Info Rai TV N 252 del 07 Gennaio 2014

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1 Gruppo Aziendale UILCOM-UIL Rai Rai Way Milano Info Rai TV N 252 del 07 Gennaio RAI: 60 ANNI, DICHIARAZIONE CONGIUNTA PRESIDENTE TARANTOLA, DG GUBITOSI. 2. La Rai non è più maestra per tutti. Va rinnovata senza nostalgie 3. Auditel 2013, i programmi più visti 4. Rai 60 anni: i 10 programmi che hanno fatto la storia della televisione 5. Sessant anni Rai: quando era lottizzata e plurale 6. Canone Rai 2014: scadenza e importo 7. Canone Rai a Bruxelles: troppe cose non tornano 8. RAI - ANDREATTA: UN ANNO DI SUCCESSI PER NOSTRE FICTION 9. Mediaset ottiene l'ok per il quinto multiplex sul digitale terrestre 10. Tv e giornali: relazioni da evitare... anche con il milleproroghe 11. Il 2014 sarà l'anno della tv on demand, in arrivo Netflix e Sky River 12. Ces 2014, la tecnologia del futuro punta sull altissima definizione 13. Il costo della vita è troppo alto? "Colpa dello Stato" anni dopo la radio è più che mai viva 15. Che cosa succede con lo spread 16. Mtv, una rete in crisi: il declino dei videoclip e il danno dei dati Auditel 17. Niente posto fisso, salari fermi e pensioni in calo: così aumentano i poveri 18. Nel 2013 meno tasse. La sorpresa dalla Cgia 19. Telecom Italia accelera con l Internet super-veloce 20. Rai, sette milioni all anno per intrattenere gli italiani all estero 21. Ecco la tecnologia che dominerà nel 2014 RAI: 60 ANNI, DICHIARAZIONE CONGIUNTA PRESIDENTE TARANTOLA, DG GUBITOSI. 60_a nni dichiarazione_congiunta_presidente_tarantola dg_gubitosi_.html Il 3 gennaio di sessant'anni fa iniziavano le trasmissioni televisive della Rai. Da allora e' stato percorso un lungo cammino fatto di impegno, professionalità e creatività Nelle case degli italiani sono entrate notizie da ogni parte del mondo, musica, teatro, varietà.e' stato costruito un patrimonio di storia, di tradizione, riconosciuto anche a livello internazionale. La Rai e' diventata un punto di riferimento per gli italiani. Il 2014 sarà un anno importante: verrà firmato il nuovo contratto di servizio, ci avvicineremo alla scadenza della Concessione nel La Rai intende prepararsi a questo cruciale appuntamento con impegno, attenzione e determinazione. Verrà avviata una consultazione aperta a tutti per discutere di come dovrà essere il servizio pubblico nei prossimi anni. E' un percorso indispensabile per la riscrittura del patto tra cittadini e servizio pubblico radiotelevisivo. Abbiamo già intrapreso un delicato e impegnativo processo di cambiamento, nel rispetto dei valori fondanti, per rilanciare la Rai, per perseguire l'equilibrio economicofinanziario, l'eccellenza dell'offerta e l'innovazione tecnologica. Alla fine del percorso la 1

2 Rai sarà una media company a tutti gli effetti, e sarà quindi in grado di affrontare col successo che merita, e che tutti noi gli auguriamo, la sfida dei prossimi anni." La Rai non è più maestra per tutti. Va rinnovata senza nostalgie tutti-va-rinnovata-senza-nostalgie-acae529c-743e-11e3-90f3- f58f41d83fbf.shtml Dal dopoguerra all era digitale: il rischio di guardare solo ai modelli vincenti del passato La Rai, Radiotelevisione italiana, compie oggi, venerdì 3 gennaio, 60 anni, avendo inaugurato ufficialmente le trasmissioni il 3 gennaio Sessanta sono tanti, tantissimi se rapportati al calendario della tecnologia. In poco meno di un decennio, grazie ai media digitali, a Internet, la tv ha subito un cambiamento radicale: il passaggio dal tradizionale segnale analogico a quello digitale, per esempio, ha generato nuove dinamiche di fruizione e l emersione di nuovi immaginari sospesi, come sempre accade, tra l euforia della scoperta «magica» e il terrore di possibili effetti negativi. Ma per oltre mezzo secolo, la tv è stata il medium egemone del 900 e ha svolto un preciso ruolo sociale, alimentando un esperienza tanto diffusa quanto condivisa per gli spettatori, riassumibile nella semplice espressione: «guardare la tv». Per molto tempo, dunque, guardare la tv è stato come guardare un nuovo mondo, una scoperta di inestimabile valore. L immagine dello spettatore Lo scenario attuale di trasformazione e convergenza tecnologica comporta anche una mutazione nell identità di chi guarda, lo coinvolge fisicamente, anche se l immagine dello spettatore della «multitelevisione» appare ancora sfuggente perché il «nuovo» cerca di rendersi più accettabile assumendo alcune forme tipiche del «vecchio», e viceversa queste ultime reagiscono alla competizione, ricavandosi nicchie di sopravvivenza. Se vogliamo capire cosa rappresentino 60 anni di tv, la prima cosa da fare è smetterla con il rimpianto. Basta con la nostalgia del monoscopio, del maestro Manzi, delle annunciatrici, di Calimero, degli sceneggiati in bianco e nero. Quel che è stato è stato. L archeologia della tv deve solo farci capire le cose essenziali senza mai tramutarsi in uno stato d animo malinconico. Due sono le funzioni fondamentali ascrivibili alla tv delle origini: da una parte, costruire la «visibilità degli italiani», nella tradizionale funzione di rappresentazione e autorappresentazione già assolta precedentemente dal cinema (si pensi al Neorealismo); dall altra, sincronizzare i ritmi di una comunità e renderla perciò più consapevole di se stessa, in grado di riconoscersi e immaginarsi come un insieme, come un «noi» che affronta un destino comune (quello della definitiva ricostruzione, del boom economico, dell avvento della società dei consumi, opportunamente mediata dalla spettacolarità rassicurante di Carosello). Nessuno storico può scrivere la storia degli ultimi 60 anni del nostro Paese senza l aiuto della tv, del suo patrimonio simbolico, delle ritualità radicate in una «comunità immaginata»: da «Lascia o raddoppia?» al Festival di Sanremo, dallo sport a tutti i grandi eventi mediatici. Proprio per questo, rispetto alla propria audience, si possono dividere i primi 60 anni della Rai, e più in generale della tv generalista, in tre grandi periodi: quello in cui la Rai era più avanti del suo pubblico (l analfabetismo riguardava metà della popolazione italiana), quello in cui l offerta televisiva era in sincronia con il «sapere» del pubblico, quello in cui, stiamo parlando dell attuale, la tv generalista si rivolge principalmente a un pubblico ancora molto vasto ma «residuale» (per età, istruzione e censo) rispetto ai cambiamenti del Paese. Come in tutte le periodizzazioni, i rischi delle sintesi sono 2

3 presenti anche qui. Non solo: i media hanno un andamento ciclico e i loro rapporti sono determinati dalle fasi del ciclo; ora, per esempio, l egemonia sta passando a quel vasto sistema dei media convergenti di cui il computer è il terminale più rappresentativo. Gli esordi e la borghesia Quando in Italia è nata, la tv era in mano a una élite, prima di stampo liberale e poi cattolico. Era una tv che rispecchiava lo spirito di una borghesia medio-alta e si rivolgeva a quella stessa borghesia, la sola in grado di acquistare il costoso apparecchio (di lì a pochissimo, però, lo strepitoso successo di «Lascia o raddoppia?» negli spazi pubblici, nei bar, negli oratori, nei cinema avrebbe fatto capire come la tv fosse lo strumento principe della cultura popolare). Per intanto, la fascinazione del mezzo attirava le menti migliori e dava inizio a quella fase aurorale in cui il nuovo strumento è in grado di stimolare nuovi immaginari. Tre esempi per spiegare meglio la tesi. Nel 1957 Mario Soldati realizza una formidabile inchiesta, «Viaggio nella Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini»; l aspetto curioso è che Soldati s interroga sulla cultura enogastronomica dell Italia in un momento in cui, per buona parte degli italiani, l idea del cibo è legata ancora alla mera sopravvivenza, alla fame patita durante la guerra e nel primo dopoguerra. Più interessante ancora l inchiesta del 1959 di Salvi e Zatterin «La donna che lavora», indagine sull evoluzione del lavoro femminile in Italia: allora pareva rivoluzionaria ma era perfettamente in linea con le direttive ministeriali (come se oggi Milena Gabanelli facesse un inchiesta delle sue, sponsorizzata però da qualche ministero). Nel 1961 Sacerdote e Falqui danno vita allo show «Studio Uno», di rara eleganza espressiva, quando il varietà era un genere pressoché sconosciuto alla quasi totalità degli spettatori. Altri esempi si potrebbero fare con i «romanzi sceneggiati» (il tentativo di portare i grandi libri nelle case degli italiani) o con «Il processo alla tappa». Servirebbero solo a rafforzare la tesi: la tv era più avanti del suo pubblico. I dirigenti dell epoca vengono spesso ricordati circonfusi di un aura di grande santità e professionalità. Santi non erano (basti ricordare come i telegiornali d allora non avessero nulla da spartire con l indipendenza dell informazione), ma hanno avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, quando la tv stessa guidava chi voleva lasciarsi guidare e trascinava i nolenti. La seconda fase Il secondo periodo può partire simbolicamente dal 1967, anno di messa in onda dei «Promessi sposi» (la Rai, ormai pienamente consapevole del proprio ruolo centrale nell universo cultural-spettacolare nazionale, celebra con Manzoni il senso della sua missione educativa) e finire con «Blob», un montaggio di citazioni prese a prestito da altri programmi, un espediente critico per analizzare la tv, il trionfo dell autoreferenzialità (la tv che parla di tv). In mezzo ci sono programmi che tutti vedevano, di cui tutti parlavano, da cui tutti erano influenzati, compresi gli altri media: «90 minuto», «Canzonissima», «Bontà loro», «Portobello», «Quelli della notte», «Quark», «Domenica in», «Mixer», «Samarcanda», «La Piovra» (ma l apporto viene anche dalle tv commerciali, come nel caso di «Drive in»). Si potrebbero citare tanti altri programmi, ma l importante è ribadire il concetto: la Rai assorbiva e insieme dettava i tempi di una nazione. La tv contava su vantaggi consistenti: sia per la sua capacità di articolare il pubblico nel privato, sia ovviamente per la sua accessibilità e popolarità, per quella sua caratteristica complementare, integrativa (contrapposta alla settorializzazione della cultura a stampa), sia, infine, per la sua specificità di «medium generalista di flusso» che tendeva a sincronizzare i ritmi di una comunità. Il periodo che viviamo Il terzo periodo (massì, facciamolo partire dal «Grande Fratello», anche se la Rai non c entra) è quello che stiamo vivendo. Di fronte alle sfide lanciate dalle tecnologie digitali, il Servizio pubblico ha reagito come ha potuto, spesso prigioniero della politica. La Rai raggiunge una platea potenziale che copre l intera popolazione, perché, molto banalmente, c è almeno un televisore (e spesso più d uno) per ogni 3

