SOMMARIO Società editrice Direttore responsabile Redattori-coordinatori Coordinamento editoriale Ufficio grafico Tipografia

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2 SOMMARIO Il giornalismo d inchiesta e il metodo Francese di Franco Nicastro Quella generazione del 79 di Felice Cavallaro Il dossier di Mario Francese J accuse. La chiave per capire cos è la mafia I rapporti tra le cosche sicule e mafia italo-americana Quel memoriale promesso da Luciano Liggio Le riunioni da Liggio L escalation di don Peppino Garda Quel filo che collega quei tre sequestri Militari e magistrati, due modi di vedere La guerra del dopo Campisi-Corleo Dietro Mandalà otto nomi, otto delitti Quando la mala tocca un intoccabile Da Garcia a Russo a Garcia Supplemento di S Società editrice Novantacento s.r.l. Redazione, viale della Libertà Palermo telefono fax Direttore responsabile Francesco Foresta Redattori-coordinatori Roberto Benigno, Claudio Reale, Salvo Toscano Coordinamento editoriale Eliana Marino. Ha collaborato Filippo D'Arpa Ufficio grafico Angelo Baldi Tipografia Istituto Poligrafico Europeo Contrada Zaccanelli Area P. I. P Roccapalumba

3 Il giornalismo d inchiesta e il metodo Francese di Franco Nicastro* Quella sera di trent anni fa la mafia aprì una nuova stagione criminale. Definì le sue strategie interne ed esterne, i metodi, gli obiettivi. E lo fece cominciando da un giornalista che prima di altri aveva colto il senso dei cambiamenti in corso nell universo mafioso. La logica dei fatti poteva dunque rendere chiara e lampante la ragione per la quale era stato ucciso Mario Francese. Ma perché si potesse ricostruire il quadro d insieme abbiamo dovuto aspettare alcuni anni, le indagini di Falcone e Borsellino, le rivelazioni di Tommaso Buscetta, i maxiprocessi. E finalmente, nel 2001, le prime conclusioni giudiziarie sulla morte del cronista con la condanna degli uomini della cupola. Un altra cosa i cronisti accorsi in viale Campania quella sera intuirono: che quel delitto era solo l inizio di una lunga terrificante e martellante catena di sangue. Nel 1977 era stato ucciso il colonnello Giuseppe Russo e nel 1978 il giovane Peppino Impastato, un militante della sinistra ma soprattutto un giornalista sui generis che attaccava il boss Gaetano Badalamenti, lo ridicolizzava alla radio, denunciava i traffici della cosca di Cinisi. Alcuni segnali, insomma, c erano già stati. Erano arrivati in coincidenza con una ripresa dell attività investigativa che aveva avuto impulso dopo l insediamento del procuratore Gaetano Costa. Sin dalle prime battute Costa si era mosso da un lato per rimuovere inerzie, insufficienze, ritardi sedimentati nel tempo e dall altro per allargare lo sguardo verso il terreno inesplorato degli intrecci tra mafia e politica, del potere finanziario, dei nuovi affari di Cosa nostra: appalti, subappalti, grandi opere pubbliche. Guarda caso, i temi che sempre più spesso riempivano ormai le cronache di Mario Francese sul Giornale di Sicilia. Questa corrispondenza, certamente non casuale, tra nuovi indirizzi investigativi e inchieste giornalistiche non poteva passare inosservata né restare senza conseguenze. La mafia aveva fino a quel momento tollerato che Francese si occupasse giorno per giorno dei crimini e dei traffici degli uomini d onore e ne riferisse con cronache puntigliose e verifiche assidue delle fonti. Aveva consentito che Francese desse voce a tanti testimoni scomodi nei processi di mafia come Serafina Battaglia e Maddalena Gambino e si impegnasse per trovare un legale a chi non ne aveva per costituirsi parte civile. Cosa nostra aveva perfino consentito che raccontasse la storia di Ninetta Bagarella e delle sue nozze segrete con Totò Riina. Ma non poteva accettare che dalle pagine di un giornale di tradizioni moderate si alzasse il velo sugli interessi delle cosche verso il più grande affare di quel tempo, quello legato alla costruzione della diga Garcia. Francese se ne occupò con un inchiesta a puntate che non solo arrivò prima dei rapporti dei carabinieri ma finì per svelare la rete degli intrecci che teneva insieme società controllate dai corleonesi. E questo era troppo. Finiva per rompere regole non scritte, esponeva il giornalista in un ruolo intrusivo, rendeva esplicita e agli occhi dei mafiosi inaccettabile una concezione del giornalismo portata oltre la dimensione espositiva e neutra della cronaca. C è un immagine ripresa negli atti del processo che descrive simbolicamente il modo in cui Francese declinava il suo giornalismo: i suoi colleghi lo ricordano tutti con il taccuino in mano nelle aule dove si processava la mafia, a fianco del pubblico ministero, quasi a raffigurare una posizione molto vicina a quella dell accusa. Sembrano dettagli trascurabili che però agli occhi dei mafiosi assumevano un significato preciso e profondo. E finivano per alimentare un odio accanito. Ricordo ancora il livoroso disprezzo con cui don Agostino Coppola, il prete della mafia, apostrofava Francese nell aula dove si processavano gli imputati del sequestro di Luciano Cassina, un altro passaggio cruciale della nuova strategia imposta dai corleonesi di Luciano Liggio e Totò Riina, l uomo che il cronista del Giornale di Sicilia aveva già definito tra i più sanguinari di Corleone. Ricordo anche i malumori e le proteste che si levarono dal banco degli accusati quando Francese, assumendo per una volta in pubblico le vesti del testimone partecipante, si avvicinò alla corte per aiutarla a ricostruire la mappa, solo la mappa, dell area in cui era stato ucciso l agente Gaetano Cappiello impegnato in un operazione antiracket. Questo era il suo metodo di lavoro. Un testimone attento, onesto, sensibile, animato da un trasporto civile che lo portava, nei colloqui con il suo direttore Lino Rizzi, a rimarcare la grande distanza culturale e morale tra lui e gli uomini delle cosche. 4 5

4 Ma anche il suo stile aveva segnato, allora, una discontinuità con il giornalismo tradizionale. Lo segnalava acutamente l avvocato Nino Sorgi, uno dei più attenti e autorevoli penalisti palermitani: Si deve a lui (Francese, ndr) un impostazione innovatrice del vecchio concetto di cronaca giudiziaria. Ricordo che un tempo i cronisti dei giornali erano cancellieri: riempivano pagine intere, naturalmente con uno stile notarile, e, comunque, senza mai andare oltre il dibattimento processuale. Ecco, Francese fu credo il primo cronista a Palermo che cominciò a privilegiare la notizia del reato sul nascere, cioè prima di quella fase, diciamo così, protetta che è il dibattimento. La modernità, e l attualità, di quello stile diventò una connotazione forte del lavoro di Francese che cercava appunto la notizia sul nascere tanto da trovarsi a vedere da vicino l esecuzione di un delitto in una taverna della Vucciria proprio come dovrebbe fare un cronista scrupoloso e rigoroso. Il valore di quell esperienza non può essere colto nella sua fondamentale importanza se non va opportunamente richiamata la differenza rispetto all oggi del tipo di rapporto tra le fonti e il cronista. È un tema che investe l autonomia del giornalista, la sua indipendenza, la sua autorevolezza. Al tempo di Francese, e per un decennio ancora, era il cronista a cercare la notizia sul nascere, a seguirne lo sviluppo e a ricostruirne il profilo con un lavoro faticoso, difficile, rischioso. Le fonti difendevano il loro territorio e lasciavano filtrare solo poche essenziali informazioni. Il resto era il frutto di un opera di ricerca e di verifica che portava il giornalista a contatto diretto con i fatti, i loro testimoni, i loro protagonisti. Non giravano verbali, non si convocavano conferenze stampa, non si offrivano resoconti dettagliati né comunicati. E molte porte restavano chiuse. Se oggi le moderne forme di comunicazione hanno favorito la circolazione delle notizie, con un indubbio vantaggio per la ricchezza dell informazione, è anche vero che l omologazione è diventata straripante per l attenuazione dei filtri critici e che le strategie delle fonti hanno finito per imporre ai cronisti un rapporto di dipendenza. Per questo oggi è giusto chiedersi, anche e soprattutto all interno della professione, cosa sia rimasto nel giornalismo di quello che si può definire il metodo Francese ossia la ricerca sistematica della notizia condotta con cura e precisione artigianale. Poco, e quel poco rimane per l impegno di alcuni cronisti che come Francese puntano sulla qualità e investono sull indipendenza del loro lavoro anche in dissonanza con le scelte degli editori e delle direzioni. Allora come ora la mafia sa cogliere le evoluzioni della professione, sa distinguere una cronaca notarile dall approfondimento e dall inchiesta e sa dunque adeguare agli obiettivi più utili le proprie strategie. Con Francese venne eliminato un modello di giornalismo antinotarile e con lui la metafora di un giornalista che racconta la cronaca riempiendo il taccuino di appunti. Trent anni dopo spetta ai giornalisti conservare la memoria di un modello professionale sempre meno connotato e sempre meno praticato. Specie qui in Sicilia dove è sempre un esercizio rischioso quello di raccontare semplicemente i fatti a dispetto di ogni tentativo di oscuramento e di condizionamento. Tra minacce e autocensure, che è la forma peggiore di abbassare la schiena, la sfida è ancora quella di produrre un informazione libera. È per questo che prima e dopo Francese si può dire che il giornalismo siciliano abbia scritto le sue pagine migliori. *Presidente dell Ordine dei giornalisti di Sicilia 6 7

