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1 Piano marshall senza domani per le «primavere arabe» di Ibrahim Warde pagine 6-7 n n n Recensioni e segnalazioni alle pagine 22 e 23 n n n Pubblicazione mensile supplemento al numero odierno de il manifesto euro 1,50 in vendita abbinata con il manifesto n. 10, anno XXI, ottobre 2014 sped. in abb. postale 50% n Cisgiordania, lo spettro dell Intifada Olivier Pironet n «Guerra al terrorismo», atto III Alain Gresh n Usa, la discriminazione ai seggi Brentin Mock n Lunga estate di rivolta a Hong Kong Nahan Siby n Vacilla la coppia indo-afghana Jean-Luc Racine n Corsica, addio alle armi? Pierre Poggioli n L Argentina contro i fondi avvoltoio Mark Weisbrot n Kenya, gli esclusi dal banchetto Gérard Prunier Sommario dettagliato a pagina 2 Una stampa messa all asta La nostra scommessa: l'emancipazione il peso delle chiese sulle presidenziali Gli evangelici alla conquista del Brasile La stampa francese ha altri progetti, rispetto a quello di ridurre gli addetti e cercare vie di salvezza lontane del giornalismo? Un orientamento che sembra senza via d uscita. Eppure l ambizione editoriale continua a rappresentare una via verso il futuro. I l 20 agosto 2013 Libération lanciò uno slogan per promuovere la sua diffusione pericolante: «Quando tutto accelera, la soluzione è una sola: andare più veloci ancora!» Ma a quanto pare non era la soluzione giusta, dato che un anno dopo il numero di copie vendute continuava inesorabilmente a precipitare, e i dirigenti del giornale annunciavano il taglio di oltre due terzi dello staff. Ma al tempo stesso pretendevano «più contenuti» dai pochi giornalisti superstiti. E il nuovo direttore generale Pierre Fraidenraich avvisava chiunque avesse eventualmente in animo di ribellarsi: «O così, o si muore! (1)» Due alternative destinate ad avverarsi entrambe. Certo, il pianeta non manca di eventi più drammatici dell agonia di una piccola impresa a corto di clienti, con problemi di fatturato e di ragione sociale. Ma questa vicenda pone in luce due elementi importanti di una di SERGE HALIMI storia del nostro tempo: da un lato le condizioni generali della stampa scritta, in bilico tra il declino e lo stato comatoso, pilotata da dirigenti che non credono più nel suo futuro economico, e tanto meno nella sua missione democratica; dall altro una sinistra di governo incapace di esprimere qualcosa di diverso dalle passioni mercenarie dei suoi avversari («Amo l impresa»). Logicamente, dopo aver fatto da relais editoriale a François Hollande, Libération è risucchiata da questi due vortici simultanei. La «morte» incombente sul quotidiano non farebbe allora che prefigurare l avvertimento lanciato dal premier Manuel Valls nel tentativo di ricompattare il suo ultimo squadrone di fedeli: «La sinistra può anche morire». (1) L Express.fr, 15 settembre continua a pagina 24 «S e entro lunedì Marina non prende posizione, le toccherà il peggiore discorso che io abbia mai fatto su un candidato alla presidenza.» Il messaggio via Twitter del pastore Silas Malafaia, sabato 30 agosto, è diventato uno degli episodi principali della storia politica brasiliana recente. Il giorno prima, Marina Silva, paracadutata nella campagna elettorale dopo la morte in un incidente aereo di Eduardo Campos, candidato per il Partito socialista brasiliano (PsB), aveva presentato il programma. E aveva spezzato un tabù, sostenendo che in caso di vittoria avrebbe sostenuto una legislazione favorevole al matrimonio per tutti. Dopo la decisione della Corte suprema del maggio 2013 di fatto gli omosessuali possono sposarsi. «Ma è una giurisprudenza che può essere messa in discussione da giudici * Giornalista, Rio de Janeiro. daniel melim Nel 2002, l elezione di un esponente del Partito dei lavoratori alla presidenza del Brasile era stata un terremoto politico. Nell ottobre 2014, lo sarebbe una sconfitta elettorale di questa formazione. L inattesa candidatura di Marina Silva è riuscita a unire gli oppositori dell attuale presidente Dilma Rousseff: una parte delle classi medie, il padronato e le chiese evangeliche, particolarmente potenti nel paese. inchiesta di LAMIA OUALALOU * conservatori. Finché non c è una legge, i nostri diritti non saranno rispettati», precisa Jean Wyllys, l unico deputato federale che rivendica la propria omosessualità. Quel giorno è sembrato che Marina Silva sparigliasse le carte incarnando quell «altra politica» che promette, e che fino a quel momento era rimasta sul piano dei messaggi accattivanti. La sua presa di posizione era tanto più notevole se si pensa che la candidata si presenta come aderente e praticante dell Assemblea di Dio, una chiesa evangelica pentecostale conservatrice in campo sociale (1). Poche ore dopo il tweet, Silva fa marcia indietro. L entusiasmo lascia il posto al dubbio, poi all indignazione. «Lei continua a pagina 16 (1) Si legga Regina Novaes, «Il miracolo della moltiplicazione dei voti in Brasile», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile Successo degli euroscettici in Gran Bretagna Rabbia sociale e voto a destra Abbonamenti 2014 Mentre in Scozia il referendum sull indipendenza ha cristallizzato il rifiuto della politica di austerità imposta da Londra, più a sud lo stesso sentimento mette il vento in poppa alla formazione anti-europea di Nigel Farage. di Owen Jones * U n nome semina il panico nell élite politica britannica: quello dell Ukip (United Kingdom Independence Party, Partito per l indipendenza del Regno unito). Alle elezioni europee del maggio 2014, questo partito contestatario, emblematico di un populismo di destra (1), ha inflitto una sconfitta umiliante alle tre formazioni dominanti : non solo ai partiti conservatore e liberal-democratico al potere, ma anche al partito * Autore di The Establishment. And How They Get Away With It, Allen Lane, Londra, laburista, all opposizione. Non accadeva da un secolo che una formazione spodestasse laburisti e conservatori in occasione di uno scrutinio nazionale. Nigel Farage, il leader dell Ukip che coltiva accuratamente un immagine di uomo del popolo, dalla voce grossa ed appassionato di birra, aveva predetto un «terremoto politico»; la sua profezia si è avverata (2). Fenomeno politico complesso, l Ukip si distingue dal Fronte nazionale francese o da altri partiti di estrema destra europei. Fondato nel 1993 da Alan Sked, un universitario che ostentava convinzioni di centro sinistra, il partito militava essenzialmente per l uscita del Regno unito dall Unione europea. All epoca, l opposizione al progetto europeo non si limitava esclusivamente alla destra radicale. Nel 1973, l ingresso del paese nella Comunità economica europea (Cee) viene suggellato dal governo conservatore di Ted Healt. Margaret Thatcher, ministro all epoca, è nel novero degli entusiasti; la sinistra del Partito laburista, in quello dei più accesi detrattori. Per quest ultima, la Cee affonda le sue radici nella guerra fredda e ha un unico obiettivo: consacrare la vittoria del liberalismo economico e affossare una volta per tutte le ambizioni dei socialisti. Dopo la vittoria alle elezioni nel 1974, il Partito laburista propone quindi un referendum: alcuni capofila emblematici come Tony Benn fanno di tutto per ottenerne l uscita, senza riuscirci. Malgrado un ampia adesione popolare alla Cee, gli oppositori diventano maggioritari tra le fila dei laburisti. In occasione delle elezioni del 1983, il Labour proporrà del resto l uscita del Regno unito. Poi arriva la Thatcher, e cambia tutto. Gli anni 1980, segnati dal suo arrivo al potere, sono caratterizzati dal drastico ridimensionamento dei diritti continua a pagina 15 (1) Si legga Gérard Mauger, «Populismo, una parola itinerante», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio (2) L Ukip ha ottenuto il 27,5% dei consensi, contro il 25,4% del Partito laburista e il 23,9% dei conservatori.

2 2 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto Eretici contro falchi S tiamo assistendo al più grave scontro fra Russia e Stati uniti degli ultimi decenni, probabilmente il peggiore dalla crisi dei missili del La guerra civile in Ucraina, accelerata a febbraio dall illegale cambio di governo a Kiev, potrebbe in effetti condurre a un conflitto fra la Nato (Organizzazione del Trattato dell Atlantico del Nord) e la Russia. Un tale scenario, per anni inconcepibile, è ormai diventato plausibile. E numerosi elementi indicano che questa nuova guerra fredda sarebbe ancora più grave della prima alla quale il pianeta è sopravvissuto per un pelo (1). L epicentro della tensione non si trova più a Berlino, ma al confine stesso della Russia. In Ucraina, una regione vitale per Mosca, i calcoli sbagliati, gli incidenti e le provocazioni avranno un peso maggiore rispetto a quelle di cui siamo stati testimoni qualche decennio fa in Germania. Ancor più grave: gli attori di questa nuova guerra fredda potrebbero cedere più facilmente al fascino delle armi nucleari. Alcuni strateghi militari moscoviti annunciano che, se le truppe occidentali convenzionali, assai superiori in numero, minacciassero direttamente la Russia, essa ricorrerebbe ad armi nucleari tattiche. L accerchiamento del paese che la Nato sta attuando, con basi militari e sistemi antimissile, rende ancor più plausibile una reazione del genere. L assenza di regole di moderazione reciproca, paragonabili a quelle che i due fronti s imposero soprattutto a partire dalla crisi dei missili, rappresenta un altro fattore di rischio. La necessaria moderazione reciproca è ostacolata da sospetti, risentimenti, malintesi e disinformazione, tanto a Mosca quanto a Washington. Henry Kissinger (2) osserva che «la demonizzazione di Vladimir Putin non può rimpiazzare la politica: essa fornisce semplicemente un alibi per l assenza di politica». Questa demonizzazione equivale a rinunciare a qualsiasi analisi seria, all elaborazione di qualsiasi politica ragionata. Infine, la nuova guerra fredda sarà tanto più pericolosa per il fatto che non esiste negli Stati uniti alcuna opposizione fattiva. Noi, gli oppositori alla nefasta politica estera del governo, non abbiamo il sostegno di nessuna personalità influente, e non siamo organizzati. Nulla a che vedere con gli anni Settanta e Ottanta, quando lottavamo in favore di ciò che chiamavamo allora la «distensione». Rappresentavamo una minoranza, certo, ma una minoranza consistente, con alleati di alto livello, compresi alcuni al Congresso e al ministero degli affari esteri. I grandi giornali, le emittenti radiofoniche e televisive accoglievano il nostro punto di vista. Poggiavamo su una base popolare e persino su un gruppo di pressione a Washington, l American Committee on East-West Accord, in cui sedevano imprenditori, note personalità politiche, universitarie e uomini di Stato del calibro di un George Frost Kennan (3). Oggi, non abbiamo nulla di tutto ciò. Non disponiamo di nessuna entratura nell amministrazione Obama e praticamente nessuna nel Congresso, diventato un bastione bipartisan della politica dello scontro. I grandi media ci ignorano. Dall inizio della crisi in Ucraina, né gli editoriali né i commenti del New York Times, del Washington Post o del Wall Street Journal hanno riportato le nostre idee. Esse non sono state riferite né dall emittente Msnbc né da Fox News, le cui analisi tendenziose poco si differenziano fra loro: è sempre tutta «colpa dei russi». Pubblichiamo sui media * Specialista dell Unione sovietica, critico di primo piano della politica estera statunitense durante la guerra fredda, Stephen F. Cohen è professore emerito delle università di New York e Princeton. Una prima versione di questo articolo è apparsa su The Nation (New York) del 15 settembre di Stephen F. Cohen * «alternativi», certo, ma a Washington non li si considera degni di fede o significativi. Durante la mia lunga vita, non ricordo una caduta così grave del dibattito democratico nel corso di una simile crisi. Considero mio dovere ricordare che ogni medaglia ha due lati, e spiegare il punto di vista di Mosca sulla crisi in Ucraina. Ciò mi fa subire attacchi incessanti anche su pubblicazioni considerate di sinistra. Eccomi vittima di caricature che mi descrivono alfiere degli «apologeti» di Putin, suo «utile idiota» e, peggio ancora, suo «leccapiedi». Ho sempre subìto delle critiche, specialmente nel corso dei miei venti anni come commentatore per Cbs News. Ma non ero mai stato oggetto di attacchi così personali e calunniosi. Alcuni dei loro autori o quelli che li ispirano sono i campioni della politica esterna condotta da Washington negli ultimi due decenni, che ha portato alla crisi in Ucraina. Denigrandoci, essi tentano di occultare la propria complicità nel disastro in corso. Questi neomaccartisti (4) vogliono soffocare il dibattito democratico stigmatizzandoci nelle trasmissioni d informazione più seguite, sui grandi giornali e al cospetto dei decisori politici. peter evans From Russia without Love, 2014 Tutto ciò significa che in realtà noi, i dissidenti, siamo i veri democratici del paese, i veri patrioti, i veri garanti della sua sicurezza. Noi non cerchiamo di far tacere questi guerrafondai; vogliamo discutere con loro. Dobbiamo fargli capire che l attuale politica estera degli Stati uniti rischia di avere delle conseguenze disastrose per la sicurezza del nostro paese così come per il resto del mondo. I pericoli e il costo di una nuova guerra fredda prolungata si ripercuoteranno sulla vita dei nostri figli e dei nostri nipoti. Questa politica irresponsabile priva già Washington di quel partner fondamentale che è il Cremlino in territori così vitali per la nostra sicurezza come l Iran, la Siria e l Afganistan, la non-proliferazione nucleare o il terrorismo internazionale. Ma bisogna dire che anche noi siamo in parte responsabili dello squilibrio, ovvero dell inesistenza, del dibattito. Mancano organizzazione e solidarietà. Alcune personalità appoggiano in privato il nostro punto di vista, senza mai esprimersi pubblicamente in tal senso. Tuttavia, nella nostra democrazia, in cui il costo della dissidenza è relativamente modesto, il silenzio non è più una scelta patriottica. Ci hanno insegnato che la moderazione nel pensare e nel parlare costituiscono sempre la migliore soluzione. Ma, in una crisi così grave, la moderazione non ha alcun valore. Essa si trasforma in conformismo, e il conformismo in complicità. Mi ricordo di una discussione su tale questione tra dissidenti sovietici, quando vivevo fra loro a Mosca negli anni 1970 e Alcuni di loro ci hanno recentemente classificati come «dissidenti statunitensi». Un paragone imperfetto: i miei amici sovietici potevano contare su molte meno possibilità di dissentire e rischiavano molto più grosso. Ma è, nondimeno, un paragone istruttivo. I dissidenti sovietici protestavano contro un ortodossia dottrinale inflessibile, contro privilegi illeciti e un pensiero politico sclerotizzato. Di conseguenza, le autorità e i media sovietici li consideravano degli eretici. A partire dagli anni 1990 e dall amministrazione Clinton, posizioni assai poco giudiziose in politica estera si sono affermate come ortodossia bipartisan. Ora, la risposta a qualsiasi ortodossia è l eresia. Allora, io dico ai miei amici: «Siamo eretici, senza preoccuparci delle conseguenze personali, nella speranza che altri si uniranno a noi, come è accaduto spesso nel corso della storia». La prospettiva più incoraggiante che io possa offrire ai miei alleati è ricordare loro che spesso i cambiamenti cominciano come eresie. O, per citare Michail Gorbačëv che commentava la sua lotta all interno di una nomenclatura ancor più rigida della nostra: «Qualsiasi novità in filosofia inizia da un eresia, e in politica, da un opinione minoritaria». Quanto al patriottismo, ascoltiamo Woodrow Wilson (5): «Il patriota più grande è a volte colui che persevera nella direzione che ritiene giusta, anche se vede che la metà del mondo è contro di lui». (1) Durante la guerra fredda ( ), solo per un soffio numerose gravi crisi e falsi allarmi non scatenarono una guerra nucleare. (2) Artefice della politica estera statunitense durante le presidenze di Richard Nixon e Gerald Ford. Fautore dell avvicinamento alla Cina e della distensione con l Urss, approvò il colpo di Stato in Cile nel 1973 e l occupazione di Timor Est da parte dell Indonesia nel (3) Diplomatico e storico ( ), teorico della politica di contenimento dell Urss nel 1946, poi promotore del disimpegno statunitense e della distensione. Leggere Olivier Zajec, «Admirateur de Tchekhov et artisan de la guerre froide», Le Monde diplomatique, agosto (4) Ci si riferisce al maccartismo, inquisizione anticomunista estremista degli anni 1950 avviata dal senatore repubblicano Joseph McCarthy. (5) Presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921, promotore della Società delle nazioni. (Traduzione di V. C.) In questo numero ottobre 2014 PAGINA 3 PAGINA 9 PAGINA 14 Corsica, addio alle armi?, di Pierre Poggioli PAGINA 20 Kenya, gli esclusi dal banchetto democratico, di Gérard Prunier Quando l austerità uccide, di David Stuckler e Sanjay Basu PAGINE 4 E 5 Cisgiordania, lo spettro dell Intifada, di Olivier Pironet Una «spina nel fianco» per gli israeliani (O. P.) PAGINE 6 E 7 Un piano Marshall senza domani per le «primavere arabe», di Ibrahim Warde La voce della Francia sepolta tra le bombe (A. G.) PAGINA 8 «Guerra al terrorismo», atto III, di Alain Gresh Sati uniti, la discriminazione torna ai seggi, di Brentin Mock PAGINA 10 Lunga estate di rivolta a Hong Kong, di Nahan Siby PAGINA 11 Vacilla la coppia indo-afghana, di Jean-Luc Racine PAGINE 12 e 13 Ottobre 1993, liberalismo russo a suon di cannonate, di Jean-Marie Chauvier PAGINA 15 Rabbia sociale e voto a destra, seguito dalla prima dell articolo di Owen Jones PAGINE 16 e 17 Gli evangelici alla conquista del Brasile, seguito dalla prima dell articolo di Lamia Oualalou Eletti in vendita, di Silvio Caccia Bava PAGINE 18 e 19 L Argentina contro i fondi avvoltoio, di Mark Weisbrot Bisogna veramente pagare l intero debito?, di Jean Gadrey PAGINA 21 Il recidivo: ecco il nemico, di Laurent Bonelli PAGINE 22 e 23 Diploteca. Lavoro: «Occupare, resistere, produrre». Recensioni e segnalazioni Pagina 24 La nostra scommessa: l emancipazione, seguito dalla prima dell articolo di Serge Halimi Chiuso in redazione il 9 ottobre Il prossimo numero sarà in edicola il 13 novembre a cura di Geraldina Colotti, tel. (06) via Bargoni Roma traduzioni Alice Campetti, Marinella Correggia, Valerio Cuccaroni, Filippo Furri, Elisabetta Horvat, Emilio Pezzola, Francesca Rodriguez, Rosa Schiano ricerca iconografica Giovanna Massini, Nora Parcu, Anna Salvati, Cristina Povoledo iscrizione al Trib. stampa n.207/94 del dir. resp. Norma Rangeri Realizzazione editoriale Cristina Povoledo pellicole e stampa Sigraf spa, via Redipuglia 77, Treviglio (Bg) pubblicità Concessionaria esclusiva Poster pubblicità srl Roma 00153, via Bargoni, 8 tel. (06) fax Milano 20135, via Anfossi, 36 tel. (02) fax (02) numeri arretrati (06) diffusione abbonamenti (06) redscoop.it per gli abbonati Le Monde diplomatique fondatore Hubert Beuve-Méry direzione Serge Halimi, presidente, direttore pubblicazione. Altri membri: Vincent Caron, Bruno Lombard, direttore gestione; Pierre Rimbert; Anne-Cécile Robert, resp. relazioni ed edizioni internazionali caporedattore Pierre Rimbert vice caporedattore Benoît Bréville, Martine Bulard, Renaud Lambert redazione Alain Gresh, Evelyne Pieiller, Philippe Rivière, Philippe Rekacewicz (Cartografia), Anne-Cécile Robert sito internet Guillaume Barou ideazione artistica e realizzazione Alice Barzilay, Maria Jerardi documentazione Olivier Pironet redazione 1, avenue Stephen-Pichon, Paris tel fax Editore SA Le Monde diplomatique il nuovo manifesto direttore resp. Norma Rangeri CONSIGLIO D AMMINISTRAZIONE Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri, Luana Sanguigni

3 ESPERIENZA MEDICA SU VASTA SCALA Quando l austerità uccide Le Monde diplomatique il manifesto ottobre Rigore o ripresa? Se, dall inizio della crisi finanziaria del 2007, i governi europei hanno scelto, gli esperti proseguono le loro discussioni Con maggior prudenza dal momento che raramente essi rientrano tra le prime vittime dei tagli al bilancio. Sottoporre le politiche economiche ai criteri di valutazione imposti alla ricerca medica consentirebbe tuttavia di risolvere la questione. di David Stuckler e Sanjay Basu * «G razie per aver partecipato a questo esame clinico. Forse non ricorda di aver dato il suo consenso, ma lei è stato assunto nel dicembre 2007, all inizio della Grande recessione. Il suo trattamento non è stato prescritto da medici o infermieri, ma da politici, economisti e ministri delle finanze. Nell ambito di questo studio, essi le hanno fatto seguire, così come a milioni di altre persone, uno dei due protocolli sperimentali seguenti: l austerità o la ripresa. L austerità è un farmaco destinato a ridurre i sintomi del debito e del deficit, per curare la recessione. Essa consiste nel ridurre le spese governative in materia di assistenza medica, aiuti ai disoccupati e politiche abitative. «Se ha ricevuto una dose sperimentale di austerità, avrà forse potuto notare profondi sconvolgimenti nel mondo che la circonda. Se invece fa parte del gruppo della ripresa, la sua vita forse non è stata sconvolta dalla disoccupazione e dalla recessione. È perfino possibile che lei goda oggi di uno stato di salute migliore di quello precedente alla crisi» Questo messaggio, non vi sarà mai inviato. Eppure Al fine di individuare le cure migliori, i ricercatori in medicina hanno fatto ricorso a «studi controllati randomizzati» su vasta scala (1). Nel campo della politica, si rivela difficile, e perfino impossibile, coinvolgere un intera società in studi di un ampiezza tale da cogliere l impatto di misure sociali. Tuttavia, accade che dirigenti politici, di fronte a problemi simili, optino per linee d azione differenti. Per gli scienziati, queste «esperienze naturali» offrono la possibilità di studiare le conseguenze sanitarie di certe politiche (2). Abbiamo così analizzato dati provenienti da quattro angoli del mondo nel corso di diversi periodi di recessione, misurando l impatto sociale delle misure di austerità e di ripresa: gli Stati uniti nel corso degli anni 1930, la Russia durante il periodo delle privatizzazioni massicce degli anni 1990, o ancora l Europa impigliata nella crisi del debito dalla fine degli anni Diversi nostri risultati erano prevedibili. Quando le persone perdono il lavoro, rischiano maggiormente di darsi alla droga, all alcol o di sviluppare tendenze suicide. Ma, nel corso delle nostre ricerche, abbiamo ugualmente scoperto che alcune comunità, persino nazioni intere, godono di una migliore salute in seguito al crollo della loro economia. Perché? Due paesi entrati in recessione a seguito della crisi del 2007 mettono in luce i risultati dei nostri lavori: l Islanda (3) e la Grecia (4). Tra il 2007 e il 2010 gli anni peggiori della crisi, il tasso di mortalità è diminuito in maniera costante in Islanda malgrado un leggero aumento (non significativo) dei suicidi a seguito del crollo dei mercati. Durante le nostre ricerche sulle recessioni in Europa, abbiamo scoperto che le crisi bancarie determinano generalmente un incremento a breve termine di complicazioni cardiache. Ma non è il caso dell Islanda. * Autori di Quand l austérité tue. Epidémies, dépressions, suicides: l économie inuhmaine (Autrement, Parigi, 2014), da cui è tratto questo articolo. Nell ottobre 2008, trovandosi di fronte alle ripercussioni della crisi dei subprime negli Stati uniti e ai patti sconsiderati delle banche, Reykjavik ha fatto ricorso al Fondo monetario internazionale (Fmi) per la realizzazione di un piano di salvataggio. Quest ultimo si accompagnava a raccomandazioni favorevoli all instaurazione di una politica di austerità, in particolare nel sistema della sanità pubblica qualificato dall Fmi come «bene di lusso», che avrebbe dovuto subire un calo nei finanziamenti del 30%. Gli islandesi si sono opposti manifestando in massa. Un evento inaspettato si è allora verificato all inizio del Il presidente islandese ha chiesto al popolo ciò che desiderava: bisognava assorbire il debito pubblico per salvare i banchieri riducendo drasticamente il bilancio del governo o rifiutare di pagare per investire nella ricostruzione dell economia? Consultati in un referendum, il 93% degli islandesi ha scelto la seconda opzione. In totale, in pieno periodo di recessione, l Islanda ha scelto di continuare ad aumentare le sue spese per la protezione sociale, già elevate, tra il 2007 e il 2009, da 280 miliardi di corone (circa 1,6 miliardi di euro) a 379 miliardi di corone (circa 2,3 miliardi di euro), cioè dal 21 al 25% del prodotto interno lordo (Pil). Le spese supplementari, decise dopo il 2010, hanno per esempio finanziato nuovi programmi di «alleggerimento del debito» per i proprietari il cui bene immobiliare valeva ormai meno dell importo del loro mutuo. L operazione ha permesso di evitare un esplosione del numero di senzatetto. Nel 2012, l economia islandese cresceva del 3% e la disoccupazione scendeva al di sotto del 5%. Nel mese di giugno dello stesso anno, l Islanda ha effettuato rimborsi dei propri debiti prima del previsto. L Fmi ha dovuto riconoscere che l approccio unico dell Islanda aveva condotto a una ripresa «sorprendentemente» forte (5) Più a sud, la Grecia è servita da laboratorio per studiare gli effetti delle politiche di austerità. Nel maggio 2010, l Fmi le ha proposto un prestito alle solite condizioni: privatizzare le aziende e le infrastrutture pubbliche, amputare i programmi di protezione sociale. Come in Islanda, i manifestanti greci reclamavano un referendum nazionale su questo accordo, ma il piano di austerità fu applicato senza essere votato: contrariamente a quanto accaduto in Islanda, la democrazia è stata sospesa. Di fronte alla crescita della disoccupazione, alle espropriazioni di massa e all aumento dei debiti privati, molti greci si sono rivolti a programmi di protezione sociale per sopravvivere. Ora, già indeboliti dalle misure di austerità, questi non erano in grado di assorbire l aumento improvviso del numero dei beneficiari. Man mano che i bilanci degli ospedali diminuivano, consultare un medico diventava sempre più difficile. Le file di attesa per aver accesso a un terapeuta sono raddoppiate, poi triplicate. In un intervista concessa al New York Times, il capo del dipartimento di oncologia dell ospedale di Sotiria, nel centro di Atene, il dottor Kostas Syrigos, ha raccontato la storia di una paziente affetta dal peggior cancro al seno che lui abbia mai visto. Le riforme imposte dalla «troika» (Commissione europea, Banca centrale europea e Fmi) le avevano impedito di curarsi per un anno. Quando si è presentata in una clinica clandestina in cui lavoravano dei medici volontari, il tumore aveva perforato la pelle e cominciava a rilasciare liquido sui suoi vestiti. La donna soffriva atrocemente e tamponava la sua piaga purulenta con dei fazzoletti di carta (6). Nel maggio del 2010, appena dopo la realizzazione del primo piano di salvataggio dell Fmi, la compagnia farmaceutica Novo Nordisk ha lasciato il mercato greco poiché lo Stato le doveva 36 milioni di dollari. Questo ritiro non ha solo comportato la perdita di posti di lavoro, ma ha allo stesso tempo privato di insulina cinquantamila diabetici. Il tasso di suicidi è aumentato, in particolare negli uomini: tra il 2007 e il 2009, perfino prima del piano dell Fmi, era salito al 20%. Il 4 aprile 2012, Dimitris Christoulas si è così recato a piazza Syntagma, nel pieno centro della città di Atene. Salito sui gradini del Parlamento, si è puntato un arma alla tempia e ha dichiarato: «Io non mi suicido. Sono loro che mi webb boyd Elephant legs, 1982 uccidono». Una lettera ritrovata nella sua borsa spiegava: «Il governo ( ) ha distrutto il mio solo mezzo di sopravvivenza, che consisteva in una pensione molto dignitosa che ho pagato da solo durante trentacinque anni ( ). Poiché la mia età avanzata non mi consente di reagire in maniera attiva (benché, se un greco prendesse un kalashnikov, io sarei proprio dietro di lui), non vedo altra soluzione per finire degnamente la mia vita e non ritrovarmi a rovistare nella spazzatura per nutrirmi». I centri di sostegno psicologico hanno constatato un raddoppio delle richieste di aiuto. E non si tratta che della punta dell iceberg. Alcuni greci hanno preferito non chiedere aiuto a causa della stigmatizzazione da cui è accerchiata la miseria psicologica nel paese: la Chiesa ortodossa rifiuta per esempio di dare sepoltura coloro che si suicidano. Numerosi medici considerano l aumento del numero di «patologie indeterminate» e di altri casi misteriosi di decessi come la manifestazione di suicidi mascherati per salvare l onore delle famiglie. Per quarant anni, i programmi di irrorazioni di insetticidi avevano impedito in Grecia lo sviluppo di malattie trasmesse dalle zanzare. In seguito ai tagli drastici ai bilanci assegnati al sud del paese, nell agosto 2010 è esplosa un epidemia di virus del Nilo occidentale, uccidendo sessantadue persone. La malaria ha fatto ritorno per la prima volta dopo il Le autorità hanno constatato anche una recrudescenza dell infezione da Hiv nel centro di Atene, un qualcosa di mai visto in Europa da anni: tra il gennaio e l ottobre del 2011, i nuovi casi si sono decuplicati. Gli epidemiologi del Centro ellenico per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno cercato la fonte di questa epidemia: principalmente i nuovi malati si iniettavano la droga con aghi infetti. L uso dell eroina è aumentato del 20% tra il 2010 e il 2011, in particolare tra i giovani, colpiti da un tasso di disoccupazione del 40%. Con un bilancio tagliato di circa il 50%, il ministro della sanità greco non aveva margini di manovra. Tuttavia, rimaneva una soluzione politica: l opzione democratica. Nel novembre 2011, quando è stata accertata l epidemia di Hiv, il primo ministro Georges Papandreu ha tentato la soluzione islandese, annunciando un referendum su una seconda cura di austerità. Il popolo greco vedeva chiaramente che le misure di austerità non funzionavano. Malgrado i tagli ai fondi, il debito pubblico continuava a espandersi (165% del Pil nel 2011). Ma, sotto la pressione della «troika» e di altri governi europei, specialmente francese e tedesco, Papandreu ha annullato il referendum prima di essere spinto alle dimissioni. Come nel caso dell Islanda, l Fmi ha infine ammesso, nel 2012: «Abbiamo sottovalutato gli effetti negativi dell austerità sul lavoro e l economia (7)». Ma imporre questa prova alla Grecia rappresentava più un progetto politico che una strategia economica. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha presentato il piano di aiuti concesso ad Atene come una lezione al resto d Europa: «Questi paesi possono vedere che il cammino intrapreso dalla Grecia non è facile. Essi faranno quindi tutto il possibile per evitarlo (8).» Le politiche economiche non sono né agenti patogeni né virus che provocano direttamente la malattia, ma la «causa delle cause»: il fattore sottostante che determina chi sarà esposto ai più grandi rischi sanitari. Ecco perché la minima modifica di un bilancio nazionale può avere effetti considerevoli e talvolta involontari sul benessere della popolazione. Disponiamo ormai di elementi seri che ci permettono di concludere che il vero pericolo per la sanità pubblica non è la recessione in quanto tale, ma l attuazione di politiche di austerità per farvi fronte. Tanto vale dire che, se «l esperienza greca» fosse stata condotta secondo criteri tanto rigorosi quanto lo sono i test clinici, essa sarebbe stata da tempo interrotta da un consiglio etico. (1) Si legga Bruno Falissard, «Curare il malato o la malattia?», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (2) Ndr. Gli autori si basano sia sui lavori più recenti che sui propri studi, pubblicati dalle riviste scentifiche The Lancet, Bristish Medical Journal e Plos Medicine. Le loro fonti possono essere consultate sul nostro sito, al seguente indirizzo: (3) Sulla crisi islandese, si legga Silla Sigurgeirsdóttir e Robert Wade, «Quando il popolo islandese vota contro i banchieri» e «Una Costituzione per cambiare l Islanda?», Le Monde diplomatique/il manifesto, rispettivamente maggio 2011 e ottobre (4) Sulla crisi greca, si legga il nostro dossier «Il laboratorio greco», Le Monde diplomatique/ il manifesto, febbraio (5) Fondo monetario internazionale, «Iceland: Ex post evaluation of exceptional access under the 2008 stand-by arrangement», rapporto n 12/91, Washington, DC, aprile (6) The New York Times, 24 ottobre 2012 (7) The Guardian, Londra, 1 febbraio 2012 (8) British Broadcasting Corporation (Bbc), Londra, 2 maggio (Traduzione di R.S.)

