DEGRADAZIONE DEI POLIMERI

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1 DEGRADAZIONE DEI POLIMERI Foto-degradazione D. termica D. chimica D. biologica Riduzione proprietà meccaniche Imperfetto aspetto superficiale Minore tempo di vita del prodotto I vari fenomeni di degradazione avvengono in realtà in modo combinato nella situazione reale del servizio del polimero. Può essere desiderabile (fine vita del materiale oppure applicazioni particolari: rilascio medicinali)

2 CICLO DELLA DEGRADAZIONE

3 FASI DELLA DEPOLIMERIZZAZIONE La formazione degli idroperossidi ROOH permette di ritornare ad avere dei radicali liberi, che erano stati generati dal composto X, iniziatore della depolimerizzazione, e così di avere una reazione a catena

4 INDICATORI DI DEGRADAZIONE Meccanici (modulo elastico, lavoro di frattura): da prove di trazione, o di impatto Tecnologici: da prove di durezza Chimici (sviluppo composti inerti): indice di carbonile, curve degradazione termica Visivi/ottici: ingiallimento (yellowing), sbiancamento (bleaching per usura, whitening per sforzo meccanico), variazione assorbimento raggi ultravioletti

5 TIPI DI PROVE D'IMPATTO Prova Fragilità in temperatura Norma Descrizione ASTM D746 Si determina la temperatura alla quale i polimeri esibiscono frattura fragile sotto impatto (frattografia) Impatto a caduta di peso D3029 Resistenza ad impatto determinata dall'energia che serve per fratturare il polimero per mezzo di un peso che cade (di solito con impattatore semisferico; si può variare il peso applicato, oppure l'altezza di caduta) Impatto a penetrazione D1709 Simile alla precedente, ma il peso cade liberamente con energia tale da produrre la penetrazione, l'energia residua del peso indica per sottrazione l'energia di penetrazione del materiale Impatto a caduta di peso D2444 (tubi) Simile alla D3029, ma su tubi invece che su piastre Tenacità a frattura D5045 Misura la tenacità a frattura in piano su provini intagliati. Due geometrie di provini: SENB (single-edge-notch-bending) e CT (compact tension) Trazione ad alta velocità D2289 Impatto con misurazione dell'area al di sotto della curva sforzo-deformazione (energia) Impatto Izod D256 Energia che serve a rompere un provino a sezione rettangolare incastrato e con intaglio, impattandolo con un pendolo all'estremità: l'energia di impatto senza intaglio si ottiene da prove sul provino capovolto Impatto Charpy D6110 Impatto a trazione D1822 Simile all'impatto Izod, soltanto che il provino è supportato alle due estremità, invece che incastrato, ed è impattato dal pendolo nel mezzo Per materiali plastici troppo flessibili, troppo sottili o troppo rigidi per l'impatto Izod o Charpy. Misura l'energia a rottura dal colpo dato in tensione impartito da un pendolo oscillante

6 VARI TIPI DI IMPATTO Per misura del lavoro di frattura Per misura della tenacità

7 IMPATTO A CADUTA DI PESO (IFW) Le prove di impatto bidimensionale consentono di avere informazioni su: Caratterizzazione del danneggiamento Evoluzione del danneggiamento con l'energia di impatto Comportamento di isteresi meccanica (assorbimento di energia) ed energia di penetrazione del materiale Il danneggiamento può dipendere tuttavia dalle proprietà locali del composito (crossover damage)

8 STUDIO CURVE DI ISTERESI DI IMPATTO (Santulli 2003) La Lapendenza pendenzadella dellacurva curvanel neltratto trattoquasi-elastico quasi-elasticodà dàun'indicazione un'indicazione del delmodulo modulodi diyoung Youngdinamico dinamico(linear (linearstiffness) stiffness)

9 DUREZZA ROCKWELL (per plastiche: indentatore sfera d'acciaio) Le scale della durezza Rockwell tipiche per i polimeri sono: E (F1=900 N e indentatore da 1/8), M (F1=900 N e indentatore da 1/4) ed R (F1=500 N e indentatore da 1/2)

