L ALIENO (di Giuseppe Amato)

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1 L ALIENO (di Giuseppe Amato) PREMESSA L alieno sono io: ho 75 anni e mi sono ritrovato in mezzo alla gente immerso come un alieno, perché non capisco più come è fatta l umanità. Vedo una signora di cinquant anni circa che va di fretta sul marciapiede di fronte e che gesticola e urla come se stesse parlando con qualcuno ma è sola e guarda davanti a sé nell infinito della sua scemenza credo senile. Poi mi accorgo che non sta urlando ma sta parlando con qualcuno non capisco dentro dove. Ma ha un auricolare che le esce dall orecchio destro e tiene nella mano destra un cellulare. Allora, penso, sono proprio un alieno perché non ho capito che sta solo parlando con qualcuno al telefono. Proseguo lungo il corso, pieno di gente affrettata e mi trovo superato da un cinquantenne, credo un avvocato, che discute con un collega argomenti della sua professione; ma lo sta facendo a voce alta, sbraitando in mezzo alla folla come se stesse in aula davanti ai giudici. E dovreste vedere come agita le braccia. E inutile, non capisco che cosa stia succedendo all umanità ma credo che la colpa è solo mia perché sono un alieno. Mentre cammino pensieroso in silenzio la mia mente torna a casa, dai miei. Che strano anch io ho dei parenti miei? Forse è meglio che mi spieghi. Capitolo 1 Parto dal nucleo più importante del mondo per me: la mia famiglia, composta da tre persone. E tento di partire da qui per arrivare a quello che voglio dimostrare ( o almeno ci proverò). Siamo in tre: io (primo, solo perché sto scrivendo io), mia moglie e mio figlio che a giorni compirà quattordici anni. E però necessario e giusto che dica la mia età: settantacinque anni. E mia moglie solo quarantaquattro. Ed altrettanto giusto è spiegare perché tanta differenza di età. Ho sposato Nicoletta in seconde nozze, dopo che ero rimasto vedovo di Giovanna, la mia prima moglie e mia coetanea che ho perso nel 1997 a cinquantanove anni, a causa di un malaccio. A sua volta Nicoletta, una carissima amica di mia moglie che amava come una sorella maggiore, aveva deciso di liberarsi del primo marito per molti e più che giustificati motivi, ma soprattutto perché lui non aveva capito, dopo sette anni di fidanzamento e sei anni di matrimonio che una famiglia deve almeno avere dei figli; ma lui non li voleva. 1

2 Ora, che siamo marito e moglie ufficialmente da oltre dieci anni, e abbiamo un figlio che a- miamo (e che mia moglie adora al punto di credere che il cordone ombelicale non si è ancora staccato), viviamo il valore di una vera famiglia viaggiando in mezzo a sette miliardi di esseri viventi, distribuiti su un pianeta che sta tentando in tutti i modi di autodistruggersi. Ed ecco che già appare uno dei motivi per cui sto scrivendo: la popolazione di questo pianeta. Ma è solo l inizio di qualcosa di ben più duro e incazzato: Continuo a chiedermi primo perché esistiamo e secondo se ESISTE Qualcuno che ha il diritto di considerarsi il nostro autore. Capitolo 2 Siamo solo tre esseri umani e, tolti un centinaio di parenti (tra vivi e morti), il resto è solo una concreta, vistosa e rompiscatole sequenza di miliardi di individui che ritengono di avere su di noi diritti e non doveri. Ma forse anche noi tre agiamo guidati dallo stesso criterio. MA PASSIAMO ALLE COSE SERIE. Se consultate il mio sito troverete alcuni argomenti che affrontano un tema simile ma credo sia giunto il momento di dire definitivamente ed in modo decisamente cattivo e, spero, duramente efficace su come la penso sul mondo in cui viviamo. A questo punto molti diranno che non gliene frega niente del mio pensiero e si fermeranno qui: padroni di decidere di andarsene a spasso, ma chi avrà la curiosità di proseguire, avrà modo di incontrare nuove idee e soprattutto ispirazioni per cercare di capire dove diavolo siamo e perché esistiamo su questo pianeta. E alcune idee forse saranno una sorpresa per chi prosegue: provate ancora qualche pagina, tanto è gratis, è scaricabile e può essere cancellato dal vostro