svaluta contro le altre monete e il dollaro in particolare sia in crisi. Il tasso di cambio allʹinizio del 2002 era di 0.97 euro per 1 dollaro. Rimane sopra 1,30 dal Molti considerano questo tasso sopravalutato. 5 Lʹeuro è diventato la moneta unica dei paesi della zona euro il 1 gennaio 1999, con fissazione dei tassi di cambio e lʹuso dellʹeuro come moneta unica di tutti i paesi verso il resto del mondo, per le transazioni e sui mercati di cambio e finanziari. T. Vissol 19

20 perno del sistema monetario internazionale è entrato in crisi minacciando lo sviluppo dellʹeconomia mondiale. Per quasi dieci anni, i paesi europei hanno artificialmente sostenuto il dollaro, con il pool dellʹoro, permettendo agli Stati Uniti di proseguire la loro politica di benign neglect e di finanziare le guerre di Corea e Vietnam. Già allʹinizio degli anni Sessanta, lʹeconomista belga Robert Triffin, allora consigliere economico del presidente J.F. Kennedy e professore allʹuniversità di Yale, analizzando il dollar gap richiedeva agli europei di agire e di creare una moneta europea. La fine del Pool dellʹoro nel 1968 perché troppo costoso ha indotto lʹallora commissionario europeo Raymond Barre a presentare il primo piano per la creazione di una moneta europea o per lo meno per distaccare le monete europee dellʹandamento erratico del dollaro. Tale piano fu seguito, su richiesta del Consiglio europeo, dal rapporto Werner (Primo ministro lussemburghese) e dalla creazione del Serpente monetario europeo nel La crisi del petrolio del mise chiaramente in luce la debolezza del dollaro e del sistema monetario internazionale definito a Bretton Woods e basato su un dollaro convertibile in oro (35 dollari per un oncia dʹoro). Questʹultimo fu svalutato prima di diventare inconvertibile, segnando la fine dei tassi fissi, del coordinamento delle politiche economiche a livello internazionale e aprendo lʹera dellʹinstabilità monetaria internazionale, della creazione di strumenti finanziari derivati per proteggere gli investitori dai rischi di fluttuazione dei tassi di cambio, dei tassi dʹinteresse, dei default e quantʹaltro. Quello che lo stesso Triffin chiamò lo ʺscandalo monetario mondialeʺ6, poteva, secondo lui, essere soppresso solo tramite unʹaccelerazione del progresso verso lʹunione monetaria europea. Di fatto, ogni passo avanti verso la costruzione europea non fu il frutto di una volontà libera e razionale dei leaders europei, ma il risultato delle conseguenze drammatiche dellʹassenza di solidarietà europea e della falsa convinzione visti i risultati disastrosi dei paesi membri dellʹue (allora Comunità economica europea) di poter gestire meglio da soli le turbolenze dellʹeconomia e della finanza mondiale. Si devono ricordare gli anni bui , dove lʹindividualismo economico e lʹassenza di coordinamento delle politiche economiche mandarono alle stelle deficit pubblici, tassi di disoccupazione, dʹinflazione e dʹinteresse, in una situazione di alta variabilità dei tassi di cambio. Fu questa situazione insostenibile che condusse la Commissione europea allora guidata, ironia della storia, da un presidente inglese, Roy Jenkins a rilanciare il progetto di Unione monetaria europea. La coppia franco tedesca 6 Robert Triffin, The Intermixture of Politics and Economics in the World Monetary Scandal: Diagnosis and Prescription, in «The American Economist», 1988 e dello stesso autore Au delà de lʹuem, in «De Pecunia», volume 1, n 1, Juin T. Vissol 20

21 Helmut Schmidt e Valery Giscard DʹEstaing colse immediatamente lʹopportunità per creare il Sistema monetario europeo (Sme) e il Fondo monetario europeo (Fme), prima tappa di un processo di unione monetaria e politica. Si parlava già di Unione europea. Lʹobiettivo principale che sarebbe dovuto essere inciso nel marmo del palazzo del Consiglio europeo era di assicurare una zona di stabilità monetaria e di convergenza economica sia per i paesi in deficit sia per quelli in surplus 7. A tale scopo fu creato un indicatore di divergenza, sulla base del quale politiche di riequilibrio o di risanamento erano richieste ai paesi in posizione di squilibrio, positivo o negativo, in particolare delle bilance di pagamento. Questo impegno, purtroppo scomparso nel trattato di Maastricht e nel fiscal compact, costituì negli anni seguenti un elemento cruciale per evitare lʹimplosione dello Sme. Nella logica economica anche se tale squilibrio può essere il risultato di una buona specializzazione economica o di unʹalta produttività non ci sono sistemi di valori, vizi o virtù. Un surplus non è un segno di virtù; è il risultato di uno squilibrio che, in un sistema di libera circolazione di beni e servizi, di movimenti di capitali e di tassi di cambi fluttuanti, si risolve con una valutazione della moneta e/o un aumento del costo di lavoro, assicurando lʹequilibrio generale. Si tratta di quello che lʹeconomista e filosofo illuminista scozzese David Hume, già nel Settecento, chiamava il ʺPrice specie flow mechanismʺ, ribattezzato poi dagli economisti moderni Approccio monetario della bilancia di pagamento, base della teoria economica liberale. Purtroppo, appena avviato, lo Sme fu messo a dura prova da una nuova crisi del prezzo del greggio, concomitante con una crisi del dollaro, poi dallʹelezione del primo presidente e del primo governo socialista della Quinta Repubblica francese. Questi ultimi diedero priorità alla politica di rilancio della domanda interna quella per cui furono eletti e non si preoccuparono della convergenza economica europea. Seguirono tre anni di forte instabilità, squilibri dei conti pubblici e inflazione. Al punto che la Francia, dopo tre svalutazioni del franco tra il 1981 e il 1983, aprì la possibilità di uscire dallo Sme. Fu Jacques Delors a convincere il presidente Mitterrand a cambiare politica e a rafforzare la cooperazione europea. Le svalutazioni a raffiche, tra il 1981 e il 1985, condussero a gravi tensioni politiche. Di fatto, i tedeschi ritenevano già che i paesi sotto pressione dei mercati finanziari fossero responsabili di queste tensioni a causa delle loro politiche economiche non abbastanza sane. Di conseguenza spettava a loro operare 7 Articolo 1.3 della Risoluzione del Consiglio europeo sulla creazione di un Sistema monetario europeo (Sme), Bruxelles, 5 dicembre 1978: ʺWe are firmly resolved to ensure the lasting success of the EMS by policies conducive to greater stability at home and abroad for both deficit and surplus countriesʺ. T. Vissol 21

22 lʹaggiustamento dei tassi di cambio. Ora, tutti i paesi sotto ʹʹaccusaʹʹ: Belgio, Italia e Francia avevano, dal 1983 in poi, adottato misure di austerità e di risanamento delle finanze pubbliche e avevano sostenuto il funzionamento dello Sme con alti tassi dʹinteresse. La politica tedesca, insensibile allʹasimmetria del sistema, diventava un ostacolo al proseguimento del sistema. Dal 1985 iniziò così un braccio di ferro tra Francia e Germania per obbligare la Bundesbank e il governo oltre il Reno a sostenere anchʹessi il costo dello squilibrio della bilancia dei pagamenti. La questione fu risolta con gli accordi detti di ʹʹBasilea/Nyborgʹʹ, del 12 settembre 1987, dove venne finalmente sancita la necessaria simmetria degli sforzi a fronte della quale i tedeschi richiesero che le regole dello Sme fossero integrate in un trattato europeo: il trattato di Maastricht, contenente criteri di convergenza e rafforzato da un patto di stabilità. Di fatto, tra il 1987 e il 1992 non ci furono più svalutazioni nello Sme. Non appena entrò in vigore il trattato di Maastricht (febbraio 1992) scoppiò, in settembre, una nuova crisi monetaria e finanziaria. Georges Soros, allora presidente di un fondo speculativo, fu lʹoperatore più accanito contro le monete dello Sme, in particolare la sterlina inglese (che aveva raggiunto lo Sme nellʹottobre 1990 grazie al primo ministro conservatore John Major, incurante del motto della signora Thatcher time is not ripe), la lira italiana, lʹescudo portoghese e la peseta spagnola. La lira e la sterlina furono costrette ad uscire dallo Sme con svalutazione rispettivamente di 25% e 52% contro il marco tedesco. La sterlina non rientrò mai più nello Sme. Invece, lʹitalia, dopo una forte depressione, un abbassamento del reddito disponibile, un aumento della pressione fiscale e parafiscale e grazie a unʹemissione dallʹue, per conto dellʹitalia, di ʹʹecubondʹʹ per 1 miliardo di ecu, fu in grado di uscire dalla crisi e raggiungere lo Sme (nel 1996). In seguito, nonostante il suo debito pubblico pari ad oltre al 100% del Pil (simili a quelli del Belgio e della Grecia), ma grazie a sforzi enormi di risanamento dei conti pubblici e alla creazione di una tassa speciale, lʹitalia superò i test dei criteri di Maastricht e fu inclusa nei paesi dellʹeurozona. Dal 1996 in poi seguirono anni di lavoro intenso e di entusiasmo ritrovato per il progetto di costruzione monetaria, nonostante lo scetticismo di molti operatori ed economisti. Sia lʹintroduzione dellʹeuro come moneta dellʹeurozona il primo gennaio 1999, sia lʹintroduzione delle monete e dei biglietti il primo gennaio 2002, furono un successo sia a livello tecnico, che a livello economico, monetario e di accettazione da parte dei cittadini. A volte però la storia balbetta. La recessione degli anni , il costo della riunificazione tedesca e le politiche di riduzione delle tasse in Francia condurranno i due grandi paesi della zona euro, Francia e Germania, non solo a non rispettare i criteri di deficit e di debito pubblico superando le fatidiche soglie del 3% e del T. Vissol 22

23 60% del Pil, ma a richiedere al Consiglio Ecofin di novembre 2003 di non votare per lʹapplicazione delle procedure di deficit eccessivi, procedura richiesta dalla Commissione europea. Entrambi i paesi, è vero, adottarono misure di risanamento, ma non ritornarono sotto le soglie anteriori al , quando scoppiò la crisi dei subprime e il fallimento della Lehman Brothers. Questo choc esterno fece innalzare i deficit e i debiti pubblici di quasi tutti i paesi della zona euro. Lʹeffetto sul debito pubblico francese e tedesco fu di 20 punti in percentuale del Pil e ancora maggiore fu quello di Irlanda, Spagna e Portogallo, fino ad allora considerati modelli di gestione dei conti pubblici. Purtroppo, conosciamo bene il seguito della storia. 2. Alcune lezioni offerte dalla storia Spesso si dice che lʹacqua del fiume non passa mai due volte sotto lo stesso ponte. Però, lʹacqua del fiume è il risultato di tante fonti che convergono, esse stesse risultati di un ciclo permanente. In altre parole siamo il risultato della storia. Come diceva il pragmatico David Hume, anche se il sole si alza ogni mattina, non necessariamente si alzerà domani; quindi della storia dobbiamo fare tesoro. Il fatto che lʹeconomia evolva a cicli e che ogni crisi monetaria europea dal 1960 in poi sia stata superata grazie a un salto qualitativo della costruzione europea, non possono essere considerati come una prova che la crisi attuale della governance e della solidarietà europea sarà superata con un consolidamento dellʹunione europea. Pertanto è necessario un avanzamento verso un governo economico europeo efficiente. Inoltre, tenere conto delle lezioni della storia potrebbe aiutare a percorrere questo camino verso ulteriori passi avanti. E di lezioni ce ne sono tante. 1. LʹUe ha sempre avuto bisogno di un motore. Per molto tempo fu la Commissione europea a svolgere questo ruolo con il suo diritto dʹiniziativa, appoggiato dal tandem franco tedesco. Sono state le proposte della Commissione, con il supporto e alcune volte lo stimolo datole dalla coppia franco tedesca, che hanno permesso dopo ogni crisi di uscirne, progredendo verso lʹunione: Brandt/Pompidou, Schmidt/Giscard DʹEstaing, Kohl/Mitterrand, Chirac/Schroeder. Stranamente sono sempre state coppie di capi di stato provenienti da partiti politici diversi, socialisti o conservatori, che sembrerebbero aver permesso lʹequilibrio delle forze e delle politiche tra mercato ed economia sociale. Con una Commissione meno forte, risultato delle modifiche introdotte dai trattati di Nizza e di Lisbona nel triangolo istituzionale Commissione Parlamento Consiglio, le coppie Kôhl/Chirac e Merkel/Sarkozy non hanno avuto questa capacità dʹappoggio o dʹimpulso politicamente T. Vissol 23

24 equilibrata. In questo nuovo quadro giuridico istituzionale è probabile che sia necessario, da una parte, un riesame di tutta la governance dellʹunione e non solo della governance economica e, dallʹaltra, che nuovi attori partecipino al ʺgruppo di testaʺ. 2. Pacta sunt servanda. Questo principio fondamentale universalmente riconosciuto dal diritto internazionale 8 e dai diritti nazionali costituisce la base delle relazioni internazionali e nel caso specifico della costruzione europea. È vero che un trattato europeo da solo non è sufficiente a sancire impegni vincolanti, ma necessita di legislazioni derivate dai trattati per definire precisamente i diritti e gli obblighi degli paesi membri. Tuttavia, nel caso dellʹeuro, tutte le legislazioni secondarie necessarie allʹapplicazione delle disposizioni dei trattati sono state adottate dal Consiglio europeo. Si tratta in particolare della sorveglianza sulle posizioni di equilibrio/squilibrio, del coordinamento economico e della procedura dei deficit eccessivi 9 che costituisce lʹarmatura del Patto di stabilità e di crescita voluto espressamente dai tedeschi. Patto che non fu rispettato proprio dai tedeschi (e dai francesi) nel 2003/ Ovviamente, se i principali paesi cercano di sottrarsi alle regole fissate, è assai difficile imporre le stesse regole agli altri. Detto ciò, in termini di politica economica, lʹeccesso di rigidità del patto potrebbe essere considerato come inattuabile, come definito dallʹallora presidente della Commissione Romano Prodi. Infatti, è anche vero che lʹapplicazione delle regole del patto, senza tener conto del ciclo economico, del contesto internazionale e dellʹorigine degli squilibri, potrebbe condurre a politiche pro cicliche, cioè ad avere lʹeffetto contrario a quello desiderato. Potrebbe quindi condurre alla depressione economica che può solo aggravare gli squilibri e non alla crescita che potrebbe aiutare a riassorbirli, come accade dal Questa esperienza avrebbe dovuto produrre una riflessione accurata sul rispetto dei patti, sulla compatibilità di regole giuridiche strette con lʹandamento dellʹeconomia reale e sullʹorigine degli squilibri: choc esterni o errori di gestione. 8 Articolo 26 della Convenzione di Vienna sui trattati internazionali del 23 maggio 1969, trascritto in tutte le leggi nazionali: ʺOgni trattato vincola le parti e deve essere da esse eseguito in buona fedeʺ. 9 Regolamento (Ce) n 1466/97 del Consiglio del 7 luglio 1997; Regolamento (Ce) n 1467/97 del Consiglio del 7 luglio Due regolamenti rafforzati con modifiche nel 2005 e nel A fronte della decisione del Consiglio di sospendere la procedura di deficit eccessivo contro la Francia e la Germania, la Commissione ha portato il caso davanti alla Corte di giustizia europea. La decisione della Corte (C 2704 del 13 luglio 2004), però, riconosce che il Consiglio, pur avendo il diritto di non adottare le raccomandazioni della Commissione in materia, non può non rispettare le regole da lui stesso decise nel regolamento 1467/97 e non può modificare raccomandazioni senza una proposta della Commissione che dispone in materia del diritto dʹiniziativa. Di conseguenza la Corte ha annullato le dette conclusioni del Consiglio. T. Vissol 24

25 3. Senza rimettere in discussione la necessità di una sana gestione delle finanze pubbliche sul medio lungo termine e lʹimportanza della trasparenza dei conti pubblici, focalizzarsi sui risultati contabili, senza considerare lʹorigine degli squilibri, presenterebbe un rischio di catastrofe sia economica sia politica. Lʹeccessiva austerità, imposta a paesi che, prima della crisi dei subprime e del fallimento della Lehman Brothers con i suoi effetti domino sulle banche europee, erano tra i più virtuosi, ha creato un movimento di rivolta dei cittadini contro lʹeuropa vista come difensore delle banche ma non dei cittadini che sono i più vulnerabili. Dopo la crisi del centinaia di miliardi dʹeuro sono stati trasferiti dai conti pubblici verso il settore bancario e finanziario privato. Ciò ha rafforzato nelle opinioni pubbliche europee la sensazione, già allʹorigine dei risultati negativi dei referendum sul trattato di Lisbona, che da parte dei vertici dellʹue si tendesse alla privatizzazione dei profitti e alla socializzazione delle perdite del settore finanziario. Difficile vendere la logica economica (e una logica cʹè) di questa politica ai cittadini con redditi sotto euro, ai disoccupati o ai licenziati per causa di misure dʹausterità. A questo proposito gradualismo delle misure, correttivi sociali, ripartizione più equa degli sforzi, riforme fiscali, lotta contro il clientelismo, la malversazione, la corruzione e la frode fiscale e quantʹaltro, sarebbero forse più adatti. 4. Lʹeconomia non è una scienza morale. La raison dʹétat non è morale. Come scriveva lʹeconomista francese Serge Christophe Kölm: ʺLa scienza economica è neutra, neutra come un fucile, serve chi se ne serveʺ11. È vero che la morale in politica è una virtù indispensabile. È vero che lʹassenza di virtù in politica deve essere sanzionata, sia dalla giustizia sia dalle urne. Intanto, punire un paese, come si punirebbe un peccatore con penitenza, pane e acqua o cilicio, non ha senso. Nessun paese e nessun partito politico possono pretendere la virtù, anche se è indispensabile che le leggi siano in grado di tracciare linee invalicabili. Come recita il Nuovo Testamento, per rimanere nel campo della morale: ʺChi non ha mai peccato scagli la prima pietraʺ. E la Cancelliera Merkel ben lo sa; lei che beneficiò dello scandalo della Cdu (che coinvolse Helmut Köhl, suo padre politico) per progredire sul suo cammino politico. La corruzione implica dei corrotti ma anche dei corruttori, come nel caso Siemens 12. Invece, per essere chiari, le misure di estrema austerità imposte particolarmente alla Grecia è vero, colpevole di manipolazione dei conti 11 Serge Christophe Kolm, La transition socialiste, Editions CERF, Si veda Tassos Telloglou und Klauss Ott, Siemens verhandelt mit Athen über Schuldendal, in «Suddeutsche Zeitung», 27 febbraio 2012 e «Presseurop» brief/ siemens si lava la coscienza T. Vissol 25

26 pubblici, di sfruttare un sistema paese basato sul clientelismo e la corruzione 13 rischiano ancora una volta di non risolvere i due problemi principali, debito pubblico e sistema paese inefficiente, ma di peggiorarli. Probabilmente la Grecia ha bisogno di aiuto per risanare il suo sistema paese. Sicuramente la presenza permanente della Troïka ad Atene per aiutare questo risanamento è positiva, a condizione però che questo si faccia senza arroganza, non come punizione o messa sotto tutela, ma come espressione di solidarietà da dimostrare anche grazie ad altre politiche. 5. Invece, se lʹeconomia non è una scienza morale, il Commonwealth, il vivere insieme di popoli diversi nelle loro mentalità, abitudine, ricchezze di tutti tipi, richiede lʹapplicazione di un principio morale: la solidarietà. Soprattutto quando gli strumenti tradizionali di politica economica e sociale sono stati dimezzati senza controparti rilevanti. I paesi dellʹeurozona non hanno più un prestatore di ultima istanza: la Banca centrale europea non ha il diritto di finanziare gli stati. Questi non possono più manipolare i tassi dʹinteresse. Non possono più svalutare la loro moneta. Il loro margine di manovra in materia fiscale e di spesa pubblica è stato fortemente ridotto senza che un bilancio europeo (limitato allʹ1,3 % del Pil europeo) abbia, come negli stati federali, la possibilità di mettere in moto ammortizzatori sociali. Infatti, la capacità di un paese di reagire da solo a choc esterni o interni si trova veramente limitata a misure contro cicliche. Se aumentare il bilancio europeo del 2.000% (per raggiungere un bilancio europeo simile a quello federale Usa di circa 30% del Pil) sembra una via troppo complessa a breve e anche a medio termine, devono allora essere creati altri strumenti in grado di dimostrare che la solidarietà europea, iscritta nei trattati, non è solo un slogan pubblicitario. Le possibilità sono molteplici e sono state proposte sia dalla Commissione sia dal Parlamento europeo e da alcuni paesi membri (tra cui lʹitalia), ma sono state finora bloccate dai vertici europei. Queste vanno dalla messa in pool dei debiti pubblici e dallʹemissione di eurobonds per finanziarli, dalla creazione di investment bonds indispensabile per il finanziamento delle strutture nel campo dei trasporti, delle reti di distribuzione energetiche e dello sviluppo di energia pulita, alla creazione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Infine, non può essere dimenticato che la democrazia debba anche arrivare fino ai vertici dellʹunione. I capi di governo riuniti in conclavi, a porte chiuse, non possono da soli decidere sul futuro economico e sociale dei loro concittadini europei e non solo nazionali, con una semplice partecipazione, su uno strapuntino, senza diritto di 13 Si veda Dimitri Deliolanes, Come la Grecia, quando la crisi di una nazione diventa la crisi di un intero sistema, Fandango libri, T. Vissol 26

27 voto o di codecisione della sola istituzione direttamente eletta dai cittadini: il Parlamento europeo. Per concludere, una volta realizzata lʹadozione del Fiscal compact non tanto per rassicurare i mercati finanziari che avrebbero, probabilmente, preferito una vera e propria Banca centrale europea, e lʹemissione di eurobonds anche con misure volte ad evitare qualsiasi tipo di moral hazard, ma soprattutto per soddisfare lati non sempre simpatici, di tipo populista, di parte dei cittadini di alcuni paesi dellʹunione, è tempo per lʹeuropa di ripensare al suo futuro nei termini definiti nei trattati come valori fondamentali dellʹunione. Se questa crisi, dieci anni dopo lʹintroduzione dei biglietti e delle monete in euro, ne fosse lo stimolo, allora che viva la Repubblica europea! T. Vissol 27

28 Giancarlo Del Bufalo Segretario generale del Comitato Euro Rievocare la nascita dell euro in un momento come quello attuale così difficile per la moneta unica europea, la cui stessa sopravvivenza sembra rimessa in discussione, non è facile per chi ha fortemente creduto e crede ancora che la moneta unica sia un passaggio indispensabile verso il rafforzamento anche politico dell Unione europea e, quindi, spera che l attuale crisi costituisca una opportunità verso una maggiore integrazione politica dell Europa. Questa profonda convinzione guidò il governo Prodi e, in particolare, l allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi nell azione volta a far sì che l Italia facesse parte del gruppo di paesi che sin dalla prima fase avrebbe adottato l euro. Non fu compito facile: l Italia era uscita dallo Sme a seguito della crisi del 1992 e aveva alla fine del 1996 un disavanzo pubblico superiore al 7% con un rapporto debito pubblico/pil ben al di sopra del limite del 60% richiesto per l adesione all euro. Lo stesso governo aveva posto come obiettivo per il 1997 la riduzione del disavanzo di bilancio al 4,5% del Pil, comunque insufficiente per rispettare i parametri previsti per l adesione all euro. La forte azione diplomatica e politica adottata dal governo convinse gradualmente i partners e i mercati che l Italia ce l avrebbe fatta ad aderire e il differenziale (spread) tra i Bund tedeschi e i Btp italiani iniziò rapidamente a diminuire contribuendo a ridurre il disavanzo pubblico italiano che risultò alla fine del 1997 del 2,7% e cioè inferiore al limite del 3% previsto per aderire all euro. Restava un debito pubblico ben superiore al limite del 60%, ma il forte avanzo primario derivante dall azione del governo assicurava la tendenziale riduzione del rapporto debito/pil che era una delle condizioni previste per l adesione. Molto prima che fossero riunite le condizioni per l adesione dell Italia e quando ancora questo obiettivo era visto con grande scetticismo in Italia e all estero, si iniziò la preparazione per l introduzione della moneta unica a riprova della forte determinazione del governo e personale di Ciampi di raggiungere l obiettivo. Già nel settembre 1996 con decreto ministeriale fu costituito nell ambito del ministero del Tesoro il Comitato Euro presieduto dal sottosegretario al Tesoro on. Roberto Pinza e come segretario generale l on. Enrico Letta. Nel febbraio dell anno successivo Letta divenne vice segretario del suo partito e si dimise dall incarico. G. Del Bufalo 28

29 Io avevo seguito tutta la fase di creazione della moneta unica, prima come dirigente della divisione che curava i rapporti con l Ue e poi come responsabile della Direzione per i rapporti finanziari internazionali, ma a seguito della riorganizzazione del ministero mi era stato proposto di andare a dirigere uno dei quattro dipartimenti (quello dell amministrazione generale e del personale) in cui era articolato il ministero. Si trattava di una promozione importante e di un incarico di prestigio ma io volevo a tutti i costi continuare ad occuparmi delle questioni europee. Forse per vincere le mie resistenze o forse per utilizzare l esperienza che avevo acquisito, fui nominato anche segretario generale del Comitato Euro; era un doppio impegno gravoso e molto impegnativo ma che accettai con gioia. Racconto tutto questo non per parlare di me ma per dar conto di un clima di grande partecipazione che si andava diffondendo nel ministero e che si sarebbe rafforzato nei mesi successivi. La forte volontà del ministro e l importanza della sfida ci rendeva consapevoli di partecipare in prima persona ad un evento storico e portava tutto il personale ad impegnarsi senza reticenze ed esitazioni nell impresa. Lo stesso clima si verificò nell ambito del Comitato e questo fu uno degli aspetti più interessanti ed esaltanti di quella esperienza. Erano rappresentate nel Comitato tutte le categorie in qualche modo coinvolte dall introduzione della moneta unica, spesso con la partecipazione di personalità di grande rilievo (per citarne solo alcune hanno partecipato ai lavori del Comitato: Draghi, Padoa Schioppa, Saccomanni, Zadra, Perissich, Marcegaglia, Pajno, Catricalà, Lanzillotta, Giovannini, De Ioanna e molti altri). Gli interessi delle varie categorie rappresentate non sempre coincidevano. Eppure l obiettivo condiviso e la consapevolezza della sua importanza hanno sempre consentito di individuare soluzioni a tutti i problemi che si ponevano. Un esempio che purtroppo non si ripete molto spesso nel nostro paese di come l interesse collettivo possa e debba far premio sugli interessi specifici. Il Comitato lavorava in stretto contatto con gli altri paesi e con la Commissione europea. Riunioni periodiche consentivano l esame collettivo dei problemi che si ponevano e lo scambio prezioso di esperienze e di soluzioni adottate. Collaborava con me nel coordinamento dei lavori del Comitato una piccola segreteria tecnica (che non ha mai superato il numero di quattro o cinque persone). Nessuno ha mai ricevuto alcun compenso aggiuntivo per la partecipazione ai lavori del Comitato. In una prima fase l attenzione fu rivolta soprattutto all adeguamento della normativa italiana ai principi stabiliti a livello di Ue. Con l aiuto di esperti esterni (anchʹessi hanno prestato la loro opera senza alcun compenso) è stata predisposta una legge delega con i relativi decreti delegati ed entro il mese di G. Del Bufalo 29

30 luglio 1998 l adeguamento normativo fu completato. Furono predisposti dei piani per l introduzione dell euro nella pubblica amministrazione e nel settore finanziario ma anche delle linee guida indicative rivolte alle imprese. Nel contempo fu avviata l attività d informazione e comunicazione al pubblico con l aiuto di un piccolo gruppo di esperti nella materia, anche in questo caso in continuo contatto con la Commissione dell Ue. Con la formale introduzione dell euro il 1 gennaio 1999 inizia la seconda fase dell attività del Comitato. Come è noto l euro iniziò a circolare come moneta bancaria e le unità monetarie nazionali erano considerate unità divisionali non decimali dell euro. In realtà l utilizzo dell euro in questa fase fu piuttosto limitato anche se fu deciso di lasciare ai cittadini la scelta dell unità monetaria da utilizzare nei rapporti con la pubblica amministrazione. Furono affrontati alcuni problemi tecnici, in particolare quelli relativi ai sistemi informatici il cui adeguamento doveva tener conto anche delle problematiche connesse con l anno 2000 che, come si ricorderà, minacciava di creare gravi problemi. Fu rafforzata ed estesa la campagna d informazione anche con il supporto dell Associazione bancaria italiana e della Banca d Italia. Fu avviata la preparazione alla terza fase quella del c.d. change over cioè dell inizio della circolazione delle nuove banconote e monete. Da un punto di vista tecnico era la fase più delicata. Nessuno, né in Italia né all estero, aveva alcuna esperienza al riguardo. Si trattava di ritirare dalla circolazione circa 3 miliardi di banconote e 5 miliardi di monete e di mettere in circolazione circa 2 miliardi di banconote e 7 miliardi di monete. Ciò poneva problemi di sicurezza, soprattutto per le banconote, e logistici enormi. Non mancarono tentativi di utilizzare questa operazione a fini di utilità di specifiche categorie, ma nel complesso la macchina predisposta funzionò bene. Per fare soltanto un esempio, l adeguamento degli Atm richiese uno sforzo particolare perché fu concentrato in pochissime ore il passaggio dalla lira all euro. Malgrado qualche piccolo inconveniente (come ad esempio le code agli sportelli perché, malgrado fosse possibile continuare ad utilizzare le lire fino alla fine di febbraio 2002, la curiosità e l attesa per la nuova moneta portò a concentrare la richiesta di euro nei primissimi giorni di gennaio) il cambio della moneta avvenne senza grandi problemi. Attenzione particolare fu rivolta alle problematiche connesse ai possibili effetti inflazionistici dell introduzione dell euro. Esclusa anche a livello europeo l ipotesi dell introduzione di controlli sui prezzi, furono definiti accordi con la grande distribuzione e le associazioni di commercianti per la doppia esposizione dei prezzi (che avrebbe dovuto consentire un più attento controllo da parte dei consumatori) e per il contenimento degli aumenti. Certamente questi accordi, che ricalcavano analoghi accordi definiti negli altri paesi G. Del Bufalo 30

31 europei, sono stati probabilmente meno efficaci in Italia dato il grande frazionamento della distribuzione (in Italia la grande distribuzione copriva circa il 10% del mercato contro il 40/50% in altri paesi). L Istat fu incaricata di specifiche indagini sul rispetto delle regole di conversione da cui risultò che gli errori di conversione furono molto limitati (non più del 3%) sia prima che immediatamente dopo il 1 gennaio. Le rilevazione dell Istat nei primi mesi del 2002 non mostrarono alcuna accelerazione dei prezzi, almeno per il primo semestre dell anno. Non vi furono segnalazioni di problemi particolari da parte dei Comitati provinciali Euro a questo riguardo. Il Comitato Euro concluse i suoi lavori, così come previsto dalla normativa, a giugno del All epoca non sembrava che ci fossero particolari problemi anche su questo aspetto specifico. Si poteva fare di più? Forse avrebbe aiutato un prolungamento della doppia esposizione dei prezzi; forse, se avanzata prima, avrebbe potuto avere un effetto positivo la sostituzione della moneta da un euro con una banconota; forse ha avuto un effetto non positivo la minore attenzione politica alle problematiche connesse con la moneta unica. Lasciatemi concludere il mio intervento con una considerazione di carattere generale. Non c è alcun dubbio che l Italia ha tratto grandi benefici dall introduzione dell euro, basti pensare alla riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico. Già prima del 1 gennaio 2002 e per molti anni dopo, fino a qualche mese fa, il tasso d interesse sui titoli italiani è stato simile a quello dei titoli pubblici tedeschi con un risparmio enorme di risorse. In coloro che hanno fortemente voluto l euro vi era la piena consapevolezza che la moneta unica avrebbe comportato un cambiamento profondo della politica economica italiana. La spirale perversa (perdita di competitività, svalutazione, inflazione e di nuovo perdita di competitività e svalutazione) che aveva caratterizzato la fase precedente non era più praticabile e dovevano essere adottate politiche volte alla ricerca della competitività in altro modo. Questo cambiamento non ha avuto luogo, come pure non si è realizzato l auspicio che la moneta unica avrebbe comportato un rapido rafforzamento dell integrazione politica ed economica della Ue. Paghiamo ora il prezzo dei nostri e degli altrui errori. Speriamo che, come a volte accade, la crisi attuale costituisca una opportunità per una accelerazione della comprensione delle necessarie modifiche a livello italiano e europeo verso una maggiore integrazione. G. Del Bufalo 31

32 Ettore Pietrabissa Coordinatore Progetto Emu, già Vicedirettore generale Abi, Direttore generale Arcus. Negli anni in cui l euro era in piena costruzione, mi è capitato di assumere alcuni ruoli che mi hanno consentito, da un lato di osservare lo svolgersi degli eventi da punti di osservazione privilegiati, e dall altro di contribuire direttamente, sia pure in modo marginale e tutto sommato modesto, al processo di nascita della moneta unica europea. All epoca, parlo della prima metà degli anni 90, ero vice Direttore generale dell Associazione bancaria italiana (Abi), e in tale veste, allorché a Bruxelles all inizio del 1994 fu costituito l EMU Committee destinato a esaminare le problematiche sollevate in ambito bancario dalla prossima nascita dell euro, fui nominato rappresentante italiano in seno a tale organismo. Poi, nel giugno 1995, il Governo Prodi costituì il Comitato Euro, con il compito di monitorare e indirizzare la transizione all euro da parte delle varie componenti economiche e istituzionali italiane. Entrai anche in questo Comitato, in rappresentanza del mondo bancario. Ancora, nel 1995 fui nominato vice presidente della Cipa (Convenzione interbancaria per l automazione), organismo presieduto dalla Banca d Italia, che aveva il compito di governare le attività bancarie automatizzate e gestite per via elettronica. Alla Cipa spettava anche il compito di aiutare le banche per una transizione morbida verso la moneta unica. Infine, ancora in quegli anni l Abi varò un vasto progetto per facilitare e monitorare la transizione delle banche italiane verso l euro (il cosiddetto Progetto Emu ), di cui mi fu affidato il coordinamento. Come dicevo all inizio, è stata questa concomitanza vorrei dire fortuita di circostanze che mi ha dato la possibilità di diventare un testimone da dentro del processo di formazione della moneta unica. La sensazione più forte, che si aveva lavorando nei diversi organismi che ho elencato, era di far parte di un processo importante, che avrebbe potuto portare a cambiare la storia dell Europa in meglio, molto in meglio. Ci si rendeva conto che in quegli anni si stavano scrivendo pagine importanti e si stavano concretizzando sogni nati parecchi anni prima. Ricordo che nell Emu Committee di Bruxelles qualcuno trovò, e rese pubblica, una frase importante: E. Pietrabissa 32

33 Verrà un giorno in cui la guerra parrà altrettanto assurda e impossibile tra Parigi e Londra, tra Pietroburgo e Berlino, tra Vienna e Torino, quanto sarebbe impossibile e vi sembrerebbe assurda oggi tra Rouen e Amiens, tra Boston e Filadelfia. Verrà un giorno in cui si vedranno questi due immensi gruppi, gli Stati Uniti d America e gli Stati Uniti d Europa posti in faccia l uno dell altro, tendersi la mano al di sopra dei mari. Si tratta di un passo espunto da un discorso tenuto da Victor Hugo di fronte al Congresso di Parigi il 21 agosto Le idee che si dovevano concretizzare alla fine del ventesimo secolo erano, dunque, idee non estemporanee, ma antiche, nobili, maturate nei secoli e giunte finalmente in prossimità di vedere la luce. E poi, dominava tutti la sensazione diffusa che il processo di unificazione accelerato dalla moneta unica avrebbe portato ad una più diffusa gestione democratica del potere economico e finanziario. Sembrava quasi ovvio che il concorso di tanti paesi con elevato gradiente democratico alla gestione di una moneta unitaria, non avrebbe potuto che condurre ad una gestione comune trasparente e condivisa. Per la verità bisogna ammettere che alcuni avvenimenti, che hanno caratterizzato gli ultimi mesi delle vicende dell euro, sembrano contraddire almeno in parte questa speranza. Occorre davvero confidare che si tratti di una crisi di crescita e che, passata l attuale congiuntura, si possa tornare ad un metodo di gestione maggiormente condiviso. Ma quindici anni fa dominava ancora la visione illuministica di Altiero Spinelli, di cui si ricordava sovente la famosa frase: La federazione europea non si propone di colorare in questo o quel modo un potere esistente. È la sobria proposta di creare un potere democratico europeo. Ecco, questa visione dominava gli animi di tutti e spingeva con molte speranze a impegnarsi per un futuro che veniva vissuto come ineluttabilmente luminoso (vale la pena, a margine, di notare quel sommesso richiamo alla sobrietà, che da qualche tempo sembra un po caduta in disuso). Vorrei anche ricordare che si percepiva, in quegli anni, una forte presenza positiva della volontà degli stati nazionali. Si aveva la sensazione che, a supporto degli sforzi che si compivano, i rispettivi governi fossero davvero impegnati in un azione di sostegno senza riserve. E questo dava molta forza ai lavori che venivano portati avanti e dava molta motivazione alle persone che quotidianamente affrontavano problematiche talvolta molto complesse. Sembrava di procedere sorretti e sospinti da un onda favorevole, pur con la chiara coscienza, sempre citando Spinelli, che la via da percorrere non è né facile, né sicura, ma deve essere percorsa. E. Pietrabissa 33

