QUELLE FANTASIE DI LIBESKIND

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1 Chinatown, trasloco a Lacchiarella Addio Gratosoglio, l' unica destinazione per il trasloco dei grossisti di Paolo Sarpi è andare fuori dai confini cittadini, a Lacchiarella. Ormai, in Comune, non ci crede più nessuno a veder nascere in via dei Missaglia l' Asian Trading Center. Non ci crede più il sindaco Moratti e neppure i suoi assessori. E domani, nell' ennesimo vertice tra Palazzo Marino e il console cinese, il cambio di rotta dovrà diventare ufficiale: addio al nuovo polo del commercio cinese in via dei Missaglia, annunciato con forte ottimismo due mesi fa, e nuova destinazione fissata a Lacchiarella. Con un ultimatum del Comune riassunto così dal vicesindaco De Corato: «Non si può più perdere tempo. I commercianti devono capire che in autunno Paolo Sarpi dovrà diventare una zona a traffico limitato, e l' anno prossimo un' isola pedonale». Dal Gratosoglio a Lacchiarella, il cambio in corsa non è ancora ufficiale. Ma a questo punto sta nelle cose e viene visto di buon occhio sia da Palazzo Marino che dalla Regione. Entro aprile la comunità cinese avrebbe dovuto pianificare con il Comune, dopo l' accordo annunciato il 19 febbraio, il trasferimento in via dei Missaglia. Aprile è passato, nessuna risposta è più arrivata. Nel frattempo però una cordata di imprenditori cinesi ha già prenotato 40mila metri quadrati al polo commerciale Il Girasole, al confine tra Lacchiarella e Binasco, ed è pronta a portarsi dietro tra i 200 e i 300 grossisti di Chinatown ma non solo. Una pura operazione commerciale privata. Che adesso il Comune spera di sposare per risolvere il rebus-chinatown. E dunque, domani, il console cinese è invitato a Palazzo Marino per spiegare le intenzioni dei suoi connazionali. Prima dell' incontro la giunta ufficialmente non vuole sbilanciarsi. L' assessore all' Urbanistica Carlo Masseroli si limita a questo telegramma: «Siamo arrivati al dunque e nessuno si può più tirare indietro: ci sono tutti gli elementi per il percorso di delocalizzazione, ci aspettiamo che il console ci dica dove vogliono andare i grossisti». Fuori dalle dichiarazioni ufficiali della vigilia, però, è chiarissima la previsione: i commercianti hanno abbandonato Gratosoglio, ma sono disponibili, almeno in parte, a trasferirsi a Lacchiarella. Da qui la giunta che sposa la nuova ipotesi. Anche dalla Regione l' assessore al Territorio Davide Boni si augura che «questa settimana la comunità cinese dia una volta per tutte una risposta definitiva su dove e come intende effettuare lo spostamento del commercio all' ingrosso». Il vicesindaco De Corato insiste: «è il tempo delle decisioni: se vogliono andare a Lacchiarella cercheremo di aiutarli, non con incentivi che un Comune non può dare ma sostenendo le procedure per arrivare al trasferimento il più velocemente possibile». Non a caso, dopo l' incontro di domani, lunedì è già convocato un nuovo incontro sul caso-chinatown anche con il comitato di residenti Vivisarpi. A tutti verrà, fra l' altro, presentato il progetto per la pedonalizzazione di Paolo Sarpi pronto dal 2003, ma solo ora ritirato fuori dal cassetto. Una carta di pressione, la zona a traffico limitato il prossimo autunno e la pedonalizzazione completa nel 2009, sui commercianti cinesi. Non l' unica: si sta studiando anche l' introduzione di vincoli al commercio all' ingrosso nel nuovo Piano di governo del territorio, che sostituirà il vecchio Piano regolatore. GIUSEPPINA PIANO La Repubblica , pagina 2 sezione MILANO Elzeviro Contro il grattacielo curvo di Milano QUELLE FANTASIE DI LIBESKIND Leggendo l' articolo scritto da Daniel Libeskind sul Corriere della Sera il primo maggio, mi viene in mente quel simpatico umorista che, iniziando un suo racconto diceva «... E nuotar vidi le rondini, e volar vidi le rane, vidi tante cose strane che or vi voglio raccontar». Una di queste, l' ultima, più bella di tutte, è la storia che Libeskind racconta del suo grattacielo storto, tanto storto «da farsi ombra da solo»! E che imprenditori, evidentemente dotati di una cultura strettamente personale, hanno