VATICANO TUTTI CONTRO TUTTI IL MITO DI PRIEBKE. L ultimo saluto. Rav Ovadia Yosef, tra i grandi maestri dell ebraismo

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1 N 9 - NOVEMBRE CHESHVAN 5774 ANNO XLVII - CONTIENE I.P. E I.R. - Una copia 6,00 Poste Italiane S.p.A. Spedizione in A.P. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n 46) art. 1 comma 1 Roma MEDIO ORIENTE ITALIA VATICANO TUTTI CONTRO TUTTI IL MITO DI PRIEBKE INCONTRO CON PAPA BERGOGLIO SHALOM שלום EBRAISMO INFORMAZIONE CULTURA בס ד L ultimo saluto Rav Ovadia Yosef, tra i grandi maestri dell ebraismo Anniversario del 16 ottobre 1943 FOCUS

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3 EDITORIALE Otto per mille: il dovere di informare Il tema della raccolta dell otto per mille, quello che i contribuenti italiani devolvono allo Stato o ai diversi culti riconosciuti, non è materia particolarmente brillante. E mi sarei ben guardato dal trattarlo se non fossi stato sollecitato da un articolo non firmato apparso sul giornale dell Ucei che propone una curiosa rappresentazione dei fatti, addirittura in parte mistificandoli. Tutti felici. Quest anno il gettito complessivo è stato ben oltre le aspettative: 5,2 milioni di euro (lo scorso anno era stato di 4,7). Ma quando si tratta di spiegarne le ragioni le cose diventano fumose e l Ucei ricorre ad uno strano indicatore, mettendo in rapporto il numero dei firmatari dell otto per mille con gli iscritti ad una singola comunità (come se le firme venissero quindi solo dagli ebrei e non dal complesso dei contribuenti). Succede così che per l Ucei le due maggiori Comunità ebraiche di Roma e Milano, sono rispettivamente ultima e penultima nella raccolta delle preferenze; in testa alla classifica città dove quasi non vi sono ebrei come Parma, Merano, Casale, Mantova. Scrive il giornale dell Ucei: la raccolta è in genere scarsamente caratterizzata da fenomeni locali, il suo andamento generale appare piuttosto uniforme. Ma la verità è un altra e l Ucei si guarda bene dal dirlo. Su un totale di 79mila 833 firme a favore dell ebraismo italiano (lo scorso anno erano state 70mila), il contributo che viene da Roma e Milano è fondamentale: sono addirittura le prime due città in termini di sottoscrizione, Roma con firme e Milano con firme, ambedue in crescita rispetto allo scorso anno (insieme fanno oltre il 26% della raccolta dell otto per mille). Seguono Torino (4351 firme), Firenze (2213), Venezia (2110) e poi la stragrande maggioranza delle città che oscillano fra il migliaio e poche centinaia di sottoscrizioni, fino al fondo della classifica con Benevento (71 firme), Enna (48), Isernia (31). Su 18 milioni e mezzo di dichiarazioni otto per mille, l Ucei raccoglie appena lo 0,43% dei contribuenti, ma se si guarda il dato geografico la percentuale cresce sensibilmente soprattutto a Roma, ben oltre il doppio, con lo 0,94% e a Milano con lo 0,75%. Come dire che a Roma quasi 1 una persona su 100 ha destinato l otto per mille all Ucei. L Unione delle Comunità dovrebbe quindi spiegare perché abbia voluto minimizzare - meglio sarebbe dire, nascondere - il contributo delle due maggiori comunità. Forse perché questo dimostra che non si è realizzato il progetto inseguito da anni, attraverso i suoi mezzi di comunicazione (il giornale dell Unione è sceso a copie al mese, distribuite verso un pubblico sostanzialmente solo ebraico), che voleva creare un immagine dell Ucei fortemente percepita sull intero territorio nazionale. La verità dei numeri (quelli forniti ufficialmente dall Agenzia delle Entrate) è ben diversa: in termini di raccolta dell otto per mille, l immagine dell ebraismo italiano risulta invece come è sempre stato, ovvero a macchia di leopardo, con i due grandi centri comunitari che - anche per una loro autonoma capacità di fare informazione e di essere attivi sul territorio hanno insieme a Torino (guarda caso città con un proprio giornale ebraico) una forte visibilità che si traduce in maggiori sottoscrizioni. Lo riconosce lo stesso Assessore al Bilancio Ucei, Noemi Di Segni che nella relazione scrive: Non vi è dubbio che questo è un risultato eccellente che dà riscontro alle iniziative delle Comunità territoriali, dell UCEI e di tanti singoli che si sono adoperati per favorire questa maggiore raccolta. Bisognerà ora analizzare questi dati anche alla luce di un bilancio Ucei 2012 condizionato dalla pesante macchina organizzativa, parte della quale lavora solo per la comunicazione finalizzata all otto per mille. Scrive nella relazione al Bilancio l Assessore Di Segni:... la quota effettiva di gettito ottopermille che è distribuita, sotto forma di trasferimenti diretti, alle Comunità ammonta complessivamente a 54%. La percentuale effettiva di quota ottopermille gestita dall UCEI, compresa la prededuzione (pari a 416mila, relativa alla comunicazione otto per mille, ndr.), ammonta a 41,5%. Agli enti esterni sono quindi assegnati effettivamente 4,5 % del totale gettito. Sul totale delle uscite (6,2 milioni di euro), particolarmente pesante è il costo del lavoro: i 28 dipendenti dell Ucei costano ogni anno complessivamente 1 milione e 456 mila euro (mediamente 52 mila euro a dipendente). Altrettanto oneroso è il funzionamento degli organi istituzionali (107mila euro) e in particolare del nuovo Consiglio (52 membri), che si è strutturato a sua volta in sottocommissioni, e per il quale ogni anno si spendono quasi 56mila euro di rimborsi; a cui vanno aggiunti 30mila come compensi ai revisori. La coperta per i finanziamenti è quindi molto corta. Alle 21 Comunità vanno complessivamente per il sostegno delle loro attività 2,9 milioni di euro (a Roma l Ucei ha destinato 1 milione di ). Rimangono ulteriori scarsi finanziamenti per appena 195mila euro - che l Ucei ha destinato a 17 progetti di Enti ebraici, fra questi: due progetti dell Adei Wizo ( ), il Cdec ( ), l Ose ( ), il Pitigliani per il Kolnoa Festival (20.000), Shirat Hayam Centro Estivo Ostia ( ), la Deputazione Ebraica ( ). L Ucei gestisce inoltre otto progetti strategici (formazione, scuola, servizi sociali, assistenza gestionale, network piattaforma informatica, indagine socio-demografica, Kasherut e Scuole rabbiniche), ai quali destina il 10% del gettito, con un finanziamento complessivo Bisognerà vedere ora come verrà distribuito un ulteriore importo derivante dal maggiore gettito otto per mille non preventivato, pari a Un ultima considerazione. Gli ebrei sono I valdesi in Italia sono , raccolgono 570mila firme e oltre 37 milioni di, spendendo per la comunicazione il 5% del totale delle somme a disposizione; gli avventisti del settimo giorno sono , raccolgono 2 milioni 112mila e per la campagna informativa spendono , pari a circa il 4%; i luterani sono 7.000, raccolgono firme per 3 milioni 355mila e spendono in pubbblicità pari al 3,9%. L Ucei dedica alla comunicazione un investimento che non quantifica ma che oscilla in modo prudenziale tra l 8 e il 15%, per una cifra - dipende da come la si vuole contabilizzare - tra 416mila e 800mila. Lo scenario economico finanziario che si dispiega - scrive l assessore Ucei, Di Segni - è preoccupante e richiede una profonda riflessione sulle azioni da intraprendere nel breve e nel medio periodo, e sul ruolo che l Unione è chiamata a svolgere. Come non essere d accordo? 3

4 COPERTINA Le ragioni di un lutto collettivo Al funerale di rav Ovadia Yosef hanno partecipato più persone di quante non siano scese in piazza contro la guerra in Libano nel 1980 o per chiedere giustizia sociale ed economica nel Ottocentocinquantamila persone hanno partecipato al funerale di rav Ovadia Yosef zzl. Sarebbe meglio dire che 850mila persone hanno percorso chilometri a piedi pur di partecipare al funerale, si sono arrampicate sui tetti di Yerushalaim pur di vedere passare il carro funebre ed hanno piantato in asso il lavoro o lo studio per correre al cimitero come se fosse morto un membro della loro famiglia. La società laica israeliana, ma non solo israeliana, guardando le immagini di questa imponente raccolta di persone si è resa conto che rav Ovadia Yosef zzl non era solo il capo spirituale del partito religioso sefardita Shas, non era solo lo scomodo esternatore di frasi ben manipolate da un certo tipo di stampa, ma era prima di ogni cosa un grande maestro, un possek di raro genio, sensibilità e preparazione. La morte di rav Ovadia ha fatto riunire insieme più persone di quanto non abbiano fatto le proteste contro la guerra in Libano negli anni del 1980 o le manifestazioni per la giustizia sociale ed economica del Un funerale che la stampa ha definito come l accompagnamento funebre più imponente nella storia dello Stato di Israele. I commentatori, gli opinionisti e gli analisti sociali con kippà e senza si sono lanciati in tentativi di definizioni attraverso il concetto di carisma, capacità sociale o vicinanza con il popolo. In pochi, pochissimi, sono andati diritti alla radice del legame tra rav Ovadia ed il popolo ebraico: la Torà. Rav Ovadia era un grande rav. Un grande insegnante. Un grande comunicatore. Un rabbino capace di parlare con parole semplici anche dei concetti più difficili, capace di comunicare con il popolo perché non ha mai dimenticato di venire dal popolo, capace di essere un possek, un decisore halachico, dall ampio respiro e dalla grande dote di saper permettere prima ancora che vietare. Un uomo, rav Ovadia, che come politico ha saputo dare nuova dignità al mondo sefardita come ai tempi di Maimonide, facendo in modo, attraverso la Torà e la politica stessa, che l establishment rabbinico ashkenazita fosse costretto ad accettare sempre più dayanim e rabbini sefarditi nei ranghi della Rabbanut statale. Se negli spazi laici dello stato di Israele chiamarsi Haddad e chiamarsi Stein non è la stessa cosa a favore del secondo rispetto al primo, nel mondo religioso grazie a rav Ovadia le due presenze sono sullo stesso piano. Questa realtà può spiegare la massiccia presenza di sefarditi al funerale di Rav Ovadia: sono i suoi figli, i figli spirituali, coloro i quali si sono lacerati le vesti come si fa con un parente stretto al momento dell accettazione del lutto. Ma non c era sono solo sefarditi tra le persone in lacrime. Molti dei volti addolorati erano etiopi. Nel 1973 quando rav Ovadia divenne rabbino capo sefardita di Israele, in maniera