4 famiglia. Il vero problema è che solo una parte - una minoranza, e non certo la maggioranza - della popolazione vive la tv come unica interfaccia col vasto mondo. Si tratta, in sostanza, di spicchi della popolazione doppiamente svantaggiati: per livelli d istruzione (medio-bassi) e fasce d età (avanzate, le più consistenti in Europa); ma soprattutto per il tenore dei consumi culturali, che non vanno al di là della tv generalista. Sta di fatto che i giovani non guardano più la tv (se non per frammenti, su YouTube) e chi può si abbona alla Pay-tv. A parte gli eventi mediatici (le partite della Nazionale, in primis), i grandi successi di audience sono rappresentati ormai da varietà e fiction fortemente nostalgici, come se la Rai avesse costantemente lo sguardo rivolto al passato. E i talk show hanno ridotto la politica a mera chiacchiera. Insomma, quella che pomposamente è stata definita «la più grande industria culturale» del paese rischia ora la marginalità. La ricerca del nuovo È vero che la Rai sta cercando di adeguarsi al nuovo, si è espansa al di fuori del proprio guscio (ha moltiplicato i suoi canali sul digitale terrestre), ha messo in atto un movimento di trasformazione, ma il suo «core business» e la sua missione restano ancora il modello generalista. La Rai è vittima di molti fattori: l ingerenza della politica, soprattutto, il mancato ripensamento della nozione di Servizio pubblico, il condizionamento della concorrenza (è stata una scelta giusta quella del digitale terrestre? Non era meglio puntare al cavo o al satellite?), la mancanza di una rigida policy aziendale (ognuno fa quello che vuole, con la complicità dei giudici del lavoro), l «entropia della dirigenza» (se alla guida di un sistema così complesso vengono preferite non le persone più capaci, come da curriculum, ma soltanto quelle che hanno giurato fedeltà a un partito, finisce che il numero di incapaci aumenta). Il 60esimo compleanno della Rai dovrebbe perciò servire a riservare più spazio ai ripensamenti che alle celebrazioni, più attenzione ai prodotti che ai dibattiti, altrimenti il declino sarà inevitabile. E la perdita, purtroppo, irrimediabile. Auditel 2013, i programmi più visti L'elezione di Papa Francesco, Sanremo, il calcio, Volare e Servizio Pubblico con Berlusconi. Mediaset arriva solo all'undicesimo posto Scritto da: Paolino - lunedì 30 dicembre 2013 Tra i venticinque programmi più visti dell'anno ci sono l'elezione di Papa Francesco, vista da 21,3 milioni di telespettatori, il Festival di Sanremo, con 13 milioni di persone, ma anche calcio e la fiction Volare, con 11,4 milioni di telespettatori. Mediaset arriva solo con l'undicesimo posto della classifica Ci sono fiction, calcio, eventi e varietà tra i venticinque programmi più visti del 2013 secondo l Auditel, nella classifica che Giancarlo Leone, direttore di Raiuno, ha pubblicato su Twitter. L evento più visto dell anno è stata l elezione di Papa Francesco che, a reti unificate, è stata seguita da 21,3 milioni di telespettatori (82,7% di share). Papa Francesco ha anche permesso all Angelus (il primo di Bergoglio) di finire nella classifica, al 24esimo posto, con 6,7 milioni di persone (41,5% di share), così come troviamo il rito della Via Crucis (7 milioni, 26,3%). Al secondo posto, la finale del Festival di Sanremo, vista da 13 milioni di telespettatori (53,7%), mentre al terzo, per non farsi mancare nulla, c è la partita della Confederation Cup Spagna-Italia, con 12,4 milioni di persone (47,3%). La fiction arriva al quarto posto, con la seconda parte di Volare, seguita da 11,4 milioni di 4

5 telespettatori (38,8%), diventanto la fiction più vista dell anno, superando Il commissario Montalbano, al quinto posto, con 10,8 milioni di persone (38,2%). Al sesto posto il messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (la classifica prende in considerazione anche la settimana tra il 2012 ed il 2013), con 10 milioni di telespettatori (55%). Al settimo posto Italia-Repubblica Ceca, con 9,5 milioni di persone (36,6%), mentre la sorpresa arriva all ottavo posto, con Servizio Pubblico e l intervista di Michele Santoro a Silvio Berlusconi, che ottenne 8,7 milioni di telespettatori (33,4%). Il nono ed il decimo posto, infine, sono occupati dal calcio, con Brasile-Italia (8,5 milioni, 28.9%) e Juventus-Milan (8,4 milioni, 29,4%). Mediaset non compare nelle prime dieci posizioni, occupate quasi tutte da Raiuno, che stando a questa classifica vince nettamente. Canale 5 arriva dall undicesimo posto con Italia s got talent, visto da 8,1 milioni di persone (32,3%), Milan-Barcellona, con 7,8 milioni di telespettatori (25,5%) e Striscia la notizia, visto da 7,8 milioni di persone (24,6%). Raiuno e Canale 5 si alternano nel resto della classifica: c è Che Dio ci aiuti 2? (7,8 milioni, 25,6%), la Formula 1, grazie al Gp del Canada (7,7 milioni, 31,9%), ed anche un sempreverde come Un medico in famiglia, con 7,4 milioni di telespettatori (25%). La fiction Mediaset compare solo con Ultimo-L occhio del falco, visto da 7,1 milioni di persone (24,8%). Anche Tale e quale show riesce a comparire nella classifica, con 7,1 milioni di telespettatori (29,9%), mentre Don Matteo, anche in replica, ottiene grandi consensi, con 6,9 milioni di persone (25%). In totale, Raiuno (escluse le posizioni a reti unificate) compare in diciotto posizioni, mentre Canale 5 in quattro e La 7 in una. La classifica mostra che il pubblico italiano segue con piacere sempre gli stessi programmi ed apprezza il calcio: c è poco spazio per le novità e le fiction più audaci. Ancora una volta, l auditel rivela dei dati che però sembrano andare in una direzione diversa rispetto ai numerosi commenti che si trovano sui social network a proposito di programmi che, come X Factor, Amici o Masterchef, non hanno questi numeri ma riescono ad essere più discussi. I Nielsen Twitter Tv Rating potrebbero mettere in evidenza questa differenza, per permettere ad analisti ed investitori di capire se siano davvero solo gli eventi ad avere un importanza del genere in Italia o se anche altri programmi meritino attenzione. I venticinque programmi più visti del Elezione del Papa (Reti unificate): (82,7%) 2-Finale del Festival di Sanremo (Raiuno): (53,7%) 3-Spagna-Italia (Raiuno): (47,3%) 4-Volare-seconda parte (Raiuno): (38,8%) 5-Il commissario Montalbano- Una lama di luce (Raiuno): (38,2%) 6-Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica (Reti unificate): (55%) 7-Italia-Repubblica Ceca (Raiuno): (36,6%) 8-Servizio Pubblico (La 7): (33,4%) 9-Brasile-Italia (Raiuno): (28,9%) 10-Juventus-Milan (Raiuno): (29,4%) 11-Italia s got talent (Canale 5): (32,3%) 12-Milan-Barcellona (Canale 5): (25,5%) 13-Striscia la notizia (Canale 5): (24,6%) 14-Che Dio ci aiuti 2 (Raiuno): (25,6%) 15-Gp Formula 1 del Canada (Raiuno): (31,7%) 16-Un medico in famiglia (Raiuno): (25%) 17-La vita è bella (Raiuno): (27,2%) 5