4 4 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto IN MANCANZA DELLO STATO, UN AUTORITÀ DI POLIZIA Cisgiordania, lo spettro dell Intifada Bombardando Gaza per 50 giorni, gli israeliani hanno provocato i danni più ingenti dal 1967, con oltre duemila morti, fra i quali centocinquanta bambini. Intanto, in Cisgiordania, l Autorità palestinese coopera in materia di sicurezza con l esercito di occupazione, malgrado l assenza di passi avanti verso la costruzione di un vero Stato. dal nostro inviato speciale OLIVIER PIRONET martin kollar Le foto di queste pagine sono tratte dalla serie «Field Trip», 2010 Arrivando a Nablus, nel nord della Cisgiordania, un odore acre di pneumatici bruciati assale le narici. I pennacchi di fumo nero sprigionati dalla gomma incendiata e le pietre sparse al suolo obbligano l autista del taxi collettivo a rallentare. Diverse decine di palestinesi, in gran parte shabab («giovani»), si sono radunati per protestare contro l assassinio, due giorni prima, di Alaa Awad, un commerciante di 30 anni, padre di due bambini, abbattuto dai soldati israeliani mentre passava a piedi davanti alla postazione militare di Zaatara uno dei fortini che Israele ha costruito ai bordi di Nablus per «proteggere» le colonie ebree che circondano la città (1), mentre andava a ritirare dei telefoni cellulari. «Dicono che lui ha sparato loro addosso e che hanno solo risposto, ma è falso. Raccontano quel che fa loro comodo. È sempre così», si indigna l autista, mentre i passeggeri approvano. Ad alcune centinaia di metri e al riparo dai lanci di pietre nelle loro imponenti jeep blindate, i soldati israeliani osservano i manifestanti con uno sguardo ironico, sempre rimanendo all erta. Alla fine, diversi lanci di granate lacrimogene disperdono l assembramento. Angherie continue da parte di esercito e coloni Fra gli shabab scesi in strada per esprimere la propria collera, alcuni provengono dal campo di rifugiati di Balata. Là ritroviamo Fayez Arafat, uno dei responsabili. Cinquantenne, padre di nove figli, dirige il centro culturale Yafa, che «offre sostegno sociale, educativo e psicologico ai giovani del campo e cerca di sensibilizzarli sul tema del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi». Costruito nel 1950 per accogliere gli abitanti dei villaggi espulsi dalla regione di Jaffa, vicino a Tel Aviv, Balata si trova in zona A, l area amministrativa che delimita i settori della Cisgiordania «governati» dall Autorità palestinese ma nei quali l esercito israeliano opera in sua vece, malgrado gli accordi di Oslo (si legga il riquadro). Il campo offre un campionario dei problemi che affliggono i rifugiati palestinesi. La povertà (del 55% degli abitanti), la disoccupazione (al 53%, di cui il 65% sono giovani laureati), la promiscuità e l insalubrità riguardano pressoché tutte le famiglie. Oltre ventottomila abitanti, il 60% dei quali ha meno di 25 anni, affollano un chilometro quadrato un record in Cisgiordania, in termini di densità di popolazione. Vivono in abitazioni di cemento in gran parte anguste, costruite l una sull altra lungo stradine polverose, alcune delle quali sono così strette poche decine di centimetri che la luce del giorno fa fatica a entrare. Il campo, noto per il suo impegno contro l occupazione fin dal 1976, definito dagli israeliani un «bastione terrorista» e sorvegliato speciale, negli ultimi anni ha pagato un pesante tributo: «Circa quattrocento morti dall inizio della seconda Intifada [ ], e migliaia di feriti. Poco meno di trecento residenti del campo sono attualmente in carcere in Israele», ci indica Arafat, egli stesso imprigionato a più riprese. L esercito israeliano invade regolarmente Balata «per arrestare chi ha partecipato a manifestazioni o è ricercato come attivista politico, o anche per mettere in sicurezza il quartiere, vista la vicinanza con la tomba di Yussuf» un mausoleo venerato dagli ebrei e dai musulmani. Angariati dall esercito di occupazione e dai coloni, gli abitanti non ne possono più, confida Arafat. «Possiamo contare solo su noi stessi. Quando gli israeliani arrivano a perquisire o catturare militanti politici, cerchiamo di interporci, ma siamo impotenti. Qui ci sono ancora armi, ma non vengono più usate. La polizia palestinese dovrebbe proteggerci dai coloni molto numerosi intorno a Nablus, e fra i più aggressivi, ma non fa niente.» Sulla base degli accordi israelo-palestinesi in materia di sicurezza conclusi nel 1993, la polizia dell Autorità palestinese non ha il diritto di usare la forza contro i coloni in caso di attacco, ma deve rimettersi alle autorità israeliane. Ed è anche tenuta a cooperare nell individuare e interrogare i militanti palestinesi che costituiscano un «pericolo potenziale» rispetto a Israele essenzialmente membri di Hamas, la formazione islamista, della Jihad islamica e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp, di estrema sinistra), ma anche dissidenti di Fatah, il partito del presidente dell Autorità, Mahmud Abbas. «L esercito di occupazione, i coloni, ma anche le forze di sicurezza palestinesi mantengono una pressione costante. È dunque facile capire la collera della gente, prosegue Arafat. Siamo come un vulcano vicino all eruzione. Potrebbero farne le spese anche i responsabili della Autonomia limitata Gli accordi intermedi israelo-palestinesi del 28 settembre 1995, detti Oslo II, dividono la Cisgiordania in tre zone, attualmente così ripartite: La zona A (il 18% del territorio), nella quale viene esercitata l «autonomia» palestinese. La zona B (21%), nella quale la responsabilità civile spetta ai palestinesi e la sicurezza agli israeliani. La zona C, controllata esclusivamente da questi ultimi. Le colonie ebraiche a parte Gerusalemme Est sono praticamente tutte in zona C. La gran parte dei palestinesi vive nelle zone A e B. Sulta [ Autorità in arabo], che non godono più di alcun credito ai nostri occhi.» Stesse constatazioni e recriminazioni nel campo di rifugiati ad Aida, a Betlemme; una enclave di 700 metri quadrati addossata al muro di separazione costruito da Israele, che chiude gran parte della città e in certi punti arriva a otto metri di altezza. Vi abitano circa seimila persone, oltre la metà delle quali ha meno di 25 anni. «Centocinquanta nostri giovani fra i quali un ragazzino di 13 anni si trovano attualmente nelle prigioni israeliane, senza contare i detenuti che marciscono là dentro da decenni. Durante la seconda Intifada sono stati arrestati anche molti quadri politici e combattenti della resistenza», indica Nidal al Azraq, coordinatore delle attività del centro dei rifugiati, ad Aida, e fratello minore di un militante liberato nel 2013 dopo 23 anni di carcere. L esercito israeliano una torretta di osservazione che sormontava il campo è stata incendiata l anno scorso dagli shabab, «fa quasi quotidianamente incursioni notturne», aggiunge al Azraq. Alcuni mesi fa, in barba agli accordi di Oslo, «le autorità di occupazione hanno deciso di trasferire Aida da zona A a zona C, cioè sotto il loro controllo esclusivo, poi hanno decretato il suo perimetro zona militare chiusa», ci informa Salah Ajarma, direttore del centro. La polizia palestinese non ha più il diritto di entrarvi, né di pattugliare i dintorni. Del resto, anche a poterlo fare, susciterebbe subito l ostilità dei rifugiati, con i quali i rapporti si sono deteriorati per via dei numerosi arresti di oppositori compiuti negli ultimi anni «a volte direttamente su ordine israeliano», secondo Ajarma, che ha conosciuto il carcere israeliano già a 14 anni. «Come è possibile aver fiducia in un organismo che è sottomesso al buon volere degli occupanti e che per noi è addirittura una minaccia?» All inizio del 2013, gli abitanti hanno distrutto la stazione di polizia presente nel campo e cacciato i poliziotti. «Alla fine abbiamo l impressione che l unica cosa che li distingue dai soldati israeliani sia la bandiera [palestinese] sotto la quale lavorano», afferma con durezza. Queste critiche trovano una eco presso ampie frange della società palestinese e dei principali partiti politici, anche in seno a Fatah. Ciononostante, la sospensione della cooperazione in materia di sicurezza fra le forze di polizia dell Autorità e l esercito israeliano non è all ordine del giorno, come ha ricordato Abbas lo scorso 28 maggio, davanti a un assemblea di giornalisti, militanti pacifisti e uomini d affari israeliani riuniti a Ramalla: «Il coordinamento in materia di sicurezza è sacro, sacro. E continuerà, che noi siamo o no in disaccordo con gli israeliani (2)». Un affermazione che ha imbarazzato una parte dei responsabili di Fatah. Forze dell ordine con circa trentamila uomini Prevista dagli accordi di Oslo del 1993, questa cooperazione bilaterale è stata messa in opera con l accordo firmato al Cairo nel maggio 1994 (Oslo I). Su questa base, le forze dell ordine palestinesi devono «agire sistematicamente contro ogni incitamento al terrorismo e alla violenza» contro Israele, «impedire ogni atto di ostilità» contro le colonie e «coordinare le [loro] attività» con l esercito israeliano, soprattutto attraverso lo scambio di informazioni e operazioni congiunte (3). Sospesa durante a seconda Intifada, poi riattivata da Abbas dopo la sua elezione alla presidenza dell Autorità, il 9 gennaio 2005, questa politica ha preso nuovo slancio con la riforma dei servizi di sicurezza intrapresa dall ex primo ministro Salam Fayyad ( ) (4). Le diverse forze di polizia e gendarmeria, pletoriche, raggruppano circa trentamila uomini un agente ogni ottanta abitanti in Cisgiordania, uno dei tassi più elevati al mondo (in Francia sono uno ogni trecento cinquantasei). Sono state profondamente rimaneggiate sotto la supervisione degli statunitensi, che hanno formato unità speciali e le hanno dotate di veicoli moderni, materiali di punta e armi sofisticate. I servizi di sicurezza, finanziati in parte da Washington e dagli europei (5), assorbono oltre il 30% del bilancio annuale dell Autorità pari a 3,2 miliardi di euro per il 2014, un totale superiore alla somma delle spese destinate all istruzione, ala salute e all agricoltura (6). «Sono il perno dell Autorità palestinese, spiega il sociologo palestinese Sbeih Sbeih. Gli accordi di Oslo l hanno trasformata in subfornitrice dell occupante israeliano.» E del resto, non era questo uno degli obiettivi? Nel 1993, il primo ministro israeliano Itzak Rabin dichiarava che il trasferimento di certi compiti in materia di sicurezza ai palestinesi doveva permettere di «sgravare l esercito israeliano ed è la cosa più importante (7)». Alla guida del dispositivo di cooperazione in materia di sicurezza dal 2009 al 2014, l ex ministro dell interno palestinese Said Abu Ali ha una visione completamente diversa. Ci riceve con i suoi due consiglieri in un ampio ufficio nel palazzo ministeriale, a Ramalla. «La politica di coordinamento è un successo per le due parti», (1) In Cisgiordania si contano 500 check point israeliani e 300 colonie (la cui superficie equivale a circa kmq, ndt). (2) «Abbas in firing line over security cooperation with Israel», Middle East Eye, 10 luglio 2014, (3) Cfr. Julien Salingue, «Oslo, vingt ans après», 14 settembre 2013, (4) Cfr. il rapporto dell International Crisis Group, «Squaring the circle: Palestinian security reform under occupation», 7 settembre 2010, (5) Nel 2013, Stati uniti e Unione europea hanno accordato rispettivamente 330 milioni e 468 milioni di dollari all Autorità palestinese nel quadro del programma di assistenza economica e in materia di sicurezza. Cfr. Human Rights Watch, «World Report 2014»,www.hrw.org (6) Cfr. Tariq Dana, «The beginning of the end of Palestinian security coordination with Israel?», Jadaliyya, 4 luglio 2014, (7) Yediot Aharonot, Tel Aviv, 7 settembre 1993.

5 Le Monde diplomatique ottobre dice, affabile, Abu Ali. «Gli sforzi che abbiamo fatto per ristabilire l ordine, in questi ultimi anni, sono riusciti a garantire una certa stabilità in Cisgiordania e a vincere contro terrorismo ed estremismo. C è chi condanna la cooperazione dei nostri servizi con Israele o ci accusa di collaborazione, ma non ha niente a che vedere con questo. Il nostro obiettivo è costruire uno Stato, e la sicurezza è uno dei suoi pilastri fondamentali.» Una «stabilità» e una sicurezza relative: nel 2013, l esercito israeliano ha arrestato in Cisgiordania oltre civili palestinesi, nel corso di circa interventi. Una trentina sono stati uccisi. In quello stesso anno, le violenze compiute dai coloni (399 incidenti) sono aumentate dell 8% rispetto al 2012, e hanno provocato un centinaio di feriti, soprattutto contadini palestinesi (8); quanto alla polizia dell Autorità, è regolarmente accusata di compiere abusi e di mantenere in stato di detenzione arbitraria diversi oppositori politici (proprio come la polizia di Hamas a Gaza). Peraltro, ogni anno Israele effettua diverse centinaia di operazioni in coordinamento con i servizi palestinesi (9). «Questa politica di sicurezza, che i nostri dirigenti giustificano in nome dello Stato futuro, serve in realtà a dare garanzie alla comunità internazionale, da cui l Autorità dipende finanziariamente, e a impedire focolai di rivolta nei territori, ritiene Abaher al Sakka, professore di sociologia all università Bir Zeit (Ramalla). Ma il suo effetto è quello di provocare risentimento in un numero crescente di palestinesi.» La situazione sociale nel paese non contribuisce alla calma. La popolazione si è mobilitata parecchio nel 2011 e nel 2012, in particolare per denunciare la politica economica del governo. Le riforme liberiste introdotte da Fayyad a partire dal 2007, sostenute da Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e paesi donatori, hanno posto interi settori dell economia del piccolo territorio sotto il controllo del settore privato. Nel nome della crescita, e per attrarre investimenti, l ex primo ministro ha applicato una «terapia shock»: eliminazione di 40mila posti di funzionari (attualmente stimabili in circa 150mila), riduzione delle spese sociali, compressione dei salari, riaggiustamento della previdenza sociale, riforme del settore bancario ecc. Queste misure hanno contribuito all aggravarsi delle disuguaglianze, hanno distrutto posti di lavoro e provocato un notevole aumento del costo della vita. La fiammata alla fine degli anni 2000 (crescita del 7% nel 2008, contro l 1,5% del 2013) dovuta unicamente agli aiuti internazionali, che coprono la metà del bilancio dell Autorità è stata un fenomeno ingannevole. Il «boom economico» della «Tigre palestinese» celebrato dagli esperti occidentali è sfociato in una crisi finanziaria senza precedenti non appena si sono esauriti i contributi dei donatori, nel Il tasso di disoccupazione è estremamente alto (fra il 20 e il 30% in Cisgiordania a seconda delle fonti, e oltre il 40% a Gaza), la povertà riguarda oltre un quarto della popolazione (il 20% dei palestinesi di Cisgiordania vive con meno di 1,5 euro al giorno), mentre i redditi dei più ricchi sono cresciuti del 10% fra il 2007 e il 2010 (10). «La maggior parte dell economia del paese si concentra nelle mani di grandi famiglie e di nuovi ricchi, legati in gran parte al potere e che si avvalgono delle sue reti, spiega al Sakka. Sono alla testa di imprese che controllano settori della telefonia, delle costruzioni, dell energia, dell alimentazione, ecc. Alcuni di loro investono nel mercato israeliano e nelle colonie industriali. In cambio, godono di privilegi assegnati loro da Israele, come la possibilità di passare per primi ai check-point militari, come i funzionari dell Autorità (11).» A Ramalla, in particolare, questi «Vip», che è facile veder sfrecciare al centro della città al volante di fiammanti autovetture, vivono in quartieri eleganti lontani mille miglia dall universo dei campi di rifugiati. Fuoristrada e foto in posa Il contesto politico israeliano non offre alcuna speranza ai palestinesi. Il governo di coalizione di Benjamin Netanyahu, sotto la guida del Likud (la destra conservatrice) e di cui fanno parte, fra gli altri, due partiti di estrema destra, è fra i più intransigenti che il paese abbia mai conosciuto. La sinistra è in netta difficoltà, l estrema sinistra praticamente azzerata, e il campo della pace è a brandelli. «La frittata è fatta, confida un osservatore israeliano che preferisce rimanere anonimo. La destra e i suoi coloni hanno vinto. E anche se domani, toccato dalla grazia divina, Netanyahu decidesse di voler creare uno Stato palestinese, non potrebbe più farlo. La società israeliana si è radicalizzata e ripiegata su se stessa. Il sionismo religioso e l orientamento ultranazionalista hanno infiltrato tutti gli apparati decisionali del paese. Il loro obiettivo in Cisgiordania è occupare terre, nient altro. È innanzitutto una politica del fatto compiuto.» Yaacov Ben Efrat, analista di Challenge, una rivista online di ebrei e arabi, conferma: «Questo governo non si cura delle critiche che gli vengono rivolte a proposito del fallimento del processo di pace. Corre da solo contro venti e maree. E sa che potrà contare ancora a lungo sul sostegno degli Stati uniti». Ma soprattutto, lo sviluppo economico della Cisgiordania è ostacolato dall occupazione, dal muro di divisione e dal sistema degli sbarramenti che frammentano il territorio. Nel quadro del protocollo di Parigi (1994), versante economico e finanziario degli accordi di Oslo, gli israeliani controllano anche le attività commerciali dei palestinesi i quali da Israele comprano il 70% dei loro prodotti, vendendo oltre l 85% del totale delle merci esportate. Le autorità di Tel Aviv incassano anche le tasse Una «spina nel fianco», per gli israeliani doganali che spettano all Autorità palestinese. «Siamo sottoposti a una doppia occupazione, militare ed economica, si rammarica Sbeih. La politica di sicurezza e l oppressione economica sono i due aspetti di una stessa logica, in vigore da Oslo in poi.» Naba Alassi, 30 anni, vive nel campo di rifugiati di Dheisheh (Betlemme). Uno dei suoi amici gli è morto fra le braccia durante una manifestazione, ucciso da soldati israeliani. Si arrabbia contro «l Autorità e i suoi protetti»: «Le élite e i capitalisti di Ramalla, con le loro grosse Mercedes e i loro fuoristrada, non ci rappresentano! Ci trattano da terroristi ed estremisti mentre cerchiamo solo di resistere all occupazione! Dobbiamo smantellare l Autorità. Non serve a niente, solo a portare avanti negoziati vaghi, che alla fine sono la sua unica ragion d essere, il suo business!» In vent anni, vertici, conferenze, tavole rotonde, cicli di negoziati hanno prodotto dichiarazioni di principio, risoluzioni internazionali, promesse solenni. Tutto è rimasto lettera morta. «A che pro continuare il dialogo con i nostri Quanto all opinione pubblica israeliana, è soddisfatta dello statu quo. Più che alla questione palestinese, si mostra sensibile alle tensioni alle frontiere (Egitto, Libano, Siria) e preoccupata della buona salute economica del paese, relativamente risparmiato dalla crisi finanziaria mondiale ma molto disuguale (1). Ultimamente, l operazione condotta in Cisgiordania dopo il rapimento e l uccisione di tre giovani coloni, lo scorso giugno, o la guerra di Gaza la scorsa estate 2014 hanno catalizzato l attenzione di tutto il paese. In periodi normali, la gran parte della popolazione rimane indifferente al conflitto con i palestinesi. Questi ultimi, agli occhi degli israeliani, sembrano un po «una spina nel fianco», come li ha definiti il ministro dell economia, Naftali Bennett (2). «La situazione nei territori occupati per loro è come un eczema: a volte prude, dà fastidio, innervosisce un po, spiega Michel Warschawski, giornalista e militante pacifista basato a Gerusalemme. Ma rimane una questione di mantenimento dell ordine, di politica interna.» La Palestina, anche se si trova a pochi chilometri, per gli israeliani è una questione lontana. E tuttavia non è vicina a «sprofondare nel mare (3)», come si augurava Itzhak Rabin nel 1992 a proposito di Gaza. O. P. (1) Si legga Yaël Lerer, «Israele: indignati sì, ma solo per se stessi», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre (2) Shimon Shiffer, «Netanyahu versus Bennett : It s a matter of time until the next coalition crisis», Ynet, 30 gennaio 2014, (3) «Rabin expresses his frustration with Palestinian stance in talks», Jewish Telegraphic Agency (JTA), 4 settembre (Traduzione di M. C.) nemici, mettersi in posa sorridenti al loro fianco per le foto destinate alla comunità internazionale, stringere loro la mano mentre continuano a controllare il nostro territorio? A vantaggio di chi, questi negoziati sterili, se non degli israeliani?», chiede Ajarma. «Ogni volta ci dobbiamo accontentare delle briciole che ci gettano dal tavolo, e ringraziare anche. Nelle ultime discussioni, la questione di uno Stato indipendente non figurava nemmeno nel menù, come se l occupazione fosse un fatto acquisito», aggiunge Adbelfattah Abusrour, direttore del centro socioculturale Al Rowwad, ad Aida. Gli ultimi negoziati (luglio 2013-aprile 2014) fra Israele e Autorità palestinese, con la mediazione del segretario di Stato Usa John Kerry, non hanno fatto eccezione (12). Del resto, non erano forse votati al fallimento, dal momento che Israele aveva rifiutato di bloccare l espansione dei coloni nei territori occupati, e che Washington aveva rinunciato a far pressione su Tel Aviv? «Gli Stati non sono riusciti a far approvare alcun accordo dopo Oslo. Sul lato israeliano, non ci si può aspettare nulla da un governo che abbraccia completamente la causa dei coloni», analizza Nabil Chaath, alto responsabile di Fatah ed ex capo negoziatore, uno degli artefici degli accordi di pace, soprattutto nella parte relativa alla sicurezza. «Prima ancora della ripresa delle discussioni, avevo espresso il mio scetticismo a Mahmud Abbas chiedendogli perché accettasse di tornare al tavolo negoziale a quelle condizioni. Non ho scelta, mi aveva risposto.» «Da parte nostra, eravamo nettamente contrari alla ripresa dei negoziati. Israele li usa per manipolarci e metterci davanti al fatto compiuto sul campo», ci aveva detto Hassan Yussef, uno dei principali dirigenti di Hamas in Cisgiordania, incontrato a Ramalla qualche giorno prima del suo arresto da parte degli israeliani, il 16 giugno «Rimarremo su questa terra che ci ha visti nascere» avanzare della colonizzazione, il mantenimento del regime di occupazione milita- L re, il fallimento dei negoziati e il forte discredito dell Autorità alimentano le speculazioni circa una terza Intifada. Che però appare «poco probabile a breve termine», secondo il professor al Sakka. Per tre ragioni: le forze di sicurezza palestinesi che, pur permettendo lo svolgersi di manifestazioni puntuali e circoscritte, fanno di tutto per impedire una sollevazione generale; le divisioni interne, che persistono malgrado la formazione nel giugno 2014 di un governo di unità nazionale, frutto della «riconciliazione» fra Fatah e Hamas; l assenza di progetto e di strategie politiche capaci di mobilitare la società palestinese. «Le nostre uniche speranze, per il momento, sono nella campagna mondiale di boicottaggio contro Israele (13) e nell eventuale possibilità che istanze giuridiche, come la Corte penale internazionale, mettano sotto processo i responsabili militari e politici israeliani, ritiene il sociologo. Ma basterebbe una scintilla, un evento catalizzatore, per lo scoppio di una nuova Intifada.» «Siamo votati all Intifada», conferma Ayman Abu Zulof, ex militante del Fplp, imprigionato sei volte fra il 1989 e il 1993, oggi guida e interprete. La sua casa, a Beit Sahur, un sobborgo cristiano accanto a Betlemme, si trova di fronte alla colonia israeliana di Har Homa, sorta sulle terre del suo municipio. Questa fortezza di cemento si erge in cima a una collina un tempo piena di alberi, dove Ayman giocava da piccolo. Gli israeliani hanno abbattuto il bosco nel 1997, dopo essersi annessi l area. Betlemme, la città natale di Gesù secondo la tradizione, è circondata da una ventina di colonie la cui espansione galoppa. «Costruiscono, ma anche noi costruiamo e continueremo a farlo, dice Abu Zulof contemplando la vallata punteggiata di ulivi. Rimarremo qui, su questa terra che ci ha visti nascere e ha visto nascere i nostri antenati. Ci aggrapperemo a lei, contro tutti e tutto. È il nostro modo di lottare ogni giorno.» OLIVIER PIRONET (8) «Fragmented lives. Humanitarian overview, 2013», rapporto dell Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli affari umanitari, marzo 2014, (9) Cfr. Tariq Dana, op. cit. (10) Adam Hanieh, «The Oslo illusion», Jacobin Magazine, New York, n. 10, aprile (11) Sul trattamento di favore riservato ai Vip palestinesi, cfr. in particolare Roger Heacock, La Palestine. Un kaléidoscope disciplinaire, Cnrs Editions, Parigi, 2011, pp (12) Si legga Alain Gresh, «Perché i negoziati israelo-palestinesi falliscono», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (13) Si legga Julien Salingue, «Allarmi israeliani», Le Monde Diplomatique/il manifesto, giugno (Traduzione di M. C.)

6 6 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto LE BELLE PROMESSE SVANITE Un Piano Marshall senza domani Nell elezione di una nuova Assemblea nazionale il 26 ottobre, i tunisini porteranno le speranze della «primavera araba». Di fronte al caso libico, alla guerra siriana e all autoritarismo egiziano, le popolazioni non si fanno illusioni circa le promesse degli occidentali. L aiuto economico internazionale, solennemente promesso in una città balneare francese nel 2011, non è mai arrivato. di IBRAHIM WARDE * Q ualcuno ricorda il partenariato di Deauville? Tre anni fa, il 26 e 27 maggio, i membri del G8 (Germania, Canada, Stati uniti, Francia, Italia, Giappone, Regno unito, Russia) riunitisi a Deauville, annunciavano solennemente un piano di aiuti senza precedenti per i paesi interessati dalla «primavera araba». Sul lato politico, si trattava di aiutare la creazione di Stati di diritto nei quali il potere decisionale sarebbe stato sotto il controllo dei cittadini, mentre sul lato dell economia si trattava di assicurare la prosperità di queste giovani democrazie. Il presidente francese François Sarkozy, padrone di casa, voleva farne un «momento di fondazione» di una nuova relazione fra gli Stati arabi e gli otto paesi più industrializzati del mondo. Per il suo primo incontro, dopo l avvio delle rivoluzioni arabe, il G8 aveva deciso che la riuscita di questa «storica trasformazione» era una sua priorità. Erano dunque state promesse misure «audaci». Un «pacchetto» inedito per consistenza 80 miliardi di dollari (1) e struttura un dispositivo finanziario e politico impressionante doveva assicurare il successo della «transizione democratica» degli Stati che si sarebbero impegnati in un partenariato Egitto, Giordania, Libia, Marocco, Tunisia, Yemen. Addirittura dieci organizzazioni internazionali e banche di sviluppo riunite intorno al Fondo monetario internazionale (Fmi) si sarebbero occupate dell amministrazione. Inoltre, paesi dell area Arabia saudita, Emirati arabi uniti, Kuwait, Qatar, Turchia dovevano contribuire al progetto come «partner regionali». Insomma, mezzi colossali e un architettura originale simboleggiavano l importanza che la «comunità internazionale» attribuiva alla democrazia nel mondo arabo. In effetti, come indicava il comunicato del G8, «la democrazia è il cammino migliore verso la pace, la stabilità, la prosperità, una crescita condivisa e lo sviluppo». * Professore associato alla Fletcher School of Law and Diplomacy, Tufts University (Medford, Massachusetts, Stati uniti). Autore, fra l altro, di Islamic Finance in the Global Economy, Edinburgh University Press, era una volta un paese. Non era una C superpotenza ma, in un mondo diviso in due, proclamava al tempo stesso l appartenenza al campo occidentale e il rifiuto del vassallaggio. A Phnom Penh, nel 1965, il presidente Charles de Gaulle denunciava l intervento statunitense senza vie d uscita in Vietnam; a Parigi, nel giugno 1967, condannava l attacco israeliano contro i vicini arabi. Molto tempo dopo, l eco di questa voce ancora risuonava. Tutti ricordano il fiammeggiante discorso del ministro degli esteri francese Dominique de Villepin al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, il 14 febbraio La Francia, egli diceva, avrebbe opposto il veto a una risoluzione che autorizzasse un azione militare contro l Iraq. Un arringa che suona tuttora giusta, dopo oltre un decennio, dopo decine di migliaia di morti e con uno stato iracheno alla deriva. Ma fu solo il canto del cigno. Spaventato dalla propria audacia, alcune settimane dopo il presidente Jacques Chirac avallò l occupazione statunitense dell Iraq, e si diede da fare Ma dietro un unanimità di facciata si nascondevano grandi manovre e piccoli calcoli che facevano dubitare della sincerità dell impegno da parte di chi aveva firmato il comunicato. Per esempio, il presidente francese aveva cercato di battere sul tempo i colleghi di altri paesi che stavano pensando a iniziative dello stesso tipo. Voleva far dimenticare certe posizioni «maldestre» che avevano accompagnato l inizio della sollevazione? Ad esempio, tre giorni prima della fuga di Zine el Abidine Ben Ali, la ministra degli esteri francese Michèle Alliot- Marie aveva proposto di offrire alle autorità tunisine le «competenze delle nostre forze di sicurezza». Come molti membri della classe politica, il ministro aveva stretti legami con il regime tunisino (3). Quando fu necessario nominare un inviato speciale al G8 per la messa in opera del partenariato di Deauville, il presidente Sarkozy scelse Eduard Balladur. Se voleva mandare un messaggio di speranza a una gioventù intenzionata a spazzar via élites fossilizzate e corrotte, avrebbe potuto scegliere meglio. L ex primo ministro francese, allora 82enne, non era noto né per slanci riformatori né per una particolare conoscenza della regione, e il suo nome evocava soprattutto affari di fondi occulti e tangenti su contratti di forniture di armamenti. Furono subito evidenti le debolezze strutturali del partenariato. I sei paesi «in transizione», secondo la categoria coniata per l occasione dal Fmi, erano un gruppo eterogeneo. Tunisia ed Egitto erano state teatro di riuscite sollevazioni popolari, seguite poi da elezioni democratiche. Altrove, il quadro era più cupo. In Yemen, e soprattutto in Libia, l intervento straniero aveva giocato un ruolo determinante, e la sconfitta dei regimi era stata seguita da guerre civili. Quanto a Giordania e Marocco, la loro evoluzione restava davvero relativa; l accesso alla presunta manna del partenariato di Deauville, che ne ricompensava la «moderazione», doveva aiutarli ad andare nella giusta direzione, per evitare appunto le angosce della rivoluzione. Gli interessi e le priorità del G8 non sempre coincidevano con gli obiettivi degli insorti. Di fronte alle sfide strategiche e migratorie, alla minaccia terroristica o alla realtà commerciale riguardante in particolare il petrolio, i passi avanti sul terreno della democrazia rivestivano un importanza inferiore. Tanto più che, costretti dal debito al recupero delle proprie situazioni finanziarie, i paesi ricchi non sembravano in grado di mantenere le generose promesse. La repressione delle manifestazioni in Bahrein, con il sostegno delle truppe saudite, gli scontri armati in Yemen, in Libia e Quanto ai «partner regionali» che avrebbero dovuto stabilizzare i sei paesi in transizione, scelsero di schierarsi nei conflitti interni che vi imperversavano. E, più che un alleanza degli islamisti contro i regimi laici annunciata dai seguaci della teoria dello «choc delle civiltà», le linee di frattura riflettevano le lotte di potere e di influenza, insieme al desiderio di frenare il contagio della democrazia. Stati come Turchia e Qatar, che fino ad allora avevano mostrato disinteresse e una preferenza per l assenza di conflitti con i propri vicini, si schierarono armi e bagagli con una delle parti. A colpi di denaro sonante, i partner regionali giocarono in tal modo il ruolo di pompieri piromani. Tutto questo complicò notevolmente i progetti d intesa nazionale e i nuovi La voce della Francia sepolta dalle bombe per ristabilire i buoni rapporti con Washington. Il suo successore Nicolas Sarkozy accelerò le tappe verso l infeudamento: la Francia si unì al comando integrato dell Organizzazione del trattato dell Atlantico del Nord (Nato) e si proclamò fedele alleata degli Stati uniti, ancora guidati da George W. Bush. Ma doveva essere un presidente socialista a completare la svolta della sottomissione. Mandando truppe in Mali, con il suo ministro della difesa che proponeva di ripetere un azione militare in Libia, e ripetendo le argomentazioni di Tel Aviv durante la guerra di Gaza nell estate 2014, François Hollande impegna il paese nella «guerra mondiale contro il terrorismo». Per ribadire il proprio ruolo di capo dell esercito, senza l ombra di un esitazione e senza un dibattito all Assemblea nazionale se non una discussione senza voto dopo la decisione -, fornisce armi al governo iracheno, quando a Baghdad non c è più nemmeno un primo ministro. E il 19 settembre, manda i Rafale francesi sulla scia degli F-16 statunitensi. Pompieri piromani Alessandria d'egitto Murales dell'artista Aya Tarek soprattutto in Siria cambiarono la situazione. L euforia degli inizi lasciò il posto a un inquietudine mescolata alla stanchezza. La nostalgia per i regimi autoritari sconfitti, fino al giorno prima utili alleati, si fece velocemente sentire. Alla mancanza di democrazia in certi Stati si reagì con indulgenza. Ben presto, la politica dei «due pesi due misure» non ebbe più nemmeno bisogno di precauzioni retoriche. Nel 2012 il primo ministro britannico riassunse laconicamente la nuova situazione: «Il Bahrein non è la Siria (4)!» percorsi. È un caso che solo la Tunisia, che ha poche risorse naturali e dunque suscita minori appetiti, stia riuscendo e a fatica a gettare le basi di un compromesso politico? Vista la sua importanza strategica e demografica, l Egitto è stato invece teatro di tutti gli scontri. L Arabia saudita, solidale con il presidente deposto Hosni Mubarak, si è contrapposta ai Fratelli musulmani, mentre il Qatar e la Turchia li hanno appoggiati. Un anno dopo l investitura, Mohamed Morsi, unico presidente civile democraticamente eletto nella storia del paese, è stato destituito. E il movimento dei Fratelli musulmani, dichiarato «organizzazione terrorista», è stato messo al bando dopo il colpo di Stato militare del 3 luglio 2013 del generale, Pur affermando un autonomia d azione nei dettagli la scelta degli obiettivi da colpire -, il presidente della Repubblica si rimette alle scelte strategiche di Washington. Eppure, non ignora che la coalizione di paesi creata per combattere l Organizzazione dello Stato islamico è eteroclita, e che gli obiettivi dell intervento rimangono vaghi (si legga l articolo a pag. 8). Le autorità riprendono la vecchia antifona: battendosi in Iraq (sul terreno ci sarebbero 250 consiglieri militari [1]), la Francia si proteggerebbe, mettendosi al riparo dalla «minaccia terroristica» mentre proprio queste ingerenze tendono a legittimare e unificare i gruppi jihadisti nella loro lotta contro l Occidente. Privilegiando l opzione militare, Parigi rinuncia a farsi ascoltare. Il rumore delle bombe copre ormai la voce della Francia. ALAIN GRESH (1) Si legga Philippe Leymarie, «Hollande, l Irakien», Défense en ligne, 17 settembre 2014, (Traduzione di M.C. ) futuro maresciallo e futuro presidente Abdel Fattah al Sissi. Sembrano inevitabili i riferimenti al Piano Marshall, programma statunitense di assistenza economica e tecnica che mirava a ricostruire le società europee distrutte dalla seconda guerra mondiale. Per quattro anni (dal 1948 al 1952), gli Stati uniti investirono 13 miliardi di dollari dell epoca (quasi 90 miliardi di euro nel 2014) alla ricostruzione europea, gettando le basi per una crescita economica duratura e una stabilizzazione politica delle democrazie occidentali. Ma la distanza dal partenariato di Deauville è grande. Annunciando il programma per la rinascita dell Europa, il segretario di Stato Usa George Marshall chiese agli europei di incontrarsi per realizzare il loro progetto di ricostruzione, che gli Stati uniti si impegnavano a finanziare. Si era ben lontani allora dal dogmatismo ideologico affermatosi in seguito. Tanto che il 42% delle somme stanziate dal piano Marshall per la Francia andarono a tre imprese nazionalizzate: Electricité de France, les Charbonnages e la Société nationale des chemins de fer français (Sncf) (5). Negli ultimi decenni, in particolare dopo la fine della guerra fredda, il mondo degli aiuti internazionali si è trasformato in modo radicale e paradossale. Un ortodossia fondata sui precetti neoliberisti e nota come «consenso di Washington» domina il sistema degli aiuti allo sviluppo, malgrado occasionali autocritiche, che rimangono senza conseguenze. Secondo l economista John Williamson, il consenso riflette le convinzioni di «tutti gli economisti seri (6)», e si può (1) Ovvero 61 miliardi di euro. Cfr. «Les pays du G8 ont promis 80 milliards de dollars pour les printemps arabes», Le Monde, 13 settembre (2) Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca africana di sviluppo, Banca islamica di sviluppo, Fondo arabo per lo sviluppo economico e sociale, Fondo monetario arabo, Banca europea di investimento, Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, Società finanziaria internazionale, Fondo dell Opec per lo sviluppo internazionale. (3) Cfr. Lénaïg Bredoux. Mathieu Magnaudeix, Tunis Connection. Enquête sur les réseaux francotunisiens sous Ben Ali, Seuil, Parigi, (4) David Wearing, «Bahrain may not be Syria, but that s no reason for activists to turn a blind eye», The Guardian, Londra, 8 maggio (5) Si legga Serge Halimi, Le Grand Bond en arrière. Comment l ordre libéral s est imposé au monde, Fayard, Parigi, (6) John Williamson (a cura di), The Political Economy of Policy Reform, Institute for International Economics, Washington, Dc, 1994.

