CONSULENZA FINANZIARIA INDIPENDENTE

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1 CONSULENZA FINANZIARIA INDIPENDENTE D&P NEWS - LETTERA di INFORMAZIONE FINANZIARIA Anno VI - Numero 9 del 31 Ottobre 2011 ARTICOLO - UNA NUOVA BRETTON WOODS Aduc.it A partire dalla crisi del 2008 il sistema finanziario mondiale non è più lo stesso. Dopo il collasso ed il salvataggio delle grandi banche mondiali ( quelle troppo grandi per fallire ) il problema si è trasferito ARTICOLO - STIGLIZ: BANCHE TASSATE E RE-GO-LA-MEN-TA-TE Morningstar.it Maggiore regolamentazione delle banche, più tasse per gli istituti finanziari e coordinamento e controllo su scala globale del sistema finanziario. Joseph Stiglitz non ha avuto ancora modo di leggere il ARTICOLO - ITALIA: CRISI, ECCO COSA RISCHIANO LE FAMIGLIE E LE IMPRESE Corrieredellasera.it La premessa. Bankitalia ieri ha spiegato che il debito pubblico italiano è sostenibile nei prossimi due anni anche se i tassi di interesse sui titoli di stato arrivassero all 8% e la crescita fosse uguale a zero. E la... ARTICOLO PER I PIANI DIRISPARMIO VANTAGGI FISCALI MA NON TROPPO YouInvest.org I piani di risparmio introdotti con la manovra di Ferragosto (ma di cui si aspetta il completamento della disciplina) sono attesi da gestori di fondi comuni e compagnie vita come sostegno strutturale a volumi ARTICOLO - ETF ATTO SECONDO Morningstar.it Nei prossimi quattro anni il patrimonio globale investito nei replicanti potrebbe passare dagli attuali 1,5 mila miliardi di dollari a 4,7 mila miliardi. A dirlo è l ultima analisi pubblicata dalla società di consulenza ARTICOLO - PREVIDENZA: LA STRETTA CONTINUA, COME COSTRUIRE E SALVARE Corriereeconomia.com Quando andremo in pensione? E con quanto? Il futuro è segnato: quasi tutti a 65 anni (o più), anche le aasignore. E per i giovani la quasi certezza di una rendita pari a mezzo stipendio. La strada della ARTICOLO - LA GENERAZIONE CHE PAGA PER TUTTI LaVoce.info L enorme debito pubblico che l Italia ha accumulato tra il 1965 e il 1995 non è stato utilizzato a fini aaproduttivi: i soldi che abbiamo preso in prestito sono andati in impiego pubblico e pensioni. Ne hanno Cliccate, consultate e scaricate la D&P News al link DONADI & PARTNERS di Baldasso V. & C. S.a.s. Sede Legale: Via XXIV Maggio, 51/2 Sede Operativa: Piazza Caduti per la Libertà, 1/ Spresiano fraz. Visnadello (TV) Telefono Telefax SE NON DESIDERA PIU RICEVERE QUESTA MAIL CLICCHI qui

2 ADUC - Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori via Cavour Firenze Telefono Fax ottobre :10 Una nuova Bretton Woods di Alessandro Pedone A partire dalla crisi del 2008 il sistema finanziario mondiale non è più lo stesso. Dopo il collasso ed il salvataggio delle grandi banche mondiali (quelle troppo grandi per fallire ) il problema si è trasferito agli Stati, in primo luogo a quelli periferici europei, ma adesso anche a quelli una volta considerati più solidi come la Francia (passando prima per la nostra disgraziatissima Italia). E' ormai evidente ai più che anche quella che veniva considerata la solidissima Germania, non potrebbe passarsela bene se tre quarti dell'europa dovesse fare fatica a piazzare i propri titoli di debito pubblico sul mercato. Nel prossimo week-end ed in quello successivo i leader europei e poi quelli del G20 dovrebbero annunciare un nuovo piano di salvataggio dopo che quello del 21 Luglio scorso è praticamente naufragato fra le lentezze della politica europea. Speriamo che questa volta la soluzione sia all'altezza (e sopratutto implementata rapidamente), ma non può sfuggire a nessuno che qualunque sia la soluzione che i politici troveranno, questa non potrà che essere una soluzione provvisoria, come provvisoria fu la soluzione che gli Stati Uniti adottarono con il famoso Troubled Asset Relief Program (TARP). Il TARP curò i sintomi della malattia, ma non curò certo le vere cause che risiedono in una eccessiva finanziarizzazione dell'economia. Le istituzioni finanziarie hanno assunto un ruolo non solo del tutto abnorme ma anche dannoso per l'economia stessa. Da tempo la finanza ha smesso di assolvere al compito principale: raccogliere risparmio e concederlo alle aziende. Questo compito sta diventando sempre di più un aspetto secondario del business delle grandi banche. Oggi queste istituzioni fanno gli utili veri attraverso la finanza, negoziando titoli, in grande parte complicatissimi strumenti finanziari derivati, assumendosi rischi spesso incalcolabili. Fino a quando queste scommesse vanno bene la pletora di manager si divide bonus per centinaia di miliardi. Quando le cose vanno male, vengono salvate dai governi perché le banche sono sistemiche ed il fallimento di una grande banca avrebbe danni incalcolabili sull'economia reale (Lehman docet). Questa situazione è chiaramente inaccettabile. Non solo perché implica uno sperpero di denaro pubblico a vantaggio di una ristrettissima classe di privilegiate, ma anche perché produce dei disturbi periodici all'economia reale, disturbi che implicano costi ancora peggiori. La crisi del 2008 ci ha portato in dote una severissima recessione economica. Questa crisi del 2011 (che si può leggere come la seconda parte della crisi precedente) ci porterà un nuovo rallentamento dell'economia, speriamo meno grave del precedente. Nel 2008 dopo la cura dei sintomi, non siamo stati in grado di mettere mano alla cura della malattia. Ci riusciremo questa volta? Quale sia la vera malattia e quale sia la cura è ormai patrimonio piuttosto condiviso. Servirebbe una seconda Bretton Woods nella quale, come dopo la seconda guerra mondiale, si riscrivano le regole della finanza internazionale. Il primo scopo di queste nuove regole dovrebbe essere quello di ridurre drasticamente il numero ed i volumi delle transazioni finanziarie fuori dai mercati regolamentati. Per le banche, l'uso di strumenti finanziari derivati negoziati nei mercati non regolamentati dovrebbe essere progressivamente vietato. Ogni anno, nel mondo, il volume delle transazioni finanziarie di azioni e bond nei mercati regolamentati è decine di volte superiore al prodotto interno lordo (PIL). Il volume delle transazioni di derivati è a sua volta decine di volte superiore a quello delle transazioni in strumenti finanziari tradizionali. In altre parole, se il PIL è grande come una ciliegia e le transazioni in strumenti finanziari quanto un'arancia, le transazioni in derivati dovrebbero essere rappresentati come un cocomero! Non si pensi che questa situazione sia normale. Poche decine di anni fa, la capitalizzazione di borsa era più o meno uguale al PIL e molti dei derivati che oggi vanno per la maggiore non erano stati neppure inventati! Questi volumi e questi strumenti servono esclusivamente ad arricchire i manager delle grandi banche, banche che periodicamente hanno bisogno di essere salvate per le scommesse non andate a buon fine. Non sono utili all'economia, sono esclusivamente dannose! Abbiamo urgentemente bisogno di un nuovo sistema economico-finanziario mondiale, ma abbiamo i politici in grado di prefigurarlo? 1 / 1

