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1 II. LUCREZIO E IL VERBO EPICUREO CANTATO NELLA PIÙ ALTA POESIA l. Inadeguati giudizi su Lucrezio Sono ben note le posizioni dei vecchi interpreti di Lucrezio 1, che sottolineavano il netto divario fra l'altezza e la sublimità della sua poesia e la povertà, la freddezza e perfino l'empietà della dottrina epicurea che canta. E sono noti i tentativi di mostrare come Lucrezio poeta finisca per spiccare il suo volo oltre Epicuro e, perfino, contrç> Epicuro. E sono noti, infine, i tentativi di mostrare un «Ant-ilucrezio» in Lucrezio, in quella diffusa malinconia e in quella fitta tristezza l Lucrezio nacque all'inizio del I secolo a. C. e morl verso la metà di esso. (Si veda la discussione delle fonti da cui si ricavano questi dati in Boyancé, Lucrezio e l'epicureismo, pp. 26 sg.). Della sua vita si conosce pochissimo. Da san Gerolamo apprendiamo che Lucrezio impazzi per aver bevuto un filtro amoroso e che compose il suo poema negli intervalli di lucidità concessigli dalla follia. Per quanto la notizia sia da molti considerata pura favola, non sono pochi gli studiosi che vi vedono almeno una parziale verità, non solo perché tali filtri erano effettivamente in uso a Roma, e non solo per un certo disordine del poema, ma anche per un certo furore poetico che in non pochi passi crea un'atmosfera esaltata e anche per quell'ansia che pervade tutti i Canti. Sempre da Gerolamo sappiamo che Lucrezio morl suicida a 44 anni. E ancora da Gerolamo sappiamo che Cicerone «emendavit» il poema lucreziano, espressione che la recente critica interpreta come «pubblicò» (cfr. Boyancé, pp. 33 sg.). In effetti Cicerone, in una let~ra del 54, dice del De rerum natura che è opera piena di ingegno e di talento artistico. Egli non considerò tuttavia Lucrezio come un pensatore e non lo nominò mai nei suoi trattati filosofici. Lucrezio è stato nei tempi moderni di gran lunga più studiato e più amato di Epicuro stesso, appunto per la sua poesia altissima. Tutti gli studiosi concordano infatti nel giudicare il De rerum natura il più grande poema filosofico di tutti i tempi. Noi ci occuperemo invece del significato di Lucrezio filosofo.

2 LUCREZIO 279 che pervadono il poema: tristezza e malinconia che si ritenevano decisamente antiepicuree e, quindi, contrarie anche alle intenzioni epicuree di Lucrezio. Orbene, tutte queste opinioni nascono, fondamentalmente, da una effettiva incomprensione di Epicuro. In effetti, il fondatore del Giardino ha cominciato ad essere inteso in profondità solo nel nostro secolo. Si capisce, pertanto, come l'incomprensione di Epicuro comportasse, fatalmente, l'incomprensione dell'epicureismo lucreziano e quindi di Lucrezio. E come al Bignone spettò il merito di aver riletto in nuova chiave il pensiero di Epicuro, cosi spettò al Bignone anche il merito di aver saputo abbattere il radicato pregiudizio che portava a vedere Lucrezio in una antitesi di fondo rispetto ad Epicuro2. 2. I l pessimismo d i partenza e l a v i t tori a d e 11 a ragione in Lucrezio e in Epicuro L'antitesi più notevole, ripetutamente additata dalla critica, fra Lucrezio ed Epicuro, fu vista nei celebri versi del canto quinto che sembrano intrisi di profondo pessimismo, in quanto illustrano il male e il dolore, i quali inesorabilmente pervadono il mondo intero: la natura non sembra fatta per l'uomo e l'uomo non sembra fatto per la natura. Ecco i famosi versi: Potrei non sapere del mondo le origini, ma dai segni del cielo e da molte cose create io sono certo che il mondo non è fatto per noi: tanto esso è forte di male. Quanto di spazio copre lo slancio terrestre gran parte hanno i monti 2 Cfr. E. Bignone, Storia della letteratura latina, n, Firenze 1945, pp. 180 sgg.