computer. Ma prima fate una prova: forse riuscirete a capire perché io mi sento un alieno! Parto da una notizia apparsa per caso su un quotidiano ma non più ripresa: eppure è una grossa novità: hanno scoperto (speriamo che non si siano sbagliati!) la galassia più vecchia dell universo. Dire più vecchia e dire più distante è la stessa cosa: si parla di un oggetto che dista da noi qualcosa come 13 MILIARDI e mezzo di anni luce. Il che equivale ad un immagine che ha fatto un percorso lungo 13 miliardi di anni alla velocità della luce prima di arrivare all osservatore che lo ha scoperto. E da questa notizia ritorno sul pianeta per sedermi su una terrazza al mare ad osservare l umanità che si agita su tutto il pianeta, che si ammazza, che si ama, che si procura il cibo in modo corretto o scorretto, che sfrutta tutto quello che può, fregandosene dei danni che provoca e inventandosi un Dio di tipo più o meno diverso a seconda della razza, del paese o della religione cui appartiene. I pensieri corrono a rivedere quello che sta accadendo ma anche a quello che già in passato l umanità ha fatto nel bene ma soprattutto nel male. Capitolo 3 2

3 L umanità oggi, come dicevo sopra, è in continua corsa verso una meta che non conosce, di cui se ne frega, che non vuol conoscere, che non sa che esiste, perché non ha tempo di guardare verso il futuro e tanto meno di studiare il passato. Oggi all uomo interessa solo il presente e quel poco di breve e corto pezzetto di futuro che gli possa dare soddisfazione, gioia, remunerazione, ritorno sui propri investimenti, ma solo quelli che sono costituiti da denaro o equivalenti però con sicurezza di ritorni remunerativi. E quelli che pensano che si stia sviluppando in meglio la civiltà dell uomo dimentica che oggi avviene esattamente quello che avveniva alcuni secoli fa, anzi per alcuni argomenti primari della vita, sta avvenendo un peggioramento senza speranza di un qualsiasi rimedio. Proviamo con un esempio, riportando una pagina che sarà per tutti una cosa strana, ma che è una triste realtà di allora e contemporaneamente potrà istintivamente riportata ad un confronto, ad una fotografia del presente. Capitolo 4: Le complicazioni della potenza ecclesiastica e i primi orientamenti verso il possesso signorile del potere politico. (Siamo nell età carolingia) Per quanto elementare persistesse l'attività degli ufficiali in età carolingia, risolvendosi, come già nella Gallia merovingia l'italia longobarda, in un potere militare destinato essenzialmente a reprimere le violenze private, è indubbia, ora, una maggiore insistenza sulla funzione regia come garanzia di un tipo antico di cultura permeato da esigenze di universalità: cultura di chierici e monaci, letterati e teologi, e suggerivano al principe un'idea di ordine, assai più complessa che non fosse la materiale coercizione di quanti si facessero ribelli alle armi dei franchi e al diritto dei possessori su uomini e cose. Fu l'incontro spontaneo di un crescente bisogno di coerenza culturale - bisogno già manifesto nelle intense relazioni intercorse dalla fine del secolo VII fra le scuole episcopali e abbaziali di tutto l'occidente - con le tendenze verso l'uniformità, insite nella dominazione politica dei franchi sul mondo latino-germanico, l idea ecclesiastica di un ordinamento gerarchico universale, in cui 1'intera vita delle moltitudini assumesse il significato di una grande rappresentazione ed espiazione collettiva di fronte alla morte, riusciva strumento a a sua volta, di uniforme soggezione al potere dei Carolingi, gravato da immensi problemi di coercizione militare e di disciplina sociale in Europa. L'Impero carolingio parve configurarsi, sotto un certo rispetto, come una grande dominazione ecclesiastica, tendenzialmente unificata dall'irrigidimento di tutte le regole della condotta privata e della vita in comunità, del linguaggio scritto e del canto liturgico e dell'architettura sacra, una dominazione integrata e protetta da un apparato di capi militari e di guerrieri di professione, postisi a suo servizio e a sua difesa, dai