Materiali, strumenti, spunti operativi
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- Bartolomeo Scotti
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1 Ve r o n i ca Or n ag h i e Ilaria Grazzani Gavazzi Capire la mente attraverso i giochi linguistici: un percorso educativo sull uso del lessico psicologico Materiali, strumenti, spunti operativi Rosalba Corallo Nove volte intelligenti: favole, giochi e attività per sviluppare le intelligenze multiple nella scuola dell infanzia
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3 Capire la mente attraverso i giochi linguistici Materiali, strumenti, spunti operativi Capire la mente attraverso i giochi linguistici: un percorso educativo sull uso del lessico psicologico Veronica Ornaghi Ilaria Grazzani Gavazzi Università degli Studi di Milano-Bicocca, Facoltà di Scienze della Formazione S o m m a r i o Nel presente lavoro viene proposto un percorso laboratoriale finalizzato a stimolare i bambini a usare il lessico psicologico per favorire la comprensione degli stati interni propri e altrui, competenza cruciale nella relazione con gli altri. Le attività proposte sono accompagnate da storie illustrate che fungono da spunto per giochi linguistici, conversazioni guidate e pratiche narrative, il cui obiettivo è principalmente quello di incrementare l uso di termini quali pensare, credere, ricordare, arrabbiarsi e così via. L intervento è destinato a bambini di età prescolare e a soggetti più grandi che presentano difficoltà o ritardi nella comprensione del mondo interno proprio e altrui e che, di conseguenza, intrattengono relazioni sociali poco efficaci. Uno dei temi da alcuni anni maggiormente indagato in psicologia dello sviluppo riguarda il ruolo del linguaggio nello sviluppo della «teoria della mente» nei bambini, quell insieme di ipotesi e concezioni che essi possiedono relativamente al mondo interno proprio e altrui. I risultati di numerose ricerche mostrano una certa relazione di causa-effetto tra la padronanza del linguaggio degli stati interni, o lessico psicologico, e capacità dei bambini di comprendere gli stati mentali. Per «lessico psicologico» si intende un tipo di linguaggio composto da termini che si riferiscono a stati interni come desideri, emozioni, pensieri, ricordi, intenzioni e così via (Lecce e Pagnin, 2007). Il bambino acquisisce tale lessico a partire dal secondo anno di vita. Dapprima compaiono i termini più semplici, detti percettivi, volitivi ed emotivi (che fanno riferimento a desideri ed emozioni) e, in seguito, quelli più complessi, che rimandano alla sfera cognitiva, come, ad esempio, pensare, sapere, ricordare, immaginare, credere (Bretherton e Beeghly, 1982; Bartsh e Wellman, 1995). Dalla letteratura sull argomento emerge come sia fondamentale l uso del linguaggio psicologico nelle conversazioni tra bambini o tra bambino e adulto. Diversi studi, infatti, Difficoltà di apprendimento Vol. 14, n. 3, febbraio 2009 (pp. xx-xx) Edizioni Erickson Trento ISSN X ISSN xxxx 85
4 Difficoltà di apprendimento n. 3, febbraio 2009 hanno messo in luce come i bambini di madri che abitualmente utilizzano termini riferiti agli stati interni nelle conversazioni con i propri figli mostrano migliori prestazioni sia nella frequenza di uso di tale lessico sia nella comprensione della mente (Ruffman et al., 2002). Altri studi hanno sottolineato il vantaggio di avere fratelli, soprattutto se maggiori, in quanto il bambino precocemente è esposto all uso del lessico psicologico, impara a relazionarsi con i pari e a spiegare il comportamento proprio e altrui sulla base degli stati mentali (ad esempio: «Mi ha rubato il gioco di mano perché lo voleva lui...» oppure «Mi ha trattato male perché è arrabbiato con me»). Il percorso che andiamo a proporre, e che si collega all area di ricerca appena menzionata, è interamente presentato in un volume dal titolo La comprensione della mente nei bambini: Un laboratorio linguistico con storie per la scuola dell infanzia (Ornaghi e Grazzani Gavazzi, 2009). Il libro è suddiviso in tre parti. La prima è