10 DUREZZA SHORE (A: per plastiche meno dure; D: per plastiche più dure) Si può avere anche una prova di durezza istantanea per 1 secondo: un valore 100 in entrambe le scale rappresenta una penetrazione di 2.5 mm. per un materiale spesso 6.4 mm

11 CONFRONTO TRA LE SCALE DELLE DUREZZE Nella scala Rockwell si tiene conto della viscoelasticità con la forza di recupero, nella scala Shore col tempo di applicazione della forza Un altro tipo di prova di durezza è la durezza Barcol (qui sopra), che si serve di una punta d'acciaio affilata, e serve per vedere se nei polimeri termoindurenti la polimerizzazione è terminata (la durezza alla penetrazione deve essere almeno il 90% di quella sulla superficie). La durezza Barcol non è applicabile a superfici curve.

12 SIGNIFICATO DELL'ANALISI TERMICA DEI POLIMERI Misura della termodegradazione Influenza dell'ambiente Modalità di riduzione del peso molecolare del polimero (es., sostituzione di gruppi, rotture nella catena principale) Influenza sulla riduzione delle proprietà meccaniche (es., modulo, durezza) L'analisi termica determina l'effetto della temperatura sulla manifestazione delle caratteristiche intrinseche del polimero (viscoelasticità, percentuale di cristallinità). Consente di determinare degli intervalli di temperatura relativi al loro utilizzo, al loro rammollimento ed alla loro progressiva pirolisi in funzione delle modificazioni di composizione apportate al polimero (p.es. aggiunta reticolanti, plasticizzanti, cariche minerali, fibre di rinforzo). Le tipiche situazioni di un'analisi termica possono consistere nella modificazione di un fattore specifico del materiale polimerico (es. contenuto di fibre) a temperatura costante oppure in una scansione di temperatura in un adatto intervallo.

13 TECNICHE D'ANALISI TERMICA SUI POLIMERI Calorimetria differenziale a scansione (DSC, DTA) Processi chimici e fisici collegati ad effetti termici Processi di evaporazione, decomposizione, interazione con l'atmosfera Termogravimetria (TGA) Analisi termomeccanica (TMA) Dilatometria (DIL) Analisi dielettrica (DEA) Effetti viscoelastici, di transizione, di modificazione geometrica, di ridistribuzione di polarità Analisi gassose evolute (es. GC/MS)

14 Calore di reazione misurato al DSC dh dt Test Isotermico Hi tempo dh dt Test Dinamico Hr temperatura Tiso <Tgmax Hi < Hr

15 Il riferimento per la calibrazione è spesso un metallo molto stabile (p.es. indio) La presenza di picchi corrispondenti a differenze di entalpia permette di rilevare il non completamento della polimerizzazione (utile, p.es., nel caso degli adesivi strutturali a valutare la loro funzionalità) Nel caso della DTA, conservando il principio del confronto tra campione e riferimento, entrambi sono soggetti allo stesso ciclaggio termico

16 CURVE STABILITA' TERMICA (sviluppo sostanze volatili e/o depolimerizzanti) La presenza di beta-glucani è per esempio un indizio di degradazione termica per termoplastiche a base di amido

17 TERMOGRAVIMETRIA (TGA-DTG) La termogravimetria (TGA) consente la continua misura di massa del campione attraverso una bilancia analitica fino alla sua completa degradazione. La DTG è la curva derivata della TGA, che consente di misurare gli intervalli di temperatura dove si verfica la maggiore riduzione di peso. Le caratteristiche più significative della bilancia termogravimetrica sono, oltre alla precisione, la costanza del peso durante le vibrazioni e l'accoppiamento con un sistema ambientale che fornisce una velocità di riscaldamento controllabile. Le attribuzioni date ai diversi componenti che causano i picchi di caduta di peso durante la curva DTG possono essere verificate, p.es., tramite diffrazione raggi X.