re fino all'ultimo dei vassalli. È vero d'altra parte che una tale dominazione, avente il suo fulcro in un'esperienza letteraria e teologica, era tutta condizionata dalla simbiosi strettissima, entro cui essa operava, sia con l'aristocrazia militare donde erano reclutati i prelati, sia con le istituzioni politico-militari che proteggevano chiese e comunità religiose. Quei medesimi re che ordinavano il clero e la vita monastica secondo l'autorità dei canoni e ingiungevano ai conti di collaborare coi vescovi nel governo del popolo «cristiano», utilizzavano l'ordinamento ecclesiastico per vigilare sugli 3

4 ufficiali pubblici ed assicurarsi l'obbedienza delle popolazioni, introducevano persone fedeli nel governo di vescovati e abbazie, ricorrevano alle sedi monastiche e ai beni delle chiese - pur se in misura minore che Oltralpe per mantenere il seguito regio negli spostamenti della corte, per collocare donne di stirpe regia come badesse, per costituire una base economica. La crescente intimità e il condizionamento reciproco fra potenza regia e potenza ecclesiastica favorirono così nell'italia carolingia come al di là delle Alpi lo sviluppo di un i- stituto che aveva le sue radici già nella Gallia merovingia: la concessione a vescovi e abati dell'immunità da qualsiasi intervento degli ufficiali pubblici nelle terre costituenti il patrimonio fondiario delle chiese vescovili e dei grandi monasteri. Non era una semplice esenzione da particolari oneri o contribuzioni, quale anche i re longobardi e già gli imperatori romani avevano talvolta concessa, ma un radicale divieto {atto ad ogni iudiciaria potestas in particolar modo al potere militare e giurisdizionale del conte e degli agenti a lui subordinati - di entrare nelle terre di un dato ente ecclesiastico per esigere ammende o contribuzioni, per tenere placiti giudiziari, per costringere a qualsiasi scopo i contadini od altri dipendenti dell'ente, per esercitare cioè su di essi atti di forza connessi o no con la normale attività pubblica di polizia e di giustizia. La motivazione di tali privilegi era nelle oppressioni esercitate dall'autorità pubblica sui coloni delle chiese, a cui venivano arbitrariamente imposti tributi e prestazioni d'opera con vari pretesti. Ciò presuppone un largo disordine nel funzionamento del regno, un diffuso sfruttamento del potere per interessi privati degli ufficiali regi: uno sfruttamento che avveniva a danno di tutta la classe contadina e creava contrasti fra gli ufficiali pubblici e tutti i proprietari di terra, fossero piccoli agricoltori, a difesa dei quali molti capitolari condannano gli abusi dei conti e degli agenti comitali - o fossero signori laici ed ecclesiastici non legati da particolare amicizia coi detentori del potere pubblico nelle province in cui il loro patrimonio fondiario si estendeva. Le relazioni fra i grandi enti ecclesiastici e i grandi ufficiali preposti dal regno alle province erano dunque contraddittorie. I conti, la cui protezione militare si sarebbe dovuta esercitare anzitutto a favore delle chiese, si trovavano non di rado in contrasto con vescovi e abati per ragioni di potenza personale o familiare, così da indurre i prelati a cercare, l'uno a imitazioni dell'altro, la concessione regia di un diploma che garantisse una speciale tutela esercitata direttamente dal re, conferisse perpetua immunità. E il re, che era a capo dell'ordinamento pubblico, con tali diplomi esautorava nelle terre ecclesiastiche i propri ufficiali, promuovendo in esse l'autonomia signorile di vescovi abati. Capitolo 5 CONFRONTO CON UN ORGANIZZAZIONE MODERNA: L OPUS DEI! Chi ha avuto il coraggio di leggersi tutto il capitolo precedente, sarà rimasto probabilmente meravigliato che io portassi un tale testo all attenzione del lettore. Ma provate ora a confrontare il testo precedente con quello che segue. Il testo che leggerete riguarda un aspetto particolare della civiltà di oggi. Ho voluto sceglierlo proprio per 4

