La pratica della meditazione

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1 La pratica della meditazione

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3 Udána: il canto di esultanza del Buddha * di S.N. Goenka Una volta il Buddha si trovava vicino a Savatthi, nel boschetto di Jetavana, donato dal benefattore Anathapindaka, e vide un monaco seduto in meditazione: A gambe incrociate, eretto e determinato, sopportava le conseguenze delle sue azioni passate, tormentato da sensazioni intense, e penetranti. Grazie alla sua acuta consapevolezza e alla piena saggezza raggiunte, non perse mai la calma o l equilibrio della mente, ma estirpò le vecchie impurità al loro emergere, senza manifestare più alcuna traccia di io. Vedendo ciò il Buddha pronunciò questo udána: Il monaco che non genera nuove impurità ed elimina le vecchie impurità al loro emergere, ha raggiunto lo stato meditativo dove nulla rimane dell io o del mio. * Udána: termine pali usato per esprimere la spontanea espressione di gioia che, secondo la tradizione, prorompe dalle persone sante, in presenza di intuizioni profonde; tradotto anche con detto ispirato, verso di elevazione o esaltazione. L udána commentato è il n.21 (dalla raccolta Kuddhaka Nikáya del Tipiþaka).

4 Per lui le parole sono inutili e non hanno senso, assorto com è nel silenzio meditativo. Fu la vista di qualcuno che risolutamente percorreva il sentiero che conduce alla liberazione, a indurre il Compassionevole a esprimersi in modo così gioioso. Le poche intense frasi di questo udána contengono l esposizione completa della tecnica della meditazione Vipassana, e cioè del modo concreto per giungere alla liberazione. Cerchiamo di capire con precisione ciò che il Buddha ha indicato. La meditazione Vipassana La parola Vipassana significa vedere le cose come sono, e non come esse sembrano e appaiono. È uno stato di osservazione, senza immaginazione, preconcetto, pregiudizio, auto-inganno e illusione. Proprio perché l intelletto non è in grado di disperdere l illusione, il Buddha, con compassione, perfezionò la tecnica di Vipassana, suddividendola in quattro parti consequenziali: l introspezione equanime dell intero corpo, káyánupassaná; l osservazione di tutte le sensazioni alla superficie ed all interno del corpo, vedanánupassaná; l osservazione dell intera gamma degli stati mentali, cittánupassaná; l osservazione dell intero campo dei contenuti mentali, dhammánupassaná. 4

5 Chiamò questo cammino ekáyanomaggo e cioè la via diretta che porta alla liberazione. Per mezzo dell esperienza della propria reale natura giungiamo alla liberazione; eliminando l ignoranza, impediamo il formarsi di nuovi condizionamenti e, nello stesso tempo, lo sradicamento dei vecchi. In che modo Vipassana aiuta a non creare nuovi condizionamenti e a sciogliere i vecchi? Prima di tutto, il meditatore deve adottare una postura corretta; quindi, rimanere fermo con determinazione: senza nessun movimento del corpo, e con occhi e bocca chiusi; in questo modo non si potranno compiere le azioni vocali e fisiche che provocano nuovi condizionamenti. È soltanto a questo stadio che si può cercare di arrestare le formazioni mentali. A questo scopo, occorre sviluppare attenzione e vigilanza consapevoli. Di che cosa bisogna essere consapevoli? Del sorgere e svanire di ogni fenomeno nel corpo, per sperimentare la verità dell impermanenza. Il meditatore di Vipassana si rende conto della differenza tra verità apparente ed effettiva: ciò che appare solido ed impenetrabile a livello apparente, visto in profondità non è altro che onde e vibrazioni. Osservando sistematicamente le sensazioni del corpo con equanimità, parte per parte, punto per punto, può facilmente raggiungere lo stadio in cui persino le zone più solide del corpo, sono percepite quali effettivamente sono: oscillazioni di particelle subatomiche. Con la stessa consapevolezza, il meditatore osserva i quattro aspetti della mente: viññáóa 5

6 (coscienza), saññá (percezione), vedaná (sensazione) e saòkhára (reazione o condizionamento), e verifica che sono vibrazioni che appaiono e svaniscono. Tutti i fenomeni mentali e materiali hanno la stessa natura transitoria: si manifestano e subito svaniscono, permanentemente impermanenti, costituiti da una massa di piccolissime onde, che si disintegrano appena formate. Ecco la verità ultima di mente e materia. Per chi è nell ignoranza, ogni sensazione piacevole sarà causa di forte desiderio, si vorrà che continui, mentre ogni sensazione spiacevole sarà causa di rifiuto e si vorrà che finisca. Questa reazione della mente, o volizione, basata su bramosia e avversione, è la schiavitù più pesante. La percezione che la caratteristica fondamentale di tutti i fenomeni è il cambiamento (anicca), porta a fare esperienza della caratteristica di anattá, che cioè non esiste un io. Si giunge allora alla percezione della natura della sofferenza (dukkha) perché si sperimenta che l identificarsi con i fenomeni mutevoli non provoca altro che sofferenza. All inizio, il meditatore si troverà fortemente combattuto tra la comprensione della transitorietà dei fenomeni e l influenza dei vecchi condizionamenti mentali. Ma, con la pratica, imparerà l arte sottile di distinguere tra reale e illusorio, il percepito e l immaginato. La verità predominerà per tempi sempre più lunghi. La comprensione che la sensazione è destinata a svanire immediatamente indebolirà il desiderio. Gradimento e avversione costituiscono potenti attaccamenti che producono i condizionamenti mentali. 6

7 L eliminazione dei condizionamenti La pratica di Vipassana permette al meditatore di osservare con attenzione le manifestazioni dei passati comportamenti, e con il rafforzarsi dell equanimità, bramosia e avversione non hanno più presa. In una mente che non reagisce, i frutti delle azioni passate non possono più svilupparsi. Ogni vecchio condizionamento (saòkhára), viene sradicato sul nascere, senza che gli sia permesso moltiplicarsi. Il fuoco purificatore della saggezza (paññá), brucia i nuovi semi che accompagnano la maturazione (il produrre frutto, il dare risultato, n.d.r.) di queste azioni passate. Talvolta, questa maturazione avviene in modo così intenso che la saggezza viene meno e si offusca la giusta prospettiva; si perde l atteggiamento impersonale nei confronti del dolore e ci s identifica con le sensazioni. Col raziocinio, ci si può sforzare di non reagire, ma in realtà si comincia a considerare il proprio dolore come qualcosa che non finirà mai, e le reazioni continuano. Per rendersi conto pienamente della natura transitoria di tutti i fenomeni, e infrangere l apparente solidità delle percezioni, il meditatore deve raggiungere lo stadio dove percepisce l istantaneo sorgere e svanire delle vibrazioni, che costituiscono mente e materia. La pratica della meditazione Vipassana ha lo scopo di eliminare le vecchie negatività accumulate nel nostro inconscio. La corda vibrante di una mente pura estingue tutte le impurità del passato. Questo processo di eliminazione non può dirsi completo se anche il più piccolo nodo rimane da sciogliere. 7

8 La pratica di Vipassana deve continuare fino a che non vi sia nessuna impressione di solidità nel corpo e nella mente. Come essere equanimi? Il meditatore sopporta le conseguenze delle sue azioni passate. Come avviene? Egli sopporta, senza agitazione e recriminazione anche le sensazioni intense coltivando consapevolezza ed equanimità. Il meditatore è in grado di tollerare i frutti del passato senza forti reazioni perché conosce la vera natura della situazione. Non è colui che soffre, ma è l osservatore imparziale della sofferenza. Questo giusto distacco fa sì che le vecchie schiavitù vengano sradicate; fino a che non ci sarà più un osservatore, ma semplicemente osservazione, e neppure un sofferente, ma la sola sofferenza. Nonostante ciò, di tanto in tanto può riapparire una leggera agitazione o l identificazione con la sensazione, che provocheranno desiderio e avversione. Con la continua pratica, il meditatore vigilante raggiunge lo stadio dove viene sradicata l illusione dell io e, a quel punto, egli può sopportare perfino le sensazioni più intense, senza agitazione. Il risultato è la fine del formarsi di nuovi condizionamenti mentali. D ora in poi il meditatore è totalmente assorbito nel processo di purificazione continua, raggiungendo così la liberazione. 8

