MGS DON BOSCO 2015 PERCORSI PELLEGRINAGGI POMERIDIANI

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1 MGS DON BOSCO 2015 PERCORSI PELLEGRINAGGI POMERIDIANI MATERIALE STORICO E SPIRITUALE Basilica di Maria Ausiliatrice Percorso 1: Valdocco e Don Bosco storico MB 5, Chi può descrivere quanto D. Bosco amasse la Madonna! Dopo il SS. Sacramento la sua prima devozione era quella a Maria Santissima: sembrava non vivesse che per Lei. Egli, nelle novene delle feste di Maria, ogni sera faceva un sermoncino, parlava di una virtù o di una caratteristica della Madonna, narrava una grazia ottenuta da Lei, e sempre consigliava un fioretto da tradursi in pratica in suo onore. Non lasciava che si avvicinasse una festa della Madonna senza annunziarla. In queste occasioni, consigliava e promuoveva una maggior frequenza ai Sacramenti (e lui stesso confessava per molte ore) e quando nella festa non poteva predicare lui, aveva cura che venisse invitato un predicatore, che sapesse far infiammare i cuori per Maria. Ai giovani esterni dell'oratorio festivo raccomandava di recitare tutti i giorni la terza parte del Rosario e desiderava che, piuttosto che tralasciarlo per mancanza di tempo, lo recitassero anche durante il lavoro, oppure nell'andare o nel ritornare dalle fabbriche. Egli assicurava che il santo Rosario è un mezzo meraviglioso per ottenere la virtù della purezza ed è una difesa sicura contro le insidie del demonio. Era l'apostolo di tutte quelle pratiche di pietà che sapeva essere gradite alla gran Madre di Dio. Lui stesso, inoltre, sempre incominciava, proseguiva e finiva tutte le sue opere invocando la protezione di Maria. La devozione di don Bosco a Maria era forse la caratteristica più evidente della sua spiritualità. Fin dal sogno dei 9 anni, lui sentì forte e potente la presenza della mamma del Cielo nella sua vita e nella sua missione. Tutte le sue iniziative e tutte le sue intuizioni, le affidava a Maria e si lasciava da lei guidare. Alla fine della sua vita dirà, senza mentire, che tutto ciò che è stato fatto è opera di Maria e che se avesse avuto ancora più fiducia in lei, avrebbe realizzato davvero molto di più. Durante la sua vita, don Bosco volle costruire tre monumenti alla Madre di Dio, come dimostrazione forte e affettuosa della sua devozione per lei. Nel 1863 iniziò la costruzione della Basilica dedicata a Maria Ausiliatrice. Nel 1869 fonda una associazione di fedeli, che raduna molte persone devote a Maria: l Associazione dei Devoti di Maria Ausilatrice (ADMA) Nel 1872, nel fondare le suore Figlie di Maria Ausiliatrice vuole che siano un monumento vivente a Maria aiuto del Cristiani. La basilica La basilica attuale è il risultato di diversi lavori di ampliamento. Iniziata nel 1863, la costruzione della prima chiesa finì nel Venne consacrata dal vescovo di Torino, Riccardi, il 9 giugno. Una chicca della giornata fu il vespro solenne cantato, in cui venne eseguita l antifona Sancta Maria succurre miseris di d. Giovanni Cagliero. Tre cori cantavano contemporaneamente, disposti in tre zone diverse della chiesa: 150 uomini, in presbiterio, a rappresentare la Chiesa terrena; 200 voci bianche, sulla cupola, a rappresentare la Chiesa celeste; 100 uomini, sulla balaustra dell organo, rappresentavano la Chiesa purgante. 1

2 Un primo ampliamento e abbellimento della basilica venne fatto da don Rua, a fine secolo. Un secondo ampliamento venne richiesto da don Ricaldone, negli anni trenta, per allargare la chiesa e renderla come la vediamo adesso. La facciata esterna è dell architetto Spezia e richiama, con uno stile neoclassico, le forme del veneziano Palladio. Questo stile era inusuale per l epoca e per Torino (molto più influenzata dal barocco), ma rispondeva all idea di don Bosco per cui la devozione a Maria Ausiliatrice non era locale, ma si sarebbe espansa a tutto il mondo. Il dipinto grandioso di Maria è del pittore Lorenzone e traduce in colori l immagine di Maria, Vergine Potente, che aveva don Bosco: la Vergine, nel cuore della Trinità, in mezzo al coro degli Angeli, regina degli apostoli e degli evangelisti, che veglia sulla Chiesa (Pietro e Paolo) e su Torino. Il pittore impiegò tre anni per completare il dipinto e alla fine, contemplando il suo lavoro, scoppiò in pianto dicendo che non era possibile fosse opera sua. Maria aiuto dei Cristiani Due sono gli eventi principali che vedono la Madonna schierarsi come vergine potente al fianco dei cristiani contro i nemici della Chiesa: battaglia di Lepanto (1571): gli eserciti cristiani, riuniti attorno alla Lega Santa, dopo aver affidato le sorti della battaglia alla Vergine, riuscirono a bloccare l avanzata degli ottomani battaglia di Vienna (1683): dopo mesi di assedio l imperatore con i suoi alleati riuscì a sconfiggere i turchi che volevano entrare in Europa. il beato Marco d Aviano, chiamato come diplomatico per l occasione, aveva detto che solo un intervento di Maria poteva risolvere la situazione. Don Bosco ben sapeva che la Chiesa, sempre attaccata da ogni parte dai nemici della Verità, potrà sempre contare sull intercessione di Maria. Per questo, anche sulla cupola della basilica, sono rappresentati questi episodi. Casa e cappella Pinardi Quando nel marzo del 1846 don Bosco, accompagnato da Pancrazio Soave e da Francesco Pinardi, visita per la prima volta la tettoia appoggiata sul lato nord di casa Pinardi, rimane senza parole e sulle prime rifiuta la proposta: Non mi serve: è troppo bassa. Ma, per le insistenze del Pinardi che si dice disposto ad adattare l'ambiente, don Bosco cede. La cappella Pinardi, affittata per 320 lire annue, contava tre locali: la cappella vera e propria e due stanze più piccole, adibite una a sacrestia e l altra a deposito e piccola sala lavoro. La tettoia Pinardi fu usata come cappella per sei anni, cioè fino al 20 giugno 1852, data di inaugurazione della chiesa di san Francesco di Sales. Successivamente venne adibita a sala di studio e di ricreazione ed anche a dormitorio. Nel 1856 la si demolì, insieme alla casa Pinardi. Sull area occupata dall antica chiesetta venne ricavato il refettorio per don Bosco e per i primi Salesiani: così venne utilizzata fino al In quell anno, infatti, il rettor maggiore del salesiani, Filippo Rinaldi, volle trasformare l ambiente in cappella, per mantenere la memoria dell antico utilizzo. Sulla parete dietro all'altare, una tela del pittore Paolo Giovanni Crida rappresentante la Risurrezione di Cristo. La scelta del tema vuole ricordare la Pasqua del 1846, giorno in cui Don Bosco arrivò a Valdocco con i ragazzi e inaugurò l'antica cappella Pinardi. La Pasqua è anche un immagine efficace della santità giovanile proposta a Valdocco: una vita liberata dal peccato e rigenerata nella grazia del Risorto, piena di gioia e di luce. Una fascia di piccole croci avvolge tutta la cappella: le nostre croci quotidiane, unite a quella di Gesù, sono strumenti di purificazione personale e di trasformazione cristiana dell'ambiente. A destra dell'altare è collocata la statua di Maria Consolata: riproduce l antica statua, presente fin dal 1847 ed ora conservata nel museo delle camerette di don Bosco: è l unico oggetto rimasto della cappella originaria. Era stata comprata da don Bosco per 27 lire, molto economica perchè fatta di cartapesta. I 2

