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3 2/7 dicembre 2011 Numero 926 Anno 19 Sommario Quella dell appartamento newyorchese è la storia di un bisogno sublimato in virtù justin davidson, pagina La settimana Complotto Il 22 novembre 1963 era una splendida giornata a Dallas. Nei ilmati e nelle foto, la folla che saluta il presidente Kennedy è in maniche di camicia o in giacca. Nessuno ha l ombrello. Tranne un uomo. Si trova sulla traiettoria della pallottola che uccide Jk. È in piedi e tiene in mano un ombrello aperto. The umbrella man diventa subito il protagonista delle più incredibili teorie del complotto. C è chi arriva a sostenere che è lui il vero assassino di Kennedy, con un complicato marchingegno nascosto nell ombrello. Finché quindici anni dopo, rispondendo all appello di una commissione parlamentare, Louie Steven Witt esce allo scoperto e racconta la sua storia. Quell ombrello aperto era in realtà un gesto di protesta, e non contro Jk, ma contro il padre, l ambasciatore Joseph P. Kennedy, che aveva appoggiato la politica di appeasement del premier britannico Neville Chamberlain, famoso appunto per l ombrello che portava sempre con sé. Intervistato da Errol Morris per il New York Times, Josiah Tink Thompson, autore della più approfondita inchiesta giornalistica sull assassinio di Jk, racconta: Se c è un fatto che pensi sia davvero sospetto, un fatto che secondo te è evidentemente indice di qualcosa di molto oscuro, allora è meglio che lasci perdere. Perché la vera spiegazione può essere così assurda, e al tempo stesso così banale, che arrivarci da soli è quasi impossibile. Quarantotto anni dopo, la storia dell uomo con l ombrello serve ancora da lezione per tutte le teorie del complotto del mondo. Giovanni De Mauro le principali fonti di questo numero europa 22 Dominique Strauss-Kahn Libération 23 Russia The New Times AfricA e medio oriente 26 Inverno arabo The New York Times Americhe 30 Brasile Carta Capital AsiA e pacifico 32 Pakistan-Stati Uniti Asia Times messico 40 Barbie, il boss di Acapulco Rolling Stone società 48 Vista su Manhattan New York Magazine mongolia 54 Il tesoro di Ulan Bator Bloomberg Businessweek germania 60 Startup a Berlino Le Monde in copertina La notte dell euro I mercati temono che la ine della moneta unica sia vicina. Gli articoli di Der Spiegel (p. 14), The Economist (p. 16) e Financial Times (p. 20 e 21). Copertina di Nick Mrozowski, foto Image source/getty Images. portfolio 64 Rilessioni africane Rencontres de Bamako ritratti 70 Chuwit Kamolvisit South China Morning Post viaggi 74 Un magniico isolamento The New York Times graphic journalism 78 Egitto Golo cinema 8 1 Sulle tracce di Stalker Sight & Sound P O P 94 Il futuro è pieno di iori Rebecca Solnit 98 Mandami una cartolina Charles Simić scienza 100 Su Marte con il robot che cerca la vita San Francisco Chronicle tecnologia 105 Wikipedia The Economist economia e lavoro 106 La mano di Dio sull economia The Economist cultura 84 Cinema, libri, musica, video, arte Le opinioni 28 Amira Hass 31 Yoani Sánchez 36 Laurie Penny 38 David Randall 86 Gofredo Foi 88 Giuliano Milani 90 Pier Andrea Canei 92 Christian Caujolle 99 Tullio De Mauro 101 Anahad O Connor 107 Tito Boeri le rubriche 13 Editoriali 111 Strisce 113 L oroscopo 114 L ultima Bloomberg Businessweek È un settimanale economico statunitense. Fondato nel 1929, si chiamava Businessweek prima del 2009, quando è stato comprato dall agenzia di notizie e dati inanziari Bloomberg. L articolo a pagina 54 è uscito il 22 luglio 2011 con il titolo Foreign money invades Mongolia. Le Monde È un quotidiano francese progressista. L articolo a pagina 60 è uscito il 10 novembre 2011 con il titolo Berlin start-up de l Europe. New York Magazine È un settimanale newyorchese di società, politica e attualità. L articolo a pagina 48 è uscito il 3 aprile 2011 con il titolo Sardine life. Rolling Stone È un mensile statunitense di musica, politica e cultura. Ha anche un edizione italiana. L articolo a pagina 40 è uscito ad agosto del 2011 con il titolo An american drug lord in Acapulco. Sight & Sound È il mensile di cinema pubblicato dal British Film Institute. L articolo a pagina 81 è uscito nel novembre del 2011 con il titolo Back in the zone. Internazionale pubblica in esclusiva per l Italia gli articoli dell Economist. internazionale.it/sommario Internazionale dicembre

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5 Immagini Crisi diplomatica Teheran, Iran 29 novembre 2011 La polizia insegue i manifestanti che hanno invaso l ambasciata britannica a Teheran per protestare contro le sanzioni imposte dalla Gran Bretagna. Il 29 novembre decine di studenti e di basiji, i paramilitari fedeli all ayatollah Ali Khamenei, hanno devastato l ediicio lanciando pietre e bombe molotov, e dando fuoco ai documenti trovati negli uici. L episodio ha suscitato le critiche della comunità internazionale, compresa la Russia. Dopo aver ordinato la chiusura dell ambasciata a Teheran, il premier britannico David Cameron ha accusato il governo iraniano di non aver fatto abbastanza per proteggere la sede diplomatica. Foto di Reuters/Contrasto

6 Immagini Tutti a casa Los Angeles, Stati Uniti 27 novembre 2011 Ragazzi del movimento Occupy Los Angeles riposano di fronte al municipio della città dopo aver vegliato tutta la notte in attesa di un raid della polizia. Lo sgombero è avvenuto la notte del 29 novembre, a due giorni dall ultimatum lanciato dal sindaco, Antonio Villaraigosa. L accampamento, sorto circa due mesi fa e diventato rapidamente uno dei più grandi degli Stati Uniti, è stato smantellato da centinaia di poliziotti che hanno arrestato più di duecento persone. Foto di Bret Hartman (Ap/La Presse)

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8 Immagini Alta tensione Kinshasa, Rdc 28 novembre 2011 Soldati della guardia presidenziale precedono il presidente uscente Joseph Kabila, al potere dal 2001, mentre lascia il seggio dove ha appena votato. Quattro dei dieci candidati che hanno sidato Kabila alle elezioni del 28 novembre hanno chiesto l annullamento del voto denunciando brogli difusi. Il capo della commissione elettorale, tuttavia, ha escluso ogni irregolarità. I risultati, attesi per il 6 dicembre, potrebbero far scoppiare nuovi disordini. Foto di Finbarr O Reilly (Reuters/Contrasto)