9 L importanza della pratica Un meditatore impegnato in questo compito deve impegnare il suo tempo nella pratica. Dove troverà più il tempo per chiacchiere inutili? Ogni attimo è prezioso e non va sprecato. Chi perde tempo a chiacchierare non ha ben compreso la serietà dell impegno. Il nobile esercizio di comprensione della verità è degradato a disquisizione intellettuale, ma la liberazione può essere conquistata con la pratica, mai con i discorsi. Questa è la ragione per cui il Buddha eruppe in un canto di lode al monaco che percorreva in modo risoluto il sentiero che porta alla liberazione: A gambe incrociate, eretto e determinato, sopportava le conseguenze delle sue azioni passate, tormentato da sensazioni intense, e penetranti. Con acuta consapevolezza e piena saggezza, egli non perse mai la calma o l equilibrio della mente, ma estirpava le vecchie impurità al loro emergere, senza manifestare più alcuna traccia di io. Che questa immagine e questa gioiosa esclamazione ci incoraggino a seguire la stessa via con determinazione. Qui sta la nostra vera felicità, la liberazione da ogni sofferenza. 9

10 Riferimenti storici della meditazione Vipassana * di E.Lerner Una catena di maestri che ha mantenuto la pratica intatta è quella stabilitasi in Myanmar da tempi remoti, con l arrivo dei monaci Sona e Uttara, e che è continuata sino a Ledi Sayadaw ( ), Saya Thetgyi ( ), Sayagyi U Ba Khin ( ) **, S.N. Goenka ( ). Negli ultimi decenni vi è stato un rinnovato interesse per la meditazione Vipassana, sia nei paesi di tradizione theraváda, (Myanmar, Sri Lanka, Tailandia, Cambogia, Laos) sia nel mondo, grazie all opera di diffusione da parte di coloro che hanno fatto conoscere la pratica fuori dai monasteri, evidenziandone i benefici nella vita quotidiana. Una caratteristica del metodo del maestro Sayagyi U Ba Khin è l estrema intensità della pratica durante brevi periodi (il corso di base dura dieci giorni), per offrire un immersione totale a chi ha poco tempo, per responsabilità professionali e familiari. U Ba Khin poneva sempre in evidenza gli aspetti concreti del lavoro meditativo, riducendo al minimo la teoria. Si trattava e si tratta di vivere le leggi naturali che * Da E. Lerner, Journey of Insight Meditation, op. cit. Estratto. ** V. U Ba Khin, Il tempo della meditazione è arrivato, op. cit. 10

11 regolano l universo, attraverso la propria esperienza, applicando un metodo. Dai discorsi del Buddha, si può dedurre che un gran numero di laici ricevette l insegnamento e raggiunse alti livelli di sviluppo spirituale. Ma come si deve avvicinare alla meditazione chi non ha tutta la vita da dedicare a silenzio e contemplazione? E che ruolo può avere la disciplina meditativa nella vita laica? Il sistema adottato dai monaci, secondo il Canone pali, prescrive di raggiungere un certo grado di concentrazione per poi passare alla pratica della comprensione della realtà, che si ottiene con Vipassana. Nei centri di meditazione per laici, come il centro fondato da U Ba Khin e nei centri sparsi in tutto il mondo fondati da Goenka, suo discepolo, s insegna un grado di concentrazione minima, ma sufficiente per iniziare a meditare con Vipassana. U Ba Khin ha ritenuto che, per i nostri giorni, sia più adatta la meditazione Vipassana, intrapresa senza un lungo periodo di apprendimento delle tecniche di concentrazione. L insegnamento della tecnica dalla metà del 900 in avanti Egli sviluppò un approccio all insegnamento della meditazione Vipassana, finalizzato a un apprendimento intenso per brevi periodi e alla continuità della pratica nella vita laica. Considerò che gli studenti laici, rispetto ai monaci, hanno maggiori difficoltà e minor tempo, inoltre vivono in un ambiente 11

12 agitato e teso, generalmente ostile a condotta morale e buona concentrazione, che sono i requisiti della comprensione profonda. Perciò elaborò un metodo, efficace in tali condizioni di forte pressione. In un periodo di dieci giorni, la durata del corso, molti possono sperimentare un barlume della realtà interiore, e poi continuare a espandere questa consapevolezza con due ore di meditazione al giorno, una volta conclusosi il corso e lasciato il centro. L obiettivo del suo metodo era l insegnamento della osservazione continua dei cambiamenti nel corpo, attraverso la sistematica osservazione delle sensazioni fisiche. Il Buddha, nel Saþipaþþhána Sutta, dice che il processo vitale è identico in tutti gli aspetti del divenire della mente-materia. E U Ba Khin notò che tale processo vitale è più forte e rapido nelle sensazioni fisiche. Gli studenti, incoraggiati a concentrare l attenzione su queste, e a rendersi conto dei cambiamenti che avvengono continuamente, apprendevano a sperimentare la natura mutevole all interno del corpo. 12

13 I principi basilari dell insegnamento del Buddha nella pratica meditativa * di Sayagyi Thray Sithu U Ba Khin Pochi anni prima di morire, Sayagyi registrò in inglese il seguente discorso per gli studenti occidentali che partecipavano ai suoi corsi. Trascritto dopo la sua morte, fu pubblicato con il titolo The essentials of Buddha- Dhamma in meditative practice. Anicca, Dukkha e Anattá: l impermanenza, la sofferenza e l assenza di un io, sono le tre caratteristiche essenziali nell insegnamento del Buddha. Se sperimentate anicca (l impermanenza di ogni fenomeno fisico e mentale) nel modo giusto, sperimenterete anche dukkha (la presenza della sofferenza e la sua origine), e anattá (l assenza di un io) come le verità ultime. Occorre del tempo per arrivare a comprendere tutte insieme queste tre verità. L impermanenza è il fattore principale da sperimentare con la meditazione. La conoscenza intellettuale non è sufficiente, poiché manca dell aspetto esperienziale. Oggi come ai tempi del Buddha, l esperienza dell impermanenza può essere sviluppata anche da chi non ha alcuna conoscenza di buddhi- * Da U Ba Khin, Il tempo della meditazione Vipassana è arrivato, op. cit. 13

14 smo, seguendo scrupolosamente il Nobile Ottuplice Sentiero composto da sìla, samádhi e paññá, cioè condotta morale, concentrazione e saggezza. Sìla o condotta morale è la base per samádhi, la padronanza della mente per la concentrazione. Solo quando vi è una buona concentrazione si può sviluppare la saggezza. Quindi la moralità e la concentrazione mentale sono le condizioni indispensabili per sviluppare la saggezza. Questa saggezza è l esperienza di anicca, dukkha e anattá per mezzo della pratica di Vipassana. La pratica della condotta morale e quella della concentrazione sono note, poiché sono il comune denominatore delle religioni. Ma il principe Siddhattha, prima di diventare Buddha, si rese conto che non sono sufficienti per raggiungere la fine della sofferenza. Egli divenne completamente illuminato dopo essersi strenuamente impegnato per sei anni, e solo allora insegnò come seguire il sentiero della liberazione. I condizionamenti accumulati Ogni azione, proveniente da fatti, parole o pensieri, lascia dietro di sé una forza attiva o saòkhára che va a carico o a merito di chi l ha compiuta, a seconda che l azione sia stata cattiva o buona. Quindi ognuno accumula una riserva di saòkhára (reazioni, formazioni o condizionamenti mentali) che funge da serbatoio e sorgente di energia per sostenere il flusso vitale, inevitabilmente seguito da sofferenza e morte. È attraverso lo sviluppo della comprensione di anicca, dukkha e anattá, che si è in grado di eli- 14

