Reflui dei frantoi oleari: scuole di pensiero a confronto e il sistema sanzionatorio delle illegalità

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1 1 Reflui dei frantoi oleari: scuole di pensiero a confronto e il sistema sanzionatorio delle illegalità a cura di Paola Ficco e Maurizio Santoloci Tratto dalla rivista RIFIUTI Edizioni Ambiente - aprile 2004 (autorizzazione per sito Premessa I residui dei frantoi oleari rientrano nella disciplina della normativa sui rifiuti? Su questo tema, di importanza fondamentale nel contesto della disciplina giuridica ambientale, ormai da anni si è aperto un ampio dibattito, con posizioni nettamente contrastanti. Da ultimo, si registrano due prese di posizione rilevanti le quali sostengono la teoria della esclusione per tali reflui oleari dalla normativa sui rifiuti (e sugli scarichi). Ma, a nostro avviso, il punto fondamentale resta la disciplina dello smaltimento illegale dei reflui da frantoi, atteso che, purtroppo, sono diffuse le azioni di riversamento abusivo di tali materiali in reti fognarie, pozzi, aree territoriali di vario genere senza controllo e senza alcun fine agricolo con l insorgenza - secondo i casi - di danni ai depuratori comunali e conseguenti sversamenti con by-pass aperti per il sovraccarico insopportabile, o impatti di gravissimo inquinamento diretto su acque superficiali o sotterranee e terreni di vario genere. Riteniamo, dunque, di dover proporre qualche riflessione, appunto con particolare riferimento agli aspetti illeciti dello smaltimento dei reflui oleari. Ma come premessa va affrontato anche il tema della utilizzazione agronomica lecita e corretta, in ordine alla quale le interpretazioni sono diverse.

2 2 Noi, rispettando le opinioni diverse che pure sono basate su elaborazioni interessanti e ricche di spunti giuridici, ci permettiamo di proporre alcune nostre valutazioni contrarie. Fermo restando che poi, sugli aspetti illeciti, riteniamo comunque di esprimere concetti che dovrebbero trovare l accordo di ambedue i versanti di opinioni e, verosimilmente, anche gli stessi operatori del settore e le loro associazioni di categoria che riteniamo interessate senz altro a contrastare gli aspetti illegali dello smaltimento di tali materiali. 1 - La disciplina della utilizzazione agronomica legale La nota del Ministero dell Ambiente Il Dipartimento per la protezione ambientale - Direzione per la gestione dei rifiuti e delle bonifiche del Ministero dell Ambiente e della Tutela del Territorio, con una nota del 14 luglio 2003 indirizzata all UNFO - Unione Nazionale Frantoiani Oleari - avente ad oggetto Utilizzazione Agronomica dei reflui oleari si è espresso nei termini riportati nel box posto in calce al presente intervento La Cassazione e l interpretazione autentica della nozione di rifiuto Con la sentenza 3 ottobre 2003, n in esame, la Corte di Cassazione annullava la sentenza del 4 giugno 2002 emanata dal Tribunale di Brindisi e rinviava il giudizio al medesimo giudice argomentando che Le acque di vegetazione residuate dalla lavorazione meccanica delle olive, che non hanno subito alcun trattamento, né ricevuto alcun additivo ad eccezione delle acque per la diluizione della pasta ovvero per la lavatura degli impianti non sono rifiuti ex articolo 1 della legge n. 574 del 1996 e possono essere oggetto di utilizzazione agronomica attraverso spandimento controllato su terreni adibiti ad uso agricolo, purché autorizzato dal Sindaco del Comune e ciò nei tempi, modi e quantitativi previsti. L'interessato (lo stesso titolare del frantoio oleario o terzi proprietari dei terreni), ove sia stato autorizzato dal Sindaco, non è soggetto alla normativa sui rifiuti anche per la fase del trasporto, se risulta in modo certo ed obiettivo la destinazione al riutilizzo, anche alla luce dell'articolo 14 della Dl n. 138 del I residui oleari nella utilizzazione agronomica legale sono dunque esenti dalla norme sui rifiuti e sugli scarichi?

3 3 Sulla base della nota ministeriale e della sentenza 3 ottobre 2003, n in esame, sembra dunque che i residui oleari sono del tutto esentati dalla normativa su rifiuti ed acque di scarico se diretti verso l utilizzazione agronomica. I documenti contengono indubbiamente punti di interessante elaborazione concettuale. Noi, tuttavia, ci permettiamo di esprimere alcune valutazioni critiche conseguenti (che restano naturalmente nostre semplici opinioni personali). In ordine alle argomentazioni del Ministero, a nostro avviso va rilevato che la sentenza 11 settembre 2003 (C-114/01) della Corte di Giustizia europea ( 1 ) stabilisce che "nei limiti in cui non costituisce un provvedimento di applicazione della direttiva 75/442/Cee, una legge nazionale deve essere considerata "altra normativa", ai sensi dell'articolo 2, n. 1, lett. b), di tale direttiva,... a condizione che tale legge riguardi la gestione dei rifiuti, come definiti dalla medesima direttiva, e porti ad un livello di protezione dell'ambiente almeno equivalente a quello previsto dalla direttiva. Il tutto a prescindere dalla sua entrata in vigore". Le parole della Corte sono, dunque, illuminanti per risolvere il problema. La legge 574/1996 è un'altra normativa ma non nel senso che la Corte medesima intende al fine di escludere l'applicazione di quella sui rifiuti; infatti, tale legge nulla ha a che vedere con la gestione dei rifiuti essendo limitata alla utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione che -evidentemente - attiene alla fase successiva alla formazione del rifiuto. Inoltre, l'articolo 8, comma 1, lett. c), Dlgs 22/1997 esclude (come citato dal Ministero) dal Dlgs medesimo i seguenti rifiuti agricoli materie fecali ed altre sostanze naturali non pericolose utilizzate nell attività agricola ed in particolare i materiali liquidi e vegetali riutilizzati nelle normali pratiche agricole e di condizione dei fondi rustici. Riteniamo, dunque, di poter argomentare che - a nostro sommesso avviso - se tali morchie derivano da un frantoio che non è iscritto alla CCIA nel settore agricolo, bensì in quello artigiano (come avviene nella maggior parte dei casi), non si capisce come si possa parlare di rifiuti agricoli ; va da sé che in tali casi 1 In Rifiuti Bollettino di informazione normativa n. 101 (11/03)