5 rivoluzionaria e contraria alla maggioranza del mondo ebraico dell epoca, compresi i Chabad, generalmente molto attenti ad avvicinare gli ebrei lontani, affermò che i Beta Israel etiopi erano ebrei in tutto e per tutto, aprendo quindi le porte della loro alyà e lavorando negli anni successivi alla loro integrazione nella società israeliana. Questa ferma posizione di accoglienza verso il mondo etiope portò Rav Ovadia a licenziare nel 2009 un dirigente scolastico del gruppo politico Shas che si rifiutava di accettare studenti etiopi. La sua indiscutibile presenza di uomo di Torà ha fatto in modo che anche moltissimi charedim ashkenaziti fossero tra coloro che hanno portato l ultimo saluto a rav Ovadia. Lituani, chassidim, chabad: un intero ventaglio di radici est europee ha pianto l autorità halachica di rav Ovadia pur nella distanza delle origini e dei mondi di formazione. Molte, moltissime le donne presenti al funerale. Il rapporto di rav Ovadia con l altra metà del cielo fu tutt altro che scontato e monolitico. Ha sempre sostenuto il dovere dello studio per le donne, la necessità di una loro formazione e di una loro educazione scolastica e persino accademica ed è stato sempre molto sensibile al tema delle agunot, le donne abbandonate dai propri mariti senza aver ricevuto un divorzio e quindi senza prospettive di nuovi matrimoni e nuove vite. Sempre nel 1973, dopo la guerra dello Yom Kippur, in quanto rabbino capo sefardita Rav Ovadia istituì un Bet Din che aveva come unico scopo quello di fornire ogni soluzione halachica possibile per liberare le donne agunot da questa condizione. Si narra che persino un anello nuziale con inciso un determinato nome di donna ed indossato da un soldato caduto non riconoscibile veniva impiegato come mezzo per stabilire il legame nuziale con una donna specifica e liberarla dichiarandola vedova. Seguire quest approccio così estremo significava e significa mostrare una profonda sensibilità verso le donne. Ma rav Ovadia ebbe a cuore, nel suo cuore di possek, anche la questione della pace e della sicurezza. In maniera palesemente diversa rispetto al mondo che lo circondava già nel 1979 sosteneva i colloqui di pace e l idea della restituzione dei territori conquistati in guerra in nome della pace, nonché la stessa idea della restituzione dei terroristi arrestati in nome della restituzione dei soldati israeliani rapiti e tenuti in ostaggio. Lo sguardo verso il mondo militare e la sensibilità verso chi difende lo Stato di Israele ha portato rav Ovadia nel 2011 a riconoscere le conversioni dei soldati all interno del Bet Din militare ed a sostenere il loro riconoscimento da parte del rabbinato centrale di Israele. L altro sguardo che possiamo avere su rav Ovadia è quello politico legato ai conflitti ed agli intrighi di corte di un movimento, Shas, che ha molte luci e moltissime ombre e che per molto tempo ancora farà parlare di sé e delle tristi lotte di potere che oggi si accentuano dopo la morte del Maran Ovadia Yosef zzl. Le ombre di Shas e della sua corruzione sono pubbliche, come lo sono le crociate contro il dissidente rav Haim Amsalem che sostiene l arruolamento militare di charedim ed il loro obbligo al lavoro. Ombra è l assenza di un adeguata preparazione secolare nelle scuole sotto influenza del partito Shas, cosa che non permette alle masse sefardite una crescita laica all interno di un paese, Israele, che tende da sempre alla discriminazione sefardita da parte della intellighenzia ashkenazita. In questo modo Shas, non permettendo un reale riscatto dei sefardim se non all interno dei confini religiosi, avrà sempre un bacino elettorale al quale attingere. Queste ombre non devono però farci dimenticare il Maestro, il grande maestro della nostra generazione che ha influenzato profondamente la nostra ebraicità, indipendentemente dai mondi ebraici di riferimento: qui a Yerushalaim tra le yeshivot che hanno dedicato intere giornate di studio alle decisioni halachiche di rav Ovadia ed ai suoi responsa, c era anche la Yeshivà Conservative di rechov Agron. Se all uomo politico Ovadia Yosef potremmo e potremo criticare molte azioni, al Maestro dobbiamo portare il nostro tributo e perpetuare la forza dei suoi insegnamenti, la forza umana delle sue facilitazioni che hanno avvicinato e tenuto saldo tanto mondo ebraico alla Torà. Pierpaolo Pinhas Punturello 5

6 COPERTINA Meglio permettere che vietare Questo era l insegnamento principale di rav Ovadia Yosef che per le sue innovative decisioni halachiche è considerato unanimemente uno dei grandi Maestri dell ebraismo. Lo racconta un suo talmid chacham, rav Moschè Hacmoun, rabbino del Bet El di Roma 6 Il rabbino Ovadia Yosef, leader spirituale della comunità ebraica sefardita è morto all età di 93 anni, lunedì sette ottobre, tre di Cheshvan È stato il rabbino Capo di Israele dal 1973 al 1983 e nel 1984 ha contribuito alla nascita del Shas, il più importante partito politico religioso israeliano. È stato colui che riuscito a trasformare la comunità sefardita, a dargli un ruolo ragguardevole come forza sociale, politica e religiosa. Dalla sua casa di Gerusalemme esercitava un'enorme influenza su autorità religiose e civili, intellettuali e no, studenti e persone che da ogni parte del mondo giungevano per chiedergli consigli e suggerimenti. Le sue decisioni halachiche sono divenute un punto di riferimento per tutti gli ebrei, al di là della provenienza d origine. Come hanno testimoniato le immagini dei funerali, ai quali hanno partecipato più di ottocentomila persone, la sua popolarità e la sua autorevolezza facevano breccia anche negli strati della popolazione meno vicini all ortodossia. Rimane di lui, oltre alla grandiosità della sua attività, l immagine sempre ben curata con il turbante, l occhiale fumè e la tunica risalente all antica tradizione sefardita, mentre impartisce lezioni di Torà sorseggiando il suo thè caldo al quale non faceva mai a meno. Abbiamo parlato con Rav Moschè Hacmoun, rabbino del Bet El di Roma che l ha conosciuto. Perché è stata importante la figura di Rav Ovadia Iosef? Perché il suo grande amore per il popolo di Israele non vedeva limiti e confini: non era raro vederlo lacrimare per le sofferenze altrui e cercare di dare il meglio di sé per risolvere questioni per le quali si rivolgevano a lui. Questa è stata la grandezza del Maran : quando sentiva una tragedia, una qualsiasi disgrazia, immediatamente il suo cuore si spezzava. Ottocentocinquantamila persone lo hanno accompagnato nel suo ultimo viaggio, persone che si sentivano in una condizione di impossibilità di ringraziare per tutto il bene che hanno ricevuto, verso colui che ha illuminato ed elevato il loro spirito, che ha abbellito la loro Torà e cultura. Una Torà che cammina, che non si è fermata fino al momento finale: questo è stato Rav Ovadia Yosef. Egli sarà per sempre ricordato come tra i più grandi nella storia della nazione per l influenza decisiva e culturale sul popolo d Israele insieme a Moshe Rabbenu, Rambam e Rabi Yosef Caro. Nostro Morè e Rav. Ci racconta il suo incontro con il Rav? Negli anni 90, una volta terminato il mio servizio militare, ero solito recarmi ogni venerdì al Bet Amidrash Yechave Daat presso il quartiere Har Nof di Gerusalemme. E una volta terminata la preghiera, Rav Ovadia teneva una lezione di Halachà sulle questioni più attuali. Dopo di che, era possibile conversare con lui e porgli questioni più personali e private. In quel periodo ero allenatore nazionale di squadre di spicco e rinomate, fattore che implicava un grande investimento di energie e tempo. Ragion per cui non avevo spazio per potermi dedicare allo studio della Torà. E la mia domanda al Rav è stata: Dovrei continuare a occuparmi della pallacanestro o abbandonare la mia carriera per dedicami alla Torà quanto più possibile?. La sua risposta è stata, inaspettatamente, di continuare ad occuparmi del basket perché la santificazione del Nome di Hashem viene effettuata nel cuore dell Israele laica, ossia secondo lui l uscita nel mondo sportivo, lontano dalla Torà e dalle mizvot, ha la necessità di persone che possano e che abbiano la capacità di essere una dugmà Ishit (un esempio personale) soprattutto per coloro che sono lontani dalla cultura religiosa. Ci troviamo di fronte a una risposta rivoluzionaria: osservare una mitzvà che può santificare il nome di D. attraverso la messa in pratica delle regole ebraiche nella vita di colui che lavora nell ambito dell eduzione sportiva. Quali erano state le sue origini? Rav Ovadia Yosef nacque a Baghdad nel 1920, all età di soli 4 anni sale spiritualmente e si trasferisce in Israele con la sua povera famiglia. Si stabiliscono a Yerushalaym, dove il padre apre un negozio di verdura. All età di 9 anni, per contribuire al mantenimento economico della famiglia (Parnasat Amishpachà) lavora nel negozio del padre, sebbene fosse interessato a dedicarsi completamente allo studio della Torà. I rabbini della Yeshivà, nella quale studiava, Porat Yosef, si rendono conto della dote che questo bambino possedeva, una dote accompagnata da una passione innaturale, ragione per cui spronano i suoi genitori a fargli abbandonare il lavoro e a farlo dedicare interamente alla Torà, assicurandogli, anche, un futuro senza dubbio di successo. E così fu. E stato un Posek (decisore) che ha scritto molto? Nel corso della sua vita Rav Ovadia Yosef ha scritto una cinquantina di libri che sono diventati il patrimonio letterario di Halachà più importante ed utilizzato degli ultimi tempi. La sua creazione, enciclopedia halachica composta da quesiti e risposte intitolata Yabia Omer, mi ha accompagnato fin da quando ero ragazzo: la sua unicità, la ricchezza di fonti hanno avvicinato non solo la parte religiosa di Israele, ma anche quella laica, ed hanno fatto sì che questa composizione abbia vinto il Pras Israel (Premio di Israele). Ha conquistato la reputazione di essere tra i più coraggiosi, dopo essersi preso cura della causa degli ebrei etiopi affermando con audacia che essi non avevano la necessità di convertirsi in quanto ebrei a tutti gli effetti. Questa sentenza ha avuto l importante funzione di portare il governo israeliano ad occuparsi della que-