scelto pensando di fare una gran bella cosa. Sia Libeskind che quegli imprenditori hanno completamente dimenticato la cosa più importante dell' architettura, che la fa essere l' arte più difficile di tutte le altre, perché deve tener conto di tutte le esigenze più materiali della nostra vita. L' architettura è prima di tutto «spazio per vivere»; tocca all' architetto fare in modo che il vivere non consista solo nel mangiare, dormire e andare al bagno, ma godere dell' alloggio che gli permetta di vivere nel modo migliore secondo i tempi, rendendo tutto questo un' opera d' arte. È evidente che più si conosce, più si impara, e più si ha da dire, ma è ridicolo, come fa nel suo articolo Libeskind, ispirarsi arbitrariamente a opere altrui per fare un' architettura propria, specialmente

2 quando le opere altrui sono di un tempo così lontano rispetto alle scoperte del secolo XX. Di fatto la storia dell' architettura ha solo due tempi: quello che va dall' archeologia al 1900, e quello dal 1900 a noi e al nostro futuro. Due tempi così diversi, dovuti alle grandi scoperte e relative invenzioni, appunto, della fine del 1800 e, non parliamone, delle ultime invenzioni della telematica. Per esempio, è troppo comodo per un architetto fare un' urbanistica e quindi delle abitazioni, senza pensare che oggi l' automobile è parte del nostro corpo e non può essere abbandonata a dieci chilometri di distanza, risolvendo la logistica con onerose viabilità pubbliche, oltretutto con grave disturbo all' ecologia sotterranea. Oggi è possibile costruire città dove le scale sono sostituite da rampe pedonali che permettono normalmente un' intera giornata nel verde e nel caso di incendio la possibilità per un disabile di salvarsi; città in cui si può passare un' intera giornata senza ricorrere all' uso dell' automobile, che può essere parcheggiata sotto casa e utilizzata solo in caso di necessità imprevedibili e di divertimento. Aggiungo soprattutto per gli imprenditori edili che il grattacielo prismatico, ideale ai tempi in cui in Italia c' erano automobili e non 52 milioni come oggi, rappresenta ormai una soluzione antieconomica rispetto ad altre più avanzate. Questo solo per ricordare che oggi si può vivere ancora bene abitando in alloggi pensati da architetti e non da soltanto «artisti contemporanei». Solo come «artisti» possono essere accettati Libeskind e quelli che la pensano come lui. Vengano pure con le loro sculture, ma non con le loro abitazioni, sono due cose diverse, ed è offensivo per i cittadini dire che un edificio del tipo «grattacielo storto» continui la storia dell' arte di Milano. Libeskind nel suo articolo si arrampica sui vetri per giustificare i suoi edifici, che non sono frutto di un' intelligenza, di una fantasia e di una razionalità personali, ma frutto di riferimenti ad altre opere, chiamate in causa cervelloticamente credendo che Milano sia tanto bambina da poter credere che un architetto, per progettare una vasca da bagno, si ispiri alla Pietà Rondanini. Mozzoni Guglielmo Pagina 39 (7 maggio 2008) - Corriere della Sera L' architetto che ha coniato il termine «Junkspace» Rem Koolhaas, l' elogio del caos «Nello spazio-spazzatura il motore del ventunesimo secolo» «Se lo Space-junk (spazzatura spaziale) sono i detriti umani che ingombrano l' universo, il Junkspace (spazio spazzatura) è il residuo che l' umanità lascia sul pianeta. (...) Noi pensiamo che sia un' aberrazione, una soluzione provvisoria ma è un errore. Il Junkspace è la realtà. Lo ha elaborato il Ventesimo secolo, e il prossimo secolo ne sarà l' apoteosi». Così raccontata, la realtà secondo Rem Koolhaas non ha vie d' uscita. L' architetto olandese, esponente della corrente del decostruttivismo e autore del discusso libro «Junkspace», descrive lo spazio urbano come un condensato di forze ingovernabili. L' arte? Inutile, perché è una risposta inconsistente a una realtà imbarazzante. La storia? Con i suoi simulacri architettonici deteriora e appiattisce il carattere della società. Quanto al progresso, inutile illudersi, non esiste più: la cultura barcolla come un granchio fatto di Lsd mentre l' architettura