PARTECIPARE LA SCIENZA

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1 Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali Consiglio Nazionale delle Ricerche PARTECIPARE LA SCIENZA a cura di Adriana Valente e Daniela Luzi

2 Questa è la copia stampata di un libro disponibile anche in formato elettronico al sito I confini sono fatti per essere attraversati. O meglio, sono delle esche irresistibili. Li vado cercando non per saggiarli ma per tormentarli, come un cane con l osso [ ]. E una volta che mi sono smarrita oltre i confini della ricerca scientifica, passando dal fare scienza allo scrivere di scienza, il problema si è addirittura aggravato perché ora i confini da tormentare sono molto di più. Evelyn Fox Keller, Vita, scienza & cyberscienza È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche a uso interno e didattico Settembre 2004 Biblink editori, Roma Grafica di copertina di Alberto Pedro Di Santo

3 Indice ADRIANA VALENTE, DANIELA LUZI, Introduzione pag. 9 VALUTAZIONE E RESPONSABILITÀ ALESSANDRO FIGÀ TALAMANCA, Uso ed abuso delle banche dati nella valutazione delle riviste e della qualità scientifica: un problema di potere pag. 27 DANIELE ARCHIBUGI, Chi ha paura della bibliometria? pag. 37 ALESSANDRO FIGÀ TALAMANCA, Nota di commento pag. 48 ANNA MARIA TAMMARO, Indicatori di qualità delle pubblicazioni scientifiche ed open access pag. 51 FEDERICO DI TROCCHIO Le patologie della comunicazione scientifica: problema etico o socioeconomico? pag. 91 VALUTAZIONE E RISORSE UMANE LUCIA PADRIELLI, MARINA PEROTTI, FABRIZIO TUZI, Criteri ed indicatori per la valutazione degli istituti del CNR pag

4 ROSA DI CESARE, DANIELA LUZI, ADRIANA VALENTE, La produzione scientifica del CNR nelle scienze sociali: considerazioni di genere pag. 133 SVEVA AVVEDUTO, Le risorse umane per la ricerca: quali politiche? pag. 159 Introduzione DOCUMENTAZIONE E ACCESSO LUCIA MAFFEI, Alcune riflessioni sugli aspetti etico-politici dell attività di documentazione pag. 173 GIUSEPPE VITIELLO, L identificazione dei documenti nell economia della comunicazione scientifica pag. 181 MADEL CRASTA, Istituzioni della cultura: content provider per la rete pag. 219 PAOLA CAPITANI, Gestione della conoscenza e formazione pag. 231 COMUNICAZIONE PUBBLICA E CONSAPEVOLEZZA ADRIANA VALENTE, Comunicare la scienza per partecipare la scienza pag. 251 MAURA MISITI, Mass media e popolazione pag. 277 LUCIANA LIBUTTI, Alcune riflessioni sul ruolo della documentazione nei progetti di comunicazione della scienza pag. 305 ELENA DEL GROSSO, Bioetica e responsabilità sociale della scienza e della tecnologia pag. 313 Adriana Valente e Daniela Luzi Nel percorso delineato in questo volume, partecipare la scienza vuol dire occuparsi di questioni teoriche ed operative relative al dibattito in corso sulla comunicazione della scienza, questioni di accesso alle informazioni, di comunicazione delle conoscenze, di valutazione ed etica della ricerca e di risorse umane. Il riferimento a tali questioni è sia nella descrizione dello stato dell arte, sia nella ricostruzione di filoni di riflessione entro i quali nulla è dato per scontato mentre molto è in divenire. Se vi è anche una componente di auspicio, si tratta dell auspicio a che si affermi un approccio interdisciplinare alla comunicazione della scienza, che includa le dinamiche comunicative entro la comunità scientifica e tra scienza e società. Si tratta, rubando la metafora di Thomas, di occuparsi di «acquitrini e paludi»: «la scelta degli esempi ha sempre a che fare con ciò che si vuole rappresentare [ ] chi intenda giustificare l affermazione la terra è fondamentalmente diversa dall acqua, sceglierebbe l esempio dello scoglio in mare; chi invece volesse mostrare che terra ed acqua possono completarsi a vicenda e che spesso in tale commistione sviluppano le proprietà più sorprendenti, dovrebbe parlare di acquitrini, pozzanghere e ghiacciai» (Arte e scienza, 1989). 8 9

5 Questo volume segue di due anni la pubblicazione di Trasmissione d élite o accesso alle conoscenze? (2002). L antitesi tra trasmissione lineare ed accesso alle conoscenze è ancora presente nei diversi saggi del volume ed è sottesa alle riflessioni sulla valutazione e le risorse umane, sull etica e la responsabilità, sulla documentazione, percezione e consapevolezza della scienza. Ancora una volta ci occupiamo dei confini incerti tra scienza e comunicazione e, nuovamente, siamo consapevoli di tralasciare un ampia gamma di questioni epistemologiche, tecnologiche, cognitive, sociologiche, che potrebbero contribuire ad evidenziare tratti rilevanti di questa fusione di scienza e comunicazione. La comunicazione non è vista solo come un veicolo di trasmissione della scienza tra studiosi o tra comunità scientifica e società ma si compenetra in essa, diventa occasione di partecipazione ai temi, ai valori della scienza. Parallelamente, il modello utilizzato nella comunicazione sia formale che informale tra studiosi fornisce evidenza degli incerti equilibri tra conservazione e innovazione entro le comunità scientifiche ed a sua volta può contribuire alla loro cristallizzazione o alla loro evoluzione. Anche l articolo scientifico può essere considerato nelle sue diverse dimensioni: uno strumento di comunicazione inter o intraspecialistica; uno strumento di registrazione e certificazione di conoscenze; la base per un attività di divulgazione scientifica; elemento cruciale per la costruzione di indicatori essenziali per comprendere la crescita e lo sviluppo scientifico; uno strumento di valutazione di individui, gruppi, nazioni; ed anche un fondamentale elemento della nuova retorica secondo Latour che, grazie allo stile, all impilamento sapiente di argomentazioni, citazioni e modelli, isola il lettore che persevera nel dubbio. Merton e poi Eco e tutta la moderna etnometodologia hanno evidenziato quello che un articolo, modello dall aspetto immacolato, non è o che non ci comunica: poco lascia intravvedere delle intuizioni, delle false partenze, degli errori, delle conclusioni approssimative, dei felici accidenti che ingombrano il lavoro di dicerca. C è stato chi nella prima metà del Novecento ha proposto una soluzione: fare a meno degli articoli scientifici, ma questa proposta radicale di Bernal è stata respinta negli anni Quaranta. E allora, come ricostruire da un lato il continuum del lavoro scientifico, dall altro il dinamismo del dibattito scientifico di cui sono spesso povere le iniziative di divulgazione così come la complessità e la poliedricità dei modi di fare scienza, fino ad entrare nelle scelte di politica scientifica e di valutazione? Diverse proposte ed interpretazioni sono presenti nei capitoli di questo libro, in cui le varie accezioni di articolo scientifico vanno di pari passo con i significati e ruoli ricoperti oggi dalla scienza. La scienza è sempre meno considerata nelle sue componenti unitarie, come è testimoniato dall evoluzione della riflessione sulla natura, sul ruolo e sul metodo di lavoro di scienziati e scienziate e dei relativi modelli di rappresentazione. Un interessante contrapposizione è quella posta da Bruno Latour, con l immagine del Giano bifronte, tra «scienza pronta all uso», e cioè scienza consolidata, magari già presente in applicazioni di uso quotidiano, e «scienza in costruzione», colta nel suo divenire. Diverse e contrastanti affermazioni sono collegate all una o all altra delle due facce: vai ai fatti, dice la prima, decidi a chi credere, la seconda. Viene prima la verità, la validità, l usabilità, l efficienza di strumenti e metodi, o la persuasione, l accettazione sociale di tutte queste cose? L immagine del Giano bifronte si potrebbe riportare nel campo della documentazione e comunicazione scientifica: la faccia che guarda agli aspetti consolidati delle discipline documentarie, all evoluzione di metodologie e tecnologie sempre più efficienti ed efficaci, potrebbe dire: scegli il modo più 10 11

