Storia della Pedagogia I semestre Prof. Furio Pesci

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1 Storia della Pedagogia I semestre Prof. Furio Pesci Se l'insegnamento della storia deve avere un'utilità, questa consiste nella capacità di leggere il presente, specialmente da parte dei giovani. In effetti, ciò che sta avvenendo nel presente trova le sue cause nel passato, sia quello recente sia quello più lontano, e questo vale anche per le dinamiche educative. L'educazione non è qualcosa che cresca nel vuoto: educazione si può definire una pratica sociale; in generale, è una pratica, è qualcosa che si fa, e risente di quelli che sono gli obiettivi e le finalità, le intenzioni di una società e di una cultura, di un periodo storico. Per esempio, oggi noi viviamo in un'epoca in cui le conoscenze e le competenze di carattere tecnico o tecnologico sono privilegiate rispetto ad altre forme di competenza, per cui l'educazione finisce per avere un connotato prevalentemente tecnico: bisogna imparare un saper fare. Questo è un fenomeno di oggi, che, se vogliamo precisare, risale al secolo scorso; non era così ancora sul finire dell'ottocento, perlomeno nel senso che allora era molto forte l'ideale di una scuola disinteressata (la bella scuola, come si usava dire a proposito della cosiddetta educazione liberale) una scuola che era tutt'altro che disincarnata, perché la bella scuola formava alle professioni liberali (l'avvocatura la medicina ovviamente, anche le lettere erano comprese in questa categoria ), ma aveva la ragion d'essere nel fatto di non avere un legame diretto con un mestiere, un lavoro salariato; era un ideale classista, ma la questione rilevante per capire l'evoluzione che si è avuta nell'ultimo secolo consiste nel fatto che l'educazione liberale metteva in secondo ordine proprio quelle conoscenze tecniche che erano considerate educazione di serie B rispetto a quelli che erano gli ideali, o le ideologie, di quel tempo e privilegiava questa idea di un sapere almeno velleitariamente disinteressato. Questo è soltanto un esempio, ma quando parliamo di educazione parliamo di un'attività calata nella società, e una volta che si diventa insegnanti o educatori, in qualsiasi contesto ci si ritrovi, diventa evidente, perché il lavoro che si svolge, anche quello dei genitori in un certo senso risente di questa situazione, è condizionato da quelle che sono le mire, le aspettative socialmente condivise. Un altro esempio: nell'ottocento le scuole di ingegneria non erano nemmeno facoltà universitarie, proprio perché le si considerava come centri di formazione senz'altro superiore, ma non dello stesso rango di quelle che erano le facoltà universitarie di allora (quelle tradizionali: lettere, medicina, giurisprudenza); una rappresentazione urbanistica di questa mentalità è ancora rintracciabile in Italia nel 1935, la si può osservare, camminando per i viali della città universitaria di Roma, che ha una struttura, voluta dal fascismo, dotata di una logica ben precisa: al centro della città c'è il rettorato, perché il rettore e il centro dell'istituzione, e il blocco del rettorato presenta questa particolarità, di essere unito fisicamente alle due facoltà che sono idealmente il braccio destro e il braccio sinistro del governo, cioè la facoltà di lettere e la facoltà di giurisprudenza, simbolicamente i bracci dello Stato fascista. Si tratta, come si vede, di una rappresentazione del concetto di cultura tipico di quel periodo, rispecchiante una mentalità diffusa all'epoca. Inoltre, tutt'attorno, e con una distanza corrispondente alla perifericità del singolo sapere, trovate gli altri edifici delle varie facoltà: un po' lontano da lettere si trova matematica, dall'altra parte, quasi specularmente, medicina, dietro farmacia, ecc. L'architettura della città universitaria è molto eloquente: gli spazi non sono pensati semplicemente dal punto di