EPISTEME. Physis e Sophia nel III millennio. An International Journal of Science, History and Philosophy

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1 EPISTEME Physis e Sophia nel III millennio An International Journal of Science, History and Philosophy N dicembre 2002

2 2 Redazione "Episteme" c/o Dipartimento di Matematica e Informatica Università degli Studi Via Vanvitelli Perugia Direttore Responsabile Euro Roscini (Supplemento semestrale ad: Arte in Foglio, Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Perugia, N. 36/1991) (per ottenere ~ tenere premuto Alt mentre si compone il numero 126 con i simboli numerici nella parte destra della tastiera) Numeri arretrati on line: PORZI editoriali ISSN

3 3 PARTE I/ FIRST SECTION

4 4 EPISTEME Physis e Sophia nel III millennio/physis and Sophia in the III millennium An International Journal of Science, History and Philosophy N dicembre 2002 / 21st Dec [La diffusione via Internet di sezioni della rivista avviene prima della data indicata - Sections of Episteme are available in Internet even before the previous date] Parte I Informazioni editoriali/editorial Policy Pubblicazioni ricevute/received books and journals 1 - Lia Mangolini: La vera natura del "magico Shamìr" - A proposito di un'antichissima tecnologia per la lavorazione della pietra senza l'uso di strumenti metallici 2 - Emilio Spedicato: L'Eden riscoperto: geografia, questioni numeriche ed altre storie 3 - Felice Vinci: L'optimum climatico, il paradiso indoeuropeo e il giardino dell'eden 4 - Sabato Scala: Il culto gnostico della Maddalena - Dal mosaico di Otranto alle basiliche paleocristiane di Cimitile, attraverso opere letterarie ed architettoniche, fino agli ultimi custodi, i Catari ed i Templari 5 - Arcangelo Papi: La facciata profetica del Duomo di S. Rufino in Assisi 6 - Prospero Calzolari: Presenza occulta e manifesta dell'imperatore Federico II nella Basilica di San Francesco ad Assisi - Frate Elia e la congiura del silenzio 7 - Giuseppe Pirazzo, Francesco Vitale: Il mistero degli indiani Mandan 8 - Ludwik Kostro: When, Where, and How Was Decalogue Created? - Historical Origins and Evolution of the Ten Commandments 9 - Umberto Bartocci: La vera identità di Cristoforo Colombo - Osservazioni e congetture 10 - Pier Costanzo Brio: Cristoforo Colombo, la nascita - Verità storica e leggenda purista 11 - Ezio Albrile: Una eresia di luce 12 - Rosario Vieni: Sul termine greco ανθρωπος e dintorni 13 - Oktawian Nawrot: Liberty as a Relation 14 - Sante Anfiboli: Il canto delle gru - Un racconto iniziatico

5 Bruno d'ausser Berrau: Ατοπον Relazioni spazio-temporali e metafisica tradizionale 16 - " " " : Solvet saeclum in favilla - In attesa del Dies Irae? 17 - Umberto Lucia: Il ruolo del trasferimento tecnologico nello sviluppo sostenibile Reprints Paolo Manzelli, Mariagrazia Costa: Il tempo come coordinata - Gli studi di Giorgio Piccardi ( ) Omero Speri, Piero Zorzi: Atomo, Energia, Uomo Commenti ricevuti/received Comments Sante Anfiboli: A proposito del Vexillum Templi, e altra simbolica templare... Alberto Bolognesi: Il Big Bang ha fatto flop? Lino Lista: Le tre Grazie - Una chiave per dischiudere il giardino della Primavera Arcangelo Papi: Il caso Majorana - L'<<ipotesi Klingsor>> Francesco Pullia: Manlio Farinacci, studioso fuori dal coro Recensioni/Reviews Luca Bianchini, Anna Trombetta: Goethe, Mozart e Mayr, fratelli illuminati Paolo Cortesi: Alla ricerca della Pietra Filosofale - Storia e segreti dell'alchimia (Gerardina Cesarano) Gianni Grana: L'invenzione di Dio

6 6 Parte II (Sezione speciale, tutta dedicata alla teoria della relatività, e "filiazioni"... - A special section, wholly dedicated to the theory of relativity, and "derivations"...) - A Letter from the Editor to the Readers - Alternative Physics On Line 1 - Umberto Bartocci: Looking for Special Relativity's Possible Experimental Falsifications 2 - Christopher Jon Bjerknes: S. Tolver Preston's Explosive Idea - E = mc 2 and the Huyghens-Leibnitz Mass/Energy Identity as a Heuristic Principle in the Nineteenth Century 3" " " : Einstein's Irrational Ontology of Redundancy - The Special Theory of Relativity and Its Many Fallacies of Petitio Principii 4 - Alberto Bolognesi: La nuova teoria del cielo - La cosmologia osservativa di Halton Arp 5 - George Galeczki: Beyond Maxwell-Lorentz Electrodynamics 6 - Delbert J. Larson: The State of Experimental Evidence for Length Contraction, " " : The Most General Fundamental Failures of Modern Physics 8 - Emidio Laureti: Le basi sperimentali della propulsione non Newtoniana 9 - Rocco Vittorio Macrì: Neopitagorismo e Relatività 10 - Jarosław Mrozek: Did Einstein Claim That Nature Has Mathematical Structure? 11 - Francisco J. Müller: The Problem of Reciprocity and Non-Reciprocity in Relativity Theory 12 - Vladimir Onoochin: On the Impossibility to Describe the Fields of the System of Uniformly Moving Charges in the Frame of Special Relativity 13 - Sabato Scala: Simmetrizzazione delle equazioni di Maxwell con l'introduzione del campo gravitazionale, un'idea bizzarra? 14 - Gianfranco Spavieri, Miguel Rodríguez, Edgar Moreno: Recent Developments in the Relativistic Electrodynamics Controversy 15 - Tuomo Suntola: Dynamic Space Converts Relativity Into Absolute Time and Distance 16 - Paramahamsa Tewari: Nature of Energy, Light, and Einstein's Light Principle in Special Theory of Relativity 17 - " " : On the Space-Vortex Structure of Cosmic Bodies

7 Theo Theocharis: Louis T. More, Prophet of the 20th Century 19 - " " : Ultimate Creative Ignorance 20 - Tom Van Flandern: What the Global Positioning System Tells Us about the Twin's Paradox Reprints Emilio Almansi: Sulle attrazioni newtoniane di origine idrodinamica Stefan Marinov: Annus Horribilis - (The Story of) A Payed Advertisement Published by Nature N. Moisseiev: Intorno alla legge di resistenza al moto dei corpi in un mezzo pulviscolare Carl A. Zapffe: Exodus of Einstein's Special Theory in Seven Simple Steps Recensioni/Reviews Christopher Jon Bjerknes: Albert Einstein, The Incorrigible Plagiarist (Thomas E. Phipps, Jr., from Infinite Energy Magazine, N. 47, 6 October, 2002) (A brand new Appendix to the book: A Short History of the Concept of Relative Simultaneity in the Special Theory of Relativity) Franco Selleri (a cura di): La natura del tempo (Propagazioni super-luminali - Paradosso dei gemelli - Teletrasporto)

8 8 INFORMAZIONI EDITORIALI Episteme è soprattutto una rivista "non convenzionale" on-line, reperibile presso i seguenti siti: (Numeri arretrati: Articoli, commenti e altro materiale sono benvenuti, e possono essere presentati per la pubblicazione da parte di ciascuna persona interessata. La spedizione può essere effettuata vuoi a mezzo Internet, a: (inviare eventuali attachments soltanto in formato txt, o doc - si prega di non usare tex! - ed eventuali figure, tabelle, etc. in formato jpg), vuoi facendo pervenire un dischetto tramite posta ordinaria, all'indirizzo: "Episteme" Dipartimento di Matematica e Informatica, Università Perugia - Italy. Respingendo ogni forma di "monopolio linguistico", Episteme intende mantenersi plurilingue, pertanto i lavori potranno essere redatti in qualsiasi (quasi!) lingua, vale a dire Francese, Inglese, Italiano, Spagnolo, Tedesco (etc.?!). L'accettazione degli articoli è decisa dagli organizzatori - in base alla conformità con la linea della rivista - che ne informeranno in modo tempestivo i proponenti, riservandosi eventualmente di acquisire pareri di esperti (le opinioni ricevute saranno eventualmente rese note agli interessati), e/o di chiedere agli autori chiarimenti o modifiche. Il materiale ricevuto anche se non utilizzato non si restituisce. - La diffusione via Internet di parti della rivista avviene in qualche caso prima della data prevista per la pubblicazione ordinaria, dopo la quale però ogni correzione ai lavori messi a disposizione in rete viene segnalata in un apposito Errata Corrige. - Si fa notare che la versione on-line di Episteme è talora necessariamente "semplificata" rispetto a quella a stampa (per esempio in presenza di caratteri o simboli speciali). Il file originale in formato doc dei vari articoli (o dell'intero fascicolo) verrà inviato gratuitamente dalla redazione (come attachment) a chiunque ne farà richiesta. "Episteme" è più in generale un "progetto culturale", che non ha fini di lucro, e non è finanziato da alcun ente, pubblico o privato. Gli organizzatori se ne ripartiscono le spese secondo le personali momentanee disponibilità. Sovvenzioni per tenere in vita l'iniziativa sono ovviamente ben gradite, e possono essere inviate via vaglia postale o assegno (intestati ad Episteme) al sopra citato indirizzo.

9 9 Oltre alla diffusione on-line, si produce anche un certo numero di copie cartacee della rivista, tra l'altro per distribuirle, a cura e spese degli organizzatori, presso Biblioteche, Istituzioni, etc.. Tali copie potranno essere ottenute da singoli rivolgendone specifica richiesta agli indirizzi sopra menzionati, al prezzo di 15 Euro cadauna. Detta somma va intesa esclusivamente quale rimborso (assai parziale!) per le spese di stampa, rilegatura e spedizione postale, e come contributo generale per la gestione e il mantenimento in vita del progetto. Si ringraziano pertanto in anticipo coloro che vorranno richiedere la versione a stampa della rivista. EDITORIAL POLICY Episteme is mostly an on-line publication, but it does produce even printed copies. In order to obtain some of these (15$ each), a request should be sent to the editor, at one of the addresses indicated below. Episteme is interested in publishing papers which illustrate unconventional points of view that is to say, which do not usually appear in other academic journals - in Science, History and Philosophy. Since Episteme is thought of as a multi-linguistic journal, papers are accepted and possibly published in Deutsch, French, English, Italian, Spanish (etc.?!). Episteme will communicate to contributors as soon as possible whether submitted papers are in agreement with the journal's criteria, or not. Files of the papers, in doc or txt format (please avoid tex!), together with possible illustrations in jpg format, should be sent either by attachment, to: or by diskette, through ordinary mail, to: "Episteme" Dipartimento di Matematica e Informatica Università, Perugia - Italy. Episteme can be found at the following web sites: (Back numbers: - Sections of this journal are available in Internet even before the publication of the printed version; afterwards, any modification of the material made available in the web is registered in a suitable Errata Corrige. - The Internet version of Episteme can sometimes be defective, in presence for instance of special characters or symbols. The original file in doc format of the various articles (or of the journal's whole issue) will be sent free (as an attachment) from the editorial office to every people asking for it.

10 10 Pubblicazioni ricevute/received books and journals 1 - Enrico Barazzetti, L'Espace Symbolique - Développements du syrnbolisme mathématique des états multiples de l'être Ed. Archè, Milano, en co-édition avec La Nef de Salomon, 1997 <<Que nul n'entre ici s'il n'est géomètre>> proclamait la devise inscrite à l'entrée de I'Académie platonicienne. On peut en effet regarder le symbolisme des dimensions de l'espace comrne formant le noyau du sens symbolique caché dans toutes les traditions, d'orient comme d'occident. S'appuyant sur l'oeuvre de René Guénon - notamment Le Symbolisme de La Croix, Le Règne de la Quantité et les signes des temps et Les Principes du calcul inflnitésimal - Enrico Barazzetti étudie et développe ici ce symbolisme mathématique et géométrique par lequel peuvent être représentées et comprises les vérités métaphysiques les plus complexes. Il éclaircit ainsi certaines questions délicates de la voie initiatique, telle la transition évolutive d'un degré de l'existence à l'autre, ou encore la réalisation descendante, réfutant au passage plusieurs chimères du néo-spiritualisme contemporain -comme le réincarnationnisme et "l'auto-initiation". Du fait même de son point de vue spécial, cette étude s'adresse avant tout à ceux qui ont un intérêt direct et rnarqué pour le symbolisme mathématique en métaphysique. Plus généralement, elle concerne également ceux qui, ayant déjà rencontré l'oeuvre de René Guénon, sont désireux d'approfondir quelques-unes des formulations les plus proprement métaphysiques de cette oeuvre. 2 - Silvio Bergia, Dialogo sul sistema dell'universo McGraw-Hill, Milano, 2002 L'autore immagina che tre scienziati contemporanei discutano animatamente sui temi di maggior interesse sui quali si svolge la ricerca in cosmologia, uno dei campi di ricerca che hanno ricevuto il maggior sviluppo nel corso del Ventesimo secolo. I temi trattati sono: l'espansione dell'universo e le sue modalità, la sua storia pregressa e il ventaglio dei destini che appaiono al momento ipotizzabili. Ne emerge il quadro di una disciplina pienamente scientifica, che si è quindi svincolata dalla pregiudiziale filosofica ottocentesca circa l'impossibilità di parlare del tutto e che, d'altra parte, attraversa una fase di crescita rapidissima, che rende particolarmente vivace il confronto tra i suoi cultori. 3 - E. Del Fusaro, Per un "Commonwealth" balcanico orientato verso l'italia Editions du Savoir Perdu, 2001 c/o Ser.ma Principessa Emanuela Kretzulesco Quaranta Via Silvio Pellico, Soragna (Parma) (vedi anche il testo presentato nel punto 5) Si tratta di un opuscolo, pubblicato per la prima volta nel 1960 (la firma "Del Fusaro" era uno pseudonimo preso fra i nomi degli antichi feudi di Casa Quaranta), destinato all'ambasciata d'italia a Bucarest, ora ristampato perché le tesi ivi contenute appaiono quanto mai attuali Paul Forman, Fisici a Weimar - La cultura di Weimar, la causalità e la teoria quantistica A cura di Tito M Tonietti Ed. C.R.T., Pistoia, 2002 Paul Forman racconta la discussione tra i fisici ed i matematici della Repubblica di Weimar attraverso la quale è stata inventata la meccanica quantistica. Tale teoria fisica è importante perché costituisce la base sulla quale successivamente è stato possibile costruire la bomba atomica, il computer moderno ed il DNA. Alcune caratteristiche essenziali della meccanica quantistica ortodossa, come la rinuncia alla

11 11 causalità, risentono quindi del contesto culturale seguito alla sconfitta degli imperi centrali nella guerra. 5 - Emanuela Kretzulesco, Nouvel Institut de Recherches Scientifiques pluridisciplinaire Nicolas Kretzulesco Artegrafica Silva, Parma, 1997 (vedi il testo presentato nel punto 3) L'opera è dedicata alla memoria del fisico rumeno Nicolas Kretzulesco - scomparso a Parigi nel 1985, che rifiutò di collaborare sia ai progetti di bomba nucleare di parte sovietica, sia a quelli di parte francese - e dell'istituzione che cercò di creare in Romania a spese personali, per favorire lo sviluppo della scienza nel suo paese. Autore di un Les pouvoirs de nôtre esprit - Science et Foi, era laureato alla Sorbona, discepolo di Jean Perrin (Premio Nobel 1926), collaborò con i coniugi Joliot-Curie, Louis De Broglie (Premio Nobel 1929), etc. (l'autrice, che è la vedova dello scienziato, si trova citata anche in Episteme N. 1 e N. 2, Sezione Reprints). 6 - Tuomo Suntola, The Dynamic Universe - A New Perspective on Space and Relativity Data Com. Finland Oy., Third Edition, March 2002 The Dynamic Universe introduces a new coordinate system in which the ct direction of spacetime in the theory of re]ativity is interpreted as the direction of the radial expansion of space. Space is described as the surface of a four-dimensional sphere and the expansion takes place in a zero-energy process in which motion is balanced by the gravitation of the structure. The new approach shows the rest energy of matter to be the energy that matter has due to the motion of space, which enables a detailed analysis of the energetic structure of space and objects. What the theory of relativity explains by modifying time and metrics the DU model explains as the consequence of energetic structure. The bending and delay of light near mass centers is a result of the actual topology of space in the fourth dimension. Clocks in motion or subject to local gravitational interaction do not lose time because time is distorted; they actually run slower as a result of their energetic state. The DU model shows a match between the geological age estimates of the oldest stars and the age of expanding space calculated from the Hubble constant. The mass density of space (0.55 x Friedmann critical mass) is unambiguously predicted, and the expansion of space is described in full agreement with recent observations on the relationship between apparent magnitude and redshift. The perihelion

12 12 shift of planetary orbits, the Euclidean appearance of distant space, and the microwave background radiation are explained in closed mathematical forms. [About this author's physical conceptions see also the second section of this Episteme's special issue] 7 - Luciano T'sinai'n (Tansini), Ascolta o Israele!... - Sulla schiavitù e sull'amore romantico [l'etica dei Profeti: Pedagogia di libertà] Ed. Pendragon, Bologna, Luciano Tansini (T'sinai'n, suo anagramma), l'autore di questo libro, che si aggiunge agli altri preparati nell'arco di cinquant'anni, è un vecchio inconsistente, un "nessuno", a cui piace, nel palese e nell'occulto, evocare e ricercare giustizia e verità. Anche se la sua è una debole voce, pure sembra che sia passato attraverso filtri di innumerevoli esistenze. Egli qui, come sempre, si confessa a se stesso e agli altri. Purtroppo non sa chi sia, né sa chi siano gli altri, e vorrebbe sapere e vorrebbe saggezza acquisire. Eppure i profeti (e le streghe) lo hanno quasi convinto che lui, come ogni creatura dell'universo, è il "Sogno dei sogni", ancora non vissuto, che vuole vivere e farsi carne in ogni dove di bellezza per dare e ricevere bellezza. Così Tansini vorrebbe, con tutto l'universo, entrare nella libertà dei sogni senza confine. E anche questo libro (che valorizza gli altri e ne è valorizzato e completato), si pone nel solco della libertà di evocazione e di riflessione del sogno di libertà senza limiti, senza stato di fissità. Sogno di Esodo, di Pasqua, di augurio del Magnificat del Vangelo e di Anna madre del profeta Samuele; vera teologia di liberazione e di amore e di magia di grazia e di piacere contro la Tirannide; vero culto dello spirito messianico dei profeti, di "cieli nuovi e di terra nuova" (vero Spirito della "parte femminile di Dio", la Shekinà, l'helohim, l'iside...). Parte femminile che completa ed è vittoria sull'impero della morte, spesso mascherata da vita. Qui si fa dunque un "augurio" di Esodo di libertà senza confini. 8 - Luciano Tansini, Evocazione alla Luna - Patto col Mondo delle Madri, col loro respiro Ed. Terra di Nessuno, Ferrara, 2002 Corso Porta Po, 72/A Ferrara Questo lavoro, fatto di poesie e di prosa, lo considero il libro conclusivo, come se fosse l'ultimo filo di una rete iniziata più di quarant'anni fa e oggi conclusa. Questo lavoro lo considero come ultima tessitura di un tappeto immaginario, come tappeto di Aladino, con la sua lampada del "genio". Le riflessioni risalgono da quando ero ragazzo e tutto mi stringeva la gola e mi soffocava e io terribilmente lottavo per sciogliere i nodi e per diventare capace di fare tappeti e vestiti di sogno che mi permettessero di vincere l'ignoranza e la povertà della mia e di quella degli altri esistenza. Ora il corpo di sogno prende sempre più sostanza in me e lo vorrei sviluppare in ogni dove, specie in coloro che mi sono più prossimi. Ho la fortuna di avere l'amore della "Madre". Ho la fortuna di terminare il "tappeto volante" con questo inno-evocazione-benedizione al mondo delle Madri. Immagino ricevere la benedizione delle Madri, la loro innocenza. Le Madri ora mi aprono le loro porte e le posso amare faccia a faccia; migliore compenso non potevo avere. La conclusione di un'opera di tutta una vita è il risveglio di una percezione di contemplazione verso un altrove senza confini; è un entrare nel sogno evocato senza più mediazioni di scrittura o di altro ancora. E' un ricevere la Benedizione promessa, fonte di benedizione, alla maniera di Abraham il benedetto dalle Madri. [...]

13 Paramahamsa Tewari, Universal Principles of Space and Matter - A Call for Conceptual Reorientation Crest Publishing House, New Delhi, 2002 G-2, 16 Ansari Road, Darya Ganj New Delhi India This is a very singular book, in front of the current paradigm of contemporary Physics, a "cartesianinspired" work which calls for reorientation in the foundations, by wisely warning that: > The conclusion of the modern physics that absolute space, time, simultaneity, and space filling media are discredited ideas is certainly premature (p. 178). The books deals with arguments such as: Discovery of Charge and Mass Equations; Fundamental States of Cosmic Energy, Fields and Forces; Gravitation; Universal Constants; Motion of Electron; Atomic Structure; Light; Creation of Cosmic Matter (about Tewari's physical conceptions see also the second section of this Episteme's special issue). "The universe must be dynamic and possess movement? Isn't this another way ot stating the content of Einstein's 1917 and still standard geometric theory of gravity, according to which the geometry of space is a dynamic entity, changing from instant to instant according to an utterly simple and beautiful law? It is an honor and pleasure to be associated with you in the considerations of these deep and wonderful questions", from a letter of Sir John Archibald Wheeler to the author (Feb. 1985). ***** Episteme ha inoltre ricevuto dalla Società Editrice Andromeda (Via S. Allende 1, Bologna l'antologia Guerra/Guerre - I mille bandoli di una sola matassa (Inediti N. 147), a cura di Paolo Brunetti, Paolo Caliari, Franco Ferlini, Antonio Papa, di cui ci sembra utile, nell'oscuro momento storico che stiamo vivendo, riportare l'intero sommario, assieme all'ultima pagina di conclusione.

14 14 Premessa Guerra/Guerre - I mille bandoli di una sola matassa Introduzione Schede Storiche (Afghanistan - Arabi/Arabia/Arabia Saudita - Filippine - Giordania - Iran Iraq - Israele - Kuwait - Libano - Somalia - Sudan - Vietnam) Mezzo secolo di storia italiana, con un occhio sul mondo: per ricordare l'ieri e capire meglio l'oggi (una sintesi degli avvenimenti dal 1946 ai giorni nostri) Islam - "Sottomissione, abbandono alla volontà di Dio" e teologia cristiana, di Gian Marco Montesano 1 È possibile che un paese così avanzato tecnologicamente e preparato a rispondere ad un attacco atomico nel giro di pochi minuti non sia stato in grado di intervenire su 4 aerei dirottati nei propri cieli? Questa è un'operazione strategica coperta contro gli Usa, intervista a Lyndon LaRouche di Woody Woodland Il sogno infranto di due torri gemelle, di Marco Magrini Gore Vidal - Perché odiano noi americani, intervista di Jacopo Iacoboni Le profezie di Jan van Helsing - Quale sarà il futuro del Medio Oriente dilaniato dai conflitti? (da "Le Società Segrete e il loro potere nel XX secolo", di Jan van Helsing) 2 Ma cos'è il terrorismo? Terrorismo, l'arma dei potenti, di Noam Chomsky Gli attentati. A quale scopo?, di Michael T. Klare Come gli Usa diedero il via ai musulmani, intervista a Zbignew Brzezinski, consigliere della Casa Bianca Tra Stockhausen e Lucifero, di Francesco Poli La guerra non è un diritto, di Luigi Lombardi Vallauri 3 La guerra, da sempre, costa un sacco di soldi: chi vince cosa? e chi perde cosa? La guerra geopolitica, di Michael T. Klare Con la guerra afghana, Bush ha saziato la sete di vendetta degli americani e allargato a dismisura l'influenza degli Usa in Asia. Il prezzo è stato il grande ritorno in campo della Russia, di Giulietto Chiesa Perché combattiamo ancora, di Fabio Mini Pentagono, il budget fa un boom "duraturo", di Manlio Dinucci Tempi di recessione: per fortuna c'è la guerra, da ALTREconomia Armi: chi vende a chi, di Francesco Ferreri La guerra e l'economia, di Andromeda 4 Perché Francia, Germania e Italia hanno deciso di inviare navi, aerei e soldati scavalcando l'unione Europea? Ma cosa vanno a fare?!, di Andromeda Globalizzazione made in Usa e fragilità europea, di Paola Bonora Alla vigilia della più grande vittoria comunitaria del dopoguerra, la moneta unica, gli europei vanno alla guerra alla spicciolata, mentre riunioni ristrette, direttorii e doppie velocità sono ormai all'ordine del giorno, dì Elena Comelli 5 Perché contro l'afghanistan si sono schierati anche la Cina, la Russia, l'iran e il Giappone? Il grande gioco, di John Pilger Lo shangai di guerra, di Angelo Pascucci Gioco triangolare fra Washington, Mosca e Pechino, di Gilbert Achcar Den Xiao Ping, di John Cooley Se la Cina ne approfitta, di Pietro Masina Le conseguenze per la Russia nella 'battaglia degli oleodotti', di Fabrizio Vielmini

15 15 6 I petrolieri al governo degli Stati Uniti quale interesse hanno alla guerra? Energia, il progetto di Bush, di Abid Asiam La verità sotto terra, intervista a John Maresca In guerra per il petrolio - L'altra faccia dei raid, di Federico Rampini "Tutto il greggio all'islam" la parola d'ordine di bin Laden, di Magdi Allam Nella lobby Usa del petrolio l'altra verità su bin Laden, di Giacomo Leso Il business del gasdotto e i rapporti con i taliban, da la Repubblica La guerra sul treno della crisi petrolifera. Parla l'esperto Onu Alberto Di Fazio, di Francesco Piccioni Imbarazzo alla Casa Bianca per lo scandalo "Enron", di Vittorio Zucconi 7 bin Laden da dove viene? e cosa vuole? e i talebani da dove vengono, e cosa vogliono? La fine della libertà, di Gore Vidal Le ambiguità del regno saudita, di Christophe Ayad Arabia, le "tentazioni" dell'alleato più fedele. Riad tra gli Stati Uniti e i rischi di Jiihad, di Jean-Marie Benjamin Carter e Breznev nella valle della decisione, di John Cooley Da dove viene Bin Laden?, di John Cooley 8 Esiste un rapporto tra la crisi economica degli USA e la guerra? Qualcuno deve pur fare il nemico, di Enzo Modugno Le vere ragioni della guerra, di Manlio Dinucci I nostri alleati contro il terrorismo, di Robert Fisk La crisi e i cannoni, di Joseph Halevi 9 Una guerra o l'ennesima guerra? Perché tante guerre? La pace simulata. Mezzo secolo di "pace"!, di Andromeda Nuova geografia dei conflitti, di Michael T. Klare La prossima guerra, di Liliana Cardile l0 Guerra e libertà: che fine fanno le nostre liberta con la guerra? Prefazione al rapporto alla Commissione Trilaterale, di Giovanni Agnelli Attacco alla privacy, di Katharine Mieszkowski Ricordate il Reichstag..., di John Perry Barlow Il tribunale speciale di Bush - "È un attacco alla giustizia", di Vittorio Zucconi Il terrorismo corre nell' , di Marco d'eramo Lettera al Presidente della Repubblica, di Umberto Bartocci "Carnivore" Quel tribunale molto speciale, di Domenico Gallo C'erano una volta i grattacieli, di Paolo Persichetti Dai diritti ai bisogni, a cura di Riccardo Petrella 11 Che rapporto c'è fra guerra e globalizzazione? Quale rapporto fra guerra e globalizzazione? Jeremy Rifkin, nel suo libro "L'era dell'accesso - La rivoluzione della new economy" senza mai collegare i due termini elenca una smisurata serie di legami Intervista a Benjamin Barber 12 Ma perché l'afghanistan è così importante? L'ascesa dei talebani, di Fausto Alunni Barili di interessi sauditi, di Jürgen Krönig Tutte le vie del petrolio, di Vijay Prashad Macedonia, l'oleodotto va alla guerra, di Michel Chosstidovsky Oro giallo e nero nell'oleodotto, di Michel Chossudovsky Quanto pesa il petrolio del Caspio, di Francesco Piccioni Campi di papavero, campi di sterminio e signori della droga, di John Cooley L'impero della droga Bush-Cheney, di Michael Ruppert

16 16 13 Noriega, Saddam Hussein, Milosevic, bin Laden: burattinai o burattini? chi sta dietro le quinte e decide le sorti del mondo? Chi ha creato la rete del terrore, di James Ingalls I poteri occulti, Brani da "Globalizzazione - Mondialisrno. Ambiguità di un sinonimo" di Sergio Gozzoli La sanguinosa ascesa del generale Sharon, di Amnon Kapeljouk La prossima vittima, di Franco Ferlini 14 Perché il Papa e la Chiesa Cattolica si sono schierati contro la guerra? La guerra e la morale, di Andromeda La guerra del vescovi. Il giudizio del sinodo, di Mimmo De Cillis Le nostre complicità con l'ingiustizia, di Carlo Maria Martini Cominciamo a chiedere scusa, di Jonathan Power "Nessuna guerra è buona", intervista a Michel Sabbah, Patriarca di Gerusalemme, di Patrizia Cuffaro La guerra e l'<<utopia nera>> dei preatlantici, di Ernesto Balducci L'oppio dei popoli, di Paolo Persichetti 15 Perché la grande stampa non fa che ripetere acriticamente le posizioni dei governi della coalizione antiterrorismo? Globalizzazione economica e della comunicazione, di Ettore Bernabei La falsa informazione obiettiva, di Giuseppe De Micheli L'informazione? È in autocensura, di Patricia Lombroso Guerra e Informazione, di Astrit Dakli Minacce e censure, di Vittorio Zucconi Autocensura made in USA, di Marco d'eramo La circolazione libera delle informazioni..., di Noam Chomsky Giornalisti in trincea, dì Raffaele Mastrolonardo Redazioni pericolose Se trionfa l'ideologia del denaro, lettera di Paolo Bressano a Corrado Augias e sua risposta Piccoli scostamenti di senso, di Franco Ferlini Postfazione Le ceneri del mondo, di Gian Marco Montesano Conclusione [...] La disillusione, la frustrazione, la coscienza di "non contare nulla" in questo sistema, porta i più ad aggregarsi a quella "maggioranza silenziosa" che oggi rappresenta lo "zoccolo duro" del cinismo di massa (ma dalla quale, forse, potrebbero venire le sorprese più inaspettate). Quarant'anni di propaganda, di film western e di guerra, di un "benessere" tutto e solo materiale, di un inculcamento del modello efficientista (dal guerrafondaio Rambo allo yuppie rampante, ma sempre, comunque aggressivo) hanno portato all'attuale situazione di "adesione alla guerra" da parte del "cittadino qualunque". Il lavaggio del cervello (il Grande Fratello al servizio delle Sette Sorelle) è stato perfetto: il colpevole è uno ed uno solo, (Saddam Hussein? Milosevich? Bin Laden?...) che va eliminato "per ristabilire il diritto internazionale". [...] Il "diritto internazionale" è stato violato centinaia di volte, solo negli ultimi decenni, e assai più spesso dai civili e progrediti occidentali che dagli altri! Ma tutto ciò "non ha importanza, non si può risalire troppo addietro nella storia!", certi legami storici in questa situazione appaiono sospetti! Il bravo cittadino è stato abituato a non avere il minimo desiderio di informazione, il minimo senso di esame critico della situazione. (Ricordate Orwell in "1984"?) Chiunque si provi a parlare di "soluzione non violenta" è attaccato con violenza. Si parla di diritto, ma lo si fa praticando la violenza.

17 17 E mentre i giorni passano, mentre le operazioni chirurgiche mostrano sempre più evidenti (nonostante le censure militari e politiche) i caratteri del massacro quanto più si svela la reale "natura" di questa guerra tanto più irato e violento diventa l'attacco a chi ancora si permette di nominare la parola pace. Perché non si può parlare di pace, giustizia e onore a chi sceglie di uccidere per affermare il proprio dominio economico e politico mascherandosi con le vesti, ormai consunte dalla storia, del crociato liberatore. A chi vuoi fare un deserto e chiamarlo pace. Così diviene sempre più faticoso e compromettente mettere in discussione lo stato delle cose, e nasce dentro di noi un forte desiderio di silenzio. Ma la ricerca di un'altra dimensione in cui scorgere segni di pace e umanità ci sospinge incessantemente; il senso dell'esistenza di un'etica umana indistruttibile, per quanto infangata e sbiadita, ci rende consapevoli che questa dimensione esiste, che ciascuno la può trovare: basta iniziare a cercare dentro se stessi, a cercare, se ancora ve n'è traccia, nella nostra anima. (Da "Una fine con orrore, o un orrore senza fine?" in "Guerra: cadono le maschere", Inediti n. 42, Andromeda, 1991) ***** Tra i nuovi titoli di riviste pervenute alla Redazione di Episteme, per le quali tutte ringraziamo sempre sentitamente i curatori, segnaliamo: - Anthropos & Iatria, Rivista Italiana di Studi e Ricerche sulle Medicine Antropologiche e di Storia delle Medicine, Anno VI, N. 1, Gennaio-Marzo 2002 Nova Scripta (Salita San Francesco da Paola 20/7, Genova) e De Ferrari Ed. (Via G. D'Annunzio 2/3, Genova)

18 18 Editoriale Dott.ssa Guglielmina Montano, Introduzione al Convegno Bioetica e Filosofia della Medicina Prof. Evandro Agazzi, Il significato di una medicina umanistica Prof. Paolo Aldo Rossi, Umanesimo e scienza - ιατρεια αιρετικης ossia "la cura eretica" Recensione Prof. Carlo Maccagni, Le razionalità, la razionalità Dott. Fernando Piterà, Omeopatia - Medicina ippocratica, umanistica e scienza Prof. Pietro M. Boselli, Le professioni sanitarie divise tra umanesimo e scienza Prof. Giovanni Pierini, Una metà divisoria che impone una scelta Prof.ssa Ida Li Vigni, Le stagioni della follia Dott.ssa Lourdes Velàsquez Gonzàlez, Artificialità e naturalità nella discussione etica sulla procreazione assistita Prof. Stefano A.E. Leoni, Medicina, scienze e musica nella trattatistica araba Prof.ssa Luisella Battaglia, Bioetica e umanizzazione della medicina Dott.ssa Rosangela Barcaro, Eutanasia e suicidio assistito Dott.ssa Anna Vigoni Marciani, Medicina tra umanesimo e scienza: la fitoterapia Dott. Davide Arecco, I profeti di Londra Dott. Ottavlo Oliveri, La morale dell'attuario Dott. Luca Norfo, Pratica medica e centralità dell'uomo nella moderna società mazateca - HELIODROMOS - Contributi per il fronte della Tradizione A cura del Centro Studi di Formazione Tradizionale Heliodromos N Primavera 2002 edizioni "IL CINABRO" - Via Crociferi, Catania

19 19 EDITORIALE: Ora o mai più INEDITI: La fine del mondo, Guido De Giorgio CONTRIBUTI DOTTRINARI: Introduzione al Ciclo Avatarico Da Matsya a Kalki (seconda parte), Giuseppe Acerbi SIMBOLISMO: Hyperborea, Claudio Mutti RACCONTO: La coppa e l'acqua, Renzo Arcon GENESI DEL MONDO MODERNO: Janua Inferni, Bruno d'ausser Berrau CONTROSTORIA: Gli esercizi spirituali dei Gesuiti, Fortunato Pavisi RIFLESSIONI - Dentro e fuori le mura ANALISI Marco Revelli - Pino Tripodi, Lo stato della globalizzazione David Icke, Io sono me stesso io sono libero: La guida per i robot verso la libertà Julius Evola, Il Fascismo e l'idea politica tradizionale Julius Evola, Mussolini e il razzismo LETTERE A HELIODROMOS [Segnaliamo in particolare l'interessante articolo di Fortunato Pavisi sugli esercizi spirituali dei Gesuiti, che fornisce al lettore una serie di informazioni assai poco comuni, ma la cui fondatezza è comunque da verificare con attenzione] - NOUVELLE ECOLE Histoire - Philosophie - Sciences - Economie - Droit N (trente-troisième année) Directeur: Alain de Benoist 41 rue Barrault Paris - France

20 20 Le christianisme et les religions du Livre (Pierre Le Vigan) Jésus sous l'oeil critique des historiens (Alain de Benoist) Jésus et ses frères (Alain de Benoist) La persécution contre les païens, de la conversion de Constantin (312) à la mort de Justinien (565) (Alexandre Gryf) Bibliographie Monte Verità ( ): une <<communauté alternative>> entro mouvance völkish et avant-garde artistique (Philippe Baillet) Nietzsche et la musique (Michel Lhomme) Nécrologie Présentation par Alain de BENOIST: CHRISTIANISME En s'implantant en Europe, au sein d'une culture qui, lorsqu'il apparut, avait déjà derrière elle deux ou trois mille ans d'existence, le christianisme a puissamment contribué à la transformer. Il apportait en effet avec lui des nouveautés inouïes. D'abord l'idée dune humanité une, composée d'individus égaux pour l'essentiel, car tous dotés d'une àme en égale relation avec Dieu. Puis la distinction, empruntée aux Hébreux, entre un être incréé, nécessaire et parfait, et un être créé, contingent et imparfait. Posés comme radicalement distincts, le monde et Dieu devaient dès lors être pensés séparément. Le monde perdait du même coup son autosuffisance et sa qualité d'être: non seulement il n'était plus intrinsèquement le lieu du divin mais, étant imparfait, il pouvait légitimement être arraisonné dans l'espoir d'être rendu <<meilleur>>. Désacralisé, l'existant tel qu'il est, le Tout-Un (hen kai pan) se trouvait assujetti à un devoirêtre. S'y ajoutait la notion d'un salut qui, comme le disait Théophile d'antioche, ne pouvait plus reposer sur le rite, mais jouait avant tout un ròle de compensation: consoler l'individu de son appartenance à ce monde imparfait. S'y ajoutait encore une conception de l'histoire comme création continuée et finalisée, c'est-à-dire comme système irréversiblement orienté vers le futur. Et enfin l'idée de péché, bien distincte de celle de faute ou d'erreur, assortie de celle d'une corruption originelle, héréditaire. Ces idées nouvelles ont contribué à faire de l'occident ce qu'il est progressivement devenu: un monde étranger à lui-méme. Dès la fin du II et le début du III siècle, toute une <<Aufklärung chrétienne>> s'est en outre développée sur la base d'une théologie du Logos, introduisant dans la religion un principe de rationalité éthique et d'<<émancipation>> qui allait créer les circonstances de l'éclosion de la modernité. Le christianisme a aussi apporté avec lui une intolérance d'un genre jamais vu. Cette intolérance, ordonnée aux notions, elles aussi nouvelles, de dogme, d'hérésie et de conversion, l'a caractérisé dès ses débuts, comme en témoignent les imprécations d'un Tertullien (<<Mais qu'y at-il de commun entre Athènes et Jérusalem?>>), d'un Tatien, d'un Minucius Félix, d'un Cyrille d'alexandrie ou d'un Lactance. Toute la première littérature chrétienne n'est qu'un long cri de haine, appelant à l'interdiction, à la destruction, au pillage. Plus tard, partout où elle a eu le pouvoir, l'eglise a persécuté. Ces persécutions, associées aux croisades, aux conversions forcées, à la lutte contre les hérétiques, les indigènes, les païens ou les juifs ont fait des victimes par dizaines de millions. Avec l'inquisition, l'exigence de conformité s'est étendue jusqu'au for intérieur, créant le modéle de toutes les futures <<polices de la pensée>>. De la <<loi des suspects>> aux procès staliniens, de la confession et de l'<<examen de conscience>> à l'autocritique, les régimes totalitaires, visant eux aussi à la mise en conformité totale, poursuivront sur cette lancée. La modernité a vu le transfert svstématique de tous les grands concepts théologiques à la théorie de l'etat. Le modèle de la <<monarchie de Dieu>>, transposé dans le système papal de

21 21 la plenitudo potestatis, a inspiré toutes les formes de l'absolutisme politique. L'universalisme moderne, qui étend partout le règne du Même, prolonge à sa façon les vues d'un Eusèbe de Césarée, grand défenseur de la <<théologie politique>>, qui arguait déjà de la force pédagogique du Logos divin pour justifier l'hostilité chrétienne aux particularismes culturels ou religieux. Celse, dans son Discours vrai, reprochait d'ailleurs déjà à l'universalisme chrétien d'incarner un élément de <<révolte>> (stasis) contre un universel conçu en termes de pluralité: <<Celui qui détruit les cultes nationaux détruit aussi en dernière instance les particularités nationales et attaque en même temps l'imperium romanum qui respecte la place des cultes et des particularités nationales>>. Le monde moderne est né d'un mouvement dialectique. D'un côté, il s'est émancipé de la religion, qu'il a rejetée dans le domaine privé des opinions individuelles, s'attirant ainsi, dans un premier temps, l'hostilité de l'eglise. De l'autre, il sest construit au travers d'un processus de sécularisation, sur la base d'idées chrétiennes retranscrites en mode profane, c'est-à-dire sur une interprétation <<mondaine>> des potentialités inscrites dans la foi chrétienne et dans sa conception eschatologique du temps. Le christianisme n'a pas été le vecteur ou le moteur de la modernité, mais son terreau, son <<sol nourricier>>, disait à juste titre le jésuite Joseph Moingt. Comme si sa signification historique avait été de préparer l'avènement de la modernité, et que son rôle strictement religieux était maintenant terminé. C'est ce qui explique le caractère paradoxal de sa situation actuelle: en même temps qu'il dépérit comme croyance, il triomphe comme idéologie. Le monde contemporain ne croit plus guère en Dieu, mais continue plus que jamais à penser dans des catégories chrétiennes sécularisées. On peut dès lors parler de <<monothéisation>> du social. Le christianisme peut bien dénoncer l'indifférentisme ou le matérialisme pratique dont il est aùjourd'hui victime, il ne dénonce jamais que ce qu'il a engendré. En fin de compte, la modernité n'est que la dernière en date des hérésies chrétiennes. Le monde postmoderne sera aussi un monde postchrétien. ***** The Alain De Benoist Collection This Collection of articles features pieces by Alain de Benoist - and others about him. It is impossible to do justice in a brief introduction to the importance of the thought of de Benoist. Readers should appreciate that in a career of over three decades, de Benoist has laboured to change the very discourse of that mercurial beast sometimes labelled - 'radical nationalist politics'. Through the Research Group For The Study Of European Civilization (GRECE in its French acronym), and the circles and publications which grew up around it, de Benoist developed a theory of long-term counter-cultural struggle for hegemony with the dominant 'Western liberal internationalist ideology'. Drawing upon the theories of the Italian communist Antonio Gramsci, de Benoist started a struggle to 'contest' and delegitimise this opposing ideology. Labels should not be imposed on de Benoist although the term 'Nouvelle Droit' (New Right) was one which he used. In a war of ideas, it was the appointed function of the Nouvelle Droit to provide new arguments. [...] [http://www.alphalink.com.au/~radnat/debenoist/index.html]

22 22 [Episteme è orgogliosa di presentare ai suoi lettori, in esclusiva anteprima assoluta, un capitolo di un libro di Lia Mangolini attualmente in fase di preparazione.] La vera natura del "magico Shamìr" A proposito di un'antichissima tecnologia per la lavorazione della pietra senza l'uso di strumenti metallici (Lia Mangolini) Storia e leggenda "Il quinto mese, il sette del mese, corrispondente al diciannovesimo anno di Nabuchadnèsar, re di Babilonia, giunse a Gerusalemme Nabuzardàn, comandante della guardia, subalterno del re di Babilonia" (2 Re 25, 8). La prima volta che casualmente mi imbattei nello Shamìr, si trattava solo di un fuggevole accenno contenuto in un articolo che parlava della Massoneria, e diceva pressappoco quel che segue. Durante la seconda conquista di Gerusalemme da parte dei Babilonesi (che la Bibbia chiama "caldei") nel 587 a.c. - con susseguente saccheggio dell'intera città, messa a ferro e fuoco, e deportazione dei suoi abitanti - dal Tempio di Salomone fu portato via tutto quanto c'era ancora di prezioso. Ma quasi ogni arredo e oggetto in oro e in argento era già stato sottratto dieci anni addietro durante il primo episodio di questo genere, quello portato a termine nel 597 a.c. dallo stesso Nabuchadnèsar, o Nabucodonosor (1). La spoliazione compiuta dai caldei - benché definitiva e, questa volta, completa - fu quindi, per forza di cose, più modesta quanto a valore venale, ma non per importanza. Oltre all'asportazione di tutti gli oggetti mobili, furono demoliti e portati via tutti gli accessori in bronzo del Tempio, compresa la grande vasca per la purificazione dei sacerdoti (2) e le due colonne, poste all'esterno ai lati dell'ingresso: modello comune a tutti gli impianti templari di questo periodo e di questo àmbito geografico. Le due colonne, delle quali la Bibbia riporta minuziose descrizioni (3), e alle quali Salomone aveva dato i nomi di "Jachin", quella di destra, e "Boaz", quella di sinistra (cioè, forse, "Stabilità" e "Forza"), erano cave. Fin qui, per quanto attiene la testimonianza "storica" dell'antico Testamento. La leggenda riportata dalla tradizione midràshica (4), tuttavia, fornisce ulteriori dettagli. Insieme alle colonne fu asportato il loro contenuto: nella loro cavità, infatti, veniva conservato l'intero archivio storico del popolo d'israele, assieme ai documenti che riportavano la summa di tutto il sapere e tutti i segreti scientifici. Pare poi che in seguito, per vie misteriose, quei documenti siano entrati in possesso della Massoneria, che li deterrebbe tuttora. Fra essi, era custodito il segreto di "qualcosa" che nessuno più sa cosa sia: il "magico Shamìr" (5). Il mio secondo incontro - anch'esso fortuito - con lo Shamìr avvenne leggendo un altro midràsh e fu molto più illuminante; ma non a sufficienza. Il racconto riporta che, per la costruzione del Tempio (6), Salomone aveva dato ordini molto precisi. Secondo la Legge mosaica, Legge divina, nessun materiale (pietra, legno, oro, avorio eccetera) doveva essere lavorato con attrezzi di ferro (7), il metallo di cui son fatte le armi che portano morte. L'altare, soprattutto, non doveva essere profanato in nessun modo da quel contatto, e nel cantiere non doveva entrare nemmeno un chiodo; né tanto meno martelli, scalpelli, picconi o altro. Tanto è vero che il materiale da costruzione - o almeno, sicuramente, la pietra - era arrivato sul posto già squadrato, se non rifinito, di modo che durante i lavori "non si udì nel Tempio nessun rumore prodotto da utensili metallici". L'unica maniera alternativa di lavorare

23 23 la pietra senza impiegare strumenti di ferro era quella di usare il "magico Shamìr"(8). Dio stesso l'aveva dato sul Sinai a Mosè, che se ne era servito per incidere i nomi delle dodici tribù sulle pietre incastonate nel pettorale e nell'"efòd" che facevano parte dei paramenti del Sommo Sacerdote. Da allora però lo Shamìr era sparito e non si sapeva più che fine avesse fatto. Ma la storia racconta poi di come Salomone (in modo a dire il vero non troppo onorevole) riuscì a procurarselo. Il dèmone Asmodeo (che sa dove si trovano tutti i tesori nascosti) fu costretto a rivelare al re che Dio aveva consegnato lo Shamìr a Rahav, l'angelo (o il Principe) del Mare, il quale non lo affidava mai a nessuno se non, raramente e solo a fin di bene, al gallo selvatico (o gallo cedrone, o gallina di brughiera, o aquila di mare, a seconda delle versioni), che viveva lontano, ai piedi di montagne mai esplorate dall'uomo: questi se ne serviva per "forestare" intere colline nude e pietrose, producendovi - per mezzo dello Shamìr innumerevoli forellini, nei quali poi piantava semi di varie piante e di alberi. Ciò veniva fatto nell'imminenza della migrazione di gruppi tribali divenuti troppo numerosi, che più tardi, arrivando sul posto, avrebbero trovato un ambiente vivibile. In quell'occasione, re Salomone riuscì con l'inganno a sottrarre il magico "tarlo" al gallo selvatico, che se lo era fatto prestare da Rahav per un caso di forza maggiore: il re infatti, proprio per costringere il pennuto a questo espediente estremo, aveva fatta porre sopra il suo nido una piccola cupola di vetro, separandolo così dai suoi piccoli. Volò verso occidente l'uccello disperato, in cerca di Rahav; quando tornò portava nel becco lo Shamìr, con il quale in pochi istanti riuscì a perforare o a disintegrare il vetro, lasciando poi cadere lo Shamìr, che Salomone lestamente raccolse. A lui che stupito chiedeva cosa mai fosse quella misteriosa e portentosa sostanza e da dove venisse, il gallo selvatico rispose che la si poteva trovare lontano, sulle Montagne dei Dormienti, e là lo condusse, dove il re ne fece scorta sufficiente a completare tutte le opere del Tempio che non potevano essere eseguite usando strumenti metallici. Particolare pietoso, si dice anche che il gallo selvatico, per la vergogna di aver perso lo Shamìr, si sia suicidato. Vedremo fra poco quante e quanto strette analogie (luoghi, personaggi, miracolose caratteristiche e modalità degli avvenimenti) questa leggenda mostri con le altre sparse in tutto il mondo. Il racconto dà inoltre una interessante precisazione: lo Shamìr - che, almeno in alcune versioni, a fine lavori venne restituito al suo custode - venne da Salomone riposto e in seguito conservato (era quello l'unico modo di trattarlo correttamente) in un cestino pieno di crusca d'orzo. Ma che cos'era dunque lo Shamìr? Particolari tecnici Quella sopra riportata è solo una delle molte narrazioni relative allo Shamìr: segno che malgrado l'incertezza dell'identificazione - a suo tempo era "qualcosa" di ben noto e diffuso. Infatti ho trovato più tardi numerosi altri dettagli. Provengono da almeno una quindicina di midrashìm diversi (alcuni dei quali molto antichi) ma sostanzialmente concordi sui punti principali, che figurano in svariate antologie, ma meglio accorpati o riassunti in quella che è la più completa e ponderosa raccolta moderna del genere, "Le leggende degli ebrei" di Louis Ginzberg. Rimandando ad uno studio più approfondito l'esame diretto delle fonti originali, i particolari che ne emergono sono i seguenti. Lo Shamìr, con altre creature soprannaturali, venne creato al crepuscolo del sesto giorno della Creazione. E' grande più o meno come un grano di frumento o d'orzo, e possiede la mirabile proprietà di tagliare qualsiasi materiale per quanto durissimo, anche il più duro dei diamanti. Per questa ragione venne utilizzato da Mosè per lavorare le gemme poste sul "pettorale del giudizio" del Sommo Sacerdote. I nomi dei capi delle dodici tribù furono dapprima tracciati con l'inchiostro sulle pietre destinate a essere incastonate nel pettorale (e anche sulle due onici dei fermagli posti sulle spalline dell'"efòd" - N.d.A.) poi lo Shamìr venne

24 24 passato sui tratti che rimasero così incisi (dalla letteratura rabbinica). Il fatto più straordinario fu che l'attrito (o l'azione) che segnò le gemme non produsse nessun residuo. Lo Shamìr venne inoltre usato per tagliare le pietre con cui fu costruito il Tempio, perché la legge proibiva di usare per quest'opera strumenti di ferro (dal Talmud e dalla letteratura midràshica). Lo Shamìr non può essere conservato in un recipiente chiuso di ferro o di qualunque altro metallo, poiché lo farebbe scoppiare. Esso va avvolto in un panno di lana e deposto in un cesto di piombo pieno di crusca d'orzo. Lo Shamìr rimase in paradiso sinché Salomone non ne ebbe bisogno e mandò l'aquila (o un altro volatile) a prenderlo. Era il più meraviglioso possesso del re. Con la fine dei lavori del Primo Tempio, o con la distruzione del Tempio stesso, lo Shamìr scomparve. (9) Chiaramente, la leggenda su re Salomone e il gallo selvatico ha soprattutto le caratteristiche di un racconto immaginario. Contiene tuttavia un paio di indicazioni concrete, e inoltre alcune informazioni che potrebbero consentire un collegamento - lo vedremo più avanti - con miti consimili appartenenti ad altri àmbiti culturali, sia geograficamente vicini che inverosimilmente lontani. L'intero collage di citazioni midràshiche di Louis Ginzberg presenta da parte sua alcuni dati fantastici (la creazione dello Shamìr al crepuscolo del sesto giorno, insieme ad altre "creature soprannaturali"; il fatto che Salomone mandò l'"aquila" a prenderlo in paradiso), ma soprattutto vi dominano connotazioni e dettagli estremamente realistici, tali da suggerire fortemente l'impressione che la descrizione dello Shamìr che vi compare fosse frutto di osservazioni di prima mano, più che di pura fantasia. Un articolo di Phillip Clapham poi, citandone un altro pubblicato da Velikovsky sulla rivista "Kronos" (VI: 1) (torneremo più avanti su entrambi), aggiunge il particolare, tratto probabilmente da qualche altro midràsh, che anche le due Tavole della Legge, scritte da Mosè sotto dettatura divina, erano state incise usando lo Shamìr. Nel semileggendario "Testamento di Salomone" (del III secolo d.c.) si narra inoltre che, durante la costruzione del Tempio, gli operai addetti ai lavori soffrivano di un male misterioso che provocava grande spossatezza: ogni giorno più pallidi, con profonde occhiaie, deperivano, non riuscivano più a lavorare, e ogni notte erano visitati da vampiri e dèmoni che li affamavano rubando loro il cibo (il che, a parer mio, significa che rimettevano anche l'anima). Quando incominciarono a morire, il re salì sul monte Moria e pregò Dio, il quale gli mandò in dono - tramite l'arcangelo Michele - il famoso anello d'oro, con incisi la stella e il Suo ineffabile Nome, che dava poteri straordinari e immensa saggezza (in quell'anello fu più tardi incastonato lo Shamìr, che era una specie di rutilante "pietra verde", un "portentoso gioiello che irradiava luce"). Vampiri e dèmoni furono messi, al posto degli operai, a tagliar pietre giorno e notte. Questo è, più o meno, tutto quello che si sa sul "magico Shamìr". Complessivamente, dai brani citati si possono trarre le seguenti informazioni "tecniche": 1) lo Shamìr poteva essere usato per foggiare e per lavorare qualunque minerale, anche le pietre più dure - un midràsh dice "anche il legno duro come pietra" - diamante compreso (che, in alcune versioni, figura tra le gemme del pettorale); era in grado di intaccare anche il vetro; la sua azione non lasciava residui (10); 2) il suo aspetto era quello di un "qualcosa" delle dimensioni di un granello d'orzo, forse di colore verde; 3) non poteva essere conservato in un contenitore metallico chiuso, che sarebbe esploso (o si sarebbe fuso): liberava vapori? o che altro? 4) solo il piombo, anzi un recipiente non ermetico di piombo, se protetto da una adeguata coibentazione, poteva resistere alla corrosione (o comunque alla reazione chimica) da esso prodotta;

25 25 5) non danneggiava la lana né la crusca, e - con qualche problema - si poteva manipolarlo a mani nude (11); 6) non inibiva la crescita delle piante; 7) con l'andar del tempo (si parla di circa 400 anni, quelli intercorsi fra la costruzione e la distruzione del Tempio; ma forse ne occorsero molti meno) "scomparve", o meglio "divenne inattivo" (12). Appare piuttosto evidente che la descrizione di questo "qualcosa" fosse dovuta, in origine, all'esperienza diretta di chi con questo "qualcosa" aveva avuto a che fare, e che l'aveva usato. Ed appare ugualmente evidente - poiché all'epoca della stesura di questi testi, di cosa fosse di preciso lo Shamìr si era ormai persa la memoria - che le straordinarie caratteristiche di questo "oggetto misterioso" non sono riferibili ad alcuna delle più comuni interpretazioni che ne vengono date. Il dizionario ebraico-italiano, alla voce "SHAMIR", elenca infatti diverse, mirabilmente eclettiche definizioni: 1) diamante (?) (sic); 2) verme leggendario che tagliava le pietre per il Santuario; 3) finocchio; 4) paliuro. E questo è tutto. L'unica indicazione aggiuntiva viene dal termine, subito sotto riportato, di "niàr shamìr" che in ebraico moderno a tutt'oggi, correntemente, indica la comune "carta vetrata", cioè qualcosa che consuma e corrode. Qui ci troviamo evidentemente nel campo delle ipotesi. Dirò di più, siamo al livello degli indovinelli da bambini: minerale, animale o vegetale? Ora, è chiaro che siamo costretti a considerare attendibili i dati forniti. D'altronde, non abbiamo alternative. Quindi, sulla base degli elementi descrittivi a nostra disposizione, e alla luce delle conoscenze scientifiche attuali, cercherò per prima cosa di escludere le interpretazioni "impossibili", e quindi (anche mettendo in atto i collegamenti cui prima accennavo) di identificare tentativamente il favoloso Shamìr. Ma che cos'era insomma? Sette spiegazioni e mezza MINERALE E' doveroso oltreché pertinente, in questa sede, riportare le origini del termine e le sue successive modificazioni. "Shamìr" viene, pare, dall'antica parola indoeuropea "smer", che indica una "polvere minerale per levigare o segare"; e non si può negare che in effetti la funzione del "nostro" Shamìr sia quella, né che nei due vocaboli sia presente la medesima radice "SMR". In greco quel materiale venne chiamato "smeris" o "smiris", in latino "smericulum", in francese e in inglese moderni rispettivamente "émeri" ed "emery", in italiano infine "smeriglio". In ebraico, come abbiamo visto, sono stati invece conservati sia il senso che, insieme, la forma della parola. Tutte queste versioni hanno sostanzialmente lo stesso significato: "smeriglio", per l'appunto. Solo che questa interpretazione non mi procura una particolare soddisfazione, poiché con quel termine si definiva (e si definisce tuttora) un notissimo abrasivo proveniente dall'isola di Naxos nelle Cicladi (che tuttora lo esporta), e ricavato polverizzando una locale varietà granulare compatta di corindone. Da nessuna parte sta scritto che fosse un dono divino gestito da un uccello, circondato da un alone di leggenda, né che avesse abitudini esplosive, o che facesse ammalare la gente, o che avesse l'aspetto di un granello d'orzo, o che si inattivasse dopo un certo tempo. Tutto ciò che questo materiale inerte sa fare è unicamente levigare e lucidare, più o meno come la normale pomice o la polvere di quarzo (c'è una bella differenza con quanto si legge a proposito dello Shamìr!). E a me questo non basta. Per cui, ritenendo valida soltanto - e soltanto in parte - l'affinità dell'uso, sarò costretta ad accantonare questa ipotesi. C'è una sola notazione interessante e curiosa da fare: "smeriglio" viene chiamata anche una specie di uccello predatore molto piccola appartenente

26 26 alla famiglia dei Falconidi, ed è pure un altro nome con cui viene indicato lo sparviere. Ma vediamo ora cosa dice il dizionario. "DIAMANTE" (?): E' il dizionario stesso che, con quel punto interrogativo, manifesta nei riguardi di questa interpretazione la sua perplessità. Infatti (per quanto il termine "Shamìr" compaia diverse volte nei Libri di alcuni Profeti (13) a indicare qualcosa di più duro della roccia e del ferro), è chiaro che, accogliendo tale definizione, ciò che viene considerato, pure qui, è soltanto il possibile effetto, il risultato dell'azione svolta sul materiale lavorato. Anche questo punto di vista, in più, lascia aperti altri problemi, poiché un'incisione eseguita con una punta di diamante produce limatura o polvere, contrariamente a quanto veniva detto dello Shamìr (anzi era proprio questo, per gli autori dei midrashìm, uno dei suoi aspetti più straordinari). L'ipotesi, oltre tutto, diviene ancora più fragile se si considera che in teoria con quel "diamante" dovrebbero essere state tagliate in misura e rifinite le enormi pietre (14) messe in opera nella costruzione del Tempio. In ogni caso, l'impiego per quell'uso del diamante (pietra pure allora assai rara e preziosa, tanto da far parte forse del pettorale del Sommo Sacerdote) sarebbe stato insostenibilmente dispendioso. E, a parte questo, dove avrebbe potuto Salomone procurarsene i quantitativi necessari, visto che non risulta che in Israele né in Egitto o in altri paesi vicini esistano giacimenti diamantiferi? D'altronde, nemmeno tale lettura tiene in alcun conto le altre numerose indicazioni contrarie: né le dimensioni indicate, né il carattere "esplosivo" dello Shamìr, e neppure l'affermazione che col tempo esso divenisse "inattivo". Insomma, a parte l'effettiva "capacità" del diamante di tagliare qualunque pietra, non c'è nessun elemento che concordi. Cosa che, credo, ci autorizza a escludere questa identificazione. E, poiché stiamo indagando sulla possibile natura minerale dello Shamìr, è in questa sede che devo inserire una ipotesi molto più originale ed interessante di quella dello smeriglio o del diamante, ma che gli antichi esegeti e autori di midrashìm non potevano certo prendere in considerazione, anzi non potevano neppure immaginare. SOSTANZA RADIOATTIVA: Sempre a partire dalla stessa (e unica) fonte di Ginzberg, altri ricercatori giungono a conclusioni completamente nuove e diverse che, sostanzialmente, vedono nello Shamìr una qualche - non ben precisata - forma di energia. Un articolo di David Salkeld (15) richiama ed approfondisce quello già citato di Velikovsky (16), il quale a lungo si occupò pure di questi problemi e le cui teorie "eretiche" sollevarono grande scalpore verso gli anni '50. Diversamente dagli esegeti biblici, sostenitori di più tradizionali interpretazioni (a giustificazione dei quali, comunque, è appena il caso di ricordare che non erano di certo scienziati dell'era nucleare), Velikovsky aveva invece preso in esame alcune altre caratteristiche dello Shamìr, da questi solitamente trascurate - immagino, per mancanza di spiegazioni sensate -: "colore verde" (forse), simile a quello di alcuni sali di elementi pesanti; corrosività nei confronti di tutti i minerali e metalli tranne il piombo; "inattivazione" nello spazio di 400 anni o meno. Era perciò giunto a identificare - per quanto non esplicitamente lo Shamìr con qualche tipo di sostanza radioattiva. Poteva forse trattarsi del radium, o di un suo sale, o di qualche altro isotopo della serie dell'uranio, dell'attinio o del torio: purché avesse una "vita energetica" compatibile con la durata documentata dell'attività dello Shamìr (valutata in circa 900 anni, cioè dall'epoca dell'esodo a quella della distruzione del Primo Tempio; ammesso naturalmente, come ho rilevato alla nota 12, che si trattasse sempre dello stesso Shamìr). Se non è vera, è ben pensata, come diceva un mio vecchio maestro. Perché fin qui il discorso torna, o parrebbe tornare. Ma vedremo più avanti perché invece non sia così. Salkeld cerca di avvalorare questa tesi con diverse argomentazioni.

27 27 E' un dato di fatto che oggi in natura i minerali radioattivi - per quanto forse più abbondanti in passato - sono rarissimi sulla superficie terrestre (3-4 grammi di radium dispersi in 2000 tonnellate di pechblenda), e possiamo supporre che, 3500 anni fa, chi non ne conoscesse le potenzialità ben difficilmente avrebbe investito il suo tempo e le sue energie per procurarseli con l'estrazione mineraria. E c'è inoltre il problema che, anche in questo caso, né in Israele né nei paesi limitrofi sono noti giacimenti di tali minerali. Tuttavia, poteva anche darsi che la miracolosa e inidentificata sostanza fosse stata trovata "concentrata" in superficie, cioè - per così dire - già pronta all'uso, e che, riconosciutene la natura "speciale" e le peculiari proprietà (ma come?), fosse stata conservata e quindi utilizzata nei modi già visti. Per la supposta esistenza di questo elemento, Salkeld dà due possibili spiegazioni: 1) Precipitato con un bolide meteoritico. A sostegno di questa supposizione, vengono citati diversi elementi. La presenza, nel racconto su re Salomone e il gallo selvatico, sia dell'angelo del Mare che di un uccello: "segno" che lo Shamìr veniva dal cielo. Una "pestilenza" verificatasi sotto il regno di Davide, durata tre giorni e che uccise persone, portata a Gerusalemme da un "Angelo sterminatore che stava fra cielo e terra con la spada sguainata" (17): si trattava forse di "morte nucleare" da contaminazione radioattiva? Ma quale "peste", nucleare o biologica che sia, agisce solo per tre giorni? Il "fatto" che, dopo quell'avvenimento, il re Davide - con grande costernazione di tutta la corte - divenne stranamente debole e impotente (ma aveva anche settant'anni!), e che pure Salomone più tardi fu ben poco prolifico. Secondo quanto Salkeld ipotizza, questi potrebbero essere indizi dei nefasti effetti delle radiazioni, prodotti dallo Shamìr sulla persona di chi, venutone in possesso, se lo fosse portato sempre addosso come un talismano celeste: l'uno e poi l'altro re, appunto. Ora, a favore della tesi meteoritica, bisogna ammettere che è pur vero che molte leggende in tutto il mondo parlano di "pietre magiche" dai presunti straordinari poteri, di solito cadute dal cielo. E' parimenti vero che molti santuari e luoghi di culto divennero oggetto di particolare venerazione proprio per la presenza di un meteorite che, nell'anima popolare, avrebbe rappresentato il segno concreto di una particolare benevolenza divina verso quel sito: la Kaaba della Mecca e il Tempio di Diana ad Efeso, per non citarne che un paio. (Per converso, una credenza assai diffusa, e che si è in parte conservata anche fino ai giorni nostri, vuole che la caduta di pietre dal cielo e/o il passaggio ravvicinato di comete siano inesorabilmente portatori di guai, e strettamente connessi con pestilenze, carestie, guerre e catastrofi in genere.) Tuttavia, come lo stesso Salkeld riconosce, in nessun meteorite recuperato sono mai stati segnalati inconsueti valori di radioattività né, per altro, nessuno di essi è mai stato trovato dotato di particolari "poteri" (18). I midrashìm affermano che lo Shamìr fu creato il sesto giorno: ciò, secondo Salkeld, sembra suggerire (oltre al fatto che forse era noto già in un lontano passato) che, in ogni caso, la sua origine sarebbe da collocarsi al tempo dei catastrofici sconvolgimenti della Creazione. La sua seconda apparizione - questa volta, "pubblica" -, nelle mani di Mosè, risalirebbe ai tempi dell'esodo: pure questo un evento collegato, secondo Velikovsky, ad altri disastri cosmici. E per concludere, anche la performance dello Shamìr che, come sopra detto, si sarebbe verificata durante il regno di Davide, avrebbe un'origine meteoritica. Comunque dopo la sua creazione, essa pure ovviamente "celeste", sia nell'uno che nell'altro caso (dell'uso che Salomone ne fece però non si parla) la presenza dello Shamìr sarebbe in relazione con la caduta di qualche bolide molto anomalo e strano. Ancora più strano, però, appare il fatto che questo tipo di detriti cosmici veramente "speciali" sarebbe caduto soltanto in quelle rare occasioni - sempre sul territorio di Israele - e poi mai più. In alternativa, Salkeld propone una seconda, non meno immaginosa ipotesi.

28 28 2) Creato da scariche elettriche. Sostiene Velikovsky che nel lontano passato elementi radioattivi, come quelli che oggi otteniamo artificialmente in laboratorio, potrebbero essersi formati "naturalmente" sulla superficie terrestre (a partire da altri elementi), nel corso di eventi eccezionali quali tremende scariche elettriche prodotte da un bombardamento cometario o meteoritico. Salkeld, cautamente, concorda, rammentando una delle geniali (e sconvolgenti per la scienza "ufficiale") previsioni azzeccate di Velikovsky: il quale era convinto che sulla Luna sarebbero stati trovati alti livelli di radioattività, e ne attribuiva la causa alle scariche elettriche interplanetarie di 2700 e 3500 anni fa, verificatesi nel corso delle presunte catastrofi cosmiche da lui teorizzate. Infatti l'esplorazione lunare gli ha dato ragione: che nel cratere Aristarco siano presenti emissioni di radon-222 di almeno quattro volte più alte della media lunare, è appunto per gli accademici un mistero senza spiegazione. Sfortunatamente, né Salkeld né - si pensa - nessun altro è attualmente in grado di calcolare di quale potenza, per "formare" sostanze radioattive da altre, inerti, dovrebbero essere le mostruose scariche elettriche intercorse, in ipotesi, fra la terra ed un altro corpo celeste, nel corso di un "incontro ravvicinato". Dipende, mi sembra, dalla differenza di potenziale fra i due oggetti. E nemmeno siamo al presente in grado di dire se quel fenomeno - non tanto le scariche, quanto le loro conseguenze - si sia effettivamente potuto verificare. Né, tanto meno, quando. O in concomitanza con cosa. Visto che di un simile evento non esiste alcuna memoria storica - e neppure, quanto a questo, leggendaria -, né testimonianza geologica o scientifica d'altro tipo, dovremo accontentarci di supporre che quanto affermato "potrebbe" - chissà quando - essere successo. Ma le prove sono un'altra cosa. Salkeld peraltro non insiste né sull'una né sull'altra teoria, consapevole del fatto che - se mai radioattività c'è stata - al giorno d'oggi non sarebbe ormai più rilevabile: in tutti i casi il normale decadimento avrebbe già da tempo reso qualunque materiale ("caduto" o "formatosi" in un passato così abissalmente lontano) nulla più che un innocuo pezzo di pietra (19). Si limita a sottolineare, spezzando un'ultima lancia a favore dell'ipotesi nucleare in genere, che - come sembra accertato - in molti siti megalitici in Inghilterra (per la precisione, al centro di preistorici cerchi di "pietre erette") si registrano tuttora significative letture di radioattività di origine ignota -, ovviamente residua rispetto ai valori presumibili all'epoca della costruzione. Indubbiamente erano luoghi sacri e speciali. Ma - e con Salkeld abbiamo finito viene naturale chiedersi se questa "sacralità" fosse positiva o negativa. In altre parole (per quanto non sia chiaro come, all'epoca, fosse possibile misurare le radiazioni), se quei cerchi venissero eretti come strutture "off limits", segnali della pericolosità di un luogo cui non conveniva avvicinarsi, o per il motivo opposto (20), facendo salvo in tutti i casi il loro significato magico-astronomico. Comunque, a puro titolo di curiosità, sarebbe interessante sapere cosa mai possa racchiudere o racchiudesse - il sottosuolo del sito in cui fu eretto il Tempio: minerali radioattivi? metano? che altro? A questo proposito è indispensabile un'osservazione. Salomone era un pozzo di scienza, lo sanno tutti; era di una sapienza e di una saggezza strabilianti; da mezzo mondo tutti i più potenti re della terra venivano a Gerusalemme per consultarlo, per avere lumi. Se lo Shamìr era veramente radioattivo, e quindi gravemente deleterio per la salute, non è pensabile che, conoscendo tali proprietà negative o effetti collaterali indesiderati, fosse così incosciente da portarselo sempre addosso (meglio sorvolare sul fatto che obbligava i suoi dipendenti a maneggiarlo quotidianamente). A quanto pare, invece, il "magico Shamìr" era qualcosa che si poteva - con molta precauzione, e probabilmente riportandone danni non indifferenti - manipolare ed utilizzare almeno per un certo tempo. E allora non era radioattivo.

29 29 Infine, non concordano con questa sua presunta natura nemmeno altre affermazioni relative allo Shamìr, affermazioni in grado di invalidare anche altre tentate identificazioni: che non danneggiasse i materiali organici (la lana, la crusca), che non inibisse la crescita delle piante, che avesse la dimensione di "un granello di orzo". Alla luce di quanto sopra esposto, mi sembra perciò inevitabile escludere anche l'identificazione "nucleare": con un certo disappunto, devo dire, poiché sembrava molto promettente, ed era sicuramente affascinante. D'altronde, i giochi sono aperti. Solo qualche tempo fa, un eminente studioso mi ha espresso molto seriamente la sua convinzione che il misterioso Shamìr altro non fosse che una specie di laser primitivo, in cui la luce coerente sarebbe stata prodotta (ma da quale fonte, non lo ha detto) facendola passare per un forellino, ottenuto dallo stampo (se di una certa dimensione) di un capello di un adulto, oppure da quello del capello di un bambino (se serviva un foro ancora più piccolo ) (21). E ora, possiamo tornare alle interpretazioni "tradizionali". ANIMALE "VERME": Per la verità il midràsh che ne parla, nella raccolta di Ginzberg, dice che "la salamandra e lo Shamìr sono i più mirabili tra i rettili"; ma diversi altri racconti, e anche il dizionario, lo definiscono senza incertezze come "verme". Non mi è chiaro il motivo della forte propensione che un buon numero di autorevoli rabbini ed esegeti biblici ha manifestato - e forse manifesta tuttora - ad accogliere questa versione. In ogni caso, trasformare in "rettile" il "verme", o in alternativa il "tarlo" (o altro insetto), sembra proprio l'interpretazione di una interpretazione. (Il termine "insetto", fra l'altro, deriverebbe dall'erronea traduzione del latino "insectator", cioè "tagliatore"). A me pare invece che tale significato possa essere utile solo ad indicare come nel caso del diamante e dello smeriglio - l'azione meccanica ed un effetto consimile che tali animali potrebbero avere prodotto, ma di sicuro non sugli stessi materiali. A voler essere generosi, tuttavia, è comprensibile anche questa identificazione, alla luce del fatto che quando questi testi vennero messi per iscritto, nessuno già più sapeva per certo in che cosa consistesse né come operasse lo Shamìr. Ho letto anche una cavillosa (ed anche un po' pretenziosa) ipotesi, secondo la quale il "verme" potrebbe essere assimilabile ad un "serpente", animale mitico di cui le tradizioni religiose e cosmiche traboccano, ma onestamente non mi sembra che possa essere presa in considerazione. E poi, che razza di verme era? Uno che dopo quattrocento anni "diventava inattivo"? Non mi stupisce. Era "esplosivo"? Era come un grano d'orzo? Non impediva la crescita delle piante? Lo si poteva manipolare? A difesa di questa teoria (che, peraltro, si basa principalmente sul fatto che si dovesse trattare comunque di un essere vivente), si può dire solamente che, per tradizione, tutta la storia letteraria dell'antico Vicino Oriente - compresa ovviamente quella ebraica - manifesta un forte interesse per il ruolo, spesso simbolico, svolto da molti animali nella vita degli uomini, soprattutto in senso didattico, moralistico e sapienziale. In fin dei conti, né Esopo, né Fedro, né La Fontaine hanno inventato niente di nuovo. Così, nessuno dei lettori cui erano destinate queste favole e queste leggende si sarebbe stupito di trovare perfino le creature più umili - come potrebbe essere appunto il verme - che parlano con Dio, interagiscono con gli esseri umani, svolgono compiti vari. Nel caso in esame, si diceva che quel singolare animaletto sarebbe strisciato dentro o sul pezzo da lavorare riuscendo a intaccarlo o a fenderlo con un taglio perfetto. Si diceva pure che un suo semplice tocco potesse scindere la pietra, che si apriva "come le pagine di un libro". Certo che il supporre che il "verme" avrebbe volonterosamente tagliato le pietre del Santuario (per compiacere Salomone, naturalmente) denota una grande fiducia nella pazienza e nell'abilità di chi lo doveva addestrare: come riuscivano a convincerlo o a costringerlo a

30 30 collaborare? Per non parlare dei tempi di lavorazione. E non voglio nemmeno pensare a come dovesse sentirsi il gallo selvatico, mentre volava trasportandolo nel becco. Insomma, oltre all'ovvia constatazione che il verme è "capace" di scavare (mele, di solito), non abbiamo nessun altro elemento che concordi. A riscattare, almeno in parte, la dignità del povero verme, c'è però una notazione bizzarra e anche un po' inquietante: si diceva che il suo sguardo facesse morire, così come quello di Medusa faceva impietrire. Ma, a parte il fatto che mi sembra piuttosto problematico riuscire a capire se il verme ti sta fissando o meno, francamente non so che cosa pensarne. E' stato anche proposto che non propriamente di un "verme" si trattasse, ma di sue ipotetiche e particolari secrezioni corrosive. E questo potrebbe anche avere un senso, volendo sorvolare sulla proclamata natura di "essere vivente" dello Shamìr oltre che sull'indubbia difficoltà di procurarsi - forse strizzando gli sventurati anellidi - adeguati quantitativi di quella prodigiosa sostanza, a condizione però di mettere su un allevamento. Chi prende in considerazione una soluzione del genere non dovrebbe tuttavia dimenticare che il re Salomone (al quale l'anello fatato consentiva di parlare con tutti gli animali del buon Dio, con i quali aveva un ottimo rapporto) mai e poi mai avrebbe fatto una cosa simile. E' vero che già con il povero gallo selvatico non si era comportato troppo bene, ma strizzare i vermi, insomma... Anche con il verme, comunque, abbiamo chiuso. VEGETALE "FINOCCHIO": Per quanto riguarda questa modesta pianta mangereccia, non saprei davvero che proprietà possa avere nel campo che ci interessa, e mi spiace dover ammettere che non mi viene in mente niente. Ma, pur riconoscendo di non aver fatto approfondite ricerche sull'argomento, oserei dire che - probabilmente - il fatto che porti lo stesso nome sia sostanzialmente una coincidenza, e che l'umile finocchio non abbia proprio niente da spartire con il "magico Shamìr". Quindi, con rincrescimento, manderò anche il finocchio dove sono finite tutte le altre proposte. Così, per risolvere il mistero di cosa potesse essere lo Shamìr, una volta eliminate tutte le interpretazioni a parer mio impossibili, esaurite tutte le altre eventuali identificazioni connesse ai regni minerale, animale e vegetale, non ci resta ormai più che il "paliuro". Ma chi, o per meglio dire "cosa" era costui? "PALIURO" (Paliurus) - botanica: Va sotto questo nome una pianta della famiglia delle Ramnacee, che ne comprende sei specie, cinque delle quali però (presenti in Cina e Giappone) non si trovano nei nostri climi. Quello che a noi interessa, poiché cresce in Africa e nell'europa mediterranea, è il Paliurus spinachristi, detto anche Paliurus aculeatus Lamarck, o più popolarmente "marruca", che è il nostro biancospino. Viene descritto come un arbusto (ma può raggiungere anche i sei metri di altezza) molto ramoso e spinoso dal legno duro e resistente, con foglie alterne ovate, dotate di due stipole spinose disuguali. Porta fiori piccoli raccolti in cime, e frutti (drupe) con margine alato largo fino a tre centimetri. Il nome "spina di Cristo" deriva dalla credenza che dei suoi rami fosse fatta la "corona" con la quale Gesù fu proclamato "re dei Giudei". E' citato da Teocrito, Strabone, Euripide e Teofrasto, il quale nel IV libro dell'"historia plantarum" ne dà una descrizione un po' diversa; ma in sostanza, almeno apparentemente, è una pianta che non ha proprio niente di misterioso né tanto meno di portentoso. Sembrerebbe, purtroppo, che siamo arrivati a un punto morto. Ma, attenzione! Perché il profeta Isaia (a differenza di Geremia,

31 31 Ezechiele e Zaccaria - citati alla nota 13 - i quali quando si riferiscono allo Shamìr intendono sempre qualcosa di "più duro del diamante"), tutte le volte che nomina quello stesso Shamìr, ne parla come di "spini e pruni" o di "rovi e pruni"? E' chiaro che per Isaia non si trattava di un minerale né tanto meno di un animale, ma di una pungentissima pianta, che di sicuro non era il finocchio, ma che - forse - poteva essere più o meno propriamente indicata con il nome tradotto - di Paliurus. E allora - poiché non ci sono alternative - continuiamo su questa strada, per quanto cosparsa ed irta appunto di spine e triboli, e tentiamo di scoprire se ci sono altri elementi che stiano ad indicare che lo Shamìr fosse davvero un rappresentante (per ora in incognito) del regno vegetale. La nostra ricerca ci porterà, questa volta, fuori dai confini d'israele, in luoghi anche molto lontani, impensati. Avrete parecchie sorprese. Lo Shamìr e i suoi parenti Oltre agli animali fantastici, dei quali le antiche tradizioni abbondano, tutti i miti parlano spesso e volentieri di varie piante dalle magiche proprietà, purtroppo di difficile identificazione perché citate con nomi diversi e descritte in modo ambiguo. Il motivo è semplice: a differenza dagli animali favolosi, che compaiono sulla scena autonomamente, dotati come sono di esistenza e volontà proprie, le piante "prodigiose" si possono cercare, raccogliere ed utilizzare per gli scopi ai quali si crede siano adatte, e chiunque lo può fare. Tutta l'antica farmacopea è basata su questo. Ma è ovvio che, se l'"iniziato" intende conservare il potere che gli deriva dai suoi speciali "filtri" o "pozioni" (d'amore, di morte, di forza o d'immortalità), deve mantenerne segreti non solo i procedimenti di preparazione, ma innanzitutto gli ingredienti, e nella fattispecie le piante che li compongono. Troviamo quindi una quantità di vegetali capaci di prestazioni eccezionali in ogni campo, ma sfortunatamente non riconoscibili, o per via di informazioni scarse e/o fuorvianti, o perché realmente ormai estinti e introvabili. Tale era per esempio la misteriosa pianta subacquea che "ha spine come il rovo, come la rosa", trovata da Gilgamesh in fondo all'abzu (ma in seguito perduta), e che avrebbe dovuto restituirgli la svanita giovinezza. Oppure l'altrettanto enigmatica "pianta del parto" o "della nascita", che avrebbe consentito ad Etana (secondo la "Lista reale Sumerica", tredicesimo re di Kish dopo il Diluvio) di avere finalmente dalla sua sposa un erede, e per cogliere la quale - primo essere umano nella storia - quel sovrano volò fino in cielo sulle ali dell'aquila. Ma moltissime altre sono, nelle leggende, le piante miracolose (22). E vedremo poi che con impressionante frequenza ad esse è associato un qualche volatile, dotato anch'esso di inusuali caratteristiche e spesso di grandi dimensioni. Nel sud dell'iraq e nell'iran occidentale, le tradizioni dell'antichissima religione dei mandei, o sabei, parlano appunto del grande uccello Simurgh, che ha profonde conoscenze di saggezza segreta e che possiede un elisir che guarisce tutte le ferite, purifica ogni sostanza, ringiovanisce il corpo, prolunga la vita e rende invulnerabili. Nei miti iraniani quell'elisir viene chiamato col termine avestico di "haoma" ed è prodotto anche qui da una pianta, forse da una liana rampicante della famiglia delle Gnetacee, l'ephedra, che cresce in cima ai monti o nelle valli più nascoste; ma potrebbe essere stato estratto anche dal fungo Fly-Agarico, allucinogeno usato dagli sciamani da anni e letteralmente adorato come un dio (o era, magari più verosimilmente, alcool?). L'"haoma", che fortifica e dà poteri soprannaturali ma ha anche effetti intossicanti, viene custodito, in questa versione, dall'uccello Saena, che lo concede agli dei ed in qualche caso anche agli uomini, ma solo a quelli particolarmente meritevoli. Per gli indù è invece il mitico Garuda, mezzo gigante e mezzo aquila, che gestisce l'ambrosia o Amrita, nettare inebriante o "soma" (in sanscrito; corrisponde all'"haoma") importantissimo nei riti della religione vedica, che dà poteri superiori agli dei "asura" e li rende immortali. Pure in questo caso, il "soma" è tratto da una pianta - generalmente identificata con una liana rampicante della famiglia delle Asclepiadacee - che cresce su di un albero, vicino al Monte Elburz dove vivevano gli uomini-uccello, noto solo a questi. E' probabile che alla base di

32 32 questo mito ci sia una antica origine comune con l'"albero della vita" della Genesi, che avrebbe reso gli uomini onniscienti, immortali e simili agli dèi. Come si vede, l'àmbito geografico di diffusione di questa leggenda (o meglio corpus di leggende, che vede protagonista di un qualche "portento" un pennuto cui è affidata la custodia di una pianta prodigiosa) è assai vasto, spaziando dalle rive del Mediterraneo (attraverso l'asia Minore, l'anatolia e la Mesopotamia, fino alla valle dell'indo) a quelle dell'oceano Indiano. E non solo, poiché la ritroviamo perfino nelle lontane Americhe. Quanto poi alla sua antichità, si perde nella notte dei tempi. Ma ciò di cui più in particolare volevo parlarvi sono i "parenti" dello Shamìr, anch'essi sparpagliati un po' in ogni dove; e non solo nel Vecchio Mondo, giungendo fino al Giappone, bensì - inaspettatamente - pure nel Nuovo, in Perù, Guatemala, Messico, Bolivia, per non citare che gli esempi che ho potuto vedere con i miei occhi. E ora la cosa si fa ben più interessante, e dobbiamo dire che siamo molto fortunati, perché infatti abbiamo il vantaggio di poter disporre non solo dei documenti scritti che riportano favole e leggende, ma di antichissimi manufatti realizzati con tecniche riconducibili soltanto alle affermate proprietà dello Shamìr. Tutti li conoscete. Mura megalitiche fatte con blocchi di dimensioni mostruose messi in opera con precisione millimetrica, inumana. Minute, delicatissime incisioni su pietre di estrema durezza. Oggetti, in pietra altrettanto dura, lavorati come fossero modellati in creta. Senza attrezzi metallici, come voleva Salomone, poiché metalli adatti non ce n'erano. Ma andiamo con ordine. Una leggenda iraniana senza tempo narra, tra le altre cose, che il re Zal appena nato fu "esposto" dal padre ed allevato - guarda caso - dal "nobile avvoltoio" Simurgh, il quale in questo racconto ricopre anche (in occasione della difficile nascita del figlio di Zal: si parla nientemeno che del primo taglio cesareo della storia) il ruolo di ostetrico, chirurgo e perfino anestesista. Ma ciò che qui più importa è che tanto Zal, una volta salito al trono, che la sua sposa "splendevano" per la presenza di un'"essenza divina", chiamata "farr" o "khvarnah" ("Fortuna del Re" e "Gloria di Dio"), la quale permetteva di scavare le sostanze più dure, forgiare metalli e addirittura conoscere la natura di Dio. Senza di essa, tangibile simbolo dell'investitura celeste, un re non poteva regnare. Sull'altopiano anatolico, a Catal Huyuk (la cui età di almeno 8500 anni è documentata, oltre che dalla datazione al carbonio 14, da un "murale" che rappresenta l'eruzione - avvenuta nel 6200 a.c. - su quella città del vulcano dalle due cime Hasan Dag), una cultura molto progredita, la quale già praticava la metallurgia del rame e del piombo, comparve all'improvviso: sorprendentemente, il minerale più usato, e trattato con notevole perizia tecnologica, era l'ossidiana, che nella "scala delle durezze" di Mohs occupa il settimo posto. Vi pare normale? Ma quel materiale, importato dalle stesse zone, veniva lavorato circa a quell'epoca anche a Gerico dai natufiani proto-neolitici, e ancor prima (fin dal a.c.) sui Monti Zagros, a Nimrud Dag, in Armenia, sul Lago Van. La finissima esecuzione di lavori in ossidiana è anche una delle più salienti caratteristiche della cultura che in Cappadocia, a partire dal 9500 a.c., costruì qualcosa come 36 città sotterranee articolate su livelli e in grado di ospitare una popolazione da a anime. Scavate nella viva roccia, le abitazioni (che i locali chiamano "camini delle fate", poiché le credono opera degli "angeli caduti" e tuttora abitate dagli Jinn o dalle Peri ) sono collegate fra loro da una rete di tunnel alti anche più di due metri, e oltre a ciò sono aerate da numerosi condotti di ventilazione, lunghi molti metri e con un diametro medio di 4 centimetri. Scavati come? Ma è soltanto qualche millennio più tardi, quando improvvisa poco dopo il 4000 a.c. esplose la grande civiltà del "Paese fra i due fiumi", seguìta dappresso da quella egizia, che ebbe inizio in questa parte del mondo allora conosciuto quella straordinaria produzione di oggetti d'uso ma più che altro di opere d'arte in pietra, che ci lascia tuttora ammirati, ma anche perplessi e sconcertati per la sua incredibile accuratezza in rapporto agli utensili (o almeno a quelli a noi noti) di cui si presume l'impiego.