3 280 DIFFUSIONE DELL'EPICUREISMO A ROMA avidi, le selve grate alle fiere, le rupi, le paludi plumbee di stagni e i mari che fanno lontane le terre: qui l'arsura deserta, là il ghiaccio perenne ci tolgono la distesa del suolo: e il poco che avanza di terra più docile se la forza dell'uomo, per restare in vita, non preme in sudore la vanga, s'ingombra di sterpi. E noi fecondiamo le glebe con l'aratro, facciamo grandi le piante perché da sole non verrebbero all'aria. Ma intanto che le campagne frondeggiano e gli alberi e le erbe respirano con assidua cura educate, giunge su le opere umane la pioggia improvvisa e la brina o la fiamma troppo accesa del sole: oppure scende a schiantarle il soffio dell'uragano. E la natura dovunque, per la terra e nei fondi del mare che alleva le stirpi delle belve, spinge su noi i fiati maligni delle stagioni: e la morte va in giro inaspettata. E il fanciullo, come naufrago gettato alla riva dalle onde infuriate, giace nudo a terra, senza poter parlare, bisognoso d'aiuto; e quando dall'urlo materno la natura l'ha buttato là nella luce piange e fa lugubre il giorno di lamenti: presagio del male che gli rimane di vivere. Invece le bestie, gli armenti, le belve crescono varie né di trastulli han bisogno né di nutrici con blande e tenere voci né di vesti che mutano al mutare del tempo, non d'armi, non di muraglie a difendersi: giacché tutto per loro produce la terra generosa, a tutto per loro provvede natura 3 Orbene, il Bignone ha dimostrato che, lungi dal cadere in una forma di eresia, in questi versi, Lucrezio ripete concetti 3 De rerum natura, v, La traduzione che qui e in seguito riportiamo è di E. Cetrangolo (Sansoni, Firenze 1969, con testo a fronte), a nostro avviso assai bella.

4 LUCREZIO 281 puntualmente sostenuti da Epicuro in un'opera polemica volta a confutare il dialogo aristotelico Sulla filosofia 4 All'ottimismo teleologico aristotelico Epicuro contrapponeva una visione decisamente non ottimistica e fortemente disteleologica, in cui egli parlava di «imperizia» e «inettitudine» della natura, e quindi di mancanza totale di finalità 5, e adduceva argomenti analoghi a quelli utilizzati da Lucrezio. Ma ecco, ad ulteriore riconferma, uno stralcio di un frammento epicureo molto significativo nel suo pessimismo di fondo, che sembra andare perfin oltre quello del passo lucreziano sopra letto: Epicuro vedeva che le avversità colpivano sempre i buoni: povertà, travagli, esilio, perdite dei propri cari; vedeva che i cattivi sono sempre felici, divengono sempre più potenti, ricevono cariche e onori; vedeva che l'innocenza è indifesa, i delitti restano impuniti; vedeva che la morte infierisce senza tener conto dellll condotta degli uomini, senza ordine né distinzione di età, ché alcuni giungono alla vecchiaia, altri sono rapiti alla vita bambini, altri muoiono adulti, altri nel primo fiore dell'adolescenza sono spenti da morte immatura; vedeva che nelle guerre son piuttosto i migliori ad essere vinti e a perire. Ma soprattutto lo commoveva che gli uomini davvero pii sono afflitti da più gravi mali, mentre quelli che o sono del tutto incuranti degli dei o non prestano loro il dovuto ossequio soffrono mali minori o non ne soffrono affatto [... ] 6 Dunque, come Lucrezio, Epicuro non negava affatto i mali del mondo, anzi li riconosceva e li sottolineava. Egli yoleva, però, curarli, voleva lenirli e superarli con la sua filosofia. E giustamente il Bignone rileva: «[... ] quanto più la sorte degli uomini lasciati a sé è dolorosa, tanto più grande è l'orgoglio di trionfo della filosofia che, secondo Epicuro, per essi conquista la felicità. Il capolavoro della natura non E. Bignone, Storia della letteratura latina, vol. n, pp. 183 sgg. Cfr. Galeno, De usu partium, VII, 14, vol. III, p. 571 sg. Kiihn ( = Usener, fr. 381, p. 255). Lattanzio, Div. Instit., m, 17, 8 (= Usener, fr. 370 [traduzione di L. Massa Positano]).