3 giovani dell Oratorio la portavano in processione nei dintorni della cappella, che all epoca erano solo prati e campi, con qualche casetta di contadini e due osterie. Sulla parete di fondo, dove anticamente c era l'entrata della tettoia-cappella, un'artistica lapide sintetizza la fase itinerante dell'oratorio. Un'altra lapide, sulla parete sinistra ricorda l'ospitalità concessa da don Bosco ad Achille Ratti, il futuro papa Pio XI, che avrà la sorte di beatificarlo nel 1929 e proclamarlo santo nel Una terza lapide commemora la presenza di don Bosco che qui pregò e celebrò, dispensando ai suoi giovani i divini misteri e poi per circa trent'anni, tra queste pareti, divise coi suoi figli il pane della Provvidenza mentre dava loro a gustare anche le dolcezze della sua paternità. Attività: Prega Maria Consolata per qualcuno che ne ha bisogno. Scrivi la tua intenzione di preghiera e affida il bigliettino alla Madonna lasciandolo vicino alla sua statua. CAMERETTE DI VALDOCCO Memoria di Don Bosco Storia delle camere Nel 1929, don Filippo Rinaldi decise di aprire al pubblico le stanze in cui don Bosco abitò. Si costruì una scala interna e le camere e la cappella privata furono ammobiliate con gli arredi superstiti. La prima stanza fu usata dal Santo tra il 1853 e il All interno è presente una riproduzione del cartello su cui era scritto il motto salesiano: Da mihi animas ceteras tolle e un effigie di Domenico Savio. Questa stanza, inoltre, fungeva da economato e biblioteca. Nella seconda stanza il 26 gennaio 1854, don Bosco, di fronte ad alcuni giovani discepoli tra cui Michele Rua, disse: Con l aiuto di Dio vi invito a formare con me una Società. Ci chiameremo Salesiani. Proprio qui, per la prima volta, risuonò la parola Salesiani. Qui don Bosco scrisse le prime regole dei Salesiani e Michele Rua pronunciò i suoi voti. Di fronte si trova la terza stanza. Qui, don Bosco si trasferì nell ampliamento dell edificio del Al suo interno si possono osservare il suo scrittoio, il suo mappamondo e un divano, sul quale Michele Rua dormì per vent anni. Nella quarta stanza è sistemato l altare su cui don Bosco celebrava la Messa quando era troppo debole per scendere in chiesa durante la sua malattia. Nella quinta stanza è ancora presente il letto su cui don Bosco spirò. Era l alba del 31 gennaio La Spiritualità È il luogo della memoria, custodisce gli elementi sintesi della santità di don Bosco, e ce lo consegna come, uomo del lavoro, e lavoro santificato; nonostante la malattia lo consumasse, dormì per una vita intera, appena cinque ore per notte e una notte la passava in bianco, seduto al tavolino, a scrivere libretti per i suoi cari giovani, articoli, riviste, lettere ai benefattori, la Regola della nascente Congregazione salesiana. Il lavoro non è di per se fonte di santità, ma lo diventa, se è fatto non per cercare prestigio e gloria personale, se non è per riempire unicamente le proprie tasche. Don Bosco ha lavorato fino a consumarsi! Il medico che lo visiterà prima della morte dichiarerà: è come un vestito logoro!. Tutto questo don Bosco lo ha fatto, sempre e solo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, e ancora oggi ripete convinto: lavoriamo tanto, lavoriamo di cuore, Iddio saprà ripagarci! L eternità sarà abbastanza lunga per riposarci. Le camerette sono anche il luogo dell ascolto e della confidenza: ricordano le ore passate a dialogare con chi passava a bussare alla sua porta, la buona parola detta all orecchio di chi passava a trovarlo, oppure detta dalla cattedra della buona notte. Don Bosco era uomo attento e di cuore, che pazientemente teneva occhi aperti e orecchi tesi, cuore pronto per intuire sogni, speranze e difficoltà dei suoi amatissimi figlioli in Gesù Cristo, e per sé e per loro invoca l aiuto di Dio, perché sa che l educazione è cosa di Cuore, e noi non potremmo riuscire in cosa alcuna se Iddio non ce ne desse le chiavi. Infine le camerette, ci ricordano don Bosco, come uomo capace di santificare la sofferenza, perché offerta a Dio: negli ultimi anni di vita deve sopportare disturbi, e infermità grandi, che gli impedirono perfino di continuare a lavorare e di intraprendere lunghi viaggi (era uomo che viaggiava da Barcellona a Roma, a Parigi ) non potendo 3

4 scendere in Chiesa, né in cortile, dal balcone osserva la ricreazione dei suoi figli e dall alto, a ciascuno sorride e benedice. Offre e soffre per loro. Nell ultimo periodo della vita, fatica a camminare, deve essere portato su una sedia; addirittura gli si allestisce un piccolo altare, dove ogni giorno con fatica celebra messa. Nei suoi ultimi giorni, è il suo letto a divenire altare, dal quale si offre a Dio, lasciando detto ai suoi figli Vi aspetto tutti in Paradiso Il segno oggi Nel luogo dove risuonò per la prima volta il nome salesiani, qui dove don Bosco, con un pugno di ragazzi, mise nero su bianco, e firmò l inizio di questa magnifica storia, Facciamo la nostra professione di fede missione salesiana e offriamoci a Dio perché non solo continui, ma fiorisca sempre più: Credo in Te, Signore, che nel tuo Cuore di Padre, hai suscitato Don Bosco e a tua immagine lo hai fatto Padre, Maestro, ed amico dei piccoli e degli ultimi. Credo in Gesù tuo Figlio, sorgente di ogni allegria e gioia vera. Credo nello Spirito Santo, forza e luce, a cui mi affido e chiedo di farmi, come i primi ragazzi che qui, seguirono don Bosco, portatore del suo spirito ad ogni giovane del mondo. Maria Santissima mi aiuti ad essere, nella forma e nel modo in cui posso a fare mia la missione salesiana. Amen (Può essere trascritta in un quaderno, e terminata la recita della preghiera i pellegrini ad uno ad uno passano a sottoscrivere la professione di fede). Chiesa di San Francesco di Sales Il numero dei ragazzi dell Oratorio continuava a crescere e la cappella Pinardi divenne presto insufficiente ad accoglierli. Don Bosco costruì allora la Chiesa di san Francesco di Sales che fu benedetta il 20 giugno Possiamo definire questa chiesa la porziuncola salesiana, perchè fu il centro dell attività salesiana per 16 anni, fino alla costruzione della Basilica avvenuto nel Molti sono gli episodi che rendono questa chiesa cara al mondo salesiano: in questa chiesa celebrò nel 1860 la sua prima messa il beato Michele Rua (questo avvenimento è ricordato con un affresco sulla parete destra) e due anni dopo di lui anche Giovanni Cagliero e Giovanni Battista Francesia. Qui don Bosco celebrava, predicava e confessava. Qui proponeva ai suoi ragazzi dei modelli di vita, a partire dalla Vergine Maria, San Luigi Gonzaga (che a quel tempo era il modello di santo giovane ), san Giuseppe (la sua statua era collocata tra l altare maggiore e quello di san Luigi) fino al protettore principale san Francesco di Sales dal quale don Bosco ha preso il nome per la sua congregazione. Qui, sotto la protezione della beata Vergine Maria (l altare a destra) e imitando l esempio di san Luigi Gonzaga (l altare a sinistra) crescevano i ragazzi nella santità quotidiana. Alla destra di san Luigi si trova la tela dei suoi tre grandi imitatori: San Domenico Savio, Francesco Besucco e Michele Maggone. Tre giovani completamente diversi tra loro, che non si sono mai incontrati, che sono vissuti a Valdocco in anni diversi ma che, tutti, sono diventati d esempi per gli altri. Don Bosco stesso scrisse subito dopo la loro morte le loro biografie e le diffondeva tra i ragazzi proponendoli come modelli di santità. Dell'altare maggiore si conservano ancora il tabernacolo e l altare con le "scaffe", cioé i ripiani per i candelieri, ridotti però da tre a due. Ricordiamo che questo tabernacolo è stato benedetto da don Bosco il 7 aprile Don Bosco ripeteva spesso ai suoi giovani che le colonne della vita spirituale sono i sacramenti dell'eucaristia e della Penitenza, celebrati con impegno e con frequenza regolare. Con questi due mezzi egli trasformò tanti poveri ragazzi in giganti dello spirito. Il coretto, dietro l'altar maggiore, nel quale si trovavano alcuni banchi, era il luogo preferito da Domenico Savio per la preghiera di ringraziamento dopo la Comunione, di fronte al tabernacolo (la cui porticina è originale). Un giorno, durante il ringraziamento, avvenne una delle estasi descritte da don Bosco nella vita del santo giovane e oggi ricordata anche sulla parete destra del presbiterio. Accadde un giorno che Domenico mancò dalla colazione, dalla scuola, e dal medesimo pranzo, e niuno sapeva dove fosse; nello studio non c'era, a letto nemmeno. Riferita a don Bosco tal cosa, gli nacque 4

5 sospetto di quello che era realmente, che fosse in chiesa, siccome già altre volte era accaduto. Entra in chiesa, va in coro e lo vede là fermo come un sasso. Egli teneva un piede sull'altro, una mano appoggiata sul leggio dell'antifonario, l'altra sul petto colla faccia fissa e rivolta verso il tabernacolo. Non muoveva palpebra. Lo chiama, nulla risponde. Lo scuote, e allora gli volge lo sguardo, e dice: - oh è già finita la messa? - Vedi, soggiunse don Bosco mostrandogli l'orologio, sono le due. Egli domandò umilmente perdono della trasgressione delle regole della casa, ed don Bosco lo mandò a pranzo, dicendogli: - se taluno ti dirà: da dove vieni? Risponderai che vieni dall'eseguire un mio comando. Attività: Sull esempio di san Domenico, fermati un pò in silenzio davanti al tabernacolo e ringrazia il Signore per i beni ricevuti, sopratutto per il dono supremo dell Eucaristia. Il Cortile del primo oratorio Davanti alla casa Pinardi, che don Bosco negli anni acquistò per farne la sua abitazione, le sale per la scuola, le camerate per i ragazzi, c era il cortile, dove i ragazzi vivevano le ricreazioni e i numerosi momenti di svago e di divertimento. Oltre al terreno, calpestato dalle corse dei ragazzi, c erano anche l orto di mamma Margherita e la pompa d acqua. L orto di mamma Margherita Dietro la casa Filippi, in fondo al cortile, mamma Margherita si era fatta un piccolo orticello. Da buona massaia, pensando di dover dare da mangiare a tanti poveri ragazzotti scalmanati, metteva tutta la sua buona volontà nel seminare e coltivare insalata, aglio, cipolle, piselli, fagioli, carote, rape e molte altre verdure e spezie, come menta e salvia. Questo orto fu causa di molte gioie, ma anche di molte delusioni, per mamma Margherita, che doveva contendere il terreno con i ragazzi, desiderosi di ampliare il loro terreno di giochi. MB 3, In quel periodo il Piemonte era in guerra, e in oratorio 40 arrivavano gli echi delle battaglie che i soldati torinesi combattevano vittoriosi. Uno dei giochi preferiti dei ragazzi era quello di simulare grandi battaglie e guerriglie: si costruivano finti fucili di legno, il governo aveva regalato delle vecchie divise militari ( forse era una campagna pubblicitaria subliminale), suonavano la tromba per le adunate. Ebbene: era un giorno di festa, i giovani si divisero in due schieramenti e allo squillo di tromba di Brosio Giuseppe, ex bersagliere, diedero l inizio ai combattimenti. Al vederli era proprio uno spettacolo: evoluzioni, avanzate, ritirate mancava solo il tuonare dei cannoni e lo schioppettìo dei fucili per scambiarla con una vera e propria battaglia. I più piccoli, ai lati del cortile, battevano le mani entusiasti e gridavano a squarciagola incitando i loro eroi. Presi dal furore e dall entusiasmo, non risparmiarono neanche l orticello di mamma Margherita, che fu travolto dalla baraonda. Al termine della battaglia, delle verdure della buona mamma non rimanevano che poche pianticelle, tutte stropicciate e senza più neanche le foglie. Al vedere quello spettacolo, mamma Margherita disse a don Bosco Hai visto, il tuo bravo bersagliere cosa mi ha combinato? E don Bosco, sospirando: madre, che vuoi farci? sono giovani! 5

