PER UNO STRACCIO DI TERRA. I bambini rifugiati nel limbo dei morti viventi. Centro Missionario Diocesano di Bergamo (a cura di Daniela Taiocchi)

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1 PER UNO STRACCIO DI TERRA. I bambini rifugiati nel limbo dei morti viventi Centro Missionario Diocesano di Bergamo (a cura di Daniela Taiocchi) Si ringraziano per il materiale fornito: Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati Centro di documentazione dei Missionari Comboniani di Bari Le storie sono riprese dai testi: Natale Losi, Vite Altrove, Feltrinelli Mildred Hanciles e Rosamaria Vitale, Il prezzo del coraggio, Baldini &Castaldi Laura Miani e Luigi Lusentim Profughi, Comedit 2000 Roy Gutman e David Rieff, Crimini di guerra, Contrasto 1

2 BAMBINI RIFUGIATI, SENZA TERRA, NE DIRITTI Ora devo occuparmi del mio fratellino Rukundo. Stiamo insieme in una tenda nel campo per bambini soli. Lui è sempre triste perché pensa alla mamma, però io cerco di comportarmi da grande perché ora sono io il capofamiglia. Sono parole che si sentono pronunciare in ogni angolo del mondo, sotto le tende dei più di 20 milioni di Rifugiati. Lo scandalo di queste parole deriva dal fatto che a pronunciarle sono uno dei quasi 8 milioni di bambini che ad oggi rientrano in questa categoria di senza terra, uno dei che ogni giorno si aggiungono a condividere questa condizione. Sembra incredibile, ma i numeri sono proprio questi. All interno di ogni gruppo umano che si muove dal proprio paese per fuggire da morte sicura, in ogni gruppo di profughi, il 50% è costituito da bambini e adolescenti. In alcune situazioni, a seconda del paese in cui si verifica la necessità di migrazione, questa cifra può poi raggiungere anche il 70%. In media la percentuale dei bambini in rapporto all intera popolazione dei rifugiati varia dal 57% in Africa centrale al 20% in Europa centrale e orientale. Dal punto di vista giuridico, sono i giovani al di sotto dei 18 anni quelli che rientrano in questa categoria bambini (a meno che in base a legge nazionale la maggiore età non venga raggiunta prima) e sono quindi loro quelli che devono essere tutelati dalle disposizioni della Convenzione sui Diritti del Fanciullo. Addirittura l UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha tradotto queste disposizioni giuridiche in strategie e linee guida per la protezione e l assistenza di rifugiati bambini e adolescenti al di sotto dei 18 anni. I documenti Policy on Refugee children (1993) e Refugee Children: Guidelines on the protection and Care (1994) rappresentano il quadro di riferimento essenziale dell UNHCR per proteggere e assistere i bambini rifugiati. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino del 1989 sancisce che in tutte le circostanze i bambini devono essere tra i primi a ricevere assistenza e cure. Proteggere e assistere i minori rifugiati è proprio una delle priorità dell UNHCR. I bambini, infatti, non sono soltanto individui particolarmente bisognosi di assistenza, ma rappresentano anche il futuro di comunità e nazioni. E un giovane derubato della sua infanzia, una volta cresciuto, può dare vita a nuove violenze, a nuovi cicli di conflitti e esodi forzati. Di qui il proposito dell UNHCR di assistere i bambini, per quanto riguarda le esigenze immediate viveri alloggi, medicinali sia per la cura delle cicatrici più nascoste, come i traumi psichici, che possono portare a rancori sotterranei verso altri esseri umani. Sono loro, i minori, le vittime più esposte durante la fuga e nel campo profughi. Sono loro i soggetti ad essere privati per primi dei diritti più elementari: il diritto alla vita, alla salute, alla sopravvivenza, allo sviluppo, il diritto alla crescita in un ambiente familiare, il diritto a un identità e a una nazionalità effettive, il diritto all istruzione, a una prospettiva per il futuro. Molti dei conflitti in corso durano l intero arco della fanciullezza e dell adolescenza: 2