33 33 Perché qui, signori miei, si sta parlando di incisioni - figure e scritte - delle dimensioni massime di un paio di centimetri, eseguite sul quarzo (durezza 7), sul diaspro (idem), sull'onice di pietre da sigillo o da ornamento, in gran parte riportate alla luce dagli scavi in Mesopotamia e in Egitto (23): iscrizioni il cui spessore a volte non supera 0,16 millimetri. Mentre ci è difficile persino raffigurarci la misura e l'aspetto del morsetto che necessariamente doveva tenerle ferme durante il lavoro del bulino, è stato calcolato che quelle pietre debbono essere state lavorate con punte resistentissime da mm 0,12. Di che materiale? E di che materiale erano fatti gli strumenti con i quali venne scolpita la statua in diorite di Gudea di Lagash, che ha più di 4000 anni? O la stele famosa del Codice di Hammurabi, di poco posteriore, dove il basalto nero è tutto coperto da una minutissima e nettissima scrittura cuneiforme che pare impressa nell'argilla o nella cera? Tutti questi manufatti e infiniti altri meravigliosi nell'aspetto e di fattura perfetta - sembrano eseguiti con la massima facilità, come se la solida pietra fosse stata semplicemente plasmata, e non violentemente colpita con rozzi attrezzi primitivi, tenacemente scavata, levigata e lucidata per un tempo interminabile. Parrebbe che quei materiali avessero subìto una lenta, silenziosa dissoluzione chimica, piuttosto che l'aggressione di un impatto meccanico. Un testo specifico ("Le pietre magiche", di Santini De Riols) ci dice che per lavorare queste pietre destinate al culto veniva usato un "punteruolo consacrato"; ma non riesco davvero a immaginare di che tipo di attrezzo si trattasse. L'unico modo conosciuto per intervenire su materie di quella durezza è quello di scalfirle - con santa pazienza oppure, al giorno d'oggi, utilizzando altissime velocità di rotazione - con un arnese di forma adatta, fatto di qualcosa di ancora più duro. Ma non esistono molte sostanze più dure di quelle sopra citate, anzi non ne esiste alcuna tranne il diamante che le vince tutte, ma che però a quel tempo non veniva ancora normalmente impiegato. La Bibbia in alcune delle diverse versioni che riportano l'elenco delle gemme del pettorale di Aronne cita, è vero, anche il "diamante", ma la cosa è fortemente improbabile per vari motivi: benché ritenuta anch'essa carica di energie misteriose, questa pietra non era usata innanzi tutto perché la tecnica non aveva fino ad allora raggiunto (e non l'avrebbe fatto per un lunghissimo tempo ancora) il livello indispensabile per saperla tagliare; in secondo luogo, le pietre colorate piacevano molto di più del cristallino e incolore diamante, che dà ben poca soddisfazione all'occhio a meno che non sia adeguatamente sfaccettato. E comunque, stiamo parlando del diamante non in quanto pietra ornamentale, bensì di un suo eventuale uso come strumento di lavoro: per cui, anche in questo caso, valgono le considerazioni di alto costo e di difficile reperibilità già sopra esposte. Tanto più se l'oggetto da lavorare era di grandi o magari grandissime dimensioni. L'ingegner Pincherle, che di queste cose se ne intende, afferma invece che su quelle opere sono visibili i segni dello scalpello, che doveva essere di ottimo acciaio (strumenti in rame oppure in bronzo, qualora non si fossero sbriciolati sotto la pressione e l'attrito, avrebbero immediatamente "perso il taglio", e avrebbero dovuto essere continuamente riparati ed affilati) (24). Abbiamo, però, un piccolo problema. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, al tempo di cui si parla non solamente non esisteva ancora niente di paragonabile a "un ottimo acciaio", ma il ferro stesso (per quanto riguarda attrezzi ed utensili) era ben di là da venire. Gli unici metalli a quell'epoca disponibili, per quel che troviamo scritto e per quanto l'archeologia ci ha restituito, erano tutti metalli teneri (rame, argento, oro, piombo, stagno, o - nella migliore delle ipotesi - rame martellato e leghe di bronzo), inadatti alle lavorazioni richieste. Ergo, a questo interrogativo tecnico non c'è risposta. E anzi, dobbiamo per di più retrodatare questo mistero ad epoche anche più remote, dato che a quanto pare le prime statue in diorite, eseguite da quelli che erano i migliori tagliatori di quei tempi, cioè gli ioni e i sardiani, risalgono all'epoca di Sargon il Grande di Accad, attorno al 2350 a.c. Che è poi, almeno secondo la cronologia ufficiale, più o meno il periodo in cui in Egitto furono erette le piramidi. Ma qui la datazione d'inizio di questo tipo di lavorazione sprofonda ancor più nel passato. Perché le cose più mirabolanti le troviamo, fin dai primordi stessi di quella civiltà, proprio

34 34 nell'antico paese del Nilo: una terra dove, a differenza di Sumer o Babilonia, abbondano sia le pietre preziose che, precipuamente, quelle da opera. "Civiltà della pietra", la chiamano anche infatti. Dai siti di "Naqada" dell'oscuro e lontanissimo periodo predinastico (cultura gerzeana, a.c.), dalle principesche tombe protodinastiche di Abidos, dai sotterranei della piramide di Zoser a Saqqara sono tornati alla luce quantitativi incredibili (più di esemplari solo in quest'ultimo sito) di stupendo vasellame - integro o in pezzi - di svariatissimo disegno, e innumerevoli altri articoli, in ogni sorta di materiale litico. Non solo i più trattabili alabastro, ardesia, scisto o calcare, ma diorite, quarzite, granito (minerale anche in seguito molto amato in Egitto), basalto e loro varietà. I vasi, le coppe e tutti gli altri recipienti rinvenuti, pezzi di grande raffinatezza, con pareti dallo spessore minimo, simmetrici, rifiniti e levigati in maniera ineccepibile, sembrano lavorati al tornio: cosa che si ritiene decisamente impossibile. Molte delle anfore - scavate ed a volte perfino incise all'interno non si capisce come - hanno un collo sottilissimo, elegantemente allungato, e un'imboccatura così stretta che non ci passa nemmeno un dito. Fra i reperti datati al periodo più antico c'è anche una lente di cristallo, talmente perfetta che sembra molata meccanicamente. Il più antico nome di un sovrano ritrovato a Saqqara è quello di Narmer, che fu forse Menes, il leggendario unificatore dei due regni del Basso e dell'alto Egitto: è inciso su di una coppa di porfido (avete presente il porfido? ci si fanno le pavimentazioni stradali). E di lì in poi - sparse ovunque - decine di migliaia di oggetti piccoli e grandi di tutte le specie, di statue, obelischi (alti fino a 73 metri, dice Plinio), stele, e centinaia di migliaia, anzi milioni di blocchi da costruzione e di rocchi di colonne, e chilometri quadrati di bassorilievi incisi, scolpiti, di geroglifici iscritti su quelle durissime rocce (25). Ora, secondo voi, gli egiziani amavano soffrire e rendersi la vita difficile? Non avrebbero potuto scegliersi, per fare le loro opere d'arte, qualche altro sasso meno ostico? O forse usavano quei materiali perché in realtà non erano poi tanto impegnativi da lavorare - per loro, allora - quanto sembrano a noi oggi? In altre parole, può essere che conoscessero un altro metodo per tagliare, squadrare, dar forma alla pietra, un sistema diciamo così di pretrattamento che si avvaleva di un principio corrosivo, chimico, più che della forza bruta o dell'insistenza? (a me, per la verità, il discorso che "ma avevano tanto tempo a disposizione" è sempre sembrato una grossa sciocchezza). La cosa, date le loro profonde e vastissime conoscenze in ogni campo dell'alchimia, non dovrebbe stupire e non è nemmeno impossibile, come cercherò di dimostrarvi. La tradizione, in effetti, afferma che i "sapienti" egiziani avevano messa a punto (a meno che non l'avessero ereditata o importata da qualche altra zona geografica) una speciale "mistura vegetale" in grado di disgregare superficialmente qualunque - sia pur durissima - roccia o pietra e di trasformarla in una sorta di malleabile pasta (quella sì, lavorabile con i normali strumenti in rame o in bronzo) la quale, una volta evaporato quella specie di "solvente", si sarebbe ricompattata rendendo all'oggetto l'aspetto e la consistenza originari. Ad appoggiare questa tesi potrebbe esserci più di una prova. Guardate, ad esempio, la precisione di ogni amorevole dettaglio delle sculture a tutto tondo in granito o in basalto, e ditemi se non sembra anche a voi che quei minuziosi particolari siano stati modellati con la stecca piuttosto che scavati a colpi di scalpello. Lo stesso si può dire per la tecnica con la quale nei rilievi di Saqqara il fondo è stato mantenuto perfettamente piano (il che, lasciatelo dire a me, è una delle cose più difficili da fare), dove l'asportazione di tutto il materiale superfluo pare ottenuta livellando o spianando una sostanza cedevole anziché scheggiando con la sgorbia la dura pietra. Parlo però in prevalenza delle opere più antiche, e comunque di quelle più accurate, e presumibilmente più costose. Infatti io penso che più tardi quell'arte andò perduta, o perché l'applicazione di quel metodo era divenuta eccessivamente onerosa, o per la cessata disponibilità di quella materia prima, o per un qualche altro motivo. Tanto è vero che - come si può vedere - mentre agli inizi i simboli geroglifici aggettavano sui pannelli, in seguito verranno più semplicemente scavati nel loro spessore. E che molti dei rilievi successivi, rinunciando a qualsiasi pretesa di profondità, mostrano soltanto una grossolana

35 35 incisione tutto attorno alle figure le quali, appena vagamente arrotondate ai margini, non emergono per niente dal fondo del quale sono allo stesso livello, per cui tecnicamente non si potrebbero nemmeno più chiamare bassorilievi (26). Ma c'è dell'altro. Tutti sanno che la Grande Piramide, per citare solo quella, è stata costruita a secco, e che i blocchi che la compongono non sono legati con malta. E' stato trovato però, fra un corso e l'altro dei blocchi e pure tra le giunzioni verticali, un sottilissimo strato di materiale inidentificato, del quale si sa tuttavia che contiene residui vegetali. Era forse quel misterioso "solvente" che, consumando e livellando la superficie irregolare delle pietre, ne consentiva la perfetta sovrapposizione, agendo inoltre quasi come un collante? Possiamo escluderlo? Se fosse vero ciò che vi suggerisco, si potrebbe anche fare l'interessante osservazione che, in tal caso, quanto maggiore era il peso delle pietre sovrapposte, tanto più coerente e solida sarebbe riuscita la costruzione, per via della pressione esercitata che - con l'aiuto della reazione chimica - avrebbe fatto combaciare e, per così dire, cementato assieme quei massi semplicemente appoggiati l'uno sull'altro (come si sa, il peso medio dei blocchi di calcare della Grande Piramide è di circa 2,5 tonnellate, per non parlare di quelli granitici - il cui peso arriva forse a 200 tonnellate - della struttura interna, per la quale rimando agli studi di Pincherle) (27). Usando quel materiale, inoltre, sarebbero stati ben più agevoli di quanto si pensi l'estrazione ed il taglio dei blocchi in cava: un problema al quale tuttora non abbiamo saputo dare spiegazioni davvero esaurienti. Certo che quell'arte - come anche quella di movimentare e sovrapporre massi di peso ed ingombro immani -andò perduta, o venne comunque abbandonata quella tecnica. E come si spiegherebbe se no il fatto che, dopo il periodo di splendore della costruzione delle grandi piramidi in pietra, tutto quel che di "piramidale" ci rimane delle epoche più tarde sono soltanto dei miserabili e informi mucchi di mattoni semicrudi, che piano piano finiscono di disfarsi in polvere sotto lo spietato sole del deserto? Come a Nippur, come a Ur, regni di argilla. Ma torniamo a noi, perché vorrei parlarvi ancora un momento di un solo ultimo esempio di ciò che, a parer mio, può essere stato realizzato unicamente con "qualcosa" che sembra essere fratello gemello del mio Shamìr. Abbiamo già parlato (nota 25) del cosiddetto "sarcofago" posto nella cosiddetta "camera del re" nel cuore della Grande Piramide (cosiddetta "di Cheope", o Khufu) sulla piana di Giza, perciò del suo aspetto sapete già ogni cosa. Il problema che a me interessa però è solamente quello della realizzazione tecnica di questo oggetto. Per la precisione, della realizzazione del suo interno, poiché di quel sarcofago, o vasca, o cassa che sia (e può aver contenuto, per quel che ne sappiamo, qualunque cosa: oggetti o spoglie mortali), ciò che è più incomprensibile è il come sia stato svuotato. A meno di non accogliere l'ipotesi di Flinders Petrie, il quale in questo caso suggerisce l'utilizzo di seghe tubolari, sempre in bronzo, in cui erano incastonati diamanti, e che avrebbero dovuto estrarre da quel masso "carote" di granito fino a creare lo spazio interno. Purtroppo però Petrie suppone anche che quelle seghe o quei trapani (manuali, s'intende), per poter penetrare la pietra, avrebbero dovuto ruotare o ad una velocità assolutamente impossibile da raggiungere con i mezzi (noti) dell'epoca, applicando inoltre all'attrezzo una pressione o carico di una o anche due tonnellate. Lascio a voi giudicare. Tra le sabbie della piana di Giza sono stati trovati sia fori cilindrici in blocchi di granito che "carote" della stessa pietra (ma non sappiamo se corrispondente a quella del "sarcofago"), che sono state analizzate dal tecnico utensilista Christopher Dunn (28): all'indagine microscopica questi pezzi mostrano un doppio solco elicoidale eseguito con un trapano - o sega tubolare che procedeva nella roccia con una velocità di penetrazione media di 2,5 millimetri ad ogni rotazione. Si tenga presente che un trapano moderno, che utilizza le tecnologie ed i materiali più avanzati, compie 900 giri al minuto e penetra nel granito ad una velocità di mm 0,05 per ogni giro. Il che vorrebbe dire che i trapani egizi di 4500 anni fa lavoravano a velocità qualche centinaio di volte superiori rispetto a quelle dei trapani attuali. Mossi da quale energia? Dunn è convinto che la risposta si trovi nell'uso di sconosciuti (e perduti) strumenti

36 36 a ultrasuoni, che utilizzavano vibrazioni ad alta frequenza: ma non vorrei prender posizione a questo proposito, poiché non ho difficoltà ad ammettere la mia ignoranza su tali argomenti. Quello che invece mi ha colpito di più è un dettaglio degli esami condotti da Dunn, dal quale risulta che l'antico trapano a mano tagliò il quarzo che costituisce il granito più velocemente del feldspato, più tenero, che ne è un'altra componente. E vedrete fra poco che, ai fini dell'individuazione di questo "gemello" dello Shamìr, questo è il particolare più importante. Da tutto quanto sopra detto risulta chiara la convinzione sia di Flinders Petrie che di Dunn che siano stati usati particolari macchinari, ma di ciò non ci sono prove. Io penso invece che non di velocità e pressione si trattasse, né di ultrasuoni: il trapano avanzava veloce perché la pietra non opponeva resistenza; e mi pare più che evidente, in ogni caso, che quel tipo di lavorazioni in generale venisse effettuato trattando la pietra secondo le modalità della plastica anziché secondo quelle della scultura propriamente detta. Ci troviamo di fronte, a quanto pare, a un bell'esempio di applicazione del "rasoio di Occam": ma io credo che la soluzione più semplice - e quindi la più probabile - sia proprio quella che vi propongo. Ma non pensiate - già ve lo avevo anticipato - che quel particolare procedimento fosse prerogativa ed esclusivo monopolio delle culture del Vecchio Mondo quale noi lo conosciamo. Tutt'altro. Dallo Yucatan a Tula, dall'ecuador al Titicaca, molte culture precolombiane forniscono spettacolari esempi di scultura ed architettura nei quali sono presenti le stesse caratteristiche: produzione di manufatti realizzati, in pietra, senza nessun uso di strumenti metallici, quasi fossero stati plasmati nell'argilla. Piuttosto che di oggetti di dimensioni contenute - ma pure le statue e gli splendidi rilievi maya, olmechi, toltechi, aztechi, preincaici e inca, come le enigmatiche andesiti incise, le cosiddette "pietre di Ica", fanno parte dello stesso mistero - si tratta qui però prevalentemente (sto parlando, nella fattispecie, degli impressionanti monumenti del Perù) di costruzioni megalitiche, edificate con blocchi di granito che - a mio avviso - sarebbe stato impossibile assemblare con qualunque altro metodo. E non voglio qui entrare nel merito di come diavolo facessero ad estrarre, trasportare e sollevare massi del peso di varie decine e in qualche caso persino di alcune centinaia di tonnellate (problema posto ugualmente dalle consimili strutture egizie, siriane ed altre), limitandomi ad arrendermi di fronte all'evidenza che - in qualche modo - ci riuscivano: l'ipotesi meno sballata che mi viene in mente è forse proprio quella, già citata, dell'uso - anche qui - di frequenze ultrasoniche, ma l'argomento esula sia dal tema che stiamo trattando che, come ho detto in precedenza, dalle mie competenze. Per cui lascerò che se ne occupi qualcuno più autorevole di me. Ma sovrapporre e incastrare a secco l'uno con l'altro quei massi incredibili è altrettanto arduo da comprendere. La mente si smarrisce nell'osservare i macigni ciclopici, con un numero terrificante di angoli (fino a quaranta) della più varia apertura, che compongono le stupende, perfette mura di Sacsayhuaman, di Ollantaytambo, di Cuzco, di Machu Picchu, collimando in maniera così perfetta che, come si sa, nelle commessure non c'è spazio "nemmeno per un foglio di carta". Un lavoro del genere in teoria richiederebbe infinite misurazioni, tentativi, prove: cosa impensabile considerandone il peso e il fatto che furono messi in opera senza l'uso di animali da lavoro, né di ruote per argani (29). Sembrano invece, quelle pietre (la cui forma non squadrata è la migliore dimostrazione della grande padronanza delle tecniche antisismiche usate), fuse insieme da una qualche forza misteriosa, schiacciate e compattate dal loro stesso peso l'una contro e sull'altra a mo'di enormi cuscini fino a riempire ogni spazio e interstizio fra loro, come se invece che dure rocce fossero ammassi di morbida mota. O trattate, appunto, con una sostanza corrosiva che ne "condizionò" le superfici di contatto, se non la struttura stessa. Impressione che deriva pure dalla loro faccia esterna, sempre come leggermente "gonfia", arrotondata, liscia come se fosse stata rifinita semplicemente raschiando via tutte le asperità insieme al materiale in eccesso. D'altronde, questa non è affatto una mia fantasia. In parallelo con i miti e le leggende di àmbito eurasiatico e mediterraneo sopra riportati, anche qui viene fatto riferimento a una non meglio identificata sostanza in grado di ammorbidire la pietra e renderla lavorabile. Ma non sono le sole

37 37 tradizioni popolari a parlarne, bensì anche autori nostri contemporanei. L'esploratore Percy Fawcett, ad esempio, in un passo di "Operazione Fawcett" dice infatti che gli inca, ereditando le fortezze e le città edificate dalla razza che li aveva preceduti, le restaurarono servendosi delle medesime tecniche costruttive (e cioè di quel "solvente"). E racconta poi un episodio in cui un esperto minerario statunitense, che lavorava nelle Ande del Perù centrale a metri di altezza, trovò in una tomba preincaica una giara di terracotta ancora piena di liquido. Quel liquido, versato incidentalmente su di una roccia, dopo circa dieci minuti ne era stato assorbito, "e la roccia era diventata molle come cemento bagnato, come se la pietra si fosse sciolta a guisa di cera sotto l'effetto del caldo". L'archeologa Mirella Rostaing, dal canto suo, ne "I misteri dei mondi" riporta una conversazione da lei avuta con uno sciamano nei pressi del lago Titicaca a proposito di un tipico cespuglio locale detto "ghacre ". La pianta, che somigliava ad un "rampicante orizzontale" e che manipolata diveniva molliccia e appiccicosa, aveva corroso come un acido buona parte degli stivali dell'archeologa, che ci aveva camminato in mezzo (e la stessa cosa viene riferita a proposito degli speroni di un caballero che ne aveva attraversato un prato). Nelle parole del vecchio sciamano, il suo uso era ancestrale, precedente addirittura agli abitatori preincaici, poiché "i grandi architetti delle costruzioni ciclopiche usavano quella pappetta per la congiunzione delle grossissime muraglie difensive andine". Ma non è tutto, perché con mia grande sorpresa anche qui ho ritrovato nei miti locali il concetto di un uccello associato ad una pianta capace di intaccare la pietra. In questa parte del mondo quel volatile (chiamato in alcune versioni "pichin-goto", che proprio non so cosa sia, in altre identificato con un'improbabile "golondrina ", che sarebbe la comune rondine) si servirebbe delle proprietà di un vegetale non meglio precisato, infilandone i semi nelle fessure delle pareti rocciose a grande altezza allo scopo di utilizzare in seguito la cavità creatasi (una volta che quei semi corrosivi, o le radici, abbiano compiuto il loro lavoro di sgretolare il minerale) per costruirvi il nido (30). O, in alternativa, per nutrirsi della pianta stessa che lì avrebbe attecchito: cosa che, almeno nel caso dell'insettivora golondrina, sarebbe per lo meno strana. Non più strana comunque della strettissima analogia, anzi parentela, con la leggenda del gallo selvatico e dello Shamìr riportata all'inizio. Io, quando sento storie come queste, drizzo subito le orecchie e comincio a guardarmi attorno. Ed è per l'appunto guardandomi attorno là, sul posto, che ho visto qualcosa che mi ha dato da pensare. Se state, con l'abitato di Machu Picchu alle spalle, proprio sull'orlo del precipizio in fondo al quale, a picco oltre cinquecento metri più sotto, scorre luccicando l'esiguo corso del fiume Uru (Uru Bamba - cioè "pampa" - vuol dire "pianura", o "valle", dell'uru), subito al di là di quell'angusta voragine vedrete di fronte a voi innalzarsi sulla destra una altissima parete di roccia. Liscia come il vetro, perfettamente verticale e tutta quanta cosparsa di piante pioniere tenacemente abbarbicate negli interstizi della pietra. E viene naturale allora chiedersi (dato che avete ancora negli occhi quel miracolo di precisione che sono le mura granitiche della cosiddetta Tomba Reale, e il morbido modellato dell'inti Huatana: nota 31) se non siano proprio quelle piante a produrre il succo corrosivo che potrebbe avere levigato a quel modo la parete rocciosa e "addomesticato" le pietre da opera, e che specie esse rappresentino. A me, da quella distanza, sono sembrate bromeliacee, che da quelle parti sono diffusissime e crescono su muri, alberi, montagne; ma purtroppo non sono riuscita ad avere maggiori informazioni e ad andare più in là di così. Ragion per cui rimango, per ora, con i miei interrogativi. E per finire, vi segnalerò che il muro di cinta del palazzo imperiale di Tokio riprodotto in un'antica stampa giapponese, come altre muraglie ancora più antiche, è costruito esattamente con la stessa coesione e le stesse tecniche applicate in Perù. E questo non può certo essere casuale, o almeno non può esserlo per me (32) che credo fermamente all'esistenza di contatti e di una vasta diffusione culturale tra i continenti in tempi ben più che soltanto "preistorici". In conclusione, spero di avere sufficientemente dimostrato lo stretto rapporto fra quella "sostanza" e qualche specie botanica, in ogni cultura; in nessuna delle quali, mai, si parla di qualche genere di strumento, di diamanti o di vermi o d'altro. Tutte le indicazioni e le

38 38 testimonianze - sia letterarie che archeologiche - raccolte in diverse parti del mondo mi hanno confermato al di là di ogni dubbio nell'idea che il mio Shamìr (o come altro venisse chiamato localmente nei diversi paesi) fosse "qualcosa" di vegetale. Ma cosa? Considerazioni aggiuntive Dunque si direbbe proprio che non poche fra le più grandi - e tuttora per molti versi enigmatiche - civiltà del passato, e noi con loro, siano debitrici alla grande tribù dei parenti ed affini dello Shamìr della possibilità di lavorare facilmente, impiegando un principio chimico, pietre di ogni qualità: opportunità in assenza della quale, io credo, mai avrebbero potuto essere create - in tempi in cui il ferro era ancora del tutto sconosciuto - tante e tanto splendide opere d'arte. E quanto di più mi piace, concettualmente, l'ipotesi di questo tipo di approccio gentile, soft, alla materia nella quale si manifesterà la creazione artistica, in confronto alla consueta immagine della pietra aggredita, spezzata, brutalizzata da un traumatico, violento, polveroso e fragoroso martellamento! E' qualcosa che cambierebbe perfino, se fosse come io penso, la nostra comprensione dell'idea stessa che quegli antichi e sconosciuti artisti dovevano avere del loro lavoro. Non a caso ho detto "parenti ed affini" dello Shamìr. Perché le umili e misconosciute pianticelle cui ciò si deve non appartenevano sicuramente ad un'unica specie, famiglia o genere, originarie come erano di àmbiti climatici e fitogeografici assai diversi (benché stiamo parlando di famiglie comuni e diffuse in molti continenti). Sono però convinta che identico fosse il principio applicato, ancorché utilizzando piante, o parti di piante, differenti: una materia fortemente corrosiva, contenuta in certe piante colonizzatrici, specie pioniere (e non può essere altrimenti), della quale parleremo fra poco. Potrei citare, ad esempio, una nota del testo di Ginzberg nella quale si dice che "l'euforbia, cui le fonti non ebraiche del Medioevo attribuiscono lo stesso potere dello Shamìr, è ricordata anch'essa nei testi ebraici, ma non va identificata con esso infatti lo Shamìr fu dato all'uomo solo durante la costruzione del Tempio, mentre l'euforbia rimase reperibile anche in seguito" (e qui si cade nel dottrinario) (33). C'è oltre tutto la possibilità, o piuttosto la probabilità, che la versione più veritiera sia quella egizia, ossia che la sostanza caustica di cui si tratta fosse in effetti una "mistura vegetale" ricavata da piante diverse, dove però una era dominante. Ma purtroppo, in questa direzione, il buio è totale. Quanto al mio Shamìr, una volta superati la delusione e il disappunto di dover purtroppo constatare che l'unica indicazione fornita è fuorviante, cioè che non è possibile identificarlo con il Paliurus - botanicamente inteso - poiché del nostro familiare biancospino, a quanto mi risulta, non è nota nessuna particolare proprietà corrosiva, tutto quel che pensavo di poter fare era tentare di trovargli una collocazione più ampia nel regno vegetale: ovverosia cercare qualche altra specie, simile al biancospino almeno in alcune caratteristiche morfologiche che potrebbero aver tratto in inganno i classificatori (ma vedremo poi che ero partita col piede sbagliato). E in realtà ne ho trovate non poche. C'è da precisare infatti che oltre al Paliurus esiste una grande varietà di altre piante pioniere spinose della famiglia delle Ramnacee, come il Paliurus, o delle Rosacee (entrambe presenti anche nel continente americano) o altre, presenti in abbondanza sul territorio di interesse biblico. Tali ad esempio sono: ECHINOPS VISCOSUS D.C., o "pruno della steppa", che compare in Giudici 8, 7; PRUNUS ARMENIACA L., che inoltre ha semi velenosi; RHAMNUS PALAESTINA BOISS, o "biancospino di Palestina"; RUBUS SANGUINEUS FRIV. e parecchi altri arbusti o cespugli.

39 39 In teoria, considerandone solamente l'aspetto, sul quale le informazioni in nostro possesso sono oltre tutto così confuse e avare, ciascuna di queste specie (o anche qualche altra) potrebbe essere quella che vado cercando. A tutte queste piante, compreso lo Shamìr, nelle versioni attuali delle Scritture si fa riferimento con indicazioni banalmente generiche quali "spini", o "pruni", o "rovi". Ma, se sono state individuate - come abbiamo visto - con nome e cognome all'interno di un preciso ordine sistematico, significa (se non vado errata) che pure nel testo originale compaiono con un nome proprio: naturalmente quello usato in quei luoghi e a quell'epoca. Infatti non è pensabile che botanici o traduttori abbiano arbitrariamente affibbiato nomi scientifici a queste cosiddette piante "bibliche" (che sono cioè citate nella Bibbia) sulla scorta solo di quegli "spini", "pruni" o "rovi". Tuttavia un abbaglio è pur sempre possibile, tanto più nei confronti di una specie forse già estinta da tempo. In altre parole pare che i profeti che chiamarono "Shamìr" vari cespugli in realtà lo Shamìr non l'avessero visto mai. Ma con chi dovrei prendermela per quelle errate attribuzioni e traduzioni, dopo qualcosa come un paio di millenni? Ora, può darsi benissimo che tutti gli altri arbusti e suffrutici spinosi siano stati correttamente riconosciuti, ma io sarei pronta a scommettere che così non è stato nel caso del "magico" Shamìr: il quale, per dirla tutta, penso infatti sia stato abusivamente identificato con l'innocente Paliurus in base ad una somiglianza superficiale o per un errore di interpretazione (a meno di supporre, volendo fare un po' di dietrologia, che la sua vera natura sia stata volutamente occultata). E' lo stesso errore che avevo fatto io, cercando analogie apparenti piuttosto che indizi sul comportamento, e prendendo in considerazione soltanto le affinità esteriori invece delle caratteristiche vegetazionali e delle "specializzazioni" chimiche. Ma rimedierò subito, anche se in un certo senso siamo tornati al punto di partenza. Avremo se non altro stabilito che lo Shamìr - va bene - non era il biancospino, ma era di certo una pianta cespugliosa, forse aculeata. Per trovare quale, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Stavolta, però, cercheremo in tutt'altra direzione, tentando un approccio totalmente diverso a questo spinoso problema. E adesso, finalmente, veniamo al sodo. Una proposta da verificare E allora, vediamo un po' che cosa abbiamo qui. Innanzitutto, la testimonianza fornita da un assortimento di pietre lavorate: nella loro concreta realtà di reperti archeologici, o anche solo nelle citazioni letterarie (alle quali do - quasi - lo stesso credito). Nel primo caso, le gemme in questione stanno sotto gli occhi di tutti. Per quanto riguarda il secondo caso, mi rifaccio a quelle famose del pettorale e dell'efòd di Aronne, tredici pietre preziose, semipreziose o dure, di piccole dimensioni. Il procedimento attuato da Mosè, se rammentate quanto riportato da Ginzberg, consisteva nel tracciare prima con l'inchiostro, o meglio con uno stilo, sulle pietre (ricoperte, è probabile, da un sottile strato di cera resistente agli acidi) i segni desiderati, e nel passarvi poi sopra lo Shamìr, dal quale le pietre rimanevano così incise. Sistema che ricorda assai da vicino la tecnica tuttora impiegata nella fluorografia per incidere su vetro. E non dimentichiamo che viene inoltre evidenziato il fatto che l'azione dello Shamìr sulla pietra non produceva alcun residuo, cosa - anche questa - spiegabile solo nel caso di una reazione chimica, non di un'azione meccanica. L'elenco di quelle pietre presenta più di una versione; per non sbagliare citerò tutte quelle che ho trovato (34). Appartengono in prevalenza al gruppo dei minerali a base di silicio. Anzi, circa la metà di esse sono in effetti altrettante varietà di quarzo. Per essere più precisi, le prime quattro sono diverse qualità di CALCEDONIO. AGATA CORNIOLA ONICE SARDA (nell'efòd)

40 40 AMETISTA DIASPRO (di origine organogena) Tutte queste pietre silicee sono solubili in acido fluoridrico. Fanno parte dei tectosilicati, insieme ad altre non citate nella Bibbia (ma presenti in molti musei) come il MICROCLINO, il CRISOPRASIO e il LAPISLAZZULI, che si comportano analogamente. Allo stesso gruppo appartiene l'opale, forma non cristallizzata e insolubile in acidi. Abbiamo poi una serie compresa tra i nesosilicati, solubile in acido fluoridrico e in acido solforico. CRISOLITO GIACINTO o ZIRCONE ROSSO - esiste pure la varietà AZZURRA, spesso in antico confusa con lo zaffiro, e anche quella INCOLORE, spesso in antico confusa con il diamante. TOPAZIO: anche di questo esiste una varietà INCOLORE, essa pure anticamente confusa con il diamante. GRANATO ALMANDINO: chiamato anche "carbonchio", spesso confuso con il rubino, e insolubile in acidi. Appartiene invece al gruppo dei ciclosilicati lo SMERALDO o BERILLO, nome che può indicare anche l'acquamarina: insolubile in acidi. In passato tale termine era usato per designare pure molte altre pietre verdi più comuni e di minore pregio. Anche l'ossidiana, vetro magmatico siliceo a struttura amorfa, è solubile in acido fluoridrico. MALACHITE: è un carbonato di rame, solubile in acido fluoridrico e in acido cloridrico. TURCHESE: questo è un fosfato idrato, esso pure solubile in acido fluoridrico e in acido cloridrico. Insolubili in acidi sono inoltre lo ZAFFIRO: ossido di alluminio o CORINDONE, denominazione che indicava anche lo zircone azzurro, ed il RUBINO o CARBONCHIO: altra varietà di CORINDONE. Il nome definiva anche il granato almandino. Lo stesso problema di identificazione si pone infine per la pietra inattaccabile per eccellenza, ovvero, il DIAMANTE: carbonio purissimo allo stato nativo, insolubile in acidi e "indomabile" come il suo nome greco indica, il minerale più duro in assoluto, che all'epoca biblica non poteva né essere tagliato né venire lavorato in alcun modo. E' del tutto verosimile perciò che con questa denominazione ci si riferisse ad altre più docili pietre incolori, quali ad esempio lo zircone ed il topazio incolori. Molte altre pietre ornamentali vennero usate in diversi contesti, ma statisticamente questo mi è sembrato un campionario abbastanza significativo. Dunque, se avete seguìto il mio ragionamento, vi sto proponendo l'idea che per tagliare ed incidere senza troppo sforzo le gemme bibliche (come anche tante altre giunte fino a noi) fossero conosciuti fin dai tempi più antichi, e possano essere stati correntemente usati, degli acidi. E, per l'esattezza, acido fluoridrico in primo luogo - poi vi spiego perché -, ma forse anche solforico e cloridrico. Per quanto riguarda invece alcune gemme particolari (smeraldo, rubino, zaffiro, diamante, granato), resistenti all'azione di questi princìpi corrosivi, si dà il caso che

41 41 siano proprio quelle la cui identificazione solleva i più forti dubbi, dato che nel corso del tempo sono state "soprannominate" in molti diversi modi. E quindi non è detto che i nomi citati corrispondano alla realtà della loro composizione chimica. Infatti, e specie anticamente (come a tutt'oggi di frequente avviene nel linguaggio popolare, oltre che per le denominazioni dei minerali, per quelle delle specie animali e vegetali più diffuse), non solo spesso una pietra veniva chiamata con più di un nome, ma, inoltre, con il medesimo nome venivano chiamate più pietre diverse (e se, come sospetto, il chimismo dei cosiddetti "opale", "granato", "smeraldo", "zaffiro", rubino" e "diamante" era in realtà riconducibile a quello di materiali più trattabili, come potrebbero essere ad esempio il crisoprasio, lo zircone e il topazio, ecco che tutte le pietre citate verrebbero ad avere un loro naturale "solvente" che ne avrebbe permesso la facile lavorazione manuale). Ma può darsi pure che (anche escludendo la mala fede o intenti truffaldini), non disponendo di microscopi né di laboratori per l'analisi chimica o strutturale, non si fosse in grado di riconoscerle correttamente e di distinguerle l'una dall'altra. Be', se non altro per le pietre da opera questi problemi non si ponevano. Almeno, non troppo. Per "pietre da opera" intendo quelle usate per sculture a tutto tondo di medie, grandi e grandissime dimensioni, per rilievi di ogni profondità, elementi architettonici, rivestimenti, decorazioni, e in senso proprio come materiale da costruzione. Anche qui, senza entrare nello specifico delle diverse varietà, ne ho fatto una piccola selezione. Le più correntemente utilizzate sono sempre, come è logico, quelle comunemente diffuse nella zona, ovverosia, data l'estrema reperibilità praticamente ovunque, le PIETRE CALCAREE SEDIMENTARIE di vario tipo: composte in prevalenza di calcite, dolomite, gesso, resti fossili e minoritariamente di altri e diversi elementi. Queste rocce carbonatiche se da un lato, essendo tenere e a bassa consistenza, offrono il vantaggio di risultare agevoli da lavorare, dall'altro - proprio per gli stessi motivi - non resistono agli agenti atmosferici. Vengono facilmente attaccate e dissolte dagli acidi, specie dall'acido cloridrico, ma anche dall'acido fluoridrico. Fra i più pregiati rappresentanti di questo gruppo si distingue il delicato ALABASTRO, molto usato per statue, vasi ed altri recipienti. Accanto a queste tuttavia, nonostante l'estrema durezza e difficoltà di lavorazione, è assai frequente l'impiego - soprattutto in àmbito egizio - di materiali di origine magmatica, in diversa misura ricchi di silicio. Tra questi il GRANITO: come tutte le rocce acide, silicee, può essere attaccato dall'acido fluoridrico. E così pure il PORFIDO, che ha caratteristiche assai simili a quelle del granito. Contengono un po' meno silice invece l' ANDESITE, che ha chimismo intermedio come la DIORITE; altra roccia magmatica prevalentemente basica, contenendo silicio in proporzioni minori, è il BASALTO, del quale esistono molti tipi; ma la pietra più volentieri utilizzata dalla statuaria egizia, tanto da poter essere considerata il materiale tipico per questo impiego, è la PORFIRITE DIORITICA, a chimismo intermedio, più conosciuta con il nome di PORFIDO ROSSO ANTICO. Una posizione a sé tra i due gruppi occupa poi la QUARZITE, roccia metamorfica di origine sedimentaria, notevolmente silicea e ricca di quarzo. Abbiamo detto che anche tutte queste pietre di grandi dimensioni, usate per le sculture e messe in opera nelle costruzioni, possono essere soggette a corrosione sotto l'azione di alcuni

42 42 acidi. Come nel caso delle gemme, dell'acido fluoridrico sempre, ma pure del solforico e del cloridrico. O per lo meno di qualche principio analogo. Il motivo per cui, tuttavia, le mie preferenze per l'identificazione dello Shamìr vanno proprio all'acido fluoridrico sta nel fatto che - secondo quanto ho potuto sapere da un esperto - sembra sia l'unica sostanza in grado di attaccare praticamente qualunque materiale inorganico - o quasi - non meno di quelli organici, che ne vengono carbonizzati. E' un gas incolore, di odore pungente e fumante all'aria, che sotto i 19,54 C passa allo stato di liquido pure incolore, e la cui soluzione in acqua è fortemente acida. Come già sappiamo, attacca elettivamente la silice e reagisce con quasi tutti i metalli. Per questo motivo può essere conservato solamente in contenitori di piombo (35), di bronzo (o in alternativa d'oro: ma la cosa sarebbe un po' di costo), o di vetro: in questo caso però occorre addirittura proteggere con uno strato di cera o paraffina l'interno dei recipienti destinati a contenerlo. E qui non bisogna dimenticare la specifica indicazione - sempre nei midrashìm - al fatto che lo Shamìr avesse precisamente la capacità di dissolvere perfino il vetro: proprietà, a quanto mi dicono, precipua e caratteristica dell'acido fluoridrico soltanto. Essendo il fluoro inoltre abbondante in natura, questo suo acido, come tenterò di dimostrarvi fra poco, potrebbe essere reperibile ed ottenibile abbastanza facilmente. E, mentre la lavorazione delle pietre calcaree è, relativamente, assai facile, la cosa a dir poco sorprendente che l'archeologia ci svela è invece la straordinaria abbondanza, in tempi remoti, di manufatti realizzati di preferenza nei più duri minerali esistenti. Prendete ad esempio il basalto, che è uno tra i più antichi materiali lavorati dall'uomo. In Mesopotamia, in Egitto, in Asia Minore, tra il rovinoso sfasciume dei cumuli di blocchi calcarei in avanzato stato di dissolvimento e decomposizione, consumati dai millenni, statue, basamenti, pilastri e architravi in basalto emergono integri, come fossero stati fatti ieri. Superfici levigate, spigoli netti sui quali le intemperie di quaranta o cinquanta secoli praticamente non hanno prodotto neanche un graffio. E allora, quanto tempo ci sarebbe voluto a un operaio per renderli perfetti quali sono? E con quali utensili, per favore, li avrebbe tagliati, rifiniti, levigati, incisi? Ma lo stesso discorso del basalto vale di sicuro anche per il granito. Per il porfido. Per tutte le altre rocce vulcaniche. Quanti anni avrebbe dovuto aspettare re Narmer per avere la sua coppa di porfido, se gliela avessero dovuto scavare a mano con una scheggia di granito? A parte il fatto che non capisco che bisogno avesse di una coppa fatta di un materiale simile, poteva morire, nel frattempo. O non fu piuttosto proprio con l'acido fluoridrico, come io sono convinta, che fu possibile realizzare tali opere? Certo, non ne ho prove sicure, ma qualche promettente indizio sì. In attesa di verifiche. Ma andiamo avanti. Supponiamo allora, provvisoriamente, che fosse davvero l'acido fluoridrico - il più potente di tutti - l'agente corrosivo prevalentemente usato nella zona e nel periodo che ci interessano. Secondo quanto mi sembra di aver capito, è probabilmente possibile ricavarlo, forse addirittura direttamente - in verità qualche idea ce l'avrei -, da sostanze naturali. Altrettanto dicasi per l'acido cloridrico, presente in alte percentuali nelle secrezioni gastriche dei mammiferi in genere (tutti quei sacrifici di animali non vi dicono proprio niente?), e per l'acido solforico, che si poteva ottenere dai composti contenenti zolfo presenti nel suolo del Neghev, nella penisola del Sinai. Naturalmente, sono mie ipotesi. Tutti questi princìpi attivi, oltre a disciogliere - come ho già detto - in pratica l'intera gamma delle pietre più o meno preziose e di quelle da opera citate dalla Sacra Scrittura e/o attestate dall'archeologia (36), hanno in comune altre notevoli caratteristiche. Vanno conservati in speciali recipienti di qualche materiale che non ne possa venire attaccato. Danno varie colorazioni alla fiamma. Analogamente ad altre sostanze simili, riscaldati o bruciati ma anche semplicemente esposti all'aria, emanano inoltre gas irritanti, soffocanti e al limite tossici sviluppando dense colonne di fumi e vapori. Possono infine avere, in alcuni casi e in determinate condizioni, manifestazioni esplosive. L'unico di essi, tuttavia, per il quale io abbia trovato riferimenti ad una possibile origine vegetale - cioè allo Shamìr - è l'acido fluoridrico (che oltre ai materiali citati attacca anche

43 43 cemento, porcellana, gomma e legno), che sembra proprio il perfetto candidato a tradurre in termini chimici le descrizioni mitiche. A proposito dello Shamìr, infatti, nelle leggende dei midrashìm sta esplicitamente scritto che una delle sue utilizzazioni da parte del gallo selvatico sarebbe stata quella di crivellare colline rocciose e spoglie di piccoli fori, nei quali avrebbero poi attecchito piante pioniere: il che sembrerebbe indicare - una volta di più - che quella sostanza, che non inibiva la nascita delle piante, era anch'essa di origine vegetale; e abbiamo visto pure come dalle leggende amazzoniche si possa arguire che era lo Shamìr locale, quella pianta pioniera. Leggiamo inoltre che doveva essere conservato in un recipiente non ermetico fatto di piombo, forse perché sviluppava vapori che rischiavano di mettere in pressione il contenitore. Infine, che si presentava come un "qualcosa" (non liquido, né gassoso, anzi certamente solido) di colore tendente al verde, simile per aspetto e grandezza a granelli di orzo. E che fossero granelli, semi di qualche pianta, io lo credo, perché diversamente non avrebbero potuto essere che cristalli, e questo non risulta in nessun modo. Oltre tutto, se fosse stato un "prodotto" già pronto, in un certo senso "tramandato" in eredità da Mosè a Salomone, al re ne sarebbero occorsi quantitativi industriali per tagliare e rifinire le grandi pietre del Tempio. Mentre invece appare chiaro che era sicuramente un oggetto di dimensioni assai piccole, se si suppone che un uccello avrebbe potuto trasportarlo in volo. In aggiunta a ciò, è ragionevole supporre che anche in seguito, all'interno delle colonne Jachin e Boaz, avrebbero potuto essere contenuti i semi della pianta insieme agli scritti che ne trattavano, piuttosto che quella pericolosa sostanza in sé. E narra ancora la leggenda che lo Shamìr lo si poteva trovare "lontano in occidente, in luoghi inesplorati, sulle selvagge Montagne dei Dormienti" (37): frase che può avere senso se si trattava di una rara pianta spontanea, ma più verosimilmente, come io credo, se Salomone lo aveva seminato lassù per coltivarlo e riprodurlo. Quello che penso, in sostanza, è che ciò che venne tramandato e conservato dal tempo di Mosè a quello di Salomone, e poi fino alla razzia di Nabucodonosor, fosse il "principio", il "segreto del magico Shamìr", della sua natura e delle sue speciali proprietà, non lo Shamìr stesso in quanto strumento operativo. Quindi, io credo, oltre alle istruzioni relative al procedimento chimico per ottenerlo, i semi (da piantare) di un cespuglio dal quale era possibile estrarre - direttamente o meno - acido fluoridrico o qualcosa di assai simile e attivo allo stesso modo. Vediamo dunque se riusciamo a raccogliere altri argomenti e altri indizi a favore di questa ipotesi. Malattie professionali Il secondo elemento che ho preso in considerazione è la descrizione dei danni prodotti sull'organismo umano dal prolungato contatto e dalla manipolazione dello Shamìr a raffronto con quelli provocati dall'acido fluoridrico. Come ho già detto infatti, nel "Testamento di Salomone" è scritto che le maestranze addette alla costruzione del Tempio, obbligate ad usarlo quotidianamente per lungo tempo, soffrivano di un male misterioso e debilitante, con esiti spesso mortali. Sempre più smunti e pallidi, deperivano e non riuscivano più a nutrirsi né a lavorare. Ebbene, questo sembra proprio il quadro clinico di una tipica intossicazione cronica da fluoro. E di certo rammenterete che Mosè, nello scendere dalla Montagna di Dio con le nuove Tavole della Legge, dopo quaranta giorni e quaranta notti passati a stretto contatto con Lui, aveva la pelle della faccia tutta infiammata - e probabilmente pure gli occhi irritati - tanto che si coprì il viso con un velo per non impressionare il popolo. Il quale popolo era ben comprensibile che restasse impressionato da quelle ustioni o piaghe che, almeno a prima vista, avevano tutta l'aria, poco rassicurante, di una malattia contagiosa. Quell'aspetto "strinato" (che però non durò a lungo, perché - dice un midràsh - dopo il triste episodio del Vitello d'oro lo "splendore" del viso di Mosè si ridusse a un millesimo di quanto era prima) sembrerebbe proprio la conseguenza di una protratta intimità con un potente acido.

44 44 E, come se ciò non bastasse, penso che il Maestro dovesse inoltre puzzare - se conosco un po' i chimici - in maniera allarmante e sospetta per tutte le porcherie che aveva distillate, miscelate, manipolate. Quei due pietroni, sui quali il Profeta aveva scritto tutto il loro - ed il nostro - futuro, erano stati incisi per mezzo dello Shamìr, o acido fluoridrico, i cui vapori appunto attaccano la pelle ed irritano gli occhi di chi lo maneggi da vicino. Comunque in seguito non successe mai più che la pelle del viso di Mosè fosse infiammata. Il che ci testimonia che almeno in quel caso - con uno scopo specifico, e per trattare oggetti di dimensioni abbastanza considerevoli - ebbe sicuramente a che fare di persona con quell'acido: a lungo, in abbondanza ed evidentemente (in mancanza di adeguate avvertenze e istruzioni per l'uso) senza prendere le adeguate precauzioni. Tanto che un midràsh molto illuminante narra che quando, lassù sulla montagna, finì di scrivere con lo Shamìr le Leggi sulle Tavole, pulì la penna sui capelli della sua fronte, e quell'inchiostro celeste che gli imbrattò la fronte lo fece splendere. Più chiaro di così...(38). Non così accadde invece a Bezàlel quando incise le gemme dei paramenti, per le quali ne fu sufficiente solo un piccolo quantitativo, che infatti (usato per un tempo limitato) non produsse sull'artefice le irritazioni tipiche provocate da quel contatto. E adesso scusatemi se mi metto un momentino in cattedra, ma per spiegarvi un po' meglio i perché delle mie convinzioni devo proprio dirvi qualcosa a proposito del fluoro, delle sue proprietà e dei suoi comportamenti. Come elemento in sé, il fluoro (che quantitativamente occupa il 17 posto sulla crosta terrestre) è largamente diffuso in natura e combinato con quasi tutti gli elementi; è presente come criolite e fluorite (fluoruri naturali) nei silicati, e può formare parecchi altri fluoruri con svariati metalli e metalloidi. Inoltre, in alcuni pozzi e acque profonde ne è stata riscontrata la presenza fino a 53 milligrammi per litro. Negli organismi viventi, si trova in special modo nell'involucro dei semi dei cereali, nelle ceneri di parecchie piante, nell'uva, ed è relativamente abbondante nei peli, nello smalto dei denti e nelle ossa dei vertebrati. Dal punto di vista biologico, se assorbito in quantità e/o per una durata eccessive, si comporta come un potente veleno protoplasmatico, che danneggia la funzione delle cellule e l'attività dei loro enzimi, compresi quelli respiratorii; nuoce al sistema endocrino abbassando il metabolismo basale, ed ha pure azione ipoglicemizzante. La letteratura medica, oltre alle transitorie manifestazioni infiammatorie descritte, subìte da Mosè, relativamente alla tossicologia elenca ed illustra diversi tipi di avvelenamento da fluoro, causati direttamente dal minerale in cui esso è presente; oppure, con varie modalità, da molti dei suoi composti industriali; o infine da sostanze, elaborate e prodotte dal grande laboratorio della natura, che lo contengono. In tutti quanti i casi citati queste intossicazioni sono definite con il nome generale di "fluorosi". Viene descritta anche una forma acuta, che si manifesta come una gastroenterite acuta emorragica con convulsioni - e talora collasso e morte -, la cui cura è unicamente sintomatica, ma molto più sovente l'intossicazione è cronica. La fluorosi cronica può avere varia origine: la più frequente è quella professionale, che colpisce i minatori addetti alle miniere di criolite e i lavoratori dell'industria del vetro, della ceramica, dell'alluminio eccetera, in cui fino a milligrammo al giorno di vapori saturi di fluoro possono essere assorbiti dall'organismo. Il quadro generale descrive un lento inizio dei sintomi, che compaiono di solito dopo due o tre anni di intossicazione: senso generale di formicolio, dolori diffusi soprattutto alle vertebre lombari e alle articolazioni, cui subentrano poi alterazioni scheletriche con rigidità della colonna per osteosclerosi e calcificazione di tendini e legamenti articolari; a ciò si accompagnano, all'opposto, caratteristiche alterazioni dentarie con forte decalcificazione sia della dentina che dello smalto. In parallelo si manifestano bronchiti e gastroenteriti croniche, con degenerazione del fegato e dei reni. In particolare, vengono riferiti disparati tipi di avvelenamento, l'eziologia dei quali è riconducibile ai vari composti chimici cui l'organismo può essere stato esposto: per esempio fluoruro di sodio (che provoca congiuntivite, cui seguono nausea, vomito, insufficienza

45 45 cardiaca); fluoruri di sodio e potassio (scialorrea, sete, nausea, vomito, dolori addominali, astenia, tremori, aritmie cardiache, morte); fluoroacetati, fluoroacetamide, acido fluoroacetico, e infine acido fluoridrico (nausea, vomito, parestesie, paralisi motoria, aritmie cardiache, fibrillazione ventricolare, insufficienza respiratoria, convulsioni e coma, morte). La patologia distintiva della fluorosi cronica può avere però anche origine diversa da quella professionale, pur presentando gli stessi sintomi, e da questi altri due tipi possono essere accidentalmente colpiti pure gli animali: la fluorosi tellurica difatti è dovuta all'utilizzo di vegetali inquinati da ceneri vulcaniche o da fumi industriali. E per finire abbiamo la fluorosi geologica o idrica, causata dall'ingestione o dal prolungato contatto con acqua e/o con specie vegetali spontanee o coltivate in terreni ricchi di fluoruri. Molte piante spontanee "si specializzano" nell'assorbimento selettivo di particolari elementi e sostanze chimiche dal terreno a scopo protettivo, cioè per rendersi meno appetibili agli animali. Come abbiamo visto, l'euforbia ad esempio lo fa. Non parliamo poi dei funghi. I principii selezionati, estratti e concentrati dalla pianta possono essere diversissimi, ma tutti hanno in ogni caso la caratteristica comune di "misura difensiva" contro gli erbivori. Ne esistono, come sappiamo, anche altre. Ma la natura non indulge mai a sprechi. Se una specie invece di armarsi di aculei - ha scelto di salvaguardare la propria incolumità per mezzo di un veleno, o di altre sostanze pericolose o anche soltanto sgradevoli al gusto, in essa contenute, non le serve altro. E sono giunta perciò alla conclusione che l'identificazione dello Shamìr con il Paliurus, o con qualunque altra specie spinosa, è errata. Per il banalissimo motivo che una pianta che contiene fluoro non ha nessun bisogno di sviluppare anche spine. Ma per concludere: io sono ben sicura che era una fluorosi il male misterioso che colpì gli operai di Salomone. Così come sono sicura che, limitatamente, colpì anche Mosè. Perché sia gli uni che l'altro si servirono, per le loro lavorazioni, dell'estratto corrosivo ricavato da una pianta che ha la particolare proprietà di assorbire dal terreno fluoruri in notevoli quantità. E che purtroppo per ora non so con sicurezza quale sia. Ma io non dispero. Sottrazione e contrabbando di segreti di Stato A questo punto, sarà bene cercare di fare il punto della situazione. Dunque, abbiamo qui una storia vecchia di tre o quattro millenni che parla di una sostanza vegetale capace di corrodere la pietra. Quella tradizione, narrata prima oralmente e assai più tardi messa per iscritto, nel corso del tempo è divenuta favola, adornandosi di tutte le meravigliose insensatezze del mito. C'è rimasto nondimeno, di quell'antica ipotetica realtà, abbastanza da indurmi a cercare di capire fino a che punto il racconto sullo Shamìr sia attendibile e tentare di ricostruire la sua effettiva natura: che è quanto mi sto provando a fare. Tutto sta a riuscire ad estrarre da quel viluppo di magia e mistero un nucleo di razionali e verosimili informazioni tecniche, che ci consentano di riportare la leggenda alle sue origini concrete: cosa non facile, ma nemmeno impossibile. Che dietro quel gran polverone ci sia una storia vera, io ne sono convinta. Difatti dalle indicazioni - benché distorte e quindi malintese - esistenti, appare chiaro che i suoi contemporanei disponevano di diversi dati di carattere pratico sullo Shamìr: come la descrizione sommaria e l'identificazione (sbagliata) della pianta dalla quale quel succo veniva estratto; l'elenco di tutte le qualità di pietre sulle quali agiva; le istruzioni circa il modo di usarlo e di conservarlo; l'illustrazione della patologia relativa agli "effetti collaterali indesiderati" connessi al suo uso. Non è poco. Questi sono dettagli tecnici. L'esposizione del "modus operandi" dello Shamìr (al di là della narrazione leggendaria di eventi che vedono coinvolti pennuti, dèmoni e quant'altro) ha tutto il sapore di qualcosa di assolutamente concreto, e non sembra davvero inventata di sana pianta, come nel caso dei miti sul favoloso Leviatano o su altri fattori o creature fantastiche (all'origine di alcuni dei quali, tuttavia, potrebbero celarsi dimenticate verità). Questa relativa abbondanza di dati reali (infatti se ne sa fin troppo, dato che degli altri "segreti scientifici" non sappiamo praticamente nulla) è dovuta

46 46 proprio, credo, al fatto che lo Shamìr aveva applicazioni del tutto materiali, e che venne utilizzato da semplici operai, muratori, scalpellini: qualcuno che per forza lo vide, lo toccò, lo ebbe tra le mani - anche se mai nessuno riuscì a capire esattamente di che cosa si trattasse - e ne parlò. E debbo ringraziare appunto quegli umili lavoratori per questa "fuga di notizie" che per la mia ricerca è stata un insperato vantaggio, considerato che anche quello dello Shamìr era ritenuto uno dei "grandi segreti" - da custodire con cura - della tecnologia. Prova ne sia che, dopo averlo "riscoperto" a cinquecento anni dal suo primo utilizzo da parte di Mosè, anche in seguito alla costruzione del Tempio i suoi custodi lo conservarono (per quanto fosse ormai "inattivo", e forse già da molto tempo) per altri quattro secoli. Non soltanto lo conservarono, ma - a ulteriore dimostrazione della sua importanza - nascosero accuratamente il "segreto del magico Shamìr" nella cavità delle due colonne Jachin e Boaz, insieme a tutti gli altri marchingegni scientifici. Ma alla fine, vuoi per "inattivazione" spontanea, vuoi in concomitanza con la totale e conclusiva demolizione del primo Tempio, lo Shamìr misteriosamente "scomparve" (39). L'ultimo accenno che se ne trova (tralasciando la presunta "eredità" massonica, sulla quale comunque sarebbe interessante indagare) è quello che ho citato all'inizio: e cioè la sua asportazione dal Tempio (e la sua più che probabile distruzione), insieme a tutto il resto della documentazione storica e scientifica del popolo di Israele, da parte dei babilonesi. Prassi comunissima in tutte le guerre di conquista, sia del passato che attuali: rubare le memorie e il sapere di un popolo equivale, da sempre, a impossessarsi della sua forza, della sua anima. In ogni caso, e qualunque sia stato il motivo della sua sparizione finale, anche se il suo "segreto" non era ancora andato perduto, a quell'epoca già da gran tempo lo Shamìr non veniva più utilizzato. Per l'esattezza, dopo il periodo di splendore delle grandi costruzioni religiose e civili volute da Salomone, non se ne sente più parlare. Anzi, fu proprio Salomone l'ultimo a saperne qualcosa. L'effettiva - e direi anzi definitiva - scomparsa dello Shamìr è attestata, più che dall'affermazione contenuta nel racconto in questione, dal fatto che in seguito non troviamo più nessuna allusione al suo impiego, né nella Bibbia (che per altro non ne ha mai esplicitamente parlato) e nemmeno nei midrashìm; e questo, nonostante il Tempio sia stato poi ricostruito, e più di una volta. Come se l'antico divieto della Legge mosaica di usare ferro per la lavorazione delle sacre pietre (con la conseguente necessità di mettere in atto un sistema alternativo) fosse caduto in prescrizione o dimenticato. O come se lo Shamìr non fosse più stato operante o disponibile. O, anche, come se non esistesse più la figura di un depositario autorevole che ne conoscesse, per investitura divina, la natura, le proprietà e le modalità d'impiego. Lo Shamìr, come ogni altro ritrovato scientifico, era possesso esclusivo, "monopolio" di Salomone. Salomone era benedetto da Dio ("la sua sapienza fu più grande che la sapienza di tutti i figli d'oriente e tutta la sapienza d'egitto": un confronto significativamente polemico) e perciò deteneva il potere "magico", politico e militare. Ma alla sua morte il regno si sfasciò, dividendosi in due rissose fazioni. Le conoscenze riservate non vennero tramandate, caddero nell'oblio. Frattanto, nel suo ripostiglio nascosto, il segreto del "magico Shamìr" era ben custodito; alla fine, divenne nulla più che il vago ricordo di un "qualcosa" che nessuno più sapeva cosa fosse. Tanto che lo è ancora adesso. E non ho nessun dubbio che quando i babilonesi, nel distruggere le colonne di bronzo per mandarle in fonderia, scoprirono il nascondiglio, verosimilmente delusi che non contenesse roba di valore ma solamente polverose scartoffie e forse qualche curioso e incomprensibile congegno, diedero fuoco a quanto avevano trovato; ché tanto l'intera città era oramai in fiamme. Nessuno certamente fece caso a un mucchietto di semi rinsecchiti e a qualche vecchia e magari ormai illeggibile pergamena. Quella, penso, fu la fine del mio "magico Shamìr"(40). Quanto alle altre civiltà che sfruttavano lo stesso o un simile principio, e presso le quali ugualmente esso andò perduto, può darsi che abbiano abbandonato quella tecnica (che non soltanto era, si suppone, lenta, ma anche negata all'utilizzo comune e privato ) in

47 47 coincidenza con l'introduzione e la diffusione comune del ferro per gli attrezzi da lavoro. O forse per il fatto che - come ho già accennato - quella pianta, in quanto importata da climi differenti, era difficile da coltivare. O magari perché, così come in Israele, anche in altri regni i rovesci politici sommersero e fecero sparire dalla scena le conquiste della scienza. A meno che il motivo fosse che il suo impiego era troppo dannoso per la salute. La verità - che non conosceremo mai - probabilmente consiste in una somma di concause, che non penso certo di avere elencate tutte. Ma sembra evidente che - a suo tempo - lo Shamìr fosse un ritrovato tecnologico-scientifico di forte interesse. Non il più importante, con ogni probabilità, ma notevole abbastanza perché il primo midràsh citato lo nomini specificamente, a parte. E comunque di grande valore pratico, per lo meno nell'àmbito delle attività artigianali e artistiche della lavorazione delle pietre da ornamento, di quelle da costruzione e di quelle impiegate per la statuaria, i bassorilievi, le decorazioni et similia (e cioè nei settori istituzionalmente addetti alla realizzazione esclusiva di opere e manufatti "sacri", destinati a mostrare il fasto e la magnificenza di divinità e di regnanti). Quello che lo riguardava era un "segreto di Stato". Faceva infatti parte anche lo Shamìr, di sicuro, di quel limitato e perciò inestimabile patrimonio di riservatissime, enigmatiche conoscenze scientifiche e culturali (astronomiche, mediche, chimiche, arte dello scrivere e quant'altro) che erano proprietà privata di tutte le Supreme Autorità. Quelle cognizioni che, rappresentate da un qualche "magico" oggetto, da un'arma "fatata", da un "potente" talismano o da una "mistica" sostanza (avete notato quanti termini sono stati coniati per esprimere questi concetti?), costituivano il "segno" tangibile della "rivelazione" di Dio concessa solo a chi ne fosse "degno"; della benedizione del cielo; del riconoscimento divino del diritto di un sovrano a regnare. Solamente pochissimi eletti per celeste privilegio - potevano accedervi. I Sovrani consacrati. Gli Unti del Signore. Ma insieme a loro anche i Sacerdoti. Gli Iniziati. I Maghi. Gli Stregoni. Non a caso Hitler, nei suoi folli vaneggiamenti esoterici, cercava di entrare in possesso dell'arca dell'alleanza. Sapere occulto, top secret, riservato possesso della casa regnante e della casta sacerdotale, vietato ai comuni mortali e gelosamente difeso come uno dei più efficaci strumenti di potere, in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni sistema culturale. Informazioni tabù, ammantate di "sacralità" e di "religiosità", che agli occhi del popolo erano "mistero" e "magia", e che tali dovevano rimanere senza mai uscire dalla ristretta cerchia del "palazzo", tramandate di padre in figlio. Misteriosi ed inquietanti fenomeni che colpivano sia i sensi che l'immaginazione. Fuochi e bagliori. Fumi ed incensi. Filtri, pozioni. E, come indispensabile corollario di questi aspetti più concreti, "parole potenti", "parole magiche". Procedimenti tecnici come formule cabalistiche. Stregoneria, incantesimi, fatture, scongiuri. Abracadabra. Con l'accompagnamento di un apparato liturgico adeguatamente suggestivo, di musiche e suoni "evocativi", prodotti da "sacri" strumenti. Le Sibille e i Profeti che ti dicono la vita. Il Nome segreto di Dio. Chi predice le eclissi comanda il sole, e così via. (Mi scuso con gli addetti ai lavori. Non è certo mia intenzione, e non sarebbe comunque questa la sede adatta ad approfondire l'indagine sui complessi rapporti fra scienza, magia, religione, rito e potere: troppe migliaia di importanti e dotte opere sono state scritte su questi argomenti.) Ma torniamo a noi. Come erano entrati in possesso i re di Gerusalemme di quelle conoscenze superiori? E in particolare da dove veniva il segreto del "magico Shamìr"? Ancora sotto Salomone, lo stato unificato di Israele-Giuda (uno stato, di per sé, di dimensioni modeste) era, specie se rapportato a quelle limitrofe, una nazione giovane e molto, molto ignorante. Un popolo di pastori seminomadi e di contadini, grossi gruppi familiari e tribù - raccoltisi poi insieme per necessità politiche e militari - che fino a solo settant'anni prima non aveva mai avuto un re, né tanto meno una dinastia regnante che potesse essere depositaria dei segreti di una scienza

48 48 elaborata autonomamente. E' assai difficile, per non dire altro, che possedesse gli strumenti culturali e le tradizioni tecnico-scientifiche che potevano svilupparsi soltanto, nel corso di molte generazioni di studiosi, in un ambiente stanziale, in un clima di continuità, in uno stato dotato di un forte senso storico e dell'identità nazionale, presso una corte reale ricca, progredita ed aperta alla ricerca, per quanto intesa in senso utilitaristico. Questi sono, invece, i requisiti tipici delle nazioni che già avevano fatto grandi conquiste in questi campi: nazioni antiche, colte, potenti (e vicine). L'Egitto in primo luogo, l'eterno amico-nemico. Ma anche tutti gli altri popoli d'attorno - l'intera Asia Minore, i paesi che si affacciano sulla riva orientale del Mediterraneo, e la Mesopotamia, assiri, babilonesi e persiani, eredi dei sumeri, per non citarne che alcuni - erano certamente più acculturati degli ebrei. Matematici, astronomi, maghi caldei, egizi, medi, siriani... Sorvolando sul celeberrimo anello o sulla benedizione divina, mi sembra indubitabile che, quali che fossero i preziosi e tanto decantati segreti della conoscenza in possesso di Salomone, in generale non potessero provenire che da queste fonti esterne a lui contemporanee. Può darsi, però, che nel caso particolare dello Shamìr (come anche dei segreti murari con cui fu costruito il Tempio, cioè dei princìpi di geometria sacra applicati all'architettura, e pure di altri ritrovati che però in seguito non vennero messi in pratica), la provenienza indicata nei midrashìm fosse davvero antica, che quello fosse cioè una specie di "lascito" culturale (o magico, se vogliamo) risalente a Mosè e tramandato dai sacerdoti attraverso le generazioni. Re Salomone - come afferma la leggenda - si sarebbe limitato solo a "riscoprire" lo Shamìr e a rimetterlo in funzione, quando ne ebbe la necessità. E' un'ipotesi verosimile, giustificata da quell'intrigante riferimento al primo uso che Mosè ne avrebbe fatto sul Monte Sinai. Nel complesso, gran parte della cultura materiale dei Figli d'israele, all'epoca dell'esodo, doveva essere per forza di cose di derivazione egizia. In fin dei conti, è fra gli egiziani che avevano soggiornato durante gli ultimi duecento anni, assimilandone - per quanto in misura minima - le nozioni, l'arte, la tecnologia. Gli ebrei che "rientrarono" nella Terra Promessa erano certamente più evoluti sotto ogni punto di vista di quelli che vi erano sempre rimasti dedicandosi alle loro semplici occupazioni. Infatti (pur essendo anch'essi modesti agricoltori e allevatori) gli israeliti non ebbero, a quel che sembra, nessuna difficoltà a fondere e fabbricare colonne, altari, l'arca, il Vitello d'oro e altro. Questo, per ciò che riguarda le conoscenze e le attività per così dire "normali". Ma qui stiamo parlando di cose di ben altra importanza. Perché Mosè, nel partirsene dall'egitto alla guida dell'esodo, non si portò certamente via banali, comuni oggetti d'uso. A quanto pare portò invece via (leggi: "rubò") - nella "bara" di piombo di Giuseppe, ma non solo - nientemeno che alcuni fra i segreti tecnologici più preziosi di proprietà del governo. Un capitale senza prezzo in grado di tentare chiunque, apparecchiature e documenti che facevano parte di quel "sapere riservatissimo" che era appannaggio esclusivo della famiglia reale, della classe sacerdotale e delle sacre confraternite di arti e mestieri. Cioè di quegli ambienti vicini al "palazzo" che, nel corso del periodo "privilegiato" della sua educazione a corte, il Maestro aveva avuto occasione di frequentare. Unicamente in quel contesto avrebbe potuto venire a conoscenza di quei "misteri". Quanto a metterci su le mani, però, era tutta un'altra musica. Ma il destino lo aiutò. Il destino e la previdenza (per non chiamarla "appropriazione indebita") di Giuseppe, che misero Mosè in condizione di "incamerare" quei "segreti", dallo stesso Giuseppe abilmente sottratti (come estesamente spiegato nel volume citato in premessa: N.d.A.) ai loro legittimi custodi e proprietari. Come riportano Grierson e Munro-Hay nel volume "L'Arca dell'alleanza", Trogo Pompeo, un celta di Narbona che scriveva in latino, vissuto sotto il regno di Augusto, affermava che Mosè "segretamente aveva preso con sé gli oggetti sacri degli egizi", oggetti che gli egiziani cercarono di riprendersi con la forza, venendo però travolti da una tempesta. Si riferiva in particolare all'"arca dell'alleanza (la quale), più che simile a un reliquario egizio, sarebbe davvero un reliquario egizio. Pur non essendo nominata espressamente, è essa l'oggetto sacro

49 49 sul quale si basava il culto israelitico nella Bibbia, ed è descritta in termini che fanno pensare che sarebbe valsa la pena di mandare un esercito per riconquistarla." Dello stesso parere sono non pochi altri Autori, e io per parte mia spero di avere esaurientemente dimostrato (sempre nel volume citato in premessa: N.d.A.), prove alla mano, che quell'opinione è altamente attendibile. Specificando però che ciò che il Maestro considerava del massimo valore, tanto da essere indotto (non una, ma ben due volte) ad un "furto sacrilego" per impadronirsene, non era in realtà la "cassa" in sé, ma piuttosto le attrezzature e le "istruzioni" in essa contenute: cioè (come sopra: N.d.A.) oltre agli scritti (legislativi, tecnici, di geometria e di architettura), l'impianto elettrico (di altra derivazione), l'impianto di amplificazione sonora, le lenti ustorie e l'intero assortimento di prodotti chimici del quale - con modalità tutte particolari, nelle quali aveva un suo ruolo anche l'arte del giardinaggio - faceva parte pure il "magico Shamìr". Del quale ultimo, se non altro, si può dire che fu l'unica, fra le diavolerie tecnologiche messe in funzione dal Profeta, che non ebbe applicazioni deterrenti nei confronti del "popolo". A parte il fatto che le altre, come per esempio l'elettricità, mostravano ben scarse prospettive di utilizzo alternativo, diverso da quello che lui ne fece per mezzo dell'arca. In fin dei conti, si era in mezzo a un deserto, e non alla corte del faraone. Come sa chi mi ha seguito fin qui, non ho mai nascosto la mia ferma opinione che Mosè fosse uomo totalmente privo di scrupoli. Tuttavia insieme posso capire che l'impiego dei trucchi fornitigli dalla "magia" fosse (dal suo punto di vista) assolutamente indispensabile per riuscire ad imporre la propria autorità tramite la suggestione: qualcosa mi dice che era capace di questo e d'altro. E comunque, fu anche fortunato. Perché se quei trucchi non avessero fatto parte dell'armamentario di "segreti" lasciato in eredità da Giuseppe alla sua famiglia, è certo che Mosè non sarebbe stato in grado di tenere così efficientemente sotto controllo quel branco di disperati. E la storia loro e nostra sarebbe stata del tutto diversa. Era quello il tesoro sottratto dalle misteriose cripte, dagli oscuri antri dei templi e delle scuole iniziatiche egizie. Quelle erano le "conoscenze riservate" che Mosè "contrabbandò" fuori dai confini d'egitto. Forse, per dotare gli israeliti di armi invincibili, ma soprattutto per usarle come mezzo per affermare su di essi il proprio dominio. Di quei prodigi, miracoli e sortilegi il Profeta si servì a piene mani, mettendoli in opera ogni volta che poteva. Tutta la storia dell'esodo, finché fu lui a guidarlo, ne è piena: dalla mistica "colonna di fuoco" alle non meno sulfuree apparizioni sul Monte Horeb, dalle spaventose folgorazioni prodotte dall'arca di Dio al divino dono del "magico Shamìr". E come avrebbe potuto fare, se no? Il laboratorio di Dio Dei prodotti chimici, di cui si sarebbe servito per i suoi spettacoli di "suoni e luci", Mosè si era di certo portato appresso dall'egitto una buona scorta. Non così nel caso dello Shamìr, di quell'acido fluoridrico cioè con il quale, secondo le istruzioni direttamente e minuziosamente impartite da Dio, il Maestro avrebbe dovuto far incidere tanto le pietre del pettorale e dell'efòd (così narra l'esodo 28, 9-11 e 21: "saranno incise come sigilli") quanto, come affermano i midrashìm, le Tavole della Legge. Quella precisa indicazione implica senz'altro almeno una cosa: cioè che dello Shamìr, ancor prima che si procedesse a quel lavoro, era comunque previsto il puntuale utilizzo proprio nell'àmbito di quella tecnica. Ciò tuttavia non significa necessariamente che l'acido fosse già bell'e pronto a disposizione, o che non fosse ancora "scaduto", o in ogni caso che ce ne fosse a sufficienza. Siccome su tali particolari non abbiamo nessun dato, possiamo solo fare delle deduzioni basandoci sulla descrizione dei fatti verificatisi in seguito. Nel resoconto della Scrittura c'è però qualche dettaglio significativo che ha attirato la mia attenzione, e ve li spiegherò a modo mio cercando di ricostruire quanto veramente accadde, là

50 50 sul Monte di Dio. Perché cercherò di dimostrarvi che, là sul Sinai, lo Shamìr - proditoriamente involato al "tesoro" d'egitto - venne prodotto in laboratorio. Piantando i semi di quella pianta, naturalmente (escluderei, come abbiamo visto, l'esistenza di una specie con simili virtù reperibile in zona, perché sembra appurato che quella non fosse una pianta indigena), coltivandola, ed estraendone il principio attivo, che andava poi trattato seguendo le procedure del manuale con le istruzioni per l'uso. State attenti. Immagino avrete notato che, quando si parla di qualcosa di misterioso e "miracoloso" agli occhi degli ingenui israeliti, l'origine ne viene immancabilmente attribuita a Dio: come per lo Shamìr così per le Tavole della Legge e per il complicato progetto del tempio-tenda con tutti i suoi mistici arredi ed accessori. In realtà tutti i disegni che a Mosè furono "mostrati sul monte", le istruzioni e il materiale "anomalo" che ebbero parte nell'allestimento del Santuario venivano dritti dritti dalla cosiddetta "eredità" di Giuseppe. Questo, giusto per chiarire. Tutti sapete, tanto per cominciare, che l'incisione delle Leggi sulla pietra fu fatta due volte. (Quello a cui invece con ogni probabilità non avete mai pensato è la possibilità che la prima volta sia stata scritta una sola Tavola. Sì, lo dico a rischio di scandalizzarvi: sono praticamente sicura che, la prima volta, fu incisa una sola Tavola. Ho i miei motivi per crederlo. Comunque nel presente testo, per convenzione, continuerò a parlarne al plurale.) Ma andiamo avanti. Dice il Libro che - dopo avere condotto i 70 anziani al cospetto di Dio perché Lo vedessero - il Profeta insieme a Giosuè salì al monte, dove Dio disse che gli avrebbe dato le "Tavole della Legge". Allora la "gloria di Dio" e la "nube" coprirono per sei giorni il monte, nel quale Mosè rimase per 40 giorni e 40 notti filate. Occorreva infatti nascondere alla vista del popolo quanto si stava svolgendo lassù, poiché qualche importante procedimento chimico doveva essere in corso nella grotta della montagna. Tuttavia, quando il Maestro scese di là con le "prime Tavole", il suo aspetto era quello consueto, ché altrimenti la Sacra Scrittura l'avrebbe detto. Non era infiammata, non "splendeva" ancora - cotta dagli acidi - la pelle del suo viso (41). Segue il famigerato episodio del Vitello d'oro, nel corso del quale Mosè furibondo distrusse quelle prime Tavole (e, incidentalmente, fece giustiziare circa 3000 "idolatri"). Subito dopo, risalito sulla montagna, incise le nuove Tavole e finalmente tornò per consegnare la parola di Dio al popolo adorante. E, quella volta, aveva la faccia rovinata. Dunque, dopo che Mosè ebbe scritto le nuove Tavole "splendeva la pelle del suo viso per avere parlato con Lui". Ora, sembrerebbe ovvio a chiunque che, anche ai capitoli "avvertenze", "precauzioni" e "modalità d'uso", sulle proprietà della sostanza che stava maneggiando il Nostro dovesse saperne assai di meno la prima volta della seconda. E allora come mai, usando - in teoria - sempre lo stesso prodotto, la seconda volta si spellò la faccia e la prima invece no? Perché non accadde anche la prima volta? Forse Dio "gli diede" lo Shamìr solo più tardi? Dando per scontato che la seconda volta abbia impiegato - e per me è evidente - un potente acido corrosivo, come testimonia l'irritazione che si manifestò sulla sua pelle, resta da chiarire come Mosè abbia inciso le prime Tavole. Nel libro di cui in premessa vengono prese in considerazione anche altre possibilità, ma per semplificare qui diremo che i casi, sostanzialmente, sono due: 1) NON USÒ lo Shamìr; 2) USÒ lo Shamìr, ma questo non gli provocò danni. Vediamo in dettaglio cosa questo possa significare. 1) Non usò lo Shamìr. Le prime Tavole le incise a mano. Questa ipotesi prevede che, per quelle Tavole, Mosè non impiegò l'acido fluoridrico, e per questo non si ustionò. Le spiegazioni possono essere diverse. Può darsi, per esempio, che all'inizio l'acido non lo avesse proprio, ma che avesse trovato tra il "materiale" destinato da Giuseppe al Santuario soltanto i semi della pianta

51 51 misteriosa. Non era, tuttavia, un gran male, perché una delle più interessanti ed utili caratteristiche di quella materia prima era che, in quanto sostanza organica, cioè di per sé rinnovabile, poteva essere prodotta di volta in volta a seconda della necessità. Oppure, poniamo il caso, soprattutto se quella sostanza era stata conservata sotto forma di liquido, poteva non essere più attiva ed essere anzi completamente svaporata, perché dalla sua "acquisizione" da parte di Giuseppe era trascorso troppo tempo. Fermo restando che i semi, in ogni caso, c'erano. O magari, ancora, di quell'acido Mosè aveva potuto recuperare soltanto un piccolo quantitativo, diciamo un campione (qualcosa di simile a quello rinvenuto sulle Ande dal geologo del quale vi ho già raccontato). In teoria, comunque, non ne occorreva molto, e quel campione sarebbe forse bastato per tutto quello che il Maestro aveva in mente di fare (ossia per l'incisione delle pietre dell'efòd e del pettorale e per quella di una Tavola) se le cose fossero andate per il verso giusto, cioè se Mosè fosse stato capace di usare l'acido. Invece (e qui ammetto di "svolazzare" un po'), visto che quello non era davvero il suo mestiere, piuttosto che sprecare il poco che ne aveva a scopo di "addestramento", preferì lasciar perdere e non impiegare lo Shamìr. Non lo impiegò, volutamente, perché voleva conservare quel po' che c'era del prodotto originale per altri scopi: fu probabilmente quello, che diede più tardi a Bezàlel per incidere le gemme. E Bezàlel, che era un incisore, lo prese e lo adoperò (si capisce dal testo) normalmente, senza alcuna meraviglia e senza problemi di sorta. Segno che lo conosceva e sapeva servirsene, come dice il Libro, "secondo il lavoro dell'intagliatore di pietra che incide un sigillo". Ma non lo impiegò anche perché si era reso conto che glie ne sarebbe occorsa una discreta quantità, e lui non ne aveva abbastanza. Quale che fosse il motivo specifico, il Nostro, non potendo disporre dello Shamìr, dovette rinunciare ad usarlo. Di conseguenza fu costretto a piantare quei semi e aspettare che le piante crescessero. Per quanto con intrugli ed esperimenti lui ci andasse a nozze, non gli fu tuttavia possibile preparare l'acido in quelle poche settimane, probabilmente perché dai semi che aveva piantato, là in cima al monte, non si erano ancora sviluppate (in soli 40 giorni) piante con una massa vegetale sufficiente per estrarlo. Così, dato che non c'erano alternative, fece del suo meglio per eseguire le incisioni, faticosamente, a mano. Con risultati assai poco esaltanti. Il guaio era che giù da basso la gente cominciava a spazientirsi, stufa che la cosa andasse tanto per le lunghe. Ma se l'acido non era pronto e se il materiale che stava tentando di incidere era la selce, bella e solida pietra, l'unica - su quella montagna - adatta ad essere iscritta con le Leggi di Dio, non stento a credere che portare a termine quel lavoraccio, oltre a tutti i calcoli e i disegni esecutivi per la progettazione e l'esecuzione del tempio-tenda, avrebbe preso al Profeta anche più di quaranta giorni (chissà, là sopra, quanti tentativi avrà fatto), non potendosi far aiutare che dal fedele Giosuè che di scultura ne sapeva tanto quanto lui, cioè niente. Gli serviva più tempo, doveva prender tempo. Invece fu costretto a piantare a mezzo l'opera per correre giù a rappezzare una situazione d'emergenza. Così, la cosa migliore da fare era afferrare al volo l'occasione di quella blasfema rivolta anti-yawè per fracassare nel suo "sdegno", prima che gli altri potessero vederle, quelle Tavole così mal fatte e peggio scritte. C'è un midràsh che racconta addirittura che in presenza di quell'abominevole idolo, del Vitello d'oro, "lo scritto svanì dalle Tavole"... Forse, la palese imperizia di quel lavoro potrebbe essere una spiegazione (assai debole) a quell'inopinato atto di distruzione. Io però non penso affatto che il vero motivo fosse quello, tutt'altro. Credo invece che quel gesto apparentemente inconsulto fosse dovuto piuttosto al fatto che quelle incisioni non andavano bene comunque. E sono pure convinta che in quell'occasione l'acido effettivamente venne usato, anche se lo penso più che altro perché la Bibbia specificamente afferma che (mentre nel secondo episodio di quel tipo le "parole" vennero dettate da Dio a Mosè) fu proprio "il dito stesso di Dio" che, lassù sull'horeb, incise

52 52 sulla pietra le prime Leggi: cioè il prodotto originale - l'estratto "ereditato" da Giuseppe, intendo -, con l'aiuto di Mosè che materialmente scrisse il testo sulla pietra incerata prima di passarvi sopra - come raccontano i midrashìm - il "magico Shamìr". 2) Questa ipotesi alternativa prende infatti in considerazione un'altra possibilità, e cioè che per l'incisione di quelle prime Tavole - Mosè abbia utilizzata tutta o quasi la piccola scorta di acido che aveva a disposizione. O quanto meno che abbia tentato di utilizzarla. Ma quell'acido (il "dito stesso di Dio") oltre ad essere scarso era oramai pure vecchio e "svanito", quindi non più così potente e aggressivo sulla pietra: lavorava troppo debolmente e lentamente, e i segni che tracciava erano vaghi e incerti. Se non altro però, proprio per quel motivo, non era in grado di procurare gravi irritazioni, e la faccia di Mosè mantenne il suo colorito normale. In entrambi i casi comunque, sia che per quel primo tentativo di incisione avesse usato lo Shamìr di Giuseppe o la semplice forza bruta, le Tavole non riuscirono come il Nostro voleva. Ma non fu per quello che le distrusse. C'è dell'altro, qualcosa di ben più fondamentale dell'inadeguato aspetto "tecnico" di quel simbolo: perché in entrambi i casi il contenuto stesso di quanto aveva scritto non corrispondeva più (dopo la sua lunga assenza) alle necessità di circostanze che erano mutate, erano degenerate ed ormai totalmente fuori controllo (il motivo per cui Mosè si rese improvvisamente conto che quanto stava per consegnare agli israeliti non andava bene, e senza por tempo in mezzo, con grande presenza di spirito, prese una soluzione radicale mandando in frantumi la Tavola, viene spiegato nel volume di cui già si è detto: N.d.A.). L'unico modo per rimediare era guadagnare tempo ancora una volta congelando la situazione, ed approfittare di quella pausa per correggere il tiro (soprattutto sotto l'aspetto concettuale) delle disposizioni che si accingeva a dare al popolo d'israele. La faccenda del Vitello d'oro era solo una scusa. Fu in realtà con quei tremila morti ammazzati che Mosè riuscì a bloccare le spinte eversive e anarcoidi della gente, e a dividere una volta per tutte i "buoni" dai "cattivi". Fece comunque in maniera molto convincente la sua scena madre, la sua sfuriata di apocalittica indignazione. Ovviamente, per rendere più credibile quella indignazione e la distruzione delle Tavole, dovette raccontare che Yawè era ancora più furibondo di lui, che a stento era riuscito - bontà sua - a dissuaderlo dallo sterminarli tutti. Quanto alle Tavole in sé, fisicamente intese, forse mandandole in pezzi sottovalutò il lavoro necessario per farne di nuove (e anche il rischio), ma credetemi se vi dico che - naturalmente, sempre dal suo punto di vista - Mosè aveva ottime ragioni per il suo comportamento. Oltre tutto, c'è addirittura un midràsh che afferma che Yawè stesso lo ringraziò per averle tolte di mezzo. E comunque, sta di fatto che sapeva di potersi procurare quando voleva, come poi fece, altro acido preparandoselo da sé; forse aveva già piantato i semi fin da quando aveva aperto il "pacco dono" di Giuseppe, oppure lo fece dopo aver distrutto le prime Tavole, ma in tutti i casi quello non era certo un problema. Ripreso il controllo della situazione, continuò nei suoi esperimenti. Mentre i contriti e spaventati Figli d'israele si spogliavano di tutti i loro ornamenti per consegnarli "volontariamente" ad Aronne, proto-tesoriere del Tempio, le piantine sulla montagna crescevano, e ben presto - erano passati forse tre mesi - lo Shamìr poté essere messo in produzione. Mosè era pronto, ora, per realizzare le nuove Tavole della Legge in versione ufficiale e definitiva. Anche così tuttavia quel lavoro non deve essere stato né breve né facile. In fin dei conti il Nostro non aveva mai fabbricato né maneggiato quel venefico acido. Ma era divenuto ormai indispensabile imporre una Legge scritta - e perciò tanto più ineludibile - ai suoi recalcitranti seguaci, e (in mancanza di quello originale) fu pertanto costretto a preparare ex novo lo Shamìr, distillando e manipolando l'estratto di quella pianta, senza averne nessuna pratica. Ma forse proprio perché non ne aveva alcuna esperienza diretta, o forse tratto in inganno dalla

53 53 scarsa aggressività manifestata da quello "vecchio", non considerò che l'acido "fresco", di nuova produzione, sarebbe stato ben più potente, e che oltre all'impiego di quella sostanza in sé anche, o piuttosto soprattutto, la lavorazione necessaria a distillarla e ad estrarla poteva essere pericolosa al punto da provocare danni assai seri. E quindi trascurò di procedere con la necessaria cautela. C.V.D. Era quello, in realtà, il motivo dello "splendore" ossia, in termini clinici, dell'eritema sulla pelle del suo viso che tanto spaventò gli israeliti. E fu quella, credo, l'unica volta che Mosè si comportò con leggerezza. Le Tavole vennero reincise con lo Shamìr, appena fatto, gagliardo e corrosivo. E quella volta sì che erano due. Portavano scritto, quella seconda volta, il "regolamento" aggiornato, completato, riveduto e corretto del campo degli ebrei, la Legge (che arriva fino a noi) della loro vita a venire, chiaramente e profondamente scolpita nella pietra, altrettanto quanto lo sarebbe stata poi nello spirito e nella coscienza dei Figli d'israele. Avevo ragione a non disperare. Sono stata fortunata. Ho trovato lo Shamìr. Forse. Spero. Si chiama Dichapetalum cymosum Hook. e fa parte della famiglia delle Dicapetalaceae (in precedenza veniva chiamato Chailletia cymosa, delle Chailletiaceae) che comprende almeno una sessantina di specie fra arbusti, arbusti lianescenti e liane, molte delle quali vivono in foreste dense e umide. Il Dichapetalum cymosum, che si presenta come un banale cespuglio di circa 30 centimetri di altezza (privo di spine), cresce invece soprattutto sulla sabbia. E' assai comune, col nome di Gifblaar, nel sud e nella fascia tropicale dell'africa. Tutte le sue parti, tranne la polpa del frutto, sono tossiche, ed è una delle piante più velenose. Questa sua "qualità" fu scoperta da Anderstepoor e Marais in seguito all'osservazione che gli animali non se ne nutrono. Il principio contenuto è l'acido fluoroacetico, uno dei più potenti veleni conosciuti, che ingerito, inalato o per contatto provoca danni sia acuti che cronici come quelli sopra descritti. L'acido fluoroacetico (C2 H3 F O2), che si isola dalle sue foglie, oggi, prodotto industrialmente, viene impiegato come "base" per prodotti topicidi. Ma 5000 anni fa, e pure prima, lo si usava (ne sono fermamente convinta) per ricavarne l'acido fluoridrico (HF) - che si comporta esattamente come faceva lo Shamìr -, forse con un semplice processo che prevede l'aggiunta di acqua ad una certa temperatura: ma non voglio andare "ultra crepidam", con la chimica e la botanica (42). Tutto quello che posso ancora dire è che almeno una pianta con quelle precise caratteristiche l'ho individuata, e penso proprio che possa essere quella, o forse qualche altro arbusto affine o che è attivo allo stesso modo, il mio "magico Shamìr". Aspetto conferme. O smentite. Tanto vi dovevo. Giocare a fare "il piccolo chimico" a volte può essere rischioso. E di più può esserlo giocare a fare il Padreterno. Prendere, come fece Mosè, in mano il destino della gente, poter decidere se condurla a morire o a vivere, imporre la propria volontà "in nome di Dio". Ci vuole una immensa presunzione, un'incrollabile certezza di essere nel giusto e probabilmente un ramo di pazzia. Chissà se, almeno per qualche istante, lo sfiorò un dubbio. Chissà se qualche notte, lasciando per un poco gli alambicchi e le storte, mentre sulla soglia del suo antro cercava sollievo agli occhi brucianti e al volto ardente nel fresco vento di ponente, si fermò a pensarci. Chissà se qualche volta, guardando laggiù ai suoi piedi l'accampamento silenzioso addormentato sotto le stelle, chissà se qualche volta aveva paura.