4 4 diffusissimi - il rifiuto non sembra essere più agricolo ma derivante da lavorazioni artigianali. Ancora, il Dlgs 22/1997 al suo articolo 1, comma 1, fa salve (quindi rende applicabili) solo le "disposizioni specifiche, particolari o complementari, conformi ai principi del presente decreto, adottate in attuazione di direttive comunitarie che disciplinano la gestione di determinate categorie di rifiuti". Tale discendenza dalle norme comunitarie per i frantoi non è certo reperibile. Il fatto che un giorno verrà emanato il Dm attuativo dell'articolo 38, Dlgs 152/1999 rinvia al futuro la regola di disciplina; ad oggi ancora non esiste. Il futuro decreto disciplinerà la "gestione", ma per il Dlgs 152/1999 la "gestione" è cosa diversa dalla "gestione dei rifiuti". Resta da chiedersi quale valore giuridico può avere la nota ministeriale. In precedenza lo stesso Ministero aveva emanato una circolare in materia di utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento (fertirrigazione): prot. AMB/26970/23099/E-28/152 del 18 novembre 2001 indirizzata alla Regione Friuli Venezia Giulia 2. Al riguardo, sono stati espressi ed argomentati fondati dubbi sulla efficacia cogente di tale atto e ci si è posto il quesito: quali sono le conseguenze della nota dell Ufficio Legislativo del Ministero dell Ambiente sulla fertirrigazione? Sono state dunque sviluppate alcune riflessioni sugli Aspetti applicativi cogenti ed effetti concreti del parere ministeriale 3. A nostro avviso le medesime argomentazioni valgono per la nota ministeriale sui reflui oleari. 2 ibidem, n. 99 (8-9/03) 3 Daniele Carissimi in www. Dirittoambiente.com e RivistAmbiente n. 5/2003: Per qualificare la fattispecie e valutare la cogenza dell atto amministrativo emanato dal Capo dell Ufficio Legislativo del Ministero dell Ambiente e della Tutela del Territorio occorre procedere ad un attenta analisi della categoria degli atti all interno del sistema amministrativo. Occorre, cioè, capire da un punto di vista formale, se e che tipo di atto sia, che rilievo occupa all interno del sistema, quale ruolo è chiamato a svolgere tra gli atti amministrativi, quale vulnerabilità subisce nei confronti degli altri atti emanati dalla Pubblica Amministrazione. I confini della species atti amministrativi non sono facili da tracciare tanto che, nel tempo, più dottrine hanno esercitato tale operazione dogmatica giungendo a soluzioni molto distanti. L atto che connota il panorama amministrativo è il provvedimento, inteso come l atto concludente il procedimento amministrativo. Soltanto il provvedimento. produce effetti sul piano esterno dell ordinamento. Lo stesso è species dell atto amministrativo. ( ) Nel rapporto genus-species, la differenza più rilevante si rintraccia essenzialmente nella capacità di produrre, o meno, effetti esterni. La distinzione evidenzia da un lato il carattere tipicamente esterno del provvedimento (inteso come l unico atto di produrre effetti nei confronti dei terzi) dall altro gli atti non provvedimentali, che conservano la loro connotazione giuridica ma, differentemente, la stessa viene estrinsecata solo all interno della sfera dell amministrazione. Per tale motivo, quest ultimi, non sono in grado di incidere nella sfera giuridica dei terzi svolgendo, quindi, una funzione prettamente strumentale rispetto al provvedimento finale ( ). Nel tentativo di definire il provvedimento occorre ricercare quelle caratteristiche che lo possono considerare tale, valide per farlo differenziare dagli altri atti. L analisi deve essere risolta sulla base del riscontro della ricorrenza di alcuni elementi tipici. Nel provvedimento vi è una intestazione che indica l autorità emanante ed

5 5 un preambolo che enuclea i limiti sostanziali (circostanze di fatto) e formali (fonti normative). Non può mancare la motivazione, indicante le ragioni addotte per l assunzione di quella specifica decisione, ed il dispositivo rappresentante la parte precettiva del provvedimento. Data, luogo e firma. In aggiunta lo stesso deve rivolgersi a soggetti quantomeno determinabili e deve essere poter dotato di esecutorietà. Alla luce dei presupposti indicati è facilmente intuibile che non sussistono, nell atto emesso dal Capo dell Ufficio Legale del Ministero, le caratteristiche del provvedimento così come articolate. Da un punto di vista formale non vi sono in esso né il preambolo, in grado di posizionare l atto medesimo all interno di confini normativi né, soprattutto, vi è il dispositivo. Nessun comando, ordine, autorizzazione viene rilasciato. Lo stesso, soprattutto, non è dotato di efficacia né di vincolatività o autoritarietà. La carenza dei predetti presupposti ci permette di escludere la possibilità di ricomprendere nella categoria dei provvedimenti l atto citato anche tramite attività ermeneutica-interpretativa esercitabile ai sensi degli artt e ss. del Codice Civile poiché totalmente estraneo ai principi fondamentali del diritto amministrativo (pr. Legalità, nominatività, tipicità). L atto dell Ufficio Legislativo del Ministero trova, invece, presumibilmente, cittadinanza all interno della categoria degli atti giuridici consultivi endoprocedimentali caratterizzati dalla carenza di rilevanza esterna. Presupposto operativo solito della ricorrenza fattuale della predetta categoria consultiva è la collaborazione, necessaria o eventuale, che si instaura tra diverse autorità della stessa Pubblica Amministrazione. Nell ambito della formazione del procedimento conoscitivo-interpretativo spesso, infatti, autorità diverse ricorrono a collaborazioni interorganiche per meglio indirizzare-gestire i propri compiti di amministrazione attiva. Anche alla base dell atto in esame, infatti, vi sono due soggetti protagonisti: un richiedente (Regione Friuli Venezia Giulia ) e un collaborante (Capo dell Ufficio Legislativo del Ministero). Il parere è l attoarchetipo della fase consultiva, definibile come quell atto rivolto, non già a decidere un interesse pubblico, ma caratterizzato dalla sua capacità ontologica di fornire valutazioni e giudizi su varie questioni in vista delle scelte finali adottate da altri ( ). La fonte normativa dell istituto risiede nell articolo 16 della Legge 241 del La natura giuridica dei pareri amministrativi è di atti giuridici non provvedimentali. ( ). La loro strumentalità rispetto al provvedimento finale è evincibile in maniera inequivocabile dalla impugnabilità cui sono sottoposti. I pareri, infatti tranne che per quelli negativi vincolanti - sono impugnabili solo insieme al provvedimento finale che segue l emanazione. ( ). I pareri assolvono più funzioni all interno del sistema amministrativo. ( ). La distinzione più rilevante, anche ai fini della nostra analisi, insiste sul confine tra pareri obbligatori e facoltativi. I primi sono quelli previsti da una norma di legge i secondi sono quelli che ogni amministrazione può richiedere anche all infuori di una copertura normativa. Gli obbligatori, quindi, sono caretterizzati da una connotazione di preminenza all interno della categoria, dalla tassatività la loro trasgressione procedurale produce violazione di legge ; i facoltativi dal minor peso specifico e dalla carenza assoluta di rilevanza giuridica esterna. I pareri sono altresì vincolanti o semivincolanti. Solo i primi sono quelli il cui contenuto non può essere disatteso dal provvedimento finale. Dopo la dottrinale digressione sull istituto dei pareri, al fine di identificare correttamente l atto analizzato, affrontando il caso di specie, ci troviamo a cercare di sussumere il documento all interno della categoria degli atti propri della fase consultiva. L incertezza se il medesimo sia un atto a contenuto obbligatorio od un atto a contenuto facoltativo viene facilmente risolta a favore della seconda ipotesi. Ove infatti non fossimo ancora in grado di riconoscere se il predetto atto possegga il rango del parere o di una figura di minor rilievo, dobbiamo ritenere che ove vi sia richiesta, come vi è, di un semplice quesito (non parere), essa escluda, ex se, la ricorrenza di un parere obbligatorio postulando che non vi sia in corso alcun procedimento che domandi l acquisizione procedimentale per legge. Il parere obbligatorio, come detto, necessita di una fonte normativa che ne determini l obbligatoria ricorrenza nell ambito di un procedimento. Non vi è una norma giuridica che impone la ricorrenza e la doverosità di una richiesta simile a quella azionata dall ente regionale: e quindi si può razionalmente escludere la ricorrenza di un parere obbligatorio. Nel massimo sforzo ermeneutica lo stesso può assurgere alla qualifica di parere facoltativo con tutte le conseguenze del caso al riguardo alla cogenza interna ed esterna. Un parere è facoltativo ogni qual volta un autorità decidere di necessitare, nella formulazione del proprio convincimento, di un contributo proveniente da un altro e diverso organo.