5 l analogia con l ambiente sopra descritto di strutture organizzate sfruttando il potere religioso per scopi ben diversi. Si tratta di una piccola parte di un libro importante: OPUS DEI SEGRETA di Ferruccio Pinotti, un ottimo libro su un organizzazione moderna che si è estesa su tutto il pianeta in meno di un secolo. Io faccio un confronto proprio su un argomento ristretto al campo religioso perché pone in e- videnza come l umanità può diventare preda di un potere di pochi decisi a costringere il resto degli uomini a vivere, ad agire, a pensare solo come questo potere vuole imporre agli altri, poveri e ignoranti esseri umani che invece vorrebbero scoprire la realtà della vita in un modo semplice, sincero ed improntato alla massima libertà di pensiero. Ed ecco il testo che ho riportato per gentile concessione di Pinotti. L'Italia è il luogo dove l'opus Dei - pur essendo nata in Spagna - ha il proprio cervello operativo e il proprio quartier generale. L'Italia è la sede storica del cattolicesimo e del Vaticano, all'interno del quale il potere dell'opus Dei è fortemente rappresentato. La rete di controllo della quale l'opus Dei si avvale in Italia è quindi doppia: quella sviluppata in proprio, a partire dal 1946, l'anno del trasferimento a Roma di Escrivà de Balaguer e dell'insediamento dell'organizzazione in Italia; e quella che si muove attraverso le alte gerarchie vaticane contigue all'opus Dei. Per queste ragioni l'opus Dei è, in Italia, un potere reale; un potere forte. Ma anche un potere che opera in segreto, perché i nomi di numerari, soprannumerari, aggregati e cooperatori restano, salvo rari casi, ignoti. Eppure in qualsiasi azienda, in qualsiasi carica pubblica, in ogni ministero, in ogni tribunale, in ogni università, in ogni ospedale, in ogni giornale ci sono una o più persone che - a vario titolo e in forme diverse - risultano esser vicine all'opus Dei. La natura «totalizzante» dell'istituzione e del suo pensiero fa sì che chi appartiene all'opus Dei risponda agli imperativi e allo stile di pensiero promossi dall'opera. Chi fa parte dell'organizzazione tende a ragionare solo nei termini previsti da una vasta serie di norme «interiori» che attengono a ogni aspetto del vivere. E con molta probabilità si comporterà di conseguenza, in ogni situazione: il magistrato dell'opera che deve decidere una causa promossa da un membro dell'opus contro un giornalista critico; il grande manager pubblico che deve decidere se privilegiare un progetto o un altro; il banchiere che deve decidere se effettuare o meno un'acquisizione sponsorizzata da ambienti della finanza vaticana. L'Opus Dei può negare all infinito l'esistenza di questa «doppia loyalty», ma essa è connaturata all'opera stessa, allo stile delle sue Costituzioni e dei suoi Statuti, a tutta la «formazione spirituale» ricevuta da chi ne fa parte. La lealtà preferenziale all'opera è totalmente interiorizzata dai suoi membri, non è nemmeno oggetto di discussione. A porla in discussione è solo chi se ne è già andato, o è in procinto di farlo. Questo aspetto pone dei problemi seri, relativamente alla penetrazione dell'opus Dei nei gangli più delicati della società - finanza, magistratura, mass media, ricerca scientifica, insegnamento, sanità - perché l'adesione dei membri dell'opus Dei ai «diktat» comportamentali che vengono dall'opera stessa sono totalmente interiorizzati. In questo senso, l'opus Dei appare persino più potente di altri poteri forti, come la massoneria: in primis perché gli elenchi degli appartenenti alle logge massoniche - 5

