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1 da Le pompe funebri, overo Aminta e Clori Introduzione In un epoca in cui si compiono in nome di Dio carneficine efferate precipitando su cittadini inermi quintali di esplosivo prodotto con la più alta tecnologia al fine di ottenere gli effetti più spaventosi, e sempre in nome di Dio si esibisce la mostruosa ferocia con cui, armati di coltellacci da macellaio, si eseguono sanguinose decapitazioni di nemici prigionieri, appare doverosa la celebrazione di quanti sono stati protagonisti della luminosa storia dell ateismo e della lotta alle menzogne religiose: ben volentieri perciò lo spazio che in ogni numero di questa rivista è andato a testi irriverenti e, come si usava dire due secoli orsono, grassocci viene questa volta destinato a un brano di un opera di Cesare Cremonini, che alla storia dell ateismo appartiene a buon diritto, nonostante i più recenti tentativi di sottrarvelo. Mi riferisco in particolare agli studi di Antonino Poppi, più che benemerito difensore della memoria del filosofo 1, ma impegnato con tenacia degna di miglior causa a voler negare veridicità all immagine di «alfiere del libero pensiero europeo, ateo e materialista» che, a suo credere, è soltanto una costruzione ideologica dei «libertini francesi del Seicento» 2. In verità, a meno di essere in malafede, non si può negare che Cremonini fosse circondato a Padova e a Venezia dalla fama di ateo, né si può negare che senza la protezione della Serenissima il Santo Uffizio avrebbe proceduto contro di lui con accanimento anche maggiore di quello usato nei confronti di Galilei. E nemmeno si può addurre a prova di una sua supposta ortodossia religiosa la testimonianza di documenti ufficiali (addirittura il rogito testamentario! 3 ) o altre attestanti la cura usata dal Cremonini nel trattare temi come quello della mor - talità dell anima, affermando sempre in tale ambito la preminenza della verità rivelata rispetto alla ricerca filosofica; anzi, in piena sintonia con l insegnamento del Pomponazzi, proprio tale affermazione, ponendo una contraddizione tra razionale confutazione della tesi dell immortalità ed esibita sottomissione al dogma teologico, non poteva non suonare per i suoi allievi come un aperto invito a interpretare la contraddizione tra le due verità come il tipico espediente della tradizione dell aristotelismo veneto per evitare che la più libera espressione del proprio pensiero conducesse a condividere la fine destinata alle castagne 4. Certo è comunque che all ateismo del Cremonini, per quanto non vi creda Poppi, credettero invece gli inquisitori che, come i più recenti accertamenti hanno ampiamente dimostrato, perseguitarono il filosofo per oltre trent anni, tentando ripetutamente di coglierlo in fallo per richiederne la consegna al governo della Repubblica Veneziana che invece sempre lo difese mirabilmente 5. L accanimento con cui la Congregazione del Santo Uffizio procedette ininterrottamente nei confronti del Cremonini facendone un vero e proprio sorvegliato speciale riceve ulteriore luce da due documenti da me reperiti tra le carte del Fondo Borghese dell Archivio Segreto Vaticano, che mi riprometto di pubblicare nel prossimo numero dello «Stracciafoglio». Uno di essi non aggiunge molto di nuovo a quanto già si sapeva, testimoniando delle indagini condotte sul filosofo in occasione della pubblicazione del De coelo: si tratta di una lettera del cardinal Millino datata al settembre del 1614, ove il dato più interessante è l intervento in chiosa di pugno del pontefice che raccomanda di portare la questione in discussione alla Congregazione per averne esplicito parere. Assai più interessante è un precedente documento, un informazione intorno al Dottor Cremonino delli 4 d Aprile 1608