7 Le Monde diplomatique il manifesto ottobre DEL PARTENARIATO DI DEAUVILLE per le «primavere arabe» riassumere in dieci comandamenti, incessantemente predicati da Fmi, Banca mondiale e dipartimento del Tesoro statunitense (7). I fondi assegnati sono subordinati al principio di condizionalità degli aiuti: da una parte, l aiuto finanziario deve essere accompagnato a un opera di «riforme» specifiche; d altra parte, è legato all acquisto di beni e servizi che provengono dai paesi donatori. Ci si allontana dunque dai principi del piano Marshall, secondo il quale la strada da seguire doveva essere tracciata dalle classi politiche uscite dalle elezioni del dopoguerra e non dai donatori (8). Il Congresso statunitense, che tiene i cordoni della borsa, non smette di criticare lo spreco di fondi pubblici che questi programmi provocherebbero. E i destinatari si lamentano sia per l insufficienza degli aiuti, sia per l ingerenza che essi autorizzano negli affari interni di un paese. Tuttavia, malgrado queste incessanti diatribe, i programmi sono continuamente aumentati: rimangono indispensabili sia ai donatori, che vi vedono un aspetto non trascurabile della loro politica estera, sia ai beneficiari, che non possono più farne a meno. Il politologo Samer Soliman lo faceva notare poco prima della caduta di Mubarak: «Sollecitare l aiuto estero è diventato una delle preoccupazioni principali del regime, che Curva a «J» o spirale infernale? Eppure, le rivolte arabe offrivano l occasione per una riforma in profondità del sistema dell aiuto allo sviluppo. I progressi democratici dei primi mesi rendevano possibili approcci originali, tanto più che la riflessione critica sullo sviluppo ha fatto passi avanti. L economista William Easterly, professore all università di New York, propone una distinzione utile fra i «pianisti» onniscienti e utopisti alla maniera del celebre Jeffrey Sachs e i «pragmatici che tentano», gruppo del quale ritiene di far parte. Più modesti, questi ultimi privilegiano le iniziative locali, sviluppate con il concorso degli interessati e che tengono conto dei loro valori e tradizioni, piuttosto dei progetti grandiosi e costosi concepiti da tecnocrati stranieri e che finiscono per alimentare soprattutto gli sprechi compiuti da élite inamovibili (11). Del resto, i lavori dell economista Daron Acemoglu, del Massachusetts Institute of Technology, e del politologo James Robinson, dell università di Harvard, affrontano la questione fondamentale: perché alcuni paesi riescono mentre altri falliscono (12)? Secondo loro, i paesi prosperano quando sviluppano istituzioni politiche ed economiche fondate sull inclusione, e falliscono quando sono nelle mani di oligarchie che cercano solo di arricchirsi a spese della popolazione. Con l elezione di islamisti moderati nella maggior parte degli Stati delle «primavere arabe», il partenariato di Deauville avrebbe potuto sostenere iniziative tali da tener conto delle tradizioni locali favorendo l inclusione di una parte fino ad allora ignorata della popolazione. Iniziative come la microfinanza islamica, i soukouk o il takafoul (rispettivamente le obbligazioni e le assicurazioni islamiche), che hanno dato prova di sé altrove, avrebbero potuto trasformare il dato politico senza mettere in pericolo l ordine economico liberale (13). Ma in una prima fase le organizzazioni internazionali hanno ignorato tutto quello che non veniva dalla loro tradizionale scatola degli attrezzi. Solo quando si sono affermate le controrivoluzioni, alcune istituzioni come la Banca africana di sviluppo o la Banca mondiale si sono impegnate in progetti più rispettosi delle tradizioni locali (14). si è mostrato implacabile verso tutto ciò che poteva nuocere all immagine dell Egitto o compromettere l arrivo di questi aiuti (9).» Insomma, questo sistema chiuso, costituito da donatori e beneficiari, gestito da burocrazie parassitarie e giustificato da un ideologia onnipresente, resiste solidamente ai tentativi di riforma. Il Fondo monetario occupa il posto più importante in questo dispositivo. «Le sue decisioni, spiega Joseph Stiglitz, ex capo economista della Banca mondiale, sono un curioso miscuglio di ideologia e cattiva teoria economica. Il dogma nasconde appena gli interessi particolari. A ogni crisi, il Fmi prescrive gli stessi rimedi di sempre, anche se obsoleti e inappropriati, senza preoccuparsi dell impatto sulle popolazioni. Raramente ho visto stime dell impatto di queste politiche sulla povertà, o analisi e discussioni approfondite in tema di politiche alternative. C era sempre un unico rimedio possibile. L ideologia dettava la politica da seguire. I paesi dovevano accettare i diktat del Fmi senza discutere. Simili abitudini facevano orrore. Queste politiche davano risultati negativi, ed erano antidemocratiche. Quanto ai paesi interessati, temevano di opporsi apertamente al Fondo, per non perdere i finanziamenti promessi (10).» La «comunità internazionale» avrebbe potuto, ad esempio, agganciarsi al partenariato di Deauville per intraprendere iniziative audaci e salutari al tempo stesso nel campo decisivo della riduzione del debito estero. I nuovi regimi avevano ereditato un ingente passivo, il cui servizio era molto gravoso per i bilanci nazionali. Per non sporcare la propria immagine nel mondo della finanza e degli investitori stranieri, avevano evitato di chiederne con troppa forza l annullamento, anche parziale. Eppure, una parte non trascurabile di quel debito avrebbe potuto essere ritenuta «odiosa» e illegittima, secondo la dottrina formalizzata nel 1927 dall emigrato russo Alexander Nahum Sack, allora professore di diritto a Parigi: «Se un potere dispotico contrae un debito per rafforzare il proprio regime e reprimere la popolazione che lo combatte, questo debito è odioso per la popolazione dello Stato. Non è dunque obbligatorio per la nazione; è un debito del regime, un debito personale del potere che lo ha contratto; dunque, decade con la fine del regime (15).» Ma, come hanno spiegato Abhijit V. Banerjee ed Esther Duflo, l ideologia, l ignoranza e l inerzia le tre «i» impediscono ai creditori di mettersi in discussione e dunque di avviare riforme serie (16). L ideologia neoliberista, fatta di astrazioni e scollegata dalle realtà sottostanti, incoraggia le ricette ortodosse, poco adattate alle circo- stanze particolari (storiche, culturali, sociali e religiose) dei paesi che intende riformare. A questo si aggiungano le pesantezze burocratiche, il carrierismo e altri fattori d inerzia. Le attese dei popoli che si erano sollevati erano agli antipodi rispetto all atteggiamento dei professionisti dell aiuto estero, in particolare del Fmi. Nella primavera del 2001, alcuni giorni prima dell incontro di Deauville, un collettivo di economisti tunisini proponeva «un piano economico per sostenere la transizione democratica in Tunisia (17)». Constatando che le transizioni democratiche provocano sovente una curva a forma di «J» una recessione seguita da una ripresa dell attività verso un livello superiore al punto di partenza, questi economisti chiedevano un assistenza internazionale per evitare l iniziale fase di decrescita: «È responsabilità della comunità internazionale evitare che la Tunisia entri in un circolo vizioso: povertà e aumento della disoccupazione portano a una crescita del populismo e dell estremismo i quali, a loro volta, portano all isolazionismo e, di conseguenza, a una ulteriore crescita di povertà e disoccupazione.» E insistevano su due priorità: «1. Un aiuto immediato per mantenere i sussidi alimentari ed energetici, e per un piano di riciclaggio destinato ai laureati disoccupati. 2. Un piano del G8 dotato di miliardi di dollari su cinquedieci anni per investire nello sviluppo delle regioni interne del paese.» Nello stesso periodo, in una nota trasmessa al G8, il Fmi cambiava tono. Dopo aver chiesto politiche economiche che assicurano la «stabilità», una Tunisi Murales Tunisi Murales «protezione sociale completa e ben mirata» e «istituzioni efficaci e trasparenti», annunciava un imminente terapia d urto: «Cambiamenti graduali non porteranno a [la riduzione della disoccupazione]. Occorre un rilevante aumento del ritmo della crescita economica, e questo richiede politiche che sostengano un ambiente favorevole al settore privato (18).» Insomma, si trattava per i funzionari internazionali di imporre un ulteriore piano di aggiustamento strutturale, ancora più ampio e ambizioso dei precedenti. Si pone dunque una questione essenziale: a chi devono rendere conto i dirigenti degli Stati «in transizione»? Ai donatori di fondi esteri, come succedeva prima delle rivolte arabe, o agli elettori, come in ogni vera democrazia? Prima della tempesta, i rapporti del Fmi e della Banca mondiale presentavano i regimi di Ben Ali e Mubarak come grandi successi. Gli sconvolgimenti politici hanno trasformato lo scenario: da una parte, quei paesi reclamavano il cambiamento, nel momento in cui gli organismi internazionali puntavano sulla continuità; d altra parte, la transizione imponeva un aiuto d emergenza, non condizionato né legato. Le rivolte provocano in effetti un rallentamento economico (dovuto alla fuga iniziale dei capitali, alla riduzione del turismo e degli investimenti esteri ecc.). Fra simpatizzanti impazienti e controrivoluzionari in agguato, arriva il tempo dei pericoli. Spesso un aiuto d emergenza può contribuire a prevenirli. In Egitto, un prestito di 4,8 miliardi di dollari, promesso e mai accordato dal Fmi, doveva far sì che si ristabilisse la fiducia. Senza poter certo garantire il successo della rivoluzione, questo prestito avrebbe dato un opportunità in più ai nuovi dirigenti. Ma il Fmi si mostrò intrattabile. Ponendo come condizione sine qua non che i governi successivi smettessero di sussidiare i prodotti di prima necessità. In un momento davvero storico, è davvero la riforma più necessaria? Parlando a nome della comunità internazionale, il Fmi sembra crederlo. In Egitto e in Tunisia, tutti ricordano i «moti del pane» che incendiarono le strade rispettivamente nel 1977 e nel Accettare una simile soppressione dei sussidi equivale a un suicidio politico. Risultato: mentre i negoziati si trascinavano con lentezza, la curva a «J» si trasformò in una spirale infernale. Fra la caduta del presidente Mubarak e quella del presidente Morsi, il voto dell Egitto da parte dall agenzia di rating Standard & Poor s è sceso sei volte (19). Dove sono gli 80 miliardi? Dopo la controrivoluzione egiziana del 3 luglio 2013 e l «elezione» di al Sissi nel giugno 2014, l ottimismo non è più di casa. L analisi convenzionale è dominata da due fattori: da una parte, la pretesa incompatibilità fra democrazia e usi e costumi del mondo arabo; dall altra, l incompetenza dell ex presidente Morsi. Sarebbe utile interessarsi all anello mancante nell analisi: la carenza di aiuti internazionali (20). Infatti se, come affermano i discorsi ufficiali, la «transizione democratica» è sempre in movimento, occorrerà di nuovo porsi il problema di «piani Marshall». In queste condizioni, i responsabili del partenariato di Deauville non dovrebbero rendere conto, e spiegare dove sono finiti gli 80 miliardi promessi all inizio? IBRAHIM WARDE (7) Si legga Moisés Naím, «Il consenso di Washington colto in fallo», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo (8) L adozione del piano Marshall da parte dei paesi occidentali e il suo rifiuto da parte degli Stati liberati dall Unione sovietica coincise con l abbandono o l allontanamento dei ministri comunisti dal governo in Belgio, Francia e Italia. (9) Samer Soliman, The Autumn of Dictatorship: Fiscal Crisis and Political Change in Egypt Under Mubarak, Stanford University Press, Redwood City, (10) Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, (11) William Easterly, The Elusive Quest for Growth: Economists Adventures and Misadventures in the Tropics, The Mit Press, Cambridge, (12) Daron Acemoglu, James Robinson, Why Nations Fail : The Origins of Power, Prosperity, and Poverty, Crown Business, New York, (13) Cfr. Islamic Finance in the Global Economy, Edinburgh University Press, Si legga anche Gilbert Achcar, «Il capitalismo estremo dei Fratelli musulmani», e Serge Halimi, «Dove va la Tunisia?», Le Monde diplomatique/il manifesto, rispettivamente febbraio 2013 e aprile (14) Si noti in particolare l inaugurazione, da parte della Banca mondiale, il 30 ottobre 2013 a Istanbul, di un Centro globale per la finanza islamica. (15) Alexander Nahum Sack, Les Effets des transformations des Etats sur leurs dettes publiques et autres obligations financières, Recueil Sirey, Parigi, (16) Abhijit V. Banerjee, Esther Duflo, Poor Economics: A Radical Rethinking of the Way to Fight Global Poverty, PublicAffairs, New York, Si leggano anche «Les faiseurs de révolution libérale» e «Fastueuses banques de développement», Le Monde diplomatique, rispettivamente maggio 1992 e dicembre (17) «Un plan économique pour soutenir la transition démocratique en Tunisie», Le Monde, 18 maggio (18) «Le Fmi disposé à prêter jusqu à 35 milliards de dollars aux pays arabes», Le Monde, 26 maggio (19) Borzou Daragahi, «S&P cuts Egypt s credit rating again amid fiscal health fears», Financial Times, Londres, 9 maggio Si legga anche «Ces puissantes officines qui notent les Etats», Le Monde diplomatique, febbraio1997. (20) Cfr. «Making the Deauville partnership work», rapporto della Banca africana di sviluppo, novembre (Traduzione di M.C.)

8 8 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto Una coalizione senza precedenti, con anelli deboli «Guerra al terrorismo» atto III I bombardamenti occidentali in Iraq e Siria annunciano una campagna di lunga durata contro l Organizzazione dello Stato islamico. La retorica dell amministrazione Obama ricorda, ogni giorno di più, quella del presidente George W. Bush, la cui politica ha condotto all attuale disastro. È pericolosa, tanto più che gli Stati uniti riuniscono una coalizione estremamente eterogenea intorno a obiettivi politici oscuri. A ttenzione. In Medioriente stiamo assistendo a una ripresa della «guerra al terrorismo», sulla falsariga della crociata scatenata dal presidente George W. Bush all indomani degli attentati dell 11 settembre A partire dal suo insediamento alla Casa bianca, Obama aveva proceduto a rettifiche indispensabili dopo i fallimenti cocenti subiti in Iraq e Afghanistan. La sua amministrazione aveva bandito l espressione «guerra al terrorismo» e si era impegnata soprattutto a tirare fuori gli Stati uniti da queste due paludi. Queste evoluzioni riflettevano anche l esasperazione dell opinione pubblica di fronte a interventi tanto costosi in vite umane oltre che onerosi economicamente. Insomma, Washington si volgeva verso l Asia sperando di dimenticare un po questo «Middle East, middle of nowhere», «Medioriente, in mezzo al nulla» (1) descritto da un esperto statunitense: la regione, eccetto che per il petrolio, non presentava più un grande interesse strategico. Ma le crisi si ripresentavano quotidianamente al dipartimento di Stato e Washington non si è ritirata. Lo testimoniano il ricorso accentuato ai droni e agli omicidi mirati in Pakistan, prima vista la coalizione degli A Stati contro l Osi sembra più solida di quella messa in piedi in precedenza contro il regime di Muammar Gheddafi. Durante il summit a Newport (Galles) del 4 e 5 settembre 2014, l Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato) ha dichiarato di costituire il «nucleo» della coalizione contro l Osi, con dieci paesi tra cui Francia, Stati uniti e Turchia. A Parigi, il 15 settembre, ventisei paesi tra cui il Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) (3), la Russia e la Cina hanno garantito la loro partecipazione di principio a questo impegno. L Algeria, in genere così reticente di fronte agli interventi occidentali nella regione, sostiene la coalizione in Iraq. Persino l Iran, che non ha aderito, considera l Osi e i suoi feroci strali contro gli sciiti un pericolo mortale. Sul piano religioso, Al-Azhar al Cairo e il Consiglio dei grandi ulema sauditi a Riyad si sono pronuniciati in questo senso, quest ultimo denunciando non solo l Osi ma anche gli Hezbollah, gli houthi yemeniti e le milizie sciite irachene. Nemmeno nel , in occasione della guerra seguita all invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, non si era potuta costituire un alleanza così unanime. Tuttavia, come ricordava Lenin quando analizzava le alleanze imperialiste durante la prima guerra mondiale, «una catena vale quanto il suo anello più debole». Ora, la catena che dovrebbe circondare e soffocare l Osi non ha solo uno, ma numerosi anelli deboli. La Turchia, che fa parte della Nato e condivide chilometri di frontiera con Iraq e Siria, sembra quello più precario. Ankara inizialmente ha giustificato la sua prudenza in particolare il suo rifiuto di fare utilizzare a Washington la base di Incirlik per azioni militari nella zona, pur autorizzando azioni umanitarie e logistiche con la preoccupazione di proteggere i quarantanove ostaggi catturati dall Osi nel consolato turco di Mossul, durante la conquista della città nella di Alain Gresh L'esitazione della Turchia in Yemen e in Somalia, la mancata chiusura del campo di Guantanamo, il mantenimento di un contingente in Afghanistan, il rinnovato sostegno a Israele in occasione del suo intervento a Gaza nell estate del Il discorso di Obama del 10 settembre, che annunciava delle operazioni contro l Organizzazione dello Stato islamico (Osi) (2) in Iraq e in Siria, segna l inizio non della distruzione di questa forza, ma di una escalation di cui nessuno è in grado di prevedere il termine. Il presidente statunitense privilegia la visione militare a scapito dell azione politica. Certo, Obama non lo fa con il semplicismo ideologico dei neoconservatori e rifiuta per il momento di impiegare le truppe di terra anche se si contano già consiglieri statunitensi sul terreno. Calcola anche gli ostacoli meglio di Bush, il che spiega la sua volontà di presentare l'azione come costruita su un consenso internazionale. Declinando le sue responsabilità, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha adottato il 19 settembre 2014 una dichiarazione abbastanza vaga da permettere a Washington di considerarla come un via libera al suo intervento militare senza che nessun governo protesti. notte del 9 luglio. La loro liberazione, il 19 settembre, non ha tolto completamente le riserve. Queste si spiegano innanzitutto con l implicazione turca nel conflitto siriano e con la priorità accordata alla caduta del regime di Bachar Al-Assad. La Turchia ha permesso l installazione sul suo territorio di reti di reclutamento dell opposizione, inclusa la più radicale, legata ad al Qaeda, e quindi all Osi. E tra i combattenti stranieri assoldati da quest ultima, i turchi sono una delle componenti principali (4). Terra d asilo per quasi un milione e mezzo di profughi siriani, teme che una partecipazione diretta contro l Osi provochi un ondata di attentati sul proprio territorio. La riserva più importante di Ankara rispetto alla coalizione riguarda i curdi. Impegnata in un dialogo politico interno con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), nell intento di disarmare questa organizzazione, Ankara non vede di buon occhio il suo rafforzamento militare. Perché se i curdi hanno arrestato in alcune occasioni l avanzata dell Osi, in generale non sono stati i peshmerga iracheni questi combattenti «pronti ad affrontare la morte» come dice il loro nome a essersi battuti. A partire dalla parziale autonomia della regione curda d Iraq (che risale alla guerra del Golfo del ), i loro dirigenti sono interessati prima di tutto agli affari e alle loro divisioni. L ampliamento del loro territorio (la presa di Kirkuk) e l indipendenza, e non la lotta all Osi, sono il loro principale obiettivo. Sono il Pkk e soprattutto la sua branca siriana, il Partito dell Unione democratica (Pyd), ad aver fornito il grosso dei combattenti. E benché siano inseriti da Washington e Bruxelles nella lista delle organizzazioni terroristiche, questi movimenti potranno certamente recuperare delle armi fornite dall Occidente ai «curdi». Una prova ulteriore, se ce ne fosse bisogno, che il concetto di «terrorismo» è a geometria variabile e punta prima di tutto a screditare talvolta l una talvolta l altra organizzazione per giustificare interventi armati. Secondo anello debole: l Arabia saudita. Negli ultimi mesi ha preso misure radicali per contrastare l Osi, adottando delle severe leggi antiterrorismo di cui si serve anche contro tutti gli oppositori (5). Il paese non dimentica la campagna di attentati omicidi di al Qaeda sul suo territorio tra il 2003 e il Riyad tenta anche di contenere le prediche dei suoi imam. Il ministero degli affari religiosi ne ha iscritto un centinaio, giudicati «estremisti», a corsi intensivi di rieducazione, affermando che saranno destituiti se non dovessero ravvedersi (6). Resta da capire quali saranno le conseguenze di questo nuovo orientamento su dei religiosi nutriti per decenni con un interpretazione estremista dell islam che hanno contribuito a esportare ampiamente nel mondo. Come molti dirigenti della regione, anche il re Abdallah non si fida di Obama. Non gli perdona di aver scaricato il presidente egiziano Hosni Mubarak nel 2011, né il rifiuto di bombardare la Siria nel settembre Dubita della sua capacità di imporre un vero cambiamento a Baghdad, che la monarchia considera vassalla di Tehran. L Arabia si sente solidale con i sunniti iracheni, che ha aiutato in diverse occasioni, e accusa l ex governo di Nouri al Maliki di essere il primo responsabile, a causa della sua politica anti-sunnita, dell avanzata dell Osi. Infine, la diffidenza nei confronti dell Iran rimane radicata, e la stampa finanziata dalla monarchia sostiene, contro ogni logica, che i combattenti dell Osi potrebbero rifugiarsi in Iran (7). Certo, un timido avvicinamento si delinea tra Tehran e Riyad, ma un alleanza solida rimane improbabile. Ufficialmente l Iran non fa parte della coalizione. Il suo rifiuto della conferenza di Parigi del 15 settembre parallelo al veto imposto da Riyad alla sua inclusione indebolisce il fronte anti-osi. Come ha ammesso la Guida della rivoluzione Ali Khamenei, 75 anni, dal letto dell ospedale dove era appena stato operato, alcuni dirigenti iraniani volevano recarsi a Parigi, ma lui si è opposto: «Le intenzioni degli statunitensi sono cattive. Hanno le mani sporche del sangue iracheno e non possiamo collaborare con loro (8)». E l Iran resta diffidente, come la Russia, di fronte ai bombardamenti dell Osi in Siria, temendo un tentativo di destabilizzare il regime di Damasco. Tehran e Washington portano avanti complesse trattative sul nucleare, che devono concludersi prima del 24 novembre. Un accordo permetterebbe alle due capitali di affrontare con uno sguardo nuovo i dossier regionali (Siria, Yemen, Libano), ma è poco probabile che la Repubblica islamica per- Nawras Shalhoub Someone s profile Le opere dell'autore palestinese di Gaza sono in mostra a Bologna alla Galleria Oltredimore, via del Porto 480/b metta agli statunitensi di riguadagnare influenza in Iraq a suo discapito. Gli Stati uniti non possono trovare alcun conforto nel paesaggio politico iracheno. Le milizie sciite, molto legate a Tehran, hanno pubblicato un comunicato mettendo in guardia contro l invio di militari americani sul campo (9). La più importante, Asaib al Haq («Lega dei giusti»), creata dall ex primo ministro al Maliki, tiene sotto sorveglianza il nuovo capo del governo Haydar al Abbadi: si è opposta con successo alla nomina dei due ministri, della difesa e degli interni, che avrebbero dovuto simboleggiare l «apertura» del nuovo potere (10). Conosciuta per i suoi attacchi contro i sunniti, denunciati come Un influente specialista statunitense di questioni militari, Anthony H. Cordesman, del Center for Strategic and International Studies (Csis, Washington), pur essendo ostile al dispiegamento di truppe statunitensi, osserva: «L Iraq ( ) mantiene delle unità combattenti, ma avrà bisogno di forze speciali, di truppe come i rangers e di altri esperti, per coordinare, addestrare, stabilire un legame tra le forze di terra e le forze aeree ( ) Tutta la nostra esperienza in Vietnam, in Afghanistan, i primi mesi in Iraq, i tentativi di creare dei ribelli efficaci in Siria e i combattimenti a bassa intensità in Yemen confermano una lezione decisiva della storia militare: le forze di un paese debole e diviso hanno bisogno di aiuto per essere in grado di sviluppare la loro coesione, una leadership efficace e competenze nel combattimento (14)». Se sradicare l Osi in Iraq sembra fuori portata, che dire della Siria? Washington come Parigi rifiuta ogni riabilitazione al potere di al Assad. Pochi osservatori sono convinti che i 500 milioni di dollari, destinati dal Congresso ad aiutare l opposizione siriana moderata, cambieranno rapidamente i rapporti di forza sul terreno. Ma allora chi condurrà l offensiva terrestre contro l Osi? I bombardamenti mirati iniziati il 22 settembre in Siria non saranno molto più efficaci di quelli in Iraq, e potrebbero rivelarsi politicamente costosi: Tehran e Mosca si sono opposte, e Parigi, una delle poche capitali militarmente impegnate al fianco di Washington, rifiuta di estendere il raggio d azione alla Siria, perché nessuna risoluzione dell Onu permette di giustificarlo. La storia può offrire qualche lezione. Nel 1955 Washington inviava in Vietnam una semplice missione militare incaricata di riorganizzare l esercito. Nel 1959, il numero delle missioni era arrivato a quindici; nel 1965 si Il rompicapo siriano spie, sarebbe questa la punta di diamante della guerra contro l Osi? Una riconquista passa per la creazione di un governo d unità nazionale a Baghdad. Se al Abbadi, il nuovo primo ministro, ha fatto qualche gesto, adottando uno stile più collegiale, ordinando l interruzione dei bombardamenti sulle zone civili sotto il controllo dell Osi, ma sembra incapace di assicurare un riavvicinamento tra tutte le forze politiche (11): le milizie sciite dispongono di troppo peso rispetto all esercito; i sunniti sono traumatizzati dall esperienza del , quando avevano partecipato alla lotta ad al Qaeda per vedersi in seguito marginalizzati e oppressi. Quanto ai dirigenti curdi, non pensano ad altro che a uno stato indipendente (12). Inoltre, dopo la Costituzione imposta dagli Stati uniti nel 2005, vige un sistema confessionale che ricorda quello che conosce il Libano e che rende praticamente impossibile l emergere di partiti non confessionali. Senza una vera riforma politica, l Iraq è condannato alla divisione e al caos. Se gli iracheni, malgrado l appoggio aereo statunitense, si dimostreranno incapaci, come è prevedibile, di far arretrare l Osi, quale sarà la prossima tappa? Davanti alla commissione degli affari militari del Senato, il 15 settembre, il capo di stato maggiore dell esercito, il generale Martin E. Dempsey, non ha escluso l invio di truppe statunitensi se la strategia attuale non dovesse funzionare. Più schietto, il generale Michael Hayden, ex direttore della Central Intelligence Agency (Cia) e della National Security Agency (Nsa), aveva spiegato il giorno prima sul canale Fox News: «Penso che avremo delle forze speciali in Iraq e in Siria. Non penso che avremo delle unità regolari, anche se due ex direttori del Centcom [United States Central Command, incaricato di tutta la regione del Medioriente] ritengono che andiamo verso questa soluzione. Per il momento, non ne sono convinto». contavano più di centomila soldati (si legga il riquadro «La voce della Francia sepolta dalle bombe» a pagina 6). La guerra in Vietnam sarebbe durata fino al 1975, quando infine gli Stati uniti accettarono che, malgrado l invio di un formidabile esercito, è sempre difficile decidere ciò che è bene per un popolo, al suo posto. (1) Edward Luttwak, citato in «Le Moyen- Orient, au milieu de nulle part», Nouvelles d Orient, 8 maggio 2007, (2) Le Monde diplomatique adotta d ora in poi questa dizione e non quella di Stato islamico, perché non si ha a che fare con uno Stato. (3) Arabia saudita, Bahrein, Emirati arabi uniti, Kuwait, Oman e Qatar. (4) Cfr. Ceylan Yeginsu, «Isis draws a steady stream of recruits from Turkey», International New York Times, Parigi, 15 settembre (5) Si veda «La solitudine dell Arabia saudita», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio (6) Saudi Gazette, 19 settembre 2014, www. saudi-gazette.com.sa (7) Cfr. ad esempio, «Saudi Security officials warn Islamic State fighters may regroup in Iran», Asharq AL-Awsat, 20 settembre 2014, citato da Bbc Monitoring, Londra, 21 settembre (8) Reza Haghighat Nejad, «The Americans amuse me, says Khamenei», 15 settembre 2014, (9) Ahmed Ali, «The Iraqi shi a militia reponse to Us anti-isis coalition», 16 settembre 2014, (10) David D. Kirkpatrick, «Shiite militias in Iraq pose puzzle for US», International New York Times, 18 settembre (11) Reidar Visser, «The new Iraqi prime minister: A change in style or substance?», Middle East Institute, 17 settembre 2014, (12) Si veda «Kirkuk, la Gerusalemme curda», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio (13) (14) «Iraq, Syria, and the Islamic State: The boots on the ground fallacy», Csis, 19 settembre, (Traduzione di F.F.)

