PER IL BENESSERE DELL ANIMALE
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- Adamo Ferro
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1 PER IL BENESSERE DELL ANIMALE L allevamento biologico dei suini può avvenire in porcilaia o all aperto qualora si disponga di ampie superfici altrimenti improduttive. Le porcilaie per il biologico sono notevolmente diverse da quelle convenzionali onde assicurare migliori condizioni di vita agli animali, ma i costi d investimento per allevamenti a ciclo chiuso e da riproduzione sono simili a quelli per l allevamento intensivo. Paolo Rossi, Alessandro Gastaldo, Paolo Ferrari - CRPA, REGGIO EMILIA IN THE NAME OF ANIMAL WELFARE Organic animal husbandry provides the adoption of breeding and stall techniques able to guarantee animal welfare and health as well as environmental protection. Strict indications are given especially for freedom of movement, stall area, type of floor, rest area, micro-climate conditions, weaning age and animal density. Organic pig farming can be run both in piggeries or outdoor if large areas, which would be useless, are available. The piggeries used in organic pig farming deeply differ from those used in the conventional one, as they must guarantee better breeding conditions; however, their investment costs are totally similar. The provisions of the law in force rule slurry spreading and pig density in intensive pig farming but not in the outdoor one. Anyway, in order to minimize nitrate pollution risks and to preserve soil structure, it is necessary to reduce stocking rate and to optimise pasture management which positively affects animal welfare. Il metodo biologico prevede l adozione di tecniche di allevamento e di sistemi di stabulazione che garantiscano la salute e il benessere degli animali e che rispettino l ambiente. Nel comparto suino una delle principali problematiche messe in luce dalla ricerca e dalla pratica comune è quella relativa agli aspetti strutturali e organizzativi, anche alla luce delle modifiche apportate dal regolamento Ce 1804/99 e dai successivi decreti ministeriali, relativi alle sue modalità di attuazione, che indicano per gli edifici zootecnici una serie di norme volte a garantire il libero movimento agli animali, fornire una superficie stabulativa adeguata, assicurare l accessibilità ad aree esterne, offrire un ambiente d allevamento rispettoso del benessere degli animali allevati. Aspetti regolati dalla normativa Il regolamento Ce 1804/99 sull allevamento biologico, parte integrante del regolamento Cee 2092/91 relativo al metodo di produzione biologico, fa riferimento alla direttiva 91/630/Cee che stabilisce le norme minime per la protezione dei suini e che è stata recentemente modificata dalle direttive 2001/88/Ce e 2001/93/Ce. Rispetto alla normativa comunitaria sul benessere vengono fornite indicazioni restrittive in merito a: libertà di movimento, superfici stabulative, tipo di pavimentazione, zona di riposo, condizioni microclimatiche, età allo svezzamento, carico di animali. Per quanto riguarda la libertà di movimento, il regolamento prevede che tutti gli animali, tranne quelli malati o feriti, debbano poter accedere a pascoli o a parchetti esterni, anche parzialmente coperti, ogniqualvolta lo consentano le loro condizioni fisiologiche, le condizioni climatiche e lo stato del terreno. La stabulazione fissa, ovviamente, è vietata, fatte salve talune deroghe a tempo determinato o valide solo per le piccole aziende. La superficie stabulativa, intesa come superficie realmente disponibile per gli animali, deve garantire il benessere e rispettare le esigenze comportamentali dei suini; essa si divide in coperta e scoperta, dove la prima è quella sottostante agli elementi di copertura del ricovero, mentre la seconda è quella relativa alle zone di esercizio esterne, esclusi i pascoli. Nell allegato VIII del regolamento Ce 1804/99 vengono indicate le superfici minime per le diverse categorie di suini (tab. 1). Dall analisi dei valori riportati per i parchetti è possibile affermare che si tratta di zone di esercizio pavimentate. Il regolamento biologico si ferma ai suini con peso vivo massimo di 110 kg, dimenticandosi del suino pesante tipico italiano; il decreto ministeriale 29 marzo 2001, che ha colmato questa lacuna, ha purtroppo indicato un valore di superficie scoperta non coerente con quelli riportati nel regolamento per i suini di peso inferiore. Infatti, se si applica una semplice 1