34 Vorrei ricordare una nota di colore, che può contribuire a dare un idea dello spirito di quegli anni. Durante una fase dei lavori dell Emu Committee, fu segnalato che le autorità dei paesi dell Ue avevano deciso di dare un nome definitivo alla moneta unica. Ai diversi Comitati che lavoravano sul tema dell Emu fu chiesto di fornire un contributo in proposito. Fu chiaro fin da quasi subito che, comunque, si stava andando verso la scelta del nome euro, per motivazioni politiche, per analisi di impatto generale del termine, per la stessa pregnanza del nome euro rispetto al nome Europa. E tuttavia sorsero lunghe, divertenti e appassionate discussioni, forse un po inutili, ma intellettualmente piacevoli e che comunque davano il segno della reale passione che animava tutti. Sul nome da dare alla moneta unica emerse anche, fra le altre, l opinione che avrebbe dovuto trattarsi di un nome pronunciabile in modo analogo in tutte le lingue principali. Questo, per fare in modo che in ogni paese la parola fosse facilmente riconoscibile, a prescindere dal fatto che la pronunciasse un tedesco, un francese, un inglese o un italiano. Fu portata ad esempio la riconosciuta capacità delle grandi case automobilistiche internazionali che propongono regolarmente modelli caratterizzati da nomi di facile, immediata e costante pronuncia (Panda, Golf, e altri simili, si pronunciano allo stesso modo in Italia, Francia, Inghilterra e Germania). Invece, si osservava, la parola euro presenta drastiche diversità di pronuncia, fino alla reciproca irriconoscibilità, se di euro discutono un francese e un inglese, piuttosto che un tedesco e un italiano. La questione, per la verità, non era del tutto peregrina, e d altra parte i nomi di alcune delle principali monete (dal dollaro allo yen) godono della caratteristica della iso pronunciabilità. Ma, ovviamente, si trattava di una storia già scritta, e le diverse e più o meno utili proposte furono rapidamente accantonate, per lasciare il posto alla decisione finale, che portò inevitabilmente e positivamente all euro. In definitiva, la congiunzione astrale favorevole che in quegli anni consentì il formarsi di una straordinaria consonanza di intenti tra governi, organi istituzionali e orientamenti nazionali spinse molto e buon vento nelle vele della nuova impresa, così che la nuova moneta vide la luce nei tempi previsti e, tutto sommato, senza gravi inconvenienti. Poi è cominciata la storia dell euro. E qui vorrei ricordare il leit motiv, il tormentone caro a quel grande italiano e grande europeo che è stato il compianto Tommaso Padoa Schioppa: L Europa fa bene all Italia. E. Pietrabissa 34

35 Anche se ogni tanto si leva qualche dissennata voce che propone letture inconsapevolmente assurde e prive di credibilità degli effetti dell Unione europea sull Italia, sappiamo tutti che il motto di Padoa Schioppa è, fortunatamente, tremendamente vero. Chi ha un minimo di competenza per i fatti della finanza europea e della macroeconomia, ha del tutto chiaro in mente che senza l euro oggi il nostro paese sarebbe in una situazione ben più difficile di quella in cui purtroppo si sta dibattendo. E, senza l Europa, quali possibilità avrebbe l Italia di uscire da un emergenza di questa gravità? Sicuramente ciò che non ci possiamo permettere di fare, è di mettere in dubbio scelte già fatte, che hanno, per di più, ampiamente dimostrato di essere state scelte sagge. Dobbiamo invece, seguendo il solco aperto dieci anni fa con la nascita dell euro, lavorare tutti insieme per uscire dalle difficoltà, ricordando, ancora una volta, una frase illuminante di Spinelli: Nella battaglia per l unità europea è stata ed è tuttora necessaria una concentrazione di pensiero e di volontà per cogliere le occasioni favorevoli quando si presentano, per affrontare le disfatte quando arrivano, per decidere di continuare quando è necessario. Credo che, oggi più che mai, questa concentrazione di pensiero e di volontà sia assolutamente e inderogabilmente necessaria. Alla fine di tutto questo faticoso processo, dobbiamo tutti impegnarci affinché l unità europea e la sua moneta escano dalla crisi non indeboliti, ma rafforzati. La scommessa che tutti dobbiamo fare è che la fase attuale si concretizzi, non in una sterile crisi finanziaria che possa indebolire le finanze degli stati aderenti all Ue, ma in un occasione per rivedere i meccanismi dell Unione e per creare le premesse per una nuova crescita unitaria. La nostra ipotesi per il futuro, in definitiva, è che ora stiamo attraversando una crisi per crescere. E. Pietrabissa 35

36 Sandro Gozi Parlamentare, membro della XIV Commissione (Politiche dellʹunione europea) della Camera dei deputati Il semaforo è il classico esempio per spiegare le differenze di cultura politica in Europa. Cos è un semaforo? Per un tedesco è una sorta di comandamento divino. Per un inglese un accordo tra gentiluomini. Per un italiano una sfida. Tedesco: il semaforo è inviolabile perché emanazione diretta del potere statale. Inglese: rispetta le regole per rispetto dei rapporti sociali più che per ossequio verso lo stato. Italiano: cerca di passare col rosso perché considera lo stato in contrasto con le sue priorità individuali. La percezione del semaforo è diversa anche perché è influenzata dalle diverse esperienze nazionali. Il sistema del traffico in Germania può essere talmente efficiente che conviene rispettare il semaforo rosso, e rispettando le regole si viaggia più velocemente. I semafori italiani invece potrebbero talmente mancare di coordinamento, essere disposti in modo talmente insensato e la polizia potrebbe essere così indaffarata ad occuparsi di altro, da rendere conveniente passare col rosso. Sapendo che anche gli altri fanno la stessa cosa, anche chi passa col verde farà attenzione. Ciò significa che anche la diversità nel percepire e vivere le regole non esclude il perseguimento di obiettivi comuni. Le differenze di comportamento non dipendono dunque solo dalla diversa cultura politica ma anche dal diverso contesto nazionale. Non esiste una cultura politica giusta che debba prevalere sulle altre in Europa. Le azioni nazionali possono cambiare cambiando il contesto politico e passando da un contesto strettamente nazionale ad uno europeo. In Germania l elemento più caratteristico è sicuramente il rifiuto delle politiche inflazionistiche. La stabilità dei prezzi e le misure anti inflazionistiche divennero il perno della politica monetaria tedesca nell immediato dopoguerra per evitare il ripetersi di eventi come negli anni 20. Per questo la Bundesbank fu resa indipendente. La Germania non doveva affrontare problemi come un alta disoccupazione e un forte partito comunista che spinsero invece paesi S. Gozi 36

37 come Italia e Francia a strutturare diversamente il rapporto tra politica e scelte economiche. L Europa necessita meno conflittualità, più condivisione e più concertazione. Maastricht ha permesso alle forze politiche italiane di forzare blocchi incrociati all interno del sistema politico ed economico. Con quel trattato si è aperta una nuova fase di riforme strutturali che si fermerà in gran parte nel Lo stesso è accaduto nella Germania di Kohl e Schroeder, mentre in Francia Juppé, in parte Jospin e Villepin hanno fallito. Il risultato è una mancata convergenza economica, con le seguenti conseguenze: - assenza di regole prima del patto; - stupidità delle regole applicate in modo aritmetico dopo il patto; - mancanza di rispetto delle regole dopo il 2003; - squilibrio tra regole, stabilità e crescita che rimane anche dopo la revisione del Non lo sapevamo? Sui comportamenti, ci aspettavamo più responsabilità nei periodi di vacche grasse. Sull assetto istituzionale, c era molta fiducia illuministica su una naturale fecondità dell euro. Invece una moneta senza governo è sterile. Infatti ogni paese persegue i propri obiettivi, ognuno con le proprie esigenze e con i propri limiti. In sintesi: Germania: stabilità e Gemeinschaft. Francia: governo economico. Regno unito: opting out. Italia: vincolo esterno. Il modello Maastricht è stato in effetti molto influenzato dalla Bundesbank. Ne hanno tratto grande vantaggio i tedeschi, mentre gli altri hanno pagato alti costi di adattamento. Ma in un contesto diverso anche il modello tedesco non può venire applicato in modo integrale. Anche la Banca centrale europea, ispirata alla Bundesbank, agisce in un contesto diverso. La questione è soprattutto politica: abbiamo ancora comunanza di valori e obiettivi? Euro come valuta internazionale: S. Gozi 37

38 Francia e Italia sono a favore, la Germania no. Welfare e occupazione: Francia e Italia sì, Germania no. Governo economico: Francia e Italia sì, Germania no sino a poco tempo fa. Stabilità/crescita: Germania stabilità, Italia e Francia crescita. Contenimento del debito/crescita: Italia clientela/inefficienza, Francia crescita sino a poco tempo fa, Germania contenimento. Controllo quantità moneta/crescita: Germania controllo, Italia e Francia crescita. L Ue ancora non è un sistema in cui i governanti rispondono delle scelte dinanzi ai cittadini poiché i governi nazionali se da una parte sono consapevoli della necessità dell integrazione per il perseguimento di determinati obiettivi impensabili a livello nazionale, dall altra non vogliono cedere quella parte di sovranità trasformando l Unione in una democrazia sopranazionale. Tutto ciò dà adito a fenomeni di deresponsabilizzazione con cui gli stati additano alle istituzioni europee la colpa di alcune decisioni impopolari e a fenomeni di de rappresentazione dove le politiche si spostano ad un livello transazionale diverso dagli orientamenti interni, le politiche statali vengono europeizzate nel modello democratico europeo. Sono convinto che l accordo di Bruxelles sia un accordo minimo, utile a tranquillizzare i mercati per uscire dallo stallo. Allunga però il percorso che dobbiamo compiere verso la federazione europea. È come passare da Berlino per andare da Parigi a Roma. Ci si arriva, ma si allunga di molto il percorso. Nostro compito e di tutte le forze europeiste e federaliste europee è di riportare al più presto il trattato (vero e proprio obbrobrio giuridico e zavorra politica all interno dell Ue) a ventisei paesi. Quanto agli inglesi, si sono sempre comportati allo stesso modo rispetto ad ogni progetto europeo: all inizio dicono che non funzionerà; successivamente che funziona, ma non entreranno e alla fine si accodano sempre. E anche se non lo facessero, è molto più un problema di Londra che nostro. La questione è ancora una volta politica. Come possiamo evitare che il rigore aumenti la recessione? Come possiamo combattere contro il cancro delle nostre economie, ovvero la crescente e insostenibile disparità di reddito? S. Gozi 38

39 Una delle cause principali del fallimento delle nostre società è l aver accettato crescenti disparità di reddito. Siamo passati da un rapporto di 1 a 10, tra manager e lavoratori dopo la grande crisi del 1929, a un rapporto di 1 a 400 e oltre. Registriamo punte in cui un mese intero di lavoro di un operaio è minore di un ora di retribuzione dei manager della stessa impresa. Nulla può giustificare questa realtà. Bisogna soltanto intervenire e solo la buona politica può farlo. S. Gozi 39

40 Crisi economica e Stati Uniti d Europa: una riflessione sul modello americano di Giacomo Mazzei Dopo la firma del fiscal compact al Consiglio europeo dello scorso gennaio si è tornato a parlare di un possibile rafforzamento dell Unione, una soluzione politica all attuale crisi economica caldeggiata soprattutto dalla Germania di Angela Merkel ma che trova sostenitori anche in Italia. Il «Corriere della Sera» ha pubblicato un appello di chiara ispirazione federalista, firmato, tra gli altri, da Giuliano Amato, Emma Bonino e Romano Prodi 14. E ci si interroga sui possibili modelli istituzionali per un Europa più unita, tra cui spicca quello americano, punto di riferimento ideale sin dalle origini del processo d integrazione. Un precedente illustre salta quindi alla memoria: la fase costituente degli Stati Uniti d America, che pose le basi per lo sviluppo del primo e finora unico duraturo esperimento di federazione su scala continentale, e che, spesso lo si dimentica, fu anch essa segnata da una crisi del debito sovrano. A questo proposito, Barbara Spinelli, tra i firmatari del succitato appello, ha ricordato su «La Repubblica» la figura di Alexander Hamilton, padre fondatore e primo ministro del Tesoro americano 15. Fu lui, nel lontano 1790, l artefice del consolidamento da parte del governo federale del debito pubblico degli Stati, alcuni sull orlo della bancarotta, altri in ben più floride condizioni, che si erano appena federati. Con la sua iniziativa, Hamilton aiutò a risolvere forti conflitti d interesse all interno della neonata Unione, garantendone al contempo la credibilità sul piano internazionale. 14 Un iniziativa di Italia e Germania per un sì veloce all accordo europeo, «Il Corriere della Sera», 10 marzo 2012, p. 60. L appello reca le firme anche di diverse personalità tedesche, tra cui il leader verde Daniel Cohn Bendit e Hans Gert Pöttering, già presidente del Parlamento europeo. 15 Barbara Spinelli, Quanto costa la non Europa, «La Repubblica», 15 febbraio 2012, p. 44. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 40

41 L aggancio al dibattito sull attuale crisi della zona euro è immediato, così come spontaneo sorge il paragone tra gli organi governativi di Washington e di Bruxelles. Quali soluzioni istituzionali, insomma, e con quale grado di federalismo o meno, può adottare l Europa per dotarsi di un assetto adeguato ad affrontare la crisi, se non addirittura per giungere all unione politica preannunciata dalla stessa cancelliera Merkel? Ad esempio, Spinelli, che apprezza le proposte tedesche sul rafforzamento delle istituzioni unitarie, traccia un parallelo tra il Senato americano e il Consiglio dei ministri europeo, cui Merkel vorrebbe conferire i poteri di una seconda camera legislativa. Ovviamente non si tratta di proporre una semplice trasposizione di esperienze tra loro diverse. Divenire Stati Uniti d Europa significa non copiare l America, come spiega la stessa Spinelli, ma imparare da essa 16. E allora qui vogliamo semplicemente offrire alcuni spunti di riflessione, volgendo ancora una volta lo sguardo verso l altra sponda dell Atlantico, con il genuino interesse che suscita l articolarsi di un sistema istituzionale ormai ampiamente rodato, ma anche con la dovuta cautela nel trarne un insegnamento. Sovranità e rappresentanza Partiamo dal sistema rappresentativo. Ricorrendo a una consueta metafora edilizia, cominciamo col dire che le fondamenta dell edificio federale americano sono costituite da un sistema bicamerale, il quale opera un bilanciamento della sovranità popolare tra l Unione e gli stati che la compongono 17. La logica del sistema è semplice, sebbene non manchino sfumature degne di rilievo. La Camera dei rappresentanti è eletta in proporzione all intera popolazione dell Unione 18. Il Senato è invece composto da due senatori per ciascuno stato. Così, la California, lo stato più popoloso, elegge 53 dei 435 membri della Camera, mentre quello che lo è di meno, il Wyoming, uno solo, ma entrambi sono rappresentati al Senato in maniera paritetica tra loro. C è però da aggiungere che il presupposto di proporzionalità che regola le elezioni della Camera è in parte spurio. Le circoscrizioni elettorali non sono tutte perfettamente uguali, sia perché non oltrepassano mai i confini statali e quindi, per ovvie ragioni, esiste sempre un certo scarto numerico nella ripartizione di esse, sia perché ciascuno stato elegge almeno un rappresentante, 16 Ibidem. 17 Ai tempi di Hamilton gli stati erano tredici, oggi sono cinquanta. 18 Erano 105 i membri della Camera nel 1790, all epoca del primo censimento. Si sono poi moltiplicati con l espansione demografica del paese, fino a raggiungere il numero attuale di 435 nel 1963, quando si decise di porre un limite a tale incremento. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 41

42 indipendentemente da quanti vi abitino 19. In base all ultimo censimento, un membro della Camera rappresenta in media circa abitanti, ma quelli del Wyoming, che sono appena , hanno diritto comunque, come già detto, a un proprio, esclusivo rappresentante 20. Quanto al Senato, va precisato che, sebbene a ciascuno stato siano assegnati due senatori, ciò non ne comporta la suddivisione in altrettante circoscrizioni elettorali; ve n è una sola (con sistema maggioritario ad un turno). Ciascun senatore, pertanto, rappresenta l intera popolazione dello stato di provenienza. Questo grazie anche al fatto che, mentre la Camera è interamente rinnovata ogni due anni, il Senato lo è solo per un terzo e l elezione dei senatori di ciascuno stato è appositamente scaglionata. Come si vede, in termini di rappresentanza il bicameralismo federale degli Stati Uniti ha una logica alquanto stringente. Se esistono delle sfumature, queste hanno il merito di rendere le elezioni del Congresso, con il quale si indica la somma di Camera dei rappresentanti e Senato, chiaramente leggibili agli occhi del singolo elettore (e, d altra parte, la stessa tempistica delle elezioni è piuttosto chiara). Ogni due anni l elettore americano si reca alle urne per scegliere un proprio rappresentante alla Camera identificato esplicitamente con lo stato di provenienza 21. Per due volte ogni tre cicli elettorali (si vota lo stesso giorno, l election day, per Camera e Senato), elegge uno dei suoi due senatori, che quello stato entrambi rappresentano nella sua interezza. Ogni quattro anni, com è noto (e sempre nell election day, che ricorre puntualmente il martedì successivo al primo lunedì di novembre, sia che si tratti di Camera, Senato o Casa Bianca), gli americani votano anche per eleggere il Presidente. Unico nel suo genere, quello presidenziale è tecnicamente un sistema di elezione indiretta, retaggio in parte di un malinteso disegno aristocratico la cui impraticità gli estensori della carta costituzionale non intuirono appieno. Tralasciandone gli aspetti anacronistici, è importante 19 Si noti, a questo proposito, che l inclusione delle circoscrizioni elettorali entro i confini statali garantisce l applicazione della norma costituzionale secondo cui a ciascuno stato è attribuita la responsabilità di gestire lo svolgimento delle elezioni federali sul proprio territorio. Si tratta evidentemente di un ulteriore concessione in favore degli stati, anche se al governo federale è comunque riservata, in ultima istanza, l autorità di garantire la democraticità del processo elettorale. 20 Lo stesso discorso, stando ai dati dell ultimo censimento, vale anche per North Dakota e Vermont. Si noti inoltre che, sia nel caso di questi stati, che in quello di Alaska, Delaware, Montana, e South Dakota, dove la popolazione supera i abitanti, ma non abbastanza da garantire un secondo rappresentante alla Camera, si ha un unica circoscrizione elettorale, ovviamente coincidente con i rispettivi confini statali. 21 Quest identificazione, più importante, almeno sul piano formale, dell affiliazione partitica, è visibile in sede istituzionale nella consuetudine da parte degli stessi rappresentanti di rivolgersi l un l altro con l appellativo di gentleman, o gentlewoman, dello stato di provenienza (es.: I yield my time to the gentleman from Virginia ). G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 42

43 rilevare come anch esso sia funzionale all ordinamento federale degli Stati Uniti 22. La Casa Bianca si vince con la maggioranza del cosiddetto Collegio elettorale, secondo un computo del voto che rispecchia esattamente l equilibrio tra sovranità popolare e rappresentanza degli stati al Congresso. Ogni stato costituisce in questo caso una speciale circoscrizione elettorale, la cui consistenza numerica equivale alla somma dei rispettivi membri di Camera e Senato. Per rifarci al solito esempio, alla California spettano 55 voti nel Collegio elettorale, al Wyoming, 3. Per questo (e anche perché in 48 dei 50 stati dell Unione vige l uninominale secco), il vincitore può non essere il candidato che ha ottenuto la maggioranza (anche relativa, nel caso in cui i candidati siano più di due) dei consensi. Nelle elezioni presidenziali, come in quelle congressuali, infatti, il principio democratico è, per così dire, temperato dalle prerogative dei diversi stati 23. Per quanto riguarda infine le altre istituzioni dell Unione, in particolare la Corte Suprema e la Federal Reserve (la banca centrale), solo quest ultima è organizzata su base territoriale. Essa è suddivisa in 12 strutture periferiche, che agiscono sotto la supervisione di un Governatore e di un Direttorio federali. I nove giudici al vertice della giurisdizione, invece, non fanno riferimento ad alcuno stato o area geografica. La Corte Suprema, nondimeno, è conforme all ordinamento federale dell Unione nella misura in cui la nomina dei suoi membri, come del resto quella del Governatore e dei sette membri del Direttorio della Federal Reserve, è affidata al Presidente, previa conferma da 22 Per un analisi più puntuale del sistema di elezione presidenziale, compresa una riflessione sulle origini di tale sistema e ciò che esso può insegnare in tema di riforma delle istituzioni europee, rinvio il lettore a un mio precedente intervento: I veri elettori di Obama: una riflessione sull Europa da farsi, «Eurostudium 3w», n. 10, gennaio marzo 2009, pp A proposito di principî, non si può tacere su alcune anomalie del sistema rappresentativo americano, che ne inficiano la democraticità almeno per quanto concerne un parte certamente esigua e tuttavia non insignificante della cittadinanza, quella che risiede nel District of Columbia, su cui sorge Washington, e a Puerto Rico. I cittadini con residenza nella capitale (diverse centinaia di migliaia) contribuiscono a scegliere il Presidente ma, pur pagando regolarmente le tasse federali, non eleggono alcun senatore e solamente un delegato senza potere di voto alla Camera dei rappresentanti. Così vollero i costituenti prima ancora che della città fosse posta la prima pietra, per limitarne, secondo un compromesso tra confliggenti interessi statali, frammisti a idee tratte dai numi del repubblicanesimo classico, l influenza sul resto del paese (anzi, per l esattezza, il diritto di voto nelle presidenziali è stato concesso ai washingtoniani solo nel 1961, grazie all introduzione di un emendamento costituzionale). Diverso il caso di Puerto Rico, strappato alla Spagna con una guerra coloniale alla fine dell Ottocento e tuttora organizzato pressappoco come un tempo lo erano i territori della frontiera in attesa di essere ufficialmente riconosciuti come stati a tutti gli effetti. A Puerto Rico vivono oggi circa quattro milioni di persone, si pagano le tasse federali ad eccezione di quella sul reddito, ma non si vota per il Presidente, né per il Congresso. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 43

44 parte del Senato 24. Ma con quest accenno ai poteri di nomina tocchiamo una materia, quella, appunto, della separazione dei poteri, che merita un approfondimento a parte. Separazione dei poteri Nell ordinamento federale americano la separazione dei poteri, come nel caso appena accennato, non è rigida. Piuttosto, essa è regolata da un complesso sistema di pesi e contrappesi, che, soprattutto per quanto riguarda il legislativo e l esecutivo, produce una sostenuta, a volte aspra, dialettica istituzionale, al rischio bisogna tenerlo presente di uno stallo nell azione di governo. Cominciamo ancora una volta dal Congresso, sede primaria dell attività legislativa. Le proposte di legge hanno origine nell una o nell altra camera, dove, attraverso i dovuti passaggi nelle apposite commissioni, gli eventuali emendamenti, e una procedura di conciliazione dei testi, vengono sottoposte a doppia lettura. Tutte, ad eccezione, ovviamente rilevante, di quelle concernenti fisco e spesa pubblica, che possono essere presentate soltanto alla Camera dei rappresentanti, concepita quindi come principale depositaria della sovranità popolare per quanto riguarda direttamente le tasche dei cittadini, sebbene al Senato (sulle cui prerogative si veda più avanti) sia comunque concessa la facoltà di proporre emendamenti 25. Il Congresso, tuttavia, non detiene un monopolio del potere legislativo, che condivide in parte con il Presidente. Quest ultimo, infatti, può sottoporre a veto le proposte di legge avanzate in sede congressuale, mentre il Congresso ha a sua volta la possibilità di annullare il veto presidenziale con una maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le camere. In tal modo la legge, pur priva della firma presidenziale, viene comunque approvata in via definitiva 26. Infine, nell evenienza in cui i senatori, che sono in numero pari, siano egualmente divisi tra favorevoli e contrari ad una certa proposta di legge, il Vicepresidente degli Stati Uniti, che com è noto viene eletto assieme al Presidente e formalmente presiede il Senato, esprime il voto decisivo. 24 Tuttavia, mentre i giudici della Corte restano in carica a vita, il Governatore e i membri del Direttorio della Federal Reserve hanno cariche, in parte rinnovabili, di 4 e 14 anni rispettivamente. 25 Si noti che la Costituzione riconosce tale prerogativa della Camera dei rappresentanti solo in merito alla legislazione tributaria; l estensione di essa al potere di spesa è invece il frutto di una prassi consolidata. 26 Un ulteriore limitazione del veto presidenziale consiste nella sua applicabilità soltanto al testo complessivo delle proposte di legge; il Presidente, cioè, non può espungere dal testo singole parti non di suo gradimento. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 44

45 Per quanto riguarda l esecutivo, l implementazione delle leggi è affidata al Presidente, cui rispondono i ministeri (detti dipartimenti), le agenzie amministrative e in generale l intero apparato burocratico federale. Ma, nuovamente, occorre rilevare l intreccio esistente tra poteri. Il Presidente può promulgare decreti (executive order), che hanno valore di legge e non richiedono l approvazione del Congresso, sebbene possano da quest ultimo essere modificati o abrogati 27. Il Presidente, inoltre, raccomanda periodicamente al Congresso le misure che giudichi necessarie, il che col tempo ne ha fatto l autorità che in pratica definisce gran parte del programma di governo. D altronde, se il potere esecutivo esercitato dal Presidente viene di per sé limitato dal fatto che è il Congresso, la Camera dei rappresentanti in primis, a detenere il potere di spesa, un ulteriore limite a tale potere è imposto dal già ricordato meccanismo di nomina dei vertici delle agenzie governative, che prevede l approvazione da parte del Senato dei nominativi proposti dal Presidente 28. Secondo la medesima procedura, Presidente e Senato condividono anche la responsabilità di nominare gli ambasciatori all estero e di stipulare trattati internazionali. Nella misura in cui partecipa alle nomine, il Senato ha quindi prerogative proprie, che lo distinguono dalla Camera dei rappresentanti, non solo per quanto attiene all implementazione delle politiche federali, ma anche in politica estera. Così le ha il Presidente, in qualità di capo delle forze armate, al quale, inoltre, vengono attribuiti poteri eccezionali in tempo di guerra, sia al fronte, sia nella gestione dello sforzo bellico sul suolo nazionale 29. D altra parte, Presidente e Senato non possono fare a meno della Camera nel caso di una dichiarazione di guerra e, va da sé, per stanziare finanziamenti per le azioni militari; come a dire che su questioni talmente delicate è necessario l assenso di tutte le istituzioni rappresentative dell Unione. È il Congresso a dichiarare le guerre, sebbene anche ciò necessiti della firma presidenziale, o a concedere al Presidente una meno impegnativa autorizzazione per l uso della forza militare. A questo proposito, si noti bene che l ultima ufficiale dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti risale al 1942, sebbene da allora siano state innumerevoli le incursioni della superpotenza americana in diverse aree del pianeta, comprese quelle in Corea, Vietnam e, da ultimo, Afghanistan e Iraq. 27 Si noti come non vi sia alcun riferimento esplicito in materia nel dettato costituzionale. La promulgazione di decreti legislativi da parte del presidente, tuttavia, è entrata nella prassi sin dal 1789, vale a dire immediatamente dopo la ratifica della costituzione stessa. 28 I ministri, o meglio, i segretari dei dipartimenti, vengono però scelti indipendentemente dal Presidente, di fronte al quale sono unicamente responsabili. 29 Lo stesso vale nell eventualità in cui venga dichiarato lo stato di emergenza. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 45

46 Per agire, nel caso di queste vere e proprie guerre che sembrerebbe difficile definire altrimenti, come nelle altre meno rilevanti, eppure frequenti attività belliche degli ultimi settant anni, al Presidente è bastata la succitata autorizzazione per l uso della forza militare da parte del Congresso. Tutto ciò, anche considerando che negli ultimi decenni le tradizionali dichiarazioni di guerra sono cadute in disuso un po ovunque, rappresenta comunque una palese anomalia da un punto di vista strettamente costituzionale, e infatti ha più volte costituito materia di scontro politico 30. Traendo spunto dall esistenza di questa zona grigia e contesa tra Presidente e Congresso, consideriamo la forma di governo di cui stiamo discutendo, vale a dire il presidenzialismo nella sua versione americana, e in particolare come il sottostante ordinamento costituzionale generi una dialettica istituzionale che si dimostra in più di un occasione nient affatto fluida. Nella gestione degli affari internazionali il Presidente effettivamente tende a svolgere un ruolo da protagonista, tant è che si è a lungo parlato in tono polemico di presidenza imperiale 31. A prescindere dalle implicazioni politiche, che non c interessano, la polemica evidenzia da un lato il conflitto latente, a volte conclamato, tra le branche di governo, dall altro l equivoco in cui non di rado s incorre, specialmente dall estero, nell osservare la politica americana, e cioè di sovrastimare l autorità presidenziale, così presente nell immaginario e soprattutto nella proiezione del paese oltre i confini nazionali. Se infatti il Presidente non è responsabile politicamente di fronte al Congresso, come lo è in genere il Primo ministro in un sistema parlamentare, è pur vero che sono molti i casi in cui non può fare a meno del sostegno sia del Senato, sia della Camera dei rappresentanti. Ma questi sono spesso dominati da un partito politico diverso da quello al quale appartiene il Presidente, e d altra parte è sufficiente l opposizione di una sola delle due camere per bloccare l attività governativa. 30 La lettera della costituzione viene stravolta dalla prassi anche quando il Presidente stabilisce autonomamente degli accordi (i cosiddetti executive agreement) con i governi di altre nazioni, evitando quindi di stipulare regolari trattati, il che accade con una certa frequenza. 31 Tornata in auge durante la controversa presidenza di George W. Bush, l espressione fu per la prima volta resa di uso corrente nei primi anni Settanta dal noto storico americano Arthur M. Schlesinger, Jr. (The Imperial Presidency, Houghton Mifflin, Boston, 1973, trad. it., La presidenza imperiale, Comunità, Milano, 1980). All epoca il Congresso, rispondendo al crescente disagio dell opinione pubblica nei confronti della guerra in Vietnam e in particolare verso l uso indiscriminato dei propri poteri di capo delle forze armate da parte del Presidente, che nella fattispecie era Nixon, già screditato dall esplosione dello scandalo Watergate, passò una Risoluzione sui poteri di guerra, limitandone a non più di 60 giorni l autorità presidenziale nel condurre azioni militari senza l approvazione del Congresso stesso. È significativo che la suddetta Risoluzione sia stata avversata da tutti i successivi presidenti e che almeno due di essi, Clinton e Obama, l abbiano formalmente violata nel caso degli interventi americani in Kosovo e Libia. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 46

47 Siamo quindi in presenza di un potere diviso indifeso contro il governo diviso, come del resto è diventato più che mai evidente dopo le ultime elezioni congressuali, da quando, nel 2010, i repubblicani hanno conquistato il controllo della Camera dei rappresentanti, ostacolando con ogni mezzo e una certa efficacia, nonostante il Senato sia in mano ai democratici, l operato della presidenza Obama 32. C è poi lo strumento dell impeachment, con cui il Congresso può incriminare il Presidente per tradimento, corruzione, o altri gravi crimini compiuti nel corso del proprio mandato, secondo una procedura che prevede la formulazione dell accusa da parte della Camera dei rappresentanti e il giudizio del Senato 33. Inoltre, aspetto ancora più importante, il Congresso detiene il potere di avanzare proposte di emendamento costituzionale, nonché, ove le abbia approvate con una maggioranza di almeno due terzi in ciascuna camera, di sottoporle per ratifica alle assemblee legislative statali. Gli emendamenti, per diventare legge, devono essere approvati in tre stati su quattro 34. Appare evidente da questi esempi la centralità del Congresso, come pure, ancora una volta, il rilievo dato nella costituzione al federalismo. 32 L osservazione su potere e governo divisi è di Sartori, per cui il sistema americano è fondato sul peggior assetto strutturale possibile e funziona, o ha funzionato, nonostante la sua costituzione, e questo perché gli americani sono determinati a farlo funzionare, il che negli ultimi anni, ci permettiamo di aggiungere, accade in misura minore che in passato. Giovanni Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Il Mulino, Bologna, 2000, pp. 103, 105. Particolarmente pertinente ci sembra anche la riflessione di Fabbrini, che considera il presidenzialismo americano un esperimento istituzionale non soddisfacente (o meglio: non pienamente riuscito) di conciliazione dell effettività e della democraticità nell azione di governo. Sergio Fabbrini, Il presidenzialismo degli Stati Uniti, Laterza, Bari, 1993, p. ix. 33 È sufficiente una maggioranza semplice per l incriminazione da parte della Camera, ma sono necessari i due terzi del Senato per procedere alla rimozione del Presidente in carica. Nessun Presidente è mai stato rimosso tramite impeachment. Vi sono stati due casi, quello di Andrew Johnson all indomani della Guerra civile e quello più recente di Bill Clinton, in cui la Camera approvò la misura, che però non raccolse i voti necessari al Senato. Richard Nixon si dimise prima del voto alla Camera. Si noti, inoltre, che il Congresso ha il potere di incriminare qualsiasi rappresentante eletto o funzionario del governo federale, compresi gli stessi membri di Camera e Senato e i giudici della Corte Suprema e delle altre corti federali. 34 In realtà il Congresso può anche scegliere di convocare convenzioni statali appositamente elette per la ratifica degli emendamenti, come può, su proposta di almeno due terzi degli stati, decretare l elezione di una convenzione costituzionale nazionale con la facoltà di proporre emendamenti, ma entrambe le procedure non sono mai state applicate. A oggi vi sono stati 27 emendamenti alla costituzione, i primi dieci dei quali, che costituiscono il cosiddetto Bill of Rights, furono proposti e approvati in blocco negli anni immediatamente successivi alla stesura della costituzione stessa, tra il 1789 e il G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 47

48 Infine, alcune considerazioni essenziali sulle già ricordate Corte Suprema e Federal Reserve. La Corte esercita il sindacato di costituzionalità delle leggi, ovverosia dirime i casi giudiziari in cui sia ipotizzata l incompatibilità di una legge federale, o statale, con la costituzione; essa funge da ultimo grado d appello nei casi amministrati sia dalle corti federali, sia da quelle statali. Per ovvie ragioni d imparzialità, è formalmente la branca di governo più isolata dal processo politico, e tuttavia è spesso stata, e rimane tuttora, al centro di numerose controversie per la rilevanza delle sue sentenze, alcune delle quali hanno caratterizzato importanti passaggi storici 35. Inevitabilmente i suoi membri vengono spesso identificati con determinati gruppi d interessi. Un discorso simile vale evidentemente anche per la Federal Reserve, cui il Congresso delega il potere di conio della moneta e riconosce la facoltà di stabilire il tasso di sconto, pur riservandosi un autorità di sorveglianza. Le decisioni della Fed, come viene comunemente chiamata, non necessitano di alcuna ratifica da parte del Presidente o dello stesso Congresso, mentre il suo legame con i privati è in effetti assai stretto, come testimonia il fatto che i consigli d amministrazione delle dodici strutture periferiche siano in parte nominati direttamente dalle banche commerciali dei rispettivi distretti territoriali 36. Federalismo e sussidiarietà Per quanto potente essa sia, la Federal Reserve non ha autorità diretta sulle finanze dei singoli stati dell Unione; in particolare, non può acquistare o vendere titoli statali, come fa regolarmente con quelli federali. E qui veniamo a un tema di estrema attualità, sia da noi, che ci stiamo interrogando sul futuro assetto delle istituzioni europee per rimediare all instabilità dei debiti sovrani, sia oltreoceano, dove il crack del 2008 e la recessione che l ha seguito hanno 35 Citiamo ad esempio, per limitarci al secondo dopoguerra, Brown v. Board of Education of Topeka (1954), che segnò un primo, deciso passo da parte del governo federale contro la segregazione razziale, e Roe v. Wade (1973), che legalizzò l aborto negli Stati Uniti. E se ci avviciniamo ai giorni nostri, non possiamo non ricordare Bush v. Gore, che determinò l esito delle elezioni presidenziali del 2000, e Citizen United v. Federal Election Commission (2010), che ha abbattuto molte delle restrizioni ai finanziamenti delle campagne elettorali e sta avendo un impatto considerevole sulle presidenziali di quest anno. Infine, si è appena concluso il dibattimento sulla costituzionalità della riforma sanitaria voluta da Obama e passata al Congresso appena due anni fa. La sentenza è attesa per giugno e potrebbe avere un impatto sull esito delle presidenziali. 36 Tra questi il più influente è quello newyorkese, il cui presidente è infatti l unico ad avere un seggio permanente nel più importante organismo della Fed, il Federal Open Market Committee. Gli altri seggi sono occupati dai sette governatori federali e da quattro presidenti delle restanti undici filiali a rotazione. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 48