vista funzionale, ma hanno un valore simbolico, rispecchiano un valore diffuso socialmente. Ingegneria è sempre stata piuttosto periferica (si è anche ingrandita molto, ha dovuto debordare dalla città universitaria), addirittura all'esterno del perimetro della città universitaria, come lo stesso magistero, antenato della facoltà di scienze dell'educazione: anche il magistero non è mai stato in città universitaria e ha sempre vissuto questa identità di facoltà di lettere e di serie B. Dunque, 'educazione è legata e condizionata a ciò che la società pensa a proposito dell'esigenza sociale di trasmettere il sapere, non soltanto quello di carattere intellettuale, da una generazione all'altra; e, in particolare, il condizionamento deriva da quelle che sono le impalcature economiche: il nesso tra economia e educazione è abbastanza complesso da cogliere e da ricostruire, però si può

2 considerare che le stesse professioni sono caratterizzate dal rango che rivestono sotto diversi punti di vista (da quello economico in particolare) - per esempio, i lavori più remunerati sono praticati per lo più da maschi e, quindi, il rapporto tra studenti e studentesse in un corso di studi è indicativo del rango sociale che viene attribuito nel senso comune a quella determinata attività. È questo il motivo per cui il cdl in scienze dell'educazione è frequentato da donne, in larga parte, perché le professioni educative sono pagate meno di altre che vengono svolte prevalentemente da uomini. Tenete conto che anche questa è una tendenza recente, nel senso che, per esempio, nella scuola il corpo insegnante, oggi prevalentemente femminile in tutti gli ordini scolastici (non solo nella scuola primaria, ma anche in quella superiore) fino a circa la metà degli anni Sessanta era prevalentemente maschile, perché l'insegnamento era socialmente più apprezzato e ben retribuito di quanto sia oggi. Anche le scuole elementari, fino, si può dire, al periodo fascista, sono state popolate da maestri maschi in un numero pari a quello delle maestre; oggi, invece, è addirittura quasi sparito dal linguaggio il termine maestro : si parla di maestre al femminile, quando ci si riferisce ai docenti della scuola elementare. Ccolloquialmente si parla al femminile perché si dà per scontato che nella scuola elementare non si veda più neanche l'ombra di un maestro, salvo nel caso dell'insegnamento della religione o di poche altre materie extracurricolari. Anche nella scuola stessa, cioè nella branca sociale in cui è più istituzionalizzato e riconosciuto il lavoro educativo, si è assistito ad uno scadimento innanzitutto di carattere economico e la professione dell'insegnante ha subito più di altre professioni una sorta di svalutazione : in termini monetari, gli stipendi erano più alti, comparativamente parlando, trenta-quarant'anni fa che oggi. Questo fatto va per la verità relativizzato, perché anche altre professioni si ritrovano in crisi; il problema, al di là dell'aspetto economico, riguarda la mancata corrispondenza tra gli studi e le mansioni svolte, autentico tallone d'achille della formazione superiore. Oggi, per comprendere questa situazione, occorre entrare specificamente nella questione strettamente economica. Dal 2008, sentiamo quotidianamente notizie di una crisi che riguarda tutto il mondo; questa crisi si percepisce sul piano finanziario, dato che quotidianamente le aziende quotate in borsa perdono valore, come pure le obbligazioni, i titoli di Stato, i fondi di investimento; ma questo è solo un aspetto, la crisi finanziaria è soltanto l'elemento più eclatante di una crisi molto più profonda che riguarda tutto il sistema economico-produttivo. Avrete sentito che l'attuale situazione ricorda molto da vicino l'altra grande crisi, quella del 1929, il crollo di Wall Street di quell'anno, ed una cosa interessante da prendere in considerazione è che, allora come oggi quella che si