Bollettino. Bollettino Gennaio - Aprile. Gennaio - Aprile n.1

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1 Gennaio - Aprile n.1 Bollettino Direttore responsabile: Baffoni don Redeo Sped. in abbonamento postale 70% Filiale di Forlì Direz. Amministr.: Curia Vescovile, via IV Novembre, 35 Rimini Tel Pubblicazione Trimestrale Con approvazione ecclesiastica Progetto grafico e impaginazione - Kaleidon Stampa: Tipolito Garattoni - Rimini Bollettino Gennaio - Aprile

2 Bollettino Gennaio - Aprile

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4 Indice Atti del Vescovo...5 Omelie... 7 Interventi Lettere e messaggi...39 Decreti e Nomine Visita Pastorale Diario del Vescovo Organismi Pastorali Attività del Presbiterio...95 Avvenimenti Diocesani...99 Necrologi

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6 Atti del Vescovo Omelie: Convegno Nazionale Vocazioni Roma... 7 Epifania - Messa dei Popoli...10 Dedicazione della chiesa di Bordonchio...13 Giornata della Vita Consacrata...17 Assemblea dell Azione Cattolica...21 Anniversario morte di don Giussani...25 Anniversario morte di Chiara Lubich...28 Interventi Al Convegno Nazionale Vocazioni Roma...32 Interventi ai Seminari in preparazione al Convegno Diocesano...37 Lettere e Messaggi Lettera ai cresimandi...42 Messaggio per la Quaresima...45 Lettera del Vescovo alle famiglie...48 Decreti e nomine...52 Diario del Vescovo...77

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8 I passi del chiamato Seguire, trovare, scegliere Omelia tenuta nel corso della Messa a conclusione del Convegno Nazionale del Centro Nazionale Vocazioni Roma, Domus Mariae, 5 gennaio 2011 Un agenda fitta di appuntamenti e di incontri; un diario zeppo di chiamate, di ricerche, di inseguimenti; un caleidoscopio colorito di storie e di volti. La prima settimana di Gesù, registrata dall evangelista Giovanni, è tutta punteggiata di domande che si accendono a catena "Dove abiti? Che cercate? Come mi conosci?" e di risposte che non spengono la ricerca, ma rilanciano cammini: Seguimi!, riaprono circuiti: Vieni e vedi, promettono sorprese: Vedrai cose maggiori di queste. Il fotogramma, dedicato dall evangelista alla quarta giornata della settimana inaugurale di Gesù, apre feritoie sul mistero della chiamata, mentre ce ne riconsegna il vocabolario di base, concentrato nei verbi: seguire trovare scegliere. Tre parole che dicono, sulla vocazione, più di tanti trattati messi insieme. 1. Seguire Il giorno dopo, Gesù incontrò Filippo e gli disse: Seguimi!. La grande avventura del discepolo comincia dai primi passi dietro il Maestro. Ma come Andrea e Simone-Cefa, come Filippo di Betania e poi Natanaele, e poi tutti gli altri, fino ad ognuno di noi, prima del primo passo c è stato quello sguardo, partito dal cuore innamorato del Maestro, uno sguardo che ci ha trapassato l anima. E, quando abbiamo ripreso il fiato, ci siamo ritrovati che non eravamo più come prima. La sequela comincia da qui, dal sentirsi guardati, scelti, chiamati, in una parola dal sapersi e sentirsi amati. Amati da un Dio, capace di dare la via per te, per me, per tutti e per ciascuno di noi. Così Filippo impara che ormai non può più fare a meno di quel Rabbi fuori-serie. E i figli di Zebedeo, dopo averlo incontrato lungo le rive del mare di Galilea, si ritroveranno nel cuore una indomabile energia che li spingerà a lasciare tutto e tutti, perfino il padre e la barca, il lavoro e gli affetti, pur di non rinunciare a stare con quel Maestro dallo sguardo magnetico e dalle parole che saziano l anima di vita eterna. Stare con lui: questo è il primo sogno che Gesù si porta in cuore quando chiama i Dodici. E questo si aspetta lui da noi: non ha bisogno di salariati sgobboni, ma di discepoli innamorati. Non di facchini, ma di amici. Seguire è più che imitare: è mettersi a sua disposizione, lasciarsi assumere in proprio, è diventare suoi Trovare Abbiamo trovato il Messia": l annunciato da Mosè, l atteso dai profeti. Come il contadino e il mercante della parabola, il discepolo è uno che ha trovato il Omelie