18 TERMOGRAVIMETRIA DI UN COMPOSITO IN FIBRA DI VETRO TERMOINDURENTE Il riscaldamento deve essere rapido ma non eccessivamente (di solito circa 10 C/minuto) per evitare di misurare l'effetto di conduzione del materiale. Indicazioni fornite: Temperatura massima di stabilità Intervallo di inizio della degradazione Quantità rispettive dei diversi componenti

19 INDICE DI CARBONILE (C=O) Si può rilevare la percentuale di fotodegradazione attraverso l'indice di carbonile, cioè il rapporto tra le ampiezze dei picchi spettrometrici del gruppo carbonile (tipicamente intorno ai 1740 cm-1) e del polimero di partenza.

20 PIROLISI DEI POLIMERI DEGRADAZIONE STATISTICA (rottura omolitica legami, infragilimento) DEPOLIMERIZZAZIONE (rottura di un legame ad una estremità della catena, o più debole) Di solito la pirolisi è ottenuta da una combinazione di questi due processi (in funzione della specifica struttura chimica del polimero). La pirolisi può iniziare anche a temperature vicine a quella ambiente, mentre ad alte temperature si può avere pirolisi con combustione, in presenza di ossigeno.

21 PIROLISI CONTROLLATA D'altro canto, la pirolisi, se controllata e successiva ad un'ossidazione mirata, può formare un' estesa reticolazione della catena polimerica. Un tale processo viene utilizzato per migliorare la resistenza delle resine nei materiali compositi, senza eccessivo ricorso a plastificanti o a riempitivi (filler), come lo stirene.

22 TECNICHE DI ANALISI DELLA PIROLISI: GASCROMATOGRAFIA-SPETTROMETRIA DI MASSA Nello spettrometro di massa la traiettoria percorsa fino all'emissione del segnale dipende dal peso molecolare Gas-cromatografo La spettrometria di massa separa una miscela di ioni tra loro in funzione del loro rapporto massa/carica generalmente tramite campi magnetici statici o oscillanti In particolare, nella gas-cromatografia, il campione gassoso, posto in testa alla colonna e sottoposto al flusso costante del gas di trasporto (carrier gas), viene separato nelle sue componenti in funzione di quanto queste siano affini (di solito per polarità) alla fase stazionaria. Un'altra variabile su cui si agisce spesso per migliorare la separazione è la temperatura della colonna, che può essere tenuta costante (isoterma) o fatta variare secondo un gradiente programmato.

23 ANALISI DELLA PIROLISI CON GC-MS Scissione casuale del polietilene (divisione in oligomeri) Depolimerizzazione (riduzione al monomero) del polimetilmetacrilato Eliminazione dei gruppi laterali nel PVC (diversi picchi): 1: Acido cloridrico 2: Benzene 3: Toluene 4: Xilene 5: Naftalene (le emissioni sono dovute ai plastificanti, normalmente ftalati)

24 CONTRO-ESEMPIO: PIROLISI FINE VITA PVC La pirolisi può essere appunto un possibile modo per eliminare il PVC a fine vita. Tuttavia produce cloro-idrocarburi nocivi, come clorobenzeni, precursori delle diossine policlorate, benzofurani e bifenili, e crea inoltre il problema della corrosione da acido cloridrico. Quindi si può preferire il riprocessamento, cui si oppongono la contaminazione con altri polimeri o materiali organici,e la relativa instabilità termica (oltre che localmente la scarsa attitudine al riciclo). Il riprocessamento consiste nelle tre fasi di ristabilizzazione, riplasticizzazione compatibilizzazione (eliminazione dei contaminanti) ed avviene di solito a temperature tra i 170 ed i 200 C.

