SUGLI INIZI: I BAMBINI ALLE PRESE. Giuseppe Angelini

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1 SUGLI INIZI: I BAMBINI ALLE PRESE CON LE TEORIE INGENUE DEGLI ADULTI Giuseppe Angelini i bambini alle prese...1 Giuseppe Angelini A proposito dei pensieri dei bambini Le teorie ingenue degli adulti La domanda del bambino sugli inizi: Dov ero prima? Gli eufemismi degli adulti Un confronto: la domanda sulla morte Ancora sulla domanda del bambino: Come sono arrivato da voi?... 9 Editrice Vita e Pensiero Edizioni Qiqajon...11 Editrice Glossa Il titolo proposto a questa mia relazione mi è parso molto appropriato. Il fatto che sia stato scelto, mi ha piacevolmente sorpreso (non ricordo infatti di averlo suggerito io stesso). In ogni caso, interpreta con molta precisione il mio modo di vedere; siccome d altra parte ho l impressione forse indebita che il mio modo di vedere in tale materia non sia così consueto, la cosa mi ha sorpreso. I pensieri dei bambini a proposito degli inizi della vita e a proposito di ogni argomento saranno magari anche ingenui, e tuttavia non sono teorie. Di più, quei pensieri, quando siano bene intesi nel loro senso, quando dunque si sappia interpretare la loro lingua (o il loro difetto di lingua), non sono affatto ingenui; sono invece assai sofisticati e profondi. Si direbbe quasi, spietatamente profondi. Quei pensieri dicono a proposito di una verità estremamente ardua, che, proprio per il fatto di essere tale, dagli adulti viene facilmente rimossa. 1. A PROPOSITO DEI PENSIERI DEI BAMBINI Per istruire la questione del pensiero dei bambini sugli inizi, conviene indugiare in un momento preliminare su qualche considerazione di carattere generale a proposito dei pensieri dei bambini, e a proposito della dinamica generale delle relazioni tra pensieri dei bambini e pensieri degli adulti. I pensieri dei bambini non possono prendere forma in altro modo che attraverso la relazione con gli adulti, e anzi tutto con i genitori; questo appare subito chiaro a tutti. Meno chiaro a tutti è l altro aspetto: i pensieri stessi degli adulti non possono prendere forma, o meglio non possono diventare veri, in altro modo che attraverso il rapporto coi bambini. 1

2 I pensieri dei bambini non sono teorie, nel senso che non sono elaborati concettualmente; anzi, in prima battuta sono addirittura pensieri senza parola. E tuttavia anche i bambini senza parola, infanti, hanno pensieri. Quei pensieri non sono teorie anche in un altro senso: essi non hanno la forma di tesi o di affermazioni, ma hanno la forma di un interrogativo. I bambini soprattutto interrogano. Proprio perché interrogano, imparano. Gli adulti imparano poco, perché hanno pochi interrogativi. Il sapere, dicevano i filosofi antichi, nasce dalla meraviglia. Chi si meraviglia, chiede: Che cos è questo? E perché quest altro? In tal modo impara. Chi invece non sa più meravigliarsi, cerca in tutti i modi di ridurre anche le cose che al momento sfuggono alla sua comprensione alle leggi note, e in tal modo non impara più nulla. Le domande dei bambini sono per un primo lato le più ovvie, o quanto meno quelle che dovrebbero essere riconosciute come le più ovvie; per altro lato sono le più difficili. Ogni genitore, premuto appunto dalle domande dei figli, si trova costretto ad affrontare da capo interrogativi che, senza neppure rendersene conto, aveva da tempo dimenticato: non perché aveva già risposto ad essi, piuttosto perché 4 così almeno pareva 4 quella risposta appariva impossibile. Quegli interrogativi erano in tal senso rimossi, assai più che dimenticati. Occorre però essere più precisi ed espliciti. Alle domande grandiose che i figli molto piccoli 4 infanti, e cioè ancora senza parola 4 propongono i genitori in prima battuta rispondono senza imbarazzo. E tuttavia rispondono senza una precisa consapevolezza. Soltanto in seconda battuta, quando i bambini imparano a parlare, e dunque articolano i loro interrogativi appunto mediante le parole, appare ad essi con chiarezza quanto grandiosi siano quegli interrogativi, al punto di apparire addirittura impossibili. Soltanto allora i genitori hanno consapevolezza di che cosa sia in gioco nella loro relazione con il figlio. Illustro la considerazione di carattere generale ricorrendo ad un esempio concreto. Più precisamente, mi riferisco ad un gesto concreto, tra i molti che una madre compie per rassicurare il figlio piccolo. Il bambino, che ancora trotterella incerto sulle sue piccole gambe inesperte, inciampa e cade; batte la testa contro il tavolo. Scoppia in pianto. Se in quel momento la mamma è presente, il bambino non scoppia subito in pianto, in realtà; prima guarda la mamma. Il suo sguardo è come un interrogativo; egli chiede che cosa si è fatto; non si fida infatti della sua sensazione fisica immediata. Pochi gesto illustrano con altrettanta evidenza una verità, che oggi viene talvolta affermata, ma forse senza essere bene compresa: il mio corpo (Leib) non è il corpo biologico, il corpo cosa definito a monte rispetto alla coscienza che ne ho (Körper); ma è appunto quello che io vivo, e che posso vivere