9 8 tesoro. Che lo abbia trovato per caso dopo giorni e giorni sempre uguali con il cuore intento solo a sbarcare il lunario. Che lo abbia trovato dopo aver macinato distanze e consumato gambe a camminare e occhi a cercare, questo non conta. Conta il ritrovarsi, di incanto, sorpresi dalla gioia, dalla impagabile, intrattenibile letizia di aver finalmente scoperto la perla preziosa, dapprima sognata come un sogno troppo bello per non apparire impossibile e ora incontrata come un dono incredibile e immeritato. Non come una conquista ottenuta a costo di sacrifici immani e di spossanti rinunce. Non come un premio ambito, sudato e conseguito per meriti acquisiti. Ma come una sorpresa che ti supera da tutte le parti. Il tesoro del regno non si acquista né si conquista, non si merita ma si accoglie, come un regalo inimmaginabile e stupefacente, come una impareggiabile fortuna. Fortissimo Gesù! Il suo amore ti inchioda l anima e si impone alla tua libertà, non per costrizione, ma per irresistibile forza di attrazione, per divina seduzione d amore. E, per accogliere il tesoro che è lui, arrivi a rinunciare a tutto. Per riempirti di lui ti svuoti di tutto. Attenzione: non rinunci per trovarlo, ma perché lo hai già trovato. E ormai non puoi più perderlo, perché lui non può più mollarti. E così che arrivi a vendere tutto. Ma non rinunci a tutto con il cuore amaro, per un doverismo asfissiante, per un ossessivo, inguaribile perfezionismo, ma pieno di gioia, come il contadino della parabola. Perché se la gioia di aver trovato il tesoro non precede rinunce, distacchi e gli inevitabili conflitti; se non è il gaudio estatico dell innamorato a motivare il taglio da ogni altro vincolo o legame, allora il cuore del giovane ricco fatalmente sanguinerà il sangue amaro della tristezza più nera e deprimente. E conoscerà il freddo e il vuoto di una vita spenta, sterile, ripiegata. 3. Scegliere Nell affresco pennellato dall evangelista Giovanni affiorano scorci di amicizia, segnali di legami tenaci come quello che si avvia con Natanaele, l amico di Filippo. Natanaele è un giovane che si porta dentro un cuore limpido, anche se appesantito da pregiudizi: Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?. Eppure anche per lui l incontro con Gesù si rivela decisivo. Si sente conosciuto profondamente da quel Maestro intrigante, e si decide, come Filippo, per la fede: Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d Israele. La fede non è una barca che scivola tranquilla verso il porto della felicità, e quindi fin che la barca va, tu lasciala andare. La vita non è un programma con il tasto rewind. Non si può lasciare tempo al tempo. La ricerca non è fine a se stessa. Non ci si può lasciare paralizzare alla paura di sbagliare di fronte a scelte definitive. Occorre tagliarsi i ponti alle spalle, senza pretendere cautele, garanzie e uscite di sicurezza. Del resto, se non ci si decide, prima o poi ci si ritrova fatalmente incamminati su strade non scelte da noi, ma che altri talvolta con furbizia, talora con inganno, ma sempre con la nostra acquiescenza, hanno scelto al posto nostro. Comunque il cuore non si risveglia come per incanto, non si rimette in moto da solo, quando scocca l ora magnifica e drammatica della scelta. Deve potere lasciarsi abbracciare da uno sguardo d amore, come è avvenuto per Natanaele: Atti del Vescovo

10 prima ancora che se ne rendesse conto, Gesù lo aveva incrociato, quando era sotto il fico e ne aveva intercettato il lato migliore: Ecco un vero israelita in cui non c è inganno. Così avviene per Zaccheo: cerca di vedere Gesù e scopre che è Gesù che cerca di vedere lui. Il cercatore si accorge di essere cercato, l innamorato si ritrova già amato. Perché Lui è fatto così: non vuole essere secondo a nessuno nella gara dell amore; vuole vincere sempre il primo posto in classifica. Preghiamo perché ci sia data la gioia più grande per dei chiamati: che il Signore voglia servirsi di qualche scintilla del fuoco che ha acceso in noi per infiammare il cuore di qualche altro giovane, come è avvenuto per Filippo e Natanaele. + Francesco Lambiasi 9 Omelie

