Pittore urbinate - sec. XVII Madonna in Gloria, S. Crescentino e veduta del Monastero di S. Chiara Urbino, Monastero di Santa Chiara

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1 Pittore urbinate - sec. XVII Madonna in Gloria, S. Crescentino e veduta del Monastero di S. Chiara Urbino, Monastero di Santa Chiara

2 ISTITUTO SUPERIORE PER LE INDUSTRIE ARTISTICHE URBINO SOPRINTENDENZA PER I BENI STORICI ARTISTICI ED ETNOANTROPOLOGICI DELLE MARCHE - URBINO IL MONASTERO DI BATTISTA Ritrovamenti dall ex Monastero di Santa Chiara a Urbino A cura di Agnese Vastano 2010

3 L idea di realizzare una mostra - di concerto con l insostituibile regia della Dott.ssa Agnese Vastano della Soprintendenza urbinate - di una esigua parte delle ceramiche e di altri preziosissimi reperti, rappresenta un doveroso omaggio a tutti coloro che hanno lavorato con tenacia e passione a cominciare dagli operai ed il loro stimato responsabile sig. Roberto Galvani, per conseguire tale obiettivo. Obiettivo che era difficile realizzare se il dott. Michele Felici, allora responsabile dell Ufficio Tecnico del Comune di Urbino, non avesse avuto pronto un progetto di restauro del Monastero. Nello stesso tempo, efficace e di qualità è il lavoro degli architetti Mara Mandolini e Gianluca Gostoli. Di grande spessore culturale è la consulenza artistica ed architettonica dello Studio Paolo Rocchi di Roma. Intendo ringraziare gli studenti, i professori, il direttore della scuola prof. Roberto Pieraccini ed il direttore amm.vo dott. Giuseppe Cuccaro e tutti i dipendenti dell ISIA per la pazienza e la grande collaborazione offerta per rendere più bella, più accogliente e funzionale la scuola. Ringrazio, altresì, gli studiosi che con le loro ricerche hanno reso possibile la pubblicazione di questo volume. I cittadini ed i turisti potranno ammirare reperti che erano negli ambienti più nascosti del Convento di Santa Chiara; averli ritrovati ed esposti era nostra dovere farlo. Colgo l occasione, infine, per dare atto al Ministero dell Università e della Ricerca Scientifica di avere esaudito la nostra richiesta avanzata al Ministro Mussi e, poi, al Ministro Gelmini di concederci finanziamenti per il restauro del Convento ove, precedentemente, vi erano stati interventi dell Amministrazione Provinciale e Comunale. Parimenti un caloroso riconoscimento va al Direttore Generale del settore A.F.A.M. dott. Bruno Civello ed al Dirigente dello stesso settore dott. Gianfranco Minisola per la grande collaborazione. Dall ex Convento di Santa Chiara Novembre 2010 Giorgio Londei Presidente ISIA

4 Il profilo della città d Urbino, per chi vi giunge da est, si fregia di un edificio di forme quattrocentesche aperte come in un abbraccio sul declivio circostante: è la mole possente del Convento di Santa Chiara. Costruita nella seconda metà del Quattrocento per volere dei Duchi che, volendo una fabbrica religiosa a contraltare del grande Palazzo, l affidarono al genio prolifico di Francesco di Giorgio Martini, l architetto senese al servizio della corte già dal settimo decennio di quel gran secolo. Oggi, dopo alterne vicende, il complesso ospita una delle scuole di punta della città dove s insegna l Arte, l Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, per cui si può affermare che i nobili intenti per cui era nato, non sono traditi. Una scuola di eccellenza in un luogo di eccellenza, in cui per un certo tempo ha soggiornato la celebre Città Ideale, uno dei quadri simbolo del Rinascimento urbinate conservato nella Galleria Nazionale delle Marche, che speriamo poter vedere presto qui ad Urbino a confronto con le altre Città ideali sparse nel mondo. Ci siamo così affiancati a questa feconda stagione, in cui l ISIA restaura e recupera il suo luogo. Abbiamo seguito l intervento, gli scavi e i ritrovamenti, ed oggi celebriamo insieme i risultati: un gruppo notevole di ceramiche dal Quattrocento al Seicento, una splendida scultura frammentaria in terracotta, altri reperti in vetro ed avorio, un piccolo tesoro e insieme tanti nuovi tasselli che aggiungono documenti alla storia di Santa Chiara e alla storia della città. Saranno certamente necessarie altre ricerche, per arrivare alla definizione piena di questo convento ideale, alle quali stiamo lavorando. Intanto grazie a Giorgio Londei, a tutti gli uomini e le donne dell Isia, grazie ad Agnese Vastano ed ai ricercatori che, in questo catalogo, ci consegnano i primi risultati del loro lavoro. Vittoria Garibaldi Soprintendente per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici delle Marche

5 SOMMARIO 11 Il monastero di Santa Chiara. Brevi cenni Agnese Vastano 15 Santa Chiara: tempi e segni ritrovati M. Benedetta Fazi Bruno Vittorini 21 Elisabetta Malatesti Varano e Camilla Battista da Varano nel monastero clariano di Urbino Silvano Bracci 31 Due sculture per Santa Chiara Alessandro Marchi 45 Ceramiche restaurate dall Ex Convento di Santa Chiara. Relazione di restauro Andrea Pierleoni 47 Nuove testimonianze ceramiche ad Urbino dal Palazzo Ducale e dal Monastero di Santa Chiara Claudio Paolinelli 65 CATALOGO

6 Il Monastero di Santa Chiara. Brevi cenni Agnese Vastano Vi spese la sua dote. Imperocchè la sua grandezza e bellezza è tale, che se fosse finito conforme il principio, non cederebbe punto a niuno altro dè più belli d Italia, così recita il Baldi 1 riferito ad Elisabetta Feltria, figlia di Federico, quando parla del Monastero di Santa Chiara. Monastero eretto per desiderio del padre, ove essa stessa trovò rifugio alla morte del marito Roberto Malatesta, desiderando nella realizzazione della fabbrica conventuale imitare la munificenza di Federico espressa nel Palazzo Ducale di Urbino al cui confronto l ex monastero per eleganza e purezza architettonica può considerarsi, in città, il monumento più significativo dopo la dimora ducale. Voluto e legato alla famiglia Montefeltro, il complesso di Santa Chiara oltre ad ospitare fra le sue mura le nobili donne legate da vincoli parenterali con il Duca, la figlia Elisabetta appunto e la prima moglie Gentile Brancaleoni, ne divenne, poi, per i membri della dinastia Montefeltro Della Rovere, affiancandosi alla chiesa di san Bernardino, il mausoleo, quando, in particolare, il Duca Francesco Maria I, elesse per sé e la propria genia, la chiesa di santa Chiara come luogo di sepoltura, riaccendendo l attenzione dei duchi nei confronti di quell edificio rimasto mutilo di alcune sue parti, secondo il progetto iniziale, anche a causa dei drammatici eventi che investiranno la città di Urbino negli anni a cavallo fra i secoli XV e XVI. Il complesso monumentale, di chiara impronta martiniana, reca i segni tangibili dell ingegno dell architetto senese rimandandoci alle analoghe soluzioni adottate per il palazzo di Federico, dai caratteri puramente architettonici, sino alle soluzioni di calcolata funzionalità, dagli aspetti più semplici, per le cucine, per le lavanderie, ma che nel loro perfetto geometrismo, ci ricordano le macchine di Francesco di Giorgio Martini. La genialità dell invenzione architettonica si coniuga qui con la peculiarità dell esigenza monastica, la sensibilità grafica più volte sottolineata nel Palazzo Ducale trova nella fabbrica di Santa Chiara la sua esaltazione in ogni parte del monumento, considerato non a caso, come narra sempre il Baldi tra i maggiori vanti della città. Vanto che si perse quando nell Ottocento il monastero tra svariate vicissitudini divenne di proprietà comunale, con l allontanamento delle Clarisse per ospitare prima l Istituto di Educazione Femminile e per essere poi definitivamente offeso e deturpato con l ingresso dell ospedale, tanto da perdere l identità del monumento tanto voluto e desiderato dal duca Federico B. Baldi, Memorie concernenti la città d Urbino, a cura di Mons. Francesco Bianchini, Roma 1724.