6 efficiente per trasmettere l informazione; l altra replicherebbe: decidi il grado di equilibrio tra trasmissione dell informazione e accesso alle conoscenze. La stessa cosa nel campo della valutazione; la prima voce direbbe: utilizza i metodi e gli strumenti disponibili per la valutazione della scientificità; l altra replicherebbe: decidi quali criteri e priorità vuoi considerare nella valutazione. La maggior parte degli articoli presenti in questo libro riportano temi collegati più al divenire della scienza che ad una sua rappresentazione consolidata. In questa direzione si pone il dibattito tra Alessandro Figà Talamanca e Daniele Archibugi, sulla valutazione della produzione scientifica e sull'impact factor in particolare. Il dibattito tra i due autori è nato in occasione del seminario organizzato nel dicembre del 2002 dal CNR sulla partecipazione della scienza, e ci è sembrato interessante riproporlo ai lettori nella forma originaria di repliche su intervento. La questione dibattuta dai due autori parte dalla considerazione che, con l aumentare delle modalità di uso degli indici di citazione, questi vengono utilizzati non solo per trovare riferimenti a letteratura scientifica, o come strumenti per l analisi storica della scienza, ma anche, spesso in maniera automatica e poco bilanciata, nelle pratiche di valutazione scientifica. Figà Talamanca evidenzia che l analisi della questione dell impact factor nella valutazione scientifica non può esaurirsi entro il presupposto dell obiettività scientifica, ma deve contemperare anche criteri morali e politici, formalmente esterni al fenomeno considerato, ma a questo strettamente correlati. Si tratta soprattutto di un «problema di potere» e «l esercizio del potere non può sottrarsi ad un giudizio basato su valori morali». La contrapposizione dialettica riguarda le modalità di valutazione, mentre l'opportunità e la necessità di valutazione sono condivise dai due autori. Ciascuno degli articoli solleva questioni legate alla struttura e al complesso funzionamento delle comunità scientifiche. Per Figà Talamanca la comunità scientifica può essere analizzata da punti di vista diversi; come una comunità chiusa, con proprie regole e valori, ma anche come comunità che interagisce con il mondo esterno in questo articolo con l'editoria scientifica commerciale; in una dimensione diacronica, si possono considerare i cambiamenti dalla comunità scientifica nazionale dell Ottocento e del Novecento, rispetto alla odierna «comunità internazionale legata da interessi subscientifici». La riduzione degli scienziati a «misuratori di fenomeni», riportata provocatoriamente da Archibugi, ribadisce la necessità di raccogliere dati, ma non esclude anche quella di valutarne le fonti, di ponderarli e di affiancarli ad altri parametri. Tanto più, allora, assume rilievo la considerazione di Figà Talamanca per cui la misurazione dei fenomeni deve inserirsi in un modello effettivamente «capace di spiegare la realtà osservata». Dunque, le pratiche di valutazione della ricerca sono frutto di particolari concezioni di scienza e di società; queste costituiscono, nello stesso tempo, un esempio di incontro tra l evoluzione nel settore delle tecnologie e metodologie documentarie e lo sviluppo dei sistemi di produzione ed organizzazione delle conoscenze scientifiche. Anna Maria Tammaro introduce, accanto all approccio tradizionale ai sistemi di valutazione della qualità delle pubblicazioni scientifiche, basato essenzialmente sugli indicatori bibliometrici e sulla peer review tradizionale, quello open access, legato allo sviluppo delle nuove tecnologie dell informazione e documentazione, che include l open linking, l open commentary e l open peer review. I due approcci non si contrappongono del tutto, anche se del primo sono evidenziate le caratteristiche di dispendiosità ed inefficienza. Ciascuno dovrebbe fornire risposte ad alcune delle funzioni cui assolvono le pubblicazioni scientifiche, che andrebbero adeguatamente distinte: controllo di qualità, diffusione, registrazione, riconoscimento

7 La revisione degli attuali criteri di valutazione costituisce, nell ottica di Federico Di Trocchio, uno dei possibili rimedi alle patologie che affliggono la comunicazione scientifica, e cioè: proliferazione, specializzazione eccessiva, produzione di articoli non originali, o di articoli contenenti informazione in tutto o in parte ridondante o non veritiera, censura di articoli incompatibili con i paradigmi dominanti. A tutte le trasgressioni ad una corretta comunicazione tra studiosi si affiancano quelle poste in essere da editori e referees. Questo fenomeno, se è in parte connaturale alla struttura stessa dell impresa scientifica dal XVII secolo in poi, si è ampliato ai nostri giorni, in vista della professionalizzazione dell attività di ricerca e della conseguente maggiore competizione entro le comunità scientifiche. Tra gli antidoti ai mali moderni della comunicazione e documentazione scientifica, la proposta dell autore è di considerare maggiormente la qualità delle pubblicazioni rispetto ai criteri quantitativi, e di non utilizzare i fattori d impatto direttamente e semplicemente come base per le decisioni relative ai finanziamenti e per le pratiche valutative in genere. È proprio in questa ottica che si inquadra l'articolo di Lucia Padrielli, Marina Perotti e Fabrizio Tuzi, che descrive i criteri di valutazione utilizzati nel piano di revisione degli Organi durante la riforma del CNR iniziata con il decreto legislativo 19/1999 peraltro attualmente in fase di ulteriore revisione da parte della ministra Moratti. L analisi è rilevante in quanto dà un peso diverso agli indicatori utilizzati nella valutazione a seconda dell ambito disciplinare considerato. La varietà delle soluzioni proposte e l articolazione della riflessione sulla situazione dinamica ed interdisciplinare del CNR conferiscono a questo studio un valore che va oltre il contesto in cui è stato elaborato. Vengono utilizzati circa trenta parametri di valutazione, ognuno dei quali viene associato a macro aree di attività corri- spondenti ai compiti istituzionali del CNR ed ai risultati attesi. All interno di ciascuna macro area vengono identificati i parametri di valutazione e la rilevanza di ognuno dipende dall ambito disciplinare dei diversi istituti, così che, ad esempio, l impact factor assume maggiore importanza per gli istituti appartenenti alle scienze di base e della vita e viene considerato in misura ridotta per gli istituti afferenti alle scienze umane e sociali, a vantaggio, invece, della produzione di monografie e capitoli di libri. Per gli istituti a carattere prettamente tecnologico, assumono invece particolare importanza altri indicatori, quali i brevetti. I parametri elaborati sono stati confrontati con i criteri di valuzione proposti dal Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR). Il case study presentato da Rosa Di Cesare, Daniela Luzi e Adriana Valente prende ancora una volta in considerazione il CNR per offrire uno spaccato sulla produzione scientifica di ricercatori e ricercatrici nelle scienze sociali. Gli studi che analizzano la produttività scientifica in una prospettiva di genere non sono molto numerosi, per la difficoltà di raccogliere dati disaggregati e di associarli a parametri di contesto. Nell articolo in questione sono stati considerati i parametri relativi alla progressione di carriera, mettendo in dubbio stereotipi quali quello della minore produzione scientifica delle donne. Gli articoli sopra indicati mostrano come la questione della valutazione, se da un lato è fortemente connessa alla comunicazione e responsabilità della scienza, non può prescindere, in un ottica di intervento, dalla politica delle risorse umane per la scienza e la tecnologia. Di quest ultimo aspetto si occupa in maniera centrale l articolo di Sveva Avveduto che evidenzia come, tra le linee programmatiche scaturite dai summit di Lisbona (2000) e di Barcellona (2002), siano indicati espressamente diversi interventi sulle risorse umane. Oltre alla creazione di uno spazio 14 15