15 minare i condizionamenti accumulati. Questo processo comincia con l esperienza dell impermanenza, momento dopo momento, un giorno dopo l altro, mentre avvengono simultaneamente sia l accumulo di nuovi saòkhára sia l alleggerimento del deposito dei vecchi saòkhará. Liberarsi dai saòkhára è quindi un lavoro che richiede un intera vita o anche molte vite. Chi si è liberato da tutti i condizionamenti giunge alla fine delle proprie sofferenze. Alla fine della vita i perfetti santi, cioè i Buddha e gli Arahant, passano nel parinibbána (uno stadio al di là del mondo sensoriale), raggiungendo così la fine della sofferenza. L esperienza dell impermanenza Per chi ha intrapreso la meditazione Vipassana, basterebbe sperimentare l impermanenza tanto da poter raggiungere il primo stadio di áriya (persona nobile), cioè divenire sotápanna. L esperienza dell impermanenza apre la porta all esperienza della sofferenza, dell assenza di un io e poi all eliminazione della sofferenza, ed è possibile soltanto alla presenza di un Buddha o seguendo il suo insegnamento, il Nobile Ottuplice Sentiero. Per progredire uno studente deve continuare a coltivare l esperienza di anicca, il più a lungo possibile. Il suggerimento del Buddha è di cercare di mantenere la consapevolezza di anicca, dukkha e anattá in tutte le posizioni, sia seduti, che in piedi, sia camminando sia sdraiati. Il segreto del successo sta nel mantenere ininterrotta questa consapevolezza. Le ultime parole del Buddha sono state: 15

16 L impermanenza è inerente a tutte le cose composte. Lavorate con diligenza per la vostra stessa salvezza. Questa è l essenza del suo insegnamento nei quarantacinque anni del suo ministero. Se manterrete sempre viva la consapevolezza dell impermanenza, raggiungerete di certo lo scopo. Mentre la sviluppate, anche l esperienza di ciò che è vero nella natura diventerà sempre più chiara, fino a non avere più alcun dubbio sulle tre caratteristiche di anicca, dukkha e anattá. Ora che sapete che anicca è il primo fattore essenziale, dovrete cercare di capire cosa è, con la massima chiarezza, nel modo più ampio possibile, in modo da non avere nessuna confusione durante la pratica o nelle discussioni. La conoscenza delle kalápas Il significato di anicca è che l impermanenza (o disintegrazione, decomposizione, cambiamento) è inerente a tutto ciò che esiste nell universo, sia animato sia inanimato. E il Buddha insegnò che tutto ciò che esiste, a livello materiale, è formato da kalápas, particelle di materia molto più piccole dell atomo, che muoiono immediatamente dopo essere nate. La kalápa è una massa formata dagli otto elementi basilari della materia: solidità, coesione, temperatura e movimento uniti a colore, odore, gusto e nutrimento. Le prime quattro, chiamate qualità primarie, sono predominanti in una kalápa, mentre le altre quattro sono secondarie, dipendenti, 16

17 e nascono dalle precedenti. Solo quando queste otto si uniscono, si forma una kalápa. In altre parole, la momentanea collocazione di questi otto elementi, che formano la massa per un brevissimo momento, è ciò che nel buddhismo viene detto kalápa. Il suo arco di vita è chiamato attimo e si dice che di questi attimi ne passino mille miliardi in un batter d occhio. Le kalápas sono in uno stato di perenne cambiamento o flusso. Uno studente avanzato di meditazione Vipassana le può percepire nel corpo come una corrente di energia. Il corpo umano non è un entità solida e stabile, come può sembrare, ma un flusso di materia e mente. Rendersi conto per esperienza diretta che il nostro corpo è un flusso continuo di minuscole kalápas, significa conoscere la natura dell impermanenza. La verità della sofferenza L impermanenza causata dal continuo sorgere e passare di kalápas, viene identificato come dukkha, sofferenza. Soltanto quando sperimentate l impermanenza come sofferenza, arrivate alla realizzazione (al fare esperienza, n.d.r.) della verità della sofferenza, la prima delle quattro Nobili Verità. Perché? Perché quando comprendete la natura sottile della sofferenza da cui non potete sfuggire neanche per un momento, proverete per la vostra esistenza paura, disgusto e ripugnanza, e cercherete una via di uscita che vi porti a uno stadio al di là della sofferenza, e quindi al nibbána, la fine della sofferenza. Potete gustare questo stadio senza sofferenza già 17

18 in questa vita, se raggiungerete lo stadio di sotápanna, ovvero il primo stadio della liberazione, chiamato chi entra nella corrente, e se svilupperete la pratica fino a raggiungere lo stato incondizionato del nibbána. Ma nei limiti comuni, quando sarete in grado di mantenere continua la consapevolezza di anicca, vi accorgerete che è in atto un miglioramento in voi. Prima della vera e propria pratica di Vipassana, che richiede una base di concentrazione mentale, lo studente dovrebbe avere una conoscenza teorica circa mente e materia. L osservazione delle sensazioni nel corpo Nella meditazione Vipassana, non si contempla soltanto la mutevole natura del corpo, ma anche la mutevole natura della mente, cioè degli stati mentali e dei pensieri, momento dopo momento. Alcune volte l attenzione è focalizzata sull impermanenza nel corpo e altre volte sull impermanenza nella mente. Mentre si contempla l impermanenza del corpo, ci si rende conto che insieme a questa consapevolezza, c è quella della transitorietà degli stati mentali e dei pensieri, simultanei alle sensazioni corporee. In tal caso, c è l esperienza di anicca nei riguardi sia della mente sia della materia. Ciò che finora ho detto, riguarda l esperienza dell impermanenza attraverso le sensazioni corporee e i contenuti mentali che da esse dipendono. Ma si può sperimentare l impermanenza anche attraverso gli organi di senso: 18

19 dal contatto di una forma visibile con l organo sensoriale dell occhio; dal contatto del suono con l organo sensoriale dell orecchio; dal contatto dell odore con l organo sensoriale del naso; dal contatto del gusto con l organo sensoriale della lingua; dal contatto del tatto con l organo sensoriale del corpo; dal contatto degli oggetti mentali con l organo sensoriale della mente. Si può sperimentare l impermanenza attraverso ognuno degli organi di senso, ma con la pratica meditativa si è scoperto che il modo più idoneo è l osservazione delle sensazioni da contatto del tatto con il corpo. Esse sono più evidenti di altri tipi di sensazioni, per l ampiezza di area e per l irradiamento, la frizione e la vibrazione dei kalápa; e quindi sono le più idonee per iniziare a meditare e per sperimentare aniccá. Questa è la principale ragione per cui in questa tradizione meditativa si sono scelte le sensazioni fisiche corporee: sono il mezzo più veloce per sperimentare l impermanenza. Siete comunque liberi di provare altri mezzi, ma vi suggerisco di essere ben saldi nello sperimentare anicca con la sensazione fisica corporea, prima di tentare con altri tipi di sensazione. 19