7 12 Urbino - Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, frammento in avorio.

8 Ma come l Araba Fenice risorge dalle sue ceneri anche l ex convento di Santa Chiara, grazie alla sua nuova destinazione, quale sede dell Istituto Superiore per le Industrie Artistiche e grazie alla sensibilità e coraggio dei suoi presidenti Walter Fontana prima e Giorgio Londei oggi, attraverso un cammino conservativo e di recupero, è uscito dall oblio al quale sembrava destinato, superando anche insanabili ferite e restituendo ora, come nel passato immediato, (ricordo qui l impegno della collega Maria Giannatiempo), l impronta del carattere eccezionale dell antica fabbrica. I reperti recuperati, come per una lunga catena, anello dopo anello, saldandosi l un l altro, hanno dato vita ad un tragitto ricco di mille scoperte, mille testimonianze, alcune credute perse per sempre che tornano a parlare della storia di un edificio, della sua vera identità di forme e di linee, della purezza dei suoi volumi, coniugandosi con un linguaggio parallelo e dando un volto alla vita di chi aveva scelto il silenzio e l isolamento claustrale. Tra le mura del convento, tuttavia, non risuonava solo l eco di preghiere e canti, ma anche il vivace lavorio di attività manuali e i manufatti repertati sono i testimoni del legame che univa la comunità monastica alla raffinata corte ducale ed al suo colto classicismo. 13 Urbino - Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, frammento di corallo.

9 14 Urbino - Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, frammenti vitrei. Ringrazio con affetto, tutte le persone, professionisti e non, con le quali ho iniziato questo cammino e con le quali spero di continuare nel recupero, nella ricerca e nella condivisione di emozioni e speranze.

10 Santa Chiara: tempi e segni ritrovati M. Benedetta Fazi Bruno Vittorini Nel 1997 si era da poco concluso il primo lotto dei lavori di recupero delle tele collocate nella cupola della Chiesa di S. Chiara: i grandi spicchi erano stati riposizionati in loco in attesa di nuovi fondi per il completamento del restauro 1, i dubbi sulla loro paternità sulle modalità della collocazione urbinate erano stati almeno in parte chiariti 2. Al contrario la struttura architettonica originale dell ambiente rimaneva ancora celata: le profonde modificazioni intervenute in diversi momenti avevano trasformato nonchè occultato o cancellato la peculiare tipologia costruttiva delle chiese clarensi. Questa fase di sospensione dei lavori divenne il momento ideale per indagare: in un primo momento una 15 Camerino in prossimità dell ingresso, arcosolio con resti di decorazione pittorica prima e dopo il restauro esplorazione mirata con l introduzione di una videocamera attraverso un apertura praticata dall alto ci permise di visionare l interno del camerino prossimo all entrata. Eliminato il controsoffitto la sorpresa, un primo tassello utile per il recupero della struttura originaria: un arcosolio con resti di decorazione pittorica raffiguranti una lesena scanalata, la metà di un architrave con iscrizione FRANCISCUS VIR e una parte della parete della chiesa quattrocentesca 1 Per le vicende del restauro cfr. B. Fazi, B.Vittorini Nuove tecniche di foderatura. Le tele vaticane di Pietro da Cortona ad Urbino, Nardini Editori, Firenze, Per le vicende artistiche cfr. M. Giannatiempo, Ciro Ferri in Pietro da Cortona , catalogo della mostra a cura di Anna Lo Bianco, Roma, Electa,1997; dello stesso autore Il Ciclo pittorico della cupola della ex chiesa di santa Chiara in Papa Albani e le Arti a Urbino e a Roma , catalogo della mostra, Venezia, 2001.

11 16 Pianta della chiesa di Francesco di Giorgio Martini con l intonaco originale visibile per tutta la sua altezza. La decorazione era stata mutilata in occasione dell allestimento del tempietto circolare e del conseguente arretramento dell ingresso. La riduzione delle pareti, accorciate rispetto alle dimensioni originarie che erano allineate alle costruzioni adiacenti (come si evince dall osservazione dei tagli sulle murature esterne), era stata eseguita quindi con tutta probabilità in occasione di una delle trasformazioni subite dal monumento. Grazie a questi ritrovamenti ci fu possibile giungere alla determinazione delle dimensioni originarie della chiesa degli ominj (14,13 m di lunghezza X 9,44 m di larghezza). L esplorazione mirata con l introduzione di una videocamera dall alto ci permise successivamente di rinvenire e recuperare cinque casse lignee contenenti i resti mortali dei Della Rovere nel secondo camerino che dal 1872, anno dell ultima traslazione, era serrato e protetto da una lapide commemorativa. Il piccolo ambiente aveva celato per oltre un secolo anche un prezioso tabernacolo in pietra policroma, un apertura nella quale erano visibili i fori di collocazione di una grata e parti di due pareti perimetrali intonacate della chiesa quattrocentesca (con deboli tracce di decorazione pittorica) E ancora: saggi mirati condotti sulla parete rivelarono a sinistra della grata l esistenza di una nicchia al cui interno reperimmo una intelaiatura lignea. A terra fu individuata la presenza di una pietra con il lato lavorato rivolto verso lo scalone che si rivelò una base di appoggio a forma di calvario: tra i beni in possesso del convento era un Crocifisso doloroso collocato su di una croce lignea che si innestava perfettamente sul calvario lapideo. Questi importanti ritrovamenti ci sostennero nella prosecuzione delle indagini. Il nostro cammino a ritroso nelle vicende della chiesa proseguiva con l indagine a terra sulle fondamenta e, confortati dalle fonti bibliografiche 3, con il sondaggio ed il sollevamento del centro della pavimentazione, il rinvenimento della camera di sepoltura ipogea con frammenti di casse lignee e alle pareti iscrizioni tra cui una data 1630 ed una croce. L accesso a questa camera avveniva attraverso una piccola scala nascosta da una lapide terragna posta all ingresso della chiesa. Ma era giunto il tempo di riprendere l impegnativo intervento di pulitura e reintegrazione pittorica delle tele in cupola e le ricerche vennero interrotte per un lungo periodo. 3 Cfr. E. Calzini, Urbino e i suoi monumenti, Rocca San Casciano, 1897