incarna vecchio e nuovo simultaneamente. Insomma, se alcune parti si deteriorano come colpite da Alzheimer, altre vengono invece riqualificate, senza fine. Perché il Junkspace non chiude mai. Scrittore, teorico indiscusso dell' architettura e psicanalista delle città, Koolhaas è l' uomo che con un libro-culto scritto trent' anni fa, «Delirious New York», ha analizzato storicamente e scientificamente lo sviluppo in verticale della Grande Mela, offrendone una chiave di interpretazione per il furente sviluppo delle megalopoli mondiali. A governarle è il caos più totale, il che non vuol dire disorganizzazione. Il caos koolhaasiano è una nuova categoria di pensiero, il Junkspace - appunto - uno stato d' animo occidentale, perché la nostra società appare sempre più ostile al rischio e ricerca il comfort. Che l' inviso maestro di similitudini introduce con lirico cinismo per aprirci gli occhi sullo spazio in cui viviamo. Il libro *** «Junkspace» (Quodlibet, 2006) è uno dei libri più discussi dell' architetto Rem Koolhaas C. Lo. Pagina 55 (8 maggio 2008) - Corriere della Sera

3 Bondi: voglio bellezza «Mi ispiro a Spadolini e Ronchey» «La cultura non è di destra o di sinistra. È la cultura». Sandro Bondi ha appena giurato da ministro. «La mia linea è parlare con tutti, e ascoltare tutti. Guardando al prestigio, non alle opinioni politiche». La cultura in Italia però è classificata a sinistra; in ogni caso, contro Berlusconi. «Ma io distinguo tra la militanza politica e l'aspetto più interessante, creativo, autentico del lavoro degli intellettuali, degli artisti, dei registi. Prendiamo Umberto Eco». Un mese fa avete avuto una polemica. «Sì, lui aveva dato giudizi su Berlusconi che erano in realtà pregiudizi. Ma io non posso non avere profonda stima di Umberto Eco, del suo lavoro di cinquant'anni. Voglio far cadere il tabù, le diffidenze. Voglio convincere lui e quelli che la pensano come lui che si stanno sbagliando sul nostro conto, che questo governo è aperto al dialogo, al confronto, allo scambio, alla collaborazione con le più importanti intelligenze del Paese». Tra i progetti, assicura il nuovo ministro, c'è il rilancio del cinema italiano. (...) E l'arte? «Sono molto legato a Pietro Cascella». Lo scultore del mausoleo di Arcore? «Non solo. Da giovanissimo vinse il concorso per il monumento su Auschwitz. Ha disegnato piazze, è un grande artista. Ma apprezzo anche Arnaldo Pomodoro. Ammiro Renzo Piano. E so bene che Massimiliano Fuksas è uno dei più grandi architetti al mondo. Distinguo tra le parole che con sofferenza gli sento dire da Santoro e le sue opere». Spiega Bondi di avere «due punti di riferimento. Il mio lavoro non potrà che sviluppare l'opera di intellettuali e ministri autorevoli come Giovanni Spadolini e Alberto Ronchey. E voglio partire da quello straordinario patrimonio di professionalità rappresentato dai sovrintendenti, e dai funzionari e uomini di cultura che lavorano al ministero. Persone di assoluta eccellenza, che rappresentano una élite nel nostro apparato statale. Voglio lavorare con loro con umiltà e con una missione comune. Solo così l'imponente giacimento culturale del Paese diventerà il luogo della bellezza e lo strumento per una fase nuova di progresso: economico, civile, culturale. La bellezza di un popolo. Un valore per tutti». Bondi parla proprio di «politica della bellezza». «Tra tutte le civiltà della storia, la più potente, cioè la civiltà industriale dell'occidente, è anche la più povera di testimonianze della sua genialità, di segni della bellezza. Dalle città devastate dalla bruttezza e dal degrado si annidano fenomeni allarmanti di disagio sociale: la bruttezza genera mostri. Per questo dobbiamo investire nella bellezza. Riportare l'arte nel cuore delle città. Far lavorare i nostri artisti. Lasciare qualcosa ai posteri». Anche Isozaki e la sua pensilina agli Uffizi, anche Meier e la contestata teca dell'ara Pacis? «Non dev'essere il gusto personale del ministro a decidere. In ogni caso, per me la bellezza è armonia. Gli interventi sono belli quando si armonizzano con le vestigia dei centri storici, quando sono persuasivi e