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1 Gruppo Aziendale UILCOM-UIL Rai Rai Way Milano Info Rai TV n. 170 del 24 luglio 2012 Sommario: 1. RaiWay: oggi vale la metà di undici anni fa 2. Rai, nell agenda di Tarantola e Gubitosi spending review e far ripartire la Sipra 3. Rai, Vita: "Che fine farà RaiWay?" 4. Mediaset. Spending review per 400 milioni nel triennio: via il Moto Gp dal 2014 e più programmazione autoprodotta 5. Paradossi del digital divide 6. Angeletti: bisogna ridurre le tasse sul lavoro, altrimenti niente crescita RaiWay: oggi vale la metà di undici anni fa Fonte: La Repubblica E L EFFETTO DELLA DEPRESSIONE DEI MERCATI MA ANCHE DEL PASTICCIO DELL ASSEGNAZIONE DELLE FREQUENZE E SOPRATTUTTO DEL FATTO CHE NEL SETTORE C È OGGI UN CONCORRENTE CHE SI È MOLTO RAFFORZATO: LA EI TOWERS CHE FA CAPO A MEDIASET Potrebbe essere uno dei primi punti del nuovo corso Rai all ordine del giorno: la vendita di RaiWay. Ma è una decisione che rischia di avere più un valore simbolico che un effetto positivo sui conti di Viale Mazzini. RaiWay era stata quasi venduta nel 2001, dalla gestione Zaccaria presidente e Cappon direttore generale. Si era arrivati addirittura all incasso dalla Crown Castle di 800 miliardi di lire per il suo 49%. Ma il governo Berlusconi di allora, e per lui il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, mise il veto, e la Rai restituì i soldi. RaiWay gestisce la rete di trasmissione di Rai: i sistemi di emissione e le antenne di trasporto e ripetizione del segnale, dislocate in siti. Ha un organico di 650 addetti, tra tecnici e ingegneri, che si occupano dello sviluppo e della manutenzione. Quanto può valere oggi RaiWay? Cifre lontane da 11 anni fa: stime raccolte tra gli addetti ai lavori dicono i 400 milioni di euro per il 49% di allora sarebbero una cifra anche abbondante per il 100% ai corsi attuali. Ma il problema non è questo. La Rai ha debiti sui 300 milioni, il suo problema non è la patrimonializzazione ma la redditività operativa. Ma soprattutto trovare un acquirente per le torri Rai (anche penalizzate rispetto ai concorrenti di Ei Towers, ossia Mediaset, dalla definitiva assegnazione delle frequenze di due settimane fa) non è compito agevole. Per averne la riprova basta chiedere a Gianni Stella che sta cercando acquirenti sia per La7 sia per Timb, ossia il corrispettivo di Raiway in Telecom. Finchè sul mercato ci sarà la famiglia Berlusconi e la sua Ei Towers, rafforzatasi dopo la fusione con Dmt, è quasi impossibile che qualche operatore straniero possa aver voglia di mettere il naso in Italia sul mercato delle frequenze e delle torri tv. Diverso sarebbe se si formasse un operatore unico nazionale sotto l egida di Cdp. Come con Terna e Snam. Per ora è solo un ipotesi di scuola. (s.car.) Una delle torri di trasmissione di RaiWay 1

2 Rai, nell agenda di Tarantola e Gubitosi spending review e far ripartire la Sipra Fonte: La Repubblica finanza/2012/07/22/news/rai_nellagenda_di_tarantola_e_gubitosi_spending_review_e_far_ripartire_la_sipra / Il compito del nuovo vertice è risanare e rilanciare il gruppo. I tagli possibili sono molti ma difficili. Se si mettesse mano alle carenze della raccolta pubblicitaria si potrebbero trovare le risorse per una vera strategia su internet di STEFANO CARLI Troppi canali: 15. Troppe testate giornalistiche: 9, con relative direzioni. Troppo personale: addetti, e infatti già circolano stime di esuberi potenziali tra le 500 e le mille unità. Troppa rigidità contrattuale che gonfia gli organici: e c è un contratto di operai e tecnici da rinnovare da mesi. Troppa poca societarizzazione e troppo accentramento, che è il nemico della trasparenza dei costi. Tutto vero. Ma se si volesse veramente risanare la Rai, la novità rivoluzionaria non sarebbe nella revisione delle spese e nei tagli (che sarà assai difficile fare nella misura necessaria) ma nei ricavi. E qui il nodo gordiano ha un solo e semplice nome: Sipra. Il buco nero di Viale Mazzini è infatti la concessionaria di pubblicità. Ecco, l agenda ideale di Tarantola e Gubitosi, il giorno dopo il loro insediamento al vertice della tv pubblica, dovrebbe partire proprio da qui. Perché si possono tagliare i costi, rivedere i palinsesti, ridurre