3 WallStreetItalia.com Stiglitz: "Banche tassate e re-go-la-men-ta-te" di Elena Molinari Pubblicato il 25 ottobre 2011 Ora 10:09 Maggiore regolamentazione delle banche, più tasse per gli istituti finanziari e coordinamento e controllo su scala globale del sistema finanziario. Joseph Stiglitz non ha avuto ancora modo di leggere il documento del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, preferisce non giudicarne i contenuti, ma molte delle proposte lo trovano d'accordo. Il premio Nobel per l'economia, che presiedette il consiglio economico della Casa Bianca con Bill Clinton, si è infatti espresso più volte, dall'avvio della Grande Recessione del 2008 a oggi, sulla necessità di arrestare l'onda di deregulation globale - partita negli Stati Uniti - e di contrastarla con una marea di nuove regole che proteggano il risparmiatore e il consumatore. Il suo ultimo libro, Bancarotta, l'economia globale in caduta libera, è edito in Italia da Einaudi. Professor Stiglitz, crede che una nuova, più severa regolamentazione finanziaria permetterà all'economia mondiale di uscire dall'instabilità in cui si trova? Il nostro sistema di regole ha fallito in parte perché le stesse istituzioni incaricate di metterlo in pratica non credevano nella regolamentazione e hanno permesso ai vari attori finanziari di assumere rischi sempre più grandi. Se non facciamo delle regole finanziarie una nostra priorità e non riformiamo le nostre istituzioni internazionali o ne creiamo delle nuove, il sistema dei controlli fallirà di nuovo. Quali regole vorrebbe veder implementate? Regole che prevengano pratiche abusive, che siano interessi usurai da parte delle carte di credito (e questo in parte negli Stati Uniti lo abbiamo fatto) o mutui dai tassi crescenti che finiscono con l'esplodere nelle mani dei consumatori, o l'uso indiscriminato dei prodotti derivati. Quindi l'obiettivo principale delle riforme sono le banche? Soprattutto quelle "troppo grandi per fallire", che vengono automaticamente salvate con denaro pubblico in caso di crisi, come è successo nella Grande Recessione. Cattive politiche bancarie hanno avuto un ruolo enorme nella crisi, quindi la regolamentazione delle banche è fondamentale per la prevenzione di future crisi. Le banche devono essere ricapitalizzate, ma in modo trasparente, non attraverso pratiche di credito dubbie, come è successo in passato, pratiche nocive non solo per il consumatore, ma per tutto il sistema. Si prendano inoltre in esame i derivati. Questi prodotti finanziari rischiosi e non trasparenti hanno messo in ginocchio il sistema finanziario mondiale. Le banche commerciali non dovrebbero poter emettere derivati. La loro funzione principale deve tornare a essere il credito. Quindi, se vogliamo proteggere i contribuenti, dobbiamo imbrigliare le banche: frammentare quelle troppo grandi, limitare le loro attività, imporre maggiori tasse sulle loro transazioni, e spingerle a ricapitalizzarsi. Queste misure devono essere globali? La regolamentazione finanziaria è un'area dove la coordinazione internazionale è assolutamente essenziale. Se abbiamo mercati finanziari integrati, dobbiamo anche avere fiducia che i prodotti finanziari che importiamo dall'estero non producano devastazione economica in casa nostra. Ma questo non richiede solo coordmamento delle regole, anche dell'implementazione e del controllo. E pur-troppo le istituzioni di controllo finanziario esistenti, come il G20 e il Fondo monetario internazionale, hanno perso la fiducia di molti Paesi. Rimediare sarà difficile, perché la globalizzazione economica è più avanti di quella politica. Ma se vogliamo avere una globalizzazione che porti a un mondo più stabile e prospero per tutti, dobbiamo avere un migliore coordinamento.