12 Sepoltura ipogea al centro della chiesa, (particolare) Nel 2009 l attenzione e la cura del Presidente ISIA Giorgio Londei alla valorizzazione del monumento con la vigile e qualificata direzione di Agnese Vastano, direttore della Soprintendenza urbinate portano alla prosecuzione dei lavori e delle indagini tese a chiarire ulteriormente l assetto originario dell edificio. I due camerini sono i primi ambienti interessati dall intervento di restauro: nel camerino in prossimità dell ingresso gli intonaci originali vengono sottoposti ad operazione di pulitura e consolidamento con riduzione dell interferenza visiva ad acquarello in presenza di lacune o abrasioni per tutta l altezza. Il dipinto murale dopo un ristabilimento dell adesione tra supporto ed intonaco viene interessato dalle consuete operazioni di pulitura, stuccatura e reintegrazione con campitura tratteggiata ad acquarello delle lacune. Nel secondo camerino il prezioso tabernacolo in pietra è sottoposto ad un attento recupero della policromia e della doratura originali mentre le tavolette lignee che ricoprivano l interno, rinvenute accatastate insieme al tessuto di rivestimento, vengono sottoposte a disinfestazione, consolidamento, nuovamente foderate con la tela a sua volta ripristinata e ricollocate sulle pareti del tabernacolo. Anche qui gli intonaci originali vengono sottoposti alle medesime operazioni di recupero lungo tutta la loro altezza e, proprio in occasione di questo intervento, l allestimento di un idoneo ponteggio ci permette per la prima volta la misurazione dell altezza delle due pareti originali (nord ovest): in quella del tabernacolo l intonaco arriva ad un altezza di 7,72 m mentre sulla parete di comunicazione tra la la chiesa degli ominj e la chiesa de le donne l intonaco si presenta centinato ad un altezza di 8,36 m suggerendo l ipotesi di una pos- 17

13 18 Scavo nella zona antistante lo scalone, resti di tomba a pozzetto sibile copertura con volta a botte. Ulteriori saggi ci permettono poi di completare l individuazione della terza parete perimetrale (sud ovest) della chiesa quattrocentesca riscoperta ancora una volta al di sopra di un controsoffitto nella zona oggi occupata dagli uffici. Anche su questa parete rimangono tracce di intonaci originali e si nota la presenza di due grossi cardini, segno dell esistenza di una apertura. Iniziamo anche l esplorazione della parete di comunicazione tra la chiesa degli ominj e la chiesa de le donne dal lato dello scalone e saggi mirati ci conducono subito alla riapertura della piccola grata di comunicazione con il camerino del tabernacolo e successivamente alla individuazione del perimetro della nicchia che già era stata scoperta nel 1997 indagando gli intonaci nello stesso camerino. Ed ora il capitolo più recente: nel 2010 l intero edificio è oggetto di un complesso intervento di recupero, il momento è propizio per continuare le indagini. Nel mese di agosto una campagna di scavi nella zona antistante lo scalone porta al recupero di reperti ossei, numerosi frammenti ceramici di valore e all individuazione di due livelli di pavimentazione corrispondenti a due diversi

14 Nicchia sinistra, intelaiatura lignea e resti di stuoia intrecciata, particolare prima del restauro Prospetto della parete di collegamento tra la chiesa degli ominj e la chiesa delle donne momenti costruttivi, quello inferiore risulta precedente alla sistemazione di Francesco di Giorgio. Parte di questa pavimentazione, quasi interamente rimossa, è ancora visibile e funge da fondo di due pozzetti per le sepolture ritrovati sotto la nicchia sinistra e verticalmente a lato di quella destra. Le scoperte e i lavori proseguono: è smurata la nicchia sinistra in cui viene recuperata l intelaiatura lignea, tavolette usate con tutta probabilità per isolare la parete, i resti di una stuoia intrecciata con le medesime funzioni e frammenti di un tessuto dipinto. L arco centrale viene riaperto e la nicchia destra, mutilata nel passato dall apertura di una porta, viene ripristinata nella forma originale ed è ora in restauro. La parete di fondo della nicchia presenta alla sommità un gancio di notevoli dimensioni adatto a sostenere un oggetto pesante, ma perché dipingere con azzurrite un fondo per poi ricoprirlo interamente, magari con un dipinto su tavola? Un ipotesi plausibile potrebbe prevedere che la parete fungesse inizialmente da sfondo per il Crocifisso doloroso che solo in un secondo momento, in occasione di qualche particolare evento o necessità, viene spostato nella nicchia di sinistra, forse realizzata anch essa in un secondo momento. In quel frangente la decorazione in azzurrite viene scalpellata lungo il perimetro probabilmente per facilitare l inserimento di un dipinto su tavola 4. La chiesa è il centro del monastero: molti sono i segni ritrovati, altri restano ancora celati. Ulteriori novità possono affiorare proseguendo le ricerche. 19 Desideriamo ringraziare quanti ci hanno permesso di compiere il nostro lavoro in un clima di dinamica collaborazione tra professionalità diverse a partire dal presidente ISIA, Giorgio Londei, il Direttore Roberto Pieracini, il Direttore Amministrativo Giuseppe Cuccaro e il personale tutto; il Direttore Storico dell Arte della Soprintendenza BSAE Marche, Agnese Vastano; l Architetto Gianluca Gostoli del Comune di Urbino; il capocantiere Roberto Galvani. Ringraziamo Ciro Vittorini per l esecuzione dei disegni architettonici. 4 Lo spazio disponibile era di 3,75 m X 1,86 m con uno spessore tra i dieci e i dodici centimetri

15 20 Secondo camerino, il tabernacolo in pietra policroma e dorata dopo il restauro