49 avuto una ricaduta pesante sulla stabilità finanziaria di diversi stati, la cui situazione non è granché più rosea di quella della nostra Grecia. Vale la pena di partire da qui, da questo problema tuttora scottante, per indagare quindi i rapporti che il governo federale intrattiene con quelli statali. Anche in quest ambito, come vedremo, non mancano i punti di tensione 37. Negli anni trascorsi dallo scoppio della crisi si è diffuso nell opinione pubblica americana il timore di un fallimento vero e proprio degli stati maggiormente esposti, tra cui spiccano due pesi massimi come la California e l Illinois. Ci sono precedenti in tal senso, per quanto lontani nel tempo. L ultimo risale alla Grande depressione, che ridusse l Arkansas sul lastrico e ne compromise l economia per molti decenni a venire. Circa un secolo prima, negli anni Quaranta dell Ottocento, dopo un altro crack e un altra recessione di cui ormai s è persa la memoria, a fallire furono ben otto stati, dei ventisei che allora componevano l Unione 38. C è maggiore ottimismo di recente, in seguito ai primi timidi segnali di ripresa e ad alcune misure d emergenza che gli stati più in difficoltà hanno cominciano a introdurre, ma il pericolo resta e con esso l incertezza sui possibili scenari. Non solo è difficile prevedere gli effetti che il fallimento di uno o più stati avrebbe sull intera economia del paese, ma anche la via di un eventuale risanamento dei conti non è del tutto chiara. In ballo ci sono questioni di opportunità politica e, come da copione, di aderenza al dettato costituzionale. Vediamo perché. Innanzi tutto, per quanto riguarda il debito pubblico, gli stati sono a tutti gli effetti entità sovrane; sono liberi di gestire autonomamente i rapporti con i propri creditori, compresa la rinegoziazione dei debiti in caso di fallimento. Non vi è alcun obbligo per il governo federale di accorrere in loro aiuto. Non lo fece negli episodi appena citati, salvo garantire, nel caso dell Arkansas, il funzionamento minimo per un paio d anni dei servizi pubblici essenziali A questo punto una precisazione è d uopo: qui usiamo la dicitura governo federale nell accezione americana (federal government), con cui si indica l insieme delle istituzioni dell Unione, distinte da quelle dei singoli stati che la compongono. 38 I paragoni con tali precedenti storici sono improvvisamente affiorati sulle pagine dei maggiori quotidiani americani all inizio dello scorso anno, quando la situazione appariva particolarmente disperata. Si veda, per esempio, Denis K. Berman, When States Default: 2011, Meet 1841, «The Wall Street Journal», 4 gennaio 2011, p. C1; Monica Davey, The State that Went Bust, «The New York Times», 22 gennaio 2011, p. WK3. 39 In un certo senso, quindi, il riferimento di Barbara Spinelli ad Alexander Hamilton è fuorviante, perlomeno se si considera che a fare testo oggi è il precedente del 1843, quando il governo federale in effetti si rifiutò di finanziare un piano di salvataggio degli stati insolventi, e non quello del Allora Hamilton si limitò semplicemente a prevenire una tal evenienza, giacché nessuno stato aveva ancora rinunciato a onorare i propri debiti. Si noti, inoltre, che una valuta emessa e garantita dal governo federale e legalmente riconosciuta su tutto il territorio del paese, cioè il dollaro moderno, fu introdotta solo negli anni Sessanta dell Ottocento, durante la G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 49

50 Considerando poi il precario stato di salute che attualmente affligge le stesse finanze federali e il muro contro muro tra democratici e repubblicani proprio sugli strumenti con cui risanarle, appare poco probabile che il Congresso e la Casa Bianca si trovino d accordo sul salvataggio, sicuramente assai costoso, degli stati insolventi, almeno fino alla tornata elettorale del prossimo novembre. Alla luce di questa situazione non esaltante, c è addirittura chi ha proposto, anche in Senato e alla Camera dei rappresentanti, l introduzione dell istituto della bancarotta per gli stati (che a tutt oggi non esiste). Ma è una strada difficilmente percorribile: non si può imporre a uno stato di farlo, e qualora alcuni di essi vi acconsentissero, rischierebbero una lesione notevole della propria sovranità, perché si troverebbero costretti ad adire il sistema giudiziario federale. La costituzione, infatti, riserva al Congresso la responsabilità di legiferare in materia di bancarotta e di conseguenza le corti che se ne occupano appartengono esclusivamente ai distretti federali. Insomma, la questione è piuttosto complicata, e ciò in realtà è tipico del federalismo americano, la cui vicenda plurisecolare è costellata di simili controversie, tutte giocate sul filo dell interpretazione costituzionale, tra principi di unitarietà e di sussidiarietà 40. Del resto, fu proprio per stabilire una corretta interpretazione della costituzione che tra il 1861 e il 1865 si combatté la Guerra civile, scatenata dalla secessione degli stati schiavisti del sud e conclusasi con la riaffermazione dell unità nazionale, oltreché l abolizione della schiavitù. Ci vollero dunque circa ottant anni, tanti ne passarono tra la stesura della carta costituzionale alla celebre Convenzione di Filadelfia e la conclusione della guerra, nonché oltre morti, questo il bilancio della carneficina, per definire con un certo grado di precisione l ordinamento federale degli Stati Uniti. E poi però ci volle un altro secolo (e un eroica lotta nonviolenta che alla fine ottenne il sostegno del governo federale) perché nel sud fosse riconosciuta Guerra civile, mentre un sistema bancario nazionale vero e proprio prese forma nei decenni successivi. Da ciò si desume anche la rilevanza del caso dell Arkansas, il cui fallimento, che per la precisione si verificò nel 1933, confermò il precedente ottocentesco nonostante l intervenuto consolidamento del sistema monetario e bancario a livello federale. 40 Evitando di scendere eccessivamente in dettagli ma citando almeno alcune fondamentali ed esplicative norme della costituzione, è il caso di precisare come l ordinamento federale che stiamo analizzando faccia leva essenzialmente su tre clausole e un emendamento: la supremacy clause, che stabilisce la prevalenza delle leggi federali su quelle statali; la necessary and proper clause, che lascia piena discrezionalità al governo federale di legiferare al fine di espletare i compiti che gli sono propri; la general welfare clause, che gli attribuisce la responsabilità di promuovere il bene comune della nazione; e il decimo emendamento, che riconosce il principio di sussidiarietà, riservando agli stati i poteri residui, vale a dire quelli che non sono attribuiti esplicitamente al governo federale. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 50

51 piena cittadinanza ai discendenti degli schiavi, mentre il regime segregazionista veniva difeso fino all ultimo in nome dei diritti degli stati 41. Il riferimento alla Guerra civile ci torna utile anche per continuare ad approfondire la storia del federalismo americano nel nesso fra economia e politica. Laddove lo sforzo bellico fece da volano alla rivoluzione industriale e l esito del conflitto aprì allo sfruttamento capitalistico i territori a ovest del Mississippi, il governo federale uscì considerevolmente rafforzato dalla Guerra civile e fornì un contributo nient affatto secondario a quegli sviluppi 42. Un ulteriore rafforzamento si registrò poi con la crescente espansione della mano pubblica, già in maniera significativa agli inizi del Novecento, nell epoca di riforme detta del Progressismo e durante la Prima guerra mondiale, ma soprattutto con il New Deal e la Seconda guerra mondiale, fino a tutti gli anni Sessanta (anche in relazione all avvento del cosiddetto National Security State nel corso della Guerra fredda) 43. Dal federalismo dualista del periodo precedente la Guerra civile l accento si spostò su quello cosiddetto cooperativo. Dagli anni Settanta, con il declino del paradigma new dealistico, si è cercato di invertire questa tendenza. Richard Nixon introdusse allora la dottrina del nuovo federalismo, teso a un arretramento del governo federale, anche se, slanci retorici a parte, ciò avvenne solo parzialmente, persino quando alla Casa Bianca salì un repubblicano ancor più conservatore, come Ronald Reagan 44. Un paio di esempi concreti per illustrare lo stato dei rapporti attualmente intercorrenti fra i due poli del sistema, almeno sotto il profilo economico: i 41 È significativo che la segregazione e la soppressione dei diritti civili e politici degli afroamericani siano sopravvissute così a lungo anche grazie a una sentenza della Corte Suprema, Plessy v. Ferguson del 1896, che rese inefficaci le garanzie contenute negli emendamenti costituzionali introdotti all indomani della Guerra civile. 42 Risalgono al periodo della Guerra civile alcune storiche iniziative legislative, comprese quelle riguardanti l introduzione del dollaro e della tassa federale sul reddito, lo sviluppo della rete ferroviaria e la suddivisione delle terre dell ovest, che, contrariamente al mito cinematografico dei pionieri, andarono per la maggior parte a grandi gruppi finanziari e industriali, tra cui proprio le compagnie ferroviarie. 43 Un esempio emblematico dell espansione della mano pubblica e del relativo rafforzamento del governo federale durante la Guerra fredda è rappresentato dal National Interstate and Defense Highway Act del 1956, il più ampio programma di lavori pubblici nella storia americana, che realizzò il moderno sistema autostradale del paese ed ebbe tra le principali motivazioni l obiettivo di una rapida evacuazione dei centri urbani nel caso di un attacco nucleare da parte dell Unione Sovietica. 44 È noto lo slogan reaganiano the government is the problem, not the solution. Durante la presidenza Reagan, tuttavia, si verificò una crescita esponenziale del debito pubblico. Sul fronte dei rapporti tra stati e Unione si attuò in effetti un certo decentramento e soprattutto una riduzione dei trasferimenti dal governo federale a quelli statali, ma con esiti relativamente modesti rispetto alle intenzioni. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 51

52 grants in aid e gli unfunded mandates. I primi sono finanziamenti federali a fondo perduto, in linea di massima per investimenti, a cui però, in genere, deve corrispondere un impegno equivalente da parte dei governi statali, il tutto sotto la supervisione di Washington 45. L utilizzo con una certa regolarità dei grantsin aid risale agli inizi del Novecento, ma fu con il New Deal che essi diventarono a tutti gli effetti il principale e di gran lunga più efficace strumento per il trasferimento di risorse agli stati (anche nell evenienza di un tracollo finanziario). Da allora godono anche di una certa popolarità. Infatti, sebbene gli stati non siano obbligati ad accettarli, nella stragrande maggioranza dei casi essi vengono regolarmente attivati, grazie al favore di cui godono presso l opinione pubblica. Più controversi sono invece gli unfunded mandates, cioè le direttive sull implementazione di programmi approvati e gestiti a livello federale, che Washington impone agli stati, senza però provvedere allo stanziamento di adeguati finanziamenti. In anni recenti è stata introdotta un importante riforma in questo campo, l Unfunded Mandates Reform Act del 1995, che prevede una parziale restituzione della gestione di tali direttive alle autorità statali e che per certi versi ha rappresentato il culmine della battaglia politica iniziata da Nixon negli anni Settanta. Ma il dato di fatto che la legge in questione sia tuttora elusa di sovente dal governo federale è chiaramente indicativo dei limiti di quella battaglia. Quella del federalismo americano è dunque una storia lunga e in parte travagliata, che continua a dipanarsi. E a questo proposito ci piace ricordare la puntuale osservazione che un altro Presidente, l unico prima di Obama con una carriera accademica alle spalle, affidò a un suo testo, quattro anni prima di essere eletto alla Casa Bianca: La questione del rapporto tra gli stati e il governo federale, scriveva Woodrow Wilson in Constitutional Government in the United States è la questione cardinale del nostro sistema costituzionale. Essa non può mai essere risolta in modo permanente, perché ogni stadio successivo del nostro sviluppo politico ed economico le conferisce un nuovo aspetto, fa di essa una nuova questione Per l esattezza, esistono due tipi di grants in aid: i categorical grants, più comunemente utilizzati e legati a precisi programmi di spesa, su cui il governo federale impone condizioni vincolanti, e i block grants, elargiti con finalità più generali (per esempio, la protezione dell ambiente o il miglioramento del sistema scolastico), gestiti nello specifico dai governi statali. Un terzo tipo, basato sul cosiddetto revenue sharing, fu introdotto negli anni Settanta per poi essere abbandonato nel corso del ventennio successivo, a causa degli eccessivi costi, siccome riconosceva agli stati una più ampia ed evidentemente più dispendiosa discrezionalità gestionale. Ironicamente, il revenue sharing fu il principale strumento per l attuazione del nuovo federalismo nixoniano. 46 Woodrow Wilson, Constitutional Government in the United States (1908), New York Columbia University Press, 1961, p La stessa citazione si trova anche in un altro mio precedente G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 52

53 Il monito di Tocqueville Riflettendo sulla complessità della costituzione americana e persino l artificiosità di alcuni dei suoi aspetti, Tocqueville la paragonava a quelle belle creazioni dell industria umana che colmano di gloria e di potenza quelli che le inventano e restano sterili in altre mani. Era il 1835 quando l aristocratico francese pubblicava la prima parte del suo classico sulla democrazia in America, da cui è tratta quest altra citazione illustre 47. Nel frattempo, ovviamente, molte cose sono cambiate negli Stati Uniti. Tanto per cominciare, non c è più la schiavitù, che si dimostrò la più seria minaccia alla sopravvivenza stessa dell Unione. I poteri del Presidente, al di là del dettato costituzionale in senso stretto, sono cresciuti nella prassi in parallelo con l espansione degli ambiti e delle facoltà di intervento conferiti al governo federale nel Novecento. Grazie all introduzione di un emendamento costituzionale nel 1913, il Senato, che fino ad allora era nominato dalle assemblee legislative degli stati, come prescriveva originariamente la costituzione in ossequio all idea vagamente aristocratica di una Camera alta, è oggi eletto a suffragio universale 48. Sempre nel 1913 fu istituita la Federal Reserve, mentre ai tempi di Tocqueville una precedente versione dell attuale banca centrale era stata appena fatta a pezzi da un Presidente, Andrew Jackson, schierato in difesa d interessi localistici. Anche la Corte Suprema, dove in questo momento siedono un afro americano, due donne e per la prima volta nessun protestante, era diversa, quantomeno nella sua composizione, che allora rispecchiava principalmente differenze territoriali 49. Eppure, la costituzione scritta a Filadelfia nel lontano 1787, emendata, contestata fino al ricorso alle armi, forse meno bella di quanto Tocqueville pensasse, si è dimostrata abbastanza elastica da resistere per oltre due secoli ai cospicui cambiamenti avvenuti nella società americana. E tutto sommato nei suoi meccanismi fondamentali, dai sistemi di rappresentanza, alla separazione dei poteri, al rapporto tra governo federale e governi statali, essa è rimasta sostanzialmente immutata, benché, come si è visto, la sua interpretazione sia ancora oggi oggetto di scontro frequente e piuttosto duro. Quali conclusioni possiamo quindi trarre? scritto, cui rimando per ulteriori approfondimenti sul tema: Alle origini del federalismo americano: un modello per l Europa? in Momenti di storia europea. Saggi e ricerche, a cura di Francesco Gui, Rubbettino, Soveria Mannelli, Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, Rizzoli, Milano, 1996, p Alla luce di ciò si comprende anche perché i costituenti optarono per un rinnovo piuttosto frequente ogni due anni, come ricordato in precedenza della Camera dei rappresentanti. 49 Nel 1835 i giudici della Corte erano ovviamente tutti uomini, bianchi e in particolare di origine nord europea. Il primo cattolico fu nominato l anno successivo, nel G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 53

54 A prescindere da qualsiasi giudizio di valore sul modello americano in sé, il monito di Tocqueville, come del resto l osservazione di Barbara Spinelli citata all inizio, va senza dubbio tenuto in grande considerazione, perché quel modello è comunque il precipitato di una vicenda ben precisa e, come si è visto, alquanto complessa, e occorre perciò molta cautela nel maneggiarlo. Ogni imitazione, soprattutto se condotta pedissequamente, è rischiosa, e poi c è il problema tanto ovvio quanto ostico di inserire qualsiasi particolare elemento all interno di un inquadramento costituzionale più ampio e complesso. Tuttavia un paio di spunti di carattere generale, proprio a partire da quanto appena detto, possiamo cercare di coglierli. In primo luogo, sembra difficile ignorare l importanza, già ricordata, dell elasticità, e con essa la relativa coerenza, chiarezza e financo eleganza, dell ordinamento federale americano, quantomeno nei suoi tratti essenziali e tanto più se lo si paragona alla farraginosa macchina istituzionale che noi europei ci ritroviamo al momento. L altro spunto è di segno opposto ma in un certo senso è complementare al primo. Si è avuto modo di apprezzare i diversi punti di tensione esistenti nel funzionamento effettivo di tale ordinamento, da cui forse si deduce che il federalismo facilita sì la convivenza tra i popoli, ma, di necessità, non ne elimina i molteplici problemi. Tanto vale, soprattutto in tempi di vacche magre come quelli attuali, abituarsi ad una prospettiva tanto potenzialmente costruttiva quanto perennemente carica di una buona dose di conflitto. G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 54

55 UN MANIFESTO PER VENTISETTE PAESI. LA TRADUZIONE DEL MESSAGGIO DI VENTOTENE NELLE LINGUE UFFICIALI DELL'UNIONE EUROPEA G. Mazzei, Crisi economica e Stati Uniti d Europa 55

56 España Un Manifiesto pensando también en España Francisco J. Lobera Serrano Vistos desde Francia, durante siglos, los Pirineos aparecían ante los ojos del viajero como una altísima muralla insuperable; al otro lado estaba lo bárbaro, lo exótico, lo árabe, lo africano. Vistos desde la vertiente española, desde Aragón, los Pirineos nos parecían el fin del mundo, como si al otro lado estuviera un mundo desconocido y hostil. Cuando Carlomagno creó precisamente allí la Marca Hispánica, es decir el Estado frontera entre los descendientes del Imperio Romano y el Islam, en realidad estaba dando valor político a lo que desde siempre y hasta hace pocos años ha sido, de forma natural, una clara y fundamental demarcación geográfica y cultural. El extremo occidental del Imperio Romano, Hispania, siempre vivió en la paradoja de su rápida y profunda romanización por un lado y de su lejanía del centro por otro, de su centralidad y a la vez de su marginalidad. En la Península ibérica, la decadencia del Imperio, su fragmentación y las llamadas invasiones de los pueblos bárbaros, son seguidas por un acontecimiento de capital importancia: la conquista, el dominio político, económico y cultural de los pueblos islámicos que conviven y se funden con los cristianos romano barbáricos a lo largo de ocho fundamentales siglos de la historia de Europa. Allí la vocación de esa península occidental que está dejando de llamarse Hispania, es la de ser, toda ella, frontera mestiza, una especie de amortiguador entre el mundo cristiano y el mundo musulmán. Esta vieja provincia romana y reino visigodo que guarda sus raíces cristianas y hace descubrir en ese momento el sepulcro del apóstol Santiago, es también ahora el Califato de Córdoba, cabeza del Islam en Occidente. Castilla y Aragón son Europa y a Europa miran, pero no son Europa. Incluso cuando, acabada la Reconquista, Aragón empieza una irresistible expansión en el Mediterráneo, y Castilla, gracias también a una estudiada política dinástica emprende la expansión por el norte de África y por el Atlántico (que culmina en el descubrimiento y conquista de un mundo que se llamará poco después América), es decir, incluso cuando España en poquísimo tiempo logra su unidad y acto seguido reúne bajo su corona un Imperio inconcebible en el que el catolicismo y por lo tanto la romanidad parece ser el fundamental aglutinante, incluso en ese momento sigue siendo una nacionalidad marginal en Europa. Será Carlos V Habsburgo, Emperador, el paladín de este renacido Sacro F.J. Lobera Serrano, Un Manifiesto 56

57 Romano Imperio y no Carlos I, como lo llaman en España. Con su hijo Felipe II empieza la fragmentación, la decadencia y el asilamiento ya a todos los niveles. Si España es Europa o no, si Europa necesita o no integrar en su cuerpo ese mundo marginal y fronterizo, tan exótico como Turquía o los pueblos del occidente caucásico, es el problema que debaten los mejores intelectuales españoles a lo largo de los siglos XVIII y XIX, hasta llegar a la llamada Generación del 98, en que políticos, ensayistas, poetas y filósofos llegan a teorizar la necesidad de españolizar Europa. El siglo XX es el siglo del total aislamiento de España. Tanto es así que, como un cuerpo extraño, queda totalmente al margen incluso de las dos grandes Guerras europeas. Mientras tanto, en una pequeña isla del Mediterráneo, Ventotene, cuya única vocación parece ser la de tierra de destierro o exilio, junto a un penitenciario borbónico, nace una idea que puede cambiar Europa y el mundo. De la meditación de unos desterrados, Eugenio Colorni, Altiero Spinelli y Ernesto Rossi, los tres castigados por el régimen fascista, entre 1938 y 1941, nacen ideas genera doras de inmensas perspectivas, de grandes, impensables novedades. Esta idea se plasma en un Manifiesto por una Europa libre y unida. El manifiesto político, artístico, literario era la proclamación pública, el pregón de un movimiento, pregón que precedía y anticipada el movimiento mismo. El Manifiesto de Spinelli y Rossi parte de una afirmación básica: el fundamento de nuestra sociedad moderna es que el hombre es libre, no mero instrumento de otros sino centro de vida propia, de por sí. A éste sigue una constatación histórica: los pueblos se han organizado, como si de seres humanos se tratara, de forma independiente, es decir cada pueblo como un Estado independiente, lo que significa que cada Estado tiene el derecho de perseguir su propio bienestar y su forma de vivir según su idiosincrasia; esta independencia, esta naturaleza casi personal ha sido un poderoso motor de progreso: intercambio de ideas y de hombres al servicio de la investigación y del trabajo, de la creación de nuevas, grandes realidades... pero de la misma forma este personalismo del Estado no controlado por la ética y la filantropía tiende al egoísmo y al atropello. Estos Estados, cuando se sienten con fuerzas suficientes, parecen llamados a un destino obligado de extensión de su territorio y de su poder, se consideran sociedades que tienen sentido en la medida en que sus ciudadanos viven para ellos, y crecen y crecen hasta el punto que parecen entes divinos a cuyos pies se inclinan todos los ciudadanos; como si los hombres tuvieran que vivir y sacrificarse por una nueva divinidad que necesita continuos sacrificios para seguir existiendo. Las fronteras de estos Estados, más que evitar el peligro de una invasión o un ataque de países vecinos, parecen estar pensadas como una invitación al conflicto. F.J. Lobera Serrano, Un Manifiesto 57

58 Y esta personalización del Estado o de la Nación lleva también casi necesariamente a los deseos de expansión y a la invención de la necesidad de espacio vital que parece justificar el colonia lismo y el imperialismo. Todo esto significa que el Estado moderno es necesariamente un Estado orientado a la guerra y a la conquista, y un dueño que usa a sus súbditos para este fin sin preocuparse de defender su libertad y su felicidad. Hoy quizás lo que más impresiona a quien lee el Manifiesto de aquellos jóvenes antifascistas es la clarividencia del análisis de la historia política del siglo que estaba llegando a su mitad, clari videncia en el análisis de la compleja situación que Europa y el mundo estaban viviendo en ese momento y clarividencia profética en prever el futuro y en proponer lo que ellos consideraban como la única solución posible. España vive su terrible Guerra Civil ( ), nacida de un golpe militar apoyado por la Iglesia católica, la derecha filofascista, y las clases privilegiadas y tradicionalistas. No es una Guerra Europea sino española a pesar de la participación voluntaria de brigadas internacionales y la participación limitada de los dos totalitarismos, Alemania e Italia, en auge en ese momento mientras preparan la Segunda Guerra Mundial. La reflexión de Spinelli y Rossi va mucho más allá del momento que está viviendo Europa, más allá de totalitarismos, democracia, reformismo socialista, dictadura del proletariado: ahonda las raíces del pensamiento en los mecanismos del poder para reproducir sistemáticamente en la historia situaciones de privilegio tras las tragedias en que son las masas las que se sacrifican en el altar de la justicia y la igualdad: las clases que antes eran privilegiadas en los viejos sistemas nacionales intentarán, solapadamente o con la violencia, atenuar la oleada de sentimientos y pasiones internacionalistas, y se dedicarán ostentadamente a reconstruir los viejos organismos estatales. Y es probable que dirigentes ingleses, quizás de acuerdo con los estadounidenses, intenten llevar las cosas en esa dirección, para retomar la política del equilibrio de los poderes, para buscar el aparente inmediato interés de sus imperios. Es evidente también, pero lo era menos en los años de la Guerra en que Altiero Spinelli y Ernesto Rossi redactan el Manifiesto, cómo las fuerzas democráticas en las revoluciones rusa, alemana y española son incapaces de sustituir el viejo aparato estatal con otro nuevo, realmente representativo, no dividido y en continua pendencia, y que tenga fuerza y capacidad de reconstruir (no sólo imaginar) un sistema social satisfactorio para las masas y para las otras clases sociales. El caos y el desorden que deriva de la anarquía (y aquí tal vez Spinelli se inspira en la situación española de aquellos años) llevarán de nuevo a instituciones políticas pre totalitarias y la lucha de nuevo a las viejas contraposiciones de las clases sociales. F.J. Lobera Serrano, Un Manifiesto 58

59 Un punto de profunda novedad en el Manifiesto es precisamente la tentativa de teorizar y formar un movimiento revolucionario que no se base en la división y lucha de clases; ésta viene consi derada radicalmente como una lucha corporativa que desconoce los derechos de todos los componentes de la sociedad y que tiende a desequilibrar la sociedad y por lo tanto a llevarla de nuevo al punto crítico del dominio totalitario de las clases más fuertes económica y militarmente. Un movimiento revolucionario nuevo nacerá sólo de la cooperación de todas las fuerzas antitotali tarias. El enemigo, dicho claramente, serán las fuerzas reaccionarias que siempre han tendido y han logrado la restauración: En ese momento tan grave sabrán presentarse bien camuflados, se proclamarán amantes de la libertad, de la paz, del bienestar general, de las clases más pobres. Ya en el pasado hemos visto cómo se han introducido en los movimientos populares y los han paralizado, desviado, convertido en su exacto contrario. Sin duda serán la fuerza más peligrosa con la que tendremos que ajustar cuentas. La restauración se apoyará en la restauración del Estado nacional. Con el federalismo europeo nace no sólo una realidad política y cultural contra las fronteras y por lo tanto que previene la Guerra, sino también una nueva forma en la que problemas tradicionales de dificilísima solución, como son la existencia de zonas en las que se mezclan históricamente pueblos distintos, minorías étnicas, culturales, religiosas, hallarían un humus diferente y por lo tanto posibles soluciones nuevas. También el viejo colonialismo encontraría una rápida solución. En definitiva, la demarcación que separa reacción de progresismo será, según Spinelli, la superación de la idea de Estado nacional. Y si pensamos en España parece que Altiero Spinelli y Ernesto Rossi han tenido totalmente razón: la adopción de una constitución democrática y la entrada de España en Europa han ido de la mano y han hecho acceder al país a un tiempo de bienestar social antes impensable, pero sobre todo han permitido que España haya alcanzado una dignidad en Europa y que esa dignidad le sea reconocida por todos los otros pueblos europeos como nunca antes, y esto a pesar de las fuerzas reaccionarias nostálgicas del franquismo. F.J. Lobera Serrano, Un Manifiesto 59

60 Prefacio Eugenio Colorni (Roma 1944) Estos documentos han sido concebidos y escritos en la isla de Ventotene, en 1941 y En aquel ambiente excepcional, entre las redes de una disciplina rigidísima, a través de una información que, con mil astucias, intentaba ser lo más completa posible, en la tristeza de la inercia forzada y en el ansia de la liberación próxima, iba madurando en algunas mentes un proceso de reflexión sobre todos los problemas que habían constituido el motivo mismo de la acción cumplida y de la actitud hacia la lucha. La lejanía de la vida política concreta permitía una mirada más despegada y aconsejaba que se reexaminasen las posiciones tradicionales, buscando los motivos de los fracasos pasados no tanto en errores técnicos de táctica parlamentaria o revolucionaria, o en una genérica inmadurez de la situación, cuanto en insuficiencias del planteamiento general y en el haber mantenido la lucha a lo largo de las acostumbradas líneas de fractura, con muy poca atención a lo nuevo que iba modificando la realidad. Preparándose para combatir con eficiencia la gran batalla que se perfilaba para el futuro próximo, se sentía la necesidad no sólo de corregir los errores del pasado, sino de volver a enunciar los términos de los problemas políticos con la mente limpia de preconceptos doctrinarios o de los mitos de partido. Fue así como se abrió camino en la mente de algunos la idea central de que la contradicción esencial, responsable de las crisis, de las guerras, de las miserias y de las explotaciones que afligen a nuestra sociedad, es la existencia de Estados soberanos distintos geográfica, económica, militarmente, y que consideran a los otros Estados como contrincantes y posibles enemigos, viviendo los unos respecto a los otros en una situación de perpetuo bellum omnium contra omnes. Los motivos por los que esta idea, de por sí no nueva, aparecía bajo un aspecto de novedad en las condiciones y en la ocasión en que estaba siendo pensada, son varias: 1) Ante todo, la solución internacionalista, que aparece en el programa de todos los partidos progresistas, es considerada por ellos, en un cierto sentido, como una consecuencia necesaria y casi automática de que se empiezan a alcanzar fines que todos se proponen. Los demócratas consideran que la instauración, en el ámbito de cada uno de los países, del régimen que ellos propugnan, conduciría ciertamente a la formación de esa conciencia unitaria E. Colorni, Prefacio 60

61 que, superando las fronteras en el campo cultural y moral, constituiría la premisa que ellos consideran indispensable para una libre unión de pueblos, incluso en campo político y económico. Y los socialistas, a su vez, creen que la instauración de regímenes de dictadura del proletariado en los distintos Estados, llevaría de por sí a un Estado internacional colectivista. Ahora bien, un análisis del concepto moderno de Estado y del conjunto de intereses y de sentimientos que con él están relacionados, muestra claramente que, aunque las analogías de régimen interno puedan facilitar las relaciones de amistad y de colaboración entre Estado y Estado, esto no significa que lleven automática ni progresivamente a la unificación mientras existan intereses y sentimientos colectivos ligados al mantenimiento de una unidad cerrada dentro de las fronteras. Sabemos por experiencia que sentimientos chovinistas e intereses proteccionistas pueden fácilmente llevar al choque y a la competencia también entre dos democracias; y no está claro que un Estado socialista rico tenga que aceptar necesariamente poner en común los propios recursos con otro Estado socialista mucho más pobre, por el simple hecho de que en éste esté vigente un régimen análogo al propio. La abolición de las fronteras políticas y económicas entre Estado y Estado no deriva pues necesariamente de la instauración a la vez de un determinado régimen en cada uno de los Estados; es más bien un problema independiente que tiene que ser encarado con medios específicos para ello. No se puede ser socialistas, es verdad, sin ser a la vez internacionalistas; pero por un vínculo ideológico más que por una necesidad política y económica; y de la victoria socialista en distintos países no deriva necesariamente el Estado internacional. 2) Además, lo que empujaba a acentuar de forma autónoma la tesis federalista, era el hecho de que los partidos políticos existentes, ligados a un pasado de luchas combatidas en el ámbito de cada nación, estén acostumbrados, por costumbre y por tradición, a plantearse todos los problemas partiendo del presupuesto tácito de la existencia del Estado nacional, y a considerar los problemas del orden internacional como cuestiones de política exterior, que hay que resolver mediante acciones diplomáticas y acuerdos entre los distintos gobiernos. Esta actitud es, en parte la causa y en parte la consecuencia de lo apenas dicho, por lo que, una vez agarradas las riendas del mando en el propio país, el acuerdo y la unión con regímenes semejantes en otros países es algo normal, sin necesidad de entablar una lucha política expresamente dedicada a ello. En los autores de estos documentos, en cambio, se había arraigado la convicción de que quien quisiera proponerse el problema del orden internacional como el problema central de la época histórica actual, y considerara la solución de ello como la premisa necesaria para la solución de E. Colorni, Prefacio 61

62 todos los problemas institucionales, económicos, sociales que se imponen a nuestra sociedad, tenía necesariamente que considerar desde este punto de vista todas las cuestiones que se referían a los contrastes políticos internos y a la actitud de cada uno de los partidos, pensando también en la táctica y en la estrategia de la lucha de cada día. Todos los problemas, desde el de las libertades constitucionales al de la lucha de clase, desde el de la planificación al de la toma del poder y al uso del mismo, reciben una nueva luz si se plantean a partir de la premisa de que la primera mitad que hay que alcanzar es la de un orden unitario en el campo internacional. La misma maniobra política, el apoyarse en una o en otra fuerza en juego, el acentuar una u otra palabra de orden, asume aspectos muy diferentes según se considere como objetivo esencial la toma del poder y la actuación de determinadas reformas en el ámbito de cada uno de los Estados, o la creación de las premisas económicas, políticas, morales para la instauración de un ordenamiento federal que abrace todo el continente. 3) Otro motivo más y quizás el más importante estaba constituido por el hecho de que el ideal de una federación europea, preludio de una federación mundial, mientras podía parecer lejana utopía todavía hace unos años, se presenta hoy, al final de esta guerra, como una meta que se puede alcanzar y que está ya al alcance de la mano. Habiendo barajado este conflicto totalmente los pueblos en todos los países sometidos a la ocupación alemana, creado la necesidad de reconstruir sobre bases nuevas una economía destruida casi del todo, vuelto a poner encima de la mesa todos los problemas relativos a las fronteras políticas, las barreras arancelarias, las minorías étnicas, etc., pensando en el carácter mismo de esta guerra, en la que el elemento nacional ha sido tan a menudo superado por el elemento ideológico, en la que se han visto pequeños y medianos Estados que renunciaban a gran parte de su soberanía en favor de los Estados más fuertes, y en la que por parte de los mismos fascistas el concepto de «espacio vital» ha sido substituido por el de independencia nacional, en todos estos elementos tenemos que ver unos datos que hacen más actual que nunca, en este período después de la guerra, el problema del ordenamiento federal de Europa. Fuerzas que provienen de todas las clases sociales, tanto por motivos económicos como por motivos ideales, pueden estar interesadas en ello. A este nuevo orden nos podremos acercar por medio de negociaciones diplomáticas y por medio de agitaciones populares; promoviendo entre las clases cultas el estudio de los problemas pertinentes y provocando situaciones revolucionarias de hecho, tras las cuales ya no sea posible volver atrás; influyendo en las esferas dirigentes de los Estados vencedores, y agitando en los Estados derrotados la E. Colorni, Prefacio 62

