PILLOLE LINGUISTICHE NAPOLETANE Parte Decima di Carlo Iandolo
Mieje e tuóje Gli aggettivi possessivi spesso rispetto alle forme d avvio del latino classico e di quello volgare o popolare hanno strane risultanze nella lingua nazionale e nel nostro dialetto. Ne dà prima riprova il maschile singolare meu-m, sfociato nell atipico italiano mio, anziché nel naturale sviluppo *mieo (in base alla brevità della vocale e, che quindi doveva dittongare in sillaba aperta), cosí come nel dialetto l esito è stato mijo, con la semiconsonante j inseritasi come suono di transizione fra le due vocali per spezzarne l aspra adiacenza. Il plurale maschile mei del latino ha normalmente rispettato l evoluzione formale nell italiano mie-i, mentre nel nostro dialetto lo sviluppo vocalico di e breve in mieje ( e frate mieje: con la quarta vocale finale di tipo evanescente) va attribuito alla metafonia, di contro al femminile meje ( e ssore meje). Un analoga anomalia ha coinvolto e sconvolto il maschile singolare tuu-m (e suu-m, anch esso con la prima u breve), foriero di tuo invece di *tóo con la tonica dal suono chiuso, nonché dell esito napoletano tujo, anche qui provvisto della semiconsonante di raccordo intervocalico ( o core tujo); il plurale maschile latino tui produsse evoluzioni formali non facilmente giustificabili sia nell italiano tuo-i che nel dialettale tuoje (con la ó stranamente chiusa come avviene nei dittonghi e trittonghi napoletani: e libbre tuoje), giacché ci saremmo aspettati l avvio *tói (con la ó normalmente chiusa), mentre gli esiti pervenuti fanno supporre la base d un latino volgare *toi con la ò aperta, quindi evolutasi nel dittongo di passaggio metafonico uo, laddove il femminile sia singolare che plurale del napoletano (dal rispettivo latino tua-m tuae ) mostra aderenza fono-morfologica nei tipi toja toje ( a zia toja, e zzie toje), col normale sviluppo del timbro vocalico tonico ó (come ci aspettavamo) dal suono chiuso e senz influsso dittongale che nel dialetto è prodotto dalla legge della metafonia, in base alla qualità delle vocali terminali -u, -i della parola. Carlo Iandolo: 10. Pillole linguistiche napoletane. 2
Jammaro L incertezza suscitata dalla vocale evanescente (dietro cui può nascondersi una a, e, o, i, u atona d avvio) pone diversità di conclusione nel lemma gambero reso nella specifica fono-morfologia del napoletano. Infatti se fosse da intendere come jammero, tradirebbe un origine influenzata dall italiano (gàmbaru-m > lat. volg. *gàmberu-m >) gambero, secondo il normale passaggio toscano ar > er in sillaba atona; invece jammaro mostrerebbe la diretta discendenza da gàmbaru-m (a sua volta dal gr. gámbaros ), col rispetto conservativo di -ar- locale, com è comprovato anche dal futuro semplice dei verbi di tutte le coniugazioni (cfr. *pensare+habjo > p e nzar-r-aggi o ; *venire+habjo > v e nar-r-aggi o ecc.), oltre che in *(es)sere+habjo > sar-r-aggi o, in cui s intravede l aferesi, l assimilazione vocalica nella prima sillaba influenzata dalle vocali adiacenti (cfr. chiacchiaron e = chiacchierone; matarazz o = materasso; paparell a = piccola papera) o dal livellamento analogico sulla scia formativa di altri futuri e infine la geminazione popolare nella consonante rotativa -r-, senza sottolineare la normalità dell evoluzione fonetica bj > ggi palatale : cfr. rabie-m > lat. volg. (il-l)a(-m) *rabja-m > * araggia > *a-d raggia >) arraggia. Carlo Iandolo: 10. Pillole linguistiche napoletane. 3
Penzarraggio Ritornando sulla genesi fono-morfologica del futuro semplice, è noto che esso in italiano si forma dall infinito presente + ho (cfr. ingl. I have to go = io ho da andare / devo andare / andrò ): *credere ho > crederò, *capire ho > capirò Invece i verbi della 1 a coniugazione trasferirono l originario -arò in -erò sotto l influsso del toscano (*pensare ho > penserò, *mangiare ho > mangerò). E il dialetto napoletano? Esso non solo trae il futuro dall infinito + il costituente latino habeo >*habjo > -aggio (come rabie-m > lat. volgare *a-d rabia-m > *a-d rabja-m > arraggia = ira), ma estende tale tipologia in tutte le coniugazioni e infine mostra il raddoppiamento di r per intensificazione popolare, come in scarafone / scarrafone, giarra, sarracino : *penzare+habjo > penzarraggio, *credere+habjo > credarraggio, *sentire+habjo > sentarraggio; coerentemente la forma di sostegno -arr- ritorna puntuale anche nell ausiliare essere, che quindi (analogicamente o come forma induttiva di riferimento iniziale?) risulta *(es)ser+habjo > sarraggio, di contro a una sola consonante rotativa presente nella forma italiana sarò. N.B. La doppia rotativa -rr- nel dialetto, oltre che da intensificazione popolare, può avere avuto origine dai fenomeni di sincope e d assimilazione regressiva specie nella formazione del collaterale condizionale di verbi quali *vol(e)r+habeba-m > *vol(e)ría > vurría (che quindi ha influenzato sia la parallela geminazione vularría ecc. che la tipologia del futuro vularraggio ecc.). Carlo Iandolo: 10. Pillole linguistiche napoletane. 4
