La microbiologia enologica
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- Costanza Berardi
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1 >> TECNICA / CANTINA LA SELEZIONE E IL MITO DEI LIEVITI AUTOCTONI di Paolo Giudici 1, Lisa Solieri 1, Luciana De Vero 1,2 Il termine autoctono è inappropriato a descrivere i lieviti naturalmente presenti. I lieviti non conoscono la geografia! Più che derivare da isolamenti casuali, i ceppi più efficaci sono il risultato di programmi di miglioramento. Dalla selezione per caratteri si identificheranno gli starter del futuro La microbiologia enologica italiana vanta una tradizione gloriosa grazie a ricercatori di grande valore scientifico fra cui menzioniamo solo alcuni per esigenze di spazio: de Rossi, Castelli, Sacchetti, Florenzano e Zambonelli. I loro studi hanno posto l attenzione sull evoluzione della popolazione microbica durante la fermentazione alcolica dei mosti e la successione delle specie descritta ha piena validità anche oggi. 1 Dipartimento di Scienze Agrarie e degli Alimenti, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, via Giovanni Amendola 2, Padiglione Besta, Reggio Emilia. 2 Curatore collezione dipartimento. >> Fig. 1 / Cellule di Torulaspora delbruekii fotografate al microscopio ottico (ingrandimento 40x) coltivate in terreno YPD (Yeast extract, Peptone, Dextrose) ed incubate a 27 C per 48 ore. Le fermentazioni spontanee Nel corso dei decenni lo studio dei lieviti indigeni e della loro successione in vinificazione è stato ripetuto con tecniche sempre più avanzate, ma ottenendo risultati simili. Si può generalizzare che la successione delle specie durante la fermentazione alcolica nelle regioni temperate idonee alla crescita della Vitis vinifera è sempre la stessa: si Riassunto La scelta del ceppo di lievito influenza il successo della fermentazione alcolica dei vini e modula profondamente la qualità del prodotto finale. Analisi molecolari hanno portato ad una profonda revisione della tassonomia dei lieviti ed hanno facilitato gli studi ecologici delle fermentazioni spontanee dei mosti, evidenziando l esistenza della specie Saccharomyces cerevisiae in habitat naturali non antropici. Le specie riscontrate sulle uve sono in numero elevato e maggiore che non nei mosti e nei vini, dove esiste una forte pressione selettiva del mezzo e delle condizioni tecnologiche impiegate. In generale, più stringenti sono le condizioni di crescita, minore è il numero di specie in grado sviluppare.s.cerevisiae è la specie più alcool tollerante ed è per questa ragione che a fine fermentazione è sempre la più rappresentata, nonostante sia poco frequente sulle uve. Queste osservazioni hanno suggerito la tesi della domesticazione della specie S. cerevisiae e quella dei lieviti autoctoni, ma le evidenze a supporto non possono essere considerate sufficienti. In particolare, la tesi dei lieviti autoctoni è debole, specie nel passaggio che attribuisce ai lieviti autoctoni un contributo significativo nella qualità dei vini corrispondenti. I buoni ceppi di lievito sono il risultato di un programma di selezione e miglioramento genetico e, solo raramente, l oggetto di un isolamento casuale. In questo articolo discutiamo il significato dei termini domesticazione ed autoctono in biologia, suggerendo che il termine autoctono marca troppo il rapporto tra luogo, tempo e ceppo, lasciando intendere una dipendenza non dimostrata. Il termine indigeni è molto più appropriato per definire i lieviti presenti in un mosto, in una cantina o in un vigneto, e con esso si intendono i lieviti presenti in un determinato momento, senza pretese di continuità temporale. 48 VIGNEVINI n.4 aprile 2010
2 TECNICA / CANTINA << Tab. 1 / Tassonomia e importanza enologia delle principali specie di lievito non Saccharomyces presenti nelle fermentazioni spontanee Genere Specie* Sinonimi** Importanza enologica Brettanomyces (anamorfo di Dekkera) B. bruxellensis Non hanno un ruolo definito nella vinificazione, producono elevate quantità di acido acetico, alteranti dei vini in barrique C. colliculosa Torula colliculosa C. mycoderma Saccharomyces mycoderma C. pulcherrima Torula pulcherrima Candida Cryptococcus stellatus C. stellata Saccharomyces stellatus Adatto a temperature < 20 C C. valida Mycoderma valida C. vini Eutorula vini Privo di attività fermentativa, Mycoderma vini agente responsabile della fioretta Debaryomyces D. hansenii Pichia hansenii Saccharomyces hansenii H. guillermondi Hanseniaspora guilliermondii Willia guilliermondii H. occidentalis Hanseniaspora Basso potere fermentativo, molto sensibili alla SO 2 H. uvarum Kloeckeraspora uvarum Kloeckera apiculata H. valbyensis Endomyces valbyensis Kloeckeraspora valbyensis H. vineae Kloeckeraspora vineae H. anomala (=Wickerhamomyces anomalus) I. occidentalis Hansenula anomala Pichia anomala Saccharomyces anomalus Prime fasi della fermentazione spontanea di mosti non solfitati, bassa attività fermentativa Issatchenkia Candida krusei I. orientalis Pichia orientalis Saccharomyces krusei Kloeckera Kl. apiculata Saccharomyces apiculatus Prime fasi della fermentazione