20 I livelli di conoscenza In Vipassana vi sono dieci livelli di conoscenza: Sammásana: riconoscimento teorico di anicca, dukkha e anattá attraverso l osservazione e l analisi. Udayabbaya: conoscenza del sorgere e dissolversi di rúpa e náma (della mente e della materia), attraverso l osservazione diretta; Bhaòga: conoscenza della natura mutevole di rúpa e náma, sperimentata come una rapida corrente o flusso di energia; in particolare, chiara consapevolezza della fase di dissoluzione; Bháya: conoscenza di quanto sia sgradevole questa esistenza. Ádìnava: conoscenza di quanto sia piena di male questa esistenza; Nibbidá: conoscenza di quanto sia disgustosa questa esistenza; Muncitukaíyata: conoscenza della pressante necessità e desiderio di sfuggire da questa esistenza; Paþisankha: conoscenza che è giunto il tempo di impegnarsi per la piena realizzazione della liberazione, tenendo come base l esperienza dell impermanenza; Sankhárupekkhá: conoscenza che ormai si è allo stadio in cui ci si può distaccare da tutti i fenomeni condizionati e andare oltre l egocentrismo. Anuloma: conoscenza che contribuisce e accelera il tentativo per raggiungere lo scopo. Il meditatore di Vipassana passa attraverso questi livelli di conseguimento. Essi possono essere rag- 20

21 giunti contemporaneamente al progresso nell esperienza dell impermanenza. Alcuni di essi devono essere accompagnati dall ausilio di un insegnante competente. Si dovrebbe evitare di bramare questi conseguimenti, poiché ciò distrarrebbe dalla continua osservazione della realtà dell impermanenza, che è la sola che può dare e darà la ricompensa desiderata. L esperienza di anicca nella vita quotidiana Vorrei ora parlare della meditazione Vipassana dal punto di vista del laico nella vita quotidiana, e spiegare i benefici che si possono ottenere, qui e ora, durante questa stessa vita. Il primo obiettivo di Vipassana è di attivare l esperienza di anicca in se stessi e raggiungere quindi uno stato di equilibrio e di calma esteriore e interiore. Questo è raggiunto quando si è completamente assorbiti nell osservazione a livello di esperienza dell impermanenza in se stessi. L umanità sta affrontando gravi problemi che la minacciano. È il momento giusto per tutti di cominciare la meditazione Vipassana e imparare ora a scoprire una profonda oasi di quiete nella confusione. Anicca (la realtà dell impermanenza) è all interno di ognuno. È alla portata di ognuno. Sarà sufficiente uno sguardo in se stessi ed ecco, la si sperimenterà. Quando si riesce a sperimentarla e ci s immerge in essa, allora ci si può, con un atto di volontà, staccarsi dal mondo, o meglio dalle interpretazioni mentali sul mondo. Anicca è per il laico una gemma prezio- 21

22 sissima per creare una riserva di calma e di energia tranquilla per il suo benessere e per il benessere della società. Questa esperienza, se sviluppata correttamente, stronca alla radice ed elimina gradualmente tutto ciò che vi è di negativo. Questa esperienza non è riservata ai monaci, ma è anche per i laici con famiglia. Malgrado le avversità possano rendere il laico agitato, un maestro o un insegnante competente può aiutare a sperimentare anicca in un tempo relativamente breve. Una volta che questa esperienza c è stata, tutto ciò che si deve fare, è preservarla. Il tiro alla fune È necessario un impegno con se stessi: appena si presenta l occasione e il tempo per progredire, ci si impegnerà per raggiungere lo stadio di bhaògañáóa, il terzo livello di conoscenza in Vipassana. Per chi non l ha ancora raggiunto, vi possono essere alcune difficoltà: sarà come un tiro alla fune tra l esperienza interiore di anicca e le attività esteriori sia fisiche che mentali. Per cui sarebbe saggio mettere in pratica il detto Lavora mentre lavori e gioca mentre giochi. Non si dovrà quindi attivare anicca in continuazione. Basterà riuscire a farlo in periodi di tempo regolari e a ciò riservati, sia di giorno che di sera. Durante queste ore, bisogna tentare di focalizzare l attenzione sul corpo, con l osservazione dell impermanenza delle sensazioni fisiche corporee. In queste occasioni la consapevolezza dovrebbe essere ininterrotta, tanto da non permettere l intrusione di pensieri. Nel caso ciò non fosse possibile, il meditatore dovrebbe uti- 22

23 lizzare la consapevolezza del respiro, poiché la concentrazione è la chiave per l esperienza di anicca. Per avere una buona concentrazione, bisogna che la condotta morale sìla sia perfetta, poiché la concentrazione samádhi si regge su una buona condotta morale. Per una buona esperienza di anicca, la concentrazione deve essere buona. L attivazione di anicca La tecnica per attivare anicca richiede semplicemente la mente equilibrata e concentrata, e l osservazione continuativa sull oggetto di meditazione: le sensazioni fisiche del corpo, con la consapevolezza della loro impermanenza. È necessario iniziare l osservazione in un area in cui l attenzione possa fermarsi facilmente, per poi spostare l attenzione, dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa, e poi di tanto in tanto dirigerla all interno. Non si deve tener conto dell anatomia, ma ci si deve accorgere delle sensazioni fisiche e del loro continuo cambiamento. Se si osservano queste istruzioni vi sarà senz altro progresso; esso dipende anche dalle qualità sviluppate e dall impegno nell esercizio meditativo. Più il livello di conoscenza è alto, più aumenterà la capacità di sperimentare anicca, dukkha e anattá, avvicinandosi sempre di più al traguardo finale di un ariya, persona nobile. Questo è il traguardo su cui ogni laico dovrebbe essere focalizzato. 23

24 Il tempo della meditazione Vipassana è arrivato È questa un era scientifica. L uomo di oggi non accetta nulla, a meno che non ne veda risultati positivi, concreti e realizzabili nel presente. Il Buddha disse al popolo dei Kalama: Non fatevi condurre fuori strada da racconti, da tradizioni o da cose ascoltate. Non fatevi condurre fuori strada da chi ha competenza nelle scritture, o dal ragionamento, dalla logica, dalla riflessione o dall approvazione di alcune teorie, o perché alcuni punti di vista si adattano alle vostre inclinazioni, o per rispetto verso il maestro. Quando invece sapete da voi stessi: Queste cose sono malsane, queste cose sono scorrette, queste cose sono riprovate dal saggio, queste cose, se praticate, conducono alla distruzione e al dolore, respingetele. Ma se sapete da voi stessi: Queste cose sono salutari, queste cose sono giuste, queste cose sono apprezzate dalla persona intelligente, queste cose, quando praticate, conducono alla salute e alla felicità, allora, o Kalama, avendole praticate, perseverate in esse. È suonata l ora di Vipassana: la rinascita del Dhamma di Buddha, con la pratica di Vipassana. Non c è alcun dubbio che chi, con mente aperta e sincera, segua un corso sotto la guida di un insegnante competente, ottenga risultati buoni, concreti, validi, qui e ora, che lo renderanno sicuro e sereno per il resto della sua vita. 24

25 Il corso di dieci giorni di meditazione Vipassana * come insegnata da S.N. Goenka nella tradizione di U Ba Khin di A. Solé-Leris Il Buddha disse: Se chi viene da me, ha propositi sinceri, leali e puri, io lo istruirò e gli insegnerò il Dhamma. Se praticherà ciò che gli viene insegnato, in sette anni raggiungerà quell ineguagliabile traguardo di santità, per conquistare il quale, giovani di buona famiglia abbandonarono le loro case e divennero monaci erranti; raggiungerà la meta e in essa dimorerà, praticando e comprendendo attraverso la sua esperienza. Ma che dico sette anni, in sei, cinque, quattro, tre, due anni, in un anno... in sette mesi, o sei, cinque, o quattro, o tre, o due, o in un mese o in quindici giorni. Accantoniamo anche i quindici giorni: in sette giorni egli potrà arrivare alla meta. Voi penserete che il monaco Gotama, il Buddha, parli in questo modo per procurarsi discepoli, ma non è così, anzi, rimanete pure con il maestro che già avete. Oppure penserete che Gotama il Buddha voglia che smettiate di seguire i vostri precetti. Avreste torto a * Da A. Solé Leris. La meditazione buddista. op. cit. 25

