L antica Civiltà Mediterranea

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1 L antica Civiltà Mediterranea 2010

2 Alla mia famiglia e a tutti i sardi. Testi e immagini: Pierluigi Montalbano Per discutere sui contenuti di questo lavoro: Tutti i diritti sono riservati ai relativi autori. La riproduzione e la diffusione con qualsiasi mezzo sono vietate. Trattandosi di un lavoro a contenuto storico, potrebbero essere trattati temi già oggetto di testi e scritti precedenti, pertanto si invitano eventuali autori che ritengono di non essere stati citati correttamente, ad inviare una segnalazione a contenente il capitolo e il paragrafo nel quale, dopo attenta verifica, saranno effettuate le correzioni. Il capitolo VII, paragrafi 1, 2, 3. e presente alle pagine dalla 148 alla 155 è tratto da ed è rilasciato con licenza CC-by-sa 3.0 In copertina: Nuraghe Is Paras, Isili In ultima pagina: Nuraghe Losa, Abbasanta 2

3 INDICE Premessa Introduzione Capitolo I La Sardegna fisica e le sue risorse Ambiente naturale e geografico Aspetti geologici Dall ossidiana ai metalli La tradizione metallurgica La tecnologia Capitolo II Lo sviluppo delle società complesse La società del Bronzo Rapporti con l area egea...34 La civiltà nuragica Attività Lo stile di vita L organizzazione La monarchia e le comunità La religione L arte Le preghiere L architettura Nuraghe 60 Tombe, stele e betili 64 Santuari Templi a megaron Capitolo III La bronzistica figurata del I Ferro I bronzetti..70 Forma, funzione e diffusione delle navicelle bronzee...74 Storia dei ritrovamenti.75 Aspetti formali..80 Le colombelle.. 89 Tabella delle navicelle 92 Considerazioni sugli aspetti formali e simbolici..95 Diffusione.98 Quadro cronologico..102 Capitolo IV Guerra, metallurgia e sfarzo nelle società antiche Le armi e la società guerriera La civiltà minoica La società Alpina Capitolo V Le attività nautiche Le navi La cantieristica La propulsione I viaggi L organizzazione delle coste I relitti sommersi Relitto di Punta Iria Relitto di Ulu Burun Capitolo VI Le raffigurazioni scolpite Le statue di Monte Prama La Stele di Nora Capitolo VII 3

4 Le guerre in oriente La battaglia di Qadesh La Siria e i grandi imperi del passato La grande guerra I popoli del mare L invasione dei popoli del mare Capitolo VIII L antica civiltà mediterranea I fenici La situazione orientale Dal Bonzo al Ferro Le città stato Tiro Sidone Sarepta Beirut Biblo Amrit Attività e manufatti preziosi Manufatti metallici La religione dei fenici e il panteon dei loro dei Le città occidentali Cadice La zona mediterranea andalusa Almuňecar (Sexi) L isola di Ibiza Cueva d es Cuyeram 227 La costa del nord Africa e Cartagine I tophet Kerkouane La Sicilia Mozia Lilibeo Palermo Solunto La Sardegna Le città sarde Villasimius Sant Antioco Monte Sirai San Giorgio di Portoscuso Nora Il tempio di Antas Cagliari Il Golfo di Oristano Othoca Neapolis Tharros Olbia Capitolo IX Rapporti commerciali e temporali nel mondo antico Scambio, merce e valore Divisione cronologica delle ere in Europa

5 Capitolo X I processi tecnologici della metallurgia del bronzo Storia e tecnologia del bronzo Oro, argento e rame in Europa La lavorazione dei metalli. 325 Le tecniche di produzione del bronzo Forme di fusione Conclusioni Glossario Bibliografia Premessa Nel momento stesso in cui compie una serie di atti nella sua vita, ciascuno di noi scrive un capitolo della propria storia e capisce quasi istintivamente di essere, nel presente in cui vive, il risultato di un complesso intreccio di azioni compiute, di condizionamenti familiari, di influenze derivanti dall esser nato e cresciuto in un determinato paese, in un gruppo sociale, in un ambiente piuttosto che in altri. Quando poi costruiamo progetti per il futuro, siamo naturalmente portati a creare bilanci. E perciò siamo spinti a guardare indietro, a riflettere sui nostri passi, a valutarli criticamente. Chi non sappia farlo, finisce per non sapere chi sia. Mentre guardiamo all indietro, lo facciamo inevitabilmente sotto lo stimolo degli interrogativi che la vita ci pone in concreto nel presente: in maniera selettiva, con l interesse per alcuni aspetti che per altri. Poi nuovi bisogni inducono a ripensare ancora, con l attenzione verso momenti prima trascurati. Così la nostra coscienza e il nostro spirito elaborano, ricostruiscono continuamente la nostra storia personale. Il che ci rende tutti storici di noi stessi. Ma nessuno vive isolato in una cerchia personale o familiare, quel che è accaduto e accade nel mondo esterno determina in maniera essenziale la nostra condizione e il nostro destino. Anche qui il passato è presupposto del presente e del futuro. E perciò occorre orientarsi, per darsi orientamenti politici, compiere scelte in base ai propri valori, costruire un mondo che risponda alle nostre aspettative. Gli storici di professione, che scrivono le storie delle città, delle Regioni, degli Stati, della scienza, della tecnica, delle culture, delle religioni, delle grandi personalità non sono mossi da esigenze diverse da quelle che stimolano i comuni individui a pensare il loro passato. Lo fanno soltanto con tecniche e metodologie più rigorose, sulla base di documenti che la storia ha depositato e accumulato, attraverso una selezione volta ad accertarne l attendibilità e a stabilirne l importanza. Scrivono le loro storie, e quando nuovi documenti appaiono o nuove prospettive si impongono, le riscrivono. Questo scrivere e riscrivere costituisce ciò che si definisce la storia della storiografia. Così è avvenuto dal padre della storiografia Erodoto, che scrisse le sue Storie nel V a.c., fino ad oggi. 5