6 La pompa d acqua Al fondo del primo cortile di Valdocco, vicino ai portici, c era una pompa d acqua che con la sua acqua fresca ha dissetato migliaia e migliaia di ragazzi nelle ricreazioni e nelle giornate afose. Oggi al suo posto c è una fontanella che continua quel prezioso servizio. La pompa d acqua era un punto strategico del cortile: tutti i ragazzi passavano di lì. La colazione, per esempio, consisteva in una pagnotta distribuita ai giovani nell'uscire di chiesa. Essi, ricevutala, correvano alla pompa a "bagnare la pagnotta", e quell'acqua costituiva l'unico condimento. Don Bosco considerava la pompa d acqua anche una buona risorsa educativa, come insegnò una volta a don Vespignani. N. Cerrato, Don Bosco, Don Giuseppe Vespignani, giovane prete, era appena arrivato a Valdocco, ed gli era stata data una uomo tra gli uomini classe di catechismo di 120 ragazzi. Ma le prime lezioni furono un disastro: lui cercava di studiare ma i ragazzi chiacchieravano, ridevano, scherzavano, non lo ascoltavano. Disperato, si rivolse a don Bosco e gli chiese un consiglio. Don Bosco sorrise: - come mai sei così pauroso da spaventarti davanti ad un centinaio di ragazzi? - non so non ascoltano, sembra quasi che mi ignorino - ma tu li conosci? - non ancora tutti - ecco disse don Bosco il problema è questo: tu non li conosci ancora, e loro non conoscono ancora te. Diventa loro amico e vedrai che le cose andranno meglio. - E come farò io a conoscerli e a farmi conoscere? - Oh bella! stai un po di più in mezzo a loro. - Ma dove, ma quando mettermi con loro? Io non sono fatto per giocare, correre, ridere non ho il carattere adatto. - Nessun problema: vai alla pompa, all'ora di colazione. Don Vespignani non capì subito il consiglio, ma si fidò di don Bosco e i mattini seguenti andò alla pompa: era proprio vero, tutti i ragazzi passavano per lì, chiacchierando, ridendo e scherzando. E così lui poteva attaccar bottone con loro, chiedere come andava la scuola, cosa facevano quella giornata, e in breve tempo conosceva tutti i ragazzi e divenne loro amico. La lezione successiva di catechismo, la domenica seguente, fu tutta un altra musica! Tipografia Don Bosco ebbe sempre a cuore la buona stampa, sia religiosa che di intrattenimento culturale: in un epoca di feroce anticlericalismo ebbe l idea di mettere in piedi una tipografia per contrastare le idee liberali del tempo. Don Bosco è sempre stato un grande comunicatore, preoccupato soprattutto di farsi capire dal popolo, dalla gente semplice. Un altro scopo, non meno importante, che lo spinse a intraprendere questa impresa, pur non disponendo dei mezzi economici, fu quello di avviare i giovani ad un mestiere con cui guadagnarsi onestamente da vivere. Dalle Memorie biografiche : era il 1854 quando un giorno portò ai suoi alunni alcuni fogli stampati di un libro intitolato Angeli Custodi. Si sedette al tavolo con loro e iniziò a piegarli, poi chiese a sua mamma di cucirli. Nacque così il primo laboratorio di legatoria e prese il via l avventura di quella che oggi è la Scuola Grafica Salesiana. 6

7 Il 31 dicembre 1861 ottenne dal Prefetto di Torino la licenza di aprire la tipografia dell Oratorio di San Francesco di Sales, con direttore il cav. Oreglia. Essa entrò in competizione con le migliori tipografie della città: quattro torchi; dodici macchine mosse prima dal vapore, poi dal gas e infine dall energia elettrica; fonderia dei caratteri, ecc... Nel 1876, don Bosco affiancò alla tipografia di Valdocco quella di Sampierdarena a Genova e aprì delle librerie. Nel 1870 la tipografia fu invitata alla mostra didattica di Napoli dal provveditore agli studi di Torino, il professor Garelli. Nel 1884 partecipò all Esposizione Nazionale dell'industria, della Scienza e dell'arte a Torino, dove espose tutto il laboratorio per la produzione dei libri, facendo vedere tutti i passaggi: dai grezzi stracci al libro rilegato e finito. Successivamente, nell esposizione italiana a Londra, a Bruxelles, a Colonia, a Edimburgo e all Esposizione universale di Barcellona, arrivarono altri riconoscimenti per la sua tipografia. L attività tipografica e le scuole tipografiche col tempo furono affidate ai coadiutori (Salesiani non sacerdoti) che seppero incrementare e raffinare l opera di don Bosco, acquisendo in modo sorprendente l arte della stampa. Oggi, in un regime di corresponsabilità, si continua l opera grazie all aiuto di molti laici che con professionalità e dedizione portano avanti il sistema educativo salesiano. Attualmente le Editrici salesiane operano in tutto il mondo nel campo dell educazione, dell evangelizzazione, della catechesi, della formazione e istruzione. Esse sono impegnate a favorire l annuncio del vangelo e ad accompagnare la scoperta e il maturare della fede. Ad educare al senso critico, estetico, morale e a promuovere l apertura al religioso oltre a far maturare nelle persone i valori cristiani. Il 23 febbraio 2014 è stata inaugurata la mostra "Tipografia Salesiana di don Bosco", alla presenza dell emerito Rettor Maggiore don Pascual Chavez, aggiungendo, cosi, un altro tassello per conoscere l enorme attività di don Bosco: il suo grande impegno per la Buona Stampa. La mostra serve a ricordare, proprio in questo stanzone costruito da lui, la sua prodigiosa attività di editore e di tipografo in favore dei giovani che in questo mestiere hanno potuto trovare un futuro sostenibile e bello per la loro vita. Ci sono macchinari comprati e fatti funzionare lui presente, esempio una Koenig & Bauer, che a quel tempo erano all avanguardia. domande per riflettere Questi luoghi, oggi, suscitano un monito: La mia casa di provenienza è casa che avvia alla vita? Don Bosco volle il meglio per quei ragazzi tanto bisognosi: noi siamo animati dai medesimi sentimenti? Questa grande opera non sarebbe mai andata in porto senza la presenza dei Salesiani Coadiutori: Conosciamo la figura del consacrato Coadiutore? proposta di una preghiera da fare alla partenza della tappa Dato che il patrono dei coadiutori è san Giuseppe e le tipografie e scuole professionali sono sotto la sua protezione; affidiamo alla sua intercessione le nostre ispettorie di provenienza. AVE GIUSEPPE 7

8 Ave Giuseppe, uomo giusto, la Sapienza è con te. Tu sei benedetto fra tutti gli uomini, e benedetto è il frutto di Maria, tua sposa fedele, Gesù. San Giuseppe, degno padre putativo di Gesù, prega per noi peccatori, ed ottienici la divina Sapienza, adesso e nell'ora della nostra morte. AMEN. ( se si vuole fare una attività: preavvertendo si può anche fare una prova di come funzionano le macchine) Casa Moretta (Area dell'attuale chiesa "Succursale"; piazza Maria Ausiliatrice, n. 15/A) In piazza Maria Ausiliatrice, sulla destra di chi guarda il Santuario, c'è una chiesina chiamata «la Succursale». Al suo posto, nel 1846 sorgeva una casa in proprietà del sacerdote Moretta. Don Bosco insieme al teologo Borel ne affittò tre stanze nel novembre 1845, e vi trasferì il suo Oratorio sfrattato dai Molini Dora. Casa Moretta aveva cantina e stalla, nove stanze abitabili al pian terreno e altre nove al piano superiore, alle quali si accedeva da un lungo ballatoio. «Passammo quattro mesi angustiati pel locale ricorda don Bosco ma contenti di poter almeno in quelle camerette raccogliere i nostri allievi, istruirli e dar loro comodità specialmente delle confessioni. Anzi in quello stesso inverno abbiamo cominciato le scuole serali. Era la prima volta che nei nostri paesi si parlava di tal genere di scuole; perciò se ne fece gran rumore, alcuni in favore, altri in avverso». Le scuole serali erano uno sviluppo delle scuole domenicali già avviate al Rifugio. Nelle tre stanze di casa Moretta si radunavano per la scuola circa duecento allievi, pigiatissimi. Don Bosco e il teologo Borel sono stati aiutati in questo impegno da don Luigi Musso e da altri due teologi. Ma, aumentando le classi, don Bosco trovò modo di farsi aiutare da un gruppo di giovani studenti della città ai quali egli faceva ripetizione in cambio dell'aiuto prestato: Questi miei maestrini scrive don Bosco allora in numero di otto o dieci, continuarono ad aumentare in numero, e di qui cominciò la categoria degli studenti. Don Bosco ricorreva anche a persone adulte volenterose, in genere artigiani e piccoli commercianti della città, che possiamo considerare come i primi suoi cooperatori. I risultati di queste scuole serali erano molto positivi: Le scuole serali producevano due buoni effetti: animavano i giovanetti ad intervenire per istruirsi nella letteratura, di cui sentivano grave bisogno; nel tempo stesso davano grande opportunità per istruirli nella religione, che formava lo scopo delle nostre sollecitudini. Questi consolanti sviluppi dell'attività oratoriana erano però amareggiati da una serie di accuse e di incomprensioni: «Taluni chiamavano don Bosco rivoluzionario, altri il volevano pazzo oppure eretico. La ragionavano così: Questo Oratorio allontana i giovanetti dalle parrocchie (...). Don Bosco mandi i fanciulli alle loro parrocchie e cessi di raccoglierli in altre località». Quest'ultima accusa venne presto chiarita con i parroci della città: si fece loro notare come i giovani dell'oratorio erano stagionali e non si inserivano in alcuna struttura parrocchiale; i parroci allora comprendevano ed incoraggiavano don Bosco a proseguire. Ma le altre dicerie ed incomprensioni continuarono. Nelle tre stanze di casa Moretta don Bosco ci si fermò per quattro mesi circa, finché, alla fine di febbraio, don Moretta si vide costretto a licenziare l'oratorio per le proteste degli altri inquilini della casa. Nel 1875, però, don Bosco ricomprerà la vecchia casa Moretta e il terreno, per fondarvi l'anno successivo il primo Oratorio femminile affidandolo alle Figlie di Maria Ausiliatrice. PROPOSTA: visita al Parrocchia di Maria Ausiliatrice (Chiesa Succursale) e recita di un Ave Maria 8