54 54 Note 1: Il saccheggio del 597 a.c. è riportato da 2 RE 24, 10-13, la distruzione della città e del Tempio del 587 a.c. da 2 RE 25, : Le misure di questo "mare" di bronzo, fuso in un sol pezzo, erano: diametro 10 cubiti (m 5,25), altezza cubiti (m 2,60), spessore 1 palmo (cm 7,5), capacità 2000 bat (l ): 1 RE 7, Il bacino era sorretto da dodici buoi, essi pure in bronzo. 3: Le misure delle due colonne di bronzo erano: altezza 18 cubiti (m 9,45), circonferenza 12 cubiti (m 6,30), spessore 1 palmo ( cm 7,5). Erano sormontate da un doppio capitello molto elaborato, alto 5 cubiti più altri 4, pari in totale a m 4,70: 1 RE 7, Ho inserito la descrizione di quei grandi manufatti in fusione di bronzo solo per dare un'idea del livello di capacità artistica e tecnologica raggiunto dagli ebrei in un lasso di tempo (dall'esodo a Salomone) sorprendentemente breve. Non dimentico però che il merito di tali realizzazioni viene dalla Bibbia stessa attribuito a Hiram, un famoso artefice di Tiro ingaggiato ad hoc, e che il contributo israelita si limitò a fornire la manodopera necessaria. Ai fini dell'archeologia industriale, sarebbe tuttavia molto interessante ritrovare - se fosse possibile - il laboratorio o l'altoforno nel quale quelle imponenti opere vennero "fuse in modelli di argilla", e che si troverebbe (così la Bibbia indica) in un luogo appositamente allestito "nella regione del Giordano tra Succòt (che non era certo la stessa Succòt dell'esodo) e Zartan" (1 Re 7, 45). 4: Midràshica. Aggettivo da midràsh (plurale midrashìm): narrazione popolare che amplia e arricchisce di tradizione orale e di leggenda gli scarni testi dell'antico Testamento. Spesso altrettanto vetusti di questo, i midrashìm trattano le identiche storie ed i medesimi personaggi, fornendo talvolta su di essi indicazioni essenziali, ma non sono stati inclusi nella Sacra Scrittura per motivi dottrinari. Ne esistono a centinaia, di diverse epoche, soggetti e provenienze, raccolti in moltissime antologie. Per parte mia rivendico con forza al midràsh il ruolo, la funzione e la dignità di fonte d'informazione: non ho detto "attendibile", ho detto "informazione", e confermo "informazione preziosa", giacché qualunque scelta in questo campo è sempre arbitraria. I midrashìm costituiscono la fonte più diretta delle tradizioni "apocrife" di argomento biblico. 5: Secondo un'antichissima leggenda Enoch, in vista del Diluvio, avrebbe costruito un rifugio sotterraneo contenente i documenti relativi a tutte le scienze all'epoca disponibili, innalzando poi sopra il rifugio sigillato i due "Pilastri di Enoch" o "antidiluviani". L'ubicazione di quel nascondiglio, a causa forse proprio del Diluvio, o per qualche altro motivo, era però andata perduta. In seguito il re Salomone, durante i lavori per la costruzione del suo Tempio, avrebbe ritrovato il rifugio apprendendone i segreti; davanti a quel Tempio ricostruì in bronzo le colonne, nelle cui cavità erano conservati i "pregevoli scritti" e le "antiche testimonianze" relativi alla storia passata del popolo ebraico, compreso "il segreto del magico Shamir" e la descrizione delle sue proprietà. Nell'"Itinerario" del viaggiatore e scrittore ebreo Binyamin da Tudela, scritto attorno al 1160, l'autore afferma: "A Roma, nella chiesa di San Giovanni in Laterano, vi sono due colonne bronzee provenienti dal Tempio, opera del re Salomone, ciascuna delle quali reca la scritta: Salomone figlio di Davide'"; e aggiunge che gli ebrei di Roma gli avevano raccontato che ogni anno, il 9 del mese di Av, "colava su di esse un liquido simile all'acqua". Ma sia di questo miracoloso particolare, sia dell'ipotesi che quelle colonne fossero le famose "Jachin" e "Boaz", sia più in generale - anche se erano altre, comuni colonne - della loro reale provenienza dal Tempio "di Salomone" - nonostante la scritta -, mi sembra lecito dubitare, visto che all'epoca della caduta finale di Gerusalemme (avvenuta come è noto nel 70 d.c. ad opera dei romani agli ordini di Tito) quel Tempio era stato dato alle fiamme ormai da più di sei secoli dai caldei che "spezzarono le colonne" e "ne portarono il bronzo a Babilonia" (vedi nota 1). Eventualmente, infatti, quelle colonne (che comunque in San Giovanni in Laterano non ci sono più, e nessuno sa dove siano finite), anche se fossero state realmente sottratte dal Tempio di Gerusalemme, avrebbero potuto al limite provenire non certo dal Tempio di Salomone, ma soltanto da quello ricostruito più tardi da Erode.

55 55 6: Salomone iniziò la costruzione del Tempio nel secondo mese (Ziv) del quinto anno del suo regno, 480 anni dopo l'uscita dall'egitto del popolo d'israele, quindi probabilmente attorno al 967 a.c.: 1 Re 6, 1. 7: Esodo 20, 25; Deuteronomio 27, 5-6; Giosuè 8, : 1 Re 5, 31-32; 1 Re 6, 7. Ma, oltre alla Bibbia e ai midrashìm, anche leggende musulmane ne parlano. Il divieto di usare ferro nel cantiere così fermamente imposto dal re poteva forse avere, facendo volare un po' la fantasia, altre motivazioni più pratiche di quelle della Legge mosaica: come ad esempio l'alto costo di strumenti fabbricati con quel metallo, ancora molto raro a quei tempi; oppure, nella medesima ottica, il sospetto che gli operai potessero rubarli; o addirittura il timore che se ne impadronissero per servirsene come armi suscitando una ipotetica rivolta nel cantiere. Diverse e ancora più immaginose teorie si potrebbero sviluppare, supponendo che quella proibizione intendesse in realtà evitare che l'uso di tali attrezzi producesse scintille: il che starebbe ad indicare che nell'area del Tempio trovavano sfogo in superficie emissioni di gas naturale o di metano, che avrebbero potuto pericolosamente incendiarsi; cosa tuttavia purtroppo contraddetta dall'evidenza dei fatti. C'è infine un'ultima e ancor più fascinosa possibilità. Dicono i midrashìm che nel cantiere le grandi pietre levitavano andando a posarsi da sé nel punto preciso al quale erano destinate. Troviamo qui un evidente nesso con altre simili leggende egiziane (ma anche di altri paesi), secondo cui quelle antiche maestranze erano in grado di muovere e innalzare enormi blocchi di granito, calcare o marmo (oltre che con la sola forza del pensiero: anche questo è stato scritto) semplicemente sollevandoli e indirizzandoli con "una musica". Secondo gli antichi papiri, era sufficiente porre sulla pietra da spostare o sotto di essa un foglio con su scritte parole, simboli o formule magiche, produrre quel misterioso "suono", e il blocco si alzava di un poco da terra galleggiando nell'aria. A quel punto bastava spingerlo leggermente o colpirlo con un bastone, e avrebbe percorso, prima di posarsi di nuovo al suolo, tanto spazio "quanto un tiro d'arco". Anche le piramidi sarebbero state costruite così. Se il sistema messo in atto da Salomone era lo stesso, in questo caso l'interdetto avrebbe potuto riguardare essenzialmente il rumore causato dagli utensili metallici, che avrebbe potuto interferire o coprire quel "suono" dotato di magiche virtù. Si deve far silenzio in cantiere, quando le pietre volano. Sarà una favola, ma forse dal punto di vista scientifico non è poi una cosa così insensata e ridicola se è vero che sono attualmente in corso seri studi e sperimentazioni intesi ad appurare le potenzialità (quasi del tutto ignote) di particolari frequenze e vibrazioni sonore e le loro possibili applicazioni in vari campi della fisica, con particolare riguardo per la gravitazione. D'altro canto, visto che sui sistemi utilizzati dagli egiziani per trasportare ed erigere oggetti di grande mole e peso il dibattito è tuttora aperto, e anzi che - in parole povere - nessuno ci ha ancora capito nulla, non c'è proprio niente di male a tentare nuove vie. E allora, a titolo di curiosità, vi citerò un recente articolo di Christopher Dunn a proposito di uno straordinario personaggio che sosteneva di conoscere il segreto della costruzione delle piramidi, e che forse diceva la verità. Sta di fatto che questo signore di origine lituana di nome Edward Leedskalnin, verso la metà del 900, in 28 anni, tutto da solo e senza gru o macchinari pesanti costruì a Homestead in Florida un complesso (che chiamò "Coral Castle") di ben tonnellate di roccia, estraendo, lavorando e sovrapponendo blocchi monolitici di corallo pesanti fino a 30 tonnellate. Come abbia fatto, Dio solo lo sa: ma il suo segreto ormai se lo è portato nella tomba, e nemmeno il governo degli Stati Uniti è riuscito a farselo raccontare. La sua attrezzatura era più che modesta, quasi ridicola, e la sua teoria era che tutta la materia è composta da magneti individuali che basta (con il suo personalissimo sistema) allineare per adattarli al flusso magnetico terrestre, agendo così sull'attrazione gravitazionale terrestre. Dunn (che va matto per queste cose) pensa che forse, con un segnale radio sonoro, Leedskalnin facesse vibrare gli atomi della roccia in risonanza con la frequenza di quel segnale, e riuscisse poi a invertirne la polarità magnetica utilizzando un campo elettromagnetico. Spero di aver capito bene. Se no, rivolgetevi pure a lui. E comunque, a conclusione del discorso sul divieto di Salomone, ci sarebbero ancora da fare una domanda e un'osservazione. La domanda è: come mai era consentito tagliare con strumenti di ferro quelle pietre (comunque sacre) fuori dal cantiere? E poi: nessun altro popolo aveva quel tabù, ma si sa che molti possedevano qualche cosa di assai simile allo Shamìr, o che funzionava sullo stesso principio. Ne parleremo fra poco. 9: Louis Ginzberg - "Le leggende degli ebrei" - vol. I - Adelphi

56 56 10: Dato, questo, molto importante, perché sta ad indicare un effetto basato non su una frizione meccanica esercitata sui materiali, bensì su di un principio chimico, anzi più precisamente corrosivo, dal quale quei materiali venivano praticamente dissolti. Anche di questo parleremo più avanti. 11: E' data specifica indicazione che lo Shamìr potesse stare senza far danni a contatto con materiali organici quali un panno di lana e crusca di orzo. Ma per quanto concerne invece gli esseri viventi (umani, nella fattispecie) dal racconto citato da Clapham emerge chiaramente il quadro patologico di un'intossicazione cronica, della quale ci occuperemo fra poco. Ma cosa li intossicava? forse lo Shamìr? 12: Questa infatti è la traduzione letterale del termine ebraico "batel", a significare che, alla lunga, lo Shamìr poteva perdere le sue proprietà. A questo proposito, non si può fare a meno di notare che, dato che - secolo più secolo meno - altrettanti erano gli anni passati fra il primo (da parte di Mosè) ed il secondo (da parte di Salomone) utilizzo dello Shamìr, anche durante quei cinquecento anni esso potrebbe essere divenuto "inattivo". Il che, come vedremo, legittima il sospetto che il re Salomone, non potendo ormai più disporre di un agente corrosivo di adeguata efficienza, non dello Shamìr di Mosé, dello Shamìr originale si sarebbe servito bensì del suo principio, applicato però impiegando materia prima "fresca". Tanto è vero che quella "materia prima "Salomone dovette cercarla lontano, sulle selvagge "Montagne dei Dormienti". 13: Geremia 17, 1; Ezechiele 3, 9; Zaccaria 7, : Se erano come quelle del palazzo di Salomone, e non c'è ragione di supporre che fossero più modeste, si trattava di "pietre squadrate di dieci e di otto cubiti", cioè di m 5,25 x 4,20 (1 Re 7, 10). 15: "C & C Review" : 1. 16: "Kronos" - VI: 1. 17: 1 Cronache 21, Il terreno su cui si era manifestata quella spettacolare apparizione, cioè l'aia di Ornan il Gebuseo, divenuto sacro per via di quel fatto miracoloso, fu poi acquistato da Davide "a prezzo di mercato": giustamente, visto che la pestilenza rappresentava la punizione di Dio per una colpa da lui commessa. E' interessante tuttavia notare che il proprietario dell'aia fu ben felice di liberarsene, tanto che l'avrebbe ceduta anche gratis. E che fu proprio su quel terreno che più tardi Salomone costruì il Primo Tempio. 18: Resta però il fatto che di un meteorite del peso di più di un quintale caduto in Siberia anni fa non esiste più traccia in quanto, a quel che sembra, la popolazione, convinta delle sue magiche virtù afrodisiache, se lo è letteralmente mangiato, sgranocchiandoselo un pezzetto per volta, senza risparmiare neppure il campione che era stato prudenzialmente messo "al sicuro" nel locale museo. 19: Ipotesi perversa e maligna: se lo Shamìr era una sostanza "naturale" altamente corrosiva e libera in superficie, che cosa avrebbe potuto impedirgli - portando il ragionamento alle sue estreme conseguenze - di sprofondare col tempo fino al centro della terra? Magari lo ha fatto davvero, visto che non si trova più. 20: E' noto come presso diverse popolazioni primitive la tradizione relativa ai riti di iniziazione imponga che, prima delle vere e proprie "prove" - solitamente assai rischiose - il candidato debba dimostrare il proprio coraggio passando la notte precedente, solo e disarmato, dormendo sul terreno del luogo sacro. Il che dimostra che il contatto con il terreno stesso di quel luogo è ritenuto in qualche modo pericoloso. 21: Non è quella, per altro, l'unica interpretazione "diversa". Graham Hancock, ad esempio, ritiene lo Shamir "una pietra" o "uno strumento" che non fa alcun rumore mentre è in funzione, e comunque "un oggetto tecnologicamente avanzato".

57 57 22: Anche in Italia sembra esista tuttora un'antica tradizione relativa ad una ignota "erba moli", panacea per tutti i mali. 23: Non a caso Esodo 28, 11 e 39, 6, parlando delle 12 gemme da incastonare nel "pettorale del giudizio" e delle due onici - o "sarde" - poste sulle spalle dell'"efòd", specifica che avrebbero dovuto essere istoriate "secondo il lavoro dell'intagliatore di pietre che incide un sigillo", "secondo l'arte di incidere i sigilli": ma, ahimè, non ci dà nessun altro dettaglio, lasciandoci con l'interrogativo di quali mai strumenti e metodi venissero usati per eseguire tali opere. E' interessante in ogni caso notare che la citazione di quelle tecniche d'incisione non contiene niente di magico. Si sa comunque che l'arte (e l'uso) di tagliare, incidere, intarsiare e scolpire in rilievo le pietre dure e preziose è una delle più antiche conosciute, e risale a gran tempo prima che fossero conosciuti i metalli adatti a questo scopo. Già le pietre pregiate in sé sono da sempre state circonfuse da un alone di leggenda e accompagnate dalla credenza (ancor oggi lo sono) che ognuna di esse abbia una (o più) diverse virtù e proprietà particolari: che, ad esempio, possano conferire salute, o forza, o pazienza, o saggezza eccetera; che siano in grado di proteggere chi le porta da diversi mali e svariati guai (come i fulmini, gli aborti, i furti e simili); che vi sia un rapporto diretto fra i pianeti - ciascuno dei quali ha un suo àmbito di azione particolare - e le pietre che sono sotto la loro influenza. Ogni varietà ha insomma il suo significato ed è dotata di aspetti e poteri magici, sacri. E sappiamo pure che perfino la scienza ufficiale e contemporanea non disdegna di prendere in considerazione eventuali proprietà elettromagnetiche ed elettroniche di alcune di esse. In questa ottica, ancora più grande e determinante era considerato il potere della pietra incisa, nella quale alle caratteristiche proprie ad una particolare gemma si univa la forza occulta del simbolo o delle parole su di essa riportati. E' da questa diffusissima convinzione che trae origine la produzione, così copiosa e continuativa, di tali talismani in ogni tempo. 24: Dimenticando forse l'asserzione appena fatta, l'ingegner Pincherle - nello stesso contesto sostiene però anche un'altra ipotesi circa il taglio e la perforazione di pietre dure: seghe, trapani eccetera, invece del tagliente "portavano fori o cavità a forma di calice che contenevano polvere abrasiva con la quale si praticavano le perforazioni e i tagli". 25: Le pietre da opera solitamente usate erano basalto nero di Gebel Qatrani, granito rosa di Assuan, quarzite di Gebel Ahmar, diorite del deserto occidentale di Abu Simbel, dolerite nubiana. Materiali estremamente resistenti, nei quali (almeno dal 7 grado della scala di Mohs in su) con rame e abrasivo è impossibile fare un taglio netto. E tuttavia Flinders Petrie, il quale ha dedicato a questi problemi lunghi anni di meticolosi studi, ha calcolato che per tagliare, ad esempio, il "sarcofago di Cheope" deve essere stata usata una sega in bronzo lunga almeno m 2,40, ipotizzando - in mancanza di altre e più realistiche spiegazioni - che nella lama fossero incastonati diamanti: i quali però come è noto, e a parte ogni altra già esposta considerazione di costo, non sono reperibili in Egitto. Altre supposizioni sono state fatte: che quelle lame fossero state realizzate in una lega di rame con un indurente come il berillio o l'arsenico, oppure che vi fossero inserite altre gemme quali quelle di corindone (rubini e zaffiri) anch'esse tuttavia di importazione. In ogni caso, a quell'epoca, gli attrezzi utilizzati non potevano essere in ferro, anche se nella Grande Piramide è stata in realtà trovata una lastra di ferro (cm 38,48 x 10,16 x 0,3), inserita lì in fase di costruzione, e che già di per sé costituisce un mistero. Sta di fatto comunque che sulle pareti del "sarcofago" (un unico blocco di granito di cm 227 x 97,7 x 105) non si notano segni di scalpello o di taglio, come peraltro non se ne vedono nemmeno in quello "di Chefren", o in quelli enormi (ricavati anche questi da un sol pezzo di cm 400 x 200 x 335, 100 tonnellate totali), riservati alla sepoltura dei tori sacri, del Serapeum di Saqqara: tutti anzi mostrano una levigatura sia interna che esterna di incredibile perfezione. Secondariamente al fatto che, altro dato stupefacente, le pareti sia interne che esterne di tali oggetti presentano angoli e spigoli perfetti di 90 i quali sembrano eseguiti simultaneamente, con un attrezzo da taglio, anzi con un macchinario a tre assi, impensabile per l'epoca. Qualche altro particolare che potrei aggiungere sul "sarcofago di Cheope", tanto per rinfrescarvi la memoria, è che non si trova al centro della stanza. Che gli manca il coperchio. Che uno spigolo superiore è rotto e manca. Che il suo volume esterno è esattamente il doppio di quello interno. E che i calcoli e le considerazioni sulle sue misure ed i rapporti esistenti fra esse, così come su quelle relative alle piramidi in generale, hanno dato la stura ad elucubrazioni matematico-esoterico-cosmologiche nelle quali mi guardo bene dall'addentrarmi. Per inciso, neppure sull'obelisco incompiuto di Assuan (lungo 42 metri e del peso di

58 58 kg ) ci sono quei segni, benché si presenti allo stato grezzo, solo sbozzato in superficie e scavato lateralmente. Quanto sopra detto si riferisce alla sola lavorazione esterna, cioè al taglio dei blocchi. Ma, come vedremo, ci sono anche altri, ben più problematici aspetti. E' inspiegabile, per esempio, l'uso del tornio - sostenuto da Flinders Petrie ed avallato dalle analisi tecniche eseguite da altri successivi ricercatori - per lavorare la diorite e il granito di vasi e coperchi di sarcofagi. Anche quel tornio, evidentemente, avrebbe dovuto dar forma al minerale per mezzo di un "tagliente" più duro della pietra. Per quanto attiene poi la lavorazione del granito in particolare, mi viene in mente che un famoso scultore italiano contemporaneo, a un certo punto della sua evoluzione artistica, volle cimentarsi (cosa che non aveva mai fatto prima) con quel materiale per la realizzazione di una statua di medie dimensioni. Anche sudando le proverbiali sette camicie, ci mise otto anni prima di finirla. 26: Il fatto che in quelle opere più tarde - e più rozze - non venisse più tolta (per "liberare" la figura e porre lo sfondo al suo giusto livello) la materia eccedente, significa che quell'asportazione non era più possibile perché era venuto a mancare qualcosa: il tempo? i soldi? o la "mistura vegetale"? Quanto all'effetto prodotto da quell'estratto vegetale, la mia supposizione è che agisse solo su uno spessore ridotto (2 o 3 centimetri), quello della profondità dei bassorilievi. Ovviamente, l'applicazione poteva essere ripetuta più volte; ma a questo punto è evidente che se l'intervento o il taglio non veniva eseguito con una sola applicazione ma in momenti ed in fasi successive, il lavoro potesse risultare impreciso. A questo proposito è interessante notare, tenuto conto anche di quanto detto alla nota precedente, e a conferma dell'ipotesi che certe lavorazioni venissero effettivamente eseguite al tornio, che su alcuni dei vasi di Saqqara sono stati individuati dei segni che dimostrerebbero che l'oggetto in questione è stato tolto dal tornio e poi riposizionato non correttamente, cioè non centrando esattamente l'asse di rotazione. 27: E' quanto, in effetti, si riscontra nella Grande Piramide, nella quale i massi più pesanti (10-15 tonnellate) sono posizionati ben in alto - a partire dal cinquantesimo corso di pietre - sopra quelli più piccoli e leggeri (da una tonnellata o poco più) dei livelli inferiori. Una delle più nuove, "eretiche" ed interessanti teorie a proposito della realizzazione di questa struttura è quella avanzata dall'ingegnere francese Joseph Davidovitz, secondo il quale i blocchi calcarei che costituiscono la Grande Piramide non sono in pietra naturale, ma artificiali, fabbricati sul posto con una sorta di cemento o calcestruzzo, e contengono acqua più del dovuto. Questa ipotesi - partita dall'affermato ritrovamento, all'interno di uno dei blocchi, di un capello umano, e supportata da svariate analisi e dal parere di diversi scienziati francesi - si basa anche su quanto si trova scritto nella cosiddetta "Stele della fame" o "della carestia". E cioè che il re Zoser aveva ricevuto dal dio Khnum, in sogno, le istruzioni per costruire la sua piramide e altri monumenti; tali istruzioni riguardavano sia il modello architettonico sia il materiale da costruzione, che per l'appunto sarebbe stato una miscela di vari minerali locali non tutti identificati (adeguatamente macinati e mescolati con una sorta di "betoniera"), che comprendeva probabilmente un qualche elemento indurente: forse, l'arsenico, un metalloide che, unito ad altre sostanze, produce una coagulazione rapida e resistente. Sarebbe, in effetti, l'"uovo di Colombo", in grado di risolvere in un colpo solo sia i problemi del taglio che quelli del trasporto delle pietre. Non sappiamo se tutte le componenti di quel materiale siano state identificate (o quanto meno se siano state identificate correttamente), ma sta di fatto che Davidovitz ha brevettato ed in seguito commercializzato un "geopolimero" ottenuto proprio da quella formula. Per parte sua, il fisico belga Guy Demortier, avendo rilevato anomalie nei blocchi di calcare sia per quanto riguarda la loro composizione chimica che la loro densità, inusualmente variabile, sostiene che in realtà questi sono costituiti da calcestruzzo ottenuto colando in casseforme di legno (del cui impiego sarebbero rimaste tracce) un miscuglio di ghiaia di calcare, acqua e nitrato di sodio. Ma ricerche in tal senso erano state per altro già anticipate dal biochimico tedesco Klemm. Altri ricercatori ed università americane, inoltre, affermano che 4000 anni fa anche i babilonesi - a ciò costretti dalla quasi totale mancanza di materie prime - fabbricavano pietra artificiale, ovverosia "basalto sintetico", fondendo in grandi fornaci, a 1200 gradi Celsius, i sedimenti fluviali. In base ai ritrovamenti di Mashkan-Shapir (sito archeologico a sud di Bagdad), sembra che i basalti da cui sono costituiti i manufatti di quella zona, a prima vista indistinguibili da quelli naturali, siano in effetti del tutto diversi da qualunque altro tipo di basalto noto, sia per composizione chimica che per struttura cristallina. 28: Christopher Dunn è un tecnico utensilista statunitense specializzato in ricerche ed applicazioni delle tecnologie laser ed a ultrasuoni. Ha pubblicato una serie di articoli ("Le progredite tecniche

59 59 degli Egizi") sull'ipotesi della lavorazione della pietra con ultrasuoni. Leggo a questo proposito in una rivista di settore che il "Jet Propulsion Laboratory" della NASA, a Pasadena in California, ha realizzato un apparecchio ultrasonico piccolo e leggerissimo che può penetrare le rocce più dure con pochissimo peso sulla punta e un bassissimo consumo di elettricità. Purtroppo però non posso dire che tale notizia mi sia di grande aiuto per quanto riguarda il problema che stiamo trattando. 29: Si tenga presente che alcuni dei mostruosi blocchi che compongono le spettacolari mura della fortezza di Sacsayhuaman giungono a sfiorare le 400 tonnellate. Davanti a quella fortezza Garcilaso de la Vega, uno storico al seguito degli spagnoli, rimase a bocca aperta, come racconta nei suoi "Commentari Reali degli Incas" descrivendola così: "può davvero sembrare incredibile a chi non l'ha vista. E ad altri può sembrare frutto di incantesimo..." 30: Scriveva attorno al 1650 nella sua "Storia del Cile" Padre Diego de Rosales, missionario della Conquista spagnola, di una pianta chiamata "pito", che cresce sulle montagne del Perù e della Bolivia. Gli indigeni ingerivano l'estratto delle sue foglie rosse per sciogliere i calcoli renali (lo stesso uso a quanto mi dicono veniva fatto anche da noi della nostra comune Portulaca). Un uccello che l'autore chiama "carpentiere" mangiava le foglie del "pito" per "purgarsi e per rinforzare il becco, con il quale poi può scavare anche il legno più duro". Inoltre, l'"uccello carpentiere" sfregava le foglie con movimento circolare sulle rocce per ammorbidirle e per scavarvi successivamente il nido. 31: L'Inti Huatana è la famosissima "Pietra del Sole" (o "dove si lega il Sole") che con il suo gnomone indica la data esatta di solstizi ed equinozi e serve da riferimento per i movimenti lunari. 32: Contatti intercontinentali in età remotissime sono cosa d'altronde confermata, per chi ha occhi per vedere, da una quantità di altri segni, e oramai sempre meno osteggiata anche dalla "cultura ufficiale". Ma non è questa la sede per trattare un tema così importante, del quale mi occuperò al momento giusto. 33: Del latice prodotto dalle foglie (foglie che gli animali non mangiano) dell'euphorbia dendroides L. o Euforbia arborea - che Galeno definiva "acre", "acutissimum", "causticum" e che "fortiter calfacit" - è noto il forte potere urticante. Veniva infatti (e forse ancora viene) popolarmente utilizzato, al pari di quello del fico, come acido per bruciare porri e verruche. Si narra che la maga Circe lo impiegasse come ingrediente nelle sue pozioni che trasformavano gli uomini in porci, e anche che in passato i pescatori di frodo lo usassero per stordire e catturare i pesci. Tale principio irritante pare tuttavia il solo punto di contatto con lo Shamìr: non solo difatti l'euforbia non manifesta alcuna delle altre sue straordinarie caratteristiche, ma - come dice Ginzberg - è tuttora presente in abbondanza nei climi caldi e aridi del Mediterraneo meridionale, mentre lo Shamìr, disponibile solo all'epoca della costruzione del Tempio, in seguito sparì per sempre. Segno che non era una specie locale, autoctona in Israele, bensì che venne appositamente importata, per quell'occasione, da altri climi. Introdotta ad hoc, adattata e coltivata per un periodo di tempo prestabilito. E' una delle tre possibili spiegazioni. Un'altra è che effettivamente il re Salomone si servisse di conoscenze e "lasciti" di origine mosaica, compresi i semi di quel prodigioso cespuglio, e di ciò parleremo fra poco. La terza è che quell'apporto fosse del tutto casuale: e cioè che uccelli migratori provenienti dal sud, dall'africa, possano avere incidentalmente trasportato al nord, nelle zone di nostro interesse (ed anche in altre) lo Shamìr, dando così origine alla leggenda del gallo cedrone ed a tutte le altre ad essa parallele. E volutamente non intendo addentrarmi qua nelle ipotesi "marca Sitchin" di che cosa in realtà fossero quegli "uccelli" (lui direbbe uomini-uccello, ovverosia astronauti): un argomento di certo molto affascinante, ma troppo vasto e lontano dal mio, e perciò lo lascio tutto a lui. Quello che qui mi preme sottolineare è l'evidenza che sia dal nostro àmbito che da quello delle altre civiltà vicine, dove ne sono state riscontrate le tracce sia letterarie che archeologiche, lo Shamìr - o chi per esso - a un certo punto scomparve, e perciò quella magica arte di lavorare la pietra senza usare metalli andò perduta. Più avanti cercheremo di capire il perché, ma per ora mi basta ribadire bene due concetti: il primo è che lo Shamìr era sicurissimamente una pianta, perché oltre tutto se no non si capisce che senso possa avere il mettere in guardia da una sua possibile confusione con l'euforbia (che di sicuro è un vegetale e non, per esempio, un verme ): il secondo è che con ogni probabilità quella pianta non faceva parte della comune flora mediterranea. Era una specie esotica, e occorreva

60 60 procurarsela intenzionalmente da altri lidi, e poi coltivarla volta per volta - probabilmente con difficoltà e certo con molte cure - per poterne usare a fini particolari le straordinarie caratteristiche. 34: La migliore dimostrazione dello scarso accordo esistente su questo celebre campionario di gemme sta nel fatto che, avendo consultato otto diverse edizioni italiane e straniere dell'antico Testamento, ho trovato di quell'elenco ben sei differenti varianti, o per l'ordine in cui le pietre sono riportate o per i nomi stessi loro attribuiti. A parte quelli già riportati nel testo, compaiono infatti una volta anche il CALCEDONIO, senza altre indicazioni, e in tre edizioni il LIGURIO, che proprio non sono riuscita a identificare (a meno che quel nome non stia per LIGURITE, nel qual caso sarebbe un nesosilicato solubile in acido solforico). 35: Penso proprio che non vi sarà sfuggita la connessione con quel "cesto di piombo pieno di crusca d'orzo" di salomonica memoria, nel quale il re ripose lo Shamìr sottratto al gallo selvatico. E neppure quella con la sorprendente bara di piombo in cui fu sepolto il patriarca Giuseppe, e che Mosè si portò poi appresso durante tutta la peregrinazione nel deserto (tema meglio trattato nel libro di cui in premessa: N.d.A.). 36: Il materiale da costruzione del Tempio di Salomone, per esempio, era, nella citazione di Giuseppe Flavio, un "marmo bianchissimo", cioè un tipo di dolomite (ovverosia un calcare) tenero ma che indurisce all'aria, di ottima qualità, molto fine e compatto, detto appunto "pietra reale". Si estraeva dalle "cave reali" o "cave di Salomone", appena fuori la terza cinta di mura di Gerusalemme, vicino alla Porta di Damasco. 37: L'indicazione costantemente ribadita nei midrashìm delle "Montagne dei Dormienti" come luogo selvaggio e isolato dove si sarebbe trovato lo Shamìr può far pensare: 1) che Salomone intendesse tenere nascosto a tutti il suo "vivaio", nel quale la pianta veniva coltivata; e 2) che il clima, o il terreno, o entrambi, delle montagne citate fossero i più confacenti all'acclimatazione e alla coltivazione di quella specie esotica. Ma delle misteriose "Montagne dei Dormienti", o "dei Veglianti" si parla spesso nelle più antiche tradizioni indoeuropee. Sarebbero quei luoghi segreti nei quali vivevano, in un lontanissimo passato, quegli esseri divini - o divinizzati - che avrebbero civilizzato la terra, e dove i loro superstiti discendenti si sarebbero poi ritirati abbandonando il genere umano al suo destino. Ma questa è un'altra storia. 38: Come ho già spiegato a proposito della teoria avanzata da Velikovsky e da qualche altro studioso, lascerei proprio perdere, e senza alcun rimorso, l'ipotesi che quegli effetti potessero essere provocati da un'improbabile proprietà radioattiva delle Tavole o dell'agente impiegato per lavorarle. E' vero che la radioattività colpisce ed ammazza sì la gente, ma in maniera molto diversa, e soprattutto - una volta che le radiazioni siano state assorbite dall'organismo - non recede, non è reversibile e continua per tutta la residua vita dell'individuo a fare danni. E tanto meno prenderei in considerazione l'uso di un primitivo laser, che con queste manifestazioni cliniche non ha proprio nulla da spartire. A titolo di informazione mi corre tuttavia l'obbligo di riferire che la radioattività in sé non è un fenomeno del tutto assente fra le molte cose "strane" che si possono trovare nel corso delle ricerche archeologiche svolte in Egitto. Non solo, infatti, alti valori di radon - emanazione radioattiva derivante dal radio sono stati riscontrati nei più antichi monumenti egizi (cosa, per altro, non di rado constatata in ambienti sotterranei isolati e chiusi), ma anche la pece (proveniente dal Mar Rosso e da alcune zone dell'asia Minore) e le bende usate per l'imbalsamazione delle mummie egizie presentano un discreto livello di radioattività. Il che però non ci autorizza a congetturare che l'impiego di sostanze radioattive a tale scopo fosse consapevole e voluto. Quanto all'uso del laser il già citato Dunn (e questo è proprio il suo specifico settore di competenza) non ha potuto rilevare nelle pietre egizie nessuna traccia di incisioni eseguite con tale tecnica. I miti egizi, per altro, affermano che le molte pietre di diorite trovate ad Abusir intorno al tempio di Sahura, che mostrano fori di trivellazione apparentemente eseguiti con trapani diamantati, furono tagliate da Seth. 39: Non saprei davvero come lo si potrebbe verificare, ma credo proprio che anche il più potente degli acidi, come l'acido fluoridrico, dopo molto tempo "svapori" e perda la sua forza aggressiva: avrà pure la sua "data di scadenza", e qui si sta parlando di secoli. Questo, se lo Shamìr veniva conservato, per esempio, sotto forma di pasta. Ma anche se si trattava dei soli semi della pianta, può

61 61 darsi che nel lungo periodo la loro germinabilità ne risultasse compromessa (tuttavia non è detto, perché si sono visti casi di antiche piante germogliate dopo millenni passati in un'asciutta oscurità). 40: Così pure neanche tra gli arredi del culto restituiti da Ciro agli ebrei, alla vigilia del loro ritorno in patria da Babilonia, lo Shamìr non c'era (e nemmeno i documenti scritti), se no di certo la Bibbia l'avrebbe detto. 41: Nel libro del quale la presente ricerca fa parte vengono confutate le ipotesi di Phillip Clapham (il quale sostiene che furono le Tavole stesse, che avevano proprietà radioattive, ad ustionare Mosè) e di Hancock (il quale deduce - sulla scorta di una fonte midràshica che narra che le seconde Tavole erano "permeate dal fulgore divino", mentre le prime invece no - che il Maestro distrusse quelle prime Tavole forse perché "tecnicamente imperfette". Il motivo, come nel volume viene spiegato, è invece tutt'altro). Hancock e Charroux, però, sono stati gli unici a notare l'anomalia del fatto che, mentre la prima volta la pelle della faccia di Mosè non risentì della sua frequentazione del Signore, solo dopo l'incisione delle nuove Tavole "splendeva", e poi non lo fece mai più, nonostante lui continuasse ad incontrarsi "faccia a faccia con Dio". 42: Quest'ultima nota avrebbe dovuto, nelle mie intenzioni, illustrare la reazione con la quale dall'acido fluoroacetico si può ottenere l'acido fluoridrico. A causa delle mie personali carenze scientifiche non è così, purtroppo, ma spero con tutta l'anima mia che qualcuno degli addetti ai lavori "mi umilii" ricostruendo quel procedimento. E che me lo faccia sapere, naturalmente. Vorrei aggiungere comunque qualche osservazione. Sembra di capire che con il termine "Shamìr" venisse indicato sia il "lascito" di Giuseppe e poi di Mosè (cioè i semi della pianta) che il "prodotto finito". L'acido fluoroacetico estratto dalle foglie della pianta si presenta come una polvere cristallina incolore, quindi non è di esso che si parla nella leggenda. L'acido fluoridrico invece (ricavato, nella mia ipotesi, dal primo), che solidifica a - 83,55 C, è liquido fino a +19,54 C (poi diviene gassoso). Il che mi fa supporre che, non essendo possibile disporne, come è evidente, sotto forma di solido, lo Shamìr "operativo" consistesse forse in una pasta ottenuta mescolando l'acido fluoridrico liquido con un qualche eccipiente minerale inerte, ma sappiamo che non ne vengono attaccati unicamente il piombo, il bronzo e l'oro. Era quello che si doveva "involtare in un panno e deporre in un cesto di piombo pieno di crusca d'orzo"? E l'elaborato "candelabro d'oro puro" di Mosè era forse, a suo modo, un alambicco? Riferimenti Bibliografici 1 AA.VV. - L'Antico Testamento - edizioni varie 2 AGREST MATEST - L'antico miracoloso meccanismo Shamìr 3 BINYAMIN DA TUDELA - Itinerario - Luisè CHARROUX ROBERT - Il libro dei segreti traditi - Ceschina CLAPHAM PHILLIP - Shamìr - in "C&C Review : 1 6 DUNN CHRISTOPHER - Le progredite tecniche degli Egizi - in "Hera" dal n. 11 al n FAWCETT PERCY - Operazione Fawcett - Bompiani FLAVIO GIUSEPPE - Delle antichità giudaiche - Sonzogno FLAVIO GIUSEPPE - Guerra giudaica - Mondadori FLINDERS PETRIE WILLIAM - Dieci anni di scavi in Egitto

62 62 11 FLINDERS PETRIE WILLIAM - Le piramidi e templi dell'egitto 12 FORBES R.J. - Studies in Ancient Technology - Leiden GINZBERG LOUIS - Legends of the Jewish - Jewish Publication Society of America GRAVES ROBERT- PATAI RAPHAEL - I miti ebraici - TEA GRIERSON RODERICK - MUNRO-HAY STUART - L'arca dell'alleanza - Mondadori HANCOCK GRAHAM - Il mistero del Sacro Graal - Piemme INGERSOLL ROBERT( ) - Some mistakes of Moses 18 KANNER ISRAEL ZWI - Fiabe ebraiche - Mondadori LIMENTANI GIACOMA - Gli uomini del Libro - Adelphi MOSCATI SABATINO - Antichi imperi d'oriente - Newton Compton PINCHERLE MARIO - Il Mosè proibito - Macro Edizioni ROSTAING MIRELLA - I misteri dei mondi - Mondadori SALKELD DAVID - Shamìr - in "C&C Review" : 1 24 SANTINI DE RIOLS - Le pietre magiche 25 SITCHIN ZECHARIA - Le astronavi del Sinai - Piemme TEOFRASTO - Historia plantarum 27 VELIKOVSKY IMMANUEL - Shamìr - in "Kronos" - VI: Lia Mangolini che, adolescente, ha vissuto qualche tempo in Israele, ha più tardi investito la sua preparazione classica in attività di divulgazione scientifica, ufficio stampa e relazioni pubbliche nel campo dell'educazione e della difesa ambientali, realizzando e curando mezzi mediatici di vario tipo per conto di enti pubblici e privati. Occupazioni che ha poi anticipatamente abbandonato per dedicarsi alla sua antica passione per l'archeologia e l'origine delle religioni, anche come membro del Centro Camuno di Studi Preistorici al cui lavoro editoriale e, sul campo, nel Sinai, ha partecipato. Visita paesi di remotissima civiltà cercandone le misconosciute connessioni, e crede fermamente nell'archeologia "eretica" o "di frontiera". Questo è il suo primo lavoro che viene pubblicato.

63 63 I luoghi che videro la "nascita" dell'homo Sapiens, secondo Spedicato...

64 64 L'Eden riscoperto: geografia, questioni numeriche ed altre storie (Emilio Spedicato) Questo saggio è dedicato: A mia zia Amelia Risso, i cui racconti sul Paradiso Terrestre nella mia infanzia inspirarono domande senza risposte allora, le cui risposte potrebbero ora trovarsi in queste pagine Ai popoli dell'afghanistan, terra dei fiumi che discendono dai monti del Giardino dell'eden. Possano vivere in pace, armonia e tolleranza fra di sé e con il mondo. Riassunto: L'Eden, il luogo dove furono creati Adamo ed Eva, è brevemente descritto nel Genesi, primo libro della Bibbia, e più ampiamente in più antiche fonti mesopotamiche. Qui consideriamo gli spunti geografici identificanti il Paradiso Terrestre presenti nel testo Biblico. Mostreremo l'esistenza di un preciso luogo dell'asia che soddisfa precisamente queste informazioni geografiche. Nel contesto di tale nostra ipotesi geografica proporremo una nuova interpretazione d'antichi simboli e modelli della cultura umana, inclusi i significati della svastica e dei punti cardinali nelle lingue di ceppo germanico. Prefazione "La collocazione del Paradiso Terrestre ha stimolato i curiosi e i teologi sin dalla prima lettura del testo biblico. Oggi, pochi studiosi sarebbero così ribelli o sconsiderati da affermarne la reale esistenza - e tanto meno da dire che fu il luogo da cui nacque il genere umano. Questo dice tutto sul modo di pensare degli studiosi odierni, in cui sembrano prevalere diffidenza e puro scetticismo... in questi tempi c'è così tanto timore nel proporre nuove idee in disaccordo con le vigenti opinioni accademiche che la maggior parte degli storici tende a evitare in tutti i modi di usare la propria immaginazione, e come risultato, il lettore interessato è lasciato ai prodotti dell'immaginazione delle precedenti generazioni. Quelli nel mondo accademico che osano proporre nuove interpretazioni sono spesso derisi dai propri colleghi precisamente perché usano intuizione ed immaginazione nel tentativo di rispondere a cavillosi problemi storici". Quelle sopra sono citazioni da Rohl [11]. Questo saggio è il tentativo di una persona appartenente al mondo accademico, sebbene al ramo scientifico e non umanistico, di rispondere alla domanda "dove" riguardante il Giardino dell'eden. La nostra risposta è il prodotto di interessi personali in geografia e storia antica sviluppati sin dalla prima età, ormai per quasi 50 anni. La risposta che proponiamo per quanto ci consta è una nuova identificazione del "dove", che concorda in modo impressionante con i dati geografici presenti nel Genesi, generalmente considerati abbellimenti. 1. Introduzione La Bibbia (con questo nome ci riferiamo a quello che i Cristiani chiamano "Vecchio Testamento"), libro sacro per Ebrei, Cristiani e Musulmani, contiene una vastità di informazioni storiche, geografiche e di natura non teologica. La Bibbia ha raggiunto i nostri tempi attraverso diversi canali di trasmissione, basati sul fatto che i testi sacri sono sopravvissuti presso comunità di Ebrei separate geograficamente in diverse parti del mondo. La più famosa è la cosiddetta versione rivelata, conservata dalle tribù di Giuda e Beniamino, deportate in Mesopotamia da Nebuchadnezzar nel 587 A.C.; si pensa che questo testo sia stato redatto nella sua versione attuale dal grande sacerdote Esdra, che guidò le due tribù dopo che

65 65 Ciro il Grande concesse loro di lasciare Babilonia. Il testo originariamente messo insieme da Esdra conteneva solo consonanti. Le vocali furono aggiunte un millennio più avanti, durante l'espansione islamica, dalla cosiddetta scuola rabbinica dei Masoreti; così fu stesa quella che oggi viene chiamata Bibbia di Gerusalemme. Ricopiare vecchi testi per farne dei duplicati era un lavoro curato con estrema attenzione, tanto che gli errori non potevano essere corretti ma il foglio intero doveva essere ricopiato completamente. L'impressionante accuratezza nella trasmissione del testo biblico è stata confermata dalla scoperta di diversi libri della Bibbia negli scavi di Qumran. Per esempio tra i primi quattro papiri scoperti da beduini e portati nel 1947 al vescovo siriaco - ortodosso Yeshue Samuel, c'era una copia integrale del libro di Isaia, in 54 colonne di 30 linee. Il più antico manoscritto di Isaia allora noto faceva parte della cosiddetta Bibbia di Leningrado, del IX sec. D.C., scritta un millennio dopo. I due testi erano virtualmente identici. Va notato però che quando i Masoreti vocalizzarono il testo consonantico della Bibbia, l'ebraico era una lingua morta da circa 1000 anni, pertanto è lecito aspettarsi la presenza di errori nella vocalizzazione. Il professore Kamal Salibi [1,2,3] è l'autore della tesi, dimostrata prevalentemente con argomenti geografici, che la Terra del Latte e del Miele, dove Abramo abitò dopo aver lasciato Ur dei Caldei (circa A.C.) e dove vi ritornò Mosè dopo l'esodo (evento che insieme a Velikovsky [4], Rohl [5], James [6], Bimson [7] e Patten [8] collochiamo nel 1447 A.C.), non era la Palestina, bensì la regione tra la Mecca e lo Yemen, chiamata adesso Asir. In questo contesto e servendosi dell'arcaica forma di arabo tuttora parlato nell'asir egli ha arguito che alcune vocalizzazioni proposte dai Masoreti non sono corrette. Inoltre si potrebbe sospettare che la vocalizzazione corretta e originale e quindi anche la capacità di interpretare l'antico testo consonantico, sia stata influenzata, per quanto riguarda le antiche tribù di Giuda e Beniamino, dall'assassinio dei sacerdoti ordinato da Manasse, prima della deportazione in Mesopotamia, quando questo re per un certo tempo ritornò al politeismo (secondo Hancock [9] un piccolo gruppo di sacerdoti sopravvisse, raggiungendo l'isola egiziana di Elefantina e portandosi dietro l'arca dell'alleanza, che più tardi finì in Etiopia). Questa perdita di continuità nel clero delle tribù di Giuda e Beniamino, quelle che poi si insediarono in Palestina una volta affrancate da Ciro il Grande, e che poi diedero origine alla diaspora nell'impero Romano, potrebbe spiegare i molti problemi affrontati dai primi traduttori della Bibbia in greco (la versione dei Settanta databile verso il 250 A.C.). Potrebbe inoltre spiegare parzialmente la differenza tra quest'ultima e le altre versioni, p.e. la Vulgata latina (dovuta a San Girolamo, dell'inizio del V sec. D.C.: San Gerolamo studiò l'ebraico in tarda età servendosi del determinante aiuto di un amico rabbino) e della Bibbia di Gerusalemme, basata su tradizioni rabbiniche. Ci sono altre versioni della Bibbia, redatte forse prima della versione canonica di Esdra, forse basate su tradizioni indipendenti delle altre 10 tribù d'israele, deportate nel 722 A.C. dal re assiro Sargon II in un luogo che più tardi collocheremo in una parte dell'afghanistan (secondo Salibi, l'asir è la terra delle 10 tribù; da questa terra alcuni avrebbero potuto evitare la deportazione fuggendo per via marina ed originando quindi una diaspora su una scala molto maggiore di quella successiva all'interno dell'impero romano). Tra queste versioni sono incluse la Bibbia Samaritana e le versioni etiope ed armena. Tuttavia, parlando in generale, le differenze tra le varie versioni sono trascurabili, sebbene in qualche caso possano essere importanti (per esempio nel numero di anni fra la creazione di Adamo e il Diluvio). Inoltre in alcune versioni alternative vengono considerati canonici alcuni libri esclusi dalla redazione dei Settanta (p.e. il libro di Enoch). A parte le riportate considerazioni sulla corretta lettura del testo biblico, ci si deve quasi stupire che il testo del Genesi - usualmente attribuito a Mosè, quindi avente circa 3500 anni, e più probabilmente basato su tradizioni assai più arcaiche (di oltre 7500 anni fa, se, dando retta ai testi etiopi o samaritani, collochiamo Adamo circa nel 5500 A.C.) - contenga nomi geografici tuttora identificabili e in certi casi sopravvissuti con trascurabili cambiamenti fin quasi ai nostri tempi.

66 66 La Bibbia è un testo che da informazioni in diversi campi. Nel mondo occidentale la sua attendibilità non è stata messa in dubbio per un tempo molto lungo, addirittura nel senso letterale delle traduzioni disponibili, che, come fatto notare, sono per lo meno soggette al problema della corretta vocalizzazione. Durante l'illuminismo molte affermazioni bibliche iniziarono ad essere rifiutate (incluse ad esempio quelle sulle "pietre cadenti dal cielo", fenomeno ammesso dagli astronomi solo nella seconda metà del XIX secolo). Oggigiorno perfino presso gli esegeti delle chiese cristiane si attribuisce abbastanza comunemente alla Bibbia autorità esclusivamente morale o teologica, mentre i fatti raccontati sono considerati essere esclusivamente di valore simbolico o allegorico, vedasi la seguente affermazione di Borgonovo [10]: Il principio su cui si basa la prima parte del Genesi (Capitoli 1-11) ha caratteristiche abbastanza speciali. Non ha basi scientifiche, ma è una riflessione "sapienziale" attraverso un linguaggio mitico... La principale conseguenza per l'interpretazione di questo testo è che non siamo in grado di passare direttamente dal racconto biblico ad una convalida storica per esempio sull'unica origine del genere umano, sull'arca di Noè, sul diluvio.... Nel Genesi guardiamo esclusivamente ad una formulazione mitico - simbolica degli eventi vissuti da Israele. Altri studiosi, comunque, per esempio Velikovsky [4] e Rohl [5, 11], hanno dato grande valore alla Bibbia come testo storico, affermando che molte difficoltà in apparenti incongruenze con altre storie derivano da un'errata cronologia adottata dagli storici dell'egitto, ancorata ad un anno sotico fissato erroneamente. In questo saggio trascureremo le questioni cronologiche, trattando essenzialmente lo specifico problema della collocazione dell'eden. La Torah (il Pentateuco) contiene circa 2000 toponimi, la maggior parte dei quali dovrebbero riferirsi alla Palestina o a zone vicine. Ma la maggior parte di essi non è localizzabile nei posti dove dovrebbero essere o, se si riesce, appaiono spesso associati a caratteristiche locali che variano da quelle descritte nel testo biblico. Questo è il rebus geografico che ha portato Salibi ad identificare la Terra del Latte e del Miele con l'asir, sull'altopiano dell'arabia sud-occidentale, dove si può identificare la maggior parte dei toponimi citati e inoltre tali luoghi vi appaiono con le caratteristiche geografiche descritte nella Bibbia (incidentalmente, una nostra ricerca, [13], sulla distribuzione degli ebrei nel 1175 AD basata su un libro di Beniamino di Tudela, conferma la tesi di Salibi). L'informazione geografica sull'eden nel Genesi è limitata, ma precisa e specifica. Lo dimostreremo nelle prossime sezioni. Prima discuteremo di alcune precedenti identificazioni dell'eden, in particolare di quella di Rohl [11] e di Salibi [1]. Faremo notare che tali identificazioni hanno una debole aderenza al testo biblico. Poi daremo la nostra identificazione, che, a quanto ne sappiamo tuttora (sebbene abbiamo letto solo una piccola parte della letteratura di questo campo) è nuova. Alla fine, considereremo alcune naturali conseguenze sull'interpretazione di antichi simboli e usi. Inoltre, interessanti indizi appariranno sui retroscena dell'esodo. 2. I dati geografici sull'eden nel Genesi Qui diamo le informazioni sull'eden in 4 diverse traduzioni. Dalla Biblia Sacra, Justa Vulgatam Clementinam (denuo editerunt complures Scripturae Sacrae Professores Facultatis Theologicae Parisiensis... Typis Societatis S. Joannis Evang., Parisiis, 1927) Genesi II, Plantaverat autem Dominus Deus paradisum voluptatis a principio; in quo posuit hominem quem formaverit. Produxitque Dominus Deus de humo omne lignum pulchrum visu et ad vescendum suave; lignum etiam vitae in medio paradisi; lignumque scientiae beni et mali. Et fluvius egrediebatur de loco voluptatis ad irrigandum paradisum, qui inde dividitur in quatuor capita. Nomen

67 67 uni Phison; ipse est qui circuit omnem terram Hevilath, ubi nascitur aurum; et aurum terrae illius optimum est; ibi invenitur bdellium, et lapis onychinus. Et nomen fluvii secundi Gehon; ipse est qui circuit omnem terram Aethiopiae. Nomen vero fluminis tertii, Tygris; ipse vadit contra Assyrios. Fluvius autem quartus, ipse est Eufrate... IV, Posuitque Dominus Cain signum, ut non intericent eum omnis qui invenisset eum. Egressusque Cain a facie Domini, habitavit profugus in terra ad orientalem plagam Eden. Da The Art Bible, London, George Newnes, 1896 II, And the Lord God planted a Garden estward in Eden; and there he put the man whom he had formed. And out of the ground made the Lord God to grow every tree that is pleasant to the sight and good for food; the tree of life also in the midst of the Garden, and the tree of knowledge of good and evil. And a river went out of Eden to water the Garden; and from thence it was parted, and became into four heads. The name of the first is Pison; that is it which compasseth the whole land of Havilah, where there is gold. And the gold of that land is good; there is bdellium and the onyx stone. And the name of the second river is Gihon; the same is it that compasseth the whole land of Ethiopia. And the name of the third river is Hiddekel: that is it which goes east of Assyria. And the fourth river is the Euphrates. IV, and the Lord sat a mark upon Cain, lest any finding him should kill him. And Cain went out of the presence of the Lord, and dwelt in the land of Nod, on the east of Eden. The above edition at page 5 has a map of the Eufrate or Eden district, where "the most probable Region of the Paradise" is identified with the central part of the Mesopotamian plain, the Hiddekel is identified with the Tigris, the Euphrates is also called The great river, the Pison e Gihon are identified with two distinct outlets of the Tigris and Euphrates, Cush or Ethiopia is collocated within present Khuzestan, while Havilah is identified with the desert to tle south of the Euphrates. Da La Sacra Bibbia, Edizione Ufficiale della CEI, 1974 (San Paolo, 1985) II, Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiamava Pison; esso scorre intorno a tutto il paese di Avila dove c'è l'oro e l'oro di quelle terre è fine; qui c'è anche la resina odorosa e la pietra d'onice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d'etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l'eufrate. IV, il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato. Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden. Da The Holy Scriptures, Hebrew and English, The Society for Distributing Hebrew Scriptures, University Press, Cambridge (circa 1990) - Stesso testo in God's Breath, Sacred Scriptures of the World, Marlowe and Company, 2000 II, And the Lord planted a Garden eastward in Eden; and there he put the man he had formed. And out of the Garden made the Lord God to grow every tree that is pleasant to the sight and good for food; the tree of life also in the midst of the Garden, and the tree of knowledge of good and evil. And a river went out of Eden to water the Garden; and from there it was parted and became into four heads. The name of the first is Pishon; that is which compasseth the whole land of Havilah, where there is gold. And the gold of that land is good; there is bdellium and the onyx stone. And the name of the second river is Gihon; the same is it that compasseth the whole land of Ethiopia. And the name of the

68 68 third river is Hiddekel; that is which goes towards the east of Assyria. And the fourth river is the Euphrates. IV, and the Lord set a mark upon Cain, lest any finding him should kill him. Then Cain went out of the presence of the Lord, and dwelt in the land of Nod, on the east of Eden. Da quanto riportato possiamo ricavare le seguenti informazioni geografiche: Esiste una regione, chiamata Eden, associata a 4 fiumi. Nella sua parte orientale c'è un giardino, chiamato anche Paradiso nelle citate versioni della Vulgata e dei Settanta, pieno di alberi belli e utili (tra cui 2 veramente particolari). Nelle traduzioni il primo fiume è chiamato PHISON/PISON/PISHON. Useremo Pishon. Contorna i bordi di una regione denominata HAVILATH/HAVILAH/AVILA, useremo Havilah, ricca di oro, onice e di un materiale chiamato bdellium, a quanto si dice "un materiale resinoso profumato". Nelle traduzioni il secondo è chiamato GEHON/GIHON/GHICON, useremo Gihon. Nelle traduzioni la terra cui confina viene chiamata Etiopia, sebbene il nome originario sia CUSH/KUSH nel testo Masoretico. La sua identificazione con l'etiopia risale al lavoro di Giuseppe Flavio Antichità Giudaiche, dove il regno africano di Kush, di cui se ne ha traccia nel sud d'egitto già dal XX sec A.C., si credeva fosse il Cush del Genesi, da qui la successiva identificazione del Gihon col Nilo, credenza comune in Etiopia. Il terzo fiume è chiamato TIGRIS o HIDDEKEL (oppure HINDEKEL in altre traduzioni), useremo Hiddekel, il nome nel testo Masoretico. Già dall'antichità questo fiume è stato associato al Tigri mesopotamico, ora chiamato Dicle in Turchia, Dijlah in Iraq. Si aggiunge che scorre ad est dell'assiria (più esattamente, di Ashur, nel testo masoretico). Il quarto fiume è chiamato Eufrate, il nome classico del più lungo fiume mesopotamico, che adesso attraversa Turchia, Siria, Iraq col nome Firat in Turchia, al Furat in arabo. Questo fiume è tradotto in Rohl [11] con Perath. Nella versione ricevuta la traslitterazione consonantica è NHR PRT. Sinteticamente, dal Genesi ricaviamo le seguenti informazioni geografiche essenziali: Una regione, EDEN, da cui sgorgano 4 fiumi. Un "giardino" o "paradiso" ben irrigato, ad est di essa, ricco di alberi fruttiferi. I nomi di 4 fiumi, con la nota che uno di essi scorreva ad est di una regione denominata Ashur. I due fiumi Pishon e Gihon bordano rispettivamente terre chiamate Havilah e Kush. Ulteriori informazioni geografiche dell'eden esistono sepolte nell'immensa letteratura del Talmud, del Midrashim, delle antiche leggende ebraiche, nei commentari cristiani e mussulmani e in particolare nei testi della creazione mesopotamici, che generalmente si ritiene essere i testi ispiratori del Genesi (sebbene si potrebbe accettare il fatto che per quanto sia il Genesi e che i testi sumeri e accadici descrivano i medesimi eventi, tuttavia si possano basare su tradizioni indipendenti). Non abbiamo tuttora effettuato una ricerca seria su queste informazioni ausiliarie. Comunque due informazioni da queste fonti sono qui riportate. Nel libro di Ginzberg [17] Leggende sugli Ebrei i quattro fiumi sono identificati con il Gange, Nilo, Tigri e Eufrate, e si afferma che hanno una fonte comune sotto l'albero della vita. Si identifica il Giardino dell'eden con il luogo per il quale le anime dei defunti devono passare prima di raggiungere la loro destinazione finale. Per ovvie ragioni geografiche non si può accettare questa identificazione. Ma le seguenti affermazioni saranno interessanti più avanti:

69 69 ad Adamo fu concesso di nutrirsi solo dei frutti del proprio campo. Solo dopo il diluvio di Noè fu eliminata la proibizione di mangiare carne. In fonti sumere (tavoletta W-B/144, vedi Sitchin [40]) si sostiene l'esistenza di una città, chiamata Bad Tibira, centro metallurgico, locata nell'edin (E-DIN, casa dei virtuosi, secondo Sitchin; secondo altri il termine significherebbe terreno stepposo oppure giardino elevato). E' molto verosimile che il sumerico Edin e l'eden biblico siamo le medesime regioni. A Bad Tibira fu portato il cadavere del dio Dumuzi, amato da Inanna, per il quale sembra ci fu un processo di imbalsamazione. Il corpo poi fu posto in un reliquario su una lastra di lapislazzuli, vedasi Sitchin [19]. Bad Tibira è inoltre menzionata nella lista dei re sumeri (anche da Berosso, citato in Apollodoro e Solino) come una delle 5 città prediluviane (le altre erano Eridu, Larsak, Sippar e Shuruppak), governate da 8 re antidiluviani di longevità straordinaria (per anni totali; 3 re a Bad Tibira regnarono anni). In questo saggio non tratteremo di tali questioni cronologiche (che in modo abbastanza affascinante ci porterebbero vicini all'anno di nascita della coppia dalla quale pare l'attuale intero genere umano discenda, in base a recenti analisi cromosomiche). Qui facciamo semplicemente notare che i sumeri affermavano di essere arrivati nel luogo che noi chiamiamo Sumer da una lontana terra ad est, chiamata Dilmun, dove avevano vissuto prima del diluvio. Da ciò sembrerebbe naturale collocare le 5 città antidiluviane da tutt'altra parte della Mesopotamia; quindi le città mesopotamiche identificate con tali nomi sarebbero città postdiluviane cui i nomi antichi furono riattribuiti. 3. Sull'identificazione del paradiso terrestre proposta da Salibi e Rohl Tralasciando il (ragionevole) presupposto che i dati geografici sull'eden nel Genesi siano "simbolici" o "abbellimenti", in questa sezione considereremo due serie proposte recenti sulla posizione geografica del Paradiso Terrestre. Premettiamo che antichi tentativi di identificazione, come quello di Giuseppe Flavio o quello nelle citate Leggende degli Ebrei, fanno capo ad assurdità geografiche, comprensibili considerando la scarsa conoscenza del globo terrestre di allora, in particolare dell'interno dei continenti. L'identificazione dell'eden con una parte della pianura del Tigri-Eufrate in Iraq, data nella citata Art Bible e ancora in Iraq ritenuta vera tra la gente (più precisamente lo si indica nel punto in cui i due fiumi s'incontrano per formare lo Shatt-el-Arab; lì vi fu costruito perfino un hotel, chiamato The Garden of Eden Resthouse, vedasi Heyerdahl [21]) è probabilmente collocata con la scoperta avvenuta nel XIX secolo delle rovine di antichissime città delle civiltà sumeriche e accadiche, città che si credevano le più antiche della storia. Lì Adamo come Homo Sapiens doveva essere stato creato. Ora considereremo la proposta fatta Salibi [2] nel cap. XIX del suo libro La Bibbia viene dall'arabia, che sviluppa ulteriormente le rivoluzionarie tesi, proposte in [1], che la Terra del Latte e del Miele assegnata ad Abramo fosse nell'asir. Salibi identifica il Giardino dell'eden con l'oasi di Junaynah, lungo il Wadi Bishah, nella parte orientale dell'asir, latitudine 20 20' N, longitudine 40 55' E. L'oasi fu visitata nei primi anni trenta da Philby, che descrisse poi alcune rovine abbandonate, vedi [22]. Il Wadi Bishah, mostrato per esempio a pag. 33 del Times Atlas of the World, Edizione Completa 1974, ha la sua sorgente nelle alte montagne dell'asir, circa 150 km a sud di Junainah, sfociando nel deserto sabbioso del Rub-al-Khali, a circa 300 km ad est dall'oasi. Un numero di fiumi, o meglio uadi, il più lungo dei quali è attualmente è il Ramiah e Tathlith, lo congiunge alla parte orientale dell'oasi. Usando ampiamente la trasformazione linguistica chiamata metatesi, Salibi propone le seguenti identificazioni dei nomi del Genesi.

70 70 Il Pishon con il Wadi Tabalah, il cui nome biblico sopravvive nel villaggio Shufan vicino alle sue sorgenti. Il fiume Havilah con Havalah, dove fu trovato oro nell'antichità, probabilmente l'area mineraria citata nella descrizione dell'arabia di Strabone. Salibi propose inoltre che "carnelian" sia la corretta traduzione della forma ebraica H-SH-M, usualmente tradotta con onice, mentre "bdellium", in ebraico B D L H, sarebbe stata la cosiddetta gomma balsamo della Mecca, prodotta dalla pianta Commiphora Mukul. Il Gihon (G H N in ebraico), che scorre intorno alla terra di Kush (K W SH in ebraico) è identificato con il Wadi Bishah, di cui uno degli affluenti è ancora chiamato Wadi Juhan. Cush è identificato con il villaggio Kuthan. L'Hindekel (H D Q L in ebraico) sopravvive nel nome del villaggio Al Jahdal, vicino alla foce del Wadi Tindahah, che inizialmente scorre ad est del villaggio Bani Thawr (T W R), questo ultimo nome da lui identificato con la forma ebraica SH W R, tradotta di solito Ashur/Assiria. L'Eufrate, in ebraico N H R P R T, è identificato col Wadi Kharif, P R T venendo associato, per metatesi, col nome del villaggio Al Tafra (T P R al luogo di P R T). Il nome Eden (D N) sopravvive in quello dell'oasi Adan (D N), mentre l'oasi Junaynah (G N Y N, diminutivo di GN) conserva il nome Giardino (G N in ebraico). La terra di Nod (in ebraico N W D, terra di vagabondaggio, di nomadismo, di senzaterra) sarebbe quindi l'arida zona ad est dell'oasi di Junaynah, prima di raggiungere il mare di sabbie sterili del Rub-al-Khali. La proposta di Salibi offre molti spunti sui luoghi geografici relativi all'eden, in aggiunta ad un'intelligente identificazione delle località. In ogni modo riteniamo che l'identificazione che proporremo poi sia più soddisfacente poiché: Abbiamo 4 grandi fiumi, tutti aventi la sorgente nella stessa medesima montagna, e che da essa fluiscono in quatto direzioni diverse, di cui solo uno verso est. La geografia di Salibi ha un solo fiume moderatamente lungo, il Gihon, ovvero il Wadi Bishah, che scorre in una direzione prevalentemente orientale e che ingloba le acque degli altri fiumi, abbastanza corti. Possiamo inoltre proporre, almeno per alcuni dei nomi geografici, una spiegazione molto interessante del loro significato originario, che per giunta chiarifica molti aspetti della storia e delle tradizioni antiche. Siamo d'accordo con Salibi che l'asir fosse molto probabilmente la Terra del Latte e del Miele. Sotto quest'identificazione è verosimile che le persone che lì si stanziarono con Abramo, che veniva da Ur dei Caldei in Mesopotamia (non necessariamente la Ur sumerica; forse la Ur Kasdim sull'eufrate superiore; Ur era un nome abbastanza diffuso) vi portassero i nomi dei propri luoghi sacri e quindi ridenominassero con quelli i nuovi territori, tentando di rispettare i precedenti orientamenti topologici. Quasi sicuramente erano venuti dalla Mesopotamia superiore, ovvero dell'anatolia orientale, dove nomi associati all'eden esistevano se l'identificazione di Rohl, discussa nel successivo paragrafo, è corretta. Il processo di ridenominazione di nuovi posti è tipico della storia di molti popoli emigrati. Si veda per esempio la monografia di Vinci [23], dove in base a ragioni geografiche (e climatologiche) si afferma in modo convincente un'origine baltica dei Greci e una collocazione scandinava degli eventi descritti nell'iliade e nell'odissea. Considereremo ora l'identificazione dell'eden proposta da Rohl [11], all'interno di un alquanto grandioso tentativo di identificare le figure bibliche con figure corrispondenti mesopotamiche. L'ipotesi di Rohl usa svariate idee inizialmente sviluppate Walker [24]. E' la seguente.

71 71 Il fiume N H R P R T è il mesopotamico Eufrate. Il fiume Hiddekel è il Tigri. Il Gihon è identificato con il fiume Arasse, dell'anatolia orientale, la cui sorgente si trova presso Erzurum, a nord del lago Van, e che si versa nel Caspio. Questa identificazione è sostenuta con evidenze storiche: nell'viii secolo una parte di questo fiume era chiamata Gaihun e perfino nel XIX secolo i Persiani lo chiamavano ancora Jichon-Aras. Il Pishon è identificato con il fiume Uizhun, che sorge dal vulcano estinto Kuh-i-Sahend, a sud di Tabriz, un nome linguisticamente correlato con Pishon attraverso la sostituzione della U con la P, trasformazione localmente attestata per altre parole (p.e. il villaggio chiamato una volta Uishteri, ora Pisdeli). La terra di Cush, delimitata dal Gihon, è identificata con la Cossea, che secondo gli antichi geografi si trovava da qualche parte presso il Caspio; si nota anche che il passo che vi arriva da Tabriz attraversa una catena montuosa chiamata Kusheh Dagh, vale a dire montagna di Kush. La terra di Havilah è identificata con la regione Anguran legata al fiume Uizhun, nota per essere stata un tempo sede d'estrazione d'oro e pietre dure. Il Paradiso è identificato con la pianura ad est del lago Urmiah, dove la città di Tabriz è collocata, circondata da monti ed irrorata dal fiume Adji Chaiy. La terra di Nod è identificata con la regione montuosa ad est di Tabriz, vicino alla città di Ardebil, dove si trovano una città chiamata Noadi e un villaggio chiamato Noqdi. Inoltre vicino ad Ardebil c'è la città Helabad, già Kheruabad (sede dei Kherus?), che potrebbe rappresentare un collegamento con i Cherubini, che difendevano il confine orientale dell'eden. Globalmente, la regione dell'eden nell'identificazione di Rohl, dove sorgono i 4 fiumi, corrisponde con una parte dell'armenia classica (ora, dopo l'eliminazione della maggior parte della popolazione armena da parte di turchi e curdi all'inizio del XX secolo, questa terra è in buona parte inglobata nel Kurdistan e nell'azerbaijian). Rohl inoltre appoggia l'identificazione della terra chiamata Aratta nelle fonti sumeriche, che era ricca d'oro e lapislazzuli, con la pianura Miyeoah a sud del lago Urmiah, parte dell'armenia storica, in questa generale identificazione dell'eden. Identifica il vulcano Sahend con la "Montagna delle riunioni" delle divinità sumeriche. Come per le identificazioni di Salibi, anche la teoria di Rohl è corredata da validi argomenti, certamente indicanti che alcune caratteristiche geografiche locali furono nominate associandole all'eden biblico. Ma ancora pensiamo che tali nomi furono dati da una popolazione che era emigrata e che intendeva conservare nomi della terra lasciata. Le principali obiezioni alla identificazione geografica di Rohl sono le seguenti: Il Genesi presenta i 4 fiumi come originatisi dallo stesso luogo. Come anche Rohl osserva, l'ebraico Rosh (testa) si riferisce ad una foce, non ad un estuario. Questo punto sarà discusso più ampiamente avanti, chiarificando la questione delle 4 sorgenti. Ora, i fiumi identificati da Walker e Rohl non hanno sicuramente un'origine comune. Infatti, usando ad esempio la cartina 37 del citato Times Atlas, stimiamo le seguenti distanze tra le loro sorgenti: - circa 160 km tra le sorgenti del Tigris-Askar, dalle montagne di Hakres Daglan, e la fonte del Firat-Kara, nel Kargapazari-Dagy. Per giunta le due montagne da cui tali fiumi si dipartono sono separate dell'importante valle del fiume Murat, che viene da nord del lago Van.

72 le sorgenti del fiume Aras sono in verità molto vicine a quelle dell'eufrate (FuratKara), una appena a circa 10 km dalla sorgente del Kara a nord di Erzurum, pertanto di nuovo a circa 160 km dal Tigris-Askar. l'uizhun (anche chiamato Qezel Owzan) sorge dal vulcano Sahend, che dista oltre 500 km dalle sorgenti degli altri 3 fiumi, dalle quali è poi separato da un complesso di valli e depressioni, incluse quelle dei laghi Van e Urmiah. Il luogo proposto per il Giardino, vale a dire la terra piatta attraversata dal fiume Adji Chay, ha circa dimensioni 80 x 40 km, pertanto, pur essendo circondato da montagne, non da proprio l'impressione di un paradiso come una "valle racchiusa", come mi era manifesto quando visitai Tabriz. Inoltre è abbastanza probabile che una sua gran parte fosse coperta dalle acque fino a pochi millenni orsono; il presente lago Urmiah, molto salato, è probabilmente il residuo di un lago molto maggiore che esistette per buon parte dell'olocene, parte del cui antico letto è evidente nel sale che ricopre le pianure vicine. I quattro fiumi considerati fluiscono tutti generalmente verso est, mentre nel Genesi solo Hiddekel va ad est, il che fa pensare che gli altri si dirigano verso altre direzioni. Infine i 4 fiumi, o più precisamente la loro sorgente, sono associati con l'irrigazione del Giardino. Nell'identificazione di Rohl ciò avviene con un fiume diverso, l'adji Chay. 4. Eden ad Est: verso una convalida dei dati geografici del Genesi Eden ad Est è il titolo di un libro recente di Oppenheimer [25], un medico con interessi in archeologia ed origine delle civiltà. Il libro sottolinea l'importanza dell'asia sudorientale circa le origini della nostra civiltà, una regione geografica in buona parte inondata dopo l'innalzamento dei livelli oceanici che seguì lo scioglimento dei ghiacci dell'ultima glaciazione, circa nel 9500 A.C. (trascurando minori glaciazioni-deglaciazioni successive). Oppenheimer afferma che molti elementi delle antiche civiltà, che attualmente si pensa originari dall'egitto o dal Medio Oriente, possano avere un'origine più remota, nel lontano oriente. Sebbene non andiamo così lontano come lui (ma riguardo all'eden Oppenheimer non propone alcuna particolare identificazione, considerando "abbellimenti" i dati geografici), noi collochiamo il Paradiso Terreste definitivamente ad est, rispetto alle usuali collocazioni mediorientali. Proponiamo un luogo ben preciso, vicino al cuore dell'asia, dove quattro fiumi importanti nascono dalla stessa montagna, dove tre imponenti catene di montagne s'incontrano, con strade naturali che si dirigono verso le altre parti del continente. L'identificazione proposta venne all'improvviso alla mente di questo autore durante una notte del marzo Avevo finalmente trovato il tempo di leggere il libro di Rohl, Leggenda, la Genesi della civiltà, che avevo comprato direttamente dall'autore nel novembre 98, in una delle riunioni londinesi organizzate da Andrew Collins, autore di importanti lavori sull'origine della civiltà. Avevo già letto il primo libro di Rohl, La Bibbia, dal mito alla storia, con immenso fascino, quasi non riuscendo a interromperne la lettura. Lo avevo comprato in una libreria alla York University, dove stavo seguendo una conferenza di matematica, e il libro fu letto nella settimana della conferenza, durante le notti e in treno per Edimburgo. Non ero stato in grado di leggere il secondo libro per oltre un anno, durante il quale, tra l'altro, avevo lavorato ad un saggio su una nuova collocazione dei viaggi di Gilgamesh, vedi Spedicato [15]: Prima tappa, nella valle di Hunza, nell'alto Kashmir, che identificai come la terra citata come "Libano", dove Gilgamesh uccise Humwawa e da cui portò un cedro, che giudicai essere un Cedrus Deodara, e non un Cedrus Libanotica.