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10 Capolavoro u Grazie per le parole di verità sul governo Monti ( Capolavoro, 25 novembre), ultimo capolavoro di Berlusconi: le condivido appieno e sono sinceramente disturbato dal coro unanime e plaudente della stampa italiana. Questione di tempo, forse: la musica potrebbe cambiare dopo i primi provvedimenti concreti, e allora tanti italiani scoprirebbero come dice Marco Schiattareggia nella posta dei lettori che questo non è un 25 aprile, è un 8 settembre. Claudio Magri u Mi dispiace aver letto nell ultimo numero che in un altro paese questo governo sarebbe unanimemente considerato un esecutivo di centrodestra. L assioma sottinteso è che un governo schierato dalla parte della chiesa è di centrodestra. E ancora: Tra i nuovi ministri ci sono professori cattolici e rappresentanti della buona borghesia milanese. Mi scusi, ma professori cattolici sono stati alla guida del miglior centrosinistra che Dear daddy L ora dei papà Ho sempre pensato il contrario, ma dopo il secondo iglio comincio a credere che lasciare il lavoro non sia una cattiva idea. Sto impazzendo? Monica 10 Internazionale dicembre 2011 questo paese ha conosciuto. Ricorda Prodi? E che dire della presidente del Pd, Bindi? Un governo schierato con don Ciotti, don Colmegna, la Caritas, don Gallo, con i Comboniani e con tutti quei sacerdoti, vescovi, cattolici che difendono il prossimo è di centrodestra o di centrosinistra? Non mi risulta che questi sacerdoti siano contro la chiesa, non sono usciti e non sono stati cacciati, ma sono la legittima espressione di un mondo che è più vario e plurale di quello che a volte con supericialità i giornali descrivono. Luciano Coluccia Resistenti al vaccino u Pubblicando l articolo di Michael Specter sui vaccini (18 novembre) avete superato ogni limite di decenza. Quello che scrive è assurdo, e dà dei pazzi a genitori molto più attenti e informati di chi fa un esavalente al iglio senza neanche sapere cosa c è dentro e da quali malattie protegge. Andate a leggervi cos è il morbillo e perché uccide nei paesi in via di sviluppo. Non è Sì, stai perdendo la testa. Stai impazzendo come migliaia di altre mamme quando scoprono che a un certo punto o torni in uicio, e fai crescere tuo i- glio da qualcun altro, oppure smetti di lavorare. Eppure a questo apparente rompicapo una soluzione ci sarebbe: che ne diresti se quel qualcun altro fosse il padre del bambino? Qualche anno fa, l allora ministro delle pari opportunità norvegese ha dichiarato: Il nostro lavoro con le donne è inito, hanno raggiunto la piena libertà di scelta. Ora lavoriamo soprattutto per gli uomini, per fargli capire che anche loro possono scegliere se lavorare o restare con i igli. Eh sì, perché il principio che uno dei genitori sia più presente a casa è vecchio, ma ha ancora molto senso. Però andrebbe aggiornato con l idea che a farlo debba essere il genitore che ne ha più voglia, e quindi non necessariamente una questione di libertà personale, ma di scienza e proitti privati. Alessandra Ballarin Dov è il Messico? u Il vostro giornale mi piace molto, ma ho notato che trascurate il Messico. Eppure sapete bene che è un paese che ha tante cose in ballo, dai narcos a molto altro. Alessandro Tedesco Errata corrige u Nell articolo Un processo equo per Saif al Islam Gheddai (25 novembre) si dice per errore che la strage di Lockerbie è stata nel 1989, mentre l anno corretto è il PER CONTATTARE LA REDAZIONE Telefono Fax Posta viale Regina Margherita 294, Roma Web internazionale.it INTERNAZIONALE È SU Facebook.com/internazionale Twitter.com/internazionale Flickr.com/internaz YouTube.com/internazionale la mamma. Ora, lo so che casa tua non è la Norvegia ma, forse, invece di smettere di lavorare potresti metterti d accordo con il papà dei tuoi igli per lavorare entrambi un po meno ed esserci di più in diversi momenti della giornata. Alle vostre carriere non farà bene, questo è sicuro. Ma ai vostri i- gli sì. u Claudio Rossi Marcelli è un giornalista di Internazionale. Ha scritto Hello daddy! (Mondadori 2011). Risponde alle domande dei lettori all indirizzo Le correzioni Passeggiata romana u Le strade di Prato descritte da Nina Burleigh nello scorso numero ( L Italia salvata dai cinesi, pagina 34) ricordano quelle dell Esquilino, il quartiere di Roma dove i cinesi gestiscono molti esercizi commerciali. Da qualche anno nei bar e nei negozi della zona, dove un tempo si vedevano solo ideogrammi, sono comparse le scritte in italiano. Giulia Jia Jia è chiuso per lavori: Riapri il 2 dicembre. In vetrina c è una camicia da uomo con un cartellino scritto a mano: Manigalunga. Forse Giulia non distingue le due parole, e pensa che manigalunga sia il nome di quel capo d abbigliamento. L estetista del negozio più avanti, invece, ha scritto mani cure staccato, forse perché conosce il signiicato delle due parole. Il bar ristorante di piazza Vittorio ofre cucina cinese e italiana ed espone un menù impeccabile: dal cafellatte alle linguine con le vongole, neanche un errore di ortograia. Sembrerebbe un ristorante italiano, se non si chiamasse La sorgente. All angolo c è un grande rivenditore di vestiti: Tada Datta, outlet stock house grandi taglie. Tada Datta sarà indiano? Giapponese? No, è una signora romana energica e sbrigativa. Se vuoi comprare qualcosa nel suo negozio t hai da adatta, ti devi adattare. Giulia Zoli è una giornalista di Internazionale. L di questa rubrica è

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13 Editoriali Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra ilosoia William Shakespeare, Amleto Direttore Giovanni De Mauro Vicedirettori Elena Boille, Chiara Nielsen, Alberto Notarbartolo, Jacopo Zanchini Comitato di direzione Giovanna Chioini (copy editor), Stefania Mascetti (Internazionale.it), Martina Recchiuti (Internazionale.it), Pierfrancesco Romano (copy editor) In redazione Carlo Ciurlo (viaggi), Camilla Desideri (America Latina), Simon Dunaway (attualità), Mélissa Jollivet (photo editor), Alessandro Lubello (economia), Alessio Marchionna (Italieni), Maysa Moroni, Andrea Pipino (Europa), Francesca Sibani (Africa e Medio oriente), Junko Terao (Asia e Paciico), Piero Zardo (cultura), Giulia Zoli (Stati Uniti) Impaginazione Pasquale Cavorsi, Valeria Quadri Segreteria Teresa Censini, Luisa Cifolilli Correzione di bozze Sara Esposito, Lulli Bertini Traduzioni I traduttori sono indicati dalla sigla alla ine degli articoli. Marina Astrologo, Sara Bani, Caterina Benincasa, Giuseppina Cavallo, Matteo Colombo, Stefania De Franco, Andrea De Ritis, Andrea Ferrario, Antonello Guerrera, Giusy Muzzopappa, Floriana Pagano, Fabrizio Saulini, Andrea Sparacino, Andrea Spila, Francesca Spinelli, Bruna Tortorella, Nicola Vincenzoni Disegni Anna Keen. I ritratti dei columnist sono di Scott Menchin Progetto graico Mark Porter Hanno collaborato Gian Paolo Accardo, Luca Bacchini, Francesco Boille, Annalisa Camilli, Catherine Cornet, Gabriele Crescente, Giovanna D Ascenzi, Marzia De Giuli, Sergio Fant, Anita Joshi, Odaira Namihei, Lore Popper, Fabio Pusterla, Marta Russo, Marc Saghié, Andreana Saint Amour, Angelo Sellitto, Laura Tonon, Pierre Vanrie, Guido Vitiello Editore Internazionale srl Consiglio di amministrazione Brunetto Tini (presidente), Giuseppe Cornetto Bourlot (vicepresidente), Emanuele