6 Accanto alle storie universali del cammino umano, ai resoconti che raccontano le vicende complessive di Stati, continenti e civiltà, si collocano le storie locali, le quali si pongono come obiettivo di dar conto dei frammenti dell insieme delle vicende del mondo. Quella che presento in questo libro è una di quelle storie locali e, al pari di tutte le opere storiche, è una ricostruzione che riflette da un lato lo stato delle ricerche in una certa epoca e dall altro le storie di altri luoghi che si sono affiancate, intrecciandosi, a quella del nostro popolo, i sardi nuragici. Cicerone definì la storia magistra vitae, maestra della vita. Bisogna capirsi. Il lettore può chiedere alla storia di aiutarlo a conoscere meglio il passato, ma non deve pensare che uno storico gli comunichi delle verità da recepire passivamente e dogmaticamente. Quel che lo studio della storia può fare è fornirgli materia per capire, analizzare, riflettere; è, insomma, trasmettergli il cumulo delle esperienze che le generazioni hanno compiuto: nel bene e nel male. Poi ciascuno è chiamato a tirare le proprie somme, a farsi un idea del mondo. Il che nessuno né può né deve fare per lui. Oggi il mutamento storico corre rapido come mai prima, e perciò occorre conoscere il passato per decidere che cosa della realtà che sta alle nostre spalle vogliamo conservare e che cosa vogliamo cambiare. La democrazia si nutre di conoscenza dei fatti e consapevolezza dei problemi: la storia offre ai cittadini strumenti essenziali per acquisirle. Fig. 1 Nave dei popoli del mare (F. Montevecchi delineavit, 1984) 6

7 Fig. 2 Nuraghe parzialmente crollato Introduzione Nel II Millennio a.c. la metallurgia fu la scoperta tecnologica caratterizzante, tanto da dare il nome a diverse fasi culturali della preistoria e della protostoria: Rame o Calcolitico, Bronzo e Ferro. Della metallurgia interessano diversi aspetti: la ricerca dei minerali, i processi di fusione, il commercio delle materie prime e dei manufatti. A seguito della scoperta dei metalli nacquero nuove professioni come quella del fabbro itinerante. La civiltà nuragica si sviluppò tra il Bronzo e gli inizi del I Ferro. Ancora oggi ci sorprendiamo nell ammirare tanto i resti delle più elaborate costruzioni fortificate, i nuraghe, quanto i manufatti che gli artigiani, in particolare i fonditori, seppero creare, a cominciare dalle armi e dalle sculture. La Sardegna fu tra le protagoniste nei tempi della prima metallurgia, grazie soprattutto alle miniere di rame. Questo minerale, dopo l ossidiana, ha interessato i commerci in tutto il Mediterraneo. Un altra isola diede impulso ai commerci dell epoca: Cipro, la terra del rame. Insieme a Creta e nell Occidente alla Sardegna, costituiva l asse portante dei commerci navali nel Mediterraneo. Tutti i popoli che si affacciavano sul Mediterraneo cercavano di scambiare i propri prodotti con le materie prime ricavate dalle miniere, dato che i minerali erano di difficile reperibilità come ad esempio lo stagno. Per ottenere un bronzo di qualità si aggiungeva al rame una percentuale di stagno del 10% circa. Giacimenti interessanti si trovavano in Cornovaglia, Bretagna e Spagna, lontani dalle miniere di rame. Una delle vie commerciali di tale minerale, la cosiddetta via dello stagno, transitava attraverso lo stretto di Gibilterra. Una valida alternativa era offerta via terra partendo dalla Liguria, attraverso i territori di Francia e Spagna. Lungo queste vie sorsero approdi e centri di scambio che incrementarono la ricchezza delle popolazioni produttrici di tali risorse. 7

8 Il mare era sostanzialmente un autostrada commerciale e la Sardegna non poteva essere estranea e tagliata fuori nel II Millennio a.c. quando ospitò oltre nuraghe distribuiti a controllare ogni palmo del territorio. I nuraghe complessi, i grandi castelli dell isola con le loro guarnigioni di guerrieri, necessariamente sono in rapporto con la disponibilità di notevoli risorse economiche e la circolazione di considerevoli quantità di metallo, come peraltro confermano i frequenti ritrovamenti di lingotti in rame. Ma finché furono costruiti i grandi palazzi, i nuraghe, tra il XVI e il X a.c., le rappresentazioni della divinità in epifania antropomorfa o zoomorfa sono essenzialmente aniconiche, (betili, disegni schematici della testa taurina). Intorno al X a.c. dopo 600 anni si assiste ad un epocale cambio strutturale nella società protosarda. Dalla devastazione sistematica dei nuraghe e dalla cacciata dei Re Tespiadi, cioè dei capi che risiedevano nei castelli, nei dintorni di Cuma (presso Napoli), sorgono i governi aristocratici degli anziani. I nuraghe non vengono più costruiti e quelli più importanti sono trasformati in luoghi di culto. Da quel periodo le espressioni figurative cambiano profondamente e appaiono le rappresentazioni statuarie a tutto tondo antropomorfe (figure umane) e zoomorfe (figure animali), soprattutto in bronzo, ma anche in pietra e terracotta. La nuova classe dirigente consacra il proprio status di leaders della comunità attraverso le piccole sculture bronzee che rappresentavano dei ed eroi da cui essi discendevano e avevano ricevuto il potere. Queste opere d arte mostrano guerrieri, sacerdoti e capi, ma anche immagini d animali. Erano realizzate con il metodo della cera persa, a dimostrazione che i nuragici padroneggiavano la metallurgia già da molto tempo. In questo lavoro l attenzione è rivolta anche ad altre sculture di pregio in bronzo: le incantevoli navicelle. Sul significato di questi manufatti ancora oggi non c è un interpretazione univoca da parte degli archeologi. Si è pensato alla funzione votiva, a quella pratica di lucerna e di prezioso oggetto di scambio fra i capi delle società aristocratiche anche al di fuori dell isola. Fig. 3 Bronzetti nuragici (Lilliu, 1966, modificato) Va detto che una funzione non esclude affatto le altre, ma certo il fatto che tali navicelle fossero di 8