7 stione e a trasferirli immediatamente in Israele. È inoltre noto come lui abbia cercato di contrastare l autorità halachica ashkenazita in Israele, innalzando il nome e le tradizioni dei sefarditi considerandole assolutamente di pare valore, se non superiori, a quelle degli ashkenazim. Perché Ovadia ha avuto così tanto seguito? Una volta divenuto Rabbino Capo di Israele si ripromise pubblicamente di seguire la strada di Beth Hillel, un cammino che ha cercato di facilitare le halachot al fine di avvicinare Am Israel alla Torà. Soleva dire nelle sue lezioni: Coach deeter adifa, ovvero la forza di permettere, di dire che qualcosa è permesso viene preferita, spiegando che, come è stato affermato anche da Rashi, facile proibire, dire di no, ma è indubbiamente più difficile permettere: scavare fino in fondo, faticare nel cercare appoggi e opinioni che possano alleggerire e risolvere situazioni complicate e sensibili. Questo deriva da un grande Ahavat Israel: un amore senza confini, che cerca di prendere ogni caso accuratamente come proprio, se non di più. Ed è proprio l amore illimitato che non vede barriere e che mette la vita del prossimo in precedenza alla propria che dimostra quanto Rav Ovadia Yosef sia stato un Gadol Israel (un grande d Israele). Quali sono state le decisioni più importanti come Rabbino capo d Israele? Dopo la guerra di Kippur, nell ottobre del 73, gli venne chiesto dal Generale dell IDF, l esercito israeliano, di trovare una soluzione per le ottocentocinquanta donne i cui mariti erano dati persi in battaglia, presumibilmente morti. Se non si fosse trovata alcuna prova che testimoniasse le loro morti, queste donne sarebbero state aduno - incatenate ai loro matrimoni e impossibilitate a risposarsi secondo la legge ebraica. E nel 1976, Rav Ovadia Yosef Il Rishon di Zion Rishon di Zion (annuncerà) eccoli qua, darò un annunciatore a Gerusalemme (Isaia 41,27). La partecipazione massiccia alle esequie di Ovadia Il Yosef z.l., paragonata alla rivelazione del Sinai, ha fatto affermare al Rav, anzi Chacham, Eliahu Ben Haiim, Rosh Yeshivà sefardita della Yeshivà University: Come la Torà è stata data alla presenza di seicentomila persone, così è stata ripresa alla presenza di seicentomila persone. La dipartita del più influente Rishon Le Zion del nostro secolo fornisce l occasione tra l altro di riflettere sulla profonda differenza che esiste tra il titolo sefardita di Rishon Le Zion ed il generico Rav Ha Rashi, Rabbino Capo Ashkenazita di Israele. Oltre alla fonte biblica citata dal profeta Isaia, il titolo e la vicenda storica relativa meritano la nostra attenzione ed emozione. Reuven Kashani venti anni fa pubblicava un opera in ebraico dedicata alla storia di questa istituzione dall esilio babilonese (Resh Galutà) al Naghid Sefardita. Bisogna attendere il 1525 per tornare a proporre il ruolo di Rishon Le Zion insieme con il Chacham Bashi per l impero ottomano. Il termine fu una conseguenza del tentativo del rinnovo della Semichà (investitura rabbinica) a Zefat da Rabbi Yaakov BeRav. Sicuramente la tensione dell epoca continuò negli anni successivi, senza porre mai in discussione il ruolo centrale di Gerusalemme come centralità del potere. Il primo Chacham Bashi di nomina governativa fu Rabbì Eliahu risolse tutti i casi di agunà, cercando qualsiasi appoggio dell Halachà per liberarle. Il fatto che ogni caso sia stato preso in considerazione, accuratamente, dimostra non solo una grande sensibilità, bensì una grandissima responsabilità, una responsabilità che moltissimi, se non tutti i rabbini, non si sono azzardati a prendere. Rav Ovadia ha allevato molti alunni, qualcuno era il suo pupillo? I suoi figli, che sono stati e sono i capi delle Yeshivot da lui costituite: Rav Yaakov Yosef z.l. che è deceduto qualche mese fa, R. Itzack Yosef che è l attuale Rabbino Capo d Israele sefardita, Rav Avraham Yosef, Rav David Yosef e Rav Moshe Yosef. Come era il rapporto con la politica? Differentemente dall opinione comune, egli non amava la politica ma la utilizzava, al massimo, come mezzo e tramite di diffondere la Torà e le tradizioni sefardite presso coloro che facevano parte degli strati della società anche più lontani da essa. Jonatan Della Rocca Nella foto a sinistra: rav Ovadia Yosef al matrimonio di rav Moschè Hacmoun Capsali, nominato da Maometto II; dopo di lui abbiamo Eliahu Mizrachi (Re em) ed altri grandi Rabbini fino al 1864 dove una fonte legislativa turca stabiliva che il Chacham capo di Costantinopoli fosse il capo di tutta la nazione ebraica che risiedeva nell Impero Ottomano. Il Chacham Bashi vestirà con manti regali ed avrà un turbante sul capo. Il titolo Chacham fu diffuso nella Comunità Sefardita di Londra e persino il Rabbino di Bagdad stendeva la sua autorità in Iraq come Chacham Bashi. Il termine Rishon Le Zion ha origine dalla scelta del Rav HaMaghen, R. Moshè Galante che rifiutò nel 1665 il titolo di Rabbino e Presidente del Tribunale di Gerusalemme preferendo il titolo di Rishon Le Zion. Il primo titolo di Chacham Bashi di Erez Israel venne dato nel 1842 a Rabbi Haiim Gagin che unì al titolo Chacham Bashi anche quello di Rishon Le Zion. Lo storico M. D. Gaon stilò una lista di Rabbanim di Jerushalaim dal 1437 al 1939 in cui venne nominato Rishon Le Zion con decreto Ben Zion Meir Hai Uziel. Il luogo dell insediamento del Rishon Le Zion è la Sinagoga Iochanan Ben Zakkai nella Città vecchia e dalla fine dell impero ottomano, precisamente dal 1921, fu scelto di eleggere due Rabanim Rashim, uno askenazita chiamato Rabbino Capo d Israele ed il suo ben zug, compagno di studio e collega sefardita, chiamato Rishon Le Zion. Voglia il Signore concedere alla nostra generazione di vedere realizzata la profezia di Isaia: Ecco sta per venire il primate di Zion ed a Gerusalemme darò un annunciatore. Rav Umberto Piperno 7

8 COPERTINA 8 Storia delle Pantere Nere d Israele Negli anni 70 i Pantherim Shechorim furono un gruppo estremista che rivendicava i diritti per i sefarditi Se ci si imbatte in qualcosa di paradossale, si finisce prestissimo per incontrare un buon numero di ebrei addetti ai lavori. Uomini e donne che da ormai 70 anni possono vivere anche a Tel Aviv o Gerusalemme. Insomma, sono israeliani. E appena iniziato il 1971, quando all aeroporto di Lod sbarca una dirigente del Partito Comunista degli Stati Uniti d America vicinissima anche al Black Panthers Party, il più radicale dei movimenti afroamericani, successivamente scivolato sulle posizioni antiebraiche-antisioniste dei cosiddetti Mussulmani Neri di Louis Farrakhan. All epoca i controlli di sicurezza erano piuttosto rudimentali, e tutti si sentivano molto più inutilmente ottimisti di quanto sia invece possibile oggi. Angela Yvonne Davis (che ormai ha 69 anni, e nessun ebreo in famiglia, proprio come allora) voleva incontrare i dirigenti di un forte movimento di protesta degli olim immigrati in Israele dopo l espulsione in massa dai paesi arabi. I cosiddetti Mizrahi, ebrei d oriente, costituivano quasi il 60% della popolazione ebraica. Si trattava allora - e lo è tuttora - di una componente decisiva della società israeliana, ma in qualche modo penalizzata dal prevalere degli askenaziti nelle istituzioni e nell economia. Il problema si era seriamente aggravato con l arrivo degli ebrei russi dall Unione Sovietica, che ricevevano un trattamento ritenuto di favore rispetto alle durissime condizioni che i mizrahi avevano trovato all inizio degli anni 50. Angela Davis intendeva verificare la possibilità di una saldatura politica tra gli obiettivi riformisti di Saadia Marciano, uno dei leader mizrahi, e i gruppi palestinesi. Progetto naturalmente impraticabile, e Angela Davis tornò a casa senza risultati. Ma Marciano aveva acquisito tutti gli elementi necessari per fondare il partito semirivoluzionario e ultralaicista delle Pantere Nere d Israele. Il laburismo israeliano dirigeva allora lo Stato sotto la guida molto energica Golda Meir, erede di David Ben Gurion e di Levi Eshkol. Immediatamente Pantherim Shechorim fu di fatto individuato come minaccia per la sicurezza nazionale in un momento difficile. Il 18 maggio 1971 si verificarono a Gerusalemme scontri violentissimi tra la polizia e manifestanti. Ci furono 74 arresti e 20 feriti, anche gravi. La storia seguì poi altre strade. Saadia era nato a Oujda in Marocco nel La famiglia raggiunse Israele in quello stesso anno. Nel 1977 Marciano entrò alla Kneseth con un suo gruppo di estrema sinistra. Ancora in piena militanza, è morto nel Già nel 1973 la Guerra di Yom Kippur aveva cambiato completamente le carte in tavola. Poi la pace con l Egitto di Anwar el-sadat permise a Israele di dedicarsi ai problemi interni. La direzione del paese passò alla destra e al suo capo storico, Menachem Begin. I mizrahi trovarono nella tradizione sefardita il più forte cemento per la propria particolare identità, e quindi nel sionismo fondato sulla alakhà la base per una rinnovata azione politica. Il partito religioso Shas ne rappresentò gli interessi con fermezza e successo. A Gerusalemme, il quartiere di Musrara dove Saadia Marciano aveva abitato fin da bambino e dove aveva creato le sue Pantere appare oggi una zona privilegiata, ricca di musei, gallerie d arte e centri culturali. Ma negli anni 50 del secolo passato, prima della riunificazione e della Guerra dei Sei Giorni, si trovava quotidianamente sotto il tiro dei cecchini giordani che rendevano molto pericolosa la vita dei residenti. Saadia Marciano e le pantere sostenevano, forse giustamente, che dopo la nascita dello Stato ebraico i luoghi più precari e pericolosi risultavano destinati agli ultimi arrivati. L Operazione Tappeto Volante ( ebrei dallo Yemen), i pogrom di Baghdad e delle altre grandi capitali arabe d oriente e del nordafrica, sembravano insomma aver fornito a Israele il popolo dei suoi difficili, insicuri confini. Piero Di Nepi Nella foto in alto: Angela Davis, a sinistra: Saadia Marciano LA RIVINCITA DEI MIZRAHI A riempire di una folla mai vista le strade di Gerusalemme per i funerali del Gran Rabbino Ovadia Yosef scomparso all età di 93 anni, la sera del 7 ottobre - 4 Chesvan erano forse in Però le autorità, proprio come qui da noi, hanno preferito giocare al ribasso ed alla tosatura dei numeri, fornendo la cifra ufficiale di non più di mezzo milione di persone. Comunque impressionante, per un paese che accoglie sei milioni di ebrei, per la maggior parte non strettamente osservanti. Ma anche se Ovadia Yosef è stato un uomo di assoluto carisma spirituale nello Stato ebraico, al di là della devozione e del riconoscersi nella tradizione sefardita gli uomini, le donne i bambini che sono accorsi da tutto Israele per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio in questo mondo, volevano sicuramente proclamare un fortissimo Ci siamo anche noi!, anzi noi soprattutto. Ed è un ci siamo di decisivo valore politico. Qualcuno infatti li chiama impropriamente sefarditi d Israele, altri con sfumature non del tutto amichevoli li definiscono maghrebi cioè nordafricani, ma in realtà il termine riconosciuto da tutti è mizrahi, ebrei d oriente. Ebrei che riconoscono le proprie radici nei paesi di cultura islamica dai quali dovettero fuggire, dopo l ondata di pogrom spietati che precedettero e poi seguirono la fondazione di Israele. Si sentono ancora penalizzati dalla formazione sostanzialmente askenazita della classe dirigente, e sono convinti di costituire la vera forza demografica e militare dello Stato. Gli israeliani mizrahi esigono dunque parità nell amministrazione, negli affari, nelle università, e ormai anche nelle yeshivot. Tuttavia, nell esercito e nella sicurezza nazionale occupano posizioni di grande rilievo. Quale sia la verità vera, trattandosi di ebrei, è materia di contesa, che si prolungherà per tempi non prevedibili. Chi conosce bene Israele sa che probabilmente hanno ragione loro. (P.D.N.)