spontanea di mosti non solfitati, basso potere alcoligeno, adatto a temperature < 20 C Kluyveromyces Bassa produzione di alcol, bassa produzione di acido acetico Metschnikowia Pichia Saccharomycodes Schizosaccharomyces Provoca intensa fermentazione malo lattica Torulaspora K. marxianus K. thermotolerans (=Lachancea thermotolerans) M. pulcherrima P. membranifaciens Sacch. ludwigii Schiz. japonicus (=Hasegawaea japonica) Schiz. pombe T. delbrueckii Dekkeromyces marxianus Saccharomyces marxianus Debaryomyces membranifaciens Saccharomyces membranifaciens Octosporomyces japonicus Debaryomyces delbrueckii Saccharomyces delbrueckii Modesta produzione di alcol e alta produzione di acido acetico Privo di attività fermentativa, responsabile della fioretta Unico agente della fermentazione nei mosti con alta quantità di SO 2 Vigorosa attività fermentativa Ottima attività fermentativa Forte vigore fermentativo, usato nei processi di rifermentazione in bottiglia Buona attività fermentativa ed elevata osmofilia Saccharomyces bailii Zygosaccharomyces Z. bailii Torulaspora bailii * (= nome corrente) **Sono riportati solo alcuni dei sinonimi. L elenco completo ed i riferimenti bibliografici sono reperibili nel sito: (data di accesso: marzo 2010). In rosso: importanza enologica comincia con l'azione di lieviti di forma apiculata e in un secondo tempo appaiono delle cellule di forma ovale, ellittiche o allungate le quali prendono il sopravvento sulle prime portando a termine il processo fermentativo. In particolare i lieviti dei generi Kloeckera, Hanseniaspora e Candida predominano nelle prime fasi, seguiti da diverse specie di Metschnikowia e Pichia e, a volte, di Issatchenkia e Kluyveromyces nelle fasi centrali, quando la concentrazione dell'etanolo arriva al 3 4 % (Fleet e Heard, 1993; Mortimer et al. 1994). I lieviti non Saccharomyces contribuiscono in maniera significativa alla fermentazione, dal momento che essi raggiungono popolazioni superiori a cellule/ml (Fleet et al.1984; Heard e Fleet, 1986), influenzando non solo la composizione del vino ma anche lo sviluppo di Saccharomyces (Lema et al.1996). Infatti, con l aumento della concentrazione alcolica nel mosto in fermentazione, le condizioni ambientali diventano progressivamente più restrittive per lo sviluppo dei lieviti non Saccharomyces, consentendo in tal modo ai lieviti Saccharomyces, generalmente dotati di un maggiore potere alcoligeno, di prendere il sopravvento e di portare a termine il processo fermentativo (Castelli, 1954; Amerine et al.1982; Lafon Lafourcade, 1983). Tuttavia, gli stessi lieviti apiculati hanno dimostrato, in alcuni casi, di sostenere da soli e in modo soddisfacente la vinificazione (Caridi e Ti VIGNEVINI n.4 aprile
3 >> TECNICA / CANTINA ni 1994; Tini et al. 1979; Garoglio, 1981). Inoltre, le basse temperature di fermentazione (10 15 C) sono considerate favorevoli allo sviluppo preferenziale dei lieviti apiculati, in particolare, incrementano la tolleranza all etanolo delle specie Hanseniaspora e Candida, al punto che questi lieviti non scompaiono e diventano specie dominanti accanto a S. cerevisiae per un tempo più lungo (Heard e Fleet, 1988; Erten, 2002). Oltre a S. cerevisiae, poche altre specie hanno la possibilità di intervenire nelle ultime fasi della fermentazione e in quelle centrali, in quanto dotate di un discreto potere alcoligeno: si tratta di Torulaspora delbrueckii (Fig.1) e Zygosaccharomyces bailii, che occasionalmente possono anche sostituire lo stesso S. cerevisiae, e di varie specie del genere Schizosaccharomyces (Schizosacch. pombe e Schizosacch. japonicus). Altri lieviti il cui intervento è del tutto marginale, sono rappresentati da Saccharomycodes ludwigii (Fig.2), Metschnikowia pulcherrima e alcune specie del genere Brettanomyces (Zambonelli, 1988). Al termine della fermentazione poi, se non viene impedito in qualche modo il contatto con l'aria atmosferica, è inevitabile lo sviluppo dei lieviti della fioretta (principalmente Pichia membranifaciens, Candida vini e Hansenula anomala). Questi sono privi di attività fermentativa, formano veli superficiali spessi e fragili, si moltiplicano respirando l'alcool etilico e Tab. 2 / Tassonoma e importanza enologia di alcune specie del genere Saccharomyces S. cerevisiae S. bayanus S. exiguus Genere/specie Sinonimi** Importanza enologica S. kluyverii (=Lachancea kluyveri*) S. uvarum Kazachstania exigua Torulaspora exigua Torulaspora kluyveri Saccharomyces bayanus var. uvarum Saccharomyces cerevisiae subsp. uvarum provocano una netta diminuzione del grado alcolico (Zambonelli 1988). Le possibili varianti, soprattutto in termini quantitativi, al quadro microbiologico sopra delineato sono innumerevoli in quanto lo sviluppo e l attività di ogni specie dipendono da numerosi fattori come la tipologia delle specie presenti, la loro abbondanza relativa all inizio del processo fermentativo, la cinetica di crescita, l entità dello sviluppo e la persistenza di ciascuna popolazione (Lambrechts e Pretorius, 2000). In tabella 1 e 2 riportiamo le specie di maggiore importanza per il settore enologico (per l elenco completo