26 pensarlo. Mantenete pure le vostre regole, e continuate a condurre lo stesso tipo di vita che state conducendo. Forse penserete che Gotama il Buddha voglia farvi fare qualcosa che non concorda con le vostre dottrine e che quindi ritenete errato. Ma, anche questa è un idea sbagliata, perché potete continuare a considerare errato ciò che per voi finora è stato errato. Anche solo il dubbio che io voglia farvi abbandonare ciò che voi stessi e le vostre religioni considerate positivo, va dissipato. Continuate pure a credere in ciò cui avete sempre creduto. Nessuno di questi motivi è quello che m induce a parlarvi. Io v insegno il Dhamma perché vedo che non avete abbandonato ciò che è impuro, ciò che provoca paura e che porta a conseguenze di sofferenza, ciò che è connesso alla nascita, alla vecchiaia, alla morte, ciò che conduce alla rinascita. Insegno il Dhamma proprio perché questa ignoranza venga abbandonata. Se applicherete ciò che insegno, vi sbarazzerete di tutte le impurità mentali, e nello stesso tempo, si svilupperà in voi ciò che serve per condurvi alla purificazione. Allora, già da questa vita, con la vostra comprensione e con la vostra pratica, raggiungerete la pienezza della perfetta saggezza e dimorerete in essa. (D 2) Goenka così commenta: L Illuminato ha offerto all umanità un insegnamento universale: il Dhamma, la legge di natura. Riscoprendo e sperimentando questa legge si liberò e poi, con infinita compassione, insegnò questa via, in modo che molti potessero beneficiarne. Chi raggiunge le profondità della mente e sradica tutte le impurità, diventa una persona illuminata. Chiunque, indipendentemente 26

27 dalla religione, dalla razza, e dalla nazione cui appartiene, può trarre benefici dal Dhamma. Il Buddha disse Datemi sette giorni della vostra vita, provate. Anch io v invito a provare. Non essendo un Buddha, vi dico Datemi almeno dieci giorni della vostra vita. Limitatevi a provare. Accettate questo insegnamento solo dopo aver fatto una prova. Le fondamenta della pratica di Vipassana sono: la condotta morale, la concentrazione della mente e la purificazione dei processi mentali. Il processo introspettivo di auto-purificazione non è facile e richiede un impegno intenso. Lo studente raggiunge risultati solo grazie ai propri sforzi. Di conseguenza, la meditazione è adatta solo a chi intende applicarsi. Per la durata del corso, va rispettato un codice di comportamento, che facilita la calma mentale, propedeutica alla meditazione. Le sue regole sono: astenersi dall uccidere qualsiasi essere, dal rubare e dal mentire; da attività sessuale e da droghe e intossicanti; astenersi dal leggere e dallo scrivere, da pratiche religiose, ginniche o altro; rimanere nel luogo del corso, interrompere i contatti con l esterno. Tali norme sono parte integrante della pratica meditativa e sono poste per aiutare. Il programma quotidiano La giornata inizia alle quattro del mattino e termina alle nove e trenta, dieci di sera. Comprende, quindi, undici ore circa tra meditazione e momenti di riposo. Le ore di meditazione individuale sono alternate a ore di meditazione di gruppo, durante le 27

28 quali si medita con l insegnante. Ogni sera si ascolta un discorso di circa un ora in cui sono chiariti e approfonditi i vari aspetti della teoria e della pratica meditativa. Sin dal primo giorno sono evidenziati l aspetto scientifico e concreto di Vipassana e i benefici che apporta nella vita quotidiana. Per nove giorni, gli studenti osservano il silenzio fra loro, mentre possono discutere di questioni inerenti alla meditazione con l insegnante e comunicare con i responsabili organizzativi per gli aspetti pratici. I primi tre giorni Il respiro è come un ponte che collega la parte conosciuta della mente con quella sconosciuta, vale a dire la parte della quale siamo consapevoli con quella che opera fuori dal nostro controllo. La respirazione ha uno stretto legame con la mente, perché sono gli stati mentali ed emotivi a determinare la frequenza e la profondità del respiro. I primi due giorni sono dedicati a un esercizio di consapevolezza del respiro, finalizzato allo sviluppo della concentrazione mentale, propedeutica a una profonda trasformazione nella mente. Nell ambito dell esercizio meditativo la concentrazione serve a eliminare l instabilità, la tendenza della mente a distrarsi continuamente, così da poter esaminare le sue profondità. (Goenka) Lo studente è invitato a osservare le aree delle narici, al di sotto e all interno delle stesse e sopra il labbro superiore. È necessario portare e mantenere lì l attenzione e osservare ogni inspirazione e ogni 28

29 espirazione. Ci si allena a essere consapevoli di ogni variazione del respiro: regolare o irregolare, profondo o lieve, breve o lungo che sia, permettendo alla respirazione di scorrere liberamente, senza interferire. Se la concentrazione è adeguata, dall osservazione del respiro si passa all osservazione delle sensazioni fisiche che si manifestano in quella zona circoscritta. Grazie alla ricerca scientifica, oggi sappiamo che nel nostro organismo avvengono innumerevoli processi biologici, fisici, chimici ed elettrici, e che molti altri avvengono a livello molecolare, e che le sensazioni corporee sono una loro manifestazione. Siccome con la meditazione diveniamo consapevoli di esse, possiamo sperimentare questi processi nel nostro corpo, e non limitarci a nozioni intellettuali. All inizio, probabilmente, percepiremo le sensazioni più intense come, ad esempio, prurito, dolore e pressione; e occorrerà che ci costruiamo un attitudine equanime per osservarle senza giudicarle o speculare. Allenandoci in alcune piccole aree, ci prepariamo a osservare tutto il corpo con concentrazione ed equanimità. Il quarto giorno Lo studente è pronto a imparare Vipassana. Spostando l attenzione in tutto il corpo, osserva le sensazioni e cerca di sviluppare un attitudine equanime (cioè di accettazione e non reazione) verso di esse, per quanto piacevoli o spiacevoli. La mente non è altro che vibrazioni. L intero universo non è altro che vibrazione, oscillazione. Se la mente è concentrata, può percepire il corpo come 29

30 un insieme di fenomeni in continuo mutamento: un incessante flusso di vibrazioni e di piccolissime onde, simili a correnti elettriche. Può sperimentare che la solidità del corpo è solo apparente e che, mentre lo osserva, può percepirne la dissoluzione. Nella meditazione, l aspetto essenziale è l acquisire saggezza attraverso la consapevolezza equanime della realtà interiore. La misura del nostro successo è la nostra saggezza, cioè la capacità di non reagire. Non ha nessuna importanza il tipo di sensazione che si sperimenta, l unica cosa importante è osservarla senza giudizio. Vipassana è un processo finalizzato a sviluppare e a mantenere l equilibrio della mente. E questo equilibrio scaturisce dalla consapevolezza dell impermanenza. Dobbiamo osservare i fenomeni chimici e fisici che incessantemente si manifestano, sottoforma di sensazioni, senza identificarci con essi, come fossimo scienziati di fronte a fenomeni di laboratorio. L esperienza di questa equanimità è la chiave per purificare la mente. Scopriremo, infatti, che ogni dolore, inizialmente intenso e a volte insopportabile, tenderà a cambiare, diminuire e dissolversi, come ogni sensazione. Ciò è possibile osservando e accogliendo senza giudicare tutto ciò che si manifesta (senza attaccamento per le sensazioni piacevoli, senza avversione per quelle spiacevoli). Dal 5 al 9 giorno Perseverando nell osservazione ed esplorando minuziosamente ogni parte del corpo, lo studente continua a migliorare la sua capacità di percepire 30