5 Quella generazione del 79 di Felice Cavallaro I lutti di Palermo, gli orrori della città mattatoio che con i macellai di Cosa nostra avrebbe colpito al cuore magistratura e apparato investigativo, istituzioni e politica, maggioranza e opposizione, perfino la Chiesa, ebbero un picco nel 1979, l anno cominciato con il delitto di Mario Francese, cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia. Per chi ha vissuto da vicino quel drammatico giro di boa non come distaccato testimone ma da protagonista coinvolto con tormento e dolore, parlarne trent anni dopo significa evocare il golpe tentato dai viddani, dai mafiosi di Totò Riina, i villani di provincia, come li chiamavano i notabili di una capitale grassa e molle, popolata da padrini e banchieri, editori ed esattori, tutti impastati, per dirla con Vincenzo Consolo, di un odore dolciastro di sangue e gelsomino. I golpe, si sa, cominciano dai palazzi dell informazione. Era difficile allora interpretare l assalto. Ma anche il lavoro dei cronisti e il loro luogo fisico di lavoro veniva posto sotto osservazione. Scrutati a vista. Come accadeva a Mario che a un tratto avvertì il fiato sul collo dei mafiosi e le attenzioni pelose di quel contesto che Bruno Caruso esplorava rappresentandolo nelle sue incisioni con paradisi botanici contrapposti a velenose teste di medusa. Un contesto composto da notabili, costruttori, professionisti untuosi, mollicci profittatori, non solo pacchiani e volgari sbrigafaccende di politici e potenti che capitava di incontrare anche in redazione. Era la città di allora dove tutto era concesso e tutto doveva sembrare normale, adeguandosi. Con l avallo dell omissione colpevole di chi avrebbe dovuto controllare. A cominciare da tanti magistrati ben inseriti in salotti snodo di trame oblique. E mi dispiace evocare il padre di un mio amico, Giovanni Pizzillo, il procuratore della Repubblica sul quale si addensarono i dubbi di tanti suoi colleghi, a cominciare da Rocco Chinnici, durissimo nei suoi diari. Ma è quell impasto che arrovella ancora, dopo trent anni. Un impasto perfino topografico. Penso al corpo senza vita di Mario, in viale Campania. Sotto casa. Stesso edificio in cui abitava Pizzillo, per un caso del destino. Stesso stabile dove cresceva il figlio Francesco, mio fraterno amico. E dove venivano su i figli di Francese, pure Giuseppe, il ragazzo che sarebbe stato preso dall ossessione del processo, tanti anni dopo, con una caccia a ritroso su intrecci sfociati nella disperazione, nel suicidio, una corda al lampadario. Proprio come era accaduto al figlio di Pizzillo, anima candida, una roccia per noi tutti, anche per Francesca Morvillo, non ancora moglie di Falcone, anche lei della comitiva. Suicida pure lui, un colpo alla tempia, alla fine incapace di reggere il sospetto di interrogativi rilanciati dallo stesso Falcone e altri colleghi del padre. I ricordi feriscono, ma dobbiamo tirarli fuori per capire cos è successo nelle nostre case. Non solo in quelle dei malacarne. I suicidi di questi due giovani, lontani nel tempo, questi drammi che nessuna indagine avrebbe potuto collegare, riflettono la tragedia di una città a lutto per lunghe stagioni poi dominate da quei viddani decisi a sostituire i padrini di città e stringere i loro rapporti con potenti, politici, costruttori, magistrati, giornalisti, nell illusione che tutti dovessero sempre essere pronti a piegarsi, a prestarsi, ad adeguarsi. A questo travaglio ripenso davanti al buco nero di Viale Campania dove una gelida sera del gennaio 79 vidi senza vita il cronista dalle suole di scarpa consumate, il compagno di scrivania che m ero ritrovato accanto nei miei primi passi al Giornale di Sicilia. Ero catturato dalla mole delle sue informazioni raccolte negli ospedali e nelle bettole, negli uffici di magistrati, carabinieri e polizia, ovvero lungo i suoi giri che spesso lo portavano fuori città, in provincia. Per vedere con i suoi occhi, per ascoltare, tornare e scrivere. Svelando per esempio gli imbrogli miliardari per costruire la diga Garcia, il grande affare di allora. Tirando fuori i nomi delle società mafiose. A cominciare dalla Ri.sa. E che ne doveva sapere la gente della Ri.sa? Ci pensò lui a spiegare che il nome di quell azienda celava proprio le iniziali di Riina Salvatore. Il boss che aveva sposato la maestrina di Corleone, Ninetta Bagarella, la sorella di Leoluca, il killer che sei mesi dopo avrebbe ucciso pure Boris Giuliano, il capo della Mobile. Riina passava, come Bernardo Provenzano, per l uomo più fidato di Luciano Liggio, il grande capo all Ucciardone. Entrambi suoi luogotenenti, come si scriveva allora. Come se si trattasse di un esercito. E lo era purtroppo. Con gli squadroni della morte 8 9

6 pronti ad agire. Anche con la benedizione di qualche parrino. Perché dalla loro parte stava pure un pezzo di Chiesa, come Don Agostino Coppola, finito in manette per i sequestri che i Corleonesi negli anni Settanta organizzavano al Nord, in Piemonte, in Lombardia. Al processo Mario Francese si avvicinò al pubblico ministero e quel parrino, immaginando chissà cosa, forse un suggerimento, scattò con un cornuto che sentirono tutti in aula. Ma non si lasciava intimorire Mario. Nemmeno da croci e crisantemi trovati sul cofano della sua auto. E se c era da aiutare una povera femmina sola e abbandonata contro i boss che le avevano ammazzato il marito correva a trovarle un avvocato. Prudenza, cominciavano a raccomandargli pure nel suo giornale. Non si capì subito chi ammazzò nel 77 il colonnello Ninni Russo. E Francese ci lavorò a fondo. Come feci anch io con l aiuto di strettissimi collaboratori dell ufficiale ucciso a Ficuzza. Alcuni articoli del 1978 offrirono una buona chiave per capire cosa accadeva, quale scontro stava maturando fra provincia e città. Scattava l assalto. Il golpe. E, come tutti i golpe, si progettava di occupare radio, tv, giornali. Ci provavano i Corleonesi, golosi dei rapporti che i grandi boss della città avevano con politica, costruttori, esattorie. La guerra di mafia era vicina. Per i Bontade, gli Inzerillo, i Teresi si preparava la mattanza. Partita dura combattuta anche puntando al palcoscenico del giornale dove veniva bruciata la casa al capocronista, incendiata l auto al direttore e rubata una BMW all editore. Questa l escalation culminata nell assassinio di Viale Campania, seguito da una resistenza protrattasi un paio d anni con un direttore venuto da fuori, Fausto De Luca. Breve, difficile resistenza contro una nuova mafia che non si accontentava più del ruolo di elemento parassitario tra pubblica amministrazione e produzione, ma voleva diventare essa stessa Stato e Impresa. Quando questo quadro non era ancora chiaro, Mario Francese cominciò a descriverlo. Prima collaborando a un saggio che sette, otto di noi, sotto la direzione di Roberto Ciuni, preparammo in occasione della visita a Palermo di Sandro Pertini. Poi trasformando le ricerche in un dossier su Cosa Nostra, una mappa su quartieri e famiglie. Un lavoro che non fu pubblicato. Con suo disappunto. Anzi, Francese ebbe la sensazione che il dossier fosse uscito dal giornale. Una copia rimase a lungo poggiata su un mobile di fronte alla sua scrivania. Copia da me spesso consultata per leggere nomi di personaggi che abitavano anche sotto il giornale, boss e contrabbandieri della Kalsa. Francese descriveva una mafia pigliatutto che si occupava di sbrigafaccende, di banche, costruzioni, grandi appalti. Oggi sarebbe facile cogliere nella mancata pubblicazione di quella miniera di informazioni una colpevole manovra dei vertici del giornale. Ma certo se ne pentirono dopo l agguato a Mario, quando fu consegnata a me una copia per correggere delle sviste e trasformare il lavoro in dieci puntate stampate nell inserto settimanale del Sicilia. Avvertivo la reponsabilità del compito, la necessità di intervenire al minimo, terrorizzato dai miei possibili errori. Doveva essere la stessa copia sparita per tanti giorni dal giornale, come aveva protestato Francese, preoccupato di non trovarla al suo posto. Ma era ricomparsa. E lui, come si legge anche nelle carte processuali, se l era riportata a casa. Sconfitto e amareggiato perché il suo giornale non dava adeguato risalto all analisi di un dossier che parlava di una spaccatura dentro la commissione di Cosa nostra fra i guanti di velluto, cioè i moderati come Gaetano Badalamenti, e i liggiani fra i quali emergevano Riina e Provenzano e tanti nomi allora nuovi. Al punto che il giornale concorrente, L Ora, dopo la morte di Francese s azzardò a dargli del visionario. Una sbandata di colleghi pur con pregi e meriti nell impegno antimafia. Vuoi o non vuoi, cominciò così un opera demolitoria giocata soprattutto sull annullamento della memoria. Non solo a Palermo. Lino Rizzi, il direttore dell auto bruciata, ebbe per Francese il premio Saint Vincent alla memoria nel giugno 79. Poi intitolarono a Mario il premio dell Unione cronisti, quello del cronista dell anno. Lo chiamarono Premio Francese. E un anno lo consegnò il figlio Giulio, poi assunto al Sicilia, ai familiari di Walter Tobagi. Ma anche questo é un mistero. Improvvisamente, il premio dei cronisti non si chiamò più Francese, come si rammaricò lo stesso Giulio. Fu anche assegnata per Mario una vistosa targa 10 11