16 Elisabetta Malatesti Varano e Camilla Battista Da Varano nel monastero clariano di Urbino Silvano Bracci I signori che nel sec. XV dominavano nelle città marchigiane, con potestà vicariale ottenuta dal papa, tessevano una ragnatela di rapporti sponsali con altri signori al fine di assicurarsi una certa tranquillità ai confini o garantirsi aiuto in caso di minacce o invasioni. E se da un canto le donne sin da tenera età diventavano merce di scambio nell ordito di quella tela a volte stracciata da fati avversi, dall altra alcune di esse si resero famose per cultura o per capacità amministrativa o per santità. Due di queste hanno dato lustro al monastero Santa Chiara di Urbino, Elisabetta Malatesti Varano e Camilla Battista Da Varano. Elisabetta nacque circa il 1407 da Galeazzo Malatesti signore di Pesaro e Fossombrone e da Battista da Montefeltro 1. Nel 1425 fu data in sposa a Piergentile da Varano, che con i fratellastri Gentilpandolfo e Berardo III e il fratello Giovanni II governavano Camerino; l anno seguente diede alla luce Costanza. Ma la loro unione non ebbe lunga durata, perché l invidia dei due Varano più anziani portò alla decisione di sopprimere i fratelli minori: nell agosto 1433 Giovanni, padre di Giulio Cesare, fu trucidato nella casa di famiglia a Camerino, Piergentile venne decapitato il 6 settembre a Recanati per ordine del card. Giovanni Vitelleschi legato della Marca, corrotto da Gentilpandolfo e Berardo, ai quali il 24 agosto papa Eugenio IV aveva già riconosciuto la proprietà delle terre degli altri due. Elisabetta si chiuse nel castello di Visso con i figli Rodolfo IV, Costanza e Primavera e forse con il nipote Giulio Cesare figlio di Giovanni, sorretta da Corrado Trinci di Foligno che cercò di sostenere Visso ripetutamente assediata. Qualche mese dopo Elisabetta ottenne il riconoscimento di qualche dominio, perché già nel giugno 1434 pronunciava una sentenza in una controversia tra abitanti di Muccia e di Coda di Muccia. Piergentile prima di morire aveva disposto dei suoi domini in favore di Filippo Maria Visconti che da Milano seguiva le imprese di Francesco Sforza nella Marca, ciò permise a Rodolfo e Giulio Cesare di tornare a Camerino nel settembre di questo anno. Il 10 ottobre 1434, però, un insurrezione popolare contro i Varano soppresse 21 1 Nata nel 1384 dal conte Antonio e da Agnesina di Giovanni dei Prefetti di Vico, quindi sorella di Guidantonio, fu celebrata sin da bambina per la dottrina, l eloquenza e le sue composizioni poetiche tanto che potrà gareggiare a suo tempo con il suocero Malatesta dei sonetti. Il 16 giugno 1405 sposò Galeazzo Malatesti di Pesaro. Dietro sua richiesta, il 28 novembre 1438 papa Eugenio IV trasformò una Casa di Terziarie Francescane, istituita a Pesaro nel 1402 dalla suocera Elisabetta Da Varano, in monastero di clarisse dedicato al Corpus Domini. Il 2 giugno 1447 si fece clarissa con il nome di suor Girolama nel monastero di S. Lucia di Foligno dove morì il 3 luglio 1448.

17 22 Gentilpandolfo e i figli di Berardo nella chiesa di S. Domenico, Rodolfo e Giulio Cesare si salvarono per mezzo di Tora da Varano vedova dal 1421 di Nicolò Trinci di Foligno che li fece trasportare nascosti nel fieno fino ad Attidio di Fabriano 2. Dal 1434 al 1443 Elisabetta visse presso il padre Galeazzo a Pesaro, dove amministrò il monastero delle clarisse del Corpus Domini fondato nel 1438 dalla madre Battista da Montefeltro, qui lei fu miracolosamente guarita dall abbadessa Felice Meda 3, e nel 1443 si era fatta terziaria francescana insieme alla madre. Già il 15 maggio 1442 a Gradara la sedicenne Costanza Da Varano aveva pronunciato una magnifica orazione alla presenza di Bianca Maria Visconti di Milano, dall anno precedente sposa di Francesco Sforza, per perorare la causa del fratello Rodolfo e del cugino Giulio Cesare affinché tornassero a governare Camerino in quel momento soggetta allo Sforza. Questi, durante il periodo di governo repubblicano di Camerino, sfruttò con balzelli i possedimenti privati e fece ricadere sulla popolazione il mantenimento delle sue compagnie di ventura. Elisabetta intanto andava ordendo trame che il 26 novembre 1443 sfociarono nella sconfitta della Repubblica camerte da parte delle truppe di Niccolò Piccinino il cui capitano era Carlo Fortebracci 4, cugino dei due giovani Varano, i quali furono richiamati a furor di popolo, così il 14 dicembre Rodolfo e il 28 dicembre Giulio Cesare furono dichiarati signori della Città e del contado dal parlamento composto di tutti i cittadini maschi. A nome dei due giovanissimi Varano, Elisabetta assunse la reggenza, ma, pur governando con equilibrio e saggezza che ancora le vengono riconosciuti, per prevenire future ribellioni non temé di permettere vendette contro i nemici dei Varano, tanto che occorrerà a suo tempo una bolla pontificia di generica assoluzione perché potesse assumere l abito di Santa Chiara. Nel 1444 Elisabetta dava in sposa la figlia Costanza ad Alessandro Sforza, fratello di Francesco che negli ultimi mesi dell anno aveva preso sotto la propria protezione i Montefeltro, i Malatesti di Pesaro e i Varano di Camerino. Il contratto di matrimonio fra la diciottenne Costanza e il trentacinquenne Alessandro fu sottoscritto a Fermo il 28 novembre 1444, le nozze furono celebrate a Camerino il successivo 8 dicembre. Galeazzo Malatesti come dono nuziale offrì alla nipote la signoria di Pesaro, che in realtà fu una vendita del Malatesti, oberato di debiti, ad Alessandro che usufruì della generosità del fratello Francesco 5. 2 Tora si era rifugiata presso la sorella Guglielma, moglie di Battista Chiavelli di Fabriano, che il 25 maggio 1435 sarà ucciso con i suoi figli maschi nella chiesa fabrianese di S. Venanzio. 3 Mariano da Firenze, Libro delle dignità et excellentie del Ordine della seraphica madre delle Povere Donne de sancta Chiara da Asisi, a cura di G. Boccali, Firenze-Assisi 1986, pp , n.464. Felice Meda, clarissa nel monastero di S. Orsola di Milano, fu mandata a reggere il nuovo monastero dal Ministro generale dei Frati Minori e vi morirà in concetto di santità il 6 novembre 1444, il suo corpo è venerato nella cattedrale di Pesaro, il suo culto è stato riconosciuto da Pio VII. 4 Nato nel 1421, era figlio di Nicolina Varano, seconda moglie di Nicolò Fortebracci di Montone. 5 Cfr Francesco Ambrogiani, Vita di Costanzo Sforza, Pesaro Città e Contà 2003, pp