63 palabra de que sólo en una Europa libre y unida pueden hallar su salvación y evitar las desastrosas consecuencias de la derrota. Precisamente por esto surgió nuestro Movimiento. Y es la preeminencia, la precedencia de este problema respecto a todos los que se imponen en la época en que estamos entrando; es la seguridad de que si volvemos a dejar cuajar la situación en los viejos moldes nacionalistas, la ocasión se habrá perdido para siempre, y ninguna paz ni bienestar duraderos podrá tener nuestro continente; todo esto nos ha empujado a crear una organización autónoma con el fin de propugnar la idea de la Federación Europea como meta que tenemos que realizar en la próxima posguerra. No debemos descuidar las dificultades de todo esto y el poder de las fuerzas que trabajarán en sentido contrario; pero es la primera vez, creemos, que este problema se plantea claramente en la mesa de la lucha política, no como un lejano ideal sino como una imperiosa, trágica necesidad. Nuestro Movimiento, que vive ya desde hace unos dos años en la difícil vida clandestina bajo la opresión fascista y nazista, cuyos afiliados provienen de las filas de los militantes del antifascismo y están todos en la lucha armada por la libertad, que ya ha pagado un duro precio de cárcel por la causa común, nuestro Movimiento no es y no quiere ser un partido político. Tal y como se ha ido netamente caracterizando, quiere actuar en los distintos partidos políticos, dentro de ellos, no sólo para que la instancia internacionalista sea acentuada, sino también y sobre todo para que todos los problemas de la vida política sean planteados a partir de este nuevo punto de vista al que hasta ahora hemos estado tan poco acostumbrados. No somos un partido político porque, aun promoviendo activamente todo tipo de estudio relativo al orden institucional, económico, social de la Federación Europea, y aun tomando parte activa en la lucha para su realización y preocupándonos de descubrir qué fuerzas podrán actuar en favor de ella en la futura coyuntura política, no queremos pronunciarnos oficialmente sobre aspectos concretos institucionales, sobre el mayor o meno grado de colectivización económica, sobre la mayor o menor descentralización administrativa, etc., etc., que tendrán que caracterizar el futuro organismo federal. Dejamos que dentro de nuestro movimiento estos problemas sean amplia y libremente discutidos, y que todas las tendencias políticas, desde la comunista a la liberal, sean representadas. De hecho nuestros afiliados militan casi todos en algún partido político progresista: todos están de acuerdo en propugnar los que son principios básicos de una libre Federación Europea, no basada en hegemonías de cualquier tipo, ni en ordenamientos totalitarios y dotada de esa solidez estructural que no la pueda reducir a una simple Sociedad de las Naciones. Tales principios se pueden resumir en los siguientes E. Colorni, Prefacio 63

64 puntos: ejército único federal, unidad monetaria, abolición de las barreras arancelarias y de las limitaciones a la emigración entre los Estados pertenecientes a la Federación, representación directa de los ciudadanos en los consejos federales, política exterior única. En estos dos años de vida, nuestro Movimiento se ha difundido ampliamente entre los grupos y los partidos políticos antifascistas. Algunos de ellos nos han expresado públicamente su adhesión y su simpatía. Otros nos han llamado a colaborar con sus formulaciones programáticas. Tal vez no sea presuntuoso decir que en parte es mérito nuestro si los problemas de la Federación Europea son tratados tan a menudo en la prensa clandestina italiana. Nuestro periódico, «L Unità Europea» sigue con atención los acontecimientos de la política interior e internacional, tomando posición frente a los mismos con absoluta independencia de juicio. Estos documentos, fruto de la elaboración de ideas que ha dado lugar al nacimiento de nuestro Movimiento, no representan sin embargo más que la opinión de sus autores y no constituyen en absoluto una toma de posición del mismo Movimiento. Quieren ser sólo una propuesta de temas de discusión para los que quieran reflexionar sobre todos los problemas de la vida política internacional teniendo en cuenta las más recientes experiencias ideológicas y políticas, los resultados más recientes de la ciencia económica, las más sensatas y lógicas perspectivas para el porvenir. Seguirán pronto otros estudios. Hacemos votos por que puedan suscitar fermento de ideas; y que, en la actual atmósfera candente por la imperiosa necesidad de acción, aporten una contribución de clarificación que haga la acción cada vez más decidida, consciente y responsable. El Movimiento italiano para la federación europea Roma, a 22 de enero de 1944 E. Colorni, Prefacio 64

65 Para una Europa libre y unida. Proyecto de un Manifiesto Altiero Spinelli Ernesto Rossi I. La crisis de la civilización moderna La civilización moderna ha puesto como cimiento propio el principio de la libertad, según el cual el hombre no tiene que ser un puro instrumento de otro, sino autónomo centro de vida. Con este principio en la mano, se ha ido hilvanando un gran proceso histórico en todos los aspectos de la vida social que hasta ahora no lo respetaban. 1 ) Se ha defendido para todas las naciones el mismo derecho a organizarse en Estados independientes. Cada uno de los pueblos, reconocido por sus características étnicas, geográficas, lingüísticas e históricas, tenía que encontrar en el organismo estatal por él creado, según su propia concepción de la vida política, el instrumento para satisfacer de la mejor forma sus necesidades, sin necesidad alguna de intervenciones externas. La ideología de la independencia nacional ha sido un poderoso fermento de progreso; ha tendido a superar los miserables provincialismos llevándonos a un sentido más amplio de solidariedad, en contra de la opresión de dominadores extranjeros; ha eliminado muchas de las trabas que obstaculizaban la circulación de los hombres y de las mercancías; ha conseguido extender por todo el territorio de cada nuevo Estado, para las poblaciones más retrasadas las instituciones y ordenamientos de las poblaciones más desarrolladas. Esta misma ideología, sin embargo, llevaba en sí misma el germen del imperialismo capitalista y nuestra generación lo ha visto crecer hasta la formación de los Estados totalitarios y el desencadenamiento de las guerras mundiales. La Nación ya no es considerada ahora como el producto histórico de la convivencia de los hombres que, habiendo llegado a una mayor uniformidad de A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 65

66 costumbres y aspiraciones tras un largo proceso, encuentran en su Estado la forma más eficaz para organizar la vida colectiva en el marco de toda la sociedad humana; se ha convertido más bien en una entidad divina, un organismo que tiene que pensar sólo en la propia existencia y en su propio desarrollo, sin preocuparse en absoluto del daño que por su culpa otros puedan sufrir. La soberanía absoluta de los Estados nacionales ha llevado a la voluntad de dominio de cada uno de ellos, porque cada uno se siente amenazado por la potencia de los demás y considera su espacio vital formado por territorios cada vez más vastos que le permiten moverse libremente y asegurarse los medios de subsistencia, sin depender de otros. Esta voluntad de dominio no podría apaciguarse sino con la hegemonía del Estado más fuerte sobre todos los demás, sometidos. Como consecuencia de lo que decimos, el Estado, en vez de ser el defensor de la libertad de los ciudadanos, se ha convertido en dueño de los súbditos, sometidos a su servicio, con las fuerzas para aumentar lo más posible la eficiencia bélica; las madres son consideradas paridoras de soldados y por lo tanto premiadas según los mismos criterios con los que son premiados en las exposiciones los animales más prolíficos; los niños son educados desde la más tierna infancia en el oficio de las armas y en el odio a los extranjeros, las libertades individuales se reducen del todo ya que todos son militarizados y constantemente llamados a prestar servicio militar; las continuas guerras los obligan a dejar la propia familia, el trabajo, los bienes y a sacrificar incluso la vida por objetivos cuyo valor realmente nadie entiende; en pocos días se destruyen los resultados de años y años de esfuerzos para aumentar el bienestar colectivo. Los Estados totalitarios son los que han llevado a cabo de una forma más coherente la unificación de todas las fuerzas, consiguiendo la mayor centralización y autarquía y por eso mismo se han demostrado los organismos más apropiados para la actual situación internacional. Basta que una nación dé un paso adelante hacia un mayor totalitarismo, para que le sigan otras por el mismo surco de la voluntad de la supervivencia. 2 ) Se ha sostenido el mismo derecho de todos los ciudadanos a la formación de la voluntad del Estado. Esta tenía que ser pues la síntesis de las cambiantes exigencias económicas e ideológicas de todas las categorías sociales que se expresaran libremente. Tal organización política habría permitido corregir o al menos atenuar muchas de las más evidentes injusticias heredadas de los regímenes anteriores. Pero la libertad de prensa y la de asociación, así como la progresiva extensión del sufragio, hacían cada vez más difícil la defensa de los viejos privilegios, si se quería mantener el sistema representativo. A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 66

67 Los pobres poco a poco aprendían a usar estos instrumentos para acometer los derechos conquistados por las clases acomodadas; los impuestos sociales sobre las rentas recibidas y sobre las sucesiones, las alícuotas progresivas sobre las mayores fortunas, la exención de las rentas mínimas y de los bienes de primera necesidad, la escuela pública gratuita, el aumento del gasto para la asistencia y la previdencia social, las reformas agrarias, el control de las fábricas son amenazas para las clases privilegiadas en sus baluartes fortificados. Las mismas clases privilegiadas que habían aceptado la igualdad de derechos políticos, no podían aceptar que los desposeídos la usaran para intentar llevar a cabo esa igualdad de hecho que habría dado a tales derechos un contenido concreto de efectiva libertad. Cuando, tras la Primera Guerra Mundial, la amenaza se agravó, fue natural que esas mismas clases aplaudieran calurosamente y apoyaran la instauración de las dictaduras que arrancaban las armas de las leyes de manos de sus adversarios. Por otro lado, la formación de enormes complejos industriales, bancarios y de sindicatos que reunían bajo una única dirección ejércitos de trabajadores, sindicatos y complejos que presionaban al gobierno para obtener políticas más apropiadas a sus intereses particulares, amenazaba con disolver el mismo Estado en muchos poderes económicos en dura lucha entre ellos. Las instituciones democrático liberales, llegando a ser el instrumento que usan estos grupos para explotar toda la colectividad, perdían poco a poco su prestigio, y así se difundía la convicción de que sólo el Estado totalitario, al abolir las libertades del pueblo, podía resolver de alguna forma los conflictos de intereses que las instituciones políticas existentes ya no podían controlar. En realidad, los regímenes totalitarios fundamentalmente han consolidado las posiciones alcanzadas por las distintas clases sociales y, con el control de la policía sobre la vida de los ciudadanos y la violenta eliminación de los disidentes, han impedido cualquier posibilidad legal de corregir la situación vigente. Así se aseguró la existencia de la clase totalmente parasitaria de los terratenientes ausentes de sus posesiones y de los rentistas que contribuyen a la producción social sólo cobrando los cupones que derivan de sus títulos; de los grupos monopolísticos y de las sociedades en cadena que explotan a los consumidores y que volatilizan el dinero de los ahorros de los pobres; de los plutócratas que, escondidos entre bastidores manejan los hilos de los políticos para manejar toda la máquina del Estado para su propia ventaja, haciendo como que se persiguen superiores intereses nacionales. Así se han conservado las colosales fortunas de unos pocos y la miseria de las grandes masas, excluidas del todo de la posibilidad de gozar de los frutos de la cultura moderna. Se ha salvado, en líneas generales, un régimen económico en el que A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 67

68 las reservas materiales y la fuerza del trabajo, que tendrían que estar orientadas a satisfacer las necesidades fundamentales para el desarrollo de las energías vitales del hombre, están dirigidas en cambio a satisfacer los deseos más fútiles de quienes pueden pagar los precios más altos, un régimen económico en que, por derecho de sucesión, el poder del dinero se perpetua en la misma clase convirtiéndose así en un privilegio sin relación alguna con el valor social de los servicios realmente prestados, y el campo de las posibilidades del proletario se reduce tanto que para vivir los trabajadores a menudo están obligados a dejarse explotar por quien les ofrece una posibilidad cualquiera de trabajo. Para tener a la clase trabajadora inmovilizada y sometida, los sindicatos han sido transformados, de libres organismos de lucha dirigidos por individuos que gozaban de la confianza de los asociados, en órganos de vigilancia policial, bajo la dirección de empleados elegidos por el grupo de gobierno y que sólo a él tienen que responder. Si alguna corrección se hace en este régimen económico, es siempre dictada sólo por las exigencias del militarismo, exigencias que han confluido con las aspiraciones reaccionarias de las clases privilegiadas haciendo surgir y consolidar los Estados totalitarios. 3 ) Contra el dogmatismo autoritario se ha afirmado el valor permanente del espíritu crítico. Todo lo que se afirmaba tenía que dar razón de sí mismo, o bien desaparecer. A la aplicación metódica de esta desaprensiva actitud se deben las mayores conquistas de nuestra sociedad en todos los campos. Pero esta libertad espiritual no ha resistido la crisis que ha hecho nacer los Estados totalitarios. Nuevos dogmas que hay que aceptar por fe, o aceptar hipócritamente, se están instalando en todas las ciencias, y adueñándose de ellas. A pesar de que nadie sabe qué es una raza, y de que las más elementales nociones históricas demuestran lo absurdo de ese concepto, se exige a los fisiólogos que crean, demuestren y nos convenzan de que se pertenece a una raza elegida, y esto sólo porque el imperialismo necesita este mito para exaltar en las masas el odio y el orgullo. Los conceptos más evidentes de la ciencia económica tienen que ser considerados anatemas para presentar la política autárquica, los intercambios ponderados y los demás instrumentos viejos del mercantilismo, como extraordinarios descubrimientos de nuestro tiempo. A causa de la interdependencia económica de todas las partes del mundo, el espacio vital para todos los pueblos que quieran conservar el nivel de vida correspondientes a la civilización moderna es todo el globo; pero se ha creado la pseudociencia de la geopolítica que quiere demostrar la consistencia de la teoría de los espacios vitales para dar una apariencia teórica a la voluntad de atropello del imperialismo. A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 68

69 La historia, así, es falsificada en sus datos esenciales, al servicio del interés de la clase al poder. Las bibliotecas y las librerías son desinfectadas de todas las obras no consideradas ortodoxas. Las tinieblas del oscurantismo otra vez amenazan con ahogar el espíritu humano. La misma ética social de la libertad y de la igualdad es socavada. Los hombres, que construyen el Estado para conseguir mejor sus objetivos comunes, ya no son considerados ciudadanos libres. Son siervos del Estado que establece cuáles son sus fines y la voluntad del Estado es simplemente la voluntad de cuantos tienen el poder. Los hombres ya no son sujetos de derecho sino que, dispuestos jerárquicamente, tienen que obedecer sin discutir a las autoridades superiores que culminan en un jefe debidamente divinizado. El régimen de las castas renace prevaricador sus mismas cenizas. Esta reaccionaria civilización totalitaria, tras haber triunfado en una serie de países, al final ha encontrado en la Alemania nazi la potencia que se ha considerado capaz de llegar a las últimas consecuencias. Tras una meticulosa preparación, aprovechándose con audacia y sin escrúpulos de las rivalidades, de los egoísmos, de la idiotez de otros, arrastrando con ella otros Estados vasallos europeos el primero Italia aliándose con Japón, que tiene los mismos objetivos en Asia, se ha lanzado a una acción de atropello. Su victoria significaría la definitiva consolidación del totalitarismo en el mundo. Todas sus características serían exasperadas al máximo, y las fuerzas progresistas condenadas por largo tiempo a una simple oposición negativa. La tradicional arrogancia e intransigencia de los militares alemanes puede darnos una idea de qué tipo sería su dominio tras una guerra victoriosa. Los alemanes, tras su victoria, podrían incluso permitirse el lujo de aparecer generosos con los otros pueblos europeos, respetar formalmente sus territorios y sus instituciones políticas para gobernar y al mismo tiempo dar satisfacción al estúpido sentimiento patriótico que mira a los colores de los palos de las fronteras y a la nacionalidad de los hombres políticos más a la vista, en vez de la relación entre las fuerzas y el sentido real de los organismos del Estado. Aunque falseada de muchas maneras, la realidad sería siempre la misma: una nueva división de los hombres entre Espartanos e Ilotas. Una posible solución de compromiso entre las partes enfrentadas significaría igualmente un nuevo paso hacia el totalitarismo, dado que todos los países que hubieran podido escapar del abrazo mortal de Alemania, estarían obligados a adoptar formas idénticas de organización política para prepararse adecuadamente a la reanudación de la guerra. La Alemania de Hitler, si ha podido derribar uno tras otro los Estados menores, con su acción ha obligado a entrar en la lucha a fuerzas cada vez más poderosas. El denodado espíritu combativo de Gran Bretaña, incluso en el A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 69

70 momento más crítico cuando había quedado ella sola frente al enemigo, hizo que los alemanes fueran a chocar contra la infatigable resistencia del ejército soviético y todo esto le dio tiempo a Estados Unidos para empezar la movilización de sus inmensos recursos productivos. Y esta lucha contra el imperialismo alemán está íntimamente relacionada con la que el pueblo chino está conduciendo contra el imperialismo japonés. Inmensas masas de hombres e inmensas riquezas se han alineado contra las potencias totalitarias; las fuerzas de estas potencias han alcanzado su punto culminante y ya no pueden más que consumirse progresivamente. Las contrarias, en cambio, ya han superado el momento de la máxima depresión, y están levantándose. La guerra de los aliados despierta cada día más la voluntad de liberación, incluso en los países que se habían sometido a la violencia y se habían extraviado por el golpe recibido: y esa misma voluntad se despierta también incluso en los mismos pueblos de las potencias del Eje, que se dan cuenta que fueron arrastrados a una situación desesperada sólo para satisfacer el ansia de dominio de sus amos. Se ha detenido el lento proceso gracias al cual enormes masas de hombres se dejaban modelar pasivamente por el nuevo régimen, se amoldaban a él y así contribuían a consolidarlo; y ha comenzado el proceso contrario. En esta inmensa oleada que se va levantando lentamente se encuentran todas las fuerzas progresistas, las partes más ilustradas de las clases trabajadoras que no se han dejado desanimar por el terror y por las lisonjas en sus aspiraciones a una forma de vida superior; los elementos más conscientes de las capas intelectuales, ofendidos por la degradación a que ha sido sometida la inteligencia; empresarios que, sintiéndose capaces de nuevas iniciativas, querrían liberarse del peso de la burocracia y de las autarquías nacionales que impiden su movimiento; finalmente, todos los que, por un sentido innato de dignidad, no saben doblar la espina dorsal a la humillación de la esclavitud. A todas estas fuerzas se confía hoy la salvación de nuestra civilización. II. Deeberes para después de la guerra. La unidad europea La derrota de Alemania no llevaría de por sí a la reorganización de Europa según nuestra idea de civilización. En el breve e intenso período de crisis general (en que los Estados yacerán destruidos, las masas populares esperarán con ansia palabras nuevas y serán materia fundida, ardiente, susceptible de ser colada en formas nuevas, capaces de acoger el liderato de hombres seriamente internacionalistas) las clases que antes eran privilegiadas en los viejos sistemas nacionales intentarán, solapadamente o con la violencia, atenuar la oleada de A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 70

71 sentimientos y pasiones internacionalistas, y se dedicarán ostentadamente a reconstruir los viejos organismos estatales. Y es probable que dirigentes ingleses, quizás de acuerdo con los estadounidenses, intenten llevar las cosas en esa dirección, para retomar la política del equilibrio de los poderes, para buscar el aparente inmediato interés de sus imperios. Las fuerzas conservadoras, es decir: los dirigentes de las instituciones fundamentales de los Estados nacionales; los cuadros superiores de las fuerzas armadas, hasta llegar, donde exista, a las monarquías; los grupos del capitalismo monopolista que han unido el destino de sus provechos al de los provechos de los Estados; los grandes terratenientes y las altas jerarquías de la Iglesia que pueden ver seguras sus entradas parasitarias en una estable sociedad conservadora; y tras ellos la multitud de los que de ellos dependen o los que simplemente son deslumbrados por su tradicional potencia; todas estas fuerzas reaccionarias desde ahora mismo sienten que el edificio cruje, e intentan salvarse. El derrumbamiento les privaría de pronto de todas las garantías que hasta hoy han disfrutado, y los expondría al asalto de las fuerzas progresistas. LA SITUACIÓN REVOLUCIONARIA: CORRIENTES VIEJAS Y NUEVAS La caída de los regímenes totalitarios significará sentimentalmente para pueblos enteros la llegada de la libertad ; desaparecerá todo freno y automáticamente reinarán muy amplias las libertades de palabra y de asociación. Será el triunfo de las tendencias democráticas. Éstas tienen innumerables matices que van desde un liberalismo muy conservador hasta el socialismo y la anarquía. Creen en la generación espontánea de los acontecimientos y de las instituciones, en la bondad absoluta de los impulsos que nacen desde abajo. No quieren forzar la mano a la historia, al pueblo, al proletariado y como otros llaman a su Dios. Esperan el fin de las dictaduras, imaginando ese momento como la devolución al pueblo de los imprescriptibles derechos de autodeterminación. El coronamiento de sus sueños es una asamblea constituyente, elegida por el más amplio sufragio y con el más escrupuloso respeto de los derechos de los electores, que decida qué constitución tiene que hacerse. Si el pueblo es inmaduro se dará una constitución mala; pero se podrá corregir sólo mediante una constante obra de convencimiento. Los demócratas no rechazan por principio la violencia; pero quieren recurrir a ella sólo cuando la mayoría esté convencida de que es indispensable, es decir cuando es simplemente un superfluo punto que hay que poner sobre la i ; por esto los demócratas son dirigentes adecuados sólo a las épocas de ordinaria administración, en las que un pueblo está fundamentalmente convencido de la bondad de sus instituciones fundamentales, que tienen que A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 71

72 ser retocadas simplemente en aspectos relativamente secundarios. En las épocas revolucionarias, en que las instituciones no tienen que ser administradas, sino creadas, la praxis demócrata fracasa de manera clamorosa. La penosa impotencia de los demócratas en la revolución rusa, alemana, española, son tres ejemplos de los más recientes. En esas situaciones, tras haber caído el viejo aparato del Estado con sus leyes y su administración, empiezan a pulular enseguida, con rasgos de la vieja legalidad, o despreciándola, una gran cantidad de asambleas y representaciones populares en que se encauzan y se mueven todas las fuerzas sociales progresistas. El pueblo tiene, es cierto, algunas necesidades fundamentales que satisfacer, pero no sabe con precisión qué tiene que querer y qué tiene que hacer. Sus oídos oyen miles de campanas. Con millones de cabezas no logra orientarse y se disgrega en muchas tendencias distintas, enfrentadas entre ellas. En el momento en el que se nos pide la máxima decisión y la mayor audacia, los demócratas se sienten perdidos porque no tienen a sus espaldas un espontáneo consenso popular, sino sólo un turbio tumulto de pasiones. Creen que es su deber forjar ese consenso y se presentan como predicadores que exhortan, cuando en realidad lo que el pueblo necesita son jefes que los guíen sabiendo adónde tienen que ir. Pierden las ocasiones favorables de consolidar el nuevo régimen, intentando hacer funcionales enseguida órganos que en realidad necesitan una larga preparación y que funcionan en los tiempos de relativa tranquilidad; regalan a sus adversarios años que éstos usan para derrocarlos; en síntesis, representan, en sus mil tendencias, no tanto la voluntad de renovación, cuanto las confusas veleidades que reinan en sus cabezas y que, paralizándose unas a otras, preparan el terreno propicio para el desarrollo de la reacción. La metodología política demócrata será un peso muerto en la crisis revolucionaria. Conforme los demócratas agotaran en sus logomaquias su primera popularidad de propugnadores de la libertad, faltando cualquier seria revolución política y social, se irían necesariamente reconstituyendo las instituciones políticas pretotalitarias, y la lucha volvería a desarrollarse según los viejos esquemas de la contraposición de las clases. El principio según el cual la lucha de clases es el término al que se reducen todos los problemas políticos ha constituido la directiva fundamental, sobre todo de los obreros en las fábricas, y ha ayudado a dar consistencia a su política, mientras no se ponían en cuestión las instituciones fundamentales; pero se convierte en un instrumento de aislamiento del proletariado, cuando se impone la necesidad de transformar toda la organización de la sociedad. Los obreros, educados clasísticamente, no saben ver entonces más que sus propias reivindicaciones de clase, o incluso de categoría, sin preocuparse de cómo A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 72

73 enlazarlas con los intereses de otras clases; o, también, aspiran a la unilateral dictadura de su clase, para llevar a cabo la utópica colectivización de todos los instrumentos materiales de producción, indicado por una larga propaganda como el remedio supremo de todos los males. Esta política no logra fraguar en ningún otro estrato que no sea el obrero; los obreros, así, privan a las otras fuerzas progresistas de su apoyo o las dejan en poder de la reacción que hábilmente las organiza para acabar con el mismo movimiento proletario. Entre las distintas tendencias proletarias, secuaces de la política de clases y del ideal colectivista, los comunistas han reconocido la dificultad de que los sigan suficientes fuerzas como para vencer y por eso se han convertido a diferencia de los otros partidos populares en un movimiento rígidamente disciplinado que explota el mito ruso para organizar a los obreros, pero no acepta órdenes de ellos y los usa en las más disparatadas maniobras. Esta actitud hace que los comunistas sean, en las crisis revolucionarias, más eficientes que los demócratas; pero dado que ellos separan lo más posible las clases obreras y las otras fuerzas revolucionarias, predicando que su verdadera revolución aún tiene que llegar constituyen, en los momentos decisivos, un elemento sectario que debilita todo. Además, su total dependencia del Estado ruso, que los ha usado repetidamente para alcanzar objetivos de su política nacional, impide que ellos lleven a cabo política alguna con un mínimo de continuidad. Siempre tienen necesidad de esconderse tras un Karolyi, un Blum, un Negrín, para luego acabar derrotados con los títeres de democracia que ellos usan; y esto porque el poder se conquista y se mantiene no sólo con las tretas sino con la capacidad de responder orgánica y vitalmente a las necesidades de la sociedad moderna. Si mañana la lucha quedara limitada al tradicional campo nacional, sería mucho más difícil liberarse de las viejas aporías. Los Estados nacionales ya han programado sus respectivas economías tan profundamente que la cuestión central sería muy pronto la de saber qué grupo de intereses económicos, es decir, qué clase tendría que tomar las riendas del plan. El frente de las fuerzas progresistas sería fácilmente triturado en la pelea entre las clases y categorías económicas. Muy probablemente serían los reaccionarios los que sacarían provecho. Un auténtico movimiento revolucionario tendrá que surgir con los que han sabido criticar las viejas formulaciones políticas; tendrá que saber colaborar con las fuerzas democráticas, con las comunistas y, en general, con las que cooperen para la disgregación del totalitarismo; pero sin dejarse engañar por la praxis política de ninguna de ellas. Las fuerzas reaccionarias tienen hombres y cuadros capaces de mandar, que lucharán con tesón para conservar su supremacía. En ese momento tan A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 73

74 grave sabrán presentarse bien camuflados, se proclamarán amantes de la libertad, de la paz, del bienestar general, de las clases más pobres. Ya en el pasado hemos visto cómo se han introducido en los movimientos populares y los han paralizado, desviado, convertido en su exacto contrario. Sin duda serán la fuerza más peligrosa con la que tendremos que ajustar cuentas. El punto con el que ellas intentarán convencer será el de la restauración nacional. Así podrán arraigarse en el sentimiento popular más difundido, más ofendido por los recientes movimientos, más fácilmente utilizable con fines reaccionarios: el sentimiento patriótico. De tal manera también pueden esperar confundir más fácilmente las ideas de los adversarios, dado que para las masas populares la única experiencia política adquirida hasta hoy es la que se ha llevado a cabo en ámbito nacional, y por eso es bastante fácil encauzar esas masas y sus jefes más miopes al terreno de la reconstrucción de los Estados derribados por el vendaval. Si se alcanzara este fin, la reacción habría vencido. Incluso estos Estados podrían ser aparentemente muy demócratas y socialistas; la vuelta del poder a las manos de los reaccionarios sería sólo cuestión de tiempo. Volverían a surgir de nuevo los celos nacionales y todos los Estados otra vez pondrían la satisfacción de sus necesidades sólo en la fuerza de las armas. Deber principal volvería a ser más o menos pronto el de convertir a los pueblos en ejércitos. Los generales volverían a mandar, los monopolistas a aprovecharse de la autarquía, los cuerpos burócratas se hincharían, los curas volverían a mantener dóciles las masas. Todas las conquistas del primer momento se reducirían a la nada frente a la necesidad de prepararse nuevamente para la guerra. El problema que hay que resolver en primer lugar y que si fracasamos en él cualquier otro progreso es sólo pura apariencia, es la definitiva abolición de la división de Europa en Estados nacionales soberanos. El derrumbamiento de la mayor parte de los Estados del continente bajo la apisonadora alemana ya ha unido bajo la misma suerte a los pueblos europeos, que o todos juntos sucumbirán al dominio hitleriano o todos juntos entrarán, tras la caída de éste, en una crisis revolucionaria en la que no se encontrarán agarrotados y separados en sólidas estructuras estatales. Los espíritus están ya mucho mejor dispuestos que antes hacia una reorganización federal de Europa. La dura experiencia de los últimos decenios ha abierto los ojos a quien no quería ver, y ha hecho madurar muchas circunstancias favorables a nuestro ideal. Todos los hombres razonables reconocen ya que no se puede mantener un equilibrio de Estados europeos independientes, conviviendo con la Alemania militarista en igualdad de condiciones que los otros países, ni se puede fragmentar Alemania y tenerla pisándole el cuello con el pie tras haberla derrotado. Tras la prueba ha aparecido evidente que ningún país de Europa A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 74

75 puede quedarse a un lado mientras los demás luchan, ya que a nada valen declaraciones de neutralidad y pactos de no agresión. Se ha demostrado la inutilidad, mejor dicho, cuánto daño hacen los organismos del tipo de la Sociedad de las Naciones, que pretendían garantizar un derecho internacional sin una fuerza militar capaz de imponer sus decisiones y respetando la soberanía absoluta de los Estados participantes. Absurdo ha resultado el principio de no intervención según el cual a todo pueblo se le debería dejar libre de darse el gobierno despótico que mejor le parezca, como si la constitución interior de cada Estado no constituyera un interés vital para todos los países europeos. Insolubles han llegado a ser los múltiples problemas que envenenan la vida internacional del continente trazar las fronteras en las zonas de población mixta, defensa de las minorías alógenas, salida al mar de los países situados en el interior, cuestión de los Balcanes, cuestión irlandesa, etc. que encontraría en la Federación Europea la solución más sencilla como la encontraron en el pasado los relativos problemas de los pequeños Estados que entraron a formar parte de la más amplia unidad nacional, y que perdieron su acrimonia al transformase en problemas de relaciones entre distintas provincias. Por otra parte, el fin del sentido de seguridad debido a la inatacabilidad de Gran Bretaña, que aconsejaba a los ingleses la splendid isolation, la disolución del ejército y de la República Francesa misma tras el primer serio choque con las fuerzas alemanas (lo que esperamos haya amortiguado mucho la convicción chovinista de la absoluta superioridad francesa) y especialmente la conciencia de la gravedad del peligro corrido por una general esclavitud, son circunstancias, todas ellas que favorecerán la constitución de un régimen federal que ponga fin a la actual anarquía. Y el hecho de que Inglaterra haya aceptado ya el principio de la independencia de la India y Francia haya perdido potencialmente, al reconocer su derrota, todo su imperio, todo esto hace que sea más fácil hallar una base de acuerdo para un arreglo de Europa en las colonias. A todo esto hay que añadir la desaparición de algunas de las principales dinastías, y la fragilidad de las bases que sostienen las que aún sobreviven. Hay que tener en cuenta que las dinastías, considerando los distintos países como propia prerrogativa tradicional, representaban, con los potentes intereses que apoyaban, un serio obstáculo a la organización racional de los Estados Unidos de Europa, los cuales tienen que apoyarse necesariamente en la constitución republicana de todos los países federales. Y cuando, yendo más allá del horizonte del Viejo Continente, se abracen en una visión de conjunto todos los pueblos que constituyen la humanidad, hay que reconocer que la Federación Europea es la única garantía concebible de que las relaciones con los pueblos asiáticos y americanos puedan desarrollarse sobre una base de pacífica A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 75

76 cooperación, en espera de un porvenir más lejano, en el que llegue a ser posible la unidad política de todo el globo. La línea de separación entre partidos progresistas y partidos reaccionarios cae por lo tanto ya no a lo largo de la línea formal de la mayor o menor democracia, del mayor o menor socialismo que se desee instituir, sino a lo largo de la substancial y muy nueva línea que separa a los que conciben como fin esencial de la lucha el antiguo, es decir la conquista del poder político nacional y que harán, aunque sea involuntariamente, el juego de las fuerzas reaccionarias dejando solidificar la lava incandescente de las pasiones populares en el viejo molde, y resurgir las viejas absurdidades y los que verán como objetivo central la creación de un sólido estado internacional, que dirigirán hacia esta finalidad las fuerzas populares y, aun conquistando el poder nacional, lo usarán sobre todo como instrumento para realizar la unidad internacional. Con la propaganda y con la acción, intentando establecer siempre acuerdos y relaciones entre los movimientos que en los distintos países se están ciertamente formando, es necesario desde este momento poner los cimientos de un movimiento que sepa movilizar todas las fuerzas para hacer nacer el nuevo organismo que será la creación más grandiosa y más innovadora surgida desde hace siglos en Europa; para constituir un estable Estado federal, que disponga de una fuerza armada europea en lugar de los ejércitos nacionales, rompa con decisión las autarquías económicas espina dorsal de los regímenes totalitarios, tenga los órganos y los medios suficientes para ejecutar en sus propios Estados federales sus deliberaciones dirigidas a mantener un orden común, aun dejando a los Estados mismos la autonomía que permita una dúctil articulación y el desarrollo de una vida política según las peculiares características de cada pueblo. Si en los principales países europeos habrá un número suficiente de hombres que comprendan esto, la victoria la tendrán en las manos en poco tiempo, porque en esa situación los ánimos estarán a favor de su acción. Tendrán enfrente partidos y tendencias desacreditados por la desastrosa experiencia de los últimos veinte años. Dado que será el momento de obras nuevas, será también el momento de hombres nuevos: el MOVIMIENTO PARA UNA EUROPA LIBRE Y UNIDA. III. Deberes para después de la Guerra. La reforma de la sociedad Una Europa libre y unida es la premisa necesaria de la potenciación de la civilización moderna, de la que la era totalitaria representa una interrupción. El fin de esta era hará volver a tomar inmediatamente y del todo el proceso A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 76

77 histórico contra la desigualdad y los privilegios sociales. Todas las viejas instituciones conservadoras que impedían su actuación habrán caído o estarán para caer; y esta crisis de ellas tendrá que ser aprovechada con valor y decisión. La revolución europea, para responder a nuestras exigencias, tendrá que ser socialista, es decir tendrá que proponerse la emancipación de las clases de los trabajadores y realizar para ellos condiciones de vida más humanas. La brújula que tiene que orientarnos hacia las disposiciones que deberemos tomar en tal dirección no puede ser el principio puramente doctrinario según el cual la propiedad privada de los medios de producción tiene que ser en principio abolida o tolerada sólo provisionalmente, cuando no pueda evitarse. La estatalización general de la economía ha sido la primera forma utópica en que las clases obreras han representado su liberación del yugo capitalista; pero, una vez realizada plenamente no conduce al fin soñado sino a la constitución de un régimen en el que toda la población está sometida a la reducida clase de los burócratas que dirigen la economía. El principio verdaderamente fundamental del socialismo, del cual el principio de la colectivización general no ha sido más que una precipitada y equivocada deducción, es el que defiende que las fuerzas económicas no tienen que dominar a los hombres, sino que como sucede con las fuerzas naturales ser por ellos sometidas, guiadas, controladas de la manera más racional posible, para que las grandes masas no sean víctimas de ellas. Las gigantescas fuerzas del progreso que brotan del interés individual, no deben dejarse morir en el pantano muerto de la práctica rutinaria, para encontrarse más tarde ante el problema sin solución de tener que resucitar el espíritu de iniciativa con la diferenciación de los sueldos y con otras medidas de este tipo; esas fuerzas, al contrario, han de ser exaltadas y extendidas, ofreciéndoles una mayor oportunidad de desarrollo y de empleo y al mismo tiempo han de ser consolidados y perfeccionados los terraplenes que las encauzan hacia los objetivos de mayor provecho para toda la colectividad. La propiedad privada tiene que ser abolida, limitada, corregida, extendida caso por caso, no dogmáticamente en principio. Esta directiva encuentra su lugar con naturalidad en el proceso de formación de una vida económica europea liberada de las pesadillas del militarismo o del burocratismo nacional. La solución racional tiene que tomar el lugar de la más irracional, incluso en la conciencia de los trabajadores. Queriendo indicar de manera mas detallada el contenido de esta directiva, y percibiendo que la conveniencia y las modalidades de todos los puntos programáticos tendrán que ser juzgadas siempre en relación con el presupuesto, ya indispensable, de la unidad europea, ponemos de relieve los siguientes puntos: a) No se pueden seguir dejando a los privados las empresas que, desarrollando una actividad necesariamente monopolística, están en A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 77

