Training Autogeno. Guida pratica all utilizzo degli esercizi somatici



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Transcript:

Training Autogeno Guida pratica all utilizzo degli esercizi somatici Il presente e book è stato redatto dal Dott. Edoardo Ercoli Responsabile Organizzativo della Scuola di Counseling Psicologico e del corso Lavorare come Psicologo del Benessere di Obiettivo Psicologia s.r.l

E vietata la distribuzione e riproduzione anche parziale senza l espressa autorizzazione dell autore.

INDICE Capitolo 1 1.1 Introduzione 1.2 Concetti base 1.3 Accortezze di setting 1.4 Posizioni di allenamento Capitolo 2 2.1 Predisposizione iniziale 2.2 Strutturazione della sessione di Training Autogeno 2.3 Esercizio di apertura 2.4 Esempio di conduzione dell esercizio di apertura 2.5 Note per la conduzione 2.6 Esercizi di ripresa

2.7 Esempio di conduzione della fase di ripresa Capitolo 3 3.1 Classificazione e tipologie degli Esercizi somatici o di base 3.2 Esercizi fondamentali 3.3 Esercizio del peso 3.4 Esercizio del calore 3.5 Esercizi complementari 3.6 Esercizio del cuore 3.7 Esercizio del respiro 3.8 Esercizio del plesso solare 3.9 Esercizio della fronte fresca 3.10 Ricapitolando Bibliografia

Capitolo 1 1.1 Introduzione Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento sviluppata negli anni Trenta dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz, principalmente usata in ambito clinico per il controllo dello stress, per stimolare o sviluppare il contatto e la gestione delle emozioni e nel trattamento dei disturbi di origine psicosomatica. Inoltre, trova un forte impiego anche in ambiti specifici quali lo sport, la preparazione atletica e, in generale, è un ottimo strumento applicabile a tutte quelle situazioni che richiedono il raggiungimento di un elevato livello di concentrazione e di controllo emotivo. E doveroso sottolineare che in tale e-book verranno trattati esclusivamente gli esercizi del Training Autogeno di base, utilizzabili da Psicologi, e non quelli del ciclo superiore che possono invece essere utilizzati esclusivamente da psicoterapeuti adeguatamente formati al loro uso. Partiamo quindi dal sottolineare proprio tale distinzione fondamentale.

Gli esercizi di base del Training autogeno sono anche detti esercizi somatici perché durante il loro svolgimento l'attenzione mentale della persona viene rivolta a particolari sensazioni corporee che producono effetti in prima istanza sul corpo (soma) ed in particolare, come vedremo in modo dettagliato nel corso dell ebook, sui muscoli, sui vasi sanguigni, sul cuore, sugli organi respiratori, su quelli addominali e sulla testa. Negli esercizi del ciclo superiore, invece, l'attenzione viene rivolta a particolari rappresentazioni mentali. Il Training degli esercizi del ciclo superiore è paragonabile in tutto e per tutto ad una forma di psicoterapia e richiede la presenza di uno psicoterapeuta. Al contrario rispetto agli esercizi del ciclo superiore che, come avviene per l ipnosi, richiedono la presenza del terapeuta durante la loro esecuzione, gli esercizi somatici, una volta adeguatamente appresi, possono e devono essere eseguiti dalla persona anche da sola: in tal senso lo psicologo che utilizza gli esercizi somatici del training autogeno dovrebbe riuscire rendere la persona del tutto autonoma nella loro esecuzione e svolgimento. E di primaria importanza rendere le persone indipendenti e capaci di generare e sviluppare il proprio benessere in modo autonomo. Questo ben si allinea con il modo di intendere il percorso di sostegno psicologico come un percorso finalizzato all indipendenza della persona che, in

tempi adeguati rispetto alla situazione problematica da affrontare, deve essere stimolata e accompagnata dallo psicologo a raggiungere uno stato di equilibrio e centratura che gli consenta di fronteggiare in modo funzionale e autonomo la situazione stessa. Fatta tale premessa è bene sottolineare che da questo momento ogni volta che parlerò di Training Autogeno mi riferirò in modo specifico agli esercizi di base o somatici: tutte le osservazioni, gli accorgimenti e gli spunti dovranno essere riferiti esclusivamente ad essi e non a quelli del ciclo superiore. 1.2 Concetti base Da un punto di vista etimologico Training significa addestramento, allenamento, formazione, esercizio mentre Autogeno che si genera da sé. Partiamo dunque dal chiederci: cos è che, nella tecnica del Training Autogeno, si genera da sé attraverso l allenamento? Cos è che la persona riesce a generare da sé attraverso gli esercizi del Training Autogeno? Si genera la cosiddetta commutazione autogena.