5 282 DIFFUSIONE DELL'EPICUREISMO A ROMA è dunque per Epicuro il mondo, come per l'aristotele del De philosophia, contro cui egli polemizzava, ma l'uomo, a cui la natura, pur tra i mali che lo insidiano, lasciò la possibilità di trionfare per saggezza "sl che degna dei Numi egli possa viver la vita"» 7, come lo stesso Lucrezio ribadisce 8 Dunque, identica è la cifra spirituale che caratterizza il pensiero del fondatore del Giardino e quello del poeta romano che lo ha cantato. E quella stessa angoscia che pervade tutto il poema lucreziano è alla base del filosofare di Epicuro: sono proprio quegli oscuri mali dell'animo- di cui parla Lucrezio, che Epicuro voleva fugare con la sua parola e voleva ricomporre in superiore atarassia. Ché Epicuro tutte dovette provare entro di sé le angosce che volle curare: la paura degli Dei (lui, cosl convinto dell'esistenza di esseri divini, al punto da ammetterli senza più alcuna ragione né fisica né etica né escatologica), la paura dei mali (lui, cosl sofferente nel fisico e cosl sensibile nello spirito) e la paura della morte (lui che comprese cosi bene come essa sia sentita come il più orrendo dei mali per gli uomini). E, come abbiamo visto, l'atarassia, la felicità epicurea, non è inerzia, non è immobilità né accidia 9, e nemmeno immediato dono di natura: essa è, invece, conquista lottata e sofferta, tramite il logos, che culmina nella suprema virtù della phr6nesis. L'atarassia epicurea è, a suo modo, trionfo della ragione dell'uomo sull'irrazionale che lo circonda. Anche Lucrezio, ribadendo puntualmente la posizione del Maestro, scrive: Ora, se questo è un rimedio ridicolo 10 7 Bignone, Storia deua letteratura latina, vol. II, p Il verso di Lucrezio è nel canto m, 322. Cfr. Bignone, Storia della letteratura latina, vol. II, p. 186; dr. anche L'Aristotele perduto, vol. II, pp. 573 sgg. 10 Il rimedio ridicolo è quello illustrato nei versi che precedono, consistente nell'abbandonarsi a tutte le illusioni degli uomini: potenza, ricchezza e simili.

6 LUCREZIO 283 e gli umani terrori e gli affanni seguaci non temono il suono dell'armi né guerre, ché anzi si mischiano audaci fra i re e i potenti, né il fulgore dell'oro li abbaglia o la porpora, perché dubitare che solo il potere della ragione sia in grado di abbatterli? tanto più che la vita è avvolta di tenebre. E come i fanciulli vedon di notte atterriti nel vuoto dell'ombra fantasmi di gelide ali e ne fingono altri in cammino per l'aria, cosl nella luce tremano gli uomini di cose più esigue dell'ombre. Né valgono i raggi del sole a sperder le tenebre e questo terrore dell'animo, ma solo lo studio del vero, ma solo la luce della ragione 11 La differenza fra Epicuro e Lucrezio sta nel fatto che il primo, anche dal punto di vista esistenziale, riuscl a dominare con la ragione le sue inquietudini e angosce, mentre Lucrezio non vi riuscl; ma di ciò diremo più avanti. 3. La verità che lenisce il dolore e dona la pace Ma c'è un altro punto da rilevare, e proprio in riferimento alla ricostruzione razionale del reale e al senso della «fisica» che il De rerum natura ripropone. Sempre sulla linea della annosa e mal posta questione dell'originalità di Lucrezio, si è tentato, di recente, invertendo la rotta tradizionalmente seguita dalla critica, di additare propr-io nella scienza e nella rigorosità deduttiva del De rerum natura l'originalità del poeta romano 12 " De rerum natura, n, A. D. Winspear, Lucretius antl Scientific Thought, Montreal 1963; traduzione italiana di F. Cardelli col titolo: Che cosa ha «veramente» detto Lucrezio, Roma 1968.

7 284 DIFFUSIONE DELL'EPICUREISMO A ROMA Scrive il Winspear: «L'originalità di Lucrezio potrebbe essere analizzata su due livelli differenti. Primo: un talento per l'esposizione che gli fa prendere da uno dei suoi predecessori uno spunto prosaico che fa poi fiorire di metafore, immaginazione e passione. Secondo: una forza intellettuale che gli fa vedere assai più chiaramente di ogni pensatore antico le implicazioni della posizione filosofica che sostiene. Lucrezio aderl ad una concezione antiteologica dell'universo, evoluzionistica e antiteleologica, e restò attaccato a questa prospettiva e la espose assai più fermamente ed eloquentemente di qualsiasi altro pensatore antico. Questa concezione del mondo egli la applicò all'evoluzione delle piante, degli animali e dell'uomo e propose una teoria di evoluzione biologica e sociale che supera di gran lunga qualsiasi altra teoria proposta nell'antichità classica. Ed è forse questo che spiega la straordinaria modernità del pensiero di Lucrezio» 13 Giocano, nell'interpretazione del Winspear, fattori di estrazione positivistica e anche marxistica, che, in realtà, sono del tutto estranei agli intendimenti lucreziani. In primo luogo, gioca il presupposto che la «scienza» (intendendo per «scienza» proprio la moderna scienza della natura), sia il supremo parametro della verità; in secondo luogo, gioca il presupposto che l'evoluzionismo darwiniano sia la lettura più scientifica della natura, e, infine, che l'atomismo sia il più perfetto dei tentativi fatti dagli antichi per intendere il mondo. Tutti questi presupposti, in realtà, contribuiscono non arivelare ma a velare il senso del verbo lucreziano. La «scienza» di Lucrezio è tentativo di cogliere la totalità, le cause supreme di tutta la realtà, i fondamenti ultimativi dell'essere e, perciò non è affatto scienza nel senso moderno del termine, ma è metafisica, o, in ogni caso, antologia (si ricordi il senso della greca physis, che con ampiezza abbiamo via via chiarito nel corso di quest'opera, e di cui la latina natura è l'esatto corri- '" Winspear, Che cosa ba «veramente» detto Lucrezio, p. 10.