non invasivi». Aldo Cazzullo Corriere della Sera Rassegna stampa archiworld Citylife, addio al simbolo della Fiera Sarà abbattuto il "Palazzo delle Meccanica" A sollevare un gran polverone su Citylife, l'area ex Fiera destinata alle tre torri d'autore di Libeskind, Hadid e Isozaki, stavolta non sono né i residenti che reclamano più verde né Berlusconi con gli attacchi al "grattacielo sbilenco", ma la dinamite. Domattina alle 10, con una nuvola di polvere e un breve boato, imploderà il Palazzo della Meccanica, l'edificio simbolo più massiccio (10315 metri quadrati) della Campionaria che fu. Costruito nel '69 su progetto di Melchiorre Bega e inserito invano nella lista di edifici storici di cui due anni fa era stata chiesta la salvaguardia ai Beni Culturali in un appello di architetti, è un osso duro che resiste alle demolizioni con ruspe e caterpillar: già svuotato e privato di scale e solette, sarà minato (una carica per pilastro) e al momento buono si "inginocchierà". Poi le pareti crolleranno ordinatamente una sull'altra come quelle di un

4 castello di carte, mentre decine di cannoni ad acqua spareranno getti nebulizzati in aria per abbattere in pochi minuti (circa dieci, si calcola) le polveri. Maurizio Bono la Repubblica Rassegna stampa Archiworld Meeting sul congresso mondiale Architetti: la conferenza dei 103 Ordini provinciali a Rimini Un meeting organizzativo in vista del grande appuntamento mondiale di Torino. Si è aperta ieri a Rimini la conferenza dei 103 Ordini provinciali del Consiglio nazionale degli architetti PPC. L'assise, che si concluderà oggi, è stata organizzata proprio per definire alcuni aspetti organizzativi della ventitreesima edizione del Congresso promosso dall'uia e dal titolo «Transmitting architecture», che si svolgerà, per la prima volta in Italia, dal 29 giugno al 3 luglio a Torino. "Ogni Ordine provinciale - ha spiegato il presidente nazionale Raffaele Sirica - avrà uno stand autonomo in cui presenterà progetti e iniziative appena concluse o avviate". Il Sole 24Ore Rassegna stampa Archiworld La lotta al rumore parte con 13 anni di ritardo Nel 1995 la legge, ma solo ora arriva il piano per ridurre i decibel. Croci: una svolta per Milano Via alla mappatura della soglia massima di decibel consentita isolato per isolato. Tutta la città sarà divisa in sei diverse classi Il nome è già quasi un rumore: zonizzazione acustica. Eppure è il piano destinato a cambiare il volto della città. A cambiarne i suoni e i ritmi. La vita, insomma. Combattere il fracasso. Quartiere per quartiere, isolato per isolato. E 174 casi individuati che in futuro dovranno essere sanati. Milano arriverà a breve a dotarsi del suo piano acustico. Tra pochi giorni arriverà in giunta, poi all' esame delle zone e infine in Consiglio comunale. Un ritardo di oltre dieci anni, rispetto alla legge che data Ma finalmente ci siamo. «D' altra parte - spiega l' assessore ai Trasporti Edoardo Croci - sono poche le grandi città che si sono già dotate di questo strumento». Per ora, via alla mappatura della soglia massima di decibel consentita. Isolato per isolato. Tutta la città divisa in sei diverse classi. Con quasi il 90% della popolazione che vive nelle zone classificate come «intermedie» (la III e la IV). Quelle cioè dove il rumore non dovrebbe superare i decibel di giorno e i di notte. Il sistema di calcolo è complesso. Ma per i cittadini in lotta contro i decibel in eccesso lo strumento potrebbe essere risolutivo. Ad esempio: se il passaggio del tram sotto casa porta a uno sforamento dei limiti fissati per quell' isolato il residente, dati alla mano, potrà gioco forza far valere le sue ragioni. Un caso limite è il San Raffaele, un ospedale vicino ad arterie stradali iper-trafficate che sicuramente portano al superamento dei decibel massimi. Oppure San Siro, dove per traffico e concerti i residenti sono da tempo sul piede di guerra. Ancora. I quartieri del nord-est cittadino, dove i comitati dei residenti contestano le nuove rotte di Linate, avranno un' arma in più dalla loro. Bisognerà intervenire, dunque. Senza pensare che lo strumento sia la soluzione a tutti i problemi. Un