8 europeo della ricerca e alla promozione di investimenti in capitale umano, si fa espressamente riferimento al miglioramento delle politiche per la ricerca, nel cui ambito la questione della valutazione e comunicazione della scienza assume un ruolo di primo piano. Maggiore controllo e migliore valutazione sono inoltre richieste a fronte di una accresciuta autonomia. Alcuni fattori vanno considerati a fianco del controllo di qualità delle risorse: il rafforzamento della base scientifica nazionale, il miglioramento delle condizioni di ricerca e del livello delle risorse scientifiche, l intervento nella fase iniziale di reclutamento di ricercatori e ricercatrici e la valorizzazione dell apporto delle risorse ad elevata esperienza. La questione connessa al declino di interesse verso le discipline scientifiche costituisce uno dei nodi intorno ai quali operano i progetti di comunicazione pubblica della scienza, di cui all ultima parte del libro. L articolo di Sveva Avveduto fornisce anche evidenza del fatto che la tecnologia sia sempre accostata alla scienza, nelle politiche delle risorse umane così come nelle politiche scientifiche in generale. Le dinamiche dello sviluppo tecnologico sono sottese, anche se non sempre esplicitate, in tutte le pagine del libro, ma nella seconda parte, e soprattutto nei capitoli dedicati alla documentazione, diventano un elemento centrale di riflessione. Ciò dipende dal fatto che la tecnologia ha radicalmente modificato il posto assegnatole dalla scienza, non segue più quest ultima, né è più confinata al ruolo di applicazione. Il percorso ideale che dalla ricerca di base portava all innovazione tecnologica e poi allo sviluppo economico o, se vogliamo, che legava in stretta sequenza ricerca scientifica-produzione di nuova conoscenza-sua utilizzazione a fini pratici e che aveva dominato la parte centrale del secolo scorso, non trova più rispondenza con la realtà. Ciò è stato sottolineato da quegli autori che, a partire da Callon e Latour, hanno evidenziato la difficoltà di distinguere tra scienza e tecnologia (Faulkner, 1994) e da coloro che, significativamente, hanno parlato di tecnoscienza (Latour, 1998; Flichy, 1996; Longo, 2001). In questa situazione non sono solo i sociologi che intervengono negli affari tecnologici; Callon ha notato che anche gli ingegneri nel presentare nuove tecnologie elaborano costantemente ipotesi e forme di ragionamento che, di fatto, li «trasformano in sociologi» (Flichy, 1996). Le teorie e pratiche della documentazione scientifica si confrontano continuamente con la tecnologia e con il ruolo che essa assume rispetto alla scienza o tecnoscienza, e alla società o pantecnico. Tra le soluzioni proposte, ed in continuo divenire, nel libro sono presentate quelle che si ricollegano ai temi della comunicazione della scienza ed all accesso alle conoscenze, alla formazione ed al ruolo delle istituzioni culturali. L articolo di Lucia Maffei, nel presentare le riflessioni dell autrice sugli aspetti etico-politici dell attività di documentazione, si pone come sintesi della prima parte del libro ed introduzione ai capitoli che seguono sulla documentazione scientifica. Esiste una stretta correlazione tra scelte tecnologiche e politiche, di cui chi si occupa di gestione della documentazione e della conoscenza dovrebbe essere ben consapevole. Se una parte del mondo occidentale si interroga sull evoluzione di metodi e sistemi di valutazione e si dibatte in un mercato dell informazione scientifica saldamente in mano a pochi editori, la maggioranza del pianeta «si perde nelle sabbie mobili del digital divide». Diversi progetti internazionali sono volti a sostenere l accesso all informazione scientifica del resto del mondo, e vanno senz altro salutati con favore per quanto riguarda l ampliamento della partecipazione alla scienza, e tramite questa, a migliori condizioni di vita e di salute. Tuttavia, sussiste qualche perplessità relativa ad esempio al fatto che tali progetti siano basati sulle nuove tecnologie, ma proposti in aree con infrastrutture inadeguate, oppure al timore che oligar