Bevilacqua (amministratore delegato), Alessandro Spaventa (amministratore delegato), Antonio Abete, Giovanni De Mauro, Giovanni Lo Storto Sede legale via Prenestina 685, Roma Produzione e difusione Francisco Vilalta Amministrazione Tommasa Palumbo, Arianna Castelli Concessionaria esclusiva per la pubblicità Agenzia del marketing editoriale Tel , Subconcessionaria Download Pubblicità S.r.l. Stampa Elcograf Industria Graica, via Nazionale 14, Beverate di Brivio (Lc) Distribuzione Press Di, Segrate (Mi) Copyright Tutto il materiale scritto dalla redazione è disponibile sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale- Condividi allo stesso modo 3.0. Signiica che può essere riprodotto a patto di citare Internazionale, di non usarlo per ini commerciali e di condividerlo con la stessa licenza. Per questioni di diritti non possiamo applicare questa licenza agli articoli che compriamo dai giornali stranieri. Info: Registrazione tribunale di Roma n. 433 del 4 ottobre 1993 Direttore responsabile Giovanni De Mauro Chiuso in redazione alle 20 di mercoledì 30 novembre 2011 PER ABBONARSI E PER INFORMAZIONI SUL PROPRIO ABBONAMENTO Numero verde Fax Online internazionale.it/abbonati LO SHOP DI INTERNAZIONALE Numero verde (lun-ven ) Online shop.internazionale.it Fax Ambasciatori di Teheran The Guardian, Gran Bretagna Il clima a Durban Pierre Veya, Le Temps, Svizzera Era diicile nascondere il carattere uiciale della manifestazione durante la quale dei giovani iraniani hanno assaltato l ambasciata britannica a Teheran. La polizia ha ottenuto il rilascio di sei dipendenti dell ambasciata sequestrati da quelli che l agenzia di stampa Fars ha deinito studenti intransigenti. Ma tra quegli studenti c erano membri della milizia dei basiji, che sventolavano striscioni con il nome di Qassem Suleimani, il comandante della cosiddetta Forza Quds, capo delle operazioni estere dei Guardiani della rivoluzione. Era quindi una manifestazione del regime, appoggiata da tre istituzioni conservatrici iraniane: parlamento, sistema giudiziario e guida suprema. Ma cos è successo? Dietro questa vicenda non c è solo la convinzione degli iraniani (storicamente fondata, bisogna ammetterlo) che Londra sia il burattinaio di tutto ciò che di brutto succede a Teheran. In efetti la Gran Bretagna è stata il primo paese a rompere i rapporti con la banca centrale iraniana dopo la pubblicazione da parte dell Aiea di un rapporto critico sul programma nucleare iraniano. Né gli Stati Uniti né l Unione europea hanno ancora fatto altrettanto, e Italia e Spagna i due principali importatori europei di petrolio iraniano sono contrarie a prendersela con la banca centrale. Ora, poiché l industria petrolifera, da cui i Guardiani della rivoluzione sono inanziati, si appoggia alla banca centrale per molte sue transazioni, la Gran Bretagna si aspettava una ritorsione. In realtà siamo di fronte a una lotta di potere che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, la bestia nera preferita dell occidente, sta perdendo. Il suo governo preme per una nuova tornata di trattative sul programma nucleare con i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell Onu più la Germania, e a quanto pare i leader dei Guardiani della rivoluzione stanno cercando di fermarlo. Ecco perché la Gran Bretagna dovrà rispondere con misura a questa sgradevole messinscena. Forse Londra dovrà abbandonare l ambasciata, ma i negoziati devono ricominciare. La strada che ha imboccato sul programma nucleare iraniano cioè sanzioni economiche più severe non può funzionare in un paese che ha conini porosi, e che può sempre vendere il suo petrolio alla Cina. Né può funzionare in assenza di incentivi a trattare. Il rapporto dell Aiea, nonostante il clamore, contiene delle ambiguità, e inché c è ambiguità resta aperta una inestra per le trattative. Non è ancora troppo tardi, quindi, per trasformare l Iran da fonte d instabilità per la regione nel suo opposto, e cioè in una potenza che permetta agli Stati Uniti di disimpegnarsi inalmente dall Iraq, dal Pakistan e dall Afghanistan. u ma La diplomazia del clima rischia il fallimento. I grandi paesi industrializzati, che l 11 dicembre 1997 si sono lanciati in uno dei più importanti negoziati mai avviati, hanno perso l entusiasmo. Dopo 14 anni di sforzi, hanno abbandonato la speranza di convincere i paesi emergenti ad accettare impegni vincolanti. Gli Stati Uniti, che non hanno ratiicato il protocollo di Kyoto, sono paralizzati da una guerra interna che impedisce al presidente di fare nuove promesse. Cina e India, le cui emissioni superano le stime, si oppongono a vincoli che ritengono ingiusti rispetto alle loro responsabilità storiche, e contano sul loro peso crescente nei rapporti di forza tra le nazioni. Questo fallimento era evidente dopo la conferenza di Copenaghen, inita nella confusione. Lo scoppio della bolla immobiliare statunitense, seguito dalla crisi del debito, ha contribuito a ridurre la determinazione degli stati. Ma alcuni risultati sono stati comunque raggiunti. Le tecnologie pulite crescono a un ritmo superiore al pil mondiale; i paesi in via di sviluppo si preoccupano sempre di più dei danni ambientali provocati dallo sfruttamento dei combustibili fossili, città e intere regioni sperimentano metodi per incoraggiare le scelte ecologiche. E nessuno studio scientiico serio è riuscito a smentire i rischi che corre l umanità se non fa nulla per rimediare al cambiamento del clima. Serve però una via diplomatica più lessibile di quella di Kyoto, in grado di permettere alle nazioni e alla società civile di invertire la curva delle emissioni prima che gli efetti del riscaldamento globale si manifestino brutalmente. Efetti che potrebbero degenerare con conseguenze diicilmente controllabili. u adr Internazionale dicembre

14 In copertina La notte dell euro Der Spiegel, Germania I mercati temono che la ine della moneta unica sia vicina. Per questo la Germania potrebbe accettare soluzioni che aveva sempre riiutato: gli eurobond e l acquisto illimitato di titoli da parte della Bce Eurobond? Il presidente francese Nicolas Sarkozy non conosce questa parola. E il premier italiano Mario Monti? Neanche. Angela Merkel, poi, non si sognerebbe neppure di pronunciarla. Il 24 novembre i tre leader politici hanno tenuto una conferenza stampa sulla crisi dell euro dopo aver pranzato a Strasburgo. Dev essere stato un pranzo davvero prelibato, simbolo di unità d intenti, armonia e comprensione fra i tre leader. Pare che sia andata così. E se le cose vanno così bene, non si può certo stare a parlare di eurobond, anche se sono al centro del dibattito sulla crisi. Merkel è contraria. Sarkozy e Monti sono a favore, ma non lo dicono in pubblico. In simili circostanze, naturalmente, c è sempre un giornalista che non crede a questa immagine idilliaca e, come prevedibile, fa