6 6 In ordine alla sentenza della Cassazione, certamente la linea giurisprudenziale che tende a ritenere applicabile il famoso articolo 14 sulla interpretazione Vi è volontà non necessità di acquisire. La Regione Friuli Venezia Giulia, nel dubbio interpretativo, ha inteso, semplicemente, cautelarsi richiedendo, facoltativamente, l interpretazione di quella legge la cui esecuzione operativa rimane, in quell ente, incerta. Trovandoci, quindi, fuori dai confini di un procedimento amministrativamente definito, il predetto atto non può trovare una configurazione che goda della medesima rilevanza e dei medesimi effetti di quella prevista per i pareri obbligatori. Dopo aver escluso precedentemente l atto dalla serie dei provvedimenti, per quanto appena detto, appare evidente poterlo e doverlo escludere anche da quello dei pareri obbligatori. L atto di cui ci occupiamo deficita, ad un analisi anche di quelle residuali caratteristiche che nel frattempo ci hanno permesso di stazionarlo e definirlo tra i pareri facoltativi. A giudizio dello scrivente, infatti, il documento non possiede i connotati di un parere così come ritagliato dai precedenti assunti poiché non si rintracciano in esso innanzitutto le caratteristiche tipologiche intrinseche proprie della fattispecie. In primo luogo lo stesso atto non possiede il nomen iuris di parere. Radiografando l atto dell ufficio legislativo del Ministero, ci troviamo preliminarmente a comprendere che la Regione Friuli Venezia Giulia ha inteso richiedere un quesito, e non un parere, come facilmente confermabile dallo stesso espresso oggetto dell atto. Benché un quesito è spesso prodromo tipico dell emanazione di un parere nei procedimenti amministrativi, esso quesito può essere anche definito come la semplice richiesta di un soggetto rivolto ad un altro soggetto per la conoscenza di un oggetto noto al rispondente. Tuttavia in questo, lo scambio tra autorità differenti, non necessita né di una tipicità normativa, né necessita dell asservimento entro limiti regolamentari definiti. L unicità dei due istituti si rintraccia solo dal punto di vista sostanziale poiché il parere condivide con il quesito inteso non come sola domanda propedeutica all emanazione di un parere, ma inteso come integrazione tra dubbio e risposta - la strumentalità provvedimentale e la finalità tesa all accrescimento del bagaglio conoscitivo-istruttorio unitamente alla necessaria presenza di due soggetti differenti e interdipendenti. Da un punto di vista formale, però, i pareri devono seguire uno specifico e dettagliato subprocedimento che allo stato non è previsto né prevedibile nel caso di specie. In conclusione occorre procedere ad una considerazione sistematica tesa ad evidenziare un dato ineluttabile. In materia paesaggistico ambientale, a norma del comma tre dell articolo 16 della Legge 241/90, i pareri subiscono un irrigidimento procedurale che si traduce in una impossibilità di prescindere dall emanazione degli stessi nei procedimenti implicanti tutele paessagistico-ambientali in caso di inerzia dell organo competente. Ciò deve significare che le innumerovoli eccezioni normative presenti nell ordinamento tese a privilegiare, implicitamente ed esplicitamente, la materia ambientale anche in questa sede deve permettere di leggere con estrema ristrettezza e cautela gli atti coinvolgenti i predetti interessi. Anche dal punto di vista procedurale, quindi, appare impossibile discostarsi dal quel principio di legalità e tipicità costituzionalmente espresso che postula la disciplinata aderenza ai modelli procedurali previsti e, di converso, di attribuire valore ad atti che non sono in grado di ricoprire la suddetta rilevanza, specialmente se potenzialmente esterna all amministrazione. Nel caso di specie abbiamo dimostrato la scarsa dignità ordinamentale che ricopre l atto del Ministero alla luce del proprio rango posseduto all interno delle fonti amministrative. La posizione che esso occupa rileva una estemporaneità spaziale, la facile aggredibilità in autotutela, la carenza di vincolatività interna ed esterna, l accessorietà facoltativa a procedimenti consultivi e non decisionali, l estraneità a procedimenti tipizzati e la mancanza di autorevolezza intrinseca. Per tutto quanto esposto si può legittimamente concludere che l atto preso in esame non è in grado di assolvere alcuna influenza in ordine alla emanazione di provvedimenti amministrativi di qualunque tipologia e non deve essere messo a fondamento di alcun processo decisionale amministrativo poiché inconferente in termini procedurali e poiché recessivo rispetto a tutti i principi amministrativi..