73 73 Seconda tappa, alle sorgenti del Fiume Giallo, dove identificai il Monte Mashu con la catena Anye Machin, montagna tuttora sacra per la locale popolazione Ngolok. I due viaggi sopra citati indicano chiaramente una connessione tra la Mesopotamia ed il cuore dell'asia, la regione dove potrebbe essere collocato Dilmun, la terra ad oriente da cui i Sumeri affermavano essere venuti dopo il diluvio. Quando, leggendo Rohl, giunsi all'identificazione dei quattro fiumi da lui proposta, presi il Times Atlas e ne controllai la posizione. Fu immediatamente chiaro che i fiumi non condividevano un'origine comune, tranne l'eufrate e l'arasse. Allora guardai una mappa su ampia scala dell'asia Centrale, la carta 27. Non era visibile alcun sistema di 4 fiumi aventi origine dalla medesima montagna. Detti infine uno sguardo alla mappa della valle di Hunza nell'articolo del National Geographic 1985 scritto da McCarry, che mi aveva procurato informazioni utili sugli Hunza. Lì era la risposta! Quattro fiumi che scendevano da una grande montagna che separa la valle di Hunza, in Pakistan, dalla valle di Wakhan, in Afghanistan. Quattro grandi fiumi, uno che finisce oltre 2000 km ad est, nel deserto di Lop Nor, un altro che termina oltre 2000 km ad ovest nel mar d'aral, due che fluiscono prevalentemente a sud, unendosi alla fine delle montagne e confluendo come Indo nell'oceano Indiano oltre 2000 km a sud. Tre di questi fiumi hanno le sorgenti a pochi km l'una dalle altre, quella del quarto un po' più lontana; tutti e quattro i fiumi raccolgono l'acqua dalle nevi e dai ghiacci di uno stesso massiccio, la loro sorgente (la Montagna della Riunione? La Montagna degli Dei?). Nel paragrafo successivo discuterò dettagliatamente l'identificazione da me proposta dei dati geografici del Genesi. Poi proporrò alcune possibili conseguenze di tale teoria, in termini di nuovi significati correlabili a simboli molto antichi e ad antiche tradizioni umane. 5. Gihon e Kush identificati Identifichiamo il Gihon con il fiume che esce dalla parte orientale della valle Wakhan, sotto il passo Vahir Lo che porta in Cina, nella parte est della provincia Badakhshan dell'afghanistan (il "dito" che l'afghanistan punta verso la Cina, tra il Pakistan - la provincia Hunza del Kashmir- e il Tajikistan -la Autonoma Regione Badakhshon, vedasi la Nelley Map, ISBN ). Non lontano dalla sorgente citata, il fiume si ingrossa con l'apporto dell'oksu/aksu, che viene dal Tagikistan Badakshon (una regione dove l'antico Saka è tuttora parlato in alcuni villaggi isolati); prosegue per la valle Wakhan con il nome Wakhan, da lì per circa 1000 km fa da confine tra Afghanistan e Tagikistan, fluendo con il nome Panj in un grande cerchio con una stretta valle tra alte montagne. Entra nella pianura turanica vicino alla città chiamata Panj, non lontano da rovine di una città greca. Lì prende il nome di Amu Darya e dopo un migliaio di km entra nel lago d'aral. Letti di fiumi essicati, lungo uno dei quali si trova la città di Khiva, un tempo importante, ora quasi abbandonata, indicano che non molti secoli orsono l'amu Darya finiva nel Caspio. Il fiume entra nel pianura turanica molto ricco di acqua. Quest'acqua è oggigiorno quasi completamente utilizzata per l'irrigazione dei campi di cotone, con conseguente disseccamento del lago d'aral. In età classica il fiume era noto come Oxus, che in sanscrito significa "grande acqua". Costituiva la divisione naturale tra la regione di Turan, terra di cavalieri, e quella dell'iran; le ricorrenti guerre tra le due aree, la prima abitata principalmente da nomadi, la seconda da popolazioni sedentarie, costituisce l'argomento centrale dell'epica iraniana Shahnameh di Ferdowsi. L'identificazione del fiume Amu Darya-Panj con il Gihon è basata sull'osservazione che in tutte le mappe anteriori al XX secolo da me osservate il nome Gihon, e non Panj, è dato al fiume nella parte montagnosa del suo bacino. Vedasi ad esempio la Mappa 47 nell'atlas Compendarius Quinquaginta Tabularum Geographicarum Homanniarum... Norimberga

74 74 anno 1752, dove il fiume è indicato come Gihon in mezzo alle montagne, diventa Amu alla loro fine, vicino alla citta di Amu/Amol (spesso citata nello Shahnameh), e riprende il nome di Gihon prima di sfociare non nell'aral, ma nel Caspio. Appare col nome Gihon o Amu nella mappa 35 del Nouvel Atlas Portatif, par le Robert de Vaugondy, 1762, dove il fiume ora sfocia nell'aral (il sopracitato Homann Atlas è una tarda edizione di un famoso atlante apparso alla fine del XVII secolo, pertanto sospettiamo che lo spostamento della foce dal Caspio all'aral sia capitato tra il 1650 e 1750). Appare con il solo nome Gihon nella mappa dell'asia del Nuovo Atlante di Geografia Universale in 52 carte, del Cav. Luigi Rossi, Milano, Batelli e Fontana, Nell'Atlas Classique de la Géographie, par V. Monin, Paris, , sulla mappa 18 appare col nome Amou Deria per la parte occidentale, Djihoun invece per quella orientale. La città di Khiva è presente, assente quella di Amu/Amol. Il fiume sfocia nell'aral, ed è anche mostrato il letto secco che si dirige verso il Caspio. Pubblicato agli inizi del XX secolo, l'atlas de Géographie Moderne, Paris, Hachette, 1914, presenta, nell'abbastanza dettagliata mappa 4, la città di Khiva ad una certa distanza a sud del fiume, la città di Amu/Amol non appare più, il fiume è nominato Amu Darya nella pianura, Peji e Wakhan sulle montagne. Così appare che dopo il 1850, con l'arrivo delle potenze europee in Asia centrale e la tendenza a rinominare luoghi con criteri burocratici al luogo dei nomi tradizionali, seguendo lo stile ispirato dalla Rivoluzione Francese, due nomi antichi spariscono, quello della città di Amu/Amol, e del fiume chiamato Gihon, sostituito da Panji or Panja. Che il fiume chiamato Oxus in tempi classici mantenesse il nome biblico Gihon o alcune sue varianti fino a tempi recenti ci è noto anche, p.e., dal Novum Lexicon Geographicum, Philippus Ferrarius, Patavii, MDCXCVI, dove alla voce Oxus leggiamo: Oxus fluvius est Sogdianae, quem Arabes Gichonem vocant, cuius memeruit Achmed Gueraspi filius in Themiris historia, eumque Ghaion, Gihon et Iihum vocat. Also in the Abrégé de Géographie di Balbi, Paris, 1842, leggiamo (p. 716):... l'amou-darya (l'oxus des anciens, dit aussi Djihoun...)... Le Syr-Darya (le Jaxarte des anciens), dit aussi Sihoun.... Poiché Syr-Darya significa "fiume o mare di leoni", quanto sopra suggerisce che la sillaba ON in Gihon, e per estensione in Pishon, possa significare fiume. Inoltre G H N in ebraico significa "qualcosa che si piega, che gira", il che si accorda perfettamente con la grande curva che il Gihon fa attraversando le montagne. Quindi proponiamo Gihon = fiume del (gran) giro. Spostiamo ora la nostra attenzione al nome Amu Darya, che è dato alla parte inferiore del fiume, tra le montagne e l'aral (o il Caspio). "Darya" è una parola turca, usata anche in persiano, significante essenzialmente "mare" (Darya ye Khazar, "Mare dei Khazari", è l'attuale nome persiano per il mar Caspio); è comunque attribuito anche a grandi fiumi. E' ora legittimo chiedersi se il significato "mare", ovvero una assai grande distesa d'acqua, risalga ad una diversa antica configurazione della regione del Turan. Tale regione, come anche altre grandi parti dell'asia centrale - le più importanti il bacino del Xinjang e la maggior parte dell'altopiano tibetano, ma anche considerevoli parti di Iran e Afghanistan - non dispongono attualmente di uno sbocco sull'oceano, fatto probabilmente vero per tutto l'olocene. Ci sono pertano laghi senza sbocco, alcuni grandi come il Caspio, altri più piccoli come l'aral, il Balkash, l'hamun..., solitamente salatissimi, e inoltre ci sono vaste distese salate, ciò che rimane di precedenti distese d'acqua, ora completamente essiccate (tranne per trasformarsi in acquitrini salati durante periodi di forti piogge). Il processo di disseccamento, ora fortemente accentuato dallo sfuttamento delle acque per l'irrigazione, vedasi il drammatico esempio dell'aral, continua da diversi millenni. Questo fenomeno naturale è causato dallo scompenso tra l'acqua versata dai fiumi e quella che scompare per evaporazione. Ora, lasciando da parte una recente diminuzione delle piogge, ci si deve spiegare come vennero a formarsi bacini d'acqua molto grandi. Una spiegazione naturale è che si formarono all'improvviso durante eventi catastrofici non molti millenni fa, quando depressioni interne, isolate dagli oceani,

75 75 vennero riempita ad un livello assai maggiore di quello preesistente dato dall'equilibrio tra le perdite dovute all'evaporazione e l'acqua naturalmente raccolta dal bacino locale. Eventi catastrofici capaci di riempire depressioni interne sono ondate tsunamiche provenienti dagli oceani, dovute per esempio ad impatti con asteroidi, vedasi [43], o a rapidi cambiamenti dell'asse terrestre, vedasi Barbiero [44] o Woelfli e Baltensperger [45], o perfino ad arrivi d'acqua da fonti extraterrestri (p.e. comete). Ora c'è una forte evidenza che i bacini interni all'asia Centrale furono assai più estesi in passato. Per esempio fonti letterarie come lo Shahnameh descrivono la regione del Sistan, ora un vero e proprio deserto con il lago Hamun prossimo ad estinguersi, come una ricca prateria piena di selvaggina, la riserva di caccia preferita di Rostam; fu nel terzo e nel secondo millennio A.C. una delle aree maggiormente sviluppate al mondo, con grandi città, che erano centri di commerci e di lavorazione di metalli. La mappa della regione iranico-turanica nell'atlante di Tolomeo, di circa 2000 anni fa e di cui sopravvivono tarde copie, mostra un grande mare Caspio non separato dall'aral, che sembra essere incorporato nel Caspio, e la cui maggiore lunghezza è nella direzione est-ovest, non sud-nord come oggi. Sebbene le mappe antiche non rispettino gli attuali standard di accuratezza, la regione era sicuramente ben nota a mercanti e viaggiatori e fu a lungo sotto controllo dei persiani, il cui sistema di comunicazione era ben organizzato con stime di distanza abbastanza precise tra i diversi punti di sosta delle carovane. Pertanto sembra abbastanza improbabile un errore di tale portata. La più forte conferma che l'asia Centrale poche migliaia d'anni fa fosse molto più ricca d'acqua d'oggi è stata ottenuta di recente dall'analisi di foto da satellite. Per esempio queste hanno mostrato che il deserto di Takla Makan, ora una distesa di dune alte oltre 200 metri, era un mare interno d'acqua dolce alla fine dell'ultima glaciazione, profondo più di un migliaio di metri, vedi Ryan e Pittman [18], che citano il lavoro del geomorfologo turco Erol Orguz. Tali ritrovamenti aprono una nuova prospettiva sulla nascita delle civiltà. Infatti i deserti dell'asia Centrale, dove gli scavi archeologici sono stati in passato quasi inesistenti, ora stanno iniziando a fornire reperti stupefacenti, vedasi Mallory e Mair [27], e potrebbero aver visto nascere civiltà antecedenti anche Sumer e l'egitto. Magari le relazioni descritte da Hummel [28] come "tracce di Eurasia nell'asia Centrale" in futuro potrebbero essere note come "tracce di Asia Centrale in Eurasia". Le considerazioni di sopra offrono pertanto un certo peso all'ipotesi che, diciamo nel 5500 A.C., il periodo al quale la storia di Adamo potrebbe essere collocata, seguendo la cronologia per esempio della Bibbia Samaritana (questa data corrisponde anche all'inizo del calendario etiopico), il fiume Gihon, alla sua uscita dalle montagne, sarebbe molto presto confluito in un vasto mare interno incorporante il Caspio e l'aral e ricoprente molta della pianura turanica. Un vero mare pertanto, da chiamarsi propriamente il mare di Adamo, se si possa considerare Amu una forma contratta di Adamu, e se il tragitto preso da Adamo dopo la sua espulsione dall'eden, nel seguito letterale del racconto del Genesi, lo portò ad ovest, verso il sole cadente, via il Wakhan e la stretta valle del Gihon. Possiamo allora ipotizzare che Adamo si sia fermato ai piedi della montagna, di fronte al grande mare che ora si è ritirato; inoltre si potrebbe ipotizzare che lo specifico luogo dove si stabilì all'inizio fosse dove la città storica di Amu/Amol era collocata. Ora parleremo degli altri elementi del Genesi associati al Gihon, ovvero del territorio di Kush, circondato dal Gihon. L'identificazione di Kush è abbastanza ovvia nel nostro contesto. E' la catena montuosa appena a sud del Gihon/Pandji, chiamata tuttora Hindukush, una delle tre grandi catene montuose, col Pamir e il Karakorum, che s'uniscono nel massiccio che separa la valle di Hunza dalla valle di Wakhan, da cui hanno origine i quattro fiumi dell'eden secondo la nostra ipotesi. La parola Kush si può facilmente interpretare dal verbo kushtan, che in persiano e sanscrito, significa "uccidere". E' pertanto il "luogo dell'uccisione". Quale uccisione tuttavia? Di nuovo,

76 76 secondo un'interpretazione letterale del testo del Genesi, l'uccisione di Abele è la principale ipotesi, e questa identificazione è rafforzata dal significato che troveremo per l'altra regione nominata nel Genesi come Havilah. E' inoltre facile, crediamo, spiegare come mai il nome Kush fu ad una certo tempo cambiato in Hindukush e perché si trovi anche a sud dell'egitto un territorio Kush, il che ha portato poi alla comune traduzione di Kush come Etiopia e all'identificazione di un ramo del Nilo con il Gihon, sostenuta dagli etiopi e dai copti. La nostra spiegazione, se corretta, inoltre illumina alcuni aspetti dell'esodo e della vita di Mosè. Si veda l'appendice 1. La parte dell'afghanistan delimitata dall'antico Gihon ha oggi il nome di Badakshan. Ci si domanda se questo nome derivi da antichi toponimi. Possiamo vederlo come una forma contratta di Badakushstan. Ora "stan" significa "terra di", "kush" è stato discusso, ma quale significato per "bada"? Come abbiamo ricordato precedentemente, Bad Tibira è una delle cinque città prediluviane nominate nei testi sumerici, un centro di lavorazione di metalli (rame e oro) e di pietre. Ivi il corpo di Dumuzi fu imbalsamato e posto su una lastra di lapislazzuli. I sumeri venivano da Dilmun, una terra ad est, e di conseguenza dovevano avere portato informazioni su città prediluviane collocate ad est, e non nel Medio Oriente, (Mesopotamia), dove le città furono ricostruite assegnandovi i nomi antichi di città più ad est. Ora, ogni territorio ricco di fiumi non sfruttati è probabile abbia oro nel letto di questi, e l'afghanistan è tuttora un produttore di rame. Lapislazzuli sono stati estratti per tempi immemorabili da un'unica miniera nel mondo, localizzata nel Badakshan, la Famosa Montagna Blu. Questi elementi fanno pensare che Bad Tibira era probablimente collocata nel Badakshan e che il suo nome sia entrato in parte del nome di tale regione. L'Afghanistan del nord, inoltre, fu chiamato Bactria in tempi classici, nome le cui componenti consonantiche sono molto simili a quelle di Bad Tibira. 6. Hiddekel identificato A pochi km dalla sorgente dell'amu Darya da noi individuata nasce un altro fiume, che discende la ripida valle del passo di Mintaka/Minteke, si unisce ad un'altro fiume proveniente dal passo di Vahgir, prosegue ad est per circa 50 km, gira a nord per circa 70 km, poi fluisce in una direzione prevalentemente est-est-nord prima con il nome di Tashkurgan, poi Yarkhand, poi Tarim, finendo nelle vastità del deserto di Lop Nor, a circa 2000 km in direzione est-est-nord dalla sua sorgente. Come Yarkhand attraversa il deserto di Takla Makan (il nome significa tu entri, ma non esci. Sven Hedin fu il primo esploratore occidentale ad attraversarlo da sud a nord, a mala pena evitando di morir di sete; alcuni anni dopo fu anche attraversato da Aurel Stein nella più difficile direzione nord-sud), dove è spesso completamente secco. Come Tarim definisce il confine nord del Takla Makan, fiancheggiando il lato sud della catena del Tien Shan (o Tengri Tagh, Monti del Cielo), dalle cui cime elevate (oltre 6000 m) diversi fiumi apportano le loro acque. Il passo di Mintaka, altezza 4709 m, è uno di quelli associato con il ramo meridionale della Via della Seta, che collega la Cina all'india, utilizzato già da diversi millenni. Il nome del fiume nell'attuale parte cinese del passo non appare nei soliti atlanti o mappe per turisti, ma si trova nel Mappa di viaggio culturale per la strada della seta, prodotta da Viaggi dell'elefante, agenzia viaggi fondata dai fratelli archeologhi Dutrot, Roma, Ivi appare come Mingt'ieh-kai Ho, dove Ho è fiume in cinese, e il resto è virtualmente Minteke. Riteniamo che il nome Minteke sia ciò che rimane oggi del nome del fiume Hiddekel del Genesi, per i seguenti motivi:

77 77 Il fiume Minteke-Yarkhand-Tarim ha una sorgente prossima a quella del Gihon/Amu Darya e una direzione prevalentemente orientale. C'è una considerevole somiglianza consonantica i due nomi M NT K, H DD K L, considerando che i nomi tendono ad accorciarsi col tempo (così L risulta assorbita), di piccole variazioni nelle consonanti doppie per rinforzarne il suono, che sia T e D sono consonanti dentali. Non sappiamo quale sia il significato originario di Hiddekel/Minteke (comunque, seguendo un suggerimento di D'Ausser Berrau, li correleremmo con l'accadico Deputo, ovvero depressione geografica; il fiume finisce davvero nella depressione del Lop Nor, sotto il livello del mare). Il fatto che l'hiddekel fosse chiamato classicamente, nel contesto mesopotamico, Tigri, che è il nome latino della tigre, incuriosisce. Infatti non c'è evidenza dell'esistenza di tigri in Mesopotamia durante il periodo sumerico-babilonese, mentre c'erano elefanti, leoni, leopardi. Pomponio Mela spiegò l'origine del nome con una presunta grande velocità delle acque del fiume, il che è vero solo per quanto riguarda il tratto anatolico, dove la pendenza media è superiore a quella del più lungo Eufrate. Ma le tigri esistettero fino al XX secolo nella regione turanica (le famose tigri dell'aral, dell'amu Darya e del Mazandaran) e forse anche fino all'inizio di questo secolo in Zungaria, secondo Lattimore [29], e nella regione del Lop Nor, vedasi Hedin [30]. Le tigri prosperano nei canneti, abbondanti dove il fiume raggiungeva la terra piatta della regione del Taklamakan. Potrebbero esserci state tigri nelle aree paludose del Shatt-el-Arab prima del Diluvio, ovvero prima dell'arrivo dei Sumeri; se fu così probabilmente non sopravvissero alla grande alluvione tsunamica che venendo dal golfo persiano devastò le pianure della Mesopotamia. Quindi un'associazione dell'hiddekel/mintaka con il Tigri sembra essere un'interessante possibilità. Qui si potrebbe aggiungere che il nome del fiume Indo, chiamato localmente Sindh/Sundh da almeno 2000 anni, si debba associare con il nome Singh, il più comune cognome presso i Sikhs, e con Senge, il nome tibetano della sua principale sorgente dal il lato nord della montagna sacra Kailas; ambedue significano leone. Con tale osservazione, la terra dell'eden sembra essere collocata a sud della terra delle tigri e a nord di quella dei leoni, un luogo sicuro tra terre pericolose. Un'altra osservazione degna di nota è che Mintaka appare come Al Mintaka nel nome di una delle tre stelle centrali della costellazione di Orione, quelle che rappresentano la sua cintura (la cui possibile associazione con le tre grandi piramidi, in termini di simile allineamento, distanza angolare e luminosità relativa, è stata proposta da Bauval e Gilbert [31]). Al Nilam è il nome di un'altra delle tre stelle, correlabile con il fiume Nilo; ma non sappiamo se un fiume possa essere associato alla terza stella, Al Nitak (a meno che, per metatesi ed apocope, questo possa essere l'antico Tanai, l'attuale Don, che per gli antichi divideva l'asia dall'europa). Infine discutiamo l'affermazione del Genesi che l'hiddekel "va ad est di Ashur", Ashur essendo tradotto di solito con Assiria. Già Salibi ha rifiutato tale soluzione. Non sappiamo con certezza come spiegare il passaggio, ma il nostro pensiero è questo: ASH potrebbe essere la radice della parola ASIA, usata in tempi classici per indicare la parte occidentale dell'attuale Asia, ma che ha una interessante collocazione nell'asia Centrale Tibetana nel regno di A-ZHA, vedasi ad esempio Hummel [32] o Deshayes [33]. UR potrebbe avere lo stesso significato che in sumerico, ovvero città. Quindi il nome potrebbe riferirsi ad una città di Ur dell'asia, qui intesa come "Asia Centrale", da mettere in opposizione con una Ur nello Shinar/Sumer (nel Medio Oriente si possono individuare molte Ur, p.e. Ur Kasdim in Anatolia, una fortezza chiamata Ur citata da Ammiano Marcellino nella regione di Edessa...). Così se era stata conservata la memoria di una precedente antica Ur nel cuore dell'asia, questo potrebbe spiegare perchè il Genesi

78 78 specifichi che Abramo partì da Ur dei Caldei (e a quale delle Ur del Medio Oriente si riferiva l'autore del Genesi?). Tentativamente suggeriamo come candidato per Ash-Ur l'antica e strategicamente collocata città di Tashkurgan, altezza 3200 m, dove il Mintaka cambia nome in Tashkurgan e incomincia la sua principale direzione verso oriente. Si potrebbe ulteriormente arguire che Tashkurgan significa Porta pietrosa di accesso (Tash) ai monti (kur) del Giardino dell'eden (gan). 7. Pishon ed Havilah identificati Identifichiamo Pishon con il fiume le cui sorgenti sono a sud ovest del massiccio che separa Wakhan dalla valle di Hunza, nell'attuale Chitral, provincia del Pakistan. Il fiume ora ha diversi nomi, associati con le città capitali delle provincie da cui passa. Nel corso superiore il nome è Yarkhun, poi Mastuj dopo la città di Mastuj. Dopo Chitral entra nella provincia dell'afghanistan di Konar con il nome di Darya-ye-Konar. Vicino a Galalabad (prima trascritto come Jalalabad, antica residenza invernale dei re afgani) si unisce al fiume Kabul. Come Kabul rientra in Pakistan dopo circa 80 km, una ventina di km a nord del passo di Khyber (come mi informò il prof. Petech, anticamente le carovane seguivano il letto del fiume, non il passo di Khyber). Fluisce circa 20 km a nord di Peshawar e raggiunge l'indo vicino a Attock. Dall'analisi della mappa BALTIT, NJ 43-14, U502, revisione 1962, scala 1: , identifichiamo con il ghiacciaio Chiantar la sua sorgente, circa 100 km ad ovest del passo di Mintaka, dove il Mintaka/Hiddekel hanno le loro sorgenti. Tra le sorgenti dello Yarkhun e quelle del Mintaka giace la catena montuosa che separa Wakhan dal bacino di Hunza. Circa il 20% di questo massicio è ora coperto da ghiaccio, secondo la mappa citata; l'altezza della catena è prossima ai 6000 m, con alcuni picchi, come Sakar Sar, prossimi ai 7000m. Diversi piccoli fiumi si gettano nel Gihon superiore, attualmente chiamato Abi-iWakhan, alcuni con sorgenti appena pochi chilometri distanti da quelle dello Yarkhun. La parte sud della catena porta le sue acque al fiume Hunza anche qui tramite svariati affluenti minori, p.e. il Ribai-Karambar, le cui sorgenti si trovano appena sotto quelle dello Yarkun, o il Chapursan, che le ha a metà tra lo Yarkhun e il Mintaka. La nostra identificazione del fiume Yarkhun-Mastuj-Konar-Kabul con il Pishon è basata su questi argomenti: E' uno dei 4 grandi fiumi che fluiscono fuori dal massiccio che separa le valli di Wakhan e Hunza. Due sono stati identificati tramite considerazioni linguistiche e gli attributi geografici loro associati (vicinanza a Kush, direzione verso est). Il NHR PRT sarà identificato con speciali considerazioni geografiche. Pertanto questo fiume è identificato per esclusione. L'antico nome Pishon è completamente scomparso nelle denominazioni attuali, che riteniamo essere d'origine relativamente recente. Non siamo stati in grado di ottenere documentazione circa i nomi antichi. La regione attraversata dal fiume è una delle più selvagge ed isolate nelle montagne tra l'india e l'asia Centrale. La valle del fiume è stretta, quasi un canyon, d'accesso difficile fino a poco tempo fa, e anche ora la strada esistente è spesso chiusa per frane. L'area è stata abitata fino a tempi recenti da fiere popolazioni che resistettero all'introduzione dell'islam. Perciò fu chiamata Kafiristan, terra degli infedeli, e spesso condottieri musulmani vi condussero sanguinose spedizioni. Il nome Kafiristan era ancora presente nelle mappe dell'afghanistan fino alla metà del XX secolo ed era anche usato per la regione del Pakistan ad ovest del Chitral-Drosh nel Times Atlas del 1974 (dove, casualmente, parte del Mastuj è chiamato Chitral). Quindi siamo alla presenza di una regione dove antiche tradizioni sono state attaccate e distrutte in misura considerevole (una parte, comunque, potrebbe sopravvivere nel segreto di tradizioni familiari), con conseguenze non solo nell'ambito religioso, ma anche nelle denominazioni geografiche.

79 79 Una traccia della radice P-SH si può trovare in una serie di casi interessanti: 1 - Nel nome della città di Peshawar, che tradizionalmente viene tradotta "città (awar) del confine", il che suggerisce la traduzione "confine" per P-SH. 2 - Nel nome Pashtun di uno dei principali gruppi etnici del popolo afgano. Dovrebbe essere notato, con riferimento al ragionamento riportato sotto, che il linguaggio pashtun ha diverse parole vicine all'ebraico, si veda Kersten [46], e che gli stessi Pashtun affermano di discendere da tribù ebraiche. 3 - Nel nome della regione Pashai, vicino al restringimento del fiume Kunar, sulla quale si veda Thesiger [35]. Ora parleremo del nome della regione associata nel Genesi al Pishon, la terra chiamata di nome Havilah. Il suffisso AH nei linguaggi semitici appare in diversi nomi di regioni geografiche, per esempio Aravah (la regione tra il Mar Morto e il Golfo di Aqaba) oppure Tihamah (la parte inferiore sud occidentale dell'arabia, tra Habi e Jizan). Pertanto possiamo proporre Havilah = terra di Havil. Ora "Haveel" sta per "Abele" in arabo (Hevel in ebraico), il nome del secondogenito di Adamo. Pertanto, con meravigliosa concordanza con la storia presentata nel Genesi, abbiamo identificato Kush con la terra, a sud del Gihon, dove Abele fu ucciso, e Havilah, a nord ovest del Pishon, con la terra che fu presumibilmente colonizzata per prima da Abele. Se l'ipotesi è corretta, potremmo forse vedere una sopravvivenza del nome Havilah in quello di Hazarah, un territorio così chiamato sino a tempi recenti sia ad est che ad ovest di Kabul, si veda riguardo Thesiger [34], e in alcune parti del Kashmir pakistano. Potremmo anche supporre che Havilah riappare nella Bibbia come una delle tre caratteristiche della terra dove Sargon II deportò le dieci tribù di Israele, una terra chiamata Halah, con una città chiamata Habor e un fiume chiamato Gozan. Halah appare come una versione ridotta per apocope di Havilah, Gozan come una variazione di Gihon, e Habor con semplici mutamenti fonetici diventa Kabol, il nome persiano di Kabul. Infine, un indizio interessante per collocare Abele, che addomesticò la pecora, in Afghanistan è ricavato dalla recente scoperta, vedasi Ryan e Pittman [18], che tutte le pecore domestiche nel mondo discendono da una varietà selvatica originaria dell'afghanistan. Questa scoperta è basata su sofisticate analisi genetiche. La storia di Caino e Abele riguarda un contrasto tra Caino, che osservò la proibizione di uccidere animali, che da fonti esterne al Genesi si dice fosse una legge data ad Adamo, e Abele, che aveva trovato una ragione apparente per scavalcare il divieto, usando le pecore per cibarsene e farne sacrifici graditi a Dio. Una domanda intrigante: fu davvero Abele colui che per primo addomesticò la pecora selvaggia dell'afghanistan, da cui discendono le varietà attualmente allevate? Si noti che una risposta affermativa non significherebbe comunque che pecore non fossero state addomesticate prima, fatto documentato in reperti risalenti ad almeno l'8000 AC. Solo significherebbe una migliore qualità delle pecore addomesticate in Afghanistan, che avrebbero successivamente sostituito quelle addomesticate precedentemente, secondo un processo ben comune nella storia economica. 8. Eufrate, il Fiume della Frutta, e il Giardino dell'eden Manca l'identificazione del quarto fiume, quello di solito tradotto con Eufrate o Perath. Il nome consonantico biblico è NHR PRT. NHR può essere vocalizzato Nahar/Nahal, che sta per "fiume" in arabo ed ebraico, quantunque più avanti discuteremo un'altra possibile traduzione. PRT si può ad esempio vocalizzare con: Perath, ovvero fertilità Parot, ovvero vacche

80 80 Pirot, ovvero frutti. Appare impossibile fornire un valido argomento per scegliere definitivamente una tra le vocalizzazioni proposte. Riteniamo che, in un certo senso, il nome racchiuda tutti e tre i significati, avendo pertanto un generale riferimento alla fertilità, alla produzione di cibo, in particolare di frutti, caratteristiche del Giardino dell'eden. A questo punto l'identificazione di NHR PRT con il fiume Hunza nel nord del Kashmir pachistano può essere sostenuta con le seguenti argomentazioni: Il fiume Hunza nasce dallo stesso massiccio che separa la valle di Hunza dalla valle di Wakhan. Come Kilik-Mintaka, quest'ultimo nome applicato nell'ultima decina di km, nasce nella parte occidentale del passo di Mintaka, dal ghiacciaio Gul Kwaja Ulwin, appena qualche chilometro dalle sorgenti del Gihon e del Mintaka; come Chapurjan nasce da un sistema di ghiacciai, nel massiccio di Koz, praticamente connesso con il ghiacciaio Chantar che da origine al fiume identificato con il Pishon. Come fiume Hunza bagna una delle valli più interessanti al mondo, quella di Hunza, tra i 1700 e 2400 m d'altezza, di popolazione nel 1981, nel La valle di Hunza presenta molte caratteristiche straordinarie, si veda ad esempio [35] e [36]: È un luogo ricco d'ortaggi e frutta, tra cui venti varietà d'albicocche (insieme a prugne, uva, pere, mandorli, con alcune varietà del tutto locali); la popolazione prima dell'apertura della strada del Karakorum nel 1978 era principalmente vegetariana, e sopravviveva d'inverno con frutta secca, passando svariate settimane con un apporto calorico minimo prima del raccolto estivo. C'è una varietà locale di mucca nana, presente anche nel Wakhan, che produce poco latte e localmente è usata per trasporto di carichi, essendo molto abili nel salire per pendii molto ripidi. La popolazione si è convertita all'islam solo alla fine del XIX sec., molti aderiscono alla setta ismaelitica guidata dall'agha Khan. La lingua locale, burushashki, è un linguaggio molto particolare e complesso, a quanto pare senza parentele con altre lingue al mondo, e da cui nemmeno risultano apporti nelle lingue al di fuori della valle. La popolazione è sempre stata notata per la sua generale salubrità e longevità (tipicamente oltre i 100 anni - molti sopravvivono quasi fino ai 120 anni); la gente raggiunge la vecchiaia con vista ed udito ancora eccellenti; gli uomini sono rinomati per dare figli fino all'età avanzata. La valle di Hunza declina dolcemente verso la sua parte disabitata, tra Sikandarabad e Ainabad. Il fiume Hunza fluisce in un letto profondo, che separa la valle in due parti, con differenti stili di vita. E' circondata da alte montagne, spesso superiori ai 6000 metri, che culminano a 7789 metri nella cima piramidale, ricoperta di ghiaccio, del Rakaposhi, montagna sacra per gli Indù. Tali alte montagne definiscono una alta cinta naturale per le terre della valle (paradiso, giardino cintato!). Queste montagne non ostacolano troppo i raggi solari, poichè la parte coltivata della valle si estende nella direzione est-ovest, un fatto che insieme con la latitudine abbastanza meridionale (circa 40 ) assicura molte ore di sole. Il passaggio da Hunza a Gilgit, a sud, verso la piana dell'indo, è difficile, via un canyon assai scosceso dove le frane sono frequenti. Prima dell'apertura negli ultimi anni settanta della strada del Karakorum, per raggiungere Gilgit ci volevano circa 2 settimane a cavallo o a mulo sullo strapiombante sentiero che l'amministrazione inglese aveva tracciato quando la zona entrò sotto il suo controllo alla fine del XIX sec., si veda al riguardo Stein [41].

81 81 I suddetti argomenti consentono di affermare che la nostra ricerca del Giardino dell'eden ha ottenuto un'eccellente soluzione: abbiamo infatti trovato una terra molto ricca, circondata da alte mura naturali (un "paradiso"), isolata, irrigata da uno dei quattro fiumi aventi la sorgente dallo stesso massiccio. Concludiamo questa sezione con una considerazione sulla frase del Genesi tradotta di solito "un fiume irrigava il Giardino, da lì si divideva in 4 fiumi di testa". Nella geografia reale terrestre un fiume può dividersi in vari rami in due casi: o in un'estuario di tipo delta, che non sembra però essere il caso in questione, dal momento che il termine "testa" si riferisce a sorgenti, oppure su una terra molto piatta, dove i rami si riuniscono dopo un po', cambiano dopo episodi stagionali di alluvione e sono pertanto effimeri. L'unico caso di un fiume le cui acque si può dire fluiscano in due direzioni diverse è il fiume Casiquiare, nella provincia venezuelana di Amazonas, un fiume di circa 200 km che unisce l'orinoco con il bacino del Rio delle Amazzoni (più precisamente con il Rio Negro). Un fiume che si divide in 4 parti, scorrenti in 4 direzioni diverse, sembra una impossibilità. Questo rebus ha comunque una facile soluzione: infatti NAHAR significa anche "nevaio, ghiacciaio". La catena montuosa da cui i quattro fiumi del Genesi hanno origine nel nostro scenario è molto alta, con ampia copertura di ghiaccio. Probabilmente in passato i ghiacciai erano più imponenti. Pertanto affermiano che la sorgente dei quattro fiumi fosse non un altro fiume, bensì un unico nevaio o ghiacciaio. 9. Sull'uscita di Adamo dal Giardino dell'eden Potremmo fare un'ipotesi ragionevole sul tragitto preso da Adamo dopo essere stato scacciato dall'eden, sempre sul presupposto di considerare il racconto del Genesi basato su eventi realmente accaduto. Un'analisi della geografia della regione dove la valle di Hunza è collocata suggerisce quanto sotto: Il tragitto verso sud, per esempio seguendo i fiumi Gilgit e Indo, era probabilmente troppo difficile, in quanto fino ad un secolo fa richiedeva l'uso di sentieri faticosamente costruiti su pendii scoscesi, che garantivano agli abitanti della valle di Hunza una difesa naturale dagli invasori. Il tragitto verso est od ovest sarebbe stato attraverso altissime montagne, e non è mai stato una via commerciale. Pertanto rimangono le tre naturali uscite da nord, ovvero attraverso i passi Kilik, Mintaka o Khunjerab. Ora il Genesi afferma che due Cherubim (in Accadico Karibo) con spade fiammeggianti erano di guardia all'uscita orientale del Giardino per fermare tentativi d'entrata. Ciò suggerisce che il passo di Khunjerab sia la via d'uscita, poichè giace ad est dei passi Kilik e Mintaka ed è attualmente raggiungibile seguendo un ramo orientale del fiume Hunza. Questa tesi può essere ulteriormente rafforzata mendiante considerazioni filologiche, esaminando l'analogia tra le parole CHERUBIM = KRB con JRB = GRB = KRB nel nome del passo, dove vi abbiamo tolto la prima sillaba Khun. Tali argomentazioni potrebbero essere ulteriormente rinforzate se KHUN, che in turco significa Sole anche come divinità, possa essere legato a tale nome. Alcune tradizioni locali degli Hunza affermano che la valle fu colonizzata da disertori dell'esercito di Alessandro il Grande. L'armata di Alessandro era arricchita da genti di varia nazionalità, provenienti dalle terre da lui conquistate o visitate. Il dominio di Alessandro si estendeva sino al fiume Jaxarte (Syr Darya), che confina con terre abitate da popolazioni del ceppo turco. Per giunta il passo di Khunjerab porta ad una parte dell'asia (Sarikol) dove popolazioni di parlata turca esistono da moltissimo tempo. Pertanto

82 82 potrebbe essere verosimile l'uso del turco per interpretare Khunjerab come (il passo dei) Cherubini splendenti come il sole. Se la nostra interpretazione della parola Khunjerab e Amu Darya è corretta, avremmo la seguente risposta sul tragitto preso da Adamo ed Eva dopo la cacciata dal Giardino: Prima verso il passo Khunjerab in direzione nordest (altezza 4934, ridotta a 4602 grazie alla strada moderna), seguendo il ramo Khunjerab dell'alto fiume di Hunza; si noti che questa è la strada seguita dalla moderna strada del Karakorum. Poi vicino agli attuali Pisali e Ajekobai, circa a 4000 m d'altezza, in direzione ovest seguendo il fiume Minteke, entrando quindi nel Wakhan attraverso l'odierno passo di Vahir Lo, 4827 m, anche esso su una delle diramazioni della Strada Meridionale della Seta, probabilmente quella usata da Marco Polo. Poi principalmente seguendo il fiume Gihon, fino ad entrare nella pianura turanica. Alla fine, stabilendosi presso l'attuale Amu/Amol. Quindi Adamo muove dall'eden verso ponente, fermandosi vicino al grande mare interno comprendente il Caspio e l'aral, lasciando l'ormai distante Eden a levante. Guardare il Sole che sorge quindi significava guardare l'eden perduto. Qadim significa "di fronte", Qedem significa "est", in ebraico, con edem curiosamente simile ad eden. Pertanto si può inferire che la "positività" della direzione dove sorge il Sole avrebbe una giustificazione nella memoria che in quella direzione giaceva l'eden. Quindi la parola "orientarsi" potrebbe significare trovare la direzione dove l'eden si trovi. Fare atti speciali, tipo pregare, rivolgendosi verso una direzione speciale, è una caratteristica ben diffusa nella cultura umana, in particolare modo il rivolgersi verso la Mecca dei musulmani (una decisione presa da Maometto dopo un periodo di incertezza se bisognasse rivolgersi verso la Mecca o verso Gerusalemme, sacra città dove Abramo era stato benedetto da Melchisedek). Tradizioni affermano che Adamo ebbe una lunga (930 anni) ed attiva vita dopo essere uscito dall'eden. Oltre ad aver generato dopo Caino e Abele 33 altri figli e 23 altre figlie, come afferma Giuseppe Flavio, si dice abbia viaggiato a lungo, raggiungendo in particolare la Palestina, l'arabia e lo Sri Lanka. In vista della sua lunga vita e poichè a quel tempo nessun vincolo burocratico ostacolava i viaggiatori, la storia potrebbe essere vera. E' inoltre più specificatamente affermato che fondò i primi luoghi di culto: a Gerusalemme, vedasi Grierson e Munro-Hay [37], e alla Mecca, vedasi Boubakeur [38]. E' naturale, quindi, che i popoli del medioriente prendessero quelle località a loro vicine come punti verso cui "rivolgere la faccia", quando la conoscenza della precisa collocazione dell'eden fu persa con il passare dei millenni. Concludiamo questo paragrafo con due ulteriori considerazioni, che possono spiegare alcune specificità dell'induismo, la religione che più di tutte le altre ha mantenuto elementi arcaici: il vegetarianismo e la sacralità delle mucche. Abbiamo già osservato che leggende ebraiche affermano che una legge fosse stata data nel Giardino contro l'uccisione di animali, contro lo spargimento di sangue. Dal racconto del Genesi, Caino osservava tale legge, al contrario di Abele, che aveva addomesticato la pecora e aveva violato il divieto di uccidere animali, forse reinterpretando la medesima legge: sarebbe stato lecito uccidere se non si spargeva sangue per terra, per esempio tagliando la gola e raccogliendone il sangue. Possiamo qui vedere il rituale praticato da ebrei ed arabi tuttora oggi (anche il modo tradizionale dei Mongoli per uccidere evita lo spargimento di sangue: un taglio nel grasso della pancia, da cui poi si rimuove velocemente il cuore inserendovi il braccio). Ci si potrebbe chiedere se l'uccisione di Abele non potesse essere un "esperimento"

83 83 di Caino per verificare la validità di sacrifici umani, e dove quindi potrebbe vedersi l'origine della tradizione di uccidere il primo nato, applicata fino al tempo di Abramo e perfino in tempi successivi presso varie popolazioni. In conclusione, si può vedere la storia di Abele come il tentativo di reinterpretare una legge al di là del suo significato letterale. Legge che è stata tuttavia osservata alla lettera dagli Indù. Il ruolo sacro delle mucche in India è sempre stato un enigma per persone d'altre culture. Nel suo libro sull'induismo Gandi afferma che la ragione del rispetto particolare per le mucche deriva dal fatto che esse hanno aiutato l'uomo durante un tempo difficile, benché non specifichi né dove né quando. Qui offriamo una spiegazione nel contesto dell'espulsione di Adamo dal Giardino. La presenza di un tipo speciale di mucche nella valle di Hunza, abili a salire per ripidi dirupi e a portare pesi, suggerisce che Adamo fosse autorizzato a portarne via alcune quando fu espulso. Esse probabilmente erano state caricate di frutta, noci e semi secchi. Pertanto lui ed Eva erano indebitati con loro per un aiuto, forse rivelatosi indispensabile, durante il difficile viaggio verso la pianura turanica. Inoltre forse semi del Giardino furono piantati nel nuovo territorio (spiegando forse anche la grande ricchezza di frutta delle valli della zona, in particolare del Fergana (Fertile Giardino o, in cinese, Da Yuan, Grande Giardino). Se questo scenario è corretto, allora è semplicemente fantastico che l'induismo abbia preservato la memoria di questo evento rispettando fino ai nostri giorni la vita delle vacche. 10. La terra di Nod Il Genesi afferma che dopo l'uccisione di Abele, Caino dovette migrare verso la terra di Nod, ad est dell'eden. Sul suo corpo aveva un segno speciale, che fu presumibilmente trasmesso ai discendenti, i quali, nei tempi prima del diluvio, svilupparono per primi la costruzione di città, la metallurgia, e l'agricoltura. La terra di Nod è interpretata nei testi talmudici come "la terra di vagabondaggio, di nomadismo". Ora, ad est dell'eden, o più precisamente a nord-est, abbiamo gli immensi pascoli dell'altopiano tibetano, della Mongolia e del Xinjang. E' quindi una interessante supposizione che Caino sia entrato nel bacino del Tarim e che i suoi discendenti si spargessero attorno a questa vasta area. La maggior parte di loro diventarono allevatori di pecore, addomesticando yaks e cavalli e cammelli oltre alle pecore, altri praticarono l'agricultura, avvantaggiandosi della presenza molto probabile di un grande lago dolce nel Takla Makan e nella depressione del Lob Nor, la cui esistenza, abbiamo prima acccennato, è stata scoperta assai di recente. Il fatto che questo lago fosse soggetto ad un processo di evaporazione, quindi ad una diminuzione della sua superficie, molto probabilemte si rivelò uno stimolo all'innovazione tecnologica, portando a quella civiltà avanzata di cui parla la Bibbia, le cui tracce cominciano solo ora ad apparire in quel deserto tuttora sostanzialmente inesplorato. Se possiamo considerare i mongoli i più vicini discendenti di Caino, allora forse il "segno" dato a Caino può essere identificato con la cosiddetta macchia mongolica con la quale molti dei mongoli nascono. E' una macchia blu collocata sulla schiena, di solito alla base della colonna vertebrale, e che scompare dopo pochi mesi (ma Gengis Khan la ebbe sulla mano e la portò per tutta la vita). Curiosamente, blu è il colore dei lapislazzuli, la pietra sacra proveniente dal Badakshan, la prima terra assegnata a Caino. 11. Sulla svastica ed altri simboli

84 84 Nel quadro della nostra identificazione dell'eden, qui proponiamo una nuova interpretazione del significato della svastica (il cui significato in sanscrito è: ciò è buono), delle scelte rituali tra destra e sinistra, e, nella sezione successiva, dei nomi delle direzioni cardinali nelle lingue di origine germanica. La svastica è un pittogramma ampiamente diffuso in Asia ed Europa, particolarmente comune nelle culture indoeuropee, ma documentato anche, per esempio a Tell Bakun in Iran [39], durante il IV millennio A.C., assai prima dell'invasione ariana. Di solito lo si interpreta come un simbolo solare, dove il centro è il Sole, con quattro raggi. Ma perchè quattro e perchè esistono due tipi di svastica, una destrorsa e un'altra sinistrorsa? Noi diamo la seguente spiegazione alternativa: Il punto centrale non è il Sole, ma è una rappresentazione della Montagna dell'eden. I quattro raggi sono i 4 fiumi che sgorgano dalla Montagna dell'eden. Il senso di rotazione conserva la memoria della direzione presa dai discendenti di Adamo quando si spostarono dal primo insediamento (ad Amu/Amol) dove si fermò Adamo una volta raggiunta la pianura turanica. Non potevano andare ad est, il luogo dato Caino. Non potevano andare ad ovest, in quanto occupato da un grande mare interno, l'originale Amu Darya. Così potevano andare o a nord o a sud. Andando a nord avrebbero avuto l'eden alla loro destra, quindi descrivendo, almeno inizialmente, un movimento destrorso, in senso orario. Altrimenti avrebbero potuto andare a sud. Pertanto, nella nostra interpretazione, la svastica è un simbolo che racchiude contemporaneaemnte le informazioni essenziali sull'eden e una memoria della prima decisione di ristabilirsi altrove presa dai discendenti di Adamo. Pertanto una memoria molto sacra. In modo simile possiamo spiegare perchè molte persone si muovano attorno ad un luogo sacro tenendolo sistematicamente o alla loro destra o alla loro sinistra. Per esempio, gli indù e i buddisti (ma il buddismo può essere visto come una semplice variante dell'induismo, come era l'opinione di Gandhi) vanno verso un monumento sacro tenendolo alla loro destra; se ci devono girare attorno, come fanno in diverse cerimonie (incluso il circumambulare il sacro monte Kailas) lo fanno in senso orario, che è il verso della svastica da loro adottata, mantenendolo così sulla destra. I Bon fanno l'incontrario. I Bon seguono l'antica religione prebuddista del Tibet, le cui origini vanno ricercato al di là del Tibet, secondo Hummel [28, 32]), nell'alto bacino dell'antico Gihon; la loro svastica è sinistrosa; anche gli arabi girano attorno ad un monumento (ad esempio la Kaaba), tenendolo alla sinistra. Possiamo anche dare una spiegazione naturale sul perchè la sinistra sia considerata inferiore alla destra nelle tradizioni occidentali, mentre i cinesi considerano la destra inferiore. Se si guarda verso l'eden dall'asia occidentale, allora il Kush è visto a sinistra dell'havilah, e se il Kush è stato il luogo dell'uccisione di Abele gli è quindi stata associata una naturale connotazione negativa. Il caso opposto avviene quando l'eden è osservato dall'asia orientale. 12. Una proposta sull'origine del nome delle direzioni cardinali Qui diamo una spiegazione contestualizzata all'eden dei nomi delle direzioni cardinali nei linguaggi del gruppo germanico: Est, tedesco OESTEN: tolta la S rinforzante, abbiamo le due consonanti T N, ottenendo, con l'accettabile sostituzione della dentale T con la dentale D, il nome consonantico dell'eden. Pertanto proponiamo Est = verso l'eden.

85 85 Ovest, tedesco WESTEN: possiamo legare W = V con la B, in latino ab, in inglese away. Pertanto suggeriamo Ovest = via dall'eden. Nord, tedesco NORDEN: possiamo collegarlo a Nod, la terra di vagabondaggio, che si estende sia ad est che a nord dell'eden, comprendendo difatto l'ampia parte dell'asia tra le foreste boreali e la grande catena di montagne estese dal Caucasus all'himalaya. Sud, SUEDEN: in S D vediamo le radici consonantiche del fiume Sindh, Sundh, l'indo, dove Pishon e NHR PRT mandano le loro acque, il fiume del leone, come affermammo prima. Pertanto sud potrebbe riferisi al territorio a sud dell'eden, al bacino dell'indo, e all'india per estensione, e significare quindi la terra del leone. 13. Chi era Adamo? Se è corretta la nostra identificazione dell'eden, allora la sopravvivenza di informazioni linguistiche e geografiche risalenti fino al tempo della composizione del Genesi (circa verso il 1500 A.C. se fu scritta da Mosè e se la datazione di Velikovsky è corretta) e perfino sino ai nostri giorni, nei nomi che sopravvivono localmente, suggerisce che il tempo passato dall'evento Adamo non possa essere troppo lungo, al massimo di qualche millennio. Sarebbe difficile che tali dettagliate informazioni si siano conservate per tempi assai più lunghi. Ora c'è una forte evidenza che l'homo Sapiens si sia sviluppato oltre anni fa in Africa; tale evidenza, per quanto non definitiva, è basata in larga parte su analisi del gene Y e del DNA mitocondriale unita all'analisi di proteine e di altri elementi del sangue umano. Pertanto un Adamo da datarsi verso il 5500 A.C. sulle basi dell'interna cronologia biblica, non potrebbe essere stato il primo Homo Sapiens. Ora, l'epica sumerica della creazione parla di diversi episodi di "creazione" che alcuni autori, p.e. O' Brien [14] o Sitchin [19, 20, 41], hanno recentemente interpretato in termini di ibridazione tra preesistenti esseri umani e esseri superiori, forse originari di altri pianeti (una forma di ibridazione tra i Nephilim e le figlie degli uomini è anche citata nel Genesi). Un passaggio in una tavoletta tradotta recentemente (Pettinato, comunicazione all'accademia dei Lincei, 2000) afferma che Enki diede 108 essenze ad Inanna. Cosa le essenze siano non è chiaro, ma potrebbe forse riferirsi a materiale genetico? Così, mentre non possiamo certamente datare l'homo Sapiens ad un periodo compatibile con la cronologia interna alla Bibbia, l'idea che un salto finale nelle qualità umane accadde a quel tempo - e che ciò sia stato dovuto ad una interazione esterna- è certamente degna di considerazione. Appendice 1: sul Kush, l'hindukush e l'esodo Intorno alla metà del II millennio A.C. abbiamo la grande migrazione indoeuropea o degli ariani dall'europa del nord e dall'asia nord occidentale verso l'europa sudoccidentale, verso l'iran e verso l'india. Non c'è accordo sulle reali cause di questi esodi, che atttribuiamo a catastrofi che colpirono almeno il bacino atlantico, di cui abbiamo tracce nelle dieci piaghe d'egitto appena prima dell'esodo e in terribili tsunami che devastarono le coste dell'america Atlantica e dell'europa, la cui documentazione geologica è recente, si veda Harris [42]. Riteniamo che tsunami devastarono in particolare le pianure nordeuropee che avevano visto la grande tradizione megalitica e inoltre il bassopiano sarmatico ed il bacino dell'ob, provocando una migrazione verso sud. Se la datazione di Velikovsky dell'esodo è corretta, l'evento sarebbe avvenuto nel 1447 A.C., corrispondente, secondo la cronologia dell'egitto proposta da Velikovsky, alla fine della XII dinastia, appena prima dell'invasione degli Hyksos. Possiamo anche notare che alcuni episodi migratori potrebbero essere avvenuti anche in tempi anteriori, poichè gli eventi che motivarono la migrazione degli Ebrei in Egitto

86 86 quando Giuseppe era viceré possono essere collegati ad un evento catastrofico (da Baillie [16] possiamo prendere la data 1628 A.C. per l'inizio della carestia in Egitto, un anno associato a grandi crisi climatiche secondo l'evidenza dendrocronologica). Nelle loro migrazioni verso l'india, gli ariani presero un cammino che quasi certamente li portò verso la pianura della mesopotamia turanica, la regione tra il Syr Darya e l'amu Darya. Se la nostra ipotesi sulla correlazione tra le migrazioni indoeuropee e l'esodo e se la datazione di Velikovsky è corretta nel datare l'esodo appena prima dell'invasione degli Hyksos, allora abbiamo di fronte una storia davvero interessante. Chi erano gli Hyksos? Questo è il nome dato da Manetone, con la spiegazione "il popolo di pastori". In un altro lavoro [26] abbiamo affermato che il significato più corretto del nome sia "popolo dei cavalli", nome comunemente dato da popolazioni agricole od urbane ai cavalieri che invadevano dalle steppe i loro territori (così i mongoli erano chiamati dai cinesi). Ora gli invasori che Manetone chiama Hyksos sono citati nei pochi documenti egiziani sopravvissuti come Amu e riteniamo con Velikovsky che essi siano coloro che appaiono nell'esodo come gli Amaleciti, termini che noi interpretiamo come popolo di Amu/Amol. Gli amaleciti furono incontrati e distrutti da Mosè nel deserto. Riteniamo che gli amaleciti sconfitti fossero semplicemente un piccolo gruppo degli Amu/Hyksos, separatosi dal gruppo principale degli invasori per esplorare il deserto, mentre il corpo principale raggiungeva l'egitto seguendo la via canonica, la cosiddetta Via del Mare, lungo il mare Mediterraneo. Il nome Amu suggerisce che questi invasori provenissero dal Turan, la regione dell'amu Darya. Possiamo vedere due ragioni della loro migrazione dalla regione dell'amu Darya verso l'egitto: Innanzitutto, sapevano di non poter opporre un'adeguata resistenza agli invasori ariani. Gli ariani quasi certamente avevano una superiorità militare, basata non solo sul bronzo (nel nord Europa la tecnologia del bronzo era assai ben sviluppata nella prima parte del II millennio A.C.), ma probabilmente avevano anche armi di ferro. E' infatti una recente scoperta che noduli di ferro fossero abbastanza comuni nelle paludi del nord Europa e della Siberia occidentale, prodotti dall'azione metabolica di batteri. Cercare questi noduli era abbastanza facile (il che potrebbe essere la vera ragione perchè molti corpi ben preservati si trovano nelle torbiere del nord Europa, antiche paludi). Tali noduli costituivano un materiale per produrre il ferro preferibile ai normali minerali ferrosi. Gli Amu potrebbero aver avuto un conto da sistemare con gli egiziani e in particolar modo con Mosè. Sappiamo che la prima moglie di Mosè era di Kush, identificato di solito con l'etiopia, ma da noi identificato con la terra a sud del Gihon, ovvero con l'attuale Badakshan, terra delle preziose miniere di lapislazzuli. Forse una spedizione egiziana guidata da Mosè aveva aiutato le popolazioni locali a respingere un attacco degli Amu. Forse in quell'occasione Mosè aveva preso moglie, certamente da un'importante famiglia locale. Allora gli Amu, che avevano lasciato un territorio per loro indifendibile dagli invasori ariani, si mossero verso l'egitto per vendicarsi di una precedente sconfitta. Forse la famiglia di Mosè lo informò da Kush del loro arrivo imminente (messaggeri speciali potevano arrivare molto prima del corpo principale degli Amu). Ciò potrebbe spiegare sia la fretta di Mosè di portare via il suo popolo sia il tragitto inusuale che prese attraverso il deserto, non per scappare da un faraone vendicativo, che non avrebbe avuto difficoltà a localizzare la sua posizione, ma per evitare l'armata degli Amu invasori. Infine, questo potrebbe anche spiegare il fatto curioso che nessuno conoscesse, stando alla Bibbia, dove fosse la tomba di Mosè, mentre una cosiddetta tomba di Mosè è attualmente presente nel Kashmir (vicino alla località di Booth, presso il villaggio di Aham Sharif e la città di Beipur), e di essa se ne prende cura una famiglia ebraica (i Wali Rishi), da circa 90

87 87 generazioni secondo le tradizioni locali, si veda Kersten [46]. Mosè alla fine della sua vita potrebbe essersi diretto semplicemente a oriente, dalla sua famiglia. Così, pensiamo, gli ariani attraversarono il territorio degli Amu senza grosse difficoltà, puntando verso la valle dell'indo e forse anche dell'helmand, ambedue posti di grandi e ricche civiltà, promettenti ricchi saccheggi. Per raggiungere quelle valli dovevano attraversare i monti dell'afghanistan, che dividono la valle dell'amu Darya/Gihon da quella dell'indo (la valle dell'attuale fiume Kabul). Il tragitto verso India potrebbe anche essere stato quello attualmente seguito dalla strada che collega Kunduz con Kabul, attraverso il Salang Pass (3363m), nella parte occidentale dell'hindukush, o un'altro che segue il fiume Daryz-yekonce, e poi sfocia nel bacino di Kabul (il nostro Havilah) attraverso l'alto passo di Anguran (4430m; si noti che il nome Anguran è ripetuto nella parte dell'azerbaijian proposta da Rohl come Havilah); questo secondo viaggio avrebbe potuto portare gli ariani non lontani dalle miniere di lapislazzuli vicino a Sar-e-Sang, circa 80 km a nord del passo di Anguran. Riteniamo che molto probabilmente sia stato scelto il secondo percorso e che le popolazioni locali abbiano opposto una forte resistenza agli ariani. Un immenso spargimento di sangue deve aversi avuto, con gli ariani che probabilmente non furono capaci di conquistare le miniere, così immenso che il nome di Kush, collegato secondo noi all'uccisione di Abele, fu cambiato in Hindukush, la strage degli ariani hindu. Se la nostra interpretazione è corretta, un eco di tali eventi potrebbe tuttora esistere nelle tradizioni locali del Badakshan. Il nome Kush sopravvisse chiaramente nel nome dei Kushana, un popolo molto importante in quella zona circa 2000 anni fa, citato anche nel Periplus Maris Erythraei. La presenza di un regno Kush a sud dell'egitto può essere spiegata nel nostro contesto. Ci si deve certo attendere che alcune popolazioni sulla via dell'invasione ariana siano fuggite molto lontano - al di là del mare sarebbe stata la migliore scelta. Dovevano essere piccoli gruppi, appartenenti ad un'elite di possidenti. I viaggi via mare erano già sviluppati tra la valle dell'indo (e il Sistan) e altre destinazioni ad est o ad ovest, seguendo i monsoni. Si osservi che il nome locale dell'indo era Sindh/Sundh e che Meluhha era una parte del nord della valle dell'indo. Popolazioni potrebbero essere fuggite anche da queste regioni, finendo o in Africa o nell'asia SudOrientale, secondo il mese in cui affrontarono il mare, a causa della diversa direzione dei monsoni nei mesi dell'anno. Questo probabilmente spiega perchè in Africa troviamo nomi tipo Kush, Meluhha, Sudan e nel sud-est asiatico troviamo Sunda/Sonda, Moluccas. Tali migrazioni potrebbero essere avvenute già in tempi precedenti, essendo il nome Kush documentato per l'africa già in testi dell'inizio del Medio Regno egiziano (almeno 400 anni prima dell'esodo). Anche contatti fra gli Amu (nome non egiziano) e l'egitto sono documentati sin dal primo periodo intermedio, il che fa pensare che incursioni dei popoli dei cavalli verso l'egitto - separati da circa 4000 km - avvennero più volte, similmente alle incursioni che gli Xiongnu (gli Unni) fecero verso la Cina per un periodo di svariati secoli, partendo dalle loro basi in Zungaria, anch'essere a circa 4000 km dalla Cina propria. Appendice 2: Afghanistan, porta d'ingresso dell'eden Finiamo questo saggio con una nota sul nome "Afghanistan". Terra degli Afgani, certamente. Ma cosa significa Afgani? Riteniamo AF una variazione di AB, acqua, fiume, in persiano e sanscrito (A in sumerico). In ebraico gan appare con il significato di Giardino dell'eden e parole di origine ebraica sono comuni nella lingua pashtun parlata dalla maggioranza della popolazione afgana. Pertanto Afghanistan appare con il significato di terra dei fiumi (dalle montagne) del Giardino dell'eden, in perfetto accordo con la nostra identificazione del Gihon con il Pandji, del Pishon con il Yarkhun-Mastuj-Konar-Kabul, e di Kush e Avilah con la regione tra i due fiumi.

88 88 E' ironico che il vero significato della parola Afghanistan (se la nostra interpretazione è corretta) sia stato perso, per quanto ne siamo informati, anche dal popolo afgano. Ma lo stesso vale anche per gli Italiani, se la vera origine del nome Italia non derivi da Vituli (terra di vitelli) come Varrone propose, ma dal greco Aithalia, la terra fumante, con riferimento ai vulcani collocati vicino alle coste italiche, un nome molto denso di significato, per il cui recupero siamo indebitati al genio di Felice Vinci [23]. Bibliografia [1] K. Salibi, Secrets of the Bible people, Saqi Books, London, 1988 [2] K. Salibi, The Bible came from Arabia, Naufal, 1996 [3] K. Salibi, The historicity of Biblical Israel. Studies in Samuel I e II, Nabu, London, 1998 [4] I. Velikovsky, Ages in Chaos, Sidgwick e Jackson, 1953 [5] J. Rohl, A Test of Time. The Bible from Myth to History, Secolo, 1995 [6] P. James et al., Centuries of Darkness, London, 1991 [7] J. Bimson, Redating the Exosus and conquest, PhD Dissertation, Sheffield, 1978 [8] D. Patten, Catastrophism and the Old Testament, Pacific Meridian Publishing, 1988 [9] G. Hancock, The Sign and the Seal, a Quest for the Lost Ark of the Covenant, Heinemann, 1992 [10] G. Borgonovo, The Archaic Elements in Genesis: a Catholic Interpretation, abstract, Communication at the First International Conference on New Scenarios on Evolution of Solar System: Consequences on History of Earth e Man, Bergamo, June 1999, Report DMSIA Miscellanea 1/99, University of Bergamo, 1999 [11] J. Rohl, Legend, The Genesis of Civilization, Butler e Tanner, 1998 [12] A. Y. Samuel, Treasure of Qumram, Westminster Press, 1966 [13] E. Spedicato, Numerics of Hebrews Worldwide Distribution Around 1170 AD According to Binyamin of Tudela, Report DMSIA Miscellanea 2/99, University of Bergamo, 1999 (also in Migration and Diffusion 3, 6-16, 2000; Episteme, N. 2, 21 dicembre 2000) [14] C. O' Brien and B. O' Brien, The Genius of the Few, Dianthus, Cirencester, 1999 [15] E. Spedicato, Numerics and geography of Gilgamesh travels, Report DMSIA Miscellanea 1/2000, University of Bergamo, 2000 (Episteme, N. 1, 21 giugno 2000) [16] M. Baillie, From Esodo to Arthur: catastrophic encounters with comets, Batsford, 1999 [17] C. Ginzberg, Le leggende degli Ebrei, vol. 1, Dalla Creazione al Diluvio, Adelphi, 1995 (p. 79); translated from The Legends of the Jews, The Jewish Publication Society of America, 1925 [18] W. Ryan and W. Pitman, Noah's Flood. The new scientific discoveries on the event that changed history, Simon and Schuster, 1998 [19] Z. Sitchin, The Cosmic Code, Avon Press, 1988 (p.90, 103) [20] Z. Sitchin, Il Dodicesimo Pianeta, Edizioni Mediterranee, 1996 (p.264)

89 89 [21] T. Heyerdahl, The Tigris expedition, Allen and Unwin, 1980 (p.11) [22] H. Philby, Arabian High Lands, Ithaca, 1952 [23] F. Vinci, Omero nel Baltico, Palombi, 1998 [24] R.A. Walker, The Garden of Eden, manuscript, 1987 (in shorter form in Newsletter of Ancient and Medieval History, Book Club, 11, 1986) [25] S. Oppenheimer, Eden in the Est, Phoenix, 1998 [26] E. Spedicato, Who were the Hyksos, C&C Review, 1, 55, 1997 [27] J.P. Mallory and V.H. Mair, The Tarim mummies, Thames and Hudson, 2000 [28] S. Hummel, Tracce di Eurasia in Asia Centrale, Ananke, 1998 [29] O. Lattimore, The desert road to Turkestan, Kodansha International, 1995 [30] S. Hedin, Il lago errante, Einaudi, 1943 [31] R. Bauval e A. Gilbert, The Orion Mystery, Heinemann, 1994 [32] S. Hummel, On Zhang-Zhung, Library of Tibetan Works and Archives, Dharamsala, 2000 [34] L. Deshayes, Histoire du Tibet, Fayard, 1997 [35] W. Thesiger, Among the Mountains: Travels through Asia, Flamingo, 2000 [36] R. Bircher, Gli Hunza, un popolo che ignora le malattie, Editrice Fiorentina, 1980 [37] R. Grierson and S. Munro-Hay, The Ark of the Covenant, 1999 [38] D. Boubakeur, La Mècque, la Kaaba et les origines de l'islam, Proceedings of the First International Conference on New Scenarios on Evolution of Solar System: Consequences on History of Earth e Man, Bergamo, June 1999, University of Bergamo, 2001 [39] A. Sami, Persepolis, Musavi Printing Office, Shiraz, 1977 [40] Z. Sitchin, Genesis Revisited, Avon Books, 1990 [41] A. Stein, Serindia, Clarendon Press, 1921 [42] S. Harris, private communications (monograph in preparation) [43] E. Spedicato, Galactic encounters, Apollo objects and Atlantis: a catastrophical scenario for discontinuities in human history, Report DMSIA Miscellanea 3/99, University of Bergamo, 1999 (Episteme, N. 5, 21 marzo 2002) [44] F. Barbiero, On the possibility of very rapid shifts of the terrestrial poles, Report DMSIA 7/97, University of Bergamo, 1997 [45] W. Woelfli e W. Baltensperger, A possible explanation for Earth's climatic changes in the past few million years, Report CBPF-NF-031/99, Centro Brasileiro de Pesquisas Fisicas, Rio de Janeiro, 1999

90 90 [46] H. Kersten, Jesus lived in India, Element Book, 1986 ***** Riconoscimenti: Lavoro parzialmente finanziato da fondi MURST 60% Ringraziamenti particolari per commenti e suggerimenti a Antonio Agriesti, Lia Mangolini, Bruno d'ausser Berrau, Nezam Mahdavi-Amiri, Mehiddin Al Baali, Vittorio Sabbadini. ----[Una presentazione dell'autore si trova nel numero 1 di Episteme] ***** Nella cartina sono distinguibili i fiumi Kunar-Konar, Panj, e Yarkant (Yarkhand), nella zona di confine tra Afghanistan, Pakistan, Cina e Tazakistan [http://www.lib.utexas.edu/maps/pakistan.html]

91 91 Nell'antica cartina sono visibili il fiume Tarim (mentre scorre da Ovest verso Est), e il fiume Amu Daria (Amu Darya), (che si vede nascere sotto la scritta "Pamir", e scorrere verso Nord Ovest) ["Mediaeval Commerce (Asia)" - From The Historical Atlas by William R. Shepherd, In questa cartina, ancorché poco luminosa, si riesce comunque a scorgere il fiume Cabool (Kabul), a Nord Est dell'omonima città [Bokhara-Cabool-Beloochistan, Published by the Society for the Diffusion of Useful Knowledge,

92 92 Nella cartina, molto dettagliata, è visibile il corso del fiume Hunza.

93 93 Un link interessante... A proposito dell'eden, e della sua possibile collocazione geografica in Oriente (ipotesi che fa da pendant - con soddisfazione di Episteme, la quale auspica sempre il confronto tra una pluralità di opinioni in argomenti controversi - a quella esposta dall'ing. Felice Vinci nell'articolo successivo), il nostro prezioso collaboratore d'ausser Berrau ci avverte della presenza di un saggio liberamente disponibile on line, che si muove sulla stessa linea di Spedicato. Proponiamo quindi il relativo link all'attenzione degli interessati, non senza avere esplicitamente osservato che la "linea razionale" che ci ispira non permette di apprezzare il particolare punto di vista - che a taluni intelletti non può non apparire viziato da vitanda "mania religiosa" - con cui certe questioni vengono affrontate nel sito segnalato. Pure, siamo convinti che, dietro alcune ben note "leggende delle origini", possano celarsi, sotto la coltre del tempo e dell'oblio, delle deformazioni allucinate dei "teomani" e del caso, delle vere e proprie storie... Chiudiamo questa breve nota con una dichiarazione riportata alla fine dello studio citato, che ci sembra alquanto istruttiva: [...] according to the First Amendment of the Constitution we have the right to free speech, including political speech, and freedom of religion. The content of this study (with the exception of any scripture or quote) is the sole production of Pastor Mark Oaks and is subject to change as the pastor grows and learns. ***** Carlo Piterà: Il velo, 1990 (Olio su tela, cm. 60 x 120, Collezione privata) [Una presentazione di questo interessantissimo autore, alcune opere del quale abbelliscono il presente numero di Episteme, si può trovare nella pagina web:

94 94 L'optimum climatico, il paradiso indoeuropeo e il giardino dell'eden (Felice Vinci) Nel volume Omero nel Baltico1 abbiamo cercato di dimostrare che il reale scenario delle vicende dell'iliade e dell'odissea fu il mondo baltico-scandinavo, sede primitiva dei biondi navigatori achei: costoro successivamente discesero nel Mediterraneo, dove, attorno all'inizio del XVI secolo a.c., fondarono la civiltà micenea 2, trasponendovi, oltre ai nomi geografici, anche epos e mitologia, portati con sé dalla perduta patria nordica. Questo tra l'altro ci ha permesso di collegare in un quadro unitario la discesa degli Achei nel mar Egeo con la diaspora di altri popoli indoeuropei, che, all'incirca nello stesso periodo (ossia nella prima metà del II millennio a.c.), si stanziarono nelle rispettive sedi storiche: pensiamo agli Hittiti in Anatolia, ai Cassiti in Mesopotamia, ai Tocari in Turkestan, agli Arii in India3. Riguardo a questi ultimi, "cugini" degli Achei nonché parlanti una lingua affine (di cui una traccia nel mondo nordico è rimasta nell'attuale lingua lituana), è significativa la tesi del Tilak, un dotto bramino indiano, il quale nel mondo vedico ha ritrovato cospicue tracce di una probabile origine nordica, anzi, addirittura artica4. In effetti, nella nostra ricognizione del mondo omerico abbiamo riscontrato diversi indizi di una collocazione precedente a quella baltica, ancora più settentrionale, che sembrano localizzare nell'area lappone e sulle coste del mare Artico la sede di una civiltà primordiale, connessa col mondo degli dèi. In particolare, i misteriosi Etiopi, "estremi degli uomini", menzionati ripetutamente da Omero, hanno una collocazione assolutamente incongruente con la ben nota Etiopia africana: essi invece sembrano collocabili tra Capo Nord e la penisola Nordkinn, all'estremità settentrionale della Scandinavia5. Al riguardo, ci sembra assai significativo che i miti indiani menzionino una terra, posta "agli estremi confini del mondo", corrispondente all'etiopia omerica: il Mahabharata la chiama "Uttarakuru", ossia la "terra estrema" o "regione estrema", denominata in sanscrito "Paradesha", in iranico "Pairidaeza", in greco "Paràdeisos", in ebraico "Pardes"6. Inoltre, "nella tradizione vedica compare, in luogo di Airyana Vaêjo, l'uttarakuru come il luogo primigenio degli Arii vedici"7. Ora, "le fonti Indo-iraniche testimoniano la presenza di un culto solare nella terra dell'airyana Vaêjo prima che sopraggiungessero i climi glaciali: il culto apollineo, che viene non a caso dalla terra degli Iperborei e che secondo la tradizione si insedia in Grecia, crea in proposito un parallelismo impressionante. Gli Iperborei, che vivono ai confini dell'oceano ( ) trovano un parallelo con quegli Arii che vivono in un territorio che, secondo le fonti avestiche e vediche, è assolato per sei mesi (o per dieci mesi, secondo la variante delle fonti) con il clima mite, la cui divinità preponderante è quella solare, e con una notte di altrettanti sei mesi (o due mesi, nella precedente variante)" 8. E nell'inno omerico a Hermes, ambientato nella Pieria (regione contigua all'olimpo, sede degli dèi), un'apparentemente incomprensibile anomalia astronomica, legata alle fasi della luna, ci riconduce anch'essa ad un ambiente artico, situato al di sopra del circolo polare e, più precisamente, in una regione, identificabile con la Lapponia settentrionale, dove la notte solstiziale si protrae per quasi due mesi9. D'altronde l'ipotesi della localizzazione artica di una civiltà, impensabile nella situazione climatica attuale, non è affatto in contrasto con quelle che sono le odierne conoscenze scientifiche sull'evoluzione del clima dopo la fine dell'ultima era glaciale: infatti per un lungo periodo, compreso tra il 5500 ed il 2000 a.c., il mondo nordico, fino alle latitudini più settentrionali, godette di un clima eccezionalmente mite, al punto che durante tale epoca definita dai climatologi "optimum climatico post-glaciale" (corrispondente alla cosiddetta "fase atlantica" dell'olocene)10 - la tundra scomparve pressoché interamente dal territorio

95 95 europeo e l'area della vite si estese fino alla Norvegia11. Tale situazione si protrasse fin verso il 2000 a.c., allorché l'optimum climatico svanì e subentrò la "fase sub-boreale", caratterizzata da un clima alquanto più rigido, che rese inabitabili le regioni situate a nord del circolo polare. Ora, il ricordo di un antichissimo disastro climatico è attestato nella memoria di molti popoli: pensiamo ad esempio al Ragnarok dei miti nordici, il "crepuscolo degli dèi" annunciato da una serie di inverni terribili, di cui l'edda di Snorri ci dà un resoconto drammatico: "Verrà l'inverno chiamato Fimbulvetr ('inverno spaventoso'): la neve cadrà vorticando da tutte le parti; vi sarà un gran gelo e venti pungenti; non ci sarà più il sole. Verranno tre inverni insieme, senza estati di mezzo"12. Ciò a sua volta trova un preciso parallelo nella distruzione, sempre ad opera della neve e del gelo, del paradiso primordiale degli Iranici, l'airyana Vaêjo: secondo il racconto dell'avesta, il dio Ahura Mazda avvertì Yima, primo re degli uomini, che una serie di rigidissimi inverni avrebbe distrutto il suo paese; dopo di allora, vi sarebbero stati dieci mesi d'inverno e due d'estate. Ora, questo è effettivamente il clima delle regioni artiche. In sintesi, da tutte le considerazioni sviluppate in Omero nel Baltico e che qui abbiamo sommariamente riassunto (pensiamo anche alle "isole al nord del mondo" della mitologia celtica, da cui sarebbero discesi i Tuatha Dé Danann, gli antichi abitatori dell'irlanda), emerge che la Urheimat, ossia la sede primordiale degli Indoeuropei, era con ogni probabilità una terra artica, la quale può essere collocata con precisione sulla carta geografica: si tratta dell'estremità settentrionale della Scandinavia, ovvero di quella sorta di "cappello" del continente europeo, affacciato sul Mar Glaciale, che si estende dalla Lapponia settentrionale alle isole Vesterålen e alla penisola di Kola. Fu qui che, a partire da cinque o seimila anni fa, allorché la costellazione di Orione segnava l'equinozio di primavera 13 e il Dragone indicava il Polo Nord14, si sviluppò l'originaria civiltà indoeuropea, nel periodo climaticamente più favorevole che si sia mai verificato in tale area. Successivamente però il tracollo del clima, attestato da varie tradizioni, la rese inabitabile, costringendo le popolazioni ivi stanziate a cercarsi nuove sedi a latitudini più meridionali. Osserviamo a questo punto che Yima, il mitico re del paradiso iranico, è chiamato "Yama" nella mitologia indiana, dove è il signore dei morti. Egli ha pertanto un preciso corrispondente nell'odissea: ci riferiamo ad Ade, il signore dei morti omerico. Il suo lugubre regno, caratterizzato da quattro fiumi15, è localizzabile nell'area lappone16. D'altro canto Yima - che si potrebbe anche accostare a Ymir, un gigante primordiale dei miti nordici - fu il primo uomo a conoscere la morte. Questo lo riconduce ad Adamo, il progenitore dell'umanità secondo la Bibbia. Dunque il mitico regno di Yima-Yama si può accostare al paradiso biblico, ossia al giardino dell'eden, dove il Signore pose Adamo, il primo uomo. Al riguardo, il libro della Genesi caratterizza geograficamente la regione dell'eden in modo molto puntuale, menzionando i quattro fiumi che da lì si dipartono: "Il nome del primo fiume è Pison; esso circonda tutta la regione di Avila, dove si trova l'oro; l'oro di quel paese è puro; là si trova pure la resina profumata e la pietra onice. Il nome del secondo fiume è Gihon: esso circonda tutto il paese di Etiopia. Il terzo si chiama Tigri e scorre ad oriente di Assiria. Il quarto fiume è l'eufrate"17. Però, al riguardo, nell'area mesopotamica si ritrovano soltanto il Tigri e l'eufrate, mentre gli altri due fiumi sono inesistenti. Non solo: questi fiumi che, secondo la Bibbia, nascono nella zona di Eden vanno ad interessare due regioni, l'etiopia e l'assiria, dislocate addirittura in continenti diversi! Si tratta di assurdità - per non parlare di quella misteriosa "regione di Avila", con il suo oro fino, mai localizzata da nessuna parte - che sembrano rendere il racconto biblico geograficamente inverosimile. A questo punto un nostro lettore, il dott. Luigi Cesetti di Falerone, ci ha segnalato che, ove questo problematico "paese di Etiopia" fosse l'etiopia omerica, che abbiamo ritrovato all'estremità settentrionale dell'europa, tutto sembrerebbe andare a posto. Esaminiamo infatti il fiume che la bagna, il Tana (che pertanto corrisponderebbe al Gihon biblico): esso nasce in

96 96 una zona della Lapponia finlandese, nell'area di Enontekiö (nome che significa "che fa grandi fiumi")18, da cui effettivamente si dipartono vari altri fiumi. Uno è l'ivalo, che i Lapponi (o Sami) chiamano "Avvil". L'assonanza con "Avila", la regione biblica dell'oro, da sola potrebbe essere casuale, ma proprio questo territorio è ricco d'oro, come attesta il museo dell'oro di Tankavaara19, a pochi chilometri dal fiume Ivalo. Per di più si tratta di un oro eccezionalmente puro, come afferma il passo biblico: esso arriva a 23 carati 20, il che lo distingue dall'oro estratto dai giacimenti di altre parti del mondo. La resina è secreta da pini e abeti e, per quanto riguarda l'onice, questa zona della Lapponia è ricca di pietre, tra cui il calcedonio e il diaspro, simili all'onice per la composizione dei cristalli. E gli altri due fiumi, ossia i "prototipi" del Tigri e dell'eufrate? Sempre nell'area di Enontekiö nascono un affluente del Mounio-Tornionjoki e lo Ounas-Kemijoki, che scorrono in parallelo verso sud per poi sfociare vicini all'estremità settentrionale del Golfo di Botnia. Il complesso di questi fiumi, con il territorio da essi racchiuso, delinea una sorta di "Mesopotamia" finnica, straordinariamente rassomigliante a quella asiatica (v. tavola annessa). Potrebbe essere dunque questa la regione di "Ur dei Caldei" da cui partì Abramo, diretto verso la Terra Promessa, e da dove discesero i Sumeri 21, che l'avrebbero poi trasposta nella Mesopotamia a noi ben nota. Il cambiamento del clima la avrebbe poi resa inospitale, come ci ricorda il profeta Isaia: "Ecco che il Signore spopola la terra, la devasta, ne altera l'aspetto, ne disperde gli abitanti"22. Potrebbe essere la "Terre Gaste" dei miti arturiani! Questo concetto a sua volta trova un preciso riscontro nella "dimora in rovina ("δομον ευρωεντα") di Ade", menzionata nell'odissea23, a cui pure sono associati vari fiumi e che è anch'essa localizzabile nell'area lappone24. Avila-Avvil ricorda poi la leggendaria "Avalon" del mondo arturiano, che probabilmente fa riferimento alla sede primordiale celtica: ciò sembra far sospettare un rapporto tra caldei e celti, che trova riscontro in certe analogie tra il mondo celtico e quello ebraico (per inciso, nella letteratura celtica si ritrova la locuzione "Terra della Promessa": "Tìr Tairngiri")25. Notiamo anche che, calando la descrizione biblica nel contesto lappone, il mitico giardino, posto "in Eden a oriente"26, sembrerebbe essere al centro di una sorta di quadrifoglio costituito da quattro regioni (Eden, Etiopia, Avila e Assiria): ciò delinea un quadro singolarmente simile a quello della mitica suddivisione dell'irlanda, terra celtica per eccellenza, in cui un centro politico-religioso, Tara, era circondato da quattro regioni periferiche. Per inciso, il nome di un fiume edenico, il Pison (o Fison) ricorda Pisa, un toponimo sia finnico che lappone menzionato anche nel Kalevala27. Tra le osservazioni del Cesetti, di particolare interesse è poi il riferimento ad un altro versetto della Bibbia: "Caino si allontanò dalla presenza del Signore e abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden"28. Ora, ad est di Enontekiö, ossia "a oriente di Eden", nella Lapponia russa si trovano il fiume Nota ed il lago Nota (Notozero). Inoltre, scendendo a sud del bacino del Nota, s'incontra la regione di Kainuu29, in territorio finlandese, situata ad est del golfo di Botnia. Essa corrisponde al territorio dei Lapiti omerici30, tra i quali l'iliade ricorda Caineo, avo di un eroe lapita che partecipò alla guerra di Troia 31. Ciò potrebbe indicare che i discendenti di Caino, allorché il clima iniziò a tracollare e la tundra prese il sopravvento rendendo inabitabili le regioni situate al di sopra del circolo polare, si spostarono dal bacino del Nota verso un territorio più vivibile, situato ad una latitudine leggermente più bassa. A questo punto si potrebbe altresì congetturare che il diluvio di Noè sia il ricordo (poi trasposto nel mondo caucasico, importante crocevia di migrazioni dal nord al sud) di una disastrosa inondazione che avrebbe interessato una vasta area della Lapponia settentrionale, il cui territorio è spesso caratterizzato da fitti intrichi di laghi, fiumi e acquitrini32. In ogni caso, lo stretto rapporto tra il mondo originario semitico e quello indoeuropeo è attestato, a parte la comune ascendenza di Sem e di Jafet, anche dal passo biblico che

97 97 proclama l'affinità tra gli Ebrei e gli Spartani: "Ario, re degli Spartani, a Onia, Sommo Sacerdote, salute! In uno scritto riguardante gli Spartani e i Giudei, si è trovato che sono fratelli, perché della stessa stirpe di Abramo (...) I nostri bestiami e i nostri beni sono vostri, e ciò che è vostro è nostro"33. Sempre riguardo a Sem, colpisce la rassomiglianza del suo nome con quello dei Sami, gli attuali abitanti della Lapponia. Costoro inoltre hanno un monte sacro, il Saana, che ricorda il Sinai, il monte sacro degli Ebrei (alle pendici del Saana giace il lago Kilpis, da cui scaturisce una ramificazione del Mounio-Tornionjoki, il fiume corrispondente all'eufrate mesopotamico). E Cam, l'altro figlio di Noè? Ritorniamo al Kemijoki, il "fiume Kemi", che scende dalla Lapponia verso l'estremità settentrionale del Golfo di Botnia: alle sue spalle nasce il fiume Tana, il quale poi si dirige verso quell'etiopia artica che ritroviamo sia in Omero che nel racconto biblico dell'eden. Tale configurazione rappresenta quasi uno specchio dell'egitto africano, la "terra di Kem", abitata dai discendenti di Cam e situata lungo il grande fiume che proviene dall'etiopia e dal lago Tana (da cui trae origine il Nilo Azzurro). Dunque i primitivi Egizi, come ci conferma una serie di indizi riguardo ad una loro possibile origine nordica (in primis il culto spiccatamente solare)34 forse provenivano anch'essi dall'area lappone: essi poi, in analogia a quanto accaduto in Mesopotamia, una volta arrivati nella valle del Nilo (passando probabilmente per la Caucasia, dove lasciarono significative tracce toponomastiche riscontrate dal Flinders Petrie35) ricostruirono a modo loro il remoto mondo artico da cui erano discesi. D'altronde anche i loro documenti, proprio come la Bibbia e gli stessi poemi omerici pensiamo alla terra dove i Feaci vivevano accanto agli dèi, alla Pieria dell'inno a Hermes, alle sedi dell'olimpo, degli Etiopi e dell'ade, tutte collocabili nell'area lappone - ricordano la loro patria originaria come la "terra degli dèi". Insomma, se già la Lapponia ci ha dato non pochi indizi per localizzarvi la sede della sede primordiale indoeuropea, ora queste convergenze con l'eden biblico da un lato ne rappresentano una conferma, dall'altro allargano il quadro a prospettive ancora più stupefacenti, dando una sostanza sia storica, sia geografica alla concezione tradizionale dell'origine "iperborea" della nostra civiltà, e saldandola nel contempo al concetto biblico della comune origine dei semiti, dei camiti e degli indoeuropei. Tutto ciò invece va irrimediabilmente a cozzare con la vecchia idea dell'origine orientale della civiltà europea ("Ex Oriente Lux")36. Peraltro va notato che tale concetto è stato ormai da tempo messo in crisi dall'introduzione della datazione col radiocarbonio, corretta con la dendrocronologia (cioè la calibrazione con gli anelli annuali degli alberi). Al riguardo, un autorevolissimo studioso come il prof. Colin Renfrew afferma che "si verifica tutta una serie di rovesciamenti allarmanti nelle relazioni cronologiche. Le tombe megalitiche dell'europa occidentale diventano ora più antiche delle piramidi o delle tombe circolari di Creta, ritenute loro antecedenti; ( ) in Inghilterra, la struttura definitiva di Stonehenge, che si riteneva fosse stata ispirata da maestranze micenee, fu completata molto prima dell'inizio della civiltà micenea" 37. Insomma, lo spostamento delle origini della nostra civiltà dall'oriente al settentrione risulta perfettamente in linea con le più recenti acquisizioni della scienza. È altresì evidente che le precedenti considerazioni richiedono ulteriori verifiche ed approfondimenti da parte degli specialisti nei vari ambiti da esse toccati: noi preferiamo dunque considerarle un punto di partenza, più che di arrivo, nella ricerca delle origini della civiltà umana.

98 98 Note 1 F. Vinci, Omero nel Baltico, terza edizione, Palombi Editori, Roma 2002 (una sintesi è apparsa su Episteme n dicembre 2000) 2 L'origine nordica della civiltà micenea è stata proposta da vari autorevoli studiosi, tra cui lo storico delle religioni Martin P. Nilsson ed il filosofo Bertrand Russell 3 In questo quadro si può inserire il fatto che l'età del bronzo in Cina è iniziata nello stesso periodo, cioè tra il XVIII ed il XVI secolo a.c. 4 B.G. Tilak, La dimora artica nei Veda, Genova Omero nel Baltico, p. 366 sgg. 6 B.G. Tilak, Orione: a proposito dell'antichità dei Veda, Genova 1991, p. 15 (premessa di G. Acerbi) 7 Antichi popoli europei, a cura di O. Bucci, Roma 1993, p Ibid., p Omero nel Baltico, p. 360 sgg. Anche l'articolazione del primitivo calendario romano su dieci mesi (l'ultimo dei quali era infatti chiamato December) potrebbe essere indizio di una provenienza artica 10 Per i dettagli sull'evoluzione del clima nel periodo olocenico (così viene definita l'età post-glaciale), v. ad esempio: M. Pinna, Climatologia, Torino 1977; F. Ortolani, Le variazioni climatiche storiche, in Integralismo ambientale e informazione scientifica, Atti della giornata di Studio AIN 2001, Roma 2001, p. 97 sgg.; Enciclopedia Treccani, voce "Olocenico, periodo" 11 Un altro periodo climaticamente favorevole, però assai più breve dell'"optimum" preistorico e con temperature meno elevate, si verificò per circa tre-quattro secoli a cavallo dell'anno 1000 della nostra èra, allorché i Vichinghi colonizzarono l'islanda e la Groenlandia (la "terra verde") e, proprio in virtù di tali condizioni favorevoli, riuscirono a raggiungere le coste settentrionali del continente americano. Addirittura, nel XII secolo è attestata una diocesi cattolica, con un vescovo vichingo, sulla costa groenlandese antistante il Labrador 12 Gylfaginning, Nel suo Orione il Tilak dimostra che la primitiva civiltà vedica si sviluppò nel "periodo orionico", allorché l'equinozio di primavera approssimativamente corrispondeva alla costellazione di Orione ( a.c.). Adesso noi sappiamo quello che il Tilak ignorava, cioè che quel periodo coincise proprio con la fase culminante dell'optimum climatico. Ve ne rimane un ricordo anche nella mitologia greca: infatti esso probabilmente s'identifica con la felice età di Crono, il re dell'età dell'oro (poi soppiantato da Zeus, che ha tutte le caratteristiche del "dio della tempesta" indoeuropeo) 14 La posizione polare assunta dal Dragone a quell'epoca - nel 2830 a.c. la stella Alpha Draconis, o Thuban, si trovava ad appena 10' dal polo celeste (a titolo di confronto, attualmente la Stella Polare ne dista 50') - lo fece assurgere ad emblema nonché signore del cielo stellato notturno: ecco perché l'apollo iperboreo, ossia il principio solare (alias Ra, Thor, Michele, San Giorgio, Maui, ecc.) al suo ritorno dalle tenebre solstiziali lo "uccideva" a colpi di frecce (ossia con i suoi raggi). Riguardo all'apollo iperboreo, v. M. Duichin, Apollo, il dio sciamano venuto dal Nord, in Abstracta n. 39, Luglio-Agosto Od. X, Notiamo che nel mondo di Ade Omero menziona un particolare sacrificio (Odissea, XI, 131), presumibilmente antichissimo, analogo al sautramani indù ed al suovetaurilia romano.