una domanda sugli eurobond. Merkel risponde che non ha cambiato opinione al riguardo, ma non pronuncia quella brutta parola. Sarkozy replica citando il iume Reno, racconta una barzelletta che parla di un ipocondriaco e poi parla, parla, parla, inché 14 Internazionale dicembre 2011 dice che a un accordo ci arriveranno sicuramente. Ma neanche lui nomina quella parolina. Inine tocca a Monti. E cosa fa il premier italiano? Non pronuncia il termine eurobond, ma al suo posto trova un sinonimo inedito e grazioso: gli stability bond, che per lui non sono poi così male. Tutto chiaro, quindi: c è una profonda spaccatura tra i pae si dell eurozona. Da sapere u Il 29 novembre i ministri delle inanze dell eurozona hanno proposto l espansione dell European inancial stability facility (Efsf ), il fondo salvastati dell area, da 440 a 750 miliardi di euro, ritenendo ormai diicile l aumento a mille miliardi previsto dal pacchetto di misure presentate il 26 ottobre scorso. I ministri, inoltre, hanno autorizzato il pagamento di una nuova tranche da 8 miliardi degli aiuti concessi alla Grecia. Le misure saranno esaminate dai capi di stato e di governo dell Unione europea l 8 e il 9 dicembre a Bruxelles. u Il 30 novembre la Federal reserve statunitense ha annunciato che fornirà dollari a tassi ridotti ad altre banche centrali per sostenere il sistema bancario. ThOMAS NIEDERMUELLER (GETTy IMAGES) Se Merkel dice di no, l Europa non va da nessuna parte. La cancelliera tedesca non si oppone solo agli eurobond, ma anche all intervento della Banca centrale europea (Bce) che, secondo i francesi, dovrebbe comprare in grande quantità i titoli di stato dei paesi in crisi per far scendere i loro tassi d interesse. Ma il tema non era all ordine del giorno a Strasburgo. Nel mezzo della più grave crisi della sua storia, l Europa continua a litigare. Ogni vertice si chiude con dichiarazioni concilianti, ma di un piano comune per salvare l euro non si vede neanche l ombra. La situazione non potrebbe essere più drammatica. Se non si trova in fretta una soluzione, l unione monetaria europea rischia di implodere, con conseguenze drammatiche per il vecchio continente e per il resto del mondo. Gli stati fallirebbero, le banche dovrebbero essere salvate ancora una volta e l economia sprofonderebbe in una recessione che durerebbe anni. L ora della verità si avvicina e il conto alla rovescia per la ine dell euro è già cominciato. Nelle prossime settimane, ma soprattutto nel primo trimestre del 2012, i paesi in crisi dell Unione europea dovranno

15 Da sapere Il pil e il debito pubblico nell eurozona, % Austria Belgio Finlandia Francia Germania Grecia Irlanda Pil nazionale rispetto al pil dell eurozona Italia Paesi Bassi Portogallo Spagna Debito pubblico nazionale rispetto al debito pubblico dell eurozona Fonte: Financial Times Strasburgo, Francia, 24 novembre Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e Mario Monti trovare un impressionante quantità di denaro. In Italia, per esempio, scadranno titoli di stato per 110 miliardi di euro. Ma chi offrirà soldi a questi stati? Gli investitori hanno perso ogni iducia nei paesi europei e nella loro capacità di salvare la moneta unica. Per questo, anche i recenti cambi di governo in Italia, Grecia e Spagna non risolveranno il problema. Intanto cresce la paura. Gli stessi banchieri, che in pubblico spesso ostentano sicurezza, ammettono in privato che l unione monetaria potrebbe essere sul punto di crollare. Secondo loro, i tentativi fatti inora per salvare l euro sono stati inutili. L Europa dovrebbe sbrigarsi a usare l unica arma che può garantire risorse illimitate, cioè la Bce. Anche se i trattati europei lo vietano, in una situazione come questa la Bce dovrebbe avere la facoltà di inanziare i paesi indebitati, perché ha denaro a suicienza e, in caso di necessità, potrebbe stampare autonomamente altra moneta. Questa è l idea dei principali leader europei. Ma non di Merkel. La cancelliera teme per l indipendenza della Bce e la stabilità della moneta. Così ha bloccato inora ogni tentativo di sostenere a livello comunitario il debito dei paesi in diicoltà attraverso l emissione di titoli garantiti da tutti i paesi che fanno parte dell euro, cioè gli eurobond. La cancelliera è sempre più isolata. In patria deve difendere ogni concessione fatta a Bruxelles dagli attacchi dei partner di governo, i liberali dell Fdp e la Csu, il partito gemello della Cdu in Baviera. Merkel deve convincere i suoi deputati e rispettare i limiti imposti dalla corte costituzionale tedesca, mentre i liberali hanno pensato a gettare altra benzina sul fuoco, organizzando una consultazione interna per decidere la linea del partito sulla crisi dell euro. All estero, invece, Merkel è considerata un cocciuto difensore degli interessi della Germania, un politico che non ha capito la gravità della situazione e che per questo mette a repentaglio la sopravvivenza della moneta unica. Jacques Attali, consigliere dell ex presidente francese François Mitterrand, ha riassunto senza peli sulla lingua le preoccupazioni degli altri paesi dell eurozona: dopo due guerre mondiali, ha detto, la Germania ha di nuovo la possibilità di mandare un intero continente al suicidio. Se Berlino non cambia la sua posizione sarà una catastrofe. Per gli altri paesi, quindi, la situazione è chiara: il destino dell euro è nelle mani di Berlino, che deve abbandonare le sue resistenze e accettare la condivisione dei debiti. Una simile responsabilità solidale, tuttavia, violerebbe la clausola no bailout dei trattati europei, secondo la quale nessun paese può accollarsi i debiti degli altri, e sarebbe una mossa pericolosa per la stessa Germania: per risanare il debito degli altri, la maggiore economia europea dovrebbe sostenere il peso maggiore e in questo modo rischia di essere risucchiata nell abisso della crisi. Merkel, inoltre, teme che i paesi indebitati potrebbero riprendere le loro cattive abitudini se avessero la certezza che qualcuno li salverà. Per questo i tedeschi ripetono che sono disposti ad aiutare gli altri solo in cambio di condizioni molto rigide. Una strategia fallimentare Fin dall inizio la cancelliera ha agito in modo prudente. Del resto la politica dei piccoli passi è diventato un suo slogan. Così la gestione della crisi è stata trascinata di vertice in vertice, senza che si sia riusciti ad arrivare a una soluzione chiara e deinitiva. I paesi in diicoltà sono stati sempre più continua a pagina 17» Internazionale dicembre