Maruzza Finora è mancata per la nostra forma dialettale corrispondente alla parola italiana lumaca una spiegazione etimologica soddisfacente, cui tentiamo un rimedio. Se partiamo dall originaria base lumaca e la trattiamo con il suffisso atono aggettivale -ius (sulle orme del lat. amator-ius, di sulphur-inus > *sulfur-in-ia > acqua zuffregna = acqua solforosa, del toponimo toscano Chiana = acqua stagnante da *Clana rispetto a (c)lanius > lagno ; ma qui noi sospettiamo da amnis = fiume un derivato con l articolo agglutinato *l amniu-m > *lamniu-m > *lanniu-m > lagno, con gn come in somnium > *sonnium > sogno ), avremo un avvio in *lumacja; la sua naturale evoluzione naturalmente sfociò nel porto fono-morfologico di *lumazza, sulla scia di pancia > panza, un colpo di lancia > na lanzata, lanciare > allazzà (da *allanzare), tardo lat. *planòcea > *planòcja > chianozza = pialla ecc. Ora è molto probabile che *lumazza incappò nei fenomeni sia della metatesi, foriera del temporaneo risultato *maluzza, sia infine della dissimilazione concernente m l > m r, che apportò la conseguente e definitiva forma del lemma a maruzza. Carlo Iandolo: 10. Pillole linguistiche napoletane. 5
Verola A proposito di questo lemma dalla forma iniziale beròla attestata dal vocabolario ottocentesco del solo D Ambra e dal significato indicante castagna, la spiegazione etimologica del D Ascoli col richiamo al latino veru = spiedo (??) è senz altro non convincente sia per motivi fonetici che semantici, per cui è forse meno azzardata la nostra congettura, che fa appello al latino badius corrispondente al sabino basus, entrambi col significato di castagna marrone. Se supponiamo una forma diminutiva femminilizzata *badíola (sott. castanea ), poi divenuta *badiòla nel latino popolare sulla scia di filia > filíola > filiòla, ma con iniziale vocale tonica chiusa com è nei dittonghi ascendenti del latino indigeno campano *badióla; se congetturiamo non solo il normale passaggio b > v come attestano bíbere > vèvere, barca > varca, botte > vótte ecc., ma anche l alternanza quasi solita d /r come comprovano Madonna/ Maronna, il brodo > o bbroro, i pièdi > e piére, (lat. gradus >) e ggrare = le scale ecc., a questo punto già si delinea la prima forma d avvio *varióla, poi con cambio dell accento fonico, divenuto aperto: *variòla 1. 1 Data l iniziale brevità quantitativa della penultima o, supponiamo i passaggi baríola > bariòla > *bariuòla ( > *bariuóla in Campania, ove la tonica acquista suono chiuso nei dittonghi); in un secondo tempo, la prima e la seconda semplificazione partenopea *variòla > *varòla probabilmente comportarono anche il cambio del suono fonico, sulla scia degli analoghi esiti dell italiano ( veròla come figliuola > figliòla, pignuolo > pignòlo, spagnuola > spagnòla ). Inoltre l uso poco frequente del lemma può averne alterato l accento fonico, allontanandolo dal tipo di figlióla, peculiare e solito del dialetto, e avvicinandolo al tipo egualmente diminutivo e foneticamente evoluto mazzòla (da matèola > *matiòla = mazzuòlo, arnese con cui il muratore pesta e ammacca i lastrici di lapilli); tuttavia nulla vieta di sospettare che la tipologia accentuativa fonica segnalata dal solo vocabolario ottocentesco del D Ambra non sia stata quella giusta. Carlo Iandolo: 10. Pillole linguistiche napoletane. 6
Ora è noto che i foni rj + vocale nel nostro dialetto hanno sempre subíto la riduzione nel binomio r + vocale, come testimoniano ferrarium, librariu-m, *apothecariu-m, *fontanariu-m > ferraro, libbraro, putecaro, funtanaro (= idraulico) È quindi facile che, partendo dalla penultima fase d arrivo *varòla, il frequente mutamento vocalico interno nel binomio ar > er (come notarella-noterella, acquarello-acquerello, casareccio/casereccio, stentarestenterello; piú significativi l etnico bèrbero, dal lat. bàrbaru-m o dal greco bárbaros, gr. kámmaros > lat. volg. *gàmbarus > gambero, mandarino > italiano regionale in Campania manderino, sotto probabile influsso fonetico del toscano come nel lemma precedente ) 2 abbia condotto finalmente il lemma al risultato morfologico di a veròla. Immagini: Leonardo Mazza (1883 1953). Carlo Iandolo 2 Ma non si dimentichi anche il grande fenomeno che coinvolge il futuro e il condizionale semplici della prima coniugazione: *amarò *amarei > amerò amerei, ove si eccettuino le radici monosillabiche darò darei, farò farei, starò starei, su cui ha subíto processo di livellamento sarò sarei, in luogo di *(es-)serò - *(es-)serei. Carlo Iandolo: 10. Pillole linguistiche napoletane. 7