soltanto nella relazione ad altri. Lo sguardo supplice del bambino è dunque una domanda; prima ancora che una domanda di aiuto, una domanda per sapere: Che cos è? Cos è successo? Che cosa mi sono fatto?. Appunto a quella domanda, lo sappia o no (ma anche lo sa, pur senza parole), la madre risponde con i suoi gesti. Immediatamente prende il figlio in braccio, lo bacia; accompagna il gesto anche con delle parole, che espressamente conferiscono al suo bacio la fisionomia della medicina. Dove ti sei fatto male? Qui? e proprio in quel punto va il bacio guaritore. Le parole della mamma mostrano che essa sa che il suo gesto non è semplicemente una medicina, ma è una messaggio, è una parola, è la risposta ad una domanda non formulata con le parole. Il messaggio non si appoggia soltanto ai gesti della tenerezza; può invece essere articolato mediante parole; anzi, in qualche modo deve esserlo. Il modo è assai semplice, e tuttavia esso già rende esplicita un incoativa visione del mondo: Non temere, figlio mio, non sei solo in 2

3 questa rischiosa avventura di esplorare il mondo intero; io sarò sempre con te e troverò in fretta la medicina giusta per ogni tua ferita. Il bambino mostra di apprendere in fretta il senso di questo messaggio e di credere alla sua verità. Ogni volta che, in qualsiasi altro modo, si fa male, non passa immediatamente dal dolore al pianto, ma guarda alla mamma, quasi attendendo da lei un segnale per capire ciò che gli è successo, se cioè sia cosa grave che merita il pianto o cosa soltanto lieve che subito passa. In questo gesto del bambino acquista evidenza fisica questo fatto: la percezione significativa del mondo propria del bambino è mediata dal rapporto con la madre. La madre proporzionalmente serena rassicura il figlio assai più con la misura dei suoi gesti che con l eccesso dei suoi abbracci; una madre più apprensiva invece non si fida del messaggio a distanza e subito soffoca il bambino di baci e abbracci, i quali minacciano di trasmettere un messaggio distorto: Il mondo, figlio mio, è per te ancora troppo pericoloso; non azzardarti nella sua esplorazione e fidati soltanto di me. La madre mostra in molti modi di conoscere bene, senza alcuna necessità di riflessione esplicita, la possibilità di questa cattiva interpretazione del suo messaggio rassicurante. Ricordo un gesto concreto preciso, spontaneo, che spesso la madre compie (o quanto meno, un tempo spesso la madre compiva) per rassicurare il figlio: ella picchia il tavolo o la sedia, contro il quale il piccolo ha battuto la testa; rimprovera e castiga in genere quel preciso oggetto che ha fatto male al bambino. Gesti di questo genere appartengono al repertorio ovvio della prima educazione del figlio. Gesti come questi sono oggi spesso trattenuti, nella coscienza delle madri moderne, da un intempestiva esigenza di razionalità. Magari sono compiuti dalla madre quando essa è sola con il bambino; sono invece evitati davanti a spettatori; anche così si esprime l obiettiva e paradossale censura del bambino e della sua educazione nel nostro mondo adulto. Una tale censura si esprime in molti altri momenti. La madre sola con il bambino molto parla a lui; non considera affatto pertinente l obiezione che dicesse: Non ti può capire; che cosa gli parli a fare?. Se però ci sono testimoni, il fiume delle sue parole al bambino minaccia d essere trattenuto. Essa, che non dubita d essere compresa dal bambino, teme invece di non essere compresa dagli altri. A tale timore soggiace più facilmente la madre insicura, o che comunque si senta insicura nel rapporto con le precise persone, che in quel momento ha intorno. Moltiplica in maniera sistematica le occasioni di insicurezza il fatto che la famiglia contemporanea sia quella affettiva e privata. Dei sentimenti familiari, che soltanto entro la sfera intima e discreta della casa trovano opportunità di esprimersi, fanno parte in tal senso anche i sentimenti nei confronti del bambino. In che senso diciamo che il gesto di picchiare il tavolo cattivo è segno della consapevolezza che la madre ha del rischio che la sua consolazione produca effetti catturanti nei confronti del bambino? Il senso oggettivo di quel gesto è quello di affermare una legge cosmica, che possiamo così parafrasare: Chi fa male, anche riceve male; e se tu, bambino mio, sarai buono niente ti potrà fare male. Così inteso, il messaggio ha già la consistenza di un iniziale educazione morale del figlio; è anzi la proclamazione concisa di una visione morale del mondo. Il messaggio dunque dice del mondo intero e ne propone un immagine tale da renderlo affidabile e praticabile; non dice invece della madre, per mettere la sua bontà affidabile in alternativa rispetto al mondo inaffidabile. 3