6 18-Tale e quale show (Raiuno): (29,9%) 19-Ultimo-L occhio del falco (Canale 5): (24,8%) 20-Rito della Via Crucis (Raiuno): (26,3%) 21-Affari Tuoi (Raiuno): (22,6%) 22-Don Matteo 8 (Raiuno): (25%) 23-Lucio Dalla-4 marzo (Raiuno): (30,1%) 24-Angelus (Raiuno): (41,5%) 25-Trilussa (Raiuno): (23,5%) Rai 60 anni: i 10 programmi che hanno fatto la storia della televisione 60 anni, tanti professionisti, molta creatività e un sevizio che, perlomeno alle origini, garantiva agli italiani un intrattenimento a 360 gradi, fatto di spettacolo, musica e cultura. E questa la Rai, un patrimonio di storia, di tradizione, riconosciuto anche a livello internazionale, come ha dichiarato in occasione di questo anniversario il presidente Rai Anna Maria Tarantola. Un emittente che ha contribuito a costruire l Italia e gli italiani con programmi televisivi memorabili. Ecco, quindi, le 10 trasmissioni che, secondo noi, hanno realmente fanno la Storia. 1. Lascia o Raddoppia?: è uno dei più famosi programmi televisivi a quiz della Rai, versione italiana del format francese Quitte ou double?, a sua volta derivato dal game show americano The $64,000 Question. Condotto da Mike Bongiorno, andò in onda a partire dal 26 novembre 1955 (dopo una puntata di presentazione trasmessa il 19 novembre) ogni sabato sera, alle ore 21:00, fino all 11 febbraio 1956 e ogni giovedì sera dal 16 febbraio 1956 al 16 luglio 1959, data di sospensione del programma. Il programma andava in onda in diretta dallo Studio 3 della Fiera di Milano. Menzione indispensabile anche per Rischiatutto, partito sul Secondo Canale (poi approdato sul Programma Nazionale) nel febbraio 1970 e terminato il 2 maggio Il quiz, ispirato al successo Usa Jeopardy!, sarebbe dovuto tornare in tv su Sky (RiSkyTutto), ma l improvvisa scomparsa di Bongiorno ha congelato definitivamente il progetto. 2. Carosello: programma televisivo italiano andato in onda sul Programma Nazionale e poi sulla Rete 1 della Rai dal 3 febbraio 1957 (ma originariamente era stato previsto per il 1º gennaio) al 1º gennaio Consisteva in una serie di filmati (spesso sketch comici sullo stile del teatro leggero o intermezzi musicali) seguiti da messaggi pubblicitari. Il format di Carosello fu congegnato in maniera da funzionare impeccabilmente. Non subì interruzioni né errori per circa vent anni: unica eccezione, gli eventi sopra menzionati ed alcuni scioperi e agitazioni in seno alla RAI che alterarono (sia pure lievemente) la programmazione, ad esempio con l avvio della sigla finale senza l elencazione dei prodotti reclamizzati. 3. Il musichiere: celebre trasmissione televisiva RAI diretta da Antonello Falqui, andata in onda il sabato sera per novanta puntate, dal 7 dicembre 1957 al 7 maggio Condotto dall attore romano Mario Riva, Il Musichiere era un gioco musicale a quiz: i concorrenti, seduti su di una sedia a dondolo, dovevano ascoltare l attacco di un brano musicale e, una volta riconosciutolo, precipitarsi a suonare una campanella a dieci metri di distanza per avere diritto a dare la propria risposta, accumulando gettoni d oro per il monte premi finale. Il monte premi si conquistava indovinando il motivo mascherato, eseguito all apertura di una cassaforte che conteneva la vincita. 4. Canzonissima: popolare trasmissione televisiva di varietà, mandata in onda dalla RAI dal 1956 al Oltre al consueto spettacolo di comici, soubrette, sketch e balletti, l elemento fondamentale di Canzonissima era una gara di canzoni abbinata 6

7 alla Lotteria di Capodanno, che successivamente verrà ribattezzata Lotteria Italia. Nel 2010 era stata annunciata una nuova edizione del programma, che avrebbe dovuto essere condotta da Gianni Morandi con Elisabetta Canalis dal mese di settembre, ma il progetto è poi saltato a causa degli eccessivi costi. Nel 2013 è Carlo Conti a riportare in vita, in versione moderna, lo storico varietà musicale all interno della sesta edizione de I migliori anni. 5. Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell adulto analfabeta: curata da Oreste Gasperini, Alberto Manzi e Carlo Piantoni e mandata in onda a cadenza giornaliera dalla RAI col sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione, il programma era condotto dal maestro e pedagogo Alberto Manzi. Fine del programma era insegnare a leggere e a scrivere agli italiani che avevano superato l età scolare, ma che non ne erano ancora in grado. Si trattava di autentiche lezioni, tenute da Manzi a classi formate da adulti analfabeti, nelle quali venivano utilizzate le tecniche di insegnamento moderne, oggi potremmo dire multimediali giacché si servivano di filmati, supporti audio, dimostrazioni pratiche, nonché della felice mano del maestro Manzi che, con rapidi tratti di carboncino, disegnava efficaci schizzi e bozzetti su una lavagna a grandi fogli. Il linguaggio era semplice e piacevole e per nulla pedante. 6. Studio Uno: è stato un programma televisivo di varietà trasmesso sul canale Programma Nazionale fra il 1961 ed il La prima trasmissione andò in onda il 21 ottobre È entrato nell immaginario collettivo come prototipo dello spettacolo di intrattenimento leggero della televisione in bianco e nero degli anni sessanta Minuto: celebre trasmissione che trasmette una breve sintesi delle partite di calcio del campionato di calcio italiano di Serie A e di Serie B. Il programma fu lanciato per la prima volta il 27 settembre 1970 con il titolo originario di Novantesimo minuto. Nel corso degli anni la trasmissione ha ricoperto un ruolo importante nel diffondere il calcio presso il grande pubblico, diventando un appuntamento fisso della domenica pomeriggio per milioni di sportivi italiani. Gli ascolti altissimi (toccando punte di 20 milioni negli anni settanta) hanno reso il programma un vero fenomeno di costume, favorito dal fatto che per molti anni 90º minuto fu la prima trasmissione domenicale a diffondere le azioni salienti delle partite di campionato. 8. Domenica In: in onda su Rai 1 dal È il primo e storico contenitore italiano domenicale e di maggiore successo; la nascita del programma era dovuta all austerity voluta in quegli anni dal governo italiano per via dei grandi rincari petroliferi decisi dai paesi arabi negli anni settanta: infatti, dopo il boom economico, tra le famiglie italiane, era diventata un abitudine quella di fare, di domenica pomeriggio, delle scampagnate e/o gite fuori porta con l automobile (che comportava quindi una maggiore importazione di petrolio); fu quindi incaricata la RAI di creare un programma che convincesse la gente a passare i pomeriggi domenicali in casa invece che di uscire prendendo l automobile (e consumare dunque carburante). 9. Portobello: è stato un programma televisivo di Enzo Tortora, andato in onda su Rai 2 dal 1977 al 1983 e poi per un breve periodo nel È ricordato come uno dei programmi televisivi più popolari mai trasmessi dalla televisione italiana. Andava in onda dagli studi della Fiera di Milano, gli stessi dove anni prima veniva realizzata la trasmissione Lascia o raddoppia?. Il nome del programma si ispirava a quello di una strada di Londra, Portobello Road, famosa per il suo mercatino dell antiquariato. 10. Fantastico: è stato un varietà televisivo italiano andato in onda in prima serata su Rai 1 nel 1979, poi dal 1981 al 1991 e nel 1997 con l abbinamento alla Lotteria Italia. È considerato il programma apoteosico del varietà classico e uno dei più famosi e di successo nella storia della televisione italiana. La prima edizione del 1979 ottenne ottimi indici d ascolto: una media di 25 milioni di telespettatori a puntata e un indice di gradimento pari a 80: rappresentò l affermazione di Loretta Goggi in qualità di 7