3 come dire che dalla nascita alla maturità, per milioni di bambini passano soltanto le immagini degli esodi e dei combattimenti. Durante i conflitti, i minori diventano bersagli più vulnerabili degli attacchi improvvisi, delle mine, dei bombardamenti, dei cecchini. Fisicamente più deboli degli adulti, sono i primi a morire quando le risorse alimentari scarseggiano, quando le malattie dilagano. Nel caos degli spostamenti e delle fughe, poi, molti bambini e molti adolescenti corrono il rischio di venire separati dalle loro famiglie. Con la fuga, l istruzione viene interrotta e spesso, specie per le bambine, cessa del tutto. Non solo. Alcuni paesi negano ai bambini rifugiati la registrazione anagrafica e la nazionalità dello stato d asilo, condannandoli a diventare degli apolidi. C è poi una tendenza allarmante. Secondo le ultime stime, sarebbero circa 300 mila i minori arruolati negli eserciti nazionali o nei gruppi di opposizione armata. In base alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino del 1989, l età minima per l arruolamento è stata fissata in 15 anni, sebbene la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti dell uomo abbia recentemente adottato un protocollo opzionale alla Convenzione del 1989 da sottoporre alla firma degli stati che prevede l innalzamento a 18 anni del limite minimo di età per poter partecipare ad attività belliche. In molti dei 36 paesi in cui i minori vengono armati, l età minima si abbassa drammaticamente: in Guatemala, Uganda, Sierra Leone e Sri Lanka, per esempio, i bambini soldato possono avere anche un età compresa tra i sette e i dieci anni. Nell esercito dei Khmer Rossi della Cambogia, secondo alcune testimonianze, sarebbero stati coinvolti in azioni di guerra anche bambini di cinque anni. E se i maschi vengono utilizzati nel combattimento, per le bambine il compito è spesso quello di fornire prestazioni sessuali alle truppe. Si consideri inoltre che è ormai un fenomeno sempre più diffuso che i bambini diventino non solo vittime accidentali dei movimenti dei rifugiati, ma bersagli deliberati. E infatti convinzione ormai diffusa che colpire un bambino oggi è colpire il nemico di domani. E in questo scenario che l Alto Commissariato ha indirizzato la propria attività verso cinque fattori chiave: i bisogni specifici dei bambini e degli adolescenti, le violenze sessuali e lo sfruttamento dei minori, l istruzione, l arruolamento dei giovani soldati e il problema dei minori separati dalla famiglia. Yankurije, la bambina che ha rilasciato la testimonianza messa in testa alla scheda, viene dalla Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Ha sette anni. Ma è già rifugiata. E così la vita la costringe a pensare da adulta. Non è la sola. La sua storia è simile, per molti aspetti, a quella di tanti suoi giovanissimi coetanei sparsi per il mondo. I dati appena riferiti vengono dal materiale messo in circolazione dall Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e dal Centro di Documentazione dei Missionari Comboniani nella pubblicazione B come bambini. Insieme a queste strutture ci sono poi le migliaia di missionari sparsi per il mondo che, senza occuparsi dei grandi numeri, gestiscono le emergenze delle terre dove sono stati chiamati a vivere. Racconta Mimmo Càndito, inviato di guerra del quotidiano La Stampa che un giorno, quando stava seguendo le masse di profughi del Rwanda, e si trovava al termine della moltitudine che si 3

4 muoveva verso il Sudan, ha trovato un Padre missionario che se ne stava fermo senza fuggire. Perché non scappa lei? gli chiese il giornalista Perché aspetto i bambini che gli adulti hanno dimenticato. I figli di nessuno. Se non li recupero io, moriranno di fame in mezzo alla steppa. Nessuno parlerà di lui e di quelli come lui nelle statistiche dell UNHCR, ma senza di lui le percentuali dei bambini che muoiono negli spostamenti sarebbero ben peggiori. 4

5 IL CICLO VITALE DEL BAMBINO RIFUGIATO Ero nel campo dei rifugiati. Lo chiamavano il campo della morte, perché eravamo nella melma e di notte faceva freddo. Tanti si ammalavano. Ogni mattina venivano a prelevare i morti. Ci davano poco da mangiare e ogni tanto portavano via qualcuno. Alla fine è arrivato l Fpr (Fronte patriottico rwandese) e ci ha liberati Potrai perdonare un giorno chi ti ha fatto questo? Non mi interessa la vendetta, ma chi ha distrutto la mia famiglia dovrebbe essere punito. Wellars fa una lunga pausa poi aggiunge: Ho nostalgia della mia casa, dei luoghi dove andavo a giocare. Vorrei rivederli, anche se forse non c è più niente da vedere. (da un intervista a Wellars, 12 anni, bambino tutsi sopravvissuto al genocidio del 1994 in Rwanda) Sono drammatiche le testimonianze che si incontrano nella letteratura di settore sui profughi. Evocano compassione, ovvio, ma soprattutto sollevano le domande sulla giustizia, che si rivela una parola prova di senso e sulla misericordia divina: dove stanno? Il Centro di documentazione dei missionari comboniani ha ricostruito il ciclo vitale dei bambini profughi. Tra tutti coloro che devono lasciare in fretta e furia la loro terra per non venire uccisi, i bambini (e le loro madri) sono i più vulnerabili. Con la fuga però, e l approdo a una nuova terra, non tutto si risolve. Anzi Ogni momento è rischioso, il percorso è cosparso di trabocchetti. Particolarmente drammatica è la prima tappa: durante un esodo i bambini sono i primi a non reggere la stanchezza, ad ammalarsi, a morire. Quanti riescono a raggiungere un campo profughi, rischiano di subirvi ogni sorta di sevizie, compreso lo stupro. Il fatto di non essere più cittadini aggrava terribilmente la situazione dei profughi, che diventano oggetto di continue violazioni dei loro diritti e della loro sicurezza. E quando finalmente ritornano nel loro Paese, spesso non riescono a recuperare la casa in cui vivevano, né i diritti politici. Nonostante i bambini e gli adolescenti siano molto numerosi, essi nella realtà non sono stati considerati per molto tempo come un gruppo a parte meritevole di tutela specifica. Infatti spesso sono stati visti solo come soggetti a carico di persone rifugiate e gli organismi umanitari non hanno, se non di recente, elaborato programmi particolari, che poi si stanno rivelando difficili da portare avanti, nei settori dell istruzione, sanità, nutrizione. 5

6 I L P E R C O R S O Chol può farcela se: Il campo continua a funzionare Il paese ospitante non pone ulteriori intralci Lo stato di salute non compromette la sua vita Deve comunque aspettare molto prima di essere rimpatriato Sopravviene un epidemia manca il cibo, manca l acqua Buone condizioni del campo Subisce una serie di umiliazioni,ma alla fine viene accolto Campo profughi in altro paese Muore entro breve tempo per mancanza di cibo, acqua, o perché viene ucciso Intralci GUERRE PERSECUZIONI VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI CHOL FUGGE, ARRIVA ALLA FRONTIERA Viene respinto Può essere accolto in un campo di sfollati nel proprio Paese Riesce a superare la frontiera ma subisce ulteriori persecuzioni La sua situazione non è cambiata rispetto a quella del proprio Paese Fonte: Focsiv, 1998 Muore. Però, se è molto forte, può farcela 6