4 Italia: crisi, ecco cosa rischiano le famiglie e le imprese di Francesca Basso 03 novembre 2011 La premessa. Bankitalia ieri ha spiegato che il debito pubblico italiano è sostenibile nei prossimi due anni anche se i tassi di interesse sui titoli di Stato arrivassero all'8% e la crescita fosse uguale a zero. È la risposta a chi in questi giorni sventola lo spettro del default - gli speculatori innanzitutto - di fronte all'impennata del differenziale di rendimento tra i Btp e i Bund. Ieri lo spread ha chiuso a quota 436 e il rendimento dei titoli decennali si è attestato al 6,19% sul mercato secondario, più o meno come due giorni fa, restando pericolosamente vicino a quella soglia del 7% che gli operatori indicano come il punto di non ritorno per un Paese verso il fallimento. Ma la Banca d'italia è stata chiara, lo Stato italiano reggerebbe anche se il tasso fosse all'8%. Resta però il fatto che questa situazione finanziaria di «emergenza» ha delle ricadute sui bilanci di famiglie e aziende. Perché la crisi del debito sovrano coinvolge non solo gli Stati, ma a scendere anche le banche, le aziende e i cittadini. Insomma, tutti coloro che devono finanziarsi. «Si assiste a un effetto a catena, con ripercussioni sugli istituti di credito, sulle aziende e sulle famiglie», spiega Angelo Drusiani, gestore obbligazionario di Banca Albertini Syz, che aggiunge: «Il rischio in caso di default è che i ceti medi si impoveriscano, livellandosi sul basso. Il venire meno della disponibilità liquida delle famiglie spingerebbe alla ricerca solo dei beni essenziali. Insomma, nei primi tempi ci sarebbe una forte recessione». Salvare la moneta unica conviene a tutti, alla Germania come alla Grecia, perché i costi della rottura dell'euro sarebbero altissimi. Va in questa direzione l'intervento dell'unione europea per creare un piano di salvataggio che aiuti la Grecia, rafforzi le banche dell'eurozona e garantisca in parte - attraverso il Fondo salva Stati Efsf - gli investitori sul primo 20% di eventuali perdite su bond di futura emissione. Gli economisti si trovano ad affrontare uno scenario nuovo, perché non esiste un precedente di default di un'economia avanzata. 1 - I titoli di Stato I rendimenti elevati dei Btp Occasioni e volatilità Ieri il rendimento di un titolo di Stato decennale italiano era del 6,19% sul mercato secondario, l interesse sul quinquennale del 6,01%, quello sul biennale del 5,25%. Che fare? La prima regola è non cedere all ansia. Le decisioni in campo finanziario (e non solo) non vanno mai prese sull onda dell emotività. Dunque di fronte alla possibilità di acquistare o vendere titoli di Stato si deve valutare la propria propensione al rischio e assumere la maggior quantità di informazioni di fonte valida. 2 - Il credito alle imprese Investimenti delle aziende. Cominciata la stretta sul credito Peggiorano le condizioni dei prestiti alle aziende, in conseguenza delle tensioni sul fronte della raccolta bancaria e della pressione sui titoli di Stato. Il Rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato ieri da Bankitalia ha segnalato inoltre «l alta quota di debiti bancari con scadenze ravvicinate (circa il 60% inferiore a due anni), il cui rinnovo potrebbe consentire alle banche di aumentare i margini». Già da questa estate lo spread massimo applicato sui prestiti alle imprese è salito fino a picchi del 9%. 3 - Prestiti immobiliari Mattone, chi compra paga già interessi più cari Secondo Bankitalia, se dovessero proseguire le difficoltà di raccolta delle banche italiane sui mercati all ingrosso, i tassi di interesse sui prestiti alle famiglie potrebbero aumentare in misura considerevole. Tuttavia «i mutui a tasso variabile stipulati in passato (circa il 70% della consistenza complessiva) sono legati al tasso Euribor, per il quale i mercati si attendono una riduzione nei prossimi mesi». Diverso sarà per i nuovi mutui, che risentiranno del peggioramento generale. 4 - Garanzie allo sportello Conti correnti garantiti fino a 100 mila euro Tutti i conti correnti sono garantiti dal Fondo interbancario di tutela dei depositi che copre fino a 100 mila euro e prevede il rimborso entro 20 giorni. Ovviamente dipende dalla solidità del sistema bancario. Per far fronte all aumento del rischio dei titoli del debito sovrano che gli istituti di credito hanno in portafoglio, l Autorità di vigilanza europea (Eba) ha chiesto alle banche dell Eurozona di rafforzare il proprio capitale. Per gli istituti italiani si parla di un iniezione da 14,8 miliardi. 5 - Gli oneri per l Italia Il conto della crisi può arrivare a quota 100 miliardi I conti li aveva già fatti ad agosto Ignazio Visco, allora vicedirettore generale oggi governatore di Bankitalia. Ogni «spostamento verso l alto di 100 punti base spiegava comporta un incremento della spesa per interessi pari a circa 0,2 punti percentuali del Pil nel primo anno e a 0,4 e 0,5 punti rispettivamente nel secondo e terzo anno». Con lo spread oltre quota 400 punti la crisi potrebbe arrivare a costare all Italia 100 miliardi di euro. 6 - Lo scenario peggiore La rottura dell euro? Costerebbe dieci volte di più I leader europei ne sono consapevoli: la rottura dell euro costerebbe molto di più che salvare la Grecia. Otto o dieci volte di più, secondo uno studio di Ubs sui costi della fine della moneta unica: per un cittadino tedesco i salvataggi peserebbero euro contro 6-8 mila il primo anno e l anno successivo in caso di fine dell euro. Inoltre la moneta dei Paesi che dovessero abbandonare l euro si svaluterebbe del 60%. Copyright Corriere della Sera. All rights reserved

5 Printer Friendly Version localhost - Printer Friendly Page V2.0 - YouInvest.org Per i piani di risparmio vantaggi fiscali ma non troppo di Marco Liera (*) - 30/10/2011 I piani di risparmio introdotti con la manovra di Ferragosto (ma di cui si aspetta il completamento della disciplina) sono attesi da gestori di fondi comuni e compagnie Vita come un sostegno strutturale a volumi e commissioni. La tassazione dei rendimenti al 12,5% anziché al 20% che verrà applicata ai rendimenti dei piani di risparmio finanziari e assicurativi viene ritenuta una misura abbastanza efficace per continuare ad attrarre i clienti. In attesa di chiarimenti, il provvedimento ha una sua logica: si premiano i risparmiatori che investono nel lungo periodo e non hanno un comportamento mordi-e-fuggi. E chiaro che una incisiva azione di marketing potrà far comprendere e apprezzare questo vantaggio. Ma fatti i dovuti conti e analisi, il beneficio fiscale appare un po troppo esiguo in relazione a due importanti alternative di investimento (la prima finalizzata e l altra no): a) I fondi pensione. Il regime fiscale che grava sulla previdenza complementare è il più favorevole. A differenza dei futuri piani di risparmio e delle forme di investimento libere, i contributi sono deducibili fino al tetto di euro all anno, consentendo un risparmio quasi immediato pari al prodotto del versamento con l aliquota marginale Irpef dell iscritto. I rendimenti sono tassati all 11% anziché al 12,5% o al 20%. Le prestazioni (capitale o rendita), al netto dei rendimenti già tassati, sono soggetti a tassazione separata con aliquote discendenti dal 15 al 9% in base agli anni di permanenza del fondo. Dopo otto anni di iscrizione il 30% del montante maturato è liquidabile per qualsiasi motivo con la prestazione tassata al 23%. Pertanto, oltre al differimento dell imposta, questo prelievo anticipato offre un vantaggio soprattutto a chi ha un aliquota marginale Irpef superiore al 23%. Chi ha un fondo pensione da almeno otto anni e del risparmio aggiuntivo a disposizione troverà più conveniente destinarlo al primo anziché a un piano di risparmio, perché potrà liquidarlo successivamente senza vincoli temporali con un risparmio fiscale dato dal differimento dell imposta, dal differenziale tra la propria aliquota marginale Irpef e il 23%, e dall aliquota dei rendimenti all 11 anziché al 12,5%. E probabilmente, nel caso dei fondi pensione negoziali, godrà anche di costi inferiori. I limiti dell investimento nei fondi pensione sono rappresentati dai vincoli di durata e dal fatto che sono strumenti riservati (quasi) esclusivamente ai lavoratori. O per lo meno, per sfruttare i benefici fiscali occorre che il contribuente percepisca redditi tassati Irpef (da lavoro, da impresa, immobiliari o, sotto certe condizioni, da pensione). b) I titoli di Stato ed equiparati e i buoni postali. Anche dopo il 1 gennaio 2012 i rendimenti di questi strumenti (inclusi i titoli di Stato di Paesi esteri white list e le obbligazioni emesse da enti sovranazionali) continueranno a subìre la ritenuta del 12,5% - la stessa dei piani di risparmio - anziché quella ordinaria del 20% senza vincoli di durata. Si tratta di un area enorme di strumenti 1 di 2 03/11/