7 7 autentica della definizione di rifiuto (seguita da alcune sentenze della Suprema Corte in contrasto con altre pronunce dello stesso organo) travolge nella deregolamentazione ogni materiale residuale, e naturalmente anche i residui oleari. Dunque, se si condivide tale concettualita, il principio e addirittura pregiudiziale rispetto al dibattito sull applicazione o meno della normativa specifica di settore e sulla sua prevalenza sul Dlgs 22/1997; infatti, l art. 14 del Dl n. 138 del 2002 prevale su tutto. Ma da parte nostra abbiamo gia espresso in diverse sedi dubbi sulla compatibilita di tale dettato normativo con il citato Dlgs 22/1997 e la normativa europea 4 ; diversi sono stati i casi di disapplicazione dei giudici penali in sede giurisdizionale e di province in sede di contenzioso amministrativo e la Corte Europea di Giustizia tra poco dovra pronunciarsi proprio su tale tema, anche in esito ad apposito ricorso della Commissione Europea che come e noto ha attivato la procedura di infrazione contro l Italia proprio a causa della contestata approvazione dell articolo 14 in esame. Dunque, a nostro avviso, la questione giuridica connessa non e del tutto pacifica come potrebbe apparire e gli esiti giurisprudenziali a livello di Corte Europea saranno comunque determinanti per ritenere applicabile o meno tale articolo 14, Dl 138/2002 a livello nazionale. Allo stato, consegue certamente che se si segue la linea dell applicabilità operativa dell articolo 14 in questione, la tematica è in pratica risolta in via pregiudiziale e per i reflui oleari diretti verso la reale e legale utilizzazione agronomica la interpretazione delineata dalla Cassazione è coerente con tale indirizzo. Va comunque rilevato coma la giurisprudenza della Cassazione sia contrastante in ordine alla materia in esame. Si veda infatti, a titolo di esempio, che la stessa Sezione terza del Supremo Collegio, nel 2002 sosteneva sulla natura dei reflui oleari un principio opposto a quello ora enunciato nella sentenza in esame: "Poiché i frantoi oleari costituiscono "installazioni" in cui si svolgono attività di "produzione di beni" (si veda l'art. 2, lett. h), del Dlgs 152/99, e successive modificazioni) e le relative acque di scarico sono "diverse" da quelle domestiche (derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche: art. 2, lettera g), citato), vige per essi il principio generale dell'autorizzazione preventiva anche laddove recapitino in fognatura (art. 45 del decreto citato). In difetto, lo scarico delle acque è sanzionato ex art. 59, comma 1, del decreto citato" 5. 4 Cfr. P. Ficco, M. Santoloci: Una legge inutile che crea solo confusione in Rifiuti Bollettino di informazione normativa n. 88 (8-9/02) 5 Cass. Pen., Sez. III, 12 luglio 2002, n

8 8 Dunque, nel 2002 (nonostante la vigenza del più volte citato articolo 14) per la Cassazione se i reflui oleari venivano scaricati mediante canalizzazione diretta su corpo ricettore erano acque reflue industriali soggette alle ordinarie regole del Dlgs 152/1999; e dunque in caso di mancata canalizzazione e riversamento in vasca, per forza di cose erano rifiuti liquidi di acque reflue industriali che necessariamente erano soggetti alle regole del Dlgs 22/1997. Oggi, invece, si sostiene l estraneita totale dall una e dall altra norma. 3 - Perché i reflui oleari in uso legale sono comunque disciplinati anche dal Dlgs 22/1997 Da parte nostra, come contributo di principio in ordine al dibattito in corso sulla natura giuridica dei reflui oleari utilizzati in modo legale, senza la pretesa di voler tracciare argomentazioni esaustive, riteniamo di dover esporre i motivi giuridici in ordine ai quali non condividiamo né la nota del Ministero dell Ambiente (riportata in calce) né la sentenza della Cassazione in esame. Successivamente, proporremo invece argomentazioni sulla disciplina giuridica degli smaltimenti illegali dei reflui oleari, in ordine alla quale siamo certi di delineare tesi che, dirette al contrasto di fenomeni illegali ed a volte criminali, troveranno adesione anche tra i sostenitori di diverse discipline sugli aspetti legali della utilizzazioni agronomiche di tali materiali. In questa materia, a nostro avviso, sussiste spesso un dubbio applicativo tra la legge 574/1996, il Dlgs 22/1997 ed il Dlgs 152/1999. I risvolti a livello sanzionatorio sono rilevanti. La legge 11 novembre 1996, n. 574 reca Norme in materia di utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione e di scarichi dei frantoi oleari. Il Dlgs 5 febbraio 1997, n. 22 reca l attuazione delle direttive comunitarie in materia di rifiuti, rifiuti pericolosi, imballaggi e rifiuti di imballaggio e rappresenta la normativa-quadro in materia di tutela dell inquinamento da rifiuti. Il Dlgs 11 maggio 1999, n. 152 reca l attuazione delle direttive comunitarie in materia di acque e rappresenta la normativa-quadro in materia di tutela delle acque dall inquinamento. A ben guardare, quando si parla di acque di scarico dei frantoi oleari, viene da porre mente a tutti e tre i provvedimenti come più sopra menzionati; infatti: la legge 574/1996 è interamente dedicata ad esse;

9 9 il Dlgs 22/1997, al suo articolo 8, comma 1, lett. e) esclude dal suo campo di applicazione le acque di scarico. Non a caso, però, al medesimo articolo, comma e lettera, ricomprende in tale campo di applicazione i rifiuti allo stato liquido; infatti, nel Dm 5 febbraio 1998 (uno dei principali momenti applicativi del Dlgs 22/1997), allegato 1, suballegato 1, punto 18.6, tra i rifiuti non pericolosi che possono essere recuperati usando la procedura agevolata prevista dagli articoli 31 e 33 del Dlgs 22/1997 medesimo, il Legislatore individua le acque di vegetazione delle olive e le identifica con il CER (successivamente transcodificato con il nuovo CER). In tale sede, il legislatore ne individua: - provenienza: industria olearia; - caratteristiche del rifiuto: rifiuto liquido risultante dalla sprmitura e lavorazione delle olive; - attività di recupero: produzione di fertilizzante allo stato liquido conforme alla legge 19 ottobre 1984, n. 748 (R3); - caratteristiche delle materie prime e/o dei prodotti ottenuti: fertilizzante conforme alla legge 19 ottobre 1984, n, 748, che prevedano l utilizzo delle acque di vegetazione delle olive. Il Dlgs 152/199 al suo articolo 38 (sul punto innovato completamente dal Dlgs 18 agosto 2000, n. 258) stabilisce che: 1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 19 per le zone vulnerabili e dal decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 372, per gli impianti di allevamento intensivo di cui al punto 6.6 dell'allegato 1 al predetto decreto, l'utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento, delle acque di vegetazione dei frantoi oleari, sulla base di quanto previsto dalla legge 11 novembre 1996, n. 574, nonché delle acque reflue provenienti dalle aziende di cui all'articolo 28, comma 7, lettere a), b) e c) e da altre piccole aziende agroalimentari a esse assimilate.è soggetta a comunicazione all'autorità competente di cui all'articolo 3, commi 1 e 2 del presente decreto, fatti salvi i casi di esonero di cui al comma 3, lettera b). Le regioni disciplinano le attività di utilizzazione agronomica di cui al comma 1 sulla base dei criteri e delle norme tecniche generali adottati con decreto del ministro delle politiche agricole e forestali di concerto con i ministri dell'ambiente, dell'industria, del commercio e dell'artigianato, della sanità e dei lavori pubblici, di intesa con la conferenza permanente per i rapporti tra lo stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del predetto dm, garantendo nel contempo la tutela dei corpi idrici potenzialmente interessati e in particolare il