8 LUCREZIO 285 spondente). L'evoluzionismo del poema lucreziano, su cui lo studioso molto insiste 1 \ ha - e per conseguenza - tutt'altro senso teoretico rispetto all'evoluzionismo darwiniano, e, quindi, le tangenze che Winspear rileva sono accidentali e non toccano la sostanza delle due dottrine. Infine, anche l'atomismo lucreziano che Winspear esalta non è l'atomismo della nuova scienza. L'atomismo antico (e quello lucreziano non solo non fa eccezione, ma costituisce una delle più belle conferme) è una ontologia nata per superare gli Eleati e fondata su categorie eleatiche e, in particolare, melissiane. Anzi, fra le fisiche antiche l'atomismo è quella più fortemente aporetica, in particolare nella versione epicureo-lucreziana, a causa della assunzione del clinamen, di cui sopra abbiamo diffusamente detto. Senza contare, poi, che affermazioni del tipo di quelle del Winspear non reggono, se non altro, per il semplice motivo che la maggior organicità e consequenzialità dell'atomismo lucreziano, rispetto a quello degli altri Atomisti, potrebbe essere una pura illusione prospettica, dovuta al semplice fatto che di questi ultimi non possediamo testi ampi e organici, ma solo frammenti. Abbiamo richiamato questa posizione del Winspear perché ci permette, proprio rilevandone gli equivoci, di chiarire un punto essenziale. ~ vero che nel poema lucreziano si parla molto più di fisica che di etica, ma l'estensione con cui sono discusse le dottrine fisiche non deve gettare un velo sulla loro qualità, cioè sulla loro natura e sul loro scopo. Le dottrine fisiche non sono assolutamente fine a se stesse, ma rappresentano quel «vero» che deve fugare gli orrori e le angosce umane, quel «lume» che deve squarciare le tenebre delle menti, quella forza che deve far dileguare i fantasmi. Insomma, la fisica lucreziana non ha altro scopo, come le fisiche di tutte le Scuole ellenistiche, se non quello di Winspear, Che cosa ha «v~ramente» d'tto Lucrezio, pp

9 286 DIFFUSIONE DELL'EPICUREISMO A ROMA dimostrare che esistono le dimensioni antologiche in cui può trovar posto una vita felice. Il vero della «scienza» che canta Lucrezio è solo quel vero che sa guarire i mali degli uomini, o almeno lenirli. 4. I principi d e l v ero epicureo e il c a n t o d i Lucrezio Le novità che al vero e ai principi del vero epicureo apporta Lucrezio vanno dunque ricercate non in altro che nella sua poesia. A questo proposito scrive il Boy:ancé: «Per conquistare l'uomo, sia pure per liberarlo dalle passioni, bisogna innanzitutto commuoverlo. Per liberare gli uomini Lucrezio ha capito che non si trattava di ottenere, nei momenti di fredda riflessione, la loro adesione ad alcune verità di ordine intellettuale, ma che bisognava rendere queste verità, come avrebbe potuto dire Pascal, comprensibili al cuore» 15 Ed, in effetti, una lettura del De rerum natura in questa chiave è la più feconda. Se si mettono in sinossi i passi di Epicuro e i corrispondenti passi del poema lucreziano, si noterà che la differenza è quasi sempre questa: il filosofo parla con il linguaggio dellogos, il poeta aggiunge a questo logos i toni suadenti del sentimento, colora illogos con l'intuizione fantastica, sorreggf: il concetto con l'immagine. Insomma: la novità è la magia dell'arte che s'aggiunge alla filosofia e la trasfigura e la fa penetrare nel cuore oltre che nella mente. In questa Storia della filosofia antica non possiamo occuparci dell'arte di Lucrezio 16, ma solo del suo significato nell'ambito della storia del Giardino. Pertanto ci limiteremo,. Boyancé,. Lucrezio e l'epicureismo, pp. 12 sg. " Al lettore raccomandiamo il citato volume del Boyancé, che a nostro avviso è uno dei più validi; alle pp. 341 sgg. il lettore troverà anche una bibliografia ricchissima.