78 condiciones de explotar la masa de los consumidores; por ejemplo las industria eléctricas, las empresas que se quieren mantener en vida por razones de interés colectivo pero que, para sostenerse, necesitan aranceles protectivos, subsidios, disposiciones de favor, etc. (el ejemplo más evidente de este tipo de industria es hasta hoy en Italia la industria siderúrgica); y las empresas que por la grandeza de los capitales invertidos y el número de los obreros empleados, o por la importancia del sector que dominan, pueden tener bajo chantaje a los órganos del Estado, imponiendo la política más ventajosa para ellos (por ejemplo, industrias mineras, grandes sociedades bancarias, grandes industrias de armas). Este es el campo en el que habrá que proceder sin duda a nacionalizar en gran escala, sin consideración alguna hacia los derechos adquiridos. b) Las características que han tenido en el pasado el derecho de propiedad y el derecho de sucesión han permitido acumular en las manos de pocos privilegiados riquezas que convendrá distribuir durante una crisis revolucionaria con sentido igualitario, para eliminar las capas parasitarias y para dar a los trabajadores los instrumentos de producción que necesitan, para así mejorar las condiciones económicas y hacerles alcanzar una mayor independencia de vida. Pensamos por ejemplo en una reforma agraria que, pasando la tierra a quien la cultiva, aumente enormemente el número de los propietarios, y en una reforma industrial que extienda la propiedad de los trabajadores en los sectores no estatalizados, con gestiones cooperativas, con el accionariado obrero, etc. c) Los jóvenes deben ser ayudados con las disposiciones necesarias para reducir lo más posible las distancias entre las posiciones de salida en la lucha por la vida. Especialmente la escuela pública tendrá que dar la posibilidad real de proseguir los estudios hasta los grados superiores a los más idóneos, y no a los más ricos; y tendrá que preparar en todo ramo de estudios, para la preparación a los distintos oficios y las distintas actividades liberales y científicas, un número de individuos correspondiente a la demanda del mercado, de forma que las remuneraciones medias sean más o menos iguales para todas las categorías profesionales, cualesquiera sean las divergencias entre las remuneraciones dentro de cada categoría, según las distintas capacidades individuales. d) La potencialidad casi sin límites de la producción en masa de los géneros de primera necesidad, con la técnica moderna, permite ya asegurar a todos, con un coste social relativamente bajo, la comida, el alojamiento y la ropa con las características mínimas necesarias para conservar el sentido de la dignidad humana. La solidaridad humana hacia los que son derrotados en la lucha económica, no deberá, pues, manifestarse con las formas de caridad que son siempre humillantes y que producen los mismos males que intenta curar, A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 78

79 sino que con una serie de ayudas que se garanticen de forma incondicional a todos, puedan o no puedan trabajar, un tenor de vida decente, sin reducir el estímulo al trabajo y al ahorro. Así nadie estará obligado por la miseria a aceptar contratos de trabajo vejatorios. e) La liberación de las clases trabajadoras puede tener lugar sólo realizando las condiciones indicadas en los puntos anteriores: no dejándolas en manos de la política económica de los sindicatos monopolísticos, que pasan simplemente al campo obrero los métodos atropelladores característicos sobre todo del gran capital. Los trabajadores tienen que volver a ser libres de elegir los fiduciarios para tratar colectivamente las condiciones a las que van a prestar su obra, y el Estado tendrá que dar los medios jurídicos para garantizar la observación de los pactos alcanzados; todas las tendencias monopolísticas tendrán que ser eficazmente contrastadas, una vez se hayan realizado esas transformaciones sociales. Estos son los cambios necesarios para crear alrededor del nuevo orden un estrato muy amplio de ciudadanos interesados en su mantenimiento, y para dar a la vida política una consolidada marca de libertad, impregnada por un fuerte sentido de solidaridad social. Sobre estas bases, las libertades políticas, podrán tener de verdad un contenido concreto, y no sólo formal, para todos, ya que la masa de los ciudadanos tendrá una independencia y un conocimiento suficiente para ejercitar un continuo y eficaz control sobre la clase de gobierno. Sobre las instituciones constitucionales sería superfluo que nos detuviéramos, porque no pudiendo prever las condiciones en que tendrán que surgir y actuar, no haríamos más que repetir lo que todos ya saben sobre la necesidad de órganos representativos, sobre la formación de las leyes, sobre la independencia de la justicia que sustituirá la actual para la aplicación imparcial de las leyes emanadas sobre la libertad de prensa y de asociación para iluminar a la opinión pública y dar a todos los ciudadanos la posibilidad de participar efectivamente a la vida del Estado. Sólo sobre dos cuestiones es necesario precisar mejor las ideas, por su especial importancia en este momento en nuestro país: sobre la relación entre el Estado y la Iglesia y sobre el carácter de la representación política: a) El concordato con el que en Italia el Vaticano ha concluido la alianza con el fascismo tendrá que ser abolido sin duda alguna para afirmar el carácter puramente laico del Estado y para fijar de manera clara la supremacía del Estado en la vida civil. Todas las festividades religiosas tendrán que ser respetadas de la misma forma, pero el Estado no tendrá que tener más un balance de los cultos. b) La choza de cartón piedra que el fascismo ha constituido con el ordenamiento corporativo caerá hecho añicos junto con las otras partes del A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 79

80 Estado totalitario. Hay quien cree que de esta chatarra mañana se podrá sacar el material para el nuevo orden constitucional. Nosotros cremos que no. En los Estados totalitarios las cámaras corporativas son la mofa que corona el control policial sobre los trabajadores. Pero si las cámaras corporativas fueran la sincera expresión de las distintas categorías de productores, los órganos de representación de las distintas categorías profesionales no podrían ser nunca calificadas para tratar cuestiones de política general, y en las cuestiones más propiamente económicas serían órganos de atropello de las categorías sindicalmente más poderosas. A los sindicatos tocarán amplias funciones de colaboración con los órganos estatales encargados de resolver los problemas que más directamente les atañen, pero hay que excluir de todos modos que a ellos se encargue alguna función legislativa, porque a ello seguiría una anarquía feudal en la vida económica, que nos llevaría a un nuevo despotismo político. Muchos que se han dejado convencer ingenuamente por el mito del corporativismo, podrán y tendrán que ser atraídos a la obra de renovación; pero tendrán que darse cuenta de lo absurda que es la solución por ellos tan confusamente soñada. El corporativismo no puede tener una vida concreta más que en la forma alcanzada en los Estados totalitarios, para someter a los trabajadores bajo funcionarios que les controlen cualquier gesto, en el interés de la clase dominante. El partido revolucionario no puede ser torpemente improvisado en el momento decisivo, sino que desde ahora tiene que empezar a formase al menos en su actitud política central, en sus cuadros generales y en las primeras directivas de acción. No tiene que representar una masa heterogénea de tendencias, reunidas sólo negativa y transitoriamente, es decir por su pasado antifascista y a la simple espera de la caída del régimen totalitario, listas para dispersarse cada una por su camino una vez alcanzada esa meta. El partido revolucionario en cambio sabe que sólo en ese momento empezará de verdad su obra; y precisamente por eso tiene que ser constituido por hombres que estén de acuerdo sobre los principales problemas del futuro. Tiene que penetrar con su propaganda metódica dondequiera que haya oprimidos del actual régimen, y, tomando como punto de partida el problema que en cada momento se sienta como el más doloroso por las personas y las clases, mostrar cómo ese problema está en relación con los otros problemas, y cuál puede ser la auténtica solución. Pero de la esfera que poco a poco irá creciendo entre sus simpatizantes tiene que sacar y reclutar para la organización del movimiento sólo aquellos que hayan hecho de la revolución europea la razón principal de su vida; que disciplinadamente realicen día tras día el necesario trabajo, provean cuidadosamente la seguridad continua y eficaz del A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 80

81 mismo, incluso en las situaciones de la más dura ilegalidad, y constituyan así la sólida red que da consistencia a la más lábil esfera de los simpatizantes. Aun no descuidando ninguna ocasión y ningún campo para sembrar su palabra, tiene que dirigir su acción en primer lugar a esos ambientes que son más importantes como centro de difusión de ideas y como centro de reclutamiento de hombres combativos; sobre todo hacia los dos grupos sociales más sensibles en la situación actual, y decisivos en la de mañana, es decir la clase obrera y las capas intelectuales. La primera es la que menos se sometió a la autoridad totalitaria y la que estará más dispuesta a reorganizar sus propias filas. Los intelectuales, especialmente los más jóvenes, son los que espiritualmente se sienten más ahogados y disgustados por el dominante despotismo. Poco a poco otras capas serán inevitablemente atraídas al movimiento general. Cualquier movimiento fracase en la tarea de alianza de estas fuerzas está condenado a la esterilidad; si es un movimiento sólo de intelectuales, estará privado de la fuerza de la masa necesaria para arrollar las resistencias reaccionarias, será difidente y difidado hacia y por la clase obrera; y aunque esté animado por sentimientos democráticos, estaría inclinado a resbalar, frente a las dificultades, en el terreno de la mobilización de todas las otras clases contra los obreros, es decir, hacia una restauración fascista. Si se apoya sólo sobre el proletariado, estará privado de la claridad de pensamiento que puede derivar de los intelectuales y que es necesaria para distinguir bien las nuevas tareas y los nuevos caminos: será prisionero del viejo clasismo, verá enemigos por todas partes y resbalará hacia la doctrinaria solución comunista. Durante la crisis revolucionaria, le toca a este movimiento organizar y dirigir las fuerzas progresistas, utilizando todos los órganos populares que se formen espontáneamente como crisoles ardientes en los que van a mezclarse las masas revolucionarias, no para emitir plebiscitos, sino en espera de ser guiadas. Este movimiento toma la visión y la seguridad de lo que hay que hacer no de una preventiva consagración por parte de la voluntad popular, todavía inexistente, sino de la conciencia de representar las exigencias profundas de la sociedad moderna. De esa forma da las primeras directivas del nuevo orden, la primera disciplina social a las masas informes. A través de esta dictadura del partido revolucionario se forma el nuevo Estado y a su alrededor la nueva auténtica democracia. No se puede temer que tal régimen revolucionario llegue necesariamente a un nuevo despotismo. Llegará a él si ha ido modelando un tipo de sociedad servil. Pero si el partido revolucionario va creando con pulso firme, desde sus primeros pasos, las condiciones para una vida libre, en la que todos los ciudadanos pueden participar realmente en la vida del Estado, su evolución A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 81

82 será, aunque sea pasando eventualmente por secundarias crisis políticas, siguiendo el sentido de una progresiva comprensión y aceptación por parte de todos del nuevo orden, y por eso en el sentido de una creciente posibilidad de funcionamiento, de instituciones políticas libres. Hoy es el momento en el que hay que saber tirar los viejos lastres que han ido aumentando su estorbo, y mantenerse listos para lo nuevo que llega, tan diferente de todo lo que se había imaginado, descartar a los ineptos entre los viejos y suscitar nuevas energías entre los jóvenes. Hoy se buscan y se encuentran, empezando a tejer la trama del futuro, a los que han divisado los motivos de la actual crisis europea, y por eso recogen la herencia de todos los movimientos de elevación de la humanidad, naufragados por incomprensión del fin que había que alcanzar o de los medios para alcanzarlo. El camino que hemos de recorrer no es fácil, ni seguro. Pero tenemos que recorrerlo, y lo recorreremos! A. Spinelli, E. Rossi, Proyecto de un Manifesto 82

83 Sverige Inledning Anna Maria Segala Varje akt av förståelse, och översättningen är förståelsens bevisföring, börjar med en trosakt. Så hävdar George Steiner i sin berömda essä After Babel.1 Därefter tillägger han, med hänvisning till Hegel, att efter tron kommer angreppet, eftersom varje kognitiv akt, angriper objektet för förståelsen för att hämta betydelse från det, och är därför aggressiv och inkräktande. Angripa den eller tillägna sig den? Heidegger fulländar det hegelianska påståendet genom att hävda att i varje akt av förståelse är det underförstått att subjektet närmar sig, angriper, och assimilerar den andra enheten, genom att föra den med sig eller inom sig. Transport och assimilation, med en oundviklig klyvning av texten, är därför de två faser som man omedelbart återfinner i översättningsakten, och på vilka följer mångfaldigandet och spridningen av en text. Genom att inhämta kunskaper och metoder från otaliga discipliner beskriver översättningsvetenskapen som under de senaste 30 åren utvecklats betydligt översättningsakten från olika synvinklar och försöker belysa de processer som hör ihop med överföringen av ett kulturellt uttryck från en kontext till en annan, där den får en ny plats. Det finns inga garantier för den sortens förflyttning. Allt beror på vilken betydelse som en samling av värden bibehåller över tid; den förlorade kontakten med de rötter som originalet härstammade från kan dock kompenseras av det nya ljus som översättningens spegel kastar på det. Översättningen av Ventotenemanifestet, som skrevs av Altiero Spinelli och Ernesto Rossi 1941, och somnär den publicerades 1944 inleddes med Eugenio Colornis Förord, lägger de frågor som utvecklades av grundarna till den europeiska federalismen under lupp. Det rör sig om texter besjälade av en stark utopisk ande, och en av klassisk kultur genomsyrad idealism, vilket speglas av en emfatisk stil med breda voluter, rik på bisatser och med predikat följda av en skara objekt. Allt detta gör dessa texter ganska atypiska i en kultur där välfärden, det socialdemokratiska systemet, har präglat samhällslivet under cirka tre fjärdedelar av 1900 talet, med en oundviklig återverkan även på språkets utveckling. A.M. Segala, Inleiding 83

84 Det svenska språkets morfologi är rik på sammansatta ord och avledningar. Dess böjningssystem torftigare än de andra germanska språkens, men inte än de andra nordiska språkens kan förefalla enkelt, men är i själva verket tämligen analytiskt till sin karaktär. När det gäller syntaxen har modern svenska en mycket precis grundstruktur, som dock inte utesluter variationer i hierarkin mellan dess komponenter. Föreliggande översättning har därför kunnat och velat behålla det italienska språkets komplexitet när det gäller att forma meningar, och dragit samman eller förlängt satser endast där det har varit nödvändigt. När verbformerna particip och gerundium former med strategisk betydelse på italienska, men främmande för svenskans syntaktiska system uppträder löses därför fraserna upp så att de uppenbarar överensstämmelsen i sina inbördes relationer; som till exempel i följande fragment: In questa immensa ondata che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressive, [ ] gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta la intelligenza; imprenditori che, sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento [ ]; tutti coloro infine che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nell umiliazione della servitù. (Il Manifesto di Ventotene, p. 51) som på svenska låter så här: I denna enorma våg, som sakta växer till sig, återfinns alla de progressiva krafterna och [ ] de mest välinformerade bland de intellektuella, som förolämpats av den djupa förnedring som förnuftet har utsatts för; företagare som känner sig i stånd till nya initiativ, och vill befria sig från det byråkratiska oket och de nationella autarkierna som har inskränkt deras minsta rörelse [ ]; och slutligen alla övriga som, på grund av en medfödd känsla av värdighet, inte kan kröka rygg under ett förödmjukande slaveri. (Ventotenemanifestet, s. 24). Eftersom en av översättningens stora förtjänster är att bidra till att företräda en annan kultur, så kan återvinningen av teman och stilar från den italienska traditionen omskrivna till svenska inbjuda till att, tillsammans med grundtexten för den europeiska federalismen, återbesöka uttrycket av en specifik period i den italienska politiska och kulturella historien. Men det är ingen enkel resa, att i översättningen igenkänningen, rådbråkandet, och efterliknelsen av originaltexten inrätta ett förhållande av reciprocitet som alstrar värdefulla likheter. Ur skillnaden uppstår ett behov av fördjupning, som i sin tur alstrar ny mening, nya landvinningar. Bara genom att framhäva en mångfald av röster som för med sig otaliga erfarenheter, värden och åsikter, vittnar översättningen av Ventotenemanifestet om den språkliga identitetens stora betydelse för det ömsesidiga europeiska utbytet, som bekräftas som en av de mest giltiga motåtgärderna mot kulturell likriktning. A.M. Segala, Inleiding 84

85 Förord Eugenio Colorni (Rom, 1944) Följande skrifter har avfattats och redigerats på ön Ventotene, mellan åren 1941 och Inom ramarna för en mycket sträng disciplin, genom underrättelser som man försökt med alla medel göra så kompletta som möjligt, i sorgen över den påtvingade overksamheten och i längtan efter den närstående frigivningen, började det i denna exceptionella miljö hos några sinnen att mogna en process av omvärdering av alla de frågor som hade varit självaste motiven till den genomförda kampen och vår hållning i den. Avståndet till det aktiva politiska livet möjliggjorde en mer objektiv syn, och fordrade en omvärdering av de traditionella positionerna vid utredningen av skälen till de förlidna misslyckanden, som inte berodde så mycket på tekniska misstag i de parlamentariska eller revolutionära strategierna, eller på situationens allmänna «omognad», utan snarare på en otillräcklig generell uppläggning, och på att kampen hade riktats längs de sedvanliga skiljelinjerna, med alldeles för lite uppmärksamhet på det som höll på att omforma verkligheten. Under förberedelserna för att verkningsfullt utkämpa den kamp som tornade upp i en närstående framtid, fanns det ett behov av att inte bara korrigera tidigare felsteg, utan också överskrida gränserna för de politiska problemen med sinnen fria från doktrinära förutfattade meningar och partimyter. Det var så idén väcktes, hos några få själar, att den grundläggande motsägelsen som är ansvarig för kriserna, krigen, fattigdomen och exploateringen som plågar vårt samhälle, är förekomsten av suveräna stater, geografiskt, ekonomiskt, militärt avgränsade, som betraktar de övriga staterna som konkurrenter och potentiella fiender, och som lever den ena mot den andra i ett tillstånd av evigt bellum omnium contra omnes. Skälen till varför denna idé, som i sig inte var ny, fick ett drag av nyhet i det tillstånd och vid det tillfälle då den formulerades är flera: 1) Först och främst att den internationalistiska lösningen, som förekommer i alla de progressiva politiska partiernas program, anses av dessa i viss bemärkelse vara en nödvändig och nästan automatisk följd av uppfyllandet av målen som var och en av dem ålägger sig. Demokraterna anser att inrättandet inom varje enskild stat av den regeringsform de förespråkar, helt säkert skulle leda till uppkomsten av det förenade samvete som, genom att överskrida E. Colorni, Förord 85

86 gränserna på det kulturella och moraliska området, skulle skapa premisserna som de anser nödvändiga för en såväl politisk som ekonomisk fri union mellan folken. Socialisterna i sin tur anser att upprättandet av proletariatets diktatur i de olika staterna i sig skulle leda till en kollektivistisk och internationell stat. En analys av den moderna idén om staten och av helheten av intressen och känslor som är förknippade med den visar klart att, trots att deras interna likheter kan underlätta för vänskap och samarbete mellan stater, så är det inte alls säkert att de per automatik och eller ens på sikt kan leda till ett enande, så länge det finns kollektiva intressen och känslor som bygger på en sluten enhet inom gränserna. Vi vet av erfarenhet att chauvinistiska känslor och protektionistiska intressen lätt kan leda till motsättningar och konkurrens även mellan demokratier. Det är inte heller självklart att ett rikt socialistiskt land skulle acceptera att dela sina resurser med ett mycket fattigare, bara för att ett socialistiskt styre likt det egna rådde där. Upphävandet av de politiska och ekonomiska gränserna mellan en stat och en annan följer därför inte nödvändigtvis av det samtidiga inrättandet av en viss intern styrelseform i respektive stat. Det är tvärtom en egen fråga, som måste angripas med egna medel som lämpar sig för den frågan. Man kan inte vara socialist utan att vara internationalist, det är sant, men det beror på en ideologisk förpliktelse snarare än på en ekonomisk och politisk verklighet, och den internationella staten följer inte nödvändigtvis av den socialistiska segern i de enskilda staterna. 2) Det som dessutom på ett autonomt sätt drev framhållandet av en federalistisk tes var det faktum att de existerande politiska partierna, mot en bakgrund av kamp utkämpad inom de enskilda nationerna, av vana och tradition utgår från den outtalade föreställningen om nationalstaten, och betraktar den internationella ordningen som en fråga för «utrikespolitiken», som måste lösas genom diplomatiska handlingar och överenskommelser länderna emellan. Denna inställning är delvis orsakad av, och delvis en följd av den tidigare omnämnda föreställningen, enligt vilken samförståndet och enigheten med andra besläktade regeringar kommer av sig själv så fort man fattat regeringstyglarna i det egna landet, utan att man uttryckligen behöver bedriva en politisk kamp för dessa frågor. Hos författarna till de föreliggande texterna fanns däremot en övertygelse om att den som vill ta sig an den internationella ordningen som det centrala problemet för den aktuella historiska epoken och som anser dess lösning vara den nödvändiga premissen för att lösa alla de institutionella, ekonomiska och sociala problemen i vårt samhälle måste från denna infallsvinkel betrakta alla de frågor som avser den interna politikens kontraster och alla partiers inställningar, även med avseende på den dagliga kampens taktik och strategi. E. Colorni, Förord 86

87 Alla frågor, från de konstitutionella friheterna till klasskampen, från planeringen av maktövertagandet till användningen av makten, hamnar i ett nytt ljus om de utgår från premissen att det primära målet är att upprätta en enhetlig ordning i det internationella fältet. Själva den politiska strategin att söka stöd hos ömsom den ena och ömsom den andra av krafterna i spelet, genom att betona ett eller annat slagord, får olika gestaltningar, ifall man anser att huvudmålet är maktövertagandet och införandet av vissa specifika reformer inom ramen för varje enskild stat, eller om man anser att det är skapandet av de ekonomiska, politiska och moraliska förutsättningarna för inrättandet av en federal ordning som omfattar hela kontinenten. 3) Ytterligare ett skäl och kanske det viktigaste är det faktum att även om idealet om en europeisk federation, som ett förstadium till en global federation, bara för några år sedan kunde framstå som en avlägsen utopi, framstår det idag vid slutet av detta krig som ett uppnåeligt mål, och nästan inom räckhåll. I den totala sammanblandning av folk som denna konflikt har medfört i alla länder som drabbats av den tyska ockupationen; på grund av nödvändigheten att på nya premisser återskapa en nästan helt ödelagd ekonomi; vid återförandet på agendan av alla frågor som avser de politiska gränserna, tullgränserna, de etniska minoriteterna etc.; i detta krigs själva natur, där det nationella inslaget så ofta har överskuggats av det ideologiska inslaget, där man har sett små och medelstora stater bjuda ut en stor del av sin suveränitet, och där till och med hos fascisterna idén om ett «livsrum» har ersatt den om «nationellt oberoende»; i alla dessa element urskiljer man omständigheter som aktualiserar, som aldrig förr i denna efterkrigstid, frågan om Europas federala ordning. Den kan vara intressant för krafter från alla samhällsklasser, av både ekonomiska och ideologiska skäl. Man kommer att nalkas den genom folkrörelser; genom att i de bildade klasserna främja studiet av de frågor som rör den; genom att åstadkomma revolutionära tillstånd, efter vilka det kommer att bli omöjligt att vända tillbaka; genom att påverka de styrande kretsarna i de segrande länderna; och genom att i de besegrade länderna sprida idén att de bara i ett fritt och enat Europa kan finna sin räddning och undvika nederlagets förödande konsekvenser. Det är därför som vår rörelse har fötts. Företrädet som denna fråga har jämfört med alla andra i den epok i vilken vi nu inträder beror på förvissningen att om vi låter situationen åter stelna i de gamla nationalistiska formerna så kommer chansen att vara förlorad för alltid, och ingen fred och inget välstånd kommer att få någon varaktighet på vår kontinent. Allt detta har drivit oss att skapa en självständig organisation med syfte att förespråka för idén om en E. Colorni, Förord 87

88 Europeisk federation som ett uppnåeligt mål för den nästkommande efterkrigstiden. Vi vill inte blunda för svårigheterna eller styrkan hos de krafter som kommer att verka i motsatt riktning; men det är, anser vi, första gången som denna fråga förs fram, inte som ett avlägset ideal, utan som en tvingande och tragisk nödvändighet. Vår rörelse, som nu sedan två år tillbaka leder en farofylld hemlig existens under det fascistiska och nazistiska förtrycket; vars anhängare kommer från de militanta antifascisternas led och alla deltar i den beväpnade kampen för friheten, och redan har betalat ett högt pris i form av fängelsevistelser för den allmänna saken; denna vår rörelse är inte och vill inte vara ett politiskt parti. Såsom den har gestaltat sig mer specifikt, vill den verka på de politiska partierna och inom dem, inte bara för att framhäva den internationalistiska instansen, utan framför allt för att alla politiska frågor skall utgå från det perspektiv, som dessa partier fram till nu varit så ointresserade av. Vi är inte ett politiskt parti eftersom vi, trots att vi aktivt stödjer allehanda studier av den institutionella, ekonomiska och sociala ordningen i den nya europeiska federationen, och trots att vi aktivt deltar i kampen för dess förverkligande och bemödar oss om att upptäcka vilka krafter som kommer att kunna agera till dess förmån i den framtida politiska konjunkturen, inte vill uttala oss officiellt om de institutionella enskildheterna, om den mer eller mindre omfattande administrativa centraliseringen etc. etc., som skall karaktärisera den framtida federala organismen. Må alla dessa frågor bli utförligt och fritt behandlade inom vår rörelse, och må alla politiska tendenser, från den kommunistiska till den liberala, vara representerade hos oss. I praktiken är alla våra militanta anhängare aktiva i någon av de progressiva politiska partierna. Alla är överens om att företräda de grundläggande principer som är förutsättningen för en fri Europeisk federation, som inte är baserad på hegemonier av något slag, ej heller på en totalitär ordning, och som skall rustas med den strukturella soliditet som inte reducerar den till kravlösheten hos t.ex. Nationernas Förbund. Dessa principer kan sammanfattas i följande punkter: en enda federal armé, monetär union, avskaffande av tullgränserna, obegränsad invandring mellan federationens stater, folkets direktrepresentation i de federala rådsförsamlingarna, samt en gemensam utrikespolitik. Under sin tvååriga levnadstid har vår rörelse spritt sig på bred front bland de antifascistiska grupperna och de politiska partierna. Några av dessa har offentligt gett rörelsen sitt stöd och visat sin sympati. Andra har bjudit in oss att samarbeta kring formuleringen av deras program. Det är inte förmätet att säga att det är delvis vår förtjänst att frågan om en europeisk federation så ofta tas E. Colorni, Förord 88

89 upp i den italienska hemliga pressen. Vår tidning, «Europeisk Union», följer inrikes och utrikespolitikens händelser noga, och förhåller sig fullständigt oberoende till dem. Följande skrifter, resultatet av formuleringen av de idéer som gav upphov till vår rörelse, representerar dock bara deras författares åsikter, och utgör ingalunda något ställningstagande av själva rörelsen. De avser bara att vara förslag på diskussionsämnen för dem som vill omvärdera problemen i den internationella politiken genom att väga in den senaste tidens ideologiska och politiska erfarenheter, de senaste resultaten inom den ekonomiska vetenskapen, och de rimligaste framtidsperspektiven. De kommer snart att följas upp av fler studier. Vår förhoppning är att dessa skrifter kommer att väcka idéer, som i den rådande stämningen, präglad som den är av den betvingande nödvändigheten att agera, medför ett bidrag av klarhet som skall göra detta agerande mer bestämt, medvetet och ansvarsfullt. Den italienska rörelsen för den europeiska federationen Rom, den 22 januari 1944 E. Colorni, Förord 89

90 För ett fritt och enat Europa. Utkast till ett Manifest Altiero Spinelli Ernesto Rossi I. Den moderna civilisationens kris Den moderna civilisationen har uppställt som sin grundval principen om frihet, som innebär att människan inte bara skall vara ett instrument åt andra, utan ett autonomt centrum för liv. Utifrån detta ramverk har en storslagen historisk process inletts mot alla aspekter av samhällslivet som inte respekterat denna princip. I) Man har hävdat alla nationers lika rätt att sluta sig samman i självständiga stater. Varje folk, definierat av dess etniska, geografiska, språkliga och historiska egenskaper, skulle i den statliga organisation som hade skapats av just det folket i överensstämmelse med dess speciella uppfattning om politiskt liv, hitta det instrument som utan inblandning utifrån på bästa sätt skulle svara mot dess behov. Ideologin om nationellt oberoende har varit en stark drivkraft för framåtskridandet. Tack vare den har en småsint lokalpatriotism kunnat övervinnas till förmån för en mer vidsträckt solidaritet mot utländska härskares förtryck; den har undanröjt hindren för många personers och varors rörlighet; den har inom varje ny stats territorium spritt den mera avancerade befolkningens institutioner och regelverk till den mindre utvecklade delen av befolkningen. Denna ideologi har emellertid inom sig burit fröet till den imperialistiska nationalism som vår generation har sett växa till gigantiska proportioner, och som lett till de totalitära staternas uppkomst och världskrigens utbrott. Nationen betraktas inte längre som den historiska produkten av samexistens mellan människor, som, genom en lång process, uppnått en större enhetlighet i fråga om vanor och strävanden, och som i nationalstaten finner A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 90

91 den mest ändamålsenliga formen för att organisera det kollektiva livet inom hela det mänskliga samhällets ram. Nationen har snarare blivit en gudomlig enhet, en organism som bara behöver tänka på sin egen existens och utveckling, utan att på minsta vis bekymra sig om den skada som den därigenom kan åsamka andra. Nationalstaternas absoluta suveränitet har lett till viljan att härska över alla andra, eftersom alla nationalstater känner sig hotade och som sitt «livsrum» betraktar allt större territorier, där de ska ha fri rörlighet och kunna tillskansa sig resurser oberoende av andra. Denna vilja att härska kan inte tyglas annat än genom att den starkaste staten får herravälde över alla de andra, därmed förslavade staterna. Staten har således förvandlats från en beskyddare av medborgarnas frihet till en herre över sina undersåtar, som med alla medel tvingas tjäna den för att ge den maximal slagkraft i krig. Även under perioder av fred, som betraktas som uppehåll för att förbereda de kommande, oundvikliga krigen, härskar i många länder just nu den militära klassens vilja över den civila, något som gör det allt svårare att få fria politiska system att fungera. Skola, vetenskap, produktion och förvaltningsorgan är huvudsakligen inriktade på att öka krigspotentialen; mödrar betraktas som soldatalstrare, och premieras som sådana enligt samma kriterier som man på uppvisningar premierar boskap som ger rik avkomma; barnen fostras ända från späd ålder till att föra vapen och att hata utlänningar; individens frihet reduceras till ett intet alltifrån den stund då alla har militariserats och ständigt kallas in för att göra värnplikt; de ideliga krigen tvingar männen att lämna familj, arbete och egendom, och att offra sina liv för mål som ingen förstår, och på bara några få dagar fullständigt ödeläggs resultatet av decenniers gemensamma ansträngningar för att öka det kollektiva välståndet. Det är de totalitära staterna som mest konsekvet har enat alla krafter, genom att de i den största utsträckningen har infört centralstyrning och autarki, och därigenom visat att de är de organ som är bäst anpassade till dagens internationella omgivning. Det räcker med att en nation tar ett steg närmare en mer utpräglad totalitarism för att den skall följas av andra, som dras med i samma fåra på grund av sin vilja att överleva. 2) Man har hävdat medborgarnas lika rätt att delta i processen att forma statens vilja. Den skulle således utgöra syntesen av alla samhällsklassers fritt uttryckta och skiftande ekonomiska och ideologiska krav. Genom en sådan politisk organisation har det varit möjligt att rätta till, eller åtminstone mildra, många av de mest skriande orättvisorna som ärvts från tidigare regimer. Tryckfriheten, föreningsfriheten och den gradvisa utvidgningen av rösträtten gjorde det också allt svårare att försvara gamla privilegier eftersom de gjorde att man höll fast vid det representativa systemet. A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 91

92 De medellösa lärde sig så småningom att använda dessa instrument för att erövra samma rättigheter som de välbärgade klasserna. Den särskilda skatten på inkomst från kapital och arv, den progressiva beskattningen av större förmögenheter, skattebefrielsen för de lägsta inkomstskikten och för oumbärliga varor, den fria allmänna skolan, de ökade utgifterna för socialhjälp och social omsorg, jordbruksreformerna och inspektionerna på fabrikerna hotade de privilegierade klasserna i deras allt kraftigare befästa citadell. Inte ens de privilegierade klasser som hade gått med på jämlikhet när det gällde de politiska rättigheterna kunde acceptera att de sämre lottade klasserna verkligen använde sig av dessa rättigheter för att försöka uppnå denna jämlikhet, som därigenom skulle ges ett konkret innehåll av reell frihet. När hotet efter första världskrigets slut blev överhängande, var det naturligt att dessa klasser varmt välkomnade och stödde upprättandet av diktaturerna, som slog de juridiska vapnen ur motståndarnas händer. Samtidigt bildades gigantiska industri, bank och fackföreningskonglomerat, som under en fana förenade hela arméer av arbetare, fackföreningar och andra sammanslutningar. När dessa pressade på regeringarna för att driva fram den politik som bäst svarade mot deras särskilda intressen hotade själva staten att upplösas i en mängd ekonomiska förläningar som bittert bekämpade varandra. De demokratiska och liberala system, som dessa grupper använde sig av för att bättre kunna exploatera hela kollektivet, förlorade allt mer i status. Därigenom spred sig övertygelsen att det bara var den totalitära staten som, genom att upphäva folkets frihet, på något sätt skulle kunna lösa de intressekonflikter som de befintliga politiska institutionerna inte längre lyckades stävja. De totalitära regimerna har därefter i själva verket i stort sett befäst de olika samhällsklassernas ställning på den nivå de gradvis hade uppnått, och genom att låta polisen kontrollera varje aspekt av medborgarnas liv och med våld undanröja oliktänkande, har de förhindrat varje laglig möjlighet att förändra status quo. Härigenom tryggades existensen av den odelat parasiterande klassen, bestående av frånvarande jordägare och rentierer, vars enda bidrag till samhällsproduktionen är att klippa aktiekuponger, och de monopolägande klasserna och affärskedjorna, som sög ut konsumenterna och gjorde att småspararnas pengar försvann; plutokrater som bakom kulisserna drar i politikernas trådar, för att kunna styra statens hela maskineri till sin egen exklusiva fördel under skenet av att söka uppnå överordnade nationella mål. De kolossala förmögenheterna bevaras för några få, likaså eländet för de stora massorna, som är utestängda från att njuta den moderna kulturens frukter. I allt väsentligt har en ekonomisk regim räddats, i vilken de materiella resurserna och arbetskraften, som skulle inriktas på att tillgodose grundläggande behov för att utveckla människans livsviktiga A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 92

93 energier, i stället inriktas på att tillgodose de mest futila önskningarna hos dem som kan betala priset för dem; en ekonomisk regim, under vilken pengamakten i och med arvsrätten bevaras inom samma klass, och omvandlas till ett privilegium, som inte på något sätt motsvarar det sociala värdet av de faktiskt utförda tjänsterna. På så sätt begränsas också valmöjligheterna för proletärerna, som för att överleva tvingas låta sig exploateras av den som erbjuder dem vilken möjlighet som helst till att få arbete. För att hålla arbetarklassen fjättrad och underkuvad har fackföreningarna omvandlats från att ha varit fristående kamporganisationer, som leddes av personer som åtnjöt medlemmarnas förtroende, till att bli organ för polisiär övervakning, under ledning av tjänstemän som den styrande klassen väljer ut och som endast ansvarar inför den. Om någon korrigering görs i en sådan ekonomisk regim så dikteras den alltid av militärens behov, som har strålat samman med de privilegierade klassernas reaktionära strävanden efter att låta totalitära stater uppstå och konsolideras. 3) Mot auktoritär dogmatism har man hävdat det bestående värdet av en kritisk anda. Alla postulat måste antingen bevisa sitt värde eller försvinna. Vårt samhälles största landvinningar inom alla områden har kunnat göras tack vare det metodiska tillvägagångssätt som är ett resultat av denna fördomsfria inställning. Denna tankefrihet har dock inte kunnat stå emot den kris som ledde till de totalitära staternas uppkomst. Nya dogmer som accepteras av övertygelse eller av hyckleri har installerat sig som envåldshärskare inom alla vetenskaper. Trots att ingen vet vad en ras är, och att den mest elementära historiska kunskap visar på det absurda i resonemanget, så krävs det av fysiologerna att de skall tro på, visa och övertyga folket om att det tillhör en utvald ras, enbart för att imperialismen behöver denna myt för att kunna piska upp hat och stolthet hos massorna. Den ekonomiska vetenskapens mest självklara sanningar måste betraktas som anatema om man vill lansera autarkin, merkantilismens handelsbalans och alla dessa andra gammalmodigheter, som vår tids utomordentliga upptäckter. Genom alla världsdelars ömsesidiga ekonomiska beroende utgör hela jorden ett livsrum för varje folk som vill bevara en levnadsstandard som svarar mot den moderna civilisationen; mot detta har pseudovetenskapen geopolitik skapats i syfte att bevisa grunden för en annan livsrumsteori, som kan användas för att klä imperialismens vilja att förtrycka i en teoretisk dräkt. De mest grundläggande historiska fakta förfalskas i den styrande klassens intresse. Bibliotek och bokhandlar rensas på alla verk som inte betraktas som renläriga. Obskurantismens mörker hotar på nytt att kväva människosjälen. Frihetens och jämlikhetens sociala etik har undergrävts. Människorna betraktas inte längre som fria medborgare, som drar nytta av A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 93