2 interpolazione dei dati di superficie scoperta, si ottiene un valore di circa 1,3 m2/capo per un suino del peso finale di 160 kg, contro i 2 m2/capo indicati dal decreto per suini oltre i 110 kg. Eseguendo l interpolazione sui dati di superficie coperta, invece, si ottiene un valore riferito ai suini di 160 kg del tutto simile a quello indicato dal decreto per suini oltre i 110 kg (1,6 m2/capo). Tab. 1 Superfici minime di stabulazione (*) Categoria di suini Superficie stabulativa (m2/capo) coperta scoperta Scrofa gestante 2,5 1,9 Verro 6,0 8,0 Scrofa allattante 7,5 2,5 Suinetti da 40 giorni a 30 kg 0,6 0,4 Suini da 31 a 50 kg 0,8 0,6 Suini da 51 a 85 kg 1,1 0,8 Suini da 86 a 110 kg 1,3 1,0 Suini superiori a 110 kg (1) 1,6 2,0 (*) Secondo il Reg. Ce 1804/99. (1) Da decreto ministeriale 29 marzo Almeno metà della superficie di stabulazione coperta deve essere a pavimento pieno; inoltre, secondo quanto riportato nel decreto ministeriale 4/08/2000, la superficie a pavimento grigliato o fessurato non deve superare il 50% di quella minima indicata nell allegato VIII. L area di riposo, a pavimento pieno, deve essere dotata di lettiera di paglia o di altri materiali naturali adatti. Ciò consente, fra l altro, la creazione di un ambiente d allevamento meno stressante, nel quale gli animali possono manifestare appieno comportamenti naturali quali il grufolamento, l esplorazione, la masticazione e la pulizia del corpo. Per quanto riguarda le condizioni microclimatiche dell ambiente d allevamento, sia il regolamento 1804/99 sia la direttiva comunitaria sul benessere forniscono indicazioni confuse e superficiali. In pratica, mediante l isolamento termico, la ventilazione e l eventuale riscaldamento, si deve assicurare un ambiente ottimale ai suini, mantenendo entro limiti non dannosi la temperatura ambientale, l umidità relativa, la velocità dell aria, la quantità di polvere e la concentrazione di gas tossici. Inoltre i locali devono essere adeguatamente illuminati con luce naturale. Tab. 2 Condizioni consigliate nei locali d allevamento Categoria di suini Temperatura Umidità relativa ( C) (%) Scofa allattante ,2-0,7 Lattonzolo alla nascita(2) ,2-0,7 Lattonzolo 1a settimana(2) ,2-0,7 Lattonzolo 5a settimana (2) ,2-0,7 Scrofa gestante ,3-3 Verro ,3-3 Svezzamento (8-15 kg) 21-22(3) ,15-0,8 Svezzamento (16-30 kg) 16-18(3) ,15-0,8 Accrescimento (31-50 kg) ,2-3 Ingrasso ( kg) ,3-3,5 Ingrasso ( kg) ,4-3,5 (1)Il primo valore è riferito alla situazione invernale, il secondo alla situazione estiva. (2) Valori riferiti alla zona nido riscaldata. (3) Valori riferiti all area di stabulazione non protetta da eventuale nicchia. Velocità dell aria(1) (m/s) Vista la mancanza di indicazioni precise a livello normativo, è possibile utilizzare come riferimento la tabella 2 che riporta, per diverse categorie di suini, i valori consigliati per i principali parametri ambientali. Il regolamento impone l allattamento naturale dei suinetti per almeno 40 giorni dalla nascita; lo svezzamento tardivo della nidiata, oltre ad allungare l interparto teorico della scrofa, può comportare, rispetto allo svezzamento precoce a giorni, l allungamento dell intervallo medio svezzamento-concepimento, con allungamento ulteriore dell interparto medio d allevamento. Infine, relativamente alla gestione dei reflui, il quantitativo totale di deiezioni zootecniche (secondo la definizione della direttiva nitrati 91/676/Cee) non può superare i 170 kg/anno di azoto per ettaro di superficie agricola utilizzata (Sau); a titolo orientativo nell allegato VII del regolamento Ce 1804/99 è riportato, per 4 diverse categorie di suini, il numero massimo di capi corrispondente a tale quantitativo d azoto. Per l Italia i valori definitivi e ufficiali del carico massimo di bestiame per ettaro di Sau biologica saranno determinati d intesa tra Ministero e Regioni, al fine di tenere conto delle differenze pedoclimatiche e delle tipologie di allevamento che sussistono sul territorio nazionale. Lo spandimento dei reflui zootecnici deve avvenire preferibilmente presso la stessa azienda, oppure presso altre aziende biologiche tra loro legate da un rapporto contrattuale di cooperazione (comprensorio); in questo caso il limite massimo di 170 kg/anno di azoto per ettaro di Sau deve 2
3 essere calcolato in base all insieme delle unità di produzione biologica che partecipano alla cooperazione. Le strutture di stoccaggio delle deiezioni zootecniche devono avere capacità tale da impedire l inquinamento delle acque per scarico diretto o ruscellamento e infiltrazione nel suolo; per una corretta gestione della fertilizzazione, la capacità di stoccaggio deve essere superiore a quella richiesta per il periodo più lungo dell anno nel quale la concimazione del terreno non è opportuna o è vietata, nel caso in cui le unità di produzione siano situate in zona definita vulnerabile per nitrati ai sensi della direttiva 91/676/Cee. COSTI DI COSTRUZIONE E DI RISTRUTTURAZIONE La conversione edilizia di porcilaie convenzionali in strutture utilizzabili per l allevamento biologico ha un costo che va dal 30% al 55% di quanto si spenderebbe costruendo una porcilaia nuova. In tabella