16 In copertina YE PINGfAN (XINhUA/CORBIS) Bruxelles, 21 novembre 2011 Vicini alla ine? The Economist, Gran Bretagna Serve un intervento coraggioso per restituire iducia ai mercati inanziari. E non c è tempo da perdere. Nel 2012 l Europa rischia di entrare in recessione Mentre l eurozona sembra avviata al tracollo, molti danno per scontato che alla ine i leader europei faranno il necessario per salvare la moneta unica. Le conseguenze di un crollo dell euro sarebbero troppo gravi perché la politica resti a guardare. Ma questa minaccia non basta per impedire una catastrofe. L eventualità che l eurozona vada in pezzi si fa sempre più concreta per colpa del panico inanziario, dell improvviso peggioramento delle prospettive economiche e di un ostinata politica del rischio calcolato. Le probabilità di un atterraggio sicuro diminuiscono a vista d occhio. I crescenti timori di un crollo dell euro hanno scatenato una fuga degli investitori dagli asset delle economie più deboli, un fuggi fuggi che neanche le misure più drastiche prese dai governi sembrano riuscire a fermare. L ultimo esempio è la Spagna. Nonostante la vittoria del Partito popolare, che ha promesso riforme e austerità, gli interessi sui titoli di stato spagnoli sono nuovamente schizzati verso l alto. Il governo ha dovuto pagare il 5,1 per cento di interessi sui titoli trimestrali, più del doppio rispetto a due mesi fa. Gli interessi sui titoli decennali sono oltre il 6,5 per cento. Anche in Italia le cose non sono migliorate con il governo tecnico guidato da Mario Monti: gli interessi sui titoli decennali restano ben al di sopra del 6 per cento. Salgono i tassi sui titoli belgi e francesi. E la scorsa settimana c è stato il lop dell asta per i titoli di stato tedeschi. Non meno allarmante è il panico che colpisce le banche europee. Il mercato del wholesale funding (usato dalle banche per ottenere liquidità) si è fermato, e quello interbancario è sempre più in diicoltà, visto che le banche riiutano di prestarsi denaro a vicenda. Nel frattempo le imprese cominciano a ritirare i loro depositi dalle banche dei paesi periferici. Questa fuga sta costringendo le banche a liquidare asset e a ridurre i prestiti. La stretta creditizia o credit crunch rischia di essere ancora più grave di quella già avvenuta in Europa dopo il crollo della Lehman Brothers. Se a questo si aggiungono le misure di austerità imposte in tutta Europa e il crollo della iducia delle imprese e dei consumatori, è certo che nel 2012 l eurozona entrerà in una profonda recessione, con un crollo della produzione che potrebbe siorare il 2 per cento. A quel punto si creerà un circolo vizioso: la recessione alimenterà i deicit di bilancio, gonierà il debito pubblico e scatenerà una forte opposizione popolare all austerità e alle riforme. La paura delle conseguenze accelererà ulteriormente la fuga degli investitori. Stretta creditizia Questa spirale può essere fermata solo con misure in grado di restituire iducia ai mercati. Purtroppo i politici europei sembrano incapaci o poco propensi a prendere provvedimenti del genere. L accordo sul fondo salvastati raggiunto a ottobre non è servito a niente. La cancelliera tedesca Angela Merkel sa essere spietatamente eiciente in politica: basta pensare al suo contributo alle dimissioni di Silvio Berlusconi. Un stretta creditizia, però, è più diicile da gestire. Insieme ai leader di altri paesi creditori, Merkel riiuta di prendere atto del panico generalizzato che attraversa i mercati. La Banca centrale europea (Bce) respinge l idea di fare da prestatore di ultima istanza agli stati in diicoltà. Lo spettro del moral hazard, il timore cioè che un oferta di aiuto possa spingere i paesi indebitati a tirare i remi in barca sulle riforme, sembra suiciente a bloccare sul nascere qualsiasi piano di salvataggio. Ma questo non fa che aumentare l insicurezza degli investitori sui titoli di stato dell eurozona, compresi quelli tedeschi. Senza uno straordinario atto di coraggio da parte della Bce o dei leader europei, la moneta unica rischia di disintegrarsi nel giro di poche settimane. Alla i- ne di gennaio l Italia dovrà riinanziare oltre 30 miliardi di euro di titoli di stato. Se 16 Internazionale dicembre 2011

17 il mercato dovesse latitare e la Bce non interverrà, il terzo più grande emittente di titoli di stato al mondo rischia di scivolare verso il default. Si può ancora fare qualcosa per evitare il disastro, ma la portata delle misure necessarie aumenta sempre di più e il tempo scarseggia. L unica istituzione in grado di dare un sollievo immediato è la Bce. Come prestatore di ultima istanza, deve mettere a disposizione liquidità illimitata per un periodo più lungo a fronte di un più ampio spettro di garanzie. L acquisto di grandi quantità di titoli di stato in questo momento è ampiamente giustiicato. Se la Bce vuole rispettare il suo mandato sulla stabilità dei prezzi, deve evitare che i prezzi crollino. Questo signiica tagliare i tassi a breve termine e ricorrere al quantitative easing, l acquisto di titoli di stato su larga scala da parte delle banche centrali. Ma per ristabilire la iducia e convincere di nuovo gli investitori ad acquistare titoli di stato bisogna creare uno strumento di indebitamento credibile. Questo a sua volta richiederà un compromesso politico: il sostegno inanziario di cui hanno bisogno i paesi periferici in cambio delle nuove regole chieste dalla Germania e da altri paesi. Questo strumento dovrà prevedere una qualche forma di corresponsabilità sui debiti sovrani. Angela Merkel ha escluso la possibilità degli eurobond illimitati. Uno spazio per il compromesso esiste. Il consiglio tedesco degli esperti economici ha proposto di mutualizzare il debito dell eurozona sopra il 60 per cento del pil di ciascun paese e accantonare una parte delle entrate iscali per ripagarlo nei prossimi 25 anni. Ma la Germania, temendo che l unione monetaria si trasformi in un unione dei trasferimenti in cui Berlino dovrebbe farsi carico dei paesi più deboli, ha scartato la proposta. Merkel e la Bce non possono continuare in questo tira e molla in cui prima minacciano di escludere dall euro le economie irresponsabili e poi rassicurano i mercati promettendo di salvare l euro. Se non si decide in fretta, la cancelliera tedesca scoprirà che qualcun altro ha deciso al suo posto. fas soggetti agli attacchi degli investitori internazionali e hanno dovuto pagare interessi maggiori per i loro debiti. Gli strumenti e i programmi con i quali Merkel e i suoi colleghi hanno sperato di tenere sotto controllo la crisi si sono dimostrati ineicaci. Il primo pacchetto di salvataggio per la Grecia non è bastato e ne è servito un secondo. È stata aumentata anche la dotazione inanziaria dell European finance stability facility (Efsf ), il fondo salvastati dell eurozona. Ma in attesa che il Fondo possa funzionare a pieno regime, la Bce è dovuta intervenire continuamente sui mercati, comprando i titoli di stato di Italia e Spagna. Finora queste misure tappabuchi non sono riuscite a restituire iducia nell unione monetaria. Inoltre, la gestione della crisi ha evidenziato inadeguatezze clamorose, dovute