La commutazione autogena è un vero e proprio cambiamento psicofisico che produce nel soggetto modificazioni fisiologiche e psichiche. In tal senso è limitante considerare il Training Autogeno solo come una tecnica di rilassamento: il rilassamento generato dalla pratica è generalmente solo il primo gradino di un percorso più articolato che può condurre miglioramento della performance in molte attività, sciogliere le tensioni e ridurre sensibilmente diverse disfunzioni psico-fisiche e comportamentali. Proprio per questo motivo ritengo poco etico oltre che pericoloso l utilizzo che oggi si fa di tale tecnica di intervento spesso proposta con superficialità e, in moltissimi contesti, usata da non psicologi. Il Training Autogeno è un potente strumento di lavoro ma, proprio in quanto strumento, la sua funzionalità dipende fortemente da come viene usato e dalla professionalità di chi lo utilizza. Inizierò quindi con l illustrare alcuni elementi che, a mio parere, devono essere presenti per poter utilizzare funzionalmente il Training Autogeno. 1) il professionista deve essere uno psicologo adeguatamente formato e capace di gestire funzionalmente la relazione d aiuto.

Ogni volta che interroghiamo il corpo, questo risponde e, spesso, lo fa in modo diretto e veemente. Per questo motivo le sedute di Training Autogeno dovrebbero essere condotte sempre da professionisti preparati a gestire anche reazioni psico-fisiche intense e inattese. Lo psicologo stesso deve sapere che non è scontato che da subito il soggetto sperimenti una sensazione di benessere o di rilassamento: a volte capita esattamente il contrario e, in simili circostanze, il professionista deve rimanere centrato ed essere capace di contenere la situazione e facilitare l elaborazione di quanto sperimentato. 2) nel caso di applicazione del Training Autogeno all interno di un percorso di sostegno psicologico individuale è molto importante che si sia già stabilita una sufficiente alleanza tra psicologo e persona. Durante la seduta di Training Autogeno la persona viene invitata, come vedremo, ad assumere una posizione specifica a chiudere gli occhi e a lasciarsi condurre solo dalla voce dello psicologo: se non c è una relazione sufficientemente salda è difficile riuscire a lasciarsi andare soprattutto se nelle sedute precedenti il lavoro non aveva coinvolto l elemento corporeo. 3) la persona deve essere sana e non presentare patologie fisiche di una certa rilevanza a livello cardiaco, cardiocircolatorio e

respiratorio. In simili circostanze è doveroso consultare il medico curante per valutare insieme la fattibilità dell allenamento. 4) la persona deve essere incuriosita dalla tecnica e motivata a svolgere gli allenamenti in modo costante. Il Training Autogeno lavora infatti per allenamenti progressivi: i risultati si ottengono esclusivamente se l allenamento viene svolto. 5) in caso in cui si conducano sessioni di Training Autogeno in gruppo bisogna sempre ricordare che le persone potranno rispondere ai diversi livelli di allenamento in modi e con tempi anche molto diversi. Generalmente quando si prepara un laboratorio gruppale di Training Autogeno ritengo molto utile presentare un programma che inevitabilmente non sarà perfettamente su misura per tutti. L esperienza di lavoro con il Training in un laboratorio di gruppo tenderà ad essere diversa da quella individuale. Dal momento che in un gruppo i diversi partecipanti raggiungeranno nei diversi esercizi la commutazione autogena in tempi differenti il conduttore dovrà prestare ancora più attenzione a tale variabile, ritagliandosi magari degli spazi individuali con le persone che evidenziano tempi più lunghi e lavorando, a livello relazionale, sulla creazione di una dimensione di gruppo accogliente e fondata sul rispetto.