6 per lo meno quelle ufficiali - devono essere depositati presso le prefetture; ma soprattutto perché l'adesione alla massoneria è in genere molto più superficiale rispetto a quella prestata all'opus. Diversi studi indicano ad esempio che l'adesione alla massoneria avviene il più delle volte dopo i trentacinque - quarant'anni ed è motivata primariamente dalla ricerca di vantaggi professionali. Un'adesione «fredda», quindi che l adesione interiore allo stile e ai valori della Organizzazione è totale. Ciò pone, relativamente al rapporto tra Opus Dei e società civile, un problema non più dilazionabile: misure legislative che impongano quanto meno la consegna alle prefetture e al ministero dell'interno degli elenchi relativi a numerari, soprannumerari, aggregati e cooperatori. Al singolo cittadino deve essere consentito sapere, in determinate circostanze, se chi tratta aspetti importanti della sua vita (salute, lavoro, carriera, giustizia, privacy, libertà di espressione) aderisce a valori che possono condizionarne serenità e libertà di giudizio. Diversamente, la possibilità di legittimare la creazione di un potere occulto libero dai vincoli della società civile, è molto alta. Il problema riguarda, naturalmente, anche la Chiesa cattolica, all'interno della quale l'opus Dei è ormai da tempo una delle forze più potenti e controverse. La creazione, per l'opus e solo per l'opus Dei, di una «Prelatura personale», fa di essa una gigantésca diocesi extraterritoriale, una vera e propria «Chiesa nella Chiesa», completamente autonoma in termini organizzativi e finanziari e in grado persino di effettuare l'ordinazione di propri sacerdoti. Il legame dell'opus Dei con le chiese locali e con i vescovi è basato su una condizione di assoluta indipendenza, non risponde alla normale e rigida gerarchia ecclesiastica. Nei rapporti con le chiese locali, vigono tutt'al più rapporti di cortesia istituzionale, ma l'opus Dei vive una vita del tutto autonoma rispetto alle chiese locali e in particolare rispetto ai parroci che sono tenuti in scarsa considerazione dall'organizzazione. Per i vescovi esiste quindi un grosso problema - finora trascurato dal Vaticano - che riguarda la gestione di questa realtà cattolica, che si muove e vive secondo regole proprie. E che non intende rispondere a nessuno, se non al Papa in persona: e anche a questo riguardo, c'è da chiedersi cosa avverrebbe se il pontefice intervenisse a fissare dei limiti al potere dell'opus Dei: uno scisma? 5 Solo il cardinale inglese Basii Hume, nel lontano 1981, ha avuto il coraggio di emanare, per l'arcidiocesi di Westminster da lui guidata, chiare direttive di contenimento all'azione dell'opus Dei nei suoi aspetti più controversi. Ma il problema appare ormai indilazionabile per l'intera Chiesa cattolica, dato l'emergere sempre più numeroso di denunce di manipolazione che fanno riflettere anche le alte gerarchie ecclesiastiche. Il Vaticano, dopo l'elezione di Joseph Ratzinger, sembra avere iniziato a considerare il problema. E il pontefice - noto per la sua intransigenza sul tema dell'integrità della dottrina e della disciplina -, sembra voler inviare segnali di «mo- 6

7 derazione» all'opus Dei. Lo ha fatto ridimensionando l'enorme potere nel campo della comunicazione, acquisito negli anni di papa Wojtyla da Joaquìn Navarro Valls, il numerario dell'opus Dei sollevato dal suo incarico e sostituito da un e- sponente dei nemici storici dell'opera, il gesuita padre Federico Lombardi. Anche i severi richiami a evitare il «carrierismo ecclesiastico» e il «superlavoro» sembrano rivolti all'opus Dei, che fa della mitizzazione del lavoro il fulcro della sua strategia di potere sul piano secolare. Ma un ridimensionamento dell'opus Dei si presentava comunque problematico per Ratzinger, che dell'organizzazione ha accettato non solo lauree honoris causa, ma sostanziali appoggi. Occuparsi della «vita segreta» dell'opus Dei significa necessariamente parlare di censura. Il tema dell'informazione critica sull'opus Dei è particolarmente delicato, soprattutto in Italia. Nel nostro Paese non è esistito sino ad oggi un solo libro di grande diffusione che proponga - in maniera documentata - un'analisi critica di un fenomeno importante come l'opus. Quel poco che esiste si situa a livello di pubblicazioni di nicchia (come il meritevole lavoro fatto dalla casa editrice dei protestanti, la Claudiana) o di «scritti corsari» distribuiti personalmente da autori spesso perseguitati e «silenziati». L'Opus Dei provvede infatti - attraverso il suo «apostolato della pubblica opinione» - ad arginare gli incauti giornalisti e gli scrittori che si occupano delle sue vicende, grazie anche