può identificare come la crisi del 1929 o del 2008, in realtà si manifestò in quegli anni stessi, ma ne seguì un periodo di stagnazione che durò ben più a lungo; per esempio, il momento peggiore per l'economia americana, infatti, fu in realtà il Anche oggi, in fondo, ci si ritrova di fronte ad una situazione in cui la crisi borsistica è partita nel 2008, ma attualmente la situazione è ancora peggiore di tre anni fa. Un indice poco menzionato, ma ancor più significativo degli indici di borsa, riguarda l'utilizzazione degli impianti industriali; dopo il '29 negli Stati Uniti l'indice dell'utilizzazione degli impianti crollò e, se oggi non siamo ancora arrivati a quel livello, comunque i dati di settori come quello automobilistico sono molto preoccupanti. Non si tratta, dunque, di una crisi esclusivamente finanziaria, e la dimensione della crisi è, come si suol dire sistemica, riguarda un insieme costituito dalla produzione, dal commercio, ma anche dalle relazioni sociali che stanno dietro i rapporti di produzione. Se noi guardiamo ciò che dicono gli storici dell'economia, piuttosto che gli economisti, questa crisi non è cominciata nel 2008, ma molto prima, e per capire quando è cominciata (secondo alcuni addirittura quarant'anni fa) occorre tener presente che questa crisi di lunga durata non sarebbe altro che la fase discendente di una vera propria epoca d'oro, quella che ha preceduto appunto l'attuale crisi e di cui hanno beneficiato le generazioni immediatamente precedenti la vostra, la generazione dei genitori e dei nonni di oggi. Allargando il discorso, dalle analisi degli storici dell'economia emerge che esiste una dinamica del capitalismo, come sostiene Fernand Braudel, per cui esisterebbe una concezione ciclica del processo economico produttivo e, ogni cinquanta-sessant'anni circa, si può dire che si completi una sorta di parabola in cui una parte è ascendente e l'altra discendente. Noi ci troviamo nel punto più basso di

3 questa parabola, che include tutto il periodo dagli anni Cinquanta fino ad oggi. In particolare, si può parlare di crisi proprio a partire dal momento in cui finì il cosiddetto boom economico; in Italia si è assistito ad una boom demografico, seguito al boom economico, che ha comportato, appunto, una crescita delle nascite (le due cose sono andate insieme). Il boom economico dell'italia è un caso abbastanza significativo, perché descrive una situazione che si ha in tutta Europa ed è caratterizzato da fasi salienti comuni anche ad altri Paesi: il punto di partenza è la fine della seconda guerra mondiale - sono gli anni dei grandi cambiamenti politici, per l'italia il passaggio alla democrazia. Il dibattito politico di quegli anni è strettamente legato alle condizioni economiche dell'italia postbellica. Alla fine della seconda guerra mondiale, quale unica potenza economica pressoché intatta rimasero solo gli Stati Uniti, mentre tutti gli altri paesi, quelli europei e il Giappone, avevano subito distruzioni immani che avevano coinvolto sia l'apparato industriale sia le città. Dopo il 1945 la situazione mondiale vedeva l'europa, l'unione Sovietica, il Giappone una delle principali potenze industriali prebelliche, quasi del tutto distrutte, mentre gli Stati Uniti mantenevano un enorme potenziale finanziario e industriale. Questa situazione diventa determinante per gli equilibri politici ed economici seguenti alla seconda guerra mondiale; gli Stati Uniti decidono di aiutare economicamente i paesi vincitori ed anche i paesi vinti (aiuteranno anche la Germania), pretendendo, ovviamente, dai paesi che ricevettero i loro aiuti contropartite di carattere politico. Gli Stati Uniti apparentemente investirono a fondo perduto nei paesi stranieri, perché previdero che questi aiuti sarebbero stati la forma migliore di investimento per gli Stati Uniti stessi, che si sarebbero ritrovati le altre economie tributarie, come avvenne