vengono proposti i costi di costruzione orientativi di nuove porcilaie biologiche per le fasi di riproduzione e di ingrasso, al fine di rendere possibile un confronto con i costi delle più comuni porcilaie utilizzate per l allevamento convenzionale intensivo. Per tutti i settori dell allevamento, fatta eccezione per quello di svezzamento, le porcilaie biologiche costano di più rispetto a quelle convenzionali; gli incrementi maggiori si evidenziano nelle porcilaie di maternità (+20-25%) e in quelle da ingrasso per suini leggeri (+25-30%). Se si analizzano i costi di investimento di allevamenti completi, però, ci si accorge che questi maggiori costi tendono a ridursi fino quasi a scomparire. Infatti, per un allevamento a ciclo chiuso da 96 scrofe per la produzione del suino pesante si registrano costi unitari, riferiti alla singola scrofa, di circa per l allevamento convenzionale e di per quello biologico, con un aumento dei costi decisamente modesto. Per un allevamento da riproduzione da 96 scrofe per la produzione di suinetti del peso vivo finale di 30 kg, si registrano costi unitari, riferiti alla singola scrofa, di circa per l allevamento convenzionale e di per quello biologico; anche in questo caso le differenze di costo sono irrilevanti. Questo fatto, solo apparentemente anomalo, è spiegabile con le seguenti considerazioni: la produttività dell allevamento biologico è minore rispetto a quella dell allevamento convenzionale, sia in termini di performance riproduttive delle scrofe (suinetti svezzati per scrofa per anno) sia in termini di accrescimento dei suini, con conseguente minore numero di posti complessivi di pertinenza della singola scrofa in allevamento; il costo delle opere di stoccaggio dei reflui dell allevamento biologico, nonostante la presenza dei parchetti esterni che raccolgono acqua piovana, è minore rispetto a quello dell allevamentoconvenzionale, perché stoccare letame costa di meno che stoccare liquame. Per un allevamento da ingrasso che alleva suini dai 30 ai 160 kg, infine, si evidenziano costi unitari, riferiti al singolo posto in porcilaia, di 510 per l allevamento convenzionale e di 538 per l allevamento biologico, con un aumento dei costi del 5% circa. Se però ci si riferisce al costo unitario per suino prodotto all anno si nota un deciso aumento del differenziale di costo a vantaggio dell allevamento convenzionale (+18% per quello biologico); ciò è spiegabile con il minor numero di cicli d ingrasso all anno nell allevamento biologico rispetto a quello convenzionale o, in altre parole, con il minor numero di suini prodotti all anno per il singolo posto in porcilaia. La stima dei costi medi di ristrutturazione edilizia necessari per la conversione di porcilaie convenzionali o di edifici zootecnici di altro genere in porcilaie biologiche ha il solo scopo di fornire un ordine di grandezza esemplificativo. Nella tabella sottostante si riporta la stima dei costi di ristrutturazione per l allestimento di porcilaie biologiche nelle seguenti due ipotesi: disponibilità di edifici in buono stato di conservazione che richiedono interventi alle pavimentazioni, alle strutture in elevazione (muretti, cordoli, ecc.), alle attrezzature zootecniche e che necessitano dei parchetti esterni (valore minimo della tabella); disponibilità di edifici staticamente integri ma che richiedono, oltre a quanto specificato al punto precedente, interventi alla struttura di copertura, ai serramenti, alla parte impiantistica e alla rete fognaria (valore massimo della tabella). La stima è stata fatta con riferimento alle medesime soluzioni stabulative per le quali sono stati calcolati i costi di nuove costruzioni; in pratica si può considerare un costo medio indicativo di ristrutturazione variabile dal 30 al 55% del costo di costruzione di una nuova porcilaia della stessa tipologia. Costi di costruzione di nuove porcilaie biologiche Costi di ristrutturazione di porcilaie convenzionali in biologiche Tipo di porcilaia (1) Costi ( /capo) Tipo di porcilaia biologica (1) Costi ( /capo) (2) Gestazione in gruppo Gestazione in gruppo Maternità Maternità Svezzamento Svezzamento Ingrasso fino a 110 kg di peso vivo Ingrasso fino a 110 kg di peso vivo Ingrasso fino a 160 kg di peso vivo Ingrasso fino a 160 kg di peso vivo (1) Tutte le tipologie presentano zona di riposo a lettiera e zona di esercizio a pavimento pieno. (1) Tutte le tipologie presentano zona di riposo a lettiera e zona di esercizio a pavimento pieno. (2) I valori si riferiscono alle due ipotesi di ristrutturazione pecificate nel testo. 3