dei sinonimi ed i relativi riferimenti bibliografici si rimanda al sito: I caratteri tecnologici riportati Elevato vigore fermentativo, elevato potere alcoligeno, buona tolleranza all SO 2, elevata adattabilità alle diverse condizioni Resistenza alle basse temperature, adatto per le rifermentazioni Adatto alle fermentazioni a basse temperature * (= nome corrente). **Sono riportati solo alcuni sinonimi. L elenco completo ed i riferimenti bibliografici sono reperibili nel sito: (data di accesso: marzo 2010). In rosso: importanza enologica >> Fig. 2 / Cellule di Saccharomycodes ludwigii fotografate al microscopio ottico (ingrandimento 40x) coltivate in terreno YPD (Yeast extract, Peptone, Dextrose) ed incubate a 27 C per 48 ore. sono da intendersi come caratteri medi delle singole specie perché esistono forti variabilità intraspecifiche. La classificazione L identificazione e la classificazione dei lieviti si basa su informazioni differenti. In prima istanza, le proprietà fenotipiche e morfologiche sono state una fonte di informazione solida e consistente sulla quale si è basata la formazione dei ranghi tassonomici. In seguito, altre fonti di informazione sono state riconosciute nei polimeri costitutivi della cellula (polisaccaridi, proteine, lipidi) (Tanaka et al., 1966) e nei polimeri detentori dell informazione genetica (DNA ed RNA). La disponibilità di tecniche di indagine molecolare sempre più avanzate ha portato a profondi cambiamenti nella tassonomia dei lieviti. Per quanto riguarda il genere Saccharomyces, negli 50 VIGNEVINI n.4 aprile 2010
4 TECNICA / CANTINA << Tab. 3 / Proprietà genomiche dei ceppi da vino in comparazione a ceppi di laboratorio Proprietà genomiche Omotallismo Polimorfismo cromosomico Polimorfismo di singoli nucleotidi (SNP) Cambiamento del numero di copie geniche a) Duplicazioni Extra copie dei geni ADH2 e ADH3 b) Delezioni Delezioni dei geni ASP Delezioni dei geni HXT Riarrangiamenti genici massivi Traslocazione fra il promoter del gene ECM34 e la regione 5 del gene SSU Presenza di nuovi geni Descrizione Interconversione del tipo sessuale Variazione nel numero e nella dimensione dei cromosomi Geni HO Cromosoma Variazione di singoli nucleotidi v Variazione nel numero di copie di geni generalmente subtelomerici o vicini ad elementi trasposonici Ty Incremento del numero di copie geniche Diminuzione del numero di copie geniche Promoter del gene ECM34 controlla l espressione del gene SSU Geni presenti in ceppi industriali ed assenti in ceppi di laboratorio v: localizzazione variabile, nd: non determinato v ADH2, ADH3 IV v XIII Funzione Ceppi Fenotipo Bibliografia endonucleasi necessaria per la conversione del locus MAT Incremento del numero di geni; protezione da danni ambientali generazioni di nuovi alleli alcool deidrogenasi ASP3 XII asparaginasi HXT9 HXT11 HXT12 SSU e ECM34 X XV IX XVI VIII Ceppi da vino spore auto fertili aneuploidia v Ceppi isolati da vino Sherry Starter commerciali da vino ossidazione dell etanolo durante l invecchiamento dei vini Mortimer 2000 Carro et al., 2003; Codon et al., 1998; Bakalinski e Snow 1990 Borneman et al., 2008; Dunn et al., 2005 Guijo et al. (1997) nd Dunn et al trasportatori di esosi nd Dunn et al SSU: Trasportatore transmembrana dei solfiti necessario per l efficiente effuso dei solfito ECM34: funzione sconosciuta SDL1 IX serina deidratasi Ceppo da vino T73 Ceppo da vino AWRI1631 resistenza ai solfiti Perez Ortin et al., 2002 nd Borneman et al., 2008 ultimi 100 anni, la sua classificazione sono suddivisione in specie sono da sempre oggetto di continue revisioni (Ranieri e Pretorius, 2000). Attualmente il genere è suddiviso, in maniera non formale, in Saccharomyces sensu stricto e in Saccharomyces sensu lato (van der Walt, 1970). ISaccharomyces sensu stricto comprendono i lieviti che danno le fermentazioni alcoliche più vigorose e più intense, quelli tipici del vino, della birra e del pane. I Saccharomyces sensu lato sono costituiti da diverse specie che possiedono le caratteristiche tassonomiche del genere ma che non sono altrettanto vigorosi come i precedenti ed hanno altri habitat. Allo stato attuale (Kurtzman, VIGNEVINI n.4 aprile
5 >> TECNICA / CANTINA 2003), il gruppo dei Saccharomyces sensu stricto comprende 7 specie: >>1. Saccharomyces bayanus Saccardo (1895); >>2. Saccharomyces cariocanus Naumov, James, Naumova, Louis & Roberts (2000); >>3. Saccharomyces cerevisiae Mayen ex E.C. Hansen (1883) (type species of the genus Saccharomyces). >>4. Saccharomyces kudriavzevii Naumov, James, Naumova, Louis & Roberts (2000). >>5. Saccharomyces mikatae Naumov, James, Naumova, Louis & Roberts (2000). >>6. Saccharomyces paradoxus Bachinskaya (1914). >>7. Saccharomyces pastorianus E.C. Hansen (1904). Saccharomyces cerevisiae rimane la specie più importante che include la maggior parte delle razze fisiologiche e dei ceppi delle precedenti >> Fig. 3 / Cellule di Candida stellata fotografate al microscopio ottico (ingrandimento 40x) coltivate in terreno YPD (Yeast extract, Peptone, Dextrose) ed incubate a 27 C per 48 ore. Tab. 4 / Definizione di flora gastrointestinale adattata