9 L oratorio di Don Bosco al RIFUGIO DELLA BAROLO (VIA COTTOLENGO, 26 TORINO) Un po dopo il mezzodì ecco una turba di giovanetti di varia età e diversa condizione correre giù in Valdocco in cerca dell oratorio novello (MO, 131) Quando don Bosco fu presentato dal teologo Borel alla marchesa Barolo, questa si rese subito conto delle doti di cui il giovane sacerdote era fornito. Nei giorni immediatamente precedenti al 20 ottobre 1844, don Giovanni Bosco trasferì la sua abitazione al Rifugio. La camera a lui destinata si trovava sopra il vestibolo della prima porta d entrata al Rifugio, accanto a quella del teologo Borel e di don Pacchiotti. Così la domenica 20 ottobre avvenne il trasferimento dell oratorio al Rifugio. Far rinascere alla Vita... Il problema che stava a cuore alla Marchesa, era quello di offrire un alternativa alla via della prostituzione alle fragili ragazze di Torino. Fu così che nacque nel 1821 l'opera del rifugio in un edificio in Borgo Dora, acquistato dal governo ma ristrutturato a spese dei Barolo. L'istituto era aperto a tutte le donne, pentite, che attraverso il lavoro e la preghiera desiderassero reinserirsi nella società. Il lavoro era particolarmente importante perché non solo provvedeva al sostentamento delle ospiti, ma garantiva la costituzione di una specie di dote che esse potevano ritirare al momento di lasciare il Rifugio. Parliamone!!! Mi do qualche minuto per riflettere personalmente sulla prima domanda: Conosco delle persone, amici o ragazzi dell oratorio che vivono difficoltà a livello relazionale, affettivo, spirituale? Provo a condividere con il gruppo, su questa domanda: Sono capace come faceva don Bosco a farmi vicino a loro, non solo con la presenza, ma anche confidando una semplice parolina all orecchio? La riflessione si fa preghiera Da questo luogo che ci ispira al desiderio autentico di donarci agli altri, specialmente coloro che vivono tante povertà, della vita e del cuore; preghiamo insieme Maria, Ausiliatrice e consolatrice di ogni uomo, perché sostenga coloro che in questa sosta abbiamo ricordato. Ave o Maria... San Pietro in Vincoli A poca distanza dal Rifugio si trova il piccolo cimitero di san Pietro in Vincoli, costruito nel È una costruzione quadrangolare, con vasti portici sui tre lati interni e una cappella sul quarto; di fronte all'ingresso, allora come oggi, si estendeva un piazzale. Si trovava nell'estrema periferia della città e, per motivi di igiene, già dal 1829 si era cessato di seppellire i cadaveri in terra; fin verso il si continuarono però ad usare alcuni sepolcri di famiglia nei sotterranei. Il cimitero era di proprietà del Municipio che stipendiava un sacerdote per il servizio religioso della cappella e delle poche famiglie della zona. All'ingresso del cimitero compariva una piccola cappella funeraria al cui interno vi era una statua di stile neoclassico denominata La morte velata, in pratica una figura di donna con volto coperto da un velo che le conferiva l'aspetto di un fantasma con sembianze femminili. Tale statua fu realizzata nel 1794 dallo scultore Innocenzo Spinazzi in commemorazione della prematura morte (1792) della principessa russa ventottenne Varvara Belosel'skij, moglie dialeksandr Michajlovič Belosel'skij-Belozerskij, ambasciatore russo presso la corte sabauda. Nel 1975 la Velata fu trasferita, su decisione dell'ufficio tecnico del comune di Torino, nei sotterranei 9

10 della Mole Antonelliana a causa del degrado in cui versava la cappella e il cimitero di San Pietro, ma la leggenda vuole che di notte il suo fantasma passeggi ancora intorno al cimitero, e che qui porti i suoi inconsapevoli amanti. Il luogo parve adatto per le riunioni dell'oratorio: nella cappella si sarebbero potute celebrare le funzioni religiose e fare i catechismi; sul piazzale c'era spazio sufficiente per i giochi. A seguito di intesa verbale con le autorità municipali e con l'approvazione del cappellano don Tesio, la domenica 25 maggio 1845, don Bosco e il Borel vi portano i ragazzi dell'oratorio. Attività Visita alla mostra e ognuno per conte proprio ringrazia il Padre per i doni ricevuti. Cappella di san Martino ai Molassi «Ottenuto il permesso di usufruire della chiesetta dei Mulini Dora, la domenica 13 luglio 1845 l'oratorio spostò le tende». I Mulini Dora o Molassi, oggi non esistono più. Si trattava di un complesso notevole di edifici adibiti alla macinazione del grano, ma anche alla torchiatura delle olive e alla sfilacciatura della canapa. Nello stesso luogo si trovavano pure i forni comunali per la cottura del pane. Le ruote dei mulini erano azionate dall'acqua di un capace canale (Canale dei Mulini) che attingeva dal fiume Dora, ad alcuni chilometri di distanza. Dell'acqua di questo canale si servivano anche le varie piccole industrie che in quegli anni stavano sorgendo nella bassa periferia di Valdocco e Borgo Dora. La cappella di san Martino serviva per l'assistenza religiosa degli addetti ai Mulini, tutti dipendenti comunali, e delle loro famiglie. Il Municipio concedette al Borel e a don Bosco l'utilizzo della chiesetta soltanto dalle ore 12 alle ore 15 per i catechismi; proibiva però ai ragazzi di inoltrarsi nel recinto delle case de' Mulini e di disturbare le funzioni sacre celebrate a profitto degli impiegati tutti de' Molini. Il trasferimento e il memorando discorso tenuto nell'occasione dal teologo Borel ci sono stati tramandati con ricchezza di particolari: Qui don Bosco e i suoi si radunarono ogni domenica sino alla fine di dicembre 1845, ma solo per i catechismi pomeridiani. Per la Messa e le Confessioni ci si doveva spostare in diverse chiese dentro e fuori la città. Risale a quest'epoca il primo incontro tra don Bosco e Michele Rua, che aveva otto anni. Avvenne in settembre, presso il portico che oggi mette in comunicazione piazza della Repubblica e piazza Albera. In seguito alle proteste degli addetti ai Mulini, che non potevano tollerare i salti, i canti e talvolta gli schiamazzi dei ragazzi, la Ragioneria, nella seduta del 18 novembre 1845, fissò il termine della concessione al 1 gennaio I ragazzi in cerchio tenendosi per mano rivolgono una preghiera al Padre per ricordare le tappe compiute da don Bosco con i suoi ragazzi prima di trovare una stabile dimora. 10