8 conduttrice, la consacrazione di Beppe Grillo come comico, autore dei monologhi satirici assieme ad Antonio Ricci e l affermazione di Heather Parisi come soubrette, che qui ottenne la definitiva consacrazione. Inoltre segnò l inizio della effimera popolarità del ballerino Enzo Avallone, soprannominato Truciolo Sessant anni Rai: quando era lottizzata e plurale di Gianni Vattimo Non si sbaglia a sentire una nota di rimpianto nei ricordi di Furio Colombo a proposito dei primi anni della Rai. Tolta la componente strettamente individuale eravamo tutti molto giovani, molto impegnati, molto motivati dai nostri progetti; molto credenti, ciascuno a suo modo - le altre ragioni di questa nostalgia meritano di essere ricordate e discusse ancora oggi, anche e soprattutto perché la storia della Rai è in molti sensi la storia del nostro Paese. E la Rai che anche Colombo ricorda con nostalgia era la Rai di un servizio pubblico estremamente vivo e creativo anche e soprattutto perché era un ente tutt altro che neutrale. L ingegner Filiberto Guala e i suoi più stretti collaboratori a cominciare da Pier Emilio Gennarini, erano dei cattolici antifascisti seriamente convinti di essere portatori di un programma culturale-politico decisamente orientato, e dunque tendenzialmente di parte, anche se proprio per il loro impegno religioso professavano un sincero liberalismo degasperiano nei confronti dello stato e delle sue istituzioni. Insomma, lungi dall essere (solo) una industria culturale amministrata da persone oneste e intelligenti, che avevano avuto il merito e la fortuna di scegliersi dei buoni collaboratori, la nostra Rai di allora era una ideologica macchina da guerra. Se si vuole, il fatto che quella stagione sia durata così poco coincide fin troppo perfettamente con gli sviluppi della situazione politica generale, in cui la forza e la presenza della cultura cattolica antifascista, oggi diremmo più schiettamente cattocomunista, andarono rapidamente consumandosi lasciando il posto alle forze tradizionalmente egemoni nella società italiana, con l imporsi progressivo del fattore K, di un atlantismo bigotto e sospettoso che lasciava bensì ancora vivere un La Pira, ma sempre più ridotto a una edificante figura marginale. Da un lato, dunque, rimpiangere la Rai degli inizi significa rimpiangere la giovinezza della repubblica, non solo la propria. E le possibilità che allora sembravano o erano davvero tali e che sono state travolte dal successivo divenire dell ordine imperialistico (giacché non potevano essere solo forze endogene quelle che hanno trionfato). Ma un secondo pensiero si affaccia insieme a questi. Ed è l idea che una grande industria culturale come era e dovrebbe essere la Rai può operare bene sono se ha un deciso orientamento ideale. Un pensiero che io stesso non oso davvero pensare fino in fondo. I grandi musei, per esempio, sono frutto di scelte orientate: dei sovrani, ai tempi delle monarchie; di qualche curator in tempi democratici. Così grandi case editrici come la Einaudi dei tempi gloriosi. E forse la decisione della Rai di lottizzare i suoi canali da Rai uno mainstream e filo governo, a Rai due socialista, a Radio Kabul di Curzi e del Pci non era poi poco saggia. La laicità non è orientamento unitario, è il lasciar sussistere molti orientamenti ognuno con la propria caratteristica. E verosimile che persino chi oggi chiede la privatizzazione della Rai pensi in realtà a un sistema culturalmente pluralistico, che risponda non solo a un azionista di riferimento il quale, se ispirato solo dal desiderio di profitto diventerà fatalmente un monopolista ma da una forte convinzione liberale magari difesa e prescritta con una legge. La famosa lottizzazione che tutti abbiamo deprecato era perversa solo perché poi, all interno di ciascuna delle zone politicamente assegnate, le competenze specifiche erano sacrificate alla osservanza politica. Ma vale la pena, sull onda della rievocazione delle origini della tv, domandarsi se un pluralismo culturale regolato dallo Stato e 8

9 dunque, certo, dalle forze politiche, non sia un regime più favorevole alla creatività di quanto possa una assoluta libertà del mercato. Canone Rai 2014: scadenza e importo In scadenza il 31 gennaio 2013 il pagamento del canone Rai, l imposta sulla detenzione di un apparecchio atto alla ricezione dei programmi televisivi, da pagare indipendentemente dall uso del televisore. L importo del canone 2014 potrebbe essere aumentato di 6 euro, passando dagli attuali 113,50 a 119,50 euro, secondo le ultime modifiche alla legge di stabilità Il canone si può pagare con bollettino di conto corrente con numero 3103 intestato a: Agenzia delle Entrate, DP I UFF. TERR. TO 1 SAT RINNOVO ABBONAMENTO TV. Il bollettino può essere pagato presso uffici postali, banche, ricevitorie, Equitalia. Hanno diritto all esenzione del canone Rai i soggetti che hanno compiuto i 75 anni di età entro il termine di pagamento del canone e se dichiarano redditi, cumulati con quelli del coniuge convivente, non superiori a 6.713,98 euro annui. Possibile anche la rateizzazione del canone sempre per i pensionati con redditi dichiarati non superiori a euro, che ne fanno richiesta all ente pensionistico che opererà una trattenuta sulla pensione ogni mese. I termini di scadenza per il pagamento del Canone tv sono i seguenti: D.L.C.P.S.31/12/1947 n.1542 Il 31 gennaio (pagamento annuale); Il 31 gennaio ed il 31 luglio (pagamento semestrale); Il 31 gennaio, 30 aprile, 31 luglio e 31 ottobre (pagamento a rate).qualora la scadenza del termine per il pagamento del canone cada di sabato o di giorno festivo, il pagamento stesso è considerato tempestivo se effettuato il primo giorno lavorativo successivo. Canone Rai a Bruxelles: troppe cose non tornano di Dario d'elia, Fonte: La Repubblica Il 19 marzo il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza Rai, parteciperà a un'audizione a Bruxelles per dare spiegazioni sul canone. 128 Il Parlamento europeo ha deciso di mettere sotto la lente il canone Rai: qualcosa davvero non torna. Il 19 marzo Roberto Fico (Movimento 5 Stelle), presidente della Commissione di Vigilanza Rai, parteciperà a un'audizione a Bruxelles per dare spiegazioni agli eurodeputati della Commissione Petizioni. Grazie all'iniziativa della leghista Mara Bizzotto ben 14mila cittadini italiani hanno richiesto la cancellazione del canone per manifesta iniquità. In pratica in questa fase istruttoria la Commissione UE vuole capire la portata di alcune criticità che oggi più che mai fanno imbestialire gli abbonati. Il primo su tutti è il meccanismo che consente di non pagare il canone se si decide di farsi sigillare il televisore. Questa operazione di fatto potrebbe violare l'articolo 10 della Convenzione europea sui Diritti dell'uomo. "Ogni persona ha diritto alla libertà d'espressione. Tale diritto include la libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera", si legge nella carta dei diritti. "Il presente articolo noti impedisce che gli Stati sottopongano a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema o di televisione". È evidente che sigillando si preclude la possibilità di vedere altri canali TV. 9

10 Il secondo punto riguarda l'accesso ai programmi Rai da parte di disabili, visivi e auditivi: sono ancora troppo pochi i programmi che soddisfano questa esigenza. E anche in questo caso si tratterebbe di una violazione della Carta dei Diritti fondamentali dell'ue. Terzo punto la questione dell'oscuramento dei canali Rai accedendo attraverso il decodersky. Per altro già oggetto di una sentenza di condanna del Consiglio di Stato nel Un altro punto è quello che riguarda i poco comprensibili bilanci della Rai, che tra profitti e perdite poco "trasparenti" potrebbero violare la direttiva europea sui consumatori. Infine il tema del canone: legittimo o aiuto di Stato per la Rai? RAI - ANDREATTA: UN ANNO DI SUCCESSI PER NOSTRE FICTION and reatta un_anno_di_successi_per_nostre_fiction.html "Il successo di ascolti di "Un matrimonio", lo straordinario racconto famigliare di Pupi Avati, fa chiudere in bellezza un 2013 molto ricco per la fiction Rai - ha dichiarato il direttore di Rai Fiction Eleonora Antreatta -. Dalla storia di Modugno con "Volare", seguita dai nuovi film del "Commissario Montalbano", fino alle recenti "Una Grande Famiglia" e "Anna Karenina", la Rai ha offerto una varietà di storie e linguaggi diversi per epoche e formati, ma accomunati dalla ricerca della qualità e dal coinvolgimento delle migliori risorse della fiction e del cinema italiano, che hanno saputo rivolgersi con passione alla grande platea televisiva. Anche nel ha concluso la Andreatta - le proposte della fiction Rai saranno numerose, varie e coinvolgenti. Mediaset ottiene l'ok per il quinto multiplex sul digitale terrestre Inserito da: Simone Rossi (Satred) Fonte: Digital-Sat (original) Mediaset ottiene l'ok per il quinto multiplex sul digitale terrestremediaset fa cinquina. E' notizia fresca l'ok alla conversione in DVB-T della frequenza destinata alla televisione mobile (DVB-H) acquisita dal Gruppo Mediaset già nel 2006, ma fin qui non utilizzabile per la trasmissione di canali tv in tecnica digitale terrestre. In questo modo Mediaset raggiunge quota 5 frequenze nello spettro televisivo, il massimo a disposizione dalla legislazione vigente. A farci capire meglio quali saranno i contenuti che verranno inseriti in questo ulteriore spazio ci pensa Andrea Secchi che su ItaliaOggi definisce meglio i contorni dell'operazione: "Mediaset (o meglio Elettronica Industriale, la società del gruppo che detiene i multiplex), nel rivolgersi all Autorità presieduta da Giovanni Pitruzzella, ha presentato alcuni impegni «senza termine»: il nuovo mux non conterrà nuovi canali in chiaro, così da non alterare gli attuali equilibri del mercato televisivo e in particolare di quello pubblicitario. Così come non potrà contenere nuovi canali «time shifted», ossia ritardati di uno o due ore rispetto alla programmazione tradizionale, cosa che porterebbe ancora una volta alla moltiplicazione degli spot (trasmessi due volte). Potrà invece contenere versioni in Hd e in Dvb-t2 (il digitale terrestre di nuova generazione) dei canali già esistenti in contemporanea (simulcast) oppure canali a pagamento del gruppo, anche nuovi, perché nel mercato della tv pay la quota del Biscione è limitata. Via libera inoltre ai canali di terzi, e questa volta non importa se pay o free. Mediaset si è anche impegnata a non fare il gioco delle tre carte con gli altri multiplex: se un canale viene spostato da uno dei mux preesistenti verso il nuovo 10