da Berg (1996). classificazioni. I continui cambiamenti tassonomici hanno indotto spesso a numerose confusioni in campo enologico, per cui è frequente usare nomi di specie non più riconosciute, o ancor più grave usare omonimi per specie con caratteristiche tecnologiche opposte. Ad esempio, la specie Saccharomyces bayanus è stata declassata a razza fisiologica e poi nuovamente elevata alla piena dignità di specie. Ciò che ancor più complica la vita ai non addetti ai lavori è che alla specie sono stati in passato attribuiti ceppi molto alcool tolleranti ed indicati per le fermentazioni di vini molto alcolici, mentre attualmente la specie S. bayanus comprende anche ceppi melibiosio positivi e criotolleranti che spesso hanno una bassa alcool tolleranza (Giudici et al. 1999; Rainieri et al. 1999). In aggiunta, tali ceppi hanno proprietà tecnologiche del tutto particolari: producono alte quantità di glicerolo, di acido succinico e di acido malico e quantità di acido acetico estremamente basse (Zambonelli et al., 1993; Kishimoto et al., 1994; Zambonelli et al., 1997; Rainieri et al., 1998; Castellari et al. 2002). Tali ceppi costituiscono un gruppo omogeneo dal punto di vista molecolare, fenotipico e tecnologico tanto che è stata proprosta una specie distinta da S. bayanus, chiamata S. uvarum (Rainieri et al., 1998). Il risultato finale è che, in campo enologico, sono contemporaneamente in uso tutte le accezioni: S. bayanus in senso storico, S. bayanus comprendente il gruppo dei S. uvarum criotolleranti e la specie S. uvarum. Autoctona Normale Patogena Autoctona Alloctona Definizione di microflora GI secondo Dubos et al. (1965) Microrganismi presenti durante l evoluzione di un animale e perciò presenti in tutte le comunità di una particolare specie animale. Microrganismi che si stabiliscono in tutti i membri di una particolare comunità di una specie animale ma non necessariamente in tutte le comunità di questa specie animale. Microrganismi acquisiti accidentalmente e perciò non normalmente presenti in tutti i membri di una comunità di una specie animale. Definizione di microflora GI secondo Savage (1977) Microrganismi residenti in tutte le comunità di una particolare specie animale con le seguenti proprietà: possibilità di crescere nel tratto GI di un animale; sempre presenti nel tratto GI di un normale adulto; colonizzano particolari tratti GI, habitat o nicchie; mantengono stabile climax GI; spesso intimamente associati con la mucosa e l epitelio GI. Microrganismi non necessariamente presenti in tutte le comunità ne presenti in tutti i membri di una singola comunità animale. S.cerevisiae: origine controversa Benché S. cerevisiae sia la specie responsabile della fermentazione alcolica e domini la fase finale della fermentazione, essa è difficilmente isolabile dalle bacche degli acini d uva e dai suoli della vigna (Phaff et al. 1978; Rosini et al., 1982; Martini e Vaughan Martini, 1990, 1995; Martini et al. 1996). Al contrario S. cerevisiae è estremamente abbondante su tutte le superfici della cantina (Rosini 1984; Constantini et al., 1997; Santamaria et al., 2005; Mercado et al., 2007). 52 VIGNEVINI n.4 aprile 2010
6 TECNICA / CANTINA << Tab. 5 / Modulazione della qualità dei vini mediante utilizzo di specie non Saccharomyces in colture multistarter con S. cerevisiae Candida Genere e specie Multistarter* in combinazione con S. cerevisiae Riferimenti bibliografici C. pulcherrima C. stellata Queste osservazioni hanno portato ad ipotizzare che S. cerevisiae sia una specie domesticata associata all attività antropica ed originata da Saccharomyces paradoxus, un lievito frequentemente associato in natura agli insetti, agli essudati delle piante (Legras et al., 2007) e agli acini d uva (Redžepović et al. 2002). L ipotesi della domesticazione ha suggerito che specifici ceppi di S. cerevisiae possono presentare un adattamento a determinati microambienti e che ceppi isolati da una data microarea sono i più idonei per produrne i vini, dando origine al mito dei lieviti autoctoni (Martini e Vaughan Martini 1990). Pur convenendo sull esiguità di S. cerevisiae sugli acini d uva integri (la popolazione iniziale di S. cerevisiae sugli acini è stata stimata essere fra 10 2 e 10 3 cellule per acino), altri autori hanno dimostrato che le cellule di S. cerevisiae sono numerose sulle bacche di uva alterate ( cellule per acino), come pure negli alveari e nelle api e che pochi acini alterati possono costituire un importante fonte di inoculo dei mosti (Mortimer e Polsinelli,1999; Torok et al., 1996). Negli acini danneggiati l intensa competizione con altri microrganismi porta alla selezione di ceppi di S. cerevisiae capaci di crescere ad alti livelli di etanolo, bassi valori di ph e in presenza di numerosi stress osmotici (Landry et al. 2006; Replansky et al. 2008). L esistenza di S. cerevisiae come specie distinta non correlata ad attività umane è stata dimostrata in numerosi lavori. Al pari di S. paradoxus, S. cerevisiae è frequentemente associato a essudati di quercia e al suolo (Naumov et Incremento dell aroma fruttato, della concentrazione di alcoli