99 99 D'altronde tutto l'episodio è caratterizzato da aspetti che denotano un'estrema arcaicità nonché, probabilmente, un sottofondo di tipo "sciamanico" (v. Omero nel Baltico, p. 374 sgg.) 16 Omero nel Baltico, p Genesi 2, Le informazioni sulla Lapponia sono per la maggior parte tratte dal libro Iter Lapponicum di Ada Grilli Bonini, Bergamo v. sito 20 A. Grilli Bonini, Iter Lapponicum, p Il dott. Giuliano Bruni ci segnala che in sanscrito "Sumeru" indica il polo artico (Monier-Williams, Sanskrit-English Dictionary). Al riguardo, potrebbe essere significativo il fatto che il Kojiki, testo sacro shintoista, chiami "Sumera" i primi imperatori del Giappone (inoltre riporta diversi miti assimilabili a quelli classici non solo per le vicende, ma anche per i nomi: ad esempio, il "giapponese" Inaihi ha una serie di vicissitudini del tutto simili a quelle del "greco" Inaco; per di più Inaihi ed Inaco hanno due congiunti anch'essi pressoché omonimi: Mikenu e Micene, rispettivamente fratello dell'uno e figlia dell'altro) 22 Isaia 24, 1 23 Od. X, Omero nel Baltico, p. 370 sgg. Notiamo altresì che il nome di Ade, il signore dei morti omerico, sembra ricordare il biblico Adamo e lo stesso Eden. D'altronde Ade, chiamato anche "Aidoneo" da Omero, ha vari tratti in comune con Adone, che a sua volta è legato al mondo sotterraneo nonché a un albero (in tale quadro, ci sembrano meritevoli di attenzione anche i cosiddetti "giardini di Adone" del mondo classico) 25 MacCulloch, La religione degli antichi Celti, Vicenza 1998, p Genesi 2, 8 27 La stessa radice si ritrova in vocaboli omerici quali "πισος" (pisos, "luogo irrigato") e πιδαξ (pidax, "sorgente"). Notiamo che nomi dell'area "ligure" (i Liguri erano un'antica popolazione probabilmente indoeuropea) quali Pisa, Savona e Levanto si ritrovano pressoché inalterati nel mondo finnico: Pisa, Savonlinna, Levanto 28 Genesi 4, Treccani, app. 2000, voce "Finlandia", tab. 2 (v. anche sito 30 Omero nel Baltico, p. 262 sgg. 31 Il. II, Se si ammette che il racconto del diluvio, diffuso fra tanti popoli, possa avere un fondamento storico, il ritenere che il monte della salvezza sia collocabile nella regione caucasica, tra cime alte più di cinquemila metri, appare francamente assurdo! È invece ragionevole supporre che esso abbia avuto un prototipo altrove, ossia in un territorio pianeggiante, caratterizzato qua e là da rilievi isolati e soggetto ad alluvioni, proprio come il territorio della Lapponia 33 I Maccabei 12, Il concetto della comune origine di Ebrei e Spartani è ribadito in II Maccabei 5,9. Sui non pochi punti di contatto tra il mondo omerico e quello biblico ci soffermiamo nel cap.

100 100 XVIII di Omero nel Baltico. Qui aggiungiamo l'analogia del sacrificio di Abramo descritto in Genesi 15, 9 con i presumibilmente antichissimi riti che si ritrovano pressoché identici in Omero, nella cultura indù e nel mondo romano arcaico (v. nota 15) 34 v. capp. XIII e XVIII di Omero nel Baltico. Sottolineiamo in particolare la straordinaria rassomiglianza tra il mito di Osiride, fatto a pezzi, sparito, ritrovato, ricomposto e resuscitato, ed una pressoché identica disavventura capitata all'eroe finnico Lemminkäinen (runi XIV e XV del Kalevala): entrambi agevolmente spiegabili in termini di metafora del ciclo annuo del sole nelle regioni artiche (v. Omero nel Baltico, p. 279) 35 The Origin of the Book of the Dead, in Ancient Egypt, June 1926, citato dal de Rachewiltz ne Il libro dei morti degli antichi egiziani, Milano 1958, pag A tale concezione hanno probabilmente contribuito sia l'antichità delle civiltà mesopotamiche, sia l'indicazione (fraintesa) della Genesi riguardo alla localizzazione del giardino dell'eden "a oriente", nei pressi delle sorgenti del Tigri e dell'eufrate 37 C. Renfrew, L'Europa della preistoria, Bari 1996, p. 63 I fiumi che si dipartono dall'"eden" lappone, corrispondente alla zona dell'attuale Enontekiö, nella Finlandia settentrionale. ----[Una presentazione dell'autore si trova nel numero 2 di Episteme]

101 101 Il culto gnostico della Maddalena Dal mosaico di Otranto alle basiliche paleocristiane di Cimitile, attraverso opere letterarie ed architettoniche fino agli ultimi custodi, i Catari ed i Templari (Sabato Scala) Introduzione In un precedente (doppio) articolo1 dedicato al mosaico di Otranto, intrigante e complessa opera musiva realizzata tra il 1163 ed il 1165 dal monaco Pantaleone della abbazia di Casole, abbiamo proposto un nuovo percorso interpretativo ripartito in due distinte fasi: a. L'analisi del significato filosofico e teologico della macchina simbolica musiva effettuato attraverso gli stretti (a nostro avviso) legami tra il mosaico e gli scritti gnostici scoperti nel 1945 a Nag Hammadi con particolare riferimento al Vangelo di Filippo. b. L'analisi del messaggio criptico dell'opera in chiave storica a partire da quello che poteva essere il punto di vista di uno gnostico, quale a nostro avviso era Pantaleone, collocato nel quadro della cultura medioevale del 13mo secolo. In particolare abbiamo illustrato la possibilità di leggere nell'opera un complesso messaggio nascosto che illustra l'origine e la fine della stirpe Merovingia collegandola attraverso leggende medioevali ed eresie di origine gnostica al viaggio di Maria Maddalena in Francia avvenuto dopo la morte di Cristo. In particolare abbiamo evidenziato lo stretto legame tra la corona del mosaico ed i re Merovingi con particolare riferimento a re Dagoberto II di Austrasia del quale vengono, a nostro avviso, chiaramente indicate la data di morte, le modalità, le cause ed il mandante del suo assassinio. In questo nuovo lavoro proporremo un viaggio attraverso i documenti che avvalorano la chiave interpretativa storica proposta nella seconda parte del precedente articolo. Avremo occasione, proprio a partire dai suggerimenti che nascono da questi documenti letterari ed architettonici, di ampliare il quadro dell'analisi ed approfondire alcuni elementi simbolici dell'opera di Pantaleone non completamente sviscerati. Prima di procedere, però, in questo nuovo viaggio attraverso l'opera, segnaliamo l'imminente, uscita del nuovo lavoro dell'amico Corona2 che ha, ormai un anno fa, ispirato le nostre ricerche ma che propone un percorso interpretativo radicalmente diverso dal nostro individuando nella chiave spirituale più che in quella teologico-politica il metro di lettura del simbolismo musivo. Il nuovo lavoro del Corona ricostruisce lo sfondo culturale in cui si forma l'opera di Pantaleone soffermandosi su interessanti aspetti quali la preghiera isicastica basiliana e l'ebraismo nell'italia meridionale del tempo. Singolari sono i paralleli tra alcune raffigurazioni musive e brani danteschi della Divina Commedia. La Legenda Aurea e la Maddalena Il più antico documento che propone la incredibile storia della presenza della Maddalena in Provenza dopo la morte di Gesù, è la Vita di Maria Maddalena, opera pubblicata intorno al IX secolo da Rabanus Maurus arcivescovo di Mainz (Magonza), ma il testo che più ampliamente affronta questo tema e che aggiunge maggiori dettagli è di certo la Legenda Aurea scritta nel 1260 da Jacopo de Varagine. Qui di seguito proponiamo una sintesi ottenuta stralciando parti del libro quarto che l'autore dedica alla leggenda della Maddalena3.

102 102 Maria Maddalena prende il nome da Magdalo, un castello, nacque da nobile lignaggio e da genitori di sangue reale. Suo padre si chiamava Ciro e sua madre Euchasia. Lei con suo fratello Lazzaro e sua sorella Marta possedevano il castello di Magdalo, che sorge a due miglia da Nazareth e da Betania... In quel tempo all'apostolo S. Massimino, che era uno dei 70 discepoli del signore cui fu affidata la Maddalena per ordine di S. Pietro, in seguito dopo che i discepoli furono partiti, S. Massimino, Maria Maddalena, Lazzaro suo fratello, Marta sua sorella, Marcella serva di Marta, e Santa Cetonia che era nata cieca e che aveva riacquistato la vista grazie al Signore, insieme ad altri cristiani furono catturati dai miscredenti e caricati su una barca priva di remi e timone perché affogassero. Ma la bontà di Dio onnipotente li condusse tutti a Marsiglia... In seguito accadde che il principe della provincia e sua moglie fecero sacrifici per ottenere un figlio e Maria Maddalena che aveva parlato loro di Gesù Cristo gli impedì di compiere quei sacrifici... allora il principe disse io e mia moglie saremo lieti di adempiere a tutte queste cose se tu riuscirai ad fare in modo di farci avere un bambino attraverso le preghiere al tuo dio... il Signore ascoltò le sue preghiere e la donna concepì. Suo marito decise che sarebbe partito per andare da S. Pietro e verificare se era vero ciò che aveva ascoltato dalla Maddalena. Sua moglie... gli chiese di portarla con lui. Dopo che ebbero veleggiato un giorno ed una notte vi fu una grande tempesta... a causa del temporale e della tempesta il bimbo che portava in grembo morì... Ahimè disse, cosa farò? Desideravo avere un figlio e ho perso moglie e figlio... E pensarono che fosse meglio indirizzare la nave verso terra e seppellirlo lì per evitare che fosse divorato dai pesci del mare... Quando giunse da Pietro, egli vide la croce sulla sua spalla e gli chiese chi fosse e perché era giunto fin lì, così egli gli raccontò tutto quanto era accaduto... Quindi Pietro lo condusse a Gerusalemme e gli mostrò tutti i luoghi ove Gesù aveva predicato e fatto miracoli ed il posto ove aveva sofferto ed era morto e dove era asceso al cielo. Dopo che fu ben istruito nella fede da S. Pietro e dopo che furono trascorsi due anni egli ripartì per Marsiglia... Veleggiando sulla rotta di ritorno giunsero, per volere di Dio, nel luogo in cui aveva abbandonato i corpi della moglie e del figlio... Il piccolo che aveva ottenuto grazie a Maria Maddalena si alzò ed andò verso la spiaggia e come tutti i bimbi piccoli, prese delle piccole pietre e le lanciò in mare... Quando il bimbo li vide, non avendo mai visto altre persone prima, ebbe timore e corse a nascondersi sotto il mantello della madre... il padre sollevò il mantello e vide il bimbo che poppava al seno della mamma... Allora prese suo figlio tra le braccia e disse: Oh Maria Maddalena ora io so e credo davvero che sei stata proprio tu a darmi mio figlio, lo hai alimentato e tenuto in vita due anni su queste rocce ora ridonami sua madre e riportala così com'era a me. A queste parole la donna iniziò a respirare e prese vita... Giunsero in fretta a Marsiglia... e trovarono Maria Maddalena che pregava con i suoi discepoli... e le raccontò ciò che era accaduto... ricevette, così, il battesimo da S. Massimino. Distrussero i templi degli idoli a Marsiglia e costruirono le chiese di Gesù Cristo. S. Lazzaro fu scelto quale vescovo di quella città e dopo di ciò si trasferirono ad Aix... e lì S. Massimino fu ordinato vescovo... Egesippo con altri libri di Giuseppe, concordano abbastanza con la storia narrata....al tempo di Carlo Magno nell'anno di nostro signore 771, Gerard duca di Burgundia non aveva avuto figli da sua moglie sebbene avesse dato sempre elemosine e avesse costruito molte chiese e molti conventi. Dopo che ebbe costruito l'abbazia di Vesoul, egli e l'abate del convento spedirono un monaco per trovare e portare al convento, se possibile, le spoglie di Maria Maddalena. Quando giunse nella città la trovò distrutta dai pagani... Poi, per fortuna, trovò il sepolcro... quindi egli tornò... Presto il duca ebbe un figlio dalla moglie... Alcuni dicono che Maria Maddalena fosse sposata con San Giovanni quando Cristo lo chiamò dal matrimonio e quando egli fu chiamato via da lei ella si indignò per l'abbandono di suo marito e si diede ad ogni tipo di lussuria, ma poiché non era giusto che la chiamata di San Giovanni fosse occasione per lei di dannazione, nostro Signore la convertì... Non vogliamo entrare nel merito della attendibilità storica della narrazione, ma è evidente che quest'opera costituisce una incredibile commistione di tutte le tematiche e le leggende, più o meno antiche, che ruotano intorno alla Maddalena. La sua collocazione cronologica non distante da quella del mosaico e la presenza di testimonianze ancor più antiche che precedono di circa 200 anni la data di costruzione del mosaico, ci suggerisce l'esistenza di un complesso substrato consolidato di tradizioni legate alla presenza della Maddalena in Provenza e che certamente erano patrimonio del colto monaco casolano.

103 103 Codice XXXV sec. XIV, foll. 318 in pergamena (cm 37 x 25) Vita Diversorum Sanctorum et Praecipue Vita S.ti Eusebii cum Ethimologiae Dictorum Sanctorum Iacobi de Varagine Conservato presso il museo del Duomo di Vercelli Legenda aurea, Jacobus de Varagine Manoscritto francese prima metà del 14mo sec. Phyllis Goodhart Gordan Collection Legenda aurea, Jacobus de Varagine Nuremberg: Georg Stuchs de Sulczpach, Ottobre 1488 Bryn Mawr College Library's Collections. Le ipotesi interpretative avanzate, assumono una dimensione diversa anche osservando lo stretto legame tra il mosaico ed il Vangelo di Filippo, unico apocrifo che propone un legame tra Gesù e la Maddalena che andava ben oltre quello discepolo-maestro ("e spesso la baciava sulla bocca" Vang. Fil. 64,2). Chi disponeva delle conoscenze esposte così in dettaglio nella Legenda Aurea, delle informazioni intriganti sulla centralità della Maddalena e sul suo rapporto privilegiato con Cristo tratte dal Vangelo di Filippo e comuni a tutta la letteratura gnostica, poteva a ragione collegarle così come abbiamo proposto nei precedenti lavori. Ma andiamo a vedere nel dettaglio alcuni elementi che riteniamo rilevanti ai nostri fini: - Nel testo viene chiaramente legata l'origine del nome Maddalena all'ebraico Magdal (torre) attraverso la discendenza della donna da una stirpe nobile ed il fatto che abitava in un Castello. Questa osservazione rende l'immagine della torre un ottimo sostituto simbolico della Maddalena chiaramente comprensibile al pubblico medioevale cui si rivolge Pantaleone. Di conseguenza l'associazione proposta tra la torre di Babele che campeggia nel mosaico e l'albero (simbolo della croce di Cristo nel Vangelo di Filippo) diviene più che legittimo. Non va dimenticato, inoltre, che Pantaleone raffigura una torre di Babele merlata tipica di un castello fortificato. - La Legenda parla dell'arrivo della Maddalena in Francia e dei suoi rapporti con un principe del luogo legando la fede del principe alla nascita di un figlio dalla moglie sterile grazie alla intercessione della Maddalena. In questo quadro la leggenda sul capostipite della stirpe Merovingia, Mervee, nato dallo stupro della madre di Mervee ad opera del mostro marino denominato Quinotauro, poteva, a ragione, essere collegato alla Maddalena specie stante l'assonanza tra il nome del bimbo (Mervee appunto) e quello di Maria di Magdala. - Il legame tra la leggendaria origine dei Merovingi, il Sangue Reale (Sang Real - SanGraal) e quindi il sangue di Cristo è avvalorato dalla incredibile storia del ritorno in vita prima del figlioletto e poi della madre. Il figlio, morto e poi tornato alla vita, nasce dal grembo di una

104 104 madre morta ed in seguito tornata in vita, tutto grazie sempre alla Maddalena. Il bimbo sopravvive miracolosamente, per due anni privo di cibo. La sterilità dell'uomo, e la storia nel suo complesso, collegata al mare ed alla presenza solitaria del cadavere della donna per due anni nei pressi di una spiaggia sconosciuta, poteva essere legittimamente collegato al mostro Quinotauro ed allo stupro della moglie del primo re dei Merovingi fino ad allora rimasto privo di eredi. La mente sottile e teologicamente preparata dal substrato gnostico del Vangelo di Filippo, di Pantaleone, non doveva far altro che ricollegare il "rapporto particolare" della Maddalena con Gesù al bimbo che lo stesso principe riteneva, chiaramente, figlio "spirituale" della Maddalena. - Il viaggio che il padre della Legenda compie verso Roma e successivamente verso Gerusalemme insieme a Pietro, descrive, chiaramente, l'itinerario di un pellegrinaggio che, in epoca di Crociate, pochi anni dopo la nascita dell'ordine Templare sorto in difesa dei pellegrini diretti in Terra Santa, assumeva un significato simbolico particolarissimo. Per un uomo, come Pantaleone, folgorato dalla sua visione gnostica dovuta, forse, al possesso di una vasta biblioteca di testi ritrovati durante le missioni dei crociati, immerso e convinto del legame tra i Merovingi ed il Sang Real, vissuto fin da piccolo in una città che era porto fondamentale verso la Terra Santa poteva legittimamente essere visto come il ritorno della stirpe regale di Cristo alla sua terra finalmente riconquistata. - Il matrimonio tra Giovanni e la Maddalena, precedente la sua chiamata all'apostolato, non fa altro che avvalorare la presenza di voci non ortodosse che ipotizzavano legami tra i discepoli e tra questi ed il Cristo, diversi da quelli puramente spirituali. Possiamo immaginare a quali conclusioni fosse giunto Pantaleone affiancando una simile ipotesi al rapporto stretto tra Gesù e la Maddalena chiaramente indicata nel Vangelo di Filippo. - La Legenda indica in Aix la prima tomba della Maddalena, ma parla anche del trasferimento delle spoglie nell'abbazia di Vesoul nella parte centro orientale della Francia. - La Legenda riporta anche alcuni miracoli compiuti dalle reliquie della Maddalena collegati sempre, a sterilità miracolosamente risolte e a persone miracolosamente tornate in vita. Il tema della fertilità e della resurrezione è chiaramente vincolato alla Maddalena e di conseguenza è logico ipotizzare un legame più o meno inconscio, tra i poteri miracolosi del Graal in grado di guarire ma anche di resuscitare i morti, il sangue di Cristo ed il grembo della Maddalena. In questo caso, però, c'è un chiaro substrato leggendario, dimostrato dal presente testo, che rende non solo legittimo ma pressoché automatico questo legame. Una volta legittimato su base documentale, lo sfondo culturale e leggendario che riteniamo abbia guidato Pantaleone nella realizzazione del mosaico, passiamo ad analizzare l'elemento più enigmatico dell'opera: la raffigurazione di re Artù. La leggenda di Re Artù nei documenti dell'epoca Il richiamo esplicito alla leggenda arturiana, che nel mosaico di Otranto è segnalata dalla raffigurazione di Re Artù a cavallo di un caprone, non rappresenta affatto un caso isolato nel territorio pugliese, ma è cronologicamente preceduto e seguito rispettivamente, da altre due rilevanti opere architettoniche: la cattedrale di S. Nicola di Bari realizzata tra il 1087 ed il 1108 e lo stupendo ed enigmatico edificio di Castel del Monte realizzato tra il 1240 ed il La chiesa di S. Nicola fu edificata per contenervi le spoglie del santo riportate il 7 maggio del 1087 in Italia dalla Terra Santa, grazie ad una ardita spedizione di alcuni mercanti. Le caratteristiche miracolose attribuite alle spoglie del Santo hanno non poche affinità con i poteri di guarigione attribuiti al Graal, ma l'aspetto più interessante di quest'opera è di certo, la raffigurazione di Re Artù insieme ad una rappresentazione stilizzata del nascondiglio della preziosa coppa4. Particolarmente interessante è la raffigurazione dei cavalieri in lotta armati alla normanna con scudo lancia e spadone che combattono ai lati di una costruzione a forma

105 105 di torre munita di una vistosa serratura. La raffigurazione è stata collegata a quella simile del "Duomo di Peschiera" a Modena che reca i cavalieri del ciclo arturiano indicandone i nomi. Diverso è il discorso per Castel del Monte. costruzione voluta da Federico II e che la leggenda vuole sia stata realizzata con il solo scopo di tenervi nascosta la preziosa coppa. Che la leggenda sia vera o meno, è certo che il Castello non sembra essere stato costruito né come dimora né come semplice fortezza e lo scopo pratico rimane ad oggi non chiaramente identificabile. La costruzione è ricca di simbolismi esoterici. Una leggenda vuole che i Cavalieri Templari5 avessero affidato il Graal all'imperatore, affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. A questo punto è interessante sapere quando fanno apparizione sulla scena letteraria, le storie connesse a Re Artù ed al Graal. La più famosa opera che parla del Graal risale al 1190 anno della pubblicazione del Perceval le Gallois ou le Compte du Graal ad opera di Chrétien de Troyes, ma la prima vera apparizione letteraria della storia di Re Artù è databile al 940 anno in cui furono pubblicati gli Annales Cambriae le cui storie coprono un arco di tempo di ben 533 anni a partire dal 447. Il testo che, però, dà origine alla leggenda di re Artù è la Historia Regnum Britannie opera di Geoffrey of Monmouth completato nel Possiamo, quindi, affermare con certezza che Pantaleone possedeva, anche da questo punto di vista, tutti gli elementi leggendari già ben formati che sono alla base delle leggende arturiane, ma resta da comprendere il motivo per il quale egli rappresenta il Re nel mosaico. Re Artù nel mosaico: analisi tra storia e leggenda Cominciamo subito dallo strano modo con cui Pantaleone scrive il nome di Artù nel mosaico e che abbiamo ricostruito nella immagine seguente: Si nota subito il modo anomalo con cui sono state separate le lettere US e che pare vogliano indicarne un uso sia nella lettura della seconda riga che della terza. Altro elemento interessante è lo spazio che Pantaleone lascia tra la R e la U dell'ultima riga: tale spazio poteva essere utilizzato per inserire le due lettere US collocate all'esterno delle tre righe, eppure Pantaleone non ne approfitta: perché? Sulla base di queste osservazioni, il testo segnato da Pantaleone contiene, la seguente dicitura: REX ARTUS UR-US che non può non suggerire la lettura: REX ARTUS URSUS A ben pensarci, e ragionando al contrario, se questa fosse stata la vera intenzione di Pantaleone, non poteva scegliere un modo più indicato per una rappresentazione, che pur contenendo il nome del re mantiene relativamente chiara ed accessibile anche questa seconda chiave di lettura. Artus Ursus è il nome scientifico con cui viene indicato l'orso Marsicano, diffuso in Italia ed il Grizzly tipico delle regioni americane, ma quale senso può avere? Chi era il Re Orso, quali documenti attestano un rapporto tra questo nome e Re Artù? Cominciamo con l'evidenziare una prima chiave di lettura basata, ancora una volta, su una lingua diffusa nel territorio francese e ricollegabile al periodo Merovingio: il celtico. In questa

106 106 lingua art o arth ha il significato, appunto, di Orso, ed Orso era un nome tipico assegnato ai guerrieri più valorosi. I Celti, infatti, avevano una vera e propria venerazione per questo animale dotato di impressionante potenza, ma le affinità tra i Celti e la storia di Re Artù non finiscono qui. La terra in cui sono ambientate le storie arturiane Avalon è un altro termine di origine celtica e significa Terra Sacra o Terra Santa. A questo punto è evidente che con la sua rappresentazione, Pantaleone suggerisce non solo la connessione tra Artù ed i Celti, ma anche un implicito rimando alla conquista della Terra Santa da parte delle truppe crociate, che pare essere l'unico elemento che non ha mai rappresentazione esplicita nel mosaico. Re Artù è quindi, il ponte tra il Re Orso, l'origine del nome ed il fine della sua missione: la riconquista della Terra Santa, obiettivo delle crociate. A questo punto spostiamo l'attenzione su un'altra leggenda moderna, quella del Priorato di Sion, fantomatico ordine le cui origini sono narrate nel testo di Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln: Holy Blood, Holy Grail (Ed. Random House, 1982; tr. it. Il Santo Graal, Ed. Arnoldo Mondadori, Milano, 1982), ed in altre opere come quelle di Lionel Fanthorpe. Prima di addentrarci nelle ipotesi e nei presunti antichi documenti del priorato, inclusi in questo testo, vogliamo ricordare che sulla attendibilità del contenuto sono stati sollevati fortissimi dubbi che riguardano, non solo la falsificazione di documenti genealogici (sebbene fatta a partire da informazioni parzialmente vere) ma anche la controversa figura del personaggio chiave che si ritiene ultimo Maestro del fantomatico priorato e discendente dei Merovingi e quindi di Cristo: Plantard. Tratteremo più approfonditamente l'argomento nel successivo paragrafo dedicato alla chiesetta di Rennes-le-Château, altro recente mito di cui si è spesso abusato. Tra le notizie riportate da questa novella leggenda c'è quella della fondazione del monastero di Orval da parte di un gruppo di monaci basiliani calabri guidati da un certo Principe Orso che, partiti intorno al 1090 si spostarono, stranamente, in Francia, nelle Ardenne, lì dove probabilmente fu ucciso Dagoberto II (personaggio a noi noto per i richiami nella interpretazione musiva). La strana storia è confermata anche dalla Catholic Encyclopedia che data al 1071 la fondazione dell'abbazia da parte di un monaco Calabro e del suo abbandono nel Resta il problema della identificazione del misterioso Principe Orso che avrebbe guidato la spedizione. Prima di tutto va verificata la plausibilità di un simile nome in Italia nel periodo in esame. Cominciamo subito, con l'osservare che nel 1058 Goffredo di Buglione ed il Duca Guglielmo di Normandia invitati da Papa Stefano IX scendono in Italia meridionale giungendo fino alla Calabria. L'occupazione Normanna poneva fine a quella Longobarda. In questo periodo inizia a diffondersi un nome sconosciuto nelle terre meridionali e di chiara origine nordica: Ursus. Ecco di seguito uno dei primi documenti che attesta la presenza di questo nome in Campania (http://www.solofrastorica.it/normanni.htm). Il testo, datato ottobre del 1127, riporta un atto notarile effettuato di fronte al giudice Alferio in cui un tale Urso de Inga, figlio di Falco, divide i suoi possedimenti di Montoro e Sant'Agata: Ante me Alferium iudicem de castro, quod dicitur Muntorium, Ursus, qui dicitur de Inga filius quondam Falconi, conuinctus est cum Urso filio suo, at dividendum inter se per convenientiam rebus stabilius, quas inter se habuerunt in eodem loco Muntorium et in tota pertinentiam eiusdem locis et quas habuerunt in pertinentia de vico quit de Sancte Agathe dicitur. Al nome Ursus è legata l'origine della famosa famiglia Orsini che, cui secondo una tradizione appartenevano i papi Paolo I (787) ed Eugenio II (824) e cui di certo apparteneva Papa Celestino III (1191) figlio di Pietro Bobo. Un altro fondamentale documento è la 18ma epistola di S. Paolino vescovo di Nola databile al 398 e destinata al vescovo di Rouen in Normandia, nella quale Paolino parla di un cristiano di nome Orso confermando la presenza antichissima del nome in quella zona della Francia. Quindi Ursus è un nome che ritroviamo in

107 107 Francia e che è plausibile in Italia, nell'anno in cui viene collocato l'episodio del viaggio dei monaci Basiliani; esso è legato a nobili di origine normanna e fa la sua comparsa in coincidenza con la discesa di Goffredo di Buglione in Italia. La storia narrata è quindi attendibile relativamente alla fondazione del monastero e plausibile relativamente al nome del principe che guidò la spedizione dei monaci basiliani calabri. Non può sfuggire, inoltre, il ritorno, nella storia, dei monaci Basiliani: basiliano era lo stesso Pantaleone. Ma perché un gruppo di monaci Basiliani doveva recarsi a fondare un monastero in una terra così lontana e proprio nel territorio di Goffredo di Buglione? Il fantomatico Re Orso, potrebbe ragionevolmente essere lo stesso Goffredo di Buglione, infatti sembra logico desumere che sia stato proprio quest'ultimo, dopo la conquista dell'italia meridionale e della Calabria, ad invitare i monaci presso i suoi possedimenti in Francia. Ciò che manca è, però, ancora una volta, il legame tra il Buglione ed il principe Orso. Stando a quanto narra il citato volume di Baigent, Leigh & Lincoln, Goffredo di Buglione era un discendente della stirpe dei Merovingi. Di seguito indichiamo l'albero genealogico della famiglia di Goffredo6: Goffredo di Buglione ( ) Ugo di Plantard ( ) Sigisbert VII ( - Abt 980) Guglielmo III ( ) Eustacchio II ( ) Eustacchio I ( ) Giovanni I ( ) Bera VI "The Architect" ( 975) Gugliemo II ( - 914) Ugo I ( ) Arnaud ( - 952) Ildedrico I ( - 867) Bera IV ( ) Bera V ( ) Gugliemo or Guilhelm ( ) Sigisberto V (695/698 - Abt 766) Sigisberto IV ( ) Sigisberto III ( ) Chilprico I ( ) Childerico I ( NOV 481/484) Faramondo o Faramundo (Abt /430) Dagoberto (Abt ) Walter (Bef ) Hilderico (Bef ) Clodomiro IV (Bef )o Richemero ( - 114) Clodomiro III ( ) Sigisbert VI "Principe Ursus" ( - Abt 885) Argila ( ) Bera III ( ) Dagoberto II ( DEC 679) Dagobert I "the Great" ( Clotario II DI NEUSTRIA (584 JAN 639) - 629) Clotaire I "the Old" ( ) Clovis I "the Great" (Abt NOV 511/514) Merovee "il giovane" (Abt Clodio (380/ ) 457) Marcomiro (Abt ) Clodio (Abt ) Genebaldo (Abt ) Clodio III (Bef ) Sunno or Huano (Bef ) Marcomero IV (Bef ) Ratherio ( ) Dagoberto (Abt ) Barthero (Bef ) Faraberto (Bef ) Odomiro o Odomar (Bef ) Antenore IV ( ) Sempre stando ai documenti del fantomatico priorato, Sigisberto VI, il Principe Ursus, condusse una rivolta infruttuosa contro il re Luigi II: la storia riporta la rivolta ma non parla né di Sigisberto, né, tantomeno, ricorda l'appellativo di Principe Orso. Goffredo potrebbe, da questo punto di vista, essere a ragione ritenuto il legittimo discendente del principe Orso, sempre a patto che la genealogia sia attendibile e che il principe Orso sia davvero esistito. In questa ipotesi (quella di Plantard riportata nel testo di Lionel Fanthorpe) Sigisberto IV figlio di Dagoberto, non sarebbe deceduto nell'agguato che vide la morte del padre, ma scampato avrebbe continuato a vivere di nascosto dando origine all'albero genealogico illustrato. Una cosa è certa la leggenda che lega Mervee alla Maddalena è incompatibile con l'anno dell'arrivo ipotetico della Maddalena in Francia (35 d.c.), da cui la data di nascita ipotetica di Mervee dista ben 380 anni. Se si fosse voluto dar credito, nel I Secolo, alla leggenda, la

108 108 connessione corretta doveva essere con Clodomiro III (ferma restando la cautela sulla attendibilità della genealogia). Resta il dubbio che, sulla base di questa leggenda, Pantaleone possa aver rappresentato simbolicamente l'"albero genealogico", al centro della sua opera. Torniamo, però, alla raffigurazione di re Artù nel mosaico. Che senso ha la cavalcatura del caprone? Il cavalcare la capra era, nel Medioevo, un modo di dire abbastanza diffuso per indicare una persona che parla o agisce in modo sciocco, riportiamo a riguardo due emblematici esempi d'uso della locuzione7: Mi pare che ser Bernabò, disputando con ser Ambrogio cavalcasse la capra inverso il chino (Decamerone II,10) / Gli facean cavalcare la capra delle maggiori sciocchezze del mondo (Ibidem VIII,9) Non va trascurato nemmeno lo scettro di Re Artù che sembra, invero, essere una verga da pastore. La scena, insomma, sembra voler sottolineare o l'atteggiamento sciocco di Artù, oppure quello di coloro che credono alla sua leggenda. Il Gatto con gli stivali, Parsifal ed Excalibur nel mosaico Interessante è la presenza di un altro personaggio fantastico: il Gatto con gli stivali posto innanzi la capra cavalcata da Re Artù. Il Gatto, notoriamente, trasformò, con le sue furbate, il suo povero padrone, di lignaggio tutt'altro che nobile, in un principe consentendogli anche di pervenire a nozze con una nobildama, e consolidando, così, una stirpe nobile nata da un raggiro. Esistono due problemi, il primo è, evidentemente, il senso che Pantaleone vuol dare a questa storia fantastica, anche alla luce di quanto si è detto, il secondo, invece, è la constatazione che la storia, che sembrerebbe apparire per la prima volta nei racconti del poeta napoletano Gianbattista Basile intorno al 16 secolo, esisteva invece già ben 400 anni prima. A nostro avviso, anche in linea con l'interpretazione delle storie arturiane proposta da David Lodge8, il gatto con gli stivali non ha solo la funzione immediata che abbiamo dato ma anche una funzione implicitamente sessuale e suggerisce, ancora una volta, che qualunque chiave di lettura dell'opera musiva non può prescindere da questo parametro, ricordato, in forma più o meno esplicita, fin troppo spesso nel mosaico: basti ricordare la donna nuda che cavalca uno dei due lunghi rami alla base dell'albero (a destra in alto in figura). La raffigurazione si completa con i due elefanti di sesso diverso (vedi i due cerchi che li contrassegnano) che sorreggono l'intero albero ritratti nell'atto dell'accoppiamento 9, evidenziato anche dalla protuberanza che dall'animale di destra si infila sotto la coda di quello a sinistra. Per comprendere la storia di re Artù non ci si può limitare ad osservare ciò che si narra o si vede nel mosaico (Re Artù che cavalca la capra), ma bisogna spingersi oltre cercando di "ascoltare" l'opera. Non a caso, dietro Re Artù c'è la figura di Parsival nudo (con chiaro riferimento alla purezza e mancanza di preconcetto che deve precedere la interpretazione) che porta la mano alla bocca nell'atto di gridare a Re Artù qualcosa. Ma la purezza di intenzione non è sufficiente, è necessario tener conto che la regalità di Artù gli

109 109 viene dalle opere del furbo gatto, che rampante gli mostra il modo per pervenire al trono pur non avendo sangue reale: la spada Excalibur. Resta, però, da capire dov'è nascosta la spada nel mosaico: la figura successiva la mostra, credo, con fin troppa evidenza ed è lo stesso Re Artù che ci indica il posto in cui è conficcata. La spada è, quindi, lo stesso albero conficcato nell'altare. Quindi l'albero è la Croce (nell'interpretazione gnostica), la genealogia (in quella storica) e la spada (in quella leggendaria e simbolica) insieme. Il suo manico è il Graal ed il grembo che dà vita nell'incontro casto (i due elefanti come indicato nel precedente lavoro) alla nuova stirpe regale trasformando un principe che in realtà non lo era (Clodomiro III, se si vuol credere alla genealogia) in un re la cui stirpe discende direttamente da Gesù attraverso la Maddalena (la torre - Magdal compagna-miriam dell'albero-yoshua). E' ancora una volta il vescovo di Nola S. Paolino che avvalora la nostra ipotesi attraverso una delle sue più comuni metafore: la coppia Croce-Albero. Questa metafora era, per Paolino, talmente scontata che nella dodicesima lettera datata 398 non si premura nemmeno di spiegarla:... ritrovati in conseguenza di un albero (la Croce), ritrovati per opera di una vergine... (Epistolario Paolino, Lettera 12,4) Un altro interessante particolare è relativo alla "roccia" in cui è infissa la spada ed al Graal. La forma che prende la mitica coppa nell'opera Parzival di Wolfram von Eschenbach del 1220, è una pietra (lapsit exillis, o lapis exillis), con il significato probabile di "pietra della morte" che è stata associata, forse non a torto, alla pietra filosofale alchemica. L'obiettivo dichiarato di

110 110 Wolfram è di correggere la versione di Chrétien de Troyes che, a dire dell'autore, non contiene tutte le informazioni disponibili, ma, cosa singolare, la storia ampliata e corretta, secondo Wolfram, gli viene da un certo Kyot di Provenza (identificabile in Guiot de Provins), monaco templare. Nella storia il Graal-pietra è custodita da un gruppo di Cavalieri (Templari) che Wolfram definisce <<uomini battezzati>> in un Castello (e chissà che proprio questi racconti non abbiano ispirato a Federico II il progetto di Castel del Monte). Ma quello che appare l'elemento più singolare della storia è sicuramente la figura di Cundrie il <<messaggero del Graal>>, che Wagner sostituì secoli dopo (1882) con Kundry, e che non esitò ad identificare con la Maddalena. Il personaggio, infatti, come la Maddalena porta un'ampolla di balsamo (che rievoca il Graal) con cui lava i piedi dell'eroe asciugandoli (proprio come la Maddalena) con i suoi lunghi capelli. Che Artù, nel mosaico, indicandoci il punto in cui è infissa Excalibur-albero voglia indicarci che il segreto del Graal va ricercato in quella roccia? Il segreto dei Templari nel mosaico L'ordine dei Templari fondato da Hugo de Paganis nel 1118 per difendere i pellegrini e la stessa città di Gerusalemme, ha una parte rilevante nel mosaico anche se non direttamente evidente. L'elemento simbolico che meglio rappresenta l'ordine nell'opera è di certo la scacchiera di 8x8 = 64 quadrati bianchi e neri la cui collocazione alla base dell'albero, affiancata al medesimo cervo ferito(vedi figura in altro a destra) che appare anche nella corona e che abbiamo già analizzato nel precedente lavoro, è tutt'altro che casuale. La scacchiera è uno dei principali simboli templari. Abbiamo supposto che il cervo nella corona del mosaico rappresenti Dagoberto II trafitto al capo da una lancia durante una battuta di caccia10. Nella corona del mosaico il Sagittario scaglia la freccia che uccide il cervo; in questo caso chi scaglia la freccia è Diana cacciatrice. Si è detto (vedi precedente articolo) che il cervo della corona rappresenta sia Dagoberto che il figlio leggendario Sigisberto IV11. Qui, invece, gli animali sono due, il primo appare ferito e morente (vedi il capo reclinato) ma il secondo appare in fuga (vedi la gamba sinistra alzata) e per di più è rappresentato come un cervo dal volto d'uomo. La stessa Diana ci riporta al culto storicamente accertato dei primi Merovingi (Merovee e Clodoveo) per la dea cacciatrice. Interessante è anche constatare che il cervo morente ha in testa, com'è normale che sia, vistose corna simbolo della sua regalità (infatti "corona" ha una etimologia ebraica derivante da KRN, Keren), mentre il cervo che sfugge a Diana, con la testa d'uomo, ha sulla testa la scacchiera simbolo Templare. Egli quindi, ed il personaggio che rappresenta, Sigisberto IV, diviene il Re o primo Gran Maestro dell'ordine Templare (che è insito nel simbolo della scacchiera). Quindi alla base della spada c'è l'episodio con il quale i mandanti dell'omicidio di Dagoberto II ritenevano di aver estinto la dinastia dei Merovingi, legittima titolare del trono di Francia, e, attraverso la leggenda della Maddalena e di Gesù, anche di quello di Israele. In realtà, sempre volendo dar credito alla leggenda ed alle genealogie di Plantard, la discendenza dei Merovingi sopravvive con Sigisberto IV fino a Goffredo di Buglione che

111 111 attraverso la conquista di Gerusalemme completa il progetto di riunificazione dei legittimi regni12. Ma torniamo alla scacchiera. La leggenda vuole che il simbolo sia legato ai nascondiglio del mitico tesoro del Tempio di Salomone che sarebbe entrato in possesso dei Templari insieme ad altre importanti reliquie come il Graal fisico (la coppa dell'ultima cena), la croce di Gesù e la Sacra Sindone. E' interessante notare come la scacchiera con le sue 64 celle (8x8) sia davvero simbolicamente legata al mitico Tesoro da un famosissimo documento scoperto nel 1945 a Qumran: il Rotolo di Rame. Questo rotolo contiene, in forma più o meno esplicita, 64 luoghi nei quali sarebbero stati seppelliti i tesori del Tempio, forse per sottrarli al saccheggio Romano. Milik, personaggio centrale nella storia dei ritrovamenti e delle ricerche sui papiri qumraniani13, condusse tra il 1959 ed il 1960, una serie di scavi in alcuni dei luoghi indicati nel rotolo senza alcun successo, tanto che lo stesso prof. Moraldi, massimo studioso italiano dei rotoli, insieme ad altri studiosi finì per credere che l'opera fosse solo un componimento letterario simbolico in cui il tesoro aveva un valore esclusivamente metaforico. Se i Templari fossero venuti in possesso del Rotolo, la storia delle ricerche da loro condotte in Terra Santa avrebbe un saldo fondamento. Inoltre se il, Rotolo di Rame fosse entrato in loro possesso, quale oggetto poteva essere più indicato a simboleggiare la mappa del tesoro del Tempio se non la scacchiera? E' anche interessante notare come Pantaleone effettui un particolare accostamento formale e cromatico tra la scacchiera bianca e nera, con la quale rappresenta la Torre a sinistra dell'albero, e la scacchiera bianca e nera del mosaico, alla base dell'albero ed nel cavo della coppa-graal, rappresentata metaforicamente dai due rami curvi. Se, come crediamo di aver dimostrato, Pantaleone entrò in possesso del Vangelo di Filippo, opera gnostica conosciuta solo dopo i ritrovamenti del 1947 a Nag Hammadi in Egitto, è possibile che questo sia stato uno dei reperti portati alla luce dai Templari. Lo stesso simbolo della sirena presente nella corona e di cui più volte abbiamo parlato, proprio nella forma di Abraxas costituisce uno tra i vari sigilli che sono stati adoperati dall'ordine, ne vediamo di seguito alcune immagini: L'Abraxas, chiaramente raffigurato come un cavaliere con elmo, è presente nella raffigurazione con una emblematica scritta "Secretum Templi" 14. Interessante è anche la presenza delle tre torri tipiche di alcuni dei suddetti sigilli templari talora sostituite una torre centrale e due pesci, o una torre con tre merli, raffigurazioni molto simili alla torre di Babele del mosaico di Otranto:

112 112 O ancora il simbolo del calice-nido con il pellicano che si strappa il petto per nutrire i tre piccoli insidiato da un serpente, contiene in sé le principali allegorie del mosaico: Il mosaico di Otranto ed il mistero di Rennes-le-Château Passiamo ad un'altra coincidenza cronologica che ci riporta che al citato libro Holy Blood, Holy Grail e che riguarda, ancora una volta, i Templari. Sappiamo che il mosaico di Otranto fu realizzato tra il 1163 ed il Tra il 1156 ed il 1169, Bertrand de Blanquefort o Blanchefort fu Gran Maestro dell'ordine Templare. Blanchefort fu fatto prigioniero nello stesso anno della sua elezione a Gran Maestro (1156) e fu liberato tre anni dopo (1159) per intercessione di Manuel Commène imperatore di Costantinopoli. Combatté con valore al fianco di Raymond Roger de Trencavel, celebre cataro, che gli fece dono di alcune terre nei dintorni di Rennes-le-Château e di Bezu à l'ordre 15. E' proprio questo legame cronologico con il mosaico, affiancato a ciò che abbiamo già evidenziato e che ricollega il mosaico all'ordine Templare a farci fare un'ulteriore passo verso un'altra intricata e tutt'altro che limpida storia: quella della chiesetta di Rennes-le-Château proprio nel territorio che fu donato al Gran Maestro. L'argomento è stato oggetto di un numero enorme di pubblicazioni articoli e di recente ha acceso fantasie di diverso genere, tanto che è oggettivamente difficile se non impossibile capire dove è la realtà e dove, invece, comincia la fantasia. Pur rimandando alla vastissima letteratura più o meno fondata pubblicata intorno all'argomento vogliamo soffermarci sui fatti oggettivi che la storia della chiesetta contiene e che vanno doverosamente riconnessi al mosaico di Otranto nella interpretazione che abbiamo proposto nel precedente numero di Episteme. Sono, infatti, a nostro avviso diversi gli elementi oggettivi che accomunano la storia di questa oscura chiesetta a quella dei templari ed il nostro mosaico. Cominciamo dagli elementi cronologici e geografici. La chiesetta di Rennes nacque, probabilmente, come Cappella di famiglia nell'viii secolo e fu consacrata nel a S. Maria Maddalena. Di certo si sa, grazie ad un registro parrocchiale datato 1694, che nella chiesa venivano inumati i discendenti della famiglia Blanchefort. La chiesetta sorge, come detto, nel territorio di Carcassone in Linguadoca. Quel territorio vide la nascita e l'ascesa della eresia catara fino al 1244 anno in cui la Linguadoca cade sotto il dominio francese segnando la fine della esperienza catara sviluppatasi in quella regione.

113 113 Prima di proseguire soffermiamoci per un istante sulla eresia catara. Il catarismo ultima derivazione del pensiero gnostico nacque, probabilmente, come sviluppo di due precedenti filoni di origine manichea e quindi post-gnostica: i Pauliciani diffusisi in Asia Minore (VIIIIX sec.) e successivamente i Bogomili della penisola balcanica (XI-XIV sec.) che, si crede grazie agli scambi culturali favoriti proprio dalle crociate, e sulla spinta delle invasioni turche, si spostarono in Linguadoca. Gli studiosi propongono quali possibile evoluzione del pensiero gnostico le seguenti tappe: - cristiani delle origini > gnostici > manichei > pauliciani > bogomili > catari occidentali17. Nel 1167 (solo due anni dopo la realizzazione del mosaico), un concilio cataro tenutosi a Tolosa stabiliva ufficialmente una sorta di organizzazione territoriale dell'eresia, con l'istituzione di quattro diocesi nella zona di Tolosa, Albi, Carcassonne, quest'ultima città a pochi chilometri da Rennes. Esiste quindi, una compatibilità temporale e spaziale spinta che lega: - il fiorire del pensiero gnostico in Francia attraverso il catarismo - il culto della Maddalena centrale per lo gnosticismo e che ha interessanti echi nel catarismo (vedere capitolo successivo) - la leggenda della Maddalena in Francia - il trasferimento dei Bogomili dai Balcani alla Francia - la figura di Bertrand de Blanquefort gran Maestro templare tra il 1156 ed il 1169 divenuto tenutario di possedimenti nel territorio di Rennes grazie alle donazioni del cataro Raymond Roger de Trencavel - le crociate e l'anno di costruzione del mosaico di Otranto ( ) - la rotta privilegiata delle navi crociate tra Otranto ed i Balcani. Ritorniamo, ora, alla piccola chiesa di Rennes. Nel 1781 il curato di Rennes-le-Château, Antoine Bigou, ricevette, in confessione ed in punto di morte, dalla marchesa d'hautpoul, Marie de Negri D'Arlès, un segreto di famiglia, che avrebbe dovuto essere tramandato. La marchesa, stranamente, non viene inumata lì dove giacevano i resti di famiglia (nella chiesa) ma fuori da essa nei pressi del campanile. Dieci anni dopo il curato fece collocare sulla tomba della marchesa una pietra tombale proveniente da un'altra tomba che si trovava nella zona di Les Pontils ad Arques nella valle de la Sals. Che fine abbiano fatto i resti di questa misteriosa tomba profanata, non è dato sapere. Nello stesso anno, il curato depone alcuni manoscritti in un pilastro visigoto lì vicino. Poi fa posare all'incontrario, sempre vicino all'altare, a copertura di quella che poteva essere la tomba dei d'hautpoul (il condizionale lo spiegheremo tra breve), una lastra di pietra conosciuta come la "dalle des Chevaliers" 18. François Bérenger Saunière viene nominato curato di Rennes-le-Château il 1 giugno Viste le condizioni disperate della chiesetta cui era stato destinato avvia i lavori di restauro che, come vedremo, stravolgeranno la costruzione introducendo una serie incredibile di raffigurazioni e simbolismi enigmatici, ma ciò che ci interessa è il ritrovamento della lastra capovolta che copriva un locale il cui unico contenuto pervenutoci (visto che l'abate chiese agli operai di lasciarlo solo durante il sopralluogo) è un teschio forato. Soffermiamoci su questa lastra che costituisce un ulteriore elemento oggettivo.

114 114 La lastra, purtroppo fortemente deteriorata poiché lasciata dall'abate esposta alle intemperie, è costituita da due Pannelli raffiguranti due portali. Sotto il primo appare una figura a cavallo che suona un corno, sotto l'altro un cavaliere ed un fanciullo a cavallo. Quest'ultima immagine non può non richiamare il sigillo templare, anche se il secondo cavaliere è qui raffigurato come un fanciullo. Una immagine simile la troviamo nel mosaico, sempre nella parte inferiore lì dove è presente la raffigurazione dei due cervi ma in posizione diagonalmente simmetrica: A questo punto ritorniamo al secondo ritrovamento dell'abate: i documenti. E' proprio dai presunti documenti ritrovati che inizia la storia da noi adoperata per desumere la discendenza presunta di re Dagoberto II, che vede come protagonista il fantomatico Priorato di Sion e Plantard. Il primo dei due documenti era l'albero geneologico di Dagobert II dal 681 al 1244 e dal 1244 al 1644, redatto su pergamena e accompagnato da un secondo documento, un testamento di Francois-Pierre d'hautpoul registrato il 23 novembre 1644 da Captier, notaio in Esperaza (Aude), entrambi recanti il sigillo della Regina Blanche de Castille. Quindi siamo di fronte al classico "cane che si morde la coda". Non è il caso di addentrarci nella miriade di critiche mosse a Plantard cui vengono attribuite falsificazioni progressive della documentazione effettuate depositando falsi reperti, utilizzando informazioni talora vere, talora palesemente false ma, comunque e sempre, storie inventate con tanto di pezze d'appoggio destinate a dimostrare il suo lignaggio. Riteniamo, doveroso, comunque, segnalare che le obiezioni che abbiamo letto, espongono in maniera scrupolosa, i torbidi retroscena della vita di Plantard ed il suo legame con il governo collaborazionista di Vichy durante la seconda guerra mondiale, ma anche con il nazismo e con le fazioni antimassoniche ed antisioniste della destra francese, ma sono altrettanto superficiali quando devono addurre le motivazioni per le quali i documenti indicati da Plantard sono ritenuti falsi19.

115 115 Potremmo, a questo punto, entrare nella marea di simbolismi introdotti a seguito della ristrutturazione voluta dall'abate Saunière, verificando l'analogia tra il pavimento a scacchiera di 64 caselle bianche e nere e la scacchiera del mosaico, o l'ossessiva presenza della Maddalena dentro e fuori la chiesa, o la sequenza delle statue dei santi le cui iniziali descrivono la parola Graal - che ci riporta all'artù nel mosaico - o la impressionante somiglianza tra la costruzione voluta dall'abate denominata Torre Magdala e la torre del mosaico, e infinite altre analogie, ma sposteremmo l'attenzione su opere realizzate ad oltre 700 anni di distanza, peraltro di pessimo gusto e fattura volute da un sacerdote avente controversi legami con ambienti esoterici. Ciò che ci preme sottolineare e che, anche nella storia di Rennes, il fulcro pare essere la tomba della Maddalena e la sua venuta in Francia, e che il mistero è quindi legato, ancora una volta, a questa donna e ad antichi manoscritti o reliquie che sembrano avere un valore rilevante non solo di tipo simbolico-gnostico, ma per una qualche informazione in esse contenuta che deve rimanere segreta. Il mosaico di Otranto e la cattedrale di Chartres Per proseguire in questa carrellata dedicata ai documenti ed alle opere architettoniche ed artistiche che avvalorano la nostra ricostruzione del simbolismo adoperato da Pantaleone nel mosaico di Otranto non possiamo non ricordare una delle più spettacolari realizzazioni dell'arte gotica: la cattedrale di Chartres. Essa presenta, sebbene adottando forme artistiche variegate (vetrate, bassorilievi, sculture) tematiche e accostamenti che sono comuni anche al mosaico di Otranto. Interessante è, ad esempio, il bassorilievo che ritrae insieme Melchisedek, la regina di Saba e re Salomone. Melchisedek reca tra le mani una coppa e nella dicitura che campeggia sotto il bassorilievo vi è una enigmatica scritta in latino "HIC AMITITUR ARCHA CEDERIS". In questa forma la frase è priva di significato. Una delle possibili alternative potrebbe essere "HIC AMICITUR ARCHA FOEDERIS", in pratica "Qui è nascosta l'arca dell'alleanza", ma indipendentemente dal significato, l'accostamento tra Re Salomone e Melchisedek, la regina di Saba e il Graal è interamente presente nel mosaico con un simbolismo più criptico ma simile. Nel mosaico, infatti, ritorna la doppia funzione della immagine di Salomone che è allo stesso tempo Re di Salem (Jerusalem o "città della Pace" con etimologia ebraica) ma anche Re di Giustizia (essendo egli stesso il simbolo massimo della giustizia e della saggezza) così come l'enigmatico Re di Salem (Gerusalemme nel papiro qumraniano 11Qmelch) Melchisedek è, nella etimologia ebraica il re (melek in lingua ebraica) di giustizia (sedek in lingua ebraica). I due personaggi rappresentano il doppio messianesimo tipico dell'essenismo (il messia di Aronne ed il Messia di Davide) che, se vogliamo, ci riporta alla doppia funzione del Messia: sacerdotale e politica che si unisce nel Cristo, in particolare in quello giudaico-cristiano prima, e gnostico dopo. La centralità di Melchisedek è un elemento fortemente caratterizzante delle scritture qumraniane (papiro 11Qmelch, Libri di Enoch), di quelle gnostiche (scritti di Nag Hammadi) e di quelle di matrice giudaico-cristiana

116 116 (la Lettera agli Ebrei, chiaramente rivolta ai giudeo-cristiani come invito alla unificazione con la corrente paolina del cristianesimo, è l'unico tra gli scritti neotestamentari che fa un chiaro riferimento a questa figura). Quindi Melchisedek è, di per sé, un primo forte indizio che colloca gli autori della cattedrale di Chartes e del mosaico di Otranto nell'ambito della teologia gnostica o al più giudaico-cristiana. La figura della regina di Saba, invece, è un elemento simbolico che caratterizza le opere chiaramente ed univocamente come gnostiche. La regina di Saba è il simbolo della saggezza (caratteristica questa della Maddalena), ma è anche la regina nera che richiama alla mente il culto di Iside, e il culto della Madonna nera, introdotto, proprio da Re Dagoberto. Ed è proprio l'ambiguità del nome Maria che consente agli eretici gnostici di nascondere il culto della Maddalena dietro quello della Vergine, e forse il culto del figlio avuto da Gesù dietro Gesù stesso. Questa ambiguità è presente, come indicato, nel mosaico attraverso la pantera (chiaro richiamo alla tesi del polemista Celso ed alle scritture Toledot ebraiche che volevano Gesù figlio di un soldato romano di nome Pandera) che regge l'ariete e che segnala il passaggio da un era, quella dell'ariete, ad un'altra, quella dei Pesci, (rappresentati dalla sua compagna la sirena a due code) attraverso Gesù. La pantera ha una compagna, la Sirena Melusine, che è nel contempo la Madre dell'ariete (Gesù) e compagna (Miriam in ebraico) dello stesso Gesù e quindi progenitrice della stirpe Merovingia (per il dettaglio di questa tesi rimandiamo ai precedenti due articoli pubblicati su Episteme n. 5). Nella raffigurazione di Chartres, Melchisedek regge una coppa chiaramente indicante il sangue e la coppa dell'ultima cena. Il fatto che sia lui a tenere in mano la coppa lo ricollega al sacerdozio eterno cui è destinato, e che ha in Gesù il legittimo successore. Per finire non possiamo non soffermarci su quella che è una ulteriore evidente prova a sostegno della diffusione della leggenda della Maddalena in Francia in epoca medioevale: la raffigurazione del viaggio della Maddalena in Francia in una delle vetrate della cattedrale di Chartres. Soffermiamoci sulla parte centrale della vetrata (abbiamo isolato unicamente questa in figura) che, come il mosaico, va letta dal basso verso l'alto. Al centro, in basso a sinistra La Maddalena vestita con un mantello azzurro da cui fuoriesce una tunica rossa, sale su una nave. Giunge in Francia con la sorella Marta ed il fratello Lazzaro ove S. Massimino vescovo li accoglie(al centro in basso). Nella scena in basso a destra è raffigurata una sorta di castello che pare richiamare l'accoglienza che il principe francese dette alla Maddalena. Nel semicerchio superiore la morte della Maddalena e la sua deposizione in un sepolcro (che a questo punto si trova, chiaramente, in Francia). L'anomala scena appare ripetuta e nella

117 117 seconda il cadavere è bendato. Questo, può, a nostro avviso, avere un sol senso: la prima è la raffigurazione della morte della Maddalena, mentre la seconda raffigura il ritrovamento del corpo o, meglio, una deposizione in un diverso sito, visto che il sarcofago appare chiaramente diverso nelle due raffigurazioni. La Maddalena nelle basiliche di Cimitile La più incredibile e significativa raffigurazione della Maddalena è ancora oggi visibile nel complesso delle basiliche paleocristiane di Cimitile in provincia di Napoli. Il complesso rappresenta la più antica testimonianza del Cristianesimo in Italia ma è anche uno dei più sensazionali e prestigiosi documenti del Cristianesimo mondiale. La sua importanza risiede, non solo nella vetustà delle opere ma soprattutto, paradossalmente, nella incuria in cui è stato relegato e che ha consentito, anche se in pessimo stato di conservazione, la sopravvivenza del prezioso patrimonio monumentale e pittorico. Il restauro iniziato nel lontano1988 e culminato con gli interventi per il giubileo, ha restituito al patrimonio artistico mondiale questo prezioso gioiello, eppure, paradossalmente, oggi che queste opere sembrano essere state salvate dall'abbandono, finiscono per essere seriamente minacciate da interventi inutili, eseguiti con incredibile imperizia e superficialità sui quali torneremo doverosamente alla fine di questo capitolo. La principale opera pittorica, sulla quale vogliamo attirare l'attenzione non solo del lettore, ma anche dei critici e degli storici, è allocata nella basilica detta dei Martiri. La basilica costituisce la più antica del complesso e, quindi, si colloca tra le più antiche basiliche paleocristiane mondiali. È un locale di dimensioni ridottissime composto da tre vani risalenti al II-III secolo. Il vano centrale, a cupola, rappresenta il vero gioiello pittorico del complesso, sebbene i dipinti siano in condizioni che si possono eufemisticamente definire disperate. Questo locale contiene sulla parete ovest una rappresentazione della passione di Gesù relativamente convenzionale se non per la collocazione del Cristo in croce che appare dipinto, in parte, su un contrafforte che sorregge la volta. La parete nord ospita vari dipinti che raffigurano episodi evangelici. In questa parete fu ricavato dal vescovo Leone III nel IX secolo il nuovo ingresso all'edificio sostitutivo di quello preesistente orientato a sud. Il primo dipinto della parete nord, situato subito sopra l'ingresso, ritrae la Maddalena e la Vergine inginocchiate ai due lati del Cristo risorto. La scena è quella che tradizionalmente viene identificata con le parole "Noli me tangere" rivolte dal Cristo risorto alla Maddalena. ("Non mi toccare poiché non sono ancora salito al Padre", Lc 20,17). Altro dipinto di questa parete è la incredulità di Tommaso che immerge la mano nel costato di Gesù. Un terzo affresco rappresenta la chiamata di Pietro e Andrea raffigurati sulla loro barca durante la pesca. Interessante è uno dei tre ambienti dedicati all'apostolo Giacomo con un apposito altare e con la volta affrescata di cui rimane ben poco. La parete est presenta due altarini ai lati di un arco che funge da ingresso alla cappella di S. Giacomo. I due altarini sono costituiti da due strutture che fuoriescono dal muro e che ospitavano due acquasantiere o un piano destinato, probabilmente, ad oggetti votivi (lo stato di conservazione dei piani orizzontali non consente un migliore dettaglio). I due altarini sono sovrastati da due dipinti ricavati nelle due lunette nel muro incavato di dimensioni identiche di circa 60 cm di altezza. Quello straordinario, a nostro avviso, è il dipinto presente nell'altare a destra della volta.

118 118 Esso raffigura la Maddalena, il cui nome è chiaramente visibile a destra della testa, in abito regale che reca sulla testa una vistosissima corona. Singolare è il modo in cui l'artista ha scritto il nome adoperando per la M una sorta di omega capovolta e per la D di Magdal un cerchio. L'autore del dipinto ha posto sulla Maddalena un velo bianco (nimbo) che dista dalla testa alcuni centimetri: l'effetto complessivo è un'amplificazione delle dimensioni della corona che risalta in maniera del tutto inconsueta. Nel ritratto la Maddalena regge tra le mani un vaso chiuso associabile a quello che ospitava l'olio profumato della unzione che precedette l'ultima cena. Interessante è notare che il complesso basilicale contiene svariate raffigurazioni della Madonna, ma nelle più antiche essa appare priva di corona. Il primo dipinto che ritrae la Vergine in veste regale è sito nella basilica di S. Maria degli Angeli ed è stato realizzato nel 1344, come segnala la iscrizione in basso allo stesso dipinto. Esso, quindi, si colloca successivamente alle possibili date proposte per il dipinto della Maddalena. Questa constatazione rende ancor più incredibile la raffigurazione in veste regale della Santa che, quindi, risultava, almeno fino al XIV secolo, l'unico personaggio femminile incoronato presso il vasto complesso basilicale. Il Reau20 - irrinunciabile riferimento per l'iconografia cristiana - riporta in analitica carrellata, tutte le possibili raffigurazioni della Santa nei vari secoli e culture, identificando nel vaso il principale tratto iconografico ed aggiunge: Il vestito muta a seconda che sia rappresentato prima o dopo il suo pentimento. Nel periodo della vita mondana è rappresentato in vesti da cortigiana... una acconciatura civettuola, orecchini pendenti, maniche con spacchi, guanti che il maestro della tavola di Sainte-Barthelemy le fa portare anche ai piedi della croce. Ritiratasi a Saint Baume, la si vede stesa seminuda o vestita solo del manto d'oro dei suoi capelli biondi, di modo che malgrado il teschio davanti cui ella medita, è generalmente meno casta quando è rappresentata nel suo pentimento che durante il suo smarrimento. A partire dal Rinascimento, la maggior parte dei pittori hanno visto in questo motivo privo di ogni carattere religioso, nient'altro che un tentativo per eccitare la sensualità degli osservatori... Nel sottolineare la singolarità iconografica nulla ci viene, però, detto, pur nella vasta analisi, di possibili raffigurazioni della Maddalena con corona e, nonostante i nostri sforzi, non siamo stati in grado di trovare altri dipinti simili a quello cimitilese 21. All'infuori della Vergine, esistono rarissime tradizioni di Sante incoronate, legate o alla effettiva regalità (es.: Sant'Elena imperatrice), o alla regalità acquisita attraverso la verginità consacrata in matrimonio mistico a Cristo (es.: S. Agata). E' evidente che la verginità e la regalità sono attributi non applicabili alla Maddalena. Infatti, la Maddalena era una prostituta e, sebbene proveniente da famiglia di

119 119 sangue regale, come ricorda la Legenda Aurea, non ci viene presentata come una regina22. Il motivo della sua regalità va, quindi, cercato altrove. Proviamo, quindi, ad analizzare il simbolismo attraverso le parole di S. Paolino vescovo di Nola, artefice primo del complesso basilicale, che alla santa dedica una notevole parte della sua 23ma lettera. Ne stralciamo una sintesi. Con chiome siffatte anche la famosa donna del Vangelo, simbolo della Chiesa, asciugò i piedi di Cristo, irrigandoli di lacrime e di olio profumato... In lei il signore non amò l'unguento profumato, ma la carità per cui, modesta nell'impudenza ed audace nel suo amore, senza temere l'oltraggio e la ripulsa, penetrò nella casa a sé estranea del fariseo, vi entrò senza essere invitata, petulante ed usando quella violenza con la quale si rapisce il regno dei cieli... non corse alla tavola riccamente imbandita di quel fariseo, ma ai piedi del Cristo e si lavò e si nutrì in essi... compì la sua libagione col pianto, fece l'offerta con l'unguento, sacrificò con l'amore... meritò non solo la remissione dei peccati ma anche la gloria che il suo nome fosse proclamato insieme col Vangelo... Beata lei che gustò Cristo nella carne e ricevette il corpo di Cristo nella realtà fisica... Beata lei che meritò di essere presentata con questa immagine come simbolo della Chiesa... Vale molto di più l'inopportunità di questa donna. Infatti l'ordine del ministero preparato fin dall'eternità... richiedeva che nelle tende di Sem passasse l'abitazione di Jafeth, cioè che nella casa della Legge e dei Profeti fosse giustificata piuttosto la Chiesa L'ambiguità di alcune frasi, in Paolino, è solo apparente. L'ortodossia e l'immediatezza dei suoi scritti impedisce di trarre indicazioni nascoste relative ad un rapporto privilegiato della Maddalena con Gesù, ma è del tutto inconsueto il paragone che Paolino propone, e che fa della peccatrice il simbolo stesso della Chiesa conferendole una implicita regalità: la regalità della Chiesa, sposa di Cristo. Esperti del calibro della professoressa Castelfranchi di Lecce, profonda conoscitrice dell'arte bizantina in Italia meridionale, che abbiamo contattato per un parere sulla possibile datazione del dipinto, ritengono, a partire dalla foggia della corona, che il dipinto sia collocabile con certezza nel periodo Svevo-Angioino; eppure vari sono gli elementi che, a nostro avviso, possono consentirci di anticiparne notevolmente l'epoca di composizione. La raffigurazione potrebbe essere stata ispirata direttamente dagli scritti di Paolino e, potrebbe essere stata realizzata, non molto dopo la composizione dell'epistolario (V sec.). Ritorneremo tra breve su questa ipotesi. Paolino parla raramente di sante nel suo epistolario e ancor più raramente eleva queste a simbolo della Chiesa; la cosa che, però, meraviglia di più è la equivalenza tra questa raffigurazione della Maddalena neotestamentaria e quella che Paolino dedica alla Regina di Saba veterotestamentaria che egli chiama Regina del Sud nella quinta epistola: Ella (la Regina del Sud) non possedeva la legge della Scrittura, ma aveva la fede della legge, incisa nello spirito della sapienza e della pietà delle tavole del suo cuore. Venuta dagli estremi confini del mondo sospinta dal suo interesse e dal grande desiderio di conseguire la salvezza, bramò ascoltare la sapienza di Dio per ricevere ciò che non possedeva ed attingere la luce della conoscenza di cui era priva. Vuol dire che fin d'allora quella regina destinata a venire dalle genti, desiderava il suo sposo: circondata di varietà del suo vestito intessuto d'oro dimentica del suo popolo e della casa paterna, correva verso l'odore di Cristo che abbondantemente spirava dal suo Profeta (Salomone)... Perciò ella è ritenuta degna non solo del premio celeste della beata resurrezione, ma anche della potestà degli Apostoli di giudicare i Giudei infedeli per bocca del Giudice in persona, in quanto, avendo ammirato Cristo nella persona di Salomone, aveva compiuto l'amore vero di regina celeste nella mistica immagine della provvida Chiesa.24 La esegesi in apparenza ardita di Paolino, che lo porta a riconoscere in Salomone il precursore di Cristo e di conseguenza nella Regina di Saba l'immagine della Chiesa, è estremamente indicativa del clima culturale del primo Medioevo e ci riporta (anche se a distanza di 700 anni) alle raffigurazioni della regina di Saba e di Re Salomone nel mosaico di Otranto. Relativamente al mosaico, si rafforza la nostra convinzione che la prima riga della corona

120 120 musiva rappresenti da un lato la Regina di Saba ed il Re Salomone come simbolo della coppia veterotestamentaria Gesù-Maddalena, dall'altro la coppia Sirena-Pantera come equivalente della medesima coppia neotestamentaria. Paolino, del resto, non fa altro che commentare e desumere da Matteo il suo paragone: La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone! (Mt 12,42) E' proprio il "ritorno" della Regina del Sud che ci riporta alla Maddalena ed al dipinto che sembra voler suggerire questa interpretazione. Il viso che l'autore del dipinto ha marcatamente brunito, pare voler confermare la associazione tra la scura Regina di Saba e la Maddalena. Paolino era originario della Aquitania e quindi era nato e vissuto in una regione che vide un florido sviluppo del culto della Maddalena: non ci meraviglia, quindi, che alla Maddalena ed alla sua immagine equivalente veterotestamentaria, la Regina di Saba, Paolino dedichi non solo uno spazio inusuale nella sue lettere ma addirittura il titolo di "immagine dalla Chiesa"; ciò che desta meraviglia, è che il culto, se così fosse, era già presente nella Provenza del V secolo. E', altresì, indicativo constatare che le due lettere furono scritte nei primi 5 anni di permanenza a Nola e quindi non risentono ancora della cultura italica e della evoluzione teologica subita dal pensiero e dalla lingua di Paolino nelle epistole successive. La triade sposa-regina-peccatrice che emerge dagli scritti di Paolino ci sembra, se non la ispirazione diretta del quadro, sicuramente una spiegazione convincente delle motivazioni teologiche alla base di questa raffigurazione, facendo emergere, anche se Paolino mai l'avrebbe sottoscritta, l'esistenza di una tradizione di origine francese, che vedeva nella Maddalena ben più di una sposa mistica di Gesù. Ma le sorprese della cappella dei Martiri non finiscono qui. A destra della raffigurazione della Maddalena campeggia una figura intera, riccamente vestita priva, purtroppo, del volto, che, cosa estremamente strana, non è stata mai identificata. E' sufficiente uno sguardo per rendersi conto che la figura in questione è ancora la stessa Maddalena 25. La testa della figura reca il medesimo velo della Maddalena e, sebbene il volto sia andato perduto, si nota la medesima distanza del velo dalla testa, tanto che, per le identiche dimensioni, il volto della Maddalena nell'altare potrebbe essere perfettamente sovrapposto a quello della figura intera. La figura reca il medesimo mantello e la veste scura della Maddalena nell'altare, ma, i particolari che la identificano, a nostro avviso, definitivamente come la Maddalena, sono il disegno della cintura, il ricamo nelle maniche della veste e i bracciali identici nelle due figure. Altro particolare che accomuna il metodo realizzativo delle due figure è nella cucitura dorata dei quadroni in cui sono intarsiate le stesse pietruzze che ritroviamo incastonate nella corona. Perché mai allora, l'artista ha voluto raffigurare la Santa sia a mezzo busto che a busto intero?

121 121 Il dipinto a figura intera collocato a destra della Maddalena. Dettaglio: si notano il velo sulla testa, le maniche e la cintura decorata, ed il rotolo ed i bracciali. Rappresentazioni replicate della medesima figura a mezzo busto e a busto intero, oltre che essere difficilmente spiegabili sono anche alquanto inconsuete. Indubbiamente la figura a busto intero appare ancor più maestosa e regale della immagine a mezzo busto nell'altare. Interessanti sono i particolari della stupenda veste a quadroni. Comparazione del velo (nimbo) nella figura a busto intero (a sinistra) ed in quella a mezzo busto (a destra). Comparazione delle decorazioni della cintura della Maddalena a mezzo busto (in alto), e del ricamo della veste della figura a busto intero (in basso). Entrambe presentano una corona circolare contenente una margherita.

122 Comparazione delle maniche delle due vesti. Figura intera a sinistra e Maddalena a destra. Decorazioni tipiche di una dalmatica bizantina del V-VI sec. Si noti la similitudine con le spirali sulla cintura e sulla veste o con la decorazione della manica della tunica nella Maddalena. Come abbiamo precedentemente indicato, sia la corona nimbata che la veste sono state classificate come Svevo/Angioine, ma può essere davvero esclusa l'ipotesi della contemporaneità al periodo paolino26? Del resto alcune preziose corone come quella dello stesso Federico II e della moglie Costanza di Aragona, ma anche quelle raffigurate in alcune miniature del periodo, sembrano particolarmente distanti dalla foggia della corona della Maddalena. La corona imperiale di Ottone il Grande ereditata da Federico II. Il cumuleuco di Costanza d'aragona moglie di Federico II, Palermo, tesoro della cattedrale. Il matrimonio tra la giovane Jolanda di Brienne e Federico II, dalla Cronica del Villani. In particolare abbiamo notato che il tipo di tunica della figura intera e della Maddalena sembra essere una tipica dalmatica imperiale bizantina che era dotata di lunghe e larghe maniche come quelle nel dipinto. Abbiamo ritrovato foto di decorazioni adoperate per le maniche ed i bordi di questo tipo di abbigliamento databili al IV-V sec. comparabili alla dalmatica della Maddalena. Va sicuramente detto, che le dalmatiche, solitamente, avevano colorazione chiara e non possedevano decorazioni così diffuse (quadroni scuri nel dipinto a figura intera) ma quasi sempre concentrate (maniche, bordi). Esistono, comunque,

123 raffigurazioni che, ritraggono simili variazioni. In un mosaico del IV secolo che si può ammirare nella chiesa di S. Vitale a Ravenna ( ), raffigurante la imperatrice Teodora ed il suo corteo di cortigiane, ritroviamo non solo la corona nimbata (sebbene diversa da quella del dipinto come diverso è il tipo di corona), ma anche una decorazione a rombi (bordo inferiore di una delle figure a destra del dipinto) estremamente simile a quella a quadri con bordo decorato che adorna la dalmatica nella figura a busto intero cimitilese. Corteo della imperatrice Teodora (chiesa di S. Vitale a Ravenna ) Notare la decorazione a rombi della ultima cortigiana a destra. Le figure con bordi marcati del mosaico, l'assenza di chiaroscuri, lo sviluppo totalmente bidimensionale ed in particolare la fattura dei volti con contorni marcati ed allungati accomunano, a nostro avviso, i due affreschi cimitilesi e le figure musive del ravennate. Altro elemento che non andrebbe trascurato, è il fatto che il dipinto verticale cimitilese, pur trovandosi sulla parete in cui era presente il precedente ingresso chiuso da Leone III, campeggia in una zona esterna a quella in cui era situata l'apertura. Quella zona muraria è, quindi, potenzialmente rimasta inalterata. Parimenti, va osservato che, salvo ritenere successivo il muro di separazione con le due lunette e gli altarini che contengono Eusebio (di cui parleremo tra breve) e la Maddalena, il muro stesso potrebbe risalire al III-IV secolo e quindi sarebbe anomalo che, pur essendo state ricavate due aree incavate destinate chiaramente a contenere figure o statue votive, queste non siano state affrescate per oltre 600 anni. Ma andiamo ad analizzare altre singolari similitudini con alcune opere del patrimonio pittorico e musivo italiano. Una particolare affinità la ritroviamo comparando la Maddalena ad un altro mosaico altrettanto anomalo, nella basilica di S. Prassede a Roma. Soffermiamo l'attenzione sui primi due personaggi dei 4 che compongono il mosaico databile al IX sec.. Interessante è il primo dei due denominato "Episcopa Theodora". Probabilmente si

124 trattava di una persona in vita quando è stato eseguito il mosaico e, pur ritenendo il personaggio in aura di santità, lo si è rappresentato con una corona quadrata per distinguerlo dagli altri quattro (Santa Prassede, la Madonna e Santa Prudenziana). Non ci soffermeremo sull'altro interessantissimo particolare riguardante il fatto che il personaggio rappresenta chiaramente un vescovo di sesso femminile e che, quindi, costituisce una prova della apertura, nella chiesa delle origini, al sacerdozio alle donne 27. Va notato che la Theodora del dipinto non è mai divenuta santa, suggerendoci la flessibilità che il concetto di santità aveva nel primo Medioevo e sul quale torneremo in relazione al dipinto che a Cimitile raffigura S. Eusebio. Molto interessante, ai nostri fini è il personaggio di S. Prudenziana rappresentato con una corona a tre punte simile alle tre punte che ritroviamo nella corona della Maddalena. Ciò aggiunge un tassello alla nostra ipotesi di predatazione, portandoci a soli 400 anni dalla data che presumiamo sia quella di composizione del nostro dipinto. Altro sito fondamentale per la nostra elaborazione è la antichissima basilica di S. Maria Maggiore a Roma ed anche in questo caso le opere che ci interessano sono due stupendi mosaici il primo dei quali orna la facciata. La basilica del IV secolo fu ristrutturata da Papa Innocenzo II nel XII secolo dandogli l'attuale aspetto. Il mosaico in facciata mostra una stupenda Vergine in trono priva di corona, circondata dalle vergini savie e da quelle stolte della famosa parabola evangelica. Giungiamo, così, alla prima stranezza. Le vergini savie posseggono sia aureola che corona. Per essere più precisi, le vergini stolte posseggono solo l'aureola e portano una lampada ad olio spenta, mentre quelle savie posseggono aureola e corona con lampada ad olio accesa. Difficile è dire quale sia il motivo che ha spinto l'autore del mosaico a raffigurare anche le vergini stolte con l'aureola. Se questa era strana per quelle savie, visto che si tratta di personaggi di fantasia, ci pare assurda per quelle stolte che non sono in alcun modo collegabili al concetto di santità. Raffrontando le raffigurazioni delle Vergini con quella della Maddalena nelle basiliche di Cimitile emergono svariate similitudini che non possono essere solo frutto del caso. Prima di tutto, osservando le vergini savie, si nota il ripetersi costante della presenza di una corona a tre punte simile a quella della Maddalena, ma è evidente che questo è solo uno degli aspetti e forse il meno interessante. La veste di tutte le vergini ha una fattura pressoché analoga a quella della Maddalena a figura intera cimitilese. Si ripetono i quadroni anche se in questo caso sono disposti romboidalmente. Ritornano il bordo e le maniche ricamate, la cintura decorata e, cosa che risalta in maniera emblematica, la evidente presenza di un nimbo sotto la corona delle vergini savie. Il contrasto tra la Madonna priva di corona e le vergini savie rende ancor più singolare la raffigurazione, specie se si entra all'interno della basilica e si comparano la vergine sulla facciata - priva di corona, ma assisa in trono con il bambino - e quella in trono incoronata che si trova all'interno.

125 Qui la "Madonna" appare abbracciata al Cristo, e sormontata, da una corona che, ancora una volta, si presenta con tre punte ed ha foggia identica a quella delle vergini sulla facciata. Colpisce l'aspetto giovanile della figura femminile, di fronte alla quale il Gesù barbuto, che poggia una mano sulla spalla della donna (altro atteggiamento singolare), appare visibilmente, più anziano. Comparando le vesti della Madonna in facciata con quella raffigurata sotto l'abside appare stridente la differenza. La veste della Madonna in facciata, sebbene elaborata, non sembra una veste nobiliare. Il drappeggio vistoso e le decorazioni geometriche grossolane sembrano fatte per esaltare la differenza tra la nobiltà delle vesti delle vergini savie rispetto a quella della Madonna. La veste della Madonna sembra molto più vicina a quella priva di decorazioni delle vergini stolte che non a quella riccamente decorata di quelle savie. La Madonna, invece, sotto l'abside è vestita con una sfarzosa veste riccamente decorata ed indossa scarpe, anch'esse decorate che risaltano di fronte ai piedi nudi di Gesù che indossa un semplice paio di sandali. Crediamo che la sequenza delle 4 immagini, le prime due della Maddalena nelle basiliche di Cimitile, la seconda di una delle vergini della basilica di S. Maria in Trastevere e l'ultima della Madonna in trono sempre nella medesima basilica rendano meglio di ogni altra descrizione le deduzioni comparative che intendiamo proporre. Ad aumentare le nostre perplessità di fronte all'ambigua raffigurazione absidale della chiesa trasteverina intervengono le due iscrizioni: "leva eius sub capite meo et dextera illius amplexabitur me" (la sua sinistra

126 è sotto il mio capo e la destra mi abbraccerà) incise nel rotolo che tiene in mano la Madonna e "veni electa mea et ponam te in thronum meum" (vieni mia eletta e ti porrò sul mio trono). La scritta riportata nel libro tra le mani del Cristo la ritroviamo anche in un dipinto sostanzialmente identico, successivo a quello in analisi presente presso la cappella paolina ultimata nel Qui, però, sparisce l'ambiguo braccio che circonda la spalla della Vergine. Il senso profondo di questa ambiguità si comprende solo risalendo alla fonte che ha ispirato le due scritte che è il Cantico dei Cantici, stupendo poema biblico dedicato al dialogo passionale che intercorre tra due sposi. La radice ambigua di questa ispirazione viene del tutto esplicata nel Pontificale Romanum - Jussu editum a Benedicto XIV et Leone XIII recognitum et castigatum ove essa diviene: "Veni, electa mea, et ponam in te thronum meum. Quia concupivit rex speciem tuam." E', quindi, evidente che colei che è rappresentata è la Sposa mistica di Cristo: la Chiesa, ma nel contempo è anche la compagna di Cristo che non può essere la Vergine sebbene la teologia cattolica voglia caricare la Madonna anche di questo appellativo. La donna nel dipinto riprende il concetto espresso nell'epistolario paolino, in tal senso essa è, a nostro avviso, ispirata da una iconografia ancora in fase di transizione al momento della composizione del mosaico che aveva sovrapposto l'immagine della Madonna (in vesti umili) a quella della Maddalena (in veste e con corona regale) con l'intenzione di soppiantare quest'ultima. In questa nuova e più tranquilla collocazione teologica, gli artisti possono elaborare il concetto spingendosi fino a porre la "nuova" Maddalena sul posto che le competeva secondo la gnosi e quindi sul trono di Cristo, riprendendo l'inconscia mediazione proposta da S. Paolino: la Maddalena quale simbolo della Chiesa e Sposa mistica di Cristo. Il dipinto cimitilese è, quindi, una preziosa prova di questa transizione dal culto della Maddalena incoronata a quello delle varie Madonne incoronate che popolano le chiese, in particolare, quelle del Sud Italia. Questa prova, già di per se validissima, acquista ancor più forza nella ipotesi da noi proposta, che suggerisce una data anteriore a tutte le opere che abbiamo esaminato, e che esamineremo ancora nel seguito di questa trattazione. E' la stessa esistenza della Maddalena intatta nelle basiliche che testimonia la sua antichità, riportandoci ad una fase storica, come quella che vide la stesura dell'epistolario paolino, ove tale ambiguità non era ancora colta in tutto il suo potenziale teologico devastante.

127 Ma torniamo al mosaico romano. La similitudine tra le figure delle vergini nel corteo musivo della facciata di S. Maria in Trastevere ed il corteo della Imperatrice Teodora nella chiesa di S. Vitale sembra tutt'altro che casuale anche se si pensa che nella stessa chiesa viene conservato una delle più antiche raffigurazioni della Madonna databile al VI-VII sec. che mostra evidenti analogie con l'immagine della Imperatrice nella chiesa di S. Vittore. L'abito presenta la medesima decorazione dell'ampio collare della dalmatica di Teodora, identico è, poi, il copricapo nimbato nelle due figure. Siamo a poco più di 100 anni dalla realizzazione delle basiliche cimitilesi e, sebbene, come si sa, nessuna delle madonne precedenti a quella del 1344 nella basilica di S. Maria degli Angeli porti la corona, a Roma parecchi secoli prima si rappresenta una Madonna con copricapo bizantino ed in veste regale, a testimonianza dell'inizio della fase di transizione iconografica di cui si parlava. A questo punto, ciò che manca alla nostra ricostruzione è un dipinto che rappresenti il momento di transizione in cui il copricapo bizantino imperiale alla Teodora sulla testa della Vergine sia appaiato alla corona a tre punte sulla testa della Maddalena. Questo dipinto esiste ed è stato di recente scoperto nella chiesa di Santa Susanna28 in Roma.