11 (il mux 3), lo spazio liberato non potrà comunque essere utilizzato per aumentare l offerta free." Articolo di Simone Rossi per "Digital-Sat.it" rossi) Tv e giornali: relazioni da evitare... anche con il milleproroghe È dal 2004 che qualunque governo in carica, all'approssimarsi del 31 dicembre si ricorda - o lui direttamente o glielo ricordano le opposizioni in parlamento - che esiste il conflitto d'interessi. In particolare si ricorda che c'è una norma voluta dalla legge Gasparri secondo la quale - dopo una certa data (doveva essere il 2006) - chi possiede tv (Berlusconi?) può comprare quotidiani (Il Corriere della Sera?). Ora non avendo finora mai nessun governo affrontato seriamente il conflitto d'interessi, e tanto meno non avendo nessun governo neppure cercato di cambiare la legge Gasparri, ecco che si è pensato di rimediare ancora una volta temporaneamente al peggio, all'effetto più macroscopico e devastante del conflitto di interessi, vietando di volta in volta, di anno in anno, l'incrocio proprietario fra televisioni e carta stampata. C'è in gioco la qualità stessa della nostra democrazia, visto che sarebbe davvero un obbrobrio dare nelle mani di un solo capo popolo, di un solo leader di partito, il potere di condizionare l'intero sistema dei media più di quanto non faccia già oggi - direttamente con le sue televisioni private e indirettamente con il peso del suo controllo politico sulla Rai. Prima di Enrico Letta, toccò a Mario Monti e prima ancora a Romano Prodi, inserire in un decreto del governo due righe che spostano nel tempo la scadenza del divieto di incroci proprietari fra tv e carta stampata. Anche quest'anno lo strumento scelto è l'indecente "mille proroghe", un decreto legge nel quale confluiscono questioni rimaste aperte, in parte anche a testimonianza dell'impotenza del governo a legiferare sulle singole materie affrontate. Questa ennesima proroga, d'altra parte, piace alla Federazione degli editori, al sindacato dei giornalisti, fa tirare un sospiro di sollievo a tutte quelle organizzazioni sindacali e associazioni che hanno a cuore la libertà dell'informazione. Eppure non è davvero il caso di felicitarsi per questo con il premier Letta. Non dovrebbe essere "l'ora del salto generazionale", del cambiamento guidato dai quarantenni? Se resta un intervento spot, siamo in pieno passato. Si tratterebbe dell'ennesimo alibi di chi è incapace di affrontare i problemi alla radice e di mettere in campo riforme concrete. Si può parlare di una nuova legge elettorale, di togliere di mezzo le province e il Senato (tutte misure necessarie) senza rendersi conto nello stesso tempo che siamo già nel pieno della rivoluzione digitale e che la riforma del sistema dei media - a cominciare dal Servizio pubblico radiotelevisivo - dovrebbe essere al centro dei pensieri di chi lavora per migliorare la nostra democrazia? Più che un semplice salto generazionale quello che serve è un salto di qualità. Dopo la proroga del divieto di incroci proprietari, solo se il consiglio dei ministri si facesse carico della riforma della legge Gasparri, darebbe prova di capacità innovativa e di profondo senso di responsabilità. L'opportunità di battere un colpo c'è. E passa per una ridefinizione - una rifondazione - prima di tutto del servizio pubblico. Non dimentichiamo che nel maggio 2016 scade la convenzione Stato-Rai. I primi segnali che arrivano dal governo Letta sono del tutto negativi. Ha affidato al vice ministro Catricalà - voluto in quel posto dal braccio destro di Berlusconi Gianni Letta e considerato un grande amico di Mediaset - l'onere di ragionare sul futuro della Rai. In contrasto con le stesse previsioni della legge Gasparri, il governo poi non ha affrontato il tema del rinnovo del canone: non si tratta solo di adeguarlo all'inflazione ma di recuperare l'evasione e di immaginare un sistema diverso già sperimentato in diversi paesi europei, per esempio trasformandolo 11

12 in una tassa di scopo progressiva sul reddito e con l'esenzione per le fasce meno abbienti. Che cosa vuol dire, poi, rifondare la Rai, trasformandola da broadcaster in media company? Si può lavorare sul modello inglese, dove a una Bbc senza pubblicità si affianca Channel 4, una tv pubblica con pubblicità. Si può tornare a ragionare sulla divisione fra operatore di rete (una Raiway indipendente che gestisce le torri anche per conto terzi) e fornitore di contenuti (una Rai concentrata sulla qualità della sua programmazione anche per il mondo di internet). Ce n'è abbastanza per mettere anche gli attuali dirigenti della Rai sulla corda e costringerli a farsi carico di un progetto di innovazione che restituisca alla Rai dignità e ruolo. Riuscirà Letta a uscire dalle secche e dalla coazione a ripetere dei "mille proroghe"? E il nuovo segretario Renzi che ne pensa? Il 2014 sarà l'anno della tv on demand, in arrivo Netflix e Sky River Inserito da: Simone Rossi (Satred) Fonte: Ansa Niente decoder, niente contratto, basta la connessione a Internet e il gioco è fatto. Il 2014 potrebbe dare un ulteriore colpo al modo tradizionale di vedere la tv. Dopo il ridimensionamento delle reti generaliste e il boom dei canali digitali, l'affermarsi del doppio schermo con la visione dei programmi commentata sui social network, lo stop alla crescita della tv a pagamento, il nuovo fenomeno sembra destinato ad essere l'arrivo di contenuti on demand via Internet con abbonamento o senza. Insomma, un ulteriore incentivo, soprattutto per le nuove generazioni, a mettere in soffitta la tv lineare con i palinsesti decisi da altri e ad utilizzare il piccolo schermo per vedere quello che si vuole. Anche grazie alle tv connesse a internet, che pur a diverse velocità nei vari paesi, sono destinate, secondo gli esperti, a sostituire gli apparecchi tradizionali. In Italia si prevede anche nei prossimi cinque anni saranno almeno cinque milioni i possessori di smart tv. Grazie alla rete è già possibile, in Italia, guardare sulla tv, comodamente seduti sul divano e gratuitamente, i video sul web, su Youtube ad esempio, ma anche, questa volta a pagamento, film o serie tv, grazie ai servizi Chili o Cubovision che consentono l'acquisto o il noleggio di contenuti, on demand o in abbonamento. Da un mese è arrivato sul mercato anche Infinity, il servizio lanciato da Mediaset che, con un costo mensile di 9,99 euro, consente di fruire degli oltre 5 mila film, serie e fiction in catalogo, non solo sulle smart tv, ma anche su altri dispositivi. La risposta di Sky Italia a Infinity è attesa per marzo (il 13/3?, nds) con il progetto al momento chiamato «River». Un servizio simile a quello fornito da Mediaset che, oltre a film e serie tv, in più dovrebbe fornire anche qualche contenuto sportivo. Il costo, non ancora definito, dovrebbe essere nel range tra i 10 e i 20 euro mensili. Il modello è quello di BSkyB, l'emittente britannica che con NowTv dallo scorso anno ha reso possibile acquistare senza contratto e ad un prezzo ridotto rispetto agli abbonamenti alla pay tv canali cinematografici o sportivi per un periodo di tempo limitato. Sempre nel 2014 sembra pronto a sbarcare in Italia anche Netflix, già presente sul mercato americano e nordeuropeo con all'attivo 38 milioni di utenti. Il gigante Usa, che ha dato il via al modello di tv senza decoder e contratto, sta pian piano conquistando l'europa e, dopo Francia e Germania, l'obiettivo potrebbe essere proprio l'italia. 12