10 LUCREZIO 287 ad alcune esemplificazioni, scelte fra quelle più significative soprattutto dal punto di vista filosofico. Basti vedere come, dopo il prologo, il canto prin1o ridica nel modo più suggestivo i principi eleatici, fatti propri dagli Atomisti, che nulla nasce dal nulla e che nulla si dissolve nel nulla, i principi del vuoto e dei corpi. Principi di per sé ari dissimi, e che nel canto lucreziano si ravvivano di inusitate risonanze piene di patos. Ma leggiamo come è riproposta la epicurea negazione della metafisica «seconda navigazione» platonica, cioè la negazione dell'esistenza di un essere incorporeo immateriale soprasensibile: E nulla che tu possa dire davvero incorporeo esiste o diverso dal vuoto, qualcosa che sia quasi una terza scoperta natura. E poi, mi par chiaro: qualunque cosa esistente dev'essere pure qualcosa per sé, e se questo qualcosa può essere al tatto avvertito in modo anche lieve e sottile - non conta se grande o se piccolo - esistendo dovrà noverarsi fra i corpi. Se poi non può essere al tatto avvertito né può ad altro corpo impedire il passaggio attraverso di sé in ogni senso, sarà questo appunto il vuoto assoluto. Inoltre: ogni cosa esistente per sé o agisce o patisce alcunché, oppure farà che le cose si muovano e agiscano in lei; ma un.a cosa incorporea non può agire o subire e il vuoto soltanto può ai corpi far posto. E dunque, al di fuori di vuoto e materia non c'è un'altra cosa che possa nel mondo esiste~ per sé come terza né tale che possa cadere giammai sotto i sensi o esser raggiunta giammai dal pensiero De rerunz natura, I, 43~8.

11 288 DIFFUSIONE DELL'EPICUREISMO A ROMA Ed ecco come è riproposto l'infinito, con accenti melissiani: quell'infinito che il Greco non riuscl mai a comprendere a fondo, e che, quando ammise, ammise solo in senso materiale e quantitativo: Il tutto esistente non è in alcun senso finito: ché avrebbe altrimenti un estremo: ma è chiaro che mai di una cosa può esserci estremo se un'altra non c'è che ne segni il confine: di guisa che il punto si veda oltre il quale s'arresti la vista di quella. E siccome ammettiamo che nulla esiste oltre il tutto, al tutto manca l'estremo e la fine; né conta in che punto ti trovi del tutto: ché un punto qualsiasi ha innanzi a sé l'infinito. Tu pensa un momento finito lo spazio: se alcuno si spinge laggiù verso gli ultimi lidi del mondo e scagli una freccia veloce; che cosa ti piace di credere? che il dardo lanciato con forza raggiunga la mira e voli lontano o che possa qualcosa arrestarlo e impedirlo? Costretto tu sei ad accettare una di queste due cose; eppure sia l'una che l'altra ti chiude ogni via e ti piega ad ammettere che il tutto si estende infinito: giacché, sia che qualcosa impedisca al volo del dardo di giungere al segno, sia che il volo prosegua di fuori, partito non è certamente da un termine ultimo. Se vuoi continuare ti seguo dovunque tu ponga l'estremo confine e sapere la sorte vorrò di quel dardo. Né un termine avrai per fermarti e aperta avrai sempre la fuga in cerca di limiti nuovi. Ecco: allo sguardo una cosa limita l'altra cosi che ogni limite segna le forme del mondo: l'aria è confine di un colle, un monte dell'aria;

12 LUCREZIO 289 la terra è termine al mare, il mare alla terra. Nulla c'è che il tutto chiuda in un giro da fuori. Se tutto lo spazio del mondo fosse chiuso da termini certi e finito, già sceso nel fondo sarebbe l'ammasso della materia a causa del peso e sotto la volta del cielo più nulla vivrebbe e il cielo né il sole sarebbero affatto: giacché accumulata sarebbe da tempo infinito nel basso l'inerte materia. Ma ora, com'è naturale, i germi dei corpi non hanno mai tregua perché non esiste un fondo ove possan cadere e fermarsi; e sempre con moto continuo accorrono atomi a formare le cose, da tutte le parti ed anche da sotto, veloci, dall'infinito. Tale è dunque la natura del vuoto, cosl dello spazio è fondo, l'abisso che neppure la folgore potrà mai percorrerlo intero né abbreviarne d'un punto solo il cammino, neppure se il tratto lucente durasse il corso perenne del tempo, tanto è lo spazio aperto alle cose da tutte le parti, libero inco!mahile vuoto. La stessa natura del resto provvede che il mondo non abbia confini: costringe i corpi ad essere cinti dal vuoto e il vuoto dai corpi: cosl che per questo alternarsi di vuoto e materia, per queste due cose sia il tutto infinito: ed anche se l'una non fosse limite all'altra, l'altra da sola sarebbe infinita 18 Ed ecco quest'altro passo in cui risuonano accenti che richiamano alla mente addirittura i leopardiani smarrimenti nell'infinito: Se fuori da queste ampie mura del mondo si stende lo spazio De rerum natura, 1,