6) Ritengo inoltre basilare essersi formati in modo esperienziale e concreto all uso della tecnica e averla sperimentata in modo personale e diretto. 1.3 Accortezze di setting Il setting dovrebbe essere accogliente e sufficientemente silenzioso, in modo da evitare che la conduzione della tecnica possa essere disturbata da interferenze sonore. E buona pratica chiedere sempre alla persona di spegnere il cellulare o, quantomeno, togliere la suoneria. Ovviamente la sala in cui si lavora deve essere protetta anche dal suono di eventuali telefoni presenti nello studio. Si può utilizzare una leggera base musicale per accompagnare la sessione di allenamento. L illuminazione della stanza deve essere soffusa: l ideale sarebbe disporre di una lampada a luminosità variabile in modo da diminuire l intensità della luce durante l allenamento e aumentarla prima e dopo la sessione. Solitamente metto a disposizione della persona, soprattutto quando iniziamo il percorso, un plaid anche se tendenzialmente il training

induce a sviluppare sensazioni di calore è sempre meglio che la persona abbia vicino a sé qualcosa per potersi coprire in caso si manifesti ipotermia, che può sopraggiungere prima dell allenamento o subito dopo. E utile poter permettere alla persona l assunzione di tutte le diverse posizioni in cui si può svolgere il Training (vedi paragrafo successivo). In tal senso sarebbe opportuno disporre di una seduta con braccioli, una senza, un lettino e/o un tappetino da yoga e un cuscino. 1.4 Posizioni di allenamento Iniziamo ad entrare nel vivo della tecnica partendo dall esaminare le posizioni fisiche che il soggetto può assumere per svolgere gli esercizi. Queste sono sostanzialmente tre: supina, seduta e a cocchiere. E molto importante che la persona svolga l allenamento nella posizione che trova più comoda e praticabile: per tale motivo in genere in una fase preliminare le faccio sperimentare tutte e tre chiedendo al soggetto di prestare attenzione a quale posizione ritiene essere più confortevole.

Nota: Credo sia utile far sperimentare in modo diretto tutte e tre le posizioni anche se la persona, come spesso accade, parte da un idea preconcetta. Ad esempio, nella mia esperienza ho constatato che molte persone considerano a priori la posizione sdraiata come quella più comoda per poi scoprire che in realtà lavorano meglio nella posizione a cocchiere o in quella seduta. Ognuna delle tre posizioni va bene: l importante è che la persona la scelga consapevolmente e prestandovi sufficiente attenzione. Per questo motivo prima di iniziare le sedute potete illustrare le tre posizioni facendo voi stessi da modelli, fatele provare direttamente alla persona e, se necessario, correggete posizioni non corrette, infine, prima di procedere oltre, chiedete alla persona di prendersi qualche minuto per scegliere con consapevolezza e attenzione la posizione che ritiene più comoda. Vediamo ora nel dettaglio le tre posizioni. 1) Posizione Supina La persona viene fatta sdraiare in posizione supina, le gambe devono essere leggermente divaricate con le punte dei piedi all infuori, le braccia scostate dal busto, leggermente piegate, con le dita delle mani separate tra loro e leggermente arcuate. Il collo e la

schiena devono essere ben appoggiati, con le spalle e la mascella rilassate. 2) Posizione Seduta La persona viene fatta sedere su una poltrona o una sedia preferibilmente dotata di braccioli. Ci si deve accertare che la schiena sia ben aderente e la testa appoggiata allo schienale, se necessario si può utilizzare un cuscino come supporto. Le gambe devono essere flesse a 90 con i piedi ben appoggiati a terra, in modo da scaricare parte del peso, e con le punte leggermente rivolte verso l esterno. Le braccia devono essere appoggiate ai braccioli (se ci sono) oppure sulle gambe. Le dita delle mani devono essere separate e leggermente arcuate 3) Posizione A cocchiere Questa posizione può essere praticata utilizzando un qualsiasi supporto d appoggio (su un banchetto, uno sgabello etc.). Si chiede alla persona di sedersi portando il punto di appoggio molto in avanti, laddove si usasse una sedia con lo schienale bisogna fare attenzione che la persona non poggi la schiena. I piedi devono essere ben appoggiati a terra, in modo da scaricare parte del peso, con le punte leggermente rivolte all esterno. Si invita la persona a flettere la schiena e appoggiare gli avambracci sulle cosce lasciando

penzolare i polsi e le mani tra le gambe possibilmente evitando che si tocchino l un l altra. Bisogna accertarsi che la persona abbandoni il collo in avanti e rilassi le spalle e la mascella. Fig.1 Le posizioni di allenamento Acquista l ebook per leggere il 2 e 3 capitolo!