25 OZONOLISI Frattura caratteristica della gomma vulcanizzata dovuta alla rottura del doppio legame, conseguente all'attacco da parte di ozono solitamente prodotto dalla presenza di scariche di elettricità statica. L'ozonolisi viene però anche utilizzata per depolimerizzare selettivamente alcuni polimeri, per esempio per trattare i polisaccaridi per uso alimentare

26 RILEVAMENTO DELL'OSSIDAZIONE NEI POLIMERI Lo studio dell'invecchiamento ossidativo dei polimeri pone due problemi: Trovare un sensore (spesso catalitico) capace di identificare il fenomeno di ossidazione, ben prima della rottura. Nel sensore di ossidazione colorimetrica, per esempio, la formazione dei radicali può essere rilevata ed utilizzata come indicazione di degradazione del polimero. Si può utilizzare un composto che reagisca con il radicale formantesi durante l'ossidazione, tale che questa reazione causi un cambiamento di colore nel cromoforo (in modo simile ai sensori di ph). Sviluppare mezzi appropriati per accelerare il processo di ossidazione, in modo da poter studiare l'invecchiamento del materiale in tempi realistici. Una possibilità per accelerare il processo di ossidazione è l'invecchiamento in alta pressione di ossigeno, che evita anche la necessità di giungere ad alta temperatura per studiare la fragilizzazione sotto spettroscopia infrarossa, il che permette di non confondere il fenomeno dell'ossidazione con quelli connessi al rammollimento del polimero.

27 STABILIZZAZIONE IONICA Il processo di stabilizzazione, avviene di solito perché una parte della molecola presenta forze attrattive rispetto ad un'altra parte di essa, sotto forma di legami ionici, questo accade normalmente dei polimeri in forma di gel, come sopra, o legami covalenti, come nel caso dei polimeri basati sul legame S-S (tioaniline) (la vulcanizzazione delle gomme è una forma di stabilizzazione ionica)

28 ALTRO ESEMPIO DI STABILIZZAZIONE COVALENTE CON LEGAME S-S: CISTINA Un altro esempio di legame S-S che stabilizza la molecola è quello tra due molecole di cisteina che formano la cistina, proteina che è la maggiore fonte di zolfo per servire al metabolismo animale. E' la forma molecolare preferita dalle cellule del sistema immunitario, ed è la base della natura strutturale (e altamente reticolata) della cheratina, che può essere considerata l'unico polimero naturale probabilmente termoindurente.

29 FOTODEGRADAZIONE DEI POLIMERI es.: fotodegradazione gomma La fotodegradazione viene promossa da radiazioni UV (lunghezza d'onda nm) che attivano, per effetto dei radicali idrogeno, la rottura dei legami C-C e la formazione di idroperossidi, composti termolabili, a sua volta innescando una reazione a catena, che unita alla caduta delle proprietà meccaniche, porta all'inizio dell'azione batterica ed all'aumento del contenuto di umidità. Nelle termoplastiche di uso comune, la fotodegradazione, anche se può nel lungo termine danneggiare il materiale, non raggiunge di solito velocità di diffusione di interesse per lo smaltimento del materiale.

30 FOTODEGRADAZIONE IDEALE Le reazioni fotochimiche ideali sono regolate dalla legge di reciprocità, che sostiene che la velocità della reazione di fotodegradazione dipende dal prodotto dell'intensità del flusso radiante I per il tempo di irradiazione t. In pratica, purché l'energia totale sia la stessa, è indifferente se ci sia irradiazione con poco flusso per un lungo periodo o con molto flusso per un breve periodo. In una situazione di fotodegradazione ideale che il flusso venga generato in uno qualunque delle quattro modalità a-d non fa nessuna differenza per la velocità di fotodegradazione, in quanto le aree (energie) sono uguali. La legge di reciprocità è utile come modello per regolare i tempi di esposizione fotografici e radiografici, e non è troppo lontana dalla realtà per i polimeri.