7 di bronzo a Cefalù. La ritirò Rizzi e la espose in uno scaffale del suo studio. Restò lì col nuovo direttore, De Luca, uno dei fondatori di Repubblica, approdato per due anni a Palermo da dove andò via nell 82, subito dopo l omicidio Dalla Chiesa. Con il nuovo direttore la targa sparì. Per caso un collega la trovò in un magazzino, abbandonata fra tante cianfrusaglie. La prese ed irruppe durante un assemblea di redazione inveendo contro la direzione, gridando che la targa doveva essere rimessa al suo posto. Così accadde. Per qualche tempo. Piccole storie estranee a una inchiesta giudiziaria che invece ha zoomato sulla redazione in cui ha lavorato Francese, pure su alcuni colleghi che s erano ritrovati a cena con qualche boss o in sintonia con potenti come gli esattori Salvo. Nulla di penalmente rivelante, per fortuna, ma frizioni, acidità, sordi contropiedi hanno segnato una generazione di cronisti. Con realtà, finzione e veleni che miscelati quasi mai hanno per risultato la verità. O forse trent anni non bastano per dare il giusto peso alle cose che meritano attenzione e sottrarre zavorra alle ricostruzioni improprie. Ma si può cercare di ricordare e cominciare a raccontare tutto. Sforzo dovuto per una categoria che in Sicilia ha pagato caro, con altri sette giornalisti come Mario Francese caduti sul fronte della notizia. Dall album della famiglia Francese: Mario con la moglie Maria Sagona e i figli Giulio e Fabio 12 13

8 il Dossier di Mario Francese

9 11 marzo 1979 J accuse. La chiave per capire cos è la mafia La mafia è come una congregazione di mutua assistenza che ha suoi uomini in ogni struttura dell apparato dello Stato e della società dove li infiltra, nell apparente rispetto della legalità, per ricavarne vantaggi puntando sulla corruzione, sull omertà, sul rispetto. Attraverso il suo sviluppo, la mafia ha fornito negli anni possibilità di lavoro illegale o legalizzato, solidarietà, assistenza, collaborazione in ogni iniziativa le cui finalità non sono in contrasto con i principi dell organizzazione. Ma, pur assicurando collaborazione ed assistenza ad uomini inseriti nella malavita, la mafia non si identifica con nessuna delle associazioni a delinquere che proliferano nei quartieri popolari della città. Ogni gruppo può agire nell ambito di una zona limitata in modo autonomo, purché non infranga le regole dell onorata società e non ostacoli i piani delle famiglie che comandano. La mafia protegge questi gruppi così come alimenta ogni iniziativa parassitaria ed antisociale non allo scopo di demolire le istituzioni dello Stato ma, piuttosto, per penetrare meglio nel tessuto sociale e trarne vantaggi sempre più grandi. Nel corso degli anni, c è stata una vistosa evoluzione all interno dell organizzazione, rappresentata come una piramide il cui vertice è costituito da persone non sempre facilmente identificabili che, con criteri manageriali, manovrano le fila di complessi interessi economici a livello nazionale e internazionale. Al vertice esecutivo dell organizzazione si giunge per meriti propri, per capacità organizzativa, forte personalità, spregiudicatezza, coraggio. Come si vede, siamo davanti ad una moderna concezione dell organizzazione che è un superamento della mafia di città (preceduta dalla mafia delle campagne e delle borgate), peraltro non in contrasto con le cosche mafiose operanti nelle varie zone. Le cosche cittadine e provinciali in fondo costituiscono le basi di quella che abbiamo definito una piramide. Ed ogni cosca da questa moderna organizzazione, come ha sottolineato Henner Hess, trae vantaggi, impensabili in potenza, immunità e nei suoi traffici. Più in generale, l onorata società è riuscita a darsi strutture e mezzi adeguati per un inserimento nei commerci tra Nord e Sud, tra l Italia e i paesi della Comunità europea. Attività Non è un caso se in questi ultimi anni sono sorte moltissime società di autotrasporti. È emerso con chiarezza anche in occasione del cosiddetto processone ai 114 della mafia nuovo corso. È uno dei sintomi relativi all espansione dei traffici oltre lo Stretto. Ricordiamo che molti titolari di società di autotrasporti, spesso mimetizzati da una sigla o da una denominazione, figurano negli elenchi dei mafiosi. E in diverse associazioni per delinquere ritroviamo camionisti di ogni città. Tuttavia, mentre assistiamo al boom degli autotrasporti, non mancano le società che falliscono: riesce a stare in sella chi ha agganci e protezioni e, soprattutto, chi si presta ad ogni tipo di trasporto. Basti qualche esempio: la cocaina sequestrata sui camion addetti al trasporto dei marmi, le casse di sigarette trovate su camion carichi di mobili o di cassette di frutta, lo zucchero zootecnico importato a prezzo agevolato dai Paesi del Mercato comune e trasportato con i camion operanti nel porto di Palermo nei centri della sofisticazione del vino. Una società sulla quale gli inquirenti sono riusciti a mettere le mani addosso è quella che ha fatto capo al presunto capomafia di Baucina, Francesco Realmuto, morto recentemente. Una società che ha raggiunto in pochi anni un capitale di oltre un miliardo. Contrabbando Il contrabbando di droga, sigarette, valuta e preziosi è la principale attività che consente alla mafia di dominare la malavita dei quartieri imponendosi come fonte primaria di lavoro. Migliaia di disoccupati, di invalidi, di persone appena uscite dal carcere vivono infatti di contrabbando. Da non sottovalutare un aspetto sociale di fondamentale importanza: sono tutte persone distratte da reati più gravi come gli scippi, le rapine, i furti. Le società di quartiere Stanno, su piani diversi, naturalmente, il contrabbando di droga, valuta e preziosi e quello dei tabacchi. Palermo è divisa in zone ed ogni zona ha i suoi esponenti in seno alla società in cui sono rappresentati gran parte dei quartieri. Funziona proprio come una società per azioni, con un amministratore che affida i compiti ai componenti, con il cassiere, con gli uomini designati per reperire 16 17