11 Epifania: la luce del Natale I lontani si avvicinano. E i vicini? Omelia tenuta dal Vescovo nel corso della Messa dei Popoli Cattedrale di Rimini, Solennità dell Epifania I vicini si allontanano, i lontani si avvicinano. I vicini si allontanano dalla luce e piombano nel buio; i lontani si avvicinano e vedono Cristo, luce del mondo. A pensarci bene, anche il Natale è la manifestazione della luce di Cristo, ma il peso specifico dell Epifania nel calendario liturgico è il messaggio che si lascia distillare dal racconto evangelico di Matteo: Erode, i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, geograficamente vicini alla grotta di Betlemme, hanno rifiutato la luce portata dal Bambino. Invece i magi, dei pagani venuti da lontano, si sono fatti guidare dalla luce della stella, e hanno adorato il re dei Giudei. E la legge del contrasto che inizia a segnare tutta la vicenda di Gesù di Nazaret. E la legge dell incrocio, la legge della croce. 1. Vicini e lontani Spesso usiamo questi termini come dei territori recintati e distanti: i vicini sono quelli di casa, gli amici di gruppo, di partito, della squadra del cuore, quelli della nostra razza, nazione, cultura o religione. I lontani sono gli altri, i diversi: gli stranieri, i nomadi, i disabili, gli omosessuali, gli ex-detenuti. La dolorosa litania potrebbe continuare. Ebbene, la parola di Dio fa piazza pulita di queste caselle immobili, le rivoluziona - benedetta rivoluzione! - e le mette in movimento. Fiuto nell aria che, mentre vi sto comunicando questi pensieri, alla mente di molti di voi si riaffacci la parabola del buon samaritano. Ricordiamo? Per un giudeo dire samaritano era dire nemico : straniero, ripugnante, culturalmente e spiritualmente lontano. Chiamarlo prossimo sarebbe stata perciò una presa in giro bella e buona. Ma è proprio qunto fa quel Rabbi intrigante qual è Gesù di Nazaret. A un maestro della Legge, che gli domanda: chi è il mio prossimo?, chi è quel prossimo che la Legge comanda di amare, Gesù rovescia semplicemente tutta la prospettiva. Prossimo non è quello che ti è vicino, ma quello a cui tu ti fai vicino, a cui tu ti fai appunto prossimo. La patente di prossimo Gesù non la dà ai frequentatori del tempio: chi più frequentatori del tempio del sacerdote e del levita, che vedono il malcapitato ferito e bisognoso di soccorso, ma tirano dritto, passano oltre, non si approssimano e rimangono lontani? I veri vicini, secondo Martin Luther King, non sono quelli che pensano: Che ne sarà di me se mi fermo?, ma coloro che pensano: Che ne sarà di lui se non mi fermo?. E si avvicinano. Perciò il problema non è mai quello di avere Atti del Vescovo

12 un prossimo da amare, selezionandolo accuratamente. Il problema è quello di essere prossimo a chi ha bisogno di essere amato. Un anonimo profeta del quinto secolo a.c., discepolo di Isaia, lo stesso autore del testo che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ci ha lasciato un brano in cui annuncia che sta per iniziare una tappa nuova nella storia. Dove sta la novità? Sta nella promessa di una felicità che toccherà ad ogni uomo, nessuno escluso, ogni uomo! Ora anche le categorie escluse vengono incluse. Per il profeta di quei tempi gli esclusi erano gli stranieri. Ecco la novità: l esclusione è il mondo vecchio e decrepito, la novità è l inclusione: <<Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo! (...) Poiché così dice il Signore: Gli stranieri (...) li condurrò sul mio santo monte e li colmerò di gioia nella mia casa >> (Is 56,3-7). Es. Paolo, nella lettera indirizzata ai cristiani di Efeso, poche righe dopo il brano che abbiamo appena ascoltato nella seconda lettura, scrive: Un tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due (popoli) ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l inimicizia, per mezzo della sua croce (Ef 2,12-14). 2. Quando si fa giorno Ecco la luce portata da Gesù a Natale: raccontandoci di un Dio che è Padre, padre di tutti, ci ha reso tutti fratelli e sorelle. Ecco il virus di cui Gesù è portatore sano: è il virus dell universalità, incubato in lui dallo Spirito Santo. Ecco cosa hanno fatto i magi: si sono fatti contagiare dal virus di Gesù e si sono ammalati di universalità. Ecco dove si trovano i veri figli di Abramo, i veri discepoli di Gesù: non tra coloro che si chiudono nella loro privacy, che alzano barriere e inventano distanze, ma tra coloro che sognano un mondo nuovo, che sono instancabili nell abbattere muri e costruire ponti, che accendono germogli di vita, la colorano di prossimità e la profumano di vicinanze. Se noi, fratelli e sorelle, ci lasciamo aprire gli occhi dalla luce della stella di Gesù, allora non vediamo più gli altri come distanti ed estranei, come diversi e avversari, come nemici, concorrenti e antagonisti. Se ci esercitiamo ogni giorno a guardare gli altri - ogni altro! - come un prossimo da amare, come un vicino da accogliere, come un altro mio fratello o un altra mia sorella, allora si squarcia il buio sulla terra e inizia a brillare la luce di un tempo nuovo. Quand è allora che si fa veramente giorno nella nostra vita? Quand è che vediamo veramente la luce? Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi discepoli da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno: Forse quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora. No, disse il rabbino. Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi. No, disse ancora il rabbino. Ma quando allora? domandarono i discepoli. Il rabbino rispose: Quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. A quel punto preciso 11 Omelie