alla rete di manager editoriali e di giornalisti «amici» presenti in molti grandi giornali e in particolare nelle redazioni della cultura; per non parlare dei «vaticanisti», che fuggono come la peste qualsiasi notizia possa disturbare il Vaticano. L'ordine dei direttori dei grandi giornali pare esplicito: non si attacca l'opus Dei, anzi essa va lisciata dalla parte giusta del pelo, vezzeggiata, blandita con articoli agiografici sulla santità di Escrivà o sulla necessità di canonizzare in tempi record anche il suo successore, monsignor Alvaro del Portillo, cui vengono dedicate piazze e strade da sindaci compiacenti ancora prima della beatificazione. Ma c'è uno stadio più avanzato, quello della «persecuzione». Nei casi in cui l'opus Dei si sente ferita da un'inchiesta, la strategia d'azione è sottile ma durissima. L'Opus Dei non scende in campo direttamente, querelando l'autore o il giornalista in questione. Farlo significherebbe ammettere la ferita, riconoscere che la controparte ha colto nel segno, che in qualche modo ha portato alla luce un nervo scoperto. Inoltre, un attacco che portasse l'opus Dei a un confronto nell'aula di un tribunale, avrebbe inevitabilmente vasta risonanza sulla stampa nazionale ed estera, producendo un grave danno all'immagine dell'opera. Un altro effetto indesiderato sarebbe quello di trasformare l'autore in un «Salman Rushdie», in un simbolo di libertà capace di denunciare l'esistenza di un fondamentalismo cattolico pericoloso e manipolatorio. L'Opera, inoltre, ha facile gioco nello smentire l'organicità di una persona alla sua causa, perché gli elenchi degli appartenenti sono segreti e nessuno ha finora mai avuto accesso a essi. Nel caso dell'opus Dei - e su questo punto vi sono state in 7

8 passato interrogazioni parlamentari, mentre ora i politici di ogni parte tacciono accuratamente - un simile controllo è impossibile. E il giudice che interrogasse la Prelatura circa un suo membro arcinoto si sentirebbe rispondere che l'opus Dei è solo una realtà di fede: un «mantra» accompagnato da un fermo rifiuto a rendere noto alcunché riguardo ai propri appartenenti. Proprio questa segretezza fa dell'opus Dei una realtà discutibile. Un gruppo di potere sempre più forte nel mondo dei mass media e in grado di bloccare il legittimo dibattito su di essa. Capitolo 6 Potrà sembrare strano dare tanto spazio ad un organizzazione moderna come l Opus Dei, ma un confronto con il brano del capitolo precedente che descrive l ambiente dell epoca carolingia ci permetterà di renderci conto di quello che sta accadendo oggi nel mondo a nostra insaputa e soprattutto a grave danno della nostra libertà di pensiero e di azione. Se volete allargare il cerchio, vi troverete immersi in una marea di situazioni praticamente i- dentiche a quelle descritte per l Opus Dei. Credo però che un altro tipo di confronto potrà aiutarci a renderci conto di quanto siamo dei delinquenti depravati che stanno cercando di distruggere il magnifico pianeta nel quale stiamo vivendo. In questi giorni (2013) le cronache in TV e sui giornali ci stanno asfissiando con i delitti con i quali la gente si ammazza, soprattutto con i bambini o uccisi abbandonati in un auto al sole per ore solo per distrazione o perché testimoni delle litigate feroci tra coniugi. Il confronto è facile: mio cognato abita in campagna, accanto ad Assisi e alleva maiali: due scrofe in contemporanea gli hanno partorito la bellezza di venticinque maialini: dovreste vedere le due madri, stese nella paglia che sopportano con pazienza distese su un fianco l assalto bramoso di venticinque maialini per poter succhiare un po di latte. La madri non fanno una piega, non si scostano, sembrano addormentate quanto restano immobili, tutto per non rischiare di schiacciare uno dei figli. In una stalletta accanto, molto piccola, che vien usata come garage, in uno scaffale una cassetta di legno dentro la quale mia suocera ha messo un po di panni come lettiera, una piccola cagnina cui non daresti una lira tanto è piccola, ha partorito quattro cuccioli. Abbiamo provato