10 la merce, con i capi che debbono tenere i contatti con l esecutivo. Per il contrabbando di sigarette la società crea delle basi operative che variano da periodo a periodo. Si ricorre ad espedienti suggeriti dall esperienza. Per sbarcare senza danni un grosso quantitativo di sigarette nella zona di Termini Imerese, si può così attirare l attenzione della Guardia di Finanza a Balestrate sacrificando un modesto quantitativo di tabacchi. Ogni società ha auto di grossa cilindrata, potenti motoscafi, propri mezzi navali ed automezzi pesanti, tutti ufficialmente di proprietà di persone insospettabili. Ciò spiega le difficoltà della Guardia di Finanza che non è mai riuscita ad individuare i finanziatori del contrabbando, probabilmente personaggi mascherati da un perfetto perbenismo. La ripartizione degli utili varia in base alla cifra investita nell operazione e ai rischi corsi. È accaduto qualche volta che nella stessa zona si siano costituite più società. Inevitabile lo scontro con battaglie caratterizzate perfino da singolari alleanze tra gruppi di contrabbandieri e finanzieri. Gli esponenti delle società mantengono i contatti con i vertici esecutivi del contrabbando, rappresentati per anni da Gerlando Alberti, Tommaso Buscetta, Luciano Liggio. Questi ultimi, a loro volta, fanno da tramite con i fornitori tra i quali spiccano i terribili cugini Greco di Ciaculli. L organizzazione ha i suoi agganci dovunque: si pensi che spesso i contrabbandieri riescono a tornare in possesso dei mezzi sequestrati partecipando alle aste giudiziarie. Gli introiti del contrabbando trovano sbocchi diversi. C è chi investe i ricavi in attività lecite, soprattutto nel settore edilizio, chi torna a partecipare ad altre operazioni di contrabbando e chi costituisce società di diverso tipo: nascono così catene di ristoranti, boutiques, negozi di elettrodomestici, di mobili, bar. Altri controllano case da gioco clandestine, acquistano zavorriere e motopesca, investono in cavalli da corsa, comprano vaste estensioni di ortaggi a prezzi di assoluta convenienza, si dedicano all usura imponendo tassi di interesse che si aggirano intorno al 20, 30 per cento, ogni tre mesi, ricettano oggetti rubati. Questo complesso ingranaggio spiega la forte solidarietà tra tutti gli anelli della catena, dalla base al vertice e spiega anche perché molti sconti non possano essere regolati per le vie legali. Contrabbando di stupefacenti Da trenta anni le basi di questo tipo di contrabbando sono Palermo, Castellammare del Golfo, Salemi, Cinisi, Napoli, Roma e Milano. La droga viene smistata in USA, proveniente dalle raffinerie della Francia, della Corsica e dei paesi orientali. Un traffico possibile per i legami tra i vertici esecutivi dell organizzazione con emissari d oltreoceano, spesso siculo-americani. Nella penisola e in Sicilia operano numerosi gruppi, collegati con agenti di Cosa nostra, tra i quali negli ultimi tempi Salvatore Catalano, oriundo di Borgetto, emigrato negli Stati Uniti dopo la conclusione del processo ai 114 della nuova mafia. Catalano è collegato con l italo-canadese Guido Orsini, abbastanza noto al F.B.I. e alla Guardia di Finanza. è possibile tracciare una planimetria dei gruppi operanti in Sicilia e nella penisola (escludendo per il momento quelli di Milano che fanno capo a Liggio ed Alberti e sui quali tenteremo un approfondimento parlando della mafia del Palermitano ). NAPOLI: Salvatore Filippone, Gaetano Filippone, Giacomo Sciarratta, Tom Greco, Gennaro Napolitano, Michele Zasa, Tommaso Spadaro e Stefano Bontade. BOLOGNETTA: Giovanni Pitarresi, Salvatore Lo Cascio, Rosario Minì, Antonino Sclafani, Ciro Lo Cascio. ERCOLANO: Antonino e Giacomo Camporeale. ROMAGNA (Lugo): Salvatore Schillaci. PESCARA (Tosca Casaulia): Arturo Vitrano. REGGIO EMILIA (Cavirago): Pietro Salerno di Paceco. MODENA: Antonino Pollina di Alcamo. ARICCIA: Antonino Melodia di Alcamo. RIMINI: Antonino Sorci. TARANTO (Ginosa): Pietro Sorci. BARI (Conversano): Giuseppe Pomo. GENOVA: Calogero Bartolo di Cinisi. ST. VINCENT: Vincenzo Randazzo di Cinisi. VAL D AOSTA: Faro Randazzo di Cinisi. CATANIA: Giuseppe Calderone e i fratelli Seminara. CASTELLAMMARE DEL GOLFO: Diego Plaia, Giuseppe Magaddino, Giuseppe Scandariato, Giovanni Bonventre, Giuseppe e Serafino Mancuso, i fratelli Cataldo. TAORMINA: Rosario Vitaliti e Francesco Scimone. MARSALA: il gruppo di Vincent Martinez. SALEMI: Salvatore Zizzo, i suoi fratelli e Giuseppe Palmeri. PARTANNA: fratelli Accardo. MISILMERI: Antonio Cimò, Francesco Vasta, Giuseppe 18 19

11 Chiaracane, Edoardo Ducati, Francesco Mutolo. Il gruppo principale è quello costituito dai fratelli e dai cugini Greco di Ciaculli. Chiamiamolo per comodità gruppo n. 1 e diciamo che è collegato direttamente con il gruppo n. 2 (Pietro Davì e Giuseppe Albanese) e con il gruppo n. 3 (Antonino Salamone, cognato di Totò Greco l ingegnere, Paolo e Nicola Greco). Il gruppo n. 2, a sua volta, è collegato con il gruppo n. 4 (Teresi, Citarda, Bontade, fratelli Spadaro, Tommaso Magliozzo, Francesco Cambria). Il gruppo n. 3 è invece collegato con il gruppo n. 5 (Alberti) e, a Palermo, con il gruppo n. 6 (Giuseppe Bono) e a Roma con il n. 7 (Mangiapane-Sciarrabba, Corso). Quest ultimo è in stretto contatto con i gruppi n. 8 di San Lorenzo Colli, n. 9 di Terrasini e Cinisi, e n. 10 di Villabate. Il gruppo n. 4 è collegato con il n. 11 di Carini, che fa capo a Calogero Passalacqua. Il gruppo romano n. 7 è direttamente collegato con i gruppi di Castellammare e del Trapanese. Gruppo Roma Lazio Costituito da Lucky Luciano (Salvatore Lucania) e dal vecchio boss di Partinico Frank Coppola, è il primo gruppo trapiantatosi nella penisola per tenere i collegamenti con esponenti italo-americani di Cosa nostra. Del gruppo fanno parte anche Antonino Buccellato, rappresentante della famiglia di Castellammare del Golfo. Giuseppe Corso (nato nel 1889) e il figlio Giuseppe del 27, sposato con una figlia di Frank Coppola, entrambi di Partinico, Filippo Rimi e il fratello Natale di Alcamo, Gian Battista Brusca e Giuseppe Mangiapane di Castellammare e Giusto Sciarrabba di Palermo. Il traffico di stupefacenti per gli Stati Uniti ha fatto leva su questo gruppo. Ed è logico, quindi, che a questo gruppo abbiano fatto capo i vertici siciliani del contrabbando della droga, cioè Luciano Liggio, Gerlando Alberti, Gaetano Badalamenti, Tommaso Buscetta e i cugini Greco di Ciaculli. Dal 1975, per presunti rapporti confidenziali con il questore Angelo Mangano, impegnato nella cattura di Luciano Liggio, Frank Coppola sarebbe stato detronizzato. L organizzazione romana sarebbe ora passata nelle mani del più giovane dei Rimi, Natale, e di Giuseppe Corso junior, implicato nella fuga di Liggio da villa Margherita, la clinica romana in cui era ricoverato. Altri traffici clandestini Fra le numerose attività in cui è impegnata l organizzazione mafiosa da ricordare il riciclaggio del denaro sporco (basti ricordare il caso di Alfredo Pantò, dipendente dell Ente minerario siciliano), il commercio di vino sofisticato (un mafioso di Bagheria, Tommaso Scaduto, ha allestito addirittura una flottiglia con basi a Trappeto, Marsala, Anzio e Genova), il traffico dello zucchero alimentare e zootecnico da utilizzare per la sofisticazione (un processo si è concluso nell aprile del 78 con multe fra i 35 e i 40 milioni), il racket del latte sofisticato (la mafia ha abusato delle agevolazioni previste per l importazione dai Paesi del MEC di latte in polvere ad uso zootecnico, poi venduto come latte genuino), il traffico della valuta e dei preziosi (l Interpol ha informato la questura di Palermo, con una nota del 21 ottobre 1976, dell esistenza di un traffico di preziosi tra Italia e Belgio con particolare riferimento a Palermo). Come si vede, la mafia non trascura alcun settore pur di realizzazione guadagni ingenti. Guadagni che le hanno via via consentito di migliorare i propri mezzi, al punto da rendere estremamente difficile il compito di chi dovrebbe sgominare l organizzazione