superiori, terpenoli ed esteri Incremento del glicerolo, consumo del fruttosio Modulazione della componente aromatica Rodriguez et al. (2010) Ciani e Comitini (2006) Jolly et al. 2003; Soden et al. (2000) C. cantarelli Aumento del glicerolo Toro e Vazquez (2002) Debaryomyces vanriji Hanseniaspora H. guillermondii Incremento delle β glucosidasi, modulazione della componente aromatica (aumento geraniolo) Incremento dei composti volatili e della produzione di glicosidasi e proteasi Garcia et al. (2002) Capace et al. (2005) Incremento degli esteri dell acetato Rodriguez et al. (2010) Incremento degli alcoli superiori Moreira et al. (2008) H. uvarum Incremento degli alcoli superiori Moreira et al. (2008) H. uvarum/k. apiculata Incremento dei composti volatili e degli alcoli superiori Gil et al. (1996) Kloeckera Kl. apiculata Incremento del n propanolo, riduzione dell acetoino Zironi et al. (1993) Kl. apiculata/t. delbrueckii Kluyveromyces thermotolerans Metschnikowia pulcherrima Pichia P. anomala Modulazione della componente volatile Herraiz et al. (1990) Diminuzione dell acido acetico; incremento di terpenoidi; incremento di acido lattico Mora et al. (1990) Incremento della componente aromatica Parapouli et al. (2009) Incremento degli esteri dell acetato Rojas et al. (2003) Incremento delle esterasi Kurita (2008) P. kluyveri Incremento dei tioli (3 mercaptoexanol acetato o 3MHA) Anfang et al. (2008) P. fermentas Incremento degli alcoli superiori Schizosaccharomyces pombe Torulaspora delbrueckii Clemente Jimenez et al. (2005) Consumo di acido malico Silva et al. (2003) Diminuzione dell acidità volatile Moreno et al. (1991); Bely et al. (2008) Alta produzione di terpenoidi King e Dikinson (2000) *si intendono sia colture miste che inoculi sequenziali fra specie non Saccharomyces e S. cerevisiae. al., 1998; Sniegowski et al. 2002) ed è stato isolato in habitat naturali distinti dall ambiente vigna (Slavikova e Vadkertiova 1997). Fay e Benavides (2005) hanno stimato che ceppi isolati da vino potrebbero essere evolutivamente derivati da popolazioni naturali di S. cerevisiae non VIGNEVINI n.4 aprile
7 >> TECNICA / CANTINA >> Fig. 4 / Cellule di Pichia anomala fotografate al microscopio ottico (ingrandimento 40x) coltivate in terreno YPD (Yeast extract, Peptone, Dextrose) ed incubate a 27 C per 48 ore. associate con la produzione di bevande alcoliche. Recentemente le moderne tecniche di sequenziamento hanno fornito nuove informazioni riguardanti la variabilità genetica intraspecifica ed hanno aperto la possibilità di correlare variazioni del fenotipo a variazioni del genoma. Liti et al. (2009) suggeriscono una consistente differenza evolutiva tra il lievito selvaggio S.paradoxus e il domestico S. cerevisiae (Liti et al., 2009). Benché questi studi siano ancora ad uno stadio iniziale ed il numero di individui analizzati sia ancora estremamente basso, è possibile dire che ceppi dis.cerevisiae ad uso enologico presentano una serie di caratteristiche genetiche distintive rispetto ai ceppi di laboratorio: sono estremamente variabili per numero di set cromosomici (ploidia), mostrano numerosi amplificazioni o delezioni geniche, cambiamenti nel numero di cromosomi e massivi riarrangiamenti cromosomici rispetto (Tab. 3). Questi dati preliminari non sostengono la tesi della domesticazione, ma suggeriscono che la plasticità genomica fornisce diversità genetica su cui i meccanismi di selezione naturale possono operare. Il vino è un ambiente estremamente selettivo che esercita una forte pressione per cui è atteso che i ceppi dis.cerevisiae isolati nel vino abbiano riarrangiamenti genici e proprietà genomiche differenti da ceppi di S. paradoxus o di S. cerevisiae isolati in altre nicchie. Tuttavia, non si possono usare queste evidenze per dire che i lieviti isolati in un dato vino siano i migliori per produrre quel vino, perché non c è nessuna pressione selettiva che guidi la selezione del ceppo che fa il vino di nostro gradimento. Domesticazione: un po di chiarezza La tesi della domesticazione di S. cerevisiae è molto suggestiva ed ha portato all idea dei lieviti del territorio, i cosiddetti lieviti autoctoni, selezionati in quel particolare ambiente e che conferiscono qualità peculiari ai vini del luogo. Alcuni autori sostengono che ceppi simili possano essere riscontrati nella cantina in anni successivi e che questi ceppi autoctoni o residenti abbiano un ruolo importante nella fermentazione spontanea dei mosti (Ciani et al., 2004; Mercado et al., 2007). Altri sostengono che i dati a sostegno di queste ipotesi sono ancora estremamente limitati (Fleet 2008) e non tengono conto di molti altri fattori che influenzano le dinamiche di popolazione durante la fermentazione spontanea, come le procedure di spremitura delle uve, il loro grado di maturazione, la macerazione a freddo, la qualità dei processi di sanitizzazione degli attrezzi di cantina (Hierro et al., 2006; Sturm et al., 2006). L unico dato costante è sempre l elevato numero di cellule di S. cerevisiae a fine fermentazione. L esiguità di S. cerevisiae sulle uve e la sua abbondanza nei mosti trova una