13 comincia il giorno dentro di te. Altrimenti è ancora notte nel tuo cuore. Finisca la notte e incominci il giorno L altra via Qual è allora l altra via che la Chiesa deve seguire, come hanno fatto i Magi, dopo aver incontrato Gesù ed essersi lasciati illuminare da lui? E la via di una Chiesa che non pretende di essere lei stessa luce, e che nei periodi più bui sa ritornare alla fonte del suo splendore, Cristo, il Sole che sorge dall alto, la luce che rischiara i passi di ogni uomo che viene nel mondo. Una Chiesa che dopo la sconfitta, dopo il pianto e il lutto, sa riprendere il cammino più umile e più fiduciosa, più illuminante perché più illuminata. E la via di una Chiesa che illumina le coscienze ma non le invade, che annuncia il vangelo ma non lo impone. Una Chiesa che non fa sentire un verme nessuno, ma ha la passione di portare alla luce la vena d oro nascosta in ogni cuore senza distinzione. E la via di una Chiesa che non è fatta da cristiani che pensano di essere fedeli al Signore senza portare la luce della sua stella a chi non la conosce. Una Chiesa che non si piange addosso perché i ragazzi, i giovani, non vengono più da noi e poi non fa niente per offrire loro i motivi per venire. E la via di una Chiesa che riconosce - sulla scorta del recente Dossier 2010 della Caritas-Migrantes - che gli immigrati versano nella casse pubbliche più di quanto ricevono come fruitori di prestazioni e servizi sociali. Una Chiesa che rifiuta, sulla base di quei dati, l equiparazione automatica tra immigrazione e criminalità. Una Chiesa che si rifiuta di identificare a priori gli immigrati come persone che vivono nell illegalità e dell illegalità, mentre diventano ogni giorno di più indispensabili per il funzionamento del Paese, che non saprebbe come andare avanti se il numero degli immigrati cominciasse a diminuire. Fratelli e sorelle, non possiamo qui dimenticare che noi cristiani dobbiamo operare il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede (Gal 6,10). Con voi immigrati cattolici condividiamo lo stesso battesimo; con voi condividiamo la stessa eucaristia, l appartenenza alla stessa Chiesa di papa Benedetto. Con voi in particolare vogliamo condividere stasera la stessa preghiera: per i nostri fratelli perseguitati in tante parti del mondo, come ci sta raccomandando il Papa con toni accorati in questi giorni di lutto per la feroce, ingiusta violenza contro i cristiani. E preghiamo insieme perché quanto prima il Signore voglia darci la gioia di poter accogliere nel nostro seminario qualche giovane figlio delle vostre famiglie. Che Gesù, luce del mondo, faccia brillare il suo volto su tutta la nostra Chiesa riminese e ci doni pace! + Francesco Lambiasi Atti del Vescovo

14 La chiesa dell Apocalisse Omelia del Vescovo per la dedicazione della chiesa parrocchiale di Bordonchio 9 gennaio 2011 Permettetemi di introdurre questi pensieri con il confidarvi una fastidiosa punta di disagio. La splendida chiesa che stiamo per dedicare è ispirata a quel libro fascinoso e seducente qual è l Apocalisse, l ultimo della Bibbia. Nella visione finale della Gerusalemme nuova dapprima il veggente di Patmos afferma di non intravedere alcun tempio, ma poi subito si corregge dicendo che Dio e l Agnello sono il suo tempio (Ap 21,22). Il messaggio è lampante: per stare alla presenza di Dio, non c è bisogno di alcun tempio, né ora né a maggior ragione nella Gerusalemme celeste. Il tempio non è una struttura materiale; è piuttosto una realtà spirituale. La contemplazione del veggente giunge così all essenziale: Cristo è tutto il reale, e dunque è anche il tempio. Di qui la domanda spinosa: ma allora che bisogno c è di una chiesa di pietre? a che pro tanta fatica, tanto assillo e diciamolo pure tanto denaro, quando se ne poteva o forse addirittura se ne doveva fare a meno? Il messaggio Per rispondere, dobbiamo lasciarci illuminare dalla santa parola di Dio, appena proclamata. La scelta della prima lettura - unica tra le possibili dell Antico Testamento e obbligatoria - è sintomatica. Ci si poteva aspettare il brano della solenne liturgia di dedicazione del primo tempio di Gerusalemme, costruito da Salomone. E invece, mentre quel testo è stato scartato, è stato scelto il brano tratto dal rotolo di Neemia, dove si racconta l assemblea tenuta a cielo aperto dagli esuli in Babilonia, finalmente ritornati in patria, e radunati attorno alla tribuna da cui lo scriba Esdra proclama la parola della santa Legge. Con questa preferenza la liturgia rimarca una netta discontinuità: l edificio destinato all assemblea cristiana non è l erede del tempio di Gerusalemme, dove dimorava la gloria di Dio. Questa gloria aleggia ormai sopra il popolo stesso, in ascolto del suo Signore, nel giorno a lui consacrato. La prima lettera di Pietro ci ha ribadito che Cristo è la pietra viva. Due parole, queste, in reciproco, vistoso contrasto. Alla pietra sono abitualmente associate caratteristiche di materialità e pesantezza, mentre qui la pietra è detta viva, quasi a tenere insieme la bipolarità del mistero pasquale: la morte e risurrezione del Signore. Avvicinarsi al Cristo pietra viva significa condividere il suo destino di morte e risurrezione, in quanto è e resta lui la pietra scartata e rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio. Non c è fondamento che tenga nella Chiesa, non c è altra pietra angolare che il Cristo. Pertanto i cre- Omelie