6 Printer Friendly Version finanziari, fra i più adatti alla clientela prudente, che non teme affatto la concorrenza dei piani di risparmio. Si noti che i fondi comuni, gli Etf e le polizze Vita saranno in ogni caso tassati al 12,5% anziché al 20% per la parte di rendimento attribuibile a questi strumenti agevolati. Di per sé, il trattamento fiscale sui rendimenti ha raramente giustificato significativi trasferimenti di risparmio. Altrimenti non si spiegherebbe come mai le adesioni ai relativamente avvantaggiati fondi pensione siano stagnanti da anni. Le decisioni finanziarie sono funzioni di molteplici ragioni, alcune razionali altre meno. Il combinato disposto di questi fattori è difficilmente prevedibile. Resta il fatto che la riforma della tassazione delle rendite che entrerà in vigore tra un paio di mesi rischia di aumentare anziché ridurre le asimmetrie e quindi le distorsioni nelle decisioni di investimento dei risparmiatori. (*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 30 ottobre 2011 Printed from: ionid=6 2 di 2 03/11/

7 Etf, atto secondo Secondo un report di McKinsey, gli asset investiti in Etf potrebbero triplicare entro il E l intera industria subirà forti cambiamenti. Valerio Baselli Nei prossimi quattro anni il patrimonio globale investito in replicanti potrebbe passare dagli attuali 1,5 mila miliardi di dollari a 4,7 mila miliardi. A dirlo è l ultima analisi pubblicata dalla società di consulenza McKinsey & Co, intitolata The second acts begins for Etf (Comincia il secondo atto per gli Etf). Secondo il report, il segmento dei replicanti crescerà ad un ritmo medio del 30% annuo, contro il 5-6% del resto dell industria del risparmio gestito. Le stime si rifersicono all universo degli Exchange traded product (Etp), quindi tengono conto anche degli Etc e degli Etn, oltre che degli Etf. Più concorrenza Al di là dei numeri sugli asset, McKinsey sottolinea che sarà l intera industria Etf a subire forti cambiamenti. La tesi è che gli strumenti passivi arriveranno ad una fase di saturazione e ci sarà molta più concorrenza a livello di prezzi e una forte fase di innovazione. La prossima ondata di crescita, si legge nel report, sarà guidata dalla nascita di nuove asset class replicate, da nuovi indici e da modi diversi di utilizzare gli Etf nella costruzione del portafoglio. Meno certezza di successo Per McKinsey, in un ambiente più saturo e aggressivo il successo per i prodotti lanciati diventa meno certo. Sta infatti crescendo il numero di replicanti che non riescono a raggiungere un patrimonio sufficiente per poter essere sostenibili. Questo ha spinto gli emittenti a cercare nuove categorie di prodotti, nuove aree geografiche o nuovi canali di distribuzione. Proprio in virtù di questa evoluzione, i piccoli player avranno più possibilità di crearsi un buon spazio di mercato se punteranno su prodotti innovativi che rispondono alle esigenze degli investitori. Oggi, il 70% del mercato è spartito tra i tre maggiori emittenti: ishares, State Street global Advisor e Vanguard. Gestori attivi, non state a guardare Secondo gli analisti di McKinsey, la portata di questa evoluzione è tale per cui tutti i gestori devono prestare attenzione al mondo dei replicanti, anche perchè, si legge nel report, la possibilità di creare alpha attraverso l utilizzo in portafoglio di Etf sarà sempre maggiore. Copyright 2011 Morningstar. All rights reserved.