effettivamente. Gli anni del piano Marshall sono per l'italia un periodo di velocissima crescita economica, e ciò vale anche per tutti gli altri paesi europei, per l'inghilterra stessa, un paese uscito profondamente ridimensionato dalla seconda guerra mondiale, perché fu la vera grande potenza prima della guerra, il centro di un impero che si distendeva su tutti i continenti e dell'economia finanziaria (la borsa di Londra fino agli anni Venti fu il centro delle transazioni finanziarie mondiali - e la stessa crisi di Wall Street fu una crisi particolare per il diverso coinvolgimento delle principali borse mondiali). D'altro canto, per inciso, non si capisce l'avvento dello stesso nazismo in Germania senza tener conto della crisi del '29: Hitler ottenne il consenso che lo beneficiò nei primi anni Trenta, perché propose una strada per uscire dalla sudditanza economica della Germania rispetto alle altre potenze economiche mondiali. Il periodo del secondo dopoguerra è caratterizzato dal passaggio della supremazia dall'inghilterra agli Stati Uniti. Gli Stati Uniti aiutano i loro alleati proprio perché si rendono conto che la seconda guerra mondiale, scoppiata in fondo non molti anni dopo la prima, era stata determinata dalla politica di ostilità dei paesi che avevano vinto la prima guerra mondiale nei confronti dei perdenti. Negli Stati Uniti del secondo dopoguerra la strategia adottata rese gli Stati Uniti stessi il volano dell'economia mondiale; il periodo che va dalla fine degli anni Quaranta alla metà degli anni Settanta è il periodo della più grande crescita economica che si sia mai registrata, addirittura a memoria d'uomo, in tutto il mondo sviluppato. In realtà, gli studi storico-economici mostrano come il grande sviluppo di alcuni Paesi implichi lo sfruttamento dei Paesi più poveri, ridotti nella condizione di fornitori a basso prezzo delle materie prime necessarie per i paesi industrializzati, vale a dire peri Paesi che godono maggiormente della crescita e dei suoi benefici. Alla prosperità economica si accompagna anche un'armonia sociale che non ha molti precedenti nella storia, perché gli interessi contrastanti di lavoratori e imprenditori trovano una conciliazione attraverso la contrattualizzazione periodicamente aggiornata dei rapporti di lavoro e di produzione. In questo periodo diventa sistematica in quasi tutta l'europa occidentale la pratica del contratto di lavoro collettivo di categoria, che prima non esisteva: ogni categoria doveva avere un contratto nazionale non legato alle scelte dei singoli imprenditori. La condizione di queste profonde trasformazioni, vantaggiose per tutti i lavoratori è che si sviluppa, in quegli anni, la produzione, costantemente in crescita in un mercato che si espande, ed una fetta consistente di profitti può essere ridistribuita sotto forma di garanzie sociali, e in particolare di stabilità dei posti di lavoro, e di servizi.

4 È questo un periodo in cui i bambini vanno a scuola nella quasi totalità dei casi, un fenomeno nuovo soprattutto per l'italia; è un periodo in cui si costruiscono ospedali, si costruiscono molte scuole - scuole e ospedali sono investimenti relativamente in perdita, solo uno Stato che ha soldi può permettersi il lusso di costruirne in quantità, ed è proprio ciò che avviene in questo periodo. Non è un caso che Marshall fu un economista legato al periodo della grande crisi ed abbia seguito il modello del governo Roosevelt, che tentò di stimolare la crescita economica paradossalmente spendendo ingenti somme e senza fare economie di spesa. Gli Stati Uniti ridussero nel tempo gli effetti negativi del crollo di Wall Street con il paradosso di uno Stato che spese una quantità enorme di denaro in infrastrutture. Il dibattito di oggi su come uscire dalla crisi rispecchia il dibattito di settanta-ottant'anni fa, perché anche oggi il confronto è tra chi pensa di fermare la crisi