9 Le Monde diplomatique il manifesto ottobre gli stratagemmi dei repubblicani per conquistare il Congresso Stati uniti, la discriminazione torna ai seggi Le elezioni di metà mandato del 4 novembre 2014 si giocheranno, come spesso negli Stati uniti, in una manciata di distretti dove i due grandi partiti sono gomito a gomito. Al fine di massimizzare le possibilità di vittoria, i repubblicani cercano di allontanare i «cattivi» elettori dalle urne. Per far ciò usano molteplici astuzie, spesso al limite della legalità. di Brentin Mock * L asciato vacante dal repubblicano Charles William Young, morto alcuni mesi prima, un seggio da membro della Camera dei rappresentanti è stato riconquistato nel marzo La democratica Adelaide («Alex») Sink sembrava ben posizionata per aggiudicarsi quel 13 distretto della Florida, dove Barack Obama era uscito vincitore nel 2008 e nel 2012: il suo avversario, l ex lobbista David Jolly, era impopolare; aveva anche raccolto meno fondi; infine, godeva solo di un sostegno timido dal suo partito. «Era uno dei seggi più vulnerabili dei repubblicani, constatava il politologo Larry Sabato il 12 marzo. Tuttavia, sono riusciti a conservarlo (1).» Questo risultato è stato largamente interpretato come un referendum contro l amministrazione Obama, che sarebbe indebolita dall attuazione caotica della riforma del sistema sanitario, dall affare delle intercettazioni della National Security Agency (Nsa) o ancora da una politica estera considerata sconcertante. Ma non è questa la sola spiegazione: la vittoria di Jolly dipende in gran parte dal sistema elettorale statunitense. Secondo un indagine nazionale realizzata dal Public Policy Polling, solo il 23% degli statunitensi sostiene i repubblicani (contro il 35% per i democratici). Malgrado questa impopolarità, che si conferma di anno in anno, e malgrado abbiano ottenuto meno voti dei loro avversari alla votazione del 2012, i conservatori hanno la maggioranza alla Camera dei rappresentanti. E potrebbero persino ottenerla al Senato alle elezioni di metà mandato del Ma da qualche anno queste pratiche che si immaginavano appartenenti al passato sono riapparse, sotto forme dissimulate. In Florida, alle presidenziali del novembre 2000, George W. Bush ha distanziato Albert Gore di soli 537 voti. In precedenza, migliaia di abitanti essenzialmente afro e latinoamericani erano stati cancellati dalle liste elettorali, con il pretesto di condanne giudiziarie immaginarie. «Migliaia di elettori che indubbiamente avevano il diritto di votare si sono visti rifiutare l accesso alle urne (4)», ha concluso, dopo parecchi anni di indagine, Pamela Karlan, giurista e viceprocuratore generale aggiunto per i diritti civili. Per evitare che una tale situazione si riproduca, nel 2002 è stata adottata una legge federale: lo Help America Vote Act (Hava). Creando una struttura incaricata di vegliare sullo svolgimento delle votazioni, ha introdotto un miglior controllo del voto al computer e meglio definito i documenti propri a giustificare l identità di un elettore. Ma queste disposizioni non hanno impedito nuove epurazioni. Nel 2012, poco prima dell elezione presidenziale, il governatore repubblicano della Florida, Richard Scott, ha nuovamente cancellato dalle liste nomi, circa l 85% dei quali di ispanici e di haitiani. Il loro torto? Non essere cittadini statunitensi. Ma l accusa si è rivelata menzognera. La direttrice dell associazione di difesa dei diritti civici Advancement Project, Judith Browne Dianis, se ne è preoccupata in una lettera a Scott: «Sappiamo tutti che la Florida eccelle quando si tratta di * Giornalista. prossimo novembre, se riuscissero a prendere sei seggi ai democratici (2). Questo paradosso deriva da due stratagemmi legislativi: l adozione di leggi che mirano a dissuadere certi elettori dal votare (voter suppression) e la manipolazione dei distretti a fini di parte (gerry mandering). Queste astuzie sfruttano la forte polarizzazione dell elettorato degli Stati uniti, dove i neri, gli ispanici e, in misura minore, i poveri votano in massa per i democratici; mentre gli uomini, i bianchi e i più agiati si rivolgono massicciamente ai repubblicani (3). Così, allontanando le minoranze dalle urne, o raggruppandole in una manciata di distretti per neutralizzarli, il Partito repubblicano aumenta le sue possibilità di vittoria. La tecnica che consiste nello scoraggiare elettori indesiderati ha una lunga storia. Ufficialmente, gli afro-americani godono del diritto di voto dal Ma, negli Stati del sud, per quasi un secolo, si sono visti imporre condizioni particolari (test di lingua o di civismo, pagamento di una tassa, ecc.) destinate a far abbassare il loro tasso di partecipazione. Con successo: all inizio dell anno 1965, le liste elettorali della contea di Lowndes, in Alabama, non registravano nessuno dei dodicimila residenti neri del distretto, mentre vi figurava il 118% degli elettori bianchi potenziali Solo nell agosto 1965 il Voting Rights Act, promulgato dal presidente Lyndon Johnson, mise fine a queste discriminazioni. Conseguenza: nel 1964, partecipava alle presidenziali il 6% dei neri del Mississipi; quattro anni più tardi, erano dieci volte più numerosi. Condanne giudiziarie immaginarie Gary Cameron/Reuters eliminare elettori appartenenti a minoranze; lo ha dimostrato nel 2000 e nel 2004, stilando liste errate di persone condannate per crimini, screditando di colpo decine di migliaia di afroamericani perfettamente in diritto di votare. È essenziale per l integrità delle nostre elezioni ( ) che la Florida cessi di impedire a certi cittadini di esercitare un diritto democratico fondamentale». Di fronte al rifiuto del governatore, l associazione ha presentato un ricorso, e una Corte federale ha alla fine dichiarato illegale l epurazione realizzata da Scott diciotto mesi dopo la votazione! Nel frattempo, numerosi Stati hanno adottato, sotto una forma o un altra, leggi per impedire a certi elettori di recarsi alle urne, o quantomeno per scoraggiarli. Dappertutto, le giustificazioni sono le stesse: secondo i repubblicani, gli Stati uniti sono interessati da una massiccia frode elettorale; nel corso di ciascuna votazione, decine, persino centinaia di migliaia di immigrati e di criminali approfitterebbero della flessibilità della legislazione statunitense per votare illegalmente, assumendo una falsa identità (5). Numerose relazioni indicano che queste voci sono prive di fondamento. Tra il 2000 e il 2014, solo trentuno persone sono state riconosciute colpevoli di frode per usurpazione di identità (6). Ma non cambia nulla: certi Stati moltiplicano i dispositivi ritenuti in grado di prevenire gli imbrogli. Secondo il Brennan Center for Justice, nel 2011 e nel 2012, in diciannove Stati sono state adottate 25 leggi che mirano a inasprire le condizioni di diritto di voto. E le cose si sono persino accelerate nel 2013: 92 leggi, in 33 Stati (7). Questa recrudescenza fa seguito a una decisione della Corte suprema degli Stati uniti che, il 25 giugno 2013, ha invalidato il quinto articolo del Voting Rights Act del 1965 il quale obbligava gli Stati a ottenere l approvazione del governo federale se volevano modificare il loro codice elettorale. La misura più apprezzata dai dirigenti repubblicani consiste nell inasprire la procedura di identificazione degli elettori. Solo alcuni anni fa, in una schiacciante maggioranza di Stati, questi ultimi potevano provare la loro identità con diversi documenti: patente di guida, carta dello studente, permesso di porto d armi o attestazione bancaria a loro nome e indirizzo. Il Texas ha voluto, a partire dal 2011, ridurre la lista, autorizzando solo il permesso di porto d armi (i detentori del quale votano piuttosto a favore dei repubblicani) e le carte di identità fornite dalle autorità pubbliche, quando questo documento non è obbligatorio negli Stati uniti e molte persone ne sono sprovviste. Questa legge è stata bloccata l anno successivo da un giudice federale, secondo il quale, la misura, che rischiava di penalizzare pri- washington, stati uniti, febbraio 2014 Attivisti per il diritto di voto protestano davanti alla Corte Suprema Cleveland, Ohio, stati uniti, novembre 2012 Coda di elettori in attesa di votare ma di tutto i neri e gli ispanici, entrava in contraddizione con il quinto articolo del Voting Rights Act. Subito dopo che questo articolo è stato giudicato incostituzionale dalla Corte suprema, il Texas ha ripristinato la sua legge. Il Mississipi e la Carolina del Sud hanno fatto lo stesso. Il 25 luglio 2013, anche la Carolina del Nord ha limitato la lista dei documenti ammessi ai soli passaporti, patenti di guida e carte d identità (8). Ma trecentomila cittadini dello Stato non possiedono questi documenti è il Per allontanare gli indesiderati dalle cabine elettorali, il governatore repubblicano dell Ohio, John Kasich, non si è accontentato di inasprire le condizioni di identificazione: ha anche ridotto il periodo di voto anticipato. Nel 2004, alcuni distretti dello Stato in particolare nelle zone urbane, dove risiedono alcune minoranze avevano conosciuto file d attesa di parecchie ore, che hanno scoraggiato migliaia di elettori. Al fine di rimediare a questo problema, nel 2005 è stato instaurato un periodo di voto anticipato di 35 giorni per quelli che, il D-day, possono più difficilmente assentarsi un giorno dal lavoro o affidare i propri figli. Questa decisione si è tradotta, nel 2008, in una forte mobilitazione degli elettori neri e poveri, consolidando la vittoria di Obama. Dopo un infruttuoso tentativo nel 2012, Kasich ha approfittato, nel febbraio 2014, della breccia aperta dalla Corte suprema per ridurre questo periodo di una settimana. E non una qualunque: quella in cui gli elettori erano autorizzati a iscriversi e a votare lo stesso giorno. Queste misure che tendono a scoraggiare i cittadini dal recarsi alle urne vanno spesso di pari passo con strategie di manipolazione. Secondo la legge, ciascuno Stato deve, ogni dieci anni, ridisegnare i confini delle circoscrizioni elettorali per tener conto dei risultati dell ultimo censimento. Questo obbligo nasconde una questione notevole. «Ricordatevi che il Partito repubblicano ha ottenuto da 25 a 30 seggi grazie al processo di ridefinizione che è seguito al censimento del Senza questi seggi, i repubblicani non sarebbero mai stati in maggioranza alla Camera dei rappresentanti nel 1994 (9)», scriveva nel 2010 lo stratega di Bush, Karl Rove. Lo tsunami dei conservatori alle elezioni di metà mandato del 2010 ha dato loro il potere di pilotare la ridefinizione in venti Stati, contro sette per i democratici (10). caso dei neri in particolare, che rappresentano il 23% degli elettori e il 38% delle persone sprovviste di carta di identità. Inoltre, la nuova legge revoca la possibilità di iscriversi nelle liste elettorali il giorno del voto. Sappiamo che, lungi dal favorire le frodi, questa misura accresce la partecipazione del 10% secondo un indagine del think tank Demos. La sua abolizione rischia ancora una volta di penalizzare le minoranze: nel 2012, in Carolina del nord, gli afroamericani costituivano il 33% degli elettori iscritti il giorno della votazione. L'Ohio frenato dal tribunale Dunque, numerosi difensori dei diritti civici accusano oggi i repubblicani di aver usato criteri razziali per ridisegnare i distretti. I dati sono preoccupanti: la popolazione bianca del Texas è scesa dal 52 al 45% tra il 2000 e il 2010, ma grazie alla ridefinizione i bianchi diventano maggioranza nel 70% dei distretti; in Georgia, il 12 distretto si è visto ritirare quarantunomila elettori afroamericani residenti a Savannah, sostituiti da abitanti bianchi di periferia; in Florida, a St Petersburg, il distretto dove si affrontavano Sink e Jolly è stato amputato della sua parte meridionale, quasi esclusivamente abitata da neri: un estremità del distretto vicino, situato in periferia residenziale e occupato da bianchi, lo ha sostituito; ecc. Se la legge impedisce agli Stati di ridisegnare la loro carta elettorale secondo criteri razziali, nulla impedisce loro di basarsi su criteri di parte. Così, sarà facile per i repubblicani asserire che hanno certo voluto favorire il loro partito, ma che la ridefinizione non ha nulla di etnico. L argomento convincerà i tribunali? Da qualche mese, si moltiplicano i ricorsi giurisdizionali per denunciare gli stratagemmi della destra. La Florida, la Carolina del Nord o ancora il Texas si ritrovano citati in giudizio dinanzi a corti federali dal ministero della giustizia o dalle associazioni di difesa dei diritti civili. All inizio di settembre, un tribunale ha ordinato all Ohio di abrogare subito la sua legge sul voto anticipato. Le altre decisioni si avranno solo dopo le elezioni di novembre (1) Larry J. Sabato e Kyle Kondik, «The limited meaning of Florida s special house election», Center for Politics, 12 marzo 2014, www. centerforpolicitcs.org (2) Sui 36 seggi da senatore da riassegnare, 21 sono attualmente occupati dai democratici. (3) Si legga Jérôme Karabel, «Obama affossa la strategia sudista», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre (4) Pamela Karlan, «Lessons learned: Voting rights and the Bush administration», Duke Journal of Constitutional Law & Public Policy, Durham (Carolina del nord), (5) David Sirota, «Why the Gop is so obsessed with voter fraud», 5 settembre 2014, www. salon.com (6) Justin Levitt, «A comprehensive investigation of voter impersonation finds 31 credible incidents out of one billion ballots cast», The Washington Post, 6 agosto (7) «Voting laws roundup 2012» e «Voting laws roundup 2013», Brennan Center for Justice, (8) Ari Berman, «North Carolina passes the country s worst voter suppression law», The Nation, New York, 26 luglio (9) Karl Rove, «The Gop targets state legislatures. He who controls redistricting can control Congress», The Wall Street Journal, New York, 4 marzo (10) Negli altri 23 Stati del paese, per evitare la manipolazione elettorale a fini di parte, commissioni indipendenti o bipartisan guidano il processo di ridefinizione. (Traduzione di Em. Pe.)

10 10 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto MOBILItAZIONE DI MASSA PER IL SUFFRAGIO UNIVERSALE Lunga estate di rivolta a Hong Kong Come fa Pechino a uscire dall impasse democratica creatasi a Hong Kong? Le manifestazioni le più importanti dalla restituzione di questa ex colona britannica alla Cina proseguono nonostante la repressione. Gli abitanti di Hong Kong invocano l elezione a suffragio universale del capo dell esecutivo. I dirigenti cinesi accettano il principio... a condizione di poter selezionare i candidati. di NAHAN SIBY * N ato nel gennaio 2013, il movimento Occupy Central («Occupiamo il centro città») è il risultato della crescente frustrazione degli abitanti di Hong Kong di fronte ai reiterati rifiuti di Pechino di instaurare un regime democratico sul loro territorio. Prima della sua restituzione alla Cina nel 1997, Hong Kong era controllata da un governatore nominato da Londra e amministrata da istanze politiche complesse, la cui eredità è tuttora presente. Oggi, il capo dell esecutivo, che nomina il governo, viene eletto, per cinque anni, esclusivamente dai grandi elettori, eletti in collegi socioprofessionali e riuniti in un comitato elettorale di milleduecento membri (si legga il riquadro). Dispone del diritto di veto sulle leggi. Il Consiglio legislativo (Legco), invece, è composto in egual misura da eletti a suffragio universale e rappresenti delle corporazioni. Anche queste istituzioni sono allo stremo: tra il 2005 e il 2012, circa il 42% delle proposte di legge non è stato approvato (1). La dichiarazione congiunta sinobritannica del 1984, che individuava le basi per la restituzione, ben rappresentava lo schema «un paese, due sistemi» immaginato dal dirigente Nell aprile 2004, il comitato permanente dell Assemblea nazionale popolare (Anp), una delle strutture che rappresentano la Cina continentale a Hong Kong, dichiara di rinunciare al suffragio universale per l elezione del capo dell esecutivo nel Tre anni dopo, pronuncia la stessa risoluzione riguardo alle elezioni del Il comitato, tuttavia, afferma che l elezione del capo dell esecutivo nel 2017 «potrebbe avvenire per suffragio universale e che, successivamente, anche tutti gli altri membri del Consiglio legislativo (Legco) potrebbero essere eletti in tal modo (4)». Ma solo il capo dell esecutivo ha il potere di avviare la riforma costituzionale necessaria per questo cambiamento. Stando all interpretazione ufficiale della Legge fondamentale, Leung Chun-ying, nuovo capo dell esecutivo, è tenuto a fornire un rapporto che permetta all Anp di deliberare «alla luce della situazione e in accordo con i principi di sviluppo graduale e ordinato (5)». Gli emendamenti dovrebbero allora essere sottoposti al Consiglio legislativo, e per essere adottati dovrebbero ottenere la maggioranza dei due terzi. Tenendo conto delle scadenze amministrative, la proposta di riforma dev essere depositata al più tardi alla fine del 2014, perché il suffragio universale possa essere applicato alle prossime elezioni del 2016 e Non vedendo muoversi niente, i democratici, che da anni portano avanti questa battaglia, hanno costituito il proprio movimento. Dal 16 gennaio 2013, si afferma Occupy Central sotto la guida di Benny Tai Yiu-ting, professore di diritto all università di Hong Kong. «Dopo tante promesse contrastate, disattese, dopo aver aspettato venti o trent anni, mi sono detto che eravamo arrivati alla tappa finale, ci spiega. Pechino promette il cinese Deng Xiaoping; l accento è posto sulla conservazione «della struttura di un economia capitalista e di un quadro politico liberale, per una durata di almeno cinquant anni (2)». Il risultato è che il sistema «socialista» della Cina continentale non si applica a Hong Kong. Quest ultima, diventata una regione amministrativa speciale (Ras), gode di un alto grado di autonomia nella maggior parte degli ambiti (moneta, dogane, sistema giudiziario, ecc.), a eccezione della difesa e degli affari esteri, controllati da Pechino. All epoca, Deng insisteva sul ruolo ridotto che sarebbe spettato alle autorità cinesi. In questo spirito, la Legge fondamentale prevede l «istituzione di un regime pienamente democratico dal 2007, con l introduzione del suffragio universale per eleggere il capo dell esecutivo e il Consiglio legislativo (3)». Per i democratici, che si sono riuniti fin all inizio dei negoziati per la restituzione, questa disposizione implicava l attuazione del suffragio universale totale dal Ma i sogni di questa corrente composta essenzialmente dalle giovani generazioni e dagli intellettuali sono presto stati spezzati dalle autorità di Pechino, ben più interventiste rispetto ai sostenitori della linea proposta da Deng. Paralizzare Central, il quartiere degli affari * Regista di documentari, tra cui Niger, la bataille de l uranium, suffragio universale. Ma di che tipo sarà? Personalmente ho sentito il bisogno di promuovere un processo per esercitare una pressione politica e ottenere finalmente una vera democrazia». In un dibattito pubblico nel gennaio 2013 (6), Benny Tai propone di raggruppare almeno diecimila cittadini «per partecipare a un sit-in non violento allo scopo di bloccare Central, qualora non si constatassero progressi sostanziali prima dell estate 2014». Central è il cuore finanziario della città, dove si trovano le sedi delle più grandi banche e società del mondo. Paralizzare, anche momentaneamente, le transazioni e la libera circolazione delle persone suonerebbe come una sfida al dominio di Pechino. Benny Tai prosegue, rivelando la sua tattica: «Vogliamo provocare la polizia, provocare la sua violenza. Se siamo sufficientemente numerosi, la polizia sarà tentata di usare ancor più la forza. Dagli anni 1960, non si è mai servita dei lacrimogeni o degli idranti contro gli abitanti di Hong Kong. Quando userà simili armi contro di noi, sarà evidente la mancanza di democrazia del nostro governo». Occupy Central cresce quando il dibattito si cristallizza sull interpretazione dell articolo 45 della Legge fondamentale, secondo cui il capo dell esecutivo verrà eletto a suffragio universale «in seguito a una selezione effettuata da un comitato per le nomine, largamente rappresentativo, in accordo con le procedure democratiche». Pechino sottolinea che «il capo dell esecutivo dev essere una persona che ama il paese e Hong Kong (...). È un esigenza di base della politica di un paese, due sistemi (7)». Le autorità cinesi vogliono quindi filtrare i candidati. Nessun oppositore potrebbe mai essere eletto, neutralizzando così tutte le minacce per la sicurezza della Delle istituzioni su misura Numero di abitanti: Prodotto interno lordo per abitante: euro (Cina: euro) (1). Restituzione: il 1 luglio 1997, Hong Kong diventa una regione amministrativa speciale (Ras) della Repubblica popolare cinese. Governo: il capo dell esecutivo viene eletto per cinque anni da un comitato elettorale. Designa il governo, o Consiglio esecutivo (Exco), composto da 15 «membri ufficiali» (ministri) e da 14 «membri non ufficiali» (consiglieri). Comitato elettorale: i suoi 200 membri provengono da quattro grandi gruppi: il settore industriale, commerciale e finanziario, detto «settore degli affari»; il settore socio-professionale, che raggruppa diversi mestieri (educazione, salute, contabilità, avvocati, ecc.); quello delle organizzazioni sociali o religiose, dei sindacati e di altri ambiti di attività (agricoltura, arte, ecc.); infine, quello del mondo politico (Consiglio legislativo, Assemblea nazionale popolare, ecc.) Consiglio legislativo: è composto da 70 membri, di cui 35 sono eletti dalle corporazioni. Partiti politici: il campo «pro-democrazia» (27 seggi nel Consiglio legislativo del 2012) comprende l Alleanza democratica per il progresso, il Partito democratico, il Partito civico, il Partito del lavoro (Labour party); quello pro-pechino conta nelle sue fila il Partito liberale, la Federazione dei sindacati di Hong Kong (Hongkong Federation of Trade Unions), ecc. (1) Fonte: Fondo monetario internazionale, hong kong, 4 ottobre 2014 Ombrelli divenuti simbolo di Occupy Central A fronteggiare Pechino, ritroviamo le forze tradizionali riunite nella coalizione Alliance for True Democracy e rappresentate soprattutto da parlamentari, universitari e associazioni. Ai loro occhi, il comitato per le nomine dev essere eletto direttamente dai cittadini o, quanto meno occorre in qualche modo rendere più democratica la sua formazione. Alcuni vorrebbero eliminare questo organo, in favore di una libertà assoluta nelle candidature. Nel marzo 2013, Chan Kin-man, professore di sociologia alla Chinese university di Hong Kong, e il reverendo Chu Yiu-ming, ardente difensore dei diritti umani conosciuto per il suo aiuto senza esitazioni, nel 1989, ai manifestanti di piazza Tienanmen, raggiungono il movimento. Molte associazioni giovanili, come la Federazione degli studenti, fanno lo stesso. Le reazioni ostili del clan pro- Pechino non tardano a manifestarsi. Il potere di Hong Kong ribadisce regolarmente che non tollererà alcuna «attività illegale». È significativo che Pechino abbia pubblicato il suo Libro bianco prima del «referendum civico» per l instaurazione del suffragio universale organizzato il 29 giugno scorso da Occupy Central immediatamente definito illegale. Ma, sorprendendo gli stessi organizzatori, circa ottocentomila persone hanno partecipato al voto su internet o nei seggi ufficiosi predisposti per l occasione. Da allora, la mobilitazione non accenna ad attenuarsi: cinquecentomila cittadini hanno sfilato alla marcia annuale del 1 luglio scorso, alla fine della quale più di cinquecento militanti sono stati arrestati per «sit-in illegale». Pechino inasprisce i toni. Il 31 agosto 2014, l Anp ha ricordato che per essere eleggibili i candidati devono ottenere più della metà dei suffragi del comitato per le nomine. Tenendo conto della composizione di quest ultimo, nessun democratico potrebbe mai presentarsi agli elettori. Eppure, dalla nascita di Occupy Central alla formulazione di questa decisione ufficiale dell Anp, molti democratici moderati hanno presentato delle proposte che mantenevano il principio del comitato per le nomine, in modo da tenere aperto un margine di trattative con Pechino, pur preservando la possibilità di presentare un candidato democratico al suffragio universale... Fatica sprecata. Cina continentale. L attuale comitato elettorale diventerebbe il comitato per le nomine con l incarico di selezionare quanti si possono presentare. I cinque milioni di cittadini eleggerebbero a suffragio universale il capo dell esecutivo tra i candidati scelti indirettamente dai dirigenti cinesi. Il Libro bianco sulle istituzioni pubblicato dalla Repubblica popolare il primo dal 1997 riafferma con forza il suo controllo su Hong Kong (8). I «disobbedienti» e gli investitori Riconoscendo il fallimento di questo tentativo, Benny Tai ha promesso di sostenere l avvio di «un era di disobbedienza civile (9)», senza tuttavia presentare un programma né un calendario precisi. Con l appoggio delle loro università, le organizzazioni studentesche hanno promosso una settimana di sciopero a partire dal 22 settembre, mentre i liceali hanno lanciato un appello al boicottaggio dei corsi dal 26 settembre. Ventisette deputati filodemocratici si sono già impegnati a votare contro il testo di riforma sostenuto da Pechino. Secondo Willy Wo-Lap Lam, ricercatore della Jamestown Foundation (Washington), le autorità cinesi corteggiano «gli ambienti degli affari e di altri settori socio-economici isolando i loro nemici, ossia gli elementi pro-democratici. I grandi investitori in Cina, che sostengono la politica di Pechino a Hong Kong, vengono ricompensati non solo con opportunità commerciali, ma anche con preziosi seggi all Assemblea nazionale popolare e alla Conferenza consultiva politica del popolo cinese [di Pechino] (10)». Dopo le ripetute crisi che si sono succedute dal 1997 al 2004, Hong Kong ha ripreso a crescere, anche se più lentamente (2,9% nel 2013, dopo un picco di 7,3% nel 2010). Pechino conta sull integrazione economica per far dimenticare le aspirazioni democratiche. (1) Brian C. H. Fong, «La déconnexion des pouvoirs exécutif et législatif dans le Hongkong postcolonial», Perspectives chinoises, Hong Kong, 1 trimestre (2) Willy Wo-Lap Lam, «Hongkong et les perspectives de démocratisation dans la région administrative spéciale», Perspectives chinoises, 2 trimestre (3) Michael C. Davis, «Dix ans d efforts pour former une démocratie à Hongkong», Perspectives chinoises, 2 trimestre (4) Karita Kan, «Occupy Central et la réforme constitutionnelle à Hongkong», Perspectives chinoises, 3 trimestre (5) Michael C. Davis, op. cit. (6) Benny Tai, «L arma di distruzione di massa della disobbedienza civile» (in cinese), Hongkong Economic Journal, 16 gennaio (7) «Beijing emphasises its total control over Hong Kong in white paper», South China Morning Post, Hong Kong, 10 giugno (8) «White paper on the practice of One country, two systems policy in the Hong Kong special administrative region», Xinhua, 10 giugno (9) «Occupy Central s Benny Tai declares era of civil disobedience for Hong Kong», South China Morning Post, 31 agosto (10) Willy Wo-Lap Lam, op. Cit. (Traduzione di A.C.)