esempio classico: le discoteche fracassone. Che non rientrano nei 174 ambiti individuati. «Qui - spiega l' assessore - si può già intervenire per far rispettare i limiti, perché si tratta di un rumore fuori legge. E in molti casi, questa amministrazione l' ha già fatto». Bisognerà intervenire per insonorizzare, dunque. Per correggere il passato, e per pianificare il futuro. «La città che verrà va progettata tenendo conto delle indicazioni contenute nel piano», sottolinea Croci. «Proprio per questo - insiste - il lavoro fatto è stato collegiale. In stretta connessione con l' assessorato all' Urbanistica, ovviamente, ma anche di quello al Verde». Realismo ma anche ottimismo: «Abbiamo tenuto conto degli sviluppi futuri della città, che non può rimanere immobile. Ma sono sicuro che il piano migliorerà la qualità della vita di molti cittadini». * * * Inquinamento acustico *** Emergenza decibel in città I disagi Il 90% della popolazione vive nelle zone classificate come «intermedie», quelle cioè dove il

5 rumore non dovrebbe superare i decibel di giorno e i di notte *** Il Comune «Abbiamo tenuto conto degli sviluppi futuri della città, che non può rimanere immobile. Ma siamo sicuri che il piano migliorerà la qualità della vita di molti cittadini» Senesi Andrea Pagina 3 (11 maggio 2008) - Corriere della Sera Via Solferino 28 dalla parte del cittadino Il caso della settimana Via Valtellina, rivolta contro le discoteche «Numero chiuso per i locali e limiti agli orari» Via la Dogana, gli spedizionieri e i tir, è arrivato il traffico degli uffici, di giorno, e del popolo del divertimento, di notte. Via Valtellina soffoca, da dieci anni ostaggio di smog e rumore. Dimenticata, forse, dall' ufficio Viabilità: non ha nè strisce gialle nè blu. Un' autentica rarità nella metropoli. Le proteste degli abitanti sembrano dissolversi come bolle di sapone. «Forse siamo troppo civili», borbotta un' anziana. E nell' oblio sembra essere caduto l' esposto inviato un mese fa a tutte le autorità dal Comitato di via Valtellina e dintorni che era nato nel ' 98, all' indomani dall' apertura delle due megadiscoteche «Alcatraz» e «De Sade», a pochi metri l' una dall' altra. «Nella nostra via Valtellina, invece di tamponare la situazione di disturbo creato dalle due strutture e da altri esercizi nati successivamente, è stata autorizzata l' apertura di ulteriori locali, ultimo dei quali uno di intrattenimento notturno denominato "Queens" all' interno di un condominio densamente abitato, che nonostante non ne abbia l' autorizzazione svolge attività di discoteca», scrive il Comitato nell' esposto. Il «Queens» è stato chiuso per 15 giorni su disposizione dell' autorità di Pubblica sicurezza dopo il ritrovamento di stupefacenti. «Sono nata qui - racconta Valentina R. -, sono cresciuta nel trambusto degli spedizionieri. Niente a che vedere con il caos dei locali notturni». Si è trasferita la Dogana e i capannoni si sono svuotati. Al loro posto, locali notturni e immensi palazzi uffici tutto vetri e acciaio. «C' era in programma un parcheggio nell' area dello scalo Farini. Lo spazio è ancora un immenso vuoto nel cuore del quartiere - precisa il Comitato -. Avremmo dovuto avere, come residenti, un parcheggio nell' ex deposito dei tram. Ma lì dentro parcheggiano tutti e vale la legge di chi arriva prima». E il comitato chiede orari certi di chiusura per i locali, stop a nuove autorizzazioni e dehors, controlli più meticolosi. E non solo in via Valtellina, ma in via Borsieri, Alserio, piazzale Segrino. Basta, poi, al mercato notturno, con gli autonegozi che stazionano fino alle 6 del mattino. «Tra discoteca e autobar la nostra vita è un inferno». Raffaele Peccioli, uno dei portavoce del Comitato, usa un' immagine forte ma significativa: «Da dieci anni siamo violentati quotidianamente dal fracasso delle discoteche e dalla prepotenza del traffico dei pendolari. Che arrivano qui in auto, nonostante a due passi ci siano la fermata del Passante, Lancetti, e quella del metrò, Maciachini». Alla polizia i cittadini hanno chiesto una presenza stabile, all' uscita dalle discoteche del popolo della notte. Basta