128 Il dipinto rappresenta le tre Marie evangeliche. La Maddalena è all'estrema destra, riconoscibile dal vaso che sorregge con gesto identico a quello della Maddalena nelle basiliche cimitilesi, è sormontata da una corona a tre punte che la differenzia dal personaggio di sinistra che ne è privo. La Vergine, invece, si presenta con il bambino e con il copricapo imperiale bizantino della principessa Teodora nella basilica di S. Vitale a Ravenna. Singolare ci appare anche la similitudine formale tra questo dipinto e quello cimitilese, specie in relazione al modo in cui sono stati delineati i contorni del volto e degli occhi. Si paragonino, infatti, le palpebre della Madonna di questo dipinto con quelle della Maddalena cimitilese. A questo punto possiamo ricapitolare i passi della transizione di culto ed iconografica. S. Paolino prepara la strada al cambio con la sua ardita teologia che paragona la Maddalena alla Chiesa ed alla Sposa mistica di Cristo, riadattando un culto di origine provenzale, che aveva incamerato nella sua terra e che era di chiara, anche se non dichiarata, sub-origine gnostica. Il dipinto cimitilese della Maddalena incoronata, crediamo, si basi proprio su questa teologia. Le basiliche di Cimitile e lo stesso Paolino, come testimonia il suo vasto epistolario ed in particolar modo l'epistola 32, divengono promotori di un vasto movimento di uomini ed idee che sfocia nella realizzazione di varie chiese tra la Provenza e l'italia centrale e settentrionale, che, in qualche modo, vedono una influenza diretta o indiretta del vasto complesso basilicale cimitilese. Il costume di Paolino che commenta le immagini dipinte con un carme esplicativo, diviene la prassi, come dimostra, appunto, la lettera 32. Le immagini non sono importanti in quanto singole, ma in quanto combinate con il complesso delle rappresentazioni di una basilica: questa è l'idea centrale in Paolino che esprime, chiaramente, un costume in uso al tempo. Paolino, spesso consultato dai suoi amici, probabilmente diviene un riferimento non solo per la già vasta e nutrita cerchia di autorevoli personaggi che stimano profondamente il monaco nolano. In questo ambito il pensiero di Paolino sulla Maddalena dovette divenire uno dei momenti iconografici tipici anche se, ben presto, la contraddizione stridente evidente nelle basiliche cimitilesi, tra la Vergine in vesti umili e non regali e la Maddalena in vesti regali, insieme alle idee eretiche della gnosi e del ruolo della Maddalena in quella eresia, dovettero spingere ai primi tentativi di rappresentazione diversa della Madonna di cui il dipinto di S. Maria Maggiore è una delle prime testimonianze. Quel dipinto, come anche quello cimitilese, traggono ispirazione dai mosaici del ravennate ed in particolare dal riferimento primo della regalità al femminile: il corteo nuziale della imperatrice Teodora. Ma Paolino - ritenendo plausibile la datazione da noi proposta per la Maddalena cimitilese - sceglie un modello raffigurativo più libero e che, come mostreremo tra breve, sembra ispirato alla sua origine Provenzale o è, comunque, di origine Francese. Quella raffigurazione della Maddalena e la teologia che Paolino esprime, è ancora presente nel dipinto della basilica di S. Susanna. Qui, però, la Maddalena incoronata è affiancata alla Vergine imperatrice. La Vergine indossa il copricapo bizantino della imperatrice Teodora che pone il suo simbolo regale al di sopra di quello della Maddalena rappresentata con la corona a tre punte. Questo è l'apice del periodo di transizione prima della scomparsa definitiva della Maddalena incoronata. Sarebbe interessante sapere se lo stato di degrado del dipinto è dovuto ad una deliberata distruzione, ma ciò ci porterebbe fuori tema. Altro interessante dettaglio, tutt'altro che trascurabile, è costituito dal volto volontariamente e fortemente brunito, della Maddalena nel dipinto cimitilese. E legittimo pensare che, se il culto della Vergine Incoronata costituisce una sovrapposizione sostitutiva di quello della Maddalena, il culto delle Madonne Nere, anch'esse sempre incoronate, è il più chiaro e diretto richiamo alla iconografia cui si ispira e che testimonia il dipinto cimitilese. Attraverso la Maddalena di Cimitile viene, quindi, documentalmente confermata la plausibilità della teoria della transizione di culto dalla bruna Maddalena Incoronata alle nere Madonne Incoronate ed alle Madonne Incoronate in generale.

129 Resta, a questo punto, il dubbio sulla datazione della Corona e sull'origine di quella particolare foggia che, evidentemente, non era italica, ma francese. A testimoniare l'antichità della corona a tre punte viene la miniatura di una Bibbia carolingia del IX secolo che mostriamo di seguito e che rappresenta Carlo Magno assiso in trono con una corona che non è, evidentemente, la famosa Corona Ferrea. La forma della corona a tre punte torna anche in altre rappresentazioni come un salterio del IX sec. raffigurante Carlo il Calvo ed i simboli regali 29. La corona a tre punte, quindi, già esisteva nella Francia della fine dell'viii secolo, anni in cui salì al trono Carlo Magno. Possiamo anche proporre una ipotesi sulla sua possibile origine. E' nostra convinzione che la foggia della corona a tre foglie possa aver preceduto quella a tre punte riprendendo una tradizione ancor più antica che potrebbe aver preso le mosse in Gallia dal costume di coronare la testa dei re e dei vincitori ispirata, probabilmente, a quanto accadeva nel costume romano. Le foglie ed il rami intrecciati a cerchio, potrebbero essere stati ripresi nella formazione della foggia della tipica corona medievale "à fleurons". Le tre punte dovevano avere una funzione simbolica particolare confermata, a nostro avviso, dalla mano di Dio che si stende sulla testa di Carlo il Calvo nel suddetto salterio. In particolare riteniamo che le tre foglie tripartite rappresentassero l'unità della trinità nella figura regale che manifestava, quindi, la congiunzione tra la funzione regale e quella divina. Ma torniamo alle basiliche di Cimitile. A rafforzare la nostra convinzione inerente la datazione dei due affreschi delle lunette al IV secolo è l'altro dei due dipinti raffigurante S. Eusebio. Soffermiamoci allora su questa raffigurazione ed in particolare sulla identità del personaggio.

130 Che si tratti di S. Eusebio ci è confermato dalla dicitura visibile (EUSEBIUS) a destra del Santo. Un interessante particolare che accomuna i due dipinti (la Maddalena ed Eusebio) a quelli del ravennate, non ripreso in alcuno dei dipinti fino ad ora visti, è nella forma e nella realizzazione delle due aureole. Entrambe hanno un bordo scuro in cui sono incastonate pietruzze bianche a mo' di mosaico. Questo modo di rappresentare l'aureola è comune solo alle basiliche bizantine di Ravenna. Nella immagine seguente sono comparate le due raffigurazioni da cui si evidenzia la similitudine anche nel modo di rappresentare il viso, di marcare i contorni e nello sviluppo piano in cui i chiaroscuri sono pressoché assenti. Ma a quale S. Eusebio si riferisce il dipinto? La presenza del libro, la dalmatica rossa tipico abito vescovile, l'aureola che identifica il santo sembrerebbero ricondurci a S. Eusebio vescovo di Vercelli cui è attribuita la prima traduzione in latino dei Vangeli (il duomo di Vercelli conserva ancora un codice di quella traduzione, attribuito al vescovo), eppure, anche in questo caso, le lettere di Paolino aprono una diversa e straordinaria possibilità di identificazione. In una delle sue primissime lettere scritte dopo soli due mesi dall'avvio della personale attività monastica iniziata con il trasferimento dalla Spagna a Cimitile, Paolino scrive a S. Agostino quanto segue: In verità io, sebbene inferiore a te in tutto, con un dono che potesse ricambiare in qualche modo il tuo, ti ho procurato, così come avevi chiesto, la famosa Storia Universale di Eusebio, venerabile vescovo di Costantinopoli... Ad ogni modo, poiché ti sei degnato di indicarmi anche i luoghi dove

131 potevi trovarti, così come tu stesso avevi consigliato, ho scritto al nostro padre Aurelio, tuo venerabile collega nella dignità episcopale, di modo che, qualora attualmente tu ti trovassi ad Ippona egli abbia la cortesia di inviarti colà la mia lettera e questo codice membranaceo dopo averlo fatto trascrivere a Cartagine... affinché al nostro parente Domnione non mancasse troppo a lungo il suo codice e quello a te trasmesso restasse a tua disposizione senza necessità di restituirlo. L'equivoco che porta Paolino a confondere Eusebio da Cesarea con Eusebio vescovo di Costantinopoli è alquanto singolare, visto che il secondo fu, fino alla morte, un acerrimo sostenitore di Ario e della eresia gnostica. L'errore appare ancor più vistoso ed inspiegabile se si constata come Paolino, sebbene non possedesse il testo in precedenza, ne conosceva la fama e se si pensa che egli lo stava inviando ad Agostino in cambio dei suoi scritti appena pervenutigli in cui Agostino confuta le eresie del periodo. Va anche detto che, con questa lettera, la prima che Paolino invia ad Agostino, egli si propone di instaurare una amicizia salda con un personaggio che fino ad allora conosceva solo per fama, probabilmente l'evento avrebbe meritato una maggiore attenzione. Sicuramente né Eusebio da Cesarea né, ovviamente, Eusebio da Costantinopoli sono divenuti santi, ma il termine venerabile, adottato da Paolino, la disconoscenza dei fatti che egli dimostra nella epistola accompagnata dalla importanza che Paolino dà all'opera di Eusebio, suggeriscono una diversa interpretazione delle due rappresentazioni nella cappella dei S.S. Martiri, ma per giungerci dobbiamo operare una breve digressione. Sappiamo che la lettera 3, ora citata, fu scritta nel 359 poco dopo l'arrivo a Nola, mentre la 23, vista in precedenza (quella in cui si parla della Maddalena) fu scritta 5 anni dopo. Ciò che esisteva, all'arrivo di Paolino, era sicuramente la cappella dei Martiri priva dei numerosi affreschi fatti realizzare in parte proprio da Paolino. Sappiamo anche che Paolino fece portare a Nola i frammenti della Santa Croce e che manteneva un particolarissimo interesse per reliquie quali quelle di S. Felice cui era profondamente devoto. La vistosa corona che campeggia sulla testa della Maddalena non può non richiamare quella che compare nella scritta marmorea apposta sotto il protiro realizzato dal vescovo Leone III che recita: Basilica de' S.S. Martiri la quale è un intero pozzo, pieno delli corpi e sangue delli suddetti, e si sente bollire ne' giorni de' loro natali. Una donna incredula vi calò la corona e la tirò su piena di sangue, le cui gocciole incavarono il marmo. A man destra si vede il luogo ove S. Felice fu difeso dalle tele d'aragni. Il giorno dei natali è da intendersi come giorno del martirio fatto coincidere con quello della passione di Gesù, mentre l'ultimo episodio parla di un salvataggio miracoloso di S. Felice che in fuga fu nascosto dalle ragnatele tessute velocemente da un gruppo di ragni. Nella lapide si narra di "una" donna e non di una regina, ma nel contempo di parla "della" corona, come se l'oggetto fosse essenziale nella narrazione e fosse preesistente al fatto. In buona sostanza non crediamo sia peregrina l'ipotesi che la corona fosse una delle reliquie conservate nella cappella, proprio sull'altarino di fronte alla Maddalena, ciò spiegherebbe un gesto, altrimenti alquanto anomalo, quale quello di introdurre una corona in una pozza di sangue: il gesto, probabilmente, racchiudeva un consolidato rituale. Approfittando della leggenda che voleva la Santa di stirpe regale, anche per il suo legame spirituale con Gesù, è possibile che si ritenesse la corona come appartenuta alla Santa, conciliando la leggenda della goccia di sangue che scava la roccia e quella della corona della Maddalena. Il gesto rituale avrebbe avuto anche un forte valore simbolico nell'ottica della funzione che Paolino conferisce alla Maddalena: essendo, infatti, essa il simbolo della Chiesa, la sua corona era la corona stessa della Chiesa che immersa nel sangue dei Martiri assumeva una potente funzione allegorica. Il gesto compenetrava in sé la Chiesa ed il Sangue dei Martiri, e probabilmente, poggiandosi la corona sul capo i fedeli intendevano acquisire una duplice benedizione. Se, allora, l'altarino di fronte alla Maddalena era destinato alla corona vistosamente rappresentata sul capo della Santa, è intuibile che quello simmetrico dedicato a S. Eusebio contenesse il voluminoso libro che egli

132 mantiene sotto il braccio e che quel libro fosse proprio il testo membranaceo della "Storia Universale" che, come si legge dalla epistola, dovette tornare a Nola dopo essere stato ricopiato per Agostino. In quest'ottica la funzione teologica delle due figure è abbastanza chiara. S. Eusebio con la sua Storia Universale rappresenta il cristianesimo come fulcro della storia dell'uomo. La storia stessa culmina nel cristianesimo e nella fondazione della Chiesa di Roma. La Maddalena, dal canto suo, come Paolino stesso indica, è il simbolo stesso della Chiesa, ed è allora chiara la scelta di decorare con medesimo motivo, la cintura della Santa sul libro che S. Eusebio tiene sotto il braccio. Cintura della Maddalena - Particolare della decorazione comparato con la decorazione sulla copertina del libro tra le mani di S. Eusebio. La mancanza di affreschi simili sulla parete (fatta eccezione per il Cristo sul trono e per i dipinti nelle parti interne dell'arco) conferma la nostra convinzione che si sia voluto dare risalto, fin dalla costruzione del muro nella basilica, alla figure in esso rappresentate (Cristo, Eusebio e la Maddalena). Soffermiamoci, a questo punto, sugli oggetti che le due Maddelene cimitilesi portano tra le mani. L'unica differenza evidente è nell'oggetto che la figura intera ha tra le mani e che ci riporta a quelli che appaiono nella immagine a mezzo busto sotto le maniche del vestito. Nella figura a busto intero il braccio destro regge un oggetto scuro che sembra l'estremità del medesimo oggetto chiaro che è sotto il braccio sinistro. Sebbene le due estremità diano l'impressione d'essere la testa di due bimbi, l'uno biondo l'altro bruno, la mancanza della parte inferiore dei presunti due corpicini ci porta ad escludere questa ipotesi 30, l'oggetto parrebbe, invece, essere una sorta di rotolo di notevoli dimensioni. E' proprio l'immagine ridotta del medesimo rotolo nella figura a mezzo busto che emerge sotto le due braccia della Maddalena nell'altare che ci fa desumere che proprio di questo oggetto possa trattarsi. E', a questo punto, evidente che il rotolo in questione non può che essere il telo sindonico. Infatti la Maddalena nella figura a mezzo busto è raffigurata prima della passione con il simbolo che ne preannuncia l'imminenza: il vaso. Il telo appare ridotto per dare rilevanza al simbolo degli oli profumati della unzione. Nella figura a busto intero, la Maddalena è ritratta dopo la Passione quale depositaria della preziosa reliquia e quindi della prova della resurrezione. E' infatti, proprio la Maddalena la prima a recarsi nel sepolcro e la prima a vedere il Cristo risorto. La Passione ed il sangue del Martirio con la regalità della sposa mistica che dalla Maddalena si estende a tutti gli apostoli ed ai Martiri, sembra, quindi, essere il tema dominante della cappella. Lo stesso Paolino, nelle sue epistole (es.: nella epistola 3,4) parla di "stirpe regale e sacerdotale" riferendosi all'apostolato. Come anticipato, vogliamo chiudere questo lungo paragrafo con un forte senso di amarezza. La foto che riportiamo è tratta dal bel volume di Arcangelo Mercogliano Le Basiliche di Cimitile (ed. Barone) ed espone la situazione al E' con sincero dolore che constatiamo l'ulteriore degrado e lo scempio cui è stato sottoposto il dipinto. Oggi la cintura della Maddalena è del tutto scomparsa, come scomparsa è la scritta che appariva a sinistra della

133 testa. Uno sciagurato intervento privo, a nostro avviso, di senso, con il quale sono state coperte con uno spesso strato di intonaco a base cementizia (notoriamente isolante) le pareti della cappella di S. Giacomo subito dietro il dipinto della Maddalena, ha provocato una copiosa traspirazione attraverso il dipinto che risulta, oggi, vistosamente coperto di sali minerali con parti irrimediabilmente perse come il nome stesso della figura. La cintura, probabilmente per effetto di questo e di altri sciagurati interventi che nulla avevano a che vedere con il recupero, è scomparsa del tutto, essendo crollato l'intonaco che la sosteneva. Ma il danno irreparabile non finisce qui. Il libro di Mercogliano (pag. 224) parla della figura intera della Maddalena, segnalando che la santa (che non identifica) appare riccamente addobbata e sormontata da corona: di quella corona non v'è traccia, essendo stata cancellata insieme all'intonaco che era al di sotto: ma da chi? Evidentissime sono le tracce di schizzi di cemento sulla figura che, quindi, non è stata protetta durante gli interventi. Abbiamo rilevato anche quelle che sembrano abrasioni di spazzola effettuate, forse, per far fronte al danno che si era procurato. E' indispensabile un immediato intervento per salvare queste due opere di inestimabile valore non solo artistico, ma storico e teologico che gettano una luce definitiva a testimonianza delle trasformazioni del culto cristiano e della epurazione delle componenti ritenute troppo vicine alle eresie gnostiche con assimilazione e trasformazione in altri culti. Abbiamo doverosamente, segnalato il problema che ha trovato pronto e sensibile riscontro nelle persone dei professori Sersale e Marino del Dipartimento di Ingegneria dei Materiali dell'università di Napoli, i quali si sono fatti carico di un articolo denuncia che uscirà, probabilmente, in contemporanea alla pubblicazione di questo nostro. Crediamo sarebbe opportuno non alimentare nuove leggende in merito alla deliberata volontà di distruggere tutto ciò che può riportarci alla verità sulla storia del Cristianesimo, già ricca di momenti oscuri per fortuna passati ormai da tempo. L'eresia catara, il Vangelo di Filippo ed il mosaico di Otranto Nella convinzione che l'eresia Catara trovi parziale riscontro anche nell'opera musiva di Pantaleone riportiamo di seguito un brano trattato dalla Historia Albigensis di Pierre de Vaux de Cernay31. Il lungo estratto evidenzia gli aspetti principali della eresia che ritroviamo nell'opera musiva di Pantaleone: Prima di tutto, bisogna sapere che gli eretici ritenevano che ci siano due Creatori; cioè uno delle cose invisibili, che chiamano il Dio buono, ed un altro delle cose visibili, che chiamano il Dio maligno. Attribuivano il Nuovo Testamento al Dio buono e l'antico Testamento al Dio maligno e quest'ultimo lo rifiutavano interamente, con l'eccezione di alcuni passi che sono accolti nel Nuovo Testamento; questi ultimi li ritenevano degni di essere accolti per la riverenza dovuta al Nuovo Testamento. Essi accusavano l'autore dell'antico Testamento di falsità, poiché il Creatore disse: "Nel giorno che mangerete dell'albero della conoscenza del bene e del male, morirete"; ma (dicono) dopo averne mangiato non morirono; mentre, invero, dopo aver mangiato il frutto proibito (gli uomini) furono assoggettati alla miseria della morte. Lo chiamano anche omicida, sia per aver bruciato Sodoma e Gomorra ed aver distrutto il mondo con le acque del diluvio, sia per aver scaraventato nel mare Faraone e gli Egiziani. Affermavano anche che tutti i padri dell'antico Testamento erano dannati; che Giovanni il Battista era uno dei più grandi demoni. Essi dicevano anche, nella loro dottrina segreta, che quel Cristo che era nato nel mondo visibile, nella Betlemme terrestre, e fu crocifisso a Gerusalemme, era malvagio, e che Maria Maddalena era la sua concubina; e che era lei la donna sorpresa in adulterio, di cui leggiamo nel vangelo. Poiché il Cristo buono, dicevano, non mangiò mai, né bevve, né prese su di sé carne mortale, né fu mai in questo mondo, eccetto che spiritualmente nel corpo di Paolo... Dicevano che quasi tutta la chiesa di Roma era un covo di ladri; e che era la prostituta di cui si legge nell'apocalisse. Erano così contrari ai sacramenti della Chiesa, da insegnare pubblicamente che l'acqua del Santo Battesimo equivaleva in tutto all'acqua di un fiume e che l'ostia del Santissimo Sangue di Cristo non era diversa da un pane comune, instillando nelle orecchie dei semplici questa bestemmia, che il corpo di Cristo, anche se fosse stato grande come le Alpi avrebbe dovuto da tempo essere consumato e distrutto da quelli che ne avevano mangiato. Consideravano la

134 Cresima e la Confessione inutili e frivole. Predicavano che il Santo Matrimonio equivaleva al meretricio e che nessuno poteva salvarsi in esso, se avesse generato dei figli. Negando anche la Resurrezione della carne, inventavano delle storie inaudite, dicendo che le nostre anime sono quelle di spiriti angelici che, scaraventati giù dal cielo a causa dell'apostasia dell'orgoglio, lasciarono in aria i propri corpi glorificati; e che queste stesse anime, dopo aver dimorato in successione in sette corpi terrestri, di una specie o dell'altra, avendo alla fine adempiuto la propria penitenza, ritornano ai loro corpi abbandonati. Pur tenendo conto del fatto che la testimonianza è fortemente inficiata dall'atteggiamento negativo che il monaco cistercense premette alla sua analisi va anche detto che le rare testimonianze (principalmente interrogatori della Santa Inquisizione) sono abbastanza concordi. Il primo aspetto rilevante è sicuramente la testimonianza del concubinaggio tra la Maddalena e Gesù in cui credevano i Catari ma che, a differenza di quanto si può pensare visto il puritanesimo estremo dei Catari, è in linea con la loro teologia. In effetti i Catari distinguevano nettamente l'apparenza corporea - che viene da loro associata inequivocabilmente al dio dal male, come ogni cosa visibile - ed il Gesù spirituale. Il Gesù carnale può aver fatto e forse ha fatto realmente, nella visione catara, ogni sorta di male. Se vogliamo questo è il classico dualismo gnostico ed è anche uno dei principi esposti, tra gli altri testi, anche nel Vangelo di Filippo ove la materia è lo strumento con cui gli Arconti ingannano l'uomo. Interessanti sono, ad esempio brani come questo, tratti dal Vangelo di Filippo (54,20): Gli arconti vollero ingannare l'uomo a motivo della sua parentela con quelli che sono veramente buoni. Presero il nome di coloro che sono buoni e lo attribuirono a coloro che non sono buoni... Quindi nessuna meraviglia che il nome di Gesù venga associato a pratiche sessuali illecite con la Maddalena. Del resto il disprezzo per il Gesù materiale e l'adorazione per quello spirituale poteva ben conciliarsi con un analogo atteggiamento per la Maddalena e quindi il disprezzo per la Maddalena carnale ed il culto per la Maddalena spirituale massima espressione del pensiero gnostico ed esempio nella ricerca della ricongiunzione al Padre. E ancora, ecco come il Vangelo di Filippo ci aiuta a capire il dualismo del Gesù cataro(55,30): C'è chi dice<< Maria ha concepito per opera dello Spirito Santo>>. Sbagliano.... Quando mai una donna ha concepito per opera di una donna? Maria è la vergine e non fu mai contaminata da alcuna forza... E il Signore non avrebbe detto:<<il Padre mio che è nei cieli>> se non avesse avuto un altro padre. Egli avrebbe detto semplicemente: <<Mio Padre>> Il brano è perfettamente in linea con la polemica delle Toledot ebraiche e quella di Celso che voleva Gesù figlio di un soldato romano di nome Pandera. Anzi l'adulterio è in perfetta linea con la separazione tra il Gesù spirituale e quello carnale cui, proprio perché materiale, sono possibili ogni sorta di perversione. Lo stesso argomento della non credenza nella resurrezione dei corpi è tipico del Vangelo di Filippo (56,30): Alcuni temono di resuscitare nudi, perciò desiderano resuscitare nella carne. Costoro non sanno che proprio quanti portano la carne sono nudi... <<La carne ed il sangue non possono ereditare il Regno di Dio>>... <<Colui che non mangia la mia carne e beve il mio sangue non avrà in se la vita>>. Che significa? La sua carne è il Logos ed il suo sangue è lo Spirito Santo. Colui che ha ricevuto questo ha cibo, bevanda e vestito. Chi avesse letto questo brano e gli altri simili del Vangelo di Filippo non poteva non pervenire alla conclusione che l'eucarestia non aveva valore. Un discorso analogo vale per il Battesimo. Ecco cosa afferma il Vangelo di Filippo in merito (64,30)

135 Se uno scende nell'acqua e ne risale senza avere ricevuto nulla e dice: <<Io sono un cristiano>>: costui si prende in prestito il Nome. Ma se riceve lo Spirito Santo, costui ha il Nome come dono. A colui che ha ricevuto un dono non lo si domanda indietro. Anche per il Matrimonio vale il medesimo discorso, seppure il brano riportato dal monaco non è attendibile in quanto ritroviamo altri brani in cui il matrimonio, pur riconosciuto come fonte di peccato, non lo è se lo scopo resta quello della procreazione. Nella Summa de Chataribus di Raniero Sacconi si legge: Condannano anche il sacramento del matrimonio, dicendo che i coniugi commettono peccato mortale se si uniscono senza aspettativa di generare - inoltre, non si curano della compaternità, disprezzano i gradi di affinità carnale e spirituale e gli impedimenti degli Ordini (monastici) e del pubblico pudore e le proibizioni della chiesa... dicono anche che la chiesa ha sbagliato nel proibire il matrimonio del clero, mentre la chiesa orientale lo ammette. Questo duplice atteggiamento sul matrimonio è visibile anche nel Vangelo di Filippo (65,10) ove si legge: Vi sono spiriti impuri maschili e femminili: i maschi si associano alle anime che hanno preso domicilio in corpi di femmine e i femminili sono associati a quelle dei corpi degli uomini a motivo di colui che disobbedì: e non sfugge loro alcuno - poiché essi lo trattengono - a meno che uno non riceva una forza maschile e una forza femminile e cioè quella del fidanzato e della fidanzata. Questo poi si riceve in immagine nella camera nuziale. Anche se in Filippo il matrimonio diviene la massima espressione del cristiano gnostico ed è una via indispensabile per la ricongiunzione degli Eoni al Padre (69,30): La redenzione ha luogo nella camera nuziale. Ma la camera nuziale è superiore ad essa poiché tu non troverai nulla come essa. Del resto l'accoppiamento casto dei due elefanti (Gesù e Maddalena secondo la nostra ricostruzione) alla radice dell'albero nel mosaico è chiaramente vicino a questa posizione e non a quella estrema dei Catari. Ma passiamo ora al più interessante degli aspetti: la visione veterotestamentaria dei Catari. Cominciamo col dire che, in periodo post-iconoclasta e sulla base della repulsione che i Catari avevano per le reliquie e per le immagini, la rappresentazione veterotestamentaria può essere consentita solo a patto che non la si ritenga sacra. Tutto ciò che è sacro, invece, se vogliamo addentrarci nella mentalità di un cataro o di uno gnostico vicino a questo modo di vedere il mondo, va espresso in forma allegorica. E' forse questo il motivo per il quale Pantaleone rappresenta in forma chiara e leggibile le scene veterotestamentarie e in forma simbolica e nascosta quelle neotestamentarie (la croce, la Maddalena, ecc.). Agli occhi di un eretico gnostico che si ispirasse al Catarismo, il Vecchio Testamento appariva come un inganno del Demonio e quindi del Dio del Male. Scene come il diavolo al centro della chiesa (il serpente), le scene grottesche di re Artù nel paradiso terrestre, o dei mostri Leviathan e Melusine (Abraxas) lì dove ci dovrebbe essere Dio o della nascita non verginale di Cristo attraverso il soldato Pandera (la pantera alata) sembrano più che plausibili, anzi obbligate in quest'ottica. La polemica anticlericale di Pantaleone che ci invita ad uscire dalla chiesa seguendo l'albero, pare tutt'altro che irreale. Il dualismo bene-male lo ritroviamo in tutta la sua forza ed in tutte le parti del mosaico. Due alberi del bene e del male (non inclusi nelle figure del precedente articolo, e grandi un quarto di quello centrale) campeggiano nelle navate laterali, ed entrambi sono alquanto enigmatici. L'albero del male nella navata sinistra, ricco di scene che l'amico Corona ha associato giustamente a varie scenografie dantesche, contiene un elemento emblematico: in cima ad

136 esso, a sinistra (e quindi dallo stesso lato del male nell'albero del male) ci sono i patriarchi Isacco, Giacobbe e Abramo. Solo un cataro avrebbe collocato i Padri del Vecchio Testamento in ciò che è inequivocabilmente l'inferno. Ma lo stesso albero del bene, nella navata destra, non differisce molto. Scene strane come quella di un leone (scritto in maniera altrettanto strana L Eone?) che mangia la coda di un serpente che a sua volta mangia una capra non sembrano simboleggiare nulla di associabile al bene, tantomeno se si pensa che in basso a destra c'è, addirittura, un Minotauro famoso per i sacrifici umani che gli erano tributati e non a caso un richiamo al labirinto quale quello che campeggia al centro della cattedrale di Chartres. Inutile dire che, nella visione catara, il Vecchio Testamento è un inganno come un inganno è la morte della quale vengono minacciati Adamo ed Eva per aver mangiato dall'albero del bene e del male. Un inganno cui solo gli stupidi possono credere gli stupidi che si credono Re, come Artù, ma che cavalcano una capra usurpando titoli (quelli di cristiani) che non gli appartengono ottenuti anche questi con l'inganno (il gatto con gli stivali). Malvagio è il dio demoniaco dell'antico Testamento, nella eresia catara, che distrugge il mondo e che al Noè implorante fa costruire una Arca per salvare l'umanità. Eppure la generazione che esce fuori da quell'arca è una serie tremenda di mostruosi uomini imbestialiti, animali immondi e multiformi ma pur sempre uomini (vedi parte centrale inferiore destra del mosaico). Ed in tutto ciò l'uomo cerca mezzi assurdi per raggiungere Dio: la torre di Babele (al centro a destra) o i grifoni su cui Alessandro vuol raggiungere il cielo (al centro a sinistra). La stessa Croce - l'albero che campeggia al centro della chiesa, raffigurante quella su cui fu crocefisso Cristo - viene sbeffeggiata, facendo sedere una donna nuda su uno dei bracci e facendola sorreggere da due elefanti che si accoppiano seppure castamente. Dai Catari al progetto Templare In tutto questo, però, c'è un problema ineliminabile. I Catari appaiono, sebbene ispirati chiaramente da testi gnostici (a nostro avviso il Vangelo di Filippo), estremamente rozzi e primitivi per elaborare un opera complessa e teologicamente esplosiva come il mosaico. Inoltre stridente appare il percorso complesso della ricerca gnostica che vede nella Maddalena la massima espressione di colei che intuisce le vie per la ricongiunzione al Padre (vedi Pistis Sophia) con i rozzi Catari. Essi rappresentano, molto più probabilmente, solo la parte visibile di una corrente di pensiero assai più complessa di matrice chiaramente gnostica, che adoperava il catarismo come strumento per combattere e distruggere la Chiesa esponendo solo la parte "popolare" di quel pensiero e riservando a pochi eletti la visione profonda e la ricerca dura, con un "viaggio iniziatico" attraverso diversi livelli di misteri che ritroviamo in opere ancor più difficili da decifrare del mosaico e del Vangelo di Filippo come la Pistis Sophia. In questo quadro il culto della Maddalena e quello della "camera nuziale" del Vangelo di Filippo, resta prerogativa degli Eletti. I Templari erano certamente, tra coloro che oggettivamente e culturalmente potevano aspirare a questo ruolo. Del resto, sebbene le interconnessioni tra essi ed i Catari non siano, stranamente, mai state usate come elemento di accusa nei processi inquisitori, sono ormai molti coloro che ritengono che sia difficile negare una fortissima interrelazione tra questo gruppo di cavalieri e gli eretici di Linguadoca. Abbracciando questa tesi non si può non notare che il disprezzo per la Chiesa ufficiale, tipico del mondo cataro doveva essere solo un pallido riflesso di quello che questo gruppo di Eletti provava. Eppure se i Templari erano davvero gli ispiratori del movimento o comunque erano in qualche modo collegati ad esso (come vari elementi sembrano indicare e come anche dalla nostra analisi emerge) è evidente che l'aver deciso di operare all'interno della Chiesa per distruggerla comportava una notevole capacita di autocontrollo e di scissione della missione da compiere dallo strumento per portarla a termine che ben si concilia con chi demonizza la materia e la carne ma nello stesso tempo venera il simbolo spirituale che rappresenta (vedi l'atteggiamento dei Catari verso il Cristo). Da quello che abbiamo appurato la missione

137 potrebbe essere stata duplice: fondare politicamente ed economicamente (furono i primi banchieri d'europa) un nuovo impero cristiano con sede a Gerusalemme e restituire il trono di Francia ai legittimi discendenti (i Merovingi) disgregando e distruggendo la struttura ecclesiastica dall'interno. Ma era proprio questo l'obiettivo? Tutto ciò, comporterebbe un attaccamento materiale ad un ipotetico regno terreno che mal si concilia sia con l'ideale cataro e con quello gnostico degli Eletti di Dio. Il rifiuto del titolo di re di Gerusalemme da parte di Goffredo di Buglione sembrerebbe smentire questa ipotesi, eppure le ricchezze accumulate, lo sforzo dei Templari nel divenire un riferimento economico mondiale, sembrerebbero indicare il contrario. La pista catara ci consente però di spiegare alcune anomalie tipiche delle manifestazioni Templari: - gli strani riti con i quali essi manifestavano il proprio attaccamento all'ordine quali quello di sputare sulla Croce: essi, infatti, separavano il Gesù materiale diabolico da quello spirituale. Chi sputava sulla croce, consapevole del valore spirituale del Cristo e non di quello materiale del Gesù in carne, o addirittura del suo simulacro in legno, era degno di entrare nel l'ordine; - la loro vita dissennata compatibile unicamente con il doppio status materiale intrinsecamente demoniaco e spirituale, intrinsecamente divino; - le azioni oltraggiose praticate riempiendo le chiese con simbolismi allusivi. Le chiese erano luoghi privi di valore come le rappresentazioni e le reliquie nella visione catara; - il modo in cui questi uomini, convinti della loro superiorità e del fatto di essere i prescelti, agivano machiavellicamente, mistificando miti e creando leggende, adoperando qualunque mezzo anche quelli moralmente più riprovevoli. Purtroppo parallelamente divengono inspiegabili altri costumi e vicende. Tra le cose poco chiare c'è, di certo, la frenetica caccia di reliquie che vede coinvolti i Templari. Nell'ambito della teologia gnostica e catara, non si capisce quale interesse potessero avere i Templari per le reliquie visto che, almeno sulla carta, essi avrebbero dovuto al più ignorarle se non odiarle per il culto materiale che avrebbero generato. Inspiegabile è il loro coinvolgimento nella costruzione dei più stupendi e spettacolari monumenti della Cristianità: le grandi cattedrali gotiche. Tutto sembra portare alla conclusione che il potere terreno e quello materiale, insieme alle opere da essi promosse ed alle ricerche avviate erano uno strumento per un progetto che di terreno non aveva nulla. Diverso sarebbe stato, invece, un interesse per documenti contenenti formulari esoterici, magici o comunque cibo per le menti e gli studi spirituali che essi praticavano come gnostici. Del resto, crediamo di aver provato che essi conoscevano testi come il Vangelo di Tommaso e di Filippo che, però, tenevano lontani dalla portata del volgo ritenendosi, come iniziati-gnostici, gli unici destinatari di quei messaggi. La matrice gnostica che pervade i testi magici dell'epoca e che ispira, insieme al misticismo ebraico, la quasi totalità dei documenti di questo tipo che ci sono pervenuti (un esempio classico è il Papiro Magico di Parigi), ci sembra legata in modo talmente palese all'insieme delle vicende Templari ed alle loro realizzazioni materiali, che non si può non analizzare l'obiettivo non dichiarato dell'azione templare senza tenere ben presente questo aspetto. Sebbene documenti gnostici come ad esempio, la Pistis Sophia ripetano in maniera quasi ossessiva la perdizione cui portano le azioni magiche, condannando la magia come il più grave dei peccati, è anche evidente che molti di questi testi come l'essenza stessa della gnosi invita gli Eletti alla comprensione di questi misteri e di queste pratiche, fornendo essi stessi una miriade di formule ed elementi magico-simbolici più o meno palesi. Proprio la Pistis Sophia rivela, ad esempio, che la venuta del Cristo e soprattutto il suo ritorno nelle sfere celesti ha sconvolto il moto degli astri tanto che questi, dopo la sua azione, emanano i loro influssi in maniera simile a ciò che accadeva prima della venuta di Gesù solo per metà di un ciclo indefinito, mentre per l'altra metà emanano influssi opposti. La Pistis Sophia segnala come questo fa sì che solo una metà delle opere magiche ed astrologiche degli odiati maghi,

138 va a buon fine, mentre l'altra metà è destinata a fallire miseramente. La resurrezione del Cristo, nella visione della Pistis Sophia, ha lo scopo di sconvolgere il normale corso delle cose e l'azione demoniaca delle forze del male e degli Arconti che vogliono la perdizione dell'uomo, abbreviando i Tempi della salvezza delle anime degli Eletti. Insomma l'azione di Cristo risorto è un raggiro ed un inganno per gli Arconti, che reagiscono, di fronte al Cristo risorto ed alla incapacità di riconoscerlo e di comprendere i suoi obiettivi, in modo inorridito cercando, invano, di combatterlo. Nel caos generato Gesù salva Sophia e sconvolge il corso dei pianeti togliendo forza agli Arconti ignari e sconvolgendo lo strumento che consente agli astrologi ed ai maghi (figli di queste forze demoniache) di prevedere il futuro e di portare, in tal modo, con più facilità le anime degli Eoni alla perdizione. In sintesi, quello della Pistis Sophia sembra un invito diretto agli Eletti, a cooperare in questa azione di disturbo creando opere ed elementi che sconvolgano gli Arconti, e partecipando all'azione di salvataggio delle anime degli Eoni che non sanno ancora d'esserlo, per favorirne la ricongiunzione al Padre. La materia e l'inversione dei nomi delle cose buone con i nomi di quelle cattive (vedi precedente brano del Vangelo di Filippo) sono lo strumento "visibile" degli Arconti per ingannare l'uomo nascondendogli la verità del loro losco progetto. Il Vangelo di Filippo invita a diffidare del mondo visibile e dei messaggi che esso trasferisce in forma esplicita all'uomo: essi sono messaggi degli Arconti che vogliono ingannare l'uomo. Nel contempo Filippo invita ad andare oltre la realtà e a cercare non le cose ma la loro immagine ed il loro simbolo consci di questo inganno: lì è la verità. E nostra sincera convinzione che il progetto Templare abbia questo scopo: seminare i simboli di una verità che divenendo falsa nello stesso momento in cui la si palesa visibilmente, viene nascosta dietro le opere visibili ed in particolare nei luoghi di culto per ottenere la salvezza delle anime. Gli uomini, grazie all'opera dei Templari, vengono invitati a venerare la verità che è celata dietro al simbolo da essi creato e non la falsità celata dietro la materia governata dagli Arconti. Un esempio è il culto della Maddalena che essi celano ai credenti dietro il culto delle Madonne nere o dietro i simboli quali la torre nel mosaico di Otranto. Lo stesso albero della vita dietro cui si cela lo strumento di morte e tortura odiato da Catari e Templari, diviene il simbolo della fonte di vita per l'uomo che è il Cristo-Logos. L'inganno, il segreto, la leggenda, le opere letterarie che essi ispirano sono uno strumento simbolico di salvazione per l'uomo e che gli Arconti e le forze del male che sono nella materia non devono comprendere. Gli Arconti nascondono la verità del simbolo dietro all'oggetto materiale che lo rappresenta inducendo l'uomo a credere nella materia e a realizzare, invece, il piano di dannazione nascosto dietro il simbolo materiale. A questo progetto gli Eletti rispondono con altre creazioni materiali i cui simboli, però, descrivono verità e rientrano nel progetto di salvezza di Dio. Questo è, a nostro avviso, il "piano" Templare, e queste le motivazioni per le quali si svolge in modo così inestricabile. Conclusioni Il percorso compiuto pur partendo dal simbolismo criptico del mosaico di Otranto, ha riguardato, opere architettoniche, scultoree e pittoriche che coprono un arco di tempo di quasi 2000 anni: - le basiliche paleocristiane di Cimitile realizzate tra il 300 ed il 900 d.c. - la cattedrale di S Nicola di Bari, Il mosaico di Otranto, Castel del Monte in Italia e la cattedrale di Chartes tra il XI ed il XIII sec. d.c. - la medioevale chiesetta di Rennes con le bizzarre costruzioni postume XIX sec. dell'abate Saunière. In tutte queste costruzioni ed in modo diverso (talora massimamente esplicito come nelle basiliche di Cimitile, talora celato dietro simboli all'apparenza inestricabili come nel mosaico

139 di Otranto), abbiamo evidenziato la presenza di una costante: il culto per Maddalena che, sebbene abbia trovato massima diffusione della Francia Medioevale trova forte eco anche in Italia paleocristiana. Questo culto vede la sua massima espressione in ambito gnostico. La Maddalena assume, nella gnosi, il ruolo di suprema guida per la comprensione dei misteri del Padre. Essa è la prima discepola di Cristo ed è chiaramente indicata come la sua compagna di vita (Vangelo di Filippo). Ovunque questa figura è presente ci riporta in maniera inequivocabile a questo tipo di cultura ed alla eresia che ad essa si riferisce. La persistenza e l'antichità di questo culto ed il fatto che lo si ritrovi anche in opere antichissime che si sono salvate dall'opera censoria operata dalla Chiesa (vedi il caso delle basiliche paleocristiane di Cimitile o degli scritti di Nag Hammadi) ci fa ritenere che esso non sia una componente transitoria e che sia legata ad una convinzione radicata che è stata perpetuata nonostante la persecuzione durissima della eresia gnostica fino al 1200, per poi insabbiarsi dietro il simbolismo criptico dei monumenti templari o dietro il culto delle Madonne nere. L'evoluzione che il pensiero gnostico assume in testi che seguono di pochi secoli la morte di Gesù, quali il Vangelo di Tommaso fino ad opere di una complessità simbolica e teologica prive di eguali come la Pistis Sophia, testimoniano di uno sforzo costante nel tempo cui si sono dedicate intelligenze non comuni. Il pensiero gnostico, espressione di una fede infinita nelle possibilità dell'uomo e nel suo ruolo di protagonista nella ricerca di Dio, fu perseguitato dalla Chiesa ufficiale e centralista fin dai primissimi secoli dell'era cristiana. Questo pensiero, ha ispirato la ricerca alchimistica e magica ed ha rappresentato una sorta di luce nascosta che si è diffusa in modi rocamboleschi durante i primi 1000 anni di vita della Chiesa aprendo, a nostro avviso, o comunque tenendo acceso il lume della ricerca della verità anche in tempi bui. Gli gnostici avrebbero potuto evitare di esporsi, anche se in forme criptiche, se non avessero voluto, a tutti i costi, diffondere il loro messaggio per renderlo visibile ai pochi uomini "spirituali" e nascosto ai tanti uomini "materiali". Nella loro teologia la persecuzione è una parte inevitabile della loro azione: gli Arconti ingannatori usano la materia per nascondere il loro piano di dannazione, quel piano lo si legge andando oltre la materia nel mondo del simbolo e quindi dello spirito. Gesù ha ingannato gli Arconti ed ha sconvolto il corso della storia sovvertendo l'ordine degli astri che i maghi e gli astrologi, ignari strumenti degli Arconti, adoperano per prevedere il futuro ed essere avvantaggiati nel loro progetto di dannazione dell'uomo. Gli Eletti, come crediamo si ritenessero i Templari, si fanno strumento di un piano inverso che usa la materia e le scienze esoteriche per realizzare un piano a lunga scadenza, che ha lo scopo di nascondere una verità superiore sostituendola alle falsità degli Arconti dietro i simboli materiali. Consci dei diversi livelli di salvazione cui si perviene nel ciclo delle reincarnazioni culminanti nella reincarnazione in un eletto, estendono il loro progetto facendo sì che tutti possano prendervi parte in diversi modi. A coloro che non sono ancora in condizione di avviarsi nel percorso misterico, viene proposto uno strumento che argina l'effetto del male contrastandolo con gigantesche costruzioni simboliche poste nei luoghi di culto: le cattedrali gotiche e le opere scultoree, musive e pittoriche. Questi elementi simbolici celati nelle cattedrali e nelle opere di questi maestri muratori, nascondono diversi livelli di lettura in analogia a quanto avviene con opere letterarie come la Divina Commedia. In generale solo i primi tre livelli (vedi Pistis Sophia) sono aperti alla comprensione e ciascuno dei livelli contiene chiavi di lettura per i livelli successivi. Abbiamo cercato di illustrare questi diversi livelli di lettura applicandoli al mosaico di Otranto, ma siamo certi di avere raschiato solo il primo strato della serie di messaggi che quest'opera, come le altre realizzate nel Medioevo secondo gli stessi principi, nascondono. Per concludere vogliamo riportare, sempre dal Vangelo di Filippo, alcuni passi che ci sembra commentino bene il quadro che abbiamo provato a ricostruire, che percorre la storia cristiana fino al Medioevo e che, forse, ha trovato anche successivamente, fino ad oggi, sostenitori occulti di un progetto che esiste ed ha effetti solo se rimane nascosto.

140 La verità in simboli ed immagini La verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli ed immagini. Non la si può afferrare in altro modo. Vi è una rigenerazione ed una immagine della rigenerazione. Bisogna veramente rinascer per mezzo dell'immagine. Cos'è la resurrezione? L'immagine deve risorgere per mezzo dell'immagine... (Vang. Fil 67,10) Il Dio del male Il mondo ebbe origine da una trasgressione. Colui che lo ha creato voleva farlo incorruttibile e immortale; ma fallì e non realizzò quanto sperava. Poiché l'incorruzione del mondo non esisteva non esisteva l'incorruzione di colui che creò il mondo... (Vang. Fil 75,10) L'uomo perfetto Non soltanto non riusciranno ad afferrare l'uomo perfetto ma non riusciranno a vederlo poiché se lo vedessero lo afferrerebbero... (Vang. Fil 76,20) Didattica della gnosi Si comporta così anche il discepolo di Dio. Se è saggio, comprende la qualità di un discepolo; le forme corporee non l'inducono in errore; valuta piuttosto la disposizione d'animo di ognuno e parla con lui. Nel mondo vi sono molti animali che hanno forma umana; allorché egli li riconosce, getta ghiande ai maiali, getta orzo, paglia ed erba agli animali, getta ossi ai cani. Ai servi dà gli inizi (delle lezioni), ai fanciulli dà (l'insegnamento) perfetto... (Vang. Fil 80,30) Generazione e creazione Chi crea lavora in modo visibile ed è egli stesso visibile. Chi genera genera in segreto ed è egli stesso nascosto stando con la sua immagine. Chi crea crea apertamente, ma colui che genera genera figli in segreto. (Vang. Fil 81,20) Note 1 Episteme n "La triplice via del fuoco nel mosaico di Otranto", di Francesco Corona, ed. Atanor. 3 La versione proposta è stralciata e liberamente tratta da una traduzione inglese del testo disponibile in rete al seguente indirizzo: 4 Tratto da Il segreto di S. Nicola di Alfredo Castelli (Martin Mystère N. 96, Sergio Bonelli Ed., Milano). 5 Famoso ordine monastico-cavalleresco, di cui riparleremo. Fondato si dice nel 1118, pare fosse in contatto con i mistici Sufi, una setta islamica che adorava il Dio delle tre religioni, Ebraica, Islamica e Cristiana. 6 Fonte: The Bingham Genealogy Project di Douglas K. Bingham che, probabilmente, adotta le fonti adottate dallo stesso Plantard e, come riferito, secondo alcuni da lui stesso adulterate (rif. online: 7 Tratte dal Bestiario medioevale, di F. Maspero e Aldo Granata, ed. PIEMME, Small World [New York, Penguin Books, 1984]. 9 Nel Medioevo si riteneva che questi animali castissimi si accoppiassero solo per proliferare, e che lo facessero di spalle, per pudicizia. Rimandiamo al precedente articolo per i dettagli.

141 10 Vedi il precedente articolo. Il mosaico indica, con la coppia Antilope del Mare (Capricorno) e Sagittario nella corona, la data del 22 dicembre, e con i 26 cerchi percorsi 26 volte intorno all'unicorno l'anno dell'ultima assunzione al trono di Dagoberto II, cui vanno aggiunte le tre punte asimmetriche della stella sull'animale mitologico ottenendo infine 679, che è l'anno di morte. 11 Vedi il precedente articolo. Il cervo è il simbolo di S. Hubert, mentre sig in ebraico è l'atto del voltarsi indietro: quindi Sig-Hubert = Sigisberto. 12 Vedi il precedente articolo. La prima riga corona del mosaico - che mette insieme la leggenda di Gesù figlio di Pandera e compagno della Maddalena (la sirena Melusine), insieme alla coppia Salomone-Regina di Saba ed alla leggenda del Mostro Marino Mervee, pure ricollegata da noi alla sirena Melusine dai lunghi capelli (Nazir in ebraico), all'abraxas (Drago con due code a forma di serpente che nel mosaico è rappresentato con Melusine) ed alla leggenda del figlio mostruoso della sirena - in pratica sembra confermare la leggenda presente nel testo già citato: Holy Blood, Holy Grail. 13 I Manoscritti del Mar Morto, di L. Moraldi, ed. TEA e UTET, ristampa de Saint Hilaire: Les sceaux templiers, Puiseaux Dalla rivista Actualité De L'Histoire Mìsterièuse (rif. online: 16 Stesso anno della costruzione della cattedrale di S. Nicola. 17 "E' probabile che le sette - comparse in seguito - dei bogomili e dei catari costituiscano gli anelli di una unica catena, dal momento che il paulicianesimo ha prodotto il bogomilismo, il quale a sua volta avrebbe dato vita, nell'occidente Medievale, al movimento cataro o ne avrebbe assunto la forma. Tuttavia, la seconda di queste filiazioni è accertata con maggior sicurezza della prima", Doresse, Rudolph, Puech, Gnosticismo e Manicheismo, VI volume della Storia delle Religioni, edito da Laterza, "Pierre tombale carolingienne (771) trouvée en sous l'autel de l'église romane de Rennes-leChâteau, ancienne capitale bien déchue du Comté du Razès. Actuellement dans le jardin qui précède le cimetière, posée à plat où elle s'effrite, couverte de terre et des feuilles, et sert de plate-forme au monument du souvenir. Détail curieux, la partie sculptée était à l'intérieur, la partie unie à l'extérieur. Henri Guy, 12, Quai d'alsace, à Narbonne.", tratto dal Bulletin de la Société d'étude Scientifique de l'aude, tomo 31 del 1927, pag Esempio: "L'inganno del priorato di Sion", di Robert Richardson, da Gnosis, Primavera Louis Reau, Iconographie de l'art chrétien, vol. 2, 1958, Press Universitaries de France, pag Va doverosamente segnalato che il Reau, nella sua analisi, prescinde completamente dalle fondamentali scoperte archeologiche dei testi gnostici di Nag Hammadi (scoperti da pochi anni prima del 1958, data di pubblicazione del suo lavoro, e quindi non ancora sufficientemente noti e studiati). Ne consegue che, relativamente al personaggio della Maddalena, centrale nella Gnosi, l'analisi teologica e iconografica è del volume è ampiamente carente, ignorando del tutto questo fondamentale aspetto. 22 La vistosità della corona nel dipinto cimitilese non può essere giustificata con il fugace riferimento alle origini nobili della Maddalena nella Legenda Aurea. Le dimensioni della corona e l'amplificazione dell'effetto ottenuta attraverso l'ampio nimbo, hanno, chiaramente, un più profondo significato per l'autore del dipinto. 23 Paolino di Nola, Le Lettere, epistola (a cura di Giovanni Santaniello, edito da "Istituto Anselmi" - Piccola Opera della Redenzione, Marigliano, NA, 1992).

142 24 Ibidem, epistola La professoressa Castelfranchi, da noi interpellata, esclude l'associazione qui proposta tra la Maddalena e la figura intera nella basilica dei Martiri. Su questa ipotesi, invece, abbiamo trovato convergente l'arch. Mercogliano, profondo conoscitore del complesso ed autore del bel volume segnalato più avanti nel testo. 26 Sia la prof. Castelfranchi che l'arch. Mercogliano hanno escluso che l'abbigliamento possa essere bizantino, collocandolo, invece, nel periodo Svevo-Angioino. Inoltre la professoressa Castelfranchi fa notare che in nessuna costruzione di epoca similare si trova due volte la rappresentazione del medesimo personaggio a figura intera e a mezzo busto. 27 Per approfondimenti: "The Problem of the Ordination of Women in the Early Christian Priesthood", Lecture delivered in the USA in 1991 by Professor Giorgio Otranto, University of Bari, Italy; translation by Dr. Mary Ann Rossi, Dorothy Irvin, 'The Ministry of Women in the Early Church: The Archeological Evidence", in Duke Divinity School Review, Spring I frammenti dipinti restaurati e ricomposti sono stati ufficialmente presentati il 28 marzo Per brevità non se ne riporta l'immagine, che è reperibile ad esempio in Storia Universale di Jacques Perenne, pag 36, ed. Sansoni, In questa immagine la forma a foglia tripartita delle tre punte della corona è ancor più evidente che nella miniatura carolingia riportata nel presente articolo. 30 Non possiamo non ricordare che il particolare dei due bimbi ritorna in alcuni articoli ed opere in cui si parla della esistenza di due figli ottenuti dal matrimonio presunto di Gesù e della Maddalena. In particolare va segnalato La linea di Sangue del Santo Graal, di Laurence Gardner. 1997, Roma, ed. Newton Compton. Nonostante i nostri sforzi non siamo riusciti a trovare quale sia la fonte documentale o leggendaria a supporto di questa teoria che riporta, addirittura, il nome dei due bimbi (Tamara e Giuseppe). E' nostra convinzione che mescolare, come avviene in questa opera, fatti documentati, leggende, ipotesi e rivelazioni mistiche serva solamente ad allontanare la verità ed a relegare questa, che ci pare una vicenda serissima come crediamo di aver dimostrato con il presente articolo, nel campo delle favole. 31 Il testo è tratto dalla History of the Albigenses and Waldenses (London, C.J.G. and F. Rivington, 1832), pp , disponibile in rete all'indirizzo: La traduzione adottata, opera dell'amico "Frank Pawerfull" è anch'essa disponibile in rete: Dal sito dell'amico Frank attingiamo anche per i successivi brani riportati nel presente paragrafo. Ringraziamenti: Questo lavoro ed i due precedenti, non avrebbero visto la luce senza il prezioso aiuto dei professori: - Umberto Bartocci dell'università di Perugia per la fiducia che da ormai un anno nutre in me e per il copioso aiuto nelle mie ricerche - Paolo Cesaretti dell'università di Chieti per avermi saputo indirizzare nelle mie ricerche sull'arte bizantina - Marina Falla Castelfranchi dell'università di Lecce per l'aiuto fornitomi nella interpretazione delle opere pittoriche cimitilesi alla luce della cultura bizantina nell'italia Meridionale - Riccardo Sersale dell'università di Napoli per la disponibilità nell'analizzare il materiale fotografico a testimonianza dello stato di degrado delle opere cimitilesi. degli studiosi ed esperti di storia cultura ed arte dell'agro nolano: - il sociologo prof. Francesco Manganelli per le preziose informazioni e la sua disponibilità

143 - l'arch. Arcangelo Mercogliano per il preziosissimo materiale fotografico tratto dal suo volume "Le basiliche paleocristiane di Cimitile" ed. Barone, che mi ha autorizzato a replicare e per l'inestimabile aiuto offertomi degli amici: - Giuseppe Mocci che ha effettuato la prima analisi dello scempio cui è stata sottoposta la basilica dei Martiri identificando le cause del degrado dei dipinti in essa contenuti - Francesco Dattolo che mi ha aiutato a raccogliere la necessaria bibliografia e a trattare le immagini nel testo Infine un grazie sentito alla mia famiglia e a mia moglie Angela in particolare, che sopportano da anni questa mia onerosa passione, cui dedico talora tutto il mio tempo libero sottraendolo agli affetti. ----Sabato Scala è nato a Saviano (Napoli), nel Laureatosi in Ingegneria Elettronica all'università Federico II di Napoli, lavora in qualità di progettista software presso una multinazionale del settore. Da alcuni anni compie studi e ricerche autonome nel campo della storia delle origini cristiane, nel quale ambito ha proposto una nuova visione d'insieme, centrata su una ricostruzione alternativa della vita e delle opere di Paolo di Tarso (consultabile in linea al seguente indirizzo: L'approfondimento delle radici del cristianesimo gnostico lo ha portato, di recente, a concentrarsi sulle influenze che questa corrente ereticale, perseguitata dal cristianesimo ufficiale, ha lasciato nelle pieghe dei secoli, condizionando in forma più o meno occulta lo sviluppo della cultura occidentale. Tra i suoi altri interessi, quelli per l'intelligenza Artificiale (con riferimento particolare alle reti neurali BackPropagation), e per la Fisica dell'elettromagnetismo.

144 Figura 1 Il lunotto: le piccole teste rappresentano, da sinistra a destra, Enrico VI, Costanza d'altavilla e "Magister Rufinus", mentre San Rufino è raffigurato per intero all'estrema destra. La facciata profetica del Duomo di San Rufino in Assisi (Arcangelo Papi) 1. Assisi1 è universalmente nota come città natale di San Francesco, che vi nacque non si sa bene se nel 1181 o nel da un padre mercante di stoffe di nome Pietro di Bernardone e da certa monna Pica, di probabili origini francesi.3 La 'leggenda francescana' è ancora oggi assai incerta e controversa, 4 malgrado gli accurati studi storiografici che a partire dall'ultimo quarto del XIX secolo, dapprima da parte del Thode e poi del Sabatier, hanno cercato di riprodurre la figura storica di San Francesco, dopo secoli di supino oblio e d'abbandono ad una convenzionalità stereotipa ed acritica. Quest'ultimo studioso, il Sabatier, al quale si intitola il 'centenario di studi francescani' che si sta celebrando in Assisi, apparteneva alla scuola storica francese del Renan, autore tra l'altro di una celebre Vita di Cristo. Il formidabile avvio di questi studi è proseguito, con enorme ricchezza di scavo e su diversi versanti, fino ai giorni nostri.5 Infatti, la figura di San Francesco è di quelle che segnano svolte fondamentali nell'ambito storico e religioso-sociale, tanto da essere definito l'<<alter Christus>>, secondo un parallelismo sul quale hanno giocato la tradizione e le prime biografie del Santo. E si comprende, chiaramente, come non solo gli elementi biografici del Santo siano stati, subito dopo la sua morte, ampiamente adattati alle più diverse interpretazioni, per essere finalmente 'canonizzati' con la 'Legenda Major' di San Bonaventura (composta tra il ed ispiratrice del ciclo iconografico giottesco della Basilica Superiore). Ma addirittura, ancora

145 vivente San Francesco, lo stesso francescanesimo, sviluppatosi con uno straordinario impulso iniziale, si svolse - per così dire - sempre di più 'sub signo contradictionis', nella grande disputa insorta tra spirituali (la 'spiritual corte' di Dante Alighieri) e le altre componenti. Lo scontro verteva soprattutto sulla rigidità della prima regola 'minorita' e sulla fedeltà assoluta alle 'nozze mistiche' di Francesco con Madonna Povertà (il 'Sacrum commercium' cavalleresco del Santo in contrapposto al 'De contemptu mundi' dello ieratico Papa Innocenzo III, che ne approverà la prima 'regola' di testimonianza e di predicazione). La 'querelle', già assai aspra negli ultimi anni di vita di Francesco, fu appena sopita con l'approvazione da parte di Onorio III della 'regula bullata' del Tuttavia Francesco, dopo la crisi dell'ordine, che si manifestò nettamente già a partire dal 1220, non solo non si smosse di un 'et' dall'osservanza alla 'lettera' del Vangelo, ma provvide addirittura a nominare in suo luogo, come 'generale dell'ordine', Pietro Cattani ('juris peritus et canonicus ecclesiae S. Rufini', uno dei primissimi 'compagni', insieme a Bernardo da Quintavalle, quest'ultimo, non si sa bene, se a sua volta mercante come Francesco stesso, o altro). Dopo la morte del Cattani (1221), Francesco decise in prima persona di affidare il generalato a fra' Elia, le cui successive vicende (fu rimosso infatti dal generalato nel 1227, appena l'anno dopo la morte del Santo, di nuovo nominato nel 1233, nuovamente rimosso nel 1239, dopo la scomunica di Federico II, per essere infine a sua volta scomunicato e imprigionato dal vecchissimo Papa Gregorio IX, terminando i suoi giorni a Cortona nel 1253; erano noti infatti i suoi solidi legami con l'imperatore, guarda caso battezzato ad Assisi, proprio nel Duomo di San Rufino), 6 mostrano con chiarezza uno scenario di grande tensione tra 'riforma' e 'conservazione', all'interno di certi gruppi e nel quadro di una politica pontificia nei confronti dell'impero, complicata altresì dalle complesse vicende delle Crociate che vi si sovrapposero. Il 1260 è l'anno del movimento dei 'flagellanti' e delle grandi passioni 'penitenziali'. E' anche l'anno della 'renovatio mundi', secondo una datazione già individuata da Gioacchino da Fiore. Ma lo stesso Salimbene de Adam7 considera quest'anno come l'inizio di una grande delusione, quello dell'abbandono dello spirito rinnovatore gioachimita, quando vide che i grandi eventi, a lungo attesi, non ci furono affatto. Possiamo concordare con il Salvatorelli, nella considerazione generale che 'il francescanesimo originario è lo sforzo più poderoso che sia stato fatto per una rinnovazione religiosa 'ab intus', nel quadro dell'ortodossia del popolo credente, a cominciare da quello italiano e umbro'. Il francescanesimo, che era sorto quasi sul filo dell'eresia, però rimediata dalla fedele 'oboedientia' e dalla assoluta 'devotio' di Francesco nei confronti di qualunque sacerdote, anche degli indegni, secondo la migliore dottrina teologica risalente a Sant'Agostino, rischiò seriamente l'inquisizione, che si era già scatenata, subito dopo la morte del Santo, soprattutto nei confronti dei catari. Inquisitore per la Francia è il cupo Robert le Bougre, che porta anche lui il nome di eretico (bougre = bulgaro = eretico). In Germania infuria Corrado di Marburgo,8 come nel 'Nome della Rosa' di Umberto Eco. Il quadro è di quelli foschi ed enigmatici. La 'Legenda major' di San Bonaventura (al quale Dante dedica il XII canto del Paradiso, subito dopo quello di San Francesco) si incaricò pertanto di una sorta di riconciliazione tra le varie fazioni, sia accogliendo il 'profetismo gioachimita', sia addolcendo i contrasti, soprattutto con riguardo alla povertà assoluta dei 'minores', la vera 'sposa mistica' di Francesco, che venne coniugata alla vita conventuale e agli studi filosofici. 2. Assisi è anche la probabile patria del poeta latino Properzio, sicuramente di origini etrusche.9 La vicenda francescana e quella properziana (due autentici 'mysteria' nel loro rispettivo genere,10 il primo assai più intricato del secondo), sembrano ad un certo punto toccarsi l'un l'altra, per due particolari ragioni. Il motto di Francesco era <<Pace e bene>>.11 Nell'affresco del Sacro Speco di Subiaco - che sicuramente lo rappresenta quando il Santo non era stato ancora canonizzato da Gregorio IX

146 (1228), e molto probabilmente quando era ancora in vita (1223), e non aveva ancora ricevuto quale 'segno del Dio vivente' le stimmate alla Verna - il ritratto di 'frate Francesco' si presenta assai conforme alla successiva descrizione fisica e psicologica che fa di lui il biografo Tommaso da Celano nella 'Vita prima' (risalente al 1228), a prescindere soltanto dal particolare degli occhi (azzurri nel dipinto) 12. In questo murale benedettino, 'frate Francesco' con la barba e col cappuccio,13 sorregge la scritta 'pax in huic domo'.14 In un'elegia di Properzio, si afferma, allo stesso modo, che 'amore è un dio di pace'.15 I resti romani della casa di Properzio si trovano sotto la chiesa di Santa Maria Maggiore, al tempo di San Francesco e già prima, sede del vescovo di Assisi. E' in questa piazza, in questo medesimo luogo, che Francesco fa la sua scelta 'coram populo', abbracciando formalmente la sua vocazione, rifiutando suo padre come nel bellissimo affresco giottesco. Secondo alcune fonti, appena rivestito il misero abito dell'ortolano gettatogli addosso dal vescovo Guido per ricoprirne le nudità, subito dopo il suo gesto clamoroso Francesco si avvia a piedi verso Gubbio, 'araldo del gran Re'. Quando (era il mese di febbraio) alcuni furfanti, sentendolo cantare a squarciagola in provenzale, lo assalgono, e povero in canna com'è, lo gettano per sberleffo in una fossa di neve. Un affine passo si legge, in buona sostanza, nella Consolazione della filosofia di Severino Boezio, il capolavoro scritto nel carcere teodoriciano, allorché si argomenta in modo filosoficamente serrato, in un misto di platonismo e di cristianesimo, sull'imperturbabilità dello spirito oltre la fragilità della carne e sulla perfezione dell'anima rispetto ai mali della vita. Il 'mistero poetico' properziano sembra del resto incentrarsi sull'evocazione sistematica della luna, 'Cinzia mutevole in amore'. Properzio è in realtà un 'flamine solare'. E' possibile, se non probabile, che il 'Callimaco romano' (così si definiva Properzio stesso) abbia nascosto nelle sue elegie (o piuttosto, quanto a noi resta della sua più vasta opera), una teoria delle eclissi, ovviamente tutta intrisa di poesia, ed essa stessa altamente allusiva rispetto alle vicende amorose, nei rapporti dialettici e trascorrenti tra elemento maschile ed elemento femminile, impersonati in questo caso dalla coppia di amanti. L'astronomia etrusca è ancora tutta da scoprire, col suo cielo diviso in cinque parti, e le particolari tecniche di osservazione. Allo stesso modo, le sette tavole di Gubbio, monumento linguistico umbro risalente al II-I secolo a.c., accennano ad alcune cerimonie d'avvistamento degli uccelli da certi siti particolari, il cui recondito significato lascia intrinsecamente sospettare che si tratti in effetti di un cerimoniale molto più antico, quasi sicuramente di originaria matrice astronomica. Fatto è che i simboli del sole, della luna e delle stelle appaiono nel lunotto stesso dell'antico portale della chiesa romanica del Duomo di San Rufino di Assisi (Figure 1 e 2), databile come vedremo verso il 1189, e ricompaiono (insieme al fuoco, all'acqua e al vento) nello splendido monumento poetico del Cantico delle Creature, composto da San Francesco nell'ultimo e difficilissimo periodo della sua vita, e il cui attacco ricalca l'incipit delle Confessioni di Sant'Agostino, che appunto ripercorre gli stessi salmi ai quali si inspira anche l'<<altissimu, onnipotente, bon Signore,/Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione>> della lauda francescana. Un passo dell'apocalisse, così suona: <<Benedizione, onore, gloria a Colui che siede sul trono e all'agnello, nei secoli dei secoli>>.

147 Figura 2 Il portale con l'archivolto e il lunotto. Si distinguono le tre fasce, con quella mediana ad altorilievo. Il campanile del Duomo di San Rufino in Assisi, posto in prossimità dell'abside di una precedente chiesa forse dell'xi secolo ed oggi accanto alla maestosa facciata romanica, è direttamente poggiato su di una magnifica costruzione romana, specificamente qualificata - da una iscrizione latina che ricorda tra l'altro la singolare magistratura umbra dei 'marones' come 'cisterna' per la raccolta delle acque, mentre ha tutte le accurate e precise fattezze architettoniche di un tempio oracolare, probabilmente dedicato alla 'Buona Madre' e quindi anche ad un'acqua salutare ('sancta et regia'), del resto richiamata dalla presenza a valle delle antiche terme umbre di Santoraggio, le cui proprietà terapeutiche erano note ancora nel Medioevo, e persino nelle epoche successive con riguardo alla 'gorga' o 'conca del parlascio', cioè l'anfiteatro romano soprastante il Duomo stesso, altresì utilizzato nel Medioevo anche per la tintura delle stoffe.16 Non stupisca il lettore alla nostra introduzione, liscia e semplicistica come appare, eppure densa e compendiata. Si tratta soltanto dell'avvio. L'ipotesi, oltremodo suggestiva, richiamata dal titolo, che si andrà via via colorando in queste pagine, lungi dall'essere il prosieguo di una sorta di fantasioso ricamo, potrebbe al contrario rivelarsi sorprendente e straordinaria. Occorre soltanto un po' di pazienza. E poiché stiamo toccando aspetti assai delicati, che impegnano da vicino la Storia con la 'esse' maiuscola, non fosse altro con riguardo a San Francesco, è necessario chiarire subito il 'metodo' utilizzato nella nostra ricerca. Si tratta, chiaramente, del 'metodo indiziario'. Non riporteremo questa volta in nota gli opportuni complementi di informazione, per citare direttamente tutto di seguito.

148 Secondo Franco Cardini (cfr. 'Casteldelmonte', il bel libro sulla reggia mistica ed archeoastronomica di Federico II, ed altresì 'Carlo Magno', pag. 20), nulla vieta allo 'storico' di utilizzare i 'se' e i 'ma'. Secondo il Prof. Umberto Bartocci (si veda il bel libro su Cristoforo Colombo 'America: una rotta templare', pag. 17), <<il compito dello storico autentico, più che di restare impigliato tra le piccolezze confuse della 'lettera che uccide', resta sempre quello di cercare di rintracciare l'esile filo della verità vagliando tutto l'insieme dei segni che gli provengono da tempi lontani, avendo come unici strumenti a sua disposizione la propria libera ed autonoma ragione ed il criterio di verosimiglianza, i soli che gli permetteranno di individuare i nessi significativi, sottolineare le coincidenze eccezionali, stabilire una trama convergente di dati sulla quale fondare delle ipotesi, e successivamente confrontarle tra loro, cercando di determinarne la maggiore o la minore 'probabilità'>>. Lo scrivente, occorre specificarlo chiaramente, non è neppure uno storico dilettante. E' soltanto un curioso, cui non sfuggono, ad es., le 'Lezioni di metodo storico' di Federico Chabod, né la frequentazione, sempre per esempio, degli acutissimi testi di un Santo Mazzarino. Tuttavia i 'mysteria' vanno ben oltre i documenti storici. La storia ne è piena, ed i documenti molto spesso difettano. Per nostra fortuna, questa volta, il 'documento' c'è tutto, ed è la stessa facciata del Duomo di San Rufino, soprattutto il suo magnifico portale (Figura 2), stranamente sfuggito all'attenzione degli storici dell'arte e dei critici, rimasto per così dire in un'ombra alquanto sospetta per secoli e secoli, malgrado la patina di bianco dei recentissimi restauri. Questo portale, col suo archivolto che incornicia altresì il lunotto, è dunque il 'documento' tangibilissimo che vogliamo interpretare, ma la questione si fa assai complessa, nei suoi riposti ed articolati retroscena. Come dicevamo, occorre un po' di pazienza. L'ipotesi generale affacciata, è quella che le bellissime sculture ad altorilievo ed anche a basso rilievo del portale e dell'archivolto, in particolare del lunotto e delle due fasce, interna ed esterna, che lo contornano, fatte di diverso materiale lapideo e di diverso colore (rispettivamente il rosso di Verona, il pomato rossastro di Assisi e un marmo bianco antico, riciclato, in blocchi di colore tra loro leggermente diverso, che contornano all'esterno gli altorilievi mediani), corrispondano in effetti ad una allegoria gioachimita, e più precisamente al 'Decem Salpterium Chordarum.'17 Si tratterebbe, cioè, delle tre diverse epoche religiose, che secondo il profeta calabrese caratterizzerebbero la storia dell'umanità: quella biblica del Padre, quella evangelica di Cristo e quella finale dello Spirito Santo. Quest'ultima epoca era considerata allora imminente, prevista come si è detto verso il Gioacchino da Fiore (rappresentato in uno specifico e minuscolo particolare che si situa a sinistra della base di appoggio dello stipite dell'archivolto, all'interno della nicchia del suo primo eremo di Pietralata, con a lato i suoi due allievi Luca da Cosenza e Raniero 'de pontio', uno dei quali è seduto intento a suonare una cetra - Figura 3), sosteneva, infatti, che la 'terza età' sarebbe stata caratterizzata da una 'ecclesia spiritualis', che sarebbero apparsi 'viri spirituales predicatores veritatis' ed anche un 'ordo monachorum' in sostituzione del vecchio 'ordo clericorum', e che sarebbe sorto pure un 'papa angelicus'.

149 Figura 3 A sinistra, Gioacchino da Fiore nel suo eremo di Pietralata, a destra Luca da Cosenza e Raniero da Ponza, intenti a suonare due strumenti diversi. Nell'Expositio in Apocalypsim egli afferma che <<il monaco genuino non chiama sua che la cetra>>18. Le dottrine dell'abate calabrese esercitarono un profondo fascino sugli uomini del secolo XIII, consacrando la fama di un Gioacchino 'spiritu prophetico dotatus', così come, per bocca di San Bonaventura, nella luce abbagliante del sole paradisiaco, lo ritrae appunto Dante (Pd., XII, ): <<... e lucemi accanto il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato>>. A questa sorprendente conclusione era già pervenuto, nel 1968, lo studioso ed artista assisiate Prof. Franco Prosperi, figlio del noto scultore Francesco Prosperi,19 con una pubblicazione assai originale, che nel vuoto secolare che ha accompagnato la colpevole mancanza di attenzione verso questa meravigliosa facciata romanica, faceva seguito soltanto ad un precedente ed isolato lavoro del canonico del Duomo Giuseppe Elisei, risalente al Soltanto nel 1999, in conseguenza dei complessi lavori di restauro causa il terremoto distruttivo del 1997, è stato pubblicato un organico e pregevolissimo volume sulla chiesa di San Rufino, a cura del Prof. Don Aldo Brunacci (canonico della chiesa stessa) e dell'accademia Properziana del Subasio.21 La chiesa di San Rufino è citata in tutte le principali storie dell'arte come esempio di romanico umbro, ma non esiste alcuno studio specifico su questa bellissima facciata, oltre quelli già menzionati. Tanto per non lasciare troppo in attesa il lettore, accenneremo subito ad un piccolo particolare di questa vasta facciata, che articolandosi in tre parti distinte (l'inferiore, la mediana e la terminale cuspidata, recante il 'leone' simbolo del Comune di Assisi), sembra appunto riflettere tre distinti momenti quanto ai lunghi lavori del suo completamento.22 Sull'archivolto in rilievo del portale (cioè nella fascia mediana in travertino giallastro) si notano, in alto, quattro coppie di ballerini allacciati in delicati passi di danza, e quasi in sommità, due 'acrobati' (così l'autore dell'articolo sulla 'facciata' presente nel citato volume del 1999), che in assenza di gravità ricordano molto da vicino un passo profetico di Isaia (LX, 8): <<Qui sunt isti, qui ut nubes volant, et quasi columbae ad fenestras meas?>>.

150 Figura 4 Un particolare dei "ballerini". Figura 5 Il particolare degli "acrobati". In alto si scorge la parte inferiore della fascia mediana ad altorilievo, in travertino giallastro. Sotto alle figure, la fascia interna dell'archivolto, in pomato rossastro di Assisi. Mentre le quattro coppie di danzatori possono facilmente essere ricondotte alle 'otto specie' di pace, collegate due a due nella classificazione fatta da Rufino nel 'De Bono Pacis' (ad esempio la pace di Dio con gli uomini e quella degli uomini con Dio), il particolare degli 'acrobati' risulta più incerto, evidenziando il relativo ingrandimento elettronico ulteriori dettagli che dovrebbero essere meglio vagliati.

151 Giacomo da Vitry, importantissimo testimone diretto del periodo francescano (poi fatto cardinale da Onorio III, e che racconta tra l'altro di aver assistito allo scempio operato notte tempo da alcuni ladri sul corpo del pontefice Innocenzo III morto a Perugia il 16 luglio del 1216, ed esposto nel Duomo di S. Lorenzo), alludeva proprio a questo passo profetico di Isaia per ricordare i 'Frati Minori'. Ed è questo l'inizio della nostra storia. 3. Fondatore della cattedra di Studi francescani presso l'università di Perugia (oltreché promotore della Società internazionale di studi francescani avente sede in Assisi) fu il grande avvocato e storico assisiate Arnaldo Fortini.23 Seguirono poi Ilarino da Milano e Stanislao da Campagnola. Quest'ultimo studioso si è occupato da vicino dell'ipotesi gioachimita affacciata dal Prof. Prosperi, dandone ampio resoconto (pagg ) nella monografia 'L'Angelo del Sesto Sigillo e l'<<alter Christus>> - Genesi e sviluppo di due celebrazioni francescane nei secoli XIII-XIV' (Ed. Laurentianum, Ed. Antonianum, Roma, 1971). L'interpretazione 'gioachimita' dei motivi della facciata romanica del Duomo di San Rufino suggerita da Franco Prosperi finì per entusiasmare non poco Stanislao da Campagnola, che tuttavia svolse alcune importanti eccezioni critiche, indubbiamente meritevoli di essere ripercorse a profitto del lettore, ben inteso dopo aver provveduto alla descrizione della facciata stessa, utilizzando in parte alcune annotazioni riprese dalle parole stesse del Fortini (cfr. Vita Nova, vol.v, pag. 37 ss.). Anzitutto essa è divisa in tre piani. Il primo dove si aprono le porte, il secondo quello ornato dai tre rosoni, il terzo (più in alto) formato dal timpano triangolare con un grande arco cieco ogivale. La porta centrale è sormontata da un architrave sul quale è una lunetta, <<che per le sculture primitive che l'adornano è stata ritenuta opera già appartenuta alla vecchia basilica ugoniana>>. In essa si vede Dio padre coronato24, con un triplice nimbo intorno al capo, seduto in trono fra la luna e il sole e le stelle, che stringe al petto il libro della creazione, mentre addita alla sua destra la vergine incoronata che allatta un bambino. A lato, sotto l'immagine di San Rufino, identificabile dalle sue vesti vescovili, compare una <<testa che si vuole sia quella di San Cesidio martire, figlio di San Rufino. Ai lati del trono della vergine sono due altre teste mozze, che vengono ritenute per quelle di San Marcello ed Esuperanzio, i diaconi martirizzati in Assisi nel secolo IV>>. Senonché la seconda testa (n.d.r.) è chiaramente femminile (così appare, in tutta evidenza, dall'ingrandimento al computer delle riproduzioni in fotografia elettronica eseguite dall'amico Marco Francalancia, nipote del grande pittore del novecento italiano Riccardo Francalancia). Ambedue le testine presentano sulla chioma un serto imperiale, che non può essere in alcun modo confuso con l'aureola dei martiri cristiani.

152 Figura 6 Il particolare delle "testine". Si tratterebbe, in effetti, dei volti augusti di Enrico VI e della moglie Costanza d'altavilla, erede della monarchia normanna di Sicilia, sposata nel gennaio del 1186 a Milano (il Manselli attesta la presenza in Assisi dell'imperatore Federico I Barbarossa alla fine del 1185, che qui sostò in attesa della promessa sposa del figlio per scortarla a Milano). 25 I due ritratti molto probabilmente risalgono a quando ad Enrico era stata affidata da Federico I la reggenza imperiale (1189), dal momento che il Barbarossa si era diretto alla crociata (dove morì affogato nel 1190, in circostanze poco chiare). In luogo della riproduzione della testina di San Cesidio va invece visto il volto di 'magister Rufinus',26 che è stato a nostro avviso l'ispiratore dell'allegoria dell'intero portale, compreso il lunotto in 'rosso di Verona', che non è affatto 'rozzo' come si sostiene, e che peraltro è caratterizzato dall'insistente uso del trapano anche nella bellissima veste regale della 'Madonna lactans' (che sembra richiamarsi quasi ad immagini ereticali), ed è quasi sicuramente di mano di Pietro Vassalletto (l'attribuzione è nostra), il quale non solo usava frequentemente questa tecnica di traforo, ma continua a farne impiego in molti altri particolari figurativi dello stesso portale.27 Così prosegue il Fortini: <<Intorno alla lunetta gira l'archivolto, ove si intrecciano elegantemente due racemi, nei cui spazi si succedono, due a due, minuscole figurine vestite di una corta tunica succinta alla vita, volatili, quadrupedi, fiori: al principio della decorazione, a sinistra, un uomo è seduto in trono (forse l'imperatore), mentre una figurina si inginocchia ai piedi dell'altra, in segno di omaggio>>. Qui la descrizione del Fortini si fa piuttosto approssimativa, perde di dettaglio e di chiarezza, ingloba ed omogeneizza in una sommaria e rapidissima sintesi riduttiva, un vasto sfondo rappresentativo assai ricco ed articolato. In realtà l'autore si riferisce promiscuamente alla fascia esterna in marmo bianco dell'archivolto (recante una infinità di particolari significativi), e alla fascia interna in pomato rosso di Assisi, che rappresenta una ricchissima 'vinea domini', mentre nella fascia mediana ad altorilievo del portale - che è quella di maggiore interesse scultoreo - figurano accanto ad una selva di addetti ai lavori colti nei dettagli più fini delle altre due fasce, ben dodici riproduzioni scultoree contornanti il semianello. In tutto la facciata presenta circa trecento particolari, sculture e bassorilievi tutti di pregevolissima fattura.