11 Le Monde diplomatique il manifesto ottobre Tra tutti gli attori regionali in Afghanistan dal Pakistan all Iran, passando per la Cina, l India è il meno visibile. Eppure, i rapporti tra i due paesi sono di lunga data. E anche se non sono sempre stati sereni, si sono rinsaldati dopo la caduta del regime dei taliban nel New Delhi ha investito molto nel paese, sia politicamente sia economicamente. L arrivo di un nuovo presidente a Kabul, dopo la partenza di Hamid Karzai, non dovrebbe modificare la situazione. IL GRANDE GIOCO DELLE ALLEANZE Vacilla la coppia indo-afghana di JEAN-LUC RACINE * Q uando, il 23 maggio 2014, il consolato indiano a Herat, la grande città dell Afghanistan occidentale, è stato attaccato, tutti vi hanno letto un messaggio destinato a New Delhi; l attentato arrivava a due giorni dall invito rivolto dal neo eletto primo ministro indiano, Narendra Modi, ai capi di Stato e di governo dell Asia del Sud (tra cui i presidenti afghano e pakistano) per la cerimonia del suo insediamento, il 26 maggio. Il presidente afghano, Hamid Karzai, aveva accusato il gruppo Lashkar-e Taiba che, dalla sua base in Pakistan, opera in Kashmir e anche nelle grandi città indiane, come a Bombay nel L assalto era solo l ultimo in ordine di tempo di una serie di azioni contro gli interessi indiani, sviluppatisi in maniera considerevole sotto la lunga presidenza Karzai ( ), e suggellati dall accordo, fortemente simbolico, di partnership strategica. Firmato nel 2011, tratta dalla sicurezza all economia, dal commercio alla formazione. È il primo accordo di questo tipo firmato dall Afghanistan ma anche dall India con un paese geograficamente vicino. Nel momento in cui Karzai si appresta a lasciare la scena al suo successore Ashraf Ghani, al termine di un compromesso con l altro candidato Abdullah Abdullah (1), il futuro dei rapporti bilaterali richiama l attenzione di New Delhi almeno per tre ragioni: i suoi interessi economici; l influenza conquistata; il ruolo dell Afghanistan in una regione in cui si incrociano gli interessi di Pakistan, Iran, Tagikistan e Cina. Con il ritiro della maggior parte delle truppe americane, previsto per la fine del 2014, i dirigenti indiani si trovano di fronte a una questione delicata: fino a che punto aiutare militarmente il nuovo presidente afghano, senza deteriorare ulteriormente i già difficili rapporti indo-pakistani? New Delhi ama ricordare i rapporti di lunga durata con l Afghanistan, dall epoca buddista (a partire dal III secolo a.c.) alle conquiste dei mercenari del sultano musulmano Mahmud di Ghazn ( ) nel XI secolo, attirati dalle ricchezze dell India, come in seguito i fondatori delle dinastie indiane. Nel 1880, l Impero britannico aveva trovato un compromesso con l irredentismo afghano mettendo sul trono di Kabul l emiro Abdur Rahman, che accettava di lasciare a Londra il controllo della sua politica estera. Nel 1893, la linea Durand definì, sulle mappe, la frontiera tra l Afghanistan e l impero, tagliando a metà le terre pashtun. Con la partizione del 1947, l India si trovò separata dall Afghanistan, in seguito alla creazione del Pakistan. * Professore emerito al Centro nazionale di ricerca scientifica (Cnrs), vicepresidente dell Asia centre a Parigi. Una lunga amicizia Trattato di amicizia indo-afghano Trattato indo-sovietico di amicizia e di cooperazione Arrivo dei comunisti al potere 1979, dicembre. Intervento sovietico in Afghanistan su richiesta del governo di Kabul. 1980, gennaio. Indira Gandhi torna al potere. Senza denunciare esplicitamente l Unione sovietica, contesta le «interferenze esterne», osservazione che rivolgerà anche alla strategia statunitense che consisteva nell appoggiarsi al Pakistan contro i sovietici. Quest ultimo, preoccupato di un possibile movimento a favore di un Pashtunistan indipendente o annesso dall Afghanistan decise di mantenere lo status speciale per la zona cuscinetto delle aree tribali di confine, tanto più che Kabul, ieri come oggi, non riconosceva formalmente la sua frontiera con il Pakistan (2). L India indipendente intrattenne buoni rapporti con il regno afghano, tanto da firmare un trattato di amicizia nel Mantenne rapporti anche con i comunisti afghani dopo la loro ascesa al potere nel Ma, con l intervento sovietico del dicembre 1979, Indira Gandhi primo ministro indiano e firmataria di un trattato di amicizia e di cooperazione con l Unione sovietica formulò delle riserve, pur senza esprimere una condanna formale. Aveva capito i rischi e le conseguenze, soprattutto del sostegno di Washington e di Islamabad ai mujahidin afghani. La loro vittoria rafforzò il potere del generale Zia ul-haq (3) e il grande disegno geopolitico dell esercito pakistano: evitare che il paese si trovasse stretto tra India e un Afghanistan con un governo filo-indiano. Con il ritiro dei sovietici, il perpetuarsi della guerra tra fazioni afghane indebolisce le posizioni di New Delhi, malgrado i suoi rapporti con il comandante Ahmad Shah Massoud, impossessatosi di Kabul nel 1992 (4). La presa della capitale da parte dei taliban nel 1996 emargina ancor più l India, mentre prosegue la rivolta anti-indiana del Kashmir. Questa rivolta, dal suo scoppio nel 1989, riceve il sostegno del Pakistan, che strumentalizza così jihadisti (a volte formatisi in Afghanistan), mujaheddin e poi taliban sui due fronti, indiano e afghano. UZBEKISTAN TAGIKISTAN TURKMENISTAN Mazar-i Sharif Jalalabad Hajigak KASHMIR HMR Herat Kabul Aynak AFGHANISTAN Islamabad Kandahar Zarandj IRAN PAKISTAN New Delhi Chabahar Gwadar ARABIA SAUDITA Linea Durand Miniere Zone tribali Oceano Indiano Territori contesi Karachi Associazione sud-asiatica per la cooperazione regionale (Saarc) Ritiro dei sovietici. Inizio dell insurrezione nel Kashmir indiano, sostenuta dal Pakistan Il governo indiano, neutrale nei conflitti tra mujaheddin afghani, si è in seguito alleato discretamente con il comandante Massoud e l Alleanza del nord, contro i mujaheddin pashtun sostenuti dal Pakistan I taliban, con il supporto del Pakistan, entrano a Kabul. L India è emarginata. Bombay Dopo lo shock dell 11 settembre, l India vota le risoluzioni delle Nazioni unite che autorizzano l intervento della coalizione guidata dagli Stati uniti. Nel dicembre 2001, assiste alla conferenza di Bonn sul futuro dell Afghanistan. Sotto le due presidenze di Karzai, porta avanti una politica attiva di cooperazione e investe circa 2 miliardi di dollari, mentre l insieme dell aiuto internazionale alla ricostruzione e allo sviluppo promesso per il decennio è nell ordine dei 100 miliardi di dollari (finanziato per l 80% dagli Stati uniti). Alla fine del 2011, sono stati effettivamente sborsati 70 miliardi di dollari. Se paragonata al totale, la parte dell India sembra modesta, ma è di molto superiore a quella del Pakistan. La Cina, invece, agli aiuti ha privilegiato gli investimenti. L Iran gioca la carta dell influenza, per vie spesso oscure, senza aspettare ufficialmente i finanziamenti indiani. Gli interventi di New Delhi sono al contempo simbolici (la costruzione del nuovo Parlamento per il 2015) e socioeconomici: aiuti alimentari, missioni mediche, progetti comunitari di sviluppo rurale, settecento borse per gli studi superiori in India, altrettante per la formazione tecnica, programmi di formazione a 360 gradi, compreso il settore dei media, investimenti nelle reti energetiche, tra cui la costruzione della linea che porta l elettricità dall Uzbekistan a Kabul. INDIA MALDIVE CINA NEPAL SRI LANKA BHUTAN BANGLADESH Golfo del Bengala BIRMANIA km AGNÈS STIENNE L India sostiene l intervento statunitense in Afghanistan, senza però mandare truppe di terra Intensificazione dei rapporti indo-afghani sotto il regime di Hamid Karzai. 2008, Attentati contro l ambasciata indiana a Kabul Accordo di partnership tra India e Afghanistan. Sul piano militare, New Delhi coopera con Washington nelle attività di intelligence ma non partecipa alla Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (International Security Assistance Force, Isaf) (5). Forma gli ufficiali afghani sul suo territorio. Oltre all ambasciata di Kabul, l India ha aperto dei consolati a Herat, a Mazar-i Sharif e, nelle province pashtun, a Kandahar e Jalalabad. Il Pakistan vi vede covi di spie e accusa l India di sostenere i separatisti baluchi nei loro santuari afghani. Preoccupata di mantenere il controllo, Islamabad preme spesso affinché l India non sia invitata alle riunioni internazionali sull Afghanistan. Questa tattica ha funzionato nel 2008 per la conferenza tenutasi in Iran, mentre è fallita per quella del 2010 in Turchia, su chiara indicazione di Istanbul. New Delhi partecipa attivamente al lancio del «processo di Istanbul per la sicurezza regionale e la cooperazione per un Afghanistan stabile e sicuro», vasto forum regionale sostenuto dalla «comunità internazionale» (6). Qui, occupa una posizione da «paese leader» per le questioni di commercio e di investimenti, con il compito di dare nuovo impulso alle cooperazioni con i diversi stati coinvolti motivo dell organizzazione nel 2012 a New Delhi del summit per l investimento in Afghanistan. In questo quadro multilaterale, ha chiesto ai suoi partner nel progetto del gasdotto Tapi (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) di accelerare i tempi per il suo lancio. Mentre la Cina ha investito nella miniera di rame di Aynak, a sud di Kabul, un consorzio indiano ha optato per la miniera di ferro di Hajigak (7); ma la mancanza di sicurezza rallenta il progetto, e l investimento preventivato (1,5 miliardi di dollari, in aggiunta ai 2 miliardi di aiuti già menzionati) potrebbe ridursi di molto. Per aggirare il blocco di Islamabad, che dal 2010 autorizza i camionisti afghani a consegnare i loro prodotti in India ma proibisce il trasporto delle merci in senso inverso, l India cerca, in accordo con l Iran, di assicurare agli afghani un accesso al mare diverso dai porti pakistani di Karachi e di Gwadar, quest ultimo finanziato e gestito dalla Cina. New Delhi ha ripristinato la strada che mette in comunicazione il grande asse circolare di collegamento tra le principali città afghane con Zaranj, sulla frontiera con l Iran. In secondo luogo, ha finanziato l allargamento del porto iraniano di Chabahar, il cui collegamento con Zaranj è stato migliorato. Le reazioni non si sono fatte attendere: il cantiere stradale verso l Iran è stato attaccato più volte da gruppi che si suppone legati ai servizi segreti pakistani, come per gli attentati contro l ambasciata indiana di Kabul (2008, 2009) e il consolato di Jalalabad (2013). Per l India, Ghani non è uno sconosciuto, avendo diretto dei progetti quando era alla Banca mondiale. Se la continuità è un obiettivo primario, la grande incertezza è sempre rappresentata dal problema sicurezza. Come molti altri stati, anche l India si è pronunciata a favore di «riconciliazione nazionale» gestita dagli stessi afghani. Ma è possibile? Teme meno i taliban afghani rispetto alla rete Haqqani, affiliata ma autonoma, e soprattutto ai taliban pakistani, con le loro crescenti connessioni con i jihadisti del Punjab primi fra i quali i Laskhar-e Taiba. Quale sarà il gioco afghano? Il deterioramento dei rapporti tra Afghanistan e Pakistan ha spinto New Delhi a firmare la partnership strategica del 2011, in cui vengono trattate anche le questioni della cooperazione politica e della sicurezza: l articolo 5 precisa che «l India accetta di contribuire alla formazione, al rifornimento e ai programmi di sviluppo delle capacità delle forze nazionali di sicurezza afghane, seguendo modalità definite congiuntamente». Pur avendo New Delhi respinto la richiesta afghana di ricevere carri armati e elicotteri da combattimento, sembra che nell aprile 2014 sia stato trovato un accordo sul rifornimento di artiglieria leggera e di equipaggiamento logistico russi, per cui l India avrebbe pagato la fattura. Escludendo l invio di militari e di istruttori, ha accettato però di incrementare le capacità di formazione degli ufficiali afghani, comprese le forze speciali, sul proprio territorio. Una simile politica, anche se ben soppesata, rischia di inasprire ulteriormente i rapporti con il Pakistan. Tuttavia va preso in considerazione un elemento nuovo: sembrerebbe che l esercito pakistano, nell aprile 2014, abbia chiesto alla rete Haqqani e al mullah Omar, emiro dei taliban afghani, di scegliere fra Islamabad e i taliban pakistani, insorti contro il loro governo. Se quest informazione venisse confermata, sarebbe evidente che ormai il Pakistan diffida dei taliban afghani che, nello scenario elaborato vent anni fa, avrebbero dovuto preservare i suoi interessi in Afghanistan. Questo disordine conferma la necessità di un dialogo regionale, al quale l India si presenterebbe forte di alcune carte vincenti: attraverso Iran o Russia, offre la possibilità di aggirare il blocco pakistano; ha degli interessi in comune con la Cina che, ugualmente, ha investito sul piano economico e teme il rafforzamento di un polo estremista, con possibili ripercussioni nello Xinjiang. Infatti, Pechino e New Delhi durante i loro incontri bilaterali dialogano normalmente sulla questione afghana. Nel primo rapporto inviato a Washington nel 2009, il generale Stanley McChrystal, all epoca comandante delle forze dell Isaf in Afghanistan, era preoccupato per i possibili contraccolpi del rafforzamento dell influenza indiana in Afghanistan, e per una possibile reazione pakistana (8). Tre anni dopo, di passaggio da New Delhi, il segretario alla difesa statunitense di allora, Leon Panetta, ha fatto pressioni affinché l India si impegnasse maggiormente per il consolidamento dell Afghanistan post Il principio enunciato nel 2013 dai dirigenti dell Institute for Defence Studies and Analyses (Idsa), principale think tank strategico indiano, è tuttora valido: di fronte a una possibile ricomparsa dei taliban in Afghanistan, «l India non può né rimanere uno spettatore muto, né mostrare un attivismo inconsulto (9)». (1) Il 21 settembre 2014, Ghani è stato proclamato vincitore dell elezione presidenziale di giugno. Il suo oppositore, Abdullah, dovrebbe essere integrato nell esecutivo nel quadro di un governo di unità nazionale. (Il 29 settembre Abdullah è nominato capo del governo di unità nazionale, Ndt) (2) Leggere Georges Lefeuvre, «La frontiera afghano-pakistana, causa di guerra, strumento di pace», Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre (3) Capo dell esercito pakistano, ha rovesciato il presidente Zulfikar Ali Bhutto nel 1977, rimanendo al potere fino al (4) Leggere Gilles Dorronsoro, «Afghanstan isolato, taliban più forti», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (5) È la componente militare della coalizione internazionale e opera sotto l egida dell Organizzazione del Trattato dell Atlantico del Nord (Nato). (6) Questo processo di Istanbul, lanciato il 2 novembre 2011 dai cosiddetti paesi «del cuore dell Asia», comprende: Afghanistan, Arabia saudita, Cina, Emirati arabi uniti, India, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Turchia. Lo sostengono: Germania, Australia, Canada, Egitto, Spagna, Stati uniti, Francia, Italia, Giappone, Norvegia, Polonia, Regno unito, Svezia, Nazioni unite, Unione europea, Nato, Osce, ecc. (7) Leggere Sarah Davison, «India e Cina allungano le mani sull Afghanistan», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre (8) Stanley McChrystal, «Commander s Initial Assessment», Isaf, Kabul, 30 agosto (9) Arvind Gupta e Ashok Behuria, «President Karzai s visit to India: Leveraging strategic partnership», Idsa comment, New Delhi, 23

12 12 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto LE RADICI DELL ATTUALE AUTORITARISMO Ottobre 1993, liberismo russo a suon di cannonate Analizzando la genesi di un nuovo potere autoritario in Russia, si tralascia troppo spesso un episodio chiave. Dal 1993, la popolazione fa i conti con gli effetti della «terapia shock» imposta con il crollo dell Urss dagli ideologi del mercato. Una maggioranza di deputati tenta di imporre un altra strada. Ma, forte del sostegno dei governi occidentali, il presidente Boris Eltsin lancia l assalto al Congresso. tolleriamo più l opposizione interna. Dobbiamo liberarci di chi non segue la nostra strada (1)». Mentre il primo «Non presidente della nuova Federazione russa, Boris Eltsin, fa questa dichiarazione, i carri armati T-72 già da alcuni giorni accerchiano il Congresso dei deputati del popolo e il Soviet supremo. All alba del 4 ottobre 1993, le mitragliatrici crepitano. A Mosca, alcuni commando speciali rifiutano di attaccare i civili vicino alla «Casa bianca», sede del Parlamento. Ma, sotto il comando del ministro della difesa Pavel Gratchev, i blindati sparano colpi di cannone. L edificio, di un bianco immacolato, fuma, poi rapidamente si annerisce. I primi deputati iniziano ad arrendersi, mentre si evacuano morti e feriti. Il «presidente a interim» della Federazione, Aleksander Rutskoi, e quello del Soviet supremo, l economista ceceno Ruslan Khasbulatov, abbandonano la lotta; trascorreranno alcun mesi in prigione. La storia della Russia post sovietica, fino a poco tempo prima scarsamente rappresentata dalle immagini mediatiche, si scrive davanti alle telecamere del mondo intero. Stando alle cifre ufficiali, sono stati necessari ventitre morti per assicurare quella che molti responsabili e giornali occidentali acclamano come una «vittoria della democrazia» (si legga il riquadro nella pagina a fianco). Altre fonti parlano di un bilancio ben più grave; si è più volte parato di millecinquecento morti. A margine di questo attacco spettacolare e dei combattimenti nelle strade, per tutta Mosca si scatena una caccia agli «illegali», rivolta soprattutto contro i caucasici, arrestati in massa. Queste retate, che accrescono la confusione, avrebbero coinvolto venticinquemila persone. Se si escludono i conflitti nazionali del Caucaso e negli Stati baltici, il paese non conosceva una simile violenza dal tempo delle rivolte dei gulag negli anni , della sollevazione di Tbilisi nel 1956 e della sommossa contro l aumento dei prezzi a Novočerkassk, in Ucraina, nel Il ricorso all esercito intendeva porre fine al conflitto politico tra potere esecutivo e potere legislativo, che durava da più di un anno. Ma non si può capire questo dramma senza ritornare al 1991, rievocando il contesto in cui avvenne (2): la crisi del sistema sovietico, l impasse della perestrojka avviata nel 1985 e lo smembramento dell Urss. Con la dissoluzione dell Urss, cresce il vantaggio di Boris Eltsin All inizio dell estate 1991, Khasbulatov è appena stato eletto alla testa del Soviet supremo della Russia, l assemblea ristretta del Parlamento. In seguito alle elezioni presidenziali del 12 giugno 1991, a cui si presenta in coppia con Eltsin, Rutskoi assume la carica di vicepresidente della Federazione russa. Nell agosto 1991, questi tre futuri protagonisti del conflitto del 1993 sono alleati. Insieme, fanno fronte al tentativo di colpo di Stato dei dirigenti conservatori, contrari al progetto di riforma dell Unione presentato dal presidente Mikhail Gorbaciov. Rutskoi raggiunge la Crimea per liberare Gorbaciov, trattenuto a Foros dai golpisti, e riportarlo a Mosca sul suo aereo. Tutti e tre traggono profitto dal fallimento del golpe per imporre l indipendenza della Russia, la scomparsa dell Unione sovietica e anche la destituzione del padre della perestrojka. Rapidamente, Eltsin mette a frutto la notorietà acquisita all estero. Il 1 novembre, ottiene i pieni poteri. Per un anno, può * Giornalista. DI JEAN-MARIE CHAUVIER* disfare leggi, nominare ministri e governare per decreti, senza dover riferire al Parlamento. Eltsin rende possibile una «terapia shock» radicale, messa in pratica dai rappresentanti della nuova generazione di economisti neoliberisti russi: Egor Gajdar, discepolo della scuola di Chicago; Anatolij Čubajs, mente del programma di privatizzazioni; il libertariano Andrej Illarionov; o ancora Ghennady Burbulis, professore di marxismo-leninsmo che ha concepito l atto di scioglimento dell Urss alla fine del Può inoltre contare sul sostegno di diverse personalità e responsabili politici, come lo storico Juri Afanassiev, il sindaco di Mosca Gavriil Popov o quello di San Pietroburgo Anatolij Sobčak. Quest avanguardia opera in stretto rapporto con i gruppi finanziari e con i futuri oligarchi, quali Vladimir Gussinski e Boris Berezovskij, già alla testa di imperi bancari e mediatici. Presentandosi come «democratici» per distinguersi dai conservatori, fanno tutti riferimento alle esperienze del Cile di Augusto Pinochet e del Regno unito di Margaret Thatcher. Da sistema economico amministrato, la Russia passa bruscamente alla liberalizzazione dei prezzi e degli scambi, alla deindicizzazione dei salari e a massicce privatizzazioni. L inflazione e il crollo vertiginoso dei salari reali provocano la fine del risparmio popolare. Il mercato libera soprattutto l economia informale, i traffici di ogni genere, e il baratto, portando a una demonetizzazione dell economia. I salari, che nel 1991 costituivano ancora il 70% delle entrate delle famiglie, nel 1995 non rappresentavano che il 38,5% (3). Come unica compensazione, i russi vedono la fine della penuria e, per molti, la possibilità di diventare proprietari della propria abitazione a costi contenuti (4). Solo un po di sangue Alcune regioni cedono alla tentazione dell autarchia, delle barriere doganali e delle rivendicazioni indipendentiste. Quasi l 80% della popolazione cade in povertà, non disponendo più del minimo vitale (5). Contemporaneamente emerge anche una minoranza attiva di «vincenti»: gli affari, i servizi bancari, la pubblicità, la comunicazione e il commercio del sesso risvegliano appetiti e vocazioni. I nuovi ricchi, o «nuovi russi», scoprono la strada dell Occidente e dei suoi paradisi fiscali. Il consenso attorno al presidente si sgretola velocemente tanto in Parlamento quanto tra la popolazione. Eltsin ne è cosciente. Promette di correggere le riforme, pur tentando di accelerarle, perché sente la rivolta imminente. Nel dicembre 1992, negozia e ottiene dal Soviet supremo la possibilità di organizzare un referendum sulle istituzioni in cambio dell allontanamento di Gajdar. A capo del Parlamento, Khasbulatov professa idee «gradualiste» (keynesiane) ispirate da economisti socialdemocratici come Leonid Abalkin e Nikolaj Petrakov, ex collaboratori di Gorbaciov. All epoca, parlare di deregulation del mercato basta per essere additati come «veterocomunista». Eppure, il Parlamento è lungi dal costituire un blocco comunista. Certo, l 85% dei suoi membri proviene dall ex Partito comunista dell Unione sovietica (Pcus), ma lo stesso vale anche per tutti i liberisti... L opposizione a Eltsin consiste in un alleanza eterogenea di democratici eltsiniani delusi, di sostenitori dell Unione e di nazionalisti. Al di là dello scontro tra singole personalità, in questa crisi tra presidente e Parlamento si delineano tre sfide: la conferma o meno di una politica economica ultraliberista, il programma di «grandi privatizzazioni» e la scelta costituzionale tra una repubblica parlamentare e un regime presidenziale. La vendita dei mezzi di produzione sembra essere la questione decisiva, oltre che la più ambigua. La promessa di «privatizzazioni popolari» in favore dei «collettivi Quando, lo scorso febbraio, il Parlamento ucraino ha destituito il presidente dopo le manifestazioni di piazza, la stampa occidentale l'ha salutata come rivoluzione democratica. Eppure, quando nel 1993 il Parlamento russo ha tentato la stessa operazione, la stampa occidentale salutava o, quantomeno, «capiva» l uso della forza contro i deputati, presentati come «rosso-bruni». «Il colpo di mano di Boris Eltsin è un atto di salute pubblica», Charles Lambroschini, Le Figaro, Parigi, 23 settembre «Una manciata di nostalgici e spacconi naif», Le Soir, Bruxelles, 24 settembre Una «folla di illuminati e di ubriaconi», Boris Toumanov, La Libre Belgique, Bruxelles, 25 settembre «Il presidente russo, Boris Eltsin, ha consultato il governo degli Stati uniti prima di dare l ordine di assaltare il Parlamento. (...) Bill Clinton ha ritenuto che l assalto con la forza dalla Casa bianca di Mosca fosse inevitabile per garantire l ordine», El País, Madrid, 5 ottobre «[Eltsin] ha vinto la guerra contro gli uomini del rifiuto e della frustrazione, che spingevano la Russia verso il baratro», Pol Mathil, Le Soir, 5 ottobre «Boris Eltsin si è finalmente deciso, controvoglia, a far intervenire i carri armati per riportare l ordine e salvare il suo regime. Una decisione radicale quanto tardiva», editoriale di Le Monde, 5 ottobre «La peste rosso-bruna, curiosa epidemia di fine secolo, si è rivelata ancora una volta un episodio circoscritto di collera, senza che si spargesse troppo sangue (...). In poche parole, tutto va bene. Salvo che l enigma russo sembra sempre più temibile», Gérard Dupuis, editoriale di Libération, 5 ottobre «Se Eltsin merita di essere applaudito, non è perché si è assicurato la vittoria, ma perché ha avuto il coraggio di utilizzare infine la forza contro quanti non avevano mai nascosto il fastidio che le riforme democratiche, politiche e economiche, davano ai loro interessi personali», L Echo, Bruxelles, 5 ottobre «Sbarazzandosi dei suoi nemici, anche a costo di far scorrere un po di sangue, Boris Eltsin ristabilisce l ordine e offre ai russi una maggiore speranza di democrazia», Antoine Bosshard, Le Journal de Genève, 5 ottobre Vladimir Filonov Mosca, 2 ottobre 1993 Si issano barricate a Smolenskaya Ploščad sul Garden Ring di lavoratori» è ingannevole ma alcuni sperano che tutti possano trarne vantaggio. La crisi delle istituzioni si profila a partire dall aprile Eltsin firma allora un decreto che instaura un «regime speciale di governo», ma non lo pubblica. Tuttavia il Soviet supremo e la Corte costituzionale dichiarano «incostituzionale» il testo «segreto» del presidente. Quest ultimo decide di servirsi dell opinione pubblica organizzando un referendum in forma plebiscitaria. Ottiene la fiducia del 58% dei votanti, ma non le elezioni legislative anticipate nelle quali sperava. Al contempo, incontra per la prima volta William Clinton a Vancouver, da cui ottiene un credito di 1,6 miliardi di dollari e l appoggio del presidente statunitense nel conflitto che lo oppone al Parlamento. Le manifestazioni del 1 maggio assumono un carattere insurrezionale; tuttavia cinque giorni dopo annuncia l intenzione di far adottare una nuova Costituzione che porrà fine al regime parlamentare in vigore. Contemporaneamente, si sottrae a qualsiasi discussione con i deputati e prepara lo scontro. Appoggio indiscriminato di Stati uniti e banche Il 13 settembre, per rassicurare gli ambienti finanziari internazionali, Gajdar torna al governo. Il 21, con il decreto n. 1400, Eltsin scioglie il Parlamento. Tutti i soviet (consigli) regionali e locali subiscono la stessa sorte. «I preparativi dell operazione erano chiari, sostiene lo storico ed ex dissidente Michel Heller, all epoca vicino al presidente. In primo luogo, Eltsin telefonò a Clinton per avvisarlo che era in corso un evento non del tutto democratico. Clinton gli ha dato la sua benedizione (6)». Poi rende visita alla divisione Dzerjinski, squadra speciale del ministero dell interno... In reazione, il Soviet supremo e il suo presidente Khasbulatov, destituiscono Eltsin e nominano al suo posto il vicepresidente, divenuto maggior generale, Rutskoi. Il Cremlino replica accerchiando militarmente e bloccando la «Casa bianca», progressivamente privata di elettricità, di acqua e di riscaldamento. La Corte costituzionale chiede alle due parti di annullare le decisioni e di cercare un compromesso. La Chiesa ortodossa e le regioni, in maggioranza ostili al decreto n.1400, tentano di imporre una soluzione negoziata, come anche il dirigente socialdemocratico Oleg Rumiantsev. Invano. Eltsin ottiene il sostegno dell esercito e sceglie il bagno di sangue. Uno degli ispiratori del neoliberismo russo, l economista Illarionov, ha recentemente confermato il carattere deliberato dello scontro. Secondo lui, il Parlamento bombardato era «più democratico» rispetto al governo dell epoca (7). Sia Eltsin sia Rutskoi sono ostinati. Né l uno, né l altro avevano mostrato interesse verso la cultura del dialogo, fino ad allora sconosciuta nell Urss, introdotta da Gorbaciov. Ogni fazione era «fascista» agli occhi dell altra. Regnava (1) Le Monde, 2 maggio (2) Il ventesimo anniversario non è stato occasione di riflessioni, se si esclude la conferenza «Un ottobre dimenticato? La Russia nel 1993», promossa dal Centro francorusso di Mosca, novembre (3) Véronique Garros (dir.), Russie post-soviétique: la fatigue de l histoire?, Complexe, Bruxelles, (4) Leggere Régis Genté, «La Russia spiegata con i suoi riscaldamenti», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (5) Sulla condizione operaia al tempo dello «shock», cfr. Karine Clément, Les Ouvriers russes dans la tourmente du marché, Destruction d un groupe social et remobilisations collectives, Syllepse, Parigi, (6) Michel Heller, «Qui dirige la Russie?», Géopolitique, n. 43, Parigi, (7) Radio Free Europe - Radio Svoboda, Mosca, 29 settembre 2013.

13 un atmosfera cupa; più che a una battaglia per il futuro, si assisteva innegabilmente alle convulsioni di una «fine della storia». Se la popolazione non fosse stata tanto stanca e passiva, preoccupata soprattutto di non veder spargere altro sangue, sarebbe potuta scoppiare una guerra civile. Nonostante il crollo e grazie alla capacità di arrangiarsi, molti speravano anche di uscire indenni da questa «transizione dolorosa ma necessaria», di accedere a una «vita normale e civilizzata», o addirittura di arricchirsi, citando pensieri molto in voga all epoca. La distribuzione a «centocinquanta milioni di russi, compresi i bambini» di voucher per la privatizzazione con cui potevano acquistare le azioni di imprese contribuì a nutrire queste illusioni. Di fronte alle necessità del presente, la maggior parte dei beneficiari rivendette velocemente i propri voucher, riacquistati a prezzi irrisori dai direttori dei grandi gruppi industriali e finanziari o dalle associazioni criminali (8). «In definitiva, afferma l economista Alexander Nekipelov, gli individui coinvolti nel processo di privatizzazione non erano assolutamente in grado di prendere decisioni sensate. Invece, si impose con forza la parte puramente speculativa della privatizzazione popolare, a beneficio di alcuni rappresentanti». Le società più attrattive furono messe all asta alla vigilia della chiusura della privatizzazione (il 30 giugno 1994), le loro azioni deprezzate, e i gioielli dell industria ceduti per un pezzo di pane in virtù dell operazione «prestiti contro azioni». I veri vincitori furono i banchieri, unici a poter concedere crediti al governo in cambio del controllo delle compagnie petrolifere (9). Gli ispiratori occidentali dello «shock» erano in particolare l economista svedese Anders Aslund e lo statunitense Jeffrey Sachs. A partire dal 1987, i riformatori moscoviti beneficiarono inoltre dei buoni consigli di George Soros, «filantropo» e investitore, e degli esperti della banca Goldman Sachs, coinvolta in vaste attività speculative, nonché del francese Daniel Cohen. Un ruolo importante va anche riconosciuto alle fondazioni, principalmente statunitensi, ben inserite nei laboratori di ricerca e nella «società civile»: Carnegie, Ford, Rockefeller, Heritage, National Endowment for Democracy (Ned), ecc. L interventismo del governo Clinton fu fondamentale: «Alla fine del 1991, i consiglieri statunitensi non sono arrivati con un mandato del Fondo monetario internazionale, come si è detto spesso, ma nel quadro di un assistenza tecnica statunitense, finanziata dall Usaid [Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale] e operata dall Harvard Institute for International Developement, spiega un testimone diretto, l economista francese Jacques Sapir. Jeffrey Sachs ha partecipato a molte riunioni della squadra di Eltsin tra il 1991 e il 1993, rendendo conto della sua attività solo alle autorità statunitensi». Secondo Sapir, l integrazione della Russia nel gioco statunitense era un obiettivo strategico: «L appoggio indiscusso che l amministrazione Clinton offrì a Eltsin, dal suo colpo di mano contro il Parlamento nel 1993 alla sua dubbia rielezione nel 1996 (...) ne è la prova. Oggi si dimentica troppo spesso che anche lo scoppio della guerra in Cecenia, nel dicembre 1994, fu ampiamente sostenuto dal governo statunitense (10)». La Russia rappresentava una fonte di grandi profitti per la finanza internazionale. Esperti occidentali e liberisti russi agivano di concerto in attività di corruzione, di sottrazione di fondi e di riciclaggio (11). Inoltre, la «terapia» ebbe l effetto di smontare il complesso militar-industriale russo, riducendo così l influenza internazionale di una potenza che presto sarebbe diventata l ombra di se stessa. Il nuovo capo della diplomazia russa, Andrey Kozyrev, le imprimeva un orientamento allineato sugli Stati uniti; solo a partire dal 1996, il suo successore Evgenij Primakov ripristinò un equilibrio. La Russia tuttavia conservò la forza nucleare, ultimo baluardo della sua sovranità nell epoca di nuova espansione a Est dell Organizzazione del Trattato dell Atlantico del Nord (Nato) e della moltiplicazione degli interventi occidentali nei conflitti in Jugoslavia o in Medioriente. L appoggio entusiasta dell Occidente era ben calcolato. Bisogna ricordare che, all inizio degli Lotta ai vertici Marzo Mikhail Gorbaciov diventa segre- tario generale del Partito comunista dell Unione sovietica. Lancio della perestrojka e della glasnost. Novembre Crollo del muro di Berlino. Marzo Abrogazione del ruolo dirigente del partito, seguita dalla prima elezione libera del Congresso dei deputati del popolo russo, organo legislativo da cui proviene il Soviet supremo (Parlamento ristretto) della Repubblica socialista federativa sovietica russa (Rsfsr). 29 maggio. Boris Eltsin è eletto presidente del Soviet supremo della Rsfsr. 12 giugno. Il Congresso proclama la sovrani- tà della Rsfsr e il primato delle sue leggi su quelle dell Unione sovietica. 17 marzo Con un referendum, il 76% dei 1 novembre. Il Parlamento russo accorda a Elt- sin i poteri speciali per un anno. 8 dicembre. Scioglimento dell Unione sovietica. La Federazione russa diventa uno stato indipendente. 2 gennaio Avvio della «terapia shock» sotto la guida di Egor Gajdar. 25 aprile Il 58% dei votanti riconosce la fiducia al presidente Eltsin, attraverso un referendum. 21 settembre. Eltsin scioglie il Congresso. Quest ultimo lo destituisce a sua volta, sostituendolo con il vicepresidente Alexander Ruckoj. 3 ottobre. Manifestanti sostenitori dei parla- mentari occupano il municipio di Mosca. Viene decretato lo stato di emergenza. votanti approva il progetto di Gorbaciov per la «conservazione di un Unione rinnovata». 4 ottobre. L esercito prende d assalto la «Casa 12 giugno. Eletto a suffragio universale diretto, 12 dicembre. La Costituzione «presidenziale» Eltsin diventa il primo presidente della Rsfsr. 19 agosto. Tentativo di colpo di stato da parte di alti dirigenti conservatori sovietici. bianca», dove si sono barricati i deputati insorti. Vladimir Filonov Mosca, 2 ottobre 1993 Polizia antisommossa blocca la Smolenskaya Ploščad 13 Mosca, 2 ottobre 1993 Sit-in presso la Casa dei Soviet anni 1990, gli Stati uniti speravano che la Russia diventasse la locomotiva dell aloro penetrazione nel continente euro-asiatico. L Ucraina e la Georgia non erano ancora alleati privilegiati nella regione né il «contenimento» della Russia era una questione esplicitamente all ordine del giorno, nonostante si stesse già preparando il suo indebolimento nel Caucaso, lungo le vie del petrolio. Gajdar, principale ideatore dello «shock», ha esposto il suo punto di vista in un saggio pubblicato nel La sua analisi della crisi sovietica, al contempo magistrale e molto discutibile, si avvicina alle tesi sostenute da molto tempo dall ala modernista della burocrazia dirigente, promotrice della liquidazione del sistema sovietico. Obiettivo della nuova élite era la creazione di una classe di proprietari, in modo da scongiurare un «ritorno al socialismo». Le conseguenze dell «ottobre nero» non furono in ogni caso positivi per i liberisti. Dopo il risultato negativo riportato alle elezioni legislative del dicembre 1993, i loro capofila Gajdar e Boris Fyodorov, non ottennero incarichi nel governo formato nel gennaio L esperienza si chiuse con il crack dell agosto 1998, che decretò il fallimento delle idee neoliberiste e delle formazioni politiche eltsiniane. Le privatizzazioni hanno gelato le speranze della perestrojka T ra l elezione di Eltsin alla presidenza, nel giugno 1991, e la crisi finanziaria del 1998, il prodotto interno lordo è crollato di quasi il 50%; gli investimenti, del 90%. La produzione industriale invece è scesa al 47,3% dei livelli nel 1990; quella dell agricoltura al 58,1%. Tra il 1988 e il 1994, la speranza di vita degli uomini è scesa da 64,8 anni a 57,3. Nonostante il saldo migratorio positivo, la Russia ha perso sei milioni di abitanti dal 1991 (12). La rivista medica The Lancet, confrontando nel 2009 i diversi paesi usciti dall esperienza comunista, stabiliva una correlazione tra le privatizzazioni massicce, la disoccupazione e il forte aumento del tasso di mortalità in Russia (13). Nel 1998, l economista Tatiana Zaslavskaia, ispiratrice della perestrojka, misurava i catastrofici effetti sociali delle riforme attuate tra il 1992 e il 1998: tra il 6 e il 10% della popolazione si era accaparrato il 50% dei redditi e tra il 70 e l 80% delle ricchezze del paese, mentre molte famiglie pativano la fame (14). Il sistema politico attuale è stato costruito nel Dopo ottobre, la Russia si ritrova con un regime presidenziale, un Parlamento fantoccio, partiti anemici, elezioni regolarmente contestate, una burocrazia centralizzata ancora pesante e soffocante per non parlare delle due guerre cecene e delle violazioni ai diritti dell uomo. Gli spazi mediatici di libertà si sono costantemente ridotti, a eccezione di internet. Le numerose iniziative civiche sorte alla fine degli anni 1980, soprattutto nelle grandi città, che avevano prodotto movimenti operai, intellettuali, ecologisti davvero indipendenti dal potere, sono state letteralmente annientate. Una «società civile» artificiale, composta da organizzazioni non governative, ne ha preso il posto con il sostegno finanziario degli oligarchi e delle fondazioni statunitensi. Il movimento realmente democratico nato con la perestrojka è stato stroncato nell ottobre 1993, per sfociare in una contro-rivoluzione. Gli ideali di autogestione socialista, di ecologia, di umanesimo sono finiti nel dimenticatoio tra le utopie superate. Per quasi un decennio, la maggioranza dei russi è stata assorbita dall obbligo di trovare strategie di sopravvivenza. Affacciatisi appena alla vita politica e all occidente, ne sono stati profondamente disgustati. Questo contribuisce a spiegare la duratura popolarità di Vladimir Putin per una popolazione tornata a essere fatalista sul funzionamento del potere, e che auspica il ritorno dello Stato per uscire dal caos. JEAN-MARIE CHAUVIER (8) Gilles Favarel-Garrigues, La Police des mœurs économiques de l Urss à la Russie, Editions du Cnrs, Parigi, (9) Alexandre Nekipelov, in Jacques Sapir (a cura di), La Transition russe, vingt ans après, Editions des Syrtes, Parigi, (10) Jacques Sapir, Le Nouveau XXIe Siècle. Du siècle «américain» au retour des nations, Seuil, Parigi, (11) Jacques Sapir, Les Ėconomistes contre la démocratie. Pouvoir, mondialisation et démocratie, Albin Michel, Parigi, (12) Lire Philippe Descamps, «La Russia si sta spopolando», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (13) David Stuckler, Lawrence King e Martin McKee, «Mass privatisation and the post-communist mortality crisis: A crossnational analysis», The Lancet, Oxford, vol. 373, n. 9661, Londra, 31 gennaio Si legga anche l articolo di pagina 3. (14) Cfr. «Kuda idiot Rossia?» («Dove va la Russia?»), Symposium international 1999, Logos, Scuola superiore di scienze sociali ed economiche di Mosca, (Traduzione di A.C.) Pubblica annunci, necrologi, liete novelle su il manifesto vai https://aiuto.ilmanifesto.info/annunci Compila il modulo seguendo le indicazioni, paga con qualsiasi carta di credito 50 euro (80 con un immagine), premi «invia» e il tuo annuncio sarà in edicola con il manifesto nella prima edizione disponibile. viene adottata dopo una vittoria di misura a un referendum. Successo relativo delle opposizioni nazionalista e comunista alle legislative, ma Eltsin continua a governare con un Parlamento dai poteri limitati. Vladimir Filonov Le Monde diplomatique il manifesto ottobre 2014