18 Nel gennaio 1448 papa Nicolò V riconosceva ai due cugini Varano il vicariato di Camerino. In quello stesso anno Elisabetta chiese a Nicolò III d Este di Ferrara la figlia naturale Camilla come sposa del proprio figlio Rodolfo. Successivamente chiese a Sigismondo Pandolfo Malatesti, signore di Rimini e Fano, la figlia Giovanna per sposa di Giulio Cesare: le nozze furono celebrate il 13 maggio 1451 nella rocca varanesca di Sentino, a poco più di 5 chilometri da Camerino. Elisabetta il 13 agosto 1448 donava agli Osservanti di S. Pietro in Muralto la tenuta di Dolcepensiero «pro remissione peccatorum tam ipsius magnificae dominae quam praefatae domus Varaneae» 6, preludio alla sua inclaustrazione tra le clarisse di S. Lucia di Foligno dove rimase ben poco, perché la sera della domenica 22 dicembre era inviata con altre ventidue religiose ad avviare alla regulare observantia de sancta Clara, et a regimento et cura de li Frati Minori de la Observantia il monastero di S. Maria di Monteluce di Perugia 7. Dopo pochi mesi tornava a Camerino per riprendere in mano il governo signorile dei Varano minacciato da alcuni insorti. Vi rimase circa un anno, poi rientrò nel monastero di Perugia. Nel 1455 Federico di Montefeltro chiese a papa Callisto III che Elisabetta fosse inviata a dar vita ad una nuova comunità di clarisse a Urbino, il papa nell ottobre sottoscrisse un breve «nel quale se conteneva che essa [Elisabetta] con alquante sore de questo monasterio dovesse andare alla Cità de Urbino, in uno monastero novo che esso [Federico] haveva facto edificare», ma l interessata, dietro parere di frate Antonio da Montefalco Vicario degli Osservanti umbri, non ottemperò al comando pontificio, per cui Federico avanzò una nuova richiesta alla quale il papa fece seguire una nuova bolla ingiungendo alla clarissa di obbedire: «Nel dicto millesimo [MCCCCLVI] del mese de aprile, pocho dopo la Pasqua, el dicto ducha de Urbino fece venire un altro Breve preceptorio dal papa alla sopradicta matre sora Helisabechta da Varano che dovesse andare al dicto monasterio de Santa Chiara de Urbino, al quale andò essa et sora Francescha da Camerino in sua compagnia» 8. Dalla nuova sede Elisabetta poteva seguire le gesta gloriose del pronipote Federico, come avere serene conversazioni con la di lui giovane moglie, la duchessa Battista Sforza, propria nipote quale figlia di Costanza da Varano, che Federico aveva sposato nel Ma l infausta sorte colpì la venticinquenne duchessa, che, dopo sei femmine, aveva dato un erede al marito, Guidubaldo, venuto alla luce il 24 gennaio 1472 a Gubbio: il 6 luglio Battista moriva di polmonite nel palazzo ducale eugubino, le sue spoglie vennero sepolte nella chiesa di Santa Chiara di Urbino. Elisabetta, pregando in coro con le consorelle o fermandocisi da sola, poteva vegliare sulla tomba della nipote, unendo il proprio cordoglio a quello dello sconsolato Federico che ogni settimana vi si portava: «Ogni setti Cfr B. Feliciangeli, Notizie della vita di Elisabetta Malatesta-Varano in Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le provincie delle Marche, n.s., n. 6 ( ), p Memoriale di Monteluce, cronaca del monastero delle clarisse di Perugia dal 1448 al 1838, Assisi 1983, p Ambedue le citazioni sono dal Memoriale di Monteluce cit., pp

19 Giovanni Angelo di Antonio da Camerino Annunciazione - Camerino, Pinacoteca e Musei Civici.

20 mana, una volta, quando andava a questo munistero, et lui solo entrava nella chiesa, et non voleva che v entrasse altri [ ] Istato ch era il signore per alcun tempo a questo munistero, si partiva, et retornavasi a casa» 9. Elisabetta morì il 18 ottobre 1477, dopo circa 30 anni di vita claustrale, di cui 22 nel monastero di Urbino. Considerata fondatrice del monastero urbinate, alla soppressione del monastero, deciso dal regio governo italiano nel 1861, le clarisse ne asportarono le ossa che ancora conservano nella cappellina eretta nell orto del nuovo monastero, insieme a quelle di fra Domenico da Leonessa di cui parleremo più avanti. Nella Annunciazione di Spermento (1455 circa) il pittore Giovanni Angelo di Antonio da Camerino raffigura sulla sinistra, dietro le ali dell angelo, Elisabetta Malatesti con il marito Piergentile Varano 10. Alla corte di Camerino la figura di Elisabetta doveva essere presentata in un aura epica, per il salvataggio della dinastia, ed insieme sacra, per la vita contemplativa a cui si era votata. Così dovrebbe averla conosciuta Camilla, la primogenita di Giulio Cesare Da Varano. Camilla era nata il 9 aprile del 1458 da una relazione del venticinquenne Giulio Cesare con Cecchina di Mastro Giacomo, venne però cresciuta nell ambiente signorile paterno ricevendo una educazione umanistica tipica delle corti rinascimentali. Sin da giovanissima, dopo aver ascoltato la predica del venerdì santo detta da fra Domenico da Leonessa, Camilla aveva fatto voto di piangere ogni venerdì almeno una lacrima Giovanni Angelo di Antonio da Camerino Annunciazione (part.) - Camerino, Pinacoteca e Musei Civici. sulla passione del Signore. Evidentemente la corte paterna, con i suoi sollazzi e le sue conversazioni, non favoriva l adempimento del voto e le difficoltà aumentarono con l età, poiché la giovane principessa sentiva una inclinazione diversa dalle pratiche religiose, come ella stessa afferma: «Eccetto questo poco 9 Vespasiano da Bisticci, Le Vite, I, ed. A. Greco, 1970, p. 401; cfr Bonvini Mazzanti M., Battista Sforza Montefeltro, una principessa nel Rinascimento italiano, Urbino 1992, p Cfr A. Di Lorenzo, Maestro dell Annunciazione di Spermento in Pittori a Camerino nel Quattrocento a cura di Andrea De Marchi, Jesi 2002, pp , e M. Mazzalupi scheda Annunciazione con i due donatori, ivi, pp