9 bronzo, e non in semplice terracotta, dimostra la loro pertinenza a famiglie o a gruppi che volevano ostentare il proprio status aristocratico e la non comune disponibilità economica. Attraverso questi preziosi bronzi, l aristocrazia fa emergere anche la conoscenza del mare e delle tecniche di navigazione, e soprattutto la tessitura di rapporti con altre regioni (Etruria, Magna Grecia) e popoli (Etruschi e Greci) che si affacciavano nel Mediterraneo. Negli scafi sono raffigurati numerosi animali e altri simboli che marcano il dominio sui prodotti della terra oltre che il legame con le antiche forze della natura che essi rappresentano. Le navicelle sono certamente riproduzioni di barche dell epoca e possono essere classificate in base alla forma dello scafo; questo può essere cuoriforme, ellittico come le capienti navi da trasporto o a sezione trapezoidale come le veloci navi da guerra dell epoca. Tutte le riproduzioni in bronzo, come le navi nella realtà, mostrano una protome prodiera di un animale che simboleggia, come ho già detto, l epifania della divinità che protegge la barca e l equipaggio. A differenza delle navi fenicie che propongono la testa equina, in Sardegna primeggia la testa del bue che, sul piano simbolico, rappresenta l animale più importante fin dal Neolitico finale, quando fu raffigurato nelle domus de janas. Oltre la metà delle barchette è infatti caratterizzata dalla protome bovina. Gli altri animali più frequentemente rappresentati sono il cervo, il muflone, l ariete, il caprone. Nella corrispondente produzione in terracotta scoperta da Ugas nel tempio-nuraghe di Su Mulinu a Villanovafranca, compaiono anche esemplari di navicelle con protome ornitomorfa. I singoli elementi costruttivi fanno emergere la dimestichezza dei sardi nuragici con il mare: alberi, modanature laterali, coffe di avvistamento, battagliole, barre di rinforzo e scalmi. La presenza sia di anelli per la sospensione, sia peducci alla base per poggiare gli oggetti su un piano, fanno pensare ad un utilizzo della navicella anche con funzione di lucerna. Più incerta è l interpretazione delle colombelle che si possono ammirare sopra gli alberi. Per alcuni studiosi si tratterebbe della rappresentazione di veri animali che venivano imbarcati per individuare la rotta da seguire, vista la loro capacità di dirigersi verso terra se vengono liberati. Altri archeologi ipotizzano la funzione simbolica: quella della Dea femminile della fertilità, protettrice della navigazione. Le navi dell epoca possono classificarsi da guerra o da carico: la forma stretta e lunga delle prime serve ad ospitare il maggior numero di rematori possibile e a raggiungere una grande velocità in caso di attacco; la sagoma larga e corta delle imbarcazioni da carico è idonea per aumentare la capienza. Le navicelle sono diffuse in tutto il territorio dell isola. Oggi se ne contano più di 150 e una dozzina sono state rinvenute anche nella penisola, prevalentemente in Toscana e nel Lazio. La cronologia è ancora al vaglio degli studiosi; secondo la Lo Schiavo, le barchette sarde risalirebbero almeno al secolo XI a.c.; Lilliu e Ugas, invece ritengono, sulla base delle stratigrafie e dei contesti che non siano anteriori al X, inizi del IX a.c. La produzione durò almeno fino al VI a.c. e ancora oggi questi preziosi oggetti sono copiati per la loro originalità e bellezza. Diversi esemplari fanno parte di collezioni svizzere, tedesche e statunitensi e ciò dimostra indirettamente la straordinaria rilevanza anche estetica di queste opere, che talora appaiono come veri e propri capolavori. Le recenti indagini archeologiche, storiche ed epigrafiche consentono una più chiara lettura della tematica relativa ai Popoli del mare ed evidenziano che gli Egizi del Nuovo Regno, così come più 9

10 tardi i levantini sulla Stele di Nora, abbiano impiegato la grafia SRDN per indicare gli abitanti della Sardegna. Attualmente, vi sono qualificati studiosi, anche stranieri, che ritengono che gli Shardana non fossero sardi, ma nel 2006 Ugas scrive che gli stessi guerrieri del Verde Grande vanno riconosciuti nei Sardi che costruirono i nuraghe. La società che in Sardegna si era prodotta con la civiltà nuragica era pacifica, pur non mancando piccole scaramucce fra clan vicini per questioni di pascolo, di relazioni parentali e di sfruttamento delle risorse idriche e agricole. Le verifiche da compiere sono ancora tante e dobbiamo ancora capire quanta popolazione vivesse in Sardegna in quel periodo, calcolando che attualmente conosciamo l ubicazione di circa 9000 nuraghe e 3500 villaggi edificati nel II Millennio a.c. L esistenza di residenze fortificate di capi, forse difese da guarnigioni di guerrieri, non significa una situazione di perenne conflitto. L equilibrio era fondato su una struttura politica i cui ruoli erano definiti da una gerarchia dinastica simile a quelle coeve delle regioni mesopotamica e anatolica. Il mantenimento della stessa struttura politica per almeno mezzo millennio e il progressivo accrescimento demografico, sino a raggiungere, a mio parere, il culmine di quasi un milione di abitanti, sono segni inequivocabili di condizioni di stabilità politica e di benessere economico, derivanti dalla presenza di comunità prevalentemente pacifiche. Non possiamo escludere degli scontri tribali, soprattutto ai confini tra i principali popoli dell isola, ma i guerrieri avevano il compito primario di garantire la signoria del capo nei confronti degli abitanti del suo distretto cantonale o di quello tribale, più che di ampliarne i confini territoriali. Come scrive Ugas nel suo l Alba dei nuraghe, non è certo un caso che i villaggi del Bronzo Recente e Finale siano sistematicamente privi di difese murarie. Inoltre i villaggi per primi, in caso di guerra, avrebbero subìto le devastazioni, ma non vi sono tracce evidenti che emergono dai rilievi archeologici. Solo negli ultimi tempi del Bronzo Finale, il rifascio dei bastioni dei nuraghe e la sopraelevazione dell ingresso, come a Barumini, segnalano l avvento di tempi difficili anche per i possenti palazzi polifunzionali nuragici. Una grave crisi politico-sociale ed economica interna produsse la sistematica distruzione delle cinte antemurali delle sedi tribali e cantonali e portò all avvento di una nuova struttura politica basata sui governi aristocratici a struttura federale intorno al 900 a.c, che vide nascere la proprietà privata. Il clima pacifico dell età dei nuraghe favorì le relazioni delle comunità sarde con altri popoli, documentate dallo straordinario sviluppo dell architettura e dagli scambi commerciali soprattutto col mondo egeo, e suggerite anche dai racconti dell antica letteratura greca (i viaggi in Sardegna di eroi greci come Aristeo, Iolao e Dedalo; gli assedi dei Sardi a Creta; le dinastie regali di Micene e Tirinto). Le relazioni con l oriente sono confermate anche da architetture simili alle nostre presenti in varie zone asiatiche, pur se il pietrame utilizzato è più piccolo e c è scarsa presenza di materiale roccioso nelle zone che vanno da Creta, passano per Cipro e arrivano in Israele. Gli studiosi Ugas e Zertal ci raccontano che gli Shardana e altre genti occidentali furono impiegati nella guarnigione della cittadella di El Ahwat tra le truppe d occupazione egiziane stanziate nel 10