153 Trascurando questi pur interessantissimi e magnifici particolari, che costituiranno oggetto di trattazione in una pubblicazione che si ha in animo di predisporre con ampio e dettagliato corredo fotografico, vale subito la pena di osservare che l'uomo racchiuso nel piccolo riparo è proprio Gioacchino da Fiore, con accanto i suoi due fedeli discepoli, che suonano l'uno la cetra e l'altro, quello inginocchiato o meglio ricurvo, uno strumento musicale a manovella, probabilmente una ghironda, come mostrano i forti ingrandimenti elettronici, qui non esibiti. L''imperatore' (rectius il biblico Re David) è invece effigiato nel secondo altorilievo della fascia mediana in travertino giallo a partire da sinistra, dalla quale si dipartono a giro dodici rappresentazioni diverse, tutte del massimo interesse, tra le quali le predette quattro coppie di danzatori. Il complesso rammenta il Salmo 150, che invita a lodare Dio 'nel clamore del corno', 'con l'arpa e con la cetra', e persino 'col tamburo e con la danza'. E' poi noto che San Francesco, colto dall'entusiamo e dalla dolcezza mistica, si accompagnava talvolta cantando e ballando con un bastoncello usato a mo' d'archetto. Figura 7 L'Imperatore Enrico VI, rappresentato come Re David. 4. Passiamo adesso, in sintesi, alla descrizione che fa il Prosperi nella sua pubblicazione del Egli mette subito in evidenza il primo altorilievo dall'archivolto del portale (fascia mediana in travertino giallastro e fortemente rilevata rispetto alle altre due), chiarendo appunto che si tratta del biblico Re David (assiso in trono), intento a suonare un 'salterio a dieci corde', come nel Salmo 144, 9, un ulteriore passo biblico cui l'immagine può essere chiarissimamente riferita: <<Mio dio, ti canterò un cantico nuovo, / suonerò per te sull'arpa a dieci corde / a te che dai vittoria al tuo consacrato, / che liberi Davide tuo servo>>. L'abilissimo artista esecutore dell'opera riesce addirittura a catturare, con nettissima evidenza, l'agile e trascorrente movimento delle mani, suggerendo ampiamente l'intonazione musicale dell'intera cornice. Questo altorilievo è della massima importanza sia in relazione a quanto appena detto, sia per quanto concerne gli innegabili caratteri stilistici afferenti all'individuazione degli esecutori dell'opera. La fascia degli altorilievi prosegue con tutta una serie di figurazioni, tra le quali anche un angelo che accompagna verso la luce e protegge la fronte del nuovo Adamo, con la sua veste riccamente trapunta. Seguono (a destra del giro) due donne che tengono in braccio i due loro

154 figli, uno di questi già cresciutello e ignudo, ed un angelo 'turibolante'. Potrebbe trattarsi di Gesù e di San Giovanni, ma anche dei due nuovi ordini monastici profetizzati da Gioacchino. L'interesse di Prosperi si appunta, in particolare, sull'occhio del piccolo rosone di sinistra, che rappresenta l'angelo apocalittico recante il segno del dio vivente (cioè la croce), e sorprendentemente fa rilevare che le scritte didascaliche che accompagnano i simboli dei quattro evangelisti ai lati del rosone principale, risultano specularmente invertite, come appunto fuoriuscissero da un medesimo raggio centrale di luce, promanante dal centro del rosone stesso (però attualmente privo dell'occhio centrale). In realtà, vi sono molti altri interessanti particolari della facciata, compresi i tre 'telamoni', appoggiati su bestie apocalittiche, che con estrema leggerezza sorreggono il grande rosone centrale. Li dobbiamo trascurare per mere ragioni di spazio nell'economia modesta del presente articolo. Ma poiché la pubblicazione di Prosperi riporta, sulla intera copertina, in inchiostro rosso, la scritta di una antica lapide che si conserva nel museo del Duomo, resa assai oscura nel suo significato letterale dalla presenza di un doppio 'nominativo' latino che vi figura, la vogliamo riprodurre proprio nell'eventualità che qualche acuto lettore sappia venirne a capo (facendo però presente che un secolo fa, due studiosi locali, il Prof. Venarucci prima e quindi l'arch. Brizi, tentarono invano di restituirle un senso nel presupposto che le lettere <<B. R.>> che vi figurano, si riferissero al 'beato Rufino', primo vescovo e protettore della città di Assisi, cui appunto la cattedrale è dedicata). La scritta recita così (la riportiamo per intero, senza le abbreviazioni che la caratterizzano): <<Contra Morsum Venenosum B. R. Caro Reducat Monachus>>. Gli scenari ipotizzati dagli esegeti sono, rispettivamente, quelli del culto di san Rufino anche contro i morsi di vipera, e in particolare (il Brizi), che questa lapide si trovasse nella chiesetta di Fossa Caroncia (un reale toponimo assisano), di cui non vi è però traccia. In particolare, 'fossa caroncia' starebbe a significare (n.d.r.) il luogo di sepoltura comune dei morti appestati, lungi dal centro abitato. Altro scenario ipotizzabile è quello di una scritta di avvertimento per i monaci benedettini con i rimedi da praticarsi contro il morso velenoso. Altro scenario ancora potrebbe essere quello della testa di serpente che inequivocabilmente è presente sull'apice dell'archivolto del portale che abbiamo appena descritto. Figura 8 Il particolare del "serpente" (all'apice dell'archivolto). Avvertendo che la 'erre' di questa scritta è percorsa dal basso verso l'alto da una 'esse' che l'attraversa tutta (con il possibile significato di un abbreviativo del tipo 'res' o 'rex'), sarebbe

155 assai interessante conoscere l'opinione di qualche introdotto lettore, non senza renderlo edotto che la scritta posta sulla facciata della bellissima chiesa di S. Silvestro a Bevagna 28 (la 'nebbiosa Bevagna' di Properzio), risalente al 1195 ('Enrico imperatore regnante'), si riferisce ad un 'Binellus magister' quale esecutore dell'opera. 5. Sull'abside dell'attuale Duomo figura la seguente scritta in ottonari rimati: <<Anno Domini milleno / centenoque quadrageno / ac in quarto solis cardo / suum explet illo anno / domus haec est inchoata / ex sumptibus aptata / a Rainerio priore / Rufini Sancti honore / eugubinus et Ioannes / huius domus qui magister / prius ipse designavit / dum vixitque edificavit>>. Il significato palese di questa lapide è che la chiesa di San Rufino fu rifatta sulle rovine di una vecchia basilica, a partire dall'anno 1140 (il priore Rainerio finanziò i lavori, eseguiti da Giovanni da Gubbio, che vi lavorò 'finché visse'). Ora, anche i lavori di riadattamento della sopra citata chiesa vescovile di Santa Maria Maggiore furono eseguiti da Giovanni da Gubbio (un architetto medievale ricordato dal Vasari), recando la scritta del E' quindi da ritenere che la lapide commemorativa di San Rufino sia stata apposta molti anni dopo l'inizio dei lavori, e qui si ipotizza che autore della stessa sia stato proprio Magister Rufinus, che fu canonico di San Rufino e Vescovo di Assisi nei primi anni all'intorno la nascita di San Francesco. Questo Rufino - o Ruffino - è il grande canonista bolognese, allievo di Graziano, ricordato in tutte le storie del diritto italiano, autore di un famoso Decretum verso la fine degli anni '60 del XII secolo ed altresì autore (insieme ad un folto elenco di 'discorsi' che si conservano nella Biblioteca Ambrosiana) del 'De Bono Pacis', composto all'incirca all'epoca della Pace di Costanza (1183) tra Federico I ed i Comuni.29 Rufino era di origini francesi (proveniente dall'università di Parigi era passato poi a Bologna), ed appare senza dubbio influenzato dalla Scuola di Chartres. E' un benedettino riformato (Graziano era un 'camaldolese'), che potrebbe aver chiuso i suoi giorni, verso gli ottant'anni di età, proprio nel Monastero benedettino del Monte Subasio, dipendente da quello di Farfa. Possiede una cultura sterminata, che giunge ben aldilà di un limite standard. La sua è una impostazione 'sacramentale' del 'diritto canonico' (di chiara matrice grazianea), che è lungi dall'affermazione assoluta del potere temporale del Papato, per far invece leva (come appunto nel 'De Bono Pacis') su principi di pace politica universale che si accostano, in terra, alla santissima 'Pace di Gerusalemme', contrapposta a quella sacrilega d'egitto e a quella mercenaria di Babilonia (è questa in sintesi l'articolazione dell'elegantissimo trattatello, a prescindere dalla distinzione della 'pace' in otto generi diversi che vi figura). Fu Papa Gregorio IX, anche lui illustre canonista, a trasformare l'assetto canonistico del 'diritto' dalla sua precedente natura 'sacramentale' in vero e proprio ordinamento giuridico. E fu proprio questo Papa a 'consacrare' (nel 1228, come ricorda una lapide) l'altare della chiesa - che pure era pienamente funzionante già molti anni prima, se Francesco e Chiara furono qui battezzati come Federico II, e se le prime prediche di Francesco e la conversione di Chiara avvennero in questo contesto religioso e d'affluenza di popolo. Segno evidente che la Chiesa di San Rufino deve nascondere qualche 'mistero'. Ben si intendono, leggendo il 'De Bono Pacis', certe affinità di pensiero tra Rufino e Gioacchino da Fiore, che probabilmente giunsero a conoscersi, anche perché quasi coetanei, ed ambedue strettamente legati da vincoli personali d'amicizia e di frequentazione con Papa Alessandro III ( ), il grande canonista Rolando Bandinelli. Il Decreto di Rufino ( ) fu composto ancora 'in giovane età'. 30 La presenza di Rufino come vescovo di Assisi, negli anni della nascita di san Francesco, si può ben spiegare sia con il lavoro diplomatico da lui svolto per arrivare alla Pace di Costanza, sia con il fatto che lo stesso Rufino aveva tenuto il discorso inaugurale del Concilio Ecumenico III indetto da Papa Alessandro (e si trattava di un altissimo onore, degno del 'vir clarissimus', titolo che accompagna il suo nome accanto a quello di 'magister'). Ora è noto che i 'quattro dottori' (Bulgaro, 'os aureum'; Martino, 'copia legum'; Ugo, 'mens legum'; Jacopo 'id quod ego', secondo quanto tramanda un cronista medievale che mette in

156 bocca il distico allo stesso Irnerio) favorirono non poco le ragioni imperiali di Federico I, che si appoggiavano al diritto romano. Certamente non fu di ostacolo Rufino, il cui pensiero volava molto in alto, verso un'era di riconciliazione e di rigenerazione. Questi importantissimi aspetti sembrano spiegare molte cose, anche la presenza del francese Rufino in Assisi, città amministrata autonomamente, in via comitale, da Corrado di Urslingen, ultrafidato 'missus dominicus', separatamente dal Ducato di Spoleto. Corrado aveva sposato una nobildonna di Nocera Umbra e risiedeva stabilmente nel castello di Assisi. Per il suo carattere tipicamente tedesco ed eccessivamente scrupoloso, facile all'ira e al risentimento, gli assisani lo avevano ribattezzato col curioso epiteto di 'mosca in cervello'. Al fedelissimo Corrado (prima della distruzione per una sollevazione popolare del castello della Rocca di Assisi nel 1198) era stato affidato il piccolo Federico II, che di lì a breve resterà orfano prima di padre (Enrico VI) e poi di madre (Costanza d'altavilla). Federico II nacque a Jesi (nome alquanto simile nel suono ad Assisi), il 26 dicembre del Secondo Dante Alighieri, Costanza 'dal velo del cuore mai si disciolse', nel senso che secondo quella versione che la vuole tratta via a forza, 'jussu' del Papa, da un convento, per divenire 'sposa imperiale', secondo chiare mire politiche in ordine al Regno di Sicilia lungamente accarezzate da Federico I - essa non sarebbe appunto neppure la vera madre di Federico II. Ed infatti tra Enrico - giovane assai aitante - e Costanza, unica figlia di Ruggero II, correvano diversi anni di età. In conseguenza della singolare coincidenza della data di nascita del rampollo imperiale (e si dice pure che Federico sia addirittura nato la notte di Natale, sia che si fosse trattato di una messa in scena oppure di un dato reale: le versioni sono diverse), sorse appunto la 'leggenda' dei 'Frederici presagia', cui volentieri si abbandonava il poeta devoto alla casa sveva, Pietro da Eboli: <<O votive puer>>, <<renovandi temporis aetas>>, <<pax oritur tecum>>! Federico II, stando alla Cronaca d'alberto abate stadese, sarebbe stato battezzato nel Duomo di San Rufino, proprio come Francesco e Chiara. Correva l'anno 1197, ed il fanciullo imperiale aveva quasi tre anni. Enrico VI era morto precocemente nel settembre di quell'anno, dopo breve malattia. Da lì a diciotto mesi lo seguirà nella tomba Costanza. Intricatissime vicende politiche si dipanano da questi frangenti, così come si erano intrecciate molte situazioni precedenti. Secondo il Salvatorelli (cfr. 'Vita di San Francesco', pag. 25, Einaudi, ediz. 1982), nell'autunno del 1196 Enrico VI si trovava nella valle spoletana e <<a Foligno trovava il suo bambino Federico, ancora in fasce, allevato dalla moglie di Corrado, e se lo portava con sé verso Roma, a farlo battezzare nei pressi della città, con un gran corteo di vescovi e di cardinali>>. Sappiamo per certo che Costanza era una grande devota di Gioacchino da Fiore. Ce lo fa sapere Luca da Cosenza, testimone oculare. Un 'venerdì santo', mentre Gioacchino si trovava nel chiostro del Santo Spirito a Palermo, l'<<imperatrice>> (così testualmente il cronista, presente ai fatti) lo convoca a palazzo, dicendogli che gli vuole parlare (siamo probabilmente nel 1197/ n.d.r.).31 L'Augusta lo attendeva assisa sul trono della chiesa annessa alla reggia, e lo invita a sedere in una sedia posta lì accanto. Poiché era in animo di confessarsi, Gioacchino le impone invece di discendere dal trono, e poiché adesso è lui a tenere il posto di Gesù Cristo, le comanda di sedere in terra, <<aliter enim non debeo te audire>>. Allora Costanza si siede umilmente per terra, e si confessa dei suoi peccati. Il racconto ci appare come quello di un riaccostamento finale della Regina a Gioacchino, e soprattutto all''autorità apostolica' (il che rafforza l'ipotesi monacale). Del resto gli Svevi avevano ampiamente favorito la fondazione gioachimita, concedendole favori e privilegi, come ci fa sapere Stanislao da Campagnola, il quale aggiunge che è possibile arrivare a sospettare <<che essi abbiano inteso di fissarne le dottrine, facendole scolpire in pietra, sulla facciata di S. Rufino>>, anche se <<non abbiamo indizi per affermarlo>>. Secondo l'illustre studioso del francescanesimo <<l'interpretazione dei motivi scolpiti sulla facciata della cattedrale di Assisi permangono avvolti da un mistero, anche se non possiamo escludere che possano veramente avere un rapporto con le dottrine di Gioacchino>>. Il

157 grande e vero limite sarebbe infatti dato dall'assenza di un qualsiasi collegamento che provi la presenza di Gioacchino da Fiore in Assisi, nonché lo stesso silenzio delle fonti compreso Francesco stesso. 6. Questo rapporto con Assisi passerebbe invece, secondo noi, attraverso 'magister Rufinus', del quale non si hanno più notizie dopo il 1192, e che per questa ragione viene creduto morto intorno a questa data. Rufino si era al contrario ritirato, già in età avanzata, nell'importante Monastero del Monte Subasio (che tra l'altro era proprietario della chiesa di S. Nicolò, protettore dei mercanti, situata accanto alla casa di San Francesco 32 e a ridosso della Piazza del tempio di Minerva o 'forum mercatorum', legata alla più profonda memoria francescana proprio dall'episodio della consultazione casuale del Vangelo secondo la 'sortes apostolorum', nonché della Porziuncola, antichissima chiesetta, che sorgeva su di un affioramento di terra del Lacus Umber, bonificato dei benedettini nell'ottavo secolo, per la cui donazione, Francesco, che voleva restare assolutamente povero, volle riconoscere un 'amiscere' di pesciolini lacustri, contraccambiati poi dai benedettini con olio d'oliva del monte). Ce lo fa credere l'insieme dei 'fatti' all'interno di un contesto fortemente 'indiziario' (grave, preciso e concordante), ed anche quella lastra di sarcofago in pietra graffita, conservata nel Monastero del Subasio (che fu distrutto alla fine del trecento in una guerra di fazioni dopo che si era andato spopolando dei monaci), la quale rappresenta un vescovo benedettino. Così la descrive, non volendo, il Fortini (cfr. Vita Nova, 1, I, pag. 26), pur dotato di formidabile intuizione: <<In terra giace una lastra tombale spezzata. Vi è ritratto un abate del monastero, in abiti pontificali. Sotto la mitra appare un volto ieratico che ha l'aspetto della sfinge impietrata. Una mano, chiusa nel guanto, regge un pastorale. La figura non emerge nel rilievo, né è disegnata, incisa nella pietra... >>. Già un altro vescovo di Assisi (anch'esso attestato dal Di Costanzo come nel caso di Ugone e di Rufino), di nome Dragone, risulta nel libro dei morti dell'abbazia di Fonte Avellana ('aveva trovato asilo presso di noi', annota il compilatore).33 Niente di strano, perciò, che il canonista Rufino, collega ed amico di Rolando Bandinelli (Alessandro III) e di Stefano d'orleans, poi vescovo di Tournai, avesse deciso di ritirarsi ad Assisi, dopo essere stato anche vescovo di Sorrento, pensando così di morire nel Monastero del Subasio, non lungi dalla facciata 'profetica' di San Rufino, da lui studiatamente ed arditamente concepita, col sostegno economico dei reggitori imperiali ed il 'placet' dell'ordine benedettino, quale sacro annuncio gioachimita del prossimo rinnovamento del secolo. La nostra ipotesi è abbastanza coerente ed è soprattutto fortemente 'aiutata' dalla composizione del 'De Bono Pacis', i cui contenuti sembrano aver raggiunto anche Dante Alighieri (ad es. 'per unam cordis compuntiunculam, per unam oculorum lacrimulam' del 'De Bono...', cui farebbe riscontro - come mette intelligentemente in evidenza il Prof. G. Catanzaro - il 'Tu te ne porti di costui l'etterno / per una lagrimetta che 'l mi toglie' - cfr. Purgatorio, V, ). Memorabile fu il discorso tenuto da San Francesco il 15 agosto 1222 a Bologna, in presenza di tutto il senato accademico dell'università. L'oggetto di questo discorso di 'riconciliazione' fu il 'bene della pace' degli 'uomini con gli uomini', e degli 'uomini con Dio'. Ce lo fa sapere un testimone d'eccezione, Tommaso da Spalato.34 I discorsi del Santo non erano prediche, ma 'conciones', allocuzioni o conferenze, che trattavano argomenti pratici, specialmente rivolti alla riforma dei costumi.35 Le Goff riporta, poi, un'interessantissima versione della 'Predica degli uccelli', edulcorata dalla grande mano di Giotto. Rifacendosi a Matteo Paris, che segue il benedettino Ruggero di Wendover, il quale colloca il celebre episodio al momento del ritorno da Roma nella Valle spoletana dopo la difficilissima udienza papale del 1209, Francesco, <<esulcerato per l'accoglienza fattagli dai romani, i loro vizi e le loro turpitudini, avrebbe chiamato a raccolta gli uccelli, i più aggressivi tra essi, quelli dai becchi voraci, uccelli da preda e corvi, e a loro avrebbe insegnato la buona novella, anziché ai miserabili romani>>. La fonte di questo

158 aneddoto si trova precisamente nel libro dell'apocalisse (19, 17-18): <<E vidi un angelo, levato nel sole, gridare con voce forte e dire a tutti gli uccelli che volavano nel cielo: venite e radunatevi al gran banchetto di Dio; mangiate la carne dei tribuni, la carne dei superbi, la carne dei cavalli e dei cavalieri, la carne dei liberi e degli schiavi, dei piccoli e dei grandi>>. Lasciamo al lettore ogni commento! Chi poté favorire l'incontro col Papa, se non l'ordine benedettino? San Pier Damiani (prolificissimo scrittore) indirizza il 'sermo' XXXIV, conservato a Montecassino, ai miracoli di San Rufino, riportandone una profluvie incredibile. Era sorta, infatti, asperrima questione tra i fedeli ed il vescovo di Assisi Ugone (presente alla dieta di Worms del 1048), circa la destinazione di un sepolcro romano (risalente al II secolo d.c. e rappresentante il mito di Endimione e Diana), che il popolo voleva fosse trasferito nella 'parva basilica' del santo protettore assisiate, e il vescovo voleva invece ricondurre a S. Maria Maggiore (questo sepolcro era stato ritrovato in quell'epoca non lungi dall'antico luogo del martirio del Santo, si dice fatto morire affogato nel fiume Chiascio con una macina di mulino al collo). Alla fine prevalse la volontà popolare (dice testualmente Pier Damiani: <<vox populi, vox dei>>).36 Di conseguenza il vescovo Ugone non solo si decise a costruire una chiesa più grande (la 'magna basilica' citata nel 'sermo', della quale restano alcuni avanzi e soprattutto il basamento originario del campanile), ma trasferì a San Rufino la cattedra vescovile (la questione è assai interessante e complessa, e non tutte le tessere del relativo 'mosaico' storico sembrano ben collocarsi al loro posto, come ritiene anche il Fortini richiamando lo Gnoli, 37 soprattutto in relazione ai tempi tecnici necessari per una così importante edificazione, che sarebbe stata sostituita, appena un secolo dopo ed anche meno, da un'altra chiesa ancor più grande, l'attuale Duomo in oggetto). Pier Damiani era un benedettino seguace della regola di san Romualdo, nato come lui a Ravenna. Divenne cardinale di Ostia, lo stesso incarico ecclesiastico che, guarda caso, ricopre Ugolino dei Conti Segni nel 1209, poi divenuto Gregorio IX, morto quasi centenario, dopo essere stato uno dei grandi benefattori dell'ordine francescano. Fu infatti Ugolino a favorire San Francesco verso il Papa, insieme al cardinale di S. Paolo. Coincidenze, queste, che non possono non mettere in sospetto per la loro significativa concordanza e congruenza. Francesco si salvò da ogni accusa di eresia iniziando da solo il proprio difficilissimo percorso, sia perché egli era ' Francesco', sia perché seppe evitare gli errori o gli eccessi, ad es., di un Arnaldo da Brescia.38 Del resto i 'patarini' lombardi erano dei lavoratori della lana, un mestiere assai affine a quello di Pietro Valdo e del padre stesso di Francesco (lo stesso 'Pietro' Valdo - si noti l'analogia del nome col padre di Francesco - fu ben accolto nel Concilio Vaticano III, quello al quale partecipò Rufino, per essere in seguito scomunicato). Uno dei grandi 'misteri' francescani è proprio quello del 1209, cioè l'approvazione papale della regola 'orale', ovvero la possibilità di una vita evangelica e della predicazione al popolo da parte dei 'poveri di Assisi', che tanto assomiglierebbero ai 'poveri di Lione', se non fosse che i primi erano una sorta di 'militia Christi', perfettamente 'pacifica' e perfettamente 'cavalleresca', a differenza dei secondi che cadevano in frequenti eccessi di intolleranza. Francesco percorre con grande sofferenza il suo primo momento di crisi, che lo porterà alla 'metanoia', cioè alla grande scelta di cambiamento. Secondo S. Antonino di Firenze, <<nunc latebat in eremis, nunc ecclesiarum reparationibus insistebat devotus>>. Secondo altre concordanti fonti, amava recarsi all'interno di una grotta (un amico lo accompagnava), e ne usciva dopo lungo tempo come trasfigurato e spesse volte piangente. Francesco, nel 'Testamento', non ci fa sapere nulla della sua conversione interiore, se non il bacio al lebbroso, che lo trasformò, e la solitudine degli incerti inizi ('nessuno mi diceva cosa dovessi fare' 'stetti un po' e poi 'exivi de seculo'). Eppure è possibile, se non anche probabile, che in origine ci sia stata una sorta di istradamento del giovane Francesco appunto da parte del vecchissimo Rufino, ritiratosi nel monastero del Subasio, che lo avrebbe consigliato e sostenuto precocemente, almeno nei momenti iniziali della crisi, e prima della morte intervenuta presto

159 che avrebbe lasciato solo il Santo. Tutto lo lascia sospettare all'interno del 'quadro indiziario' che abbiamo cercato di delineare almeno per grossa maglia. Indubbiamente validissime risultano, comunque, le ragioni di coloro che con grande sensibilità, sostengono essere il Duomo di San Rufino <<il primo santuario francescano>>. Noi vi scorgiamo molto di più: la 'longa manus' dei benedettini39 (sempre presente), ed una ispirazione 'rufiniana' al supremo 'bene sacramentale' della Pace. Nessuna meraviglia, dunque, che il portale 'profetico' di San Rufino (se non tutta intera la facciata) possa contenere, come si è cercato di mostrare, una precisa allegoria, riconducibile alle idee di Gioacchino da Fiore, con l'anticipazione dei due nuovi ordini religiosi che sarebbero seguiti: quello francescano e quello domenicano. 7. Chiudiamo questo articolo (scritto quasi di getto nei giorni della ricorrenza della festa di San Rufino e di Santa Chiara, 11 e 12 agosto, al picco massimo di visibilità dello sciame meteoritico delle 'Perseidi', le famose 'lacrime' di san Lorenzo) riportando il passo iniziale del 'De Bono Pacis' (nell'eccellente traduzione fattane dal Prof. Giuseppe Catanzaro, Presidente dell'accademia Properziana del Subasio), ed invitando i lettori a scorrere con avidità quest'operetta, tanto essa appare splendida anche nel suo genere letterario, presentandosi tanto più oggi - di grandissima attualità. <<Se si vuole una cognizione completa sul bene della, pace, procedendo con ordine, bisogna prima dare una spiegazione sul nome dell'oggetto in discussione e poi sull'oggetto che il bene indica. Questo bene è stato indicato con la parola Pax, perché il vocabolo esprime lo straordinario mistero della Trinità di Dio. Questo nome infatti si declina, ma non si volge al plurale, simboleggiando quell'unità che è carattere peculiare e distintivo di Dio: in questa unità, infatti, vi è la distinzione in tre persone e nello stesso tempo si mantiene e venera la semplicità di un'unica e medesima natura. Come dunque questo nome è formato di tre lettere, la P, la A e la X, che costituiscono un'espressione che non ammette il plurale (non diciamo le paci), così anche la divinità consta di tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito santo. Queste non sono tre essenze, o Dei, ma l'unica essenza, un unico Dio. La P, poiché è la prima lettera della parola, indica il Padre; la A, che è quella di mezzo, indica il Figlio; la X, che è posta alla fine, rappresenta espressamente lo Spirito santo. Inoltre la P indica la Persona del Padre per una duplice ragione. La prima riguarda il nome: evidentemente la parola padre ha questa lettera iniziale. La seconda è questa: essendovi due lettere, che, per essere pronunziate, richiedono la divisione delle labbra, subito dopo una loro compressione, cioè la P e la B, per formare la P le labbra si stringono con maggiore compressione che per pronunziare la B e poi si aprono con un suono più chiaro per l'emissione della voce. Come dunque per pronunziare la lettera P le labbra si spalancano di più, affinché la voce formata sia profferita, così tutte le cose, che erano nascoste nel segreto dei disegni divini, quasi suono della voce concepita nel cuore, hanno incominciato a formarsi e ad aprirsi per opera della creazione... Parimenti si ritenga che A indica il Figlio per una duplice ragione. In primo luogo, perché è vocale, cioè ha un suono di per sé, e il figlio che si è incarnato, di per sé è visto e conosciuto. In secondo luogo, perché è la prima di tutte le lettere; e il figlio è il Primogenito rispetto ad ogni creatura. E come Egli è prima, così è dopo di ogni creatura: L'Alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, onde è chiamato il Primogenito e l'unigenito: Primogenito, in quanto nessuno è esistito prima di lui; Unigenito, perché nessuno sarà dopo di lui. Affinché l'insieme di questo nome risulti completo, alle due precedenti lettere si lega la terza, cioè la X. Questa prefigura la persona dello Spirito santo in duplice modo, cioè per la natura del suono e per l'ordine in cui è disposta. Per la natura del suono: perché è consonante doppia, e perciò, a buon diritto, indica lo Spirito santo per la doppia consonanza d'amore, che in esso si comprende: infatti da una parte congiunge il Padre con il Figlio, dall'altra la creatura con il Creatore Per l'ordine della disposizione: perché questa lettera è la terzultima dell'alfabeto, viene cioè prima della penultima. Infatti nell'abbecceddario due lettere la Y e la Z vengono dopo questa.

160 Di queste tre lettere la prima è la X, e perciò essa è concepita come immagine del mistero>>40. ***** Il 'mistero' di cui ci siamo occupati è dinanzi agli occhi di tutti. Si tratta anche del 'mistero francescano' che non finirà di stupire i secoli. Con gli 'occhi', c'è, per 'vedere', l'ausilio della 'mente' e del 'cuore'. E' quanto abbiamo cercato di fare, spiando in pochi acri di terra assisana la presenza del 'mistero' dello Spirito Santo e il 'segreto' della Pace. Note 1 Assisi è descritta da Properzio (4, I, 125) come <<scandentiique axis consurgit vertice muros, mura ab ingenio notior ille tuo>>. Secondo Dante Alighieri (Paradiso, XI, 52-55) <<Però chi d'esso loco fa parole, / non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Orïente, se proprio dir vole>>. Secondo l'illustre glottologo Giovanni Semerano, autore di studi rivoluzionari, 'asu' - in accadico e assiro-babilonese - è appunto il Sole. Gli Asisinates sono ricordati nell'ambito delle popolazioni umbre da Plinio. Di Assisi fanno menzione Tolomeo nella Geografia e Procopio nella Guerra Gotica. Sorprendente è il silenzio di Strabone, geografo augusteo, che si guarda bene dal nominarla. Sorge perciò il legittimo sospetto che l'etrusco Properzio (con l'eclissarsi dell'astro politico di Mecenate, etrusco di Arezzo della regia famiglia dei Cilnii, proprietari terrieri sulla linea dei 'laghi' che giungevano fino alle Fonti del Clitunno passando dal Trasimeno, fino al Lacus Umber sotto Assisi, bonificato dai benedettini nell'ottavo secolo) abbia ricevuto ad un certo momento una sorta di interdetto, affine a quello che ebbe a subire molti anni dopo il sodale Ovidio di lui un po' più giovane, il cui 'giallo' non è stato mai risolto. La precoce 'scomparsa' di Properzio (che sarebbe 'morto' ad appena 31 anni), e la chiara falcidia della sua opera (le Elegie in 4 libri, che in verità si presentano assai disomogenee), potrebbero invece trovare proprio questa 'spiegazione'. Su 'Assisi', si veda A. Grohmann, Le città nella storia d'italia, Laterza, Bari, 1989, nonché A. Cristofani, Delle storie di Assisi, A. Forni Editore, ristampa 1980 dell'edizione del Il Duomo romanico di San Rufino rimonta al XII secolo. Fu ultimato durante la vita di San Francesco. In precedenza doveva esserci una basilica forse dell'xi secolo, o forse ancora precedente, di cui restano la cripta e soprattutto la robusta torre campanaria. La zona del Duomo insiste nella parte alta della città, quella più antica, contornata da robuste mura umbro-romane, che molto probabilmente racchiudevano il primitivo insediamento, ed è caratterizzata dalla presenza di notevoli reperti archeologici (teatro, circo, anfiteatro ed antico foro umbro, accanto al tempio della Buona Madre). La zona del foro antico è quella oggi occupata dalla chiesa. Stando all'illustre storico del francescanesimo Arnaldo Fortini, Assisi sarebbe caratterizzata dalla presenza di tre distinte cittadelle: quella 'imperiale' (col castello svevo e gli edifici collinari), la zona di san Rufino (o 'cittadella benedettina' a ridosso del monte Subasio), e la parte bassa (Santa Maria Maggiore o 'cittadella vescovile'), dove appunto si collocavano la casa di Properzio e le antiche terme. Questa 'teoria' corrisponde, nominalmente, alle varie ipotesi che si possono avanzare per la formazione storica del libero comune di Assisi, che appare certamente attestato nell'anno 1198, quando il castello svevo fu distrutto dal popolo dopo la morte di Enrico VI e quella di Costanza d'altavilla. 2 L'incertezza dell'anno di nascita deriva da un conto a ritroso rispetto alla data certa della morte (3 ottobre 1226) e al computo degli anni della vita. Secondo le varie leggende francescane, la nascita del Santo sarebbe stata caratterizzata da eventi miracolosi: anzitutto si sarebbe presentato a monna Pica un uomo, annunciando che in quel giorno sarebbero nati a Assisi il migliore e il peggiore degli uomini; quindi, al momento del battesimo al fonte di San Rufino, un angelo avrebbe lasciato impresse le sue orme sulla pietra, assistendo all'evento (Francesco si chiamava Giovanni); poi, uno strano pellegrino avrebbe cominciato ad annunciare per le vie di Assisi il messaggio di 'Pace e Bene'; infine, un uomo semplice avrebbe steso un velo al passaggio del giovane Francesco per la Piazza (o foro del mercato), rendendo omaggio alla sua futura grandezza (si tratta, in questo caso, del primo affresco del ciclo iconografico giottesco, composto da 28 grandi riquadri). Tale sostrato di leggende potrebbe in effetti celare una 'verità' storica della quale ci si è spogliati e di cui ci occupiamo in questo articolo, con

161 particolare riguardo a Gioacchino da Fiore e alla figura di Magister Rufinus. I due erano nati pressoché in quegli anni (intorno al 1130) e mentre è certo che Gioacchino sia morto nel , di Rufino non si hanno più notizie dopo il Il De Bono Pacis di Rufino e il Decem salpterium chordarum di Gioacchino risalgono invece agli anni della pace di Costanza. 3 Su I genitori di san Francesco si veda in particolare l'esauriente lavoro di F. Rossetti, Edizioni Il leccio, Siena, Secondo la versione del vescovo di Assisi ( ) Ottavio Spader, in base al racconto fattogli a Lucca, mentre predicava nel 1689 in quella città, dal canonico Francesco Moricone, Pietro di Bernardone discenderebbe dalla famiglia di mercanti dei fratelli Moricone, originaria di Lucca. Quando il corpo del Santo fu scoperto nel 1818 nel sepolcro murato sotto l'altare maggiore della Basilica inferiore di Assisi, risultò, dalla ricognizione del cadavere, la presenza di un rosario con 33 grani (tanti i versi del Cantico), un anello con un sigillo riportante l'effigie di Minerva (il comune di Assisi aveva allora sede nel famoso tempio di Minerva posto nel 'forum mercatorum'), e 26 piccole monete lucchesi. A nostro avviso (seguendo una traccia aperta da Gemma Fortini, la figlia del già citato Arnaldo, che peraltro incontreremo di nuovo), Petrus Bernardonis era un mercante convertito, di origine ebraica, la cui famiglia già esercitava il mestiere in epoca carolingia (cfr. G. Fortini, Francesco d'assisi ebreo?, Carucci Editore, 1978). Il patronimico 'Bernardonis' evocherebbe, piuttosto, la dipendenza dall'importante abbazia riformata del Monte Subasio, egemone nell'alto medioevo dell'economia curtense locale, in nome e per conto della quale l'attività di scambio era esercitata, profittando della via francigena che correva sotto Assisi, e con basi d'appoggio nei lunghi viaggi tramite le stesse abbazie benedettine presenti lungo il tragitto. La madre di Francesco avrebbe avuto origini nobiliari piccarde o provenzali, ma nessun documento lo prova. Pica è anche il nome di un uccello. Alcuni sostengono che il suo nome fosse Giovanna, così come Francesco si chiamava Giovanni prima che il padre gli mutasse nome. L'epiteto di 'madonna' ne attesta senza dubbio una qualità sociale di rango superiore a quella del marito. Tradizione vuole che fosse effettivamente francese, e meglio ancora provenzale, oppure della Burgundia. Francesco prorompeva assai spesso in canti provenzali, probabile lingua materna, saltellando e ritmando la musica, accompagnandosi con un bastoncello che imitava un archetto. Il carattere di Francesco appare fine e poetico come quello della madre e al tempo stesso assai deciso come quello del padre. Le fonti ci fanno presente il suo spirito curiale e cavalleresco, assai accentuato. Magister Rufinus era pure di origini francesi, contrariamente all'opinione del Singer. L'eresia catara si radicò pervicacemente in questa parte riparata della Francia, riperpetuandosi in seguito con gli ugonotti. 4 Si veda al riguardo la pregevolissima pubblicazione 'Fonti francescane' a cura di Stanislao da Campagnola, (editio minoris, pag ), Editrici Francescane, Assisi, Gli studi francescani si avviarono con il Thode, che pubblicò a Berlino nel 1885 il suo Francesco di Assisi (riproposto da Donzelli Editore, Roma, 1993, con prefazione di L. Bellosi, autore de La pecora di Giotto, Einaudi, Torino, 1983), e proseguirono con il Sabatier (1894), di religione protestante. Una Vita di san Francesco si deve anche al famoso poeta danese J. Joergensen, nel Seguirono, a questi primi studi, una profluvie di vite del Santo, alcune composte da grandi scrittori come G.K. Chesterton, H. Hesse, J. Green e N. Kazantzakis. In questa sede citeremo soltanto alcune accurate biografie storiche, come la monumentale Nova vita di san Francesco di Arnaldo Fortini, ed. Assisi, 5 voll., non più ristampata; L. Salvatorelli, Vita di san Francesco d'assisi, Einaudi 1973 (I ediz. Laterza, Bari, 1926); R. Manselli, San Francesco, Bulzoni Editore, Roma, 1980; F. Cardini, Francesco d'assisi, Mondadori, Milano, 1991; J. Le Goff, San Francesco d'assisi, Laterza, Bari, Per gli amanti delle curiosità facciamo presente che il grande storico Luigi Salvatorelli era nipote del Prof. Leto Alessandri, cui l'opera francescana è dedicata, già preside del Liceo di Assisi e notevole studioso di storia locale. Le fonti francescane sono di vario genere. Su questo argomento cadono, in particolare, gli autorevolissimi studi di Stanislao da Campagnola, fra i quali Biografie e cronache del duecento francescano, Perugia, 1970; L'angelo del sesto sigillo e l'<<alter Christus>>, Roma, 1971; Francesco d'assisi nei suoi scritti e nelle biografie dei secoli XIII-XIV, Edizioni Porziuncola, Assisi, Su Assisi al tempo di San Francesco si vedano gli Atti del V convegno internazionale di Studi Francescani, Assisi, 1978, nonché di A. Fortini, Francesco d'assisi e l'italia del suo tempo, Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1968, e soprattutto Assisi nel medioevo, Carucci editore, Roma, 1940.

162 6 Nel 1238 fra' Elia, diretto a Cremona dove trovavasi il campo imperiale come Legato Pontificio, passando da Parma accolse nell'ordine fra' Salimbene de Adam, il quale nella sua Cronaca ci ha descritto, a tratti vivaci, i particolari di quell'incontro (giovedì 4 febbraio). Il mancato successo della missione affidatagli dal Papa Gregorio IX segnò la sua disgrazia. Si suole ricondurre a fra' Elia il progetto della Basilica di S. Francesco (ma il Santo aveva lasciato scritto nel suo Testamento che nessuna chiesa si sarebbe dovuta edificare a suo nome), e la successiva cura dei lavori. Sono incerte le sue origini. La sua effigie, accanto a quella di Federico II, comparirebbe in un angolo esterno del Sacro Convento della Basilica, che affaccia sulla pianura. Un primo studio al proposito si deve negli anni ottanta al Dott. Prospero Calzolari, amico personale del Prof. Bartocci (P. Calzolari, Massoneria Francescanesimo Alchimia, Sear Edizioni, Scandiano, 1988). Questo spunto è stato organicamente ripreso dallo storico dell'arte Prof. Elvio Lunghi in un importante saggio: Presenza di Federico II nella chiesa di S. Francesco ad Assisi, in Atti dell'accademia Properziana del Subasio, serie IV, n. 23, anno 1995, Assisi al tempo di Federico II. Su La corte papale a Perugia nel ducento, si veda inoltre l'interessantissimo lavoro, assai ricco di spunti, del Prof. Francesco Frascarelli, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Perugia, volume XV, nuova serie volume I, 1977/1978, pag Cfr. Salimbene de Adam, Cronica, 441. Presentata al Capitolo generale di Pisa del 1263, la Leggenda Maggiore di San Bonaventura incontrò il plauso incondizionato del gruppo dirigente. Il Capitolo generale di Parigi del 1266 ordinò la distruzione di tutte le precedenti biografie. Così ad es. la Vita prima di Tommaso da Celano (commissionata nel 1228 da Papa Gregorio IX) fu recuperata soltanto nel Il Capitolo di Parigi affermò che San Francesco era 'ad litteram' l'angelo apocalittico del sesto sigillo. Dante Alighieri si ispira, nel canto XI del Paradiso, al poemetto allegorico del Sacrum commercium beati Francisci cum domina Paupertate, forse erroneamente attribuito a Giovanni da Parma. Nella temperie storica di questa delicatissima fase di passaggio del movimento francescano, che vede prevalere San Bonaventura, viene travolto lo stesso ministro generale dell'ordine, Giovanni da Parma, compromesso dall'azione di Gerardo da Borgo San Donnino, che era accanito fautore delle attese di 'renovatio' di Gioacchino da Fiore, profeticamente fissate per l'anno 1260 in cui appunto si manifestarono i movimenti epocali dei 'flagellanti'. 8 Cfr. F. Heer, Il Medioevo, Mondadori, 1991, pag. 216, capitolo: <<Sinistra>> e <<destra>> nei movimenti religiosi particolari. 9 Ce lo attesta lo stesso Properzio, nel breve, bellissimo e misteriosamente allusivo 'epigramma' funebre impropriamente inserito come elegia XXI del libro I. 10 Appartiene al novero dei tanti misteri francescani anche la famosa benedizione, scritta a fra' Leone di pugno di Francesco e portata sul petto del frate fino alla morte. A parte l'invito a che il Signore 'mostri il suo volto' - e ben inteso si tratta di un passo biblico (Numeri, 6, 24-26) - la benedizione francescana è caratterizzata da un Tau fuoriuscente dalla bocca di un volto incorniciato dalla barba, che si può presumere quello di Cristo, ma questo viso sembra emergere da un lenzuolo. Si tratta forse della Sindone, che fino alla conquista crociata del 1204, si conservava a Costantinopoli, e che andò in mano ai cavalieri templari, per poi essere conservata dai catari od ugonotti in Burgundia, durante la persecuzione di Filippo il Bello, e riapparire finalmente in mano ai Savoia? Ci limitiamo all'enunciazione dell'ipotesi. Tuttavia è certo che il Tau (in ebraico 'segno') era il simbolo col quale si sottoscrivevano i cavalieri templari, poi accusati di venerare una strana immagine scurita, chiamata 'Bafometto'. Il mistero properziano concerne i vari aspetti della vita e dell'opera poetica. Il Prof. Pio Fedeli, massimo studioso di Properzio, da me richiesto se Cinzia è in effetti l'immagine della luna come riporta Macrobio, mi riferì di recente che in America era stato pubblicato un libro proprio su questo tema. E' probabile che le elegie nascondano allusioni di carattere astronomico. Si veda in particolare 4, I, l'elegia in cui Properzio è Oros, nella traduzione fattane dalla compianta Gemma Fortini in Le Elegie di Properzio, Assisi, Vale in ogni caso far presente al lettore interessato che non solo la famosa archeologa M. Guarducci, scopritrice tra l'altro della tomba di San Pietro in Vaticano, pubblicò un lavoro (in Memorie dell'accademia Nazionale dei Lincei, s. VIII, XXIII, 1979, pp ) sulla Domus Musae. Epigrafi greche e latine in un'antica casa di Assisi (posta nei sotterranei della Chiesa di Santa Maria Maggiore), ma che nei primi anni cinquanta l'esoterico farmacista assisano Dott. Fioravante Caldari (cfr. Atti dell'accademia Properziana del Subasio, serie

163 V, n. 2, dicembre 1955, pagg ) scavò a proprie spese il medesimo sito archeologico, scoprendo tra l'altro, oltre agli affreschi e alle epigrafi illustrate dalla Guarducci, una lapide in cui certo Properzio è nominato come 'sacerdote flamine'. Caldari figura in una fotografia accanto ai professori G. Saeflund e K. Kerenyi, che allora ispezionarono la supposta casa di Properzio. Ma lasciamo la parola a Gemma Fortini (op. cit., Prefazione) per una contrastante opinione: << Gens Propertia, una famiglia imparentata con i Passenna e i Paulli, da cui il famoso console Emilio Paolo e gli Scipioni: una famiglia di magistrati che per trecento anni diede saggi amministratori alla città. Si vuole che la loro casa si trovasse nell'attuale chiesa di S. Maria Maggiore per i numerosi cimeli romani ritrovati e quel piccolo tempio orfico dai variopinti disegni parietali [con fiori rossi a forma di cuore - n.d.r.]; ma il nome della Gens Propertia [un antico re di Veio è attestato col nome di Properzio - n.d.r.] non è qui venuto alla luce, come invece è accaduto nel sepolcro lungo la via che conduce a S.Damiano fuori le mura [primo luogo francescano - n.d.r.; Gemma Fortini sta qui difendendo un antico lavoro del padre Arnaldo, risalente al 1931, che fu letto in Campidoglio per le celebrazioni properziane], dove una lunga lapide calcarea porta chiaramente inciso il nome della gens Propertia [non si tratta tuttavia della importantissima epigrafe venuta alla luce nel 1742 fra Assisi e Bastia in cui è menzionato il 'marone' Vols... Propartii - n.d.r]>>. 11 Sembra che Dante Alighieri, il ghibellin fuggiasco, durante le sue peregrinazioni avesse bussato una volta all'eremo di Fonte Avellana, invocando appunto la 'pace'. L'episodio del 'lupo di Gubbio', riportato dai Fioretti, nasconde un atto di pacificazione. La famosa Concordia del 1210, preceduta da un atto consimile del 1203, sembra riflettere la presenza in Assisi del messaggio benedettino di pace originato da magister Rufino. L'insieme delle tante connessioni che potrebbero essere scorte (e che inevitabilmente dobbiamo trascurare) è tale da restituire un interessantissimo tracciato, sul quale invitiamo i lettori a riflettere per proprio conto. 12 Questo ritratto prova lo stretto collegamento tra i benedettini e San Francesco (che viene rappresentato non ancora stigmatizzato - sulla questione dell'<<invenzione>> delle stimmate, si veda l'ampio ed approfondito saggio della Prof. Chiara Frugoni, docente di Storia medievale all'università di Roma II, Francesco e l'invenzione delle stimmate - Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto, Einaudi, 1993). Come evidenzia il Fortini (cfr. F. d'assisi e l'italia del suo tempo, op. cit. pag. 353) questo ritratto risulta fedele alla descrizione poi data dal Celano nella Vita prima, 465: <<Era uomo facondissimo, di aspetto gioviale, di sguardo buono, mai indolente, mai altezzoso. Di statura piuttosto piccola, testa regolare e rotonda, volto un po' ovale proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e tutto semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglia diritte, naso giusto, sottile diritto, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante penetrante, voce robusta, dolce, chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rada, collo sottile, spalle diritte, braccia corte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe snelle, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida, sonno brevissimo, mano generosissima>>. E' il ritratto di un trovatore, di un poeta e allo stesso tempo di un uomo di azione. L'ottimo seme di Francesco deve aver fruttato sul buon terreno già preparato da Rufino. E' questo l'assunto fondamentale del presente scritto, pur negli inevitabili limiti che ci siamo imposti. 13 Ci sarà poi, iconograficamente parlando, un 'Francesco con la barba' ed un 'Francesco senza barba' (quello degli Angiò). Si veda al riguardo l'importante saggio di L. Bellosi, La pecora di Giotto, op. cit. Enormi problemi ha suscitato la datazione e l'attribuzione dei cicli pittorici della Basilica assisiate, che vede il succedersi di varie scuole, e molto probabilmente registra le diverse vicende politiche che si sono succedute durante il lungo periodo del suo completamento. 14 La scritta di pace è evangelica e compare in Matteo 10, 13, oltreché nel De Bono Pacis, Libro I, Cap. IV, De pace Dei ad Homines. Il messaggio francescano è essenzialmente quello della Pace. La parola minores socialmente voleva indicare che i francescani si mettevano dalla parte del popolo, dei deboli, dei minori, in opposizione ai maggiori, agli aristocratici, ai potenti. Vedremo a suo tempo la bellissima interpretazione della parola 'pace' che dà il grande canonista Rufino nella sua opera. In modo allusivo, si noti la semplice consonanza che intercorre tra 'PAX' e 'AXis'. Axim è infatti il nome di Assisi, che figura nell'italia illustrata (1527) di Flavio Biondo, e talvolta nei codici properziani si legge 'Axis' in luogo di 'Asis'. La parola 'asse' richiama - in virtù del particolare orientamento da est a ovest, con fronte a sud, della città di Assisi - l'asse di traguardo degli antichi osservatori astronomici

164 per la determinazione del calendario luni-solare. Sembra perciò dirla lunga sulle origini 'sacre' della patria di Francesco, che forse sorse intorno ad un antico osservatorio sito sulla sommità del colle, dove oggi si colloca il castello. Infatti si scorgono ancora i resti imponenti di un antichissimo muro 'pelasgico', e del resto sono stati trovati sulla montagna soprastante del Subasio straordinari 'bronzetti votivi' di fattura antichissima. L'impressione generale è che il toponimo di Assisi evochi un culto solare. Tanto bene lo intuisce Dante Alighieri, e lo stesso 'Angelo del Sesto Sigillo' della ' lectio' bonaventuriana è proprio l'angelo apocalittico che appare dall'oriente recando sulle mani il segno del Dio vivo (quest'angelo, col segno del Dio vivente, è effigiato nel tondo centrale del rosone piccolo di sinistra della facciata del Duomo: 'Vidi alterum Angelum ascendentem ab ortu solis, habentem signum Dei vivi - Apocalisse, 7,2). A nostro giudizio si tratta di connessioni assai significative, che non debbono essere sottovalutate. 15 Si tratta dell'incipit dell'elegia III, 5, che riportiamo nella traduzione di Gemma Fortini: ' Amore è un dio di pace, noi amanti veneriamo la pace'. Dunque a piena ragione Assisi può essere definita 'la città della pace' (<<Benedicat tibi dominus Sancta civitas deo fidelis, quia per te animae multae salvabuntur, in te servi altissimi habitabunt, de te multi eligentur ad regnum aeternum>>, se non fosse che - come racconta il Fortini in Assisi nel medioevo - ci fu una volta che i frati conventuali invitarono al sacro Convento i cappuccini di Santa Maria degli Angeli e ne nacque una zuffa con molti feriti e contusi). 16 A quest'ultimo riguardo ricordiamo brevemente che nel pregevole lavoro dell'archeologa A. Tufani, L'anfiteatro di Assisi, Accademia Properziana del Subasio, Assisi, 1999, vengono citate le singolari proprietà terapeutiche di quest'acqua sorgiva del perlasio (secondo il Fortini, il nome richiama il primo luogo di raduno popolare dell'insorgente comune medievale col significato di parlascio o parlamento). Si tratta di una fons o gurgha perlasii, che secondo le memorie della antica famiglia Paolucci (pag. 35) conduceva a numerose guarigioni miracolose grazie all'aspersione corporea e all'assunzione di 'acqua santa'. La Tufani rammenta altresì che l'invaso dell'anfiteatro (gurgha) era utilizzato nel medioevo per la tintura delle stoffe. 17 Gioacchino da Fiore nacque più probabilmente verso il 1130 (non verso il 1145 come altri sostengono), e morì nell'anno 1201 o 1202, quando Francesco aveva circa venti anni. Le sue principali opere sono la Concordia Novi et veteris Testamenti, l'expositio in Apocalypsim, il Psalterium decem chordarum, il commento Super quatuor Evangelia e forse anche il Liber figurarum. Secondo l'opinione di molti studiosi l'influsso gioachimita su Francesco fu inevitabile. Si ritiene prevalentemente che umilissime fossero le origini di Gioacchino. Non trova eccessivo credito l'ipotesi che lo vuole figlio di un notaio della corte normanna. Egli si mostra precursore dei movimenti spirituali che si realizzeranno in seguito. Secondo il 'francescano di Erfurt' (Cronica minor risalente al 1261/1268) sembra che nella sua cella Gioacchino avesse fatto dipingere, prima ancora che sorgessero, i due nuovi ordini da lui profetati, poi identificati nel movimento francescano e in quello domenicano. Tali immagini si scorgono anche sulla facciata di San Rufino, ai lati del piccolo rosone di sinistra. Gioacchino era in origine cistercense, ma poi si ritirò fondando un ordine proprio (i Cistercensi erano sorti in derivazione dei Cluniacensi). Nel 1184 lo troviamo a Veroli presso il pontefice Lucio III, cioè quel Rolando Bandinelli, che insieme a Magister Rufinus, era stato tra i principali allievi di Graziano. I teologi di Parigi e i membri di altri ordini perseguitarono Gioacchino come eretico. Tuttavia egli ebbe entrature notevoli anche con Urbano III, che lo incontrò a Verona nel 1186 e lo esortò a scrivere l'expositio in Apocalypsim, la sua seconda grande opera. Il Psalterium era stato già in buona parte abbozzato nel 1183, l'anno della pace di Costanza e quello della probabile composizione da parte di magister Rufinus del De Bono Pacis. Nel 1196 una bolla di Celestino III recante la data del 25 aprile regolarizza l'ordine florense. Le principali notizie su Gioacchino ci provengono da Gregorio da Lauro che scriveva nel Altre fonti gioachimite sono Ruggero di Hovden, Benedetto di Peterborough e Raul di Coggeahall (quest'ultimo in relazione alla profezia di Riccardo Cuor di Leone). L'ordine florense è esistito fino al Come abate e come erudito - non come politico - Gioacchino intrattenne rapporti personali con la casa reale di Enrico VI: cfr. H. Grundmann, Studi su Gioacchino da Fiore, Marietti, 1989 (I ed. Leipzig-Berlin 1927), pag. 16. Entrato nel monastero cistercense di Corazzo, ne fu abate dal 1178 al 1188 almeno. Nel 1255 la Commissione di Anagni, nominata da Papa Alessandro IV, ne valutò la dottrina a seguito delle denunzie dei maestri di Parigi nei confronti del gioachimita francescano Gerardo da Borgo Donnino.

165 Secondo Stanislao da Campagnola la 'novitas' francescana, a differenza di quella di Gioacchino da Fiore, fu piuttosto rivolta alla trasformazione attiva del presente, che all'attesa contemplante del futuro. Su Gioacchino da Fiore e il Salterio a dieci corde cfr. E. Zolla, I mistici dell'occidente, III, Rizzoli, Milano, 1977, Mistici medievali, pag. 111 ss. 18 Tale affermazione è presente anche nel Salterio a dieci corde, con evidente riguardo al Salmo 144, 9, Lode di Davide, di cui si riparlerà nel seguito. 19 Il grande catalogo (pagg. 171) delle intense opere scultoree ( ) di Francesco Prosperi (con apparati critici e filologici a cura del figlio Franco) è stato pubblicato dall'accademia Properziana del Subasio (ed. Porziuncola) nel Un lavoro di Prosperi (S. Francesco ascendente al cielo in un carro di fuoco come il profeta Elia) è presente nella antica cripta della Chiesa di San Rufino. L'Accademia Properziana, di illustri origini, venne fondata in Assisi nel Negli ultimi anni si sono moltiplicate le accuratissime pubblicazioni di pregio di questa Accademia, di non trascurabile risalto nazionale. 20 F. Prosperi, La facciata della cattedrale di Assisi (La mistica gioachimita prefrancescana nella simbologia delle sculture), Stampa grafica Perugia, Sembra che negli anni ottanta il compianto Dott. Francesco Brunelli di Perugia abbia prodotto un lavoro originale su questa medesima facciata, tuttavia non abbiamo potuto al momento reperirlo. Per la bibliografia completa inerente a questo importante monumento si rimanda ai più recenti lavori citati in queste note. 21 La cattedrale di San Rufino in Assisi, Arti grafiche A. Pizzi s.p.a, Milano, Accademia Properziana del Subasio e Capitolo della Cattedrale di San Rufino, con ampia prefazione ed eccellente studio introduttivo del Prof. Don Aldo Brunacci, illustre Canonico della Cattedrale e direttore della Casa editrice Fonteviva. 22 Nel famoso atto giuridico della Concordia del 1210 tra 'majores' e 'minores', riportato in tutte le storie del diritto italiano e col quale fu operato un massiccio affrancamento di mano d'opera servile, è chiaramente fissato l'impegno del completamento dei lavori della facciata del Duomo. Ciò non esclude affatto che la parte più bassa ed antica della facciata, quella cioè comprensiva del bellissimo portale, fosse già stata completata in anni precedenti, come da noi indicato. 23 Fortini, nato e vissuto in Assisi, esercitava la professione di avvocato. Oltreché aver preso parte al collegio difensivo del processo di Verona (difensore del ministro dell'agricoltura Cianetti), fu per moltissimi anni podestà di Assisi. Amico personale del Re Vittorio Emanuele III e di Gabriele D'Annunzio, che scrisse il Notturno a seguito degli stimoli spirituali che gli provennero da questa amicizia e dalla frequentazione dei luoghi francescani. 24 L'autore dell'articolo sulla facciata di San Rufino presente nella pubblicazione del 1999 parla invece di un 'Cristo'. I recenti lavori di restauro presentano dei punti particolari di sorprendente disposizione simmetrica, che andrebbero assolutamente chiariti. Si tratta di macchie di colore di un rosso più vivo che non la pietra del lunotto, e che sembrano segnare delle stimmate alle mani, una ferita appena sopra il cuore, un punto centrale sulla fronte, ed infine due tumefazioni agli zigomi di questo Dio incoronato, uno e trino, tutto contenuto assiso in trono entro il cerchio empedocleo del 'rotondo sfero' della creazione caratterizzata dalla presenza della luna, del sole e delle altre stelle Cfr. R. Manselli, Francesco di Assisi, op.cit., pag. 29. Così si esprimeva Arnaldo Fortini: <<Ecco una bella figura di vescovo che andrebbe studiata>>. Ed in effetti a Magister Rufinus, grande canonista ed oratore, il Singer, che nel 1902 ne pubblicò in Germania la Summa Decretorum, dedica una prefazione di circa 130 pagine, fornendo vari particolari. Su Rufino si veda anche la prefazione al De Bono Pacis a cura del Prof. Don Aldo Brunacci, ed il profilo altresì tracciato dal Prof. G. Catanzaro, Magister Rufinus vescovo di Assisi nel sec. XII, in Atti dell'accademia Properziana del Subasio, Serie VI, n.14, 1987, pag. 243 ss. Si ha però ragione di ritenere che Rufino fosse di origini francesi, e che prima di approdare all'università di Bologna fosse presente all'università di Parigi. La data di nascita di Rufino potrebbe essere fissata intorno al 1130,

166 come per Gioacchino da Fiore. Alcune idee presenti nel De Bono Pacis sembrano riflettere temi gioachimiti esposti nel Salterio a dieci corde. Riteniamo di poter affermare che Magister Rufinus subì evidenti influssi della Scuola di Chartres, sui cui caratteri di 'naturalismo platonico' cfr. M. Lemoine, Intorno a Chartres, Jaca Book, Milano, Sui Vassalletto, una dinastia di architetti e lapicidi romani, si veda in particolare l'enciclopedia dell'arte medievale Treccani, Vol. II, Roma, 1991, pagg (voce Roma). Nel medesimo contesto enciclopedico (voce Assisi) si citano, a proposito della facciata del Duomo di San Rufino, i lavori del vecchio canonico G. Elisei, risalenti al 1893, e quello del 1968 di F. Prosperi, gli unici in effetti dedicati a questo capolavoro del tutto trascurato. Dallo studio comparato tra gli altorilievi del candelabro in pietra della Basilica di San Paolo fuori le mura in Roma (di mano di Niccolò d'angelo e Pietro Vassalletto) e le sculture di Assisi, emerge indubbiamente la medesima 'mano'. Ciò consente una ragionevole datazione del portale, precedente alla morte di Gioacchino da Fiore (ivi rappresentato in vita), e non come erroneamente si sostiene posteriore al Del resto la presenza in loco dei lapicidi romani e dei loro cantieri è ben attestata da altre opere, come ad es. la pubblicazione del Touring Club Italiano (1965), L'arte nel medioevo (Duecento e trecento), pag. 29. Niccolò e Vassalletto sono attestati al culmine della loro fama proprio nell'ultimo quarto del XIII secolo. 28 La bellissima piazza di Bevagna è adornata anche dalla frontestante chiesa di San Michele Arcangelo, sulla cui facciata compare tra l'altro l'effigie del giovane imperatore Enrico VI. 29 Si veda al riguardo A. Brunacci, Prefazione al De Bono Pacis, da lui personalmente riscoperto e valorizzato, ed ottimamente tradotto ed annotato dal Prof. G. Catanzaro, Presidente dell'accademia Properziana del Subasio. La Summa Decretorum di Rufino è stata pubblicata in Germania nel 1902 dal Singer, e ristampata nuovamente nel 1963, sempre a Paderborn. E' interessante notare che si ha notizia di ben tre codici contenenti il De Bono Pacis (il Cassinese 238, il Tegernseensis 779 e il Bambergensis, perduto), di cui i due ultimi sono tedeschi. Questo la dice lunga sull'equilibrata visione di Rufino in ordine ai rapporti tra papato ed impero. 30 Cfr. Enciclopedia Treccani, voce ' Rufino'. Emerge che Rufino, come da noi sospettato, fosse di lingua e cultura francese, il che costituisce altro interessantissimo 'indizio'. 31 Cfr. Stanislao da Campagnola, L'Angelo del Sesto Sigillo, op.cit., pag Tra i tanti misteri francescani vi è anche quello della casa paterna, che viene situata dove sorge la Chiesa Nuova, costruita nel seicento con i fondi del Re di Spagna. Sembra invece, come prova documentalmente il Fortini, che la casa di Francesco si trovasse a sinistra della piazza, a ridosso della chiesa di S. Nicolò, così come appare dal primo affresco di Giotto. Si veda al riguardo anche P. Chioccioni, La casa paterna di San Francesco, Roma, Ciò proverebbe ulteriormente lo stretto collegamento tra il mercante 'Petrus Bernardonis' e il monastero benedettino del Subasio. 33 A. Fortini, Vita Nova, op. cit., vol. 1, I, pag Cfr. J. Le Goff, San Francesco d'assisi, op. cit., pag Cfr. J. Joergensen, San Francesco d'assisi, op. cit., pag Si veda al riguardo il dotto ed interessantissimo lavoro del Prof. Don Aldo Brunacci, S. Rufino martire primo vescovo di Assisi, Libreria Fonteviva, Assisi, 2000, e si gusti poi il sermone di Pier Damiani (altresì autore di un bell'inno a san Rufino: <<...magnum Rufini meritum turba canat fidelium...>>) nell'eccellente traduzione dello stesso Don Aldo Brunacci. 37 A. Fortini, Assisi nel medioevo, op. cit., pag. 49; U. Gnoli, L'antica Basilica Ugoniana e il Duomo di Giovanni da Gubbio in Assisi, in rivista Augusta Perusia, A. I, fasc. 11 e 12. La versione fornita da Pier Damiani, di tendenze fortemente popolari, è perlomeno dubbia.

167 38 Su Arnaldo da Brescia si veda l'importante lavoro di A. Frugoni risalente al 1954, nell'edizione Einaudi del Come San Benedetto e Santa Scolastica rappresentano la 'coppia sacra' dell'ordine benedettino al momento dell'oscurità e del 'farsi crudo' della storia, così Chiara e Francesco ne rappresentano la recuperata immagine diadica all'aprirsi del medioevo comunale, tempo di nuova libertà. G. Duby pubblicò su la Repubblica (domenica 27 novembre 1994) un articolo su Le donne di Francesco santo e cavaliere, recensendo un libro di Dalarun (dal titolo Francesco: un passaggio - Donna e donne negli scritti e nelle leggende di Francesco d'assisi, allora appena pubblicato in Italia), relativo al fascino esercitato sulle dame, tra le quali spicca la devotissima Jacopa dei Settesoli, che da Roma accorse al suo capezzale al momento della morte, recando con sé alcuni dolcetti. 40 Questo lavoro di sintesi, presentato in forma rapida e succinta ai lettori di Episteme, è caratterizzato da molte superficialità e manchevolezze, parte dovute alla difficoltà della materia, parte ad ovvie carenze di spazio. Teniamo a sottolineare che la nostra 'traccia' potrebbe comunque avere un fortissimo impatto sulla figura storica di San Francesco, se in effetti, come si ipotizza in queste pagine, Magister Rufinus fu per così dire l'istradatore del giovane Francesco. Ci sorprende la considerazione (in base a quanto risulta, per bocca di Gioacchino, dal 'Salterio a dieci corde'), che la 'castitas' è il 'segno del fuoco dello Spirito Santo'. Così anche le altre due virtù francescane (umiltà e povertà), sembrano riguardare, a loro volta, l'età del 'padre' e quella del 'figlio'. Quanto all'assunto altrettanto fondamentale che Assisi abbia costituito nell'alto medioevo un centro ad economia curtense direttamente connessa all'abbazia benedettina del Monte Subasio, rimandiamo in generale ad opere di storia medievale, e, in particolare, a P. Cammarosano, Storia dell'italia Medievale (Dal VI al XI secolo), Laterza, Bari, [Una presentazione dell'autore si trova nel numero 5 di Episteme] Corso Garibaldi, Perugia Via Francalancia, Assisi (Perugia)

168 Presenza occulta e manifesta dell'imperatore Federico II nella Basilica di San Francesco ad Assisi Frate Elia e la congiura del silenzio (Prospero Calzolari) La trasposizione della stella ottagonale, legata all'esoterismo cristiano, nella pianta di Castel del Monte, rappresenta in modo molto efficace la sacralizzazione dell'autorità sveva: Castel del Monte è il simbolo di Federico II per rappresentare la comunione di Regnum e Sacerdotium nella sua persona.(1) Presso i neoplatonici e i neopitagorici, le cui dottrine influenzarono la cultura islamica, l'origine del mondo scaturirebbe da un cerchio generato da due quadrati ruotanti di 45 rispetto ai propri assi. La figura che ne deriva è un ottagono, uno dei principali simboli esoterici dell'arte e della tradizione cristiana ed islamica. Come il quadrato simboleggia il mondo, così il cerchio rappresenta il cielo, così come la cuba islamica doveva avere una base quadrata e un tetto circolare, tracciati dal compasso celeste e dalla squadra terrestre della simbologia commacina. Anche il numero otto possiede la stessa valenza simbolica, rappresentando il mondo intermedio tra la circonferenza del cielo e la mole quadrata della terra, il punto di arresto della manifestazione, la bilancia dei cabalisti; lo stesso numero, coricato, rappresenta l'infinito. L'ottagono racchiude in sé il concetto di rigenerazione spirituale in quanto appunto intermediario tra il quadrato e il cerchio. Non a caso nella tradizione cristiana il fonte battesimale che simboleggia rigenerazione e rinascita è quasi sempre di forma ottagonale, ed è nell'ottavo giorno che fu creato l'uomo nuovo investito della Grazia ed ebbe luogo la risurrezione del Cristo (mediatore tra Dio e l'uomo, come Federico lo era tra i suoi sudditi e Dio): giorno inesistente nel calendario reale, essendo un puro simbolo salvifico indicante l'<<altro giorno>>, il <<tempo di Dio>>. Le figure geometriche costituite dall'ottagono e/o dalla stella a otto punte, presenti nelle chiese islamiche e cristiane, costituiscono un simbolo mandalico che rappresenta il percorso dal mondo terreno alla salvezza eterna.(2) In riferimento a questa simbologia esoterica, non meraviglia il fatto che gli alchimisti attribuissero una così grande importanza alla "quadratura del cerchio". Due sono però gli edifici in cui la stella a otto punte raggiunge la sua massima espressione simbolica: la Cupola della Roccia presso Gerusalemme, costruita dal Califfo 'Abd al-malik, sulla rupe dove un tempo si trovava il tempio di Salomone (in seguito divenuta quartier generale dei Cavalieri del Tempio) e Castel del Monte in Puglia, l'una testimonianza dell'affermazione religiosa dell'islam (da lì Maometto lasciò la terra per essere assunto in cielo), l'altro simbolo architettonico della Pax Augusta federiciana. L'Imperatore stesso, durante la crociata del 1228, visitò la Cupola della Roccia ed è presumibile che in quell'occasione maturò in lui l'intenzione di rappresentare in forma architettonico-simbolica la sua idea di Impero. Basti ricordare che per le proporzioni di Castel del Monte si ispirò alle stesse usate da Salomone per la costruzione del Tempio di Gerusalemme.(3) Ma Federico II conosceva il linguaggio simbolico ed esoterico? A parte il fatto che in alcuni trattati alchimistici bizantini del secolo XIII viene riportato il nome di Federico II, prendendo in esame alcune delle figure a lui più vicine, la risposta è senza dubbio affermativa.

169 Tenendo inoltre nella dovuta considerazione la vastità degli interessi culturali dell'imperatore, è universalmente accertato anche l'interesse che egli nutriva per quel campo dello scibile dai più denominato "mondo dell'occulto" ma che noi preferiamo designare col termine di "esoterismo". Alla corte di Federico II erano presenti, tra gli altri, Leonardo Fibonacci, il grande matematico che per primo introdusse il sistema numerico arabo in Occidente (dedicò all'imperatore, nel 1225, il suo Liber quadratorum) e Michele Scoto, grandissimo astrologo, autore del triplice trattato Liber Introductorius, Liber particularis, e la Phisyognomia, che nel loro complesso costituivano una vera enciclopedia di tutto il sapere astronomico-astrologico dell'epoca. Tra le fonti principali di Michele Scoto figuravano le antiche opere di Ermete Trismegisto e alcuni trattati come il Liber auguriorum già sospetti alle autorità ecclesiastiche. Lo stesso, ispirandosi alle teorie musicali del monaco Guido di Arezzo, ricercava nelle leggi che regolano il moto delle sfere celesti, l'armonia universale. Fa comunque notare Antonino de Stefano (4) che tale sorprendente erudizione lo Scoto l'aveva potuta acquisire per mezzo della biblioteca imperiale, i cui armadi erano colmi di libri riguardanti ogni scibile umano. Anche l'alchimia non poteva rimanere estranea all'interesse dell'imperatore. Sebbene allo stesso Scoto vengano attribuiti alcuni trattati alchimistici del XIII secolo (5), è frate Elia il personaggio principale in questa specifica disciplina esoterica. Lo stesso Kantorowicz afferma che non v'è dubbio che frate Elia conoscesse Michele Scoto e che ambedue tentassero insieme esperimenti alchemici, dei quali è lo Scoto stesso a dare notizia.(6) Ma chi era in realtà frate Elia? Colui che San Francesco considerò "padre e madre di tutti i sui figli", colui che Bernardo da Bessa chiamava "vir adeo in sapientia humana famosus, ut rares in ea pares in Italia putaretur habere", colui che fece esclamare a Tommaso da Eccleston "Quis in universo Christianitatis orbe vel gratiosor vel famosior quam Elias?", colui che edificò l'esoterica basilica di S. Francesco ad Assisi (7), viene relegato, oggi come allora, nel dimenticatoio della storia a causa degli intimi rapporti di amicizia con l'imperatore Federico II, col quale condivise perfino la scomunica. L'aver abbracciato la causa dell'impero, la "visione del mondo" federiciana - una visione superpolitica della realtà totalmente innovativa per quei tempi - in cui l'impero appariva come una istituzione sovrannaturale, l'aver sondato abissi imperscrutabili, relegò per sempre frate Elia nell'ombra, allontanandolo da quella eterna luce che al contrario appieno condivise con le immortali figure di San Francesco e Federico II di Svevia. Dice il Kantorowicz che con lui "si rivelava ora per la prima volta il segreto legame che univa ghibellinismo e francescanesimo".(8) E di che natura fossero i rapporti tra frate Elia e Federico II saranno i fatti a dimostrarlo. Basterebbe ricordare l'intervento diretto dell'imperatore a difesa di Elia in occasione della sua deposizione dall'ordine nel maggio del 1239, allorché, accusato di tendenze ghibelline, venne rimosso dall'incarico nel Capitolo Generale che si tenne a Roma per la Pentecoste di quell'anno.(9) L'Imperatore inoltre lo inviò, tra il 1241 e il 1242, come suo Legato in Oriente, per risolvere la critica situazione tra l'imperatore latino di Costantinopoli Baldovino e quello greco Vatacio di Nicea. E proprio per i suoi servizi, in favore della riconciliazione tra la Chiesa Greca e Romana, l'imperatore di Costantinopoli gli donò la reliquia della Santa Croce, conservata oggi a Cortona. Questa è l'immagine - per così dire - storica, più conosciuta del Frate. Spostiamoci però nella Biblioteca Riccardiana di Firenze.

170 Nel manoscritto 119, troviamo scritto: "Fr. Eliae liber Alchimiae. Incipit liber alchimicalis quem frater Helyas edidit apud Federicum imperatorem. Liber lumen de luminum transactus de sarraceno ac arabico in latinum a fratre Cypriano ac compositus in latinum a generali fratrum minorum super alchimicis".(10) Parimenti nella Biblioteca Vaticana, tra i codici provenienti dal fondo Reginense, si legge un'opera divisa in tre libri e composta da 256 fogli intitolata "Liber Fratris Rev. Eliae Generalis Ordinis Minorum praecepta artis chymicae ad Federicum Imperatorem".(11) Quanto sopra riportato sarebbe di per sé sufficiente ad aprire un dibattito sul perché la damnatio memoriae del braccio destro di San Francesco abbia fino ad oggi impedito una benché minima ricerca, sia in campo storico che in campo per così dire "tradizionale" sulla "corrispondenza" alchemica tra frate Elia e Federico II. Portiamo ora la nostra attenzione alla basilica di S. Francesco ad Assisi. Nella Biblioteca Nazionale di Firenze vi è un manoscritto dal titolo già di per sé eloquente: "Speculum artis Alkimie Fratris Helyae O. Min. S. Francisci, qui ex dicta arte componi fecit seu fabricare Ecclesiam S. Francisci in Assisio", esplicita conferma del "metodo" usato da Elia per l'erezione della basilica assisiate. E' da tutti gli Autori accettato che furono le maestranze commacine dell'epoca, sotto la guida di frate Elia, a costruire la basilica di S. Francesco in Assisi con l'accluso Sacro Convento. Le prove più concrete le abbiamo nel cortiletto d'ingresso di quest'ultimo e nell'antico cimitero della chiesa. Nel cortiletto d'ingresso del Sacro Convento, incisi su pietre conce, possiamo ammirare la cazzuola, la mazzetta, la squadra e il compasso tipici della muratorìa medioevale. Nell'antico cimitero troviamo, tra le altre, alcune tombe per noi molto importanti, le quali l'elenco compilato nel 1509 dal sacrestano Fra Galeotto definisce come "sepoltura di tutti li maestri lombardi (altro nome con il quale venivano designati i maestri commacini) della città di Assisi". In una di queste è sepolto il Maestro Giovanni, figlio del Maestro Simone, morto il 7 luglio Su di un fondo di pietra rossa di Assisi spiccano due grandi stelle ad otto punte, con all'interno raffigurati due leoni rampanti con scudo crociato (il leone e la croce diverranno poi lo stemma della città di Assisi). Un'altra di queste tombe, appartenente a Ciccolo di Becca, morto nel 1330, presenta un insieme sconcertante di simboli: la Rosa-Croce accanto ad una squadra ed un punteruolo e di nuovo una stella ad otto punte.(12) Suggestivo a questo punto è il raffronto con il mosaico dello stemma federiciano posto di fronte all'altare nella Cappella Palatina di Palermo, incorniciato in ben venti stelle ad otto punte della medesima fattura di quelle presenti nella basilica di Assisi. Qualunque buon osservatore potrà infatti notare come la stella ad otto punte, insieme all'esagono regolare o stellato (Sigillo di Salomone), sia ampiamente diffusa all'interno e all'esterno del Santuario, su volte, pareti e pavimenti così come nei resti delle pavimentazioni di Castel del Monte.(13) Lo stesso altare della Basilica superiore, costruito da Elia, è ricchissimo dei medesimi simboli. L'edificio-simbolo di Federico II si divide il tre livelli distinti così come la Basilica di San Francesco ed in ambedue i casi rappresenta un cammino iniziatico il quale alla fine conduce, secondo la visione dantesca, "a riveder le stelle" (in Egitto il soffitto delle camere sepolcrali era stellato come lo sarà in seguito quello delle Logge massoniche). In effetti da più parti frate Elia è considerato progettista del castello federiciano di Castel del Monte.

171 Mariano da Firenze (morto nel 1523) scrive: "Helias de Corthona (14), frater Minor, in ipsa arte architecturae famosus, mirabilem Ecclesiam cum Conventu Sanctii Francisci de Assisio et de Corthona extruxit, ac arces plurimas et fortalitia per regnum Siciliae ab rogatu Frederici Imperatoris, postquam ei adhesit cui familiaritate nimia, tam ex hac arte, quam ex sapientia sua, et familiaritate quam habuerat cum beato Francisco, erat coniunctus".(15) A tale proposito Pietro Scarpellini dice: "Quanto all'accenno di Mariano circa un'attività di Elia a servizio di Federico II, essa potrebbe riferirsi, come ha fatto notare l'haseloff (1920), a Castello Ursino a Catania, iniziato nel novembre 1239, quindi dopo la deposizione del Frate da generale dell'ordine, avvenuta nel maggio di quello stesso anno; e più ancora a Castel del Monte, presso Andria nelle Puglie, iniziato nel 1240".(16) Un altro autore, il Coletti, insiste sui rapporti tra la basilica di S. Francesco e Castel del Monte, così come Renata Wagner-Rieger, la quale mette in evidenza una straordinaria somiglianza tra la chiesa superiore di Assisi e la strutturazione delle pareti del piano superiore di Castel del Monte. Grande è l'importanza dei simboli presenti nella basilica di S. Francesco e riconducibili, almeno in parte, alla visione federiciana racchiusa nelle mura di Castel del Monte, ma i riferimenti imperiali sono lungi dall'esaurirsi nella simbologia finora illustrata. Federico II chiamava Elia "dilecto familiari et fideli nostro" ed il Frate mai fece mistero della profonda amicizia che lo legava all'imperatore. L'ammirazione di Elia per l'idea imperiale di Federico II non poteva non tradursi in un riconoscimento tangibile che sarebbe dovuto durare nel tempo, in eterno conservato nella chiesa che lui aveva progettato e che sotto la sua direzione le maestranze commacine andavano costruendo. La rosa del Tetramorfo (i quattro Evangelisti) è una caratteristica dell'italia Centrale, praticamente assente al nord come al sud dell'italia. La facciata superiore di S. Francesco si distingue inoltre dai precedenti romanici della regione per l'assenza nel portale di un apparato iconografico scolpito. Questa volontaria parsimonia nell'uso della statuaria verrà rispettata anche nella posteriore architettura degli Ordini mendicanti.(17) Apparentemente inspiegabile appare dunque la presenza delle due aquile a coronamento del cornicione, alle quali corrispondono altre due aquile scolpite alla base delle colonnine d'angolo addossate alla facciata interna della chiesa. I più vi riconoscono lo stemma di Gregorio IX, ma, considerando le "simpatie" politiche di Elia, non sarebbe azzardato identificarvi l'aquila imperiale di Federico II di Svevia. Poco prima di fuggire nel campo imperiale, in seguito alla rimozione dalla carica di ministro generale, frate Elia vide ultimate nel 1239 le campane per il campanile della chiesa. Nella più grande di queste campane, una scritta recitava che essa era stata fusa per volere di frate Elia nell'anno del Signore 1239, al tempo di papa Gregorio IX e del potentissimo Imperatore Federico.(18) L'aggettivo potentissimo accostato al nome di Federico II è una chiara allusione alle simpatie di Elia per le insegne imperiali e prelude alla scelta di campo del Frate dopo la rimozione dalla carica di Ministro Generale. Molto spesso trascurato dalla stampa turistica, nella chiesa inferiore di Assisi si erge il monumento sepolcrale della Casa di Brienne, uno dei complessi più misteriosi dell'intera basilica. Nel 1509 Galeotto, il già citato sacrestano di S. Francesco, ricorda nel suo catalogo sulle sepolture: "Item nella ditta ecclesia iace Giovanni di Ierusalem et imperatore costantinopolitano il quale fo frà minore e [la] sua figliola la quale fu moglie di Federico imperatore secundo".

172 Già in relazione a questo monumento potremmo introdurre l'argomento, che più avanti verrà ampiamente affrontato, riguardante la "congiura del silenzio". In effetti mentre nella figura seduta - considerando anche la testimonianza di Bartolomeo da Pisa - può essere ravvisata l'immagine di Giovanni di Brienne, per quanto concerne la figura giacente - che fra Galeotto e molti altri asseriscono essere la stessa figlia di Giovanni e moglie di Federico II - molti dubbi sono stati sollevati a riguardo. A tale proposito è stato notato come la veste corta fino alle caviglie e la presenza dei piedi in vista, disdica ad un personaggio femminile. Ma la statua non è sempre stata così. Infatti è stato definitivamente accertato che in epoca imprecisata tutta la parte inferiore del corpo venne accorciata e riscalpellata. Perché e da chi resta un mistero. Del tutto ignorate dalle peraltro numerosissime pubblicazioni sia turistiche che storicoillustrative della Basilica, risultano invece le quattro protomi umane inserite esternamente nelle parti alte e contrapposte del transetto della Chiesa superiore, a fianco delle imposte delle arcate ogivali delle polifore gotiche che danno luce al transetto stesso. Sfuggite fino al 1981 ai più attenti studiosi della Basilica di Assisi, in due di esse non sembra azzardato riconoscere l'imperatore Federico II ed il suo segretario Pier delle Vigne. Il volto coronato presenta infatti forti analogie con quello di Federico II, presente nella tipologia dei ritratti ufficiali dell'imperatore divulgati attraverso i sigilli dei diplomi e con quello riprodotto nel famoso trattato di falconeria composto dallo stesso Imperatore e conservato nella Biblioteca Vaticana, nonché con il busto già presente sulla porta di Capua, ora perduto - ma di cui si conserva un calco - e con il volto presente su una colonna della bifora sinistra del lato sud del chiostro dell'abbazia di Casamari, che un'antica e tutt'oggi accolta tradizione indica come quello di Federico II. Da notare che nella suddetta abbazia, contrapposto al suddetto volto imperiale, su di un'identica colonna è raffigurato anche il volto di Pier delle Vigne. Ultimamente c'è chi ha ravvisato nel secondo busto del transetto della Basilica di Assisi non già Pier delle Vigne ma lo stesso Frate Elia, raffigurato con una folta barba, come nella Croce dipinta da Giunta Pisano, e con in capo un berretto esotico, secondo il costume descritto da Salimbene di Adam.(19) Chi se non Frate Elia poteva aver pensato a commissionare e a far collocare il ritratto dell'imperatore nella Chiesa che con tutte le sue forze andava costruendo? Tenendo nella dovuta considerazione storica ciò che da noi è stato precedentemente esposto, resta inspiegabile la cortina di silenzio calata sulla figura di Elia, il suo indubbio "interesse" per l'<<arte regia>>, i suoi stretti rapporti con Federico II di Svevia, la costante presenza, occulta e palese, dell'imperatore nella basilica di Assisi. Solo una congiura, orchestrata ad arte fin dal medioevo, può spiegare un simile silenzio su una delle figure più importanti del suo tempo. Per comprendere appieno l'importanza storica di Elia, basterebbe considerare solo quanto segue: fu il primo Ministro Provinciale di Toscana; il primo Ministro Provinciale di Terra Santa; il primo Ministro Generale dell'ordine; fu il primo Custode del Sacro Convento, della Tomba di San Francesco e della Basilica, proclamata da Gregorio IX "Caput e Mater" di tutto l'ordine Minoritico. Santa Chiara, scrivendo nel 1236 alla Beata Agnese di Praga le diceva: "Attieniti ai consigli del Venerabile e Padre Nostro Frate Elia, Ministro Generale, e anteponili ai consigli di qualsiasi altro e ritienili più preziosi per te di qualsiasi dono". I motivi della "congiura" possono essere molteplici, dalla condanna senza appello pronunziata da un guelfismo manicheo che non perdonò mai le "simpatie" imperiali del Frate - con

173 relative scomuniche - ad un razionalismo di stampo illuminista presente purtroppo nella stessa Chiesa, per la quale tutto ciò che va al di là del semplice messaggio cristiano, ad uso e consumo delle masse, non può essere accolto come fatto reale e storicamente accettabile, ma relegato, nella migliore delle ipotesi, nell'ambito della fantasia e dell'<<occulto>>, nell'accezione peggiore del termine. Questo fu ed è il destino dell'esoterismo di Elia. Pertanto, tutti i documenti che potevano far luce sulla sua autentica figura, verranno nel tempo, o distrutti o distorti. Di conseguenza anche tutto ciò che avrebbe potuto in qualche modo accomunare il francescanesimo con lo scomunicato Federico II, venne accuratamente celato o distrutto, al fine di non turbare, attraverso i secoli, le "coscienze" dei più. Sarebbe del resto difficile far comprendere l'equazione "San Francesco - Frate Elia - Federico II" senza mettere in discussione gli stereotipi di una agiografia fino ad oggi contrabbandata come l'unica delle verità.(20) Se Elia fosse stato veramente ciò che di lui i suoi denigratori vanno dicendo, come mai San Francesco - ad esempio - nel suo testamento, lasciò scritto: "Confesso a Dio Padre e al Figlio e allo Spirito Santo e alla Beata Vergine Maria e a tutti i Santi in cielo e in terra a frate Elia, Ministro Generale di questo nostro Ordine, come a mio signore degno di venerazione tutti i miei peccati"? E poco prima di morire, come riportato da Tommaso da Celano nella "Vita Prima", rivolgendosi ad Elia disse: "Ti benedico, o figlio, in tutto e per tutto; e come l'altissimo, sotto la tua direzione, rese numerosi i miei fratelli e figlioli, così su TE e in TE li benedico tutti. In cielo e in terra ti benedica Dio, Re di tutte le cose. Ti benedico come posso e più di quanto è in mio potere, e quello che non posso fare io, lo faccia in TE Colui, che tutto può. Si ricordi Dio del tuo lavoro e della tua opera e ti riservi la tua mercede nel giorno della retribuzione dei giusti. Che tu possa trovare qualunque benedizione desideri e sia esaudita qualsiasi tua giusta domanda". Già in passato vennero strappati dagli antichi registri del Sacro Convento tutti i fogli che si riferivano alla persona di Elia ed inoltre andò "perduto" il Registro dove frate Illuminato segnava tutte le lettere che Elia riceveva e spediva: in pratica fu tutto appositamente e faziosamente distrutto. Non si può non pensare ad una congiura se si considera che di lui ci è rimasta solo la famosa lettera a fra Gregorio da Napoli "In morte di San Francesco", dove si apprende delle stimmate del Santo. Dopo il 1239 vennero fuori i primi scritti contro Frate Elia, ed in effetti è proprio dopo la caduta del Frate che vennero lanciate contro di lui le accuse più inverosimili. Lo stesso "Speculum Vitae" raccoglie senza criterio e senza controllo le più assurde dicerie. Esso pone, ad esempio, di fronte a Frate Elia, in veste di violento accusatore, nel 1239, Sant'Antonio da Padova, morto nel 1231 e canonizzato da oltre sei anni. Questo clamoroso anacronismo dà la misura del valore del resto. Ma primo fra tutti, a dare inizio alla "congiura" fu addirittura frate Tommaso da Celano, primo biografo ufficiale di San Francesco. Nella "Vita Seconda", n. 184, arriva addirittura a cambiare le carte in tavola. Vorrebbe far capire che il Ministro Generale non era Frate Elia. Infatti per la "Vita Seconda", trovandosi Francesco vicino a morire, un frate gli avrebbe chiesto di indicare chi poteva essere il Ministro Generale. Alla domanda, il Celano, mette sulle labbra del Santo morente questa falsa risposta: "Non conosco alcuno capace di essere guida di un esercito così vario e pastore di un gregge tanto numeroso". Al tempo stesso nega la scelta a Ministro Generale di Frate Elia, definito invece tale in iscritto e benedetto da San Francesco.

174 Quello che desta soprattutto giusta indignazione è il sapere che il Celano stesso nella "Vita Prima", al n. 110, chiama Frate Elia Ministro Generale. Con la risposta che il Celano mette in bocca a Francesco morente, egli nega al Santo quello che invece gli attribuì nella "Vita Prima", ai nn , cioè il celebrato carisma della profezia e di leggere i segreti dei cuori e delle coscienze. La conferma di tali "doti" in Francesco difficilmente, in effetti, si sarebbe conciliata con la scelta, da parte del Santo, di un "braccio destro" alchimista, ghibellino e scomunicato. E la cosa sembra aver funzionato, se dopo 762 anni il generale sentimento verso Elia è rimasto pressoché immutato. Inoltre, sempre il Celano, passando a raccontare il commovente particolare della Benedizione, nella Vita Seconda, n 216, la riduce "all'imposizione della destra sul capo di ciascun frate, cominciando dal suo vicario (non più Ministro e per di più senza nome); al saluto di addio a tutti i figli, senza distinzioni; alla generale benedizione nei presenti a tutti i frati; alla proibitiva conclusione che nessuno si usurpi questa benedizione data ai presenti per gli assenti". Francesco non cerca il Ministro Generale, come nella Vita Prima, n. 108; di Frate Elia non si ricorda nemmeno il nome e non si legge più la bella e sincera frase del Santo: "Su TE (Frate Elia) ed in TE benedico tutti i miei fratelli e figli". Nel 1263, San Bonaventura, secondo biografo ufficiale di San Francesco, che sapeva a mente la Vita I e II del Celano, descrivendo nella sua Leggenda Maggiore, al capitolo XIV n. 5, il particolare della Benedizione di San Francesco morente, dice: "Stese sopra di loro le mani, intrecciando le braccia in forma di croce, benedisse tutti i frati, presenti ed assenti". Anche per questo Santo il nome di Frate Elia è dimenticato. Fra gli scritti ostili a Frate Elia vi sono persino i famosi "Fioretti di San Francesco", pubblicati verso la fine del Al Capitolo XXXVIII apprendiamo che a San Francesco fu rivelato che Frate Elia si sarebbe dannato, ma che poi la sentenza di dannazione fu revocata. Al Capitolo VI si parla di una solenne benedizione data da San Francesco a frate Bernardo, anziché a Frate Elia, con l'unito incarico d'essere il primo dei suoi fratelli (che il racconto sia falso lo dichiara il Celano, non ancora in fase di "revisionismo", nella Vita I, al n. 108, dove si parla di Frate Elia e non di Bernardo). Nel 1662, lo storico Waddingo, nei suoi Annali, Vol. 1, p. 165, n. IX, arriva a scrivere quanto segue: "La vigilia della sua morte, Francesco chiamati i Frati e benedetto il pane, ne diede un pezzetto a ciascuno, perché lo mangiassero come segno di carità e di concordia. Tutti lo mangiarono con devozione, eccetto Frate Elia, impedito dai gemiti e dalle lacrime. Poi incrociate le braccia, pose la destra sul capo di Bernardo, il quale si trovava genuflesso a sinistra del Santo giacente nel lettuccio (a destra vi era genuflesso frate Egidio) e gli impartì molte benedizioni. Lo munì pure del privilegio di essere il Signore dei suoi Fratelli e di andare e di stare liberamente dove voleva". E' chiaro che lo "storico" ricopia il racconto dei Fioretti e lo abbellisce con il particolare dell'ultima Cena di Francesco con i suoi Fratelli, nella quale "solo frate Elia non mangia il pezzetto di pane benedetto". In verità, di questo particolare non parlano né il Celano, né la Leggenda Perugina, né le Cronache non francescane. Il particolare ha evidentemente lo scopo di paragonare Frate Elia a Giuda, il traditore. Addirittura nell'albero della Vita di Ubertino da Casale si racconta che lo stesso Francesco catalogò Frate Elia fra i bastardi dell'ordine, perché indossava un largo cappuccio ed una tonaca preziosa, lunga ed ampia. Tale ennesima falsità è peraltro contraddetta nell'immagine che di Elia ci dà un suo contemporaneo, Giunta Pisano, nel 1236.