9 chie editoriali possano proporre inizialmente i propri prodotti scientifici a costi accessibili solo per preparare un mercato in cui imporre le proprie condizioni. Sulla situazione del mercato editoriale si sono soffermati anche Figà Talamanca e Tammaro, ma Lucia Maffei pone all attenzione la drammaticità della situazione nel resto del mondo, in cui il mancato accesso ad informazioni scientifiche ha importanti ed immediate ricadute sulle condizioni di salute. Possiamo aggiungere che l approccio open access sembra poter fornire in prospettiva una risposta adeguata alle esigenze di accesso alle conoscenze dei Paesi i via di sviluppo, così come di tutte le aree e le organizzazioni con minori disponibilità economiche. Tuttavia, non si vede ancora come questo possa incidere stabilmente sulla partecipazione dei Paesi in via di sviluppo con i propri contributi scientifici alla costruzione delle memorie collettive che, si auspica, saranno presto disponibili liberamente a tutti. Per i professionisti dell informazione e per chi si occupa della gestione di documentazione e conoscenza scientifica si ripropone il dualismo tra trasmissione ed accesso ed anche loro sono chiamati a scegliere se sostenere «uno sviluppo a senso unico, operando per il trasferimento univoco delle conoscenze, oppure operare per un accesso attivo, consapevole e diffuso delle informazioni scientifiche». Riflessioni profonde sull accesso alle conoscenze sono presenti anche nell articolo di Giuseppe Vitiello, e tali riflessioni si estendono all evoluzione della politica dell informazione negli ultimi quarant anni. L articolo analizza criticamente gli indicatori dei documenti e delle risorse elettroniche, «uno degli anelli più ermetici del processo di trasmissione dell informazione». L analisi approfondita delle caratteristiche strutturali e funzionali non si esaurisce in un contributo tecnico. La questione degli identificatori è calata nella riflessione sull evoluzione della politica dell informazione, ed in particolare si incentra intorno al quesito se il libero mercato debba agire «da regolato- re e da equilibratore», ovvero se l autorità pubblica debba intervenire «a riorientare il mondo proprio dell identificazione nel senso dell equità d accesso alle conoscenze». Le caratteristiche dei diversi identificatori, la registrazione del livello di diffusione e di importanti funzioni quali la persistenza e l interoperabilità, costituiscono elementi di valutazione ai quali vanno affiancate riflessioni relative ai costi ed al perseguimento di politiche di ampio accesso. La comunità documentaria, «vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro editoriali», non può modificare «business models e politiche editoriali», ma può intervenire in vario modo, ad esempio utilizzando la tecnologia ed il sistema DOI (digital object identifier) per mettere a punto soluzioni autonome, rendere interoperabili archivi di pubblicazioni in rete, in ultima analisi creare una sfera pubblica in cui sia possibile «avere accesso a un offerta diversificata, ampia e a prezzi ragionevoli di fonti di informazione». Ruolo delle biblioteche dovrebbe essere contribuire proprio ad ampliare lo «spazio pubblico di accesso all informazione», piuttosto che limitare la propria funzione entro «uno spazio privatizzato». Il ruolo delle istituzioni culturali rispetto all accesso alle informazioni è posto al centro dell attenzione da Madel Crasta; allargare tale accesso deve costituire un obiettivo primario. L uso delle tecnologie nella produzione di contenuti «non può avvenire in modo confuso, meccanico ed indiscriminato come risposta obbligata al trend del momento, ma deve rispondere a progetti culturali» e non deve prescindere dalla misurabilità dei risultati. Solo andando oltre i cataloghi ed evitando di annegare «nei milioni di dati» disponibili in rete è possibile costruire un «impegno di comunicazione verso un pubblico più ampio della tradizionale comunità di studiosi che da sempre ruota intorno alle istituzioni culturali». Carenza o cattivo uso delle tecnologie sono imputabili anche al contesto formativo. Nel mettere in relazione la gestio

10 ne della conoscenza e la formazione, Paola Capitani individua i punti deboli, soprattutto nel quadro nazionale, e delinea al contempo le linee di evoluzione di un'educazione continua che deve far fronte a contesti dinamici, soggetti a continui mutamenti. Se la tecnologia svolge un ruolo di primo piano nella formazione nel settore della scienza dell informazione, la necessità di un collegamento stretto con la società è stata evidenziata fin dal 1986 dall Unesco che, entro il Modular curriculum in information studies, ha dato particolare enfasi al contesto sociale nell informazione e nella comunicazione. Il ruolo della società nella comunicazione della scienza e nella negoziazione di significati scientifici è l aspetto centrale dell ultima parte del libro. Tra le critiche mosse ad esponenti della nuova sociologia della scienza e della tecnica vi è il non aver adeguatamente considerato il ruolo attivo del pubblico nel processo culturale di ri-definizione della scienza e della tecnica e del loro uso (Flichy, 1996). Pur senza intervenire direttamente sulla controversia, né sulle critiche mosse all approccio classico della separazione tra tecnica ed uso che hanno portato anche a configurare diversi tipi e fasi di negoziazione, l ultima parte di questo libro si occupa proprio del pubblico, o meglio della società in rapporto con la scienza e la tecnica. Vengono soprattutto descritte le esperienze volte a cogliere sia la percezione della scienza-tecnica e della scienza-cultura, che lo spazio che sistemi di diffusione delle conoscenze di tipo mass mediatico riservano alla negoziazione di significati (quali valori della scienza e come contribuire al dibattito pubblico) e di usi (quali tecnologie e come utilizzarle al meglio). L analisi degli aspetti legati alla percezione della scienza ed alla partecipazione al dibattito pubblico diviene tanto più pregnante se consideriamo le suggestioni di chi ha evidenziato quanto ognuno di noi sia parte di esperimenti collettivi o sociotecnici, che superano i confini di laboratorio (Latour, 2001). In realtà, sembra che la grande differenza con gli esperimenti tradizionali sia legata non tanto al luogo dell esecuzione fuori dai laboratori, quanto al fatto che gli esperimenti collettivi coinvolgano gruppi estesi, non definibili a priori e non consapevoli dell esperimento in corso. Qualcosa di completamente diverso dal secentesco testimone modesto cui ha fatto riferimento Donna Haraway (2000), calato del suo ruolo ed investito della sacralità dell esperimento scientifico o tecnologico al quale, prescelto, assisteva. Tali aspetti, ribaditi da quanto emerso in recenti progetti di comunicazione pubblica della scienza, sono considerati nell articolo di Adriana Valente; in questo si rileva anche la domanda della collettività di essere parte del dibattito scientifico: tutte le iniziative di divulgazione e comunicazione scientifica sia a livello mass mediatico che promosse da ambienti scientificoaccademici vengono accolte dal pubblico con grande attenzione e, ove è possibile, con grande partecipazione. Contemporaneamente, sembra che da parte di studiosi sociali, promotori di progetti di comunicazione della scienza, organismi internazionali impegnati nella promozione di democratic governance, vi sia, oltre all interpretazione di un desiderio popolare di partecipazione, anche una sollecitazione, una convinzione dell opportunità di tale partecipazione. Per quanto riguarda l interesse verso la scienza, questo atteggiamento potrebbe anche essere in parte un «indicatore dell ansia di essere marginalizzata che è propria della comunità scientifica» parallelamente a quanto Paola Borgna ha osservato a proposito del public understanding of science (Borgna, 2001). Tuttavia, simili manifestazioni di interesse-indicazioni di opportunità sono evidenziate con riferimento non solo al dibattito scientifico, ma anche al dibattito pubblico in generale (Fishkin, 2003). Viene da pensare, allora, che le parti in causa si stiano 20 21