11 Vicino oriente, tra la fine del regno di Ramesse II e il regno di Ramesse III. A giudicare da alcune caratteristiche dell architettura della cittadella e da alcuni manufatti ceramici ivi rinvenuti, secondo gli studiosi, gli Shardana contribuirono alla costruzione e poi alla difesa delle mura dal 1200 al 1100 a.c. circa. L archeologo egiziano Zertal ipotizza che gli Shardana di El Ahwat si siano resi autonomi dagli Egiziani e che El Ahwat fosse la capitale del regno orientale degli Shardana quando, insieme agli altri Popoli del mare, e in particolare i Filistei (gli attuali Palestinesi), essi si stanziarono nel Vicino Oriente. Gli Shardana, almeno dalla prima metà del XIV a.c., furono al servizio come guerrieri mercenari dei re egiziani a Ugarit, a Biblo e nel delta del Nilo, e poi nel XII a.c. si insediarono in una regione a Nord dei Filistei. Secondo Ugas le tracce da essi lasciate dovrebbero essere consistenti in tutte le regioni costiere del Medio Oriente, oltre che in Egitto stesso, specie nelle opere di architettura e in altri elementi della cultura materiale, ma sinora le tracce sono irrilevanti. Occorre, dunque, far sviluppare la ricerca; non va dimenticato il fatto che soltanto dagli anni Ottanta si è cominciato ad accertare la presenza di oggetti sardi del Bronzo fuori dall isola, in Sicilia, Creta e Grecia Continentale. Ovviamente, considerato il raggio d azione dei movimenti degli Shardana e la posizione dell isola al centro del Mediterraneo questi necessariamente percorrevano con le loro imbarcazioni l intero Mediterraneo durante tutto il Bronzo. Un tema che pone notevoli problemi di interpretazione è quello della scrittura. Un popolo così evoluto doveva necessariamente servirsi di segni grafici ma solo in tempi recenti si sono moltiplicati i ritrovamenti di ciò che Sanna ha definito scrittura nuragica, stravolgendo ciò che si pensava per i sardi e cioè che non scrivessero. L uso della scrittura nell antichità è funzionale al modello politico. Non tutti scrivevano e non tutti potevano usare la scrittura. Questa, nel Bronzo, è limitata alle regioni dei grandi imperi e dei grandi regni, quindi in Mesopotamia, Medio Oriente, Egitto, Anatolia ed Egeo, cioè alle regioni governate da re che avevano un ampio territorio alle loro dipendenze. Solo i potenti della terra potevano farne uso per ragioni di prestigio, cioè per far conoscere le loro gesta, per invocare gli Dei, per registrare i loro beni negli archivi, per finalità commerciali e per esigenze epistolari tra gli stessi re, principi e generali. I popoli dell occidente Mediterraneo iniziarono a impiegare con regolarità la scrittura solo agli inizi del I Ferro cioè intorno al IX a.c. ma oggi si attribuiscono ai vari segni grafici scoperti da Sanna in Sardegna una datazione ben più alta. La cognizione dei segni di scrittura per Ugas vi giunse almeno dal XV a.c. come evidenziano i segni sui lingotti di rame ox-hide che in Sardegna sono di casa vista la miniera di Funtana Raminosa e altri giacimenti sparsi nel territorio. Per l uso della scrittura però non basta la conoscenza, occorrono la convenienza e la necessità. È utile ricordare ciò che avvenne per i Cartaginesi con le emissioni monetarie. Nel V a.c., essi continuavano a usare pesi di rame e argento per pagare i soldati, mentre la gran parte delle città greche ricorrevano alle più agili monete in argento e bronzo (Ugas, 2006). Il motivo è semplice: essi controllavano il mercato del rame e dell argento e potevano agevolmente avere il sostegno dei soldati mercenari offrendo ad essi un valore effettivo in metallo superiore a quello delle monete. 11

12 Quando nel IV a.c. anche per Cartagine giunsero i momenti della crisi economica, allora la città africana fu obbligata anch essa a ricorrere alla monetazione. Capitolo I La Sardegna fisica e le sue risorse Ambiente naturale e geografico L'area mediterranea europea, col suo clima caratteristico, la tipica vegetazione e un'antica storia comune che ne caratterizza l'immagine, è in generale considerata come unità dal punto di vista geografico. La Sardegna occupa una posizione centrale nell'area mediterranea occidentale. Con una superficie di km², un'estensione nord-sud di circa 270 km e una larghezza massima est-ovest di circa 145 km, è per grandezza la seconda isola di tutto il Mediterraneo di poco minore della Sicilia ma oltre il doppio come area della Corsica, di Creta o di Cipro. Fig. 4 Una delle possenti torri sarde La Sardegna è considerata la più bella isola del Mediterraneo ma per millenni l'interno dell'isola apparve inospitale ai conquistatori che perciò lasciarono la loro durevole impronta prevalentemente sulle regioni costiere. Qui sorsero città fondate come scali commerciali o come fortezze, in cui oggi vive la maggior parte dei circa abitanti dell'isola. Posta a circa 200 km di distanza dalle coste continentali europee, e a 175 km da quelle dell'africa del nord, nella sua lunga e travagliata storia, condizionata dalle più diverse influenze culturali, l'isola, almeno 12