7 Per quanto riguarda la giustizia all interno del nostro mondo spaccato tra il lusso di certe vite e la miseria di altre, rimettiamo la domanda alle nostre coscienze ovattate dal bombardamento dell informazione e che non è capace di lasciarsi interrogare sul senso complessivo del male presente nel mondo. Per quanto concerne poi la misericordia divina, restano solo le parole di Gesù Cristo i poveri li avrete sempre tra voi seguite dall esortazione di vedere nei volti di quei poveri lui stesso. 7

8 RIFUGIATI, PROFUGHI, RICHIEDENTI ASILO Il rifugiato è colui che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra (Art. 1 Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati, 1951) Per affrontare correttamente il tema dei rifugiati, è necessario fare chiarezza sulle terminologie da adottare. Profughi, rifugiati, clandestini, sfollati e ailanti non sono la stessa cosa. In questa scheda si allega qualche specifica: Profugo E il termine generico che indica chi lascia il proprio paese a causa di guerre, persecuzioni e catastrofi naturali. Richiedente asilo E colui che è fuori dal proprio paese e inoltra, in un altro stato, una domanda di asilo per il riconoscimento dello status di rifugiato. La sua domanda viene poi esaminata dalle autorità di quel paese. Fino al momento della decisione in merito alla domanda, egli è un richiedente asilo. Rifugiato E colui che è costretto a lasciare il proprio paese a causa di una guerra o persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche. A differenza del migrante, egli non ha scelta: non può tornare nel proprio paese perché teme di subire persecuzioni o per la sua stessa vita. Sfollato Con questo termine si intende colui che abbandona la propria abitazione per gli stessi motivi del rifugiato, ma non oltrepassa un confine internazionale, restando dunque all interno del proprio paese. In altri contesti, si parla genericamente di sfollato come di chi fugge anche a catastrofi naturali. Clandestino E il termine con il quale in modo piuttosto improprio si indica il migrante irregolare, cioè chi per qualsiasi ragione, entra irregolarmente in un altro paese. A causa della mancanza di validi documenti di viaggio, molte persone in fuga da guerre e persecuzioni giungono in modo irregolare in un altro paese, nel quale poi inoltrano domanda d asilo. Migrante - Indica genericamente chi sceglie di abitare il proprio paese per stabilirsi, temporaneamente o definitivamente, in un altro paese. Tale decisione, che ha carattere volontario anche se spesso è indotta da misere condizioni di vita, dipende generalmente da ragioni economiche, avviene cioè quando una persona cerca in una altro paese un lavoro e migliori condizioni di vita. Extracomunitario E una persona non cittadina di uno dei quindici paesi che attualmente compongono l Unione Europea, ad esempio uno svizzero. Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) L istituzione di cui più frequentemente si parla in tema di rifugiati è questo Alto 8

9 Commissariato. E stato istituito nel 1951 dall Assemblea Generale delle Nazioni Unite e inizialmente aveva un mandato limitato a tre anni, con l incarico di assistere al reinsediamento di 1,2 milioni di europei fuggiti a causa della seconda guerra mondiale. Purtroppo, il periodo di pace che fece seguito alla guerra fu presto interrotto da una serie di conflitti regionali che dall Algeria e l Ungheria negli anni 50 fino ai più recenti conflitti in Africa, nei Balcani e in Afghanistan hanno continuato a distruggere milioni di vite. Nel suo primo secolo di attività l UNHCR ha assistito ben oltre 50 milioni di persone e oggi è una delle principali agenzie umanitarie al mondo e assiste attualmente 20/22 milioni di persone costrette a fuggire dalle proprie case, tra rifugiati, sfollati, richiedenti asilo e persone tornate in patria. La pietra miliare dell attività dell UNHCR è la protezione internazionale dei diritti fondamentali dei rifugiati, attraverso la quale si cerca di garantire che nessuna persona sia costretta a restare o a far ritorno in un paese dove abbia motivo di temere persecuzioni. L obiettivo finale dichiarato di questo Alto Commissariato è quello di cancellare la parola rifugiati dai dizionari di tutto il mondo, eliminando la violenza che li genera. 9