11 Percorso 2: la missione salesiana oggi ORATORIO DI VALDOCCO l Oratorio di Don Bosco Storia dell Oratorio È il primo Oratorio fondato da Don Bosco, che proprio qui a Torino - Valdocco iniziò la sua opera nel lontano 12 Aprile del 1846, Santa Pasqua di Resurrezione. L'Oratorio festivo, nucleo dal quale si è sviluppata tutta l'opera di don Bosco, per un certo numero di anni fu una cosa sola con la Casa annessa. Durante la costruzione della Basilica, sia per il poco spazio a disposizione, congestionato dall'ingente numero dei giovani interni, sia per la mutata situazione socio-economica del quartiere, i giovani oratoriani esterni diminuirono notevolmente. Nei suoi inizi, vide una nuova primavera e un deciso rilancio sotto il rettorato di don Rua, che gli riservò un ampio spazio verso via Salerno (1899; terreno già proprietà Carosso), costruì un teatrino e ricavò in casa Carosso aule per il catechismo e le classi serali. Tra il 1852 e il 191 l'oratorio crebbe e si consolidò tanto che don Albera, secondo successore di don Bosco, ampliò il cortile e fece erigere lungo via Salerno, sul prolungamento del teatrino, una palestra con aule al piano superiore. Più tardi, sotto il rettorato di don Pietro Ricaldone, i poveri edifici su via Salerno vennero abbattuti e si costruì (nel ), su progetto del Valotti, l'attuale Oratorio. Da don Bosco ad oggi il borgo di Valdocco, sempre ricco di popolazione giovanile, ha assicurato e continua ad assicurare un ampio afflusso di giovani che mantiene la prima opera di don Bosco ancora attuale e viva. La Spiritualità dell Oratorio Sul modello del primo Oratorio di Valdocco, ogni oratorio, ed ogni casa salesiana è: Casa che accoglie, Cortile per incontrarsi da amici, Scuola che avvia alla vita Chiesa che evangelizza. Nella semplicità e nell allegria del gioco, nella gioia dell incontro, tipici di don Bosco, propone: Una spiritualità a misura dei giovani, specialmente dei più poveri, perché in ciascuno, c è un punto accessibile al bene, e Dio, è padrone dei cuori. Una spiritualità del quotidiano, che propone la vita ordinaria come luogo d'incontro con Dio. Una spiritualità pasquale della gioia nell'operosità, che sviluppa un atteggiamento positivo di speranza nelle risorse naturali e soprannaturali delle persone, e presenta la vita cristiana come un cammino di beatitudine. Una spiritualità dell'amicizia e relazione personale con il Signore Gesù, conosciuto e frequentato nella preghiera, nell'eucaristia e nella Parola. Una spiritualità di comunione ecclesiale vissuta nei gruppi e soprattutto nella comunità educativa, che unisce giovani ed educatori in un ambiente di famiglia attorno ad un progetto di educazione integrale dei giovani. Una spiritualità del servizio responsabile, che suscita in giovani e adulti un rinnovato impegno apostolico per la trasformazione cristiana del proprio ambiente fino all'impegno vocazionale. Una spiritualità mariana, che si affida con semplicità e fiducia al materno aiuto della Madonna. Il segno oggi Nel luogo dove l Opera Salesiana ebbe inizio, vogliamo ripetere lo stesso semplice gesto di preghiera e di affidamento che don Bosco propose e fece con Bartolomeo Garelli, così facendo affidiamo ogni salesiano che fin qui ci ha guidato, ogni casa salesiana che ci ha accolto, ogni giovane che con noi ha fatto un tratto di strada: AVE O MARIA, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne, benedetto è il frutto del tuo seno Gesù, santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell ora della nostra morte. Amen 11

12 Casa Maria Ausiliatrice, 35 Il primo oratorio femminile Come faremo, chiedevano le buone suore venute da Mornese a Torino, come faremo ad avere delle fanciulle per iniziare l'oratorio? E don Bosco sorridendo rispondeva: la Madonna ve le manderà! Uscite, andate per i viali: incontrerete certo delle bambine. Fermatele, chiedete il loro nome, dite loro una buona parola, regalatele una medaglietta e invitatele a venire a trovarvi con altre compagne. Vedrete...! Vedrete...! (da "L'oratorio di don Bosco", Fedel Giraudi, 1929) E quelle ragazzine davvero andarono a trovare le buone suore che avevano incontrato e portarono anche le loro amiche. Casa Moretta si riempì di giovani e così l'oratorio femminile iniziò a fiorire tra le mani buone e operose delle prime suore arrivate a Torino, sotto lo sguardo attento di don Bosco. Originariamente, infatti, le suore che arrivarono da Nizza aprirono l'oratorio a Casa Moretta, che tra le sue stanze aveva già visto passare don Bosco e i suoi ragazzi dell'oratorio itinerante nel Le lacrime che don Bosco aveva versato in quegli anni non andarono quindi perdute ma aprirono la strada per sr Elisa Roncallo, sr Caterina Daghero (poi madre generale per 43 anni) e le altre cinque suore che, quasi trent'anni dopo, si ritrovarono a lavorare fianco a fianco ai salesiani per la salvezza delle ragazze, non solo dei ragazzi. Sr Elisa Roncallo fu la prima direttrice dell'oratorio, è ricordata come donna incredibilmente generosa e profondamente salesiana. In ogni difficoltà pensava a cosa le avrebbe detto S. Maria Mazzarello se fosse stata a Nizza con lei: "Così vuole don Bosco e così bisogna fare!". I suoi grandi amori erano Dio e il prossimo e il suo cuore grande e dolce le meritò l'appellativo di "Madre buona". Le suore poterono contare sulla guida del loro amato co-fondatore, don Bosco, ma anche di don Rua, di don Francesia, di don Rinaldi. Tra le opere di quegli anni: l'unione ex-allieve, il circolo di cultura, la società ginnastica, la scuola di canto, la scuola professionale diurna, la scuola serale della buona massaia, il doposcuola e l'oratorio, l'orfanotrofio per le orfane di guerra. Nel 1910 la comunità delle FMA si trasferisce nella nuova casa costruita alla sinistra di Piazza Maria Ausiliatrice, dove è stato poi costruito il complesso di edifici tra cui si trova la Casa ispettoriale Maria Ausiliatrice del 35. Qui ha avuto sede la Casa generalizia dell'istituto fino al 1969, quando poi si è trasferita a Roma. Al 35 sono state poi ospitate le suore dello Juniorato, cioè le suore giovani che si dedicavano ad un periodo di studi pedagogici, e contemporaneamente è diventata la sede dell'ispettoria piemontese, della scuola elementare e del Centro di Formazione Professionale. Oggi le scuole si trovano al numero civico 27. Attività: Visita alla Mostra del carisma FMA in Italia Visita alla Mostra vocazionale Per un cammino vocazionale La Chiesa di San Giovanni Evangelista Tra il 1870 e il 1875, attraverso successivi atti d'acquisto, attraverso notevoli fatiche e vicende non sempre favorevoli, don Bosco riuscì ad allargare la proprietà dell'antico Oratorio di san Luigi fino ad avere a disposizione un'area di oltre 4000 mq. Il disegno del nuovo complesso venne affidato all'architetto vercellese conte Edoardo Arborio Mella ( ) che si ispirò allo stile romanico-lombardo dei secoli XI e XII. I lavori per la costruzione della chiesa iniziarono celermente nell'estate del Il 14 agosto dell'anno seguente si ebbe la posa della pietra angolare e nel dicembre del 1879 la struttura esterna era già terminata. In tre anni fu completata la decorazione interna e il 28 ottobre 1882 la chiesa poté essere solennemente consacrata. 12

13 L'edificio sacro risulta a pianta basilicale, di tre navate, con quella centrale doppia rispetto alle laterali, può contenere fino a 2500 persone. La chiesa, dedicata a san Giovanni Evangelista, fu voluta da don Bosco anche come monumento di gratitudine a Pio IX per la benevolenza sempre dimostratagli dal pontefice. Una grande statua del Papa, posta all'ingresso della chiesa, ricorda ancora oggi gli stretti legami spirituali tra il prete di Valdocco e Pio IX. Brevi indicazioni per la visita alla Chiesa La facciata è arretrata rispetto agli edifici vicini, si crea così un piccolo sagrato racchiuso da elementi architettonici che fungono da collegamento fra la chiesa e le costruzioni ad essa affiancate. Domina la facciata un campanile che raggiunge i 45 metri d'altezza. È strutturato su tre piani, sormontati da una piramide ottagonale su cui si eleva un globo con stella a dodici raggi, di rame dorato. I primi due piani, a pianta quadrata, sono alleggeriti rispettivamente da una trifora e da una quadrifora. Quello superiore, a pianta ottagonale, è traforato da una bifora e reso più slanciato da otto colonnette di pietra alte oltre sei metri. Sulla sommità di esso è collocato un concerto di cinque campane, inaugurate l'8 dicembre Sul portale d'ingresso si legge la scritta ianua coeli (porta del cielo), mentre nella lunetta sovrastante è raffigurato il Redentore seduto in cattedra, con le parole Ego sum via, veritas et vita (Io sono la via, la verità e la vita). Ancora più in alto, sopra la trifora, un mosaico rappresenta la gloria di san Giovanni. Nell interno, sulla destra varcato il portale, si incontra la grande statua di Pio IX, in marmo di Carrara, opera dello scultore milanese Francesco Confalonieri ( ). Il Papa è ritratto in atto benedicente, mentre con la mano sinistra porge il decreto di approvazione della Congregazione Salesiana. All'interno, sull'orchestra, era collocato l'imponente organo di 3600 canne, opera del cav. Giuseppe Bernasconi da Bergamo. Don Bosco lo inaugurò nel luglio del 1882 con una serie di concerti durati quattro giorni, che attirarono nella nuova chiesa non meno di persone, munite di apposito biglietto d'entrata. Lo strumento, in occasione del centenario della chiesa, è stato sottoposto a restauro, ampliato e collocato nell'ambulacro dietro L'altar maggiore. La navata centrale termina in un'abside semicircolare. La pittura del catino rappresenta Gesù in croce nell'atto di indicare a Maria l'apostolo Giovanni come suo figlio. Il dipinto, ad uso mosaico di ispirazione bizantina, è di Enrico Reffo. Allo stesso autore appartengono i medaglioni, collocati tra gli archi della navata centrale, nei quali sono effigiati i sette vescovi dell'asia Minore descritti nell'apocalisse di san Giovanni. Nelle ampie finestre circolari sottostanti alla calotta absidale sono dipinti a fuoco su vetro: san Giovanni Evangelista, san Giacomo, sant'andrea, san Pietro e san Paolo. L'opera è del milanese Pompeo Bertini. Il presbiterio era delimitato da una ricca balaustrata in pietra di Saltrio (ora conservata solo in parte) con artistiche cancellate in ferro. Il magnifico pavimento è in mosaico alla pompeiana. Gli altari laterali sono dedicati a san Domenico Savio (con quadro del Càffaro Rore, 1974), a san Giuseppe (del Reffo, 1882) e a san Francesco di Sales (del Bonelli), nella navata destra; al beato Michele Rua, a san Giovanni Bosco (del Crida, 1934) e al Sacro Cuore (sempre del Crida), nella navata sinistra. L'icona di don Bosco con l'ausiliatrice, che è quella esposta in san Pietro il giorno della canonizzazione (1 aprile 1934), ha sostituito un precedente quadro dell'immacolata. Attività Cosa ha suscitato nel mio cuore l ascolto-visita precendente? Che impegno nella mia realtà posso prendere? Lo offro al Signore in preghiera perché diventi concretezza nella mia vita! Il secondo oratorio di don Bosco a Torino Contesto storico, sociale e politico 13