4 È vero tale messaggio? Oppure esso è soltanto un innocente invenzione per sollevare comunque dall ansia un bambino che non può capire, e al quale dunque sarebbe impossibile spiegare la verità? Certo, dopo pochi mesi a quello stesso bambino la madre cercherà di spiegare in termini più ragionevoli le leggi fisiche, e dunque come si fa a non battere la testa o a non scottarsi con le pentole. La verità è soltanto quella detta da tali spiegazioni? Oppure c è una verità anche in quelle prime forme di addomesticamento del mondo? Certamente c è una verità anche il quelle forme, ed è verità per sempre indimenticabile. Essa pare però di fatto verità dimenticata dalla cultura adulta ; essa non sa vedere più alcuna verità nella visione morale del mondo; questa incapacità condanna a percepire quella visione come soltanto infantile. Proprio una tale circostanza, senza che neppure ce ne rendiamo conto, opera nel senso di scoraggiare anche nei confronti del bambino piccolo gesti che pure sarebbero spontanei e pertinenti. L attitudine del messaggio inizialmente espresso dal gesto della madre a rassicurare il bambino, e soprattutto a propiziare la futura certezza del bambino a proposito dell ordine morale del mondo, non è certo automatica. Essa è nutrita invece dai comportamenti complessivi della madre. Più precisamente, è nutrita dalla fede effettiva della madre in quell ordine, che quei gesti spontanei attestano. Non è subito rilevante la precisa qualità di quell ordine, la cui qualità in ogni caso ancora sfugge alle capacità di ricognizione del bambino; è rilevante invece il fatto che quei gesti attestino in ogni caso un ordine. Questo secondo profilo è percepito dal bambino con una facilità e una tempestività assai maggiore rispetto al primo profilo. D altra parte, l attitudine del gesto a rendere persuasivo quell ordine dipende da quanto la madre stessa crede in quell ordine, e mostra tale sua fede mediante il complesso dei suoi comportamenti. Se i gesti sono compiuti dalla madre soltanto per il bambino, con un attenzione esclusivamente puntata si di lui, il figlio lo percepisce. E sfrutta tale attenzione della madre. Abbiamo indugiato su un esempio, per illustrare la dinamica generale della comunicazione tra madre e bambino. La madre trasmette precocemente un messaggio, che è addirittura una visione morale del mondo; lo fa in maniera spontanea e non riflessa. Il bambino apprende quel messaggio; non solo, crede a quel messaggio, in maniera certo molto più seria rispetto a quanto non creda in esso la madre. Appunto quel messaggio precocemente appreso sta sullo sfondo degli interrogativi che egli in tempi successivi rivolge alla madre. Il nesso tra questi interrogativi e i precedenti messaggi minaccia di sfuggire alla madre; e ancor più al padre. In tal senso, essi al figlio rispondono attingendo immediatamente a saperi adulti, che sono da giudicare ingenui. 2. LE TEORIE INGENUE DEGLI ADULTI Quali teorie ingenue, insopportabilmente ingenue, sono da qualificare le teorie scientifiche, alle quali gli adulti ricorrono per dire ai bambini da dove essi vengono. Nella nostra società laica, emancipata e tutta assai scientifica, le teorie scientifiche confondono precocemente i pensieri assai più profondi, che i bambini virtualmente hanno, ma non sanno articolare; quei pensieri dunque per i quali i bambini interrogano i genitori e attendono da essi le parole per dirlo. 4

5 Davvero essi interrogano? L interrogativo è obiettivamente iscritto nella loro esperienza. Perché possa essere espresso occorre però che si produca un attenzione previa ad esso da parte dell adulto, una sua precedente disposizione all ascolto. Di fatto oggi accade che i bambini vengano a precoce confronto con discorsi degli adulti fatti senza ascolto dell interrogativo segreto dei bambini; dunque con discorsi che non rispondono in alcun modo a quelle domande, non danno parola dunque al loro vissuto. In tal modo minaccia di prodursi un doppio inconveniente: anzitutto che non sia data risposta ai bambini; in secondo luogo che si produca a svantaggio di tutti un obiettiva rimozione di quel contributo che proprio gli interrogativi dei bambini dovrebbero dare al sapere non ingenuo degli adulti. Questo contributo deve essere riconosciuto viceversa come essenziale. Il fenomeno che sto segnalando è espressione di un inconveniente di carattere più generale: la precoce e inattuale sostituzione del padre collettivo al padre e alla madre singolare 1. Il bambino attinge assai presto al sapere degli adulti attraverso fonti extra familiari e laiche, attraverso la scuola e le forme spettacolari e anonime della comunicazione a distanza, della televisione soprattutto. Viene in tal modo a contatto con una visione del mondo, che ignora l esperienza infantile. Sviluppa in fretta una sorta di percezione atmosferica del carattere infantile della sua prima visione del mondo e una correlativa smania adultistica. L emergenza di questo quadro si prospetta in maniera abbastanza netta già intorno ai sette o agli anni, all inizio delle elementari. Quando a otto anni i bambini iniziano il catechismo parrocchiale, viene loro proposta la pagina della Genesi, che racconta la creazione come l opera dei sei giorni. I bambini hanno oggi ormai l impressione facile, quasi infallibile, che il discorso della catechista sia ingenuo, assolutamente incredibile; quel discorso li riporta allo stadio delle favole che si raccontano ai bambini piccoli. Essi infatti ormai sanno bene che l uomo non è stato fatto dalle mani di Dio; che viene dall evoluzione, e che il suo progenitore prossimo è la scimmia. Magari sanno già anche che il mondo intero è venuto fuori dal big bang, e che la terra è soltanto un piccolissimo granello di polvere perduto nella vastità infinita delle galassie. Il contatto con le immagini scientifiche del mondo, e dell uomo stesso, è talmente precoce e scontato nella vicenda esistenziale del bambino, che in tal modo viene a lui sottratto il tempo per interrogativi caratteristici, che un tempo erano normali, quelli evocati appunto dal titolo del nostro convegno. 