13 apparentemente, non poteva certo assumere una funzione cruciale di mediatrice nell'area mediterranea occidentale. Diversamente dalla Sicilia, a causa della sua posizione isolata, la Sardegna rimase fino a tempi recenti una regione marginale del mondo europeo. Ma dalle più recenti ricerche archeologiche risulta indubbiamente che questo quadro non corrisponde affatto alla situazione dell'epoca preistorica, e quindi pre-coloniale. A un primo sguardo la Sardegna ci appare come un'isola non particolarmente elevata: la sua altezza media si aggira sui 334 m, molto al di sotto dei 568 m di media della vicina Corsica (che è tre volte più piccola). Solo il 15% del territorio sardo si eleva ad altezze superiori ai 500 m, e la vetta più alta, la punta La Marmora, non raggiunge neppure il livello di 2000 m. Clima e vegetazione conferiscono all'isola il tipico aspetto mediterraneo ma la struttura geologica appare insolita per gran parte dell'area mediterranea. Insieme alla Corsica, l'isola costituiva un antico ed unico blocco, e solo nel corso del terziario antico (50 milioni di anni fa) dalla sua posizione nella regione delle attuali Bocche del Rodano, fu spinto come micro-placca verso est fino a raggiungere la sua collocazione attuale. Perciò, diversamente dalle catene montuose geologicamente giovani che cingono il Mediterraneo, vaste zone della Sardegna sono costituite da rocce del Paleozoico. I territori geologicamente più antichi si trovano nella parte sud-occidentale dell'isola (Sulcis- Iglesiente). Come in tutta l'area mediterranea, anche in Sardegna il clima è caratterizzato da inverni miti piovosi e da estati calde e asciutte. La maggior parte dei giorni sereni e senza nubi, in media oltre 130 all'anno, cade appunto nei mesi estivi. Più variabile è il tempo in inverno, quando la fascia dei venti occidentali che interessano l'europa si sposta verso sud, sulla regione mediterranea. Nell'interno, improvvise giornate di gelo e violente tempeste di neve spesso rendono temporaneamente impraticabili importanti strade di grande traffico. Il forte divario fra gli inverni umidi e le estati calde e secche ha conseguenze decisive sull'economia idrica della Sardegna. La maggior parte dei fiumi ha regime torrentizio: durante l'estate il loro letto è asciutto per diversi mesi, mentre in inverno e in primavera portano talvolta grandi quantità d'acqua trasformandosi in impetuosi torrenti. Con la costruzione di numerosi bacini artificiali lungo i corsi d'acqua principali, si cerca di compensare i grandi squilibri annuali nella distribuzione delle acque e di costituire delle riserve idriche per l'irrigazione delle superfici tenute a coltura agricola. Stagni, ossia laghi costieri naturali spesso fortemente salmastri, si trovano nelle zone costiere pianeggianti soprattutto presso Cagliari e Oristano. Fino a poco tempo fa erano focolai di malaria, ora sono opportunamente sfruttati per allevamenti ittici o come saline oppure vengono attrezzati come serbatoi di acqua potabile (Simbirizzi presso Cagliari). La vegetazione della Sardegna è in stretta relazione con le caratteristiche climatiche. Come è avvenuto ovunque nei paesi mediterranei, il manto di vegetazione naturale, che in origine era costituito quasi esclusivamente da foreste di latifoglie, è oggi fortemente degradato a causa dello sfruttamento del legname, dell'estendersi dei pascoli e degli incendi che hanno quasi completamente distrutto i boschi. La forma dominante è la macchia, caratterizzata da diverse specie e forme diversamente ubicate ed evolute. Ad un primo sguardo la Sardegna appare aspra e scontrosa, e forse un po' inospitale. Tuttavia il paesaggio è veramente incantevole, vario e multiforme. 13

14 Aspetti geologici Perché grandi sconvolgimenti in Italia mentre in Sardegna regna una relativa calma? Il Terziario, dal punto di vista tettonico è caratterizzato dallo sconvolgimento che ha coinvolto le terre dall Europa meridionale fino al nord dell India, dando origine all imponente corrugamento alpino-imalaiano, mentre l area della Corsica e della Sardegna mostra deboli segni di eventi. La ragione è che il complesso Sardo-Corsico, dopo i corrugamenti del Paleozoico, ha attraversato un periodo di calma fino ai giorni nostri, grazie ad un imponente zoccolo granitico che ha conferito alla regione una grande stabilità e quindi in Sardegna non si sono mai avuti eventi sismici di notevole portata. All inizio del Terziario il complesso Sardo-Corsico, per effetto della deriva dei continenti aveva raggiunto l attuale latitudine, ma era piuttosto vicino alle coste della Spagna e Francia, per poi subire durante il Terziario una rotazione verso Est, facendo perno sulla Corsica, in modo da assumere l attuale orientamento. La travagliata storia geologica della Sardegna si esaurisce con il Carbonifero, quando emerse completamente assumendo l attuale configurazione. Nel Mesozoico subì nella parte centrale una serie di sollevamenti, con conseguenti ingressioni e regressioni del mare, culminate nel Giura. La Sardegna riemerse quasi totalmente, salvo limitate aree marginali nella sua parte meridionale, tra le quali quella in corrispondenza della fossa del Campidano che gradualmente andò sempre più approfondendosi (in particolare nel Miocene) dando origine ad un canale che separava nettamente la Sardegna orientale da quella occidentale, estendendosi da Cagliari fino alla costa Nord. Nel Pliocene si ebbe la totale regressione del mare in tutta la Sardegna, salvo l entroterra dei Golfo d Oristano e di Cagliari, che saranno definitivamente colmati nel quaternario. La struttura rigida che ha interessato la Sardegna per centinaia di migliaia di anni, dopo i corrugamenti paleozoici può far pensare che non abbia avuto alcun ruolo determinante nella formazione dei sistemi montuosi della penisola, in particolare di quello Appenninico. Invece la sua presenza è stata di fondamentale importanza in quanto ha avuto il ruolo di costituire la Catena, vale a dire quel continente che, in uno schema tettonico generale, fronteggia l Avanfossa, in cui vanno scaricandosi i sedimenti che nei vari periodi si sono depositati lungo la scarpata continentale ed ai piedi di essa. Il primo fondamentale movimento è stato quello che durante l Eocene ha visto un affossamento della Sardegna meridionale, mentre la Corsica e la Gallura rimanevano emerse. Data la rigidità del substrato i movimenti tettonici sono stati la causa di tutta una serie di fratture che hanno determinato in tutti i periodi del Terziario, la formazione di tanti bacini, ove si sono accumulati i sedimenti. All'intensa fratturazione del substrato è legata l importante attività vulcanica verificatasi prevalentemente nella Sardegna occidentale. Ē rappresentata da lave basiche ed acide dovute a due cicli: uno Oligo-miocenico e l altro Pliocenico. Dal punto di vista climatico la Sardegna ha mantenuto un clima caldo, ereditato dal Mesozoico, con fasi anche torride, come dimostrano i resti fossili della fauna e della flora alla quale sono legati i giacimenti di carbon fossile (lignite). Nel Miocene si sviluppano una flora e una fauna oggi riscontrabili nel Nord Africa. A tali condizioni climatiche sono legati i resti fossili vegetali della Foresta pietrificata di Zuri nel Nord dell isola. Dall ossidiana ai metalli Agricoltura, allevamento, conservazione di scorte di viveri, sedentarietà, specializzazione del 14