14 14 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto Dopo l Ira e l Eta il Flnc Corsica, addio alle armi? Il 24 giugno, il Fronte di liberazione nazionale corso (Flnc) annunciava la decisione unilaterale di avviare un processo di smilitarizzazione e una progressiva normalizzazione. Dopo lo smantellamento dei movimenti irlandese e basco, questo annuncio segna la fine della lotta armata in Europa occidentale. Ma per Pierre Poggioli, responsabile clandestino negli anni 1980, le soluzioni politiche restano molto incerte. di Pierre Poggioli * L Esercito repubblicano irlandese (Ira), Euskadi ta Askatasuna (Eta) e il Fronte di liberazione nazionale corso (Flnc) sono sopravvissuti di parecchi decenni ad altre organizzazioni clandestine emanazione di «nazioni senza Stato», in Bretagna, nelle Antille francesi, in Catalogna, nel Galles o in Scozia Sono anche sopravvissute a numerosi gruppi di lotta armata di estrema sinistra che hanno segnato l Europa negli anni : Frazione armata rossa in Germania, Brigate rosse in Italia, Azione diretta in Francia, Organizzazione rivoluzionaria 17 novembre in Grecia, solo per citare i più famosi. In Euskadi, il Partito nazionalista basco (Eaj/Pnv) viene fondato nel luglio Durante la seconda repubblica spagnola, lo status di Guernica adottato nel 1936 accorda una vera «autorità» alla regione, che diventa uno Stato quasi indipendente. Ma la dittatura franchista sopprime questo statuto e costringe il governo basco all esilio. Nel dicembre del 1958, giovani oppositori ai conservatori del Pnv creano l Eta, e assestano duri colpi al regime franchista. In seguito, l organizzazione trova un ricambio politico con Herri Batasuna, che vede la luce nel 1978 e conterà numerosi eletti locali prima della sua dissoluzione nel In un contesto di esodo rurale e di desertificazione, militanti dell Azione regionalista corsa (Arc), fondata nel 1967 dai fratelli Edmond e Max Simeoni, occupano il 21 agosto 1975 a Aléria la cantina di un importante viticoltore rimpatriato dall Algeria, al centro di un grosso scandalo agrario. Le forze dell ordine intervengono numerose; due gendarmi vengono uccisi. Una settimana dopo, l Arc è sciolta e a Bastia si verificano scontri sanguinosi. In reazione a questi avvenimenti, il 5 maggio 1976 viene fondato il Flnc, (2). Organizzazioni clandestine il Front paysan de libération de la Corse (Fronte contadino di liberazione della Corsica, Fplc) e Ghjustizia paolina lo avevano preceduto all inizio degli anni 1970, ma avevano solo un ruolo marginale nella contestazione corsa, dominata dagli autonomisti dell Arc, sostituita dopo la sua dissoluzione dall Associazione patrioti corsi (Apc), poi dall Unione del popolo corso (Upc). Sin dagli inizi, la lotta per la difesa della cultura corsa e per l autodeterminazione sostenuta dal Flnc è rimasta di un intensità molto minore rispetto a quella condotta dall Ira e l Eta. * Dirigente storico del Fronte di liberazione nazionale corso (Flnc), ex eletto all Assemblea di Corsica ( ). Dottore in scienze politiche. Ultima opera pubblicata: Corse: entre neo-clanisme et mafia?, Fiara Editions, Carbuccia, Lotte asimmetriche La continuità di questi tre movimenti armati in lotta contro gli Stati britannico, spagnolo e francese si spiega innanzitutto con il loro ancoraggio nei territori interessati. Non hanno potuto sradicarli né la repressione né gli scioglimenti decisi dagli Stati. Malgrado la stigmatizzazione della scelta delle armi, queste organizzazioni clandestine non sono state vissute come terroriste dai corpi sociali nei quali hanno avuto origine. Strettamente affiancate a formazioni pubbliche o «rami politici», vantano il successo di storiche rivendicazioni, malgrado errori o derive. La lotta ha dato loro una forte visibilità, costringendo gli Stati a tentativi diversi di soluzioni negoziate, alternati a lunghe ondate punitive. Tuttavia, malgrado i loro numerosi punti in comune e i loro scambi regolari, queste organizzazioni avevano progetti politici differenti. La loro storia e la rinuncia alla clandestinità devono essere ricollocate nella particolarità dei rispettivi contesti. Prima delle tre organizzazioni a decretare l abbandono delle armi, l Ira è nata nel 1919, nel contesto della guerra d indipendenza ( ), ed è emanazione del Sinn Féin, movimento politico creato nel Divisa durante la guerra civile irlandese ( ) (1), concentra in seguito le proprie azioni contro gli interessi britannici, principalmente in Irlanda del Nord. Alla fine degli anni 1960, i cattolici, in minoranza nel Nord, reclamano l uguaglianza dei diritti civili con i protestanti. La repressione brutale da parte delle forze britanniche al tempo delle marce pacifiche per l uguaglianza provoca il ritorno alla lotta armata. Il movimento clandestino ha sempre evitato le ondate di attentati omicidi. Si è limitato ad azioni molto precise e puntuali, prendendo di mira essenzialmente edifici e servizi dello Stato, o costruzioni che sfiguravano il litorale (3). Non si trovava, è vero, nella stessasituazione dei baschi che affrontavano il franchismo e le sue propaggini, o in quella degli irlandesi alle prese con una situazione di guerra. Al di là dei contesti locali, le prime evoluzioni verso i processi di pace dipendono dalla situazione internazionale. In Irlanda, di dove è originaria una potente diaspora insediata negli Stati uniti, la diplomazia statunitense si è impegnata per rafforzare il processo di smilitarizzazione del conflitto, avviato nel 1994 un primo cessate il fuoco aveva permesso l apertura di negoziati, poi gli accordi del Venerdì santo, conclusi il 10 aprile 1998, in un periodo di forte crescita economica nel sud dell isola, presentata allora come la «Tigre celtica». Il 28 luglio 2005, l Ira ordina a tutti i Ajaccio, corsica, maggio 2010 Il Fnlc annuncia che deporrà le armi suoi militanti di deporre le armi. Chiede loro di lottare, per vie democratiche, per la riunificazione dell isola e la fine della tutela britannica. Il 26 settembre 2005, il capo della commissione per il disarmo, il generale canadese John de Chastelain, annuncia che l arsenale dell Ira è stato completamente smantellato. Nei Paesi baschi, l Eta è stata considerevolmente indebolita dalla situazione politica derivata dal post franchismo e dalla forza della repressione, a volte del tutto illegale (4), che è aumentata dopo gli attentati islamici di Madrid nel marzo Le campagne di attentati che hanno provocato la morte di civili, così come l assassinio di personalità vicine al Pnv favorevoli alla pace o di giornalisti, hanno offuscato la sua lotta. Tenendo conto della crescente influenza di un discorso favorevole alla pace, l Eta annuncia il 20 ottobre 2011 la «cessazione definitiva dell attività armata». Questa decisione deriva da un «impegno chiaro, fermo e definitivo», dopo numerose tregue di diversa natura. Il 21 febbraio 2013, la commissione internazionale di verifica del cessate il fuoco (non riconosciuta dal governo spagnolo) conferma l inizio del suo disarmo. Infine, il 20 luglio 2014, l Eta annuncia che ha completato lo «smantellamento delle strutture logistiche e operative legate alla condotta della lotta armata». Il Flnc era anche molto indebolito da forti critiche. Le lacerazioni mortali degli anni 1990 tra movimenti clandestini (quasi una ventina di militanti assassinati) hanno lasciato tracce, come certe derive affariste legate alla pratica della tassa rivoluzionaria. L assassinio del prefetto Claude Erignac, il 6 febbraio 1998, non può iscriversi in una strategia di movimenti clandestini, ma rafforza il campo dei sostenitori di una riflessione sui limiti dell azione armata. Il sostegno della popolazione e dei giovani si riduce. La situazione giova ai nazionalisti detti «moderati». Dopo il processo di pace in Irlanda, Bandiera corsa concluso con l accordo di Saint Andrews (Scozia), firmato il 13 ottobre 2006, lo Sinn Féin governa a Belfast con il Partito unionista democratico (Dup, protestante). Alle ultime elezioni europee è avanzato ulteriormente, anche nel Sud. La demografia dinamica della comunità cattolica gli lascia la speranza di realizzare presto o tardi il suo sogno di riunificazione. Nei Paesi baschi, l addio alle armi deriva da un processo unilaterale avviato dalla sinistra indipendentista. Non c è stato nessun accordo preliminare con i governi spagnolo o francese, anche se emissari spagnoli hanno proseguito negoziati discreti a Oslo, prima di interromperli brutalmente. L Eta rifiuta ancora di sciogliersi se alcune sue rivendicazioni non saranno soddisfatte: riavvicinamento dei prigionieri politici dispersi nelle prigioni spagnole e francesi, trattamento prioritario dei detenuti malati e della questione dei rifugiati baschi. Sulla scena politica pubblica, gli indipendentisti in maggioranza collocati a sinistra progrediscono notevolmente, rivaleggiando con gli autonomisti del Pnv al potere. Il movimento basco, quali All assemblea di Corsica, la corrente moderata, che rifiuta l impiego della violenza, diventa maggioranza, come non era negli anni 1980 e Si è persino rafforzata alle municipali del 2014, in particolare a Bastia, dove Gilles Simeoni, figlio di Edmond Simeoni, è diventato sindaco con il sostegno dei dissidenti di sinistra e di destra. La coalizione Femu a Corsica di Jean-Christophe Angelini e Gilles Simeoni destabilizza l ala radicale, che teme di ritrovarsi emarginata nel momento chiave per l evoluzione istituzionale dell isola. La quale tuttavia è ben lungi dall essere realizzata, con il governo che non sembra pronto a ratificare le decisioni dell Assemblea di Corsica. In visita nell isola il 12 giugno scorso, il ministro dell interno, Bernard Cazeneuve, ha chiuso la porta alle rivendicazioni più simboliche; a luglio la ministra del decentramento, Marylise Lebranchu è stata più moderata. L addio alle armi del Flnc, due settimane dopo queste dichiarazioni ministeriali, ha sorpreso numerosi osservatori, anche se la violenza politica sembrava già arrivata a fine ciclo. Nulla lascia pensare che faccia seguito a negoziati o che farà evolvere le posizioni del governo. La liberazione dei militanti detenuti e la cessazione dei procedimenti giudiziari non sembrano all ordine del giorno. Siamo ben distanti dalla situazione dell Irlanda, dove tutta la classe politica britannica ha accompagnato il processo di pace e permesso di liberare i detenuti di allora, con l incarico per questi ultimi di convincere l Ira ad abbandonare le armi. Se la risposta si limitasse a briciole di potere, il futuro potrebbe essere più cupo di quanto non pensino alcuni, ingenui o cinici. Soldati smarriti o una Una pace degli inganni? che siano le tendenze al suo interno, ritiene superato lo status autonomista attuale e rivendica il diritto all autodeterminazione. In Corsica, la recente decisione del Flnc di deporre le armi «senza pregiudiziali né equivoci» non ha apparentemente suscitato dibattiti in seno alla tendenza nazionalista. Non è neanche arrivata dopo un vero processo politico negoziale come nel 1981 con il primo statuto dell isola o nel 1989 con le discussioni dello statuto Joxe, né dopo un riavvicinamento dei militanti detenuti nell Esagono. Testimoniano una notevole evoluzione solo i recenti voti dell Assemblea nazionale di Corsica a favore dell iscrizione della Corsica nella Costituzione francese per un maggiore decentramento, della couffucialità della lingua corsa, dello status di residente permanente destinato a limitare la proliferazione delle residenze secondarie (5) e di un regime fiscale specifico. Rivendicazioni sostenute ormai da una maggioranza di eletti di tutte le tendenze, al di là della rappresentanza nazionalista, che conta quattordici eletti su cinquantuno. gioventù testimone dell agonia della cultura corsa rischiano di perdersi in posizioni identitarie confuse o in una marginalità che rafforza l influenza sempre più pregnante della grande delinquenza. Infatti si sta assistendo alla nascita di una criminalità organizzata, che evolve verso un nuovo tipo di mafia, diverso dai modelli italiani e inedito nell isola. Il suo sviluppo è indissociabile dal sistema politico insulare, segnato dal clanismo, e dalle strategie di uno Stato che concentra la repressione sui nazionalisti, lasciando che i gruppi criminali si ricostituiscano. Malgrado gli errori, la lotta armata aveva contribuito a contenere le forze mafiose. Oggi la Corsica langue fra rinunce e fatalismo. Il flagello della mafia mina tutti i meccanismi della società, arrivando alla fine a reggere i rapporti sociali, economici e politici. Si susseguono intimidazioni di ogni genere, pressioni, controlli continui della vita economica, omicidi: l ingranaggio minaccia di diventare irresistibile. (1) Il trattato anglo-irlandese di Londra, firmato il 6 dicembre 1921, fissa la partizione dell Irlanda in due entità distinte. Questa situazione sfocia in una guerra civile. (2) Cfr. Edmond Simeoni, La Piège d Aléria, Jean-Claude Lattès, Parigi, (3) Nota della redazione. Secondo l Agenzia France-Presse, dal 1976 sono stati rivendicati attentati. (4) Guidati dai servizi segreti spagnoli, i Gruppi antiterroristi di liberazione (Gal), rapiscono, torturano e uccidono ventisetti militanti dell Eta tra il 1983 e il (5) Che rappresentano più di una proprietà su due sulla costa. In caso di validazione istituzionale di questo statuto, i candidati all acquisto di un bene immobiliare sull isola dovranno dimostrare che vi risiedono da cinque anni. (Traduzione di Em. Pe.)

15 Successo degli euroscettici in Gran Bretagna Rabbia sociale e voto a destra Le Monde diplomatique il manifesto ottobre continua dalla prima pagina dei lavoratori e dallo smantellamento dello stato sociale, sullo sfondo di una massiccia deindustrializzazione. La sinistra e i sindacati vedono allora in Bruxelles la loro unica speranza di imbastire una legislazione progressista in grado di proteggere le comunità operaie devastate. Per la Dama di ferro e quelli della sua parte, al contrario, il progetto europeo rappresenta ormai una crescente minaccia, che rischia di frenare il loro slancio. Quando la Commissione europea propone una carta destinata a garantire la protezione dei sindacati, l uguaglianza dei sessi e le norme di salute e di sicurezza, la Thatcher denuncia una «carta socialista». «Non siamo riusciti a far arretrare le frontiere dello Stato per farcele imporre di nuovo a livello europeo da una potenza sovranazionale che esercita il suo dominio da Bruxelles», dichiara a Bruges il 20 settembre Si apre una faglia nel cuore della destra britannica: da una parte, quelli che sostengono la partecipazione alla Cee; dall altra gli euroscettici, che esigono una significativa rinegoziazione o un uscita pura e semplice. Primo ministro negli anni 1990, il conservatore John Major deve confrontarsi con una crescente dissidenza interna, animata dagli oppositori al trattato di Maastricht e alle istituzioni europee. Ed è rapidamente sopraffatto da quest ondata di contestazione, che contribuisce alla disfatta dei Tories nel 1997 di fronte a un Partito laburista allora risolutamente europeista. Cosciente del fatto che l ossessione dei conservatori per l Europa si è ritorta contro di loro, facendoli apparire come lontani dalla preoccupazioni quotidiane, il conservatore David Cameron cambia strategia. Quando assume la leadership del partito nel 2005, promette un processo di modernizzazione e abbandona questa fissazione anti-europea, in favore di un conservatorismo meno aggressivo, più comprensivo, insomma «depurato» (3). Risultato: alle elezioni del 2010 la popolarità del partito conservatore guidato da Cameron raggiunge l apice. Una rottura.. Non c è un programma coerente a sinistra Ma come è riuscito l Ukip sfrenato sostenitore dell uscita dall Unione ad assurgere al rango di forza politica maggiore, scatenando brividi di terrore nella classe politica? Secondo i sondaggi, l Europa interessa abbastanza poco il britannico medio. Ancora più allarmante il fatto che numerosi studi suggeriscano che Bruxelles non rientra fra le tre principali preoccupazioni politiche dei tre quarti degli elettori dell Ukip. La formazione di Farage si vanta di rappresentare l «armata del popolo», di difendere i piccoli di fronte ai potenti. Tuttavia, questo signore ha studiato presso una prestigiosa scuola privata (Dulwich College) prima di diventare mediatore in materie prime nella City. Si potrebbe paragonare l Ukip al poujadismo, se non fosse che il partito britannico non fa appello alla piccola borghesia, che costituiva l elettorato principale del movimento francese degli anni Tuttavia, come mostrano gli studi dell istituto YouGov, l elettorato dell ex trader camuffato da uomo del popolo, è il più popolare tra i quattro principali partiti politici del paese. Un abisso politico separa quindi il partito dal suo elettorato. Il primo ama definirsi libertario e sostiene uno sfrenato neoliberalismo. In passato, l Ukip ha accarezzato l idea di una flat tax, un imposta a tasso unico che metterebbe la cassiera del supermercato e il miliardario in un unica fascia di imposizione. Tornato sulle sue posizioni, il partito promette sempre di limare il tasso marginale (che si applica sui redditi più alti). L Ukip vorrebbe eliminare due milioni di posti di lavoro nel settore pubblico, ridurre i contributi dei datori di lavoro (ovvero un agevolazione fiscale di 50 miliardi di euro offerta al padronato) e privatizzare il sistema sanitario pubblico. Tutt altre aspirazioni animano gli elettori del partito: circa otto su dieci sarebbero favorevoli alla rinazionalizzazione dell industria energetica, dominata da sei società impopolari che, Londra, marzo 2014 Save the Children ha avvertito che il taglio della spesa sociale spingerà bambini in condizioni di povertà nel corso dei prossimi quattro anni nonostante profitti record, non esitano a rincarare regolarmente le fatture dei propri clienti. I tre quarti sostengono la rinazionalizzazione di un sistema ferroviario frammentato, costoso e pericoloso. I due terzi aspettano un aumento del reddito minimo e l abolizione dei contratti chiamati a «zero ore», che non garantiscono ai salariati alcuna ora di lavoro, privandoli in questo modo dei diritti fondamentali. La metà, per finire, sarebbe favorevole al contenimento degli affitti (4). Ma l Ukip approfitta di altri fattori, e in primo luogo della questione mi- Londra, giugno 2014 Sostenitore dell'ukip gratoria, divenuta sempre più sensibile negli ultimi anni. In occasione delle elezioni europee del 2009, circa un milione di elettori (su un totale di quindici) ha votato per il British National Party (Bnp), un partito neofascista (dal quale Farage prende le distanze, come ha rifiutato di allearsi alla formazione di Marine Le Pen al Parlamento europeo). Questa ostilità non si limita solo all estrema destra. Secondo i sondaggi, tre quarti dei britannici vorrebbero limitare l immigrazione: un tema ricorrente nelle parole degli intervistati sui temi principali della campagna del L aggravarsi dell insicurezza economica e sociale spiega in gran parte questo fenomeno. In Gran Bretagna, il declino della qualità di vita precede ampiamente il crollo di Lehman Brothers e la crisi del Dal 2004, la remunerazione della metà dei salariati meno retribuiti ha iniziato a stagnare, quella del 30% dei più sfavoriti, a precipitare. Ma le imprese all epoca esibivano profitti cospicui. Questa evoluzione trova le sue origini nella debolezza dei sindacati, in una globalizzazione che favorisce la corsa al ribasso salariale e in un salario minimo troppo fragile (5). Parallelamente, sta scomparendo tutta una serie di impieghi stabili a retribuzione media, creando una società a clessidra: in alto, liberi professionisti ben retribuiti; in basso un settore di servizi crescente caratterizzato di impieghi mal pagati e precari. Inoltre il paese è stato colpito dalla crisi degli alloggi. I governi successivi non hanno rimpiazzato gli alloggi sociali che sono stati messi in vendita negli anni 1980, lasciando milioni di richiedenti in lista d attesa. Mentre la collera popolare non trova né risposte né articolazione politica a Ma in vista delle prossime elezioni generali (previste per il 2015), il panico invade il campo conservatore. Che porzione del loro elettorato riuscirà a rosicchiare l Ukip, favorendo di fatto la candidatura del laburista Edward Miliband? Circa un quinto degli elettori che hanno votato tory nel 2010 si è spostato verso l Ukip. Farage avrebbe convinto anche un elettore laburista su dieci. Per molti britannici, lo scandalo delle note spese (che ha rivelato nel 2009 l utilizzo abusivo di fondi pubblici per spese personali da parte di deputati dei due campi) illustra la lontananza dei «professionisti della politica». Desiderosi di resistere all ondata Ukip, alcuni dirigenti politici tentano diverse incursioni sul suo territorio. Nel gennaio 2013, Cameron ha promesso di organizzare un referendum sulla partecipazione del Regno unito all Unione europea se i conservatori dovessero vincere le prossime elezioni. L anno scorso, il governo ha inviato nei quartieri popolari dei camion tappezzati di manifesti che invitavano gli immigrati a «tornarsene a casa». Da allora, laburisti e conservatori rivaleggiano in immaginazione per mettere a punto nuove idee per mostrare la loro determinazione a lottare contro l immigrazione. Questa attitudine all emulazione naturalmente gioca a favore di Farage, capace di mantenere il dibattito politico su un terreno che gli è familiare. Gli «esperti» promettevano che la bolla Ukip si sarebbe sgonfiata dopo le elezioni europee: si sono sbagliati. Illustrando l insolente salute politica del partito, il deputato conservatore Douglas Carswell ha sorpreso tutti raggiungendo i ranghi del partito di Farage nell agosto 2014, dando luogo a sinistra, l immigrazione emerge come tematica unificatrice. Stigmatizzati dai tabloid e dai dirigenti politici, gli immigrati rappresentano dei comodi capri espiatori per spiegare il crollo dei salari, la precarietà del lavoro e la crisi degli alloggi. E poco importa se le regioni più toccate dalla disoccupazione giovanile Hartlepool, Middlesborough, Knowsley, Blackpool o Hull presentano tassi di immigrazione piuttosto bassi. Paradossalmente, è nei luoghi dove l immigrazione risulta più debole che il rifiuto degli stranieri si manifesta in modo più virulento. Alle elezioni europee del 2014, l Ukip ha ottenuto risultati limitati in metropoli come Londra e Liverpool, dove l interazione quotidiana tra immigrati e «britannici doc» ha permesso di attenuare le cose. Europa e immigrazione sono diventate due questioni inestricabilmente legate. Per l Ukip, l apertura delle frontiere imposta da Bruxelles porta a un affluenza di manodopera a buon mercato, proveniente in particolare dall Europa dell Est. «Ventisei milioni di persone in Europa cercano impiego. A chi prenderanno il lavoro?» minacciava un manifesto dell Ukip durante la campagna europea Una mano gigante indicava il lettore, mentre a destra un messaggio esortava i britannici a «riprendere il controllo del [loro] paese». Sulla stessa linea, Farage ha moltiplicato le provocazioni, sostenendo che i londinesi sono spaventati all idea che famiglie romene si installino sul loro stesso pianerottolo. Il buon senso vorrebbe che l Ukip non abbia reali possibilità di arrivare al potere. Lo scrutinio uninominale a turno unico ostacola notevolmente i piccoli partiti che cercano di ritagliarsi un posto nel paesaggio politico dominante. Il Regno unito è diviso in 650 circoscrizioni elettorali, in ciascuna delle quali al candidato serve solo una maggioranza relativa per essere eletto. Ora, i simpatizzanti di un partito come l Ukip sono disseminati. Potrebbe raccogliere il 20% dei consensi alle elezioni legislative senza ottenere più di due o tre seggi in Parlamento. Le debolezze della sinistra una elezione parziale lungi dall essere già vinta dai conservatori. Ma l ascesa dell Ukip rivela anche le debolezze della sinistra. In Scozia, il fascino del partito euroscettico si è rivelato più limitato (6): la collera sociale legata all insicurezza economica e sociale si è espressa attraverso l emergere di un movimento favorevole all indipendenza del paese, che ha ottenuto il 44,7% dei consensi al referendum del 18 settembre scorso. In Inghilterra, Miliband non è stato in grado di presentare un programma coerente di rottura con l austerità né di convincere le classi popolari che costituiscono la base del suo elettorato tradizionale. Nemmeno gli altri partiti di sinistra hanno aperto brecce significative o sono riusciti a far emergere dirigenti capaci di ridare speranza ai disillusi. Mentre i laburisti britannici conoscono il più grave declino della loro storia dal 1870, le inquietudini economiche e sociali, di cui Farage ha fatto il proprio cavallo di battaglia, non sono pronte a dileguarsi. L Ukip potrebbe quindi continuare a prosperare... sempre preoccupandosi di elaborare misure che contribuiranno a rimpinguare il portafoglio dei britannici più abbienti. Owen Jones (3) Si veda Renaud Lambert, «Marchio Tory in salsa pop?», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (4) Studi YouGov dell 8 agosto 2013, del 28 ottobre 2013 e del 12 gennaio 2004, Londra. (5) Il salario orario minimo è fissato oggi a 6,91 sterline 8,78 euro per le persone a partire dai 21 anni di età. (6) In occasione delle elezioni europee del maggio 2014, l Ukip è arrivato quarto con il 10,4% dei consensi. (Traduzione di F.F.)