dedicata all inquadramento teorico e offre un aggiornamento bibliografico delle principali linee di ricerca che hanno indagato il legame fra sviluppo del linguaggio e teoria della mente. La seconda parte presenta i risultati di una ricerca-intervento condotta in alcune scuole dell infanzia di Milano e provincia, nelle quali è stato realizzato il percorso educativo qui proposto coinvolgendo bambini di 3, 4 e 5 anni. Nella ricerca è stata utilizzata la metodologia del training study, ovvero uno studio diviso in tre fasi: pre-test, training e post-test. Al fine di verificare le ipotesi di partenza, i bambini sono stati tutti valutati tramite misure cognitive e linguistiche sia prima sia dopo l intervento. Inoltre, essi sono stati suddivisi in gruppo sperimentale (che ha partecipato all attività laboratoriale) e gruppo di controllo (che invece non è stato allenato nell uso del lessico psicologico) per verificare il miglioramento in funzione dell intervento proposto. Nella terza e ultima parte del testo viene infine illustrato tale intervento, con uno spazio con la descrizione sia della procedura sia del materiale utile per la sua realizzazione. Esso consiste di sedici storie illustrate e di altrettante schede operative che fungono da guida per l attività di gioco linguistico. Training sull uso del lessico psicologico Prima fase: predisposizione di spazi, tempi e modi di lavoro L attività vera e propria è preceduta da una fase organizzativa finalizzata alla predisposizione di spazi, tempi e modalità di lavoro. Trattandosi di un percorso adatto a contesti educativi scolastici, è opportuno utilizzare un apposito luogo tranquillo e silenzioso, fuori dalla classe, in cui si possa creare un angolo accogliente e privo di stimoli di distrazione. Inoltre, è preferibile disporre i bambini in cerchio per favorire la comunicazione fra di loro e non solamente 86
5 Capire la mente attraverso i giochi linguistici con l adulto. Può trattarsi di un angolo «morbido», arredato con cuscini e materassi sui quali essi si possono sedere comodamente, oppure di un tavolo attorno al quale mettersi in cerchio. Per quanto riguarda i tempi, la nostra proposta prevede un percorso della durata di due mesi circa, costituito da sedici incontri con cadenza bisettimanale. Ciascun incontro dura venti minuti circa: cinque o sei minuti per la lettura della storia e i restanti per il training linguistico. Infine, affinché l attività si svolga al meglio, è necessario che avvenga in piccolo gruppo, con un numero che varia dai 3-4 ai 6-7 bambini. Può essere utile costituire gruppi di bambini di livello differente, allo scopo di migliorare, anche in quelli meno competenti, la capacità di collegare i comportamenti agli stati interni che li hanno generati. Seconda fase: lettura della storia Ogni incontro inizia con la lettura, da parte dell adulto, di una delle sedici storie accompagnate da illustrazioni a colori. 1 La storia rappresenta un utile spunto per l inizio dell attività di gioco linguistico vera e propria. Ogni storia, infatti, si focalizza su un termine psicologico particolare e anche l attività successiva di gioco linguistico è finalizzata ad allenare i bambini nell uso di tale termine. A titolo esemplificativo, viene presentata nella scheda 1 una delle sedici storie che compongono il percorso. Terza fase: giochi linguistici sull uso del lessico psicologico Al termine della lettura di ogni storia, l adulto dà inizio al gioco linguistico con lo scopo di incoraggiare ogni partecipante a utilizzare il termine psicologico. Pur trattandosi di attività che lasciano un buon grado di libertà di gestione da parte dell adulto, suggeriamo una procedura ottimale di conduzione del training. 1 Le storie sono state scritte seguendo una serie di criteri. In primo luogo esse rispettano la struttura tipica della «storia ben formata» (Stein e Glenn, 1979): introduzione, svolgimento e conclusione a lieto fine. In secondo luogo, per facilitarne la comprensione, le storie sono state scritte sotto forma di avventure che accadono agli stessi protagonisti principali. Vengono narrate situazioni di vita quotidiana familiari ai bambini, come giocare insieme, partecipare a feste di compleanno e conoscere nuovi amici. Infine, le sedici storie sono state scritte utilizzando un ricco lessico psicologico con termini come, ad esempio, arrabbiarsi, desiderare, ricordare, pensare, credere e così via. La sequenza delle storie è stata pensata secondo un ordine che rispecchia il grado di difficoltà e l ordine di comparsa di tale lessico nel vocabolario dei bambini: dapprima volitivo ed emotivo e, successivamente, cognitivo (Bartsh e Wellman, 1995; Hughes e Dunn, 1998). 87