2 20 Lo Stracciafoglio - n. 1 stilata da un anonimo personaggio incaricato di spiare e sorvegliare il filosofo nel tentativo di raccogliere prove contro di lui. Al di là dell interesse storico del documento, colpiscono i ritratti dei protagonisti che si ricavano dalla narrazione: da un lato il sagace ed eticamente irreprensibile comportamento del filosofo, circondato dal benvolere di chi standogli intorno in ogni modo tenta di difenderne la persona e preservare la segretezza degli insegnamenti destinati alla più ristretta cerchia dei fedeli; dall altro l odiosa caparbietà con cui la spia tenta di penetrare la barriera protettiva cercando di stornare da sé i sospetti e nel contempo suggerendo alle autorità ecclesiastiche quali discepoli del filosofo si potrebbero più utilmente sottoporre a indagini nel tentativo di cavare ogni cosa. Come si è detto, tali documenti saranno resi pubblici nel prossimo numero della rivista, ora invece si pubblica un brano da un opera letteraria del Cremonini, la più famosa, cioè la favola pastorale edita a Ferrara nel 1590, Le pompe funebri, overo Aminta e Clori, favola silvestre 6. Il brano che si propone, sul quale recentemente ha richiamato l attenzione anche Antonio Corsaro 7, è nella scena seconda del primo atto, ovvero proprio all inizio della favola, e ritrae il Sacerdote intento a una sorta di sermone indirizzato a un giovine Ministro che si interrogava sulle ragioni del rito celebrato in onore del mitico pastore siciliano Dafni nella ricorrenza delle sue esequie, festività che costituisce l ambientazione e lo spunto da cui prende le mosse, oltre che il titolo, la favola. Non di essa intendo però occuparmi: si tratta di una delle numerose opere composte a imitazione dell Aminta e la si sa rappresentata a Ferrara al cospetto di Eleonora d Este e con la presenza di intermezzi che venivano a comporre un ulteriore favola scenica, La riforma del regno d Amore, pubblicata in calce alla favola silvestre nelle edizioni Baldini 8 ; tra numerose lungaggini e alcuni squarci poetici di un certo pregio 9, essa giunge all obbligato lieto fine amoroso con talune invenzioni proprie al genere comico che in parte la allontanano dal modello tassiano dell Aminta. Qui interessa soltanto l orazione con cui il sacerdote illustra la natura dell autentico sentimento religioso, il sacro instinto che rende devoti al proprio conservatore. L inizio dell orazione, ricco di un afflato cosmico che non ha molti riscontri nella nostra tradizione letteraria 10, parrebbe mostrare un atteggiamento del tutto consonante con i canoni dell ortodossia religiosa; e tuttavia il riferimento alla leggenda del peccato originale che rende nocente il calore solare dopo l empietà commessa dall uomo, sembra quasi voler stornare l attenzione dal richiamo alla purezza d eternità dello splendore solare sorgente dall infinità orientale ( l infinito immenso Gange ), concetto che, tanto più in bocca a un aristotelico, non può non richiamare l affermazione filosofica secondo cui non può darsi creazione in un universo la cui natura sia eterna. Il dipanarsi della descrizione della mirabil sembianza dell universo muove poi progressivamente a disegnare una religione dell immanenza ove la funzione divina è la conservazione e la perpetua rigenerazione dell universo, rappresentata con una elevatezza di tono e un ampia articolazione speculativa che si ricollegano direttamente alla bellissima prolusione 11 pronunciata dal Cremonini il giorno del suo insediamento alla cattedra di philosophia naturalis dell Ateneo padovano, ovvero il 27 gennaio del 1591, pochi mesi dopo la prima rappresentazione delle Pompe funebri. Nella prolusione, scandita da una sorta di ritornello ( Mundus nunquam est, nascitur semper, et moritur ), vi è la raffigurazione dell incessante moto della materia, il principio del dinamismo su cui si fonda la physica aristotelica tradotto in passi di grande efficacia oratoria: Ite auditores, nihil est apud nos adeo floridum, quin deflorescat, adeo grande, quin decidat, adeo constans, quin corruat. Fluxa haec sunt quibus cingimur, momentanea, instabilia omnia:

3 Lo Stracciafoglio - n ita tandem mundus nunquam est, nascitur semper, et moritur 12. E in tanto precaria instabilità la sola cosa capace di offrire serenità e quiete all uomo è la conoscenza, e in particolare la conoscenza di sé, l apollineo Nosce te ipsum. Tale conoscenza si specifica invece nel brano poetico della favola silvestre nel riconoscersi in unione con Dio, per cui ogni creatura Sa che non è se non quanto è da Dio, primo motore la cui perfezione attira a sé gli esseri producendo quella sorta di immanente flatus che spira con eguale intensità a infondere vita agli elementi, al mondo vegetale, alle fiere, all uomo. E si noti anche la progressione con cui la forza vivificatrice perde via via i connotati più spirituali, passando anche nella definizione lessicale dal Dio saggio dei primi versi alla Deità che provede a le cose, reggitrice, nel segno di un innato spirto d amore, dei contrasti di natura e di quel raro e soprano ordine universale nel cui riconoscimento consiste il religioso affetto. Amici di me più dotti potrebbero 13, meglio di quanto saprei fare io, proporre un repertorio di fonti che indirizzi meglio, se non alla comprensione del brano che non necessita di particolari chiose, all illustrazione del processo compositivo: a me pare che, per quanto vi si possano ravvisare spunti tratti dall apologetica cristiana 14, la rappresentazione dell universo come esso stesso divinità, ordine retto dalla forza di Eros che non presuppone sostanze separate, né, tanto meno, signorie divine esterne ad esso, sia assai lontana dai dogmi cristiani; abilmente dissimulata tra artifici poetici e dottrinali, l orazione del Cremonini è da leggersi come una perorazione deista ante litteram, ben degno prodromo a quella carriera di difensore dei valori della laicità e del libero pensiero che per oltre un trentennio il filosofo esercitò dalla propria cattedra padovana, e che ancora a metà del XVII secolo era dagli inquisitori additata quale causa principale della diffusione di ateismo ed empietà nella cultura della Serenissima: Il stato veneto è infestato dalla dottrina di quel maledetto Cremonini, che in sentenzia d Aristotile insegnava in Padova la mortalità dell anima, l eternità del mondo, che Dio non è causa efficiente e che li cieli sono informati d anima intellettiva ed altri errori, dalli quali sono stati [nati?] in molti l ateismo e l empietà 15. NOTE 1. Autore di vari studi dedicati al filosofo e alle sue vicende biografiche (in particolare si veda A. POPPI, Cremonini, Galilei, e gli inquisitori del Santo a Padova, Padova, Centro Studi Antoniani, 1993), Poppi ne ha anche edito alcuni scritti (C. CREMONINI, Orazioni, a cura di Antonino Poppi, Padova, Antenore, 1998) ed è stato tra i promotori dell ultimo convegno dedicato al docente dell Ateneo padovano (Cesare Cremonini. Aspetti del pensiero e scritti, a cura di Ezio Riondato e Antonino Poppi, 2 voll., Padova, Accademia Galileiana di Scienze, Lettere e Arti, 2000). 2. A. POPPI, op. cit., p Ibidem. 4. Queste le parole con cui Pomponazzi ammoniva i suoi allievi: Tantum credite in philosophia, quantum rationes dictant vobis; in theologia credite tantum, quantum vobis dictant theologi et antistites omnes cum tota Romana Ecclesia, quia aliter facerent vobis facere mortem castanearum. 5. Si vedano soprattutto, entrambi in Cesare Cremonini. Aspetti del pensiero e scritti, cit.: L. SPRUIT, Cremonini nelle carte del Sant Uffizio romano (I, pp ) e M. SANGALLI, Cesare Cremonini, la Compagnia di Gesù e la Repubblica di Venezia: eterodossia e protezione politica (I, pp ).

4 22 Lo Stracciafoglio - n Il frontespizio della princeps recita: Le Pompe funebri, overo Aminta e Clori, Favola silvestre di Cesare Cremonino. Al Sereniss. Principe, Il Sig. Duca di Ferrara, etc. In Ferrara. Appresso Vittorio Baldini. M. D. XC. Con licenza de Superiori. L edizione venne replicata dal Baldini l anno successivo e poi ancora nel 1599, infine la favola fu ristampata a Vicenza nel 1610 Appresso Francesco Bolzetta. 7. A. CORSARO, Percorsi dell incredulità. Religione, amore, natura nel primo Tasso, Roma, Salerno, 2003, pp Segnalo però che ulteriori notizie sulla favola e sull intermezzo del Cremonini, nonché complessivamente sul genere pastorale, sono ora ricavabili anche visitando il progetto Archivi Elettronici. Favole Pastorali al sito dove è anche possibile (o lo sarà in un prossimo futuro) la lettura della favola digitalizzata dall edizione Baldini. 