16 16 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto il peso delle chiese Gli evangelici continua dalla prima pagina ci ha mentito, prendendosi gioco della speranza di milioni di persone, lei non merita la fiducia del popolo brasiliano», denuncia a quel punto Wyllys il quale, pur sostenendo un altra candidata nella corsa delle presidenziali, aveva apprezzato il programma di Silva. Troppo vicina agli evangelisti, quest ultima? Di fatto, tutti i candidati a cominciare da Dilma Rousseff, la presidente uscente hanno fatto «comizi evangelisti» per tentare di attrarre milioni di voti che sembrano in continua crescita. In effetti è in corso una rivoluzione. Nel 1970, secondo l Istituto brasiliano di geografia e statistica (Ibge) il 92% della popolazione si dichiarava cattolico; nel 2010 era solo più il 64,6%. Un crollo. «È un caso unico il Brasile: l unico grande paese a conoscere una mutazione profonda del paesaggio religioso in un lasso di tempo così rapido», fa notare José Eustáquio Alves, demografo alla Scuola nazionale di scienze statistiche (Ence) di Rio de Janeiro. All origine del fenomeno, l espansione delle chiese evangeliche guidata da pentecostali e neo-pentecostali, mentre i protestanti tradizionali (luterani, battisti e metodisti) rimangono stabili. La proporzione degli adepti sul totale della popolazione è passata dal 5 al 22% in 40 anni. Con 123 milioni di fedeli, il Brasile resta il primo paese cattolico del mondo. «Ma non ancora per molto», sostiene Eustáquio Alves; ha calcolato che nel 2030 i due gruppi dovrebbero essere testa a testa. Il paesaggio urbano offre l esempio migliore di questa trasformazione. A Rio de Jaineiro, piazza Cinelândia, sulla quale si affacciano il teatro municipale e la Biblioteca nazionale, deve il nome ai cinema nati agli inizi del XX secolo. Sono spariti tutti. Al posto delle locandine che un tempo esaltavano Marlon Brando o Cary Grant, fioriscono preghiere a Gesù illuminate al neon e i nomi delle cappelle: Chiesa universale, Dio è amore, Chiesa mondiale del Regno di Dio Al centro di tutte le metropoli, il quadro è sempre lo stesso. Nelle periferie, è il contrario: spuntano come funghi le piccole sale, magari fra un bar e un garage. Per secoli, la geografia degli aggregati urbani in America latina è stata caratterizzata da una piazza centrale con il municipio e la chiesa. Ma la crescita prepotente delle città, alimentata dal massiccio inurbamento, ha mandato all aria questo assetto. Le chiese evangeliste hanno saputo adattarsi al cambiamento una flessibilità «di cui i cattolici si sono dimostrati incapaci», sottolinea Coesar Romero Jacob, professore di scienze politiche alla Pontificia università cattolica di Rio de Janeiro. Si può constatare lo stesso in Amazzonia, lungo la frontiera agricola in espansione, un vero Far West. Il geografo francese Hervé Théry, specialista dei fronti pionieri brasiliani, docente all università di São Paulo, testimonia il processo di insediamento: «Ogni volta che arrivo in un luogo appena occupato, vedo tre baracche di assi, una farmacia e un tempio, dunque quanto serve a curare il corpo e al conforto morale, una necessità in queste regioni difficili», racconta. Il ricercatore ritrova lo stesso concetto nelle periferie delle grandi città, oceani di mattoni abbandonati dallo Stato. «Le chiese evangeliche offrono una forma di aiuto sociale, svaghi e un ascolto vero, mentre la Chiesa cattolica ha praticamente smesso di farlo. Ecco una delle chiavi del loro successo», prosegue. Un tempio riservato ai surfisti Mentre, nel centro della «città meravigliosa», oltre il 75% degli abitanti si dice cattolico, la proporzione scende al 30% nella periferia. A Rio de Janeiro, «all origine di questi cambiamenti c è più la segregazione della povertà», riassume Romero Jacob. Là, lo sviluppo è orchestrato dal caos. Insalubri le abitazioni costruite senza autorizzazione, lontani i luoghi di cura, inesistenti le infrastrutture igienico-sanitarie. I trasporti sono nelle mani di una mafia legata ai responsabili locali. La sicurezza dipende dai narcotrafficanti o da milizie reclutate fra ex membri delle forze dell ordine. E ci si annoia a morte. A Quei Mados, nella periferia di Rio, Elaine Souza, 32 anni, non ha alcuna attività da proporre alla figlia adolescente. Battezzata come cattolica, è uno dei tanti convertiti nell ultimo decennio. Lavora come addetta alle pulizie e passa cinque ore al giorno sui mezzi pubblici per andare al lavoro a Copacabana. Così può vedere la spiaggia, «un posto dove molti del mio quartiere non hanno mai messo piede». Vicino a casa non ha una biblioteca municipale né una piazza «e nemmeno una panetteria», precisa. Ci sono solo due piccoli bar dove gli uomini ingoiano le paghe a sorsate di cachaça, il liquore nazionale. Per Elaine Souza, il vicino tempio evangelico non è solo un luogo di accoglienza in caso di difficoltà, è anche uno spazio di svago. Vi si preparano spettacoli per la festa della mamma e per Natale, si cucina insieme, ci si incoraggia a riprendere gli studi, interrotti alle elementari. Impegnando la figlia in quel contesto, spera anche di risparmiarle lo scenario classico delle periferie: una gravidanza precoce o un infatuazione per qualche capetto del narcotraffico, e la scuola lasciata troppo presto. L affluenza al tempio testimonia l attrazione che il culto esercita. Si è lontani dalle messe dispensate da preti cattolici che in genere non risiedono nelle comunità. Durante gli atti di culto evangelico si canta insieme, e si ascoltano testimonianze che fungono da catarsi collettiva. E ciascuno ne trae beneficio. Mentre il Vaticano diffonde un unico messaggio, trasmesso da preti formati per lunghi anni sulla base di criteri di reclutamento che escludono le donne ed esigono il celibato, nel campo pentecostale prevale la flessibilità. Tutti possono diventare pastori: basta possedere un certo carisma, aver studiato un po di teologia (per molte chiese tre mesi bastano) ed essere stati «chiamati da Dio». Le chiese grandi, come l Assembla di Dio, prevedono alcuni controlli. Ma il pastore che vuole prescinderne può creare il proprio tempio e rivolgersi a un gruppo sociale con un messaggio fatto su misura. Alcuni predicano l austerità, altri l arricchimento. Sono nati perfino il tempio Palla di neve, destinato ai surfisti, e la Chiesa degli atei del Cristo, che raduna gli appassionati di calcio. «È un fenomeno di segmentazione che segue regole di marketing», analizza Mario Schweriner, specialista dei rapporti fra religioni ed economia alla Escola superior de Propaganda e Marketing (Espm) di São Paulo. In una società segnata dalle disuguaglianze, l appello allo statu quo della gerarchia cattolica che ha represso i fedeli i quali, nell ambito della teologia della liberazione, ragionavano in termini di lotta di classe fatica sempre di più a imporsi presso le classi popolari. «Ai discorsi che fanno balenare il paradiso nell aldilà come ricompensa per i sacrifici della vita attuale, le chiese neo-pentecostali oppongono un materialismo edonista che promette il successo qui e ora», spiega il sociologo Saulo de Tarso Cerqueira Baptista, professore all università statale del Pará. Una retorica che funziona, mentre la maggioranza dei dirigenti politici ha rinunciato a combattere le ingiustizie. «Una società che si considera in- capace di risolvere i problemi per via sociale, politica ed economica, finisce per dare loro un carattere soprannaturale: spiriti maligni da scacciare si nascondono ovunque nella nostra vita», analizza de Tarso Cerqueira Baptista. C è il demone della disoccupazione che si cerca di allontanare brandendo il certificato professionale durante il culto, poi i demoni dell alcolismo, dell insuccesso scolastico o dell adulterio, che fuggono grazie alla mano salvatrice del pastore. Gesù sarebbe anche in grado di guarire il cancro o l aids Tuttavia, per aumentarne la benevolenza, è meglio versare ogni mese il dizimo, un decimo dei propri redditi, al pastore. Sono ben accette tutte le forme di pagamento: denaro, assegni, ma anche carta di credito. È normale, per la maggior parte dei fedeli. «Io so che, se mi ritrovo disoccupata, ci saranno sempre un fratello o una sorella della Chiesa che mi porteranno del cibo e una bombola del gas, e mi aiuteranno a ritrovare lavoro», spiega la signora Souza. Aggiungendo che i fedeli in tal modo sono indotti a risparmiare sui loro vizi, come l alcol o le sigarette. «Il versamento del dizimo sancisce un appartenenza, in un contesto di assenza dello Stato e di destrutturazione della famiglia», analizza Romero Jacob. Del resto i pastori recuperano abilmente anche l ascesa di una nuova classe media (nell ultimo decennio quaranta milioni di persone sono uscite dalla povertà). Per Denise Rodrigues, docente di scienze politiche all università di Stato di Rio, «la riuscita materiale è considerata una prova che Dio ci ha scelti. Una persona che migliora la propria condizione economica sarà tentata di attribuire questo progresso alla sua chiesa, e di investirvi ancora di più». L integrazione ha codici propri, che producono un mercato: ci si veste daniel melim São Paulo SP, 2011 evangelico, si ascolta musica evangelica, si guarda una tivù evangelica. A São Paulo, nel quartiere popolare del Brás, che concentra le industrie tessili, la moda evangelica spopola, soprattutto grazie a un marchio, Joyaly, lanciato agli inizi degli anni «All epoca, le fedeli erano obbligate a portare lunghe gonne informi. Questo ha spinto mia madre a creare la sartoria», racconta Alison Flores, che gestisce l impresa con la sorella Joyce, stilista. «Ci sono delle regole da rispettare: niente scollature, niente trasparenze, spalle coperte», spiega quest ultima, mostrando i suoi cartamodelli. «Ma non sembriamo più delle nonne. Basta Il cammino lo ha mostrato la Chiesa universale del regno di Dio, meglio nota come «Universale». Controllata dal vescovo Edir Macedo e già proprietaria di due case editrici, un agenzia turistica e una compagnia di assicurazioni, distribuisce gratuitamente nelle strade Folha Universal, un settimanale di buon livello che tira 1,8 milioni di copie contro le circa della prestigiosa Folha de S. Paulo. Soprattutto, dal 1989 possiede Rede Record, la seconda catena televisiva del paese. Su quest ultima, il contenuto propriamente religioso si limita ai programmi di seconda serata. La Universale preferisce «affittare» ore su altri canali, una pratica ripresa da decine di chiese concorrenti. Lo schema si ripete per la radio: la «Universale» fornisce contenuti a oltre 40 stazioni. Figueiredo Filho ha calcolato che in tal modo le chiese evangeliche controllano oltre un quarto delle stazioni Fm brasiliane e affittano oltre 130 ore la settimana su quattro catene televisive nazionali. Con situazioni talvolta caricaturali: la Rede 21, per esempio, è aperta ai pastori per 22 ore al giorno. «È un travisamento dello spirito con i colori cupi e gli abiti mal tagliati! Mi ispiro a collezioni europee adattandole alle esigenze del culto», aggiunge sorridendo. Negli anni 2000, il fatturato di Joyaly è cresciuto del 30% all anno. Ultimamente un po meno, ma solo perché ben trenta concorrenti si sono buttati nel mercato. «Le evangeliche sono più numerose e sempre più sicure di sé: vogliono essere belle, e al tempo stesso rivendicare pubblicamente le proprie scelte spirituali», dichiara Flores. A pochi chilometri di distanza, a Libertade, il quartiere giapponese di São Paulo, una strada intera, la Conde de Sardezas, è dedicata al commercio evangelico. Vi si trovano magliette, berretti, tazzine da caffè che lodano Gesù, ma anche giocattoli evangelici. Il prodotto di punta rimane la Bibbia, il libro più venduto in Brasile. «Molti miei clienti ne hanno venti o trenta, le collezionano», spiega Antonio Carlos, che gestisce il negozio Total Gospel. Riscuote un grande successo la «Bibbia della donna» che propone preghiere specifiche adatte alla famiglia e al matrimonio, mentre la «Bibbia gigante», tutta dorata, viene esposta in salone. In un paese nel quale la pirateria imperversa, il mercato dei dischi cristiani è un eccezione. Fra i venti album più venduti, quindici sono realizzati da cantanti religiosi, con alcuni cattolici ma in maggioranza evangelici. A parte il gospel tradizionale, si loda Gesù su arie di samba, sertanejo (la country locale), rock e rap. Gli interpreti sono pastori austeri, o tipi grassottelli con cappello da cow-boy, oppure ninfette dalle mosse ingannevolmente sagge. Tutte le case discografiche, che in precedenza snobbavano questa nicchia, hanno creato il loro marchio «gospel», a imitazione dei giganti Sony ed Emi. «Quando ho cominciato cantavamo nei garage. Adesso tutti gli studio ci corteggiano, e abbiamo delle radio tutte per noi», sottolinea Eshyla, 42 anni, una delle star del mercato. Sposata con un pastore, percorre il paese dando concerti che radunano migliaia di persone intorno al suo ultimo pezzo, dal titolo Gesù, il Brasile ti adorerà! Eshyla ha firmato un contratto con la Central Gospel Music, la casa discografica del pastore Malafaia. «Le chiese evangeliche hanno messo a punto una politica di comunicazione a prova di tutto, utilizzando l industria dell intrattenimento», analizza Valdemar Figuereido Filho, professore all università Espm, a Rio de Janeiro: «I grandi pastori hanno prima di tutto un tempio, poi un canale radiofonico, uno televisivo, una casa discografica. Ogni attività alimenta l altra, e la loro notorietà aumenta», spiega. La manna delle televisioni della legge», si indigna João Brant, del collettivo Intervozes, organizzazione non governativa che milita per la democratizzazione dei media. «Si tratta di concessioni pubbliche che le catene affittano senza autorizzazione», continua, ricordando che la Costituzione non lo permetterebbe. «Questi programmi religiosi, anche a considerarli trasmissioni pubblicitarie, non potrebbero superare un quarto delle ore totali di programmazione», dice. Ogni anno, Intervozes va a chiedere al Congresso un chiarimento sul testo. «E andiamo spesso a sbattere contro lo stesso problema: i progetti di legge sono bloccati dai deputati cristiani», si rammarica Brant. In effetti, il cuore del potere evangelico è nel Congresso. Ne fa parte un «Fronte evangelico» che riunisce tutti i parlamentari «fratelli nella fede», al di là dell appartenenza politica. Attualmente il fronte riunisce 73 deputati (su 513) e tre senatori (su 81). Ogni mercoledì mattina, si trovano in una sala del palazzo per pregare insieme, con canti e preghiere. Il fronte è diventato più potente grazie alle particolarità del sistema

17 Le Monde diplomatique il manifesto ottobre sulle presidenziali alla conquista del Brasile elettorale brasiliano, perché il numero di seggi ottenuti dalle formazioni politiche dipende dalla somma dei voti attribuiti ai candidati e di quelli dati al partito (l elettore può scegliere fra le due forme di voto). Di conseguenza, un candidato che conquista un gran numero di voti, permette alla sua formazione di ottenere più seggi. Una manna, per i leader carismatici, in particolare quelli che hanno accesso alla televisione. Li chiamano puxadores de voto, «aspiratori di voti». Corteggiare gli uni senza allarmare gli altri Il sistema avvantaggia tutte le persone famose, non solo nel campo evangelico. Nel 2010 il deputato federale eletto con più voti di tutti ( voti) è stato un clown, Francisco Everardo Oliveira Silva, in arte Tiririca, privo di qualunque esperienza politica ma molto popolare. Il gran numero di voti che egli ha ottenuto ha permesso l elezione di quattro altri deputati della sua coalizione; da soli non ce l avrebbero fatta. Presenti in tivù, dunque noti, 270 pastori si presenteranno quest anno alle elezioni per ottenere un posto da deputato federale, battendo il record del 2010, quando erano 193. Essi sperano in tal modo di aumentare la loro presenza del 30%, arrivando a 95 parlamentari. Questa logica favorisce la cooptazione di religiosi, tanto più che si aggiunge un elemento ulteriore: la fiducia. «Un fratello vota per un fratello», riassume il politologo Rodrigues. L adepto di una chiesa evangelica è considerato più affidabile dai fedeli. Più assidui ai culti, sovente meno istruiti perché provenienti da classi popolari, come indicano le ricerche di Romero Jacob, i membri delle chiese evangeliche sono più sensibili alle esortazioni della loro «guida». giorni in cui si votano provvedimenti che stanno a cuore al governo, e mettiamo in forse il quorum», racconta tranquillamente Freire. Per Figueiredo Filho, la levata di scudi contro le chiese evangeliche è ipocrita. «In passato l intervento dei cattolici era notevole, anche se meno visibile. Il vescovo era in contatto diretto con il governatore, mentre gli evangelici hanno dovuto eleggere dei deputati», osserva. Tutti i media hanno sottolineato la presenza di Rousseff e degli esponenti più importanti dell establishment politico il 31 luglio scorso per l inaugurazione del gigantesco tempio di Salomone della Chiesa universale, a São Paulo. Invece le visite in Vaticano ottengono meno attenzione. «La cultura cattolica è profondamente radicata in Brasile. Con gli evangelici, si assiste a un cambiamento tanto più problematico per il fatto che il paesaggio religioso continua a trasformarsi molto velocemente», conclude Figueiredo Filho. Il rifiuto della dimensione religiosa nella vita politica, di parte della popolazione, potrebbe spiegarsi anche con l aumento delle persone «senza reli- gione» che non si richiamano a nessuna istituzione, il che non implica necessariamente che siano non credenti. Erano meno dell 1% fino agli anni 1970, il 4,7% nel 1991 e l 8% nel Uno studio recente dell Istituto Pereira Passos nelle favelas di Rio de Janeiro mostra che un terzo dei giovani fra i 14 e i 24 anni si dichiara senza religione. «Marce di Gesù» Nell ambito delle chiese evangeliche, il numero di fedeli che rifiutano un affiliazione istituzionale è passato dallo 0,3% al 4,8% fra il 2000 e il Un fenomeno che interpella i ricercatori. «Potrebbe essere il segno che certi evangelici non si ritrovano nel discorso radicale dei loro dirigenti», ipotizza Romero Jacob. Anche se la società brasiliana rimane molto conservatrice, si moltiplicano le manifestazioni che chiedono più rispetto per i diritti delle donne e degli omosessuali. Attraggono centinaia di migliaia di persone nel paese le «marce di Gesù», ma anche le parate gay con tre milioni di partecipanti, quella di São Paulo è la più importante del mondo. E sono nate chiese evangeliche «inclusive», destinate agli omosessuali respinti da quelle più tradizionali. «La violenza dei leader religiosi, evangelici e cattolici, è anche una reazione al Brasile che cambia e che si apre, malgrado tutto», ritiene Maria Luiza Heilborn, ricercatrice del Centro latinoamericano sulla sessualità e i diritti umani (Clam) dell università statale di Rio de Janeiro. Paradossalmente, forse è proprio perché la realtà diventa sempre più complessa, che il Brasile si interroga maggiormente sulla laicità, e la percezione dell intervento politico dei religiosi prende sempre più spazio nel dibattito pubblico. LAMIA OUALALOU (Traduzione di M.C.) Malafaia, il dirigente dell Assemblea di Dio che ha fatto piegare Marina Silva a un mese dal primo turno, ne è consapevole. A una domanda circa il suo potere, risponde senza giri di parole: «A me non interessa candidarmi. Quel che voglio, sono le mutande della politica, scherza. A livello locale, possiamo imporre quel che vogliamo. Alle ultime elezioni municipali, ho lanciato un illustre sconosciuto al grande pubblico, una figura però importante per gli evangelici: è risultato fra i più votati». In tutte le elezioni con metodo proporzionale (soprattutto le legislative), l impatto è forte. «Ma non è così per i mandati maggioritari, perché gli evangelici rappresentano molto meno della metà del paese. In quella sede occorre negoziare», ridimensiona Figueiredo Filho. È quel che intendono fare gli evangelici anche adesso. «Al secondo turno andiamo a trattare con entrambi i candidati e chiediamo: Vuoi il nostro sostegno? Dovrai firmare un documento con il quale ti impegni a rifiutare questo e quello. Così va il gioco politico», assicura Malafaia. Insomma chi vince dovrà imparare a trattare con il Fronte evangelico del Congresso. A ogni legislatura, i deputati evangelici si incaricano di occupare ruoli nelle commissioni che si occupano di temi sociali. Così si sono «aggiudicati» 14 dei 36 membri della commissione diritti umani, il che permette loro di intervenire sui progetti di legge in materia di omosessualità, aborto, droghe ed educazione sessuale. In modo più discreto, siedono anche nella commissione tecnologia e comunicazione (14 dei 42 seggi), pronti a bloccare qualunque legge sulle concessioni radiotelevisive suscettibile di limitare il loro potere mediatico. «Dal momento che tuttora rappresentiamo solo il 15% dei deputati, costruiamo alleanze con altri gruppi per imporre i nostri punti di vista», spiega il pastore Paulo Freire (niente a che vedere con il celebre pedagogista), che presiede il Fronte evangelico. L appoggio più naturale viene dai parlamentari cattolici ostili alla liberalizzazione dei costumi. E ci può anche essere uno scambio di buone pratiche: si baratta il sostegno del fronte dell agribusiness oggi con il voto degli evangelici domani. «Succede che blocchiamo i lavori parlamentari assentandoci nei In tal modo, durante il mandato di Dilma Rousseff le chiese evangeliche sono riuscite a ottenere il ritiro di un kit educativo anti-omofobico distribuito nelle scuole, e di un video per la lotta contro l aids destinato agli omosessuali. Stessa efficacia sul fronte dell aborto. «Le femministe sono passate dalla conquista alla difesa dei pochi diritti acquisiti, afferma Naara Luna, ricercatrice all università federale di Rio de Janeiro. Negli anni 1990, il 70% dei progetti di legge in materia di aborto andavano nel senso della legalizzazione; negli anni 2000, il 78% andavano nel senso contrario.» Già nel 2010, il dibattito sull aborto aveva dominato la campagna elettorale. Fra il primo e il secondo turno, la pressione dei religiosi aveva obbligato Dilma Rousseff a pubblicare una lettera nella quale si diceva «personalmente» contraria all interruzione volontaria della gravidanza. Quest anno, è il dibattito sul matrimonio per tutti a dominare. «Marina Silva intercetterà certamente una parte del voto evangelico, ma deve fare attenzione a non apparire troppo dipendente dai gruppi religiosi. Altrimenti, il rifiuto da parte di altri gruppi le sbarrerà la strada verso l elezione», spiega Figueiredo Filho. Corteggiare le chiese evangeliche senza allarmare cattolici e laici: ecco la strategia di tutti i candidati. Sin dal Allora Luiz Iñacio Lula da Silva, al quarto tentativo di farsi eleggere per guidare il paese, scelse José Alencar come vicepresidente. Il milionario non solo godeva della fiducia del mondo delle imprese, ma era membro del Partito liberale (Pl), all epoca uno dei più evangelici. Da allora il Partito dei lavoratori (Pt) non ha mai smesso di avvicinarsi ai pentecostali, chiamandoli anche al governo. Ad esempio il senatore Marcello Crivella, vescovo della Chiesa universale (e nipote di Macedo) ha ottenuto il ministero della pesca nel governo Rousseff da febbraio 2012 a marzo Non è invece mai riuscito a imporsi in un elezione maggioritaria, come quelle per i sindaci e i governatori. daniel melim The Cans Festival London, 2008 In Brasile il finanziamento delle campagne elettorali è vietato ai sindacati e permesso alle imprese. Diciannove delle quali hanno coperto la metà delle spese relative alle elezioni di ottobre 2014 (1), stimate intorno ai 2 miliardi di euro (contro 270 milioni nel 2002). In valore assoluto, solo un paese spende più del Brasile per le campagne elettorali: i ben più ricchi Stati uniti. Per le imprese, l operazione non si può dire del tutto disinteressata: l istituto Kellogg Brasile ha calcolato che ogni real investito ne produce 8,5 sotto forma di contratti pubblici. C è da stupirsi? Fra i finanziatori più generosi figurano le imprese di lavori pubblici che vivono direttamente di commesse da parte dello Stato: Oas, Andrade Gutierrez, Utc Engenharia, Queiroz Galvão e Odebrecht (2). Al secondo posto grandi banche, come Bradesco o Btg Pactual, e società di estrazione mineraria come Vale (3). Nelle elezioni del 2010, le ultime per le quali si disponga di cifre complete, il settore privato aveva finanziato il 95% della campagna elettorale. I contributi da privati cittadini avevano rappresentato solo il 4,9% del totale (contro il 47% di quattro anni prima). L elezione di un deputato federale era costata in media l equivalente di euro; quella di un senatore, 1,5 milioni; quella di un governatore, 7,8 milioni Nel settembre 2011, l Ordine degli avvocati del Brasile (Oab) ha intentato presso la Corte suprema un azione diretta di incostituzionalità (Adi 4.650). Considerando il modo in cui i deputati sono eletti, nessuno si aspettava che essi si sarebbero interessati della materia. L iniziativa dell Oab ha invece ricevuto il sostegno della Conferenza episcopale del Brasile, del partito socialista dei lavoratori unificato, dell Istituto di ricerca sul diritto elettorale dell università dello Stato di Rio de Eletti in vendita Janeiro e del Movimento di lotta contro la corruzione elettorale. L esame della pratica Adi è iniziato l 11 dicembre 2013; da allora quattro degli undici giudici della Corte suprema hanno votato per il divieto di finanziamento delle campagne elettorali da parte delle imprese. Il giudice Teori Zavascki, che si oppone all Adi, ha comunque chiesto di esaminarla; il giudizio è stato sospeso fino al 2 aprile Malgrado il sostegno di altri due giudici, l iniziativa non è stata approvata prima del 10 giugno 2014, data ultima per applicare la misura alla campagna presidenziale di ottobre; un altro membro della Corte ha chiesto una nuova analisi del testo Da parte loro, 450 organizzazioni e comitati popolari hanno lavorato dal novembre 2013 all organizzazione di un referendum popolare a favore di un Assemblea costituente per la riforma politica. La consultazione si è svolta la prima settimana di settembre, con urne fisiche e via internet. Mentre andiamo in stampa, lo spoglio delle schede è ancora in corso. I voti via internet sono già stati analizzati: hanno votato persone; il 96,9% sono favorevoli all Assemblea costituente per la riforma del sistema politico; il 3,1% è contrario. Riusciranno a ottenere un risultato senza manifestare per strada? SILVIO CACCIA BAVA Direttore dell edizione brasiliana del Monde diplomatique (1) Elezioni presidenziali, legislative e dei governatori. (2) Si legga Anne Vigna, «Brasile, la multinazionale che piace al governo», Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre (3) Si legga Philippe Revelli, «Tutto il mondo si rivolta contro Vale, gigante delle miniere», Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre (Traduzione di M.C.)

18 18 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto GLI EFFETTI PLANETARI L Argentina contro È giusto permettere a un gruppo di speculatori di tenere in ostaggio quaranta milioni di argentini? A questa domanda, la giustizia statunitense ha appena risposto «sì», seminando confusione fra gli stessi investitori. Indebolendo i meccanismi che permettono agli Stati di alleggerire il fardello del debito, questa decisione minaccia di squilibrare l intero sistema finanziario. di MARK WEISBROT * I l braccio di ferro fra Argentina e i «fondi avvoltoio», società specializzate nella speculazione sui debiti problematici, ricorda certe soap opera statunitensi. Ne ha tutti gli ingredienti: mistero, intrighi, colpi di scena e «cattivi» davvero detestabili, fra i quali una serie di ex funzionari che si sono riciclati come lobbisti e che, spiega il giornalista Le implicazioni di questa decisione vanno rapidamente oltre il quadro della contesa fra uno Stato e i mercati finanziari. L intrigo si snoda ormai intorno al rapporto di forze mondiali fra paesi indebitati e creditori. E del resto mette in evidenza le divisioni esistenti fra i responsabili della politica estera statunitense su una questione dolente: quale reazione adottare di fronte all emergere di governi sudamericani che rivendicano la propria indipendenza geopolitica? * Condirettore del Center for Economic and Policy Research (Cepr), presidente di Just Foreign Policy. Un default che non c è Mark Leibovich, «si aggrappano a Washington come cozze a uno scoglio (1)». L ultimo episodio risale al 21 novembre In un tribunale federale del distretto di New York, il giudice Thomas Griesa ordina all Argentina di versare la somma di 1,33 miliardi di dollari (più di un miliardo di euro) a una serie di fondi speculativi fra i quali Nml Capital, diretto da Paul Singer. Come spesso accade, per capire le ultime ripercussioni occorre aver presenti le «stagioni» precedenti. Tutto comincia nel Dopo tre anni di recessione, l Argentina è incapace di rimborsare un debito di circa 100 miliardi di dollari. Il paese si dichiara in default di pagamento e, dopo lunghi negoziati, propone ai creditori di scambiare le obbligazioni contro nuovi titoli «ristrutturati», che valgono il 70% rispetto ai titoli originari. Nel 2005, il 76% dei creditori aveva accettato; nel 2010 erano il 93%. E non hanno avuto di che lamentarsi di Buenos Aires, che paga con diligenza. Fino allo scorso 30 luglio. In effetti, nel frattempo, entrano in scena i fondi avvoltoio un epiteto che è di gran lunga precedente all episodio argentino. Introdotti da Nml Capital, essi riacquistano titoli sui quali l Argentina ha fatto default, con uno sconto medio dell 80%: per ogni dollaro di debito che riacquistano, pagano solo 20 centesimi. L idea è trascinare in tribunale l Argentina per esigere il rimborso totale, ovvero tenendo conto degli interessi sul periodo un ritorno sull investimento di circa il 1600% (contro i 300% della ristrutturazione proposta da Buenos Aires). E torniamo all episodio del 21 novembre 2012, quando il giudice Griesa vola in soccorso degli avvoltoi ordinando il loro rimborso in via prioritaria. In seguito, fra lo stupore generale, la Corte suprema degli Stati uniti il 16 giugno 2014 avalla la decisione di Griesa. Un mese e mezzo dopo, i versamenti di Buenos Aires destinati ai creditori ristrutturati vengono bloccati: i media annunciano un nuovo default argentino. Eppure il paese era un modello, per i paesi indebitati. Era riuscito a ridurre il peso del debito per rilanciare l economia, aveva permesso agli investitori di approfittare di questo nuovo decollo Buenos aires, Luglio 2014 La scritta recita «No al pagamento del debito» per ottenere rimborsi regolari. Ma la stampa economica non gli ha perdonato una politica eterodossa. Si spiega così, certamente, la copertura mediatica negativa di cui il paese soffre da dieci anni. Sulla base di misure dell inflazione indipendenti più elevate di quelle del governo, l Argentina ha ridotto la povertà di oltre il 75% fra il 2002 e il Anche le disuguaglianze si sono ridimensionate: fra il 2001 e il 2010, il rapporto fra i redditi del 5% più ricco e i redditi del 5% più povero della popolazione è sceso da 32 a 17. Buenos Aires, che fra il 2002 e il 2011 ha quasi raddoppiato il prodotto interno lordo, se la cava meglio della Grecia che, sotto la tutela dell Unione europea e del Fondo monetario internazionale (Fmi), subisce oltre sei anni di recessione, disoccupazione e riduzione delle spese nel campo della sanità (si legga a pagina 3). Malgrado i vari «piani di salvataggio» che ha accettato, la Grecia ha tuttora un debito pari al 170% del prodotto interno lordo (Pil), e nessuno spera che prima di un decennio almeno la produzione di ricchezza riesca a tornare ai livelli del Negli ultimi tre anni, l economia argentina ha incontrato difficoltà. L inflazione arriva al 38% all anno (2), mentre sul mercato nero il dollaro ha un tasso di cambio superiore di oltre il 70% al corso ufficiale. Le spiegazioni sono tante. L economia mondiale ha rallentato dal 2010 (da una crescita del (1) Mark Leibovich, This Town: Two Parties and a Funeral, Blue Rider Press, New York, (2) Charlie Devereux, Silvia Martinez, «Argentina sees 2.8 % growth in 2015 budget on expanding exports», Bloomberg, New York, 15 settembre Reuters/Marcos Brindicci Un audit cittadino quantifica Bisogna veramente Impossibile sfuggire agli annunci su un aumento del debito pubblico: unanimi, i media specificano allora i sacrifici «necessari». Ma, quando un collettivo dimostra che oltre la metà di questi crediti non deve essere rimborsata, il silenzio è totale... di Jean Gadrey * M issione compiuta. Dall autunno 2011, un centinaio di comitati locali del Collettivo per un audit cittadino del debito (Cac) (1) sono nati un po dappertutto in Francia. Il loro obiettivo è rispondere al coro di editorialisti, «esperti» e responsabili politici che ingiungono ai cittadini di stringere la cinghia e assumersi il fardello del debito. Pongono una domanda molto semplice: bisogna veramente pagare il debito? O, per essere più precisi, bisogna pagarlo tutto? Riassumendo quasi tre anni di indagini, un gruppo di lavoro ha pubblicato nel maggio 2014 uno studio (2), accessibile a tutti, che fornisce la risposta: la parte illegittima del debito francese quella che lo Stato potrebbe legittimamente non rimborsare ammonterebbe al 59% della cifra attuale. Nei primi due anni di mobilitazione, il Cac non ha mai quantificato la quota illegittima del debito pubblico, adducendo la seguente argomentazione: prima di misurare il debito, occorre comprenderne meglio la genesi. In altri termini, si trattava di * Economista. qualificare prima di quantificare, chiarendo vari punti. Da dove viene il debito? È stato contratto nell interesse generale (parte legittima) o a vantaggio di minoranze privilegiate (parte illegittima)? Può essere alleggerito senza impoverire le popolazioni? La riflessione ha avuto tempi lunghi: quelli necessari per la democrazia deliberativa. E ha portato alla formulazione di alcune analisi (3). E infine è giunto il momento di passare alle valutazioni quantitative, che riservano alcune sorprese. Stando alle opinioni dominanti, l impennata del debito si spiegherebbe in primo luogo con la crescita eccessiva delle spese di uno Stato «obeso». Il primo presidente della Corte dei conti, Didier Migaud, stimava recentemente che la Francia si trovasse «in una zona pericolosa (4)». Qualche anno prima, quando si poteva ancora permettere di prodigare consigli sulla buona governance, Jean-François Copé allora presidente del gruppo Union pour un mouvement populaire (Ump) all Assemblea nazionale erigeva il debito a «questione sociale». Ai suoi occhi, esisteva una sola priorità per affrontarla: «Ridurre la spesa pubblica» (5). Il governo guidato da Manuel Valls era dello stesso avviso: «Lottare contro il debito» implica automaticamente lottare conto «contro la spesa pubblica» (6). Tuttavia questo ragionamento si è rivelato falso. Soffermiamoci innanzitutto sulla parte del debito pubblico che grava direttamente sullo Stato, dato il suo peso: il 79% del totale nel 2012, con la parte restante suddivisa tra previdenza sociale ed enti locali. Contrariamente a quanto suggerito per esempio dal giornalista degli Echos Dominique Seux nella tribuna offertagli ogni mattina dal servizio pubblico su France Inter, queste spese sono scese come percentuale del prodotto interno lordo (Pil): 22,7% in media negli anni 1980, 20,7% nel Se l ammontare del deficit e di conseguenza del debito aumenta, è innanzitutto perché lo Stato si è privato di entrate importanti alleggerendo la fiscalità delle famiglie più agiate e delle grandi imprese. Scudi, altri regali fiscali e nicchie privilegiate di ogni genere hanno fatto diminuire le sue entrate di circa cinque punti di Pil in trent anni, passando dal 22% nella prima metà degli anni 80 al 17% in media negli ultimi tre anni. Il Pil, ossia la ricchezza economica prodotta ogni anno in Francia, equivale a circa miliardi di euro; un punto 1% corrisponde quindi a 20 miliardi di euro. Due punti di Pil risparmiati sulle spese contro cinque punti persi sulle entrate: in sintesi, l operazione ha aumentato il deficit annuale dello Stato per l equivalente di tre punti di Pil, ossia 60 miliardi di euro. Come quantificare ciò che è illegittimo nelle politiche che hanno portato a questa situazione? Gli autori dello studio del Cac hanno adottato una convenzione prudente. La loro analisi si concentra sul periodo , nel corso del quale sono state prese le principali decisioni che hanno fatto diminuire le entrate dello Stato. All epoca l economia non era in recessione: la crescita media annuale raggiungeva il 2,3%. Invece di pianificare il proprio impoverimento, lo Stato avrebbe potuto, durante questo decennio, mantenere la parte delle sue entrate nel Pil al livello del 1997, per provvedere ai bisogni collettivi o procedere a investimenti sul futuro, per esempio. Invece ha sacrificato questi obiettivi, favorendo doppiamente i più ricchi: con una fiscalità più vantaggiosa e con il fatto che potevano beneficiare di investimenti sicuri e remunerativi facendo prestiti... allo Stato, che s indebitava per ridurre ulteriormente le loro imposte. Se i dirigenti che si sono succeduti avessero mantenuto il livello delle entrate, il debito dello Stato, componente principale del debito pubblico, sarebbe oggi inferiore di circa 22 punti di Pil (7) rispetto al suo livello attuale (che è vicino ai miliardi di euro). Questa diagnosi concorda con le stime fornite nel 2010 da due documenti ufficiali: il rapporto di Paul Champsaur e Jean-Philippe Cotis sulla situazione delle finanze pubbliche, commissionato dal presidente della repubblica Nicolas Sarkozy, e il documento di Gilles Carrez, della commissione per le finanze, l economia generale e il controllo di bilancio dell Assemblea nazionale, riguardante in particolare i «dieci anni di perdite non compensate» (30 giugno 2010). Questo è quanto, riguardo al primo punto sulla quantificazione della parte illegittima del debito pubblico. Il secondo aspetto riguarda i tassi d interesse a cui lo Stato e le altre amministrazioni pubbliche hanno contratto prestiti sui mercati finanziari. Questi tassi reali (dedotta l inflazione) hanno spesso raggiunto livelli eccessivi, soprattutto alla fine degli anni 1980 e nella prima metà degli anni 1990 (fino al 6% nel 1993). Questo si spiega da un lato con le politiche per un franco forte miranti a preparare l entrata nell euro, e dall altro, nel , con una forte speculazione finanziaria contro le monete europee. Questi tassi hanno provocato un effetto valanga che pesa ancora sul debito attuale: interessi più alti appesantiscono il debito e comportano nuovi prestiti a tassi elevati, ecc. Come quantificare la parte illegittima di queste scelte? Nuova ipotesi (molto) prudente: invece di rivol- (1) Si legga «I cittadini alle prese col debito», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno (2) «Que faire de la dette? Un audit de la dette publique de la France», 27 maggio 2014, (3) Tra queste il libro di Attac, Leur dette, notre démocratie!, Les Liens qui libèrent, Parigi, (4) Intervista rilasciata a Le Monde, 11 febbraio (5) Jean-François Copé, «Quand la dette devient une question de société», Slate.fr, 12 dicembre (6) Pierre-Alain Furbury e Frédéric Schaeffer, «50 milliards d économies: Valls frappe fort sans tout dévoiler», Les Echos, Parigi, 17 aprile (7) Le cifre fornite in questo articolo differiscono leggermente da quelle della versione iniziale per via di un attualizzazione in corso.