3. LA DOMANDA DEL BAMBINO SUGLI INIZI: DOV ERO PRIMA? 1 Del fenomeno si sono occupati, già in anni ormai remoti, i maestri di Francoforte, una scuola sociologica illustrata da grandi nomi come Th. Adorno e Horkheimer, la cui voce è per altro caduta in fretta nella dimenticanza. Del 1936 è la monumentale opera, curata appunto da M. Horkheimer, Studi sull autorità e la famiglia (trad. it. UTET, Torino 1974); di tale istituzione, e dell autorità paterna in specie, viene illustrata la strutturale fragilità nella società burocratizzata, segnata dalla presenza invadente del padre collettivo, costituito dal complesso delle agenzie di comunicazione pubblica; riflesso della crisi del rapporto familiare, e quindi del prevalere di forme di comportamento mimiche ed eterodirette, sarebbe la spiccata precarietà della struttura psicologica del singolo. 5

6 Occorre per altro rilevare che gli interrogativi dei bambini sugli inizi non erano interpretati in maniera fedele neanche nella tradizione più convenzionale. Mi riferisco ai termini più diffusamente usati. Il bambino non chiedeva certo: Mamma dove mi hai comprato?. Mi sia permessa a tale riguardo una testimonianza autobiografica. Ricordo che mi sono incontrato, e anzi scontrato, con questa terminologia del comprare i bambini soltanto a dieci anni, nel momento in cui la mia famiglia si trasferì da Bologna a Milano. L espressione comprare un figlio è fissata nella mia memoria come uno degli indicatori di quella grossolanità tale a me parve che è caratteristica della lingua e della cultura lombarda; in ogni caso, essa mi pareva soffrire di un clamoroso difetto di stile e di immaginazione. Quale altra forma assume l interrogativo a proposito delle origini nella percezione originaria del bambino? Più radicalmente, il bambino conosce davvero in maniera inevitabile un interrogativo a proposito delle sue origini? Pur nella ipotesi che a quell interrogativo egli non sappia dare parola, egli è davvero segretamente inquietato da esso? In primissima battuta, mi pare si debba rispondere pressappoco in questi termini: la convinzione originaria del bambino è quella di esserci da sempre. In un momento successivo, abbastanza precoce diciamo tra i cinque e i sei anni, egli prende coscienza del fatto che egli è venuto in questo mondo soltanto in un certo tempo; stando a quel che sente dire intorno a sé, si tratta oltretutto di un tempo relativamente recente. La sua percezione nascosta è tuttavia quella d essere al mondo da una vita, addirittura da un eternità. Intendo così suggerire che le dimensioni del tempo obiettivo, quelle a cui fanno evidente riferimento i discorsi degli adulti, alla percezione del bambino appaiono come dimensioni irreali, remote ed astratte, in nessun modo raccordate all universo simbolico mediante il quale egli articola la propria visione della vita. In ogni caso, quando egli è costretto a misurarsi con il tema dei suoi inizi, premuto dalle circostanze, dall esplorazione progressiva del mondo e del tempo, la forma più facile e anche più vera che assume la sua domanda è pressappoco questa: Dove ero prima?, e quindi poi anche: Come ho fatto a venire qui?. Magari anche: Come mi avete trovato? e dove mi avete trovato?. L idea che possa essersi trattato di un acquisto, è decisamente poco conforme alla sensibilità infantile; è in lui soltanto indotta dai discorsi che gli adulti gli fanno. Egli sente quei discorsi come del tutto irreali. Forse addirittura percepisce, in maniera arcana e non verbalizzata, che i suoi genitori su quel tema delle sue origini hanno qualche imbarazzo a dire. Anche rispetta un tale imbarazzo. È infatti nel suo spontaneo codice di comportamento proteggere i genitori ed evitare loro, per quanto può, ogni domanda imbarazzante. Si adatta dunque a quel loro modo di dire; senza accordare per altro ad esso alcun credito effettivo; sperando semmai di capire, a poco a poco, stando al loro gioco, che cosa si nasconda dietro l imbarazzo dei genitori. In questo modo di atteggiarsi del bambino si manifesta un obiettiva verità. 4. GLI EUFEMISMI DEGLI ADULTI Sarebbe interessante approfondire questo interrogativo: come è nato un modo di esprimersi tanto goffo prima e più che ingenuo come quello per il quale i genitori comprerebbero i 6