i tg, ma se poi si ha una concessionaria che quando il mercato cala perde il doppio della media e quando poi risale (ricapiterà anche stavolta, prima o poi) lo fa alla stessa velocità degli altri, non si va lontano. Certo, ci sono condizioni esterne oggettive: che i grandi centri media tendano a snobbare i canali Rai in favore di Mediaset, è una verità che tra gli addetti ai lavori viene data per scontata. Ma Sipra ci mette del suo. In un periodo di crisi di pubblicità i pacchetti offerti dalla concessionaria sono rigidi, il bundle sui canali ha pochissima flessibilità. Stessa rigidità in materia di sconti (e si sa che in tempi di crisi lo sconto è fondamentale). A Viale Mazzini circola anche la battuta - forse una leggenda metropolitana, ma se non è vera rende bene l idea - che in occasione degli ultimi Europei di calcio Sipra si sia «dimenticata» di vendere gli spot sui calci di rigore delle semifinali. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che i contratti Sipra prevedono anticipi contrattuali del 35%, si capisce bene perché gli inserzionisti siano in fuga: prima degli Europei, nei primi mesi 2012 la raccolta ha segnato meno 25% rispetto al meno 10% di Publitalia. E Mediaset ringrazia. Quantificare l inefficienza di Sipra è difficile ma qualche cifra si può azzardare. Per esempio, i canali digitali che stanno attorno all 1% di share (la Rai4 di Freccero, Rai Movie) dovrebbero valere sui 30 milioni annui di raccolta pubblicitaria: sembra che arrivino solo attorno ai 10 milioni. I portali Internet della Rai, Rai.it e Rai.tv, quest ultimo con l offerta delle dirette via Web e della catch up tv, ossia la possibilità di richiedere programmi dell ultima settimana, sulla base di utenti unici e pagine viste, potrebbero portare tra i 15 e i 20 milioni di ricavi pubblicitari, ma ci si ferma appena a 6. Lo share medio dei nuovi canali digitali Rai inizia a essere vicino al 6%: e poiché ogni punto di share vale sui 30 milioni, il loro fatturato potenziale potrebbe stare sui 180 milioni. Più Internet, si arriverebbe sui 200 e di questi si può ipotizzare che oggi ne entri effettivamente appena un terzo: diciamo che possono mancare all appello milioni su un fatturato pubblicitario 2011 che è stato di 973 milioni (1.039 nel 2010). E su Sipra, che non è «materia editoriale», Tarantola e Gubitosi potranno decidere in autonomia, senza sottomettere le loro scelte al Cda. Il secondo nodo, una volta sistemata la pubblicità, è l offerta editoriale. «Finora è mancato un vero piano editoriale - spiega Augusto Preta, direttore di ItMedia Consulting - Rai non ha una 2

3 strategia unitaria né in termini di target né in termini di offerta. Non ha una strategia nel digitale anche se è stata l azienda che sul digitale ha investito di più: è stata la prima a lanciare nuovi canali, anche come quantità. E per questo ha anche rinunciato ai 50 milioni annui che ricavava dal contratto con Sky». Sul digitale terrestre la Rai è insomma stata come le prime linee nelle guerre di trincea: carne da cannone. Ha reso ricca da subito l offerta dei nuovi canali, non si è preoccupata di renderli redditizi, per fare in fretta ha trattato al minimo sulle frequenze e infatti si ritrova una rete fatta in larga parte di «cerotti» e che ora, con l assegnazione definitiva delle concessioni ventennali, potrebbe avere qualche difficoltà a risistemare. Il tutto mentre chi aveva interesse a una rapida affermazione del digitale era invece Mediaset, che stava lanciando la sua sfida a Sky sulla pay tv. Che poi, per ironia della cose, la pay tv sul digitale terrestre di Mediaset sia in stallo e gli ascolti stiano premiando i nuovi canali in chiaro, è solo il segno di un ulteriore occasione che viale Mazzini sta perdendo, visto che non riesce a sfruttarla in termini di ricavi. «Ma è prioritario per Rai ripensare le sue strategie - conclude Preta - Finora hanno utilizzato le logiche della vecchia tv lineare e del modello monopiattaforma: ora devono riconsiderare le loro scelte mettendo testa e investimenti su Internet. Devono ripensare al ruolo del servizio pubblico nel mondo digitale e porsi il problema di individuare le esigenze degli utenti-cittadini prima ancora degli utentitarget commerciali. Potrebbe