spiegazione nella pressione selettiva esercitata dal mezzo che penalizza le specie meno idonee a vantaggio di S. cerevisiae. La fermentazione alcolica in cui incorrono i mosti frigoconservati fornisce un valido esempio di pressione selettiva: i ceppi isolati con grandissima frequenza e responsabili di tale fermentazione sono tutti criotolleranti ed appartenenti alla specie S. uvarum. Tale specie è difficilmente isolabile nel vigneto o nei mosti a temperatura ambiente. Ciò non dimostra che sia una specie evoluta in cantina con l impiego del freddo, ma soltanto che le basse temperature ne hanno favorito la crescita. Mosto e acini danneggiati esercitano pressioni selettive similari: in tali ambiente strettamente selettivi le specie non S. cerevisiae, frequenti sulle bacche sane, risultano svantaggiate, consentendo la crescita di una specie fortemente minoritaria ma altamente alcool tollerante come S. cerevisiae. L esistenza di S. cerevisiae come specie distinta in habitat naturali non correlati ad attività umane ed il ruolo della pressione selettiva come forza modificatrice del rapporto fra le specie pongono seri dubbi sulla validità della tesi della domesticazione in senso stretto. Il termine domesticazione (dal latino domesticus) infatti indica il processo attraverso cui una popolazione di animali o piante si adatta al controllo umano attraverso un processo di selezione artificiale. Infatti è opportuno ricordare che, al pari di una pianta o di un animale, affinché si possa definire domesticato un lievito, è necessario dimostrare che il lievito abbia acquisito caratteristiche vantaggiose per l uomo attraverso la sua attività intenzionale o meno. Diamond (2002) fornisce un ottima definizione di specie domesticata: è una specie allevata in cattività e perciò modificata rispetto al suo antenato selvaggio in un modo da essere più utile per l uomo che ne controlla la riproduzione ed l accesso al cibo. Domestica 54 VIGNEVINI n.4 aprile 2010
8 TECNICA / CANTINA << zione è perciò un concetto distinto dal mero addomesticamento di animali nati selvaggi. Diamond fa l esempio di alcune specie di elefanti africani, utilizzati per secoli come animali da soma ma non per questo domesticati, non essendo la loro riproduzione sotto il controllo umano. Se consideriamo queste evidenze e le applichiamo alla microbiologia enologica, prende forza l ipotesi alternativa alla domesticazione: le condizioni che si vengono a creare durante le fermentazioni spontanee selezionano quegli isolati naturali che presentano casualmente le migliori caratteristiche alcooligene e di alcool tolleranza e questi isolati sono stati utilizzati dall uomo per la produzione di bevande fermentate. Un altro punto da sottolineare è che l analogia lieviti piante e animali domestici non regge perché la procedura di domesticazione di piante ed animali ha richiesto l intervento volontario, sebbene empirico, dell uomo. La volontarietà nella scelta dei riproduttori, delle piante migliori ha di fatto determinato una forte pressione selettiva sui ricombinanti naturali guidandone l evoluzione. Anche al giorno d oggi, nonostante Mendel e la biologia molecolare, la strategia è sempre la stessa: isolare, produrre, selezionare ed impiegare i ricombinanti più idonei agli obiettivi desiderati. Autoctoni ed indigeni: non solo una questione semantica In microbiologia medica, il >> Fig. 5 / a) Collezione di ceppi di lievito conservata a +4 C in terreno YPDA (Yeast Extract, Peptone, Dextrose, Agar). b) Collezione di ceppi di batteri lattici e batteri acetici conservata a +4 C in terreni specifici di mantenimento. termine autoctono viene generalmente utilizzato per indicare microorganismi presenti in nicchie ristrette e ben definite, dove la pressione selettiva esercitata è costante nel tempo. In particolare il termine è stato inizialmente introdotto per descrivere i microrganismi del tratto gastrointestinale (GI) e poi successivamente mutuato alla microbiologia alimentare. In Tabella 4 sono riportate le definizioni dei rispettivi termini utilizzati per descrivere la microflora del tratto GI degli animali. Per poter utilizzare l aggettivo autoctono propriamente anche in microbiologia alimentare, un microrganismo deve sempre essere presente nell alimento o nell ambiente di riferimento. In campo enologico il concetto dei lieviti autoctoni è stato spinto fino alla specificità della cantina, ipotizzando la presenza di lieviti caratteristici per ogni singola cantina. Se così fosse in ognuna dovremmo poter isolare sempre gli stessi ceppi e ciò non è dimostrato. Invece, nostre esperienze su mosti in fermentazione di diverse cantine escludono la presenza di lieviti specifici di cantina o di territorio. Inoltre la continua cross contaminazione fra vigna e cantina, probabilmente mediata da insetti, uccelli, acque di scarico e dalle bucce degli acini nei siti di smaltimento escludono di poter considerare la cantina come nicchia ristretta e definita (Phaff e Starmer 1987; Mortimer e Polsinelli 1999; Valero et al. 2005; Ribereau Gayon et al. 2006; Mercato et al., 2007). Altri fattori contribuiscono a rendere difficile la colonizzazione stabile della cantina da parte di ceppi autoctoni: la discontinuità intrinseca al processo enologico e la sanitizzazione degli ambienti e degli attrezzi della cantina. Tutti questi elementi depongono a sfavore dell utilizzo di questo termine per indicare i lieviti presenti in un vino e il termine indigeno sembra più corretto. Il termine autoctono marca troppo il rapporto tra luogo, tempo e ceppo, lasciando intendere una dipendenza non dimostrata. Il termine indigeni è molto più appropriato per definire i lieviti presenti in un mosto, in una cantina od in un vigneto, e con esso si intendono i lieviti presenti in un determinato momento, senza pretese di continuità temporale. VIGNEVINI n.4 aprile