10 I TRAUMI DEI BAMBINI RIFUGIATI Dopo il quinto colpo di machete sulla mano, sono svenuto. Ho ripreso i sensi solo dopo aver sentito mia figlia che piangeva. Stavano tagliando le mani anche a lei. (Un rifugiato della Sierra Leone nella descrizione di una scena svoltasi in Africa Occidentale nel 1998) Viene dall UNHCR l analisi documentata dei traumi cui vanni incontro i bambini rifugiati. Sulla base di questi dati sono state organizzate tutte quelle strutture in grado, su larga scala, di agire su di essi per tentarne il recupero. Prima che sia troppo tardi e diventino adulti irrimediabilmente toccati dai traumi subiti. Traumi psicologici - In alcune situazioni particolarmente traumatiche, alcuni bambini perdono il contatto con la realtà: smettono di ridere e giocare, diventano ossessionati da giochi di guerra stereotipati. Altri invece convivono con sensi di colpa e fantasie di vendetta. Altri ancora diventano ansiosi e depressi. A fare da corollario ci sono poi altre reazioni: aggressività, cambiamento di umore, incubi, disturbi alimentari, difficoltà di apprendimento, svenimenti ripetuti, dolori, perdita della parola, incontinenza e attaccamento morboso agli adulti. Nella maggior parte dei casi alcune di queste reazioni emotive scompaiono con il tempo, mentre in casi estremi si trasformano in eventi psicotici. Traumi derivanti dalla separazione dalla famiglia di origine - Dopo essere stati costretti a separarsi, i bambini rifugiati corrono il rischio di detenzione, sfruttamento e abuso sessuale, arruolamento militare forzato, lavoro minorile e spesso non hanno accesso all istruzione e all assistenza di base. Possono quindi trovarsi in situazioni tremendamente difficili. Spesso è impossibile trovare famiglie di adozione e, in alcuni casi, questi giovani finiscono per diventare capi famiglia essi stessi, prendendosi cura dei più piccoli. Oltre ai bambini completamente soli, nelle emergenze si incontrano poi i bambini rifugiati accompagnati : sono coloro che si trovano con un parente, come ad esempio uno zio, diverso da un genitore o da chi ne ha fatto le veci fino a quel momento. Queste situazioni sono però omologate a quelle dei bambini soli perché i minori sono esposti agli stessi rischi di coloro che non sono accompagnati. Al fine di garantire a tutti i bambini e giovani rifugiati la protezione internazionale e il diritto di ricongiungersi con i propri familiari, l UNHCR, l UNICEF, la Croce Rossa e Save the Children Alliance hanno adottato un concetto più ampio: minori separati. Si tratta di minori di 18 anni separati dai propri genitori e da chi ne fa le veci. Traumi derivanti dallo sfruttamento sessuale, dall abuso e dalla violenza - Spesso in situazioni di esodi forzati di popolazione aumentano episodi di sfruttamento sessuale, violenza e abusi. Sistemi giuridici inefficaci, limitate capacità investigative della polizia locale, impossibilità di denunciare quanto accaduto contribuiscono ad aumentarne l incidenza. La violenza sessuale implica l uso del potere. Poiché i bambini e gli adolescenti sono ancora in una fase di sviluppo, le conseguenze psicologiche, sociali e mediche della violenza sessuale sono profonde e difficilmente sanabili. 10

11 Traumi derivanti dal reclutamento militare forzato - In alcune situazioni, la prossimità dei campi profughi alle zone di conflitto espone i giovani al rischio di reclutamento forzato, sia da parte di autorità statali che non. I bambini non accompagnati corrono un rischio maggiore di essere reclutati forzatamente. La maggior parte dei cosiddetti bambini soldato sono adolescenti. Il reclutamento militare colpisce i ragazzi e le ragazze in modo differenziato: i ragazzi vengono utilizzati nel combattimento, come custodi di ostaggi, mentre le ragazze vengono condannate ai lavori forzati e alla schiavitù sessuale. Traumi che incidono sulla salute riproduttiva - Gli adolescenti, in particolare le ragazze, sono le principali vittime della violenza sessuale e dello sfruttamento, e possono essere esposte a pratiche molto dolorose. Ad esempio ogni giorno seimila ragazze subiscono la mutilazione genitale. Gravidanze premature e non desiderate possono causare parti rischiosi o interruzioni di gravidanza non sicure. La mancanza di istruzione - L istruzione è riconosciuta come uno dei diritti umani fondamentali di ogni individuo, rifugiati compresi. Essa è uno strumento essenziale per proteggere i bambini dallo sfruttamento, reclutamento forzato, prostituzione e altre pratiche dannose. Aiuta i bambini a soddisfare le necessità psicologiche e legate allo sviluppo, preparandoli ad una vita costruttiva e sostenibile. L istruzione favorisce le competenze essenziali in aree chiave quali la salute, l igiene, l Aids, l ambiente, le mine, la pace e la formazione professionale. Tenere i bambini lontani dalla possibilità di istruirsi, significa aumentare la profondità del trauma subìto. La mancanza dei documenti - In base alla Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici e alla Convenzione sui diritti del fanciullo, ogni bambino dovrebbe essere registrato subito dopo la nascita e ha il diritto di acquistare la cittadinanza. La registrazione alla nascita è essenziale per la stabilire con certezza la data e il luogo di nascita per attivare quei diritti che dipendono dalla nazionalità e dallo status personale. Gli stati devono garantire che la legislazione nazionale e le procedure amministrative permettano la registrazione dei bambini nati da genitori rifugiati, fornendo certificati di nascita ufficiali. Per i bambini rifugiati nati in un paese d asilo, la registrazione della nascita può costituire un prerequisito per l ottenimento della nazionalità, l iscrizione a scuola, la tutela della proprietà e dell eredità una volta rimpatriati nei paesi di origine dei genitori. Spostare i bambini senza documenti di nascita ufficiali può provocare la perdita delle nazionalità. Nel caso dei rifugiati poi, per accedere agli aiuti umanitari e ai servizi di base come l istruzione e la sanità, i bambini e i giovani devono avere i documenti d identità, compresi i certificati di nascita e di registrazione. Essere inseriti nel formulario di registrazione dei genitori e non avere dei propri documenti d identità significa correre dei rischi non necessari. Dal punto di vista della protezione, certificati di nascita validi e documenti che attestano l avvenuta registrazione, sono essenziali per prevenire il refoulement (respingimento), l arruolamento prematuro nell esercito, il rapimento e il traffico dei minori. Inoltre i documenti d identità possono essere utili non solo per rintracciare la famiglia e realizzare la riunificazione, ma anche per individuare i bisogni specifici 11

12 degli adolescenti, i bambini separati dai genitori, i disabili e i bambini capofamiglia. 12