19 Le Monde diplomatique il manifesto ottobre DI UNA SENTENZA STATUNITENSE i fondi avvoltoio 5,2% nel 2010 al 3% nel 2013), senza risparmiare i due principali partner commerciali di Buenos Aires, Brasile ed Europa. Inoltre, dopo la causa intentata da Singer e soci, il paese non può più ottenere prestiti sui mercati internazionali, il che lo rende più vulnerabile di altri agli squilibri della bilancia dei pagamenti. Senza contare che le cassandre mediatiche incoraggiano la fuga, massiccia, dei capitali. Ma allora, come spiegare le motivazioni del giudice Griesa? La sua decisione non viola il principio di base del sistema giuridico statunitense, la proprietà privata? Impedendo ai creditori ristrutturati di percepire le somme loro spettanti, Griesa non l ha forse infranto? A livello internazionale, l incomprensione per questa sentenza è tale che Brasilia, Città del Messico, Parigi e l Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) hanno offerto appoggio a Buenos Aires. Ciononostante, la corte d appello ha deciso di convalidare la decisione del giudice Griesa in seconda istanza. Un intrigo basato a Washington questo stadio dell intrigo, bisogna guardare verso Washing- A ton. In un primo tempo, il ministero statunitense delle finanze (dipartimento del tesoro) sostiene l Argentina. Il 17 luglio 2013, la direttrice del Fmi Christine Lagarde dichiara che anche il Fondo si dispone a sostenere il paese presso la Corte suprema. Ma il 23 luglio il consiglio di amministrazione del Fmi nel quale il rappresentante degli Stati uniti ha un influenza determinate torna sulla decisione, mettendo in imbarazzo Lagarde e diversi funzionari dell istituzione, che non nascondono l irritazione. Nel corso di una conferenza stampa organizzata il 24 luglio, il portavoce del Fmi William Murray viene interpellato a proposito del colpo di scena. La sua risposta è incandescente: «Andate a parlare con il dipartimento del tesoro, loro vi sapranno di certo rispondere!». A Washington, diverse persone a cominciare da Lagarde misurano il pericolo della sentenza del giudice Griesa. «La direzione e le équipes del Fmi sono preoccupate dalle grandi implicazioni sistemiche di [questa] decisione», spiega Murray il 25 luglio. Esprime preoccupazione anche la International Capital Market Association (Icma), organizzazione che rappresenta gli interessi degli attori dei mercati dei capitali. Il 29 agosto 2014, annuncia una revisione delle proprie direttive riguardanti l emissione di debiti statali, per cercare di tagliare le ali ai fondi avvoltoio. Negli Stati uniti come nella maggior parte dei paesi (a cominciare dalla Francia), è prevista per legge la possibilità da parte di debitori incapaci di rimborsare i propri debiti di dichiarare fallimento, per ripartire da zero. Non c è un meccanismo di questo tipo su scala internazionale per gli Stati. Per evitare i default di pagamento il sistema finanziario internazionale si basa su processi di ristrutturazione negoziata. Il giudizio di Griesa potrebbe complicare queste operazioni, anche in caso di accordo: un gruppetto di scontenti (o di speculatori) basterebbe a mandarli gambe all aria. Rimane una domanda: chi ha convinto il ministero delle finanze a cambiare posizione e influenzare il Fondo monetario internazionale? Come in un gioco di Cluedo, i sospetti non mancano. I fondi avvoltoio dispongono di una lobby, la American Task Force Argentina. Avvalendosi dei servigi di ex alti funzionari dell amministrazio- Buenos aires, Luglio 2014 Sostenitori di Cristina Fernandez de Kirchner protestano contro gli hedge funds ne Clinton, l organizzazione ha speso oltre 1 milione di dollari per difendere la causa di Singer nel Fra gli attori chiave di questo capovolgimento figurano senza dubbio rappresentanti neoconservatori al Congresso statunitense, in particolare presso l ala destra anti-cubana della delegazione della Florida. Non contenti di aver messo i bastoni fra le ruote al presidente Barack Obama ogni volta che questi intravvedeva una possibilità di miglioramento nei rapporti fra Stati uniti e America latina, essi vogliono eliminare dalla regione i governi progressisti (compreso il Brasile). Dal sostegno, discreto, di Washington al colpo di Stato militare in Honduras (3) nel 2009, all appoggio ai manifestanti antigovernativi in Venezuela nel 2013 (4), la storia recente mostra che essi in genere arrivano a imporre le proprie priorità. Dal luglio 2012, la stampa spiega che l Argentina ha fatto default per la seconda volta da tredici anni: è falso. Il governo ha effettuato tutti i versamenti previsti, ma sono stati bloccati a livello delle banche dalla decisione del giudice Griesa. L Argentina cerca il modo di trattare con i creditori al di fuori della giurisdizione statunitense. Ha già adottato misure legislative in questo senso per permettere ai detentori di buoni ristrutturati di scambiare i loro titoli per titoli nuovi, emessi in Argentina. La maggior parte dei paesi ricchi ha fatto la gara a chi più sosteneva l élite finanziaria. Il 9 settembre 2014, l Assemblea generale delle Nazioni unite era chiamata a votare un testo destinato a creare un dispositivo di ristrutturazione dei debiti sovrani, proposto dal «gruppo dei 77» paesi in via di sviluppo e dalla Cina. Gli Stati uniti e i loro alleati (Israele, Canada, Australia, Germania) hanno votato contro, e la maggior parte degli Stati europei si sono astenuti (compresa la Francia). Comunque, il testo è stato adottato con 101 voti (11 contro, 41 astensioni). I paesi in via di sviluppo non avrebbero torto a emettere i propri buoni in giurisdizioni diverse da quella degli Stati uniti. La decisione del giudice Griesa dimostra che optando per quest ultima essi si espongono a una giustizia imprevedibile che può preferire l interesse di alcuni speculatori rispetto al destino di milioni di persone. Nel 2009, il 70% delle obbligazioni dei mercati emergenti erano emesse a New York. Ma il Regno unito e il Belgio hanno leggi che avrebbero reso la decisione di Griesa impossibile. Non c è ombra di dubbio che anche solo un inizio di fuga delle emissioni di debiti di Stato verso altri centri finanziari motiverebbe il legislatore statunitense a conformare le proprie leggi alle norme internazionali. MARK WEISBROT (3) Si legga Maurice Lemoine, «Honduras, fermo immagine di guerra fredda», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre (4) Di legga Alexander Main, «Venezuela, la tentazione del colpo di Stato», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile (Traduzione di M. C.) la parte illegittima del debito francese pagare l intero debito? gersi ai mercati finanziari nel periodo , durante il quale i tassi d interesse reali a lungo termine hanno superato il tasso di crescita, lo Stato avrebbe potuto contrarre prestiti a un tasso reale del 2%. Perché questa cifra? Perché corrisponde a una media storica su un periodo molto lungo. E perché, pagando sulla base di un tasso reale, lo Stato avrebbe potuto ricorrere a prestiti diretti presso i cittadini o le banche, come fa il Giappone (8). E non si evoca neanche la possibilità vietata dal trattato di Maastricht, ma ampiamente utilizzata in questi ultimi anni negli Stati uniti e nel Regno unito di prendere in prestito a tassi ancora più bassi presso la banca centrale. In base a questo calcolo, gli autori deducono che il debito pubblico dovrebbe essere a un livello inferiore di circa venticinque punti di Pil rispetto al valore attuale, ossia 488 miliardi di euro. Restano da abbinare questi due fattori d illegittimità riduzione pianificata delle entrate statali ed effetto valanga di tassi d interesse eccessivi. E si arriva al seguente risultato: la parte illegittima del debito rappresenterebbe, nel 2012, il 59% del debito pubblico attuale (1.834 miliardi di euro nel 2012). Il rapporto tra debito pubblico e Pil avrebbe dovuto stabilirsi nel 2012 al 53%, mentre ha raggiunto il 90%. Qual è il destino di questo debito? Esistono tre opzioni possibili: un default quanto meno parziale (situazione di mancato pagamento), una progressiva riduzione dovuta all inflazione (inimmaginabile in un periodo di inflazione quasi nulla, come adesso) o il pagamento. E cosa vuol dire quest ultima soluzione? Semplicemente che delle persone, in Francia, dovrebbero lavorare di più per accumulare l equivalente di miliardi di euro di ricchezza supplementare, da versare direttamente ai detentori del debito... Da questo esercizio, possiamo concludere innanzitutto che, in questa materia, la matematica si piega a giudizi di valore e a criteri etici. L illegittimità si valuta alla luce di una concezione data dell interesse generale, il che richiede di prendere posizione e pronunciarsi su ciò che è auspicabile e ciò che è non lo è, fra il ragionevole e inconcepibile, fra la misura e la dismisura. Nell ambito dei lavori del Cac, queste categorie s incarnano nella determinazione di convenzioni che presiedono ai calcoli: quale periodo precedente scegliere per stabilire una norma legittima per le entrate pubbliche o un tasso d interesse reale accettabile? Perché un livello del 2% per i tassi d interesse reali e non un altro, ancora più basso? Sarebbe sbagliato considerare questi criteri soggettivi come propri degli studi «militanti». Si ritrovano dappertutto; ma in generale, alcune giustificazioni tecniche sofisticate celano le scelte morali o la visione di classe che sottintendono le ipotesi. Chi, per esempio, ha deciso i criteri di Maastricht sul deficit o sul debito, o le norme di «buona» gestione pubblica, e perché (si legga il riquadro)? Chi ha fissato i tassi d inflazione da non superare all interno dell eurozona? Non sono stati degli «esperti» che si sono basati su ragionamenti scientifici (l economia non è una scienza esatta), ma i mercati finanziari, i creditori, appoggiati dai dirigenti politici che hanno sposato la loro causa. Nel caso di questo studio, il cui metodo e le scelte sono trasparenti, ci sono stati e ci saranno dei dibattiti sulle convenzioni adottate. Alcuni non hanno mancato di obiettare che si sarebbe potuto essere più radicali e concludere che la totalità del debito attuale è illegittima (anche più del totale attuale). Specialmente perché si sarebbe potuta sostituire l ipotesi del 2% d interesse reale, su un periodo abbastanza breve (dieci anni), con un altra: la nullità di questi tassi da trent anni a questa parte, se lo Stato avesse potuto prendere in prestito direttamente da una Banca centrale. La moderazione degli autori mira a prendere in considerazione i dibattiti cittadini organizzati dal Cac. Non indebolisce le loro argomentazioni, poiché dimostra che, anche senza una denuncia dei trattati esistenti e senza una ripresa in mano della situazione da parte della Banca centrale europea (Bce), politiche che agissero sulla giustizia fiscale nazionale privilegiando il ricorso a prestiti diretti presso le famiglie sarebbero bastate per evitare un impennata del debito. Una moderazione che non è poi così moderata, poiché implica il fatto di affrontare direttamente gli interessi dei padroni della finanza. Si possono sempre immaginare scenari di rottura, anche se questi si realizzerebbero nell ambito di una crisi violenta, che potrebbe ovviamente sopraggiungere. Ma, in un tale contesto, qualsiasi quantificazione basata su analisi retrospettive diventa impossibile. Il rapporto termina con una serie di proposte destinate ad alleggerire il debito senza passare per l austerità, finanziando gli investimenti pubblici destinati a operare una transizione sociale ed ecologica. Proposte interessanti in quanto presentano una lista di opzioni credibili, aperte al dibattito e non ricette decise nei circoli riservati agli «esperti». Che si tratti di quantificare o di proporre soluzioni alternative, questi ultimi saranno utili solo a patto di considerarli come contributori modesti al servizio delle decisioni democratiche. In altre parole, se mantengono il posto che John Maynard Keynes preconizzava per gli economisti: sul sedile posteriore, e non alla guida. In Ecuador, l audit realizzato nel 2007 era stato commissionato direttamente dal governo. Dalle sue conclusioni era derivata un importante ristrutturazione del debito che ha permesso al paese di risparmiare svariati miliardi di euro (9). In Francia, il Cac ha appena riportato una vittoria nella battaglia sulle cifre. Resta da portare avanti le altre... Jean Gadrey (8) Si legga Frédéric Lordon, «Rinazionalizzare la finanza, a partire dal caso greco», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio (9) Si legga Damien Millet ed Eric Toussaint, «Bisogna pagare il debito?», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio (Traduzione di F.R.) Un numero su un pezzetto di carta L idea ormai è data per scontata e non ci si chiede più quale sia stato il ragionamento soggiacente: all interno dell eurozona, il deficit pubblico non dovrebbe superare il 3% del prodotto interno lordo (Pil). Tagli di bilancio, politiche di austerità, passi indietro da parte dello Stato: la regola giustifica tutte le «riforme». Ma da dove viene questa cifra? Il 28 settembre 2012, l economista Guy Abeille ne rivelava la genesi al quotidiano Le Parisien: Questa cifra del 3% è venuta fuori in meno di un ora, scritta su un pezzo di carta, senza alcuna riflessione teorica. Era una sera di maggio Pierre Bilger, il direttore al bilancio dell epoca, ci convocò con Roland de Villepin [cugino di Dominique]. Ci disse: Mitterrand vuole che gli forniamo rapidamente una regola facile, che sappia di economia e possa essere opposta ai ministri che fanno la fila davanti al suo ufficio per chiedere soldi. (...) Andavamo verso i 100 miliardi di franchi di deficit, ossia oltre il 2% di deficit. 1%? Abbiamo subito scartato questa cifra, impossibile da raggiungere. 2%? Ci avrebbe messo troppo sotto pressione. 3%? Ci sembrava una buona percentuale, una cifra che ha attraversato la storia, rimandava all idea di Trinità. Mitterrand voleva una norma, gliel abbiamo data. (...) In seguito, questo riferimento sarà teorizzato dagli economisti e ripreso nel trattato di Maastricht, diventando uno dei criteri per entrare nell eurozona. (...) All epoca, era una cifra buttata là, alla leggera. Ma la situazione ci è sfuggita di mano.

20 20 ottobre 2014 Le Monde diplomatique il manifesto ATTENTATI E VIOLENZE SULLO SFONDO DI ANTAGONISMI PIÙ ECONOMICI CHE RELIGIOSI Kenya, gli esclusi dal banchetto democratico Da mesi la costa keniana, prediletta dai turisti per le spiagge e i safari, è teatro di attentati omicidi. I crimini, rimasti impuniti, cominciano a far fuggire investitori e agenzie di viaggio. La recrudescenza delle violenze sarebbe dovuta al terrorismo islamista proveniente dalla vicina Somalia. Ma questa spiegazione semplicistica maschera le fratture politiche e sociali che lacerano il paese. L a sera del 15 giugno 2014, una cinquantina di uomini armati attacca la città di Mpeketoni, nella regione costiera di Lamu, dove il Kenya sta costruendo un grande porto in acque profonde (1). Gli assalitori seguono un principio elementare: passano per le case e uccidono sistematicamente gli abitanti che non hanno un nome musulmano. Dopo aver agevolmente respinto la timida reazione delle forze di sicurezza governative, i miliziani si danno al saccheggio e alla distruzione dei negozi, di una banca, delle automobili, con un certo senso dello spettacolare. Alla fine svaniscono nel buio, lasciandosi alle spalle più di sessanta morti. Il giorno dopo ripetono l impresa nel vicino villaggio di Maporomokomi, massacrando una quindicina di persone. In entrambi i casi la maggioranza delle vittime sono kikuyu, membri di un etnia cristiana originaria dell altipiano. I media internazionali trovano velocemente una spiegazione a quest esplosione di violenza: i criminali sono terroristi somali appartenenti all organizzazione Harakat al-shebab al-islami (Movimento della gioventù islamica), che ha già perpetrato attentati sul territorio kenyano, in particolare al centro commerciale Westgate, a Nairobi, nel settembre 2013 (2). Quest interpretazione è rapidamente confermata dagli stessi shabab, che già il 16 giugno rivendicano i massacri su Twitter. La loro motivazione sarebbe vendicare l imam radicale Sheikh Abubakar Sharif Ahmed meglio noto come Makaburi, ucciso il 1 aprile 2014 a Mombasa, molto probabilmente da agenti dei servizi di sicurezza kenyani. Ma le cose si complicano quando, lo stesso 16 giugno, il ministro degli interni Joseph Ole Lenku sostiene che i membri del commando sono stati «invitati» e anche aiutati da «determinati attori politici kenyani» che devono «smettere di incitare alla divisione». L ex primo ministro e dirigente del partito di opposizione Coalition for Reforms and Democracy (Cord), pur non essendo stato direttamente chiamato in causa, si proclama subito innocente. Il giorno dopo scende in campo lo stesso presidente Uhuru Kenyatta: dichiarando che i raid non sono stati compiuti da shabab e che egli non tollererà «gli atti di odio e la propaganda negativa di politici pronti a tutto». Quando si reca sui luoghi delle violenze, Lenku è sommerso dai fischi della popolazione locale. Evita il linciaggio per un pelo, e deve la sua salvezza alla presenza del diabolico deputato e milionario Gedeon Mbui Kioko, meglio noto come Sonko («il danaroso») (3), che in extremis lo aiuta a risalire in elicottero. In questo clima incandescente, Odinga annuncia che non cederà alle intimidazioni e conferma le programmate riunioni politiche di opposizione al governo. Va detto che gli argomenti per i comizi non mancano: eletto il 4 marzo 2013, il presidente Kenyatta è stato messo sotto processo dalla Corte penale internazionale per la responsabilità nelle violenze che fecero migliaia di vittime dopo le elezioni presidenziali del 2007 (4). A migliaia, spaventati, gli stranieri lasciano il paese. Il turismo, terza fonte di reddito e valuta estera per il Kenya (il 13% circa del prodotto interno lordo), * Ricercatore associato al programma Africa dell Atlantic Council. di Gérard Prunier* è minacciato: azzerate le prenotazioni negli hotel, disertati i pacchetti turistici. A quel punto la potente organizzazione padronale Kenya Private Sector Alliance (Kepsa) lancia un appello alla calma sui media. E ottiene che Odinga annulli alcuni dei suoi incontri, quelli più suscettibili di degenerare in scontri. Il paradiso turistico kenyano ha preso fuoco. Dall inizio del 2014, sulla costa ci sono state decine di morti e un centinaio di feriti. I colpevoli sono da ricercarsi nel terrorismo internazionale o hanno radici locali che i protagonisti cercano di ingarbugliare? E che cosa pensare del fatto che essi si inseriscono in una serie di atti di violenza che coinvolgono in una grande confusione cristiani e musulmani, abitanti della costa e degli altipiani, popolazioni privilegiate e poveri? Questo dominio socioetnico non si limita all altipiano centrale ma a poco a poco si estende alle altre regioni. Sulla costa, il progressivo sviluppo del turismo permette ai kikuyu e ai loro «alleati» di prosperare. Le tribù cugine Embu e Meru diventano una potente lobby politico-economica. Il denaro prodotto dalle attività agricole finanzia il settore delle costruzioni e il turismo. Durante gli anni 1970, queste popolazioni si appropriano della costa, spogliando gli swahili di terre sulle quali essi non hanno un formale titolo di proprietà perché le forme tradizionali di occupazione dei suoli sono collettive, legate alla famiglia e ai clan. Alla morte di Kenyatta, nel 1978, il dominio kikuyu sull economia e sulle istituzioni è quasi totale. In seguito, esso conosce una fase di declino: il successore di Kenyatta, il suo vicepresidente Daniel Arap Moi, è un kalenjin che ha saputo avanzare nell ombra del «padre dell indipendenza». Durante il suo lungo regno ( ), i kikuyu che dapprima lo hanno creduto timido e controllabile si trovano emarginati da un alleanza di tribù minoritarie. Moi si rivela un abile manipolatore. Tuttavia, la potenza kikuyu, troppo grande per essere annientata, trova una seconda occasione con l affermarsi del multipartitismo, nel La fine del monopolio politico della Kanu spezzetta l elettorato in una molteplicità di divisioni etniche della quale si avvantaggiano i kikuyu, al tempo stesso numerosi, uniti e ricchi. Il primo successore del presidente Moi, Mwai Kibaki, eletto nel 2002 con il 62% dei voti, appartiene a questa etnia. Salutata come un trionfo della democrazia, l elezione presenta zone d ombra. Ma certamente, il monopolio del partito unico è smantellato; e lo scrutinio si svolge liberamente e pacificamente. Kibaki arriva alla presidenza grazie a un unione nazionale, in netto contrasto con un quarto di secolo di dittatura. Odinga, un luo che conta, contribuisce largamente alla sua vittoria. Il mandato attribuito al presidente è chiaro: per riparare i guasti provocati dalla corruzione dell era Moi, Kibaki deve garantire la ripresa economica. E lo fa ricorrendo ampiamente a misure keynesiane. I risultati si vedono: il tasso Per capire la situazione, occorre risalire alle campagne di espropriazione fondiaria condotte dai colonizzatori britannici dopo la prima guerra mondiale. All epoca, per Londra il Kenya è una colonia da popolare: white man s country («un paese per i bianchi»), secondo l espressione dell epoca. Vaste superfici sono sottratte agli indigeni, soprattutto ai masai e ai kalenjin, ma anche ai kikuyu. Alla metà degli anni 1950, questi ultimi assumono la guida della lotta contro l occupante, identificandosi con l insurrezione Mau Mau. Benché kikuyu, il militante anticolonialista Jomo Kenyatta prende le distanze da questa guerriglia violentemente repressa dai britannici (5). Diventato primo ministro nel 1963, e presidente l anno successivo, il «padre dell indipendenza» cerca di correggere questo errore politico favorendo i kikuyu nel programma di riforma agraria sostenuto da Londra. Kenyatta fa in modo che alla sua tribù sia assegnata una parte importante dei ettari delle migliori terre agricole redistribuite, a spese di altri gruppi. I kikuyu, che sono solo il 23% della popolazione, cominciano a possedere superfici agricole enormi. E i kikuyu che hanno un ruolo di rilievo nella Kenya African National Union (Kanu), il partito di Kenyatta, sono ancora più favoriti (6). I kikuyu fanno la parte del leone di crescita passa dal -1,6% del 2002 al 5,5% del Ma le statistiche economiche raccontano solo una parte della storia. I benefici di questa prosperità sono ripartiti in modo iniquo: le élites kikuyu fanno la parte del leone. E forze politiche uscite vincitrici «non hanno imparato niente e non hanno dimenticato niente», secondo la formula utilizzata con il ritorno al potere dell aristocrazia francese del L élite kikuyu, che aveva piegato la schiena sotto gli assalti di certe etnie minoritarie, riprende il suo posto e non intende più lasciarlo. Il pericolo viene ormai dalle altre due grandi etnie: luhyia e luo (7). Per le piccole etnie escluse dal banchetto, la «democrazia» non fa grande differenza rispetto alla dittatura. Gli swahili della costa vedono gli effetti del «riaggiustamento» dispiegarsi sotto i loro occhi senza riceverne vantaggi. In più, emergono nuove disfunzioni: una netta recrudescenza della piccola criminalità urbana, un esasperazione delle rivalità di classe all interno dei segmenti più sfavoriti della popolazione, con la crescita esponenziale della setta neotradizionalista kikuyu dei Mungiki (8). Al tempo stesso, si moltiplicano i conflitti fra gruppi minoritari, come nell Ovest ai piedi del monte Elgon e nella regione dei kisii, coinvolgendo milizie tribali improvvisate. Queste si battono con le armi dei poveri (archi e frecce, machete) per recuperare le terre ancestrali rubate dai bianchi e poi assegnate ai kikuyu. L instaurazione della democrazia nel 2002 non ha cancellato tre quarti di secolo di ingiustizie. Smaltita la delusione, i perdenti si affrontano. Le elezioni presidenziali del dicembre 2007 portano questo processo all incandescenza, nella fase delle violenze post-elettorali. La guerra civile viene evitata per un pelo, in parte grazie all abilissima mediazione dell ex segretario generale delle Nazioni unite Kofi Annan, e ancor più grazie alla «collaborazione di classe» fra i segmenti bianchi, indiani e africani plurietnici della borghesia. Culturalmente omogenea musulmana, swahili, dedita ai commerci, storicamente distinta, la costa è globalmente vittima dell accaparramento Seth-o Omollo Big and small fish delle terre compiuto dalle tribù cristiane dell interno. Nelle lotte politiche dell era Moi, gli abitanti della costa avevano avuto un ruolo limitato. La situazione comincia a cambiare con l ascesa internazionale dell islam radicale e soprattutto con la fine della dittatura del presidente Siad Barre nella vicina Somalia, nel Il primo movimento musulmano radicale sulla costa keniana appare nel 1992, con la nascita dell Islamic Party of Kenya (Ipk) diretto da un imam swahili, lo sheikh Khalid Balala. L Ipk è un partito di ispirazione mista: musulmano radicale, ma anche reincarnazionale della Kenyan African Democratic Union (Kadu), partito federalista creato all indomani dell indipendenza e in seguito assorbito dalla Kanu. Egli utilizza l islam come marcatore culturale regionale per difendersi contro l «invasione» delle tribù dell interno e il loro dominio politico, economico ed etnico. Il presidente Moi e l Ipk si contrappongono, ma il terrorismo entra davvero in campo solo con gli attentati contro le ambasciate statunitensi a Nairobi e Dar es-salaam nel 1998, perpetrati dalla giovanissima organizzazione al Qaeda, che si avvale dell aiuto logistico dell Unione delle corti islamiche somale (9). Mentre in Somalia il movimento degli shabab si radicalizza, gli abitanti della costa optano per rivendicazioni non confessionali creando il Republican Council di Mombasa (Mrc). Il Mrc non ha nulla di un organizzazione terroristica musulmana: molti suoi membri sono cristiani. Il suo approccio sociale, politico ed economico lo porta a insistere sui punti dolenti: solo il 38% della popolazione costiera dispone di titoli di proprietà per i beni che possiede, mentre all interno la percentuale arriva al 62%; il tasso di povertà degli abitanti della costa è superiore del 13% a quello degli abitanti dell interno (che è pari al 38%), mentre la soglia di povertà kenyana è già molto bassa (456 dollari all anno), rispetto a un reddito medio pro capite di 890 dollari (1.200 dollari a parità di potere d acquisto); e la situazione continua a deteriorarsi. Questo fa della costa la seconda provincia più povera del Kenya, dopo il Nord- Est, a maggioranza somala, dunque anch essa musulmana. Il Mrc reclama l indipendenza della provincia costiera del Kenya, con lo slogan Pwani si Kenya («la costa non è il Kenya»). Il suo parziale insuccesso politico radicalizza l elettorato, fino alla creazione di una branca locale degli shabab somali: al Hijrah. La prima manifestazione di questa fusione legal-terrorista è l attentato di Westgate nel 2013, la cui logistica è in parte assicurata da al Hijrah. Il massacro nel centro commerciale scatena una reazione violenta e disastrosa da parte dello Stato: con il pretesto della lotta al terrorismo, l operazione di «sicurezza» Usalama Watch permette all esercito e alla polizia di attaccare Eastleigh, il quartiere somalo di Nairobi. Le forze dell ordine spaccano le porte, rubano il denaro liquido (i somali non amano le banche e tengono i soldi a casa), e violentano donne di ogni età. Lenku, il ministro dell interno, avalla l operazione e ritira anche la cittadinanza keniana a diversi somali. Diventati rifugiati, essi vengono relegati nei campi vicino alla frontiera. Scioccata, la comunità somalo-keniana si rivolge allora ai «terroristi» shabab dei quali prima diffidava. Una parte del Mrc prende contatto con i jihadisti somali e scopre con sorpresa che alcuni dei suoi simpatizzanti fanno già parte di al Hijrah, e sono del tutto favorevoli a una collaborazione. In alcune settimane, l operazione Usalama Watch è riuscita dunque a cementare una cooperazione fra una parte degli autonomisti della costa fino ad allora non violenti, e la parte più radicale del movimento somalo. La scelta di Mpeketoni come bersaglio si spiega con le ragioni seguenti: da una parte, dal 1965 è un luogo di insediamento delle popolazioni originarie dell altipiano, e dunque un simbolo del dominio dei wachenzi («selvaggi», termine peggiorativo che indica le persone dell interno); d altra parte, il sito deve accogliere, per il progetto di porto a Lamu, lavoratori ugualmente provenienti dall interno, privando una volta i più gli abitanti della costa di possibilità di lavoro. «Che volete, ci dice un vecchio militante del Mrc, noi swahili siamo commercianti, non soldati. Se i somali vogliono venire a uccidere i wachenzi per conto nostro, li aiuteremo, anche se in fondo non siamo d accordo con loro (10).» L esplosione di violenza sulla costa ha dunque diverse dimensioni. Il «terrorismo costiero» non è solo opera degli shabab somali. E non è nemmeno il prodotto di un piano sovversivo dell opposizione keniana che, come il governo del presidente Kenyatta, comprende anche tribù delle terre alte. Quanto all odio per i wachenzi da parte dei costieri, non si limita ai kikuyu. Durante un altro attacco, il 21 luglio a Mombasa, che ha fatto quattro morti, gli assalitori hanno distribuito volantini di accusa non contro il governo ma contro i luo, etnia di Odinga, capo dell opposizione. I luo, come i kikuyu, sono cristiani e originari dell interno, anche se non hanno tratto vantaggi dalla loro migrazione verso la costa, a causa della mancanza di appoggi politici governativi. Si assiste, in definitiva, a uno scontro al tempo stesso culturale ed economico, nel quale la religione non è che un marcatore delle differenze fra quelli della costa (musulmani) e quelli dell interno (cristiani) (11). Se i terroristi somali esistono, essi sono utili soprattutto per mascherare le fratture che attraversano il Kenya. (1) Si legga Tristan Coloma, «Aspettando il porto che deve salvare il Kenya», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile (2) Si legga «Terrorismo somalo, malessere keniano», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre (3) «Sonko» («il danaroso» in sheng, il dialetto chic keniano) ha conosciuto la prigione dopo aver fatto fortuna con la droga e con le speculazioni fondiarie. Dopo la sua evasione, è stato eletto deputato del distretto popolare di Makadara a Nairobi nel 2010, per il partito governativo Jubilee. (4) Si legga Francesca Maria Benvenuto, «La Corte penale internazionale sotto accusa», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre (5) Cfr. Robert Buijtenhuijs, Le Mouvement «Mau- Mau». Une révolte paysanne et anticolonialiste en Afrique noire, Mouton, La Haye, (6) Cfr. Christopher Leo, Land and Class in Kenya, Presses de l université de Toronto, (7) In Kenya sono presenti 42 etnie ma le tre principali (kikuyu, luo e luhyia) rappresentano il 65% della popolazione. (8) Si legga Jean-Christophe Servant, «Kenya, la politica scende in campo», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio (9) Si legga «Relazioni pericolose fra Washington e la Somalia», Le Monde diplomatique/ il manifesto, settembre (10) Intervista realizzata a Mombasa il 17 giugno (11) Il successo dell intervento di «Sonko» che vola al soccorso del ministro Lenku salvandolo dal linciaggio ne è un buon esempio. Entrambi sono cristiani, ma il «bullo» è noto per aver fatto liberare abitanti della costa ingiustamente arrestati e per aver messo mani al portafoglio per aiutare giovani musulmani disoccupati. Inoltre, nessuno dei due è kikuyu. (Traduzione di M. C)

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