12 18 marzo 1979 I rapporti tra le cosche sicule e mafia italoamericana Mafia, fenomeno in continua evoluzione, anche nel 78 contraddistinto da una sua peculiarità. Ai delinquenti assassinati nell ambito della lotta tra cosche, alle mezze cartucce uccise per regolamento di conti, come dicono gli inquirenti, nel 78, si sono aggiunte alcune morti decisamente atipiche. Delitti che hanno fatto pensare a ristrutturazioni nell organizzazione, a lotte intestine per l attribuzione di cariche direzionali in seno alle famiglie di Palermo, delle sue borgate e dei comuni della provincia. Eravamo abituati a registrare, dal lontano 1957, omicidi nell ambito della guerra di cosche contrapposte: tra liggiani e navarriani, tra seguaci di La Barbera e dei Greco. Si uccidono tra loro, era il commento dei dirigenti della squadra mobile e degli ufficiali dei carabinieri. Ma nell ambito di quale guerra si possono collocare gli omicidi di persone come l avvocato Gaetano Longo, per molti anni sindaco di Capaci, consigliere comunale democristiano, direttore della Banca del Popolo di Palermo, o dell avvocato Ugo Triolo di Corleone, vice pretore onorario di Prizzi? Difficile per non dire impossibile dare una risposta a questa domanda. Anche perché le analisi sulla mafia sono diventate veramente complesse negli ultimi anni. Si pensi, per esempio, alla sua espansione determinata anche dall indiscriminata applicazione di misure di prevenzione con provvedimenti di soggiorno obbligato in comuni lontani dalla Sicilia: si è finito per esportare mafiosi e delinquenti comuni in tutta la penisola. E si son esportate anche sacche di miseria, di problemi individuali, certamente non risolti dalle 700 lire al giorno previste per i più indigenti. Si sono così creati vasti strati di diseredati, esposti ad umiliazioni e disagi, facile preda di un organizzazione, come si è detto, pronta all assistenza, alla collaborazione, alla solidarietà. Naturalmente, a patto che a tutto ciò corrisponda disponibilità, rispetto, omertà. Non si spiega, altrimenti la potenza organizzativa raggiunta da gruppi ai quali fanno capo Luciano Liggio, Gerlando Alberti, i cugini Greco di Ciaculli, Frank Coppola. Personaggi diventati dei veri e propri simboli per emarginati che avvertono lo Stato addirittura come espressione di una casta prevaricatrice ed iniqua. Polizia e carabinieri non avrebbero mai potuto controllare questo gran numero di pregiudicati distribuiti in diverse regioni del Paese. Contemporaneamente si è avuto il perfezionamento dei mezzi di trasporto e di comunicazione. Ciò ha facilitato la ricerca e il consolidamento dei rapporti tra confinati e gruppi di mafiosi stabilitisi sin dagli anni 60 in Piemonte, Lombardo, Lazio, Toscana e Campania per tenere stretti collegamenti con gli italo-americani di Cosa nostra. La mafia si evolveva e le forze di polizia restavano con mezzi inadeguati mentre si approvavano leggi buone nel campo dei diritti civili. Ma proprio queste leggi hanno messo in moto un meccanismo perverso. Si pensi alla legge che garantisce la riservatezza delle conversazioni telefoniche, alle innovazioni del codice di procedura penale finalizzate al potenziamento dei diritti di difesa di ogni cittadino ma anche di ogni imputato, alla riforma carceraria con l introduzione dell uso del telefono nelle prigioni. Uomini come Liggio, Coppola, Alberti, Buscetta, pur detenuti, assicurando con il loro prestigio un certo ordine nel carcere hanno goduto in contropartita di privilegi che hanno consentito loro di tenere collegamenti con l esterno e, soprattutto, con i luogotenenti. Abbiamo fatto un cenno su Cosa nostra. I rapporti tra le famiglie d oltreoceano e quelle siciliane si concretizzano nel varo di un programma comune a carattere internazionale formalizzato, o meglio ratificato nelle assise di mafia all albergo Arlington di Binghmantoan dal 17 al 19 ottobre 1956, all Hotel des Palmes di Palermo dal 12 al 16 ottobre 1957 e ad Apalachin il 14 novembre Un rapporto della squadra mobile del 28 luglio 65 mise in evidenza l intensa attività nel traffico di stupefacenti, valuta e tabacco tra Stati Uniti e Sicilia. Il 31 gennaio 66 vennero rinviati a giudizio per associazione in traffici illeciti Frank Garofalo di Castellammare del Golfo, residente a Palermo, Santo Sorce di Mussomeli abitante a New York, Vincent Martinez di Marsala, Gaspare Magaddino, Diego Plaja e Giuseppe Magaddino, tutti e tre di Castellammare, Giuseppe Corrito di Villabate, ma residente a Los Gatos negli USA, Giuseppe Scandariato di Castellammare, Filippo Gioè Imperiale di Palermo, Frank Coppola di Partinico residente a San Lorenzo in Ardea di Pomezia nel Lazio, Gaetano Russo di Palermo residente a New 22 23

13 York, Rosario Vitalità di Taormina, Francesco Scimone di Boston residente a Taormina, Angelo Coffaro di Palermo, Giuseppe Bonanno e Giovanni Bonventre di Castellammare, Giovanni Priziola di Partinico residente nel Michigan, Camillo Galante di New York, Raffaele Quarsano di Detroit, Calogero Orlando di Terrasini. Precursori di questa nuova associazione siculoamericana erano stati Salvatore Lucania (Lucky Luciano) e Frank Coppola, entrambi espulsi dagli USA, rispettivamente nel 45 e nel 48. Luciano riallacciò rapporti con il palermitano Pasquale Enea, indiziato nel 1909 dell assassinio del tenente di polizia americana Joseph Petrosino, collegato ad una rete internazionale di contrabbando di droga e ai pregiudicati palermitani Rosario Mancino, Pietro Davì, Giacinto Mazzara e Antonino Sorgi. Non mancava una ricca documentazione sui collegamenti tra le famiglie siciliane e quelle d oltreoceano: il rapporto dell americano Mc Clellan, le rivelazioni di Joseph Valachi, le note informative tra polizia italiana e statunitense. Segni premonitori dell inizio del traffico di stupefacenti tra Sicilia e Stati Uniti si erano avuti nel giugno del 49, quando la Guardia di Finanza arrestò a Ciampino l americano Vincent Charles Trupie, un corriere che portava addosso 9 chili di eroina. Avrebbe dovuto consegnarli a Francesco Pirico, un milanese poi catturato. Altri segni : il 6 aprile 1951 all aeroporto Urbe di Roma la Guardia di Finanza arresta l americano Frank Callaci con 3 chilogrammi di eroina. Lo stesso giorno a Palermo viene bloccato l italo americano Francesco Callaci, zio di Frank; nel luglio del 51 il nucleo di polizia tributaria di Roma controlla una serie di ditte farmaceutiche del Nord autorizzate al commercio di stupefacenti. Si scopre che dal 48 al 50 cinque ditte (Alfa di Savona, Lodi di Genova, Gastoldi di Genova, Sace e Saipom di Milano) hanno venduto 716 chili di stupefacenti regolarizzando i propri libri di carico e scarico con documenti falsi. Furono coinvolti nel traffico Salvatore Vitale, Totò il piccolo di Partinico fuggito in America, Cristofaro Caruso di Palermo, latitante, Agostino Simoncini e Salvatore Torretta di Palermo. Denunciate, al termine delle indagini, 23 persone, tra le quali Frank Coppola, allora latitante. Chiusa la fonte delle farmacie, la mafia tenta di importare oppio dalla Jugoslavia e dalla Bulgaria e di impiantare in Sicilia un laboratorio clandestino per la sua lavorazione. La squadra mobile di Palermo e il nucleo di polizia tributaria delle Fiamme Gialle di Roma nel febbraio del 67 presentarono un dettagliato rapporto contro 91 persone. Ci sono tutti i nomi dei boss del gotha mafioso accanto ad altri meno noti. Al processo ne venne allegato un altro scaturito da un rapporto della sezione narcotici della squadra mobile del 23 febbraio 66 contro Gaetano Badalamenti, Giuseppe Bertolino, Pietro Davì, Elio Forni, Salvatore Greco, Angelo La Barbera, Rosario Mancino, Giacinto Mazzara e Antonino Sorci, tutti accusati come i 91 di traffici illeciti. A distanza di dodici anni questi processi sono paradossalmente ancorati alla fase istruttoria, dopo un palleggiamento di competenza tra il tribunale di Roma e quello di Palermo. La magistratura romana ha poi ammesso la competenza dei giudici palermitani. Ma gli atti si sono bloccati all ufficio istruzione di Palermo in attesa che l indagine giudiziaria prendesse il via. Naturalmente, a distanza di tanti anni, difficilmente l inchiesta potrà essere avviata, sia per il gran numero di imputati che per tutte le incombenze formali richieste dalla nuova procedura. Tuttavia l indagine avrebbe consentito un controllo sulla posizione dei boss della droga e, almeno, avrebbe fornito agli inquirenti una mappa aggiornata dei gruppi e dei loro capi. Non se ne è fatto niente. Si tratta di processi ai quali si giunse tra il 65 e il 67, cioè dopo l esplosione della Giulietta-bomba a Ciaculli e qualche anno dopo i rapporti congiunti di squadra mobile e carabinieri che tra il 63 e il 64, denunciarono prima un gruppo di 33 imputati capeggiati da Angelo La Barbera e, successivamente, altre 54 persone capeggiate da Pietro Torretta. I due processi, abbinati e celebrati presso la Corte di Assise di Catanzaro si sono conclusi con condanne minime per associazione a delinquere e con l assoluzione per tutti gli imputati, tranne che per La Barbera e Torretta. Evidentemente squadra mobile e carabinieri sono venuti a conoscenza delle operazioni e dei controlli eseguiti dalla Guardia di Finanza soltanto a distanza di molti anni. Un gran numero degli imputati nei due processi tenuti a Catanzaro figurano nei rapporti delle Fiamme gialle. Se gli inquirenti avessero potuto leggerli nel 60, probabilmente si sarebbe potuto evitare lo spargimento di sangue provocato dalla lotta 24 25