13 Ces 2014, la tecnologia del futuro punta sull altissima definizione Le novità dalla più grande fiera dell elettronica di consumo che apre i battenti il 7 gennaio a Las Vegas BRUNO RUFFILLI Per gli appassionati di tecnologia l anno nuovo inizia solo il 7 gennaio, con l apertura della quarantasettesima edizione del Consumer Electronic Show. Nel corso del tempo vi sono state presentate mille invenzioni di uso quotidiano, come il videoregistratore, il compact disc, il dvd, la Xbox e il Blu-ray. Oggi l appuntamento di Las Vegas è la più vasta fiera mondiale dell elettronica di consumo, anche se spesso i grandi nomi organizzano eventi ad hoc per i lanci più importanti o si concentrano sulle manifestazioni a tema (Mobile World Congress a Barcellona per smartphone e tablet, E3 di Los Angeles per i videogiochi, IFA a Berlino). Intanto, prima dell inizio ufficiale, ci saranno alcuni appuntamenti con i grandi dell hi-tech per spiegare la loro idea di futuro: quest anno parleranno tra gli altri Marissa Mayer di Yahoo, Kazuo Hirai di Sony, Rupert Stadler di Audi, Brian Krzanich di Intel. E come sempre non mancheranno tra gli stand personalità della tv e dello sport, attori e musicisti. Ecco alcuni temi caldi di questa edizione: Il 4k Se nel 2013 i televisori ad altissima definizione avevano prezzi da favola, questo sarà l anno del 4k democratico, con modelli che dovrebbero far decollare lo standard (come la tv da 50 pollici di Polaroid, a 999 dollari). In aumento anche l hardware: lettori Blu- Ray ottimizzati, riproduttori multimediali, computer. E YouTube lancerà un servizio per distribuire online filmati 4k che promette di essere rivoluzionario, grazie a uno speciale sistema di compressione dati che non richiede una banda larghissima. Display curvi La sfida per ora è tra coreani: Samsung e Lg commettono su schermi curvi per smartphpne (seguono meglio le linee del volto) e televisori (si vedono meglio anche se non si sta proprio di fronte). Ma non è detto che non arrivi finalmente anche uno smartwatch con display curvo, che forse sarebbe l applicazione più ovvia di questa tecnologia. Smartphone e tablet Ci saranno anche qui diverse novità, con molti produttori cinesi in prima fila, ma pure con nomi nuovi come Archos (presenterà smartphone e smartwatch), o col debutto di un tablet Asus con doppio sistema operativo Windows-Android. Si è parlato anche di una tavoletta Samsung dal prezzo molto aggressivo, ma al momento non ci sono conferme. Tra moda e salute Ancora braccialetti e clip che rilevano l attività fisica, occhiali a realtà virtuale per giocare (attesi da Sony come accessorio per la neonata PlayStation4), e tante variazioni sul tema dei Google Glass. In attesa delle lenti a contatto con display incorporato, segnaliamo il casco per bici che segnala automaticamente le cadute (Reebok) con un messaggio al pronto soccorso. E mille apparecchi per controllare la salute da soli. Sempre connessi Apple e Google si sfidano per conquistare il cruscotto delle vetture: uno dei settori della tecnologia in più rapida espansione è la connected car, l auto intelligente che dialoga con smartphone e tablet per migliorare la sicurezza e il confort di bordo. A Las 13

14 Vegas ci saranno i prototipi di Audi e Ford, insieme a numerose piccole aziende con soluzioni personalizzate. Audio Dopo anni di dominio degli Mp3, in cui la comodità ha vinto sulla qualità, pare vicino il ritorno dell audio in alta fedeltà. Che, come il video, punta ora sull altissima definizione, per portare in casa i master delle registrazioni originali. Ormai si possono riprodurre con qualsiasi computer, poi però servono convertitori adeguati, amplificatori, altoparlanti: e al Ces saranno migliaia, con prezzi spesso assolutamente folli. Computer Nell era post-pc, con tablet e smartphone sempre più potenti, i computer sono costretti a cambiare forma per unire potenza e flessibilità. Sottili e leggeri, oppure ibridi, metà tavoletta, metà pc, adottano Windows o Chrome, il sistema operativo di Google per computer. Apple rimane la grande assente dallo show di Las Vegas La casa intelligente Se ne parla da anni, ma solo con le app e gli smartphone la domotica sta prendendo piede, seppur lentamente. È uno dei terrenti preferiti per le startup americane, tra lampadine intelligenti, lavatrici che parlano da sole, condizionatori col wi-fi, termostati capaci di decidere autonomamente quando accendere e spegnere l impianto di riscaldamento. 3d per tutti Se con i televisori non è diventato esattamente un fenomeno di massa, il 3d nelle stampanti potrebbe dare interessanti sviluppi. Gli apparecchi costano sempre meno e per passare dall idea alla realizzazione concreta di un oggetto basta un normale computer: potrebbe nascere qui la prossima rivoluzione digitale, come successe cent anni col desktop publishing. Il costo della vita è troppo alto? "Colpa dello Stato" Un grafico della Treccani mostra quanto pesa, per gli italiani, la sopravvivenza: molto più che in Spagna. E un economista spiega: ad aumentare i prezzi sono gli sprechi di Roma di Francesca Sironi Il costo della vita è troppo alto? Colpa dello Stato Un buon pezzo della crisi italiana è spiegato in un grafico, pubblicato dalla Treccani nel suo atlante geopolitico del mondo. Eccoci lì, in ultima fila in Europa, con redditi ben più bassi dei nostri vicini spagnoli o francesi e un costo della vita che sfiora quello della Svezia. Altissimo. Risultato: sopravvivere pesa, per genovesi, milanesi o palermitani, quasi il doppio di quanto non pesi a una famiglia di Berlino o Madrid. Perché in Italia i prezzi dei beni non sono scesi insieme ai redditi, dal 2008 ad oggi? Perché arrivare a fine mese è più difficile da noi che in Spagna, ugualmente travolta dalla crisi economica globale? «Perché in Italia lo Stato pesa troppo». Si torna sempre lì: alle inefficienze di Roma. Lo spiega Francesco Daveri, professore ordinario di Economia all'università degli Studi di Parma e collaboratore de lavoce.info 14

15 Professore, perché in Italia il costo della vita è così alto? «Innanzitutto perché paghiamo cari servizi come l'elettricità e l'acqua, quelli che siamo soliti definire utilities. Fino a che le società sono rimaste monopoli pubblici, il prezzo dei servizi era politico, deciso dallo Stato. Ma poi sono arrivate le privatizzazioni, e la quotazione in borsa (dove oggi Eni e Enel sono i nostri campioni) e così le aziende non hanno più potuto rimandare a Pantalone gli investimenti, ma hanno iniziato a mettere in bolletta sia i costi da coprire che gli utili per soddisfare gli azionisti. E i prezzi sono aumentati, anziché diminuire come hanno fatto i redditi». Poi c'è l'iva, che continua ad aumentare... «Esatto. Il secondo elemento da tenere in considerazione è che in Italia le imposte indirette non hanno fatto che aumentare, negli ultimi anni, per coprire la spesa in eccesso della macchina statale. Parliamo sia dell'iva che delle accise su prodotti come la benzina. Sono imposte che incidono direttamente sul costo della vita e sono inique, perché colpiscono i poveri più dei ricchi, che devono comprare allo stesso prezzo maggiorato un litro di latte o un chilo di pane. Tutto questo per far quadrare i conti dello Stato». Manca qualcosa? «Sì, i servizi come le assicurazioni e le banche. Anche qui i costi sono più alti in Italia che altrove. Più volte gli organi di controllo hanno segnalato anomalie nei prezzi delle Rc Auto obbligatoria per chiunque abbia un'automobile o dei conti correnti. Ma i cambiamenti sono lenti, nell'oligopolio che abbiamo, di fatto, di alcune società. E poi c'è il costo della casa: in Germania non c'è mai stato un boom edilizio come da noi, e gli affitti sono molto meno gravosi. In Spagna il boom c'è stato, è vero, ma è stato seguito da un altrettanto drastico sboom : e oggi il mercato è così basso da esser diventato vantaggioso per chi deve comprare o affittare. Da noi questo non è successo, e avere un tetto sopra la testa prende una bella fetta dei redditi». Come si potrebbe fare a ridurre finalmente il costo della vita anche da noi? «Uno dei binari è sicuramente quello delle liberalizzazioni. Dove sono state applicate come ad esempio nella telefonia i risparmi, per i consumatori, ci sono stati. Certo, in alcuni campi, come nella produzione di energia, è quasi impossibile far competere troppi soggetti diversi: i costi per costruire una centrale elettrica, ad esempio, sono troppo alti. In questi casi allora l'unico modo è aumentare i controlli. Ma si tratta ancora di formule che agiscono su una piccola parte del prezzo. Il peso maggiore, alla fine, ce l'ha sempre lo Stato. Basta pensare alla benzina: il 75 per cento del prezzo 15