4 Allevamento in porcilaia L applicazione delle indicazioni riportate nel regolamento biologico ha portato all individuazione di alcune possibili tipologie di porcilaia, nella maggior parte dei casi alternative a quelle convenzionali. Gestazione e maternità La normativa biologica prevede che le scrofe debbano essere allevate in gruppo, salvo che nelle ultime fasi della gestazione e durante le fasi del parto e dell allattamento. Nel settore gestazione, perciò, devono essere utilizzati box collettivi con zona di riposo a lettiera; ciò rappresenta una differenza sostanziale rispetto alla normativa benessere, secondo la quale le scrofe e le scrofette devono essere allevate in gruppo nel periodo compreso tra 4 settimane dopo la fecondazione fino a una settimana prima della data prevista del parto. In pratica nell allevamento biologico non è ammesso l impiego di gabbie singole nel periodo di attesa del calore e di prima fase di gestazione, pratica comunemente adottata nell allevamento convenzionale per facilitare il controllo e l intervento sugli animali e per limitare l incidenza di aborti traumatici. Fra le possibili tipologie di stabulazione biologiche ricordiamo: i box multipli a lettiera permanente con poste singole di alimentazione; i box multipli con zona a lettiera inclinata, zona di defecazione a pavimento pieno e alimentazione in poste singole; i box multipli con zona a lettiera e zona di alimentazione su pavimento pieno. Per il settore maternità è necessario utilizzare un box parto che consenta di ospitare una scrofa libera e la sua nidiata. La presenza di una barriera disposta lungo il perimetro del box, che delimita un corridoio di 0,2 m, è necessaria per ridurre il pericolo di schiacciamento dei suinetti, mentre nella parte anteriore, a lato della mangiatoia della scrofa, è possibile prevedere il nido per i lattonzoli. Il parchetto esterno è accessibile mediante porticina posta sulla parete esterna. Il dimensionamento abbondante del parchetto è necessario per permettere alla scrofa di girarsi agevolmente; se si applicasse il valore minimo di superficie scoperta, infatti, la larghezza del paddock si ridurrebbe a poco più di 1 m, insufficiente per garantire una stabulazione confortevole. 4
5 Svezzamento Nel settore di svezzamento è vietato l utilizzo di ogni modello di gabbia, compresa quella tipo flat-deck molto diffusa nell allevamento convenzionale. Le possibili soluzioni biologiche prevedono l impiego di box con zone più o meno ampie a lettiera, che favoriscono il benessere degli animali. Una tipologia di box per lo svezzamento, diffusa soprattutto nel Centro Europa e spesso inserita in edifici parzialmente aperti e non coibentati, è quella che prevede l impiego della lettiera di paglia nella zona di riposo-esercizio, mentre la zona di alimentazione viene realizzata su pavimento pieno sopraelevato; le due aree sono collegate mediante una rampa o un gradino. In un settore dell area a lettiera viene spesso previsto un pannello orizzontale sospeso, eventualmente regolabile in altezza mediante funi, che crea una nicchia protetta nella quale gli animali, durante la stagione fredda, possono trovare un ambiente termicamente più confortevole rispetto a quello delle altre zone del box. Una diversa configurazione del box prevede l area di alimentazioneriposo a pavimentazione piena e la zona a lettiera posta ad un livello inferiore. Nella zona priva di lettiera può essere prevista una nicchia ad altezza regolabile, anche dotata di lampade per il riscaldamento localizzato. Ingrasso Per il settore di ingrasso le tipologie di box maggiormente impiegate nelle nuove porcilaie convenzionali, cioè quelle con box multipli a pavimento totalmente fessurato, a pavimento parzialmente fessurato e a pavimento pieno con corsia esterna di defecazione, vengono praticamente vietate dal regolamento biologico: la prima per la presenza del fessurato integrale, le altre perché non hanno una zona di riposo provvista di lettiera. Anche per questo settore di allevamento le normative esistenti, riguardanti i reflui zootecnici, il benessere degli animali e il metodo biologico, hanno indotto a studiare e sperimentare tecniche d allevamento alternative a quelle fino a oggi impiegate in Italia. Le tipologie biologiche prevedono l impiego della lettiera e sono essenzialmente riconducibili ai due seguenti schemi progettuali: box con zona di riposo a lettiera permanente; box a lettiera inclinata. Il primo schema, a lettiera permanente, rappresenta una tecnica di stabulazione simile a quella già descritta per i suinetti in postsvezzamento; esso prevede, oltre 5