9 L ebraismo askenazita? È nato nella Roma Imperiale È il risultato rivoluzionario di una ricerca genetica della New York University NEW YORK Quattro matriarche ebree vissute in Italia all'inizio dell'impero Romano sono le antenate comuni dell'80 per cento della popolazione di ebrei askenaziti, il gruppo che costituisce oggi la maggioranza della popolazione ebraica mondiale (il 90% degli ebrei Usa, il 50% in Israele). Lo rivela un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications secondo cui le donne della fiorente comunità ebraica romana di 2000 anni fa sarebbero le progenitrici dell'intero popolo ebraico della Mitteleuropa. Basata sull'analisi genetica delle sole linee matriarcali, la ricerca di Martin Richards dell Università di Huddersfield in Gran Bretagna sembra corroborare un altro studio fondato sull esame dell intero genoma, realizzato da Gil Atzmon dell Albert Einstein College of Medicine e Harry Ostrer della New York University che individuava una comune discendenza italiana sia per gli Askenaziti che per i Sefarditi. Lo studio di Richards conferma dunque la stretta parentela genetica tra due comunità per tanto tempo divise e persino rivali: askenaziti e sefarditi. Considerate le somiglianze genetiche tra i due gruppi, spiega Richards, si deduce che all antica popolazione ebraica della Roma imperiale appartengono non solo le progenitrici degli askenaziti ma anche quelle dei sefarditi di Spagna e Portogallo. Precedenti studi genetici avevano stabilito che le comunità ebraiche della diaspora erano state fondate da uomini i cui cromosomi Y (trasmessi dal padre ai soli figli maschi) avevano sequenze che si riscontrano di solito in Medio Oriente. La sorpresa è arrivata quando i genetisti hanno studiato il Dna mitocondriale femminile trasmesso esclusivamente dalla madre a tutti i figli e considerato lo strumento ideale per ricostruire gli alberi genealogici. Con l intero genoma mitocondriale oggi a disposizione, Richards è riuscito a dimostrare che molte comunità ebraiche al di fuori d Israele hanno origine dal matrimonio tra uomini provenienti dal Levante e donne locali italiane poi convertitesi all ebraismo. Gli esperti sono giunti a questa conclusione comparando le variazioni genetiche all interno delle comunità ebraiche con quelle della popolazione locale non ebraica. I risultati suggerivano un modello di migrazioni in cui gli uomini, con molta probabilità mercanti, arrivavano da soli dalle regioni del Medio Oriente e prendevano in moglie donne del posto che si convertivano poi alla nuova religione, spiega Richards. In base ai nostri dati, aggiunge, l'80 per cento delle linee di discendenza materne degli askenaziti proviene da donne indigene italiane. Circa 2000 anni fa, nella città di Roma prosperava un ampia comunità ebraica di cui facevano parte numerosi convertiti, continua il genetista. Si stima che fossero ben 6 milioni gli individui che agli albori dell Impero Romano praticavano l ebraismo. Lo studio di Atzmon e Ostrer esamina invece i marcatori genetici e autosomi di entrambi i sessi, giungendo però alla stessa conclusione: gli Askenaziti discendono da donne dell Europa meridionale e occidentale e non dalla Palestina o dall Impero Cazaro come molti credevano. Secondo il New York Times il legame genetico askenaziti-sefarditi che emerge dallo studio è un risultato straordinario che smentisce la tesi sostenuta dal controverso storico israeliano Shlomo Sand nel libro The Invention of the Jewish People, nel quale afferma che gli ebrei askenaziti dell Europa centro-orientale discenderebbero dai Cazari, una tribù turca che si convertì al giudaismo nel XII secolo e creò un impero nel Caucaso. Sempre secondo Sand il popolo ebraico non esiste perché la diaspora ebraica sarebbe soltanto il frutto di una leggenda, creata dai sionisti a fini opportunistici. La scienza però lo smentisce. La parentela genetica tra askenaziti e sefarditi esiste ed è provata, afferma Ostrer. La firma genomica delle due comunità è molto simile a quella degli italiani, continua Ostrer, da ciò si deduce che gli avi di entrambi siano stati un antica popolazione dell Italia settentrionale composta da ebrei sposati con italiani. Anche durante il Medioevo, spiega, vi sono state moltissime interazioni matrimoniali tra italiani ebrei e non. Resta da capire se questa nuova ricerca avrà implicazioni culturali o religiose visto che l affiliazione all Ebraismo per via materna vige ormai dal 200 d.e.v. Avevo previsto polemiche e forti reazioni alle nostre tesi, ribatte Richards, credo però che esiste il modo per conciliare la nostra scoperta con le posizioni di altri studiosi: considerare che i progenitori maschili degli askenaziti provengano dal Medio Oriente mentre le matriarche siano di origine europea. Alessandra Farkas Dall alto: Harry Ostrer e Martin Richards 9

10 MEDIO ORIENTE Il miracolo di Obama L inconcludente politica statunitense, incapace di fermare la minaccia nucleare iraniana, ha paradosslamente avvicinato Israele all Arabia Saudita. Nel nuovo Medio Oriente il conflitto non sarà con i palestinesi ma una feroce contrapposizione tra sciiti e sunniti 10 Il grande spettacolo del rovesciamento delle alleanze mediorentali è cominciato, e le sue conseguenze sono tutte da disegnare. E un giuoco di scacchi molto pericoloso che, come sempre, comincia in casa Obama. Fino ad ieri gli Stati Uniti avevano un alleato principale nel mondo arabo, l Egitto. Certo, esso non era più importante di Israele nella strategia americana, ma aveva una funzione stabilizzante insostituibile. Quando la Fratellanza Musulmana ha preso il potere, Obama ha compiuto un passo falso: l ha abbracciata come fosse portatrice di democrazia, con un certo cinismo nei confronti della parte laica del Paese, perché anche lui sa, proveniendo per la metà della sua storia dal mondo musulmano, come la sharia non sia gradita proprio a tutti coloro che sono nati islamici. Ma nell abbraccio americano verso al Ikwan, che comprendeva anche le forze vincenti tunisine e tutto ciò che è connesso in varie maniere alla stessa sigla, inclusi i turchi di Erdogan e vari gruppi libici o siriani, Obama si è illuso di realizzare la sua grande rivoluzione strategica che punta a un abbraccio mondiale fra cristiani e musulmani, con annessa la frangia del conflitto israelo palestinese. Ma non gli è riuscito: tutti ricorderanno come il generale Sisi abbia interpretato la furia del popolo egiziano di fronte alla presa del potere di una parte che forse poteva ambire quanto a voti all egemonia ideologica, ma che ne aveva fatto il peggiore di tutti gli usi praticando di nuovo, come al tempo di Mubarak, la prepotenza settaria e la corruzione. La sconfitta di al Ikwan si è posta come un grande punto interrogativo per Obama, che comunque ha puntito Sisi con cautela, togliendoli solo una parte dei finanziamenti americani: chi sarebbe stato ora il suo interlocutore ideale per il grande abbraccio fra le due religioni trainanti? La domanda è giunta mentre il Medio Oriente è preda di una grande guerra fra sunniti e sciiti. Ma la sconfitta della grande forza egiziana ha messo in rilievo, senza possibilità di smentita, una frattura verticale anche nel mondo sunnita, perché se è vero che oggi tutti i confini del Medio Oriente sono di nuovo in discussione a causa dello scontro fra le due correnti basilari dell Islam, appunto quella sciita e quella sunnita, pure all interno di quest ultimo gruppo, che è maggioritario, non esiste un solo leader come per gli sciiti, dove l Iran predomina senza sfidanti. Fra i sunniti, oltre all Egitto l altra grande potenza è quella Saudita, con Sisi soddisfatto della caduta dei Fratelli Mussulmani che in nome di un nuovo panislamismo, stavano cercando un alleanza egiziana col grande nemico, l Iran sciita e presto anche nucleare. Per gli americani una speranza di stabilità era nel passato venuta anche dalla Turchia, ma Erdogan ha follemente esagerato nella sua visione ottomano-islamista, che l ha spinto a credere di poter prendere la guida del mondo ispirato dai Fratelli Musulmani e ristabilire l impero Turco. L ha fatto però con due tattiche fallimentari: la repressione dei costumi laici nel suo Paese, che ha suscitato grandi manifestazioni soffocate nella violenza, e con un odio antisraeliano che è sfociato, dopo molti atti di intolleranza, nella incredibile consegna di una rete del Mossad ai vicini iraniani e al sostegno scriteriato di Hamas. I Sauditi intanto hanno in questi ultimi due anni individuato il loro maggior problema nella questione siriana, punta di diamante delle strategie iraniane. Assad ha resistito tanto a lungo perché puntellato da uomini, armi, stretegie tutte messe a punto dal regime iraniano degli ayatollah e dai guerriglieri Hezbollah, che con Assad hanno assassinato e compiuto razzie. L asse sciita è stato a un centimetro dall essere attaccato militarmente da Obama, quando Assad ha usato contro il suo popolo il gas venefico Sarin sorpassando la cosiddetta linea rossa. Ma non è accaduto. Al contrario, l accordo di Obama con la Russia (che è l altro grande alleato strategico di Assad perché Putin vede in lui un presidio strategico in Medio Oriente e ha nel porto di Tartus l accesso russo al Mediterraneo) per distruggere senza intervento militare le armi chimiche di Assad, non solo ha risparmiato il rais siriano dopo 100mila morti, ma lo ha in certo modo garantito. Infatti nessuno potrà cacciarlo via finchè l accordo della consegna delle armi di distruzione di massa nelle sue mani non verrà concluso, chissà quando. Contemporaneamente all accordo che ha reso furiosa non solo l Arabia Saudita ma tutti i paesi del Golfo, si è consolidata la famosa politica della mano tesa dell Iran, in realtà una scatola vuota riempita solo dai sorrisi del nuovo presidente iraniano Rouhani all ONU e dall idea mai sostanziata di realtà che, tramite i colloqui in corso, si possa arrivare a una svolta nell arricchimento dell uranio. La verità è che l Iran ha un bisogno disperato di ridurre le sanzioni che ne rovinano l economia, che cerca di indurre il mondo a diminuirle, e che sta guadagnando tempo come peraltro, per affermazione dello stesso Rouhani nel 2005, ha già fatto: una strategia consolidata nella quale Obama e dietro di lui tutto il mondo occidentale è cascato senza battere ciglio e che i sauditi non possono accettare, perché per loro il rischio di un Iran nucleare è inaccettabile e definitivo. Dunque, mentre il consesso internazionale spera in un accordo negoziale con l Iran, chi è rimasto a dire che i colloqui di fatto servono all Iran per mettere in salvo il suo progetto atomico, è Israele - che ha dichiarato che se la bomba atomica iraniana fosse in vista non avrà paura di fermarla da solo - e una parte del mondo arabo, ovvero i Sauditi e i loro alleati. Un alleanza oggettiva, che potrebbe allargarsi di molto nel mondo sunnita. Ciò significa però dissentire vigorosamente dalla politica americana. Israele temporeggia ed esita, ma i Sauditi hanno compiuto un passo molto pesante: si sono rifutati infatti di entrare a far parte del Consiglio di Sicurezza dell ONU sostenendole l inutilità. Infatti,