15 denti devono lasciarsi edificare su di lui come altrettante pietre vive. Artefice di questa mirabile costruzione è Dio stesso, come suggerisce il passivo teologico: siete costruiti (da Dio) in edificio spirituale. Ma, a ben vedere, nell impresa è coinvolta tutta la Trinità: il Padre edifica i battezzati sul fondamento di Cristo, e lo Spirito informa di sé questa casa che viene definita appunto spirituale Nella solenne dichiarazione fatta a Pietro, Gesù dichiara solennemente: Tu sei kepha e su questo kepha edificherò la mia Chiesa. Pietro-Kepha non è una pietra dell edificio ecclesiale, ma la roccia dura e irremovibile su cui gravita non rappresenta una parte bensì l intera, imponente costruzione. L immagine della roccia è integrata da quella della costruzione : Edificherò la mia chiesa. Qualsiasi edificio deve essere ben strutturato e compatto, se vuole sussistere. Anche la comunità degli uomini che Gesù è mandato dal Padre dei cieli a costituire sulla terra sarà tale: un edificio ben compaginato Il linguaggio Una volta assicurato che la chiesa-tempio sta alla chiesa-assemblea come il segno sta al significato, non ci meravigliamo se la liturgia della dedicazione costituisce un continuo, pendolare andirivieni tra la chiesa di pietra e la Chiesa di pietre viventi, quali siamo noi. Ma passiamo ora a vedere come il libro dell Apocalisse abbia suggerito l idea-matrice che ha poi generato l ispirazione centrale e il cospicuo corredo simbolico di questo nuovo splendido edificio di culto. Colpisce anzitutto la struttura circolare del complesso architettonico: già quando si arriva davanti alla chiesa, ci si sente accolti dal vasto piazzale, stretti tra i due bracci dell ampio porticato. Il solenne portale di bronzo, simbolo di Cristo, la porta delle pecore, annuncia nella figura di un nautilus con al centro l emblema di Cristo un coinvolgimento con la forma circolare dell edificio. La forma elicoidale della grande conchiglia dice che tutta la realtà parte da Cristo e si sviluppa in un vortice di vita. Quando poi si entra dentro la spaziosa aula liturgica, orientata ad est, verso il sole, simbolo di Cristo, il sole che sorge dall alto, si percepisce a colpo d occhio come sia il cerchio la figura predominante e sintetica che genera e plasma l architettura della chiesa, strutturata appunto a forma circolare. Il cerchio è immagine dell eterno, ma è pure metafora dell abbraccio della Chiesa-madre che raccoglie i suoi figli, come sotto il suo grande, avvolgente mantello. L interno culmina al centro con una lanterna, con dodici lati, sovrastata dalla croce, posta al centro focale del tetto della chiesa. Se teniamo presente che il campanile di Bordonchio era un tempo considerato come un faro di mare, la lanterna luminosa racconta quella storia e ne riscrive in qualche modo la simbologia. Sotto il tetto si dispongono a raggiera i 24 travi portanti, che richiamano i 24 vegliardi dell Apocalisse. In alto sulle quattro colonne, poste ai quattro punti cardinali, sono raffigurati i quattro evangelisti. Il richiamo ai dodici apostoli lo si legge sia nella vetrata dodecagonale, con le dodici fiammelle che sovrastano i loro nomi, sia nelle pareti della chiesa dove le dodici grandi porte sono raffigurate con tratto visivo appena percettibile. Già da questa prima impressione a pelle la nostra chiesa si annuncia come un compendio di catechesi, scritto sugli elementi architettonici e artistici del Atti del Vescovo