9 >> TECNICA / CANTINA Fig. 6 / a) Composizione della collezione microbica del Dipartimento di Scienze Agrarie e degli Alimenti (DIPSAA). b) Fonti di isolamento dei ceppi di lievito della collezione microbica del DIPSAA La selezione per caratteri La scelta del ceppo di lievito per vinificazione è il fattore che maggiormente influenza il successo della fermentazione alcolica dei vini. La selezione ed il miglioramento genetico di uno ceppo microbico deve essere effettuato sulla base di specifiche funzioni ed abilità, piuttosto che sulla base della sua fonte di isolamento o sulla sua provenienza geografica (Giudici et al., 2005). Nel caso della vinificazione, i criteri di selezione sono stati definiti da Giudici e Zambonelli (1992) e ripresi da numerosi autori. Per le sue caratteristiche alcoligene e di alcool tolleranza la specie d elezione per la conduzione della fermentazione alcolica è S. cerevisiae, ed in genere il processo di selezione viene condotto a livello di ceppo. Un altra specie d interesse enologico è S. uvarum, il cui utilizzo in vinificazione è legato all abilità di fermentare a basse temperature e di produrre alte quantità di glicerolo e β feniletanolo (Rainieri et al., 1999). I vini ottenuti mediante una fermentazione spontanea andata a buon fine sono una fonte preziosa di materiale biologico per lo screening di una coltura starter. Questo perché le condizioni estremamente selettive del mosto in fermentazione hanno già effettuato una pre selezione, consentendoci di isolare solo ceppi in grado di crescere in condizioni di bassi valori di ph e di stress osmotico, termico e ossidativo. La selezione clonale rappresenta il punto di partenza per qualunque strategia di messa a punto di starter enologici. L elevato numero e la complessità genetica di molti caratteri riducono la possibilità di riscontrare casualmente in un unico ceppo una combinazione così ampia di caratteri fenotipici e di determinanti genetici. Il ricorso a tecniche di miglioramento genetico, come la costituzione di ibridi inter ed intraspecifici, consente di aumentare la diversità fenotipica della popolazione microbica e le possibilità combinatoriali dei determinanti genetici. Per questo la selezione di una coltura starter enologica, come di qualsiasi altro biocatalizzatore, è un processo multi disciplinare che non include solo l isolamento, l identificazione la caratterizzazione della performance metabolica e fermentativa dei ceppi, ma anche lo studio dei determinanti genici di ogni carattere e l implementazione di tecniche di miglioramento genetico (Giudici et al. 2005). Non solo Saccharomyces Anche se la specie per antonomasia della fermentazione alcolica dei vini è S. cerevisiae, recentemente specie come Candida stellata (Fig.3) e Pichia anomala (Fig.4) ed altre appartenenti ai generi Hanseniaspora e Kluyveromyces sono state proposte come starter con l intento di aumentare la complessità sensoriale dei vini o di enfatizzarne la tipicità (Heard, 1999; Ciani et al., 2002; Jolly et al., 2003; Fleet 2003). I principali limiti legati alla loro utilizzazione sono rappresentati dalla loro scarsa alcol tolleranza, dalla produzione di off flavors e dall incremento dell acidità volatile che in genere caratterizza il loro sviluppo in vino. La realizzazione di starter multipli, in associazione con ceppi di S. cerevisiae, in genere consente di ridurre questi inconvenienti, realizzando fermentazioni controllate che portano a vini ricchi in bouquet fruttati e complessi (Tab. 5). Le tipologie di starter multiplo possono essere due: i) lo starter sequenziale prevede l inoculo del ceppo non Saccharomyces qualche giorno prima dell inoculo di S. cerevisiae; ii) il coinoculo prevede l allestimento di una coltura mista di un ceppo non Saccharomyces e di un ceppo S. cerevisiae. 56 VIGNEVINI n.4 aprile 2010