31 sensazioni. Durante il corso, sono insegnati, gradualmente, differenti metodi di osservazione, con i quali si possono raggiungere livelli sempre più profondi. Anche l attenzione può essere diretta e guidata in differenti modi, secondo il tipo e l intensità delle sensazioni. L osservazione deve essere costante e ininterrotta, perché solo così si potrà sperimentare la realtà dell organismo: un insieme di processi in continuo mutamento, un rapidissimo e incessante succedersi di fenomeni che interagiscono tra loro. Lo studente sperimenta l impermanenza e la mancanza di solidità di ogni fenomeno, percepisce la natura insoddisfacente di tutte le cose, e scopre che l io permanente è solo un illusione. L intera pratica è un cammino di purificazione che non permette la nascita di nuovi condizionamenti, ed elimina quelli vecchi. Questa graduale eliminazione ci consente di affrontare le vicissitudini della vita in maniera equilibrata e di vivere in un modo armonioso. Il decimo giorno Dopo giorni d impegno nell imparare a padroneggiare e a purificare la mente, si apprende la parte finale della tecnica: la meditazione della benevolenza, mettá. Il meditatore, la cui mente è purificata dalla meditazione, è invitato a condividere con tutti la calma e l equilibrio raggiunti (grazie agli esercizi della consapevolezza e dell equanimità). Poi, sono date istruzioni su come mantenere la continuità della meditazione e su come applicare la tecnica, nella vita quotidiana. 31

32 Lo scopo della meditazione * di S.N. Goenka C è sofferenza. Questa è un amara e universale verità che non può essere eliminata ignorandola. Accettare questa realtà della sofferenza è accettare la verità. Solo allora cercheremo una via per uscirne. Chi può avere difficoltà ad ammettere la presenza della sofferenza in questo universo, quando essa è così evidente nella vita dell uomo e in quella di tutti gli esseri viventi? Non vogliamo certamente dire che nella vita ci sia solo sofferenza, senza una traccia di qualche piacere. Ma i piaceri dei sensi sono qualcosa che possiamo chiamare felicità? Non è forse vero che anche quello spiraglio di felicità contiene in sé l ombra della sofferenza? Non c è piacere che sia permanente, immutabile, duraturo. Non c è alcun singolo piacere della sfera sensuale di cui si possa gioire per sempre. E lo stesso fruitore del piacere non rimarrà in eterno. Chi invece gode dei piaceri con distacco, comprendendo la loro natura transitoria, quando questi finiscono, è sempre indenne dalla sofferenza. Se siamo coscienti della mutevole e impermanente natura dei piaceri, pur godendone, siamo consapevoli della loro intrinseca sofferenza; così non saremo preda del dolore quando finiscono. Osservare la verità della sofferenza quando si prova dolore non è fare esperienza della nobile verità * Dai testi elencati nella Prefazione. 32

33 della sofferenza. Ma percepire la sofferenza latente, il dolore sempre presente, l inevitabile infelicità insita in situazioni e occasioni in cui siamo nella gioia e nel piacere, questo, sì, è fare esperienza della nobile verità della sofferenza, ed è questa esperienza che veramente ci rende liberi. Fino a quando però siamo incapaci di osservare la reale natura del piacere dei sensi, continueremo ad aggrapparci a essi, e a struggerci per essi. Ed è questa, dopo tutto, la principale causa di tutto il nostro soffrire. Se quindi vogliamo capire pienamente la natura della sofferenza, dobbiamo sperimentare le realtà più sottili. A livello di esperienza, all interno della struttura del proprio corpo, s incomincia a osservare la natura transitoria della realtà e poi a comprendere la natura dell intero universo mentale e materiale. Tutto il mondo dei sensi è impermanente e qualsiasi cosa impermanente è sofferenza. La radice della sofferenza Alla radice di tutto il nostro soffrire, c è sempre qualche attaccamento, qualche forte desiderio. Cerchiamo allora di capire la natura del desiderio con accuratezza e profondità. Noi sentiamo continuamente un infinità di desideri. Il desiderio è stimolato se vediamo una forma che ci sembra bella; se ascoltiamo, odoriamo, assaggiamo, tocchiamo qualcosa che è per noi piacevole. Sorge così l attaccamento verso tutto ciò che di piacevole incontriamo. E anche quando richiamiamo alla memoria un esperienza che ci ha procurato una sensazione di 33

34 piacere, siamo desiderosi di provarla di nuovo. Se immaginiamo qualche piacere che non abbiamo ancora provato, siamo desiderosi di provarlo. Il desiderio degli oggetti dei sei sensi (i cinque sensi e la mente) sorge perché gli oggetti dei sensi ci rendono irrequieti, cominciamo a desiderare ciò che non possediamo. Dove ci sono attaccamento e bramosia c è insoddisfazione e viceversa. E quando il fuoco del desiderio si combina con invidia, ira, illusione, inganno o altro, la sua intensità cresce, col risultato che aumenta anche la nostra sofferenza. E cominciamo a lamentarci. Perché sono inferiore agli altri? Perché questo è capitato a me? Perché questa situazione è così? Perché gli altri hanno di meno o di più? E queste continue domande ci provocano insoddisfazione e dolore. La vita diventa tesa, piena di ansia e irrequietezza, di disordinato affanno. Dopo aver raggiunto un obiettivo, siamo tesi a volere qualcosa d altro e di più. Siamo in un luogo e vorremmo essere altrove. Acquistiamo qualcosa e già siamo tesi a qualcos altro. La pace sta nel mantenerci lontano dai tentacoli dell avidità disordinata e della competizione inutile. Anche quando dobbiamo lavorare duramente per la sopravvivenza, la pace sta nel mantenere sempre la mente serena ed equilibrata, con la comprensione profonda della sua reale natura. Per raggiungere questo stadio è necessario impegnarsi energicamente. Il solo modo è una via concreta: l auto-osservazione, coltivando il giusto distacco. Questa è la via per raggiungere la fine della sofferenza. Questo è quanto si può apprendere con la pratica della meditazione Vipassana. 34

35 Domande e risposte Domanda: Perché viene data più importanza all osservazione delle sensazioni del corpo che all osservazione dei fenomeni della mente? Goenka: Perché il più delle volte non si osserva oggettivamente la mente ma, invischiati in essa, si reagisce. Quando invece si osservano le sensazioni, c è un esperienza concreta, priva di immaginazione. Le sensazioni sono nel corpo, ma sono percepite dalla mente: perciò mente e corpo sono coinvolti quando si osservano le sensazioni. Qualsiasi cosa sorga nella mente si manifesta come una sensazione nel corpo. E la sensazione è la radice del problema: noi non reagiamo ai pensieri, ma alle sensazioni fisiche. Può apparire che quando ho un pensiero piacevole, nella mente inizia la bramosia, e quando ho un pensiero sgradevole inizia l avversione. Ma ciò che si chiama pensiero piacevole non è altro che una piacevole sensazione nel corpo. Senza l osservazione della sensazione fisica, il lavoro interiore è superficiale. E le radici delle impurità rimangono. Cosa avviene nel corpo e nella mente, quando s inizia a meditare? Il Buddha disse che chi sperimenta il Dhamma, non sperimenta altro che la legge di causa ed effetto. Dovete sperimentarla in voi stessi. E in un corso di dieci giorni avete l opportunità di imparare come. 35