94 staten för att bättre kunna uppnå sina kollektiva mål. De är i stället tjänare åt staten, som bestämmer vilka deras mål skall vara, och statens vilja jämställs med viljan hos dem som besitter makten. Människorna är inte längre undersåtar som har rättigheter, utan inordnas hierarkiskt, och tvingas att utan diskussion lyda de överordnade hierarkierna, med en ledare på toppen som tvångsmässigt har upphöjts till gud. Ståndsregimen uppstiger övermodigt ur sin egen aska. Efter att ha triumferat i en rad länder fann denna totalitära och reaktionära civilisation slutligen i Nazityskland den makt som ansåg sig kunna dra de yttersta konsekvenserna av den. Efter noggranna förberedelser, dvs. genom att djärvt och skrupelfritt utnyttja andra staters rivaliteter, egoism och enfald, genom att dra med sig andra europeiska vasallstater den första bland dem Italien och slutligen genom att alliera sig med Japan, som vill uppnå identiska mål i Asien, gav sig Nazityskland i kast med uppgiften att underkuva alla andra. Nazitysklands seger skulle innebära att totalitarismen slutgiltigt konsolideras i världen. Alla dess egenskaper skulle skärpas till det yttersta, och de progressiva krafterna skulle under lång tid vara dömda till en simpel, negativ opposition. Den tyska militära klassens traditionella arrogans och omedgörlighet kan redan nu ge oss en föreställning om hur dess herravälde skulle gestalta sig efter ett segerrikt krig. De segerrika tyskarna skulle även kunna tillåta sig att ge sken av generositet gentemot de andra europeiska folken och formellt respektera deras territorier och politiska institutioner, för att på så sätt både härska och samtidigt tillfredsställa den enfaldiga patriotiska känsla som hellre ser till gränspålarnas färg, och nationaliteten hos de politiker som träder fram i rampljuset, än på maktförhållanden och statsorganens faktiska innehåll. Hur den än kamoufleras, kommer verkligheten alltid att vara densamma: en återupplivad uppdelning av mänskligheten i Spartaner och Heloter. Också en kompromisslösning mellan de olika sidorna i kampen skulle i ett vidare perspektiv innebära ett framsteg för totalitarismen, eftersom alla de länder som lyckades undkomma Tysklands järngrepp skulle tvingas att acceptera samma form av politisk organisation för att kunna vara tillräckligt förberedda för att återuppta kriget. Även om Hitlertyskland har kunnat slå ned småstaterna en efter en, har det dock med sina handlingar tvingat allt mäktigare krafter att ge sig in i striden. Tack vare Storbritanniens modiga stridsanda, även i det mest kritiska ögonblicket när landet ensamt höll stånd mot fienden, fick tyskarna såsmåningom stångas mot det tappra motståndet från den ryska armén, och Amerika fick tid på sig att börja mobilisera sin ofantliga produktionsapparat. A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 94

95 Denna kamp mot den tyska imperialismen hänger nära samman med den kamp som det kinesiska folket utkämpar mot den japanska imperialismen. Enorma människomassor och rikedomar har redan ställts upp mot de totalitära makterna, vars styrka har nått sin kulmen och nu bara kan gradvis förtäras. De motsatta krafterna å sin sida har redan övervunnit den djupaste nedgången och är nu i tilltagande. Varje dag väcker de allierades krig på nytt viljan till befrielse, även i de länder som har varit underkuvade av våldet och vacklat i förvirring efter det slag de fick ta emot. Deras krig väcker denna vilja till och med hos axelmakternas folk, som inser att de har dragits in i en desperat situation enkom för att tillfredsställa sina härskares maktbegär. Denna långsamma process, genom vilken enorma människomassor passivt lät sig formas av den nya regimen, anpassades till den och bidrog på så sätt till att konsolidera den, har nu stannat upp, och den omvända processen har i stället inletts. I denna enorma våg, som sakta växer till sig, återfinns alla de progressiva krafterna och de mest upplysta grupperna inom arbetarklassen, som inte låtit sig avledas i sina strävanden mot en högre livsform av terrorn eller smickret; de mest välinformerade bland de intellektuella, som förolämpats av den djupa förnedring som förnuftet har utsatts för; företagare som känner sig i stånd till nya initiativ, och vill befria sig från det byråkratiska oket och de nationella autarkierna som har inskränkt deras minsta rörelse; och slutligen alla övriga som, på grund av en medfödd känsla av värdighet, inte kan kröka rygg under ett förödmjukande slaveri. Räddningen av vår civilisation anförtros idag alla dessa krafter. II. Efterkrigstidens uppgifter. Ett enat Europa Tysklands fullständiga nederlag skulle dock inte automatiskt leda till en nyordning i Europa enligt vårt civilisationsideal. Under en kort och intensiv krisperiod (när nationalstaterna ligger krossade, och när folkmassorna, som smält materia, glödande och lätt att stöpa i nya former, ängsligt väntar på nya budskap och vägledning från verkligt internationalistiskt sinnade människor), kommer de mest privilegierade klasserna i de gamla nationella systemen att, med list eller våld, försöka dämpa vågen av känslor och internationalistisk passion, och de kommer helt öppet ägna sig åt att rekonstruera de gamla statsorganen. Det är också troligt att de engelska ledarna, kanske i samförstånd med de amerikanska, försöker driva på sakerna i den riktningen i syfte att återuppta maktbalanspolitiken, skenbart i deras imperiers omedelbara intresse. De konservativa krafterna, dvs. ledarna för nationalstaternas grundläggande institutioner; de väpnade styrkornas övre skikt (som A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 95

96 sammanfaller med monarkierna där dessa fortfarande förekommer); de monopolkapitalistiska grupper som har knutit sina profiters öden till statens; storgodsägarna och de högtidliga prästhierarkierna, som bara kan få sina parasitinkomster garanterade i ett stabilt, konservativt samhälle; och utöver dem de otaliga skaror som är beroende av dem och som är förblindade av deras traditionella makt; alla dessa reaktionära krafter känner nu att byggnaden knakar i fogarna och försöker rädda sig. Om byggnaden störtar samman skulle de i ett slag berövas alla de garantier de dittills haft och utsättas för de progressiva krafternas angrepp. DEN REVOLUTIONÄRA SITUATIONEN: GAMLA OCH NYA STRÖMNINGAR De totalitära regimernas fall kommer att innebära ankomsten av en känslomässig «frihet» för hela folk, då varje hämmande kraft försvinner, och vidsträckt yttrandefrihet och föreningsfrihet automatiskt kommer att råda. Det kommer att vara de demokratiska tendensernas triumf. Dessa tendenser har oräkneliga nyanser, från urkonservativ liberalism till socialism och anarki. De tror på händelsers och institutioners «spontana uppkomst», och på den absoluta godheten hos de underifrån kommande impulserna. De vill inte tvinga fram förändringar hos «historien», «folket», «proletariatet», eller vad de nu kallar sin gud. De önskar livligt att diktaturen skall upphöra och föreställer sig att folket då återlämnas den oemotsägliga rätten till självbestämmande. Deras högsta dröm är en konstituerande församling, som har valts med den mest utvidgade rösträtt och med den mest skrupulösa respekt för väljarna, och som beslutar om vilken författning folket skall anta. Om folket är omoget kommer det att anta en dålig författning, som man kommer att kunna rätta till endast med ihärdiga ansträngningar för att övertyga. Demokraterna ryggar i princip inte för våld, men vill bara bruka våld när majoriteten är övertygad om att det är oundvikligt, dvs. när det inte betyder mer än att sätta en nära nog överflödig prick över i:et. Demokraterna är därför passande ledare enbart i tider med normal förvaltning, när hela folket är övertygat om de grundläggande institutionernas godhet och då dessa bara måste ändras i relativt sett mindre viktiga hänseenden. I revolutionstider, när institutionerna inte bara måste förvaltas, utan skapas, fallerar de demokratiska tillvägagångssätten på ett uppseendeväckande sätt. Demokraternas ömkliga oförmåga under revolutionerna i Ryssland, Tyskland och Spanien är tre av de senaste exemplen. I sådana situationer, när den gamla statsapparaten med dess lagar och förvaltning har fallit, frodas omedelbart, under sken av gammal legalitet eller i öppet trots mot den, en mängd församlingar och A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 96

97 folkrepresentationer, där alla progressiva sociala krafter löper samman och agiterar. Folket har således vissa grundläggande behov som skall tillfredsställas, men det vet inte precis vad det vill eller vad det måste göra. Tusen klockor ringer i dess öron, men det miljonhövdade folket verkar inte kunna finna en gemensam riktning, och det splittras upp i en mängd tendenser som bekämpar varandra. I det ögonblick då det behövs störst beslutsamhet och mod känner sig demokraterna vilsna eftersom de inte har ett spontant folkligt samförstånd bakom sig, utan bara ett grumligt tumult av passioner. De tror då att deras skyldighet är att skapa ett sådant samförstånd, och de framställer sig som övertygade förespråkare där det istället behövs ledare som visar vägen och strävar åt ett bestämt håll. De går miste om gynnsamma tillfällen att konsolidera den nya regimen eftersom de försöker få de organ, som förutsätter lång förberedelse och som är anpassade till perioder av relativt lugn, att omedelbart börja fungera; de ger sina motståndare vapen som dessa sedan använder för att störta dem; när allt kommer omkring utgör de med sina tusen tendenser inte viljan till förnyelse utan de fåfänga begär som bor i alla sinnen, och som genom att paralysera varandra bereder terräng för en reaktionär utveckling. De demokratiska politiska metoderna kommer att vara en dödvikt under den revolutionära krisen. Efter att demokraterna med otaliga hårklyverier har slitit ut sin första popularitet som frihetsförespråkare, och i avsaknad av en seriös politisk och social revolution, kommer de pretotalitära politiska institutionerna osvikligt att återupprättas, och kampen att vändas och utvecklas enligt de gamla mönstren med klassmotsättningar. Principen att klasskampen är det tillstånd som alla politiska problem kan reduceras till har varit en fundamental riktlinje, särskilt för fabriksarbetarna, och den har tjänat till att ge stadga åt deras politik, så länge inte samhällets grundläggande institutioner har ifrågasatts. Men denna princip blir ett instrument som isolerar proletariatet, när det behövs en omvandling av hela samhällets organisation. De klassmedvetna arbetarna vet då bara att ta hänsyn till de särskilda behoven hos den egna klassen, eller gruppen, utan att befatta sig med hur de skall kunna förena dem med de andra klassernas intressen. De eftersträvar den egna klassens diktatur, för att kunna förverkliga den utopiska kollektiviseringen av alla materiella produktionsmedel, något som i en sekellång propaganda har angetts som en universalkur för deras lidande. Denna politik verkar inte göra intryck på något annat skikt än arbetarna, som på grund av den undandrar de andra progressiva krafterna sitt stöd, och låter dessa hamna i reaktionens makt, som skickligt organiserar dem i syfte att knäcka just den proletära rörelsen. A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 97

98 Bland de olika proletära tendenserna, anhängarna av klasspolitiken och det kollektivistiska idealet, har kommunisterna erkänt svårigheten med att bli tillräckligt starka för att segra och därför har de i motsats till de andra folkliga partierna omvandlats till en strängt disciplinerad rörelse, som utnyttjar den ryska myten för att organisera arbetarna, utan att ta order av den men genom att utnyttja den i de mest skiftande intriger. Detta förhållningssätt gör kommunisterna effektivare än demokraterna under revolutionära kriser; men genom att så mycket som möjligt hålla arbetarklassen åtskild från de andra revolutionära klasserna genom att förkunna att deras «sanna» revolution skall komma blir de ett sekteristiskt element som försvagar helheten i det avgörande ögonblicket. Dessutom hindras de av sitt oavlåtliga beroende av den ryska staten, som upprepade gånger använt dem för att söka fullfölja sin nationella politik, från att driva en politik med minsta kontinuitet. De måste hela tiden gömma sig bakom en Karoly, en Blum, en Negrin, för att sedan lätt rasa ner tillsammans med de demokratiska marionetter som används, eftersom makten inte kan uppnås och upprätthållas blott genom list, utan därutöver kräver förmågan att organiskt och vitalt svara mot det moderna samhällets behov. Om morgondagens kamp skulle inskränkas till det traditionella, nationella området, så skulle det vara mycket svårt att undvika de gamla motsägelserna. Nationalstaterna har mycket riktigt redan planerat sina egna respektive ekonomier så ingående att den centrala frågan snart skulle bli att bara reda ut vilken grupp av ekonomiska intressen, dvs. vilken klass, som skulle få kontroll över spelplanen. Fronten med de progressiva krafterna skulle lätt krossas i trätan mellan klasser och ekonomiska grupper. Med största sannolikhet skulle det vara de reaktionära som tjänar på det. En sann revolutionär rörelse måste uppstå bland dem som har vetat att kritisera de gamla politiska hållningarna; den måste kunna samarbeta med de demokratiska krafterna, med de kommunistiska, och i största allmänhet med alla dem som verkar för totalitarismens fall, men utan att snärja in sig i några av gruppernas respektive politiska praktiker. De reaktionära krafterna förfogar över dugliga män och ledare, som är tränade i att föra befäl och som kommer att kämpa oförtrutet för att bevara sin överlägsenhet. I det avgörande ögonblicket kommer de att veta hur de skall framträda, väl kamouflerade. De kommer att utropa sig till fredsälskare, frihetsälskare och till förkämpar för allmänt välstånd för de fattigaste klasserna. Vi har redan, i det förflutna, sett hur de nästlat sig in i folkrörelserna, paralyserat och avlett dem, och omvandlat dem till sin raka motsats. De kommer tveklöst att utgöra den farligaste kraften som man kommer att behöva göra upp med. A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 98

99 Frågan som dessa krafter kommer att lyfta fram är återinförandet av nationalstaten. De kommer således att ta tag i den mest utbredda folkliga känslan, den som har kränkts mest av de nya rörelserna, den som är lättast att använda för reaktionära syften: den patriotiska. På det sättet kan dessa krafter också hoppas på att lättare grumla samman motståndarnas idéer, eftersom folkmassornas dittills enda politiska erfarenhet är den som utvecklades inom den nationella sfären, varför det är ganska lätt att inrikta både dem och deras mer närsynta ledare på återuppbyggandet av de stater som har nerfällts i den kraftiga stormen. Om de reaktionära krafterna uppnår det målet kommer de att ha vunnit. Hur dessa stater än ger sken av att vara i grunden demokratiska eller socialistiska, så skulle det bara vara en tidsfråga innan makten åter hamnar i de reaktionäras händer. De nationella avundsjukorna skulle få nytt liv, och varje stat skulle återigen försöka uppfylla dess egna behov uteslutande genom vapenmakt. Deras huvudsakliga uppgift skulle bli att på mer eller mindre kort sikt omvandla sina folk till arméer. Generalerna skulle återgå till att föra befäl, monopolägarna skulle profitera på autarkierna, byråkratkåren svälla och prästerna hålla massorna fogliga. Alla de tidigare landvinningarna skulle krympa till ett intet inför nödvändigheten av att på nytt förbereda sig för krig. Den fråga som i första hand måste lösas varje annat framsteg vore annars bara ett sken är det slutgiltiga avskaffandet av Europas indelning i suveräna nationalstater. Genom att merparten av kontinentens stater har brutit samman under den tyska ångvälten har de europeiska folkens öde redan förenats; de kommer antingen att gemensamt underkastas Hitlers herravälde, eller också, när det har fallit, gemensamt gå in i en revolutionär kris, där de inte kommer att ha stelnat i eller vara åtskilda i solida statsstrukturer. Stämningen är idag långt mer än förut inställd på en federal omorganisation av Europa. Den svåra erfarenheten från de senaste decennierna har öppnat ögonen även på dem som inte ville se, och har gjort att många omständigheter som främjar vårt ideal har mognat. Alla förnuftiga människor erkänner numera att det är omöjligt att upprätthålla en jämvikt mellan självständiga europeiska stater i vilken det militaristiska Tyskland ingår på samma villkor som de andra; det är inte heller möjligt att stycka upp Tyskland och hålla landet i schack när det väl har besegrats. Bevisligen kan inget land i Europa ställa sig utanför när de andra slåss. Förklaringar om neutralitet och icke angreppspakter är värdelösa. Deras lönlöshet och till och med skadlighet har nu demonstrerats av organisationer som Nationernas förbund, som gjorde anspråk på att garantera internationell rätt utan att ha någon militär kraft med kapaciteten att genomföra organisationens beslut, och som fortfarande respekterade de deltagande A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 99

100 staternas absoluta suveränitet. Principen om icke intervention har visat sig vara absurd, eftersom varje folk enligt den skall få fritt välja att överlämna sig till det despotiska styre det anser vara bäst, som om varje enskild stats inre konstitution inte skulle utgöra ett vitalt intresse för alla de andra europeiska länderna. De många problem som förgiftar kontinentens internationella liv har blivit omöjliga att lösa: gränser som dras kring områden med blandad befolkning, försvaret av etniska minoriteter, tillgång till hamnar för länder som ligger i Europas inre, Balkanfrågan, Irlandfrågan osv. De problemen skulle finna en enkel lösning i europeiska förbundet, på samma sätt som motsvarande problem tidigare har mildrats för småstater som blivit en del av en större nationell enhet, genom att de förvandlats till interna frågor mellan olika provinser. Å andra sidan så utgör slutet på känslan av säkerhet vad gällde Storbritanniens oangriplighet, som hade uppmanat engelsmännen till «splendid isolation», samt den franska arméns och själva den franska republikens upplösning vid de tyska styrkornas första allvarliga framstöt (vilket förhoppningsvis borde ha försvagat den chauvinistiska inbilskheten gällande den franska överlägsenheten), och i synnerhet medvetenheten om vilken allvarlig risk man löpte för hela Europas förslavning, omständigheter som alla kommer att främja bildandet av en federal regim, som kommer att göra slut på den rådande anarkin. Genom det förhållande att England har accepterat principen om Indiens självständighet, och Frankrike potentiellt förlorat hela sitt imperium i och med att landet har erkänt sig besegrat, kommer det också att bli lättare att hitta en grund för samförstånd i syfte att skapa en europeisk ordning för frågor som rör de koloniala besittningarna. Till allt detta måste slutligen läggas, att några av de mest betydande dynastierna har försvunnit och att den bas som håller de kvarvarande dynastierna uppe är svag. Man måste beakta att dynastierna, genom att de har betraktat de olika länderna som sina egna hävdvunna apanage, och de mäktiga intressen som har gett dem sitt stöd, i själva verket har utgjort ett allvarligt hinder för en förnuftsbaserad organisation av Europas förenade stater, som bara kan vila på en republikansk konstitution omfattande alla förbundsstater. Och när den gamla kontinentens horisont väl har passerats, kommer alla de folk som utgör mänskligheten att omsluta varandra i en gemensam vision, och man kommer att inse nödvändigheten av den europeiska federationen som den enda tänkbara garanten för att förbindelserna med de asiatiska och amerikanska folken skall kunna utvecklas på en fredlig samarbetsgrund i väntan på en mera avlägsen framtid, där en global politisk enhet kommer att bli möjlig. Skiljelinjen mellan de progressiva och de reaktionära partierna skär därför numera inte längs den formella linjen mellan mer eller mindre demokrati eller A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 100

101 mer eller mindre socialism, utan längs den i grunden helt nya linjen mellan dem som förlägger kampens primära syfte till det gamla området, dvs. erövrandet av den nationella politiska makten och som, om än ofrivilligt, kommer att spela de reaktionära krafterna i händerna genom att låta folkens passion likt vitglödgad lava vända och stelna i den gamla formen så att gamla absurditeter uppstår på nytt och dem som kommer att se skapandet av en solid internationell stat som den viktigaste uppgiften, som kommer att inrikta folkets kraft mot detta mål, och som, också om de erövrar den nationella makten, först och främst skulle använda den som ett instrument för att förverkliga internationell enhet. Med propaganda och handling, genom att på alla sätt söka upprätthålla avtal och band mellan de enskilda rörelser som redan håller på att bildas i olika länder, måste nu grunden läggas för en rörelse som kan mobilisera alla krafter; detta krävs för att skapa den nya organism som kommer att bli den mest storslagna förnyelsekraften som har uppstått i Europa på århundraden; för att kunna inrätta en bred federal stat som förfogar över en europeisk väpnad styrka i stället för de nationella arméerna, vilket definitivt kommer att sopa undan de ekonomiska autarkierna, ryggraden i de totalitära regimerna; för att organisationen skall ha de organ och resurser som behövs för att i de enskilda federala staterna genomföra sina beslut, som skall syfta till att upprätthålla en gemensam ordning; och för att ge staterna den autonomi som medger en smidig utformning och utveckling av det politiska livet som svarar mot de skilda folkens olika egenskaper. Om det i de största europeiska länderna finns ett tillräckligt stort antal människor som förstår detta, kommer segern snart att vara deras, eftersom både omständigheterna och människornas sinnelag kommer att främja deras ansträngningar. Omkring sig kommer de att se partier och trender som allihopa redan har diskvalificerat sig genom de senaste tjugo årens katastrofala erfarenhet. Eftersom tiden för ny handling kommer att vara inne, kommer tiden för nya människor också att vara inne tiden för RÖRELSEN FÖR ETT FRITT OCH ENAT EUROPA! III. Efterkrigstidens uppgifter. Reformen av samhället Ett fritt och enat Europa är en nödvändig förutsättning för att förstärka den moderna civilisationen, för vilken den totalitära eran var ett bakslag. Slutet på denna era innebär att den historiska processen som motarbetar skillnader och sociala privilegier omedelbart återupptas fullt ut. Alla de gamla konservativa institutionerna som hindrade dess genomförande kommer att ha brutit A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 101

102 samman, eller vara i färd med att bryta samman, och deras kris måste utnyttjas med mod och beslutsamhet. Den europeiska revolutionen måste vara socialistisk för att svara mot våra behov, dvs. dess föresats måste vara att emancipera arbetarklassen och att skapa mänskligare levnadsförhållanden för arbetarna. Kompassen för åtgärderna som måste vidtas i denna riktning kan dock inte vara den rent doktrinära principen, enligt vilken den privata äganderätten till de materiella produktionsmedlen i princip måste avskaffas och bara tolereras tillfälligt, i de fall den inte kan undvaras. Den första utopiska form i vilken arbetarklassen har formulerat sin befrielse från det kapitalistiska oket har varit det allmänna förstatligandet av ekonomin. När förstatligandet en gång väl har förverkligats fullt ut, leder det emellertid inte till det mål som arbetarklassen har drömt om, utan till inrättandet av en regim där hela befolkningen förslavas under en byråkratklass som förvaltar ekonomin. Den verkligt grundläggande principen för socialismen, och den för vilken den allmänna kollektivismen bara har varit en förhastad och felaktig slutsats, är den princip enligt vilken de ekonomiska krafterna inte får härska över människorna, utan skall likt naturkrafterna kuvas, ledas och kontrolleras av människorna på det mest rationella sättet, så att de stora massorna inte skall falla offer för dem. De gigantiska framstegskrafter som uppkommer ur det individuella intresset får inte förödas i rigida rutinförfaranden, för att vi sedan bara skall stå inför det olösliga problemet med att blåsa nytt liv i entreprenörsandan, genom löneskillnader och andra åtgärder. Dessa krafter måste i stället uppmuntras och spridas genom större möjligheter till utveckling och användning, och kanalerna som skall föra dem mot målet, den största nyttan för hela kollektivet, måste samtidigt förbättras och konsolideras. Den privata äganderätten måste avskaffas, begränsas, korrigeras eller utvidgas från fall till fall, och inte dogmatiskt, enligt en princip. Denna riktlinje är ett naturligt led i processen att forma ett europeiskt ekonomiskt liv, som skall vara befriat från såväl militarismens mardrömmar som nationell byråkrati. De rationella lösningarna måste ersätta de irrationella, även i arbetarnas medvetande. Vi vill genom att framhäva följande punkter ange innehållet i denna strävan mer i detalj, och betona att det lämpliga i var och en av programpunkterna, och medlen för att uppnå dem, måste bedömas i förhållande till den europeiska enheten som numera utgör en oundgänglig förutsättning för dem: a) Företag som bedriver en med nödvändighet monopolistisk verksamhet och som har möjlighet att profitera på konsumentmassorna (t.ex. elindustrin) kan inte längre lämnas åt privata ägare; inte heller företag som vill hålla sig vid liv av skäl som sammanhänger med kollektivets intresse, men som för att stå A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 102

103 stadigt behöver skyddstullar, bidrag och preferensorder osv. (det viktigaste exemplet på denna typ av industri just nu är i Italien stålindustrin); eller företag som genom storleken på investerat kapital och antalet anställda, eller genom betydelsen hos den sektor som de dominerar, kan utöva utpressning på statsorganen för att dessa skall genomföra den för dem mest fördelaktiga politiken (t.ex. gruvindustrin, storbankerna och vapenindustrin). Det är på detta område som man utan vidare måste gå fram med förstatligande i mycket stor skala, utan att fästa någon vikt vid lagligen förvärvade rättigheter. b) Ägande och arvsrättens tidigare utformning gjorde det möjligt att i några få privilegierades händer ackumulera rikedomar som det är på sin plats att under en revolutionär kris omfördela på ett jämlikt sätt, för att avskaffa de parasiterande klasserna och ge arbetarna de produktionsverktyg som de behöver för att kunna förbättra sina ekonomiska villkor och uppnå större självständighet i sina liv. Vi tänker således på en jordbruksreform, som genom att jorden övergår till dem som brukar den ökar antalet ägare, och en industriell reform, som i de icke förstatligade sektorerna utvidgar arbetarnas äganderätt genom kooperativ drift, anställdas aktieinnehav osv. c) De unga måste hjälpas med nödvändiga åtgärder för att minska avstånden mellan deras utgångsförutsättningar till ett minimum. I synnerhet skall den allmänna skolan ge de mest begåvade studenterna, inte de rikaste, reella möjligheter att bedriva studier upp till den högsta nivån, och den skall inom varje studieområde som leder till en yrkesutbildning, eller till olika fria och vetenskapliga professioner, förbereda det antal studenter som svarar mot marknadens behov, för att genomsnittslönerna i stort sett skall bli lika för alla yrkesgrupper, även om lönerna inom varje grupp kan skilja sig åt efter olika individuell förmåga. d) Den nästan obegränsade kapaciteten för massproduktion av viktiga förnödenheter med den moderna tekniken gör det nu möjligt att, till en relativt låg social kostnad, tillförsäkra alla mat, bostäder, kläder och den minsta bekvämlighet som är nödvändig för att upprätthålla mänsklig värdighet. Den sociala solidariteten gentemot förlorarna i den ekonomiska kampen får av det skälet inte manifesteras i olika former av förödmjukande välgörenhet, som orsakar samma onda cirkel som de försöker bryta, utan genom en rad åtgärder som ovillkorligt garanterar alla en anständig levnadsstandard, oavsett om de kan arbeta eller inte, utan att därigenom minska stimulansen till arbete och sparande. På detta sätt skulle ingen genom sin nöd tvingas acceptera dekapiterande arbetsavtal. e) Arbetarklassens befrielse kan bara åstadkommas genom att de villkor som skisseras i de föregående punkterna förverkligas, utan att ännu en gång dikteras av de monopolistiska fackföreningarna och deras ekonomiska politik, A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 103

104 som helt enkelt överför storkapitalets repressiva metoder på arbetets område. Arbetarna måste åter få frihet att välja sina befullmäktigade ombud för att kollektivt förhandla fram de villkor under vilka de avser att utföra sitt arbete, och staten måste ge dem de rättsliga medel som krävs för att garantera att ingångna avtal hålls; men alla monopolistiska tendenser kan slås ned effektivt när de sociala förändringarna väl har genomförts. Dessa är de förändringar som krävs för att i den nya ordningen skapa ett mycket brett skikt av medborgare, som har ett intresse av att upprätthålla den, och för att det politiska livet skall präglas av frihet och en stark känsla av social solidaritet. På dessa grunder skulle de politiska friheterna verkligen få ett konkret och inte bara ett formellt innehåll för alla, eftersom medborgarna kommer att vara självständiga och ha tillräcklig kunskap för att utöva en effektiv och kontinuerlig kontroll över den styrande klassen. Det torde vara överflödigt att uppehålla sig vid de konstitutionella institutionerna, eftersom vi inte kan förutse de villkor under vilka de kommer att inrättas och fungera, utan vi kan bara upprepa det som alla redan vet när det gäller nödvändigheten av representativa organ för utformningen av en lagstiftning och oberoende domstolar, som skall ersätta den nuvarande ordningen och garantera en opartisk lagtillämpning, tryckfrihet och föreningsfrihet i syfte att upplysa den allmänna opinionen och ge alla medborgare möjlighet att reellt delta i statens liv. Bara på två punkter krävs ytterligare preciseringar, på grund av deras särskilda betydelse i vårt land just nu, nämligen förhållandet mellan staten och kyrkan, samt den politiska representationens form. a) Det fördrag genom vilket Vatikanen slutit sin allians med fascismen i Italien måste omedelbart upphävas, för att entydigt slå fast statens fullständigt konfessionslösa natur och dess överhöghet över det medborgerliga livet. Alla religiösa trosinriktningar skall respekteras lika, staten skall inte längre ägna sig åt någon balansräkning mellan religionerna. b) Den barack av papier maché som fascismen har byggt genom den korporativistiska ordningen kommer att störta samman med den totalitära statens alla övriga delar. Det finns de som tror att man kan hämta material till morgondagens konstitutionella ordning från dessa spillror. Det tror inte vi. I den totalitära staten är de korporativa kamrarna den stora bluff som kröner den polisiära kontrollen över arbetarna. Även om de korporativa kamrarna vore ett uppriktigt uttryck för de olika producentgrupperna, så skulle de representativa organen för de olika yrkesgrupperna ändå aldrig kunna vara kvalificerade att behandla allmänpolitiska frågor, och i mer specifikt ekonomiska frågor skulle de bli till förtryckarorgan för de fackligt starkare grupperna. Fackföreningarna kommer att ha vidsträckta funktioner i samarbetet med de statsorgan vars A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 104

105 uppdrag det är att lösa sådana problem som direkt berör fackföreningarna, men det är definitivt uteslutet att de skulle få någon lagstiftande funktion, eftersom detta skulle kunna medföra en feodal anarki inom det ekonomiska livet som skulle sluta i en förnyad politisk despotism. Många som naivt har låtit sig luras av myten om korporativism kan och bör lockas av förnyelsearbetet, men det är nödvändigt att de är medvetna om det absurda i den lösning som de på ett förvirrat sätt drömde om. Korporativismen kan inte ha någon konkret existens förutom i den form som härrör från de totalitära staterna, med syftet att underordna arbetarna under tjänstemän som i den styrande klassens intresse kontrollerar deras minsta rörelse. Det revolutionära partiet kan inte på ett amatörmässigt sätt improviseras fram i det avgörande ögonblicket, utan måste redan nu börja ta form åtminstone vad gäller dess huvudsakliga politiska inriktning, allmänna struktur och första handlingsprogram. Partiet får inte företräda en heterogen koalition av tendenser, som bara förenas tillfälligt och negativt, dvs. genom sitt antifascistiska förflutna och enkom i kravlös väntan på att den totalitära regimen skall falla, och som alla är beredda att skingras och gå sin egen väg när de väl har uppnått sitt mål. Det revolutionära partiet vet i stället att det är först då som dess arbete verkligen börjar, och det måste därför bestå av människor som är överens om de viktigaste framtidsfrågorna. Partiet måste med sin metodiska propaganda tränga igenom överallt där det finns människor som förtrycks av den nuvarande regimen, och med utgångspunkt i det problem som av de enskilda individerna och klasserna upplevs som allra mest smärtsamt, visa hur det hänger samman med andra problem och hur dessa problem skall lösas. Men från den växande skaran av sympatisörer får partiet till sin partiorganisation enbart rekrytera dem som har gjort den europeiska revolutionen till det viktigaste målet i sina liv, som dag för dag disciplinerat utför det nödvändiga arbetet och omsorgsfullt sörjer för kontinuerlig och effektiv säkerhet, även i situationer som innebär de mest olagliga handlingar, och sålunda utgör det solida nätverk som ger stadga åt den flyktigare kretsen av sympatisörer. Utan att försumma något tillfälle eller område vid spridningen av sitt budskap, måste partiet först och främst inrikta sin verksamhet på de miljöer som är de viktigaste centra för åsiktsspridning och rekrytering av stridslystna människor, framförallt från de två samhällsgrupper som är mest mottagliga i dagens situation, och mest avgörande för morgondagens, nämligen arbetarklassen och de intellektuella. Den första gruppen är den som minst underkastat sig den totalitära piskan, och som snabbast kommer att omorganisera de egna leden. De intellektuella, särskilt de yngsta, är de som allra mest känner att de andligen kvävs och kväljs av den rådande despotismen. A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 105

106 Allteftersom kommer andra klasser oundvikligen att dras med i den allmänna rörelsen. Varje rörelse som misslyckas med uppgiften att förena dessa krafter är dömd till improduktivitet, eftersom en rörelse med enbart intellektuella kommer att sakna den styrka från massorna som behövs för att slå tillbaka det reaktionära motståndet; den kommer att vara misstänksam och misstrogen gentemot arbetarklassen, och även om den inspireras av demokratiska känslor så kommer den att vara benägen att ducka för svårigheterna med de andra klassernas reaktion mot arbetarna, och således gå mot ett återinförande av totalitarismen. Om den stödjer sig enbart på arbetarklassen, så kommer den att sakna den tankens klarhet som bara kan komma från de intellektuella, och som är nödvändig för att urskilja de nya uppgifterna och de nya vägarna; den kommer att bli det gamla klassmedvetandets fånge, den kommer att se fiender överallt och glida mot den doktrinära, kommunistiska lösningen. Under den revolutionära krisen tillkommer det detta parti att organisera och leda de progressiva krafterna genom att använda alla de spontant bildade folkliga organen som glödande smältdeglar, där de revolutionära krafterna legeras, inte för att förrätta folkomröstningar, utan för att ledas framåt. Partiet hämtar sin vision och förvissning om det som måste göras, inte från en förmodad välsignelse från en ännu obefintlig folkvilja, utan i medvetenhet om att det företräder det moderna samhällets djupgående behov. På det sättet anger partiet de första riktlinjerna för den nya ordningen, de nya massornas första sociala disciplin. Genom denna det revolutionära partiets diktatur formas den nya staten, och kring denna stat den nya demokratin. Det finns ingen anledning att frukta att en sådan revolutionär regim med nödvändighet skulle utmynna i en ny despotism. Den skulle hamna där om det är ett servilt samhälle som formas. Om det revolutionära partiet dock med fast hand från första början skapar förutsättningarna för frihet, där alla medborgare kan delta reellt i statens liv, så kommer dess utveckling, även genom eventuella mindre politiska kriser, gå i riktning mot en ökande förståelse och acceptans för den nya ordningen hos alla, och därmed en växande möjlighet för de fria politiska institutionerna att fungera. Idag har ögonblicket kommit när det är nödvändigt att undanröja gamla hinder som står i vägen; att förbereda sig för det nya som kommer, som är så olikt det man har föreställt sig; och att göra sig av med de odugliga bland de gamla och väcka ny energi hos de unga. De som har insett orsakerna till den europeiska civilisationens nuvarande kris söker och finner varandra idag, när de börjar fläta samman framtidens väv, och de förvaltar arvet från alla de rörelser för mänsklighetens upphöjelse som har strandat till följd av sin A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 106