6 all ampia area a lettiera, un apposita zona d alimentazione sopraelevata a pavimentazione piena o fessurata; l alimento secco viene distribuito in mangiatoie a tramoggia. La zona di alimentazione può essere collegata alla zona di riposo mediante una rampa con pendenza del 20-25%; in alternativa si possono realizzare due o tre gradoni con alzata di 0,18-0,25 m. Se si utilizza il pavimento fessurato in zona di alimentazione è consigliabile la predisposizione di fosse poco profonde (0,3-0,4 m) pulite mediante raschiatore meccanico. Nel caso di alimentazione liquida in truogoli lunghi, può essere utilizzato un box con zona di alimentazione a pavimento pieno sopraelevato di superficie ampia e zona di riposo a lettiera. Il box può essere impiegato per l allevamento dei suini pesanti da salumificio. Lo schema con box a lettiera inclinata, concettualmente ispirato all analoga tecnica da tempo impiegata per i bovini da ingrasso e da rimonta e più recentemente per le vacche da latte, è stato messo a punto in Gran Bretagna; esso prevede la pavimentazione del box in pendenza del 6-8% verso una corsia di raccolta e asportazione delle deiezioni non accessibile agli animali. Nel box a lettiera si identificano una zona di alimentazione- riposo nella parte più alta e una zona di defecazione nella parte inferiore;le due aree sono delimitate da un piccolo gradino di circa 0,1 m. Grazie all inclinazione del pavimento e all azione di calpestamento degli animali, la lettiera tende a scendere verso la parte inferiore del box e quindi, unitamente alle deiezioni deposte, si raccoglie nella corsia di asportazione; perché ciò possa avvenire la zona di defecazione e la corsia per le deiezioni devono essere separate da un divisorio sospeso di circa 100 mm rispetto al piano di calpestio. La distribuzione della paglia è effettuata dagli stessi suini che la prelevano da un apposito contenitore posto nella parte più alta del box; ai lati del dispensatore di paglia sono collocate due mangiatoie a tramoggia per il mangime secco. L asportazione del letame dall apposita corsia avviene mediante un semplice raschiatore meccanico al di fuori della portata dei suini. Allevamento all aperto Per evitare equivoci, è necessario sottolineare che allevamento dei suini all aperto non è sinonimo di produzione biologica; per un approfondimento in merito si rimanda all articolo di pag. 34 sull impatto ambientale dell allevamento del suino all aperto. La tecnica di allevamento all aperto dei suini, nota all estero con i termini outdoor e plein air, si differenzia dall allevamento in porcilaia per l impiego di ampie superfici di terreno recintate, all interno delle quali i suini dispongono di zone funzionali predisposte e attrezzate per l abbeverata, l alimentazione e il riposo. Normalmente si utilizzano recinzioni, strutture e attrezzature di tipo mobile per agevolarne il periodico trasferimento sui diversi appezzamenti destinati all allevamento. Caratteristica di questa forma d allevamento, infatti, è la pratica di ruotare i recinti nell ambito di un idoneo piano aziendale di avvicendamento colturale, finalizzato a massimizzare lo sfruttamento agronomico dei nutrienti contenuti nelle deiezioni rilasciate dai suini sul terreno e a minimizzare, al tempo stesso, i fenomeni di inquinamento delle acque superficiali e sotterranee, l erosione del suolo e i danni alla vegetazione. Con questo sistema di allevamento è possibile limitare gli investimenti necessari per le porcilaie biologiche, purché vi sia la disponibilità di superfici idonee e a basso costo (terreni marginali o scarsamente produttivi). Questa tecnica risulta di grande interesse per l allevamento dei riproduttori, ma può essere estesa anche alle fasi di accrescimento e ingrasso. Organizzazione dei recinti La progettazione di un allevamento suinicolo all aperto prevede innanzitutto la definizione delle superfici di terreno necessarie, con riferimento ai seguenti parametri: numero di recinti e relative destinazioni per fase di allevamento; numero e categorie di suini per ogni recinto; superficie per capo da destinare a ciascuna categoria di suini in relazione alla fase produttiva e alle caratteristiche climatiche e pedologiche, ottemperando alle norme in vigore in materia di impatto ambientale delle produzioni zootecniche. All intero dei singoli recinti i suini devono disporre di: 6
7 un abbeveratoio; una buca riempita di acqua o uno spruzzatore da azionare in continuo in estate durante le ore più calde del giorno; una zona riparata dal sole, alberata o realizzata con reti ombreggianti sorrette da un intelaiatura infissa nel terreno; una zona di riposo riparata, costituita da strutture mobili (capannine), individuali o collettive, di vario tipo e dimensione, in relazione alla fase di allevamento alla quale vengono destinate. Le attrezzature necessarie La tecnica di allevamento all aperto si basa essenzialmente sull impiego di recinzioni elettrificate per delimitare le aree a disposizione degli animali e di capannine mobili di varie forme e dimensioni, secondo la fase di allevamento in cui devono essere utilizzate. Le recinzioni elettrificate permettono,con costi accettabili, di confinare gli animali in aree di dimensioni adeguate e organizzate in base alle diverse fasi di