11 interrogando sul nuovo significato da attribuire alla democrazia, sui nuovi modi di partecipazione alla sfera pubblica. Maura Misiti riporta ed analizza criticamente una serie di studi sulla comunicazione della scienza nel settore della popolazione e demografia, temi scientifici di ampio respiro che, alla luce degli attuali fenomeni sociali e geopolitici, suscitano un rinnovato interesse nella società e sono particolarmente considerati dai media. I risultati dell European Value Survey, condotto in 12 Paesi nel 1981 e nel 1990, hanno evidenziato la difficoltà di definire una teoria, un modello che risolva il problema delle modalità di azione dei valori nel comportamento sociale. La ricerca effettuata dal Cnr considera diversi approcci metodologici relativi all analisi dell impatto dei media sulla conoscenza, alle modalità con cui la popolazione acquisisce l informazione, all analisi statistico-testuale degli articoli e dei contenuti di diversi media. L apporto delle discipline documentarie e dell informazione accanto a quelle più propriamente comunicative nei progetti di comunicazione pubblica della scienza, implicito negli articoli descritti, viene evidenziato da Luciana Libutti. La necessità di distinguere tra le diverse categiorie di utenza, alla base di ogni progetto documentario, è fondamentale nelle iniziative di comunicazione della scienza; l organizzazione del materiale scientifico per la parte dei progetti legati alla didattica e il collegamento con il corso delle attività formative costituiscono due ulteriori fasi di incontro di professionalità. La conoscenza approfondita delle tipologie di fonti informative e delle tecniche di recupero dell informazione è essenziale per un analisi dei documenti scientifici che tenga conto, oltre che della molteplicità delle fonti, anche di criteri quali attendibilità, internazionalità, pluralismo. In definitiva, tale incontro di competenze è essenziale affinché la presa di contatto con la scienza sia «quanto più possibile esente da limiti e condizionamenti, mediante la sua attività trasparente di recupero delle fonti». L articolo di Elena del Grosso chiude idealmente il libro, riprendendo in chiave teorica il discorso sulla comunicazione della scienza alla luce delle considerazioni sulla responsabilità di scienziati e scienziate. Questi, partecipi del «mutamento profondo dalla scienza alla tecnologia», non dovrebbero rifiutare le responsabilità legate al loro «coinvolgimento diretto o indiretto nelle trasformazioni sociali, politiche ed economiche indotte dal processo che loro stessi hanno messo in atto». Le proposte dell autrice finalizzate alla ricostruzione dell etica pubblica si concentrano sul ruolo della bioetica, che non dovrebbe essere considerata solo come un «contenitore di norme date, atte a giudicare e/o controllare l avanzamento tecnico-scientifico», bensì, in prospettiva, come «un processo da costruire a partire dalla storia dello sviluppo del pensiero scientifico e delle sue applicazioni e dalle interazioni con i diversi contesti sociali e culturali». Il rapporto tra memoria storica come fondamento di riflessione, prospettiva futura come obiettivo degli studi e del processo conoscitivo e realtà (tecnologica) come materiale su cui sperimentare, su cui costruire progetti ed elaborare teorie ed analisi, è un ulteriore elemento unificante i diversi contributi del libro; questo concetto si ritrova in parte condensato nella sintesi di quest ultimo articolo, laddove si evidenzia come «il futuro stia nel passato» e «la memoria sia parte integrante di un processo di costruzione democratica della realtà»

12 Bibliografia Arte e scienza (1989), a cura di Paul Feyerabend, Christian Thomas, Roma, Armando Editore PAOLA BORGNA (2001), Immagini pubbliche della scienza: gli italiani e la ricerca scientifica e tecnologica, Torino, Edizioni di Comunità W. FAULKNER (1994), Conceptualizing Knowledge used in Innovation. A Second Look at the Science Technology Distinction and Industrial Innovation, in Science, Technology and Human Values, 19, n. 4 JAMES S. FISHKIN (2003), La nostra voce, Venezia, Marsilio PATRICE FLICHY (1996), L innovazione tecnologica, Milano, Feltrinelli DONNA J. HARAWAY (2000), Milano, Feltrinelli BRUNO LATOUR (1998), La scienza in azione, Torino, Edizioni di Comunità BRUNO LATOUR (2001), What Rules of Method for the New Socio-Scientific Experiments?, plenary lecture, prepared for the Darmsdadt Colloquium, 30th March GIUSEPPE O. LONGO (2001), Tecnoscienza e globalizzazione, in "Nuova Civiltà delle Macchine", n. 2 Trasmissione d élite o accesso alle conoscenze? Percorsi e contesti della documentazione e comunicazione scientifica (2002), a cura di Adriana Valente, con testi di Sveva Avveduto, Anna Baldazzi, Rosa di Cesare, Maria Guercio, Daniela Luzi, Adriana Valente, Milano, Franco Angeli Le discussioni sui paradigmi implicano sempre la stessa questione: quali problemi è più importante risolvere? Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche Valutazione e responsabilità 24

13 Uso ed abuso delle banche dati nella valutazione delle riviste e della qualità scientifica: un problema di potere Alessandro Figà Talamanca Università degli Studi di Roma La Sapienza Dipartimento di Matematica Ci sono due possibili punti di vista quando si affronta lo studio di un sistema sociale. Si può, secondo un metodo prevalentemente adottato negli studi di antropologia, considerare la comunità oggetto dello studio come una comunità chiusa in se stessa con le sue regole, i suoi valori, i suoi conflitti e i suoi strumenti per risolverli, oppure, seguendo il metodo più proprio della scienza politica, si può far convergere l attenzione sull interazione ed i conflitti tra la comunità che si studia e il mondo ad essa esterno. Il primo punto di vista, meno attento alla dinamica sociale e politica globale, è quello forse più vicino all esigenza di obiettività scientifica. Il secondo spesso non può fare a meno di un giudizio morale o politico sugli avvenimenti e le strutture sociali descritte, e rischia di mescolare la realtà osservata con i pregiudizi e le valutazioni politiche dell osservatore. Nello studio della comunità scientifica il primo punto di vista mi sembra quello adottato da Robert K. Merton e Derek De Solla Price. Il secondo punto di vista è invece quello adottato dagli autori vari che negli anni Settan- 27