essere necessario spostare risorse dai canali alle offerte multi piattaforma e over the top. Almeno finchè le risorse sono queste». A voler tagliare, tra canali e strutture c è solo l imbarazzo della scelta. Due canali per bambini, due canali sportivi, una programmazione culturale d archivio che non sembra aver bisogno di un canale tutto suo, Rai Storia, ma che dovrebbe alimentare altri palinsesti. Un canale come RaiScuola che non ha senso con una frequenza tutta per sé. E poi rivedere i canali maggiori: Rai 4 è un po la nuova Rai 2 che invece ha perso ogni identità. Rai 5 ha molto in comune con Rai 3 che a forza di rappresentare il baluardo antiberlusconiano di Viale Mazzini viene vissuta come un fortino da proteggere e non viene svecchiata da un decennio almeno. Ci sono insomma molte duplicazioni. Non vanno tagliate tutte, ma ripensate con coerenza sì. Stessa cosa per le testate giornalistiche: già solo unire Televideo e RaiNews, cosa già decisa ma mai completata, sarebbe meritorio. Ma poi nel mondo digitale perché mantenere non tanto le tre redazioni dei tre Tg, quando tre strutture tecnologiche e di produzione che potrebbero invece essere unificate facendo sinergia di costi? Stessa cosa per i Giornali Radio: che hanno un solo direttore ma ben 4 vicedirettori e altrettante redazioni, uno per ogni Gr più il Gr Parlamento. E qui si entra nella grande palude dell organizzazione di Viale Mazzini: 160 «parrucchieri», il reparto trucco, quello da cui perfino Mediaset ha fatto partire i suoi tagli; operatori e montatori sono 600 e l innovazione tecnologica sta creando sovrapposizioni; i quattro centri di produzione (Roma, Milano, Torino e Napoli) valgono addetti, e l insieme delle sedi regionali, che non hanno centri di produzione, ne portano altri La radiofonia ne conta 800, di cui 150 giornalisti. I giornalisti sono 1.650, di cui 327 con qualifica di dirigenti. I duemila circa che mancano all appello per arrivare a sono amministrativi della sede centrale. E a questo numero non appartengono i 650 tecnici e operai di manutenzione che fanno capo a RaiWay, la società delle torri e della rete. A questo caos contrattuale e sindacale si affianca quello organizzativo: ci sono almeno tre ere geologiche che si sommano e si sovrappongono. Ci sono società che derivano dalla gestione Celli di dieci anni fa che aveva avviato un decentramento con societarizzazione e che 3

4 convivono con il successivo riaccentramento voluto da Flavio Cattaneo, oggi ad di Terna, quando era direttore generale a Viale Mazzini (tra il 2003 e il 2005). Per cui ci sono competenze divise tra società, direzioni e una miriade di divisioni che riportano tutte al direttore generale. Ai tempi di Agnes, ossia anni Ottanta, altra epoca di grande accentramento, si era calcolato che se il direttore generale avesse dedicato 10 minuti a ogni suo riporto si sarebbe occupato di un problema una sola volta ogni 25 giorni. Ma i tagli in Rai sono difficili da concludere. Troppo complicato: politicamente, sindacalmente, culturalmente. Per questo l opportunità migliore oggi è quella di lavorare sui ricavi. C è la possibilità di fare cassa con RaiWay, e già l idea circola, ma è difficile, basta guardare alla difficoltà di Telecom con La7 e con la rete di Timb. Ci sono immobili da vendere o da mettere in una società che li valorizzi: ci sono terreni edificabili a Roma e nelle vicinanze, ci sono gioielli come Palazzo Lavia a Venezia. Ma il vero nodo è l offerta commerciale. Di Sipra si è detto. L altro aspetto strategico è però la riorganizzazione dei contenuti. Valorizzandola. «Rai ha probabilmente il costo medio per ora di contenuto video più basso in Italia - afferma Alessandro Araimo, senior partner di Roland Berger Italia - Ha una library che prima del digitale terrestre era largamente inutilizzata. Il problema è che oggi ha un offerta ampia ma qualitativamente non molto diversa da quella di Mediaset. Utilizzando bene la library e i diritti già pagati anche il coso marginale dell ultimo canale sarebbe estremamente basso. Con Mediaset che ha ridotto gli investimenti in contenuti e Rai avanti sull'audience Viale Mazzini si trova un vantaggio considerevole da sfruttare commercialmente. Occorre lavorare sull offerta e sulla