11 hanno detto i rappresentati del re saudita, negli scorsi mesi il Consiglio ha sempre coperto Assad con il veto russo, e adesso è inane testimone dell avventura che il mondo intraprende lasciando che Assad continui la sua strage coperto di fatto dalla forza iraniana, a sua volta diventata potabile per via del nuovo atteggiamento americano. Un vero attacco a Obama, innanzitutto che mette a rischio grandiosi commerci di petrolio e di armi e la grande base americana che ha sede negli Emirati. Dunque, per strano che possa essere, mentre Obama tenta il suo vagheggiato riavvicinamento delle civiltà stavolta scegliendo, anche se con qualche apprensione, la parte sciita, quella sunnita, almeno dal lato saudita, sceglie una linea che somiglia a quella di Israele, così come altre componenti interessate a dire al mondo che a loro il conflitto maggiore non appare certamente quello fra israeliani e palestinesi, ma quello fra sunniti e sciiti. Così per esempio i trenta milioni di curdi che ambiscono a un loro Stato. Che cosa Obama pensi di potere ottenere con la trattativa iraniana non si sa, ma forse, e lui non lo sa, il risultato non previsto può essere una pace sunnita-israeliana dettata da comuni interessi antiraniani. Non è un caso che il mondo palestinese si stia in queste settimane invece riavvicinando ad Assad. Fiamma Nirenstein Gusto Kosher Alla scoperta dell enogastronomia ebraica Prodotto da In collaborazione con Con il patrocinio di domenica 17 novembre dalle alle Palazzo della Cultura via del Portico d Ottavia 73 Roma Ingresso gratuito mail: facebook: Gusto Kosher Ambasciata di Israele in Italia 11

12 MEDIO ORIENTE Un Medio Oriente che sta andando in frantumi Circolano delle cartine in cui Siria, Irak, Libano, Arabia Saudita, Libia vanno a pezzi e le entità che ne escono si ricompongono secondo linee tribali, religiose, geopolitiche. Israele sta nel mezzo e l America è lontana Come in ogni città italiana che si rispetti vi sono alcune decine di migliaia di allenatori potenziali della squadra di calcio locale, che chiacchierando al bar sono capaci di fare molto meglio di chi per puro caso si trova davvero in panchina a dirigere i calciatori, così il mondo ebraico è pieno di potenziali primi ministri che farebbero la pace molto meglio e molto prima di Netanyahu e dei suoi predecessori. Purtroppo, nel calcio come in politica, le cose sono un tantino più complicate di quel che sembra e bisognerebbe fare attenzione prima di dare ricette. Per esempio non si capisce facilmente chi sta con chi e chi sta contro. Prendiamo per esempio la Siria. Gli Stati Uniti sono arrivati a un passo da bombardare le truppe di Assad per via del loro uso di gas velenosi, Israele un paio di volte, a quanto si dice, l ha dovuto fare della guerra fredda, sta andando a pezzi. Circolano delle cartine con un nuovo Medio Oriente in cui Siria, Irak, Libano, Arabia Saudita, Libia vanno a pezzi e le entità che ne escono si ricompongono secondo linee tribali, religiose, geopolitiche. E naturalmente c è chi pesta in questo torbido per puntare a emirati islamici, nuovi imperi ottomani o persiani, vecchie egemonie russe sulle rotte del petrolio, 12 per evitare il trasferimento di armi perfezionate e soprattutto di gas velenosi a Hezbollah. Gli Usa hanno approvato Israele? Per nulla, anzi hanno fatto trasparire il loro dissenso con alcune pericolose soffiate sulle modalità degli attacchi israeliani. La Turchia, d altro canto, è insoddisfatta della passività americana; dovrebbe dunque approvare le azioni israeliane; e invece no, le condanna come violazione della sovranità siriana, proprio mentre bombarda nel territorio siriano. Arabia Saudita e Qatar sono anch essi per i ribelli; ma mentre l Arabia Saudita appoggia i generali egiziani (che combattono nel Sinai Hamas, anch esso anti-assad), la Turchia e il Qatar sono contro i generali egiziani e pro Assad. Gli Stati Uniti sono contro gli egiziani, ma ancora - si spera - contrari ad Hamas. Arabia Saudita ed Egitto sono contro l Iran, che è il principale sostenitore di Assad, ma la Turchia tiene con Teheran dei rapporti piuttosto cordiali. Insomma, è difficile capire qualche cosa del balletto intorno alla guerra, come è difficile mettere ordine sulle posizioni delle forze interne al conflitto: vi sono delle forze moderate, come si illudevano gli americani? I curdi con chi stanno, con Assad o con i ribelli? E che rapporti hanno coi curdi iracheni e con quelli turchi (e questi fra loro)? La verità è che quel quadro artificiale che si era formato in Medio Oriente dopo la Prima Guerra Mondiale e la fine dell impero ottomano, che aveva retto lo shock della seconda Guerra Mondiale, della nascita di Israele, della sua resistenza vittoriosa alle aggressioni, che una volta erano della seta. Per non parlare del peso crescente (economico ma anche politico) che in questo gioco ha la Cina. Israele sta in mezzo a questa situazione confusa e aggressiva, e deve evitare di perdere anche una sola partita, perché sa che non ci sarebbe il girone di ritorno. Difficile fare l allenatore (o il primo ministro) in questa situazione. Anche perché - per continuare con le metafore sportive - vi è chi gioca a sparigliarla, come quei cattivi giocatori di biliardo o di bocce che non riuscendo a piazzare la loro sfera vicino al bersaglio, cercano di colpire il boccino per far saltare a caso tutta la configurazione. E questo ormai il ruolo dell America di Obama, perdente su tutti i fronti, che oggi sembra capace solo di fare mosse azzardate per vedere l effetto che fa. Vediamo alcuni esempi.

13 Il più noto è la svolta repentina sull Iran, in seguito all apparizione del presidente persiano Rouhani alle Nazioni Unite e alla sua offensiva dello charme. L amministrazione Obama sembra decisa ad abbandonare una politica di interdizione dell espansionismo iraniano che dura da trent anni e ha come punto focale la disputa intorno all armamento nucleare iraniano, che gli ayatollah cercano non solo come mezzo per cancellare Israele dalla carta geografica, ma anche per stabilirsi come potenza egemone nell area che va dall Egitto all India, dall Asia centrale al Corno d Africa, dove è concentrata buona parte del petrolio del mondo. Questo progetto naturalmente cerca di scalzare la presenza e la prevalenza americana nell area. Di qui uno scontro molto complicato e prolungato, in cui sembra che gli Stati Uniti abbiano improvvisamente deciso di abbandonare il loro ruolo e i loro alleati. In questo senso va letto anche la rinuncia di Obama a lottare contro il regime di Assad, protetto dell Iran (e della Russia). Una conseguenza di questa scelta è l altro esempio di mutamento traumatico, segnalato in maniera clamorosa dal rifiuto dell Arabia Saudita di entrare nel consiglio di sicurezza dell Onu per protesta contro la sua impotenza sul caso siriano: è uno schiaffo che va più che all Onu, agli Stati Uniti, che sono stati per settant anni il grande protettore del regno saudita. Se Obama stringe legami con l Iran, abbandona l Arabia Saudita, che è il suo grande avversario nell area (e Israele, naturalmente, che l Iran minaccia quotidianamente, anche usando le sue pedine di Hamas e soprattutto Hezbollah). Che la diplomazia saudita, di solito prudentissima, abbia deciso un gesto del genere, la dice lunga sullo stato dei rapporti (e del resto al posto degli Usa ha risposto e in maniera piuttosto arrogante la Russia). Rispetto a questa situazione, vanno lette con molta attenzione le affermazioni ripetute dal governo israeliano per cui vi sarebbe una convergenza rispetto all Iran con paesi arabi non citati per nome, ma facili da identificare. Un altro fatto è il taglio dei finanziamenti all Egitto, deciso a freddo, dopo alcuni mesi dalla presa del potere dei militari che hanno eliminato la Fratellanza Musulmana che godeva del gradimento di Obama. E chiaro che il governo militare è ben stabile, che gli islamisti riescono a fare del terrorismo ma non a mobilitare le masse. E chiaro anche che l Egitto è il baricentro del mondo arabo, il paese più popolato e più antico. Perché Obama lo vuole punire con il taglio di tutti i finanziamenti non indispensabili? Certamente l amministrazione non approva la repressione degli islamisti, la rottura con la Turchia, l appoggio reciproco con l Arabia Saudita (che ha dichiarato di volersi sostituire agli aiuti americani, e probabilmente anche il coordinamento con Israele nell isolare e combattere le bande armate islamiste del Sinai (che sono per lo più targate Hamas). Si è creato dunque un asse fra Israele Egitto e Arabia Saudita, senza se non contro gli Stati Uniti? Difficile dirlo. Certo che c è stato un altro episodio istruttivo, cioè la rivelazione di un giornalista molto vicino al governo americano del fatto che la Turchia avrebbe consegnato tre anni fa una rete spionistica israeliana in Iran agli iraniani, distruggendo una risorsa preziosissima contro l atomica iraniana. Ciò illustra l ormai evidente ambiguità della politica turca (che di recente fra l altro ha commissionato la propria difesa antimissile alla Cina e non agli Stati Uniti, pur essendo membro della Nato). Ma, come le altre soffiate provenienti nei mesi scorsi dal governo americano che riguardavano le operazioni di Tzahal in Siria, ha anche il sapore di un ricatto. E chiaro che gli americani non solo si sono impegnati a far ripartire i negoziati fra Israele e l Anp, ma sostengano in quella sede posizioni inaccettabili per Israele sui problemi della sicurezza, come lo sgombero israeliano della Valle del Giordano, magari sostituendolo con un contingente internazionale (la cui efficacia si è ben vista in questi mesi in Libano, dove Hezbollah fa quel che gli pare), sul Golan (dove il contingente Onu è semplicemente sparito) e nel Sinai (dove le forze internazionali sono state in pratica prese a ostaggio dai terroristi). Fra i molti problemi che chi guida Israele (ma sul serio, non dal Bar sport) deve affrontare è fino a che punto piegarsi alle imposizioni americane (essendo Israele ricattabile dagli Usa in diverse misure sul piano economico, militare, di sicurezza e diplomatico), e quando rifiutare queste pressioni, ribellandosi a Obama come hanno fatto in sostanza Egitto e Arabia Saudita. E una decisione delicatissima, soprattutto in mezzo ai giri di valzer che la presidenza americana sta facendo in maniera spregiudicata o sconsiderata con i nemici storici propri e dei propri alleati. Il terrorismo che si sta riaccendendo, le dinamiche fuori controllo ai confini, il ruolo di fornitore d armi e protettore dei regimi canaglia che si è assunta la Russia rendono ancora più difficile la condotta israeliana. Chi vuole bene a Israele ed è felice vedendone fiorire l economia e la tecnologia, la libertà e la vita quotidiana, deve sperare che la mano ferma e la grande esperienza politica di Bibi Netanyahu permettano di superare senza danni questo tempo difficilissimo. Ugo Volli 13