14 ta sotto la guida di Marcello Cini pubblicarono il volume L ape e l architetto. È probabile che tutti e due i punti di vista siano necessari, ma dirò subito che non essendo uno scienziato sociale, e potendomi permettere quindi una maggiore licenza metodologica, mi trovo più vicino al punto di vista di L ape e l architetto, un opera che a suo tempo trovai interessantissima, pur non condividendone quasi mai le conclusioni politiche. E infatti il problema che vorrei analizzare, in relazione all uso e all abuso di banche dati sulla comunicazione scientifica, per valutare la qualità delle riviste e della ricerca che vi viene pubblicata, è prima di tutto un problema di potere. L esercizio del potere non può sottrarsi ad un giudizio basato su valori morali. Alla fine quindi arriverò a mettere in questione non già e non solo la affidabilità statistica delle banche dati, ma piuttosto gli aspetti etici connessi al loro uso. Il fenomeno delle banche dati sulla comunicazione scientifica si inserisce all interno di un fenomeno più vasto e complesso che è quello dell editoria scientifica, come si è sviluppata negli ultimi quaranta o cinquanta anni. In questo contesto salta prima di tutto agli occhi la grande debolezza della comunità scientifica rispetto ad influenze ad essa estranee. Non parlo della debolezza rispetto ai governi o ai rappresentanti dei poteri pubblici, che, dopo tutto, finanziano la ricerca ed hanno il diritto di indirizzarla. Parlo invece della debolezza della comunità scientifica rispetto agli interessi delle grandi imprese editoriali che pubblicano le riviste scientifiche. Si assiste infatti ad una situazione del tutto paradossale. La comunità scientifica è il solo produttore ed il solo consumatore di letteratura scientifica. Eppure un intermediario che si è interposto tra il produttore ed il consumatore sta facendo schizzare i prezzi del prodotto a livelli incompatibili con i finanziamenti destinati alle biblioteche scientifiche. Il risultato di questo aumento dei prezzi, per ora, non è quello di far diminuire gli acquisti dei prodotti più costosi, che sono quelli sponsorizzati dall intermediario, ma quello di far risparmiare su altri prodotti. Quando parlo di intermediario mi riferisco, naturalmente, agli editori commerciali di letteratura scientifica. Infatti l aumento dei prezzi si giustifica solo con l aumento dei costi di intermediazione (distribuzione e marketing ) dal momento che gli autori (i veri produttori) non ricevono alcun compenso e il progresso tecnologico ha quasi azzerato i costi di composizione tipografica. Non era così negli anni Sessanta. Allora l editoria scientifica era dominata da riviste controllate da società scientifiche, accademie, università, consorzi di università, ed altre simili istituzioni. Queste riviste si giovavano del lavoro volontario di docenti universitari e pubblicavano a basso costo. Uno dei mezzi più comuni e meno costosi di diffusione delle riviste era lo scambio di riviste tra istituzioni scientifiche diverse. Questo sistema di scambi era particolarmente importante per le istituzioni scientifiche dei Paesi dell Europa orientale, e dei Paesi in via di sviluppo, che potevano così ricevere riviste occidentali senza sborsare valuta pregiata. Negli ultimi decenni, invece, il mercato è stato conquistato dagli editori commerciali che sono riusciti a spingere fuori del mercato quasi tutte le riviste legate a istituzioni scientifiche. Anche qui siamo di fronte ad un paradosso: se una rivista (o un libro) non ha un prezzo sufficientemente elevato, esso non fornisce un adeguato ritorno al distributore e quindi non avrà alcuna possibilità di raggiungere gli utenti istituzionali, che sono, in massima parte, le biblioteche. Il ruolo degli indicatori bibliometrici come l impact factor in questa conquista del mercato da parte di operatori mossi da interessi commerciali è stato molto importante. La tesi propagandata dai proprietari della banca dati dell Institute of Scientific Information (ISI) era che non valesse la pena di acquistare riviste che non comparivano nella loro banca dati o che, pur comparendo, non avevano un alto impact factor. Da questo 28 29

15 punto di vista gli indicatori bibliometrici hanno funzionato più come uno strumento di marketing che come oggettivi indicatori di variabili rilevanti nell analisi della produzione scientifica. Ma c è un altra conseguenza della debolezza della comunità scientifica nei confronti degli interessi delle grandi imprese editoriali. Gli editori commerciali, attraverso le riviste di prestigio, hanno espropriato la comunità scientifica della capacità di esprimere autonomamente giudizi di merito sulle ricerche svolte dai membri stessi della comunità. L esplosione, anche a livello individuale, del numero delle pubblicazioni, e la relativa difficoltà di esprimere veri giudizi di valore, al di fuori di un ambito specialistico molto ristretto, ha fatto sì che valutazioni di merito sui risultati della ricerca scientifica vengano comunemente sostituite con affrettate e arbitrarie classifiche dei lavori scientifici sulla base del prestigio delle riviste che li pubblicano. È vero che ogni rivista ha un board of editors (comitato di redazione) che è responsabile della scelta degli articoli e che, in teoria, dovrebbe controllarne il merito. Ma è anche vero che dietro i gusti e gli interessi scientifici degli esperti che selezionano i lavori per le riviste, c è anche l interesse dell editore a mantenere alto il prestigio della rivista. Ed è a questo punto che interviene l indicatore di prestigio che va per la maggiore: il cosiddetto impact factor di una rivista. Diviene allora naturale che siano privilegiati dalle riviste gli articoli che possono contribuire meglio a mantenere elevato o aumentare l impact factor della stessa rivista. Al giudizio di qualità sul lavoro scientifico presentato per la pubblicazione, si sostituisce un giudizio sulla convenienza per l editore a pubblicare il lavoro stesso. A questo proposito il comportamento più clamorosamente immorale, ma certamente diffuso, è quello di privilegiare gli articoli che citano altri articoli della stessa rivista. Le citazioni hanno un effetto diretto sull impact factor. Ma altrettanto perversa, in linea di principio, è la tendenza a privilegiare articoli ben inseriti in una rete di citazioni recipro- che. Insomma la delega che la comunità scientifica ha concesso alle riviste ed al loro comitato di redazione per i giudizi di merito scientifico non è priva di costi, anche in termini di integrità scientifica e morale. Da questo punto di vista non mi appassionano le analisi statistiche che discutono l affidabilità come indici di qualità degli indicatori bibliometrici desunti dalle banche dati correnti 1. La questione della loro affidabilità è in qualche modo secondaria. Il problema che io vedo è l introduzione di criteri e poteri estranei al mondo scientifico, e potenzialmente inquinanti, nella valutazione del merito scientifico. Eppure non si può nemmeno ignorare il fatto che la banca dati dell ISI è veramente inaffidabile nella attribuzione dei lavori agli autori, alle istituzioni cui sono affiliati e ai Paesi che le ospitano. Manca qualsiasi tentativo di identificare gli autori e controllare le omonimie anche solo parziali. Anche l identificazione dei lavori scientifici è molto approssimativa e non tiene conto di banali errori e di varianti nell identificazione della rivista o del titolo del lavoro. La banca dati è stata evidentemente progettata senza prevedere l incredibile espansione dei suoi contenuti e la sua struttura non è mai stata adattata alle funzioni che le si chiedono. È certamente singolare che seri scienziati abituati ad osservazioni precise attribuiscano un valore obiettivo ad indicatori che sono prodotti da dati così poco affidabili. Ma torniamo ora alla questione politica. Quali rimedi possiamo proporre alla debolezza della comunità scientifica? Ben pochi in verità. La debolezza politica della comunità scientifica è forse implicita nella natura stessa di una comunità che è, giustamente, priva di strumenti di organizzazione interna e di difesa nei confronti di poteri ad essa esterni. Tra l altro, questa debolezza, così chiaramente evidenziata dalla perdita di autonomia rispetto al mondo dell editoria scientifica, è una conseguenza negativa di uno sviluppo in gran parte 30 31