36 Non è per curiosità che va indagata la realtà di materia, mente e contenuti mentali, ma per cambiare i condizionamenti mentali al loro livello più profondo. Man mano che procedete, vi accorgerete di come la mente influenzi il corpo e di come il corpo influenzi la mente. A ogni istante nel corpo, masse di particelle subatomiche, in pali kalápas, sorgono e passano. Come sorgono? Una causa del loro sorgere è il cibo che ingeriamo. Altre cause sono l atmosfera che ci circonda e i condizionamenti mentali del passato. Tutto questo vi diverrà chiaro per esperienza, praticando Vipassana. Domandiamoci: in questo momento qual è lo stato della mia mente e qual è il suo contenuto? La qualità della mente dipende dal suo contenuto. Quando la mente è piena di passione, nel corpo sorgono particelle subatomiche di un tipo corrispondente e comincia a scorrervi un flusso biochimico. Questo flusso di passione o kámásava, inizia poiché la mente è piena di passione. Come lo scienziato, dobbiamo osservare ed esaminare la legge di natura. E ci accorgeremo che, reagendo con bramosia o avversione, ogni stimolo mentale che diamo al flusso bio-chimico, moltiplica e rafforza le impurità, per minuti e a volte per ore. Il risultato è un circolo vizioso di sofferenza. La comprensione intellettuale non lo romperà, ma anzi può persino creare ulteriori difficoltà. Se accettiamo questa legge di natura solo intellettualmente, senza riuscire a cambiare l abitudine mentale, rimarremo lontani dalla realizzazione della verità ultima. Ciò che chiamiamo mente inconscia, in realtà non è affatto inconscia: essa è sempre in contatto col 36

37 corpo. Ed è attraverso questo contatto che sorge la sensazione. Se valutiamo piacevole o spiacevole la sensazione che proviamo, nelle profondità della mente c è una reazione di bramosia e avversione, che moltiplica le impurità. Questo processo moltiplica la sofferenza e non possiamo fermarlo, perché c è una barriera tra la mente conscia e inconscia che, senza la pratica di Vipassana, rimane. Ma quando si infrange, cominciamo a percepire sensazioni in tutto il corpo. Osservandole, cominciamo a sperimentare la loro caratteristica di sorgere e passare. Ed è grazie a questa esperienza che iniziamo a cambiare i modelli mentali. Per esempio, sentiamo una sensazione, e con Vipassana la osserviamo con equanimità, senza reagire. Sperimentandone la natura impermanente, in quei pochi ma meravigliosi istanti, abbiamo cominciato a cambiare il modello mentale. Gradualmente indeboliamo l abitudine a reagire con automatismo alla sensazione. Inizialmente solo per pochi istanti o minuti, ma con l esercizio svilupperemo forza e capacità. Man mano che gli abituali condizionamenti verranno meno, anche il comportamento cambierà. Uscirete così dall infelicità. La meditazione può essere anche uno strumento per una società più armoniosa e produttiva? È idea comune che senza un io continuamente stimolato, senza sicurezza di sé e carriera, non si possa avere la forza necessaria per sopravvivere nel mondo. Quando si ha un atteggiamento egocentrico, la tendenza è di fare il più possibile per se stessi, e ciò 37

38 dà tensione e frustrazione. Quando invece l ego si dissolve grazie alla meditazione, si fa esperienza che la mente è piena di amore, compassione e benevolenza. Sentite che il vostro lavoro è anche a vantaggio altrui. Vi sentite più rilassati e più attivi. Questa tecnica non vi rende passivi, ma persone responsabili e piene di energia. La società richiede la nostra partecipazione, non si possono chiudere gli occhi e allontanarsene nel nome della meditazione. Occorre dare il proprio contributo. Il Buddha era solito dire che quando si ha fame, non si può praticare il Dhamma, non si può meditare. Questo è un fattore fondamentale. Ogni guerra è nociva, ma l ideale di mantenerla lontana dalla società non basta. Ognuno deve liberarsi dalla tensione interiore, perché la tensione tra nazioni come tra individui, esiste a causa delle impurità nella mente. L uomo è un essere sociale. Non è possibile né utile per lui vivere separato dalla società. Il criterio di valutazione del suo essere parte utile della società è il suo contributo nel renderla più pacifica e armoniosa. E il più valido contributo è l esercitarsi per la liberazione dalle negatività mentali. Con la purezza di mente, qualsiasi servizio si presti, sarà forte, efficace e fruttuoso. Allenatevi a purificare la mente, continuate a esaminare se la state realmente purificando, e fate volontariato senza aspettarvi nulla in cambio. Chi non ha partecipato al corso di Vipassana di dieci giorni può imparare da solo a osservare le sensazioni corporee? 38

39 È essenziale partecipare al corso: la tecnica è come una profonda operazione della mente e quindi è sempre consigliabile che, la prima volta, la si provi alla presenza di un insegnante appositamente formato. Dopo dieci giorni non è necessario si dipenda dall insegnante: la natura è il vostro maestro, e quando conoscete la strada potete camminare da soli. Il corso serve ad allenare la mente a osservare le sensazioni. Senza allenamento, è molto difficile affrontare una negatività, perché quando si manifesta, può sopraffarvi e impedirvi di osservare le sensazioni col giusto distacco. Una profonda paura o una profonda passione, può venire alla superficie e si può perdere l equilibrio. Deve esserci una guida che indichi che cosa sta succedendo e come affrontare la situazione. È necessaria una preparazione per partecipare al corso? No, non è necessaria. E i dieci giorni del corso serviranno per tutta la vita. Bisogna essere buddhisti per imparare Vipassana? La tecnica e l insegnamento sono universali perché universale è la sofferenza. Si può provenire da qualsiasi tradizione, religione o filosofia: come obiettare a sìla, la condotta morale, cioè il vivere senza danneggiare se stessi e gli altri? E come si può fare obiezione a samádhi, lo sviluppo della padronanza sulla mente, con l utilizzo di un oggetto universale come il respiro? Come obiettare a paññá, lo sviluppo della saggezza attraverso l esperienza diretta delle universali leggi di natura, con lo scopo di elimi- 39

40 nare le impurità mentali? Non ci sono obiezioni dovute all appartenenza a una comunità, nazione, religione o tradizione. La pratica di Vipassana è il cuore dell insegnamento del Buddha. È accettabile da tutti perché basata su leggi di natura universali e porta concreti benefici nella vita. 40

41 Una storia tradizionale indiana * Narrata da Goenka alla fine dei corsi per evidenziare l essenzialità della pratica Una volta un giovane professore stava viaggiando per mare. Uomo assai colto e carico di titoli accademici, aveva poca esperienza della vita. Tra l equipaggio della nave, c era un vecchio marinaio analfabeta. Ogni sera il marinaio, molto impressionato dalle conoscenze del giovane professore, gli faceva visita in cabina per ascoltare le sue dissertazioni. Una sera, dopo alcune ore di conversazione, il marinaio stava andandosene quando il professore gli chiese: Ditemi, vecchio marinaio, avete studiato geologia? Che cos è? La scienza della terra. No, non sono mai stato a scuola. Allora avete sprecato un quarto della vostra vita. Il vecchio marinaio se ne andò rattristato. Se una persona così istruita dice questo, certamente deve essere vero, ho sprecato un quarto della mia vita! La sera seguente, il professore gli chiese: Ditemi, avete studiato oceanografia? Che cos é? * Da W. Hart, La meditazione Vipassana, op. cit. 41