14 La grande crisi economica che aveva colpito l'europa intera a partire dal 1815 viene lentamente superata alla fine degli anni Trenta e col 1840 si manifestano i primi segni di ripresa. Anche in Torino, la borghesia e le classi aristocratiche più aperte si impegnano in attività imprenditoriali, commerciali e finanziarie improntate su nuove basi, da cui scaturirà il futuro sviluppo industriale della città. L'inurbamento delle masse rurali, già manifestatosi per la crisi agricola, acquista dimensioni sempre crescenti. Prima è un fenomeno prevalentemente stagionale, poi, verso la fine del decennio, diventa migrazione definitiva e porta ad un rapido sviluppo demografico. Le tradizionali strutture civili e parrocchiali cittadine si trovano impreparate e non riescono ad integrare nel loro tessuto le prime ondate migratorie. La città in questi anni vede il sorgere di periferie popolari, l'impiantarsi di piccole aziende artigianali e dei primi opifici industriali, lo sviluppo di imprese commerciali di vario genere. Cresce numericamente il ceto povero della popolazione, fatto di manovali ed operai dipendenti non qualificati, per la maggior parte giornalieri, relegato nelle zone più misere. Bande di ragazzi e giovani, manovali o apprendisti, nei giorni festivi si riversano sulle piazze, nelle strade e sui prati delle periferie, sporchi, totalmente abbandonati, analfabeti, precocemente iniziati all'alcolismo, al furto e all'immoralità, destinati ad un triste avvenire. Borgo san Salvario è uno di questi nuovi borghi in espansione a ridosso della nuova stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova: è la periferia meridionale della città di Torino. L Oratorio di San Luigi (c.so Vittorio Emanuele II, n.13) In una domenica dell'agosto 1847, constatando il numero eccessivo dei ragazzi convenuti a Valdocco, don Bosco prospetta al Borel l'ipotesi dell'apertura di un secondo oratorio. Un numero notevole di giovani proviene dalle zone di piazza Castello, piazza san Carlo, Borgo Nuovo e san Salvario, percorrendo a piedi una distanza notevole: sembrerebbe opportuno scegliere una di quelle zone per realizzare il progetto. L'Oratorio viene inaugurato l'8 dicembre 1847 e intitolato a san Luigi. Nei primi dieci anni di attività si succedono diversi direttori secondo vicende alterne. Nel 1857 l opera giunge ad una stabilità con la direzione del giovane Leonardo Murialdo (ora San Leonardo Murialdo), lavorando a fianco di don Bosco, ne aveva assimilato il metodo e lo spirito. Egli prende in carico la direzione e il Santo di Valdocco gli affianca come assistenti e catechisti i suoi primi e più cari chierici: Michele Rua, Celestino Durando, Giuseppe Lazzèro, Francesco Cerutti, Francesco Dalmazzo, Giovanni Cagliero, Angelo Savio ed altri grandi Salesiani. Nella conduzione dell'oratorio vengono coinvolti anche molti laici qualificati. L'Oratorio si trova ben presto a dover fronteggiare l opera di propaganda messa in atto dai Valdesi che, con lo Statuto albertino del 1848, hanno ottenuto l'emancipazione piena. Essi, a poca distanza dal san Luigi, fissano il quartier generale e, più tardi, costruiranno il loro tempio, l'ospedale e altre opere sociali. Oggi sull antico luogo dell oratorio sorge la chiesa di San Giovanni Evangelista e l Oratorio San Luigi continua attualmente la sua attività nell edifico situato in via Ormea n.4. L opera è familiarmente detta San Giovannino. L opera e l oratorio oggi Accanto all'oratorio di san Luigi, e come suo naturale sviluppo, don Bosco volle erigere una chiesa ed un ospizio con scuola per giovani poveri ed abbandonati, al fine di rendere più efficace la sua opera educativa. Nel 1877 inizia la costruzione della Chiesa e nello stesso periodo, tra l edificio per il culto e i locali dell oratorio, sorge un collegio che in breve tempo accoglie 350 ragazzi. Entra in piena funziona dal 1844 e per i primi dieci anni ospita anche adulti che aspiravano alla vita salesiana sotto la direzione del beato Filippo Rinaldi, 3 successore di don Bosco.Nel 1894 l edificio è convertito in collegio con scuole elementari e ginnasiali; Negli anni gli edifici sono totalmente rinnovati e l ospizio annesso alla chiesa è stato trasformato in scuola elementare e media, l Istituto San Giovanni Evangelista; Nel 1995 l Istituto è ristrutturato e trasformato in collegio universitario; Nel 2000 il San Luigi viene nuovamente ristrutturato e nel 2001 viene creato, all ultimo piano, il Centro di Accoglienza Minori Stranieri non Accompagnati. L oratorio inoltre, con il progetto di Educativa di Strada, esce per le strade di San Salvario, del Valentino (Spazio Anch io) e dei Murazzi. Attività 14

15 Collegati al QR code con il tuo smartphone; Passeggia per l oratorio ascoltando con il cuore! Progetto SPAZIO ANCH IO Lo Spazio Anch Io è un area situata al parco del Valentino e gestita dall Oratorio San Luigi e dai sui educatori. Il progetto, finanziato dalla Fondazione San Paolo e dalla Circoscrizione 8, prende le forme di un educativa di strada che si è fermata all interno del parco del Valentino. Spiegazione attività Ogni pomeriggio si svolgono laboratori socio-culturali ed attività sportive. I giovani incontrati ed inseriti nel progetto vengono accolti e seguiti da educatori, per educators e volontari presenti presso i tendoni del progetto. Ogni giorno si fa SCUOLA di ITALIANO sotto i tendoni, si fanno i compiti, si gioca e si fa sport. Durante l estate Spazio Anch IO si trasforma: si fanno gite in piscina e al mare, laboratori musicali di writers e giocoleria, tornei di calcio e pallavolo, momenti di formazione, serate di cinema e musica. Ci piace considerare Spazio Anch IO come un laboratorio di intercultura dove l attenzione viene rivolta agli aspetti dinamici e alle possibilità positive di intervento e di trasformazione sociale in una realtà culturalmente composita, pensarlo come luogo dove le persone che si incontrano si arricchiscono in conoscenze, vissuti e culturalmente attraverso gli scambi che quotidianamente avvengono. Ogni giorno educatori e volontari, terminata la loro giornata di lavoro, si ritrovano nella consapevolezza di aver appreso qualcosa di nuovo. Allo stesso modo crediamo che chi passa ogni giorno a trovarci consideri le diversità espresse dallo stare lì di giovani, adulti e famiglie di diverse nazionalità un valore in più ed arricchente. Accade quindi di poter vedere presso il progetto signore anziane italiane che giocano a carte mentre giovani e adulti di altri paesi frequentano la scuola di italiano. Accade che mamme italiane che portano i figli piccoli a giocare a ping-pong o a calcio balilla, incuriosite da quanto vedono, ci chiedano informazioni e si offrano per diventare volontarie nel corso di italiano. Accade che giovani universitari venuti per fare una partita di pallone dedichino un po del loro tempo per fare doposcuola. In questo senso pensiamo a Spazio Anch IO come ad un laboratorio di autodeterminazione per persone che nei fatti vogliono dimostrare il loro impegno attivo per costruire una comunità territoriale diversa da quanto spesso viene raccontato da giornali e televisioni caricato di ansie e paure che vengono a scemare quando ci si conosce, ci si ascolta, si fa esperienza del diverso, quando cioè si entra in contatto con qualcuno che appare tanto diverso da noi: il modo migliore per ridurre tensioni e ostilità fra gruppi sociali è quello di favorire il contatto dei loro membri. Entrare in contatto, conoscersi, mettersi in relazione fa sì che diminuisca la paura, sintomo in primo luogo di non conoscenza e di attribuzioni che svaniscono appunto attraverso il riconoscere che chi mi sta di fronte è altro da come viene rappresentato. Per chi, all inverso, è ostile o non crede a quanto finora esposto il centro di aggregazione del Valentino diviene esperienza concreta e visibile che creare integrazione e intercultura è possibile. Questo spazio di educazione p reso ancora più affascinante solo al pensiero che si tratta della stessa periferia che don Bosco frequentava per stare con i ragazzi, per avvicinarli e farli sperimentale il gusto della vita cristiana. Nel progetto del Valentino si avvia infatti una prassi di primo annuncio che vuole incontrare il ragazzo nel punto in cui si lascia incontrare sapendo che in ogni ragazzo c è un punto accessibile la bene e tutti hanno il diritto di conoscere il volto di Gesù che si spende tra i più poveri Attività. Ogni ragazzo ha l obiettivo di fare una foto che rappresenti l attività del Valentino rivolta verso i giovani più poveri; poi si procede per l elezione della foto più bella, che dovrà essere spiegata nella con i suoi vari significati. DON QUADRIO - Crocetta 15