15 lavoro e forte crescita demografica sono mutamenti decisivi nell'evoluzione sociale ed economica dell'umanità, e caratterizzano l'epoca neolitica. Questa rivoluzione neolitica ebbe inizio nel Vicino Oriente e in Asia minore intorno al 9000 a.c. e circa due millenni dopo raggiunse il Mediterraneo occidentale. A quell'epoca le prime grandi ondate migratorie arrivarono anche in Sardegna: non dunque con ritardo di qualche millennio, come si riteneva ancora negli anni Settanta. Oggi sappiamo che il progresso culturale in Sardegna si svolse in modo sostanzialmente parallelo all'evoluzione dei territori costieri del Mediterraneo occidentale. Caratteristico fossile guida del primo neolitico mediterraneo sono i frammenti di ceramica, su cui prima della cottura si eseguiva un motivo lineare, impresso con l'orlo seghettato di una conchiglia (Cardium). Il luogo del primo importante sito di rinvenimento di questa ceramica impressa, o cardiale, ha dato il nome alla prima fase culturale neolitica della Sardegna: Su Caroppu, presso Carbonia. Qui, sotto una ripida parete di roccia aggettante, si rinvennero i resti di un piccolo gruppo di cacciatori e pastori che vi abitarono a partire dalla metà del sesto millennio: frammenti di panciuti vasi con decorazione cardiale, riccamente decorati a motivi lineari, fasce o triangoli, impressi fin sopra le corte e tozze anse a maniglia; piccoli utensili di ossidiana, spesso in forma di triangolo, trapezio o semiluna (microliti geometrici), ossa di cervo, cinghiale, montone e prolagus, gusci di conchiglie e patelle. Il gran numero di altri luoghi di rinvenimento, quasi esclusivamente in caverne o ripari sotto roccia, dimostra che gli uomini fin dal primo neolitico frequentarono non solo le regioni costiere, ma anche l'interno dell'isola. L'uomo preistorico era fortemente attratto dalla Sardegna, soprattutto dalla presenza del vulcano spento di Monte Arci con i suoi ricchi giacimenti di ossidiana. Questa roccia di struttura vetrosa per lo più nera, era molto richiesta nel neolitico per produzione di utensili ed armi: lame, bulini perforatori, raschiatoi, punte di frecce. Continuò poi ad essere lungamente impiegata accanto agli utensili di metallo e ancora nel Ferro ritroviamo il vetro nero fra gli utensili domestici della popolazione sarda delle campagne. Con i moderni metodi di analisi fisico-chimici si scoprì che l'ossidiana sarda dal VI al III millennio a.c. veniva esportata in Corsica, nell'isola d'elba, nell'italia del nord e nella Francia meridionale dove soppiantò l'ossidiana proveniente da Lipari, forse perché la Sardegna col suo grande mercato interno era più interessante come territorio di scambio. Gli intensi rapporti commerciali e gli scambi culturali all'interno della Sardegna e con il continente avevano prodotto sull'isola, già nel neolitico, una vita culturale molto varia. Gli scavi subacquei condotti nella Grotta Verde, presso il Capo Caccia, e le ricerche nella Grotta Filiestru ci hanno fatto conoscere un'altra fase culturale neolitica, collegata direttamente alla facies Su Carroppu con la sua ceramica cardiale. Per questa le rilevazioni radio carbonio indicano date fra il V e il IV millennio a.c. Nella prima metà del IV millennio a.c. si può collocare, mediante il metodo della datazione radiocarbonio, una nuova fase culturale più ricca che trae il nome dal primo sito di rinvenimento presso la Chiesa di Bonuighinu, vicino Mara, con eccellente qualità di ceramiche. Nei vari livelli di questa cultura compaiono per la prima volta utensili in osso finemente lavorati, di tipo volumetrico. 15

16 Sono interpretati come raffigurazione di una divinità materna, la cosiddetta Dea Madre. Gli scavi industriali del 1980, praticati per il nuovo impianto di chiuse allo sbocco meridionale dello stagno di Cabras sulla penisola di Sinis, hanno mostrato agli archeologi sardi un luogo di culto e sepoltura la cui storia, con poche interruzioni, risale dall'età dell'impero romano fino all'epoca della cultura di Bonuighinu. I reperti sono veramente sensazionali: sepolture singole in fosse scavate nell'arenaria. È emersa qui per la prima volta la prova che la tradizione neolitica delle tombe rupestri della Sardegna risale alla metà del IV millennio a.c.: le più antiche tombe rupestri, praticate artificialmente nella roccia, consistono in una sola camera di forma tondeggiante e sono perciò chiamate "forni". L'accesso a queste tombe a forno era dato semplicemente da uno stretto pozzo, chiuso da una lastra di pietra. Queste tombe corrispondono alle concezioni "orientali" che miravano a proteggere il morto da qualsiasi elemento perturbatore, inumandolo nel grembo della madre terra in posizione fetale, spalmato di ocra rossa, il colore del sangue e della vita. Nel 1969 lo speleologo sardo Renato Loria scopriva presso Mara la grotta denominata bocca del pipistrello, lunga circa 1 km, contenente frammenti ceramici e ossa umane. Negli anni successivi le autorità sarde iniziano gli scavi scoprendo uno strato della cultura Ozieri e uno strato sottostante che conteneva ceramiche della cultura Bonuighinu in un contesto che consentì la datazione radiocarbonio 3700 a.c. Nel 1979 si intrapresero gli scavi nella grotta Filiestru, situata 350 m a valle, dove si rinvenne una serie intatta di sei livelli culturali, ognuno dello spessore di circa cm, che fornirono date al radiocarbonio in stretta successione e molto precise, che iniziano dalla facies cardiale del 4760 a.c. Questi strati del neolitico antico documentavano la vita quotidiana di una dozzina di uomini. Dopo la fase Bonuighinu viene a mancare ogni traccia della comune suppellettile domestica, che ci porta a pensare che qui abitassero dei pastori. Trae il nome da un insediamento ubicato alla periferia di Terralba, nella piana di Oristano, la facies archeologica tardo-neolitica di San Ciriaco ( ) che inaugura un periodo di innovazioni nel campo dell edilizia funeraria: vengono introdotti i sepolcri monumentali a vista, strettamente legati a strutture sociali fondate su clan familiari, che si riconoscono attorno ad un antenato comune. Comincia ora la lunga stagione degli ipogei, i sepolcri monumentali con camere scavate nella roccia, note come domus de janas, che arriverà sino all età dei nuraghe. Diversamente, le comunità pastorali della Gallura utilizzavano per sepolcro una cista quadrangolare di lastre verticali al centro di un circolo (il peristalite) formato da lastre ortostatiche. Nell ambito dei villaggi, ormai piuttosto numerosi, almeno 50 e in certi casi estesi, il sacrificio e la rappresentazione della testa del toro, fanno pensare a una struttura sociale patriarcale. Le tombe monumentali sono utilizzate da antenati eroizzati e da re, a fianco della regina-madre dominante. Questo modello di successione per via femminile sarà ancora mantenuto nell età dei nuraghe e avrà un suo stretto corrispondente in un altra culla della civiltà mediterranea: l isola di Creta, dove il culto del toro e il matriarcato persisteranno fino al Tardo Bronzo. La più recente delle culture neolitiche della Sardegna porta il nome del suo primo importante insediamento: la grotta di San Michele presso Ozieri. Sebbene ancora sostanzialmente neolitica, come testimonia la ricca produzione di strumenti in ossidiana, specie affilate lame di coltelli, 16