13 290 DIFFUSIONE DELL'EPICUREISMO A ROMA la mente vuole alzarsi a vedere e in quel vuoto l'animo mio peregrinare. Intorno a me non ho termine alcuno: è immensa la natura del vuoto, è certa questa profondità luminosa. Qui dove in lungo vuoto sospinti volano atomi non c'è posto per credere che solo la terra e solo questi archi celesti si siano formati: oltre di noi non ha requie la materia creatrice. E tanto più s'io penso che il mondo terrestre la natura ha fatto. per caso, che gli atomi si urtarono a caso e dopo molta e vana violenza finalmente riuscirono a stringersi e a gettare nei grembi del vuoto l'esordio dell'universo. Esistono altrove disperse altre masse di atomi come questa che l'etere copre in gelosa custodia. Non è meraviglia che dove la materia è disposta, dove è aperto lo spazio là nuove cose si formino. Se tanto è il numero dei nuclei creatori che tutta l'età dei viventi non basta a contarli, se la stessa forza permane che possa gli stessi elementi riunire dovunque al modo che qui li ha riuniti, è certo che altrove ci sono altre terre e altri mari, altre forme ci sono di animali e di uomini. Nella somma di tutte le cose non può esisterne una che sola sia generata, che parte non sia di una specie e di un ordine: come per le bestie dei monti, come per questa prole degli uomini, per le mute famiglie dei pesci, per i corpi degli uccelli nel vento. Da questi ra#ronti tu vedi che non uniche sono le cose che sono: non è unico il cielo né il sole né il mare:

14 LUCIIEZIO 291 ma sono infiniti di numero, proprio perché è fisso nel fondo di ogni essere un termine, proprio perché tutto è formato alla morte. E per tutti gli spazi è lo stesso come qui delle cose terrene 19 Lasciando da parte l'illustrazione dei modi con cui Lucrezio ripropone la teoria degli atomi, dei loro moti, della ge- 1terazione e della vita sulla terra e dei fenomeni celesti, nonché la teoria della conoscenza e dei simulacri, che ci porterebbe troppo oltre i limiti che la natura di quest'opera impone, vogliamo illustrare ancora qualche punto particolarmente significativo. Anche Lucrezio, come Epicuro, distingue due parti dell'anima, l'irrazionale e la razionale, e chiama la prima anima e la seconda animo o spirito. E come Epicuro, egli ripropone l'aporetica affermazione che l'animo o spirito è fatto di un elemento privilegiato che non ha nome. Dopo aver detto che nell'animo ci sono vento, aria e calore, scrive: Triplice dunque dell'animo appare l'essenza; ma questi elementi non bastano insieme a produrre la vita animale; ripugna al nostro intelletto di ammettere che alcuno di essi possa creare i moti del senso né suscitare i pensieri alla mente. Aggiungere a questi_ dqnque si deve una quarta sostanza, ch'è priva di nome; e niente di questa c'è di più mobile né di più tenue, non cosa formata di più lisci e sottili elementi; ed è questa che sparte per prima alle membra i moti del senso [... ] 20 Anche qui, come in Epicuro, è quell'immateriale che, negato, si vendica, ricomparendo come sostanza «senza nome». Tuttavia, come. in Epicuro, esso viene dichiarato mortale in " De rerum natura, 11, , De rerum natura, m,