16 Giuseppe Quadrio nacque a Vervio, in provincia di Sondrio, il 28 novembre del La grazia di Dio aveva preso possesso del suo cuore fin da fanciullo tanto che, già a otto anni, si era dato un serio regolamento di vita, che terminava con le parole: "Cercherò di farmi santo. Leggendo la Vita di don Bosco prestatagli dal parroco, sentì che quella salesiana sarebbe stata la sua famiglia. Nel 1933 entrò nell'istituto missionario d'ivrea eccellendovi per intelligenza, ma soprattutto per bontà. Nel 1937 divenne salesiano. A soli 20 anni iniziò ad insegnare filosofia ai giovani salesiani. Nel 1943 studia a Roma e dedica tutto il suo tempo libero alla cura degli sciuscià, gli orfani della Seconda Guerra mondiale. I successi nello studio e la superiorità intellettuale non diminuirono la sua giovialità umile e servizievole, priva di qualsiasi manifestazione d'orgoglio. Ordinato sacerdote nel 1947, si laureò in teologia nel Lo stesso anno iniziò l'insegnamento nello Studentato Teologico di Torino. Chiaro e incisivo, lasciò un segno profondo nei suoi numerosi alunni del Pontificio Ateneo Salesiano. La sua unione con Dio lo portò a raggiungere le vette della mistica. Si dirà di lui che quando saliva in cattedra il suo insegnamento era così accorato e profondo, che sembrava che la teologia prendesse fuoco. Nel 1954 viene nominato decano della facoltà di teologia. Nel 1960 si manifestò un male incurabile: linfogranuloma maligno. Pienamente consapevole, continuò finché poté l'insegnamento e la partecipazione alla vita comunitaria. Anche all'ospedale manifestò il calore della sua bontà verso tutti. "Il grande miracolo che Don Rua mi ha fatto - scrive pochi mesi prima della fine - è una pace immeritata e soavissima, che rende questi giorni di attesa prolungata i più belli e felici della mia vita". Si spense il 23 ottobre LA CROCETTA L'Istituto Internazionale Don Bosco comprende lo Studentato per i teologi, l'oratorio Centro Giovanile, la Chiesa pubblica e il Collegio Universitario. É stato il primo Studentato Teologico della Congregazione Salesiana ed ebbe il suo inizio a Foglizzo Canavese nel Trasferito a Torino-Crocetta (Via Caboto, 27) l'8 di settembre 1923 dal Beato Filippo Rinaldi, il 3 maggio 1940 divenne la sede della Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo Salesiano (PAS), che fu trasferito a Roma nel Il Collegio Universitario Crocetta fu avviato e gestito fin dagli anni '70 dai Salesiani di Don Bosco per rispondere a un'esigenza emergente nel settore giovanile. Esso offre un servizio di accoglienza e di formazione ai giovani che si preparano a conseguire titoli di laurea. Ciò che lo contraddistingue maggiormente è lo stile educativo di don Bosco, che i giovani negli anni di permanenza a Torino imparano a condividere con i Salesiani. «Buoni cristiani e onesti cittadini» è uno dei principali motti di san Giovanni Bosco, cui i Salesiani continuano a far riferimento oggi; per questo il CUC si propone di accompagnare i suoi collegiali, non solo sostenendoli responsabilmente nel loro cammino di studi, ma anche realizzando per loro un ambiente adatto per una crescita umana completa: relazionale, culturale e religiosa. Il tutto nello stile di famiglia. La chiesa pubblica è dedicata a Maria Ausiliatrice ed offre principalmente il ministero sacramentale della celebrazione eucaristica e della Riconciliazione. L'oratorio - centro giovanile è aperto tutti i giorni, offrendo sia attività rivolte ai gruppi formativi organizzati, fra cui gli Scout e altre associazioni, che attività di sostegno scolastico per i ragazzi poveri del quartiere. Preghiera intercessione O Spirito Santo, che con l'intervento della Vergine Ausiliatrice hai ispirato a don Giuseppe Quadrio il proposito efficace di farsi santo alla scuola di Don Bosco e lo hai reso un modello di sacerdote e Maestro, fa' che il suo esempio e il suo insegnamento attirino molti giovani alla vita religiosa e apostolica, e concedi a noi che ne imploriamo la glorificazione, la grazia che ti chiediamo, interponendo la sua intercessione. 16

17 Casa della giovane La donna è sensibile e impressionabile. Il suo spirito sente tutti i toni del dolore e segna come un termomentro tutti i gradi delle sensazioni nell'atmosfera del sentimento. Tutto ciò che brilla la attrae, tutto ciò che è sofferenza la commuove, la natura la entusiasma, la gloria la seduce, la virtù la fa più grande, l'amore la trasfigura e le grandi opere la divinizzano. Sr Maria Romero FMA, Poemi e Laudi Una delle tante opere che avevano a cuore il bene dei giovani, in questo caso delle giovani, trova casa in via Giulio 8, all'ombra del Santuario della Consolata. Qui nel 1900, Maddalena Antonia Hellstern fondò questa Marienheim (Casa di Maria) chiamata anche Patronato della giovane per l'accoglienza delle giovani iataliane e straniere che cercavano un lavoro e avevano bisogno di ospitalità ed assistenza. La Hellstern riuscì, con l'aiuto della Duchessa di Genova (per cui aveva lavorato come istitutrice), a dare forma al suo desiderio di fare del bene alle ragazze. Il suo primo tentativo infatti non era andato a buon fine: era entrata nelle Figlie di Maria Ausiliatrice ed era partirta come missionaria per l'uruguay ma la forte nostalgia della sua patria la indussero a tornare e poi ad uscire dall'istituto. Un passo forse affrettato... chiese poi di essere riammessa ma don Rua procrastinò, rimettendo tutto nelle mani di Dio. Dopo l'apertura del patronato della giovane e tutte le vicende vissute nella prima guerra mondiale, emise nuovamente i voti nel La casa di via Giulio, proprio durante la guerra, venne messa sotto sequestro dal Governo italiano, fu riaperta poi su insistenza della curia di Torino che la affidò all'istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Nel 2015, suonando al campanello della Casa della Giovane incontriamo: - la comunità delle FMA, formata dalla presenza di 8 suore che animano le attività; - le 16 ragazze che stanno vivendo qui il loro postulato, ovvero il periodo di formazione e di approfondimento della propria chiamata, in preparazione al Noviziato per entrare nell'istituto delle FMA; - le 54 studentesse ospiti del collegio universitario; - una delle sedi del VIDES (Volontariato Internazionale Donne Educazione e Sviluppo), che è un associazione internazionale di volontariato promossa dalle FMA e che in questo caso si occupa del centro di ascolto della distribuzione di viveri e vestiti e lezioni di italiano. Attività: Nel piazzale della consolata recitiamo insieme una preghiera per le vocazioni. 17

18 Porta Palazzo Porta Palazzo brulicava di merciai ambulanti, di venditori di zolfanelli, di lustrascarpe, di spazzacamini, di mozzi di stalla, di spacciatori di foglietti, di fasservizi ai negozianti sul mercato, tutti poveri fanciulli che vivacchiavano alla giornata sul loro magro negozio. [...] La maggior parte di questi appartenevano alle così dette Cocche di Borgo Vanchiglia, cioè numerose compagnie di giovinastri stretti fra di loro da patti di reciproca difesa, capitanati da alcuni dei più grandi e più audaci. Insolenti e vendicativi erano pronti a venire alle mani al menomo pretesto di offesa ricevuta. Non avendo appresa alcuna professione, crescevano amanti dell'ozio e del giuoco, dati al furto di borse e di fazzoletti. Il più delle volte finivano coll'essere condotti in carcere, e scontata la pena delle malefatte, ritornavano a Porta Palazzo, continuando con maggior accortezza e malizia le loro malnate abitudini. Don Bosco adunque tutte le mattine recavasi su questa piazza, incominciò a intrattenersi con qualcuno di que' garzoni prima coi pretesto di chiedere qualche indicazione di via, o di farsi lucidare le scarpe; e quindi allorchè passava vicino ad essi, li salutava... talora diceva come fosse passato a bell'apposta in quel luogo pel desiderio di vederli e di salutarli. [...] Spesse volte distribuiva a que' monelli le medaglie della Madonna... "Mettetevela al collo. Ricordatevi che la Madonna vi vuole un gran bene; e pregatela di cuore perchè vi aiuti." (Memorie Biografiche, vol.iii) Quanti sguardi si possono avere su Porta Palazzo? O, che è lo stesso, quante Porta Palazzo esistono? ( ) Il passato e il presente di Porta Palazzo sono un viluppo, un intreccio, un brulicare al limite dell indescrivibile. Un melting pot, si direbbe in linguaggio politicamente corretto. Un ciadel, direbbe qualche anziano frequentatore del posto (Dario Buzzolan) La Piazza, il mercato, gli odori di pesce, di menta, di origano e finocchietto. Ceréa, Mabruch, solo per oggi due euri, Kiwi di Saluzzo, olive di Cerignola e salsicce affumicate come a Timisoara. Flussi di gente che cammina, rovista, si urta, chiede permesso, risponde innervosita. Rumore di clacson, di chiacchiere da un banco all altro, di bambini che si infilano tra le gambe. Passeggini che incalzano, carretti che inciampano, anziani che trascinano borse della spesa con le rotelle. Ci si sfotte in tutte le lingue, a Porta Palazzo. Qualche volta si litiga, spesso si commentano i fatti del giorno, si discute e ci si chiama ad alta voce. Poi, comincia l ora del disarmo: furgoni che si avvicinano, ombrelloni che si chiudono, merci che vengono caricate. Comincia una nuova vita: quella del silenzio, del rumore delle scope di saggina, delle ruspe che ammucchiano cassette di frutta, stracci, pomodori troppo maturi per servire ancora a qualcuno. Odore di disinfettante e rivoli di acqua schiumosa si infiltrano nei tombini. La sera. Passanti che vanno di fretta, furgoni che scaricano costate e quarti di manzo, rumore dei carretti che tornano sulla piazza e occupano il posto di sempre. Persone che aspettano alle fermate dei tram, molte con gli occhi stanchi. Salgono, scendono. Qui tutto è mercato, si vende e si compra. Due euri, mi voglio rovinare, solo per oggi. Porta Palazzo, in qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi giorno della settimana è fatta di donne, uomini, ambulanti, bambini che corrono mentre i genitori chiacchierano. Scambi di merci, di traffici, di notizie, di occasioni. Tutti in un punto, come scriveva Calvino. Tutti in punto a condividere spazio, anche se ciascuno è una parte diversa del punto. Da qualche tempo si intravedono nuovi frequentatori: ragazzi e ragazze che si siedono nei de hors e chiacchierano fino a tardi. Abitanti in bicicletta che tornano con i bambini nel seggiolino. Gerani ai balconi, tende di pizzo, facciate ridipinte accanto a muri scrostati. Nuovi negozi colorati, aperti di sera, sorridenti. Germi di relazione che lavorano in silenzio, cercando di stabilire che a Porta Palazzo ci si parla perché ci si conosce per nome. E quando ci si conosce per nome, è più facile sorridersi e salutarsi per strada: i confini si allargano, perché raccontano storie, ed ognuno ha una storia da raccontare. 18