con le risse alle cinque del mattino, il lancio di bottiglie, i finestrini delle auto in sosta sfasciati per divertimento. Un esposto che è un libro bianco del quartiere. Soffocano le vie Farini e Lepontina. Dove i marciapiedi sono stati ampliati ma non certamente ad uso e consumo di pedoni e mamme con carrozzine. I marciapiedi sono parcheggi. E poi c' è l' area occupata dall' ex sede Telecom Milano Est «con ingresso in via Arnaldo da Brescia, abbandonata e in stato di totale incuria». «In via Farini e in via Arnaldo da Brescia, sulle facciate del palazzo, ad altezza d' uomo esistono delle strutture pensili che sono state costruite per essere delle fioriere, ma da tempo ormai immemorabile non vi è traccia alcuna di vegetazione e sono diventate esclusivamente contenitori di rifiuti lasciati dai passanti». C' è l' edificio con ampio porticato usato di notte come latrina e dormitorio di sbandati. D' Amico Paola Pagina 9 (11 maggio 2008) - Corriere della Sera I progetti Torri storte Expo 2015 e sviluppo I progetti per la città: I grattacieli storti l' Expo del 2015 e la corsa al futuro

6 Uno spettro si aggira per Milano, la diceria che il progetto sulle aree dismesse della Fiera, con i suoi discussi grattacieli, sia l' esito di un concorso. Non è vero: Luigi Roth, il suo presidente, ha messo in vendita l' area chiedendo - a mio avviso meritevolmente - che l' offerta economica fosse accompagnata da un progetto, e sui progetti presentati chiese il giudizio di undici esperti in vari campi. Non so degli altri, ma a me venne chiesto un parere dal punto di vista urbanistico, parere negativo su 4 progetti su 5 - ottimo era solo quello di Renzo Piano - con motivazioni che chiunque può leggere sul sito CONTINUA A PAGINA 4 * * * SEGUE DA PAGINA 1 Che a conti fatti la Fiera abbia poi scelto l' offerta più vantaggiosa, con uno scarto di cento milioni di euro, è del tutto ragionevole. Ma c' è da chiedersi perché l' amministrazione comunale abbia avallato il progetto scelto, che non era l' esito di un concorso pubblico e sarebbe potuto essere benissimo modificato. Ecco: secondo me gli amministratori di Milano vengono scelti ed eletti per le loro nobilissime qualità, tra le quali non viene considerato il buon gusto nel campo estetico della città. L' Expo del 1851, a Londra, lanciò la grande novità di un edificio in ferro e vetro simile a una serra. L' Expo di Barcellona del 1888 fu la vetrina del modernismo architettonico catalano sullo sfondo di Gaudì. L' Expo del 1889 a Parigi mostrò le incredibili possibilità costruttive dell' acciaio e, demolita l' immensa galleria delle macchine, ne rimase la torre Eiffel. L' Expo di Chicago del 1893 lanciò il movimento della City Beautiful, cui dobbiamo il rinnovo urbanistico di molte città americane e tra l' altro il Mall e il Campidoglio di Washington. L' Expo di Parigi del 1925 divenne cassa di risonanza dell' Art déco, ma toccò ancora a Barcellona, nell' Expo del 1929, di ospitare il nuovo stile moderno, con il famoso padiglione di Mies van der Rohe. E l' Italia? Se l' Expo di Torino del 1902 promosse la diffusione dello stile liberty in Italia: l' esposizione di Milano del 1906 non segnò alcun rinnovamento architettonico e finì per risolversi non solo in un programma estetico irrilevante ma anche, raccontano i giornali dell' epoca, in un fallimento su tutta la linea, compresa quella organizzativa che avrebbe dovuto legittimare la pretesa milanese di essere la capitale morale dello Stato. Le città hanno, come le persone, un carattere radicato nel loro passato che permane nel tempo e che è difficile modificare. Sicché, se Barcellona e Torino hanno colto nell' ultimo ventennio l' occasione delle Olimpiadi per affermare la propria vocazione culturale nell' architettura, a Milano la curiosa ostinazione sul progetto CityLife dimostra soprattutto la continuità del dubbio gusto tradizionale delle amministrazioni milanesi. Romano Marco Pagina (11 maggio 2008) - Corriere della Sera La lezione dei Comuni virtuosi Da Mezzago ad Albairate, i premi per i paesi che innovano In Lombardia il 75 per cento dei municipi ha meno di 5mila abitanti un