10 TECNICA / CANTINA << In genere l utilizzo di uno starter multiplo può dare un prodotto finale che è differente dalla somma delle proprietà dei due vini ottenuti medianti fermentazioni monocolturali (Howell et al. 2006). La coltura mista influenza le performance metaboliche dei singoli ceppi in un modo che è spesso ancora poco compreso e non prevedibile. Per questo l impiego di uno starter multiplo impone il controllo rigoroso dei parametri tecnologici e di fermentazione, nonché una seria valutazione sensoriale del vino per garantire la sicurezza e la qualità del prodotto (Fleet 2008). Il ruolo delle collezioni microbiologiche Le collezioni microbiche sono un supporto indispensabile per la selezione di colture starter, anche in campo enologico. Oltre alla conservazione fisica dei ceppi, le collezioni hanno cura di preservarne la stabilità genetica e di raccogliere le informazioni significative tipo genomico, trascrittomico, proteomico e metabolomico da cui attingere per implementare l impiego dei microrganismi in campo biotecnologico, industriale ed alimentare. Attualmente oltre 470 collezioni di microrganismi sono state realizzate in oltre 62 Paesi con il comune intento di acquisire, autenticare, preservare e distribuire materiale biologico (fonte wdcm.nig.ac.jp). Nonostante il numero di collezioni sia in continua espansione grazie all uso sempre più prominente dei microrganismi in campo industriale, in Italia quelle riconosciute dall'organizzazione Europea delle collezioni di colture (European Culture Collections Organisation EC CO) e dalla Federazione Mondiale delle collezioni di colture (World Federation for Culture Collections WFCC) risultano essere ancora piuttosto limitate. Difatti il management di una collezione rappresenta un compito molto arduo nel rispetto delle linee guida e degli standard operativi raccomandati dalle suddette organizzazioni e necessita di figure professionali qualificate dedicate alla gestione della collezione e responsabili delle pratiche riguardanti: la preparazione di terreni di crescita idonei per i diversi microrganismi; la messa a punto delle adeguate tecniche di conservazione; la verifica periodica della purezza e vitalità dei ceppi; la gestione del database informatico (Fig.5a e 5b) (De Vero e Giudici, 2010). La collezione dei microrganismi presente nel laboratorio di Microbiologia del Dipartimento di Scienze Agrarie e degli Alimenti (DIPSAA) dell Università di Modena e Reggio Emilia, seppur piccola, attualmente vanta la presenza di circa 2400 ceppi di lieviti, batteri lattici e batteri acetici isolati da numerose matrici alimentari (Fig.6a e 6b) ed oggetto di approfondite ricerche al fine di ottenerne un accurata caratterizzazione fenotipica e molecolare. Alcuni ceppi di lievito ad uso enologico sono già in commercio sotto forma di lievito secco attivo e attualmente sono in corso sperimentazioni su scala reale di nuovi ceppi che hanno già mostrato in laboratorio ottima attitudine alla vinificazione. Oltre ai circa 1600 lieviti, in collezione sono presenti circa 330 ceppi di batteri lattici isolati da vini durante la fermentazione malolattica. Tra questi, sono stati selezionati e caratterizzati numerosi ceppi di Oenoccoccus oeni idonei a condurre il processo malolattico (Solieri et al., 2010). La selezione del futuro Le caratteristiche principali richieste ad un ceppo di lievito da impiegare in vinificazione sono sensibilmente cambiate nel tempo. I primi ceppi di lievito selezionati risalgono agli anni e dovevano possedere poche caratteristiche: una buona tolleranza alla SO 2, una buona energia fermentativa, tempi brevi di fermentazione ed assenza di aromi sgradevoli. Queste caratteristiche essenziali erano in sintonia con la tecnologia ed le esigenze dell enologia del passato. Tuttavia, il processo di selezione e miglioramento genetico è in continuo divenire perché le innovazioni tecnologiche e le preferenze del consumatore inducono la ricerca di nuovi caratteri. L impiego su larga scala delle fermentazioni a bassa temperatura ha determinato la richiesta di ceppi criotolleranti, mentre la necessità di eliminare i solfiti dai vini spinge oggi alla selezione di lieviti che non producono solfiti. È intuitivo che un programma di miglioramento si basa sulla conoscenza dei tratti desiderati e geneticamente trasmissibili, mentre le tecniche e le strategie da impiegare sono successive all individuazione delle proprietà richieste. La grande variabilità a livello del genoma genera l eterogeneità fenotipica all interno della specie S. cerevisiae. Gli studi genetici e molecolari sulla variabilità genomica e metabolomica di S. cerevisiae non sono soltanto speculazioni accademiche, ma hanno importanti ripercussioni pratiche. In particolare, aumentano le conoscenze scientifiche necessarie per la selezione di nuovi starter ad uso enologico, consentendo di stabilire una diretta correlazione fra genotipo e fenotipo e di definire esattamente come ogni specifico starter influenza la qualità del prodotto finale. I ceppi del futuro devono essere ceppi tecnologicamente compatibili, salubri ed in grado di conferire proprietà sensoriali definite ed apprezzabili allo scopo di disegnare vini in grado di soddisfare i gusti del consumatore. Infine, non è da escludere l impiego di ceppi di specie diverse da S. cerevisiae, sia direttamente che come materiale genetico nei programmi di miglioramento. La costituzione di ibridi inter ed intraspecifici sono la strategie più promettente nel breve periodo per combinare caratteri quantitativi determinati da più geni. l Bibliografia e summary sono disponibili a richiesta VIGNEVINI n.4 aprile
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