alla confusione sulle competenze politiche e alle gelosie tra la Commissione europea e i governi nazionali, la Bce e i politici e inine tra le banche centrali dei singoli pae si europei. Ma la cosa peggiore è che il fondo salvastati non basta più. L Efsf è stato creato per aiutare i paesi periferici in crisi. Ma si è subito capito che la sua capacità era troppo limitata. Così è stato modiicato per mettere a disposizione 440 miliardi di euro. Ma anche questa somma si è rivelata presto insufficiente. I mercati non sono rimasti impressionati dall impegno dell Europa. Così da qualche mese hanno nel mirino Spagna e Italia, il cui salvataggio è fuori dalla portata dell Efsf. Il 26 ottobre i paesi dell eurozona hanno annunciato che le risorse del fondo dovrebbero arrivare ad almeno mille miliardi di Da sapere Titoli di stato in scadenza, miliardi di euro Francia Italia Spagna euro attraverso complessi meccanismi i- nanziari e la partecipazione degli investitori privati. In queste condizioni si potrebbero salvare anche paesi come Italia e Spagna. Inoltre, se fosse necessario, questi fondi potrebbero essere usati per scongiurare un collasso delle banche. Ma i salvatori dell euro hanno fatto i conti senza considerare i loro inanziatori. Durante i suoi viaggi in Cina e Giappone per promuovere la causa del fondo salvastati presso fondi sovrani e investitori, il direttore dell Efsf, Klaus Regling, ha incontrato forti resistenze. I gestori dei fondi d investimento, evidentemente, non credono più che l Europa abbia la situazione sotto controllo. Lo sciopero degli investitori Più i governi europei hanno tentato di migliorare l eicacia del fondo salvastati, più è crollato il valore dei titoli dell eurozona. L espressione sciopero degli investitori non descrive bene quello che sta succedendo, dice Joachim Fels, capo economista della banca d investimento statunitense Morgan Stanley. Parlerei più di fuga dai titoli di stato. A novembre i rendimenti dei titoli italiani e spagnoli, ma anche di quelli francesi, sono schizzati verso l alto. È un segno del crescente rischio di bancarotta che gli investitori ormai percepiscono in tutti i paesi europei. Di recente l Italia ha dovuto pagare interessi del 7 per cento sui suoi titoli decennali. E lo sciopero degli investitori non inirà presto. Nella prima fase della crisi del debito tutti i politici, da Berlino a Bruxelles, sospettavano che fossero gli speculatori, in- 37,1 52,9 35,9 17,4 34,4 22,5 15,6 53,1 44,2 44,5 12,2 9,2 14,5 8,8 22,7 Dicembre 2011 Gennaio 2012 Febbraio 2012 Marzo 2012 Fonte: Der Spiegel Aprile 2012 Internazionale dicembre

18 In copertina sieme alle agenzie di rating, a trascinare sull orlo del fallimento la Grecia e gli altri paesi. Ora, invece, hanno capito che sempre più fondi d investimento scappano dai paesi in crisi. Non solo le banche, osserva Fels, ma anche le compagnie assicurative, i fondi pensione e persino i fondi sovrani si liberano dei titoli di stato dell eurozona. Gli investitori scappano perché non vogliono perdere denaro e perché temono un crollo a catena nell eurozona. Anche la politica, con i suoi errori, ha contribuito ad alimentare queste paure. Le banche si sentono tradite. L estate scorsa, dopo settimane di trattative, gli istituti di credito si sono convinti ad accettare volontariamente la riduzione dei debiti che la Grecia aveva nei loro confronti (il cosiddetto haircut). Inizialmente le banche avevano rinunciato al 21 per cento dei crediti. Poi a ottobre si è arrivati al 50 per cento. Per gli investitori, coinvolgere i privati nel programma di risanamento del debito è stato un errore grave. Josef Ackermann, amministratore delegato di Deutsche Bank, avverte che negli Stati Uniti e in Asia ci sono molti operatori che a queste condizioni non comprerebbero più titoli di stato europei. La politica ha commesso anche altri errori. Il 26 ottobre i salvatori dell euro Bruxelles, Parigi e Berlino hanno imposto alle banche di aumentare le riserve di capitale per proteggersi da eventuali perdite sui titoli di stato dei paesi dell eurozona. Entro la ine dell anno gli istituti di credito dovranno comunicare come intendono adeguarsi ai nuovi standard da qui alla ine del prossimo giugno. Ma le misure scelte per stabilizzare il sistema bancario europeo e limitare le conseguenze del fallimento di alcuni paesi si sono rivelate un boomerang. L Europa ha fatto capire che sta già facendo i conti con possibili insolvenze. E ora quale investitore non proverebbe a liberarsi dei titoli di stato in suo possesso? Inoltre, le principali banche non stanno raccogliendo i fondi necessari per raforzare il loro capitale. Al contrario, cercano di ridurre il volume delle attività, come per esempio i titoli di stato: restringono i loro bilanci e di conseguenza il fabbisogno di capitale fresco. Secondo uno studio della Landesbank Baden-Württemberg (Lbbw), dall inizio del 2010 le banche dei paesi più ricchi dell eurozona hanno ridotto del 25 per cento i loro crediti verso governi, banche e aziende della periferia dell Unione europea. In futuro l acquisto di titoli di stato sarà 18 Internazionale dicembre 2011 ancora meno conveniente per le banche. Finora gli istituti di credito non hanno dovuto mettere da parte capitali per coprire l acquisto di titoli di stato europei. Questo ha fatto piacere ai governi, che nelle banche hanno trovato sempre inanziatori premurosi. Ora le cose dovrebbero cambiare: gli istituti di credito dovranno garantire con le loro riserve anche l acquisto di titoli di stato. A causa di tutti questi fattori, oggi i paesi indebitati non riescono più ad avere inanziamenti. La stessa cosa successe alle banche dopo il crac della Lehman Brothers. Chi gli potrà ofrire denaro in futuro? I risultati poco incoraggianti raggiunti dai salvatori dell euro spingono molti a Le misure scelte per stabilizzare il sistema bancario sono state un boomerang Da sapere Acquisti di titoli di stato da parte della Bce, miliardi di euro. Fonte: Süddeutsche Zeitung novembre 2010 salvataggio dell Irlanda 1-2 maggio 2010 primo pacchetto di aiuti per la Grecia 21 luglio 2011 secondo pacchetto di aiuti per la Grecia 3 maggio 2011 salvataggio del Portogallo 8 agosto 2011 cominciano gli attacchi speculativi contro Italia e Spagna 0 Maggio 2010 Febbraio 2011 Novembre 2011 chiedere l uso di un altra arma, teoricamente molto più potente: il cosiddetto grande bazooka della Bce. A questa soluzione si oppongono soprattutto i tedeschi, che la prenderebbero in considerazione solo come ultimo deterrente per il salvataggio della moneta unica. Ma la pressione sale sempre di più. Il presidente statunitense Barack Obama, il primo ministro britannico David Cameron, il neopremier spagnolo Mariano Rajoy: tutti nei giorni scorsi hanno esortato il nuovo presidente della Bce, Mario Draghi, a comprare titoli