15 292 DIFFUSIONE DELL'EPICUREISMO A ROMA modo addirittura ossessivo: Come dal grano d'incenso non può separarsi l'odore senza che insieme l'un l'aftro si perdano, staccare dal corpo cosl non si può lo spirito e l'anima senza che il tutto perisca: fomiti di sorte comune essi nascono con atomi tanto fra loro intrecciati che l'uno non vive disgiunto dall'altro [... ] 21 [... ] e se parlo, ad esempio, dell'anima spiegando com'essa è mortale, considera che intendo pure lo spirito, in quanto si tratta di cose congiunte fra loro ed unite 22 Ed ecco una delle argomentazioni più patetiche: E ancora: Inoltre sentiamo che l'anima nasce insieme col corpo e cresce ed invecchia con lui. Come il bambino vacilla nei passi perché debole e tenero ha il corpo, cosl a lui s'accompagna una debole mente; ma poi, quando il tempo lo fa vigoroso, già uomo, cresce il giudizio e la forza dell'animo; e quando alla fine battuto il corpo sia stato dai colpi del tempo e stanche cadon le membra e s'accasciano logore, ecco lo spirito zoppica, la lingua s'inceppa, la mente s'annebbia e tutto ci manca, tutto si perde e s'invola. Ammettere dunque si deve che intera si dissipa la sostanza dell'anima, simile al fumo, nell'alte regioni dell'aria, perché la vediamo nascere e crescere insieme col corpo e invecchiare sfinita con gli anni del corpo 73 Come l'occhio strappato dall'orbita, isolato dal corpo non vede più nulla, 21 De rerum natura, 111, De rerum natura, III, De rerum natura, III,

16 LUCREZIO 293 E infine: cosl da se stessi lo spirito e l'anima non possono nulla [... ] 24 Ma poiché stabilito nel corpo degli uomini è il luogo dove spirito ed anima possano vivere e crescere, a maggior ragione si deve negare che possano esistere e nascere fuori del corpo. Ed ecco perché, quando il corpo perisce, anche l'anima devi creder che muore, straziata nel corpo, Congiungere cosa mortale all'eterno, supporre che possano entrambi sentire in comune ed avere rapporti reciproci, è delirare. Che cosa si può immaginare più strana e discorde e stridente di ciò ch'è mortale unito all'eterno ed entrambi associati sostenere le stesse crudeli tempeste del mondo? 25 È, questa, la netta antitesi della visione platonica e aristotelica, riproposta nella esatta portata in cui l'aveva formulata Epicuro. Da ultimo, si ascolti come è ridetta la dottrina della morte: Dunque la mo~te non è niente per noi, non ci tocca per niente, perché l'anima è una cosa mortale. E come nel passato non sentimmo dolore quando i Punici vennero da ogni parte a far guerra e il mondo percosso tremò sotto gli archi dell'etere e fu incerto a chi andasse l'impero della terra; cosl quando più non saremo, quando il connubio del corpo e dell'anima, dal quale uniti respiriamo l'aria del giorno, si sarà spezzato, allora niente più ci muoverà; nemmeno se il mare.. De rerum natura, III, De rerum natura, In,

17 294 DIFFUSIONE DELL'EPICUREISMO A lloma disteso sulla terra salisse a turbare la chiarità alta dei cieli 26 E perfino nel caso che il tempo adunasse in futuro o avesse già adunato in passato, nelle infinite possibilità di combinazioni, quella combinazione di atomi che ora ci costituisce, questo non potrebbe in alcun modo mutare ciò che s'è detto: infatti, fra questa combinazione di atomi che noi siamo e l'altra che si potrebbe formare o che può già in passato essersi formata mancherebbe il legame essenziale della continuità di sensazione e coscienza, e dunque l'interruzione della morte rende le identiche combinazioni meccaniche totalmente altre l'una rispetto all'altra 27 Perciò, conclude Lucrezio: [... ] la vita è stata in quell'intervallo interrotta e i moti qua e là si dispersero vagando lontano dai sensi. Bisogna che un uomo, perché lo raggiunga il dolore, sia vivo nel tempo in cui il male lo possa raggiungere. Siccome la morte ci toglie da questo e impedisce di esistere all'uomo cui volgersi potrebbero i mali, staremo sicuri che niente c'è nella morte di orrendo né infelice può èssere chi non esiste; né c'è differenza tra chi non è nato mai in alcun tempo e chi ha dato la vita mortale alla morte immortale La pietà per il dolore nel canto lucreziano Una differenza che la poesia lucreziana comporta c'è, ed è la pietà per il male e per il dolore che colpiscono " De rerum natura, III, Cfr. De rerum natura, III, 843 sgg. " De rerum natura, m,