13 I RIFUGIATI IN ITALIA Se esiste una cosa peggiore dell essere rifugiato, è quella di essere rifugiato senza asilo (Sadruddin Aga Khan, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati dal 1965 al 1977) Qui di seguito l UNHCR fotografa la situazione dei rifugiati in Italia. «Sono quasi 10mila i rifugiati in Italia. Questa cifra non include i minori, i rifugiati riconosciuti prima del 1990, né coloro che hanno ottenuto lo status di protezione umanitaria. Per quanto riguarda le domande di asilo, l aumento che si è registrato in tutta Europa nell ultimo decennio come conseguenza di conflitti, sconvolgimenti politici e diffuse violazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo, si è registrato anche in Italia in misura proporzionalmente elevata, ma in termini assoluti molto inferiore a quella degli altri partner europei: dalle circa 2mila richieste d asilo presentate nel 1997, si è passati alle oltre 11mila del 1998 fino alle oltre 33mila del Al marzo 2003 erano state registrate 8210 domande presentate in Italia nel 2002, ma si tratta di un dato provvisorio al quale la Commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato stima dovranno aggiungersene altre circa 10mila. Sia per quanto riguarda il numero dei rifugiati che di domande si asilo, l Italia presenta cifre molto basse rispetto ad altri paesi dell Unione Europea in termini sia assoluti che relativi. A titolo di comparazione la Germania ospita oltre 900mila rifugiati; Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia e Francia tra 2 e 2,5, mentre in Itala appena 0,16, ovvero 1 ogni abitanti. In un decennio la situazione dell asilo in Italia è cambiata drasticamente riflettendo nuove crisi, nuove realtà e nuovi rapporti internazionali e giuridici. Nel 1990, con la legge Martelli, l Italia ha abolito la riserva geografica alla Convenzione di Ginevra del 1951 che limitava il riconoscimento dello status ai rifugiati provenienti dall Europa e si è dotata di una legge che ha anche regolato in parte la materia dell asilo. Attualmente, in attesa della piena attuazione della nuova legge in materia di immigrazione e asilo (legge n. 139 del 30 luglio 2002, la cosiddetta Bossi-Fini), la procedura di riconoscimento dello status di rifugiato dal momento della presentazione della domanda alla decisione finale dura spesso oltre un anno. Durante questo periodo, il richiedente asilo, ha diritto ad un assistenza finanziaria limitata a soli 45 giorni, all assistenza sanitaria e all istruzione per i minori. Non ha invece diritto al lavoro, che viene riconosciuto solo dopo l ottenimento dello status di rifugiato. In mancanza di politiche organiche sull asilo e di un sistema nazionale di accoglienza, protezione e integrazione, nonché di programmi di rimpatrio volontario e assistito a favore dei richiedenti asilo, rifugiati e persone con permesso di soggiorno per motivi umanitari, nell aprile 2001 l UNHCR, il Ministero dell Interno e l Associazione Nazionale dei Comuni italiani, hanno ideato e messo in atto il Programma Nazionale Asilo (PNA), finalizzato alla 13

14 costituzione di una rete di accoglienza in favore dei richiedenti asilo e interventi a sostegno dell integrazione dei rifugiati riconosciuti. Il programma inizialmente finanziato attraverso il Fondo straordinario dell 8 per mille IRPEF accordato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Fondo Europeo per i Rifugiati della Commissione Europea ha rappresentato il primo intervento integrato mirato a fornire servizi ai richiedenti asilo e rifugiati, dall accoglienza al rimpatrio volontario, che venivano quindi accompagnati durante tutto l iter del riconoscimento dello status. In breve tempo il programma è riuscito a creare attraverso i Comuni una rete d accoglienza sul territorio nazionale tale da consentire un organica e coordinata gestione del fenomeno. Attraverso una rete di 150 comuni oltre sessanta dei quali titolari di progetti dall inizio della sua attività nel luglio 2001 al luglio 2003 sono state assistite 3781 persone. Attualmente i beneficiari presenti nelle strutture del PNA sono I risultati positivi del programma sono stati riconosciuti dalla Bossi-Fini che ha istituito il Fondo Nazionale per le politiche e i servizi d asilo. La nuova legge, entrata in vigore nel settembre 2002, influisce notevolmente sulla materia d asilo, modificandone alcune procedure, senza però porvi tutte le adeguate garanzie per i richiedenti asilo. In particolare, la Commissione centrale per il riconoscimento dello status di Rifugiato diventa commissione nazionale per il diritto d asilo col compito di coordinare le neo istituite Commissioni territoriali, cui viene trasferita la finzione di determinare lo status di rifugiato. La legge prevede inoltre il riesame dell eventuale decisione negativa in prima istanza da parte della Commissione territoriale integrata da un membro della commissione nazionale e la previsione della protezione umanitaria per coloro i quali, pur non rientrando nella definizione di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra, necessitano comunque di protezione perché in fuga da guerre, violenze generalizzate o altre violazioni dei diritti umani. L istituzione delle Commissioni territoriali che dovrebbero ridurre la procedura di determinazione dello status di rifugiato a circa 20 giorni muterà anche l attività del PNA, che sarà quindi rivolta non più tanto ai richiedenti asilo, quanto principalmente ai rifugiati riconosciuti e alle persone titolari di protezione umanitaria. Per regolare l intera materia d asilo e apportare un miglioramento sostanziale alla situazione dei rifugiati e richiedenti asilo in Italia, è comunque necessaria una legge organica l Italia è ancora l unico tra i paesi dell Unione Europea a non averne una che garantisca a quanti chiedono protezione in Italia procedure in linea con gli standard internazionali, che riduca le difficoltà operative per le amministrazioni locali, il volontariato e le forze di polizia, e che consenta all Italia di svolgere un ruolo di maggior rilievo nell ambito dei negoziati per una politica comune nell Unione Europea in materia di asilo». 14