di stato dei paesi europei in crisi senza limiti di tempo o altre condizioni. La Bce interverrebbe in qualità di prestatore di ultima istanza grazie alla sua capacità illimitata di stampare denaro. Seguendo l esempio della Federal reserve (Fed), la banca centrale statunitense, i custodi della moneta unica dovrebbero accelerare l aiuto ai governi in diicoltà. Ma la Bce interviene sui titoli di stato già da un anno e mezzo. Finora ha comprato titoli greci, portoghesi e spagnoli per più di 190 miliardi di euro. Il risultato non è stato dei più incoraggianti, perché i tassi sono continuati a salire. In segno di protesta contro queste misure, nei mesi scorsi si sono dimessi Axel Weber, il capo della banca centrale tedesca, e Jürgen Stark, il capo economista della Bce. Anche gli investitori premono ainché la Bce compri sempre più i titoli di stato. Molti osservatori vedono come un male minore la violazione dei trattati europei. L Europa è in una situazione d emergenza straordinaria, dicono, e se non si trovano soluzioni l euro collasserà portandosi dietro l intero continente. Chi è contrario all intervento della Bce, invece, teme che l acquisto potenzialmente illimitato di titoli faccia aumentare l inlazione. Il punto è capire se questo sia davvero un dramma. Vale la pena rischiare un inlazione limitata per provare a salvare l euro? Cosa sono un po di perdite per i risparmiatori e per i proprietari di grandi patrimoni di fronte alle conseguenze del crollo della moneta unica? Lo spettro dell inlazione La risposta non è semplice come potrebbe sembrare. Una volta che l inlazione comincia a correre, come abbiamo già visto in passato, spesso è molto diicile riportarla sotto controllo. Quindi non è escluso che l intervento della Bce alla ine provochi effetti completamente opposti a quelli sperati. Invece di ridurre il rischio di fallimento di alcuni paesi, potrebbe addirittura aggravare la situazione e favorire il contagio delle crisi a tutti i paesi dell eurozona. Molti politici europei, invece, considerano miracolosa un altra arma, che non avrebbe efetti collaterali e che allo stesso tempo potrebbe calmare i mercati inanziari: gli eurobond. I loro sostenitori dicono che con questi titoli comunitari gli speculatori non potrebbero più colpire singoli paesi in diicoltà. I tassi d interesse diventerebbero sostenibili, perché i prestiti sarebbero garantiti anche dai paesi economicamente solidi. Gli eurobond, inoltre, darebbero vita

19 New York, Stati Uniti. Le proteste di Occupy Wall street Banche Pronti al crollo KAI NeddeN (LAIF/CONTRASTO) a un mercato più ampio e con maggiore liquidità, costituendo dunque una valida alternativa ai titoli di stato statunitensi. Il 23 novembre il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, facendo infuriare Angela Merkel, ha presentato in un sol colpo tre diverse ipotesi di applicazione degli eurobond. La prima prevede la sostituzione dei titoli nazionali con quelli europei. In base alla seconda ipotesi, gli eurobond dovrebbero coesistere con i titoli nazionali: un paese potrebbe inanziarsi con gli eurobond per una cifra massima pari al 60 per cento del suo pil. Secondo la terza possibilità, su ogni eurobond emesso ciascun paese fornirebbe una garanzia direttamente proporzionale al suo peso economico: la Germania, in questo caso, rappresenterebbe il 27 per cento, Malta lo 0,1 per cento. Quest ultima ipotesi potrebbe diventare realtà in tempi brevi, ma è quella meno eiciente. Per le altre bisognerebbe modiicare il trattato di Lisbona e in particolare il divieto che uno stato garantisca i debiti di un altro. Anche i tedeschi vogliono modiicare i trattati europei, ma per altri motivi. Secondo Berlino bisogna fare in modo che chi infrange le regole di bilancio possa essere fermato in tempo. Questo dovrebbe servire ad armonizzare le politiche di bilancio tra i paesi dell eurozona. Gli eurobond, comunque, potrebbero funzionare solo se gli stati dell unione monetaria cedessero una grossa fetta della loro sovranità a una politica finanziaria comune, ha detto il ministro delle inanze tedesco Wolfgang Schäuble. Altrimenti, come teme la Germania, gli eurobond potrebbero disincentivare il risanamento dei paesi in diicoltà. Ne approitterebbero soprattutto quei paesi che oggi pagano tassi d interesse elevati. Gli eurobond permetterebbero di ottenere denaro a condizioni migliori. La preoccupazione è che questo denaro facile li spinga a trascurare le riforme. Staccare la spina Merkel e Schäuble, comunque, sono sempre più isolati, e molti addetti ai lavori credono che presto potrebbero essere costretti a fare marcia indietro. Se la crisi dovesse peggiorare coinvolgendo anche il cuore dell eurozona, allora per la Germania sarà molto diicile resistere alle pressioni. Ma se a quel punto fosse già troppo tardi? La credibilità delle soluzioni dipende dalla solvibilità di Berlino, soprattutto ora che altri importanti paesi, vedi Francia e Finlandia, sono initi nel mirino dei mercati. Gli investitori si convinceranno solo se il governo tedesco garantirà gli eurobond. Ma la Germania potrà sostenerne il peso? Nei giorni scorsi ci sono stati già i primi segnali d allarme. Il 23 novembre l agenzia per il debito pubblico tedesca non è riuscita a collocare tutti i titoli di stato che aveva messo all asta. I più ottimisti dicono che l apatia degli investitori è dovuta al fatto che i bund tedeschi pagano interessi troppo bassi. Secondo altri, invece, è il primo segnale che la siducia dei mercati ha colpito anche un gigante come la Germania e che gli investito- continua a pagina 20» Le banche di tutto il mondo si stanno preparando alla possibilità che l euro crolli. Le statunitensi Merrill Lynch, Barclays Capital e la giapponese Nomura hanno già pubblicato una serie di rapporti in vista del peggio, scrive il New York Times. Secondo gli analisti di Nomura, se la Banca centrale europea non interviene dove i politici hanno fallito, un collasso dell euro al momento sembra più probabile che possibile. In Gran Bretagna la Royal Bank of Scotland lavora al suo piano d emergenza studiando gli scenari futuri: se la Grecia torna alla dracma, in che valuta si eseguiranno i contratti? Il New York Times aferma che le autorità statunitensi hanno incoraggiato Citigroup e altri istituti a ridurre la loro esposizione al debito dell eurozona, mentre le autorità di Hong Kong hanno aumentato i controlli sull esposizione degli istituti di credito al debito internazionale. Le meno preoccupate sembrano le banche dei grandi paesi europei che sono state colpite più tardi dalla crisi. Gli istituti francesi e italiani, in particolare, non stanno preparando piani d emergenza perché, come spiegano gli stessi banchieri, sono convinti che la ine dell euro sia semplicemente impossibile. A darsi da fare sono invece le aziende. Il gruppo turistico tedesco Tui ha chiesto agli albergatori greci di rinegoziare i contratti in dracme per tutelarsi dalla perdite provocate da un eventuale uscita della Grecia dall euro. Secondo l agenzia di stampa Reuters, le più attive sono le aziende dei paesi che non hanno adottato la moneta unica ma hanno forti legami commerciali con i paesi dell eurozona, a cominciare dalla danimarca e dalla Gran Bretagna. I settori più esposti sono la sanità, l energia e i beni di consumo. Il Financial Times rivela che, per minimizzare i rischi, diverse multinazionali hanno già cominciato a eliminare le spese non necessarie e a fare investimenti sicuri per mettere al riparo le riserve di liquidità. La tedesca Siemens ha addirittura creato una propria banca per mettere al sicuro i soldi presso la Banca centrale europea. u Internazionale dicembre