14 MEDIO ORIENTE Quel posto che viene negato ad Israele Lo Stato ebraico non ha mai fatto parte del Consiglio di Sicurezza dell Onu, per colpa del rifiuto arabo Israele ha avanzato la propria candidatura per uno dei dieci seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il biennio Il Consiglio di Sicurezza è l organo più importante dell ONU, sia per la rilevanza delle questioni di sua competenza, sia perché, in alcuni casi, dispone di poteri decisionali vincolanti. Il suo compito è quello di garantire il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale; il Consiglio di Sicurezza determina dunque l esistenza di una minaccia alla pace o un atto di aggressione e stabilisce le misure da prendere per risolvere la controversia in questione, finanche imponendo sanzioni o autorizzando l uso della forza (art.42 Carta ONU). Ottenere un seggio in seno al Consiglio di Sicurezza conferisce ad un Paese grande prestigio e una maggiore voce in capitolo nel prendere le decisioni sulle vicende internazionali. Lo Stato ebraico figura nella lista dei Paesi che non sono mai stati eletti membri del Consiglio, come molti microstati e Stati di recente indipendenza. L ambasciatore israeliano all ONU Ron Prosor ha affermato che IMPRONTE VIAGGI E TURISMO ארגון רומאי חברים של ישראל Associazione Romana Amici d Israele è giunto il momento che Israele effettui questo tentativo; tuttavia, non si tratterà di un operazione semplice: vincere un seggio nel Consiglio di Sicurezza richiede una maggioranza dei due terzi degli Stati dell Assemblea Generale, che devono votare ispirandosi al criterio del contributo dei Membri delle Nazioni Unite al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale ed agli altri fini dell'organizzazione, ed inoltre ad un'equa distribuzione geografica (art. 23 Carta ONU). Israele sarà in lizza con Germania e Belgio per i due seggi destinati alla zona Europa Occidentale e altre aree, essendo escluso dall area Asia-Pacifico per volontà di numerosi stati islamici. La Germania in particolare si presenta come un concorrente scomodo: è il terzo maggior contribuente finanziario delle Nazioni Unite ed ambisce ad un simile posto da 25 anni. La votazione dell Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 17 ottobre scorso ha assegnato a Ciad, Cile, Lituania, Nigeria e Arabia Saudita cinque dei dieci seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza per un periodo di due anni che inizierà dal primo gennaio Questi Paesi hanno ottenuto la maggioranza dei due terzi dell Assemblea Generale e vanno a rimpiazzare Azerbaijan, Guatemala, Marocco, Pakistan e Togo, il cui mandato si concluderà alla fine del Gli altri cinque membri non permanenti del Consiglio sono Argentina, Australia, Lussemburgo, Corea del Sud e Ruanda, che manterranno la carica anche per il prossimo anno. A questi dieci, si affiancano ovviamente i cinque membri permanenti, dotati di diritto di veto (art. 27 Carta ONU): Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina. L eterogeneità dei Paesi membri del Consiglio di Sicurezza permette di continuare a coltivare le speranze per un successo di Israele, candidato per il biennio Tuttavia, l ostilità mostrata nei confronti dello Stato ebraico da parte di numerosi Paesi dell Assemblea Generale lascia presagire un percorso non semplice, come ha dimostrato anche recentemente la votazione del 29 novembre 2012 che ha riconosciuto alla Palestina lo status di stato non membro delle Nazioni Unite. Daniele Toscano 14 PRESENTA Il kibbutz racconta la storia di Israele DICEMBRE 2013 (8 giorni, 7 notti) Alla scoperta di Israele con una guida d eccezione: Angela Polacco In programma incontri istituzionali Quotazione p.p. 1600,00 Supp. singola p.p. 320,00 Per il programma completo: - biglietteria aerea nazionale ed internazionale biglietteria ferroviaria e marittima itinerari in Israele su misura pacchetti turistici vacanze e benessere Via S. Croce in Gerusalemme, 77 / 77A Roma - Tel

15 Governo palestinese: scomparsi due miliardi di euro Lo denuncia la Corte dei Conti europea. La corruzione dell Anp è una notizia che non interessa nessun giornale Stavolta il J accuse, che sa di tardiva resipiscenza, viene dall interno degli organismi della euro burocrazia. Secondo la Corte dei Conti, fondata nel 1977 e con sede in Lussemburgo, negli ultimi quattro anni , i vertici del governo provvisorio palestinese avrebbero dilapidato quasi due miliardi di euro. La notizia è stata anticipata dal Sunday Times e il report non è ancora disponibile on line, ma sarà questione di poco tempo. In Italia ovviamente non c è stato, o quasi, un giornale che abbia dato rilievo alla cosa e la veicolazione della notizia si deve in pratica solo a Progetto Dreyfus. Così come riportato dal Sunday Times che l ha letto, il rapporto della Corte dei conti europea racconta come gli ispettori europei abbiano visitato Gerusalemme est, Gaza e la Cisgiordania e abbiano individuato carenze significative nella gestione e assegnazione dei fondi da parte dell Autorità Palestinese, e serie difficoltà nel fronteggiare rischi di alto livello come la corruzione e l utilizzo dei fondi per scopi diversi da quelli previsti. La Corte dei Conti Europea sottolinea inoltre una cosa che si sapeva da tempo: Bruxelles ha esercitato ben poco controllo sui fondi per aiuti trasferiti tra 2008 e il 2012 in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza controllata da Hamas. E soprattutto sulla loro utilizzazione. Il Sunday Times ha anche sentito il parere di Transparency International, osservatorio europeo con sede a Berlino, specializzato nel monitoraggio della corruzione in politica e nelle aziende. L empasse politica che caratterizza la situazione del parlamento palestinese sin dal 2007 ha di fatto accordato all amministrazione di Ramallah una gestione illimitata dei fondi pubblici. E ha sottolineato pure come il nepotismo sia estremamente diffuso nel settore pubblico e in quello privato dei palestinesi. Per la cronaca, i palestinesi sono il maggior beneficiario di finanziamenti internazionali per cooperazione e sviluppo (UE, ECHO, WB, ONU, UNRWA ecc.). Ad esempio, l anno scorso ogni singolo palestinese ha ricevuto dalla comunità internazionale dollari contro i 174 dollari a testa dei congolesi e i 74 dollari dei pakistani. Il problema è che neanche uno di quei dollari è finito al posto giusto. Il lato davvero paradossale di tutta questa orrenda storia è che, recentemente, Abu Mazen, ha accusato Israele per la crisi economica nei territori palestinesi, bussando nuovamente a quattrini presso le organizzazioni internazionali. Il governo palestinese, infatti, stipendia direttamente circa dei quasi due milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania. Una vera e propria lottizzazione che serve solo per continuare a tenere il potere socio-politico su tutta la popolazione. Dimitri Buffa K KADIMA IMMOBILIARE Cerchiamo giovani professionisti che hanno già operato nel settore immobiliare e che vogliono mettersi in gioco ora che il gioco si fa duro. ENTRA NELLA NOSTRA SQUADRA Telefonaci per fissare un colloquio oppure invia il tuo curriculum a Andrea CASTORINA Stefano CAVIGLIA Valutazione gratuita e senza impegno per la vendita/locazione di immobili di tipo residenziale e commerciale Consulenza per acquisto immobili con le caratteristiche richieste dal committente Aste Immobiliari Progettazione e realizzazione di lavori di ristrutturazione per singoli appartamenti, ville o intere palazzine. Progettazione d interni Traslochi Possibilità di finanziamenti fino al 100% dell investimento senza ulteriori costi Gestione di tutte le pratiche urbanistiche e catastali (piano casa) visure catastali on-line Cessioni d azienda Assistenza notarile fino al rogito Kadima Immobiliare Roma Via Crescenzio, Fax