8 LUNEDÌ 3 OTTOBRE 2011 ANNO XV - N. 32 DISTRIBUITO CON IL CORRIERE DELLA SERA NON VENDIBILE SEPARATAMENTE DIREZIONE, REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, TIPOGRAFIA VIA SOLFERINO 28, MILANO TEL SERVIZIO CLIENTI Fabio Riva- Imago Economica FAMIGLIE Riva, successione tutta maschile per il re dell acciaio Rocco Sabelli- Eidonpress TRASPORTI Sabelli: «Alitalia non ha paura dell Antitrust» SCAGLIARINI A PAGINA 14 PUATO A PAGINA 10 IL PUNTO Europa e mercati Quello che il fondo non può risolvere Previdenza La stretta continua Come costruire e salvare la pensione Poste Italiane Sped. in A.P. D.L. 353/2003 conv. L.46/2004 art. 1, c1 DCB Milano DI MARCELLO MESSORI Nei giorni scorsi il Parlamento tedesco e quello finlandese hanno approvato il rafforzamento del meccanismo temporaneo di sostegno ai Paesi in difficoltà dell'unione monetaria europea. Sebbene questa duplice approvazione non abbia completato la procedura per l'effettivo conferimento di nuove risorse e di nuovi compiti al Fondo salva stati (Efsf), essa può essere considerata come un sostanziale «via libera» al piano di salvataggio della Grecia e all'allentamento delle condizioni di finanziamento dell Irlanda e del Portogallo. Dopo quanto è accaduto fra la fine di luglio e i primi di settembre, tale piano non appare però più sufficiente. Sulla carta l'insieme delle misure, decise dal Consiglio europeo nella seconda metà del luglio scorso, è stato imponente. L'incremento nella dotazione dell Efsf e la sua accresciuta capacità di finanziarsi sul mercato hanno reso possibile l'acquisto nel mercato secondario di titoli pubblici dei Paesi sull'orlo dell'insolvenza o a rischio di contagio, la concessione di nuovi prestiti di lungo termine a favore della Grecia per più di 100 miliardi di euro, il finanziamento per operazioni di riacquisto dei propri titoli pubblici, la ricapitalizzazione delle istituzioni finanziarie europee in difficoltà e la concessione di solide garanzie aggiuntive alla Bce rispetto ai suoi prestiti collateralizzati ad alto rischio. In secondo luogo, i tre Paesi sotto aiuto (oltre alla Grecia, Irlanda e Portogallo) hanno ottenuto un allungamento delle scadenze dei prestiti in essere e una riduzione dei relativi tassi e hanno avuto accesso ai fondi europei a essi destinati mediante co-finanziamenti limitati e con l'aiuto della Banca europea degli investimenti. In terzo luogo, nel solo caso della Grecia, è stato proposto ai sottoscrittori privati di aderire volontariamente a forme di riduzione nel valore dei titoli pubblici per circa il 21%. CONTINUA A PAGINA 3 DI ROBERTO E. BAGNOLI Quando andremo in pensione? E con quanto? Il futuro è segnato: quasi tutti a 65 anni (o più), anche le signore. E per i giovani la quasi certezza di una rendita pari a mezzo stipendio. La strada della previdenza integrativa è ardua, ma va esplorata. I conti per capire quanto possono rendere i risparmi fatti oggi. ALLE PAGINE 18 E 19 Credito Banchieri cercansi (meglio esperti) DI STEFANO RIGHI A PAGINA 4 L analisi I numeri delle holding quotate in Piazza degli Affari Borsa Da Agnelli al Cavaliere Tutte le perdite in cassaforte DI MASSIMO MUCCHETTI L a crisi deprime le Borse e squassa le cassaforti. Non c è holding che tenga. Con i corsi delle azioni a picco le società che hanno partecipazioni rilevanti in bilancio sono al bivio: o riterranno L impennata L aumento dell età pensionabile per le donne incedibili quelle partecipazioni o saranno chiamate a valutarle a prezzi di mercato. Un ipotesi in alcuni casi disastrosa. Il caso di Telco con Telecom o del gruppo Ligresti. Gli esempi positivi dei Pesenti e dei Benetton. ALLE PAGINE 2 E 3 Mode Lo sboom dei beni rifugio e delle dot.com Risparmio Oro, web: la bolla è volata via DI MARIA TERESA COMETTO D al lingotto d oro a quello d argento passando per petrolio e nuove dot.com, le ultime manie del mercato in tempo di crisi hanno perso smalto. L oro dopo una marcia inesorabile è sceso del 17% rispetto ai massimi, mentre le aziende di social network in corsa per quotarsi al Nasdaq hanno dovuto ridimensionare i loro progetti, in attesa di tempi migliori. Che siano già scoppiate le bolle gonfiatesi dopo la crisi del 2008? Intanto gli hedge fund che hanno sbagliato scommessa chiudono... A PAGINA 9 Pit Stop Se i giovani mettono i sogni in banca DI ALDO GRASSO A PAGINA 35 Eidonpress Gestore John Paulson: ha perso il 30% con scommesse errate Confindustria I 2 candidati Affari Squinzi e Bombassei Conti in famiglia DI MARIA SILVIA SACCHI S ono i più accreditati per prendere il posto di Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria. I ritratti di Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi, imprenditori impegnati nelle organizzazioni di categoria e a capo di multinazionali familiari. A PAGINA 11 Reuters Codice cliente:

9 18 CORRIERECONOMIA LUNEDÌ 3 OTTOBRE 2011 Come investire e risparmiare PATRIMONI & FINANZA Trend-1 Il futuro è già segnato: molti lavoratori dovranno staccare ben dopo i 65 anni, signore comprese. Per i giovani assegni dimezzati rispetto Pensione Non partite senza montare Quattro domande e quattro risposte per mettere insieme le ultime riforme previdenziali e i calcoli per capire quanto DI ROBERTO E. BAGNOLI Si staccherà molto più tardi, in alcuni casi quasi a settant' anni. E, spesso, si vivrà a mezza pensione. E' il futuro previdenziale di milioni di cittadini dopo le riforme delle settimane scorse. Lo scenario viene delineato nell'atlante previdenziale, realizzato da Progetica società indipendente di consulenza in educazione pianificazione finanziaria che in queste pagine offre una risposta alle principali domande in materia. «Entro il 2026 l'età di pensionamento sarà la stessa per entrambi i sessi spiega Andrea Carbone, partner di Progetica. In pratica una cinquantenne potrà finire di lavorare solo a sessantacinque anni, cioè alla stessa età dei suoi colleghi uomini. In alcuni casi, inoltre, la pensione sarà pari a metà dell'ultimo reddito». Se questa è la prospettiva la previdenza complementare diventa allora una soluzione obbligata per chi, al momento del pensionamento, vorrà evitare un brusco ridimensionamento del proprio tenore di vita. Una conclusione logica, che spesso però cozza con l amara realtà di uno stipendio che già oggi non consente risparmi e largheggiamenti. Molti lavoratori, che magari annaspano per arrivare alla fine del mese, si domandano in che modo sia possibile risparmiare per il proprio futuro. E allora? «Le soluzioni si trovano sottolinea Carbone. I lavoratori dipendenti possono contare su un'importante risorsa come il Tfr (pari al 6,91% della retribuzione lorda, ndr), che in pratica è a costo zero. I giovani, che saranno i più penalizzati, hanno dalla loro il tempo: possono cominciare da subito un accantonamento previdenziale anche con cifre modeste, rinunciando magari a qualche consumo superfluo. L'importante, comunque, è pensarci per tempo, e non quando ormai è troppo tardi per correre ai ripari». La sfida, insomma, è notevole. Bisogna mettersi in una prospettiva molto diversa da quella utilizzata finora, dove la previdenza era qualcosa di automaticamente garantito dal posto sicuro. Una situazione che ci rende più fragili (ma è molto chiaro che tornare indietro sarà impossibile) e più simili ai cittadini dei Paesi anglosassoni che da sempre possono contare su una pensione garantita dallo Stato molto più magra dell 80% a cui i cinquantenni italiani di oggi devono dire (con rammarico) addio. Dal quando al quanto della pensione, dall'utilizzo del Tfr ai risultati dei fondi pensione, ecco di seguito le risposte alle principali domande. RIPRODUZIONE RISERVATA Dopo le ultime riforme a quale età si andrà in pensione? G li orologi previdenziali pubblicati qui sopra realizzati da Progetica, società indipendente di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria indicano la data di pensionamento stimata in base all età della persona e all inizio della contribuzione: dopo le recenti riforme le scadenze sono uguali per uomini e donne. E non lasciano, purtroppo, molto scampo. Per moltissimi dipendenti e autonomi, soprattutto se non hanno iniziato a lavorare da giovani, l età pensionabile si allontanerà sensibilmente dai 65 anni di oggi. Un dipendente trentenne che si è occupato per la prima volta a venti anni potrà staccare a 61; se invece ha iniziato l attività a trenta, l età di uscita salirà bruscamente a 68 anni. Per un cinquantenne la forbice è meno ampia: nel primo caso potrà smettere a 61, nel secondo a 66. Un autonomo trentenne con dieci anni di contribuzione alle spalle potrà smettere a 62 anni; se invece ha appena cominciato potrà staccare solo a 70. Un cinquantenne che lavora in proprio potrà smettere a 62 se ha cominciato a venti e a 67 se invece la sua contribuzione è cominciata a Trend-2 La strada finanziaria in genere è efficiente: per ogni euro versato se ne ricavano anche 2,3. Osando almeno un po Se potessi avere 500 euro al mese... Età per età ecco quanto si deve investire per coprire, in parte, i tagli alla coperta dell Inps P er un trentenne sono sufficienti centocinquanta euro al mese, per un cinquantenne ne occorrono 639, oltre quattro volte di più: sono le somme da investire per ottenere, al momento del pensionamento, un vitalizio di scorta pari a cinquecento euro al mese. Un assegno che permetterà, se non di eliminare, quantomeno di ridurre il divario rispetto all'ultima retribuzione. Le simulazioni realizzate dalla so- trent anni. In ogni caso, bisogna tener presente che non è possibile fornire una risposta univoca ma solo una forchetta più o meno ampia d oscillazione. La data effettiva di pensionamento dipende infatti da una variabile che può essere solo stimata, cioè l'allungamento della vita media: le simulazioni di Progetica si basano su uno scenario che prevede un incremento di sei mesi ogni tre anni, cioè l'andamento medio registrato dall Istat negli ultimi trent'anni. La pensione sarà più lontana, ma a quanto ammonterà? A rrivare con il vitalizio alla metà del mese, e in alcuni casi anche prima. E' la prospettiva, nerissima, che si profila per molti lavoratori: soprattutto i giovani, chi lavora in proprio e ha cominciato tardi l'attività. In base al calendario previdenziale realizzato da Progetica (vedi a pagina 19), la pensione di un lavoratore autonomo trentenne coprirà solo sino al giorno dodici del mese, rispetto al trentuno che si poteva raggiungere con l'ultimo reddito lavorativo. Un dipendente quarantenne, invece, con il vitalizio potrà arrivare al cietà indipendente di analisi Progetica, società indipendente di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria, mostrano come il tempo abbia un'importanza determinante nella previdenza complementare. La stima si basa sull'investimento in una linea bilanciata con il 60 per cento di azioni. Se però si preferisce una strategia più prudente, il conto è decisamente più salato. Per ottenere lo diciannovesimo giorno oppure al diciottesimo, se ha cominciato a lavorare a trent'anni. Queste ipotesi si basano su una contribuzione senza interruzioni: una caratteristica che, peraltro, è sempre meno frequente nel mondo del lavoro di oggi. Nella rappresentazione grafica è indicato sotto forma di calendario quanti giorni del mese arriverà a coprire la pensione in base a tre diversi scenari: prudenziale, medio, positivo. Così come il quando della pensione, anche l'importo della rendita può solo essere stimato in forma di forchetta perché è soggetto ad almeno tre variabili: l'allungamento della speranza di vita, la crescita del Pil (a cui sono agganciate le rivalutazioni dei contributi versati con il metodo contributivo) e la crescita annua della retribuzione. Per gli esempi citati è stato considerato uno scenario medio per ogni fattore. Welfare Il ministro Maurizio Sacconi: possibili nuovi interventi sulle pensioni Meglio tenere il Tfr oppure conviene investirlo? N el breve periodo, cioè a un anno, il confronto è a favore del Trattamento di fine rapporto (pari al 6,91% della retribuzione), che si rivaluta con un tasso La grande sfida stesso risultato, infatti, chi opta per un comparto garantito con rendimento minimo annuo del 2%, quindi più o meno in linea con quanto può offrire il Tfr, deve versare somme decisamente più elevate: 248 euro al mese nel caso del trentenne, 779 per il cinquantenne (rispettivamente quasi 3mila e oltre 9mila euro l'anno). Per le donne, inoltre, la spesa è maggiore a causa della più lunga aspettativa di vita: si ipotizza, infatti, che la pensione integrativa venga percepita per un periodo più lungo. «Nel campo previdenziale l eccessiva prudenza può significare perdita di opportunità sottolinea Andrea Carbone, di Progetica, la società che ha curato le elaborazioni. Se si hanno di fronte a sé ancora molti anni di lavoro, iscriversi a un comparto garantito significa per- Imago Economica dell'1,5%, più il 75% dell'inflazione. In pratica la liquidazione protegge dal rincaro del costo della vita fino a un tasso del 6%. Il Tfr ha battuto una linea azionaria di un fondo pensione nel 33% dei casi, e nel 17% ha fatto meglio di una linea garantita con rendimento minimo annuo del 2%. Nel medio-lungo termine, invece, il discorso si ribalta: a dieci anni la liquidazione non ha mai battuto un comparto garantito, mentre nel 24% dei casi ha fatto meglio di un azionario. A vent'anni, dere le prospettive di performance che, nel lungo periodo, vengono offerte dai mercati. Tutte le analisi, infatti, confermano l'importanza di scegliere il comparto più coerente con il proprio orizzonte pensionistico». Dal punto di vista finanziario la previdenza complementare è sempre efficiente, soprattutto per chi inizia a versare in giovane età e si fa aiutare dai mercati: ogni euro versato, in pratica, ne genererebbe da 1,3 per un trentenne che opta per una linea garantita ai 2,3 per una donna della stessa età che aderisce a una bilanciata. RIPRODUZIONE RISERVATA Codice cliente:

10 CORRIERECONOMIA LUNEDÌ 3 OTTOBRE 2011 PATRIMONI & FINANZA Domande & Risposte Come investire e risparmiare 19 all ultimo stipendio. Dai 30enni ai 50enni le scelte da fare. I conti in tasca al Tfr quella di scorta occorre risparmiare oggi per integrare la rendita domani Il calendario della previdenza infine, la liquidazione risulta sempre perdente. Il confronto si basa sull'andamento dei mercati finanziari in un lungo orizzonte temporale, cioè fra il 1970 e il mese di agosto La scelta se mantenere il Tfr in azienda, oppure destinarlo alla previdenza complementare, include altre valutazioni soggettive. La liquidazione rappresenta da sempre un'importante risorsa su cui contare all età della quiescenza: destinandola alla previdenza complementare si può però ridurre il divario fra pensione e ultima retribuzione senza dover intaccare il proprio tenore di vita. Nel confronto sono state considerate solo le performance finanziarie, senza tener conto dei costi o del regime fiscale. Due fattori che giocano, il primo a favore del Tfr, e il secondo della previdenza complementare. Quanto hanno reso i fondi pensione? Hanno battuto il Tfr? U n confronto concreto, vinto nettamente dai primi con oltre 11mila euro in più, viene da un lavoratore con una retribuzione lorda di 30mila euro che il 14 gennaio 1997 si è iscritto a Fonchim (fondo dei chimici e farmaceutici) aderendo alla linea bilanciata. Al 15 settembre aveva maturato un montante di euro. Un importo formato dal conferimento del Tfr, dal contributo del lavoratore e da quello dell'azienda. Un suo collega con la stessa retribuzione che ha mantenuto il Tfr in Il bilancio dei chimici azienda ha maturato invece un montante di euro: tutti i versamenti sono stati allineati, in modo da avere un confronto omogeneo. La differenza la fa soprattutto il contributo del datore di lavoro, cui non ha diritto chi non aderisce alla previdenza complementare, e pari a euro. «Il confronto conferma la validità della previdenza integrativa contrattuale, sottolinea Mario Saltalamacchia, presidente di Fonchim che su lunghi orizzonti temporali ottiene risultati positivi anche in situazioni di perdurante turbolenza dei mercati finanziari. Ulteriori importanti vantaggi, non evidenziati nel raffronto, derivano dal trattamento fiscale di favore accordato alle forme previdenziali e dalla copertura assicurativa, caso morte e invalidità, di cui gli iscritti beneficiano e che è interamente finanziata dalle aziende». Il conto dei dipendenti... Quanto bisogna investire per avere un integrazione di 500 euro al mese...e quello degli autonomi Quanto bisogna investire per avere un integrazione di 500 euro al mese Codice cliente:

11 Pensioni / Conti Pubblici LA GENERAZIONE CHE PAGA PER TUTTI di Barbara Biasi, Michele Pellizzari e Rachele Poggi L'enorme debito pubblico che l'italia ha accumulato tra il 1965 e il 1995 non è stato utilizzato a fini produttivi: i soldi che abbiamo preso in prestito sono andati in impiego pubblico e pensioni. Ne hanno beneficiato soprattutto i nati nel decennio A pagare il conto saranno i loro figli. Con maggiori tasse, ma anche con minori servizi. I tagli alla spesa previsti dalle recenti manovre per istruzione, sanità e trasporti colpiscono infatti di più questa generazione. Anche perché in Parlamento i padri continuano a essere sovra-rappresentati. Il debito pubblico italiano è esploso tra la metà degli anni Sessanta, quando si attestava intorno al 25 per cento del Pil, e la metà degli anni Novanta, quando raggiunse il 120 per cento del Pil. Un incremento di quasi cinque volte. PADRI, NONNI E FIGLI Indebitarsi non è necessariamente un male. Le imprese private lo fanno tutti i giorni per realizzare investimenti che le renderanno più efficienti e produttive in futuro. Data la bassa crescita economica dal nostro paese negli ultimi quindici anni, è difficile pensare che l'enorme debito pubblico accumulato tra il 1965 e il 1995 sia stato utilizzato a fini produttivi. Grafico 1: Debito pubblico e crescita economica. Page 1/7

12 Fonte: Penn World Tables (dati sul Pil) e Banca d Italia (dati sul debito pubblico). Che cosa abbiamo fatto, allora, con tutti i soldi che abbiamo preso in prestito? Principalmente, impiego pubblico e pensioni. C'è una generazione, quella che ha trascorso la maggior parte della propria vita lavorativa nel periodo di euforica espansione del debito, che ha beneficiato di quel denaro trasferendone i costi alla generazione successiva, ai loro figli. Potremmo approssimativamente identificare questa generazione con i nati tra il 1940 e il 1950, Applicando la convenzione che definisce in venticinque anni l'intervallo di tempo che separa una generazione dalla successiva, i figli di quella generazione nascono tra il 1965 e il 1975 mentre i loro padri - i nonni - sono nati tra il 1915 e il Utilizzando le indagini sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d'italia possiamo confrontare l'incidenza dell'impiego pubblico tra nonni e padri nella fascia di età tra i 50 e i 60 anni. (2) In tale fascia di età, gli occupati nel settore pubblico erano il 27 per cento tra i nonni e il 40 per cento tra i padri. Utilizzando gli stessi dati, riusciamo a vedere padri e figli nella stessa fascia di età solo tra i 30 e i 40 anni (3) e, di nuovo, l'occupazione pubblica è più elevata tra i primi (39 per cento) che tra i secondi (35 per cento) (vedi grafico 2, figura in alto). Page 2/7

13 Allo stesso modo, possiamo confrontare il tasso di occupazione tra la generazione dei nonni e dei padri nella fascia di età (vedi grafico 2, figura in basso) e scopriamo che solo il 36 per cento dei padri in quel gruppo di età era occupato contro il 56 per cento dei nonni. In altre parole, le baby pensioni sono un fenomeno che riguarda soprattutto i padri e non tanto i nonni. I figli non hanno ancora raggiunto la fascia di età 50-60, ma è ben chiaro che a loro non sarà certamente concesso di ottenere la pensione prima dei 65 anni. Anzi, i figli avranno pensioni molto più misere e le otterranno molto più tardi. Grafico 2: Dipendenti pubblici e tassi di occupazione tra generazioni. Fonte: Archivio storico dell Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, Banca d'italia In altre parole, i figli non hanno beneficiato, se non indirettamente attraverso trasferimenti intra-familiari, del debito pubblico accumulato nel corso della vita lavorativa dei padri. Page 3/7