record in Italia Scuole ecologiche con piscina, rifiuti con il microchip: il modello dei centri di provincia Mettiamo che un giorno Milano decidesse di copiare Mezzago (3.637 abitanti). Le scuole sarebbero tutte costruite in bioarchitettura, in legno e materiali soft. E i bambini delle materne - che di mattina utilizzano il "piedibus", un servizio di accompagnamento che riduce il traffico ed educa al moto - farebbero il bagno, già a fine maggio, in piccole piscine costruite all esterno degli asili. «Magari i milanesi farebbero qualche festicciola in meno - scherza il sindaco, Antonio Colombo, fiero delle "Cinque stelle" assegnate al suo municipio dall associazione dei comuni virtuosi - perché avrebbero le terrazze occupate da pannelli fotovoltaici che consentono il risparmio energetico». Luigi Alberto Tarantola, primo cittadino di Albairate (4.152 abitanti), invita Letizia Moratti a vedere come funziona la raccolta dei rifiuti nel suo paese: «Da anni ognuno paga la tassa dei rifiuti per quel che consuma, non per lo spazio che occupa. Ora stiamo per fare un passo in più: la gestione elettronica dei rifiuti. Ogni utente sarà dotato di un bidone con un microchip che contiene tutte le informazioni sulla sua produzione di immondizia. Così s incentiva la raccolta differenziata e spariscono campane e cassonetti. Si può fare anche a Milano: sa che ordine, in città, in vista dell Expo?». Anche ad Albairate si celebra oggi la festa nazionale dei piccoli comuni d Italia, organizzata da Legambiente. E di queste microrealtà urbane, così innovative da potersi proporre come modelli anche per i centri più grandi, la Lombardia detiene il record: i comuni con meno di cinquemila abitanti sono 1.152, il 75 per cento del totale. Ci vivono 2 milioni e 200mila persone, un

7 lombardo su quattro. Posti a volte incantevoli: ben dodici comuni, da Fortunago a Bienno, fanno parte dell esclusivo club dei "borghi più belli d Italia". Tra questi anche Tremezzo, sul lago di Como. Il sindaco, Mauro Guerra, sarà relatore venerdì a Milano, al Palazzo delle Stelline, per il secondo Forum nazionale dell associazionismo intercomunale. Un fenomeno, anche questo, nel quale la regione vanta un primato: «Le unioni sono 59 e raggruppano più di 300 comuni - spiega Guerra - e rappresentano il futuro dei piccoli centri: permettono cioè di preservare le identità comunali consentendo, al tempo stesso, che ai cittadini siano forniti servizi migliori». Così, per esempio, non esiste più il vigile-tuttofare di Lenno o di Mezzegra che magari deve anche guidare lo scuolabus: «Ora c è un vero e proprio corpo di polizia locale che ha raddoppiato i tempi di copertura del servizio», assicura Guerra. Quattro ragionieri anziché sei riescono a garantire meglio i servizi per i cittadini, potenziando l Ufficio tributi. Le spese per l energia elettrica vengono ricontrattate con i gestori e si risparmia sugli appalti, come ha apprezzato anche la corte dei Conti. E le unioni producono innovazione: «Da anni utilizziamo le reti wireless per le comunicazioni telefoniche e gli scambi di dati tra uffici comunali. Abbiamo introdotto le bici elettriche e realizzato una "greenway", un percorso ciclopedonale, del lago: l unione fa la forza anche del turismo». Il volto rurale della regione così si scopre "più avanti" delle città. Rocca Susella, nell Oltrepo Pavese, è seimila volte più piccola di Milano, ha la popolazione di un palazzo in periferia: eppure ospiterà un villaggio ecologico che produce energia con pannelli fotovoltaici e acqua scaldata con la biomassa locale. Ma è sull enogastronomia che i municipi mignon si giocano le loro carte, visto che sono loro a produrre il 93 per cento delle Dop. Mezzago ha dedicato il mese di maggio alla sagra dell asparago rosa. E la Lombardia è la regione più attiva nell Assodeco, l associazione nazionale per la denominazione comunale, che dà ai sindaci la possibilità di certificare la provenienza locale dei prodotti tipici: per i "casoncelli" di Barbariga o per la "berna" di Berzo Demo si fa già. DAVIDE CARLUCCI La Repubblica Pag. 5 11/05/2008

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