a spostare i quattro in una lettiera più comoda ma la madre ha riportato i piccoli dove li aveva messi al momento del parto e riesce ad allattarli anche se sembra di essere quasi più piccola di loro. Sono quattro meravigliose creature che dormono e ciucciano mentre la cagnina resta ferma per ore per nutrirli. E non chiede niente a nessuno; anzi protesta se ci avviciniamo. Guardandola mi sono commosso pensando che è primipara, che vive da sola in una fattoria e che nessuno le ha insegnato come si partorisce e come si allevano i propri piccoli: è madre natura? Ed ora proviamo a fare il confronto e meditiamo in silenzio che è meglio: io non aggiungo altro. 8

9 Capitolo 7 INTRODUZIONE ALLA SECONDA PARTE Io a suo tempo feci un operazione complessa di confronto, fingendo di scrivere un romanzo estemporaneo e trattando vari argomenti con apparente semplicità di racconto, partendo addirittura dai nostri capostipiti Adamo ed Eva e con una battuta iniziale abbastanza sciocca ma che è alla base della natura dell uomo (almeno come mia stupida presunzione): L umanità, fin dai suoi primi giorni di vita, perse il venticinque per cento di se stessa con la morte di Abele. E per questo che l umanità non ebbe mai figli di Abele ma solo di Caino, con le conseguenze che si possono immaginare! Ma la mia analisi di dieci anni fa si potrebbe rifare con ciò che ci accade intorno oggi ogni giorno. Allora, nel 2003, presi in considerazione, tra un chiacchierata e una battuta più o meno stupida, i fatti che ci affliggevano. Ho sfruttato notizie giornaliere dei quotidiani migliori in Italia, alternando ogni tanto fatti privati per alleggerire il discorso. Ne è venuto fuori un minestrone che ogni tanto rileggo per confrontando i fatti che racconto in quelle pagine con quello che accade attorno a noi ogni giorno oggi, nel Io credo che a rileggere quelle pagine forse vi potrete rendervi conto che oggi si ripete la storia di allora, purtroppo con molte aggravanti. Io mi permetto di riproporvi il testo, non tutto, ma quel tanto che basta come testimonianza delle mie affermazioni. E sarò ben lieto di sentirmi contraddire in un senso o nell altro dai miei malaugurati lettori che riescono a sopportarmi. Ecco dunque qui riportato il testo di allora, sia pure, ridotto per non tediarvi troppo. (Segue capitolo 7) SECONDA PARTE ABELE NON EBBE FIGLI (alla scoperta dell acqua calda) di Giuseppe Amato Nota introduttiva Se uno scrive o dice qualcosa fuori dalle regole, cioè fuori da quello che oggi chiamano con un eufemismo che fa parte dell ipocrisia sìglobal il <politically correct> o qualcosa di simile, viene considerato uno pazzo. 9

10 Non si limitano a considerarlo un imprudente, ma pensano che sia un retorico, che si è levato da un pulpito non suo o di cui non era degno per predicare (senza che alcuno glielo chiedesse) cose, precetti che nella loro stupida ovvietà indicano vie utopistiche (uto-pistiche, dove c è la parola <pista>, - scusate ma la tentazione della battuta cretina era irresistibile), piste già tracciate secoli prima ed abbandonate da tanto tempo dall uomo, così lontane nel tempo da perderne la traccia, così dimenticate da non ricordare più se si perdevano in un deserto da sole o se qualcun altro volutamente aveva fatto sì che portassero a luoghi senza senso, a grotte sprofondanti nel buco infinito della non conoscenza. Non so se i dinosauri nell ultimo milione di anni della loro vita sul pianeta avessero capito che stavano involontariamente distruggendo il loro futuro, ma è certo che il futuro ritenne giusto vendicarsi annientandoli. E l uomo, se ci sarà ancora, finirà così, annullato, solo un residuo fossile, la mano levata, il braccio teso ad accompagnare il proprio dire del momento contingente, incurante del pericolo che incombeva, unica traccia della sua esistenza, arabo con l esplosivo, americano con la mano sul petto e l altra a grattarsi i coglioni per scongiuro, italiano a pensare come sopravvivere, cinese a lavorare i millenni in silenzio, donna africana forse ancora a cercare radici per sfamare i figli