15 LE ASSOCIAZIONI UMANITARIE CHE LAVORANO CON I RIFUGIATI COOPI (Cooperazione Internazionale) - lavora in Sierra Leone dal 1967 con progetti di sviluppo. Dal 1999 garantisce ai bambini e alle bambine rapiti dai ribelli e obbligati a combattere assistenza psicologica, cure mediche e attività di formazione scolastica e professionale per aiutarli a trovare il proprio posto nella società. COOPI si occupa anche di ritrovare i loro parenti sopravvissuti e di affiancarli nel percorso di ricongiungimento familiare. Nel 2001 è stato avviato un progetto dedicato alle ragazze che durante la guerra hanno subito violenze sessuali e che oggi, con un bimbo a carico, hanno ancora maggiore difficoltà a essere accettate. COOPI è un organizzazione non governativa che opera per la solidarietà e lo sviluppo dei popoli. Fondata nel 1965, lavora in collaborazione con le comunità locali nel Sud del mondo per assicurare la salute, l acqua e l istruzione; favorisce la sicurezza economica e alimentare; garantisce assistenza nelle situazioni di emergenza. Numero verde , Wake up stand up refugees Onlus. Associazione italiana dei rifugiati istituita nel 2001 da un gruppo di rifugiati, ha tra i suoi obiettivi l accompagnamento dei richiedenti asilo politico e vittime di torture nel loro percorso di integrazione in Italia. La nascita di questa associazione ha segnato il passo dei rifugiati da soggetti passivi a soggetti attivi. Children in Crisis, associazione onlus fondata nel 1993 e presieduta da Sarah Ferguson, duchessa di York, costruisce scuole, fornisce materiale didattico gratuito, educa alla pace migliaia di piccole vittime della guerra. In nove anni, ha realizzato centri di accoglienza, scuole e mense in Polonia, Croazia, Russia, Bielorussia, Ungheria, Ucraina, Cina, Regno Unito, Italia, Tanzania, Timor Est, Afghanistan e Sierra Leone. 15

16 IL RIFUGIATO VIVE NEL LIMBO DEI MORTI VIVENTI L assistenza umanitaria è stata utilizzata come una foglia di fico, che nasconde la mancanza della volontà politica di affrontare alla radice le cause dei conflitti (Kofi Annan, Segretario Generale delle Nazioni Unite) Nel testo Vite altrove di Natale Losi, responsabile dei progetti di salute mentale per l Organizzazione internazionale per le migrazioni e docente all Università di Ginevra, si trova una raccolta di casi sull esperienza delle migrazioni, sui disturbi ad essa collegati e sulle possibilità terapeutiche oggi disponibili. Dopo aver fatto, nella prima parte del libro, il punto sulla riflessione etnopsichiatrica attuale, Losi analizza i rapporti e i punti di frizione tra le visioni del mondo altre, di cui gli immigrati sono portatori, e i saperi occidentali. Spicca fra i casi quello di Armand, un bambino rifugiato africano immigrato in Svizzera curato felicemente dall équipe ginevrina di cui l autore fa parte. Per una storia che ha preso la strada della soluzione, ve ne sono molte altre che terminano prima di incontrare anche solo una via di fuga dall orrore. *** L etnopsichiatria, che si occupa delle derive psichiche dei migranti, identifica alcune tipologie di problemi psichici all interno di un gruppo particolare di migranti, quelli cosiddetti forzati, cioè i profughi, i richiedenti asilo, i rifugiati. Pur se è difficile stabilire un netto confine tra migranti volontari e forzati visto che il vissuto di esiliato è presente, in misura variabile, nell esperienza di ogni migrante, ci sono delle differenze ben precise tra chi lascia la sua terra senza l ombra dell alternativa di poterci rimanere e chi la lascia sapendo che potrebbe, se solo volesse, rimanere. La prima differenza che emerge dall analisi è che i migranti forzati è il legame imprescindibile tra psichiatria e politica. Nel caso dei profughi della Bosnia, l impunità internazionale accordata alla cosiddetta pulizia etnica ha deteriorato e deteriora psichicamente i rifugiati che ne sono stati vittime, rinforzando le turbe psichiche di genitori e figli: secondo un rapporto ufficiale sugli oltre quattro milioni di persone rifugiate o sfollate stimate dall Onu nell aprile 1995, solo in Bosnia-Erzegovina e Croazia, circa settecentomila individui soffrivano di un traumatismo psichico grave. L autrice del rapporto sottolineava in particolare che la mancanza di un intervento adeguato avrebbe comportato senza dubbio effetti sulle due generazioni seguenti: crescita dell alcolismo, uso di droghe, aumento dei suicidi e più generalmente dei disordini mentali. Nel medesimo rapporto l autrice indicava, come fattori di stress psico-sociale peggiorativi di questa situazione, le generiche condizioni di disagio che vive chi si muove per scappare dalla povertà del proprio paese per andare verso uno più ricco: le privazioni economiche, le rotture di ordine sociale (le separazioni nelle famiglie, la scomparsa di alcuni loro membri), la modificazione dei ruoli sociali e la loro svalorizzazione, le violenze psichiche e psicologiche, la persecuzione etnica, la perdita della casa, il pericolo e gli abusi subìti nel corso della fuga, il tipo di accoglienza all arrivo dopo la fuga, le condizioni di inserimenti e di vita nei centri collettivi o in case private, l incertezza del futuro. 16