17 cuspidi di frecce per arcieri, lance e giavellotti per lancieri, la cultura di San Michele di Ozieri ( ) documenta l'esordio della più antica metallurgia del rame e dell'argento, materie reperibili in abbondanza nei giacimenti minerari dell'isola (Iglesiente, Guspinese, Sarrabus, Sarcidano e Nurra). Nella sua fase tarda compaiono oggetti di rame e di argento che fanno pensare a nuovi stimoli dall'esterno: ma ipotizzare il sopraggiungere di popoli invasori è cosa piuttosto arrischiata. Fin dal neolitico antico nell'area mediterranea erano intensi gli scambi culturali, dei quali i contatti nel quadro del commercio dell'ossidiana costituiscono soltanto una delle prove. Fig. 5 San Michele di Ozieri, le caverne Dobbiamo immaginare il Mediterraneo come un bacino culturale all'interno del quale la Sardegna, e le regioni costiere vicine e lontane, svilupparono culture indipendenti e localmente differenziate, ma con svolgimento parallelo delle fasi evolutive essenziali. Teniamo presente che nel mondo degli archeologi la battaglia fra diffusionisti ed evoluzionisti è scoppiata anche per la Sardegna. Gli uomini vivevano allora come pacifici agricoltori, pescatori e pastori in caverne naturali oppure all'aperto, in villaggi di capanne non fortificati che intorno al 3000 a.c. crebbero notevolmente in numero e grandezza. Villaggi con un centinaio di capanne non sono rari, soprattutto nel Campidano. Nei corredi funerari e nei vasi rituali si osserva una tale profusione di elementi decorativi che la loro lavorazione fa pensare a un singolare fervore religioso. Anche gli idoli femminili sono comuni alle culture Bonuighinu, San Ciriaco e Ozieri. La cultura di Ozieri presenta vasi ricavati da pietre locali (steatite, calcite, clorite), abilmente lavorate, chiari indizi dell'influenza del Mediterraneo orientale. La religiosità e la forza creativa della cultura di Ozieri si manifestano soprattutto nelle oltre 2000 tombe rupestri (domus de janas), scavate nella roccia con primitivi picchi da scavo in pietra. Analoghe tombe rupestri a camera sono note per tutto il III millennio a.c. in tutta l'area mediterranea. In Sardegna la molteplicità delle forme delle tombe mostra forni a una sola cella, labirintiche costruzioni funebri di ben 20 camere e strutture monumentali che danno l'impressione di palazzi sotterranei (Sant'Andrea Priu), o di veri e propri templi funebri (Montessu). Spesso le 17

18 tombe furono apprezzate e usate fino a epoca storica ma sui riti funebri abbiamo notizie imprecise. A differenza delle sepolture dell'epoca Bonuighinu, abbiamo la deposizione secondaria: i morti venivano sepolti nelle tombe rupestri solo dopo la scarnificazione. Le tombe a camera, e in particolare i loro simbolici protettori, il Dio Toro e la Dea Madre, corrispondono a una visione del mondo largamente diffusa nell'area mediterranea, che ha le sue radici in Oriente. Tuttavia nell'epoca tarda della cultura di Ozieri si rintracciano anche chiare influenze delle culture megalitiche occidentali. Sorgono le prime tombe a dolmen: ciste di pietra con quattro lastre per le pareti e una per coperchio, spesso circondate da un cerchio di pietre che delimitava il tumulo sepolcrale. Fig. 6 Sant Andrea Priu, l ingresso delle tomba Presso Arzachena, nella necropoli Li Muri, le ciste litiche sono circondate da diversi anelli concentrici composti da lastre più piccole disposte verticalmente. Al margine degli antichi tumuli vediamo altre ciste litiche più piccole per le offerte funebri e numerosi pilastri di pietra (betili) rovesciati, talvolta entro una piccola ghirlanda di sassi. Fra i doni funebri si sono rinvenute asce di pietra levigata, teste di mazza, coltelli di selce e collane. In ognuna delle ciste litiche si rinvenne di regola un solo defunto, posto in posizione rannicchiata: è possibile dedurne l'esistenza di una struttura sociale aristocratica presso le stirpi dei pastori. L'elemento caratteristico, la cista litica nel tumulo, era diffuso dalla Palestina fino all'area egea e ai Pirenei. Molte di queste perdas fittas, come vengono chiamati in Sardegna i menhir, possono essere attribuite con una certa sicurezza alla cultura di Ozieri. Verso la metà degli anni Settanta sono state osservate presso Goni le più spettacolari serie di menhir sarde. L'abbondanza dei prodotti e la mitezza del clima accompagnavano la descrizione dell'antica Sardegna da parte degli scrittori classici. Le fonti letterarie sulla divinità protosarda Aristeo, fanno intendere che al tempo dei nuraghe la Sardegna era ricca di olio, latte e miele, ma anche di alberi da frutta delle campagne, del bosco e della macchia. Nel Campidano abbiamo attestazioni della vinificazione a partire dal I Ferro, ma brocchette per il vino circolavano già nel Bronzo Recente ed è verosimile che già da allora abbia fatto la comparsa la bevanda inebriante. I Sardi potevano contare inoltre su un vasto patrimonio di animali di allevamento e su una ricca fauna venatoria. 18