10 10 raggiungimento o il mantenimento degli obiettivi di qualità di cui al presente decreto. 3. Nell'ambito della normativa di cui al comma 2, sono disciplinati in particolare: a) le modalità di attuazione degli articoli 3, 5, 6 e 9 della legge 11 novembre 1996, n. 574; b) i tempi e le modalità di effettuazione della comunicazione, prevedendo procedure semplificate, nonché specifici casi di esonero dall'obbligo di comunicazione per le attività di minor impatto ambientale; c) le norme tecniche di effettuazione delle operazioni di utilizzo agronomico; d) i criteri e le procedure di controllo, ivi compresi quelle inerenti l'imposizione di prescrizioni da parte dell'autorità competente, il divieto di esercizio ovvero la sospensione a tempo determinato dell'attività di cui al comma 1 nel caso di mancata comunicazione o mancato rispetto delle norme tecniche e delle prescrizioni impartite; e) le sanzioni amministrative pecuniarie, fermo restando quanto disposto dall'articolo 59, comma 11-ter.. Gli articoli 3, 5, 6 e 9 della legge 574/1996 che devono trovare concreta attuazione nel Dm appena citato sono relativi rispettivamente a: - comunicazione preventiva; - esclusione di talune categorie di terreni; - stoccaggi; - controlli. Sul punto si osserva che il citato Dm attuativo è a tutt oggi in stato di elaborazione. Da quanto precede appare evidente, a nostro avviso, che quando ci si trova dinanzi alle acque di vegetazione delle olive, un minimo di dubbio sorge inevitabilmente per capire quale disciplina debba essere applicabile, quella esclusiva (Legge 574/1996), quella sui rifiuti (Dlgs 22/1997 e Dm 5 febbraio 1998) o, ancora, quella sulle acque di scarico (Dlgs 152/1999). Quindi, ci si chiede, se lo scarico non debba essere autorizzato oppure se esso vada autorizzato ai sensi del Dlgs 22/1997 (con quel che ne consegue in termini di scritture come formulari, registri e Mud) o ancora se debba essere autorizzato ai sensi del Dlgs 152/1999. A questo punto, in aggiunta a quanto sopra riportato in ordine al Dgs 152/1999, va necessariamente ricordato, a fini dirimenti della questione, che la definizione

11 11 di scarico è fornita dall articolo 2, comma 1, lett. bb) di tale Dlgs nei seguenti termini: qualsiasi immissione diretta tramite condotta di acque reflue liquide, semiliquide e comunque convogliabili nelle acque superficiali, sul suolo, nel sottosuolo e in rete fognaria, indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche sottoposte a preventivo trattamento di depurazione.. Come è evidente, dalla definizione legislativa si evince con enorme chiarezza quali siano i tratti distintivi dello scarico: - esistenza di una condotta che consente l immissione diretta di acque reflue consentendone una qualsivoglia convogliabilità in un corpo ricettore; - ininfluenza di un previo processo di depurazione (quindi, lo scarico non contiene necessariamente acqua sporca); - nessuna soluzione di continuità tra il momento produttivo del refluo e la condotta di convogliabilità. La chiarezza di tale definzione legislativa è assoluta ed ha posto fine al concetto di scarico indiretto di cui alla legge 319/1976 ( legge Merli ) che vedeva confluirvi i reflui non convogliati tramite condotta. 4 - Il confine tra Dlgs 22/1997 e Dlgs 152/1999, cioè il confine tra rifiuti liquidi ed acque di scarico Non si può inquadrare specificamente il refluo dei frantoi se non si traccia preliminarmente il rinnovato confine giuridico delineato dalla sinergia del Dlgs 22/1997 e del Dlgs 152/1999 tra rifiuti liquidi ed acque di scarico. Il Dlgs 22/1997 rappresenta la nuova normativa quadro di settore in materia di inquinamento in via generale. Va però osservato che tale decreto, dopo essersi presentato come norma quadro (inquinamento da rifiuti solidi, liquidi ed aeriformi), prevede espressamente alcune deroghe specifiche e rinvia ad altra normativa due importantissimi settori: l inquinamento aeriforme e l inquinamento idrico. Per quanto riguarda il settore degli inquinamenti idrici, va evidenziato che l articolo 8 del decreto Ronchi, al comma 1, lett. e), crea una deroga parziale per il vastissimo campo dei rifiuti liquidi, i quali come categoria generale restano disciplinati dal medesimo decreto. La deroga al Dlgs 22/1997, dunque, riguarda soltanto un aspetto parziale del campo dei rifiuti liquidi: le "acque di scarico" dirette.

12 12 Il Dlgs 152/1999, pertanto, integra gli estremi di una norma derogatoria rispetto al Dlgs 22/1997 solo nel caso in cui i rifiuti liquidi, disciplinati dallo stesso decreto, siano considerati "scarichi". Il Dlgs 22/1997 rappresenta la legge-quadro in materia di inquinamento e disciplina tutti i rifiuti solidi e liquidi, mentre sono estranee dal suo campo di applicazione le "acque di scarico" (cfr. articolo 8, comma 1, lett. e). Poiché lo scarico delle acque reflue è disciplinato dal Dlgs 152/1999 (e prima dalla legge Merli ), il decreto Ronchi troverà applicazione solo per la parte che il sistema del Dlgs 152/1999 in materia di scarichi e tutela acque non disciplina. Quindi, avremo il seguente campo di applicazione: Dlgs 22/1997: tutti i tipi di "rifiuti" sia solidi che liquidi in senso stretto Dlgs 152/1999: le acque reflue di "scarico" Dlgs 22/1997: anche i "rifiuti liquidi costituiti da acque reflue" (ex scarichi indiretti). Abbiamo dunque una tripartizione di sostanze liquide che in sé stesse possono apparire sostanzialmente identiche ma che - in realtà - vengono differenziate dal ciclo di origine e trattamento nonché dai sistemi adottati per gestirle. Si tratta di: - "rifiuti liquidi di tipo ordinario : sono soggetti integralmente al Dlgs 22/1997 dalla fase di produzione (che può essere aziendale ma anche privata) al deposito temporaneo in sito di produzione, al trasporto mediante veicolo ed alla fase finale di smaltimento all'interno di un impianto di trattamento appropriato; - "acque reflue" (e cioè acque di processo o di scarico diretto): sono soggette integralmente, se la P.A. autorizza preventivamente il sistema connesso, alla disciplina di deroga del Dlgs 152/1999 dalla fase di produzione (che anche in questo caso può essere aziendale o privata), alla fase di depurazione preventiva fino al riversamento mediante canalizzazione diretta verso un "corpo ricettore"; - "rifiuti liquidi costituiti da acque reflue": si tratta in pratica degli ex "scarichi indiretti" (oggi soppressi) che, ad esempio, vengono riversati in vasche o fusti; sono disciplinati integralmente dal Dlgs 22/1997 dalla fase della produzione (aziendale o privata), alla fase del deposito temporaneo nel sito di produzione, al prelievo e trasporto mediante un vettore ed allo smaltimento finale presso un impianto di trattamento appropriato che gestisce rifiuti liquidi. Va sottolineato che i "rifiuti liquidi costituiti da acque reflue" restano totalmente disciplinati dal Dlgs 22/1997 sia nella fase di raccolta presso l'azienda (ad