6 Difficoltà di apprendimento n. 3, febbraio 2009 L adulto inizia l attività riprendendo una frase significativa del racconto appena letto contenente la parola target. Ciò serve per ancorare il training a un contenuto appena ascoltato. Inoltre, presenta l attività come un gioco consistente nell usare una parola particolare nominata nella storia. La parola in questione viene introdotta tramite la tecnica del «lancio della parola» (Ciceri, 2001), già sperimentata con bambini in età prescolare. Da questo spunto prende avvio una conversazione fra i bambini e l adulto che gestisce il gruppo, in modo che ciascun partecipante intervenga utilizzando la parola. Soprattutto con i bambini più piccoli, è molto probabile che nei primi incontri li si debba stimolare spesso a usare la parola, specialmente quando si tratta di lessico psicologico cognitivo (pensare, credere). Può essere, allora, utile che l adulto fornisca alcuni esempi iniziando egli stesso a utilizzare il termine in questione. I bambini, solitamente, abbandonano presto il contesto della storia che hanno appena ascoltato per attingere dalla loro esperienza personale e iniziano a intervenire raccontando episodi della vita quotidiana in cui loro stessi o altre persone hanno sperimentato lo stato mentale a cui rimanda il termine target. Il compito dell adulto, a questo punto, è duplice: assicurarsi che tutti intervengano utilizzando la parola target e utilizzare domande stimolo che permettano di aprire ulteriormente la conversazione fra i partecipanti (ad esempio «Quando vi capita di essere arrabbiati per qualcosa, che cosa fate?» oppure «Come fai a capire che qualcuno è arrabbiato con te?»). Al termine dell incontro, si congedano i bambini riassumendo l attività del giorno e anticipando quella dell incontro successivo. Come guida per l adulto nella conduzione dell attività, viene presentata una scheda di lavoro (scheda 2). Bibliografia Bartsch K. e Wellman H.M. (1995), Children talk about the mind, New York, Oxford University Press. Bretherton I. e Beegley M. (1982), Talking about internal states: The acquisition of an explicit theory of mind, «Developmental Psychology», vol. 18, n. 6, pp Ciceri M.R. (2001), Comunicare il pensiero, Torino, Omega. Hughes C. e Dunn J. (1998), Understanding mind and emotion: Longitudinal associations with mental-state talk between young friends, «Developmental Psychology», vol. 34, pp Lecce S. e Pagnin A. (2007), Il lessico psicologico: Teoria della mente nella vita quotidiana, Bologna, Il Mulino. 88
7 Capire la mente attraverso i giochi linguistici Ornaghi V. e Grazzani Gavazzi I. (2009) La comprensione della mente nei bambini: Un laboratorio linguistico con storie per la scuola dell infanzia, Trento, Erickson. Ruffman T., Slade L. e Crowe E. (2002), The relation between children s and mothers mental state language and theory-of-mind understanding, «Child Development», vol. 73, n. 3, pp Stein N.L. e Glenn C.G. (1979), An analysis of story comprehension in elementary school children. In R. Freedle (a cura di), New directions in discourse processing, Norwood, NJ, Ablex. 89