18 LUCREZIO 295 tutte le cose e la conseguente amplificazione di quel senso di malinconia che c'era già in Epicuro, ma più contenuto, più neutralizzato e anzi spesso addirittura superato dalla ragione. È una pietà per il dolore cosmico: una pietà che va dalla amara considerazione sulla sorte delle stesse «muraglie del mondo» che, espugnate, cadranno un giorno in frantumi 29, alla compassione per l'umile giovenca che invano cerca il suo vitello che è stato sacrificato, mentre il suo inutile muggito si perde fra i boschi 30 Ma è soprattutto pietà per l'uomo, e in particolar modo per l'uomo non saggio, il quale, privo della verità svelata da Epicuro, trascina una vita assurda ed inutile nell'affanno e nella noia, per perdersi poi nel nulla. Ecco uno dei passi più toccanti: Se gli uomini come sentono il peso che li stanca almeno potessero di tanto male scoprire la causa avrebbero forse una vita migliore. E cosl li vediamo incerti non saper cosa vogliono: li vediamo cercare inquieti altre sedi, un luogo diverso dal solito dove pure quel peso depongano: questo, annoiato delle sue stanze, esce dal suo ricco palazzo e vi torna: ha visto che fuori non c'è niente di meglio; quest'altro spinge i cavalli alla villa campestre, li sferza preclpite come a spegnere i tetti dalle fiamme, e già sulla porta sbadiglia: discende nel sonno e il grave affanno interrompe oppure rientra in città e le solite strade rivede. Ognuno vorrèbbe staccarsi da sé, fuggirsi lontano e non può, anzi sempre più a se stesso costretto si attacca e intanto si odia: malato non sa come il male gli viene, non vede la causa del male. Ché se mai la vedesse lascerebbe andare ogni cosa per tentare 29 Cfr. De rerum natura, II, "' Cfr. De rerum natura, II, 355 sgg.

19 296 DIFFUSIONE DELL'EPICUREISMO A ROMA di aprire dal fondo questo sordo segreto della materia: dove non è un'ora che scorre o un giorno soltanto, ma il tempo eterno, l'età che ci prepara la morte. Perché una smania atroce di vivere ci fa trepidare tanto nei pericoli incerti della fortuna? Eppure sta fissa ai mortali una fine sicura, la morte inevitabile termine ultimo. La via che facciamo affannati è sempre la stessa né il tempo ci mostra vivendo un nuovo piacere. Ci sembrano belle soltanto le cose lontane dal desiderio: larve che appena raggiunte rimandiamo lontane, cercandone altre, arsi sempre e spronati da una sete medesima. Che cosa per sorte ci rechi il futuro è incerto, quale caso, quale esito volga il giorno alla sera. Né prolungando la vita potremo niente sottrarre al tempo che segue la morte, neppure un minuto. Tu potresti vivendo chiudere età quante vuoi, non di meno la morte resterà quella: eterna. E chi della luce avrà visto oggi 1a fine non starà nella quiete del nulla un tempo più corto di chi giace in quella da ieri o da anni o da secoli 31 Il vero inferno e i veri dannati, secondo Lucrezio, sono qui sulla terra: i veri dannati sono coloro che ignorano la parola della saggezza. Lucrezio ha immensa compassione per essi. Tantalo soffre i tormenti del macigno sospeso sul capo qui sulla terra, ed è colui che teme gli Dei. Tizio soffre lo strazio di uccelli che lo lacerano, qui sulla terra, ed è colui che fomenta passioni e angosce che lo tormentano e divorano. E cosi Sisifo è colui che si affanna ogni giorno in continue fatiche per ottenere il potere, e che puntualmente ritorna deluso e sconfitto 32 I flagelli del Tartaro e le Furie che puniscono i più tristi delitti sono tutti qui in terra: 31 De rerum natura, 111, Cfr. De rerum natura, m, 978 sgg.

20 LUCREZIO 297 Ma esiste qui nella vita un terrore di pene gravi pe' gravi delitti e il castigo dei crimini: il carcere, il lancio giù dalla rupe, le verghe, i carnefici, lastre roventi, la pece, le torce; ed anche in assenza di tali castighi, l'anima stessa, conscia e atterrita al pensiero dei crimini, s'affligge con sproni e flagelli da sola né vede quale mai fine si trovi ai tormenti, ed anzi ha paura che li aggravi la morte. Gli stolti hllid. qui sulla terra il vero Acheronte 33 E, per converso, Lucrezio è convinto che, come lo stolto ha qui il suo inferno, il saggio ha qui il suo paradiso, e scrive tutto il poema per dimostrare questo. Ma proprio la sincerità del suo canto e la sensibilità al dolore degli altri dicono i limiti di quel paradiso, ancor meglio e ancor più di quanto non lo dicesse la composta riflessione di Epicuro. È un paradiso che non annulla il dolore né la morte e quindi è un paradiso che non appaga. Del resto Lucrezio, lasciandosi prendere la mano dal sentimento, scrive: Che male sarebbe mai stato per noi non essere nati? 34 È una domanda a cui l'epicureismo non sa e non. può rispondere. La vita potrebbe essere detta una cosa buona solo se l'essere fosse identificato col positivo e col bene e se il telos sorreggesse le cose, ma non se l'essere nasce da atomi, da vuoto, da movimento e da cieca declinazione, totalmente estranei al bene e al fine... De rerum natura, III, De rerum natura, v, 174.

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