in una mattina di primavera che non sa ancora nulla di che cosa sono le città, le auto e l asfalto, ecc., tutti negando valore ad un semplice avvertimento terribile: ti ho consegnato la terra perché tu la migliori, non per distruggerla; mi renderai conto tu e non altri di averla rovinata per sempre. Eri ospite su un pianeta in prestito. Nessuno fra mille anni, non so quale deforme forma di vita sarà, vorrà ricordarti, povero stupido, imbecille, presuntuoso essere a due zampe. (questa è una nota che deve ancora essere integrata con altre due o tre cazzate che faranno arrabbiare alcuni, altri con compatimento per me e la mia pazzia, altri non capendo un cazzo) CAPITOLO DI INIZIO: Abele non ebbe figli. Nessuno di noi è figlio di Abele; siamo tutti figli di Caino, con quel che comporta. Provate a rileggervi la Genesi per quella parte che parla dei due fratelli: o siamo ebrei e crediamo al testo che consideriamo sacro o siamo cattolici e crediamo al testo o È inutile: è stato scritto talmente tanto sull argomento che la gente arriccia il naso un secondo dopo avergli annunciato il tema. Tutti sanno tutto; o meglio credono perché ne hanno sentito parlare una volta in TV da Enzo Biagi o da Santoro, o in una predica o hanno visto quel poveraccio di padre Amorth che crede ancora nel malocchio. 10

11 Non so se questo sarà un libro o una massa di parole a vuoto senza un filo logico apparente. Nella realtà sarà un correre disperato contro il tempo nello spazio reale, rifuggendo da tutto ciò che puzza di virtuale. E lo spazio reale è ciò che è, ciò che il Tao si rifiuta di definire, l essere dei filosofi, il pane che mangi oggi, il letto che puzza del tuo sudore dopo una scopata, l odore nauseante del cadavere che si consuma al sole nei secoli in un deserto che era un lago salato, ossa calcinate accanto a cristalli fermi lì da miliardi di anni senza che nulla scomponga la loro calma immobile, la loro morte-vita eterna, come il lago di Aral ed il tripudio sinfonico di morte, una sinfonia nel silenzio radioattivo e infestato da mostri batteriologici e chimici cresciuti dalla spazzatura di laboratorio abbandonata a se stessa da pochi anni dagli intelligentissimi criminali scienziati russi o sovietici; spazzatura che non è creatura di Dio che sa come deve svilupparsi ma mostruosa deformazione da parte di pochi pazzi che non sanno (e non possono sapere) come si gestisce la Creazione ma pretendono di sostituirsi a quel Dio che hanno sempre considerato un deficiente astratto ed un muto impotente. Quello che di organico è nato ieri oggi muore: un giorno, due giorni, 24 ore migliaia di minuti, un inezia di pensiero nella mente di Dio e perfino dell uomo: è lo stesso, tanto Dio è nella mente dell uomo, reale o immaginato. Ma di Dio, almeno per il momento non ne parliamo perché ora è solo nell immaginario. Ciò che è inorganico è lì da sempre, immutabile sordo e cieco osservatore dell evolversi dei tempi e delle vicende dell universo e dell uomo. Forse dentro di sé, nella sua intimità subatomica, le subparticelle reali e virtuali danzano da millenni la danza del ventre cercando di distruggere o di trasferire la loro energia ad ottetti periferici ormai fermi per l eternità. Di fatto le pietre che due minuti fa Armstrong s è riportato nella sacca da viaggio di ritorno dalla luna si devono essere meravigliate che potesse accadere, dopo un immobilità di almeno tre miliardi di anni, di vedere arrivare un becero in tuta NASA che si vanta del piccolo passo eccetera, eccetera. Emanuele si sta addormentando accanto a me: una reale manifestazione nel tempo e nello spazio di una realtà misteriosa. Il suo cervello, due anni e quattro mesi, pari già ad alcuni miliardi di neuroni (quanti ne aveva il giorno dopo che è uscito dal grembo di sua madre?), che lavora intensamente mentre combatte l idea di doversi addormentare, di doversi abbandonare al mistero del sonno. E mi guarda sorridendo perché gli faccio le smorfie. Sta pensando alla giornata e vorrebbe ancora vita e gioco: 11

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