31 FOTODEGRADAZIONE REALE In pratica, per ogni materiale si può definire un intervallo di valori di flusso all'interno del quale la legge di reciprocità vale. In altri casi, si può esprimere la fotodegradazione attraverso una legge generalizzata, detta legge di Schwarzschild, che è data da Ipt = costante. L'esponente p è dipendente, oltre che dal flusso radiante (per un certo valore del flusso radiante si ha una discontinuità, o variazione improvvisa di p), anche dalle proprietà interne del materiale (porosità, difettosità, ecc.), per cui non è una caratteristica intrinseca del materiale. Per i polimeri solitamente i valori di p variano tra 0.5 ed 1.

32 STUDIO COLORIMETRICO DELL'INGIALLIMENTO (film polimerici) Per la misura delle proprietà ottiche si usa l'indice di ingiallimento (yellowing index, YI) dopo invecchiamento artificiale con lampada allo xeno (solarbox). YI misura l'ingiallimento normalizzandolo rispetto allo spessore del film, secondo la formula: YI = [(A380 A600) *0.1 mm]/s ove s = spessore del film in mm; A380 = Assorbanza di una luce di lunghezza d'onda 380 nm (UV) dal film; A600 = Assorbanza della luce di lunghezza d'onda 600 nm (giallo) dal film. Curve di ingiallimento N. B. L'assorbanza A, inverso della trasmittanza T, è data da dove Io è l'intensità della luce entrante ed I1 l'intensità di quella trasmessa

33 IDROLISI L'idrolisi è tipica di polimeri contenenti ossidrili (es. acetato di cellulosa, polivinilalcool) e normalmente prodotti per polimerizzazione a stadi: l'idrolisi non avviene normalmente per acqua vicina al ph neutro, ma soltanto in presenza di consistenti concentrazioni di acidi (es. H2SO4) oppure basi (es. NaOH). L'acetato di cellulosa è solubile in molti solventi, come acetone, stirene, ecc., il che lo rende molto compatibile con la maggior parte delle resine, ma ancora relativamente infiammabile, anche se meno della celluloide (nitrato di cellulosa plastificato con canfora) la reazione d'idrolisi prosegue, fino a separare totalmente acido acetico e cellulosa

34 DALL'IDROLISI ALLA DISSOLUZIONE Il gel (di solito a base acrilica o a base cellulosica) è un polimero colloidale con sufficiente attrazione elettrostatica da comportarsi elasticamente durante l'applicazione di carichi modesti.

35 DIPENDENZA CURVE DI DISSOLUZIONE DALL'ACIDITA' (ph SWITCHING) In alcuni gel (p.es. PVA/chitosano) si hanno due comportamenti diversi a seconda dell'acidità della soluzione in cui sono immersi: si sfrutta il cambiamento di modulo elastico per produrre energia ( memoria di forma )

36 ATTUAZIONE (applicazione del ph switching) Il ph switching può essere applicato per consentire un'attuazione, cioè la produzione di cicli di swelling-deswelling reversibili, cambiando il ph della soluzione, per esempio immergendo il gel in un diverso solvente (qui gel acrilamidico in soluzione di acqua ed acetone)

37 CINETICA DI FICK Ci sono due processi che possono essere descritti dalle leggi di Fick, nel primo (diffusione viscosa) il rilassamento molecolare è molto più veloce del trasporto diffusivo e le variazioni della struttura del polimero sembrano avvenire istantaneamente, mentre nel secondo (diffusione elastica) non c'è una variazione nel tempo della struttura polimerica durante il processo di diffusione. La diffusività nel processo viscoso dipende dalla concentrazione, mentre in quello elastico è indipendente. Se i processi di rilassamento molecolare e di trasporto diffusivo avvengono su scale temporali confrontabili, si parla di diffusione viscoelastica e il processo di trasferimento di massa non può essere descritto con la teoria classica della diffusione.