allevamento e alle specifiche esigenze gestionali dell allevamento. La recinzione è costituita, di norma, da due ordini di filo posti a 250 e a mm di altezza dal piano di campagna, sorretti da picchetti della lunghezza di 1 m; ma nei recinti per scrofe in gestazione è sufficiente un unico ordine di filo installato a 400 mm d altezza. Per i recinti destinati alla fase di maternità, invece, è possibile utilizzare tre ordini di filo, installati alle altezze di 150 mm, 300 mm e 500 mm, che meglio si adattano alla diversa taglia della scrofa e dei suinetti. Sulla recinzione è consigliabile la predisposizione di una banda in plastica forata di colore verde, del tipo usato nei cantieri edili, allo scopo di rendere più visibile la recinzione stessa e di associare il colore al dolore provocato dalla scossa elettrica, ottenendo, quindi,un maggiore rispetto della recinzione da parte dei suini. Per la movimentazione dei suini e dei mezzi meccanici si deve prevedere un accesso per ogni recinto; il sistema più comune è quello di utilizzare apposite molle collegate alla recinzione elettrica e dotate di maniglie isolatrici per la loro temporanea rimozione. Gli apparecchi elettrificatori necessari per fornire energia ai recinti sono di vario tipo e di diversa potenza; essi convertono l energia elettrica in impulsi di brevissima durata e di elevatissima tensione, molto dolorosi, ma distanziati nel tempo, in modo che l animale possa indietreggiare dopo aver ricevuto la scarica. Per quanto riguarda le capannine,sul mercato europeo ce n è disponibile una vasta gamma con soluzioni differenti, sia per forma e dimensioni, sia per materiali costruttivi impiegati; questi ultimi possono essere il legno, in tavole o compensato, la lamiera d acciaio zincata, la vetroresina e le materie plastiche. Le capannine per la fase di maternità sono destinate a ospitare una sola scrofa con la nidiata e sono dotate, di norma di finestra per la ventilazione e di piccolo recinto esterno in corrispondenza dell ingresso, per impedire l uscita dei suinetti durante i primi giorni di vita. Normalmente le capannine di maternità sono prive di fondo e all inizio di ogni ciclo devono essere riempite con abbondante lettiera di paglia (da 10 fino a 40 kg a seconda del clima), che viene trattenuta all interno per mezzo di un apposito bordo. La paglia ha il duplice scopo di garantire agli animali un adeguato isolamento termico durante la stagione fredda e di offrire un substrato sufficientemente soffice per limitare i casi di schiacciamento dei suinetti da parte della scrofa. Le capannine per le fasi di gestazione e d ingrasso sono realizzate, di norma, con soluzioni costruttive semplici ed economiche e sono dimensionate per ospitare gruppi di animali (5-7 scrofe, suini all ingrasso). Sul mercato vengono proposte capannine in vetroresina e in lamiera di acciaio zincata, con dimensioni che possono variare in funzione del numero di capi alloggiati. Una soluzione alternativa alle 7
8 capannine è costituita dalla struttura denominata tenda, realizzata mediante l impiego di telo plastico sorretto da una struttura tubolare a doppia falda di acciaio zincato, a sua volta fissata su due pareti contrapposte costituite da una doppia fila di balle di paglia di forma prismatica o cilindrica. Le balle devono essere ancorate l una all altra e protette dai suini mediante rete elettrosaldata; i teli vengono tesi e fissati sulla struttura di sostegno, prevedendo ampi lembi per la copertura delle pareti di paglia, onde evitare infiltrazioni di acqua piovana. Le capannine per la fase di svezzamento devono presentare un buon grado di coibentazione del tetto e delle pareti; normalmente dispongono di mangiatoie interne a tramoggia con rifornimento di mangime dall esterno e di abbeveratoi a tazzetta o a succhiotto installati sul lato esterno. I principali modelli in commercio sono costituiti da strutture a una falda o ad arco realizzate con pannelli di compensato marino, con vetroresina oppure con pannelli sandwich di lamiera zincata coibentati con polistirene o poliuretano espanso. La capienza di ciascuna capannina dipende dalle sue dimensioni interne e, ovviamente, dal peso vivo finale dei soggetti ospitati; generalmente le dimensioni interne sono adatte a contenere da 20 a 60 suinetti fino al peso di kg. Nella maggior parte dei casi ogni capannina dispone di un recinto esterno a cielo aperto, di superficie doppia rispetto a quella interna, delimitato da pannelli ciechi in legno o in lamiera d acciaio zincata; in alternativa si può prevedere un recinto molto più ampio di terreno inerbito, dimensionato con superfici di m2/capo e delimitato con recinzione fissa o elettrificata a maglia quadrata del tipo di quella impiegata per gli ovini. L impatto ambientale nella produzione Le norme vigenti disciplinano lo spandimento