7 bambini? Senza aver fatto indagini filologiche, procedendo a naso (ma credo di non sbagliare), all interrogativo darei risposta in due tempi. (a) Quel modo di esprimersi porta il segno del puritanesimo cattolico, o meglio di un certo cattolicesimo. A tale riguardo, ho la netta impressione che in questione sia il cattolicesimo lombardo, carolino e puritano, decisamente più puritano e inquieto a fronte del tema del sesso rispetto a quanto non sia il cattolicesimo dell Italia centrale o meridionale. Il ricorso alla metafora dell acquisto, dunque del mercato, dello scambio economico, promette di realizzare una purificazione pregiudiziale da ogni riferimento a quella cosa losca che è il sesso. Ma che una purificazione di questo genere sia effettivamente necessaria per il bambino, non è affatto sicuro. È anzi sicuro il contrario. La metafora del comprare i bambini appare sotto tale profilo espressione di un nascosto complesso sessuofobico degli adulti. Molto meglio in tal senso le metafore della cicogna o del cavolo. (b) Se approfondiamo la riflessione, al di là della metafora mercantile e del complesso sessuofobico, troviamo la più generale sindrome di un sorprendente pudore dei propri sentimenti negli adulti; esso appare quasi patologico. Il pudore dei propri sentimenti è inevitabile; è addirittura una risorsa preziosa, in generale. Deprecabile in tal senso è invece la circostanza che della necessità di un tale pudore non sussista consapevolezza diffusa nella nostra cultura. Il pudore induce per sua natura a nascondere. Non però a nascondere sempre e comunque; a nascondere soltanto nei confronti di occhi estranei, o in ogni caso di spettatori estranei. Il bambino 4 il figlio proprio poi in maniera del tutto particolare 4 non è uno spettatore estraneo. I propri sentimenti al bambino possono essere manifestati; anzi, debbono esserlo. Debbono essere appunto manifestati, e non semplicemente lasciati trasparire, lasciando a lui il compito della loro decifrazione. Debbono essere resi manifesti al bambino mediante un iniziativa deliberata. Soltanto una comunicazione a proposito degli inizi, che drammatizzi appunto i sentimenti dei genitori nei confronti del bambino, è vera. Le favole a proposito del bambino comprato equivalgono in tal senso ad un rifiuto di parlare al bambino di quella cosa. In tal senso, esse non sono soltanto teorie ingenue; sono una menzogna; quanto meno, corrispondono ad una censura. Occorre per altro subito precisare che la menzogna o la censura qui in questione non può essere imputata troppo semplicisticamente alla cattiva volontà dei genitori. Essa appare quasi imposta dalla povertà della lingua. La lingua, e più in generale le risorse simboliche idonee alla manifestazione dei sentimenti dei genitori nei confronti del figlio, erano un tempo disposte dalla cultura comune. Le risorse di cui si dice non si possono certo ridurre a quelle della lingua e del dialogo verbale. La cultura comune, a cui mi riferisco, è da intendere in accezione antropologica; consiste dunque negli stili di vita, nei riti, nelle credenze, nei simboli di ogni genere, ai quali un tempo si affida e più chiaramente si affidava un tempo la vita comune. La manifestazione dei sentimenti dei genitori al bambino si produceva infatti un tempo, per la sua parte principale, attraverso le forme immediate della vita comune, assai prima e assai più rispetto ad ogni iniziativa deliberata e consapevole. 7

8 Oggi invece accade che questo momento ovvio e solo implicito della comunicazione parentale si produca sempre meno, stando alle forme spontanee e non deliberate della comunicazione stessa. Il registro della comunicazione familiare in genere, e della comunicazione con il bambino in particolare, diventa sempre più quello affettivo; affettivo in senso riduttivo, e cioè solo affettivo. Proprio una circostanza come questa alimenta negli adulti un timore del bambino. Il timore è più precisamente quello che il bambino veda sentimenti che, pur essendo effettivamente propri del genitore, egli non si scorge in alcun modo come potrebbero essere resi manifesti e plausibili agli occhi del bambino. 5. UN CONFRONTO: LA DOMANDA SULLA MORTE Per essere meno astratto e criptico, mi riferisco ad un tema diverso da quello degli inizi, in certo senso opposto: mi riferisco al tema della fine. Il tema della morte è oggi oggetto di una censura agli occhi del bambino. Il fenomeno è del tutto evidente, addirittura appariscente. Esso trova riscontro in questa circostanza inquietante: oggi accade che i bambini propongano, in età assai precoce (diciamo intorno ai 4 o 5 anni), domande assai esplicite e insistenti a proposito della morte. Essi propongono tali domande con una frequenza incomparabilmente maggiore rispetto a quanto non accada per quelle relative agli inizi della vita. Il fatto appare assai inquietante. Le domande dei bambini sulla morte non sono endogene, non nascono intendo dire dalla dinamica psicologica propria del bambino. Esse sono invece imposte ad essi dalla qualità degli atteggiamenti degli adulti; a proposito del tema della morte, essi esercitano una censura assai appariscente. Appunto la censura genera le domande insistenti del bambino. Se papà e la mamma parlano di qualsiasi argomento ad alta voce, il figlio piccolo nella gran parte dei casi è assolutamente