42 La scienza del mare. No, non ho mai studiato niente. Allora avete sprecato metà della vita. Il vecchio se ne andò ancora più triste, ho certamente sprecato metà della mia vita, così dice quest uomo tanto istruito. Di nuovo la sera successiva, il professore gli chiese: Ditemi, avete studiato meteorologia? Che cos è? Non ne ho mai sentito parlare. Ma come! É la scienza del vento, della pioggia, del tempo. No. Non sono stato a scuola, non ho mai studiato. Non avete studiato la scienza della terra in cui vivete, non avete studiato la scienza del mare, sul quale vi guadagnate da vivere, non avete studiato la scienza del clima che incontrate ogni giorno? Avete sprecato tre quarti della vita. Il marinaio era molto infelice: Quest uomo istruito dice che ho sprecato tre quarti della mia vita! Deve essere senz altro vero. Il giorno seguente fu il turno del vecchio marinaio. Corse alla cabina del giovane e urlò: Professore, avete studiato nuotologia? Nuotologia? Che volete dire? Sapete nuotare, professore? No, non so nuotare. Professore, avete sprecato tutta la vostra vita! La nave ha urtato contro uno scoglio e sta affondando. Chi sa nuotare, potrà raggiungere la spiaggia vicina, ma chi non sa nuotare, annegherà. Mi dispiace, professore, ma di sicuro avete perso tutta la vostra vita. 42

43 Potete studiare tutte le ologie del mondo, ma se non imparate la nuotologia, i vostri studi sono inutili. Potete leggere e scrivere libri sul nuoto, potete dibattere sui suoi sottili aspetti teorici, ma come vi può aiutare tutto questo, se vi rifiutate di entrare in acqua? 43

44 Tre episodi dal Canone pali sull apprendimento Narrati da S.N. Goenka Il panno imbrattato (Dhp, II.3) Ci sono diverse maniere di affrontare le proprie difficoltà, ci sono diverse modalità di apprendimento, e ciascuna va sempre incoraggiata. (Goenka) Una volta, si recarono dal Buddha due fratelli, Paòthaka il maggiore e Paòthaka il minore. Diventarono entrambi monaci e incominciarono a meditare. Il maggiore assimilò con facilità la tecnica e progredì rapidamente. Il fratello minore, invece, era lento e non riusciva nemmeno a seguire le istruzioni più semplici. Il maggiore, dapprima cercò di rincuorarlo ma, quando si rese conto che suo fratello non si era impadronito neppure dei primi rudimenti della tecnica, gli disse: - Questo insegnamento è sottile e difficile da afferrare, forse non è adatto a te. Faresti meglio a cercarti un altro maestro e a provare qualcos altro. 44

45 Il minore si rattristò molto a queste parole, ma suo fratello maggiore gli aveva suggerito di andarsene, ed egli ubbidì. Uscì, dunque, dal monastero, si sedette sotto un albero, e pianse. A quell ora, il Buddha ritornava dalla città dove si recava a elemosinare il cibo, e lo trovò che piangeva. Cos è che non va, monaco? gli chiese. Signore, mio fratello mi ha detto che non sono in grado di seguire i vostri insegnamenti e quindi di ndarmene. Sono così infelice! Sei venuto qua - disse il Buddha - per imparare da tuo fratello o da me? Da voi, Signore! Allora, vieni con me. Ti istruirò. E insieme rientrarono nel monastero. Il Buddha sapeva dare precise istruzioni, adatte alle necessità di ciascuno. Si avvide che il ragazzo era incapace di concentrarsi sulla sua realtà interiore, e che aveva bisogno di aiuto. Quindi gli diede uno strofinaccio bianco, appena lavato, rajo-haranaí nella lingua pali del tempo, letteralmente togli-sporco. Chiudi gli occhi gli disse il Buddha strofina questo panno tra le mani, e intanto continua a ripetere rajo-haranaí, rajo-haranaí, strofinaccio, strofinaccio. Il giovane Paòthaka si mise a farlo con entusiasmo. La sonorità della parola rajo-haranaí riecheggiava al suo interno e nel giro di un ora, la sua mente iniziò a concentrarsi. Adesso aggiunse il Buddha apri gli occhi e guarda lo strofinaccio. E Paòthaka vide che, strofinato a lungo, il panno pulito era diventato stropicciato e imbrattato. 45

46 Chiedendosi da dove venisse quello sporco, si rese conto che poteva provenire solo dalla sua persona e che, dentro di lui, c era un deposito d impurità che egli poteva eliminare. Ora metti via il panno e dimentica quella parola disse il Buddha indaga dentro di te: solo così riuscirai a ripulire la tua mente. Il giovane seguì le istruzioni e, liberandosi dai condizionamenti mentali, poté uscire dalla sofferenza. Attraversando strade accidentate (Theragátá, 25) Ramaniya Viharin, figlio di un facoltoso notabile della città di Rājagaha, crebbe tra tutti gli agi che la ricchezza può procurare. Diventato adulto, condusse una vita sregolata, ma fu molto turbato dalla severa punizione ricevuta da un rappresentante del governo, a causa della sua condotta dissoluta. Alla ricerca della pace mentale, giunse allora al centro di meditazione del Buddha e lo ascoltò insegnare il cammino per il raggiungimento della vera felicità. Ispirato decise di farsi monaco: imparò la tecnica di Vipassana, e si ritirò a vivere e a meditare in solitudine. Si applicava strenuamente, ma, nonostante gli sforzi, non faceva progressi perché, a causa delle sue abitudini mentali più radicate, continuava a rotolare in fantasie sessuali e, quando se ne rendeva conto, precipitava in un pantano di sensi di colpa. Sia che si perdesse in tali fantasie o che si disperasse, non stava meditando in modo corretto. 46

47 Un giorno, mentre sedeva, triste e abbattuto, sotto un albero a lato della strada, vide sopraggiungere un carro trainato da un bue; la strada era molto accidentata e, in un punto dissestato, l animale incespicò e cadde. Premurosamente, il conducente lo aiutò a rialzarsi e a liberarsi dal giogo; poi, gli diede del fieno, una pacca sulla schiena con affetto e lo legò di nuovo al carro. Incoraggiato dal padrone, il bue si rincuorò e riprese a trainare il carro con rinnovato vigore: nonostante gli ostacoli, fu capace di condurre il carro oltre la strada accidentata e proseguire. Nel vedere il modo in cui il bue era stato aiutato a superare gli ostacoli, il monaco comprese come anch egli avrebbe potuto superare le difficoltà. Impegnandosi con entusiasmo, meditò ardentemente e ottenne la liberazione. Il pungolo dell elefante (Theragátá, 48-50) Dantika era la figlia di un sacerdote bramino alla corte del re Pasenadi, ed ebbe l occasione di conoscere il Buddha e il suo insegnamento. A quel tempo viveva nella città di Savatthi, dove sorgeva il grande monastero di Jetavana, dedicato alla pratica di monaci, monache e laici, uomini e donne. Anche Dantika vi meditò, e poi crebbe in lei il desiderio di diventare monaca. Quindi chiese e ottenne l ordinazione da Maha Paiapati Gotami, madre del Buddha. 47

48 Una volta monaca, Dantika andò presso il monastero di Rajagaha e s incamminò sulla vicina montagna Gijjhakuta. Poi si sedette all ombra di un albero. Mentre la sua mente fantasticava, vide, presso il fiume che lambiva le falde della montagna, un elefante che si bagnava e si sdraiava a riva. Osservò, quindi, il conducente di elefanti che gli si avvicinava e, scudiscio in mano, senza esitazione gli dava un comando. Vide l elefante prima allungare la zampa, per permettere all uomo di montargli in groppa, poi alzarsi e dirigersi verso la città, prestando attenzione agli ordini del suo padrone. Se lo avesse voluto, quella grande e potente creatura avrebbe potuto facilmente schiacciarlo. Non lo fece perché era legato a vincoli di obbedienza: accettava gli ordini dell uomo e lo serviva. Se un uomo con uno scudiscio rifletté Dantika può mantenere sotto il suo controllo un animale così forte, perché non dovrei riuscire a controllare la mia mente? Certamente posso! E così, ispirata a meditare in modo risoluto, si recò nella vicina giungla e in breve tempo i suoi sforzi diedero risultati. 48

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