riducendo le spese e chi pensa che non sia possibile fermare la crisi senza che vi sia sviluppo (ma, perché ci sia sviluppo è necessario che vi siano investimenti e spese, anzitutto da parte dello Stato, se è in grado di trovare le risorse). Ciò avviene anche negli anni Cinquanta in Italia: lo Stato italiano è indebitato da sempre e dal secondo dopoguerra è uno dei principali debitori degli Stati Uniti (in realtà, questo indebitamento è diventato sempre più complesso e i creditori dell'italia sono oggi altri Paesi europei e la Cina); questo indebitamento produsse paradossalmente una enorme crescita economica, particolarmente singolare perché l'italia è un paese importatore ed ha una bilancia commerciale costantemente in deficit - tutto ciò fu possibile grazie agli aiuti americani, inizialmente, e ad altre forme di credito a cui ebbe accesso l'italia, insieme a misure finanziarie come la svalutazione della moneta. Anche oggi il problema dell'euro è il problema del rapporto tra i paesi creditori ed esportatori, da un lato, e dei paesi debitori e importatore, dall'altro; Germania Francia, nella prima posizione, hanno bisogno di una bilancia dei pagamenti stabile e richiedono che gli altri Paesi si adeguino e non si indebitino eccessivamente; l'inghilterra stessa non è entrata nella zona euro perché, pur essendo nell'unione Europea, politicamente parlando, è un paese esportatore fortemente legato all'economia finanziaria, con una fortissima presenza nel mondo della finanza internazionale, e tende ad attrarre investimenti ed ha bisogno di una moneta stabile (la sterlina oggi, nonostante tutto, è una moneta più stabile dell'euro stesso). Queste considerazioni servono a guardare, partendoe da ciò che sta succedendo oggi e che sta accadendo sulle spalle dei più giovani, a capire ciò che sta avvenendo oggi. Gli anni del grande sviluppo economico postbellico sono anni di benessere economico generalizzato, di grandi investimenti e di contrattazione collettiva, in cui imprenditori e sindacati, partiti di destra e di sinistra, riescono a trovare quegli accordi che permettono in parte di soddisfare le aspettative degli uni e degli altri. Si deve tenere conto del fatto che gli Stati in questo periodo sono tutti forti investitori e tendono ad aumentare la spesa pubblica, riuscendo a coprire i debiti con l'aumento della produzione e la crescita dei commerci (quindi, con maggiori entrate fiscali), promuovendo anche la spesa sociale. Questa situazione andò a beneficio della stessa istituzione universitaria, fino agli anni Cinquanta frequentata solo da ragazzi dell'alta borghesia prevalentemente maschi. La popolazione studentesca è cresciuta in maniera esponenziale e si moltiplicata a partire dagli anni Cinquanta, mentre in precedenza le famiglie non avrebbero potuto mai permetterselo; anche nel settore della borghesia professionale molte famiglie sceglievano di mandare all'università un figlio piuttosto che una figlia e molte donne non hanno potuto accedere per molto tempo agli studi universitari nonostante le loro dotinon solo per pregiudizi e stereotipi culturali, ma anche per le limitazioni economiche. La situazione cominciò a cambiare impetuosamente negli anni Sessanta, un decennio travolgente per l'italia e per tutta l'europa occidentale. Vincere la caratteristica misoginia degli studi superiori fu un fenomeno determinato da una domanda sociale crescente in tal senso; la ricchezza circolante consentì alle famiglie di mandare all'università le donne, alterando la struttura tradizionale e secolare della cultura (ancora nel1936 una rivista francese, Esprit, usciva con una copertina in cui dichiarava che anche la donna è una persona per affermare un punto di vista ancora discusso); le trasformazioni economiche di quegli anni furono, quindi, il volano per profondi cambiamenti sociali e di mentalità senza i quali non si capirebbe il nostro presente.