concessionaria. A quel punto non ci sarebbe neanche bisogno di tagliare il numero dei canali. E arriverebbero pure le risorse per investire sul Web». Nella foto a lato, il cavallo di bronzo simbolo della Rai Qui sotto, Anna Maria Tarantola, neo-presidente della tv pubblica: per le decisioni sui temi non editoriali non deve passare per il Cda Qui accanto, Luigi Gubitosi, nuovo direttore generale di Viale Mazzini E l ex ad di Wind. Rai, Vita: "Che fine farà RaiWay?" Fonte: Partito democratico di Vincenzo Vita, pubblicato il 19 luglio 2012, 88 letture "L'incipit del nuovo gruppo dirigente della Rai è stato un falso movimento". Lo dichiara il senatore del Pd Vincenzo Vita che aggiunge: "Il contratto a tempo indeterminato e dal valore economico così elevato, firmato dal neo direttore generale Gubitosi, è davvero uno schiaffo alla povertà. Ma anche alla spending review del governo, che è piena di lacrime e sangue". "Chissà mai - continua Vita - che lo stesso manager, insediatosi a Viale Mazzini, non voglia autoridursi il compenso. Emolumenti a parte, vorremmo porre una domanda al nuovo gruppo di comando: che sarà di RaiWay? Sono vere le voci ricorrenti che vorrebbero messo all'incanto il 'gioiello di famiglia' del servizio pubblico radio televisivo? E' fin troppo noto, infatti, che nell'epoca della crossmedialità la rete di trasmissione è il punto di forza di un broadcasting. E' augurabile, quindi, che nei disegni industriali della Rai si pensi piuttosto ad un ruolo attivo nel vasto mondo della tv 'ibrida', che ha bisogno di valorizzare proprio l'assetto tecnologico e diffusivo". "Nel 'lodo' di cui si legge sui poteri della presidente Tarantola, del direttore e dei consiglieri di amministrazione, come si colloca il capitolo cruciale delle politiche dell'innovazione? Nel fare gli auguri di buon lavoro - conclude Vita - auspichiamo che la discussione tocchi finalmente i nodi strategici." 4

5 Mediaset. Spending review per 400 milioni nel triennio: via il Moto Gp dal 2014 e più programmazione autoprodotta Fonte: Newslinet Tempi duri per il gruppo di Cologno Monzese, impegnato in una draconiana manovra finanziaria tutta risparmi mirata a rendere più congruo il bilancio corporate rispetto alla grave crisi che il Paese sta attraversando. Non solo attività di recupero di efficienza - guai a parlare di tagli per il management Mediaset, impegnato proprio in questi giorni a gestite tensioni sindacali di non poco conto - perché sembrerebbero trasparire rinunce ad una programmazione free come l'abbiamo finora conosciuta e che aveva abituato troppo bene il pubblico al tempo della televisione analogica. La conclusione della transizione dei programmi televisivi alla tecnica digitale terrestre su tutta la Penisola, nel tormentato ambiente della Tv commerciale (ci si passi l'uso nostalgico di un glorioso appellativo), sembra corrispondere per il Biscione all'avvio di uno switch off dei programmi che gli italiani da anni sono abituati a rintracciare nell'offerta in chiaro. Le fiction ed i film, secondo quanto dichiara il vicedirettore generale contenuti di Rti Federico Di Chio ad Italia Oggi (20/07/2012, p. 21), diminuiranno e si evince che in parte dovrebbero essere soppiantate da un aumento di esperimenti autoprodotti che già nella scorsa stagione si sono affacciati sul piccolo schermo non a pagamento. Ne sono un esempio le trasmissioni Wild, Mistero ed Archimede, protagoniste di un generale progetto di riorganizzazione dei contenuti, perché la crisi, purtroppo, non sarà passeggera (cfr. Italia Oggi, cit). Comunque, inutile negarlo, il pubblico che non sarà disposto per i prossimi anni ad appostare nel disastrato bilancio familiare anche il costo di un servizio a pagamento, dovrà forzatamente diminuire il consumo di televisione (o rassegnarsi a passere serate di zapping), essendo onestamente difficile rinvenire sull'utopica platea di 999 canali gratuiti qualcosa di interessante (eccetto i programmi già oggi diventati un cult). I tempi sono davvero cambiati e la costante diminuzione della raccolta pubblicitaria in televisione deve poter trovare il giusto contrappeso nel contributo (che in pratica diventerà un canone aggiuntivo rispetto a quello RAI) dei telespettatori paganti. Ovviamente, in