8 Difficoltà di apprendimento n. 3, febbraio 2009 SCHEDA 1 La tartaruga Sara (decidere) Un giorno lo squalo Teo nuotava in fondo al mare. A un certo punto, sentì una voce che chiedeva aiuto e pensò: «C è qualcuno in difficoltà, in pericolo». Si guardò intorno e subito decise di darsi da fare per trovarlo e aiutarlo. Cercò di capire da dove venisse quella voce e cominciò a nuotare in tutte le direzioni. All improvviso, nei pressi di alcune rocce sentì la voce sempre più forte. Si avvicinò e vide una fessura tra gli scogli. Guardò dentro e vide la tartaruga Sara che piangeva. Teo le chiese: «Cosa ti è successo? Perché piangi?». La tartaruga spaventata rispose: «Dovevo raccogliere del cibo per i miei tartarughini e in questo buco ho visto dei buonissimi molluschi. Ho pensato che ai miei piccoli sarebbero piaciuti moltissimo. Ho notato che era un buco un po piccolo, ma ho deciso di entrare lo stesso e mi sono incastrata. Ora, però, non riesco più a uscire. Ti prego, aiutami». Teo rispose: «Certo, non preoccuparti, stai tranquilla. Vado a chiamare il mio amico delfino Jack che sicuramente saprà come tirarti fuori da lì». (continua) , Ornaghi e Grazzani Gavazzi, Difficoltà di Apprendimento, Trento, Erickson
9 Capire la mente attraverso i giochi linguistici (continua) Teo allora nuotò velocemente verso la tana di Jack. Quando arrivò, gli spiegò la situazione e a Jack venne subito un idea: decise di portare con sé una corda molto resistente con cui poter tirare fuori la tartaruga dal buco. 2009, Ornaghi e Grazzani Gavazzi, Difficoltà di Apprendimento, Trento, Erickson 91
10 Difficoltà di apprendimento n. 3, febbraio 2009 Insieme, Teo e Jack tornarono dalla tartaruga, che nel vederli si tranquillizzò molto perché capì che i due amici avrebbero fatto di tutto per aiutarla a uscire dal buco. Lo squalo Teo le disse: «Eccoci tornati, il mio amico Jack ha portato una corda e ora tu dovrai stringerla forte con i tuoi denti e noi proveremo a tirarti fuori». La tartaruga, rassicurata, disse. «Va bene». Fra sé e sé pensò: «Devo mettercela tutta. Spero proprio che funzioni!». Teo e Jack iniziarono a tirare più forte che potevano, ma, nonostante gli sforzi, non riuscirono a liberare Sara. «Così non funziona» disse Jack «è troppo incastrata e noi da soli non ci riusciamo». Allora decisero di andare a chiedere aiuto a qualche altro pesce. «Più siamo e più forte riusciamo a tirare!» pensò Jack. Così, si aggiunsero il pesce palla Carletto, il pesce martello Amedeo, la murena Sally e anche il cavalluccio marino Diego. La tartaruga, nel vedere arrivare tutti quei pesci pronti ad aiutarla, si rasserenò e anche lei si impegnò ancora di più nel cercare di liberarsi. Tutti insieme tirarono con forza la corda e, dopo qualche tentativo, la tartaruga finalmente uscì dal buco in cui era incastrata. Felice di essere finalmente libera, ringraziò 92
11 Capire la mente attraverso i giochi linguistici Teo, Jack e tutti gli altri pesci e si affrettò a tornare a casa dai suoi tartarughini per portare loro il cibo. Sara da quel giorno imparò che non doveva più infilarsi nelle fessure troppo strette perché altrimenti rischiava di rimanere incastrata di nuovo. 93
12 Difficoltà di apprendimento n. 3, febbraio 2009 SCHEDA 2 La tartaruga Sara decidere L adulto riprende una frase della storia: «ho notato che il buco era un po piccolo, ma ho deciso di entrare lo stesso e mi sono incastrata». Lancio della parola «Oggi giochiamo a usare la parola decidere. Se vi dico la parola decidere, che cosa vi viene in mente?» Stimoli di discussione Che cosa ha deciso di fare la tartaruga Sara? Quali sono le cose che potete decidere voi e quali quelle che decidono la mamma e il papà? Potete decidere che cosa guardare alla TV? Chi decide i vestiti che vi dovete mettere? Facciamo finta di essere a una festa di compleanno e c è un tavolo pieno di cose buone da mangiare. Voi cosa decidete di mangiare? Con chi decidete di giocare? Un esempio di attività (con bambini di 3 anni) Se vi dico la parola decidere, cosa vi viene in mente? Claudia: Io decido di giocare con le mie bambole quando c è l uscita torno a casa e gioco. Lorenzo: Decido che voglio giocare. Flavio: Ma L. è seduto per terra! Antonio: Beh, lui ha deciso di sedersi per terra anziché sul cuscino. Valeria: Anch io decido di sedermi per terra , Ornaghi e Grazzani Gavazzi, Difficoltà di Apprendimento, Trento, Erickson
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