20 In copertina ri si stanno ritirando dall intera eurozona. L autorità di vigilanza della City di Londra ha già sollecitato le banche britanniche a prepararsi a un eventuale crollo della moneta unica. Ma cosa succederebbe se i paesi dell euro tornassero alle vecchie valute? Alcuni esperti considerano addirittura opportuno che i paesi più indebitati come la Grecia e il Portogallo, e forse anche l Italia, abbandonino la moneta unica. Altri simulano il caso che sia la Germania ad abbandonare l euro tornando al marco. Del resto, non sarebbe meglio staccare la spina e sopportare una ine dolorosa piuttosto che un dolore senza ine? Ritorno alla dracma Hans-Werner Sinn, capo dell istituto di ricerca economica Ifo di Monaco di Baviera, è convinto che sarebbe meglio per tutti se la Grecia tornasse alla dracma. Per far questo, le banche elleniche dovrebbero chiudere per una settimana, convertire in dracma tutti i conti, i bilanci e i debiti, e fare in modo che la vecchia moneta si svaluti. Secondo Sinn, con la dracma l economia greca riacquisterebbe competitività: i suoi prodotti troverebbero di nuovo acquirenti e tornerebbero pure i turisti. Anche l ex capo economista della Bce, Otmar Issing, crede che il danno di un operazione simile sarebbe giustificato. Secondo i due economisti, l uscita dall euro della Grecia e magari del Portogallo avrebbe un efetto esemplare. L eurozona avrebbe così dimostrato di non essere ricattabile, e in Italia, per esempio, approverebbero più rapidamente le riforme. Perché un fallimento di Roma sarebbe insostenibile per l unione monetaria. Ma un governo diicilmente può basare la sua politica su stime e modelli, per quanto possano essere realistici. Un collasso a catena dell eurozona avrebbe conseguenze immediatamente percepibili, mentre tutte le altre strategie di soccorso, per quanto pericolose e costose, avranno efetto solo nel prossimo futuro. Se cade l euro, cade l Europa, ripete Angela Merkel. E quando dice questa frase, tutto sembra indicare che farà il possibile per salvare la moneta unica, prendendo in considerazione anche le misure che inora ha riiutato. Allora cadranno anche le ultime convinzioni che Merkel ha sempre difeso strenuamente: e cioè che l unione monetaria non è sinonimo di debiti e responsabilità in comune e che l euro non può essere salvato stampando denaro. u ag L opinione Senza la moneta unica Gavyn Davies, Financial Times, Gran Bretagna L euro limitato ai paesi forti. La Germania che torna al marco. Ecco gli scenari possibili se si aggrava la crisi All improvviso non è più così irragionevole chiedersi cosa succederebbe se l eurozona si spaccasse. La crescita del rendimento dei titoli di stato tedeschi è stata il segnale che gli investitori prendono in seria considerazione questa eventualità. Per creare l euro ci sono voluti anni di preparativi e prudenti rilessioni. Oggi non è possibile ripercorrere quella strada nel senso opposto. È diicile immaginare che i 17 stati membri dell eurozona possano avviare un processo decennale in cui siano prima reintrodotte le valute nazionali, poi il loro valore sia fatto variare entro limiti ristretti e inine vengano lasciate libere di luttuare. Lo scenario più plausibile è quello di una crisi acuta, seguita dalla reintroduzione di alcune valute nazionali. A quel punto l euro potrebbe essere mantenuto come valuta da un gruppetto di paesi, o sparire del tutto. Per gli investitori sarebbe fondamentale conoscere in anticipo le modalità di un simile processo. Se alcuni paesi periferici dovessero abbandonare l euro, con il resto degli stati decisi a conservare la moneta unica, gli investitori con interessi in Germania vedrebbero le loro attività in euro rivalutate nei confronti di valute straniere come il dollaro. Quelli che avranno investito in euro in paesi come l Italia, invece, potrebbero ritrovarsi in mano la nuova lira, che andrebbe incontro a una rapida svalutazione. Un altra possibilità è che la Germania decida, insieme ad altri paesi, di uscire dall eurozona. I paesi abbandonati crollerebbero rapidamente e reintrodurrebbero le valute nazionali. Se ciò accadesse, l euro cesserebbe semplicemente di esistere. A quel punto i guadagni (e le perdite) degli investitori dipenderebbero esclusivamente da dove avranno scelto di investire il loro patrimonio. Nel caso (improbabile) in cui il gruppo dei paesi rimasti nell eurozona decidesse di mantenere una versione ridotta della moneta unica, l euro resterebbe in vita ma andrebbe ugualmente incontro alla svalutazione. Tra Parigi e Berlino La conseguenza principale sarebbe che gli investitori in possesso di contratti in euro sui mercati internazionali vedrebbero il valore dei loro beni crescere, diminuire o subire anni di diatribe legali. I soggetti in possesso di titoli in valuta estera guadagnerebbero dalla svalutazione, e viceversa. Qualcuno potrebbe sostenere che, dopo tutto, in passato si sono veriicati altri crolli di regimi monetari, e non è stata la ine del mondo. Ma in questo caso lo scioglimento disordinato della moneta unica avrebbe conseguenze peggiori. Il calo degli investimenti da parte dei soggetti sfavoriti sarebbe sicuramente superiore all incremento degli investimenti da parte di chi ne trarrà un vantaggio, e la domanda complessiva colerebbe a picco. Tra i soggetti in perdita ci sarebbero le banche dei paesi impegnati in un processo di rivalutazione, inclusa la Germania e probabilmente anche la Francia, che vedrebbero crollare il loro patrimonio all estero. Se gli investitori dovessero credere all eventualità dello scioglimento della moneta unica, si scatenerebbe una fuga inarrestabile da ogni investimento in euro. La prospettiva è talmente cupa che Francia e Germania sembra si siano decise a intraprendere la via dell unione iscale e dell aumento del sostegno inanziario ai mercati dei bond periferici, nel disperato tentativo di salvare la moneta unica. Era ora. u as 20 Internazionale dicembre 2011

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