tale ambito, si devono anche valutare i vantaggi in termini di qualità della programmazione (prime Tv e serie tra le più famose e gettonate per il nuovo pubblico di giovani sempre meno generalista e sempre più 2.0), che sistemi del genere di quello offerto con la piattaforma Premium possono offrire ai telspettatori e che sostituisce la tradizionale videoteca, oramai scomparsa dal panorama degli esercizi commerciali cittadini: sintomatico della debacle del settore dell'home video Blockbuster, che da mesi ha avviato la procedura di liquidazione in regime di concordato preventivo (più di settecento addetti rimasti senza lavoro) e nei cui negozi sorgerà un franchising di parafarmacie. Insomma, sensazionalismi a parte e drastiche ristrutturazioni aziendali passate per imput di efficienza, chi lavora nel settore delle comunicazioni di massa, oggi come oggi, non può dormire sonni tranquilli. Un ultima annotazione la merita la decisione di Mediaset, onestamente eccezionale, di non rinnovare l'esclusiva per i diritti Tv sul Moto Gp nel triennio , ripiegando sulla Superbike. La motivazione è che Valentino Rossi non vince più. Un po' come sospendere i telegiornali Mediaset perché Berlusconi non è più Presidente del Consiglio. Un modo come un altro per dire che a Cologno Monzese le risorse scarseggiano, non consentendo esborsi per sport che non siano il buon vecchio calcio di sicuro ritorno commerciale, anche nel brevissimo periodo. In proposito, per la stagione , asssiteremo alla mutazione di Italia 1 in canale a forte orientamento calcistico, come spiega il direttore di Sport Mediaset Ettore Rognoni (Italia Oggi, 20/07/2012, p. 21), anticipando per il pallone in chiaro tre appuntamenti settimanali con Champions League ed Europa League, ai quali farà da pendant un nutrito palinsesto pay - tra l'altro - con i campionati di serie A e B nazionali per le squadre accreditate. (S.C. per NL) Paradossi del digital divide Fonte: TV Digital Divide 21 lug di quezal (Matteo Bayre), Pubblicato in Banda larga, Digital divide, Internet «Il digital divide tecnico non esiste più», ama ripetere il presidente esecutivo di Telecom Italia, Franco Bernabè. Può sembrare un affermazione paradossale ma, spiega lo stesso Bernabé, «se qualcuno si trova sulla vetta della più remota montagna oggi può avere accesso alla banda 5

6 larga». Basta che disponga di una parabola e di un modem satellitare da collegare al computer. Oltre, ovviamente, dell energia necessaria ad alimentare ricevitore e pc. Difficile dare torto al presidente di Telecom Italia, afferma Gildo Compensato su corrierecomunicazioni.it. Il satellite si sta infatti affermando come la soluzione pronta per l uso, capace di portare immediatamente la connessione ad Internet in tutte le zone ed i distretti industriali del Paese. Il servizio satellitare viene fornito dagli operatori di capacità spaziale già da alcuni anni. Ora, però, ha superato la fase pioneristica e le prestazioni sono decisamente migliorate, in particolare da quando con il lancio di KaSat di Eutelsat si sono resi disponibili servizi satellitari pensati soprattutto per Internet veloce. La qualità offerta si avvicina tranquillamente a quella di una buona Adsl, pur considerando le interferenze dovute a particolari condizioni atmosferiche, comunque decisamente attutite rispetto al passato. Anche i costi si sono ridimensionati diventando accessibili non solo per l utenza business ma anche per il consumatore. Eppure, l Internet via satellite è ancora in una fase di difficile rodaggio commerciale. Ma non è l unico. I principali operatori di telecomunicazione stanno proponendo il servizio a banda larghissima, con collegamenti a 100 mega. Risposta tiepidissima (ad essere generosi) da parte del mercato. Lo stesso esperimento di Collina Feming che ha visto associarsi a Roma gli operatori alternativi ha dato scarsi risultati. Il cavallo non beve, che si tratti di soluzioni a banda larga immediata dove il doppino non ce la fa a reggere il traffico dati, o di banda larghissima dove è arrivata la fibra. Questioni di prezzo? Forse, ma non soltanto. Alla base c è piuttosto un problema di domanda (afferma Compensato dando ragione a Bernabè che di tanto in tanto si lamenta). Di Internet