5 Il periodo d'oro degli anni Cinquanta e Sessanta è caratterizzato dalla diffusione di nuove pratiche di vita, dall'uso di nuovi oggetti, come le automobili, il frigorifero, si comincia ad andare in vacanza (una pratica inesistente negli anni precedenti la seconda guerra mondiale). Il grande sviluppo economico finisce nell'arco di pochi anni alla metà degli anni Settanta, perché questo sviluppo si ferma; al grande potenziale produttivo raggiunto dall'europa e dagli Stati Uniti non corrisponde più una dinamica di crescita dei mercati; i mercati si saturano: il mercato dell'automobile si satura, così come quello dei grandi elettrodomestici e della televisione. È, peraltro, questo periodo che segna la nascita della pratica ormai diffusa ovunque di creare nuovi oggetti attraverso l'innovazione tecnologica per creare nuovi mercati; si cerca, così, di spingere i consumatori ad acquistare qualcosa di diverso da ciò che già possiedono (è il caso dei cellulari, una tecnologia oggi multifunzionale). Le variazioni tecnologiche sono determinate dalla speranza di creare un nuovo mercato, laddove il mercato tradizionale è saturo (si pensi ai telefonini che incorporano normali funzionalità tipiche del computer). Si arriva al paradosso, per cui chi tra i consumatori tende ad atteggiamenti conservatori danneggia sostanzialmente un sistema che richiede invece la continua crescita dei consumi. Altre cause contribuirono allo sviluppo della crisi: gli Stati Uniti avevano assunto quasi automaticamente il ruolo di potenza economica egemone e il dollaro era diventato la moneta di riferimento per tutte le transazioni economiche e commerciali; si comprava tutto, specialmente nel commercio estero, tra stato e stato, attraverso i dollari. La moneta americana era la più stabile e le altre monete avevano un valore regolato rispetto al rapporto con il dollaro stesso; la moneta statunitense era poi collegata all'oro: il valore di riferimento del dollaro era legato alla corrispondenza con l'oro, ma proprio nel '73 il presidente statunitense Nixon dichiarò pubblicamente che il valore del dollaro non era coperto dalle riserve auree degli Stati Uniti e che non c'era, comunque, bisogno di correggere la situazione, svincolando il valore della moneta dalla parità aurea. Questo cambiamento fece entrare nel caos i mercati valutari, avviando le speculazioni sulle monete nazionali (il valore di ciascuna moneta fu da quel momento determinato su una base sostanzialmente immateriale) e vi fu una grande crisi finanziaria che si può considerare l'inizio delle crisi finanziarie che oggi noi conosciamo, così frequenti e che chiamiamo significativamente tempeste monetarie. La crisi delle monete fu determinata anche dal fatto che nel '73 fu combattuta una sanguinosa guerra tra Israele e i paesi arabi, e in questa guerra, pur con la vittoria militare israeliana, gli arabi scoprirono un nuovo sistema di pressione sugli stati occidentali alleati di Israele, bloccando il commercio del petrolio. Quell'anno fu l'anno di una grande crisi energetica determinata dai paesi arabi, che finì solo con l'aumento notevole del prezzo del petrolio; da allora il prezzo delle materie prime è oggetto di speculazioni, principalmente di carattere politico. A metà degli anni Settanta, dunque, si affacciano fenomeni che conosciamo bene, ormai, oggi: la speculazione monetaria, quella finanziaria e quella sulle materie prime, le guerre commerciali combattute a suon di ritorsioni economiche che riguardano soprattutto la circolazione delle materie prime. Il sistema che aveva retto tanto bene, grazie agli investimenti degli Stati occidentali, l'economia e l'aveva portata ad uno sviluppo eccezionale si blocca e comincia una recessione meno o repentina e grave di quella di oggi semplicemente perché si è sviluppata in un arco temporale più lungo, non si è affacciata all'improvviso, ma nell'arco di alcuni decenni, e questa nuova situazione mette in evidenza la necessità, secondo alcuni di cambiare radicalmente le regole del gioco politico ed economico; infatti, alla logica dell'investimento statale per promuovere tutta l'economia ed anche la spesa sociale si sostituisce la logica del contenimento delle spese statali che viene messa in atto dai paesi più forti, che in quel periodo sono anche i più colpiti dalle nuove guerre finanziarie e per il controllo delle materie prime (vale a dire gli Stati Uniti e l'inghilterra, governati in quegli anni da due figure famose Reagan e Thatcher, entrambi sostenitori di una politica cosiddetta neoliberistica, caratterizzata da questi punti essenziali: il contenimento del deficit pubblico, la riduzione delle spese dello Stato e, in particolare, la riduzione delle spese sociali, per la sanità, la scuola, le pensioni, ecc., la deregolamentazione dell'economia, vale a dire la riduzione delle norme

6 che governano il mercato del lavoro, soprattutto la defiscalizzazione dei profitti, la riduzione delle tasse. Questi provvedimenti sono messi in atto dai governi americani e inglesi a partire dalla seconda metà degli anni Settanta e le conseguenze saranno notevoli anche sugli altri Paesi dell'occidente e, in definitiva, sul mondo intero.

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