38 CINETICA REALE In pratica, quando due catene di polimero sono sufficientemente separate, le molecole penetranti si spostano attraverso la zona amorfa lungo l asse del tubo formato dalle catene polimeriche parallele e periodicamente saltano perpendicolarmente a quest asse. Le regioni di cristallinità o i punti di reticolazione chimica hanno un effetto piuttosto simile sulle proprietà di trasporto, limitando sia lo swelling che i movimenti di catena a lungo raggio. L'aggiunta di cariche ad un polimero amorfo può causare gli stessi effetti della cristallinità se l'adesione interfacciale tra la carica e la fase matrice è buona. L'effetto pratico della presenza di regioni cristalline e/o di punti di reticolazione chimica è che il coefficiente di diffusione effettiva De è inferiore al coefficiente di diffusione teorico D, dato che ci sono parti della catena polimerica in cui l'acqua non riesce a penetrare.

39 CINETICA DI RIGONFIAMENTO GEL (Carbopol: polimero acrilico reticolato) Contenuto di polimero Forza ionica Il polimero risponde all'invasione iniziale da parte del solvente spostandosi in direzione opposta al fronte del solvente, così da neutralizzare la «tensione di rigonfiamento» (swelling stress)

40 DIPENDENZA MODULO ELASTICO DAL PESO MOLECOLARE (STIRENE) La spiegazione più ragionevole di questo comportamento nei polimeri è dovuta alla maggiore difficoltà di compressione mista a flessione (imbozzamento o buckling) di polimeri a più alto peso molecolare.

41 ESEMPIO: RIGONFIAMENTO E DISSOLUZIONE LATTICE DI GOMMA (poli-isoprene pre-vulcanizzato) Nel comportamento di penetranti altamente solubili nei polimeri cristallini e semicristallini, c'è una grande complessità nelle cinetiche di assorbimento per la dipendenza dal tempo del riassetto delle regioni cristalline in risposta allo stress swelling. Queste sono chiamate cinetiche non fickiane.

42 TIPI DI BIO-DEGRADAZIONE In generale, la presenza di eteroatomi nell'idrocarburo è un possibile innesco di degradazione del polimero

43 FATTORI CHE INFLUENZANO LA BIO-DEGRADAZIONE DEI POLIMERI STRUTTURALI: Struttura e composizione chimica, Distribuzione dei gruppi funzionali nella catena, Presenza di gruppi ionici, Difetti nella catena, Configurazione (cis, trans, ecc.). Peso molecolare (medio e distribuzione), Morfologia (amorfa/semicristallina, microstrutture, tensioni residue), Presenza di composti di basso peso molecolare) PRODUTTIVI: Condizioni di processo. sterilizzazione, Forma delle particelle Tempra, Processo di D'USO: Storia di immagazzinamento, Sito di implantazione CHIMICO-FISICI: Composti adsorbiti e assorbiti (acqua, lipidi, ioni, ecc.). Scambio ionico, Forza ionica, ph, Cambiamenti di forma e dimensione, variazione di coefficienti di diffusione, tensioni meccaniche, cricche indotte dalla tensione e dal solvente, ecc.), Meccanismo di idrolisi (enzimi rispetto all'acqua).

44 RIASSUNTO DELLE CARATTERISTICHE DI DEGRADAZIONE

45 BIO-COMPATIBILITA': DEFINIZIONE La proprietà di essere biologicamente compatibile è in linea di principio quella di non produrre una risposta tossica, lesiva o immunologica nel tessuto vivente. In effetti, la biocompatibilità è una nozione complessa che deve essere interpretata come una serie di eventi od interazioni che avvengono all'interfaccia tra il tessuto ed il materiale, il cui risultato deve essere almeno soddisfacente o possibilmente ottimale. Queste interazioni sono influenzate dalle caratteristiche intrinseche dei materiali, ma anche dalle circostanze di confronto, in particolare il sito biologico destinato all'implantazione, e soprattutto dal contesto infiammatorio indotto dall'atto chirurgico e mantenuto dalla presenza del materiale.