107 oförmåga att förstå vare sig vilket mål som skulle uppnås eller vilka medel som skulle användas för att uppnå det. Vägen som skall följas är varken lätt eller säker, men den måste följas, och kommer att följas! A. Spinelli, E. Rossi, Utkast till ett Manifest 107

108 Magyarország Előszó a Ventoténei Kiáltvány magyar kiadásához Péter Sárközy Altiero Spinelli születésének századik évfordulóján a legnagyobb olaszországi egyetem, a római La Sapienza javaslatára Nemzeti Bizottság alakult, hogy Itália szerte megemlékezzenek az Európai Unió egyik első megálmodójáról, Altiero Spinelliről, aki politikai száműzetésében Ventotene szigetén 1941 ben, a második világháború második évében fogalmazta meg politikai nyilatkozatban egy új egységes Európa, az Európai Egyesült Államok gondolatát. A Szabad és egységes Európáért (Manifesto per un Europa libera e unita. Progetto d un manifesto) című kiáltványt a Nápolytól majd száz kilométerre lévő szigetről a száműzöttek hozzátartozói csempészték be a felszigetre, és jelent meg nyomtatásban először augusztus 29 én. Az új demokratikus föderatív Európáról írt nyilatkozatot az emlékév alkalmából a római La Sapienza Tudományegyetem lefordíttatta az Európai Únió összes tagállamának nyelvére, köztük magyarra is, és ezt kiadványt most eljuttatjuk az Európai Parlament tagállamai képviselőinek. A Rómában született Altiero Spinelli ( ) szociális érzékenysége folytán fiatalon az olasz baloldal soraiban keresett választ az első világháború utáni Itália társadalmi igazságtalanságaira, és szállt szembe a demokratikus jogokat eltörlő olasz fasiszta diktatúrával ben, mint az Olasz Kommunista Párt ifjúsági tagozatának egyik vezetőjét tartóztatták le, és ítélték el tíz évi börtönre. A börtönbüntetést követően 1937 ben újabb hat év száműzetésre ítélték, melyet az akkori időben csak több napi hajóúttal megközelíthető Ventotene szigetén kellett letöltenie. A börtön évek alatt megismert antifasiszta barátai, Umberto Terracini és a híres fiumei történész Leo Valiani voltak a vitapartnerei, az ő hatásukra és a sztálini diktatúráról érkező egyre aggasztóbb hírek tanulságát levonva elutasította a proletárdiktatúra lenini gondolatát, és éppúgy, mint a vele egyidőben elitélt Antonio Gramsci, szakított a börtönben lévő kommunistákkal, akik kezdeményezésére 1937 ben, Gramsci halálát követően, kizárják a Kommunista Pártból éppúgy, mint a Szovjetúnióból önkéntes számüzetésbe menekült neves baloldali olasz írót, Ignazio Silonét. Ekkor Spinelli már egy új eszme követője volt: az egységes Európáé. Az első világháború kitörése, majd az azt követő, az európai nemzeteket egymás ellen fordító Versaillesi béke, az olasz fasizmus, majd a német nemzeti szocializmus győzelme, az oroszországi polgárháború szörnyűségei és a proletárdiktatúra sztálini gyakorlata arról győzték meg Spinellit, hogy az P. Sárközy, Előszó a Ventoténei Kiáltvány magyar kiadásához 108

109 európai nemzetek boldogulásának egyetlen biztositéka az lehet, ha megszűnnek az egyes nemzeteket elválasztó határok, a más nemzetek legyőzését és bekebelezését célzó háborúk. Míg az újabb világháborúba sodródó Eurpában a negyvenes évek az emberiség történelmének legnagyobb szörnyűségeit hozták az emberekre, a teljes elzártságban élő Altiero Spinelli a száműzetésben vele együtt lévő társaival, a közgazdász Ernesto Rossival, a filozófus Eugenio Colornival és későbbi feleségével, a német antifasiszta Ursula Hirschmannal ben megszövegezik az Egységes és szabad Európáért című kiáltványukat (Manifesto per un Europa libera e unita). A több fejezetből álló kiadványt cigarattepapírokra másolták, és a száműzetteket meglátogatására érkező családtagok segítségével csempészték be a félszigetre, és már között sokszorosításban terjedt. Mussolini bukását követően Spinelli társaival együtt visszatér a száműzetésből és az olasz ellenállási mozgalom részeként 1943 augusztusában Milánóban megalapítják az európai föderációt célzó mozgalmukat, a Movimento Federalista Europeót. Ennek programjaként adják ki augusztus 29 én a Ventotenei kiáltvány t. Tekintettel, hogy az eredeti szöveg megfogalmazásakor, júniusában a Szovjetúnió még nem állt háborúban a fasiszta Németországgal, és korábban közösen rohanták le Lengyelországot, így az 1943 ban kiadásra került szövegből ki kellett hagyni a Szovjetuniót megbélyegző részeket, de megmaradtak a kommunista internacionalizmussal és a proletárdiktatúrával szembeni határozott fenntartások. Az általuk megálmodott háború utáni Európának szembe kell fordulnia mindenféle rasszizmussal, nacionalizmusssal, a totalitárius rendszerekkel és az osztálygyűlöletként és harcként értelmezett kommunizmus sztálini gyakorlatával. A kiáltványt a háború legtragikusabb évének elején, január 22 én adták ki újból, amikor Itáliában polgárháború keretében már folyt a harc a német katonai megszállás felszámolásáért. A kiáltvány első fejezete a modern európai civilizáció válságát elemzi, ezt a világháború utáni korszak feladatainak kijelölése követi: Az európai egység megteremtése és az európai társadalmak demokratikus reformja szemben a radikális forradalmi törekvésekkel. A háború után megjelentetett, az Európai Egyesült Államok és a különféle politikai törekvések (Gli Stati Uniti d Europa e le varie tendenze politiche) című újabb kiadványuk mottójakén egy német Goethe idézetet választottak a szöveg elé ( Wir gehören zum Gescheld / das aus dem Dunkeln ins Helle strebt. ), mintegy jelezve, hogy az ellenség nem a német nép, hanem az embertelen német náci fasizmus volt. Ebben a Bibó Istvánnal egy időben írt háború utáni Európáról készített elemzésben külön fejezetek foglalkoznak a rasszizmus és a komunizmus kérdéseivel, melyek mindegyikére az igazi megoldást csak az európai államok demokratikus föderációjának megvalósítása adhatja meg. P. Sárközy, Előszó a Ventoténei Kiáltvány magyar kiadásához 109

110 A II. Világháború utáni, egy újabb polgárháború szélén álló Olaszországban Spinelli és elvbarátai természetesen a politikai egyedulamért vetélekedő jobb és baloldali pártok, a kereszténydemokraták és kommunisták harcának peremére, a politikán kivülre kerültek. De nem volt jobb a helyzet Európa más országaiban sem. Spinelli egységes Európáról írt tervezetei, melyekben a szuverén nemzeti államokat felváltó Európai Egyesült Államokról értekezett (Dagli Stati sovrani agli Stati Uniti d Europa, 1950; Il manifesto dei Federalisti Europei, 1950; L Europa non cade dal cielo, 1960; Tedeschi al bivio, 1965) nem találhattak meghallgatásra a hidegháborútól megosztott, vasfüggönytől, majd a berlini faltól elválasztott, a szovjet csapatok által részben megszállt kontinensen, ahol két katonai szövetség készült a másik megsemmísítésére. Ugyanakkor Altiero Spinelli végig kitartott elképzelései mellett, melyek az évtizedek múlásával fokozatosan megvalósultak. Előbb a demokratikus Német Szövetségi Köztársaság megalakulására került sor, majd a francia német kibékülésre, a Római szerződés megkötésére, illetve később az Európai Gazdasági Közösség létrehozására. Spinelli a 70 es évektől kezdődően az olasz baloldali pártok képviseletében haláláig volt tagja az Európai Bizottságnak, majd az Európai Parlamentnek. Egyik megszövegezője volt az Európai Unió alapokmányának, melynek alapelveit 1984 ben az Európai Parlament elfogadta ban bekövetkezett halála megakadályozta, hogy lássa álma részleges megvalósulását, a vasfüggöny lehullását, a berlini fal ledöntését, a szovjet csapatok közép keleteurópai államokból való kivonását, a Varsó Szerződés megszüntét, a Szovjetúnió által bekebelezett balti államok önállósulását, és végül 12 középkeleteurópai állam csatlakozását az Európai Unióhoz. Az Európai Unió egyik alapítójának, építőjének vallja Altiero Spinellit. Ennek bizonyságára 1993 ban az Európai Parlament épületének egyik szárnyát Altiero Spinelliről nevezték el. Altiero Spinelli egész életét végig kisérte az egységes Európa gondolata. Életművének igazi megkoronázása épp ezért az lehet, amikor az Európai Unió tagállamai elfogadják a közös Európa alkotmányát, mint az európai örök béke garanciáját. P. Sárközy, Előszó a Ventoténei Kiáltvány magyar kiadásához 110

111 Bevezetés Eugenio Colorni (Róma, 1944) Ezek az írások Ventotene szigetén születtek, és ott kaptak szerkesztett formát ben. Abban a rendkívüli légkörben, a minél szigorúbb fegyelem engedte rések között, az információkról a lehető legteljesebb képet ezernyi mesterkedéssel kialakítva, a kényszerített tétlenség szomorúsága és a közelgő felszabadulás aggodalma közepette, néhány elmében éretté vált azoknak a kérdéseknek az újragondolása, amelyek az addigi cselekedet és a politikai harcban követett magatartás alapját képezték. A konkrét politikai élettől való messzeség távolságtartóbb szemléletet nyújtott, és a hagyományos nézetek felülvizsgálását tanácsolta, a múltbéli sikertelenségek okait nem annyira a parlamenti vagy forradalmi taktika tévedéseiben keresve, vagy a helyzet általános «éretlenségében», mint inkább az általános hozzáállás hiányosságaiban, és abban, hogy a szokásos törésvonalak mentén alkalmazott harcban túl kevés figyelmet kapott az az újdonság, mely kezdte megváltoztatni a valóságot. A közeljövő nagy csatájának eredményes megvívására készülve nem csak egyszerűen a múltbéli tévedések korrigálásának szükségességét éreztük, hanem újra akartuk fogalmazni a politikai problémák, kereteit megszabadítva elménket a doktrinális előítéletektől vagy pártmítoszoktól. Így született meg egyesek elméjében az a központi elgondolás, miszerint a lényegi ellentmondás, amely a társadalmunkat gyötrő válságokért, háborúkért, nyomorúságért és kizsákmányolásért felelős, az a szuverén államok létezése, földrajzilag, gazdaságilag, katonailag azonosíthatók, melyek a többi államot vetélytársnak és potenciális ellenségnek tartják, és egymás mellett a folytonos bellum omnium contra omnes állapotában élnek. Ez az önmagában nem új elgondolás az újdonság erejével hatott megfogalmazásának körülményeit és az elgondolás alkalmát tekintve a következő okok miatt: 1.) Mindenekelőtt az összes progresszív politikai párt programjában szereplő internacionalista megoldást ugyanezek, bizonyos értelemben, az általuk kitűzött célok megvalósításának szükséges és majdnem automatikus következményének tartják. A demokraták azt vallják, hogy az általuk hirdetett államforma életbe léptetése, minden egyes országban, biztosan annak az egységes tudatnak a kialakulásához vezetne, mely legyőzve a kulturális és erkölcsi korlátokat, az első elengedhetetlen előfeltétele lenne a népek szabad E. Colorni, Bevezetés 111

112 egységének, politikai és gazdasági téren is. A szocialisták pedig azt gondolják, hogy a proletárdiktatúra felállítása a különböző államokban önmagában is egy kollektivista nemzetközi állam kialakításához vezetne. Az állam modern felfogásának, és az ehhez kötődő érdekek és érzelmek összességének a vizsgálata világosan megmutatja, hogy bár az államformák közötti analógiák megkönnyíthetik az államok közötti baráti kapcsolatokat és az együttműködést, ebből viszont még egyáltalán nem következik, hogy ez automatikusan és fokozatosan egységhez vezet, amíg kollektív érdekek és érzelmek fűzödnek a határokon belüli zárt egység megőrzéséhez. Tapasztalatból tudjuk, hogy a soviniszta érzelmek és a protekcionalista érdekek könnyen vezethetnek ütközéshez és versengéshez még két demokrácia esetében is; és nem biztos, hogy egy gazdag szocialista államnak szükségszerűen meg kell osztania saját forrásait egy másik, sokkal szegényebb szocialista állammal csak azért, mivel ebben a sajátjához hasonló államberendezés működik. Az államok közötti politikai és gazdasági határok eltörlése nem ered tehát szükségszerűen egy adott rendszernek az államokon belüli egyidejű bevezetéséből; de ez különálló probléma, melyet önerőből, az ehhez illő eszközökkel kell leküzdeni. Az igaz, hogy nem lehet szocialistának lenni anélkül, hogy egyben ne lennénk internacionalisták is; de inkább ideológiai kötelék által mint politikai és gazdasági szükségből; és az egyes államokban aratott szocialista győzelem nem vezet szükségszerűen az internacionális államhoz. 2.) Az, ami, ezen kívül, a szövetségi elmélet autonóm hangsúlyozását sürgette, az a tény volt, hogy a létező, és a múltjukat tekintve, a minden egyes államon belül megvívott harcokhoz kötödő politikai pártok, szokásból és hagyományból, az összes kérdést a nemzetállam létezésének néma feltételezéséből közelítik meg, és a nemzetközi renddel kapcsolatos problémákat «külpolitikai kérdésként» kezelik, melyeket diplomáciai lépésekkel és a különböző kormányok közötti megállapodásokkal kell megoldani. Ez a magatartás egyrészt oka, másrészt következménye a fent említett nézetnek, miszerint elég megszerezni saját országunk irányítását, a többi, hasonló rendszerű országgal való megállapodás és egység magától jön anélkül, hogy ennek külön politikai harcot szentelnénk. Jelen írások szerzőiben azonban mély gyökeret vert az a meggyőződés, hogy az, aki a nemzetközi rend kérdését az aktuális történelmi korban központiként akarja felvetni, és ennek megoldását a társadalmunkat érintő összes intézményes, gazdasági, szociális probléma megoldása szükséges előfeltételének tartja, szükségszerűen ebből a szemszögből kell, hogy figyelembe vegye az összes belpolitikai ellentétre vonatkozó kérdést és minden egyes párt magatartását, a hétköznapi harc taktikáját és stratégiáját illetően is. E. Colorni, Bevezetés 112

113 Minden kérdés, az alkotmányos szabadságtól az osztályharcig, a hatalom megszerzésének tervezésétől ennek megvalósításáig és gyakorlásáig, új fényben tűnik fel, ha abból indulunk ki, hogy az elsőrendű cél az egységes államrend megvalósítása nemzetközi téren. Maga a politikai játszma is, az ebben résztvevő erők közül az egyikre vagy a másikra való támaszkodás, az egyik vagy a másik jelszó hangsúlyozása, más és más látszatot nyer attól függően, hogy a kizárólagos cél a hatalom megszerzése és meghatározott reformok megvalósítása e az egyes államokon belül, vagy pedig az egész kontinenst átölelő szövetségi rendszer felállításának alapját képző gazdasági, politikai, erkölcsi előfeltételek megteremtése. 3.) További és talán a legjelentősebb ok volt az is, hogy egy európai szövetség eszményképe, első lépés egy világszövetség felé, néhány évvel ezelőttig még távoli utópiának tünhetett, ma azonban, ennek a háborúnak a végén, elérhető cél és majdnem kézzel fogható. A népek teljes keveredése, amelyet ez a konfliktus a német megszállás alá került összes országban okozott, a majdnem teljesen megsemmisített gazdaság új alapokon való újjáépítésének szüksége, és a politikai határokat, a vámsorompókat, az etnikai kisebbségeket stb. érintő összes problémának a napirendre való tűzése; magának ennek a háborúnak a jellege, melyben a nemzeti elemen oly gyakran felülkerekedett az ideológia, melyben azt láttuk, hogy a kis és közepes államok lemondtak saját szuverenitásukról az erősebb államok javára, és melyben maguk a fasiszták helyettesítették az «élettér» fogalmát a «nemzeti függetlenséggel»; mindezekben olyan adatok figyelhetők meg, melyek aktuálissá teszik, jobban mint valaha is, ebben a háború utáni korban, Európa szövetségi rendeződésének kérdését. Ez iránt minden társadalmi osztályból érkező erő érdekelt lehet gazdasági és eszmei okokból is. A megvalósítást megközelíthetjük diplomáciai tárgyalások útján és népmozgósítással; a művelt osztályokban az ezzel kapcsolatos problémák tanulmányozását szorgalmazva, és tényleges forradalmi helyzetet idézve elő, melyet követően már nincsen visszaút; a győztes államok vezetőit befolyásolva, és a legyőzött országokban azt a jelszót lobogtatva, hogy csakis egy szabad és egységes Európában találnak menekvésre, elkerülve a vereség katasztrófális következményeit. Éppen ezért született meg a mi Mozgalmunk. Ennek a kérdésnek a jelentősége, elsőrendűsége a most kezdődő kor által diktált összes többihez képest; az a bizonyosság, hogy ha hagyjuk ismét megmerevedni a helyzetet a régi nacionalista sablonban, örökre elveszítjük a lehetőséget, és kontinensünk semmilyen békét és tartós jólétet nem élvez majd; ez ösztönzött egy autonóm szervezet megalkotására azzal a céllal, hogy a háború utáni időszak megvalósítható céljaként az Európai Szövetség elképzelését tűzzük ki. E. Colorni, Bevezetés 113

114 Nem titkoljuk a megvalósítás nehézségét, és az ezzel ellentétes irányban cselekedni kész erők nagyságát sem; ez az első alkalom azonban, gondoljuk, hogy ez a kérdés a politikai harctéren nem távoli ideálként, hanem sürgető, tragikus szükségként szerepel. Mozgalmunk, mely már közel két éves, a fasiszta és náci elnyomásban az illegalitás nehéz életét éli; melynek tagjai az antifasiszta harcosok soraiból érkeznek, és mindannyian a szabadságért vívott fegyveres harcban sorakoztak fel; mely már kemény börtönnel fizetett a közös ügyért. Mozgalmunk nem politikai párt és nem is akar az lenni. Egyre határozottabb jelleget nyert, hogy mozgalmunk a különböző politikai pártokra kíván hatni, és ezeken belül cselekedni, nem csak az internacionalista igény hangsúlyozása érdekében, hanem elsősorban azért, hogy a nemzetközi politikai élet ebből az új, eddig kevéssé megszokott szemszögből induljon ki a kérdések megközelítésében. Nem vagyunk politikai párt, mivel annak ellenére, hogy aktívan szorgalmazzuk az Európai Szövetség intézményes, gazdasági, szociális felépítésére vonatkozó összes tanulmányt, és annak ellenére, hogy aktív részt vállalunk a megvalósításáért vívott küzdelemben, kiemelt figyelemmel követve, mely erőnk tehetnek érte a jővőbeli politikai konjunktúrában, nem akarunk hivatalos álláspontra helyezkedni az intézményes részletkérdésekben, a gazdasági kollektivizáció kisebb vagy nagyobb mértékéről, az erősebb vagy gyengébb közigazgatási decentralizációról stb. stb., melyek majd meghatározzák a jövőbeli szövetségi szervezetet. Hagyjuk, hogy mozgalmunkon belül ezeket a kédéseket széles és szabad vita kísérje, és hogy minden politikai tendencia, a kommunistától a liberálisig, képviseletre találjon nálunk. Tény, hogy a hozzánk csatlakozók majdnem mindannyian valamelyik progresszív politikai párt katonái: mindanynyian egyetértenek egy szabad Európai Szövetség alapelveivel, mely nem épül sem egyeduralomra, sem totalitárius rendszerre, és olyan strukturális stabilitással bír, mely nem egyszerűen a Nemzetek Társaságává redukálja. Ezek az elvek az alábbi pontokban foglalhatók össze: közös szövetségi hadsereg, pénzunió, a vámsorompók és a kivándorlás korlátozásának eltörlése a Szövetséghez tartozó államok között, a polgárok közvetlen képviselete a szövetségi gyűléseken, közös külpolitika. Két éves élete során a Mozgalmunk szélesen elterjedt az antifasiszta csoportok és politikai pártok között. Néhányan közülük nyilvánosan kifejezte a hozzánk való csatlakozását és az irántunk való szimpátiáját. Mások együttműködni hívtak programjuk megfogalmazásában. Nem önteltség azt állítani, hogy részben a mi érdemünk, ha az Európai Szövetség problémáival annyira gyakran foglalkozik az olasz földalatti sajtó. Újságunk, az «Európai E. Colorni, Bevezetés 114

115 Egység» figyelemmel kíséri a belföldi és a nemzetközi politika eseményeit abszolút független állásfoglalással. Az alábbi írások a Mozgalmunk megszületéséhez vezető eszmék feldolgozásának az eredményei, ugyanakkor nem tükröznek mást, mint szerzőik véleményét, és nem magának a Mozgalomnak az álláspontjai. Vitatémák kívánnak lenni azok számára, akik újra akarják gondolni a nemzetközi politikai élet összes problémáját figyelembe véve a legújabb ideológiai és politikai tapasztalatokat, a gazdaságtudomány naprakész eredményeit, a jövő legjózanabb és legmeggondoltabb távlatait. Ezeket hamarosan újabb tanulmányok követik. Reméljük, írásaink újabb gondolatokra serkentenek; és a jelenlegi, a cselekvés sürgető szükségétől hevített légkörben hozzájárulnak a helyzet tisztázásához, a minél határozottabb, tudatosabb és felelőségteljesebb cselekvés érdekében. E. Colorni, Bevezetés 115

116 Egy szabad és egységes Európáért. Kiáltvány tervezet Altiero Spinelli Ernesto Rossi I. A modern civilizáció válsága A modern civilizáció saját alapköveként a szabadság elvét fektette le, amely szerint az ember nem lehet mások puszta eszköze, saját önálló életének kell a központban állnia. Ezzel a kódexxel a kézben nagyszabású történelmi per indult a társadalmi élet minden olyan területe ellen, mely ezt nem tartotta tiszteletben. 1.) Kijelentést nyert, hogy az összes nemzetnek joga a független államszervezéshez. Minden népnek, melyet etnikai, földrajzi, nyelvi és történelmi jellegzetességei azonosítanak, a saját maga által teremtett államszervezetben kellett megtalálnia, a politikai élet sajátos felfogása szerint, az igényeit lehető legjobban kielégítő eszközt, bármilyen idegen beavatkozástól mentesen. A nemzeti függetlenség ideológiája a fejlődés rendkívüli élesztőjének bizonyult; felülkerekedett a gyarló lokálpatriotizmuson a külföldi elnyomókkal szembeni szélesebb szolidaritás jegyében; felszámolta az emberek és áruk mozgását korlátozó akadályok nagy részét; minden egyes új állam területén belül a hátrányosabb helyzetű lakosságra is kiterjesztette az intézményes életet és a civilizáltabb népeket jellemző államrendszert. Ez azonban magában hordozta a kapitalista imperializmus csíráját, amelyet a mi generációnk látott elhatalmasodni egészen a totalitarista államok és a világháborúk kirobbanásáig. A nemzetet most már nem az emberek közötti együttélés történelmi termékének tartják, akik egy hosszú folymatnak köszönhetően nagyobb egységre jutottak szokásaikban és törekvéseikben, és az államban találták meg a közösségi élet megszervezésének leghatékonyabb formáját az egész emberi társadalom keretében; mostanra isteni lénnyé változott, olyan szervvé, A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 116

117 amelynek csakis a saját létezésével és a saját fejlődésével kell foglalkoznia, egyáltalán nem törődve az emiatt mások által elszenvedett kárral. A nemzeti államok abszolút szuverenitása az egyes államok hatalmi akaratához vezetett, mivel közülük mindegyik fenyegetve érzi magát a többi hatalmától, és egyre szélesebb területeket tart saját «életterének», ahol szabad mozgást élvezhet, és a fenntartásához szükséges eszközöket biztosíthatja magának anélkül, hogy bárkitől is függne. Ez a hatalmi akarat nem képes lecsillapodni, hacsak nem a legerősebb állam egyeduralmával, a többi szolgasorsba való kényszerítésével. Ennek következményeként az állam a polgárok szabadságának védelmezőjéből a szolgasorsba döntött alattvalók urává változott, teljes erejével harci képességeik maximálisra növelésére törekedve. Még a következő elkerülhetetlen háborúkra való felkészülés szünetének tartott békeidőszakban is, számos országban a katonai osztályok akarata uralkodik a civil osztályokon, egyre nehezebbé téve a politikai intézmények szabad működését: az oktatás, a tudomány, a termelés, a közigazgatási szervek elsőrendű célja a háborús képességek növelése; az anyák feladata katonák világra hozatala; a gyerekeket zsenge koruktól a fegyverhasználatra és a külföldiek iránti gyűlöletre tanítják, az egyéni szabadságok semmivé zsugorodnak, mivel mindenki militarizált, és szüntelenül katonai szolgáltot teljesít; az egymás után ismétlődő háborúk a család, munkahely, saját javak elhagyására kényszerítenek, olyan célokért való önfeláldozásra, melyeknek senki sem ismeri igazán az értékét; néhány nap alatt a kollektív jólétért hozott évtizedes erőfeszítések semmisültek meg. A totalitárius államok azok, melyek a legkövetkezetesebben valósították meg összes erejük egyesítését, maximális központosítással és önellátással, és éppen ezért a legmegfelelőbbnek bizonyultak a jelenlegi nemzetközi légkörben. Elég, hogy egy állam egyetlen lépést tegyen a totalitarizmus felé, a többi is követi ugyanattól a túlélési akarattól hajtva. 2.) Megerősítést nyert, hogy minden polgárnak ugyanolyan joga van az állami akarat kialakításához. Ez az összegzése lett volna az összes, szabadon érvényesülő társadalmi kategória változó gazdasági és ideológiai igényeinek. Az ilyesfajta politikai szervezkedés segített kijavítani vagy legalábbis enyhíteni a múltbéli rendszerekből örökölt számos égbekiáltó igazságtalanságot. A sajtóés társulási szabadság azonban, valamint a választójog fokozatos bővítése, egyre jobban megnehezítette a régi kiváltságok védelmét, a képviseleti rendszer fenntartásával. A nincstelenek apránként megtanulták használni ezeket az eszközöket, és támadást indítottak a tehetősebb osztályok által megszerzett jogokért; a nem keresettel szerzett jövedelmekre és az örökösödésre kivetett társadalmi adó, a nagyobb vagyonokat érintő egyre magasabb adókulcs, a minimális jövedelmek és az alapvető javak adómentessége, az ingyenes közoktatás, a juttatások és A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 117

118 társadalom biztosítási kiadások növelése, az agrár reformok, a gyárak feletti ellenőrrzese a kiváltságos osztályokat fenyegeto sáncokkal körülvett erőtérben. A politikai jogok egyenlőségéhez hozzájáruló kiváltságos osztályok sem engedhették meg, hogy a kitaszított osztályok ezzel éljenek megvalósítva azt a tényleges egyenlőséget, amely valódi szabadságtartalommal ruházta volna fel ezeket a jogokat. Amikor, az első világháború végén, a fenyegetés túl súlyossá vált, természetes volt, hogy ezek az osztályok lelkes tapssal üdvözölték és támogatták a diktatúrák felállítását, melyek kivették a törvények adta fegyvereket ellenségeik kezéből. Másrészt az óriási ipari és bank csoportok kialakítása, és a szakszervezeteké, melyek ugyanazon vezetés alatt egész munkásseregeket egyesítettek, a szakszervezetek és a csoportok, melyek a saját igényeikre válaszoló politika elérése érdekében nyomást gyakoroltak a kormányra, magukban hordták az államnak a számos gazdasági uralomra való darabolódásának a fenyegetését, éles harcban egymással. A demokratikusliberális rendszerek, eszközök, melyekkel ezek a csoportok az egész közösséget a lehető legjobban ki tudták zsákmányolni, egyre inkább elvesztették tekintélyüket, és így elterjedt az a meggyőződés, hogy csakis a totalitárius állam, a nép szabadságának eltörlésével, képes valahogy megoldani azt az érdek összeférhetetlenséget, melyet a létező politikai intézmények már nem bírtak megfékezni. Ezt követően a totalitárius rendszerek, mindent összevetve, valóban megszilárdították a különböző társadalmi osztályok által lépésről lépésre elfoglalt állásokat, és a polgárok egész életének rendőrségi ellenőrzésével, és minden ellentétes hang erőszakos elfojtásával megakadályozták a hatályos rend bármilyen későbbi törvényes korrigálását. Így sikerült biztosítani a termelésben részt nem vevő földbirtokosok abszolút élősködő osztályának fenntartását, és a jövedelemből élőknek, akik kizárólag címevük aláírásával járulnak hozzá a termeléshez; a monopolista osztályokénak és a fogyasztókat kihasználó láncoknak, melyek felemésztik a kisbefektetők pénzét; a plutokratákét, akik a színfal mögé bújva mozgatják a politikusokat, kizárólag saját hasznuk szerint irányítva az egész állami gépezetet, felsőbbrendű nemzeti érdekek megvalósítását színlelve. Megmaradt kevesek kolosszális vagyona és a nagy tömegek nyomorúsága, amelyeket kizártak abból, hogy a modern kultúra gyümölcseit bármilyen módon is élvezzék. Lényegében egy olyan gazdasági rendszer menekült meg, amelyben az anyagi tartalékokat és a munkaerőt, az emberi fejlődést szolgáló alapvető szükségletek kielégítése helyett, a magasabb árakat kifizetni képesek haszontalan vágyainak kielégítésére fordítják; egy olyan gazdasági rendszer, melyben az örökösödési joggal a pénz hatalma ugyanazon az osztályon belül terjed tovább, kiváltságként, anélkül, hogy a A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 118

119 ténylegesen végzett társadalmi szolgálat értékének bármilyen módon megfelelne, és ily módon a proletariátus lehetőségeinek tere annyira szűkül, hogy a munkások a megélhetésért gyakran hagyják magukat kizsákmányolni csakhogy akármilyen munkaajánlathoz jussanak. Azért, hogy a munkásosztály mozdulatlanná és alárendeltté váljon, a szakszervezetek szabad és harcolni képes szervezetekből, melyeket a tagok bizalmát élvező egyének vezettek, rendőrségi felügyeleti szervekké változtak, a kormányzó csoport által kiválasztott hivatalnokok vezetésével, akik csakis a kormányon levőknek tartoznak felelőséggel. Ha bármilyen kiigazításra kerül sor egy ilyen gazdasági rendszerben, azt csakis a katonai szükség diktálja, mely a kiváltságos osztályok reakciós törekvéseivel a totalitárius államok megszületéséhez és megszilárdításához vezetett. 3.) A tekintélyuralmi dogmatizmussal az örök érvényű kritikai szellem szállt szembe. Minden állításnak önmagában kellett hordoznia az igazságot, vagy el kellett tűnnie. Ennek a gátlástalan magatartásnak a módszertana vezetett társadalmunk legnagyobb hódításaihoz az összes téren. Ez a szellemi szabadság azonban nem tudott ellenállni a totalitárius államokat megteremtő válságnak. A hitből, vagy álszent módon elfogadásra kényszerített új dogmák kezdik uralni a tudomány egészét. Annak ellenére, hogy senki sem tudja, mi az a faj, és a legelementárisabb történelmi ismeretek is rámutatnak ennek az abszurditására, az az elvárás a fiziológusokkal szemben, hogy elhiggyék, bebizonyítsák és meggyőzzenek a kiválasztott fajhoz való tartozásról, kizárólag azért, mivel az imperializmusnak erre a mítoszra van szüksége a tömegek gyűlöletének és büszkeségének magasztalására. A gazdaságtudomány legegyértelműbb fogalmait anatémának kell tartani az önellátó politika javára, a korlátok közé szorított cserekereskedelmet és a nyerészkedés más régi kacatját pedig korunk rendkívüli felfedezéseként kel éltetni. A világ részei közötti gazdasági függőség miatt a teljes bolygó lett az élettere mindazon népeknek, melyek meg akarják őrizni a modern civilizációnak megfelelő életszinvonalukat; ezzel szemben alkották meg a geopolitika áltudományát, mely az életterek elméletének jelentőségét bizonyítva, elméleti köntösbe bújtatja az imperialista elnyomást. A történelmet alapvető adataiban meghamisítják a kormányzó osztály érdekében. A könyvtárakat és a könyvesboltokat megtisztítják az összes nem ortodoxnak tartott műtől. A sötét századok árnyai ismét az emberi szellem elfojtásával fenyegetnek. Maga a szabadság és az egyenlőség szociális etikája is alá lesz ásva. Az emberek többé már nem szabad polgárok, akik az államot kollektív céljaik lehető legjobb megvalósítására használják fel. Az állam szolgálói, amely meghatározza céljaikat, és az állam érdeke természetesen a hatalmat birtoklók akaratával egyezik. Az emberek többé már nem a jognak A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 119

120 vannak alávetve, hanem hierarchia szerint elrendezve, ellenszegülés nélkül kénytelenek engedelmeskedni a felsőbb hatóságoknak, élükön az istenként tisztelt vezetővel. A kasztok zsarnoki rendszere saját hamuvából kel életre. Ez a reakciós totalitárius civilizáció számos országban diadalmaskodott, és végül is a náci Németországban találta meg azt a hatalmat, amely képesnek hitte magát a végső következtetések levonására. Aprólékos felkészülés után, merészen és gátlások nélkül kihasználva mások rivalitását, egoizmusát, ostobaságát, magával ragadva más európai csatlós államokat az elsők között Itáliát, szövetkezve az Ázsiában hasonló célokra törekvő Japánnal, megindította az elnyomást. Győzelme a totalitarizmus végleges megszilárdítását jelentené a világban. A totalitarizmus minden egyes eleme maximálisra lenne túlozva, a progresszív erők pedig hosszú időre az egyszerű negatív ellenzék szerepébe szorulnának. A német katonai osztályok hagyományos arroganciája és megalkuvást nem ismerő kötelességtudata nyújthat elképzelést arról, milyen lenne az uralmuk egy győztes háborút követően. A győztes németek színlelt nagylelkűséget is megengedhetnének maguknak a többi európai néppel szemben, formálisan tiszteletben tartva területeket és politikai intézményeiket, kielégítve ezzel az erőviszonyok és az állami intézmények valódi tartalma helyett csak a határsorompók szineire és a reflektorfényben szereplő politikusok nemzetiségére figyelő ostoba hazafiasságot. Akármilyen álcában az igazság ugyanaz maradna: az emberiség újbóli spártaiakra és helótákra osztódna fel. A harcoló felek közötti kompromisszumos megoldás is csak újabb lépés lenne a totalitarizmus felé, mivel a Németország szorítása alól megmenekülő országok ugyanilyen politikai berendezkedésre kényszerülnének a háború folytatására való megfelelő felkészülés érdekében. A hitleri Németország egymás után foglalta el a kisebb államokat, és egyre erősebb hatalmakat kényszerített arra, hogy színre lépjenek. Nagy Britannia harcias bátorságának köszönhető, hogy még abban a kritikus pillanatban is, amikor egyedül maradt az ellenséggel való szembeszállásban, a németek kitartó ellenállásába ütköztek, időt adva Amerikának végtelen termelési forrásai mozgosítására és a szovajetúnió felfegyverzésere. És ez a német imperializmussal szembeni harc szorosan kötődik ahhoz, amelyet a kínai nép vív a japán imperializmus ellen. Hatalmas embertömeg és gazdagság sorakozott már fel a totalitárius hatalmakkal szemben; ezeknek a hatalmaknak az ereje elérte a csúcsot, nem kerülhetik el sorsukat: fokozatos felőrlődés vár rájuk. A szembenálló hatalmak viszont már túljutottak a maximális mélyponton, és felemelkedőben vannak. A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 120