14 tra le cosche. Si sarebbe dovuto costituire un centro misto di controllo della mafia tra polizia, carabinieri e guardia di finanza. Un centro con uno schedario da aggiornare almeno ogni mese per controllare gli stranieri e gli uomini dalla doppia nazionalità. Il lavoro in comune fra i tre corpi di polizia avrebbe consentito di avviare il tentativo di disciplinare il settore degli autotrasporti e quello dei portuali, settori di cui spesso si serve la mafia per una vasta gamma di attività illecite. E si sarebbero potute controllare le società che spesso costituiscono soltanto il paravento di personaggi ben mimetizzati dietro una sigla insignificante per riciclare denaro sporco, per speculare, o usufruire delle provvidenze che lo Stato e le regioni dispongono per incentivare iniziative industriali e produttive nelle zone depresse. Mario Francese alle prese con una gara di trotto per giornalisti all ippodromo della Favorita 26 27

15 26 marzo 1979 Quel memoriale promesso da Luciano Liggio Carabinieri, polizia, studiosi dei fenomeni mafiosi concordano tutti su un punto: che i sequestri dell esattore di Salemi Luigi Corleo, preceduto di pochi giorni dal rapimento del professor Nicola Campisi, il sequestro di Graziella Mandalà, moglie dell ex costruttore Giuseppe Quartuccio, la catena di omicidi intorno a Corleone apertasi nel 75, l omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, la soppressione di Ignazio Scelta e di Baldassare Garda sono le conseguenze più eclatanti di una guerra tra le due cosche dominanti in Sicilia e, forse, addirittura in tutta la penisola. La mafia si sarebbe dunque spaccata in due tronconi contrapposti, con caratteristiche e programmi inconciliabilmente diversi. In questa lotta, il primo tenterebbe di conservare posizioni raggiunte in decenni di intensa attività, l altro gruppo di imporre la sua legge e i suoi sistemi. Secondo una schematizzazione attendibile, sarebbero queste le due grandi famiglie che si contendono il predominio: la cosca dei cosiddetti liggiani e quella dei guanti di velluto. La prima programma rapine e sequestri e controlla a livello nazionale il contrabbando di sigarette e di droga: l altra è composta da mafiosi fedeli ai tradizionali schemi dell organizzazione che, attraverso una serie di società-paravento, hanno indirizzato i loro programmi verso le opere pubbliche finanziate dallo Stato soprattutto nel Mezzogiorno e, in particolare, nella Sicilia occidentale colpita nel 68 dal terremoto. I fondi per la ricostruzione della Valle del Belice hanno fatto gola a tanti uomini direttamente o indirettamente impegnati nella realizzazione di opere stradali, di invasi e dighe. Vediamo quali sono gli eventi appariscenti che suffragano l ipotesi dell esistenza di due tronconi mafiosi in guerra in un vastissimo campo disseminato di morti ammazzati. Il primo punto determinante è costituito dalla promozione di Gaetano Badalamenti, capo-famiglia di Cinisi, 56 anni, a presidente della commissione dell organizzazione mafiosa del Palermitano, dopo la morte del boss di Caccamo, Giuseppe Panzeca, deceduto nel suo letto il 31 marzo Un elevazione avvenuta secondo un antico rituale mafioso, con la partecipazione dei capi-gruppo, ognuno dei quali rappresentante cinque famiglie. L altro evento, quasi concomitante, è costituito dalla clamorosa fuga di Luciano Liggio dalla clinica romana del professor Bracci. Accadde il 24 novembre Trasferito nella casa di cura privata dell ospedale di Reggio Calabria per essere sottoposto ad un delicato intervento chirurgico alla vescica. Liggio riuscì poi a dileguarsi sotto il naso degli agenti. La fuga ha avuto strascichi pesanti. Se ne interessò la commissione antimafia nominata dal Parlamento per studiare il fenomeno mafioso. E se ne occupò il Consiglio superiore della magistratura, nel tentativo di individuare eventuali responsabilità da parte dei magistrati. Dove si stabilì l ex primula di Corleone subito dopo la fuga romana e prima del suo arresto avvenuto a Milano, il 4 luglio 1974? Tentò di stanarlo il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, allora comandante del nucleo investigativo di Palermo. Gli diede la caccia seguendo le sue piste finché non riuscì a stabilire la sua presenza in una cittadina della provincia di Palermo tra il 72 e il 73. Assolto per insufficienza di prove per una serie di delitti al primo processo di Bari, Liggio fu poi scarcerato. Quando seppe della modifica del verdetto in ergastolo al giudizio di appello, non pensò certo a costituirsi. Avrebbe trovato una rete di protezione idonea per garantirgli una tranquilla latitanza solo in provincia di Palermo dove era già riuscito a nascondersi addirittura per 19 anni al punto da meritarsi l appellativo di primula di Corleone. La sentenza di Bari, come si dice in termini giudiziari, fu resa definitiva dalla corte di Cassazione nel 71: a quel punto per Liggio non restavano alternative alla latitanza. La conferma della sua presenza nel Palermitano nel maggio 1973 l ho avuta dallo stesso Liggio. Tramite un vecchio avvocato poi scomparso, Franco Berna, la primula preannunciò un suo memoriale che avrebbe anche presentato alla Corte di Assise di appello di Bari, cioè ai giudici che lo avevano condannato all ergastolo, in modo da chiedere la revisione del processo. Con tutta probabilità Liggio si trasferì dunque in provincia di Palermo sia per usufruire della rete di protezione, che per contattare i testi sui quali far leva nella stesura del memoriale. Il colonnello Russo era convinto che Luciano Liggio si 28 29