21 26 tempo di pregare, tutto il resto lo spendevo in suonare, cantare, ballare, passeggiare, in vanità e in altre cose giovanili e mondane che ne derivano. Mi erano in tanto fastidio le cose devote e i frati e le suore, che non [ne] potevo vedere nessuno; e beffeggiavo chi leggeva cose devote. Ponevo tutta la mia cura nell ornarmi e nel leggere le cose vane. In questi tre anni ebbi sempre il cuore imprigionato e pregavo molto Dio che mi facesse grazia di averlo libero. Però mai per le mie orazioni potei ottenere tale dono» (Vita spirituale, c. IV). Un frate dell Osservanza francescana, fra Pacifico da Urbino, la liberò dalla paura che Dio l avesse punita «con qualche disgrazia» quando non le era uscita quella «benedetta» lacrima: «Dopo la confessione egli mi domandò se avessi qualche voto. Io risposi di no. E dopo averci riflettuto un poco, mi ricordai di questo e dissi di sì, che io avevo un voto che qualche volta non potevo mantenere, ma avevo sempre la volontà di adempirlo, però qualche volta riuscivo, altra volta no. Egli mi domandò che voto era. Io non volevo dirlo affatto. Perché era una cosa buona, me ne vergognavo. Tuttavia, dopo qualche replica glielo dissi. Allora lui disse: Figliola mia, da questo voto non vi voglio assolvere affatto. Anzi, voglio l osserviate. Ma quelle volte che non potete, avendo voi fatto ogni sforzo, non voglio che vi sentiate in peccato» (Ivi) Alla giovane fu di aiuto un piccolo libro sulla Passione di Gesù che proponeva una serie di riflessioni che la portavano alla commozione anche in momenti inopportuni per lo spuntare di una lacrima, che le donne di corte giudicavano provenienti da pene d amore. Ma la vita spirituale di Camilla stava progredendo insensibilmente tanto che, alla lacrima, aggiunse il digiuno settimanale a pane e acqua che poi estese al mercoledì e successivamente alla vigilia di feste di Cristo e della Vergine e pian piano arrivò ad alzarsi ogni notte per dire una corona e, se per caso non si fosse svegliata, ne diceva due. Ciononostante, confessa, provava ancora attrazione per le vanità terrene. Un secondo frate urbinate fece scoprire alla principessa l amore di Dio, frate Francesco da Urbino, che durante la predicazione quaresimale del 1479 ogni giorno ripeteva come un ritornello: Timete Deum!, temete Dio, favorendo nell animo di Camilla ormai ventunenne il salutare pensiero di contrizione dei peccati ma per paura dell inferno, il che la spinse a meditare la Passione di Cristo al mattino e alla sera. E il suo «cuore imprigionato» iniziò a percepire un invito a consacrarsi nella vita religiosa, a cui cercò fieramente di resistere. Pensò di ottenere lumi in proposito scrivendo una lettera al predicatore ma aggirando la questione, cioè chiedendo preghiere per altri e concludendo con la richiesta di un ricordo nell orazione per lei, ma il frate di Urbino nella risposta le dette una chiara indicazione: cercasse di mantenersi casta anche nei pensieri finché non le fosse indicata dal cielo la sua strada, parole che le causarono ancor più confusione. La sera del 24 marzo, ai primi vespri della festa dell Annunciazione, frate Francesco affermò qualcosa che colpì Camilla: la vergine Maria all annuncio dell angelo aveva provato tale sublimità di amore divino che una sola scintilla di questo era superiore alla totalità degli amori possibili in questo mondo. E la fiera principessa, abituata a volere il meglio in ogni cosa, consegnò alla Ver-

22 gine un nuovo voto: «mantenere tutti i sentimenti immacolati» finché non le fosse chiara la volontà divina a suo riguardo, però con la precisa condizione di sperimentare una scintilla di quell amore che Maria di Nazaret aveva provato alle parole dell angelo Gabriele. Da quel momento iniziò la lotta «dal sì al no», fra una vita di speciale consacrazione e una vita mondana libera da impegni morali. Finché un venerdì, scrive lei, «il mio libero arbitrio che sempre era rimasto forte e vigoroso, in quel momento spontaneamente, non per forza, sedendo come giudice in cattedra per giudicare la crudele battaglia, emise la sentenza contro di me. E con tanto affetto e coraggio deliberai di servire Dio che, se per questo fosse stato necessario patire il martirio, prontamente l avrei scelto prima che mi fossi voluta pentire di una tale decisione». Le venne ispirato anche dove realizzarla: «In quell istante mi venne infuso il desiderio di andare a Urbino. Mai mi sarei accontentata di stare altrove». E da quel momento Dio la inondò di consolazioni interiori quasi a soffocarla. Ma diventò ostacolo Giulio Cesare Da Varano, che cercò inizialmente con lusinghe di distogliere la figlia dal suo proposito, poi con minacce, infine ricorse al carcere, senza ottenere ripensamenti, tanto che dopo due anni e mezzo dové cedere. Camilla, accompagnata da nobili e dame ed armigeri, lasciò Camerino nel mese di ottobre 1481 insieme alla cugina Gerinda, figlia di Rodolfo IV e quindi nipote diretta di Elisabetta Malatesti Varano. Sembra che siano passate a Loreto, come è possibile che a Urbino siano state ospiti per qualche giorno di Federico da Montefeltro nel palazzo ducale. Il 14 novembre le due postulanti fecero l ingresso «nel deserto della santa religione, cioè nel sacro monasterio de Urbino», dove la giovane principessa trovò «il dolcissimo canto delle preghiere devote, la bellezza dei buoni esempi, i segreti rifugi delle grazie divine e dei doni del cielo» (Vita Spirituale, c. XII). La cerimonia della vestizione de «il sacro abito della religione» da parte delle due giovani avvenne all inizio di gennaio 1482, preceduta dalla tonsura dei capelli e dal simbolico rito della spogliazione degli abiti principeschi: Camilla diventò suor Battista e Gerinda assunse il nome di suor Elisabetta, chiaro riferimento alla nonna paterna deceduta quattro anni prima. Nella permanenza ad Urbino a suor Battista non saranno mancate occasioni per fermarsi a conversare con il vecchio duca Federico che, come sappiamo, si portava settimanalmente nella chiesa di Santa Chiara sulla tomba della giovane moglie Battista Sforza. Proprio mentre Camilla era là novizia, Federico, in viaggio per Mantova, moriva il 10 settembre 1482 a Ferrara per febbri malariche, assistito dalla sorella Violante diventata suor Serafina nel monastero del Corpus Domini di Ferrara dove era abbadessa 11. Suor Battista e le con Figlia di Guidantonio di Montefeltro e di Caterina Colonna, era nata a Urbino il 18 maggio 1430, nel 1434 era stata concessa in sposa al sedicenne Domenico Malatesta Novello dall anno precedente signore di Cesena, la celebrazione delle nozze avvenne nel maggio 1442 a Gubbio. In una lettera datata 16 marzo 1452