19 C è la fatica, la rabbia, la solitudine, la paura, il degrado. C è anche la passione, la voglia di restare, la volontà di scommettere che qualcosa cambierà. Sta cambiando. E già cambiato. A Porta Palazzo si partecipa, si discute, si litiga. Si rompono continuamente gli schemi, dando vita ad un quadro dinamico e nobile di relazioni che appena si fissano diventano già obsolete. Occuparsi di Porta Palazzo, della sua trasformazione e del suo cambiamento significa ascoltare,decidere, scegliere. E farsi permeare dalle dinamiche sottili e complicate di una Piazza in continua trasformazione. Porta Palazzo deve il suo nome ad una delle porte della città: le Porta Palatine, diventate in seguito l antica Postierla San Michele, che collegava i borghi suburbani con il mercato di Piazza delle Erbe, l attuale Piazza Palazzo di Città. I mercati a Porta Palazzo si stabilirono definitivamente il 29 agosto 1835, a seguito di un manifesto vicariale che proibì a causa del colera, la vendita sulle Piazze delle Erbe e Corpus Domini. Oggi Porta Palazzo si estende su un area di mq. e rimane lo specchio dei mutamenti sociali e luogo d incontro per chi continua ad approdare a Torino: prima dal sud d Italia, oggi da tutti i Sud del Mondo. Le donne, a Porta Palazzo, hanno mille colori, mille facce e mille lingue. Mille sguardi diversi: di fatica, di stanchezza, di preoccupazione, di allegria. Di gioventù e di vecchiaia. Vengono da tutto il mondo. Comprano cibi di tutto il mondo: la tapioca, la menta, il cous cous, e il pomodoro di pachino. Mescolano, si scambiano ricette, mettono insieme odori, profumi, lingue, pensieri, storie e abitudini che prima non esistevano, si cucina il futuro se si ha voglia di guardarlo e di crederci almeno un po. Su questa vita meticcia e confusa del più grande mercato all aperto d Europa da molti anni si cerca di investire intelligenze, risorse pubbliche e private, progetti e azioni che governino la trasformazione, il cambiamento e la vita quotidiana delle persone. Da qualche anno si è aggiunta a questo insieme creativo, la presenza multiculturale delle Figlie di Maria Ausiliatrice coordinatrici del Progetto Aperta Mente Cittadine dell Associazione 2PR. Le Sisters, come le chiamiamo da queste parti. Donne, anche loro, che con l intelligenza, la disponibilità e la semplicità di chi davvero ci crede, sono entrate in contatto con altre donne: moldave, rumene, marocchine, nigeriane, italiane, senegalesi, peruviane. Giovani e un po meno. Disperate, sole, allegre, felici. Le Sisters hanno saputo scommettere con loro sulla capacità di integrazione tra persone che condividono, qui ed ora, la loro disarmante e straordinaria umanità. Si riesce a stare insieme chiacchierando mentre si creano oggetti, bevendo il thé, imparando italiano, ricamando e cucendo, stirando Si abbassano le barriere, la diffidenza degli stereotipi. Si riesce a darsi una mano quando si sta per affogare. Questo, le Sisters, hanno fatto con noi. Hanno messo a disposizione la loro capacità di cucire: fili di umanità e donne che sanno tessere! Ilda Curti - Assessore alle Politiche per l Integrazione della Città di Torino Attività Datevi qualche minuto per andare a coppie nella piazza di Porta Palazzo e, dopo quello che avete visto e sentito delle storie di vita di chi popola questo mercato, dite insieme un Ave Maria per i bambini di questi mercatali che vivono in questo mondo di adulti costretti a sacrificare la propria infanzia. LA MOLE ANTONELLIANA DESCRIZIONE: Progettata da Alessandro Antonelli su commissione della comunità ebraica di Torino, per essere una sinagoga, rischiò di non essere completata per il forte incremento dei costi in corso d'opera. Fu terminata solo nel 1889 e acquisita dal Comune di Torino che ne cambiò la destinazione e la trasformò in Monumento 19

20 al Re come Museo del Risorgimento, che qui ebbe la sua prima sede. Dopo i lavori di consolidamento strutturale degli anni Venti, l'edificio passò in gestione ai Musei Civici di Torino. Negli anni Sessanta fu realizzato l'ascensore panoramico e, dopo essere stata sede di grandi mostre, la Mole venne destinata ad accogliere il Museo Nazionale del Cinema, aperto al pubblico nel Dall'alto dei suoi 167m di altezza, raggiungibili utilizzando l'ascensore panoramico, è possibile godere di un panorama mozzafiato che abbraccia tutta la città, incorniciata dalle vette alpine. DALLE MEMORIE BIOGRAFICHE: Il 31 maggio 1876 Don Bosco s incontrò con il teologo Leonardo Murialdo, proprio sulla porta del suo collegio. Sembrava che lo aspettasse, infatti l accompagnò poi fino a Valdocco. Il tema di quella conversazione fu la Mole Antonelliana. Da 13 anni ci si lavorava attorno; ma per mancanza di fondi, la costruzione, prima era andata a rilento, poi era stata sospesa in attesa di una onorevole soluzione. Deliberata nel 1862 dalla comunità ebraica di Torino doveva essere, nelle loro intenzioni, una sinagoga. Per difficoltà finanziarie, gli ebrei avevano dunque lasciato al municipio l onere di condurre a termine l impresa e la facoltà conseguente di avanzare le proposte. Una di queste era stata fatta anche a Don Bosco, il quale esaminava col teologo Murialdo il modo di venirne in possesso e l uso a cui l avrebbe potuta destinare. Don Bosco avrebbe dovuto aprire le trattative con l offerta di lire. L ingegnere Antonelli pensava che la cosa fosse conveniente. Ma studiata la cosa per ogni verso, Don Bosco si convinse che non ne avrebbe potuto trarre un partito conforme ai suoi disegni e vi rinunciò definitivamente. I suoi disegni erano di farne una chiesa, in questo sostenuto e incoraggiato dal foglio di Don Margotti «L Unità Cattolica», il quale nel numero del 29 settembre riportava la lettera di un rabbino anche lui di quel parere. Invece quel monumento di architettura muraria diventò museo del risorgimento italiano e simbolo della città che lo ospita con orgoglio e anche con trepidazione. (cf Memorie Biografiche, XII, 256) ATTUALIZZAZIONE: Don Bosco è un prete che vive con intensità la sua completa dedizione ai ragazzi che gli sono affidati e tutto il suo operato è votato al loro bene. Il suo essere profondamente immerso nelle vicende della città di Torino dice la sua vicinanza alla situazione sociale del suo tempo e la ricerca di ogni spazio per l educazione e per la crescita spirituale dei giovani. Nell episodio narrato, in particolare nei motivi che lo conducono alla rinuncia dell acquisto, è possibile rileggere il moto spirituale con cui egli consacra, nel Signore, la sua vita ed il suo operare ai ragazzi: Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita. PROGETTO MURAZZI Don Bosco comincia ad accompagnare il suo maestro nelle carceri. In quei sotterranei oscuri, fra muraglie nere e umide, incontra facce tristi e minacciose. Ma ciò che gli procura il dolore pi grande è la vista di prigionieri giovani, dagli occhi sconvolti e dal sorriso beffardo. Un giorno vede, oltre le sbarre un gruppo di giovanissimi, si sarebbero detti dei ragazzi. E tale la pena che scoppia a piangere. Perché quel prete piange? Domanda uno di essi. Perché ci vuole bene, risponde un altro. Anche mia madre piangerebbe se mi vedesse qui dentro. Quel giorno, uscendo dal carcere, Don Bosco ha preso una decisione incrollabile: Molti sono lì dentro perché nessuno si prende cura di loro. Bisogna assisterli, istruirli; bisogna impedire ad ogni costo che dei ragazzetti così giovani finiscano in prigione. 20

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