17 Tutti aspetti che toccano le dimensioni esistenziali dell individuo e ne minano la possibilità di una vita serena e conciliante. Spesso ci si rappresenta la condizione di rifugiato come una situazione limite e concentrata nel tempo, circoscritta al momento della fuga. La fuga si accompagna invece a una costellazione di perdite multiple, ed è il più delle volte preceduta da avvenimenti traumatizzanti: bombardamenti, sparatorie, massacri, catture, prigionia, separazioni, sevizie, morte. I rifugiati soprattutto quelli che non sono fuggiti volontariamente e preventivamente, ma che sono stati attivamente cacciati, minacciati, perseguitati per lo più stentato a parlarne per anni interi. Dopo la fuga, si trovano spesso inchiodatati entro uno statuto giuridico ed esistenziale di per sé traumatogeno. In cambio della sopravvivenza precipitano in una situazione fuori dal mondo, di continuo transito, che ripete, a un livello meno radicale, la situazione di esclusione e violenza appena vissuta. Una specie di limbo per morti viventi. Tra le rotture collegate alla fuga, quella che produce più a lungo effetti traumatizzanti sembra essere la dispersione e l amputazione delle famiglie. Dispersione che in molti casi implica un vissuto conflittuale, perché se da un lato il ricongiungimento con i propri cari rimasti nel paese d origine rappresenta la richiesta più frequente, d altro canto, quando questo si verifica e i familiari si trovano riuniti nel paese d immigrazione, tutti vivono un periodo di lutto depressivo: si rendono conto che nella loro terra non c è più nessuno ad aspettarli. Forse tutte le loro cose, se non lo sono già, saranno perdute, e la speranza del ritorno si fa sempre più labile. Inoltre i tempi della fuga in una stessa famiglia possono essere diversi. I primi a partire sono in genere i figli giovani o adolescenti: lasciano il paese spinti dai genitori che hanno colto le prime avvisaglie di una situazione pericolosa. Il loro statuto giuridico è il più generico: sono studenti, a volte immigrati cosiddetti economici (cioè per ragioni di lavoro). Così nella stessa famiglia possono verificarsi esperienze estremamente differenziate e luoghi di approdo lontani, anche in diversi continenti. Un altro dramma frequentemente vissuto dagli esiliati è la scomparso di uno o più membri della famiglia, cui si aggiunge, in una situazione di rifugio, la sparizione del contesto familiare e sociale che impedisce l espressione ritualizzata del lutto nelle forme della propria cultura e della propria fede: Mentre in condizioni abituali un lutto si sviluppa a partire da un sapere condiviso (...) il lutto per la scomparsa di un familiare tra i rifugiati (...) si deve sviluppare sotto il peso di un sapere deformato e imposto (...). Alla mancanza di tutti questi enveloppes psychiques si affiancano, come ulteriori corollari, cambiamenti e perdite dei ruoli sociali, in particolare nel lavoro. È probabile che questo aspetto, almeno tra gli esiliati dei paesi cosiddetti non sviluppati, colpisca soprattutto gli uomini, ma è nella reciprocità/complementarità dei ruoli maschile/femminile e nei suoi mutamenti che si verificano molto spesso le rotture più drammatiche (sia psichiche, sia familiari). Per chi è in esilio una ferita in più è costituita dal profondo senso di ingiustizia subita e dal risentimento per la sua non comprensione/condivisione. La richiesta di giustizia non è solo 17

18 individuale, ma collettiva, di gruppo, e non riveste necessariamente un significato di vendetta. A seguito di queste molteplici rotture spesso osserviamo negli esiliati situazioni di abbandono di sé, di trascuratezza, di disillusione. Disillusione spesso connessa alla sorpresa, al senso di colpa e di inadeguatezza per non aver compreso prima una situazione rivelatasi poi determinante nel condurli alla crudeltà dell esilio. La condizione degli esiliati è stata anche paragonata a quella dei detenuti, per la restrizione di ogni genere di diritti e per l impossibilità di partecipare attivamente alla vita sociale. Oltre alla perdita di un effettiva libertà, le famiglie dei rifugiati, ospitate spesso in società del benessere e del consumismo, hanno possibilità materiali per lo più limitate ai consumi essenziali. In molti campi profughi vistati in Italia e altrove, la promiscuità, la mancanza di intimità, il controllo ossessivo delle entrate e delle uscite segnalano l affinità con le istituzioni totali. Un tale vissuto produce sull esiliato un effetto di ripetizione della situazione primaria che l aveva avviato alla fuga. È un esperienza psichica molto comune tra i rifugiati e condivisa da molti immigrati. Per spiegare: tre sono, secondo le moderne teorie psicanalitiche, i fatti sociali fondamentali che consentono all uomo l accesso a pieno titolo alla cultura: le cure e i rituali funerari, l interdizione dell incesto e del cannibalismo. Tra questi riti sociali, basilari e strutturanti, sono soprattutto i riti funerari, con le connesse cure al corpo del morto, a essere il più delle volte impediti agli esiliati. Questo è dovuto a molteplici fattori quali la mancanza di una comunità che dia un senso al rituale, la già ricordata divisione familiare, le motivazioni economiche, le normative del paese di arrivo o altri innumerevoli impedimenti materiali, come l inesistenza di un cimitero consacrato agli appartenenti a una determinata religione ecc. In una ricerca sulla ex Iugoslavia è riportato un episodio a questo proposito illuminante. Una vecchia donna bosniaca aveva perduto tredici parenti, trucidati sotto i suoi occhi. L aspetto più drammatico riteneva fosse stato l impossibilità di far qualcosa per i suoi morti, che erano rimasti per una settimana a terra, sulla strada. Rifugiata in Croazia con l unica nipotina rimastale, pochi giorni dopo il loro arrivo la ragazzina moriva travolta da un automobile. La donna ricordava con pena l infamia, l inumanità della situazione in cui si era trovata, senza il denaro necessario per comperare una bara. La bambina era stata messa in un sacco di plastica della spazzatura. La povera donna concludeva il suo racconto parlando dell effetto di riparazione e di consolazione ricevuto da parte di una famiglia locale che le aveva proposto di mettere provvisoriamente la bambina nella propria cantina in attesa del rimpatrio. Grazie a loro aveva potuto ristabilire la propria appartenenza al mondo degli umani. L impossibilità di svolgere i riti funebri, infatti, impedisce di separare il mondo dei morti da quello dei viventi, di ordinare un tempo culturalmente condiviso con il proprio gruppo, di passaggio dalla società visibile a quella invisibile. In moltissime culture popolari si dice che quando i morti non possono essere sotterrati torneranno a visitare i vivi. Solo attraverso i rituali socialmente e 18