disinteressato alle loro parole. Se all improvviso i genitori abbassano la voce, il bambino diventa attento. Certo anche quando i genitori alzano la voce, e cioè litighino, il bambino diventa attento. Nell un caso e nell altro, egli avverte un incrinatura in quella onnipotenza e onniscienza, che in prima istanza egli accredita ai genitori. Quando di fatto domande a proposito della morte siano espressamente poste dal bambino, ogni possibile risposta minaccia di apparire agli occhi dei genitori come poco convincente. Potremmo sintetizzare la situazione in questi termini: quelle domande non dovrebbero in alcun modo essere fatte; quando di fatto accade che esse siano fatte, appare ormai troppo tardi per rispondere. Per riferimento alla morte, appare relativamente più facile immaginare la qualità dei comportamenti abituali, che potrebbero evitare l insorgere stesso dell interrogativo presso il bambino. Per esempio, la pratica abituale della preghiera per i nonni morti, o più probabilmente per i bisnonni; la pratica della visita al cimitero, soprattutto la partecipazione del bambino al funerale della persona che egli abbia conosciuto, specie se si tratta di persona appartenente alla cerchia degli affetti più stretti; tutte queste pratiche avrebbero di che addomesticare la morte. Il bambino infatti non cerca anzi tutto spiegazioni, ma rassicurazioni. Sapere che gli adulti sanno che cosa si deve fare, che cosa si deve sentire e pensare a fronte di un evento 8

9 per lui incomprensibile, come appunto è la morte, basta a rassicurarlo. Non solo, gli dà anche le risorse necessarie per immaginare, per raffigurarsi in qualche modo la morte. Se avverte invece che l evento è sottratto alla sua attenzione, è circondato da ostinata censura, allora egli polarizza la propria attenzione in quella direzione. Il caso della morte è forse il più eloquente, se non anche il più rilevante, per comprendere il fenomeno di cui sopra si diceva. Gli adulti hanno facilmente paura che i loro sentimenti diventino manifesti ai bambini; intuiscono infatti che una tale intuizione da parte loro li espone alla necessità di rispondere ad interrogativi, ai quali non sanno che cosa rispondere. 6. ANCORA SULLA DOMANDA DEL BAMBINO: COME SONO ARRIVATO DA VOI? Alla luce di tali considerazioni torniamo a considerare il nostro tema, quello relativo alle domande dei bambini circa gli inizi. La prima convinzione del bambino è quella di esistere da sempre. In tale convinzione originaria dev essere riconosciuta l espressione incoativa di una verità obiettiva: le origini della vita non possono essere trovate in questo mondo; sono nascoste nel mistero di Dio; e in Dio io sono effettivamente da sempre. In tal senso le immagini, mediante le quali può essere data figura alla percezione della prima infanzia, deve anzi essere data figura a quella percezione, sono quelle note: prima di venire sulla terra, tu eri in cielo insieme agli angeli. Tale immagini debbono essere proposte a misura in cui l attesa corrispondente del bambino si esprime. Non mi ricordo degli angeli. Certo che non te ne ricordi; non ti ricordi neppure del momento in cui la mamma ti dava il latte. Allora la tua vita era come un miracolo; tu non avevi alcun bisogno di camminare, c era chi ti portava in braccio. Non avevi alcun bisogno di parlare, c era chi ti capiva prima ancora che tu aprissi bocca. Non avevi bisogno neppure di volere, c era chi ti voleva bene. Prima ancora che ti volesse bene la mamma e ti volesse bene papà, ti voleva bene Dio. La verità di parole di questo genere è compresa dal bambino molto meglio rispetto a quanto non sia compresa da chi le pronuncia. Chi le pronuncia, deve apprendere dal bambino e dal suo ascolto meravigliato la verità di quello che dice. Certo, è insieme importante che chi parla di angeli e di Dio, non ne parli soltanto con i bambini; mostri attraverso tutta la sua vita di prevedere un posto per Dio e per i suoi angeli. Per suggerire un esempio più concreto, il riferimento agli angeli, a margine dell argomento degli inizi, sarà assai più evocativo e convincente per il bambino se egli ha già sentito parlare di loro in mille occasioni: la preghiera di ogni sera, la visita in Chiesa, la spiegazione di quelle figure con le ali, e così via. Non solo ha sentito parlare degli angeli, ma ha anche imparato ad amare quelle immagini. Sorgono poi certo domande ulteriori. Penso in particolare anzitutto a questa domanda: Come è successo che diventassi proprio vostro figlio?. Questa domanda, certo non espressa in pa- 9