16 sono accise statali. Si può anche liberalizzare di più, ma se non si incide su quel 75 per cento...» Per cui, nelle spese fisse di ogni italiano - la luce, il gas, la benzina, pure nei vestiti o nella spesa per la cena - incidono insomma gli sprechi della burocrazia? «Sì è così. Quel bagno di efficienza che suggeriamo sempre noi cinici economisti alla fine ricadrebbe anche sul costo della vita. Se ci fossero meno sprechi, meno spesa in eccesso, si potrebbero finalmente far diminuire le accise e le imposte indirette. Quindi far ripartire i consumi, alleggerendo, anziché rendendo come succede adesso più pesanti, le spese fisse di ogni cittadino». 90 anni dopo la radio è più che mai viva Fu grande l attesa per l avvio delle trasmissioni regolari della televisione italiana, il 3 gennaio Sessant anni fa, tre giorni prima, Pio XII dedicava l esortazione apostolica I rapidi progressi alla grande novità che si sarebbe prodotta pochi giorni dopo. Non era accaduta la stessa cosa trent anni prima, il 6 ottobre 1924, quando la radio aveva iniziato le sue trasmissioni regolari dalla stazione di Roma. Le attese, dunque, che la televisione suscitava erano diverse e diversa la consapevolezza della sua importanza sociale. E tuttavia, senza il confronto con la radio, il nuovo mezzo di comunicazione non poteva essere spiegato. «Come la radio - scriveva il Papa riferendosi alla televisione - essa può entrare in ogni casa e luogo, in qualsiasi ora, recandovi non solo i suoni e le parole ma anche la concretezza e la mobilità delle immagini; il che le conferisce maggiore capacità emotiva, soprattutto a riguardo dei giovani». Quanto queste parole siano attuali non deve suscitare alcuna sorpresa. Tutti avevano chiaro che la radio aveva portato nelle case voci mai sentite prima, come quelle dei papi; tutti stavano immaginando: ah, se potessi anche vedere cosa accade! E di cose ne abbiamo viste in questi decenni. Senonché la radio non è stata resa inutile dalla tv ed ancor oggi è lì, testimone della nostra vita quotidiana; anzi, proprio grazie alla tv, è cambiata, adattandosi all attualità. Un primo passo lo ha compiuto già negli anni 50 del secolo scorso. Persi o limitati gli spettatori serali, attirati ora dalla tv, la radio ha conquistato la mattina e si è imposta nelle notti e - soppressa ogni pausa - trasmette oggi su decine di canali 24 ore su 24. La tv nascente fu marcatamente generalista e la radio, pertanto, tese a specializzarsi. In Italia i tre programmi della Rai stavano già assumendo i ruoli che, in una certa misura, mantengono fino ad oggi, antesignani di veri canali tematici. I casi di Radio 3 in Italia e in Gran Bretagna, di France Culture e France Musique rappresentano i primi grandi esempi di specializzazione culturale e musicale che, in altri campi, le radio commerciali o religiose hanno perseguito con successo in tempi più recenti. Arrivata la tv, la radio si è imposta in alcuni momenti della vita che solo lei riesce a raggiungere: in auto non c è persona che non l accenda, tanto da esigere canali che trasmettono continuamente informazioni sul traffico e altri che, privilegiando il parlato, fanno compagnia a chi viaggia come a chi lavora, senza poter distrarre lo sguardo. La radio è mobile, costa poco, si sente dappertutto e reggi il confronto anche con le tecnologie più moderne. Pur essendo possibile scaricare e ascoltare contenuti audio da diversi strumenti elettronici, la presenza di un semplicissimo sintonizzatore Fm in quasi tutti i telefoni portatili spiega quanto la radio sia diffusa. Nel frattempo l apparecchio radio è quasi scomparso dalle case. Nelle stanze dei ragazzi si è nascosta dentro un altro mobile: la televisione. Col passaggio al digitale terrestre e con la diffusione della tv via satellite, l apparecchio televisivo è in grado di offrire numerosi canali radio. È dalla tv, così, che esce il suono radiofonico a immagini zero o occupando un canale televisivo come fanno alcune reti commerciali e talvolta 16

17 anche la tv pubblica quando mandano in onda immagini dagli studi radiofonici. È un modo di ascoltare la radio che lascia spazio anche a qualche momento di visione, quando il lavoro o lo studio ci permettono una pausa, in una simpatica e forse inattesa integrazione. A sessant anni dall introduzione della tv in Italia, la radio non solo si è infilata nella televisione ma le ha insegnato un ritmo fino a farsi copiare dai canali di sole notizie che, incalzanti e ripetitivi, sono quanto di più simile alla radio si possa immaginare. Purtroppo in questo suo nascondersi, adattarsi, mimetizzarsi, la radio ha anche perso qualcosa: la dimensione internazionale. Per decenni chi ascoltava le onde medie si rendeva conto di essere in un mondo più vasto, popolato di voci e culture diverse. Oggi, tra tagli e disturbi causati dai dispositivi elettronici, quel tipo di ascolto è diventato complicato anche lungo le frontiere, come sa chi, lasciata Chiasso, perde il segnale della radio svizzera dopo pochi chilometri. Sarà internet a risolvere la questione della radiofonia internazionale, libera e transfrontaliera? Per ora non è così. Ecco perché la radio, dopo sessant anni di competizione e integrazione con la tv, ha bisogno di una novità: tornare alle origini, farsi sentire, come voleva Marconi, al di là dei mari e dei confini. Sarebbe facile. Luigi Cobisi Che cosa succede con lo spread Tre risposte sulla questione, ora che per la prima volta dal 2011 è sceso sotto i 200 punti Alle di venerdì 3 gennaio, lo spread, ossia la differenza tra il rendimento dei titoli di stato decennali italiani e tedeschi, ha chiuso a 197 punti base: è la prima volta che scende sotto i 200 punti base dal luglio del «È una grande notizia», ha commentato venerdì sera il presidente del consiglio Enrico Letta. Che sia una notizia positiva non c è dubbio, ma diversi commentatori hanno espresso dubbi su quanto lo sia davvero. Perché si è abbassato? Il ministro dell Economia Fabrizio Saccomanni ha spiegato venerdì 3 gennaio che lo spread si stava abbassando perché i mercati «apprezzano l operato del governo, il suo impegno per il mantenimento della stabilità dei conti e per l avvio delle riforme». È probabile che questi fattori siano stati d aiuto, ma ci sono anche altre cause meno dipendenti dall operato del governo per giustificare l abbassamento di questi giorni. Ad esempio: l uscita dalla recessione e la ripresa economica un po in tutta Europa che, in un modo o nell altro, avrà degli effetti anche in Italia. Oppure le grandi immissioni di liquidità che negli ultimi mesi hanno compiuto le banche centrali di Stati Uniti e Giappone. Questi due istituti, soltanto nel 2013, hanno immesso sul mercato circa miliardi di dollari. Molti investitori, alla ricerca di titoli che offrissero un buon rendimento, hanno deciso di investirli proprio nel debito di paesi come Italia e Spagna. A questo proposito bisogna notare che lo spread dei titoli spagnoli (che venerdì è sceso fino a 192 punti base) si sta abbassando ancora più velocemente di quello italiano. Secondo Saccomanni questa differenza deriva dalla maggiore incertezza che ci sarebbe sulla tenuta del governo italiano rispetto a quello spagnolo. Quest ultimo, infatti, gode di una maggioranza parlamentare molto più solida di quella che c è in italia. Quali saranno gli effetti? Che lo spread si abbassi, in realtà, non conta molto: quello che è importante è che si abbassino i rendimenti, cioè quanto lo stato paga di interesse sui titoli di stato. Non 17

18 sempre spread e rendimenti si abbassano contemporaneamente. Lo spread, infatti, essendo la differenza tra due valori può diminuire perché uno dei due valori scende o perché l altro sale. In altre parole: lo spread può diminuire perché il rendimento sui titoli di stato italiani si abbassa, oppure perché si alza quello sui titoli tedeschi. Al momento, comunque, non sembra sia questo il caso. Ci sono altre incertezze (le vedremo tra poco) ma il rendimento dei titoli di stato italiani è effettivamente sceso sotto il 4 per cento (ed è questa la cosa importante). Un altro fatto significativo è che l abbassamento dello spread fa diminuire il rendimento dei titoli di stato collocati sul mercato a partire dal giorno dell abbassamento. Sui titoli collocati in precedenza lo stato continua a pagare i vecchi tassi di interesse. Per ottenere un risparmio, quindi, è necessario che lo spread (e quindi i rendimenti) restino bassi per un certo lasso di tempo. O almeno che i titoli collocati quando i rendimenti sono bassi siano a lunga scadenza. In questo modo non dovranno essere rinnovati nel breve periodo, quando potenzialmente i rendimenti potrebbero essere tornati a crescere. Per farsi un idea basta pensare che in un anno il ministero dell Economia rinnova circa miliardi di debito pubblico, cioè più o meno un quarto del totale (quindi: per pagare i nuovi e bassi rendimenti su almeno un quarto del debito pubblico, lo spread dovrebbe rimanere così basso per almeno un anno). Un altro degli effetti potenziali dell abbassamento dello spread, ha sottolineato Saccomanni, è quello sulle banche: con uno spread più basso gli istituti di credito dovrebbero essere facilitati nel fare prestiti. Il meccanismo è piuttosto complicato, ma, in poche parole, funziona così: le banche italiane hanno i portafogli pieni di titoli di stato italiani. Più i titoli di stato che possiedono sono ritenuti rischiosi, più le banche saranno costrette a finanziarsi a un tasso elevato (perché percepite in bilico come i titoli di stato che ne costituiscono il portafoglio). Quando invece quegli stessi titoli cominciano ad essere percepiti come meno rischiosi (e quindi il loro rendimento si abbassa), allora per le banche diviene più facile finanziarsi e quindi, in teoria, dovrebbe diventare più facile prestare denaro e ad un tasso più basso ad imprese e famiglie. E il tesoretto? Saccomanni e Letta hanno parlato della possibilità che l abbassamento dello spread produca un tesoretto, cioè un risparmio di alcuni miliardi di euro (che non hanno quantificato con precisione). Questo capitale potrebbe essere utilizzato per intraprendere misure a favore della crescita, come ad esempio un abbassamento delle tasse. Diversi commentatori, però, sono piuttosto scettici sull entità (e se veramente ci sarà un qualche tipo di risparmio significativo). Tra i più critici, l analista finanziario Mario Seminerio, che ha partecipato ieri alla puntata del programma Focus Economia, su Radio 24. Il primo motivo di scetticismo è che, come ha ricordato lo stesso Saccomanni, la legge di stabilità approvata a dicembre metteva già in conto un abbassamento dello spread sotto i 200 punti base e quello dei rendimenti sotto il 4 per cento. Non ci sono quindi sorprese o arrivi di denaro inaspettato. Sarebbe stato grave il contrario: se lo spread non si fosse abbassato i conti della legge di stabilità sarebbero risultati sballati. Nella legge di stabilità, inoltre, l economia italiana è prevista in crescita dell 1,1 per cento, quasi il doppio delle stime di tutti gli organismi internazionali e dell ISTAT, secondo cui la crescita si fermerà allo 0,6-0,7 per cento (qui potete trovare un grafico con tutte le varie previsioni di crescita). Se le previsioni del governo dovessero rivelarsi troppo ottimistiche, allora l ipotetico tesoretto difficilmente potrà essere utilizzato per fare manovre sulla crescita. Piuttosto finirebbe con l essere utilizzato per compensare i buchi nella manovra causati dalla crescita inferiore alle aspettative. Infine c è da considerare l inflazione, che in questo periodo ha raggiunto un minimo storico, lo 0,7 per cento. Più l inflazione è alta, meno pagare gli interessi sul debito è oneroso (vengono ripagati con denaro che vale di meno, rispetto a quando si è ricevuto il prestito). Un anno fa l inflazione era tra il 2 e il 3 per cento, quindi molto più alta di oggi. A parità di tassi di interesse, quindi, era meno costoso ripagare il debito un anno fa rispetto ad oggi. Per capire se davvero l abbassamento dello spread 18