13 13 esempio una vasca di contenimento costituisce un "deposito temporaneo" ai sensi del Dlgs 22/1997 medesimo), sia nella fase del trasporto (che dovrà essere effettuato rispettando le norme sul formulario di identificazione dei rifiuti) sia nella fase finale del riversamento entro un impianto di "trattamento" (non depurazione ) finale che, ricevendo rifiuti, sarà soggetto in entrata anch'esso al Dlgs 22/1997 (mentre poi per il suo "scarico" finale in uscita diretto verso un corpo ricettore sarà soggetto al Dlgs 152/1999). Quindi anche la terminologia è importante, perché un errore sui termini precisi può determinare nullità degli atti e comunque confusioni operative non professionali. Pertanto: - sulla linea "diretta" dello "scarico" di "acque reflue" verso un "corpo ricettore" (es. fonte aziendale o privata - fognatura o fiume) avremo un impianto di "depurazione" e tale sistema rientra totalmente entro il Dlgs152/1999 sia a livello autorizzatorio che sanzionatorio; - sulla linea di un riversamento di liquami in un contenitore (aziendale o privato) avremo un "rifiuto liquido costituito da acque reflue" che rientra totalmente entro il Dlgs 22/1997; il tipo di contenitore (vasca, cisterna, fusti etc ) rappresenta un "deposito temporaneo"; il veicolo che preleva tali liquami per trasferirli altrove è un "trasportatore" che trasporta "rifiuti" e deve dunque essere iscritto all'albo gestori rifiuti e compilare il formulario di identificazione dei rifiuti; l'impianto che riceve tali "rifiuti liquidi costituiti da acque reflue" è un impianto di "trattamento rifiuti" che deve essere autorizzato entro la disciplina del Dlgs 22/1997; fin qui tale sistema rientra totalmente entro il citato Dlgs 22/1997 sia a livello autorizzatorio che sanzionatorio; - a sua volta, l'impianto di "trattamento" di rifiuti finale dovrà operare uno "scarico" (diretto) verso un corpo ricettore; per tali "acque reflue" in uscita esso sarà soggetto alla disciplina autorizzatoria e sanzionatoria del Dlgs 152/1999. Tali concettualità formali sono state confermate e ribadite dalla Corte di Cassazione 6, la quale precisa che "un impianto di depurazione destinato esclusivamente al trattamento delle acque reflue del ciclo produttivo dell'insediamento" deve considerarsi "sottratto alla sfera di applicabilità della normativa sui rifiuti ai sensi dell'art. 8, comma 1, lett. e), del Dlgs 22/1997" e va ricollegato alla disciplina del Dlgs 152/1999. Ma la Corte precisa che tale impianto "deve trattare solo le acque di scarico" e che per la relativa 6 Cass. Pen., Sez. III,, 5 gennaio 2000, n. 3628

14 14 "definizione" occorre ora far riferimento alla nozione di "scarico" contenuta nell'art. 2, lett. bb), del Dlgs 152/1999. Pertanto, ciò che rileva ai fini dell individuazione della disciplina da applicare non è lo stato fisico (liquidità), bensì l immissione diretta o meno in un corpo ricettore e, in questo secondo caso, se trattasi di rifiuto liquido o di acqua reflua. In tal senso si è espressa ancora la Corte di Cassazione 7 la quale ha precisato che "prendendo atto della coincidenza parziale tra acque di scarico e rifiuti liquidi" si deve assumere "come unico criterio di discrimine tra le due discipline non già la differenza della sostanza, bensì la diversa fase del processo di trattamento della sostanza, riservando alla disciplina della tutela delle acque solo la fase dello "scarico", cioè quella dell'immissione diretta nel corpo ricettore". Pertanto, ciò che rileva ai fini dell'individuazione della disciplina da applicare non è lo stato fisico (liquidità) o la natura di composizione del liquido, bensì l'immissione diretta o meno in un corpo ricettore in modo legale e regolamentare. 5 - La differenza tra uno scarico illecito non autorizzato ed uno smaltimento di rifiuti liquidi illecito dissimulato A livello giuridico e sanzionatorio devono essere nettamente diversificate due ipotesi, all apparenza similari: smaltimento illegale di rifiuti liquidi mediante riversamento verso l esterno da un azienda; scarico di reflui non autorizzato (e, quindi, illegale) Infatti, se ci troviamo di fronte ad un rifiuto liquido in senso tecnico, abbiamo più sopra rilevato che tale tipologia specifica di refluo non potrà mai essere autorizzata da una pubblica amministrazione come acqua reflua di scarico, e dunque non potrà mai verificarsi l ipotesi che tale rifiuto liquido in senso stretto venga autorizzato come acqua reflua (cioè di processo) mediante canalizzazione diretta verso un corpo ricettore entro il contesto del Dlgs 152/1999. In tal caso, questo rifiuto liquido dovrà comunque sempre restare obbligatoriamente gestito dall impresa entro il contesto del Dlgs 22/1997 sui rifiuti. 7 Cass. Pen., Sez. III, 3 agosto 1999, n. 2358