16 tempio. Se si trattiene il fiato, sembra quasi di percepire il respiro delle pietre, un soffio profondo e pacato che veicola messaggi e trasmette parole che scendono dall alto e vengono da lontano. 3. Il percorso Ma c è un itinerario che questa chiesa disegna, insegna e avvia: è il percorso-base che fa i cristiani e li aiuta a fare i cristiani, cioè li genera e li educa a vivere da discepoli e testimoni del Signore Gesù. Questo cammino comincia con il battesimo: là tutti siamo nati. Così il fonte battesimale declina l idea della roccia che è Cristo, un grande masso, dove il tempo aveva scavato un canale, da cui ora scaturisce l acqua viva, l acqua della grazia che zampilla per la vita eterna. Adiacente al battistero è situata l area penitenziale dove si celebra il sacramento della riconciliazione, il nostro secondo battesimo. Poi il discepolo viene accolto da Maria, la donna vestita di sole, che ci prende per mano e ci porta sotto la grande icona in bronzo del Crocifisso risorgente: il Cristo è vivo e sembra come volersi staccare dalla croce, che si va liquefacendo e sciogliendosi in luce. Sovrasta l abside, con i contorni ammorbiditi fino a perdersi, una immagine appena affiorante di Dio Padre che sorregge il Cristo nel dono totale di sé, lo fa risorgere e lo offre alla Chiesa e al mondo. Il fedele prende ora posto nell accogliente, armoniosa aula assembleare, percorsa dalle onde dei banchi: ogni cristiano sa di non essere un pezzo isolato di un aggregato anonimo e amorfo, ma il membro unico e irripetibile di una comunità, chiamata a formare un cuore solo, un anima sola. A guidare la comunità è Cristo, il Pastore che si visibilizza nel pastore-presbitero, il quale dalla sede massiccia del celebrante presiede nella carità la convocazione del santo popolo di Dio. Davanti a sé l assemblea liturgica si trova le mense dei tre pani. Innanzitutto l ambone, dove viene servito il pane della parola. Il luogo delle sante Scritture reca sul frontale un dardo d oro, come un lampo, ad esprimere la luce folgorante della parola di Dio che squarcia le tenebre e spezza la pietra del sepolcro vuoto del Risorto, la cui lingua è come una spada affilata, a doppio taglio. L è la mensa del secondo pane, il corpo di Cristo, raffigurato nell Agnello immolato e vittorioso dell Apocalisse. Interessante infine l idea di una terza mensa, chiamata il tavolo della carità, vicino all uscita laterale, dove ognuno possa mettere un dono da offrire, e chi ne ha bisogno possa prenderne. L ispirazione per questa idea originale viene dal rosone di s. Martino, in cui si vede il santo patrono dividere il mantello con il povero, in cui si è nascosto Cristo stesso, il quale poi appare rivestito con la metà della clamide donata al povero. E tempo di concludere questa rilettura del luminoso messaggio della nuova chiesa, un messaggio modulato nel linguaggio dell arte, trasparente nella materia delle pietre, del legno, del bronzo e del vetro. Mi faccio aiutare da s. Agostino: La dedicazione della casa di preghiera è la festa della nostra comunità. Quello che qui avveniva mentre questa casa si innalzava, si rinnova quando si radunano i credenti in Cristo. Mediante la fede, infatti, divengono materiale disponibile per la costruzione, come quando gli alberi e le pietre vengono tagliati dai boschi e dai monti. Quando vengono catechizzati, battezzati, formati sono come sgrossa- 15 Omelie

17 ti, squadrati, levigati fra le mani degli artigiani e dei costruttori. Non diventano tuttavia casa di Dio, se non quando sono uniti nella carità. Ricordando poi che l edificazione richiede una previa pars destruens, s. Agostino raccomandava: Per liberarvi dal disfacimento delle vostre macerie, amatevi gli uni gli altri. E concludeva che se la dedicazione della chiesa avviene nella gioia, allora per una chiesa nuova occorre un canto nuovo. Ma qual è la caratteristica del canto nuovo se non l amore nuovo? Cantare è di chi ama. Perciò con le parole dello stesso santo, dico a te, comunità parrocchiale di Bordonchio: Canta e cammina!. + Francesco Lambiasi 16 Atti del Vescovo