dei liquami e il carico di suini in riferimento all allevamento intensivo e non a quello all aperto. In ogni caso per ridurre il rischio d inquinamento da nitrati e preservare la struttura del suolo occorre limitare la permanenza degli animali sullo stesso terreno e creare un buon cotico erboso, che influisce positivamente anche sul benessere degli animali. Giuseppe Bonazzi, Paolo Ferrari CRPA, Reggio Emilia Gli allevamenti suinicoli industriali si caratterizzano per l elevata concentrazione di capi in limitate superfici stabulative coperte e per il carico di bestiame molto elevato in rapporto alla Sau. Una tale organizzazione degli allevamenti ha originato gravi problemi di impatto ambientale legati principalmente ai rischi di inquinamento idrico connessi allo smaltimento di elevati volumi di liquami suinicoli. Il superamento di tali problemi passa anche attraverso l adozione di tecniche di stabulazione più rispettose dell'ambiente tra cui l allevamento su lettiera e l allevamento all aperto. Per quest ultima tecnica risulta strategica l analisi e la verifica sperimentale della sostenibilità ambientale, in particolare per le aree marginali del nostro Appennino per le quali tale tecnica viene solitamente proposta. Ciò per acquisire le informazioni necessarie alla definizione dei criteri cui gli allevatori devono attenersi per garantire l ecocompatibilità del sistema di allevamento all aperto. Per questo appare importante un progetto di verifica delle condizioni di sostenibilità ambientale dell allevamento suino brado e semibrado nell Appennino emiliano-romagnolo, presentato dal Centro Ricerche Produzioni Animali nell ambito della tornata di finanziamenti previsti per il 2004 sulla legge 28/98 della Regione Emilia-Romagna. L allevamento all aperto, infatti, non comporta alcuna produzione di liquami ma richiede, comunque, il rispetto di un rapporto equilibrato tra superficie agricola aziendale e peso vivo allevato. A tale proposito le conoscenze scientifiche sono tuttora limitate e i risultati dei pochi studi 8
9 condotti di recente in ambito internazionale non risultano trasferibili alla realtà territoriale e produttiva dell Emilia Romagna, caratterizzata dalla produzione di suino pesante. Per evitare equivoci, è necessario sottolineare, però, che allevamento dei suini all aperto non è sinonimo di metodo di produzione biologica, anche se è vero che questa tecnica facilita l adozione del metodo biologico. La motivazione principale sta nel fatto che, nel caso in cui un allevatore intenda convertire un allevamento intensivo convenzionale alla produzione biologica, deve sostenere oneri molto forti, principalmente perché, a parità di capi allevati,deve ampliare notevolmente le superfici coperte a causa delle maggiori superfici unitarie minime di stabulazione richieste dal regolamento Ce 1804/99 (Allegato VIII) che sono pressoché doppie rispetto a quelle previste dalle norme minime per la protezione dei suini (decreti legislativi n. 534/92 e n. 53/04). Nell allevamento all aperto, invece, possono essere soddisfatte abbastanza agevolmente le condizioni relative al sistema di stabulazione, così come previsto dal citato regolamento e dalle relative norme d attuazione (decreto ministeriale 4 agosto 2000, decreto ministeriale 29 marzo 2001 e per la Regione Emilia- Romagna la delibera della giunta regionale 5 maggio 2003 n. 794). Un vuoto normativo da colmare In materia d impatto ambientale la tecnica d allevamento dei suini all aperto non è contemplata né dalla normativa nazionale (decreto legislativo n. 152 dell 11 maggio 1999, che ha recepito la cosiddetta direttiva nitrati ) né dalla normativa vigente in Emilia Romagna (legge regionale 24 aprile 1995, n. 50 e relative norme di attuazione), che disciplina soltanto lo spandimento sul suolo dei liquami provenienti da insediamenti zootecnici senza prevedere norme specifiche relative al rilascio in continuo, per tutto l arco dell anno o del ciclo produttivo, delle deiezioni da parte dei suini stessi. Inoltre, nella definizione delle densità dei suini all interno dei recinti di allevamento non è propriamente corretto applicare agli allevamenti all aperto i limiti di carico di suini per unità di superficie agricola destinata allo spandimento, fissati dalla normativa per gli allevamenti intensivi, con riferimento a 170 kg di azoto per ettaro per anno (zona vulnerabile o aziende biologiche) e ai 340 kg di azoto per ettaro per anno (zona non vulnerabile). Infatti tali limiti sono riferiti all allevamento stabulato e alla relativa pratica di spandimento frazionato, nel corso dell anno, di liquami precedentemente stoccati e maturati in azienda mentre nell allevamento all aperto le deiezioni sono rilasciate fresche e in continuo, per tutto l arco dell anno o del ciclo produttivo; pertanto, essendo