15 15 Se, invece, si provvede a riversare verso l esterno tale refluo attraverso un qualsiasi sistema (ivi incluso ad esempio il mezzo fraudolento di utilizzare la tecnologia legale di uno scarico ordinario per riversarvi dentro - in questo caso in modo totalmente illegale - il rifiuto liquido) si avrà un ipotesi di smaltimento illecito punito ai sensi del Dlgs 22/1997 come gestione illecita di rifiuti. Possiamo, invece, avere un altra ipotesi del tutto antitetica. Infatti, nel contesto aziendale il refluo proveniente da una fase di ciclo produttivo (cosiddetta acqua di processo) per essere identificata come acqua reflua ai fini del Dlgs 152/1999 necessita del preventivo regime autorizzatorio entro i parametri sanciti dal medesimo decreto. Se l impresa rispetta la disciplina autorizzatoria ed attiva il sistema di scarico in modo ordinario, tale liquame, che inizialmente è un rifiuto liquido in senso stretto, verrà poi ufficialmente trasformato in un acqua reflua di scarico in modo legale ai sensi del medesimo Dlgs 152/1999. Tuttavia, ove l azienda effettui direttamente il riversamento di tali liquami verso un corpo ricettore, e sostanzialmente adotti tutte le tecnologie pertinenti per realizzare uno scarico in senso stretto, ma non ricorra preventivamente all assenso della pubblica amministrazione, avremo uno scarico abusivo. In questo caso, si badi bene, il refluo era potenzialmente idoneo, per composizione, natura e destinazione virtuale, per essere trasformato giuridicamente da rifiuto liquido in acqua reflua di scarico. Se l azienda avesse seguito la filiera ordinaria prevista dal Dlgs 152/1999, tale trasformazione sarebbe stata regolarizzata e quindi l azienda avrebbe potuto effettuare regolarmente lo scarico, rispettando poi i parametri tabellari del decreto acque. L azienda ha, invece, omesso l aspetto formale, cioè attivando lo scarico senza alcuna autorizzazione preventiva della pubblica amministrazione. Nel caso in cui tutti i parametri che sarebbero stati potenzialmente autorizzabili dalla P.A. fossero stati rispettati, e dunque fosse stata posta in essere la tecnologia necessaria; il refluo per natura e composizione fosse idoneo per essere trasformato in acqua reflua di scarico e il corpo ricettore fosse altrettanto idoneo, avremmo non un riversamento di rifiuti liquidi verso l esterno aziendale, ma uno scarico di acque reflue illegale ai sensi del Dlgs 152/1999 e penalmente sanzionato entro il contesto del medesimo decreto. Sostanzialmente si concretizza, in questa seconda ipotesi, un caso del tutto dissimile dal primo caso, perché il liquame avrebbe potuto essere ritualmente trasformato in acqua reflua di scarico previo il rituale assenso della pubblica amministrazione tradotto nella autorizzazione allo scarico. L azienda ha formalmente omesso di adempiere alla richiesta di autorizzazione e ha attivato di fatto quello che è comunque uno scarico in senso stretto.

16 16 Da qui consegue che, a livello sanzionatorio, nel primo caso avremo lo smaltimento illegale di rifiuti liquidi a carico del titolare dell azienda; nel secondo caso, invece, avremo l attivazione di uno scarico illegale punita ai sensi del Dlgs 152/1999. E sottinteso che in questo secondo caso ove, poi, l impresa non rispetti neppure i parametri tabellari, scatteranno gli illeciti concorrenti in ordine alle relative violazioni. 6 - La disciplina applicabile Stante quanto precede, noi giungiamo a delle conclusioni circa la disciplina che, sempre e solo a nostro avviso, sarebbe in realtà applicabile alle acque di vegetazione dei frantoi oleari. Sul punto, è utile ripetere le domande che il giurista è solito porsi dinanzi alla convivenza di norme solo apparentemente contrastati; nello specifico le domande a fronte di acque di scarico dei frantoi oleari sono solo tre: si applica la legge 574/1996 (in via esclusiva o congiuntamente al Dlgs 22/1997 e/o 152/1999)?: si applica solo il Dlgs 22/1997 sui rifiuti? si applica solo il Dlgs 152/1999 sulla tutela delle acque? La relativa risposta ha particolare rilevanza in termini di autorizzazione allo scarico, di autorizzazione alla gestione e di tenuta delle scritture ambientali (registri, formulario e Mud) e delle conseguenti sanzioni. Per completare l orizzonte cognitivo, è appena il caso di ricordare che l articolo 1, comma 1, Dlgs 22/1997 sui rifiuti (relativo al campo di applicazione della normativa ivi dettata) fa salve le disposizioni specifiche, particolari o complementari che disciplinano la gestione di particolari categorie di rifiuti, purché conformi al Dlgs 22/1997 medesimo ed attuativi di direttive comunitarie (si pensi ad esempi agli oli minerali usati); quindi, in tali casi, le disposizioni specifiche derogano dal Dlgs 22/1997 laddove esso disponga diversamente rispetto al testo speciale il quale Dlgs 22/1997, comunque, deve essere applicato quando il testo speciale nulla disponga su un punto specifico. Nel caso di specie, però, la legge 574/1996 non è stata adottata in attuazione di direttive comunitarie e non reca disposizioni conformi al Dlgs 22/1997. Il che è anche plausibile, solo laddove si pensi al campo di applicazione di tale legge: utilizzo agronomico delle acque di scarico dei frantoi (e non gestione dei rifiuti derivanti dalla lavorazione delle olive).

17 17 La chiave di volta è tutta nella citata locuzione utilizzo agronomico cioè spandimento sul suolo a beneficio dell agricoltura. E vero che l articolo 2, Dlgs 152/199 nel definire il concetto di utilizzazione agronomica, precisa che deve essere considerata tale la gestione di effluenti di allevamento, di acque di vegetazione residuate della lavorazione delle olive ovvero di acque reflue provenienti da aziende agricole e piccole aziende agroalimentari, dalla loro produzione all applicazione al terreno di cui alla lettera n), finalizzata all utilizzo delle sostanze nutritive ed ammendanti nei medesimi contenute ovvero al loro utilizzo irriguo e fertirriguo. Ma è altrettanto vero che non opera alcuna esenzione dal regime rifiuti e/o acque.. Ciò posto è agevole concludere che si sia in presenza di rifiuti allo stato liquido (e come tali soggetti alla disciplina dei rifiuti di cui al Dlgs 22/1997) e non di acque di scarico poiché (a fronte della definizione legislativa di scarico come più sopra individuata) le acque di vegetazione dei frantoi oleari non sono convogliate direttamente tramite condotta sui terreni che vanno ad irrorare (in pratica manca una condotta che metta in comunicazione diretta il frantoio e il terreno). Quando la legge 574/1996, al suo articolo 6, si esprime in ordine allo stoccaggio detta norme tecniche per la sua effettuazione, ma le sue disposizioni (i 30 giorni sono ovviamente previsti perché non in tutte le stagioni dell anno si può procedere a spandimento sul suolo) non vanificano la disciplina sui rifiuti almeno nel caso in cui tali acque di vegetazione entrino nel ciclo produttivo dei fertilizzanti (cioè siano inviate ad impianti che utilizzano tali acque per produrre fertilizzanti). Inoltre, le acque di vegetazione sono espressamente indicate nel Dm 5 febbraio 1998 sul recupero agevolato dei rifiuti pericolosi, allegato 1, suballegato 1, punto 18.6 nei termini dianzi descritti. Si veda, a conferma, che la Cassazione ha stabilito: "L`autorizzazione allo scarico per i frantoi oleari, insediamenti produttivi, è sempre necessaria, dovendosi parificare i reflui ad acque reflue industriali, mentre la utilizzazione agronomica è sottoposta a disciplina e sanzioni distinte. Una cosa è, infatti, lo scarico, altra cosa è la utilizzazione eventualmente successiva a scopo agronomico di tutto o parte del contenuto dello scarico." 8 Ed ancora nella medesima sentenza: "La disciplina dettata dalla legge 11 novembre 1996 n. 574 in materia di utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione e di scarichi 8 Cass. pen., Sez. III, 17 gennaio 2000, n. 425