46 SISTEMI PER IL RILASCIO DI SOSTANZE MEDICINALI (DDS: Drug Delivery Systems) Il rilascio controllato di un medicinale avviene quando un polimero è combinato in dosi adeguate con un medicinale od altro agente attivo in modo che esso sia rilasciato in modo prevedibile. Il rilascio dell'agente attivo può essere costante o ciclico sul lungo periodo, o può essere innescato dall'ambiente o da altri eventi esterni. Lo scopo è ottenere terapie più efficaci, eliminando la possibilità del dosaggio insufficiente o eccessivo, con un minor numero di applicazioni (idealmente una sola). Svantaggi sono tuttavia la possibile tossicità o non biocompatibilità dei materiali utilizzati, il possibile fastidio sul paziente dei sistemi di rilascio, le operazioni destinate all'impianto e rimozione del sistema, e il più alto costo rispetto alle terapie tradizionali.

47 MICRO- E NANOGEL PER SOMMINISTRAZIONE MEDICINALI Il sonotrodo (elettrodo acustico di un sistema di mescolamento con ultrasuoni) viene anche utilizzato per velocizzare la dissoluzione attraverso la rottura delle interazioni intermolecolari. Questo accade nei nanogel per l'impossibilità di provvedere al mescolamento con metodi convenzionali.

48 MICELLE COME SISTEMI DI RILASCIO Micella in sistema di rilascio medicinale con molecole bersaglio Le micelle polimeriche responsive agli stimoli sono composte da un centro (core) idrofobo e da una periferia (shell) idrofila con solubilità regolabile che dipende dagli stimoli esterni. Si hanno anche altre micelle (per esempio, a forma simile a vermi). Le dimensioni delle micelle polimeriche sono tipicamente tra 10 e 100 nm. I centri idrofobi delle micelle servono come serbatoi del medicinale, mentre le periferie formano barriere Micelle nella schiuma tensioattiva steriche all'aggregazione della micella e assicurano la solubilità della micella nell'ambiente acquoso.

49 SISTEMI DI RILASCIO IN POLIMERI AD ALBERO Il rilascio del medicinale può avvenire anche in sistemi coniugati (drug-polymer branched systems). Si ha insomma un sistema costituito da un poliolo (alcool complesso, con molti gruppi ossidrile) iper-ramificato (termoplastico con struttura ad albero, quindi non soggetto alla teoria del districamento, come i termoindurenti ad alta percentuale di reticolazione), che costituiscono il dendrimero (molecola altamente ramificata intorno ad un centro attivo, per esempio poliamidoamina intorno al metil prednisolone). Il medicinale è coniugato al polimero attraverso uno spaziatore che fornisce la giusta misura di idrofilicità, per esempio acido glutarico o succinico.

50 POLIMERI PER UNIRE NANOPARTICELLE METALLICHE (p.es. magnetiche) Uno sviluppo recente della nanotecnologia è la produzione di particelle rugose (rippled) che hanno caratteristiche locali e alternate di idrofilicità e idrofobicità. Tuttavia, tali nanoparticelle mancano di per sé della capacità di legarsi lungo direzioni specifiche, quindi non riescono normalmente a legarsi per formare strutture lineari (fibrille) o bidimensionali (film) Ci sono sistemi polimerici, p.es. basati sui tioli, che riescono ad interrompere la continuità fisica delle particelle, senza alterarne il carattere di auto-protezione. La possibilità di legare le nanoparticelle, p.es. di ferro, nichel o cobalto, in catene polimeriche permette un controllo della porosità sulla nanoscala, ed inoltre consente di inglobare le potenzialità magnetiche all'interno di un sistema polimerico, quindi per esempio dare diverse funzioni (tracciatore di sostanze nell'organismo ed erogatore di medicinali).

51 RIASSUMENDO: MINOR VITA DEL PRODOTTO PER DEGRADAZIONE POLIMERICA Cause Scissione catene molecolari Presenza di cricche superficiali Effetto evidente (misurabile): variazione del modulo elastico La riduzione del peso molecolare facilita il movimento all'interno della molecola (ii modulo scende) L'aumento della cristallinità rende il polimero più fragile (il modulo sale)

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