16 ITALIA Gli scenari futuri del Medio Oriente Incontro promosso dal Centro di Cultura con i giornalisti Maurizio Molinari e Monica Maggioni Oriente fra dittatori e libertà. Cosa dobbiamo aspettarci Medio per il 2014 è stato il titolo scelto dal Centro di Cultura Ebraica per il dibattito che ha visto protagonisti due ospiti particolarmente ferrati sul tema: Maurizio Molinari, corrispondente de La Stampa negli Stati Uniti, e Monica Maggioni, direttore di Rainews24; a condurre la serata, Jonatan Della Rocca. I due relatori hanno potuto fornire un punto di vista privilegiato per descrivere le vicende mediorientali: il pubblico è stato così stimolato ed ha partecipato con domande ed interventi. Al centro della discussione è stata la Siria, tema ricorrente dell attualità internazionale; Monica Maggioni, a questo proposito, è stata la prima giornalista ad aver intervistato Assad dopo le risoluzioni dell ONU del settembre scorso. La giornalista ha trovato il leader siriano tutt altro che assediato e spaventato, consapevole degli equilibri e dei rapporti di forza che lo circondano, ma deciso a giocare la sua partita fino in fondo. Monica Maggioni ha riscontrato come l intero Paese sia sconvolto dalle vicende belliche, ma, ciononostante, anche come Assad mantenga un ampio controllo sulla società siriana. L opposizione al regime, inoltre, col passare degli anni, si è trasformata, divenendo sempre più eterogenea ed accogliendo tra le sue fila ampie frange dell estremismo islamico, inclusa al-qaeda: ciò ha reso difficile l interpretazione della situazione e del destino siriano. Maurizio Molinari si è occupato di tracciare il punto di vista americano in proposito, spiegando la decisione di Obama di rinunciare all attacco a seguito di un attenta valutazione costi-benefici, visti i rischi di gestione che probabilmente si sarebbero presentati. Dalla Siria il discorso si è ampliato all intera area mediorientale, dove è in atto un riassestamento geopolitico che vede coinvolte tutte le potenze della zona, con gli Stati Uniti (e ovviamente anche Israele) attenti osservatori. Da qui anche il nuovo atteggiamento della Casa Bianca nei confronti dell Iran di Rohuani, altro tema caldo di queste settimane: è innegabile che nella Repubblica islamica il reale potere decisionale spetti all ayatollah Khamenei, ma non è da trascurare l atteggiamento del nuovo Presidente, che ha mostrato un interesse a fronteggiare la comunità internazionale in modo non provocatorio, segnando un progresso rispetto al suo predecessore. Probabilmente la scelta di Teheran è dettata dall esigenza di alleviare le sanzioni mediante progressive concessioni, ma vi è anche la consapevolezza che l equilibrio della regione potrebbe cambiare in favore di altri Paesi: il riferimento è al Qatar e soprattutto all Arabia Saudita, che nutre sempre più ambizioni di potenza regionale, anche in antitesi con lo storico alleato americano. Infatti, Riad ha come acerrimi nemici l Iran e Assad e non ha gradito il mancato intervento USA in Siria; da qui si sono susseguiti una serie di alterchi con Washington, culminati ad ottobre con il rifiuto del seggio al Consiglio di Sicurezza dell ONU in segno di protesta. Tuttavia, come ha fatto notare Monica Maggioni, se gli interessi sauditi sono chiari, non saranno implementati facilmente, visto che l Arabia Saudita non fa eccezione rispetto agli altri Stati dell area e si configura anch essa non come una realtà monolitica, bensì con tante sfaccettature che non renderanno semplice un processo di ascesa; il primo punto nell agenda di Riad, ha aggiunto Molinari, era la fine dei Fratelli Musulmani in Egitto ed è stato conseguito, ma la partita più importante si gioca adesso in Siria. L esito al quale si va incontro è estremamente incerto: se non si hanno certezze sullo svolgimento della Conferenza Ginevra II tra poche settimane, tantomeno è possibile fare previsioni più a lungo termine. Il rischio più grave è che in Siria prosegua ancora a lungo lo stillicidio in atto con il relativo disastro umanitario, mentre in tutta la regione si potrebbe andare verso una crescente instabilità. D.T. PRIMA DI STIPULARE O RINNOVARE LA POLIZZA RICHIEDI UN PREVENTIVO A tutti gli iscritti C.E.R. riserviamo uno sconto sulla polizza auto fino al 25%, e se sei SHOMER SHABBAT il risparmio arriva al 30% A tutti gli iscritti C.E.R. A tutti gli iscritti C.E.R. senza sinistri negli ultimi 5 anni + corrente Per chi è SHOMER SHABBAT Per chi è SHOMER SHABBAT e non ha provocato sinistri negli ultimi 5 anni + anno corrente Sconto tariffa RCA - 20% - 25% - 25% - 30% Sconto furto/incendio - 25% - 30% - 25% - 30% Ricorda che con il Decreto Sviluppo Bis dal mese di gennaio se vuoi cambiare Compagnia non hai più l obbligo di inviare disdetta 16

17 Letta e Netanyahu: stretti rapporti tra noi Per il premier israeliano: Serve una strategia contro il nucleare iraniano. È un obiettivo che si può raggiungere anche in maniera pacifica Italia e Israele hanno rapporti di amicizia e condividono gli stessi interessi. Se ne sono dati reciprocamente attonell incontro di ieri sera - il premier Enrico Letta e il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu. ''Siamo molto interessati a quello che succede in Medio Oriente - ha detto Letta ricordando il suo ultimo viaggio in Israele - e condividiamo gli stessi interessi''. ''C'è una stretta amicizia tra noi e l'italia ha replicato Netanyahu - Una amicizia stretta in ogni campo''. Al termine dell incontro, Netanyahu nelle dichiarazioni alla stampa ha spiegato che per ottenere la pace in Medio Oriente bisogna risolvere anche la questione del programma nucleare iraniano e che è possibile fermare l'iran, in maniera pacifica. "Tutti noi vogliamo pace e stabilità e Medio Oriente", ha detto Netanyahu, che oggi a Roma incontrerà John Kerry. "Questa è una delle ragioni del colloquio" con il segretario di Stato americano con cui parlerò del processo di pace con i palestinesi, ma c'è un'altra questione "che sovrasta questo negoziato. Se vogliamo che il negoziato abbia successo serve una strategia contro le armi nucleari e chimiche". "Entro la fine dell'anno - ha avvertito Netanyahu - l'iran disporrà di 20mila centrifughe, con un aumento del 100%". Teheran sostiene di volere sviluppare un programma nucleare pacifico, "ma questo non è vero", ha detto ancora il primo ministro israeliano, ricordando come molti paesi producano energia nucelare a fini pacifici "senza far uso di centrifughe o plutonio". L'Iran vi fa ricorso "per arrivare alla bomba nucleare" e noi "non vogliamo" che abbia la capacità di costruirla. L'Iran è "molto vicino" a questo esito e servono "dei dispositivi di dissuasione" per fermarlo, "un obiettivo che puo' essere raggiunto anche in maniera pacifica". La nostra ricerca della pace è condivisa "dall'italia e da molti paesi arabi", ha affermato infine Netanyahu. 17

18 FOCUS Anniversario 16 ottobre I giovani sono la nostra speranza Il discorso del Presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici Signor Presidente, siamo qui nel Tempio Maggiore per commemorare e ricordare il 70 anniversario della razzia degli ebrei di Roma che avviò la stagione della caccia all uomo nella nostra città fino alla liberazione del 4 giugno del AverLa qui con noi nel cuore del nostra Comunità insieme con la nostra collettività, in parte qui rappresentata, conferma, se ce ne fosse stato bisogno, la vicinanza dell Italia, nella condivisione del nostro dolore e della nostra Memoria. Una Memoria che sappiamo, come ci ha ribadito ieri il presidente del Consiglio, Enrico Letta, essere di tutti gli italiani. E inutile nascondere che queste celebrazioni sono state accompagnate in questi giorni dagli echi della morte del torturatore di via Tasso e del complice nella strage delle Fosse Ardeatine (non vogliamo più pronunciare il suo nome). Un criminale che non essendosi mai pentito in vita ha proseguito la sua opera di carnefice, lasciando ai posteri un testamento in cui reitera i suoi comportamenti, i suoi ideali, le sue torture a via Tasso e le sue esecuzioni. Peggio ancora la negazione delle Camere a Gas. Un vano tentativo di intimidirci, ma tutta la nostra comunità come sempre non si è né piegata né spaventata. Il fatto positivo è che questa vicenda ha aperto un positivo dibattito che ci ha permesso di vedere il volto dell Italia più bello. Un Paese unito, dalle forze dell Ordine, che ringraziamo, a quelle civili, Istituzionali e quelle religiose. Il Questore e il Prefetto di Roma hanno imposto funerali intimi e privati per motivi di ordine pubblico. Il Sindaco Ignazio Marino che, allineandosi con loro, ha vietato di ospitare la salma con una tomba, onde evitare diventi luogo di pellegrinaggi di nostalgici. Il Cardinale Agostino Vallini, a nome Vicariato di Roma, ha rifiutato le esequie pubbliche nelle Chiese di Roma. Tutta la cittadina di Albano guidata da un sindaco coraggioso, Nicola Marini, che è stata violata da gruppi neonazisti. Per questo ci sentiamo orgogliosi di essere romani e italiani, proprio per avere visto la società civile tutta in prima linea in questa batta- 18