18 18 dei frantoi oleari non implica che lo scarico dei reflui provenienti da detti ultimi impianti non debba essere comunque autorizzato ai sensi della normativa generale in materia di tutela delle acque dall'inquinamento, ora contenuta nel Dlgs 152/99. La mancanza di tale autorizzazione rende quindi configurabile il relativo illecito penale". E la Cassazione ha chiarito anche equivoci su forme alternative di riutilizzo: "L incenerimento di sansa esausta nella caldaia di un oleificio senza preventiva autorizzazione regionale costituisce condotta punibile ex art. 51, lett. A), del D.L.vo n. 22/97. " 9 Facendo riferimento ai principi sopra riportati della Cassazione, si sottolinea che del tutto diversa ed autonoma da tale costruzione giuridica è quella seconda e successiva fase della "utilizzazione agronomica" degli effluenti di allevamento che è disciplinata in modo specifico dal Dlgs 152/1999 (anche a livello sanzionatorio). In altri termini, a nostro avviso, le norme che disciplinano l'utilizzazione agronomica si riferiscono alla fase finale dello smaltimento dei reflui e della loro destinazione alternativa. I due concetti non vanno confusi come spesso accade nella realtà delle cose concrete. E va ribadito che la disciplina della tipologia dell'insediamento non è inevitabilmente interconnessa con la disciplina dell'utilizzazione agronomica (comunemente indicata come "fertirrigazione"). Sul punto, ricordiamo che ancora la Corte di Cassazione ha ribadito tale concetto stabilendo che "la distinta autorizzazione alla fertirrigazione si riferisce alla successiva eventuale utilizzazione, totale o parziale, a scopo agronomico dei liquami e non incide sul fenomeno antecedente dello scarico dall'insediamento produttivo"; ed ancora che "l'autorizzazione allo scarico non va confusa con l'autorizzazione alla pratica della fertirrigazione ( ) che ubbidisce ad una logica diversa" Lo smaltimento illegale dei reflui oleari 7.1 Il problema E noto che lo smaltimento illegale dei reflui oleari costituisce un rilevante problema in quanto, in alternativa alle attività di regolare utilizzazione 9 Cass. Pen., Sez. III, 5 aprile 2000, n Cass. Pen., Sez. III, 26 ottobre 1999 n

19 19 agronomica, sussistono diffusi casi di sversamenti di tali materiali all esterno di ogni legale forma di gestione. I tipi di illegalita in questo settore sono di due tipi: le azioni di singoli soggetti committenti e singoli trasportatori che per evitare di raggiungere i siti di gestione autorizzati riversano i reflui oleari in tombini, pozzi, fiumi o terreni in modo disarticolato e puntiforme sul territorio; i sistemi di smaltimento illegali sviluppati a livello associativo ed organizzativo in modo sistematico e stabile, per favorire la gestione illecita in alternativa permanente agli impianti o destinazioni regolari. In ambedue i casi il danno è diffuso e rilevante sia per gli ambienti naturali sia per i depuratori comunali che vanno in avaria a causa del sopraggiungere improvviso di tali riversamenti a monte nel sistema fognario e sono costretti ad aprire un by-pass per il riversamento nel corpo idrico ricettore di quantitativi in esubero di liquami non depurati (relativi anche a reflui di altra natura non più trattabili dall impianto danneggiato). Dunque sulla costruzione giuridica di tali fenomeni, che nulla hanno a che vedere con la regolare utilizzazione agronomica dei reflui oleari, e con le attività delle aziende di frantoi oneste e corrette, dovremmo trovare la totale adesione in primo luogo della stessa categoria degli operatori del settore, giacche una cosa è il dibattito sulla natura giuridica sulla utilizzazione agronomica regolare (ove si possono avere opinioni diverse - ciascuna con i suoi punti di forza- ma il fine delle attività è comunque lecito e legale) ed una cosa sono le illegalita ed i fenomeni criminali ad esse connesse (ove la coesione per contrastare gli smaltimenti illegali dovrebbe essere collettiva e trasversale). Riteniamo infatti che sia improbabile sostenere che chi smaltisce in modo illegale i reflui oleari creando danni ambientali debba essere esente da sanzioni o al massimo artefice di microilleciti amministrativi di poco inferiori, come conseguenze pratiche per l autore, all omesso allaccio delle cinture di sicurezza in auto.

20 Gli smaltimenti illegali sono del tutto estranei alla utilizzazione agronomica e dunque cessa la deroga La chiave di volta è tutta nella citata locuzione utilizzo agronomico cioè spandimento sul suolo a beneficio dell agricoltura, che è posta alla base della normativa di deroga (legge 11 novembre 1996, n. 574 che reca Norme in materia di utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione e di scarichi dei frantoi oleari ). Dunque, va sottolineato il campo di applicazione di tale legge: utilizzo agronomico delle acque di scarico dei frantoi (e non gestione dei rifiuti derivanti dalla lavorazione delle olive). Va sottolineato altresì che la legge in deroga non disciplina sempre e comunque i reflui oleari, in ogni e totale aspetto, ma solo nel caso in cui vi sia la destinazione per l utilizzo agronomico. In tal caso verrebbe meno la norma generale e dovrebbe prevalere la norma speciale in deroga (in via totale secondo interpretazione diffusa, anche se noi abbiamo sopra sostenuto che tale deroga riguarda solo lo spandimento e non regredisce fino al momento della raccolta e del trasporto di tali materiali). Ma riteniamo che, in ogni caso, sia questa volta incontestabile che laddove non vi sia nessuna forma di reale utilizzazione agronomica, e cioe i reflui oleari sono destinati verso forme di smaltimento illegale, la norma in deroga sulla utilizzazione agronomica non ha ragione di entrare in applicazione perche non vi e utilizzazione agronomica! Dunque se non scatta la norma in deroga, si applica la norma di base generale: il Dlgs 22/1997 se i reflui sono riversati in vasca; il Dlgs 152/1999 se vi è scarico mediante canalizzazione diretta verso un corpo ricettore (secondo l ordinario confine di disciplina tra le due norme sopra tracciato). Sarebbe veramente illogico sostenere che la legge 11 novembre 1996, n. 574 relativa alla utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione e di scarichi dei frantoi oleari rappresenti la legge che in ogni caso disciplina i reflui oleari, anche al di fuori della loro utilizzazione agronomica. In questo caso, la rubrica della legge che avrebbe dovuto essere riferita a Disciplina delle acque di vegetazione e di scarichi dei frantoi oleari in via generale. In realtà tale norma disciplina solo l eventuale caso in cui tali materiali vengano indirizzati verso tale utilizzazione agronomica. Se tale indirizzo non esiste, la legge 574/1996 non si applica. Mentre restano a disciplinare il settore i due decreti legislativi in materia citati.

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