16 positivo: l internazionalizzazione, dovrei dire la globalizzazione, della scienza. In effetti, la relativa forza delle comunità scientifiche nell Ottocento e nella prima metà del Novecento era dovuta ad una stretta identificazione di ogni comunità scientifica con uno Stato sovrano che la proteggeva e la finanziava. La globalizzazione degli ultimi cinquanta anni è invece un ritorno alle condizioni di comunità internazionale della scienza che prevalevano fino a tutto il Settecento, quando la lingua della comunicazione scientifica era ancora, in molti casi, il latino. Non per nulla la scienza contemporanea ha ritrovato una lingua comune, che è una variante della lingua inglese, utilizzata nella comunicazione scientifica che, al contrario della variante principale, è povera nei vocaboli, elementare nella sintassi, resa piatta dall esigenza di precisione, e totalmente priva di valore letterario. Nell Ottocento e nella prima metà del Novecento sorsero invece comunità scientifiche nazionali, promosse dai governi con lo sviluppo delle università statali nell Europa continentale. La forza di queste comunità era la forza dei governi che le proteggevano, una forza per la quale si pagava un prezzo. Basta rileggere i discorsi degli scienziati italiani durante il fascismo, pieni di italianità e ahimè, dopo il 1938, di arianità, per convincersi di quanto fosse alto il prezzo di questa protezione. Ma non era solo il fascismo a promuovere assurde divisioni nel mondo scientifico. Possiamo ricordare che nel 1928 furono i matematici francesi, che dominavano l Unione Matematica Internazionale, ad opporsi con forza alla partecipazione al Congresso Internazionale di Bologna dei matematici tedeschi, colpevoli solo di essere cittadini di un Paese che aveva combattuto la Francia nella Prima guerra mondiale. Salvatore Pincherle, che organizzava il Congresso, dovette ricorrere allo stratagemma di fare invitare i tedeschi dal Rettore di Bologna, faticando poi non poco per convincere i tedeschi a venire a Bologna, nonostante lo sgarbo del mancato invito ufficiale. Al giorno d oggi, e specialmente dopo il crollo del blocco sovietico, non ha più senso parlare ad esempio di matematica italiana o fisica italiana. Le stesse cordate concorsuali, che infestano il nostro sistema di promozioni, hanno quasi sempre, almeno nella matematica, un collegamento internazionale, ed infatti funzionano come cordate a livello internazionale, intervenendo (con autorevoli lettere di presentazione) in tutti i processi di promozione, anche fuori d Italia. Queste cordate internazionali sono legate da interessi subdisciplinari, e spesso si dedicano alla pratica di citazioni incrociate. In molti casi dispongono addirittura di una rivista internazionale di riferimento, naturalmente ben collocata nella banca dati dell ISI. Un tempo, nelle grandi occasioni di conferimento di premi importanti, come la medaglia Fields in matematica, ed il premio Nobel nelle altre discipline, c erano le comunità nazionali che facevano il tifo o si muovevano con un azione di lobbying a favore del loro candidato. Oggi l azione di lobbying è esercitata da cordate internazionali legate da comuni interessi di ricerca, che si tramutano facilmente in comuni interessi di promozione e di carriera. Gli editori commerciali hanno avuto l abilità di inserirsi in questo mondo scientifico globale, che è diviso tuttavia da interessi disciplinari e di settore, che si traducono in interessi di carriera. Non possiamo pensare di difenderci dallo strapotere degli editori con un ritorno al passato, restituendo il controllo delle pubblicazioni scientifiche alle comunità scientifiche nazionali e alle istituzioni che le rappresentavano. Possiamo però mantenere viva la nostra capacità critica evitando di tramutarci in ignari propagandisti di un sistema all interno del quale si intrecciano interessi estranei alla scienza, e dove sono possibili serie mancanze ai doveri di integrità scientifica, mancanze che, anziché punite, vengono spesso incentivate dal sistema. È perciò importante che in tutte le occasioni in cui siamo chiamati a valutare la ricerca scientifica dei colleghi tentiamo almeno di superare la tirannia dei numeri e degli indicatori e andiamo alla ricerca della sostanza, tenendoci 32 33

17 lontani da indici manipolabili come quello del numero delle citazioni. Persino la banca dati dell ISI può aiutare in una valutazione seria dei lavori scientifici. Ad esempio può essere utile per cercare citazioni significative, da parte di esperti, che indichino il ruolo dei risultati citati nello sviluppo della disciplina. Citazioni di questo tipo sono molto rare e l esplosione del numero delle citazioni ha reso più difficile trovarle. In qualche modo l abuso della banca dati dell ISI e la corsa, più o meno consapevole, a manipolarne gli indicatori, hanno reso impossibile utilizzarla per gli scopi, anche in termini di valutazione, per i quali era stata originariamente creata. Eppure non c è dubbio che solo il contenuto delle citazioni, e naturalmente l autorevolezza di chi cita, possono ragionevolmente fornire un indicazione dell impatto di un lavoro scientifico. Qualsiasi altro uso di indicatori e numeri di citazioni è altamente sospetto. Che sia possibile una valutazione seria della ricerca scientifica, nonostante l esplosione del numero delle pubblicazioni, delle riviste e delle citazioni è dimostrato dal caso dei Research Assessment Exercises che si svolgono in Inghilterra. Non è qui il luogo per descriverli compiutamente. Basta dire che il risultato di queste valutazioni ha conseguenze importanti, a volte devastanti, sulla sorte delle istituzioni universitarie britanniche e sui singoli individui. Esse si basano sull esame di un numero limitato di prodotti della ricerca (quattro in cinque anni) di un numero abbastanza esiguo di individui, e sono affidate a commissioni nazionali a tutti note che si assumono la responsabilità delle decisioni. Siamo quindi ben lontano dal famigerato sistema degli anonymous referees utilizzato in Italia nelle valutazioni dei progetti. Certamente anche i membri di queste commissioni saranno influenzati dai luoghi di pubblicazione degli articoli che esaminano. Ma sono loro stessi responsabili per il loro giudizio e non possono celarsi dietro arcane elaborazioni di numeri provenienti da banche dati di cui nessuno è in grado di garantire l affidabilità. Note 1 Un analisi statistica interessante si trova, ad esempio in Per O. Seglen, Why the Impact Factor of Journals should not be used for evaluating Research, in British Medical Journal, n. 314, 1997, pp

18 Chi ha paura della bibliometria? Daniele Archibugi Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma London School of Economics and Political Science Uno dei compiti principali degli scienziati è misurare i fenomeni. Il progresso scientifico è andato avanti di pari passo con la possibilità di raccogliere informazioni quantitative sulla realtà. Nel corso dei secoli, queste informazioni sono vertiginosamente aumentate, sia in termini quantitativi (si raccolgono dati su più problemi) che in termini qualitativi (i dati raccolti diventano più affidabili e dettagliati). La metrica è stata uno dei fattori più rilevanti del progresso scientifico, e la capacità immaginativa degli scienziati è stata usata per misurare l immisurabile. Gli studiosi non hanno solo inventato metodi per pesare le patate, ma in tempi recenti la metrica si è estesa anche a campi del tutto immateriali. Lo stress, il grado di democraticità di uno Stato, il quoziente intellettuale di un individuo, perfino il sex appeal sono oggi oggetto di misurazione, eseguite molto spesso da membri della comunità scientifica. Gli studiosi giustificano la loro funzione sociale, e il fatto di richiedere alla società di provvedere al proprio mantenimento, anche perché svolgono il ruolo di misuratori. Pensiamo, ad esempio, ai dati meteorologici: non sempre questi dati sono collegati a modelli teorici, ma sono raccolti periodicamente per 37