14 Ciononostante, saranno principalmente i figli a pagare il debito. Gli eventi degli ultimi mesi hanno messo in chiaro che non ci sarà concesso di continuare a indebitarci alle stesse condizioni del passato e, di conseguenza, non sarà concesso ai figli di trasferire costi collettivi ai loro figli (i nipoti). CHI PAGA IL DEBITO. E COME E come pagheranno i figli per il debito dei padri? Principalmente pagando le tasse nei prossimi anni, quando i padri non le pagheranno più, per ovvi motivi demografici. Ma non solo. Infatti, molti degli interventi di contenimento della spesa e di incremento delle entrate previsti dalla recente manovra e dalle molte che l hanno preceduta ricadranno principalmente sulla generazione dei figli. I tagli agli enti locali si tradurranno in tagli ai servizi. Prendiamone in considerazione tre, forse i più importanti: scuola, sanità e trasporti locali. Nel grafico 3 riportiamo la percentuale di utenti di tali servizi per generazione di appartenenza del capofamiglia, in relazione al peso di tali famiglie nella popolazione. Per esempio, tra i genitori con bambini e ragazzi in età scolare la generazione dei figli rappresenta il 42 per cento, contro il 28 per cento nella popolazione: un rapporto di oltre una volta e mezza (ed è questo rapporto che viene riportato sull'asse verticale). In altre parole, la generazione dei figli è sovra-rappresentata tra gli utenti dei servizi scolastici e subirà, quindi, i tagli in questo settore molto più degli altri. L'utilizzo dei servizi sanitari è concentrato tra i bambini e gli anziani, di conseguenza la generazione che avrà meno danno dai tagli di spesa sanitaria (a parità di efficienza) è proprio quella dei padri. Infatti, la figura centrale del grafico 3 indica che, tra le famiglie che hanno utilizzato i servizi ospedalieri (ricovero) nel corso degli ultimi dodici mesi, le uniche a essere sotto-rappresentate rispetto al proprio peso nella popolazione sono appunto quelle dei padri. La figura a sinistra del grafico 3 mostra, infine, l uso dei trasporti pubblici e anche in questo caso la generazione dei figli sarà più colpita dai tagli rispetto ai padri (e anche ai nonni). Grafico 3: Utilizzo dei servizi pubblici per generazione del capofamiglia. Page 4/7

15 Per non parlare delle pensioni. Tutte le riforme pensate e attuate negli ultimi quindici anni sono state finalizzate a ridurre la spesa pensionistica per le generazioni dei figli e dei nipoti. Sul fronte delle entrate, è interessante notare che il nostro sistema di tassazione fortemente sbilanciato sui redditi da lavoro ha importanti implicazioni intergenerazionali. Il grafico 4 (figura di sinistra) mostra che i figli producono quasi il 20 per cento di tutto il reddito da lavoro italiano e, di conseguenza, l'imponente tassazione di questa fonte di reddito si concentra in particolare su di loro. Sempre il grafico 4 (figura di destra) indica anche che sono soprattutto i padri a detenere ricchezza, sia immobiliare che mobiliare. La loro generazione possiede circa il 25 per cento dell'intero patrimonio immobiliare del paese, contro l 8 per cento dei figli e il 4 per cento dei nonni. Per quanto riguarda la ricchezza mobiliare (risparmio), le disuguaglianze generazionali sono ancora più marcate: i padri detengono oltre il 30 per cento del totale, i figli e nonni, rispettivamente, il 6 per cento e il 7 per cento. Una delle poche cose buone fatte dal governo durante l'estate è stato l'adeguamento della tassazione delle rendite finanziarie (non tutte) alla media Europea, portandola dal 12.5% al 20%. L'abolizione dell'ici, invece, è stata una riduzione fiscale che ha beneficiato soprattutto i padri e reintrodurre una qualche forma di tassazione sugli immobili avrebbe il merito di far pagare chi ha beneficiato maggiormente del debito che oggi dobbiamo così faticosamente ripagare. Grafico 4: reddito da lavoro e ricchezza per generazione. Page 5/7

16 Fonte: Archivio Storico dell Indagine sui Bilanci delle Famiglie Italiane, Bankitalia Se dunque, volente o nolente, la generazione dei figli pagherà - e già sta pagando - la maggior parte del costo del risanamento dei nostri conti pubblici, sarebbe giusto che fosse anche quella che attua le riforme strutturali necessarie a evitare che l attuale situazione si debba ripetere per i propri figli ( i nipoti, nella nostra classificazione). E invece, nella classe politica italiana sono ancora sovra-rappresentati proprio i padri. Considerando gli ultimi eletti alla Camera e al Senato (vedi grafico 5), che sono gli organi dove si varano le riforme strutturali, la generazione dei padri conta quasi il 25 per cento di tutti i parlamentari, oltre una volta e mezza la loro percentuale nella popolazione dei maggiorenni (14,8 per cento). I parlamentari appartenenti alla generazione dei figli sono solo 16 per cento, due terzi del loro peso tra i cittadini Page 6/7

17 votanti (21,5 per cento). Grafico 5: divisione per età degli eletti in Parlamento. Fonte: banca dati del Senato e della Camera dei Deputati. È dunque più impellente che mai la necessità di un ricambio generazionale nella classe dirigente. La situazione che si è determinata impegna la generazione dei figli a farsi carico del debito dei padri ma l'impegno deve essere legittimato dalla responsabilità di realizzare le riforme necessarie a garantire la crescita economica nei decenni a venire. Nonostante una bizzarra matematica porti il ministro Tremonti a sostenere il contrario, senza crescita economica qualsiasi sforzo di risanamento delle finanze pubbliche oggi non eviterà che domani ai figli tocchi pagare di nuovo. (1) Le stime sono state effettuate considerando il periodo e controllando per l'andamento del ciclo economico con un trend temporale quadratico. (2) 51-64, per la precisione. (3) anni, per la precisione.» TORNARE A CRESCERE, UN OBBLIGO PER L'ITALIA » LA CANCELLAZIONE DEL DEBITO? UN PLACEBO, Marco Arnone e Andrea Filippo Presbitero » NON TUTTI I DEFAULT SONO UGUALI, Nicola Persico » UNA NUOVA REGOLA: NON PAGA PANTALONE, Francesco Daveri Page 7/7

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