18 Primogenito, ma di molti fratelli Vita consacrata, vita fraterna Omelia tenuta dal Vescovo nella Festa della Presentazione del Signore Rimini, Cattedrale, 2 febbraio 2011 Quanto deve essere stata struggente la commozione del vecchio Simeone nello stringere tra le braccia il piccolo bambino di Maria: un estasi incontenibile! Nel vedere, sentire, toccare quel palpito di carne, uno come tanti altri, il santo vegliardo abbracciava la carne di Dio. In quel frammento di vita non solo si conteneva il tutto di Dio Padre, ma si racchiudeva pure, in boccio, la sterminata cifra dei suoi figli. Infatti agli occhi rapiti di Simeone il piccolo di Maria appariva già in qualche modo come il Primogenito di una moltitudine di fratelli (cfr Rm 8,29; Col 1,15). Mentre la Madre presentava a Dio il frutto del suo grembo, Dio Padre introduceva il suo figlio primogenito nel mondo, resosi in tutto simile ai fratelli, quel Primogenito che non si sarebbe mai vergognato di chiamarci fratelli (cfr Eb 1,8; 2,18.11) Confessio Trinitatis Ma chi sono questi fratelli più numerosi delle stelle di tutte le galassie e dei granellini di sabbia di tutti gli oceani? Siamo noi, noi tutti, resi figli dello stesso Padre nel santo battesimo. Siete voi, sorelle e fratelli consacrati, e lo siete a doppio titolo: oltre che per il battesimo che vi ha conformati a Cristo, quale figlio primogenito del Padre, lo siete anche per la vostra scelta di configurarvi alla forma di vita di Gesù, al suo modo di esistere e di agire sulla terra, quale fratello casto, povero e obbediente (LG 44). Abbracciando la verginità, avete fatto vostro il suo amore verginale e lo testimoniate al mondo quale Figlio beneamato, talmente ripieno dell amore del Padre da non aver bisogno né della tenerezza di una sposa né della gioia di figli propri, per poter così chiamare sorelle tutte le donne e fratelli tutti i figli di Adamo, che hanno in comune il sangue e la carne (Eb 2,14). Imitando la sua povertà, voi consacrati lo confessate come il Figlio ricco solo del Padre, dal quale tutto riceve e al quale tutto ridona. Aderendo con l offerta della vostra libertà al sacrificio della sua obbedienza, voi lo confessate come il Figlio-Servo docile e fedele che ci ha liberati perché restassimo liberi. Così, a titolo speciale, la vita consacrata diventa lo specchio che riflette sulla terra la sublime bellezza della Trinità celeste, la divina famiglia dove le tre Persone si amano con amore totalmente gratuito, oblativo, verginale. Si espropriano interamente di sé per donarsi, senza ritorni nostalgici o morbosi ripiegamenti, l una alle altre. Si aprono reciprocamente e irreversibilmente con libera, amo- Omelie

19 revole dedizione e piena corresponsabilità. Voi dunque siete lo spazio umano abitato dalla Trinità; siete la prolunga che estende nella storia i doni della comunione trinitaria. La sorgente della vita consacrata non zampilla dal basso, a spinta, ma scaturisce, dall alto, a cascata. E proprio perché confessione della Trinità (confessio Trinitatis), la vita consacrata è anche segno di fraternità (signum fraternitatis) Signum fraternitatis La dimensione della fraternità appartiene al patrimonio genetico della vita cristiana. Come risulta dagli Atti degli Apostoli: scende lo Spirito e nasce la Chiesa, una fraternità in cammino. La rivoluzione cristiana più decisiva è stata quella silenziosa della fraternità: schiavi e liberi, poveri e ricchi, dotti e incolti, tutti riuniti attorno alla stessa mensa, per condividere la vita nuova di figli di Dio e fratelli in Cristo, nella potenza dello Spirito. Questo fatto ha rappresentato il motore e il propellente dell espansione missionaria del movimento cristiano. Sintomatica la strategia apostolica, perseguita da s. Bonifacio, nell ottavo secolo. Questo monaco inglese viene consacrato vescovo dal papa e riceve come diocesi l intera, impenetrabile Germania. Ardente giramondo di Dio costituisce una fraternità peregrinante di presbiteri, di monaci, di vergini. Questo tipo di apostolato comunitario porta il soffio della Pentecoste. Risulta particolarmente sorprendente il fenomeno dell associazione di virgines peregrinae alla fondazione di nuove comunità cristiane. Scese anch esse dall Inghilterra, insieme con la testimonianza della loro verginità facevano opera di vero aiuto nella diffusione del vangelo, e cooperavano nella formazione dei chierici e dei futuri missionari, a tal punto che un biografo attesta: I monasteri di monaci e di vergini hanno più forza della stessa grazia del ministero ecclesiastico, della stessa predicazione, per sospingere interi popoli verso la fede cattolica. E vero anche oggi: il guarda come si vogliono bene resta la più sicura apologetica della novità singolare del fatto cristiano. Resta anche l energia più efficace per la nuova evangelizzazione. Ma resta anche il seme più fecondo per nuove vocazioni in una nuova Europa. Il segno della fraternità è oggi quanto mai attuale. Viviamo in tempi di narcisismo triste e di feroce individualismo. Senza indulgere ai lamenti patetici, senza cedere alle note dolenti sulla nequizia dei tempi, non possiamo non riconoscere che abitiamo in un mondo non più uni-verso, ma piuttosto pluriverso, ossia in un mondo diviso e frammentato, paragonabile a uno sterminato orfanotrofio dove si muovono e si agitano miliardi di solitari. In più la desertificazione di senso e il lungo inverno valoriale hanno prosciugato l aria e rarefatto il respiro. La fraternità - voi lo sapete - non è un valore aggiunto ai consigli evangelici e, prima di essere il frutto saporoso dell albero dei tre voti, ne rappresenta la radice centrale, che se venisse amputata, farebbe immediatamente seccare l albero. Né i religiosi di vita apostolica, presi dall ansia febbrile della missione, né gli eremiti immersi nella profondità della più aspra solitudine, né le vergini consacrate, che vivono nel formicolio logorante della città, possono sottrarsi all abbraccio della comunione trinitaria ed ecclesiale. Atti del Vescovo