10 role così esplicite, è presente nel bambino molto prima di quell altra, di carattere generale, della quale più frequentemente si discorre: Come vengono al mondo i bambini?. È importante che alla prima domanda sia data risposta prima che nasca la seconda; soltanto così la risposta a questa seconda domanda avrà lo sfondo giusto per essere data, e soprattutto per essere interpretata. E per rispondere alla prima domanda, d altra parte, i genitori si trovano costretti a dare parola ad una vicenda di cui sono stati essi stessi protagonisti, senza per altro dare ad essa subito parola. Immaginiamo che essi sospendano per un momento la presenza del figlio e i suoi interrogativi, saprebbero essi per loro stessi rispondere alla domanda: come abbiamo deciso di diventare padre e madre? Abbiamo deciso davvero? Certo essi non hanno deciso di diventare padre e madre di quel preciso bambino, che pure ora è diventato parte così essenziale della loro vita, da non sapere in alcun modo immaginare la loro vita senza di lui. Come è nata questa presenza, che ora appare irrinunciabile? A questa domanda i genitori oggi, nella maggior parte dei casi, non saprebbero proprio come rispondere. Neppure ieri probabilmente. E tuttavia ieri la tradizione cristiana, i riti e le preghiere, la visione complessiva della vita iscritta nel contesto sociale, rispondeva in qualche modo per loro. Mentre oggi questo non accade più. Diventa dunque proporzionalmente importante che i genitori sappiano rispondere in prima persona. La risposta che genitori credenti debbono dare a se stessi è pressappoco di questo genere. Ci siamo sposati; l amore che ci legava suggeriva per se stesso la prospettiva di un figlio come prospettiva grata e attraente. A quel sentimento spontaneo dava interpretazione efficace la parola stessa di Dio. Fin dall inizio il Creatore vide che non era bene per l uomo essere solo; volle fargli un aiuto a lui corrispondente; poi li benedisse e disse loro: crescete e moltiplicatevi. Il desiderio dell uomo e della donna corrisponde dunque alla benedizione originaria di Dio. Cercare il figlio voleva dunque dire invocarlo da Dio stesso, mettendo la propria vita al servizio del suo disegno. Cercare un figlio voleva dire rinnovare una fede e una speranza, compiere un voto. Se tu, Signore, ci riterrai degni di avere un figlio, ti promettiamo di mettere tutta la nostra vita al suo servizio. Non possiamo certo decidere noi stessi chi sarà questo figlio. Attendiamo di riconoscere il suo nome, la sua singolare identità, attraverso i segni che tu stesso ci darai. Quando poi il figlio è nato, e si è realizzata una volta ancora l infallibile legge dell amore dei genitori per lui, in maniera sorprendente si è prodotta per loro la capacità d essere per il figlio testimoni affidabili dell amore incondizionato del Padre dei cieli, la meraviglia si è concretata in una rinnovata confessione: Ti ringrazio, Signore, perché ci hai fatti come un prodigio. Soltanto a procedere da questi sentimenti è possibile immaginare le parole che si possono dire ad un figlio, per rispondere alla sua domanda: come mai sono nato proprio così, come vostro figlio? Sarà possibile poi, al tempo giusto, rispondere anche alla domanda per così dire tecnica: come vengono al mondo i bambini?. La risposta tecnica sarebbe decisamente falsa, o in ogni modo reticente e incomprensibile, quando essa non passasse per la considerazione dei pensieri e dei sentimenti del cuore. La gran parte dell educazione sessuale di oggi evita appunto questo 10

11 passaggio. In tal senso essa non è affatto educazione, ma appunto informazione a proposito di una tecnica. Anche i discorsi scientifici sulle origini della specie umana sono informazioni tecniche, le quali lasciano del tutto fuori campo la densità di significato che la domanda sulle origini assume presso la coscienza dell uomo. Il bambino di oggi apprende per lo più la verità scientifica a proposito della specie umana senza ancora avere avuto risposta alla sua domanda circa il senso. Egli deve poi, nella rapida vicenda evolutiva da 0 a undici o dodici, rivivere in rapida successione tutte le difficoltà che l umanità occidentale ha vissuto dal Seicento ad oggi. Le difficoltà, dico, relative alla sintesi tra prima percezione significativa del reale e visione del reale prodotta dal sapere sperimentale, e dunque da nessun luogo. Appunto della primissima età, dell infanzia e della fanciullezza, occorre approfittare per dire quelle cose, che nell età più evoluta sarà sempre più difficile dire. Bibliografia di ANGELINI Don GIUSEPPE EDITRICE VITA E PENSIERO - Il figlio. Una benedizione, un compito, Collana: Sestante, Lettera viva. I vangeli e la presenza di Gesù, Collana Sestante, La malattia, un tempo per volere. Saggio di filosofia morale, Collana: Filosofia morale, Educare si deve, ma si può?, Collana: Transizioni, EDIZIONI QIQAJON - Le ragioni della scelta Collana: Sympathetika, EDITRICE GLOSSA - L'evidenza e la fede (in collaborazione), Collana: 1-Quaestio, La dottrina sociale della Chiesa, (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, Il teologo (in collaborazione), Collana: 1-Quaestio,