9. Ad esempio i topici lamenti d amore (soprattutto nella scena quarta del terzo atto il lamento di Aminta narrato da un Amadriade) o un interessante canto d amore all epicurea interpretato da Sileno nella terza scena dell atto quarto, vera e propria rivisitazione del celebre coro del primo atto dell Aminta tassiana con l invettiva contro la vanità, ch ha nome Onore, a proposito del quale non mi pare condivisibile la critica di Corsaro che nella fedeltà essenziale a Tasso coglie soprattutto povertà di ispirazione personale. 10. Viene ovviamente da pensare al Mondo creato che il Tasso stava proprio in quegli anni componendo, ma da allora bisognerà ridiscendere almeno fino al Monti della Bellezza dell universo per trovare un analoga grandezza di ispirazione e di sentimento. 11. La si legge in C. CREMONINI, Orazioni, cit., pp Trascrivo la traduzione prodotta da Antonino Poppi nel volume delle Orazioni appena citato: Dunque, ascoltatori, nel nostro mondo non vi è niente di così fiorente, che non debba sfiorire; di tanto elevato, che non debba crollare; di tanto stabile, che non debba andare in rovina. Tutto ciò che ci circonda fluisce nella precarietà e nell instabilità, e così in conclusione il mondo non è mai: nasce e muore continuamente. 13. Si legga come un auspicio e un invito rivolto principalmente a Paolo Luparia, ben esercitato dal commento al Mondo creato alle letture filosofiche e teologiche, e a Massimo Scorsone, uso da sempre a delibare ogni genere di lettura e perfettamente a suo agio tra turiboli e incensi, ai quali io riesco invece sempre allergico. 14. Massimo Scorsone mi suggerisce, appunto, Tertulliano, De oratione, XXIX, 4: Orat omnis creatura, orant pecudes, et ferae, et genua declinant, et egredientes de stabulis ac speluncis, ad coelum non otiosi ore suspiciunt, vibrantes spiritu suo movere. 15. Il brano, tratto da una denuncia anonima fatta pervenire al Santo Uffizio in Roma nel 1652, è citato da G. SPINI, Ricerca dei libertini. Le teorie dell impostura delle religioni nel seicento italiano, Roma, Universale, 1950, p DOMENICO CHIODO

5 Da Le pompe funebri, overo Aminta e Clori di Cesare Cremonini Atto primo. Scena seconda Sacerdote Quel primo dì che con la chioma d oro Spuntò da l infinito immenso Gange D eternità puro e innocente il Sole, Che si fe poi nocente Col riportar a l uom, fatt empio, il giorno, Quel primo dì che Dio saggio dipinse Col pennel del suo detto il ciel di stelle E di zafiro, et ingemmò la terra De lo smeraldo de le fresche erbette E de l ostro dei fiori, E n mirabil sembianza, a punto quale Da saper e da mano onnipotente S aspetta, effigiò splendido il mondo, Nacquer le sante leggi di pietate, E del culto divino; E sì come non è sì cupa valle, O sì riposto e solitario speco, In cui con l occhio de suoi raggi eterno, Indefesso volando e rivolando Per la strada rotonda il Sol non miri, Così fra quanto al senso de mortali Sotto forma visibil si dimostra, Creatura non è la qual non senta Religione, e nasce il sacro instinto, Però che natural conoscitrice Ciascuna de lo stato di se stessa, Sa che non è se non quanto è da Dio, E sa che, qual repente il lume langue Se nube ingombra il sol, così morrassi Ov ei di vita a lei l eterno influsso Sospenda, onde devota e riverente, Adorando e lodando, si rivolge Religiosa al suo conservatore. Questo ciel tanti lumi accende a Dio, A Dio fa tanti giri, a Dio combatte Con l acqua il foco, e con l aer la terra, Che così ripugnanti et inimici Nel lor combattimento adoran Dio, Regenerando il mondo opra di Dio:

6 24 Lo Stracciafoglio - n. 1 È di religion l innato spirto Ch inamora la vite e la marita Lieta e cupida a l olmo, e la fa schiva De l elce e del cipresso; per gli boschi Sente religion l orsa e la tigre, E, chi ben gli intendesse, i feri suoni Spaventevoli a noi son voci pie, E di lodi e di grazie a Dio rendute; La serpe uscendo al sol prima non osa Por orma nel dipinto de le piagge Che lasci il sozzo de la vecchia scorza E si ringiovenisca e rinovelli, Opera di devota riverenza Ver l immortal pittor di primavera Dio, che sparge di porpora le rose, E di neve odorata e d oro i gigli; Religioso affetto è quel che desta Or gli augelletti a salutar l Aurora; E se con l arte di religione La Deità che provede a le cose Non reggesse i contrasti di natura, L ordin del mondo, oggi raro e soprano, Ritornaria confuso, E ne la prima informità deforme.

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