19 glia di civiltà. Avete compreso il dolore dei familiari delle vittime e preso atto che quelle ferite non si sono mai rimarginate. Grazie, Presidente. Siamo qui per commemorare coloro che dal 16 ottobre vennero presi casa per casa in ogni angolo della città, e non solo nel quartiere ebraico, in quella che fu percepita come Città Aperta. Una illusione che svanì grazie alle vergognose complicità con l occupante nazista, dei funzionari dell Anagrafe, delle Questure, dei militi fascisti, tradendo ancora una volta i propri cittadini ebrei, dopo le Leggi Razziste del 38. Questo nonostante l illusione che la raccolta 50 chili d oro in sole 36 ore, tra il 27 ed il 28 settembre, garantisse la loro l immunità. Il 7 ottobre, 2500 carabinieri del Lazio vengono deportati nei campi d internamento in Germania su ordine del generale Graziani, forse per evitare intralcio pochi giorni dopo. L 11 ottobre viene razziata la storica biblioteca della nostra Comunità con circa 7000 volumi risalenti all epoca medioevale. Ancora oggi, Presidente, siamo alla ricerca di quei manoscritti che si presumiamo siano in Russia e confidiamo nel suo sostegno e in quello del Governo per il recupero vennero catturati il 16 ottobre e solo 16 fra loro tornarono. Una sola donna, Settimia Spizzichino. Dopo il 16 ottobre altri 900 verranno poi catturati anche e sopratutto grazie all opera dei delatori, che per 5000 lire vendettero i loro concittadini che cercavano inutilmente di scappare dalla furia nazifascista. Una somma che cambiava la vita di molti ma che consegnò poi alla morte altri. In pochi hanno pagato per questo. E chi ha subito un processo, ha pagato troppo poco. Chi riuscì a sottrarsi ai tribunali deve ringraziare le loro vittime che, gasate ed infornate a Birkenau, non poterono inchiodarli alle loro responsabilità. Una puntuale descrizione possiamo leggerla nel libro di Osti Guerrazzi Caino a Roma. Vi sono stati anche Conventi, ed è triste sottolinearlo, che aprirono loro le porte solo in cambio della conversione o di vile denaro. Esaurito, intere famiglie vennero accompagnate in mezzo alla strada preda dei carnefici. Tutto si poté attuare grazie all indifferenza di troppi. Quell indifferenza magistralmente illustrata da una sopravvissuta, Liliana Segre, in una intervista rilasciata in questi giorni. Ma se è pur vero che siamo stati traditi, è altresì vero che la solidarietà non è mancata, e se molti si sono salvati è perché in tanti hanno aperto le loro case, gli ospedali ed altri Conventi, che a rischio della vita accolsero in condizioni difficili intere famiglie ebraiche. Senza chiedere in cambio nulla, né soldi né conversione. Tutte le loro storie sono raccolte allo Yad Vashem e ancora oggi ricevono le Medaglie dei Giusti, la più alta onorificenza dello Stato d Israele a perpetuo ricordo. Siamo onorati di avere con noi, fra gli altri, il figlio di Gino Bartali. Che la memoria di tutti loro rimanga in benedizione anche per le le future generazioni. A tal proposito rimangono impressi nei nostri cuori Presidente le parole che pronunciò il 27 gennaio del 2011 furono i Giusti a salvare l onore dell Italia. Grazie. Oggi, Signor Presidente, siamo qui insieme ai sopravvissuti e scampati alla Shoàh, per continuare a lavorare insieme ed uniti per la Memoria. Un esercizio di Memoria che come ci insegnano i sopravvissuti alla Shoàh non serve per piangere i morti o impietosire alcuno. Nessuna lacrima e pietà restituirà i loro corpi e le loro anime né riporterà sorriso alle vedove e ai loro figli. Ma una Memoria condivisa servirà a costruire per il presente e per il futuro gli anticorpi contro l indifferenza e l odio, verso chiunque. Per questo loro si stanno sacrificando con il racconto e la testimonianza, tornando nei luoghi dell orrore come faremo fra pochi giorni con il nostro Sindaco e le scuole di Roma Capitale a Birkenau ed Auschwitz. L Italia che ha partorito il fascismo ha il dovere di coltivare i valori della Memoria per se stessa e per l Europa. Un Europa che rischia implodere, non solo per la crisi economica, ma perché esistono spinte xenofobe e razziste, dalla Grecia alla Norvegia, passando per l Ungheria e la Francia. Dobbiamo fermare quest onda e le elezioni europee si avvicinano senza una degna protezione giuridica che argini ed isoli questi partiti e movimenti. E ora di mobilitarsi, prima LA DEPORTAZIONE FU UN TRADIMENTO E UN CRIMINE ISTITUZIONALE Il Rabbino Capo rav Riccardo Di Segni: Nella nostra lunga storia i nostri antenati hanno sperimentato umiliazioni, visto il pericolo, ma quello che accadde nei mesi dell'occupazione in Italia è molto, molto di più. Con il loro gesto i nazisti ruppero una convivenza millenaria. Fu un tradimento, un crimine istituzionale. ROMA RICORDA I DEPORTATI, SI INCHINA E RINGRAZIA. SENZA MEMORIA NON C'E' CIVILTÀ, CULTURA E UMANITA' Il Sindaco Ignazio Marino: La città di Roma ricorda i deportati e le persone che oggi non ci sono più. Si inchina e li ringrazia. Il 16 ottobre ha prosweguito il Sindaco - dovrà diventare una giornata di valori condivisi. Non bisogna dimenticare, mantenere la memoria di quanto accaduto è importante, senza memoria non c'è civiltà, cultura, umanità. Dobbiamo rifiutare qualsiasi forma di violenza a perenne monito contro ogni forma di intolleranza razziale perché Roma non può restare in silenzio. che sia troppo tardi. Vi è comunque una speranza e su questo abbiamo il dovere di essere ottimisti. Sono i nostri giovani. Quelli che Lei prima di tutto ha l opportunità di incontrare nelle scuole e con cui spesso ho il privilegio potermi confrontare. Sono una maggioranza, spesso senza voce e senza vetrina, perché le azioni positive non fanno mai notizia. Sono quei giovani che grazie all impegno di docenti sensibili e responsabili hanno approfondito in questi anni i temi della 19

20 Memoria. Hanno raccolto il Testimone della Memoria facendo proprie le testimonianze dei nostri sopravvissuti, a cominciare da quelli che non sono più fra noi. Settimia Spizzichino fu la prima ad avere il coraggio di parlare, appena tornata. Un compito difficile perché le loro parole non furono subito comprese, a cominciare dalle nostre comunità che, uscite distrutte e dilaniate sia nell anima che nelle esigenze di ricostruire una vita normale, ascoltavano mal volentieri i loro discorsi. Tanti rimasero in silenzio fino a circa 20 anni fa, altri non hanno più proferito parola fino alla loro morte. Chi ha ricominciato non ha più smesso, sacrificando con il racconto il ritorno ad una vita normale e grazie al paziente sostegno dei loro coniugi hanno costruito un rapporto con i giovani che è andato al di là della testimonianza. Per questi giovani spesso sono diventati loro maestri di vita e questo ci commuove. Mi permetto di citare come esempio di speranza ciò che è avvenuto a Roma al liceo artistico Caravillani, dove un insegnante ha usato parole che possiamo definire infelici nei confronti di una sua alunna ebrea. Normalmente le proteste si circoscrivono tra l alunno/a, i loro genitori e la dirigenza scolastica. In questo caso uno ad uno i loro compagni hanno reagito ammonendo l insegnate per poi ammutinarsi fino a quando hanno ottenuto il suo prepensionamento. Una solidarietà commovente grazie alla sensibilità del loro Dirigente Scolastico che dimostra che abbiamo il dovere di essere ottimisti. Per questo siamo onorati di averli qui con noi, oggi. Dei sopravvissuti del 16 ottobre solo in due sono rimasti fra noi, Enzo Camerino e Lello Di Segni, ma non possiamo dimenticare gli altri, Luciano Camerino, Sabatino Finzi, Leone Sabatello, Angelo Efrati, Cesare Efrati, Cesare Di Segni, Michele Amati, Lazzaro Anticoli, Ferdinando Nemes, Arminio Wachsberger, Isacco Sermoneta, Mario Piperno, Angelo Sermoneta. Ma come possiamo dimenticare Romeo Salmoni, Shlomo Venezia, Ida Marcheria, Milena Zarfati, Lello Perugia, Luigi Sagi? Se anche la Camera darà via libera al Disegno di Legge votato ieri sera dalla Commissione Giustizia al Senato, senza alcun voto contrario, per l introduzione del reato del Negazionismo dei Crimini Contro l Umanità e della Shoàh, ci consentirà essere il 15 paese europeo ad avere adottato tale norma. Una medicina che non si dovrà mai sostituire all attività della didattica sulla Shoàh. Con commozione ringrazio i primi firmatari al Senato, Silvana Amati e Lucio Malan. Il presidente della Commissione Giustizia Francesco Nitto Palma ed il relatore Felice Casson insieme a tutta la Commissione. Ma un grazie particolare lo dobbiamo a chi si è esposto in prima linea, la prof.ssa Donatella Di Cesare che con il suo libro Se Auschwitz è il nulla. Contro il Negazionismo ha sensibilizzato l opinione pubblica. All avvocato Roberto De Vita che con il suo impegno volontario ha inchiodato alla Giustizia diversi gruppi e militanti spacciatori dell odio. Il Boia delle Ardeatine ce lo ha dimostrato: il pericolo è in mezzo a noi. Citando Piero Terracina in un magistrale intervento alla scuola di Fanteria a Cesano e riferendosi ai negazionisti ha detto: non so perché neghino, ma sono certo che se fossero vissuti durante la Shoah sarebbero stati dalla parte dei carnefici. Anzi sarebbero stati loro stessi dei carnefici. Foto di G. Spizzichino COMMEMORAZIONE 16 OTTOBRE: NON ABBASSARE LA GUARDIA CONTRO L ANTISEMITISMO E CONTRO IL RAZZISMO, QUALUNQUE SIA LA LORO PROVENIENZA 20 Il messaggio di Papa Francesco agli ebrei di Roma "Illustre Rabbino Capo, stimati membri della Comunità ebraica di Roma, desidero unirmi, con la vicinanza spirituale e la preghiera, alla commemorazione del 70esima anniversario della deportazione degli Ebrei di Roma. Mentre ritorniamo con la memoria a quelle tragiche ore dell ottobre 1943, è nostro dovere tenere presente davanti ai nostri occhi il destino di quei deportati, percepire la loro paura, il loro dolore, la loro disperazione, per non dimenticarli, per mantenerli vivi, nel nostro ricordo e nella nostra preghiera, assieme alle loro famiglie, ai loro parenti e amici, che ne hanno pianto la perdita e sono rimasti sgomenti di fronte alla barbarie a cui può giungere l essere umano. Fare memoria di un evento però non significa semplicemente averne un ricordo; significa anche e soprattutto sforzarci di comprendere qual è il messaggio che esso rappresenta per il nostro oggi, così che la memoria del passato possa insegnare al presente e divenire luce che illumina la strada del futuro. Il Beato Giovanni Paolo II scriveva che la memoria è chiamata a svolgere un ruolo necessario nel processo di costruzione di un futuro nel quale l indicibile iniquità della Shoah non sia mai più possibile (Lettera introduttiva al documento: Commissione per i Rapporti Religiosi con l Ebraismo, Noi ricordiamo. Una riflessione sulla Shoah, 16 marzo 1998) e Benedetto XVI nel Campo di concentramento di Auschwitz affermava che il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. L odierna commemorazione potrebbe essere definita quindi come una memoria futuri, un appello alle nuove generazioni a non appiattire la propria esistenza, a non lasciarsi trascinare da ideologie, a non giustificare mai il male che incontriamo, a non abbassare la guardia contro l antisemitismo e contro il razzismo, qualunque sia la loro provenienza. Auspico che da iniziative come questa possano intrecciarsi e alimentarsi reti di amicizia e di fraternità tra Ebrei e Cattolici in questa nostra amata città di Roma. Dice il Signore per bocca del profeta Geremia: Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. Il ricordo delle tragedie del passato divenga per tutti impegno ad aderire con tutte le nostre forze al futuro che Dio vuole preparare e costruire per noi e con noi. Shalom!".

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