diverse le qualità dei reflui distribuiti sul suolo e le loro modalità di distribuzione, si ritiene che altrettanto diversi possano essere nei due sistemi di allevamento i fenomeni di degradazione, di adsorbimento e di trasporto nel suolo dei nutrienti contenuti nelle deiezioni e, in particolare, dell azoto in forma nitrica. La permanenza di un vuoto normativo per gli allevamenti all aperto può comportare seri problemi d interpretazione e di applicazione delle norme da parte degli organismi di controllo (Arpa, Asl, Corpo Forestale, ecc.) con il rischio per gli allevatori di incontrare difficoltà nell ottenimento del rilascio delle autorizzazioni necessarie per la normale conduzione dell attività zootecnica. L acquisizione di dati sperimentali è quindi utile anche per gli organismi legiferanti in materia d impatto ambientale degli allevamenti zootecnici, affinché in futuro si possa giungere ad emanare norme specifiche per l allevamento all aperto dei suini. Carichi e pascolo brado L allevamento all aperto comporta, comunque, la necessità di prevedere un rapporto equilibrato tra superficie agricola aziendale e peso vivo allevato. A livello orientativo si possono indicare le superfici minime unitarie, tratte dalla bibliografia internazionale,da considerare per il dimensionamento dei recinti in base alle diverse fasi d allevamento (tabella alla pagina precedente). I principali limiti a questa forma di allevamento sono rappresentati dai fattori pedo-climatici. Il terreno non deve essere eccessivamente pesante ma, al contrario, deve essere strutturato in modo tale da permettere un efficace allontanamento delle acque meteoriche evitando i ristagni idrici; ciò al fine di garantire agli animali condizioni di benessere accettabili dal punto di vista igrotermico e di consentire in ogni stagione dell'anno la percorribilità delle vie di transito. Un aspetto particolare dell allevamento all aperto riguarda l analisi e la verifica della sostenibilità ambientale dell allevamento brado in aree boschive e marginali; scopo principale è individuare i 9
10 motivi di opportunità del pascolo brado, sia quelli attivi (effetti positivi sugli ecosistemi per il rimescolamento degli strati superficiali, l apporto di sostanza organica, la riattivazione di catene trofiche utili alla fauna selvatica, ecc.) che passivi (utilizzazione di risorse alimentari come specie vegetali erbacee, frutti spontanei, microfauna, ecc.), e di definirne i limiti di compatibilità e sostenibilità al fine di evitare danni agli ecosistemi. Un analisi di questo tipo si dovrebbe proporre di definire i limiti di compatibilità e sostenibilità in osservanza dei provvedimenti normativi per i terreni pascolivi (art. 67, 68, 69 delle Prescrizioni di Massima e Polizia Forestale, delibera della giunta regionale 31 maggio 1995 n. 182) e dei riferimenti specifici in materia d impatto ambientale dell attività zootecnica, al fine di predisporre una razionale gestione del bosco in funzione del pascolo e di impedire pertanto danni agli ecosistemi. A protezione del suolo Per limitare i rischi d inquinamento da nitrati e garantire il mantenimento della struttura del suolo, è necessario che i suini permangano sullo stesso terreno per un periodo non superiore a due anni nei settori di riproduzione e di svezzamento e a un anno o alla durata di un unico ciclo (per esempio, da kg a kg) nei settori di accrescimento e ingrasso. La limitata permanenza dei suini sullo stesso terreno ha anche la funzione igienicosanitaria di contenere la diffusione delle parassitosi. In ogni caso la presenza di cotico erboso nei recinti d allevamento riduce i rischi di lisciviazione e d infiltrazione dei nitrati nel terreno; inoltre la copertura vegetale del terreno sembra influire positivamente anche sul benessere degli animali e, in particolare, sulle prestazioni produttive delle scrofe. Nei recinti il prato deve essere seminato l annata precedente quella d immissione dei suini, utilizzando varietà di graminacee caratterizzate da rapido sviluppo vegetativo e da un buon adattamento alle condizioni pedologiche e climatiche; di norma il prato è seminato in autunno per procedere all immissione dei suini a metà della primavera successiva, generalmente dopo avere effettuato un primo taglio. Per favorire la conservazione della copertura vegetale durante il periodo di allevamento occorre evitare un eccessivo calpestio del suolo, adottando carichi di animali per unità di superficie sufficientemente bassi, in relazione alle caratteristiche del terreno. Dimensioni minime dei recinti per l allevamento di suini all aperto Categoria Superficie unitaria (m2/capo) Scrofe in maternità Suini riproduttori in fecondazione e in gestazione Suinetti in svezzamento Suini in accrescimento e ingrasso
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