veloce che non è sentito come essenziale: dai consumatori (e ce lo possiamo anche spiegare) ma anche dalle imprese (e ce lo spieghiamo un po meno). È il paradosso italiano: in astratto c è grande fame di collegamenti broadband, ma quando essi arrivano sono pochi quelli che si siedono a tavola. Un tema per l Agenda Digitale. In realtà, secondo il mio punto di vista, esiste anche un problema di infrastruttura pubblica e di cultura della Rete. La copertura totale, quella a banda larga, è una chimera in questo Paese. Troppe aree sono ancora tagliate fuori da una semplice connessione Adsl. Troppi comuni italiani si devono affidare a soluzioni costose e poco efficaci per avere accesso libero a Internet. Secondo i dati dell Osservatorio Between l 11% delle aziende nostrane non può avere nemmeno l Adsl di livello base (almeno 2 Megabit). E la banda larga veloce (almeno 20 Megabit), necessaria per molte imprese, copre appena il 64% delle aziende. Per questo motivo lo Stato avrebbe il dovere di completare la diffusione di un bene comune e pubblico come Internet. Ma l ostacolo che mantiene forte il divario è anche quello di carattere culturale. Secondo i dati presentati all ultimol Netcomm ecommerce Forum 2012 gli italiani usano ancora poco Internet rispetto agli altri europei. A utilizzare la rete nelle fasce d età tra i 55 e i 74 anni sono infatti il 22%, contro una media europea del 40%. Tra i 25 e i 54 anni sono il 60%, contro una media del 76%, tra i 16 e i 24 sono l 81%, contro una media del 91%, ben 10 punti percentuali in meno. Angeletti: bisogna ridurre le tasse sul lavoro, altrimenti niente crescita Fonte: Rainews24 "Noi chiediamo con forza al governo di fare l'unica cosa che puo' concretamente rilanciare la nostra economia: ridurre le tasse sul lavoro". A dirlo al Gr Rai e' il segretario generale della Uil. Angeletti pero' si dice contrario ad una patrimoniale: "significa semplicemente una nuova tassa". Piu' e' elevato il livello di tassazione, piu' posti di lavoro si perdono. La crescita della nostra economia senza riduzione di tasse resta solo una parola, restera' lettera morta. Noi chiediamo con forza al governo di fare l'unica cosa che puo' concretamente rilanciare la nostra economia: ridurre le tasse sul lavoro". A dirlo in diretta a "L'economia in tasca - Gr Rai" e' il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. Angeletti pero' si dice contrario ad una patrimoniale - "No, niente patrimoniale: "patrimoniale" significa semplicemente una nuova tassa" - ed esprimere un giudizio positivo sulle indiscrezioni del Piano Giavazzi per ridurre e 6

7 semplificare gli incentivi alle imprese: "Bisogna ridurre tutta una serie di incentivi inutili, o comunque di scarsa efficacia, eliminare questi sprechi e i costi della politica e con queste risorse ridurre le tasse". Il leader Uil ha anche parlato di Fiat. Nell'incontro del primo agosto tra i vertici del Lingotto e i sindacati che hanno firmato il nuovo contratto, chiedera' all'azienda di "rispettare gli impegni e confermare gli investimenti nonostante il mercato dell'auto che non va assolutamente bene". "Certamente la crisi del mercato auto non incentiva gli investimenti in Italia - ha aggiunto Angeletti - ma noi chiederemo alla Fiat di fare un atto di coraggio, il coraggio di chi fa davvero impresa, e di lungimiranza, e cioe' di investire comunque, anche in una situazione e in un momento in cui il mercato dell'auto non va assolutamente bene. Ovviamente confidiamo sul fatto che nei prossimi anni invece il mercato dell'auto riprendera', in Italia e in Europa. Quindi a Fiat chiederemo di guardare piu' avanti, e di mantenere gli impegni che si e' assunta con noi". Angeletti invece non reputa utile l'apertura di un confronto tra governo, parti sociali e azienda, neppure sul tema generale di possibili politiche di sostegno al settore auto: "No, perche' non ci sono politiche di sostegno possibili - risponde Angeletti - L'unica fatta in questi decenni e' stata quella di incentivare le persone a comprare automobili, ma in un Paese dove il 70% delle auto comprate viene prodotto all'estero significa incentivare le imprese estere. Niente incentivi, non servono". 7

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