121 A szövetségesek háborúja napról napra serkenti a szabadulás akaratát az erőszaknak alávetett és a csapástól megtévedt országokban is: sőt ugyanez az akarat ébred a tengelyhatalmak népeiben is, amelyek észrevették, hogy elkeseredett helyzetbe sodorták őket, gazdáik puszta uralmi vágyainak kielégítésére. Megfékezték azt a lassú folyamatot, mely által hatalmas embertömegek passzívan hagyták, hogy az új rendszer alakítsa őket, alkalmazkodtak ehhez, és így hozzájárultak a rendszer megszilárdításához. Ebben a lassan dagadó, hatalmas hullámban feltűnik az összes progresszív erő, a munkásosztály felvilágosultabb elemei, amelyek egy magasabb rendű életeszmény jegyében nem engedtek a terrornak és a csábításnak; az értelmiség legtudatosabb elemei, sértve az intelligencia által elszenvedett zülléstől; vállalkozók, akik új kezdeményezésekre érzik képesnek magukat, és meg akarnak szabadulni a mozgásukat akadályozó bürokrácia láncaitól és a nemzeti önállátásnak a kényszerétől; mindazok végül, akik a velük született méltóságból nem tudnak fejet hajtani a megalázó szolgaságnak. Ma ezektől az erőktől függ civilizációnk megmentése. II. A háború utáni feladatok. Az európai egység Németország legyőzése azonban nem vezetne automatikusan Európa újrarendeződéséhez a mi civilizációs eszményünk szerint. Az általános válság rövid, de intenzív időszakában, (melyben az államok darabokra törve a földön hevernek majd, és az új szavakra sóvárogva váró néptömegek olvadó, izzó anyagként készek arra, hogy új formába öntsék őket, és képesek a komoly szándékú internacionalisták vezetésének elfogadására), a régi nemzeti rendszerek legkiváltságosabb osztályai ármánnyal vagy erőszakkal megpróbálják megtörni az internacionalista érzelmek és szenvedélyek hullámát, és makacsul a régi állami szervezet újjáépítésére törekednek. És valószínű, hogy az angol vezetők, talán az amerikaiakkal egyetértésben, megpróbálják ebbe az irányba terelni a dolgokat, a hatalmi egyensúly politikájának helyreállítására, birodalmaik látszólag azonnali érdeke szerint. A konzervatív erők, vagyis: a nemzeti államok alapvető intézményeinek a vezetői; a fegyveres erők felsőbb vezetése, amely, ahol létezik, a monarchiában tetőzik; a monopoli kapitalizmusnak azok a csoportjai, melyek nyereségüket saját államuk sorsához kötötték; a nagy földbirtokosok és a magas egyházi hierarchiák, melyek csakis egy stabil konzervatív államban látják biztosítottnak parazita bevételeiket; és végtelen udvartartásuk azokkal, akik tőlük függnek vagy csak elkápráztatja őket a hagyomány erejére támaszkodó hatalom; A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 121

122 mindezek a reakciós erők már most érzik, hogy az épület recseg ropog, és igyekeznek megmenekülni. Az omlás megfosztaná őket minden eddigi garanciájuktól, és kiszolgáltatná őket a progresszív erők támadásának. FORRADALMI HELYZET: RÉGI ÉS ÚJ ÁRAMLATOK A totalitárius rendszerek bukása érzelmileg a «szabadság» eljövetelét jelenti majd egész népek számára; eltűnik mindenfajta korlátozás, és automatikusan a lehető legszélesebb szólás és társulási szabadság uralkodik. A demokratikus tendenciák diadalmaskodnak. Számtalan árnyalattal bírnak, a nagyon konzervatív liberalizmustól egészen a szocializmusig és az anarchiáig. Hisznek az események és az intézmények «spontán kialakulásában», az alulról jövő ösztönzés abszolút jóságában. Nem akarják kényszerrel irányítani a «történelmet», a «népet», a «proletariátust» és mindazt, amit Istenüknek neveznek. Véget akarnak vetni a diktatúráknak, úgy gondolva, hogy ez a népek elévülhetetlen önrendelkezési jogát szolgáltatja vissza, áhított álmuk pedig a legszélesebb választással és a választójogok leggondosabb tiszteletben tartásával alkotott nemzetgyűlés, amely az alkotmány típusáról dönt. Ha a nép éretlen, az alkotmány rossz lesz; és kijavítani csak következetes munkával és meggyőződéssel lehet. A demokraták elvből nem utasítják el az erőszakot, de csak akkor akarnak élni vele, amikor a többség ezt elengedhetetlennek tartja, vagyis, amikor már nem más, mint utolsó és felesleges részletkérdés, a demokraták éppen ezért csak a rendes közigazgatásra akalmas vezetők, amikor a nép összessége meg van győzödve az alapvető intézmények jóságáról, és arról, hogy csak másodlagos kérdésekben kell hozzájuk nyúlni. A forradalmi korokban, amikor az intézményeket nem igazgatni, hanem megteremteni kell, a demokratikus gyakorlat csúfos kudarcot vall. A demokraták szánalmas tehetetlensége az orosz, német, spanyol forradalomban, három példa a közelmúltból. Ilyen helyzetekben, a régi állami rendszer törvényeinek és közigazgatásának az összeomlásával, azonnal számtalan nemzetgyűlés és népképviselet hemzseg, a régi törvényesség álcájával vagy ennek lenézésével, melyekben a társadalom progresszív erői egyesülnek és mozognak. A népnek kielégítésre váró, alapvető szükségletei vannak, de nem tudja, pontosan mit akar és mit tegyen. Ezer harang kong a füle mellett. Ezer fejével nem látja a helyes irányt, és egymással harcban álló áramlatokra bomlik. Abban a pillanatban, amikor maximális határozottságra és merészségre van szükség, a demokraták elveszve érzik magukat, mivel mögöttük nem a spontán néptámogatás sorakozik fel, hanem zavaros szenvedélyek háborognak. Feladatuknak a konszenzus kialakítását gondolják, és buzgó prédikátorokként A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 122

123 jelentkeznek, miközben olyan vezetőkre van szükség, akik tudják, mely célok felé kell haladni. Elhalasztják az új rendszer megszilárdításának kedvező lehetőségeket, és hosszú felkészülést igénylő szerveket igyekeznek azonnal működtetni, éppen ezért a viszonylagos nyugalom időszakához illő vezetők; éveket ajándékoznak ellenfeleiknek, akik ezt megdöntésükre használják ki; ezernyi áramlatukkal nem a megújulás akaratát fejezik ki tehát, hanem az összes elmében uralkodó szeszélyes vágyakat, melyek egymást megbénítva a reakciós erők számára készítik elő a talajt. A demokrata politika módszerei tehetetlenek egy a forradalmi válságidején. Ahogy a demokraták, verbális harcaikban, lépésről lépésre elkoptatják a szabadság támogatóiként élvezett népszerűségüket, elhalasztva minden komoly politikai és társadalmi forradalmi lehetőséget, elkerülhetetlenül a totalitarizmus előtti politikai intézmények alakulnak ki ismét, és a harc ismét az osztályok közötti szembenállás régi sémáit követi. Az elv, mely szerint osztályharccá kell redukálni az összes politikai problémát, elsősorban a gyári munkások által követett fő irány volt, és segített politikájuk tartalmának megerősítésében, amíg nem az alapvető intézmények forogtak kockán; a proletariátus elszigetelődéséhez vezet viszont, amikor a társadalom teljes átszervezésének szükségéről van szó. A munkások, mivel osztályként nevelődnek, nem képesek mást látni, mint saját osztályuk sőt kategóriájuk követeléseit anélkül, hogy azzal törődnének, miként kapcsolhatnák őket a többi osztály érdekeihez; vagy pedig osztá lyuk egyoldalú diktatúrájára törekednek, a termelési anyagi eszközök utópisztikus kollektivizációjának megvalósításával, melyet egy évszázados propaganda összes bajuk orvosságaként hirdetett. Ez a politika nem képes hatni semmilyen más rétegre, kivéve a munkásokat, akik így megfosztják támogatásuktól a többi progresszív erőt, kiszolgáltatva őket a reakciónak, amely ügyesen arra használja ki őket, hogy leverje a veséjét ugyanennek a proletármozgalomnak. A proletariátusnak az osztálypolitikát és a kollektivizmus eszményét követő, eltérő áramlatai között a kommunisták ismerték el a győzelemhez szükséges erőelégtelenségét, és a többi néppárttal ellentétben szigorúan fegyelmezett párttá változtak, amely a munkásokat az orosz mítosz szerint szervezi meg, de nem a munkások törvényeit követi. a legkülönbözőbb mesterkedéshez használva fel őket. Ez a magatartás, a forradalmi válsághelyzetekben, a kommunistábbakat hatékonyabbá teszi a demokratáknál; de mivel a munkásosztályt, amennyire csak lehet, elkülönítik a többi forradalmi erőtől, azt hidetve, hogy az ő «igazi» forradalmának még el kell érkeznie, a döntő pillanatban elszigetelt csoporttá szűkítik, amely az összes többit meggyengíti. Ezen kívül, az orosz államtól való függőségük, amely többszörösen saját nemzeti politikája megvalósítására A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 123

124 használta fel őket, megakadályozta, hogy bármilyen politikát minimális folytonossággal gyakoroljanak. Állandó szükségük, hogy egy Károlyi, egy Blum, egy Negrin mögé bújjanak, hogy azután a felhasznált demokrata bábbal együtt vesszenek el; de a hatalmat nem egyszerűen csak ravaszsággal kell megszerezni és megtartani, hanem a modern társadalom szükségleteire való szerves és életerős válaszadás képességével. Ha a harc holnap a hagyományos nemzeti színtér keretei között maradna, nagyon nehéz lenne elkerülni a régi kétségeket. A nemzetállamok ugyanis már annyira mélyen megtervezték saját gazdaságukat, hogy a központi kérdés rövid időn belül az lenne, melyik gazdasági érdekhez fűződő csoportnak, vagyis melyik osztálynak kellene kézbe venni a terv irányítását. A progresszív erők frontja könnyen szétzúzódna az osztályok és a gazdasági kategóriák közötti harcban. Nagy valószínűséggel a reakciósok húznának belőle hasznot. Egy igazi forradalmi mozgalomnak azokból kell megszületni, akik kritizálni tudták a régi politikai felfogást; tudnia kell együttműködni a demokratikus erőkkel, akommunistákkal és általában mindazokkal, akik hozzájárulnak a totalitarizmus felőrléséhen; anélkül, hogy bármelyik politikai gyakorlattól hagyná magát behálózni. A reakciós erők a vezetésre képes, és erre nevelt emberekkel és káderekkel bírnak, akik elszántan küzdenek saját felsőbbségük megőrzéséért. Súlyos helyzetben képesek lesznek megfelelő álcát húzni a szabadság, a béke, az általános jólét, a szegényebb osztályok támogatóinak hirdetve magukat. A múltban már láttuk, hogyan bújtak meg a népmozgalmak mögött, hogyan bénították meg őket, pontosan az ellenkező irányba terelve őket. Kétségtelen, hogy ez lesz a legveszélyesebb erő, amellyel számolni kell. A nemzetállam helyreállítása érdekében gyakorolnak majd nyomást. Így a nép körében a legelterjedtebb, a közelmúlt mozgalmai által leginkább megsértett, a reakciós célokra legkönnyebben felhasználható érzelemre tudnak hatni: a hazafiasság érzelmére. Az a reményük is megvan, hogy ezzel könnyebben megkavarhatják az ellenfeleket annál is inkább, mivel a néptömegek az eddigi egyetlen politikai tapasztalatot nemzeti téren belül szerezték, és így elég könnyű őket és rövidlátó vezetőiket a vihartól elsodort államok újraépítésének területére terelni. Ha ezt a célt el tudnák érni, a reakció győzedelmeskedne. Ezek az államok látszatra igen demokratikusak és szocialisták lennének; a hatalom visszatérése a reakciósok kezébe csak idő kérdése lenne. Feléledne a régi nemzeti féltékenység, és minden egyes állam ismét kizárólag a fegyeverek erejére bízná saját igényeinek teljesítését. A fő feladat, rövidebb hosszabb határidőn belül, ismét a népek hadsereggé való atváltoztatása lenne. A tábornokok prancsolnának ismét, a monopolisták kihasználnák az önellátást, a bürokrácia A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 124

125 teste ismét nagyra dagadna, a papok ismét engedelmessé tennék a tömegeket. A kezdeti pillanatban megszerzett összes eredmény semmivé zsugorodna az újabb háborúra való felkészülés szükségével szemben. A probléma, amelyet elsőként meg kell oldani, mivel kudarc esetén bármilyen más fejlődés nem egyéb puszta látszatnál, az Európa nemzetállamokra való felosztásának végleges eltörlése. A kontinens államai többségének összeomlása a német henger alatt már egymáshoz kötötte az európai népek sorsát, melyek vagy mindannyian együtt a hitleri uralom alattvalóivá válnak, vagy ennek bukásával mindannyian együtt kerülnek forradalmi válságba, a merev állami szerkezet dermedtsége és megkülönböztetése nélkül. A lelkek, a múlthoz képest, már most jobban hajlanak Európa szövetségi újraszervezése felé. Az utóbbi évtizedek kemény tapasztalata a látni nem akaróknak is felnyitotta a szemét, és számos körülményt a mi eszményképünk javára alakított. Az értelmes emberek mind elismerik már, hogy a független európai államok egyensúlyát nem lehet fenntartani, együttélve a militarista Németországgal a többi államhoz hasonló feltételek szerint, Németországot feldarabolni sem lehet, és a földre szorítani, miután vereséget szenvedett. A tények nyilvánvalóvá tették, hogy Európában egyetlen ország sem húzódhat félre a többiek harcában, semmitérő semlegességi nyilatkozatok és meg nem támadási paktumok közepette. Már bizonyítást nyert az olyan szervezetek, mint az Egyesült Nemzetek, haszontalansága, sőt kára, amely a döntéseit keresztülvivő katonai erő hiányában, és a tagállamok abszolút szuverenitásának tiszteletben tartása nélkül akarta a nemzetközi jogot garantálni. Abszurdnak bizonyult a be nem avatkozás elve, mely szerint minden népnek szabad kezet kellene hagyni, hogy olyan zsarnoki uralmat adjon magának, amilyet csak akar, mintha az egyes államok belső rendje nem lenne életfontosságú érdek a többi európai ország számára. Megoldatlanná vált a kontinens életét mérgező számtalan probléma a vegyes lakosságú térségek határvonalának meghúzása, az egynyelvű kisebbségek védelme, a kontinens belsejében levő országok tengerre való nyitása, a balkáni kérdés, az ír kérdés stb., amelyekre az Európai Szövetség a legegyszerűbb megoldás lenne, így találtak megoldást a múltban a szélesebb nemzeti egységet választó apró államok, megszabadulva az egymás közötti fanyargástól, a problémákat a különböző tartományok közötti kapcsolatok szintjére terelték. Másrészt, a Nagy Britannia támadhatatlansága adta biztonságérzés vége, amely az angoloknak a «splendid isolation» t tanácsolta, a francia hadsereg és magának a francia köztársaságnak a felbomlása a német erőkkel való első komolyabb ütközéskor (amely a remények szerint jelentősen megrendítette a gallok abszolút felsőbbrendűségébe vetett soviniszta hitet), és főleg annak a A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 125

126 tudata, hogy fenállt az általános szolgasors komoly veszélye, mind olyan körülmény, amely a jelenlegi anarchiára pontot tevő szövetségi rendszer kialakításának kedvez. És az a tény, hogy Anglia már elfogadta az indiai függetlenség elvét, és Franciaország a vereség elismerésével potenciálisan elvesztette egész birodalmát, megkönnyíti az európai rendeződésről való megegyezést a gyarmatok területén is. Végezetül ehhez járul még a jelentősebb dinasztiák közül néhánynak az eltűnése, és a túlélők alapjainak a törékenysége. Figyelembe kell ugyanis venni, hogy az országokat személyes jövedelmi forrásként kezelő dinasztiák, a hozzájuk fűzött hatalmas érdekek támogatásával, komoly akadályt képviseltek az Európai Egyesült Államok megszervezésében, amely csakis a szövetség államainak köztársasági alkotmányára támaszkodhat. Az öreg kontinens horizontján túllépve, egységes távlatba karolva át az emberiséget alkotó összes népet, azt is el kell ismerni, hogy az Európai Szövetség az egyetlen elfogadható garancia arra, hogy az ázsiai és az amerikai népek kapcsolata békés együttműködésre épüljön, egy távoli jövőre várva, melyben lehetséges lesz az egész bolygó politikai egysége. A progresszív pártokat és a reakciós pártokat elválasztó vonal tehát már nem a nagyobb vagy kisebb demokratikus látszat mentén húzódik, egy lényegében teljesen új vonal választja el azokat, akik a harc alapvető célját a régiben látják, vagyis a nemzeti politikai hatalom megszerzésében és akik, akaratlanul is a reakciós erők játékát követve, a népszenvedély izzó láváját a régi mintákban hagyják megkövülni, és azok, akik központi feladatnak egy erős nemzetközi állam megalakulását tekintik, és ebbe az irányba terelik a néperőket, majd a nemzeti hatalom megszerzését követően az első vonalban használják fel a nemzetközi egység megvalósítási eszközeként. A propagandával és tettekkel, az egyes országokban kialakulóban levő mozgalmak közötti megállapodásra és kapcsolattartásra törekedve, már mostantól meg kell vetni az összes erőt mobilizálni képes mozgalomnak az alapjait, mely képes létrehozni azt az új szervet, amely a legnagyobb és legújítóbb lesz Európában; egy erős szövetségi állam megteremtésével, amely a nemzeti hadseregek helyett európai fegyveres erővel bír; megtöri a gazdasági önellátás rendszerét, vagyis a totalitarista rendszerek gerincét; elegendő szervekkel és eszközökkel bír ahhoz, hogy a közös rend fenntartására vonatkozó döntéseit végre tudja hajtatni a szövetség államaiban, meghagyva a politikai életnek a népek jellegzetességei szerinti rugalmas alakulását. Ha a jelentősebb európai országokban elegendőlesz azoknak a száma, akik mindezt megértik, a győzelem rövid időn belül az övék lesz, mivel a helyzet és a szellem is munkájuknak kedvez. Velük szemben az elmúlt húsz év alatt már az összes hitelüket eljátszó pártok és áramlatok állnak. Mivel most az új tettek A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 126

127 ideje jön el, új emberek ideje is lesz: a SZABAD ÉS EGYSÉGES EURÓPA MOZGALMÁÉ. III. A háború utáni feladatok. A társadalom reformja Egy szabad és egységes Európa az elengedhetetlen feltétele a modern civilizáció megerősítésének, melyben a totalitarizmus korszaka leállást jelent. Ennek a korszaknak a vége rögtön és teljességében újraindítja az egyenlőtlenség és a szociális kiváltságok elleni történelmi folyamatot. Az összes régi konzervatív intézmény, amely ezt addig megakadályozta, összeomlik vagy az összeomlás szélére kerül; válságpillanatukat bátorsággal és határozottsággal kell kihasználni. A szükségeinre választ adó európai forradalom szocialistának kell lennie, vagyis céljaként a munkásosztályok emancipációját kell kitüznie, emberségesebb életfeltételeket teremtve számukra. A megvalósítás felé vezető úton azonban az iránytű nem lehet az a puszta doktrinális elv, mely a termelési tárgyi eszközök magántulajdonának elvi eltörlését hirdeti, ennek csakis ideiglenes megtűrésével, ha már tényleg nincsen más lehetőség. A gazdaság általános államosítása az első utópia volt, mellyel a munkásosztályok a kapitalizmus igájától való megszabadulást képzelték el; de a teljes mértékű megvalósítás nem az álmodott célhoz vezetett, hanem egy olyan rendszerhez, melyben az egész lakosság a gazdaságot működtető szűk bürokrata osztály szolgájává vált. A szocializmus valóban alapvető elve, amelynek az általános kollektivizáció nem volt más mint hirtelen és téves dedukciója, az az, hogy ne a gazdasági erők uralják az embereket, hanem ahogyan természetes erők esetében történik ezek vessék alá magukat az embereknek, ezek legyenek vezetve és ellenőrizve a legracionálisabb módon, nehogy a nagy tömegek áldozatukká váljanak. A fejlődésnek az egyéni érdekből eredő hatalmas ereje nem őrlődhet fel a rutinszerű gyakorlat élettelen malmában, hogy azután a kezdeményezési szellemnek a bérezési diferenciálással és más hasonló intézkedéssel való életre támasztásának megoldatlan problémája előtt találja magát; ezt az erőt éltetni és bővíteni kell, széles fejlődési és felhasználási lehetőséget kínálva számára, és szilárdítva és tökéletesítve azt az utat, amely ezt az erőt az egész közösség még nagyobb jóléte fele tereli. A magántulajdont el kell törölni, korlátozni kell, elvi okból. Ez a direktíva természetesen illeszkedik bele a militarizmus vagy a nemzeti bürokratizmus lidércétől megszabadított európai gazdasági élet kialakítási folyamatába. A racionális megoldásnak át kell vennie az irracionális helyét, a munkások tudatában is. A direktíva tartalmának pontosítására, és figyelembe véve, hogy A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 127

128 minden egyes programpont alkalmasságát és módozatát már az elengedhetetlen európai egység szemszögéből kell megítélni, az alábbiakat kívánjuk hangsúlyozni: a.) Nem lehet többé magánkézben hagyni azokat a vállalatokat, melyek szükségszerűen monopolista tevékenységet végezve képesek kizsákmányolni a fogyasztók tömegeit; például az elektromos ipar vállalatait, amelyeket kollektív érdekből életben akarunk tartani, de amelyeknek a fennmaradáshoz védővámra, támogatásra, kedvezményes rendelésekre stb. van szüksége (ennek a legjelentősebb példája Olaszországban a mai napig a vasipar); és azokat a vállalatokat, melyek a befektetett tőke nagysága és a foglalkoztatott munkások száma, vagy az általuk uralt ágazat jelentősége miatt, képesek az állam szerveit zsarolni, saját maguk részére kedvező politikára kényszerítve őket (például: a bányaipari vállalatok, a nagy bankok, a nagy fegyveripar). Ezen a téren, nincs kétség, széles méretű államosítást kell végrehajtani, tekintet nélkül a megszerzett jogokra. b.) A tulajdonjog és az örökösödési jog a múltban hagyta, hogy kevés kivételezett kezében halmozódjon fel a vagyon, ezt a forradalmi válság idején egyenlően kell majd felosztani, eltörölve a semittevő társadalmi osztályokat, és olyan termelési eszközöket adva a dolgozóknak, amelyekre szükségük van gazdasági helyzetük javítására, függetlenebb életszínvonalt biztosítva maguknak. Olyan agrárreformra gondolunk tehát, amely annak adja oda a földet, aki megműveli, hatalmasan megnövelve a tulajdonosok létszámát, és olyan ipari reformra, amely a nem államosított ágazatokra is kiterjeszti a dolgozói tulajdont, szövetkezeti működtetéssel, a munkások által birtokolt részvényekkel stb. c.) A fiatalokat úgy kell támogatni, hogy minimálisra csökkenjenek az életért vívott küzdelem kezdeti távolságai. Az állami iskola tényleges lehetőséget adjon arra, hogy ne a gazdagok, hanem az erre megfelelők folytathassák magasabb szintig tanulmányaikat; és minden tanulmányi ágban, a különböző mesterségek és a különböző humán és tudományos tevékenységek számára, annyi egyént képezzen ki, amennyit a piac igényel, mégpedig úgy, hogy az átlagbér minden szakmai kategóriában többékevésbé megegyezzen, akármilyen bérezési különbség is létezzen egyes szakmákon belül, az egyéni képességek szerint. d.) Az alapvető cikkek majdnem korlátok nélküli tömegtermelésének kapacitása, a modern technikával, már majdnem mindenki számára képes biztosítani, aránylag alacsony szociális áron táplálékot és az emberi méltóság megőrzéséhez szükséges minimális komfortú szállást. A gazdasági küzdelemben elesettek iránti szolidaritás, éppen ezért, ne megalázó jótékonyságban nyilvánuljon meg, amely ugyanazokat a bajokat idézi elő, A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 128

129 amelyeknek a következményeire segítséget kíván nyújtani; ehelyett olyan intézkedés sorozattal, amely feltételek nélkül, mindenkinek, azoknak, akik tudnak dolgozni, és azoknak is, akik nem, méltó életkörülményeket képes biztosítani a munkára és a takarékosságra való ösztönzés kiölése nélkül. Így a nyomor senkit sem kényszerít többé fojtogató szerződések elfogadására. e.) A dolgozók osztályának felszabadítása csakis a fenti pontokban említett feltételek teljesítésével mehet végbe: anélkül, hogy ismét a monopolista szakszervezetek gazdasági hatalmának játékszerévé válnának, amelyek nem tesznek mást, mint a munkásokra vetítik ki az elsősorban a nagytőkét jellemző elnyomás módszereit. A dolgozóknak ismét szabadon kell bizalmi képviselőket választani munkafeltételeik kollektív megtárgyalására, az államnak pedig a végső megállapodás tiszteletben tartását garantáló jogi eszközöket kell biztosítani; minden monopolisztikus tendencia könnyűszerrel háttérbe szorul az említett társadalmi változások megvalósulásával. Ezek az elengedhetetlen feltételek ahhoz, hogy az új rendet az ennek fenntartásában érdekelt polgárok lehető legszélesebb rétegei támogassák, és a politikai élet a szabadság szilárd alapkövére épüljön, a társadalmi szolidaritás erős érzésétől átitatva. Ilyen alapokkal a politikai szabadság nem csak formális, tényleg konkrét tartalommal bírhat majd, mivel a polgárok tömege független lesz, elegendő tudattal ahhoz, hogy folyamatos és hatékony ellenőrzést gyakoroljon a kormányzó osztályra. Az alkotmányos intézményekre felesleges kitérni, hiszen nem látva előre, milyen feltételek között születnek meg és végzik feladataikat, nem tennénk mást, mint megismételnék azt, amit mindenki tud a képviseleti szervek szükségességéről, a törvényhozásról, a bíróság függetlenségéről, amely a jelenlegi helyét veszi át a hatályos törvények pártatlan alkalmazásával, a sajtóés társulási szabadságról a közvélemény felvilágosítására, hogy minden polgárnak tényleges lehetősége legyen az állam életében való részvételre. Két kérdést szükséges egyedül jobban tisztázni, az országunkban jelenleg játszott jelentős szerepük miatt: az állam és az egyház közötti kapcsolatokat, és a politikai képviselet jellegét: a.) Nincs kétség, hogy a konkordátumot, amellyel Olaszországban a Vatikán szövetkezett a fasizmussal, eltörlik az állam kizárólag laikus jellegének hangsúlyozásával, az államnak a civil életen való egyeduralmának félreérthetetlen leszögezésére. Minden vallási hitet egyformán tiszteletben kell tartani, és az állam nem készíthet több mérleget a vallásokról. b.) A fasizmus által, a testületi rendszerrel felépített papírvár összedől a totalitárius állam többi részével. Van, aki úgy véli, holnap a romokból lehet felépíteni az új alkotmányos rendet. Mi nem hiszünk ebben. A totalitárius államokban a szakmai kamarák teszik fel a koronát a dolgozók rendőrségi A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 129

130 ellenőrzésére. Ha a kamarai testületek a különböző termelői kategóriák őszinte kifejezései lennének, még akkor sem rendelkeznének minősítéssel általános politikai kérdések tárgyalására, és a kimondottan gazdasági kérdésekben a szakszervezetileg erősebb kategóriákat elnyomó szervekké változnának. A szakszervezetek feladata lesz a széles együttműködés az őket érintő közvetlen problémák megoldására kinevezett állami szervekkel, de kizárt, hogy bármilyen törvényhozói funkcióban részesüljenek, mivel ez feudális anarchiához vezetne a gazdasági életben, és újabb politikai despotizmusban végződne. Sokak számára, akik naivul hagyták, hogy a korporativizmus mítosza magával ragadja őket, a megújulás lehet és kell, hogy legyen a vonzerő; de észre kell venniük, mennyire abszurd az általuk megálmodott konfúz megoldás. A kamarai testületek csakis a totalitárius államokban látott formában működhetnek, ahol a dolgozóknak hivatalnokok parancsolnak, és minden mozdulatukat ellenőrzik a kormányzó osztály érdeke szerint. A forradalmi pártot nem lehet dilettáns módon a döntő pillanatban rögtönözni, ellenkezőleg, mostantól kezdve kell kialakulnia legalább központi politikai magatartásában, általános igazgatásában és első főbb cselekedeteiben. Nem szabad, hogy azáramlatok heterogén tömegét képviselje, amelyeket csakis az ellenszegülés és az átmenetiség egyesít, vagyis antifasiszta múltjuk és a totalitárius rendszer bukására való szimpla várakozás, és a cél elérése után készek szétszóródni, ki ki a maga útját követve. A forradalmi párt viszont tudja, hogy éppen akkor kezdődik a munkája; ezért olyan emberekből kell állnia, akik egyetértenek a jövő fő kérdéseiben. Módszertani propagandájának mindenhova el kell jutnia, ahol a jelenlegi rendszer elnyomottjai vannak, és az egyes személyek és osztályok által a mindenkor legfájdalmasabbnak érzett problémából kiindulva, meg kell mutatni, hogy ez miként kapcsolódik a többihez, és mi lehet az igazi megoldása. Szimpatizánsai egyre növekvő köréből azonban csak azokat kell kiemelni és besorozni a mozgalomba, akik életük fő céljává az európai forradalmat tették; akik fegyelemmel napról napra elvégzik a szükséges munkát, gondosan és folyamatosan törődnek a mozgalom biztonságával és hatékonyságával, a legkeményebb illegalitásban is, olyan stabil hálózatot teremtve, mely szilárddá teszi a szimpatizánsok legingatabb körét is. Egyetlen lehetőséget és teret sem halasztva el, ahol magját elvetheti, a mozgalomnak mindenekelőtt abban a környezetben kell munkáját kifejtenie, amely jelentős gondolatok központjának számít, és ahol harcra kész embereket lehet toborozni; a jelenlegi helyzet iránt érzékenyebb két társadalmi csoportban, amelyek holnap döntő szerepet töltenek be; vagyis a munkásosztályban és az értelmiségben. Az első vetette alá magát a legkevésbé a totalitárius uralomnak, A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 130

131 és elsőként áll készen saját sorainak rendezésére. Az értelmiség, főképpen a fiatalabbak érzik magukat szellemileg a leginkább elfojtva és megundorodva az uralkodó zsarnokságtól. Őket követve a többi osztály is elkerülhetetlenül a mozgalom vonzásába kerül. Bármelyik mozgalom, mely kudarcot vall ezeknek az erőknek a szövetkezésében, sterilségre van ítélve; mivel, ha a mozgalmat puszta értelmiségiek alkotják, nélkülözi a reakciós ellenállás megdöntéséhez szükséges tömegeket, gyanakvó lesz, és gyanús a munkásosztály számára; még ha demokratikus érzelmek vezetik is, a nehézségek közepette hajlamos lesz arra, hogy az összes többi osztályt a munkásokkal szemben mozgósítsa, vagyis a fasiszta restauráció felé. Ha a mozgalom kizárólag a proletariátusra támaszkodik, hiányolni fogja azt a gondolati tisztaságot, amely csakis az értelmiségtől eredhet, és amely az új feladatok és új utak helyes megkülönböztetéséhez szükséges: a régi osztályok rabja marad, mindenhol ellenséget lát majd, és a doktrinális kommunista megoldás irányába csúszik el. A forradalmi válság alatt erre a mozgalomra vár a progreszszív erők megszervezése és irányítása, felhasználva az összes, önmagát izzó acélként alakító népszervezetet, amelyekkel a forradalmi tömeg elvegyül, nem a népakarat kifejezésére, hanem vezetésre várva. A teendők távlatát és biztosságát nem a még nem létező népakarat általi felszentelésből meríti, hanem abból a tudatból, hogy a modern társadalom mély igényeit képviseli. Íly modon szabja meg az új rend irányait, és ad társadalmi fegyelmet az alaktalan tömegeknek. A forradalmi pártnak ebből a diktatúrájából születik meg az új állam, és körülötte az új igazi demokrácia. Nem kell attól tartani, hogy egy ilyen forradalmi rendszer szükségszerűen újabb despotizmusba torkollik. Ez akkor következik be, ha szolgai társadalmi modell alakult ki. De ha a forradalmi párt kemény kézzel, a legelső lépésektől kezdve, a szabad élet feltételeit teremti meg, amelyben minden polgár tényleg szabadon vehet részt az állam életében, az eredmény, még ha esetleges és másodlagos politikai válságon keresztül is, az új rend fokozatos megértése és elfogadása lesz mindenki részéről, a szabad politikai intézmények egyre növekvő működőképességével. Ma elérkezett a pillanat, amelyben meg kell tudni szabadulni a rég, terhes súlyoktól, készen állva az érkező, minden képzeletet felülmúló újra, kiselejtezve az erre képtelen régieket, és új energiát támasztva a fiatalok között. Ma azok keresik egymást, és találkoznak a jövő szálait szőve, akik ráéreztek az európai civilizáció válságának okaira, és magukra vállalják az emberi fejlődésre törekvő, de a cél vagy az ehhez vezető eszközök elvesztése miatt zátonyra futott összes korábbi mozgalom örökségét. A cél felé vezető út nem könnyű, nem biztonságos. De végig kell rajta haladni, és mi végigjárjuk! A. Spinelli, E. Rossi, Kiáltvány-tervezet 131

132 Paper on Managerial Values and Accountability Pressures: Challenges of Crisis and Disaster, 2004, Robert Schwartz and Raanan Sulitzeanu Kenan, Journal of Public Administration Research and Theory, 14: by Lorenzo Kamel Schwartz and Sulitzeanu Kenan deal in their paper with governmental reaction to disaster and crisis. Specifically, they ask, When is disaster or crisis insufficient to produce a political climate favoring changed aimed at preventing recurrence? What is the durability of policy change in the long term? (Schwartz and Sulitzeanu Kenan 2004, 79). Schwartz and Sulitzeanu Kenan find three political administrative cultural variables which influence long term policy change: the strength of production results values, the make up of the policymaking agenda and the level of development of citizens advocacy groups (Schwartz and Sulitzeanu Kenan 2004, 81). Specifically, they show this by the analysis of five cases of the U.S. and Israel. First, they compare reaction to banking disasters in both countries. For Israel, they observe the 1983 bank shares crisis, and show that over the long term, banks are still run by the same controlling parties, that recommendations of a Commission which dealt with the crisis were partially ignored, and that the Bank of Israel still tolerates risky behavior by some banks. This case is contrasted with the U.S. American Savings and Loan Debacle between 1980 and 1990, which in the long term lead towards a shift to rectitude values. The second comparison is between the reaction to environmental disasters. For Israel, the Yarkon River Tragedy is analyzed, and there was no significant, longlasting reaction to this, however. For the U.S., the Exxon Valdez Oil Spill is researched which led to a lasting increase in safety values. Last, the event of the hijacked bus 300 in Israel is observed. On this respect, the authors deal with the treatment of the terrorists through the General Security Service, which tortured and killed them and the authors observe that the predominance of production results values over rectitude values continues (Schwartz and Sulitzeanu Kenan 2004, 95). The authors explain the big discrepancies between the U.S. and the Israeli cases with the absence of a coherent advocacy coalition in Israel, the dominance L. Kamel, Book s review 132

133 of production values in Israelis culture of smooch (trust me), and with the agenda overload, i.e. with the prevalence of defense and foreign affairs issues. On the positive side, the paper deals with a very relevant subject, which also seem especially pressuring today, when we think about the reaction to the current economic crisis and that many of the factors which lead to the crisis are still not abandoned. Furthermore, the paper has a high practical relevance for Israeli politicians to consider, as in the long term it would be beneficial for Israel to deal with these political challenges in order to remain at pace with the Western democracies. Also, it contributes to theoretical development and especially the finding concerning the pressure from civil society groups (even though there could be more discussion of the causal factors of this interesting variable). However, the paper also has some shortcomings. First of all, the authors should better clarify why they chose to compare the U.S. and Israel. Furthermore, and maybe more importantly, they should better mention why they chose those specific five cases out of the history of disaster and crises in the U.S. and Israel. At least, they should discuss in general, if there are also cases that can possible contradict their findings. One could consider, for example, to discuss the case of Guantanamo or Abu Ghraib as a comparative case to the Israeli GSS case. Here, it is not so clear if the U.S. actually implemented safeguards to protect prisoners of war from torture in the future and in this case, the US might not be so different from Israel. Then, the identified variables of the authors might only apply to some areas, like ecological or economical disasters, but less to the security area, which is a puzzling finding per se and indicates the need for further research into this question. In addition, the authors identify the above mentioned three factors, but there should also be a discussion of possible omitted other factors, especially when conducting such a small, qualitative study. Such factors could be: the importance of general public awareness of long term challenges like in relation to ecological or human disasters, the degree of democratization of a system which leads to pressure on the parliament to react to such disasters, legal and bureaucratic cultures of a country, or the importance of learning from other cases. L. Kamel, Book s review 133

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