19 ragioni descrittive. Spesso ci sono anche delle ragioni strumentali: gli accademici hanno, infatti, appreso che è più facile ottenere un finanziamento se ci si propone di creare una nuova banca dati piuttosto che per verificare qualche propria intuizione non compresa dal committente. La mole di dati che hanno prodotto gli scienziati nel corso degli ultimi due secoli è impressionante, così notevole che i contribuenti hanno accettato di buon grado di mantenerli. I dati, infatti, sono spesso di pubblico dominio, e anche quando uno studioso li accumula e li utilizza per fini insoddisfacenti o del tutto sbagliati, possono poi rivelarsi utilissimi per indagini scientifiche di altra natura. Difficile districarsi nell universo dell informazione statistica disponibile. Molti di questi dati non sono di interesse generale, ma possono essere vitali per specifiche categorie. Ad esempio, suppongo che le agenzie di viaggi consultino con supremo interesse i dati della Banca Mondiale sui flussi di turisti (World Bank, World Development Indicators, Washington, D.C., 2003, tab. 6.14), il nostro Ministro della Pubblica istruzione farebbe bene a leggere con attenzione i dati relativi all alfabetizzazione pubblicati dalle Nazioni Unite (UNDP, Annual Report 2002, Oxford, 2002, tab. 10), le femministe e i ministri per le Pari opportunità dovrebbero trovare istruttivi i dati sulle differenze esistenti nella speranza di vita alla nascita pubblicati dalle Nazioni Unite (UNDP, cit., tab. 22). L utilizzazione dei dati spesso prescinde dalle ragioni per cui essi sono stati raccolti e pubblicati. Ad esempio, i dati sul numero di ascensori sono raccolti dalle imprese produttrici per ragioni industriali. Eppure, queste informazioni statistiche si dimostrarono molto utili per i programmi demografici delle Nazioni Unite. Poiché due fattori determinanti della crescita demografica sono il reddito e la concentrazione urbana, e poiché gli ascensori sono positivamente correlati ad entrambi i fattori, il numero degli ascensori si dimostrò utile per fare proiezioni demografiche (più elevato è il numero di ascensori in un area e più è contenuto il suo tasso di sviluppo demografico). Il caso suscitò salutare ilarità: per risolvere il problema demografico della Cina o dell India disse qualcuno basta dunque costruire molti ascensori nel mezzo delle campagne più popolate? Dietro la domanda c era la solita incomprensione tra il metro e il fenomeno: tutti noi, da bambini, abbiamo sperato di farci passare la febbre rompendo il termometro o immergendo la colonnina del mercurio nell acqua gelata. Con la maturità, che spesso non si raggiunge neppure frequentando un dottorato di ricerca, molti ma non tutti hanno appreso che la causalità è leggermente diversa. Trovo sorprendente che la comunità scientifica, gruppo di persone che giustifica la propria funzione sociale perché genera dati, sia così spesso ostile alla raccolta di dati che riguardano se stessa. Questa ostilità non è totale. Non mi è mai capitato di incontrare ostilità perché si raccolgono dati sull età media dei docenti universitari, sulla loro suddivisione in uomini e donne, sulla fascia retributiva. E sono sicuro che non ci sarebbero contestazioni neppure se qualcuno volesse raccogliere informazioni sul numero di docenti che portano gli occhiali o che vanno all università in bicicletta. Ma quando si tratta di produrre dati relativi alla produzione scientifica o didattica dei docenti, si scatena un fuoco di fila. Un rappresentante degli studenti, raccolte le lagnanze dei suoi colleghi sulle difficoltà a trovare un docente disposto a seguirli per le tesi di laurea, propose durante un Consiglio di Facoltà di affiggere in bacheca il numero di laureandi di ciascun docente: provocò una cagnara tale che il Preside fu costretto a sospendere la seduta. Ancora più forte è l opposizione nei confronti degli indicatori bibliometrici. In questo caso, non si tratta di un indicatore dell attività didattica, ma dell attività di ricerca scientifica. Il 38 39

20 nervo scoperto degli accademici è così sensibile che si arriva a vere e proprie posizioni oscurantiste, quasi che la raccolta stessa dei dati, prima ancora che la loro utilizzazione, sia un offesa alla comunità scientifica e all onore personale degli studiosi. Come si spiega questa reazione? Gli indicatori bibliometrici hanno infiniti usi. Tra l altro, possono essere utilizzati per misurare: 1) la capacità scientifica dei Paesi (quante pubblicazioni ha prodotto in un anno l Italia e quante la Francia?); 2) la specializzazione scientifica di un Paese (qual è la quota delle pubblicazioni italiane nel campo della matematica e quale nel campo della fisica?); 3) le attività scientifiche svolte nelle varie regioni (quante pubblicazioni scientifiche vengono generate in Sicilia e quante in Sardegna?); 4) le attività scientifiche di una università, di una facoltà o di un dipartimento, e metterle a confronto con altre istituzioni comparabili (quante sono le pubblicazioni dell Università di Roma e quante quelle dell Università di Madrid? E qual è il rapporto tra i dipartimenti di economia di Roma e Madrid?); 5) le interazioni tra i vari settori disciplinari (quanti sono gli articoli di matematica citati negli articoli di fisica e viceversa?); 6) le dinamiche demografiche della comunità scientifica (come è distribuita la produzione di articoli per fasce d età?); 7) le differenze per fasce di età tra le varie discipline (è vero che i fisici danno contributi rilevanti molto più precocemente degli storici?); 8) le differenze per sesso (a quanto ammonta la produzione femminile sul totale delle pubblicazioni, e quanto sta aumentando in Svezia e in Turchia?); 9) le collaborazioni scientifiche internazionali (quante sono le pubblicazioni in collaborazione tra italiani e tedeschi e tra italiani e francesi?); 10) la produttività scientifica, qualitativa e quantitativa, di ciascuno studioso (quanti articoli hanno pubblicato Tizio e Caio? E quante volte sono stati citati dai loro colleghi?). La lista è, ovviamente, del tutto insoddisfacente, e basterebbe prendere le annate delle riviste che si occupano di scienza della scienza (tra le quali Research Policy, Scientometrics, Science and Public Policy, Technological Forecasting and Social Change, Science, Technology and Human Values ) o anche riviste generaliste quali Science e Nature per rendersi conto che i dati bibliometrici possono essere usati per molti altri scopi. Tra tutti questi usi, l ostilità della comunità scientifica è in genere riservata ad un solo uso, il decimo. La ragione è assai semplice: a nessuno, neppure agli accademici, piace essere valutato. Il problema è tutt altro che nuovo. Quando nel nostro Paese le banche e gli uffici postali hanno tentato di contabilizzare il numero di operazioni svolte da ciascun impiegato addetto allo sportello, i lavoratori si sono opposti. Gli impiegati hanno fatto presente che occorreva prendere in considerazione tanti fattori diversi, e che il solo conteggio delle operazioni, ignorando il livello di istruzione dei clienti (all analfabeta bisogna scrivere il modulo, al commercialista no), non consentiva di considerare affidabile l indicatore numero di operazioni svolte. Non credo che avessero torto: è probabile che in alcune aree, dove il livello di istruzione dei clienti è più alto, ci sia meno lavoro per gli impiegati e viceversa, così come è probabile che fornire un estratto conto richieda meno tempo di dare un libretto degli assegni. Eppure, la mente allenata di un accademico (specie quando si trova in fila per eseguire un operazione in banca o alla posta) 40 41

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