23 28 sorelle dovrebbero aver preso parte alle solenni esequie quando la salma del grande condottiero fu portata in patria per essere sepolta nella chiesa di San Bernardino, mausoleo che lo stesso defunto duca aveva voluto per sé e i discendenti. Camilla incontrò anche l erede di Federico, Guidubaldo, e più frequentemente la sorella, Elisabetta 12, che, rimasta vedova nel 1480 e tornata insieme ad una piccola figlia presso il padre, si interessava della fabbrica del nuovo monastero clariano al quale destinò la dote della figlioletta nel momento in cui questa morì, più tardi col nome Chiara vi assunse l abito delle clarisse. A Santa Chiara in seguito riposerà anche Giulia Da Varano, nipote di Camilla perché figlia del fratello Giovanni Maria 13. Ma soprattutto Camilla Battista proseguì in Urbino il suo cammino interiore: «Tutto lo sforzo della mente mia misi per entrare al mare amarissimo delle pene mentali del cuore di Gesù e in quel luogo annegarmi, se potevo» (Vita Spirituale, c. XII), così come da parte del cielo continuarono grazie speciali: «Fra questo tempo fui per mirabile grazia dello spirito Santo introdotta nel secretissimo talamo del mirrato cuore di Gesù, vero e solo mare amarissimo ed avvelenato, innavigabile a ogni angelico e umano intelletto» (ivi). Durante i mesi di maggio e giugno 1483 suor Battista mise per iscritto I ricordi di Gesù, le parole cioè che il Signore le aveva indirizzato quando era nel palazzo paterno a Camerino: «Le scrissi quando ero ad Urbino, cinque mesi prima di fare la mia professione, in un foglio di carta con brutta e corsiva scrittura» All inizio del 1491 sentirà l ispirazione di trascrivere quegli appunti terminandoli di malavoglia alla fine di gennaio, poi li chiuse in un cassetto: «Ed ora che sono trascorsi sette anni esatti da quando siamo entrate in questo sacro monastero [di Camerino], sono stata forzata dall ispirazione interiore - non so se è stato Dio o il demonio - a trascriverle su carta migliore e con una scrittura rotonda e più accurata», poi, chiesta luce dall alto, le fu ispirato di inviarli a padre Domenico da Leonessa al quale indirizzò una breve lettera di accompagno datata 21 marzo Proprio fra Domenico, che aveva originato il voto della lacrima del venerdì della giovanissima Varano, aveva assistito al suo ingresso in monastero: «E così fui collocata nel deserto della santa religione, cioè nel sacro monastero di Urbino, te testimone, te presente» (Vita Spirituale, c. XII). Eletto Vicario provinciale degli Osservanti marchigiani attorno alla Pentecoste del 1483, aveva fatto opposizione all erigenda comunità clariana di Camerino: «E benché molto diretta a Bianca Maria Visconti, Violante si firmava Violantes de Malatestis Comitissa Montisferetris (cfr. Malatesta Novello magnifico signore, a cura di P. G. Pasini, Cesena-Bologna 2992, p. 92). Dopo la morte del marito (1465), si fece clarissa nel monastero di Ferrara col nome di suor Serafina, morirà nel 1493 con fama di santità. 12 Una delle sei figlie di Battista Sforza, nata in Urbino nel 1464; nel 1475 era stata data in sposa a Roberto Malatesta detto il Magnifico, nato nel 1442 da una relazione di Sigismondo Pandolfo al quale succederà nella signoria di Rimini. Morirà a Venezia nel Nata a Camerino il 24 marzo 1523, undicenne aveva sposato il 12 ottobre 1534 Guidubaldo II a cui nel 1544 aveva dato una figlia, Virgina. Il 18 febbraio 1547 moriva a Fossombrone, a ventitré anni d età, il funerale venne celebrato in Urbino il successivo 24 marzo.

24 abbiate operato che nel tempo del vostro vicariato non venisse eretto», cosa che contribuì alla «amara professione, per la quale se turbò e conquassò tutta la religione e fora de religione, cioè frati e sore, signori e seculari». Si tratta della professione dei voti di obbedienza, povertà e castità e della Regola di santa Chiara che Camilla Battista emise alla fine del Lo scompiglio sembra sia sorto dal problema della nuova comunità clariana a Camerino che Giulio Cesare Da Varano aveva voluto ad ogni costo e che voleva dotata di rendite, forse sostenuto da nobili e clero da una parte, mentre frati e suore dall altra volevano fosse fondata sulla prima Regola di S. Chiara che prevede la povertà comunitaria. Per la novizia quello che doveva essere un momento di festa divenne «amara professione», di cui non volle dare spiegazione al destinatario della lettera autobiografica, perché fra Domenico da Leonessa conosceva bene il fatto. Così suor Battista all inizio del 1484 lasciò Urbino con otto consorelle, «essendo trasferita, per ubbidienza a vostra Riverenza e all autorità papale che ve l aveva concessa, in questo monastero insieme alle altre reverende madri». La domenica 4 Gennaio le nove monache di Urbino dettero inizio al monastero di S. Maria Nuova di Camerino di cui fra Domenico da Leonessa, Vicario Provinciale, prese formale possesso. Alla sua permanenza a Urbino suor Battista farà richiamo nell opera I dolori mentali di Gesù nella sua passione, cioè i dolori del Cuore umano di Cristo, dicendo di averli ascoltati da un anonima monaca del monastero urbinate e perciò, nonostante la richiesta dell abbadessa, di non poterli mettere per iscritto finché quella monaca fosse in vita. Nell agosto 1488 sarà Cristo stesso a invitarla a scriverli: Questa sarà l opera della Varano che, pubblicata anonima due volte ancor lei vivente, conoscerà ampia diffusione lungo i secoli. Camilla Battista morirà a Camerino il 31 maggio Venerata da subito col titolo di beata, Gregorio XVI le riconobbe il titolo nel 1843; Benedetto XVI l ha solennemente inserita nel catalogo dei santi il 17 ottobre

25 Due sculture per Santa Chiara Alessandro Marchi Una testina in terracotta Lo studio della scultura presenta sempre qualche difficoltà in più; arte difficile la scultura: intanto per l approccio che richiede, che è sempre fisico e diretto -dal vero!-, poi per la sua natura tridimensionale che non sempre si appalesa nei canoni della pittura. 31 Michele da Firenze, Madonna col Bambino e angeli Berlino, Staatliche Museen Michele da Firenze, Madonna col Bambino e angeli Londra, Victoria and Albert Museum Così è anche per questo bellissimo frammento riemerso negli scavi di Santa Chiara: una testina in terracotta, con fattezze giovanili, bocca serrata, naso gentile e occhi bulbosi concentrati in uno sguardo fisso (verso sinistra, un po dall alto in basso ). Un pezzo abbastanza eccezionale, a documento di una presenza, la scultura in terracotta nel circondario urbinate, che è più che rara, quasi inesistente, almeno prima delle esportazioni robbiane. Così questa immagine frammentaria sollecita alcune riflessioni -preliminari,

26 senza pretesa di essere definitive- che assumono comunque un certo interesse. L immagine, ad un analisi ravvicinata, vuoi anche per il suo stato di frammento (secondo un canone visivo di stampo romantico, affascinante appunto per essere solamente un frammento), s impone subito al riguardante con una notevole efficacia (così che abbiamo dovuto sceglierla ad emblema di questa iniziativa). Ha la fisionomia di un giovinetto/a, col viso pienotto e le guance 32 Ignoto plasticatore urbinate, Testa di fanciullo (fronte, profilo destro e profilo sinistro) Terracotta, Urbino, ISIA. enfiate, come si trattasse di un angelo tubicino che si appresta a dar fiato alle trombe; le labbra carnose e gli occhi tondi, assai gonfi, stanno, per così dire, in contrapposizione al naso sottile e ben diritto. I tratti dunque calcati e gentili insieme, concentrati in un espressione attonita e un poco assente, soprattutto nella visione frontale: a denunciare un padronanza del mezzo espressivo non più classificabile nei parametri stilistici del gotico, ma nemmeno completamente incanalata in quelli del rinascimento. Roberto Longhi -fin dal ebbe a stigmatizzare queste componenti stilistiche secondo la formula felice