19 porterà anche ad un risparmio nella spesa per interessi bisognerà quindi vedere come andrà l inflazione nel prossimo anno e fare un po di matematica, per vedere se l abbassamento dei rendimenti compenserà quello dell inflazione. Mtv, una rete in crisi: il declino dei videoclip e il danno dei dati Auditel Il canale, negli ultimi mesi del 2013, ha dovuto licenziare decine di dipendenti. Tra le cause delle difficoltà economiche, l'aumento dei broadcaster e la perdita d'importanza della musica in televisione di Axel Fiacco La notizia è passata quasi inosservata. Negli ultimi mesi del 2013 Mtv ha lasciato a casa 37 dipendenti: più di uno su tre (senza contare i contratti a termine che sono stati falcidiati già da tempo). A questo va anche aggiunto lo spostamento d ufficio sulla piattaforma satellitare Sky dal canale 108 al 121, che ha il sapore di una vera e propria retrocessione. Sembrano davvero lontani i tempi in cui la mitica emittente godeva di una popolarità enorme, era un brand di riferimento per i giovani, nonché un interlocutore imprescindibile per gli investitori che ai giovani si volevano rivolgere. Che cosa è cambiato da quei tempi d oro? Tante cose, a dire il vero. Ma le cause principali della crisi sono soprattutto tre. La prima in ordine di tempo è la perdita d importanza della musica (intesa come videoclip) in televisione. E questo, per una rete che si chiama Music Television, non è un problemino da niente. Chi si rammarica che non si trasmetta da tempo più musica sul canale in chiaro avrebbe dovuto dare un occhio ai dati d ascolto: i blocchi di videoclip, molto cool in passato, erano diventati una zavorra insopportabile. Diverso il caso dei mega concerti live, che vanno sempre bene, ma che costano una fortuna e non si possono mica fare tutti i giorni. Del resto non è un caso se anche nei palinsesti Mtv Usa la musica è sparita già da tempo. La seconda causa è la moltiplicazione dei broadcaster. Prima, Mtv operava per così dire in regime protetto, costituendo in pratica l unica vera alternativa ai colossi generalisti. Adesso, con il processo di digitalizzazione compiuto e un offerta satellitare rigogliosa, le alternative sono infinite. Mtv si deve scontrare con molte altre reti che si rivolgono al suo medesimo target, ma con un offerta più mirata. Insomma, Mtv non può più contare su rendite di posizione. Il terzo e definitivo colpo è la pubblicazione dei dati Auditel, che segna la perdita di una battaglia che si combatteva da tempo. Sembra incredibile ma Mtv era sempre riuscita a sottrarsi a questa incombenza: chi voleva comprare spazi e visibilità sulla rete doveva andare sulla fiducia e basarsi sui dati che Mtv elaborava al suo interno. Da qualche mese, invece, la rete ha dovuto capitolare ed è così venuta alla luce una triste verità, che molti sospettavano già da tempo: Mtv costa quanto una rete generalista (cioè tanto) ma fa risultati di una rete di nicchia (cioè poco). I manager americani (quest estate, con la cessione del 51% di Mtv da parte di Telecom, Viacom è diventata proprietaria unica), che non sono proprio un esempio di pazienza e sensibilità umana, hanno fatto due conticini e la purga è iniziata. Molti temono che non sia purtroppo ancora finita. Ma il problema di Mtv non è solo costituito da un puro dato numerico. Alla perdita di centralità del prodotto musicale, che costituiva l ossatura e l anima del canale, non si è riusciti a trovare un alternativa in grado di dare un identità precisa, altrettanto forte e chiara. Che cos è adesso Mtv? A quale pubblico si rivolge? Qual è l essenza della sua offerta? Sono domande a cui è onestamente difficile rispondere. La programmazione accosta in modo randomico risate demenziali (Ridiculousness, una sorta di Paperissima 2.0) con serissime inchieste di denuncia (Polifemo, una sorta di Presadiretta); docu asciutte e compassate (Ginnaste, Calciatori, Ballerini) con altre che sono esattamente l opposto (Jersey Shore and friends). E inoltre film serie per tutti i gusti e tutti i target 19

20 (dai pre-adolescenti fino a un pubblico decisamente adulto), sitcom, show e reality di ogni tipo e varietà. Alcune di queste cose sono anche belle (altre molto meno, com è naturale), ma troppo eterogenee e affastellate a casaccio. Certo, per una rete che è campata di musica fino all altro ieri, non è facile trovare qualcosa che la sostituisca degnamente e che abbia la stessa forza aggregativa. Ma è uno sforzo che è necessario compiere. Nello spietato scenario competitivo attuale sopravvivono solo le reti con un identità forte e una promessa chiara. Mtv le aveva entrambe. Adesso non più, e si deve sbrigare a trovarne altre al più presto. Altrimenti è condannata al declino. Lento ma inesorabile. Niente posto fisso, salari fermi e pensioni in calo: così aumentano i poveri Scritto da Alessandra Solmi Salari italiani aumentati di solo 4 euro, pensioni che scendono sempre di più sotto i mille euro, vi sono 7,6 milioni di italiani che devono stringere la cinghia e far quadrare i conti a fine mese, posto fisso come vero e proprio miraggio. Il rapporto redatto da Inps, Istat e Ministero del Lavoro ha tracciato un bilancio negativo evidenziando la crescita esponenziale della povertà. Cercando di entrare nello specifico delle conclusioni elencate e di soffermarsi sui dati si può vedere come lo stipendio medio del 2012 è risultato essere di soli euro. I salari sarebbero aumentati, di media, di soli quattro euro a fronte di un inflazione che, invece, è salita del 3%. Donne e stranieri, poi, costituiscono due casi a parte. I loro salari sono sempre più bassi. Si è stimata, infatti, una media di euro per le donne e di soli 968 euro per gli stranieri. Di conseguenza la metà delle famiglie italiane non percepisce più di euro netti l anno, ma nel Mezzogiorno tale valore si abbassa notevolmente. I redditi della famiglie dell area sono più bassi del 27% rispetto al Nord ed una famiglia su due percepisce meno di euro mensili per un totale annuale di circa euro. Contro i della stima generale. Per i pensionati la situazione pare essere sempre più nera. Nel 2012 il 46,3% ha percepito assegni per un totale inferiore ai mille euro mensili. Di questi pensionati ve ne sono, poi, che non arrivano a percepire nemmeno 500 euro al mese. Che dire dei giovani? A loro pare andare ancora peggio. Per gli under 30 ad esempio i posti fissi sono diminuiti del 10% ed i contratti a tempo indeterminato hanno fatto segnare un meno 1,3%. Fra i giovani disoccupati pare andare peggio a quelli che fra le mani stringono un diploma di laurea. Il tasso di disoccupazione dei laureati è del 19%, quello dei soli diplomati si aggira, invece, intorno al 16,3%. Secondo i dati raccolti da AlmaLaurea, però, per i giovani sopra i 30 anni le percentuali si capovolgono. Tra il 2008 ed il 2012 la disoccupazione per i laureati tra i 25 e i 34 anni è aumentata del 46% mentre se si fa riferimento alla stessa fascia d età ma si prendono in esame i soli diplomati si vede come il tasso di disoccupazione sia salito dell 85%. Secondo alcuni esperti tali numeri si spiegherebbero perché la laurea potrebbe continuare a garantire miglior esiti occupazionali permettendo di raggiungere fasce di reddito più alte rispondendo nel migliore dei modi ai requisiti professionali richiesti. I valori riguardanti la povertà, quindi, sono i più alti del picco registrato nel Secondo il rapporto tracciato dall Istat e denominato Reddito e condizioni di vita, anno 2012, un italiano su tre è a rischio povertà, uno su due, se, invece, si risiede nel Mezzogiorno. Il 12,7%, infatti, sopravvive con una media di 990 euro al mese. Il 21,2% degli italiani, infatti, non si può permettere di poter scaldare adeguatamente la propria casa, il 42,5% degli intervistati, invece, non si può permettere di affrontare spese impreviste, senza contare che il 50,8% non si può permettere nemmeno di poter andare in ferie almeno una settimana in tutto l arco dell anno. Secondo Coldiretti, poi, gli italiani che non possono più permettersi di mangiare un pasto proteico adeguato al proprio fabbisogno o che non possono permettersi di fare la 20

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