20 3. Servitium caritatis La profezia più attesa oggi dalle persone consacrate è creare oasi fraterne, dove si passi continuamente dall io al noi. Ma dobbiamo convincerci che nella grammatica cristiana la prima persona del verbo non è il singolare io, ma il plurale noi. Dobbiamo capacitarci che pensare con la categoria del noi è esercizio spirituale indispensabile, ma tutt altro che agevole. Basti recensire le difficoltà più ricorrenti, che circolano nelle nostre comunità: non è proprio possibile vivere assieme senza necessariamente agire insieme? Non è forse vero che ci sono persone splendide che rendono molto di più quando lavorano da sole, anziché quando devono collaborare con altri? Perché allora passare dall orticello superproduttivo, coltivato in proprio, al vasto campo comune dalla scarsissima redditività? Così ci ritroviamo comunità fatte da più o meno virtuosi solisti anziché da coristi concordi e polifonici, più da battitori liberi e da pionieri isolati che non da colleghi che lavorano in sinergia o da orchestrali che eseguono lo stesso spartito o da giocatori collaudati nel fare squadra. Fuor di metafora, la comunità religiosa si ritrova ad essere più una somma di singles che una vera famiglia unita, serena, creativa. Di rimando, a quelle difficoltà si può controbattere con delle obiezioni non meno pertinenti: siamo fatalmente determinati dalle inclinazioni della natura o dalle tendenze della cultura, oppure il vangelo può apportarvi almeno dei correttivi? Siamo bloccati ai nastri di partenza dell esistente o siamo liberi di andare in controtendenza e magari di camminare in avanti con le nostre fraternità? E se Cristo ha dato il suo sangue perché tutti siano uno, ci dobbiamo rassegnare a considerare la comunione fraterna e la conseguente collaborazione operativa come una utopia bella e impossibile? E se siamo chiamati a contrastare l idolatria dominante, non dobbiamo forse cominciare ad abbattere il padre di tutti i totem, questo selvaggio individualismo, che ci ammalia e ci aliena? Del resto come possiamo metterci in testa che sia possibile procedere oggi in ordine sparso e che il singolo possa rispondere da solo alle sfide del nostro tempo? Ma non si tratta di una pura questione organizzativa, di tipo aziendale. Non è problema di efficienza, ma di efficacia. E questione di spiritualità, quella che Giovanni Paolo II ha magistralmente centrato come spiritualità di comunione, che deve penetrare in tutte le comunità cristiane: parrocchie, presbiteri, monasteri, conventi, seminari, noviziati, associazioni, movimenti. Spiritualità della comunione è saper fare spazio al fratello, portando i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie (NMI 43). Sant Agostino, da parte sua, declinava così la spiritualità di comunione: Pregare insieme, ma anche conversare e ridere insieme. Scambiarsi favori con amabilità; leggere in comune libri interessanti. Scherzare insieme e anche stare seri. Dissentire di quando in quando, senza animosità, come se fosse con se stessi e, per mezzo di questo dissentire specialissimo, consolidare la mutua armonia. Insegnare o imparare reciprocamente qualsiasi cosa. Sentire la mancanza degli assenti e accogliere i nuovi arrivati con gioia. Con questi segni 19 Omelie

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