27 di rinascimento umbratile : è codesto un goticismo ombreggiato di rinascimento, ma di un così scarno rinascimento ch io vorrei chiamarlo, senza nulla di dispregio, un rinascimento umbratile 1. Credo la nostra scultura possa qui trovare una giusta collocazione, che vale preventivamente anche come ipotesi di datazione, che riterrei circoscrivibile nel quinto decennio del Quattrocento. Dato che la testa è ben modellata a tutto tondo, è presumibile coronasse un 33 figura in piedi; e vengono a mente gli angeli che popolano numerosi gli altorilievi in terracotta con la Madonna col Bambino racchiusi in un tabernacolo architettonico, per lo più di produzione fiorentina quattrocentesca. Altaroli plastici adatti ad ornare nicchie e maestà viarie: un buon numero dei quali, fra quelli sino ad oggi conservati, modellati e prodotti (con una certa serialità) da 1 R. LONGHI, Primizie di Lorenzo da Viterbo, in Vita Artistica, 1926, pp (sotto la firma Andrea Ronchi ) oggi in Saggi e Ricerche , Opere Complete vol. II, Firenze 1967, pp , la cit. è presa da p. 61.

28 34 Michele da Firenze, Compianto su Cristo morto - Milano, Museo del Castello Sforzesco Michele di Niccolò Dini, più conosciuto come Michele da Firenze (1385 c., doc m. post 1453), attivo in patria oltre che in Emilia, Veneto e Marche. Riproduciamo, al fine di sollecitare la memoria del lettore, quello conservato a Berlino nello Straatliche Museen, ma ve ne sono altri di notevole bellezza ad esempio a Londra al Victoria and Albert Museum, a Prato e così via. L attività di Michele da Firenze è strettamente legata all ampia fortuna che la scultura in terracotta conobbe nel corso del Quattrocento. Questa tecnica artistica ebbe infatti a rinascere proprio nei primi decenni del secolo, a Firenze, ad opera degli artisti dell umanesimo, quali appunto Brunelleschi e Donatello, che con Masaccio sono ritenuti i padri fondatori del rinascimento artistico. La tecnica scultorea era andata perduta nel Medioevo, era però largamente praticata dagli antichi come testimoniano le imprese ed i reperti ritrovati dall archeologia, e come ci indica Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia: un testo largamente conosciuto nel Quattrocento 2. Nel 1410 Donatello viene incaricato di eseguire una statua gigantesca di Giosuè per gli sproni di Santa Maria del Fiore. Come autorevolmente proposto da Luciano Bellosi, la scelta di una tecnica desueta è da riconnettere all intervento di Filippo Brunelleschi, a quegli anni fortemente interessato alla scultura,

29 alle sue peculiarità tecniche, funzionali alle scelte di una nuova espressività; non dimentichiamoci che il celeberrimo architetto era nato -artisticamentecome orafo 3. Si tratta certamente di un primo esperimento, che Donatello ebbe a ripetere numerose volte, appunto sino a far letteralmente rinascere la scultura in terracotta 4, conseguendo un largo seguito, non solo fra gli artisti fiorentini contemporanei 5. Tornando però a Michele da Firenze, ultimamente si è rivelata una congiuntura assai intrigante, che potrebbe esser messa in relazione proprio col nostro frammento. Paride Berardi, conosciuto come ricercatore di documenti artistici pesaresi, ha pubblicato un interessante volume dal titolo: Marsilio di Michele da Firenze. Una congiuntura Pesaro-Castiglione Olona 6, nel quale si riportano i documenti relativi al soggiorno di Michele da Firenze a Pesaro, dal 21 agosto 1447 al 9 agosto 1453, insieme al figlio Marsilio, per la realizzazione dell ornamento dell Arca di San Terenzio in Cattedrale. Quasi certamente si tratta di statue ed ornamenti in terracotta, poiché nell atto del 22 ottobre 1448 si parla espressamente di comporre le figure 7. Una presenza davvero rilevante, peccato non si conservi alcun resto del monumento (non disperiamo comunque in un qualche futuro ritrovamento!). Di grande interesse poi il fatto che il figlio di Michele Marsilio, continui ad esser attestato in Pesaro sino il 18 maggio 1457, con la qualifica di magistero Marsilio pictori de Florentia 8. Non ci è d uopo soffermarci sulle ipotesi di attribuzione promosse da Berardi, tanto più che non riusciamo a vedere una reale congiuntura con i dipinti lombardi di Castriglione Olona, ci appare però possibile che Marsilio, accanto alla pittura, esercitasse anche la scultura, nell accezione paterna della terracotta, e un giorno magari sarà possibile effettuare un ritrovamento che possa supportare la congettura. Accontentiamoci ora di questa splendida testina, ove peraltro riscontriamo una debole parentela con la fisionomia dell angelo a braccia conserte posto alla sinistra della Vergine nel rilievo di Berlino, poco sopra richiamato; conosco la scultura soltanto dalle fotografie e non mi azzardo a proporre di più. Credo che le relazioni fra il nostro frammento e le opere di Michele da Firenze non siano casuali si vedano ad esempio gli angeli nel tondo col Compianto 35 2 Cfr. PLINIO IL VECCHIO, Naturalis Historia, ed. S. Ferri, Roma 1946, XXXV, pp Cfr. L. BELLOSI, Filippo Brunelleschi e la scultura, in Prospettiva, n , 1998, Omaggio a Fiorella Sricchia Santoro, vol. I, pp La letteratura sulla rinascita della scultura in terracotta avviata da L. BELLOSI, Ipotesi sull origine delle terrecotte quattrocentesche, in Atti del convegno su Jacopo della Quercia tra Gotico e Rinascimento (Siena 1975), Firenze 1977, pp , trova un resoconto in L. BELLOSI e G. GENTILINI, Una nuova Madonna in terracotta del giovane Donatello, in Pantheon, LIV, 1996, pp Cfr. A. LUGLI, Guido Mazzoni e la rinascita della terracotta nel Quattrocento, Torino P. BERARDI, Marsilio di Michele da Firenze. Una congiuntura Pesaro-Castiglione Olona, Collana Link della rivista Pesaro città e contà, 1, Pesaro (Società pesarese di studi storici) Ivi, doc. regestato al n. 24, p Ivi, doc. regestato al n. 56, p. 59.

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