12 - Il caso Europa (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, Cristianesimo e religione (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, La carità e la Chiesa (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, La responsabilità politica della Chiesa (in collaborazione), Collana: 6-Quodlibet, Le virtù e la fede, Collana: 4-Contemplatio, La Chiesa e il declino della politica (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, Li amò sino alla fine, Collana: 4-Contemplatio, Progetto pastorale e cura della fede (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, La Chiesa e i media (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, Il primato della formazione (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, L io e il corpo (in collaborazione), Collana: 8-Quaderni di studi e memorie, La bioetica (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, La Rivelazione attestata (in collaborazione), Collana: 6-Quodlibet, Un invito alla teologia (in collaborazione), Collana: 11-Fuori collana, Invito alla teologia II (in collaborazione), Collana: 11-Fuori collana, Teologia morale fondamentale, Collana: 2-Lectio, Il Battesimo dei bambini (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio Il profeta ammutolito, Collana: 4-Contemplatio, Crisi della speranza (in collaborazione), Collana: 8-Quaderni di Studi e Memorie, Il progetto culturale della Chiesa italiana e l'idea di cultura (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, Cammini di perfezione cristiana (in collaborazione), Collana: 5-Sapientia, Invito alla teologia III (in collaborazione), Collana: 11-Fuori Collana, Genitori e figli nella famiglia affettiva (in collaborazione), Collana: 3-Disputatio, ARTICOLI PUBBLICATI SULLA RIVISTA TEOLOGIA (MILANO): - Teologia, ermeneutica e teoria, Anno 1976, Numero 1 - Teologia, ermeneutica e teoria (II), Anno 1976, Numero 2 - Promozione umana, etica del desiderio, etica del comandamento, Anno 1976, Numero 3 - Presenza della fede. Riflessione in margine ad alcuni saggi teologici di K. Lehmann, Anno 1977, Numero 4 - Pastorale giovanile e prassi complessiva della Chiesa, Anno 1978, Numero 2 - Il conflitto tra verità e valore nella critica di Nietzsche alla morale, Anno 1978, Numero 3 - La "fine della metafisica" nella teologia contemporanea, Anno 1979, Numero 1 - L'appello all'"umano" come problema pastorale della Chiesa oggi, Anno 1980, Numero 3 - Presenza della teologia in Europa. Primo Colloquio europeo delle Facoltà teologiche, Anno 1980, Numero 3 - La figura del soffrire nell'esperienza dell'uomo contemporaneo, Anno 1981, Numero 1 - L'appello all'esperienza nella teologia contemporanea, Anno 1981, Numero 2 - La teologia cattolica e il lavoro. Un tentativo di bilancio, Anno 1983, Numero 1 - I problemi della teologia morale fondamentale e del suo insegnamento, Anno 1983, Numero 2 12

13 - Fede e morale. Riflessione in margine ai dibattiti recenti della teologia morale fondamentale, Anno 1983, Numero 3 - Il senso di colpa, un tema teologicamente inesplorato, Anno 1984, Numero 1 - Definire l'immagine dell'insegnamento religioso nella scuola, Anno 1985, Numero 3 - La dimenticanza dell'ethos.questione teorica e questione civile, Anno 1987, Numero 4 - La devozione al Sacro Cuore. Saggio di riflessione teologica-pratica, Anno 1988, Numero 1 - Il trattato teologico di etica sociale, Anno 1988, Numero 2 - La dottrina sociale : quale compito per la teologia?, Anno 1989, Numero 3 - Ritorno all'etica. La morale rimane esclusa, Anno 1990, Numero 1 - Indole pastorale e oggetto morale del magistero, Anno 1990, Numero 2 - La coscienza nel pensiero di J. H. Newman, Anno 1990, Numero 3 - Il dibattito teologico sull'embrione. Riflessioni per una diversa impostazione, Anno 1991, Numero 2 - Abdicazione al profilo scientifico? La nuova pubblicistica per gli istituti di "scienze religiose", Anno 1991, Numero 4 - Cristianesimo e religione, Anno 1992, Numero 2 - L'Europa, la Chiesa e la teologia, Anno 1993, Numero 2 - La norma morale e il senso vero della libertà, Anno 1993, Numero 4 - Rinnovamento della politica, o suo declino?, Anno 1994, Numero 1 - La Chiesa e l'economia, Anno 1994, Numero 2 - A Giuseppe Colombo per il 70 compleanno, Anno 1994, Numero 3 - "Progetto culturale". Il senso pertinente di una formula ambigua, Anno 1995, Numero 3 - La Chiesa, i media, la teologia, Anno 1995, Numero 4 - La "ragione teologica", Anno 1996, Numero 1 - Ancora sul "progetto culturale" e sul bisogno di teologia, Anno 1996, Numero 2 - Il primato della formazione: ragioni e rischi di un assioma pastorale, Anno 1997, Numero 1 - Questione scolastica e questione cattolica, Anno 1997, Numero 2 - Cristiani ed ebrei, equivoci di un difficile "dialogo", Anno 1997, Numero 3 - La questione biblica tra ricerca teologica e ministero pastorale, Anno 1997, Numero 4 - Dio Padre e la società senza padri, Anno 1998, Numero 4 - "Fides et ratio" - Contributi, Anno 1999, Numero 3 - La questione morale: il silenzio della filosofia (e della teologia), Anno 1999, Numero 4 - La scuola italiana e il progetto della sua riforma, Anno 2000, Numero 3 - L'educazione cristiana. Congiuntura storica e riflessione teorica, Anno 2001, Numero 1 - In memoria di padre Paul Beauchamp, Anno 2001, Numero 2-25 anni di teologia e della teologia- contributi, Anno 2001, Numero 3 - Apologie postmoderne dell'amore: l'esempio di Girard e di Levinas, Anno 2002, Num.2 - Il dialogo interreligioso e il compito della teologia, Anno 2002, Numero 3 - Il restauro dei chiostri e il compito della teologia, Anno 2002, Numero 4 13

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