16 nascondesse a Piano Zucco, in gran parte controllato a quell epoca dal parroco di Carini, Don Agostino Coppola, e dai fratelli Giacomo e Domenico. Controllato da loro ma di proprietà di Giacomo Chiello, abitante a Palermo in via Libertà, personaggio sotto certi aspetti ambiguo, causa indiretta dell agguato subito dall allevatore Francesco Paolo Randazzo il 27 ottobre 1974, rinviato a giudizio nel 77 per contrabbando di sigarette. Alla fine del 73 Liggio, che nel frattempo era andato spesso a Milano eludendo ogni controllo, cambiò parere. Non pensò più alla revisione del processo di Bari. E a me, che aspettavo il memoriale promesso attraverso l avvocato Berna, fece sapere che non se ne sarebbe fatto niente e che avrebbe preferito esser considerato morto. Si trasferì in quel periodo in Calabria. Lo prova un viaggio nella regione di Don Agostino Coppola, poi implicato nel sequestro dell ingegner Luciano Cassina. Già a quell epoca Liggio aveva deciso il suo programma: sequestri di persona e controllo del contrabbando. Per mimetizzare i veri motivi della sua missione, Don Coppola si fece accompagnare in Calabria da una ragazza che interrogata, ha poi detto di essersi innamorata del sacerdote e, praticamente, di non essere riuscita a conquistare il suo amore. Dalle Calabrie a Milano: Liggio trovò nella metropoli l appoggio di Gerlando Alberti, il boss palermitano meglio noto con il nomignolo u paccarè. Ma a Milano Liggio fu poi arrestato perché coinvolto in una eclatante serie di sequestri di persone e condannato a 18 anni di reclusione insieme ad altri siciliani tra i quali spicca padre Agostino Coppola condannato a 14 anni. Ma perché l ex primula di Corleone rinunciò alla comoda rete di protezione del Palermitano per trasferirsi nelle Calabrie prima e in Lombardia poi? Fuggito dalla clinica romana nel novembre 69, Liggio appena giunto in provincia di Palermo strinse un patto di ferro con la mafia di Partinico, San Lorenzo Colli e Borgetto. La sua presenza è documentata da un atto notarile con il quale Liggio, revocando ogni sua precedente decisione, nominò la sorella Maria procuratrice legale di tutti i suoi beni. Non solo ma si è certi che in quel periodo fece consegnare alla sorella 40 milioni per acquistare un feudo in contrada Casale dove già possedeva 9 salme di terra. Per questa operazione Maria Liggio venne incriminata di violenza privata perché, secondo i carabinieri, il feudo sarebbe stato acquistato con l imposizione e pagato per una somma inferiore al suo valore. Nel Palermitano, Luciano Liggio raccoglie le istanze della malavita e soprattutto di giovani delinquenti gravitanti nel settore del contrabbando, in quell epoca attanagliato da una forte crisi. È soltanto una coincidenza se la cronaca comincia allora a registrare una clamorosa serie di sequestri? Si va dal rapimento dell industriale Antonino Caruso, sequestrato nella sua fattoria di Salemi il 27 febbraio 1971, a quello di Giuseppe Vassallo (settembre 71), al tentato sequestro di Vincenzo Traina ucciso quella notte d ottobre del 71 perché resisteva; e si giunge al sequestro di Luciano Cassina avvenuta il 16 agosto Il clamore suscitato dai sequestri e, in particolare, da quelli di Vassallo e Cassina, tra i più noti e potenti imprenditori palermitani, non possono non provocare reazioni anche nei tradizionali ambienti della mafia. Il colonnello Russo viene così a sapere di una riunione della cosiddetta commissione mafiosa presieduta da Gaetano Badalamenti. In quell occasione i picciotti erano stati autorevolmente invitati a smetterla con i sequestri. Ogni invito, nel gergo della mafia, è un ordine perentorio. Se volete dedicarvi ai sequestri, ammonì Badalamenti, organizzateli fuori dalla Sicilia. Ed aggiunse: A Palermo non voglio più sentire parlare di sequestri. Sembra che la decisione del tribunale della mafia non sia stata adottata all unanimità. Avrebbero votato contro i rappresentanti delle famiglie di Liggio, Coppola, Scaduto di Bagheria e Gerlando Alberti. Il gruppo Liggio si trovò così in minoranza. Da qui la decisione di Liggio di trasferirsi in Calabria. Ma prima, acquistò a Vaccarizzo di Catania un agrumeto. Naturalmente non a nome suo. Si servì, come prestanome, di Antonino Quartararo, evaso il primo luglio 1970 mentre si trovava piantonato all ospedale civico di Palermo. Anche con la collaborazione dei fratelli Ugone, poi coinvolti nell anonima sequestri, Liggio fece costruire su questo terreno una villa a due piani con seminterrato adibito a magazzino. Una villa di oltre 400 metri quadrati

17 I carabinieri e la guardia di finanza poi scoprirono che, sotto il pianerottolo principale, proprio a ridosso delle fondazioni, era stata costruita una cella certamente da destinare a prigione per i sequestri programmati dalla cosca in Calabria, in Puglia e nella Sicilia orientale. Liggio dovette dunque obbedire, per quanto a malincuore alla decisione della commissione mafiosa presieduta da Gaetano Badalamenti. Ma era rimasto per tre anni nel Palermitano e aveva avuto modo di rinsaldare i vincoli associativi, oltre che con Gerlando Alberti e Tommaso Buscetta, con quasi tutti i capifamiglia della città, delle sue borgate e della provincia. Il trasferimento di Luciano Liggio da Palermo in Calabria dev essere avvenuto il 25 febbraio Quel giorno, alle 13, la polizia bloccò in città, a piazza Scaffa, una BMW 3000, targata Napoli A bordo c erano Michele Zaza di Procida (indicato nel febbraio 73 da Leonardo Vitale come un gregario della cosca di Liggio), il boss di Villafrati Salvatore Santomauro, Biagio Martello (fratello di Mario, condannato a 15 anni di reclusione nel gennaio 78 per il sequestro di Franco Madonia) e Alfredo Bono di Palermo, fratello di Giuseppe, uno degli imputati al processo dei 114 della cosiddetta mafia nuovo corso. Secondo informazioni confidenziali, i quattro che erano armati facevano da scorta ad un altra auto riuscita a dileguarsi. Fu il colonnello Giuseppe Russo a stabilire che su questa seconda auto si sarebbero trovati Totò Greco l ingegnere, Luciano Liggio e Domenico Coppola, fratello di Don Agostino. Fu lo stesso Russo ad aggiungere successivamente il nome di una quarta persona che avrebbe viaggiato con loro: quello di Giovanni La Barbera. Liggio e i suoi amici prima di partire per la Cabaria avrebbero tentato un vertice di mafia nella borgata di Uditore e, poco dopo, una seconda riunione nel fondo di un avvocato, a Brancaccio-Roccella: cioè dove secondo le dichiarazioni di padre Giovanni Ajello, incaricato dal conte Arturo Cassina furono depositati i primi 300 milioni del riscatto pagato (un miliardo e 300 milioni) per la liberazione dell ingegner Luciano Cassina. Mario Francese a passeggio con la moglie Maria Sagona 32 33

18 1 aprile 1979 Le riunioni da Liggio Il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, ucciso dalla mafia il 20 agosto 77 a Ficuzza, non si stancò mai di dare la caccia a Liggio e al suo clan. Fra le varie informazioni che gli giunsero ce n è una particolarmente interessante: nel periodo di permanenza di Liggio nel Palermitano, padre Agostino Coppola, tra il 71 e il 10 settembre 73 acquistò beni immobili per 49 miliardi e 500 mila lire. Si costituì allora la Solitano, una società per azioni che acquistò Piano Zucco cedendolo in affitto a don Coppola e ai suoi fratelli Giacomo e Domenico. Questo nonostante l impegno assunto dal proprietario del fondo, Giacomo Chiello, con l agricoltore-allevatore Francesco Paolo Randazzo poi cacciato via a colpi di fucile. Risulta che Agostino Coppola caldeggiò finanziamenti per la Solitano presso la Cassa per il Mezzogiorno ricavandone un utile del dieci per cento. A Piano Zucco, secondo i programmi del tempo, avrebbero dovuto essere avviate un industria del formaggio e un altra per l imbottigliamento dei vini pregiati. Contemporaneamente alla costituzione della Solitano sorsero altre società fra le quali la Sifac S.p.A. (soci Emanuele Finazzo di Cinisi, Vito Giannola di Cinisi e Antonino Nania di Partinico) e la Zoo- Sicula RI.SA. (sigla dietro cui va letto il nome di Riina Salvatore, luogotenente di Liggio). La Sifac, proprietaria di una cava a Cinisi, si dedicò a forniture di materiale alle ditte impegnate nei lavori edili all aeroporto di Punta Raisi e all impresa del conte Arturo Cassina, all epoca impegnata nella costruzione dell autostrada Punta Raisi-Mazara del Vallo. C è una singola coincidenza: l ingegner Luciano Cassina fu sequestrato il 16 agosto 1972, dopo la prima fornitura di materiale per l autostrada effettuata il 10 agosto. La Zoo-sicula RI.SA. costituita il 5 dicembre 1972 da Franca Migliore di San Giuseppe Jato e da Domenico Farruggia di San Cipirello, era invece impegnata nell acquisto di immobili. Tra il 26 dicembre 1972 e il 22 dicembre 1973 sono stati comprati terreni ed immobili per di lire. Tra l altro, fu comprato un palazzo a San Lorenzo Colli. In un appartamento di questo edificio avrebbe abitato proprio il luogotenente di Liggio, Totò Riina, insieme alla sua compagna, Antonietta Bagarella con cui si sposò segretamente, officiante padre Agostino Coppola, nel maggio 73. Nell appartamento carabinieri e polizia arrestarono un fratello della Bagarella, Leoluca, trovato armato fino ai denti. Il colonnello Russo stabilì inoltre che, in contrada Rocche di Rao di Corleone, la RI.SA. comprò undici salme di terreno, ceduto in affitto per trent anni, in cambio del compenso irrisorio di 30 salme di frumento all anno, al corleonese Giovanni Grizzaffi, figlio di Caterina Riina, sorella del latitante Totò. Grizzaffi si sposò a Corleone il 6 settembre 73, per cui la cessione deve essere stata un dono di nozze dello zio Totò. Al matrimonio intervennero Giacomo Gambino, Gaetano Carollo, Antonino Ciulla e Francesco Madonia del fondo Gravina. A MILANO Luciano Liggio, facendo leva su luogotenenti, manovalanza della delinquenza e protettori organizzò tra la Sicilia, la Calabria e la Lombardia una vasta associazione specializzata soprattutto nei sequestri di persona. A Milano il re di Corleone si stabilì in un appartamento al quarto piano di via Friuli 15. Un vero e proprio quartier generale dove si svolsero diverse riunioni di mafia. Con lui convivevano la triestina Lucia Paranzan ed una bambina, forse sua figlia. La latitanza lo costrinse a ricorrere a travestimenti e a presentarsi sempre con nomi diversi: ora signor Antonio, ora Antonio Paranzan, altre volte come signor Michele Di Terlizzi. Nonostante la sua attenzione nell evitare di essere notato frequentò spesso la sala da barba di Antonion Balducci e Pasquale Orsini, la boutique Try 50 di via Umbria, gestita da Tony Casale, il negozio di frutta e verdura di Franco Gavagna in viale Umbria, il bar Lido in piazza Siparich 4, gestito da Angela ed Aldo Beretta. La prima riunione a Milano sarebbe stata tenuta da Liggio negli ultimi mesi del Questo secondo un rapporto del colonnello Russo. Oltre a Liggio vi avrebbero partecipato Totò Riina, Vincenzo Arena, Giuseppe Taormina e Salvatore Gambino. Si sarebbero stabiliti i programmi da attuare, i sequestri, le competenze territoriali di ciascun gruppo della cosca e i settori da controllare e ai quali dedicarsi con maggior profitto. Il colonnello Russo era convinto che Liggio fosse poi tornato a Milano nella primavera del 71 dopo la scarcerazione di Gerlando Alberti e la soppressione di 34 35