19 Fig. 7 Pranu Muttedu, la tomba e i circoli di pietre Questa ricchezza di cibo permetteva grande disponibilità per l'immediato e riserve per i mesi invernali, con lo stoccaggio di carne trattata con sale, lardo e grasso. Dal mare, dagli stagni e dai fiumi arrivavano nei nuraghe e nelle case dei villaggi, attraverso gli scambi interni, i pesci e i molluschi, come emerge dai ritrovamenti e dalle prime analisi dei resti ittici. I pesi trapezoidali e le fuseruole, rinvenuti nei nuraghe e nei villaggi, documentano l'attività tessitoria praticata con grandi telai fin dal neolitico finale. Dagli animali discendeva, oltre che la disponibilità di cibo, anche abbondanza di pelli, cuoio e di prodotti derivati come coperte, sandali, lacci, fruste e legacci. Il lino sardo doveva essere particolarmente pregiato per candore, lucentezza e sottigliezza. Il lungo mantello di lana di pecora, la mastruca dell'età romana, di tradizione padronale delle popolazioni dei Balari e degli Iolei delle zone interne, che valse ai Sardi il nome di Pellites, è indossato ancora oggi, privo di maniche, dai padroni delle greggi delle zone interne. Il capo d'abbigliamento era forse indossato anche dai capitribù nelle figurine in bronzo del I Ferro, ma risulta leggermente differente ed è tenuto appoggiato sulla spalla come un grande mantello, e non infilato. Per quanto attiene gli altri capi del vestiario, l'unico punto di riferimento è la bronzistica figurata degli inizi del I Ferro che documenta molte varianti di copricapi d'uso comune e militare, di gonnellini e tuniche maschili e di vesti e gonne femminili. Non dovevano mancare manufatti come contenitori per derrate della casa e cestini realizzati mediante la tecnica dell'intreccio, utilizzando elementi vegetali. Anche i rivestimenti murali delle stuoie erano ricavati da rami flessibili. La bronzistica figurata del I Ferro offre parecchi esempi di quella che doveva essere una produzione che per il suo carattere conservativo si è mantenuta nell'artigianato locale sino ai nostri tempi. I ritrovamenti di numerosi attrezzi in bronzo nei contesti nuragici, in particolare scalpelli di varie punte, diversi tipi di accette e il trapano ad archetto, assicurano su un attivo artigianato del legno fin dal Bronzo Medio. Le grandi foreste e i boschi delle zone interne soddisfano agevolmente il mercato interno, tranne che per i prodotti di alto pregio artistico che sicuramente venivano 19

20 importati. Difficilmente i guerrieri nuragici usavano carri da guerra nei loro scontri nell'isola, poiché il territorio sardo non si presta affatto al combattimento di questo tipo, escluse forse le piane dei Campidani, ma a quell'epoca erano boscose e attraversate da ricchi corsi d'acqua che le rendevano meno agibili. Il carattere celebrativo della bronzistica figurata sarda ha rappresentato un carretto a due ruote simile ai cocchi da guerra e ai veicoli da passeggio delle classi aristocratiche delle città greche ed etrusche del VIII a.c. Possiamo pensare si riferisca alla rappresentazione di un carro armato posseduto eccezionalmente da un re dell'età eroica nuragica. Per i movimenti delle persone nei sentieri scoscesi probabilmente veniva utilizzato l'asino, ma nella bronzistica è invece documentato l'utilizzo del bue a cavalcioni, decisamente più lento per gli spostamenti. Con l'incremento della popolazione, il compito della difesa del palazzo-nuraghe sede del capo e di chi rivestiva il ruolo di celebrare le funzioni religiose e civili della comunità, viene delegato ad un gruppo limitato di persone, ma in caso di conflitti c'è l'aiuto di tutta la popolazione maschile giovane in grado di combattere. Il ruolo dei guerrieri era determinante per la sopravvivenza delle comunità e ogni gruppo aveva rapporti di parentela con diversi altri nell'ambito tribale: in caso di pericolo per la tribù o per l'intero popolo, i gruppi potevano contare su un'ampia solidarietà. Tuttavia ogni comunità godeva di una specifica autonomia che doveva essere gestita nei rapporti con le comunità vicine. Si calcola che in una situazione ordinaria, al tempo dei castelli turriti del Bronzo Recente, fossero necessarie almeno 24 persone, divise in due turni giornalieri, per far fronte alla custodia di una reggia dotata di bastione e di cinta antemurale e alla difesa personale del capo. La necessità di contare su una guarnigione permanente affrancò i capi delle tribù dai capi dei distretti intertribali e dalla restante popolazione della comunità e consentì ad essi di consolidare il potere economico e politico. Fra le attività dei difensori delle fortezze abbiamo diverse tipologie: frombolieri, arcieri, lancieri, portatori d'ascia, spadaccini e portatori di pugnale. Ognuno di questi aveva un incarico e una postazione particolare. La tradizione metallurgica Mentre l Italia continentale protostorica ha già da tempo acquisito un inquadramento cronologico alquanto definito, lo stesso non può ancora dirsi per la Sardegna. Ciò deriva da alcune peculiarità della cultura nuragica caratterizzata, come sottolineato da vari autori, da un forte senso di continuità. 1 Inoltre le specificità tipologiche dei reperti ceramici e metallici sardi spesso non consentono immediati agganci con altre facies culturali meglio conosciute. Un contributo importante è stato dato dal recente lavoro di archeologi che hanno pubblicato classificazioni aggiornate. La problematicità nella periodizzazione è connessa con le vicende legate alla storia degli studi. Nonostante sia stato condotto un numero relativamente elevato di indagini archeologiche nell isola, in villaggi, santuari e nuraghe, poco di tali ricerche è stato pubblicato in maniera estensiva ed esaustiva. Sebbene negli ultimi anni sembra potersi osservare una inversione di tendenza, tali carenze limitano l accesso, da parte della comunità scientifica, a dati indispensabili alla comprensione della cultura nuragica. Tuttavia negli ultimi quindici anni gli 1 Lilliu 1982, p. 11; Lilliu 1988, pp

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