19 culturalmente condivisi è dunque possibile separare la morte dal vivente, il passato dal presente, e quindi costruire le premesse per un tempo sociale che consenta nuovamente la successione e la filiazione. Una condizione che impedisca l espletamento attivo di questi riti come spesso è oggettivamente quella degli esiliati, rifugiati o immigrati che siano favorisce l invasione del reale da parte dell orrore più assoluto, proprio in quegli spazi laddove la vita sociale è più riccamente simboleggiata. Significa anche la confusione dei morti con i vivi, il caos temporale, l impossibilità di un appropriazione collettiva e individuale degli antenati e di coloro che ci hanno preceduto nel mondo dei morti. Non a caso in amarico malattia (beshita) significa letteralmente non aver sistemato le cose con gli antenati. Uno dei termini più frequentemente utilizzati a proposito degli immigrati è quello di sradicamento. Nella letteratura specifica sulla salute mentale dei migranti, l esperienza di sradicamento è collegata alla categoria di trauma. Naturalmente l esperienza migratoria può essere vissuta in modo più o meno traumatico. Gli immigrati cosiddetti volontari subiscono un trauma ben diverso da coloro che non possono tornare per svariate ragioni, spesso politiche, la loro paese, o che sono emigrati per cause violente o disastri naturali, o sono stati vittime di guerre, reclusioni in campi di concentramento, o altri tipi di persecuzioni. Fin dagli anni sessanta nella letteratura sociologica sulle migrazioni è stata introdotta una distinzione tra due principali categorie di migranti non volontari: impelled (spinti) e forced (costretti). Nel primo caso il migrante ha un certo margine di scelta nel decidere se partire o no, mentre nel secondo non ne ha affatto. Tuttavia spesso il confine tra le due categorie non è netto. I migranti appartenenti alla prima categoria sono stati anche definiti profughi preventivi (anticipatory refugee), i secondi profughi in emergenza (acute refugees). Mentre i primi si sono sentiti in pericolo e sono partiti per tempo, i secondi hanno lasciato le loro case precipitosamente. Questa distinzione non ha solo una valenza teorica, ma precise conseguenze sia sul piano del vissuto psicologico interno, sia su quello esterno dei riconoscimenti e delle relazioni con chi è rimasto. Innanzitutto, è completamente diversa l esperienza di chi ha avuto la possibilità di maturare sufficientemente una scelta, rispetto a chi l ha completamente subìta o maturata troppo in fretta. Dalle ricerche svolte tra i rifugiati iugoslavi nei campi profughi in Italia è emerso che circa un quarto dei profughi, se avesse potuto tornare indietro nel tempo, avrebbe fatto di tutto pur di rimanere nel proprio paese. Ed è da notare che all epoca dell indagine (estate-autunno 1994) la guerra in Bosnia era in una delle fasi più cruente. Questo dato è indicativo del bisogno di attaccamento a qualcosa che si è irrimediabilmente perduto e che nella realtà non esiste più. Infatti, tra i profughi che avevano tentato un ritorno, nemmeno un terzo era contento di essere tornato, il 40% pensava di avere sbagliato e l 8% stava già pensando di ripartire. Essere profugo o migrante, in modo certamente condizionato dalle modalità e dalle cause della partenza, significa dunque trascinarsi dietro un lunghissimo, forse interminabile doppio : Le lacerazioni di chi sceglie la condizione del 19

20 viaggio sono terribilmente ambigue: a chi lascia volontariamente Zagabria, Belgrado, Sarajevo con le peculiarità di ciascuna situazione appare in sogno non solo la sua città ma la Iugoslavia quando era intera. (...) La iugonostalgia non è più un sentimento dai colori della politica, nei ricordi il paese scomparso si confonde con quello di un tempo di pace. Sul piano della comprensione dei disturbi etnici, inoltre, è utile comprendere il doppio di cui ogni immigrato è portatore. Un doppio da noi svalutato, convinti come siamo dell unicità della nostra cultura e dell attrazione ch essa eserciterebbe nei confronti degli altri. Ma se così fosse, non vedo come potremmo spiegare quanto dice questo migrante:...secondo i criteri del mondo europeo industrializzato, siamo poveri contadini, ma quando io abbraccio mio nonno, sento di essere ricco, come se fossi una nota nei palpiti del cuore stesso dell universo. L esilio separa dunque l individuo anche dalle proprie rappresentazioni culturali concernenti il mondo, la vita, la morte, la malattia Tali rappresentazioni, appartenenti fino a quel momento al mondo esteriore e omologate a quelle esistenti nel mondo interno, secondo una griglia culturalmente codificata, in mancanza di punti di riferimento, perdono la propria consistenza e la propria efficacia in ragione della discrepanza tra mondo interno e mondo esterno. Quest ultimo allora, è percepito come estraneo e inquietante, minaccioso, sovente incomprensibile. 20

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