19 Vincenzo Conti, soprannominato Cucca, assassinato a Milano il 4 aprile A questa seconda riunione avrebbero partecipato Salvatore Riina, Salvatore Enea (poi coinvolto nel sequestro di Graziella Mandalà), i fratelli Bono, Gerlando Alberti, Francesco Scaglione, Vincenzo Arena ed altri. Russo scrisse allora: Non si può sottacere come, ancora una volta, il tempo e il succedersi di nuovi eventi delittuosi, abbiano confermato quanto accertato nelle indagini condensate nel processo ai 114 della mafia nuovo corso. Soprattutto abbiamo ancora meglio delineato i disegni criminosi di una organizzazione criminale che non conosce soste, non ammette insuccessi, aggiorna tempestivamente le sue tecniche, rinnova i propri quadri, estende ai più svariati settori il proprio interesse e la propria sete di lucro. Ed ancora nel rapporto del 21 maggio 74: Le prime indagini a Milano scrisse Russo danno la conferma dell esistenza di agguerriti gruppi di mafia cui è da attribuire la ripresa dei sequestri di persona nella Sicilia occidentale e il trasferimento di tale attività in continente. Fu proprio Russo ad accertare il collegamento tra il gruppo di Liggio ed altre cosche, tra le quali quella calabrese, contattata attraverso il gruppo di Tommaso Scaduto di Bagheria che fungeva da trait d union con i clan della Lombardia, della Toscana e delle Marche. Collaborava in questi collegamenti Antonino Di Cristina, 45 anni, imputato della strage di Locri. Il gruppo dei calabresi era composto da famiglie molto note nel gotha mafioso: i Sammarco, i Carone (Sant Eufemia), i Piromalli (Gioia Tauro). Tra gli altri, anche Vito Gallina, oriundo di Carini, ucciso secondo i carabinieri da Girolamo Piromalli e Giuseppe Carbone. Tra gli amici di Liggio figurano, inoltre, i fratelli Quartararo di Brancaccio, Vincenzo Chiaracarne di Palermo, Damiano Caruso di Villabate, Giacomo Taormina arrestato per i sequestri Torielli e Rossi di Montelera. Altri nomi abbastanza interessanti: Domenico Bacchi di Partinico, Giuseppe Scaduto di Bagheria al soggiorno obbligato a San Colombano al Lambro, in provincia di Milano, Pietro Scaduto di Bagheria, contrabbandiere, Antonio Scaduto di Bagheria ma residente a Novara. Si parlò di questi personaggi al processo all Anonima sequestri celebrato a Milano. In quell occasione il colonnello Russo fornì alla magistratura anche una lunga lista di amici di Liggio operanti in diverse città italiane. Eccola: Francesco Alterno, autista di Palermo, Gerardo Alterno muratore di Palermo, Giuseppe Alterno camionista della borgata Uditore e il figlio Salvatore camionista. Poi: Francesco Anselmo di Partinico ma barbiere a Roma, Gaspare Anselmo impiegato a Roma, Salvatore Anselmo anch egli di Partinico, studente. Inoltre: Antonino Badalamenti di Cinisi, Natale Badalamenti allevatore di buoi a Cinisi, Gaetano Badalamenti anch egli allevatore a Cinisi, Giuseppe Bertolino, produttore di vini a Partinico, Alfredo Bono palermitano residente a Milano, Giuseppe Bono residente a Milano, Giuseppe Briguglio di Partinico, Andrea Cataldo di Alcamo, imprenditore edile, Nicolò Cataldo imprenditore edile di Alcamo, Vito Cataldo impiegato comunale a Balestrate, Gaspare Centineo di Partinico. Seguono nomi di rilievo: Agostino, Domenico e Giacomo Coppola di Partinico, Vincenzo Di Giorgio imprenditore edile di Partinico. Gaspare Di Trapani, agricoltore di Partinico. L ARRESTO Quando nei rapporti di carabinieri e polizia si parla di una vasta rete di protezione il riferimento corre a questi ed altri amici. Non mancarono però come si è detto le divisioni. La triplice alleanza tra le cosche siciliane, calabresi e lombarde, avvenuta fra il 73 e il 75, provocò in tutto il Paese uno stato di allarme generale. E provocò anche reazioni negli ambienti della mafia tradizionale. I primi sintomi della guerra tra mafia nuovo corso e vecchia mafia si erano già avuti nel 71 a Palermo. Infatti, il 14 settembre 71 a Tommaso Natale venne ucciso Francesco Ferrante, alla ribalta della cronaca giudiziaria sin dagli anni cinquanta. Il corpo di Ferrante fu trovato semicarbonizzato dentro la sua 500. Era guardiano di Villa Boscogrande a Cardillo. Il delitto è rimasto impunito. Subito dopo, il 30 maggio 72, scomparve in circostanze misteriose un altro uomo della gang di Tommaso Natale, Filippo Pellerito. I due, oltre ad occuparsi del traffico della droga, erano quasi certamente implicati nel sequestro di Giuseppe Vassallo. Con le intercettazioni telefoniche effettuate durante la trattativa per il pagamento del riscatto per la liberazione del figlio del costruttore edile Francesco Vassallo si stabilì infatti che le tre voci registrate 36 37

20 corrispondevano a quelle di Giuseppe Scaduto di Bagheria, di Francesco Ferrante e Filippo Pellerito. La giustizia non fece in tempo ad accertarlo perché la vecchia mafia punì i due con una sentenza irrevocabile di morte. Per la gang di Luciano Liggio le cose erano andate meglio nel Nord. Il re di Corleone era coadiuvato dai luogotenenti Totò Riina latitante dal marzo 1970, Bernardo Provenzano, latitante dal 1958, Calogero Bagarella latitante dal 1957, e Leoluca Bagarella. Tutti di Corleone, avevano già all attivo i sequestri di Luigi Rossi di Montelera, Paul Getty III, Cristina Mazzotti, Luigi Genchini (Milano), Renato Lavagna (Torino), Egidio Perfetti (Milano), Giovanni Bulgari, Saverio Garonzi, Giuseppe Lucchese, Giuseppe Agrati, Baroni. All attivo dell Anonima sequestri anche gli omicidi di Vito Gallina di Carini assassinato a Fabriano il 5 febbraio 74 e di Giovanni Gallina, ucciso a Carini il 26 maggio 74. Questo il motivo per cui i due fratelli sarebbero stati giustiziati: Vito Gallina avrebbe rifiutato di offrire la sua collaborazione al progetto del sequestro della figlia del senatore Francesco Merloni, titolare della Ariston, una fabbrica di elettrodomestici. Lo avrebbero eliminato due fedeli della gang di Liggio, il calabrese Piromalli e Giuseppe Carbone. Proprio gli assassini ai quali Giovanni Gallina tentò di dare la caccia per vendicare il fratello trovando, però, la morte. Anche le gesta di Luciano Liggio finiscono per registrare una fase discendente. E il 4 luglio 74 l ex primula di Corleone, con azione a sorpresa della Guardia di Finanza, viene arrestato nel suo rifugio di Milano dove le Fiamme Gialle trovano armi e munizioni di tutti i tipi. Un cronista instancabile: Mario Francese a caccia di notizie sulla diga Garcia 38 39

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