175 A conferma della secolare "damnatio memoriae" nei riguardi di Frate Elia, riportiamo qui un ulteriore inconfutabile documento. Si tratta di un quadro in carta stampata di 2,30 metri x 1,70, proveniente dalla tipografia di Avignone. Risale al 1663 ed è conservato nella sacrestia di S. Francesco a Cortona, dove da 748 anni riposano le sue Ossa. Rappresenta un Albero Francescano il quale riporta nei suoi vari rami i primi discepoli di Francesco, seguono i Santi, i Predicatori, i Missionari, i Dottori, i Vescovi e i Papi. Lungo il tronco, alla base del quale c'è San Francesco, si vedono figurati, in piccoli dischi gemelli, i Ministri Generali dell'ordine fino all'anno Sono 67. L'ultimo disco è vuoto. Che si tratti dei Ministri Generali lo dichiara il sottostante cartiglio dove si legge: "Generales qui iuxta tenorem Regulae dicuntur, successores S. Francisci". Incredibilmente Frate Elia non risulta, né come primo né come secondo Ministro Generale, né mai. Il Primo è Giovanni Parenti, poi Alberto da Pisa, Aimone, Crescenzio, Giovanni da Parma, Bonaventura ecc. ecc. Frate Elia è relegato fuori dal tronco, figurando dentro un ricciolo destro del quadro. E ai giorni nostri cosa accade? Abbiamo in precedenza parlato della testa coronata raffigurante con ogni probabilità l'imperatore Federico II, presente all'esterno dei finestroni del transetto della Basilica di Assisi. Giuseppe Rocchi, Renato Bonelli, Antonio Cadei, Joachin Poeschke, grandi studiosi della Basilica assisiate, nei loro lavori, la ignorano completamente.(21) La "dimenticanza" più vistosa a riguardo è nel volume di Wolfgang Schenkluhn sull'architettura di S. Francesco (22), e la cosa sorprende non poco trattandosi della più accurata indagine della Chiesa nel suo aspetto materiale. L'assenza è ancora più sorprendente quando si esamini il significato politico attribuito al monumento dallo studioso tedesco, che vorrebbe riconoscervi una testimonianza del conflitto personale tra Gregorio IX e Federico II, a tutto vantaggio del pontefice. Naturalmente, la scoperta di un ritratto imperiale sulle pareti della Chiesa avrebbe fatto crollare tutto il castello di carte del libro, ed è probabile che sempre per questa ragione lo Schenkluhn abbia omesso di segnalare anche la presenza del nome di Federico, accanto a quelli di Gregorio IX e di Elia, sulle campane fuse per il campanile, per volere del Frate, nel Strane, troppe coincidenze o non piuttosto una comune volontà, attraverso i secoli, di ignorare volutamente, con l'ausilio della menzogna, tutto ciò che in qualche modo potrebbe minare alcune "certezze" assunte a fondamento di una visione del mondo senz'altro più semplice e più comoda ma senz'altro più "orizzontale" e più opaca, nonché falsa? Rimettere in discussione il profilo esoterico di alcune figure oramai storicamente "catalogate", l'idea imperiale ed i suoi rapporti con il Sacro in generale e con il Francescanesimo in particolare, significherebbe minare dalle fondamenta quella sicumera culturale troppo spesso alibi per avvenimenti adattati ad una realtà di comodo. Soltanto il ritorno ad una profonda onestà intellettuale potrà permettere il recupero della comprensione del codice simbolico di tanti antichi monumenti, permettendo all'uomo di oggi di proiettarsi e dilatarsi verso alte e superiori dimensioni già simbolicamente presenti nella pietra di per sé trasparente. L'esercizio della visione artistico-simbolica lo formerà a vedere oltre le immagini puramente materiali, educandolo a vivere la propria storia terrena come un'esperienza di permanente

176 pellegrinaggio verso altri possibili mondi, di cui il tempo e lo spazio non sono che un preludio. Note 1 - H.M. Shaller, Kaiser Friedrich II. Verwandler der Welt, Gottinga, 1971; pp , 86 e seg. in H. Gotze, Castel del Monte. Forma e simbologia dell'architettura di Federico II, Milano, 1988; p Il motivo della stella a otto punte orna simbolicamente la chiesa della Sainte-Croix a OloronSainte-Marie, la cupola della moschea degli Omayyadi a Cordova, le cupole di Bel-el-Mardu e di Torres del Rio in Navarra. La stella ottagonale si ritrova altresì nella pianta della cattedrale di San Giorgio a Bosra in Siria e nel santuario di San Simeone stilita a Qal'at Seman. 3 - Cfr. Nedim R. Vlora, Gaetano Mongelli, Maria S. Resta, Il segreto di Federico II -Oltre il castello, oltre il monte, Ed. Congedo, 1988, p A. de Stefano, La cultura alla corte di Federico II Imperatore, Parma, 1990; p H. Haskins, The "Alchemy" ascribed to Michael Scot, in Isis, n. 34 vol. X, 1928; pp Cod. lat. ms n. 164 (153), Bibl. Univ. Di Bologna: "Incipit disputatio Scoti super arte alkimie"; cc. 121 r-124 r. Ms miscellaneo, s. XIV, Biblioteca Comunale di Palermo: "Incipit liber magistri Miccaellis Scotti in quo continetur magisterium"; Codice Speciale Qq; A E. Kantorowicz, Federico II Imperatore, Garzanti, 1994; p A tale proposito cfr. P. Calzolari, Massoneria Francescanesimo Alchimia, Scandiano, E. Kantorowicz, op. cit., p "Questo Papa, in odio a noi, ha deposto dal ministero generale un generoso e coscienzioso frate Elia, costituito Ministro dell'ordine dei Frati Minori dallo stesso Padre dell'ordine Beato Francesco, al tempo del suo transito: perché, per amore della giustizia a cui si è dedicato col cuore e con l'azione, promovendo la pace dell'impero, difendeva con evidenti argomenti il nostro nome, l'onore e il bene della pace" Per una completa ed accurata bibliografia delle opere attribuite a Frate Elia cfr. C. Rossetti, Frate Elia di Assisi: sintesi biografica e bibliografica, in "Labrys", anno III, Perugia 1982; pp Città del Vaticano, Bibl. Apost. Vat., ms. Reg. lat. 1242, cc 1r. - 11v; Ravenna, Bibl. Classense, ms. LVII; cfr. "Les manuscrits de la reine de Suède au Vatican. Réédition du catalogue de Montfaucon et cotes actuelles". Studi e Testi - 238, Città del Vaticano, Bibl. Apost. Vat., Le foto delle tombe dei maestri commacini, insieme ad un ampia iconografia in parte inedita, sono contenute nel nostro già citato saggio Massoneria Francescanesimo Alchimia "Se uno toglie le sei punte della stella, otterrà un esagono "regolare" - una stella spenta. La teoria simbolica spiega: il poligono richiama l'alveolo, celletta delle api. Era la forma usata per la cassa mortuaria nei tempi antichi, vista trasversalmente. Così come la larva aspetta la sua rinascita come ape, così il defunto nella bara aspetta la sua risurrezione. Quando un poligono a sei lati, riacquistando le sei punte, si trasforma in una stella, allora questo significa che esso ha nuovamente i raggi della luce celestiale". F. Dahlby, Symboler i kirkeens billedsprong, Copenhagen 1985, p. 232, in P.M. Magro, Il simbolismo cristiano della chiesa-reliquiario di S. Francesco in Assisi, Assisi 1993, p Riguardo alla città natale di Elia molto si è discusso e molto si continuerà a discutere. Personalmente riteniamo, sulla base dei documenti storici, che Assisi sia la sua città natale e Cortona

177 la patria di adozione (città imperiale presso la quale trovò rifugio nel momento del bisogno e che tuttora custodisce le sue ossa). E' comunque interessante notare come nello stemma gentilizio della famiglia Coppi (cognome di Frate Elia per i sostenitori della sua origine cortonese) figurino due stelle ad otto punte Mariano da Firenze, in G. Golubovich, 1906, p. 116L Ludovico da Pietralunga, Descrizione della Basilica di S. Francesco e di altri santuari di Assisi, introduzione, note al testo e commentario critico di P. Scarpellini, Treviso 1982; pp E. Lunghi, Presenza di Federico II nella chiesa di S. Francesco ad Assisi, in Atti dell'accademia Properziana del Subasio, Serie VI - n ; p "Anno D Papae Gregorii tempore Noni, Caesaris ac potentissimi Friderici. O Francisce pie, fratris studio sed Heliae. Christus regnat, Christus vincit, Christus imperat. Mentem sanctam, spontaneam, honorem Deo, et Patriae liberationem / Cum fit campana quae dicitur Italiana, Bartholomaeus Pisanus fecit, cum Lotaringio filio eius. / Ave Maria gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui" E. Lunghi, op. cit.; p L'Imperatore morente indossava un saio privo di cordone, come prescritto ai terziari francescani e nell'istante della morte un frate siciliano dell'ordine di San Francesco gli era accanto. Cfr. E. Kantorowicz, op. cit.; p G. Rocchi, La basilica di San Francesco ad Assisi, Firenze R. Bonelli, Specialis ecclesia: ipotesi sulle fasi costruttive della basilica di Assisi, in "Architettura Storia e Documenti", 1985/2. A. Cadei, Assisi, S. Francesco: l'architettura e la prima fase della decorazione, in Roma anno 1300, Roma J. Poeschke, Die Kirche San Francesco in Assisi und ihre Wandmalereien, Munchen W. Schenkluhn, San Francesco in Assisi: Ecclesia specialis. Die Vision Papst Gregors IX. Von einer Erneuerung der Kirche, Darmstadt 1991, in E. Lunghi. Op. cit., p. 220.

178 ----Prospero Calzolari è nato ad Assisi il 4 ottobre 1948, giorno di San Francesco. Da oltre 20 anni svolge l'attività di medico pediatra ed omeopata. Da sempre interessato alla storia della terra umbra in generale e della città di Assisi in particolare, ha indirizzato col tempo i suoi interessi verso il Medioevo, principalmente nel suo aspetto simbolico ed esoterico. Affascinato dalle figure di frate Elia, braccio destro di San Francesco, e di Federico II di Svevia (sul quale nel maggio del 1995 ha tenuto una conferenza nel palazzo comunale di Jesi), ha dedicato a questi personaggi il suo saggio Massoneria Francescanesimo Alchimia (Sear Edizioni, Scandiano 1988, con introduzione di Alberto Cesare Ambesi), al quale il presente scritto aggiunge delle inedite novità. Membro dell'accademia Properziana del Subasio e della Società Internazionale di Studi Francescani, è stato Presidente del Calendimaggio di Assisi. Attualmente è Direttore Artistico per le Rievocazioni Medioevali del comune di Rieti e Presidente della Consulta per la Cultura del comune di Assisi. ***** Carlo Piterà: La setta, 1986 (Olio su tela, cm. 150 x 100, Collezione privata)

179 Il mistero degli Indiani Mandan (Giuseppe Pirazzo - Francesco Vitale) Sommario - A partire dal XVII secolo, vari esploratori vennero in contatto, nella regione dell'america Settentrionale corrispondente all'attuale stato del North Dakota, con una tribù di Indiani, i Mandan, aventi carattersistiche somatiche tipicamente europee (capelli biondi o rossi, occhi azzurri e pelle chiara). Per spiegare tali peculiarità, gli Autori espongono le varie teorie avanzate dagli studiosi, a partire da quelle, coeve con la scoperta di questi Pellerosse, che li volevano discendenti dai Gallesi, fino a quelle, più recenti, che li vogliono discendenti dai Vichinghi e concludono proponendo una loro spiegazione, secondo la quale le stranezze somatiche dei Mandan furono prodotte da una mutazione genetica causata dai minerali radioattivi presenti nella regione che essi occupavano. ***** I fatti che fecero conoscere al mondo la presenza dei Pellerosse Mandan risalgono al 1803, anno in cui Thomas Jefferson diventò il terzo presidente degli Stati Uniti d'america. Il suo desiderio, mai esaudito prima, di arrivare ad un'approfondita conoscenza delle regioni comprese tra il Mississippi e la costa del Pacifico, poté finalmente concretizzarsi con la sua elezione alla carica di Presidente. Egli affidò, infatti, a due valenti ufficiali dell'esercito, Meriwether Lewis e William Clark, il compito di effettuare la traversata e l'esplorazione del continente, in vista di un'espansione dell'unione fino al Pacifico. Tutto si sarebbe dovuto svolgere con la massima segretezza, dal momento che il territorio da attraversare apparteneva in gran parte alla Francia. Tuttavia si presentò proprio allora la possibilità, per l'unione, di acquistare da Napoleone la Louisiana, immenso territorio, in gran parte inesplorato, che allora si estendeva dalla costa settentrionale del Golfo del Messico, fino ai Grandi Laghi e comprendeva le regioni che si affacciavano sui fiumi Mississippi e Missouri (v. successiva Figura 1): perciò non fu più necessario effettuare il viaggio di esplorazione in segreto. La spedizione, composta da una cinquantina di uomini, trascorse l'inverno in un accampamento realizzato alla confluenza del Missouri col Mississippi. Il viaggio vero e proprio iniziò il 14 maggio Due piroghe e una grossa chiatta furono utilizzate dalla spedizione per risalire il Missouri. I primi Indiani incontrati all'inizio di agosto furono gli Oti. Dopo una generosa elargizione di doni, gli esploratori proseguirono senza fastidi. Verso la fine di agosto entrarono nel territorio dei Sioux, i quali, anche se si dimostrarono un po' ostili, non impedirono al corpo di spedizione di raggiungere la regione dell'attuale South Dakota. Con stupore gli esploratori constatarono che gli Indiani Aricara, che lì vivevano, rifiutarono le bevande alcooliche che erano risultate gradite alle tribù precedentemente incontrate e questo fatto costituiva uno dei vari casi di comportamento diverso da quello tenuto dagli Indiani delle praterie.

180 Figura 1

181 A novembre fu necessario costruire un accampamento dove trascorrere l'inverno che si preannunciava rigido. Fu realizzato nella regione corrispondente all'attuale North Dakota, dove vivevano gli Indiani Mandan e Fort Mandan fu difatti chiamata quell'opera difensiva, che poi è diventata una moderna città. All'inizio del 1805 Clark cominciò a contattare questa tribù di Indiani, che non mancò di attirare la curiosità di tutti gli esploratori. Innanzi tutto avevano la pelle chiara; molti avevano gli occhi azzurri o grigi e alcuni avevano i capelli castani o rossi; i vecchi avevano i capelli bianchi, caratteristica insolita tra gli Indiani. Queste stranezze venivano giustificate con una leggenda popolare che li voleva discendenti da un re del Galles, che avrebbe fondato una colonia in America nel XII secolo. Questa tradizione sembrava confermata dalla somiglianza di alcune parole indiane con i corrispondenti termini in gallese; inoltre le loro imbarcazioni, ricoperte di pelli, assomigliavano al coracle usato nel Galles. Tuttavia, il pastore protestante John Evans originario di questa parte dell'inghilterra - che trascorse l'inverno del 1795 con quegli Indiani, affermò che nessuno dei Mandan parlava il gallese. Alla stessa conclusione giunsero vent'anni dopo Lewis e Clark. Il pittore americano George Catlin, che pure visse tra quelle genti per un lungo periodo di tempo, lasciò molti ritratti di Mandan con la pelle chiara e i capelli biondi, ma tentò anche di dare a queste stranezze qualche spiegazione. Intanto affermò che, essendo quegli Indiani poco numerosi, non erano in grado di combattere in campo aperto contro i vicini Sioux e le altre tribù nomadi: perciò avevano costruito villaggi fortificati. Erano sedentari e si dedicavano all'agricoltura. Poi era convinto che essi fossero i discendenti dall'incontro fra un popolo civilizzato e i Pellerosse e che la loro presenza fosse la testimonianza di una colonia gallese fondata da Madoc, re del Galles Settentrionale. Questo re s'imbarcò nel 1170 su dieci navi per colonizzare una terra, da lui scoperta, che si affacciava sull'atlantico. Successivamente, avrebbe risalito con le navi il Mississippi - partendo dalla sua foce oppure dalla Florida - e l'ohio. Lungo quest'ultimo fiume, i Gallesi avrebbero trovato finalmente un territorio fertile, che avrebbero occupato stabilmente, praticando l'agricoltura. In lotta continua con le bellicose tribù confinanti, sarebbero stati costretti a realizzare numerose fortificazioni nella zona da loro occupata, ma sarebbero stati quasi tutti sterminati. Soltanto una sparuta minoranza sarebbe stata risparmiata e precisamente quella formata dai discendenti di quelle famiglie che si erano imparentate con gli Indiani. Questa piccola tribù, costretta anch'essa a cambiare continuamente residenza a causa dell'ostilità di quelle vicine, si sarebbe infine decisa a tornare indietro e a risalire il Missouri, fino a portarsi nella zona dove furono trovati. La spiegazione di Catlin dell'origine dei Mandan è inaccettabile se si tiene conto dei fatti che egli stesso aveva menzionato. Sembra infatti assurdo che i Gallesi, cacciati dagli Indiani in una zona assai vicina all'atlantico, si fossero poi allontanati dalla costa e, dopo aver risalito il Mississipi e il Missouri, si fossero inoltrati in territori lontanissimi e occupati da popolazioni indiane ostili. Anche se, dopo lo sterminio di gran parte di quella gente, fu consentito ad una sparuta minoranza di lasciare incolume quella zona, è improbabile che tutte le altre tribù indiane, che per migliaia di chilometri occupavano il corso del Mississippi e del Missouri, abbiano pure concesso l'immunità a quegli sventurati. Inoltre, nella mitologia dei Mandan c'era l'esplicita affermazione della loro discendenza da un uomo bianco, giunto in canoa in tempi preistorici. Questa strana tribù di Indiani non fu però scoperta dalla spedizione voluta da Jefferson: il primo grande esploratore francese, Champlain, ne parlava già nel Poi fu il governatore

182 francese dal Canada ad affidare al mercante di pelli Verandrye il compito di esplorare il territorio dei Mandan. Verandrye fu dunque il primo bianco a conoscere bene i Mandan e anch'egli constatò che, sia per la costituzione fisica che per le usanze, essi si differenziavano nettamente dai componenti di tutte le altre tribù. Purtroppo, il mistero non poté essere risolto: alla fine dell'ottocento, un'epidemia di vaiolo sterminò tutti gli Indiani di quella tribù. Quindi, se non è possibile imputare ai Gallesi le singolari caratteristiche somatiche di quelle genti, occorre prendere in esame le altre ipotesi che sono state avanzate. Prima dei Gallesi, le coste settentrionali dell'america erano state raggiunte dai Vichinghi, che avevano i capelli rossi e gli occhi chiari: sorge perciò spontanea l'idea di attribuire a influenze vichinghe le singolarità riscontrate nei Mandan. L'espansione vichinga in America iniziò con una spedizione di Leif Ericsson - figlio di Eric il Rosso - che, nella ricerca di nuove terre, nel 1001 partì da Brattahlid (v. Figura 1), colonia occidentale groenlandese. Costeggiando quest'isola, si diresse verso l'estremità meridionale dell'isola di Baffin e da lì proseguì verso sud, seguendo la costa orientale della penisola del Labrador (che chiamò Markland, cioè "Terra boscosa") e raggiungendo lo stretto di Belle Isle. Dopo averlo varcato, toccò la vicina estremità settentrionale di Terranova, dove fondò un insediamento a cui diede il nome di Leifsbudir. Dopo aver trascorso l'inverno, Leif, lasciata Terranova - che chiamò Vinland ("Paese del Vino") - fece ritorno in Groenlandia. L'anno seguente toccò al fratello di Leif, Thorvald, ritornare a Terranova e a Leifsbudir, dove trascorse l'inverno. In primavera esplorò le coste del Labrador. Ma fu nell'anno 1009 che Thorfinn Karlsefni cercò di colonizzare Vinland, portando con sé la moglie e 250 coloni. Tuttavia, le lotte con gli indigeni lo costrinsero, nel 1013, sulla via del ritorno. L'ultimo tentativo di insediamento a Terranova fu opera di Freydis, figlia di Eric il Rosso; ma, a causa di vari avvenimenti, anche questo fallì. Sulla permanenza ancora per parecchi decenni dei Vichinghi in quella parte dell'america Settentrionale ci sono molti dubbi, anche se un riferimento a Vinland sembra esserci nella Storia della Chiesa, scritta dal britanno Ordericus Vitalis verso il A Newport, nel Massachusetts, una torre cilindrica realizzata in pietra è stata attribuita ai Vichinghi, perché presentava una struttura simile a quella delle chiese costruite nella Scandinavia. Successive ricerche hanno consentito di stabilire che l'edificio fu costruito nel XIV secolo e doveva servire anche da fortezza; ma si tratta di una testimonianza isolata (e forse unica) della loro presenza in quella zona. I Vichinghi possono essersi dunque spinti lungo la costa atlantica verso sud fino a Newport, perché altri insediamenti non sono stati trovati. Questo popolo nordico preferì, a quanto pare, le coste della Groenlandia - più fredde ma più simili a quelle della Norvegia - a quelle climaticamente più dolci di Vinland. Il motivo fu certamente la forte ostilità degli Indiani. Infatti, i Vichinghi, le cui navi di dimensioni contenute potevano portare un equipaggio piuttosto esiguo, quando sbarcavano durante le loro incursioni, non potevano allontanarsi dai

183 punti di approdo, per non venire poi circondati e sopraffatti da una possibile reazione della popolazione attaccata, una volta organizzatasi dopo lo scontro iniziale. L'ipotesi dell'origine vichinga dei Mandan è stata avanzata e sostenuta da Paul Herrmann. Secondo questo studioso, la zona situata a sud del Lago Superiore, ricca di giacimenti di rame, avrebbe spinto i Vichinghi a spostarsi fin lì e a proseguire verso ovest, fino a raggiungere la zona occupata dai Mandan, per tentare poi di raggiungere i centri minerari più ricchi nel vicino Montana. Quest'ipotesi è inaccettabile per vari motivi. Innanzi tutto occorre far presente che giacimenti di rame si trovano a Terranova e nella penisola Gaspé, nel Golfo di San Lorenzo (v. Figura 1), terre già toccate dai Vichinghi, che perciò non avrebbero avuto alcuna necessità di spostarsi di migliaia di chilometri per trasportare modeste quantità di rame; se si fosse trattato di oro, forse l'ipotesi sarebbe stata accettabile. Un secondo motivo è che la zona dei Mandan dista ben 650 chilometri dall'estremità occidentale del Lago Superiore. Non c'è alcuna via fluviale di comunicazione che possa aver consentito ai Vichinghi di raggiungere con le navi il North Dakota attraversando il Minnesota; essi, come abbiamo già spiegato, non si allontanavano mai a piedi a notevoli distanze dagli approdi. La regione da attraversare era inoltre abitata dai Sioux Orientali, che certamente non avrebbero consentito agli invasori nordici di attraversare incolumi il loro territorio. Inoltre, il Lago Superiore non poteva essere nemmeno raggiunto risalendo il fiume San Lorenzo fino al Lago Ontario, perché il dislivello rispetto all'adiacente Lago Erie, in comunicazione con gli altri Grandi Laghi, produce le enormi e insormontabili Cascate del Niagara: i Vichinghi, per aggirarle, avrebbero dovuto trasportare le loro navi, oppure imbarcazioni più piccole, via terra per decine di chilometri (supponendo che avessero preventivamente perlustrato a piedi tutto quel territorio) prima di rimetterle nelle acque del Lago Erie. Se invece avessero deciso di risalire il principale affluente del San Lorenzo, l'ottawa - utilizzando piccole imbarcazioni perché questo è navigabile soltanto nel primo tratto - non avrebbero in ogni caso potuto toccare il Lago Huron (comunicante col Lago Superiore), perché l'ottawa si avvicina ad esso alla distanza minima di circa 150 chilometri, da percorrere, con tutte le imbarcazioni, a piedi anche in questo caso. Infine, era assolutamente impossibile raggiungere il North Dakota attraverso il Canada. A tutte queste obiezioni, si aggiunge quella che esclude definitivamente l'attribuzione delle caratteristiche somatiche degli Indiani Mandan a influenze europee e che consiste nel fatto che essi non facevano uso della ruota. Sembra infatti impossibile che popolazioni europee, venute in contatto con loro, non abbiano suggerito di utilizzare i carri in zone dove questi sarebbero stati utilissimi, proprio perché, come era stato riferito, essi si dedicavano all'agricoltura. Non resta, a nostro avviso, che spiegare con una mutazione genetica le strane caratteristiche somatiche dei Mandan. L'idea ci è venuta in mente quando abbiamo esaminato le carte dei giacimenti minerari degli Stati Uniti e del Canada (v. Figura 1). Nel Montana, stato confinante col North Dakota, scorre il fiume Yellowstone, che si innesta poi a nord col Missouri. Ebbene, il fiume tocca una zona molto ricca di giacimenti di uranio, unici nel raggio di centinaia di chilometri: infatti, i giacimenti statunitensi più vicini paragonabili a questi si trovano nella regione di Colorado Plateau e nel Nuovo Messico (1000 km a sud); nel Canada, i più vicini sono quelli di Uranium City, sul Lago Athabasca, 1500 chilometri a nord.

184 Oggi sappiamo che un'eccessiva esposizione alle radiazioni produce effetti somatici cronici negli individui colpiti, che si manifestano a distanza di tempo dall'irradiazione. Consistono nell'alterazione della pigmentazione della pelle e dei capelli, nella diminuzione della durata della vita per leucemia o tumori, invecchiamento precoce caratterizzato da fibrosi della pelle e del miocardio, da atrofie e da difetti degli organi linfoidi, del midollo osseo e delle gonadi; anche il sistema immunitario può risultare definitivamente compromesso. Si sa pure che l'esposizione prolungata ad un'irradiazione di bassa intensità produce gli stessi danni genetici di un'irradiazione breve, ma di elevata intensità: le caratteristiche peculiari dei Mandan sembrano perciò corrispondere bene agli effetti genetici prodotti da un'esposizione prolungata a radiazioni dovute a piccole quantità di uranio trasportate dalle acque dello Yellowstone e poi da quelle del Missouri nel tratto che attraversava il territorio di quella tribù. Oppure, i loro mitici progenitori potrebbero essere stati un gruppo di pochi individui provenienti proprio dal Montana, nei quali la mutazione genetica doveva aver prodotto effetti molto più intensi di quelli poi riscontrati nei componenti della tribù e che discesero in canoa il corso dei due predetti fiumi. Infine, fu probabilmente la perdita di efficienza del sistema immunitario dei Mandan a rendere possibile la loro completa estinzione durante un'epidemia di vaiolo. Era però necessaria una conferma indipendente per questa nostra spiegazione. Ebbene, gli Aracani, Indios della Bolivia, hanno caratteristiche somatiche molto vicine a quelle, indoeuropee, dei "bianchi". Abitano nella città di Tiahuanaco, ma sono presenti, in minor numero, nelle zone bagnate dal Rio Guaporé, fiume che, presso il confine con il Brasile si unisce al Rio Beni, formando il Rio Madeira. Le carte geografiche che indicano i giacimenti minerari del Perù, della Bolivia e del Brasile e del Cile segnalano un solo grande giacimento di uranio a poche decine di chilometri da Tiahuanaco, proprio presso la città di Araca, nei dintorni del Monte Illiman, dove scorre il Rio de la Paz, che poi confluisce nel Rio Beni (v. la successiva Figura 2). Altri giacimenti importanti si trovano soltanto in Brasile, presso la città di Juiz de Fora, a 2400 chilometri di distanza. In definitiva, riteniamo, che il mistero che ha avvolto la tribù dei Mandan per tanto tempo, ma anche la tribù degli Aracani, a motivo di questa nostra ricerca possa essere considerato definitivamente risolto.

185 Figura 2

186 ***** Giuseppe Pirazzo è nato a Reggio Calabria nel Ha conseguito nel 1960 il diploma di abilitazione magistrale e nel 1979, presso l'università degli Studi di Messina, il diploma di abilitazione alla Vigilanza nelle Scuole Elementari. Pur svolgendo la sua attività di insegnante elementare di ruolo, da anni si è dedicato, nel tempo libero, allo studio della narrativa anglo-americana e, soprattutto, delle opere delle scrittici Charlotte, Anne ed Emily Brontë. Via S. Caterina - Traversa Privata, Reggio Calabria Telefono: Francesco Vitale è nato a Torre Annunziata (NA) nel Si è laureato a Napoli in ingegneria elettronica nel Al di fuori della sua attività professionale, da anni si occupa di astronomia e di archeologia, collaborando con varie riviste scientifiche. Recentemente è stato pubblicato il suo libro Astronomia ed esoterismo nell'antica Pompei e ricerche archeoastronomiche a Paestum, Cuma, Velia, Metaponto, Crotone, Locri e Vibo Valentia, nel quale egli propone, tra l'altro, una nuova chiave di lettura dei misteriosi "quadrati magici". Sta per essere pubblicato un altro suo lavoro: La fine del mondo secondo la Bibbia e secondo la scienza (si veda il n. 5 di Episteme). Via Nazionale, Saline Joniche (RC) Telefono e fax:

187 When, Where, and How Was Decalogue Created? Historical Origins and Evolution of the Ten Commandments (Ludwik Kostro) Each Christian child, preparing for its First Holy Communion learns Ten God's Commandments by heart. Most of us remember them till death. However, hardly anybody knows the history of the Commandments. This article aims at presenting main stages of development of the Decalogue in Biblical times. It was then, when the two types of the Decalogue and its side versions were created. They can be found in the ultimate version of the Pentateuch (i.e. the first five books of the Old Testament), which - in the opinion of both believer and non-believer Biblicists - was created in the 4th century BC. [1-2] It is quite surprising for many people that besides the ethical Decalogue there is another one, i.e. the cult Decalogue, older than the ethical one, which forbids to 'cook a young goat in its mother's milk'. It is even more surprising that according to one of biblical traditions, it was the cult Decalogue with the above mentioned prohibition inscribed on the stone tablets, not the ethical one, commanding to 'honour your father and mother' and including prohibitions 'You shall not murder; You shall not commit adultery; You shall not steal.' This fact is rather unknown to general public. However, all the biblical dictionaries mention the two kinds of Decalogue present in the Pentateuch, at the same pointing exact spots where their different versions can be found. It is enough to look it up in the smallest dictionary, i.e. ABC of the Old Testament [3] to find it is true. We can differentiate the 'ethical Decalogue' (Ex. 20; Deut. 5) from the 'cult one' (Ex. 34; Deut. 23). There are different opinions as far as their origins are concerned. Some of the Old Testament scholars (particularly older and more orthodox - L.K.) refer the 'ethical Decalogue' to Moses, whereas the others (younger and more contemporary - L. K.) treat it as a younger piece of work, dating it back to the Babylonian captivity [3, p. 21]. It should be added that the Babylonian captivity refers to the years BC, so the 'ethical Decalogue' might have been created as late as in the 6 th century BC, i.e. seven centuries after Moses had lead the Israelites out of Egypt. Some find it hard to believe because in the cultural space influenced by the Judaistic, Christian and Moslem religions, the ethical Decalogue constitutes the basic canon of morality. The followers of the three religions were brought up under conviction that the ten ethical Commandments were received by Moses from God himself (in the 13th century BC). The results of the research, however, seem to be undeniable and absolute, and they are accepted by numerous believing biblicists. 1. The Decalogue and Biblical traditions. When was the ethical Decalogue created? Today, both believing and unbelieving specialists [1-2] generally agree, that the Pentateuch comprises four fundamental traditions, i.e. Jehovistic (J), Elohistic (E), Deuteronomic (D), and Levitical (Priests) (P). The Jehovistic tradition, the oldest of them, dating back to the King Salomon's times (ca BC) takes its name after the name of Jehovah, used in it in reference to the God of Israel. The cult issues take significant and fundamental place in this tradition [4, pp. 312 and 490]. The Elohistic tradition, named after the name of Elohim, dating back to BC, the cult aspect seems to recede into the background, whereas ethical aspect comes to the fore [4, p. 312]. The third tradition, Deuteronomistic one, covers those parts of Pentateuch and other books which were written or reworked in the spirit of the

188 Deuteronomy, constituting a part of the Pentateuch. It dates back to BC and tries to prove that the fall of Israel and Judah, and the Babylonian captivity was an inevitable punishment for infringement of the Law given by God at Mount Sinai. The tradition urges revival of the obedience of the Law [4, p. 242]. The youngest of all the Pentateuch traditions is the Levitical one. It was probably written by the end of the Babylonian captivity (the end of the 6th century BC) in the Levitical circles. It deals with various events in the history of Israel from the point of view of the cult. This tradition depicts the history of the Israelites in captivity. In spite of the lack of the temple and the obstacles in carrying out the cult, both the promises of the Lord and His Law are still in power. The Pentateuch is a compilation of the documents comprised in the four traditions mentioned above, i.e. J, E, D and P. According to the oldest biblical tradition, i.e. the Jehovistic one, it was Jehovah himself who commanded Moses to carve out the cult Decalogue on the tablets, not the ethical one. Let us take a closer look at the text of the 34 th Chapter of the Exodus which contains the message of the Jehovistic tradition. According to it, Moses was firstly ordered to chisel out new tablets and carve out once again the same commandments which were placed on the first tablets broken to pieces by him. It means that according to the Jehovistic tradition, the firs tablets also contained the cult, not the ethical Decalogue: Jehovah said to Moses, "Chisel out two stone tablets like the first ones, and I will write on them the words that that were on the first tablets that you broke. Be ready in the morning, and then come up on Mount Sinai. Present yourself to me there on top of the mountain. No one is to come with you or be seen anywhere on the mountain; not even the flocks or herds may graze in front of the mountain." Then Jehovah came down in the cloud and stood there with [Moses] and proclaimed His name, Jehovah (Ex. 34, 1-5)1. We skip here the fragment where Moses asks the Lord's forgiveness for his people's sins, and let us read the text where Jehovah is making a covenant with His people, giving them His cult Decalogue: Then Jehovah said: "I am making a covenant with you. Before all your people I will do wonders never before done in any nation in all the world. The people you live among will see how awesome is the work that I, Jehovah, will do for you. Obey what I command you today. I will drive out before you the Amorites, Canaanites, Hittites, Perizzites, Hivites, and Jebusites. Be careful not to make a treaty with those who live in the land where you are going, or they will be a snare among you. Break down their altars, smash their sacred stones, and cut down their Asherah poles. Do not worship any other god, for Jehovah, whose name is Jealous, is a jealous God. Be careful not to make a treaty with those who live in the land; for when they prostitute themselves to their gods and sacrifice to them, they will invite you and you will eat their sacrifices. And when you choose some of their daughters as wives for your sons and those daughters prostitute themselves to their gods, they will lead your sons to do the same. Do not make cast idols. Celebrate the Feast of Unleavened Bread. For seven days eat bread made without yeast, as I command you. Do this at the appointed time in the month of Abib, for in that month you came out of Egypt. The first offspring of every womb belongs to me, including all the firstborn males of your livestock, whether from herd or flock. Redeem the firstborn donkey with a lamb, but if you do not redeem it, break its neck. Redeem all your firstborn sons. No one is to appear before me empty-handed. Six days you shall labour, but on the seventh day you shall rest; even during the ploughing season and harvest you must rest. Celebrate the Feast of Weeks with the firstfruits of the wheat harvest, and the Feast of Ingathering at the turn of the year. Three times a year all your men are to appear before the Sovereign Jehovah, the God of Israel. I will drive out nations before you and enlarge your territory, and no one will covet your land when you go up three times each year to appear before Jehovah, your God. Do not offer the blood of the sacrifice to me along with anything containing yeast, and do not let any of the sacrifice from the Passover Feast remain until morning. Bring the best of the firstfruits of your soil to the house of Jehovah, your God. Do not cook a young goat in its mother's milk.

189 Then Jehovah said to Moses: "Write down these words, for in accordance with these words I have made a covenant and with Israel." Moses was there with Jehovah forty days and forty nights without eating bread or drinking water. And he wrote on the tablets the words of the covenant - the Ten Commandments (Ex. 34, 10-28). As you can see, according to the Jehovistic tradition it is Jehovah himself who tells Moses to write the cult Decalogue on the tablets. It should be added that in this paragraph of the Pentateuch the oldest J tradition gives the cult Decalogue a name of 'Ten Words" (in Greek dekalogos, in Hebrew 'aseret hadde- barim). According to Grether, a Hebrew name 'aseret hadde- barim is an old one, and most probably reaches the oldest sources of Pentateuch [5, p.181]. A later Deuteronomic tradition D shall apply the name 'Ten Words' also to the ethical Decalogue (Deut. 4, 13: 10, 4) Since the times of a very renowned Biblicist who was the first to notice the existence of the four J, E, D, P traditions, the cult Decalogue has been considered the oldest version of the Ten Commandments. It should be noted, however, that even this Decalogue does not fully reach back the Moses times, as it contains also some inclusions from the King Solomon era, i.e. from the times when the Jehovistic tradition was formed. For instance, the commandment of going up three times each year to appear before God in the temple had some sense only when the temple did exist, and the temple was constructed in the 9th century BC by the said Salomon. Also some other cult commandments point to the settled rural manner of living. The commandments mention harvest and the obligation of bringing firstfruits to God. During Moses times, people of Israel constituted a wandering group. As an effect of later inclusions, we can find more than ten commandments in the cult Decalogue under discussion. Generally, a number of twelve commandments is used, therefore some researchers use the name of 'Dodecalogue'. A Practical Biblical Dictionary contains a special entry: "DODECALOGUE (Greek - twelve words), Ex. 34, Later, more developed wording of the [cult - L. K.] Decalogue in which you can enumerate (depending on the method of counting) twelve or ten commandments related to the rural cycle of holidays (also called cultic Decalogue)" [4, p. 262]. The first version of the ethical Decalogue can be also found in the Exodus. It belongs, however, to the later, Elohistic E tradition than the Jehovistic J one; it also contains influences of further traditions, i.e. Deuteronomic D, and the youngest, Levitical P. Stanisław Łach, a Catholic Biblicist makes the following comment: "The text of [ethical - L. K.] Decalogue is based - in general opinion - on the E tradition with further transformations D or P" [5, p. 181]. Thus, the ethical Decalogue (Ex. 20, 1-17) results from three traditions, E, D and P. According to the tradition constructed in this way (finally drawn up in the 4 th century BC), the ethical Decalogue are the words of the Lord himself, spoken directly by Jehovah to all the Israelites gathered at the foot of Mount Sinai amidst thunder, lightning, and the sound of trumpets. Mount Sinai is depicted as a volcano erupting fire and smoke: And God spoke all these words: "I am Jehovah, your God, who brought you out of Egypt, out of the land of slavery. You shall not make for yourself an idol in the form of anything in heaven above and earth beneath or in the waters below. You shall not bow down to them or worship them; for I, Jehovah, your God, am a jealous God, punishing the children for the sin of the fathers to the third and fourth generation of those

190 who hate me, but showing love to a thousand generations of those who love me and keep my commandments. You shall not misuse the name of Jehovah, your God, for Jehovah will not hold anyone guiltless who misuses His name. Remember the Sabbath day by keeping it holy. Six days you shall labour and do all your work, but the seventh day is Sabbath to Jehovah, your God. On it you shall not do any work, neither you, nor your son or daughter, nor your manservant or maidservant, nor your animals, nor the alien within your gates. For in six days Jehovah made the heaven and the earth, the sea, and all that is in them, but he rested on the seventh day. Therefore Jehovah blessed the Sabbath day and made it holy. Honour your father and your mother, so that you may live long in the land of Jehovah, your God is giving you. You shall not murder. You shall not commit adultery. You shall not steal. You shall not give false testimony against your neighbour. You shall not covet your neighbour's house. You shall not covet your neighbour's wife, or his manservant or maidservant, his ox or donkey, or anything that belongs to your neighbour. When the people saw the thunder and lightning and heard the trumpet and saw the mountain in smoke, they trembled with fear. They stayed at the distance [ ] (Ex. 20, 1-18). When the Elohistic tradition was born (the 8 th century BC), the cult of Jehovah was not fully monotheistic yet. This concept was to emerge in the 7 th century BC. That is why we cannot find in the ethical Decalogue such adjectives as 'one', 'the only', and 'true' accompanying the Name of God; however quite frequently we can find possessive adjective 'your': "I am Jehovah, your God", 'You shall not misuse the name of Jehovah, your God". This 'God of the Hebrew' is contrasted with 'other gods', the existence of whom was not fully denied yet. Jehovah is jealous about their cult: "Do not worship any other god, [ ] for Jehovah is a jealous God." The Israelites were bound by monolatry, i.e. they could worship only their own God, on Sabbath day in particular: "[ ] the seventh day is Sabbath to Jehovah, your God". The ethical Decalogue still lacks Elohistic tradition of formal monotheism. Reverend S. Łach notices: "The words of the first commandment of the Decalogue do not impose formal monotheism yet, because they only advise to worship Jehovah, without excluding the existence of other gods, worshiped by other nations. But as it was Jehovah, who brought the Israelites out of Egypt, proving to be higher than Egyptian idols, and presented Himself in the Decalogue as God jealous about Israel, who wants to become its only master, as He is a master of forces of nature, so we might assume that in Decalogue the teaching of monotheism is imbedded in the context" [5, p. 184]. There is another very similar version of the ethical Decalogue in the Deuteronomy (Chapter 5). There are certain differences in details and different justification of celebrating the Sabbath day. According to this version, Moses declared the commandments as his people was afraid of climbing the mountain because of the volcano spitting fire, called in this case Mount Horeb instead of Sinai. The previous tradition Jehovah forbade people to climb Mount Sinai: At that time I stood between Jehovah and you to declare to you the word of Jehovah, because you were afraid of the fire and did not go up the mountain. And he said: "I am Jehovah, your God, who brought you out of Egypt, out of the land of slavery" (Deut. 5, 5-7). In the previous version of the ethical Decalogue the commandment of observing the Sabbath day was justified by the version of the creation of the world in six days, with the seventh day of resting (which belongs to Levitical P tradition and can be a prove of the influence of this tradition, and its ultimate edition in the 6th century BC); in the version of the

191 Decalogue under discussion the Sabbath day obligation results from being brought out of Egyptian captivity: Observe the Sabbath day by keeping it holy, as Jehovah, your God, has commanded you. Six days you shall labour and do all your work, but the seventh day is a Sabbath to Jehovah, your God. On it you shall not do any work, neither you, nor your son or daughter, nor your manservant or maidservant, nor your ox, your donkey or any of your animals, nor the alien within your gates, so that your manservant and maidservant may rest, as you do. Remember that you were slaves in Egypt and Jehovah, your God, brought you out of there with a mighty hand and outstretched arm. Therefore Jehovah, your God, has commanded you to observe the Sabbath day (Deut. 5, 12-15). It must be stressed that the last commandment of the two versions of the ethical Decalogue under discussions forbids to covet your neighbours property. So it is not the issue of sexual desire; had it been the sexual desire, the coveting party might have been accused of homosexuality if one coveted2 someone's slave, or zoophilia or bestiality if one coveted somebody else's ox or donkey. Thus coveting one's wife is treated here as coveting a component of one's property. Both versions differ by the positioning of the wife. In the first version the wife is a component of the neighbour's household, placed besides the manservant, maidservant, and cattle: ox or donkey. In the second version the wife is mentioned before the neighbour's household: You shall not covet your neighbour's wife. You shall not set your desire on your neighbour's house or land, his manservant or maidservant, his ox or donkey, or anything that belongs to your neighbour (Deut. 5, 21). In both versions of the ethical Decalogue, manservants and maidservants are mentioned. So we should try to answer the question what the Decalogue's attitude is towards servants (slavery). In both versions of the ethical Decalogue, slavery is treated as something normal, hence justified. There is no commandment forbidding it. There are no words like "You shall not make your neighbour your manservant (slave)"; quite the opposite: the property rights of slave owners are protected. Recently mentioned last commandment forbids even coveting itself to take over somebody else's manservant or maidservant. Among the provisions of Moses Law complementing the ethical Decalogue, which find it normal and fully legal to buy and sell menservants or maidservants and treating them as physical objects. It was permitted to sell one's own daughter as a servant, although the provisions here were different than in the case of a slave, e.g. she must not have been sold to foreigners (Ex. 21, 7-11): If a man sells his daughter as a servant, she is not to go free as menservants do. If she does not please the master who has selected her for himself, he must let her be redeemed. He has no right to sell her to foreigners, because he has broken faith with her (Ex. 21, 7-8). A manservant did not enjoy rights of a free person. Death penalty was applied for homicide ("life for life" Ex. 21, 23; "Anyone who strikes a man and kills him shall surely be put to death" Ex. 21, 12). For fatal beating up of a slave there was only a severe penalty if he or she died instantly, however, if they were in fatal agony for a day or two, the proprietor went unpunished. If a man beats his male or female slave with a rod, and the slave dies as a direct result, he must be punished, but he is not to be punished if the slave gets up after a day or two, since the slave is his property (Ex. 21, 20-21).

192 And what does a composition of both versions of the ethical Decalogue look like from a formal point of view? "From the formal point of view, the Decalogue is a mixed composition because it can be divided into three parts: in the first part (prohibition of worshipping other gods and making images of God), it is Jehovah who speaks in the first person; in the second part (prohibition of misusing of God's name, remembering the Sabbath day and honouring parents), Jehovah is mentioned as the third person; in the third part (starting from "You shall not murder" on), the speaker is not directly defined (neutral wording). Moreover, the length of individual commandments is different - there are short prohibitions beside developed clauses. Finally, commands are mixed with prohibitions [ ]. The Decalogue is a set of commandments, out of which each individual one has its own earlier and later history developing around a single central motif" [7, pp ]. As far as further history [of commandments] is concerned, during Christian times the commandment prohibiting making figures or images disappeared. In Judaism the word and the Book (the Torah) were most important; in Hellenic and Roman cultures - an image and a figure. When Christianity entered the Roman Empire, the devotion to sculptures and pictures was so strong (the love of sculpture and painting) that it overpowered the God's commandment prohibiting this type of creativity. When the commandments forbidding making figures and images was removed, the last one was divided into two to maintain the number of ten, i.e. IX: "You shall not covet your neighbour's wife" and X: "Or anything that belongs to your neighbour". There were cases of iconoclasm in the 8 th and 9th centuries in Byzantium, and later during the Reformation period, when people remembered the rejected prohibition still present in the Bible. What is the interrelation with the earlier cult Decalogue and the later ethical one? According to the Lexicon of Religion, published on Cardinal Franz Kőnig's (a retired Primate of Austria) initiative, the cult Decalogue is an artefact the later ethical Decalogue refers to: "The Decalogue composed in such a way refers to its artefact, i.e. the law of privileges [of the cult Decalogue - L. K.] (Ex. 34) presented in the context of Jehovistic Sinai theophany (Ex )" [7, p. 84]. It must be noticed that the cult Decalogue in turn refers to the events that took place in the 13th century BC when Moses declared to his people brought out from Egypt the context of covenant taken with Jehovah, their God. We do not know, however, the original text from those times. The ethical Decalogue (Ex. 20; Deut. 5) is presently dated at 8 th-6th century BC. Therefore Władysław Kopaliński in his Dictionary of Myths and Tradition in Culture under the entry "Decalogue" writes: "These laws were written most probably in 8th-6th century BC" [6, p. 199]. The fact that prophets from the period before 8 th century BC never quote the ethical Decalogue may be a proof of its late creation. Some authors [13] point out that there is another, third version of the ethical commandments (Lev. 19) much different from the two under discussion. In this version each commandment ends with the words "I am Jehovah, your God". This is the beginning and a few excerpts from this set of commandments:

193 Jehovah said to Moses: "Speak to the entire assembly of Israel and say to them: Be holy, because I, Jehovah, your God, am holy. Each of you must respect his mother and father, and you must observe my Sabbaths. I am Jehovah, your God. Do not turn to idols or make gods of cast metal for yourselves. I am Jehovah, your God" (Lev.19, 1-4) [ ] "Do not steal. Do not lie. Do not deceive one another. Do not swear falsely by my name and so profane the name of your God. I am Jehovah" (Lev. 19, 11-12). The above discussed set of commandments does not contain the prohibition of adultery. These can be found a couple of lines before the set: "Do not have sexual relations with your neighbour's wife and defile yourself with her" (Lev. 18, 20). However there is an excerpt [in the set] referring to this prohibition: If a man sleeps with a woman who is a slave girl promised to another man but who has not been ransomed or given her freedom, there must be due punishment. Yet they are not to be put to death, because she had not been freed (Lev. 19, 20). As we can see, the Holy Bible contains a few versions of the Decalogue. We do not know, however, the primary version that had been carved out on the tablets. Most probably it was similar to the cult Decalogue included in the current version of the Bible (Ex. 34), and scholars claim that it is the oldest version of the Ten Commandments. 2. Where was the primary Decalogue created and which mountain should it be associated with? Depending on the tradition, the Bible gives two names of the mountain connected with the declaration of the Decalogue. According to the Jehovistic (Ex. 34) and Elohistic (Ex. 20) tradition it was a mountain called Sinai. However, according to the Deuteronomic tradition (Deut. 5) it was a mountain called Horeb. As we can see, traditions are not coherent as far as the name of the mountain is concerned. Where was Mount Sinai / Horeb located? This question has not been univocally answered so far. According to the Christian tradition, relatively young (4 th century AD) [8, pp ; 10, pp ] as compared to the time of the declaration of the primary Decalogue (13 th century BC), Mount Sinai/Horeb is located on the Sinai Peninsula. It is supposed to be a mountain called Dżebel Musa, situated within the mountain range in the southern part of the peninsula presently called the Sinai Peninsula. Since the mountain range in question has nothing to do with volcanoes, and according to Pentateuch during the declaration of the primary Decalogue "the smoke billowed up from it like smoke from the furnace" (Ex. 19, 18; Ex. 20, 18), some researchers believe that Mount Sinai/Horeb was located on the Gulf of Aquaba, where we can locate a mountain range of volcanic origin. It can be proved by the fact that Midianites used to live there, and Jethro, Moses' father in law was a member of this tribe. Therefore The Great Biblical Atlas [14, pp ] marks Mount Sinai/Horeb? with the question mark in two places: in the Sinai Peninsula and in the range of volcanic mountains in the land of Midianites. Some scholars doubt, however, if there were active volcanoes on the Gulf of Aquaba during Moses' times. In their opinion an erupting volcano is a typical background of a manifestation of deity (theophany) in ancient religions, therefore it must not be taken too seriously as a historical fact [10, pp ]. There are some other suggestions of locating the Mountain of Commandments, e.g. in the mountain range presently known as the Seir:

194 "Sinai. In some relations - the mountain on top of which Jehovah appeared to Moses (Ex. 19; other relations speak about Mount Horeb, or simply 'the mountain'). According to Christian tradition (since 4th century AD) Sinai is situated on the Sinai Peninsula (another possibility the Seir Mountains, near Kadesh, present Saudi Arabia)" [8, pp ]. As we can see, we do not know where exactly the primary cult Decalogue was declared; even more - we have no idea where the latter, ethical Decalogue was created. The latter Decalogue most probably should not be associated with any mountain but with the land of Babylonia, as the creation of the ethical Decalogue is generally associated with the Babylonian captivity. As it has already been said, according to Christian tradition from the 4 th century AD the declaration of the primary Decalogue took place on 'Mountain of Moses' in the range of the mountains presently called the Sinai. How was this tradition created? This question is answered by the Oxford Dictionary of Biblical Knowledge translated and published in Poland within the Primate's Biblical Series: "According to the most popular opinion, Mount Sinai might have been Djebel Musa (Mountain of Moses; map 2:S4) near St Catherine's Monastery. This identification was carried out for the first time by Byzantine monks in the 4th century AD, there is no evidence, however, that the monks had any topographical information whatsoever... When Byzantine monks settled down on Sinai ( AD), they started digging wells, construct terraces and cascades in the valley, create gardens and orchards. Cesar Justinian built up the church and fortified monastery (527 AD) which was then named after St Catherine. In the area of 2½ sq km Byzantine monks identified the spot where God revealed himself to Moses in the burning bush, the spot where Moses drew water out of the rock, the mountain on which God talked to Moses, and the place where Aaron erected the golden calf. Most probably the monks found on this historical peninsula some remote place where they could make their living, and gradually started to identify places described by the Bible with specific spots in their vicinity" [9, pp ]. As we can see, the tradition created by the monks living in the 4 th century AD has no scientific foundations. Thus, we do not know which mountain is related to the declaration of the primary Decalogue. Most convincing seems to be an opinion of scientists who say that it must have been some mountain in the Gulf of Aquaba, because it was the place, where Midianites, a tribe worshiping their God, Jehovah. Moses' father in law, Jethro (the core of his name comes from the name of Jahwei, meaning "Jehovah gave us plenty") was a priest of this God. However, as far as the name of Moses' father in law is concerned, the Biblical traditions are not fully coherent about it. Besides the name of Jethro (Ex. 3, 1; 4, 18, 1n, 5n), there are two other names, i.e. Reuel (Ex. 2, 18) meaning 'A Friend of El' or 'El Is the Shepherd', and Chobab (Num. 10, 29; Judg. 4, 11) [8, p. 151]. 3. Who declared the Decalogue and who made the tablets with the Ten Commandments? The Holy Bible gives different traditions in relation with the declaration of the Ten Commandments and the origin of the tablets. Let us deal with the declaration of the Decalogue first. According to one of the traditions it is God himself who speaks to people and declares the text of the concluded covenant. The voice of God himself can be heard amid the roaring erupting with fire and smoke volcano: Mount Sinai was covered with smoke, because Jehovah descended on it in fire. The smoke billowed up from it like smoke from a furnace, the whole mountain trembled violently [ ] Then Moses spoke and the voice of God answered him. [ ] And God spoke all these words: "I am Jehovah, your God, who brought you out of Egypt, out of the land of slavery" [Now, according to this tradition, we have the declaration of the ethical Decalogue - L.K.] When the people saw the thunder and lightning and heard the trumpet and saw the mountain in smoke, they trembled with fear. They stayed at a distance

195 and said to Moses "Speak to us yourself and we will listen. But do not have God to speak to us or we will die" (Ex. 19, 18-19; 20, 18-19). Then Jehovah said to Moses: "Tell the Israelites this: You have seen for yourselves that I have spoken to you from heaven: Do not make any gods to be alongside me; do not make for yourselves gods of silver or gods of gold" (Ex. 20, 22-23). According to another tradition, God is responsible only for the phenomenon of the erupting volcano. And this very phenomenon is interpreted as God's speech, whereas Moses declares the Decalogue in a language known to his people: Jehovah spoke to you face to face. (At that time I stood between Jehovah and you to declare to you the word of Jehovah, because you were afraid of the fire and did not go up the mountain.) And he said: "I am Jehovah, your God, who brought you out of Egypt, out of the land of slavery" [Now, according to this tradition, we have the declaration of the ethical Decalogue. Moses declaring the contents of the Decalogue is merely an interpreter, and the Decalogue is made up by God - L.K.] These are the commandments Jehovah proclaimed in a loud voice to your whole assembly there on the mountain from out of the fire, the cloud, and the deep darkness; and he added no more [meaning that it was Moses who added a translation into the language understood by his people - L.K.] (Deut. 5, 4-6 and 5, 22). As far as the origin of the tablets with the Decalogue is concerned, one of the traditions (Ex. 31 and 32; Deut. 5) claims that Moses received them with the ready text from Jehovah himself: When Jehovah finished speaking to Moses on Mount Sinai, he gave him the two tablets of the Testimony, the tablets of stone inscribed by the finger of God. [ ]The tablets were the work of God; the writing was the writing of God, engraved on the tablets (Ex. 31, 18; 32, 16). Then he wrote them on two stone tablets and gave them to me (Deut. 5, 22). According to another tradition, God tells Moses to chisel out tablets similar to the ones he broke down, and carving out once again what was written on the first ones. So the text chiselled out on the first and second set of tablets - in the light of the tradition under current discussion - was the work of Moses: Jehovah said to Moses: "Chisel out two stone tablets like the first ones, and [I will] 3 write on them the words that were on the first tablets which you broke." [ ] So Moses chiselled out two stone tablets and went up Mount Sinai early in the morning as Jehovah had commanded him; and he carried the two stone tablets in his hands [Now we have the declaration of the Decalogue - this time a cult one - L.K.] [ ] Then Jehovah said to Moses: "Write down these words, for in accordance with these words I have made a covenant with you and with Israel." Moses was there with Jehovah forty days and forty nights without eating bread or drinking water. And he wrote on the tablets the words of the covenant - the Ten Commandments (Ex. 34, 1, 10-28). All the evidence shows that the tablets with the primary Decalogue (most probably the primary cult one) were the work of Moses or his people who could chisel the stone and write texts on it (the skill acquired back in Egypt). The Ten Commandment Tablets have not preserved till today so we do not know what they looked like and what was inscribed on them. Biblical stories about the Decalogue and the tablets coming directly from God are treated by contemporary biblicists as literary convention used to stress the transcendent origin of the basic laws. Man has always been aware that it is not him, who is the creator of the basic laws; these laws were of higher source. Biblicists point out that similar stress on transcendence of

196 laws can be seen in the Hammurabi Code, a work earlier than the Decalogue. Two-meter-long column (black diorite stela) with the inscribed text of the code (at present preserved in the Louvre) was depicted on ancient relieves as an object directly handed in by some god (most probably Marduk) to Hammurabi ( BC) [10]. Therefore all the contemporary biblicists treat the primary Decalogue (unknown to us in its original form) as the work of Moses. Thus the Catholic Encyclopaedia published by the Catholic University of Lublin in Poland says: "The Decalogue written down by Moses and stored in the Tabernaculum" [11, pp ]. 4. The Decalogue and the capital punishment According to the provisions of the Old Testament, the infringement of the provisions of the Ten Commandment was punished with death. First of all this punishment was awarded to those, who broke the First Commandment, i.e. who worshipped alien gods or lead others to do the same: Whoever sacrifices to any god other then Jehovah must be banned4 (Ex. 22, 20). "Ban" (cherem) means in the Bible a person or a thing devoted by God to be destroyed or the very act of devoting somebody or something for destruction [12, p. 1423]. Sometimes Israeli kings and prophets seemed authorised to carry out destruction, particularly when the infringement were massive and frequent. For example king Jehu treacherously summoned to the Baal's temple all the worshipers together with their priests and commanded to kill them all (cf. 2 Kings 10, 18-27) The cult of Baal flourished in Israel particularly during king Ahab's times, whose wife promoted the worship. King Jehu for his deed, as the Bible says, received praise and a reward from Jehovah himself: Jehovah said to Jehu: "Because you have done well in accomplishing what is right in my eyes and have done to the house of Ahab all I had in mind to do, your descendants will sit on the throne of Israel to the fourth generation" (2 Kings 10, 30). Prophet Elijah acted in similar way, when he gave out orders to murder ca 450 prophets of Baal (cf. 1 Kings 18, 1-40): Then Elijah commanded them, "Seize the prophets of Baal. Don't let anyone get away!" They seized them, and Elijah had them brought down to the Kishon Valley and slaughtered there." (1 Kings 18, 40). Sorcery was also treated as worshipping other forces then God Jehovah, therefore people practicing witchcraft were sentenced to death. "Do not allow a sorceress to live." (Ex. 22, 17) Death sentence was also awarded for infringement of the Second Commandment, i.e. for making idols and worshipping them, even if they depicted Jehovah himself. According to Exodus, at the God's command Moses ordered the Levites to slain all the men who worshipped a calf depicting Jehovah:

197 Then he said to them: "This is what Jehovah, the God of Israel says: Each man strap a sword to his side. Go back and forth through the camp and from one end to the other, each killing his brother and friend and neighbour " Then Levites did as Moses commanded, and that day about three thousand of the people died." (Ex. 32, 27-29). Certain forms of abuse of the God's name, e.g. blasphemy was also punished with death: [...] anyone who blasphemes the name of Jehovah must be put to death. The entire assembly must stone him. Weather an alien or native-born, when he blasphemes the Name, he must be put to death. (Lev. 24, 15-6). Using Gods name in perjury evokes also grievous consequences: [ ] everyone who swears falsely will be banished. Jehovah Almighty declares: "I will send [the curse] out, and it will enter the house of him who swears falsely by my name. It will remain in his house and destroy it, both its timbers and its stones" (Zach. 5, 3-4). Death was also a punishment for not celebrating the holy day, i.e. Sabbath: Observe the Sabbath, because it is holy to you. Anyone who desecrates it must be put to death; whoever does any work on that day must be cut off from his people. For six days work is to be done, but the seventh day is the Sabbath of rest, holy to Jehovah. Whoever does any work on the Sabbath day must be put to death (Ex. 31, 14-15). Also some sins against the commandment ordering respect for father and mother were punished with death: Anyone who curses his father and mother must be put to death (Ex. 21, 17), Anyone who attacks his father or his mother must be put to death (Ex. 21, 15). Infringement of the commandment prohibiting homicide was punished with death, unless the killed person was a slave, as it has been mentioned before: Anyone who strikes a man and kills him shall surely be put to death (Ex. 21,12). Not only homicide, but also kidnapping aimed of selling the person was punished with death: Anyone who kidnaps another and either sells him or has him when he is caught must be put to death (Ex. 21, 16). Death sentence was also awarded for adultery and various sexual misconduct: If a man commits adultery with another man's wife - with the wife of his neighbour - both the adulterer and the adulteress must be put to death. If a man sleeps with his father's wife, he has dishonoured his father5. Both the man and the woman must be put to death; their blood will be on their own heads. If a man sleeps with his daughter in law, both of them must be put to death. What they have done is a perversion; their blood will be on their own heads. If a man lies with a man as one lies with a woman, both of them have done what is detestable. They must be put to death; their blood will be on their own heads. If a man marries both a woman and her mother, it is wicked. Both he and they must be burned in fire, so that no wickedness will be among you. If a man has sexual relations with an animal, he must be put to death and you must kill the animal. If a woman approaches an animal to have sexual relation with it, kill both the woman and the

198 animal. They must be put to death: their blood will be on their own heads. And if a man shall take his sister, his father's daughter, or his mother's daughter, and see her nakedness, and she see his nakedness; it is a wicked thing; and they shall be cut off in the sight of their people: who has uncovered his sister's nakedness will be held responsible. If a man lies with a woman during her monthly period and has sexual relations with her [uncovered her nakedness], he has exposed her flow [the source of her blood], both of them must be cut off from their people (Lev. 20, 10-18)6. Punishment was milder if a man seduced an unmarried woman: If a man seduces a virgin who is not pledged to be married and sleeps with her, he must pay [her family] the bride-price, and she shall be his wife. If her father absolutely refuses to give her to him, he must still pay the bride-price for virgins (Ex. 22, 16-17). Also theft was generally not punished with death: If a man steals an ox or a sheep, and slaughters it, he must pay back five head of cattle for the ox and four sheep for the sheep (Ex. 22, 1). Although Zechariah says that God will annihilate thieves: [ ] every thief will be banished. [ ] Jehova almighty declares: "I will send [my curse] out and it will enter the house of the thief [ ], it will remain in his house and destroy it, both its timbers and its stones" (Zech. 5, 3-4). There is no death penalty in the Bible for the next two, i.e. the final two Commandments, i.e. for lying and false testimony, and for coveting the neighbours household (i.e. his wife, manservant, maidservant, and the rest that belongs to him). The Decalogue, being a fundamental moral code has never lost and shall never lose its importance. However, we do not punish with death the infringement of it. The only exception is the death penalty awarded in some countries for manslaughter. At present Pope John Paul II demands the abolition of capital punishment wherever it is still applied. 5. Two commandments referring to love With time the Decalogue was abbreviated end expressed in a positive way only with respect to two Commandments of love, to God and to the others: Love Jehovah, your God, with all your heart and with all your soul and with all your strength. These commandments that I give you today are to be upon your hearts. Impress them on your sons. Talk about them when you sit at home and when you walk along the road, when you lie down and when you get up (Deut. 6, 5-7), Do not seek revenge or bear a grudge against one of your people, but love your neighbour as yourself. I am Jehovah (Lev. 19, 18). As we can see, the neighbour meant a member of the Israeli nation only, and when an alien person was in question, he or she had to be also included in the commandment of love: The alien living with you must be treated as one of your native-born. Love him as yourself, for you were aliens in Egypt. I am Jehovah, your God! (Lev. 19, 34).

199 A different situation was with the enemies of Israel: these could be exterminated. It is enough to mention the behaviour of the God's man, David, who - together with his men - kills two hundred Philistines hostile to Israel in order to get married to a daughter of King Saul. King Saul has but one condition. David shall receive Saul's daughter as a wife if he brings Saul 100 Philistine foreskins. David organises the expedition, kills two hundred Philistines and brings Saul two hundred Philistine foreskins. Saul treats the successful expedition as Jehovah's blessing to David: Saul replied: "Say to David, The king wants no other price for the bride than a hundred Philistine foreskins to take revenge on his enemies". Saul's plan was to have David fall by the hands of the Philistines. When the attendants told David these things, he was pleased to become the king's son-in-law. So before the allotted time elapsed, David and his men went out and killed two hundred Philistines. He brought their foreskins and presented the full number to the king so that he might become the king's son-in-law. The Saul gave him his daughter Michal in marriage. [ ] Saul realised that Jehovah was with David and that his daughter Michal loved David (1 Sm. 18, 25-28). Love of all the people, including enemies shall be introduced as late as in the New Testament by Jesus Christ. Love your enemies, do good to those who hate you, bless those who curse you, pray for those who mistreat you. [ ] If you love those who love you, what credit is that to you? Even 'sinners' love those who love them (Luke 6, and 32-33). The Decalogue was inherited by us from the People of Israel. This contribution of the nation to the world culture is enormous. And we also owe to this nation the fundamental moral code upon which basic inter-human relations are based. Notes 1 All the Biblical quotations after: The Student Bible, New International Version, Zondervan Publishing House, Grand Rapids, Michigan, = desired. 3 English translations of the Bible, together with Greek and Latin versions use in (Ex. 34, 1) words: "I will write", although it is incoherent with (Ex. 4, 27) where we can read: "Write down these words". The Polish translation in St. Łach's Exodus. Introduction - Translated from the original version. Comments, and the Millennium Bible skip the words: "I will", leaving the imperative form: "Chisel out two stone tablets like the first ones, and write on them the words that were on the first tablets which you broke". 4 English versions of the Bible usually translate it as "must be destroyed" or "devoted" (cf. Robert Young's Literal Translation). 5 The Polish translation is coherent here with St. James' Bible: "And the man that lieth with his father's wife hath uncovered his father's nakedness". 6 Lev. 20, has different wording in The Student Bible. The translation in the text above is adjusted to the Polish version. Bibliography

200 [1] H. Langkammer, OFM, Słownik Biblijny (Biblical Dictionary), Księg. Św. Jacka, Katowice, 1982 (cf. entry "Pentateuch"). [2] W. Tyloch, Dzieje ksiąg Starego Testamentu (History of the Books of the Old Testament), Książka i Wiedza, [3] W. Steinmann, ABC Starego Testamentu (Old Testament: ABC), Wydawnictwo Kerygma, Lublin [4] Praktyczny słownik Biblijny (Practical Biblical Dictionary), collective work of Catholic and Protestant theologists, ed. by: Anton Grabner - Haider, IW Pax i Wyd. Ks. Pallotynów Warsaw [5] S. Łach, Księga Wyjścia, Wstęp - przekład z oryginału, komentarz (Exodus. Introduction Translated from the original version - Comments), Pallottinum, Poznań [6] W. Kopaliński, Słownik mitów i tradycji kultury (Dictionary of Myths and Culture), PIW, Wyd. V poprawione, Kraków [7] Leksykon religii, Zjawiska - dzieje - idée (Lexicon of Religions. Phenomena - history - ideas), (Out of the initiative of Cardinal Franz Knig with a cooperation of numerous scholars, ed. by: Hans Wandenfels), Verbinum, Wyd. Księży Werbistów, Warsaw [8] Mała encyklopedia biblijna (Little Biblical Encyclopaedia), (Forward by biblicist Rev. Prof. Jerzy Chmiel from the Papal Theological Academy in Kraków) Dom Wydawniczy "ASLAN", Kraków [9] Słownik wiedzy biblijnej, Prymasowska Seria Biblijna, (The OxfordCompanion to the Bible) scientific ed.: Bruce M. Metzger i Micael D. Coogan (trasl. by: W. Chrostowski), Of. Wyd. "Vocatio", Warsaw [10] E. Zenger, Der Gott der Bibel. Sachbuch zu den Anfängen des alttestamentlichen Gottesglaubens, Verlag Katholisches Bibelwerk, Stuttgart, [11] Encyklopedia katolicka (Catholic Encyclopaedia), Vol. III, (ed. by: R. Łukaszyk, L. Bieńkowski, F. Gryglewicz), Tow. Nauk. KUL, Lublin [12] Pismo Święte Starego i Nowego Testamentu, (Biblia Tysiąclecia) (The Holy Script of the Old and New Testament - The Millennium Bible), Wyd. Pallotinum, Poznań -Warsaw [13] Podręczna Encyklopedia Biblijna (Concise Biblical Encyclopaedia), collective work ed. by: E. Dąbrowski, Volume I, A-Ł, Księgarnia Św. Wojciecha, Poznań-Warsaw-Lublin, [14] Wielki Atlas Biblijny (The Great Biblical Atlas) (ed. J.B. Pritchard), Oficyna Wyd. "Vocatio", Warszawa 1994.

201 ----[A presentation of the author can be found in Episteme N. 2] Department for Logic, Methodology and Philosophy of Science University of Gdańsk, ul. Bielańska Gdańsk, Poland ***** Salvador Dalì: La scoperta dell'america ( )

202 Illustrazione dalla Lettera (di Colombo) a Santangelo del 1493 (ripresa poi quasi tale e quale nella lettera di Amerigo Vespucci a Piero Soderini, "delle isole nuovamente trovate in quattro suoi viaggi", 1504); a detta di alcuni commentatori (cfr. Nota 30) in essa è celato un messaggio ebraico, il Nuovo Mondo è stato scoperto per essere la nuova Terra Promessa... La vera identità di Cristoforo Colombo: osservazioni e congetture (Umberto Bartocci) Parte I E' curioso1 constatare come si abbiano poche notizie certe sul luogo, l'anno di nascita, la famiglia, etc., di uno dei personaggi più famosi della storia moderna. Vale a dire, proprio di colui che con la sua coraggiosa impresa fu protagonista dell'evento che, per convenzione unanime degli studiosi, viene prescelto a marcare l'inizio dell'attuale fase della storia dell'umanità - quella contrassegnata dall'affermazione della scienza e della tecnica occidentali, e da un crescente controllo-sfruttamento della Natura da parte dell'uomo (i cui più recenti esiti preoccupano giustamente molti). Stiamo parlando naturalmente di Cristoforo Colombo, e di domande che hanno ricevuto nel corso dei secoli numerose inconciliabili risposte. A fronte infatti di una tesi "purista"2 largamente diffusa (e "documentata"), conformemente alla quale il grande navigatore ebbe umili e ben ricostruiti natali a Genova, diverse sono state le obiezioni, i dubbi, le proposte alternative, vuoi in ordine alla località che all'anno che alla famiglia d'origine, al punto che si potrebbe quasi riconoscere che si tratti di una questione ormai insolubile, e amen.

203 Del resto, bisogna convenire che di per sé, a priori, essa non appare certo tra quelle "fondamentali". Poco importerebbe invero sapere che lo scopritore è nato nella località X oppure Y, nell'anno Z oppure T, e che tali fossero i suoi genitori anziché talaltri, a meno che naturalmente la determinazione di (qualcuno di) questi elementi sconosciuti non rivestisse uno specifico significato per comprendere meglio il futuro sviluppo degli eventi della sua vita (il che implica, per esempio, che l'identificazione del luogo di nascita in particolare, all'origine di varie controversie di stampo campanilistico, deve essere considerata di interesse decisamente minore3). Accenniamo soltanto a quella che appare tra le più sensazionali delle varianti eterodosse, anche se non bisognerebbe trascurare, in detta categoria, la tesi esposta nel saggio di Emilio Michelone (Il mito di Cristoforo Colombo, Varani Ed., Milano, 1985), secondo cui addirittura Colombo non sarebbe mai esistito, e l'invenzione della sua persona fu frutto esclusivo di "un'assoluta minoranza di scribacchini colti osservanti delle prescrizioni religiose prima che del reale" (p. 18), oppure l'ipotesi Zarco, che sostiene invece che le imprese del grande navigatore andrebbero ascritte a un fuoruscito portoghese, Salvador Gonçalves Zarco, il quale, trovato riparo in Italia, vi avrebbe cambiato il nome in Colombo, e sarebbe poi ritornato sotto falsa identità nella sua terra natale 4. Quella di cui dicevamo è una congettura illustrata da Italo Orbegiani nel libro dall'eloquente titolo: Se Dio vuole... (e Chiesa acconsente...) - SAN CRISTOFORO COLOMBO Figlio del Papa genovese Innocenzo VIII e uomo mandato dalla Chiesa (Roma, luglio 2000)5. Alla luce dei criteri che abbiamo dianzi specificato, per distinguere interrogativi rilevanti da altri meno, non si può negare che siffatta supposizione, oltre che certamente suggestiva, sembra ben capace di spiegare per esempio i legami e le protezioni di cui indubitabilmente godette Colombo, in particolare il ruolo del Papa, che era di origine ebraica, nella vicenda della scoperta dell'america6. In effetti, è lecito prevedere che un'ultima parola in proposito non verrebbe universalmente accettata neppure a seguito dell'eventuale scoperta di documenti coevi che dessero qualche informazione atta a risolvere l'annoso enigma, dal momento che a fronte di ciascuno di essi si potrebbe avanzare il sospetto che possa essere stato frutto di manipolazioni più o meno volontarie, fraintendimenti, etc.. Accenniamo solo ancora una volta al più impressionante di questi casi, che si trova nell'interessantissimo libro che il meglio noto per altre imprese Simon Wiesenthal dedicò (da "storico dilettante") al tema della scoperta del Nuovo Mondo 7. Si tratta di un appunto "steso presumibilmente dal conte Giovanni dei Borromei nel 1494", che si dice reperito, nascosto nella rilegatura di un libro, in una casa dell'illustre famiglia 8 nel 1930, e che oggi "si troverebbe nella biblioteca dell'università di Barcellona". Orbene, Wiesenthal ne riferisce il contenuto come segue: Io, Giovanni dei Borromei, mi sono impegnato a non rivelare mai la verità confidatami dal signor Piero de Angliera. Ma, poiché ne rimanga il ricordo, confesso alla storia che Cristobal Colon è nato a Maiorca e non in Liguria. E il nominato Piero de Angliera aggiunse che il consiglio di serbare tale segreto per motivi politici e religiosi 9, onde ottenere l'aiuto di navi dal re spagnolo, avrebbe indotto Juan Colon a questo inganno. E inoltre voglio ancora dire che Colom e Colon sono identici perché fu scoperto a Genova un Cristobal Colombo Canajola, figlio di Domingo e di Susanna Fontanarossa, che non va confuso con il navigatore delle Indie. Bergamo, nell'anno del Signore Vero o falso che sia il precedente documento (oppure, vere o false che siano le asserzioni in esso riportate), vi si rinviene comunque una parola chiave per comprendere la vera ragione di tante incertezze, e cioè: SEGRETO, dovuto, si precisa, a "motivi politici e religiosi". Tenuto conto della rilevanza del personaggio, e della naturale curiosità suscitata intorno a lui, appare

204 altrimenti assai strano che, sin dagli inizi di questa storia, sia stato così difficile dare risposta a interrogativi innocui per la stragrande maggioranza degli esseri umani. Non bisogna dimenticare infatti che lo stesso navigatore, e i suoi stretti parenti, sono, manifestamente, i primi responsabili della circostanza che la situazione stia nei confusi termini sopra descritti, sicché, se le soluzioni sono talora invero eccessivamente "fantasiose", i dubbi sono viceversa più che giustificati (massimamente quelli relativi all'opinione comune, che Colombo intendeva soltanto aprire una nuova rotta verso l'asia, né si rese mai conto di essere approdato su un continente fino allora sconosciuto agli Europei; di tale questione ci siamo occupati nel libro citato nella Nota 1). Né il figlio Fernando, né l'almirante in persona, vollero in effetti mai illuminare le circostanze oscure della nascita in oggetto. E' chiaro che, in conformità alla tesi purista, la semplice spiegazione di tutto consiste nel fatto che, vivendo i protagonisti nella "tronfia e boriosa Spagna del Cinquecento", cercavano di "nascondere la vera patria di Cristoforo, Genova, e l'umile famiglia plebea nel cui seno era nato" 10, ma si direbbe maggiormente sensato ritenere che ci debba essere stato molto di più a giustificare tante cautele (Fernando afferma esplicitamente: "gli piacque che i suoi genitori fossero men conosciuti [...] la sua patria e origine volle che fosse men certa e conosciuta"; loc. cit. nella Nota 10, p. 22). Potremmo aggiungere un altro particolare, a dimostrazione di quanto le celebrate "carte d'archivio", tanto care agli "storici professionisti" - seppure coeve, e della stessa mano (forse) dei protagonisti, o dei "testimoni oculari" - possano talvolta aumentare la confusione piuttosto che il caso contrario - circostanza questa che dovrebbe dirla lunga a coloro i quali sostengono che esiste un solo modo per avvicinarsi alle verità della storia, e sdegnano il ruolo del metodo indiziario (ampiamente descritto nel Cap. I del libro citato nella Nota 1), ossia dell'abduzione puramente logica post eventum. Invero, malgrado quasi universalmente venga attribuito a Colombo un solo figlio legittimo portoghese (il noto Diego, che pur ritrovandosi nella condizione di primo erede legale, assai poco seppe dare onore al nome del padre, rispetto a quanto operò invece nei fatti l'altro figlio naturale dello scopritore, Fernando), nato poco prima della morte della madre, e poi portato con il padre ancora piccolo in Spagna nel momento della "fuga" dal Portogallo (vedi Parte II), troviamo viceversa affermato, in una lettera dell'ammiraglio indirizzata ai membri del Consiglio di Castiglia (scritta molti anni dopo, quando la sua fortuna era ormai in declino), che egli aveva lasciato "moglie e figli" (si notino il plurale, e il fatto che lo scrivente si riferisca alla moglie come - almeno in quel momento - ancora vivente) in Portogallo per venire "a servire questi Principi da tanto lontano"11, e siffatti esempi si potrebbero moltiplicare a piacere. Riprendiamo il filo del nostro discorso principale, dicendo che è difficile evitare la tentazione di chiedersi quali potessero essere le ragioni di tante precauzioni-mistificazioni, di così inusuale riservatezza, sicché cercheremo anche noi di presentare ai lettori di Episteme una soluzione "ragionevole" dell'intricato dilemma, nella convinzione che i misteri colombiani nascondano appunto qualcosa di rilevante in ordine agli interrogativi maggiori che ci si può porre (che ci si deve porre) sul reale svolgimento, sui più autentici retroscena, di avvenimenti enormemente importanti. Ci cimenteremo nell'impresa con la persuasione che assai di rado il "puro caso" è unico responsabile di accadimenti notevoli; che nessuno riesce a esserne protagonista per esclusivi meriti personali (ovvero, da solo, senza appoggi); e infine che, nonostante l'accuratezza che viene posta nel cancellare certe tracce, talora nel confondere le acque con un eccesso di informazione: les hommes n'ont pas détruit tout ce qu'ils croyaient détruire ni caché tout ce qu'ils voulaient dissimuler; ce désordre permet a l'historien d'entrevoir parfois la vérité et l'amène souvent à se heurter aux problèmes tels qu'ils étaient quand le passé était encore un présent et n'avait point été mis en momie par les archivistes et les éditeurs12.

205 Bene, avendo lo scrivente esaminato con attenzione tutte le ipotesi alternative che sono capitate, per caso o per studio, davanti alla sua attenzione, gli è parso che non sia stata data la giusta interpretazione a una notizia contenuta nella Historia general y natural de las Indias, Islas, y Tierra Firme del Mar Océano, di Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés13: Cristóbal Colom [...] fué natural de la provincia de Liguria, que es en Italia, en la qual cae la cibdad e señoría de Génova [...] por más cierto se tiene que fué natural de un lugar dicho Cugureo, cerca de la misma cibdad de Génova [...] El origen de sus predescesores es de la cibdad de Placençia, en la Lombardía, la cual está en la riberia del río Po, del antiguo e noble linaje de Pelestrel14. La notizia della discendenza di Colombo dalla famiglia Pallastrelli di Piacenza (o Pellestrelli, che diventa Perestrello nel suo ramo portoghese di cui presto diremo) viene ripresa anche in un poema in lingua latina che Lorenzo Gambara 15 dedicò a Cristoforo Colombo nel Si tratta di De navigatione Christophori Columbi libri quattuor, del quale il già nominato Osvaldo Baldacci dice bene: "Il poema merita di essere considerato con una certa serietà"16. Del resto, non solo il Gambara afferma 17 di seguire quel Pietro Martire d'anghiera, che fu "amico personale dello scopritore"18, ma si ha buona ragione di ritenere che sia stato direttamente "sollecitato a comporre il poema dal cardinale Antonio Peronotto [sic]"19. L'osservazione è particolarmente interessante nel nostro contesto, giacché si sa che il padre del Cardinale "aveva appreso molte vicende direttamente da Colombo, durante un soggiorno a Barcellona"19. Ma vediamo le esatte parole del Gambara: [...] Columbus (qui originem duxit a Pellestrellis Placentinis, quae familia inter alias nobilis est: natus Cugureo, quod castrum est in territorio Genuensi) tam insigne factum effecit. [Traduciamo, anche se si tratta di un latino molto comprensibile: " [...] Colombo (che ha preso origine dai Pellestrelli di Piacenza, che è famiglia assai nobile: nacque a Cugureo, che è castello in territorio genovese) ha condotto a termine un'impresa tanto illustre."]

206 Appare significativo notare - quasi un campanello d'allarme, a farci presumere di essere sulla strada giusta - che l'indicazione relativa al collegamento tra Colombo e la nobile famiglia piacentina, si trova nella lettera di dedica al Cardinale Antonio Perenotto premessa alle edizioni del poema del 1581 e del , ma che essa è stata soppressa - chissà per quale motivo! - nell'edizione del 1585, che pure viene detta copiosior (in questa è del resto ancora presente la lettera di dedica).

207 Veniamo così a sapere di una possibile connessione familiare tra Colombo e i Pallastrelli a partire da due testimonianze abbastanza affidabili (una delle quali proveniente dall'italia, a rimarcare il ruolo non marginale che il nostro paese riveste nella vicenda della scoperta dell'america, assieme ovviamente a Spagna e Portogallo), anche se bisogna riconoscere che è lecito ritenere che il Gambara abbia ripreso semplicemente il testo di Oviedo (cfr. loc. cit. nella Nota 15, p. 20), e che quindi le due testimonianze siano in realtà una sola. Comunque sia, ciò che maggiormente ci deve interessare è chiedere perché il particolare venga ignorato dall'opinione ortodossa con cui si identifica la gran parte degli studiosi, che pure conoscono bene il resoconto dello spagnolo, se non quello del Gambara 21. L'incredibile

208 risposta, giusta l'interpretazione corrente, è che il brano che abbiamo citato farebbe riferimento alla parentela con i Perestrello acquisita da Colombo successivamente al proprio matrimonio22 (avvenuto in Portogallo in epoca imprecisata, comunque più probabilmente tra la fine del 1479 e il si rammenti che Colombo arrivò in quel paese nel 1476) con Felipa Moniz Perestrello, figlia di Bartolomeo Perestrello - stretto collaboratore di Enrico il Navigatore, governatore di Porto Santo, al tempo già deceduto da diversi anni - e di Isabela Moniz, imparentata con la famiglia reale portoghese, e (anch'essa) di probabile origine ebraica, come attesta Simon Wiesenthal23. Sembra invece ovvio che le parole di Oviedo volessero menzionare un rapporto diretto tra Colombo e i Pallastrelli, e non a uno indiretto post-matrimoniale, e del resto, a lume di logica, sarebbe proprio il primo legame capace di spiegare le circostanze del secondo, e non viceversa! Due parole su quanto riguarda il luogo che viene indicato da Oviedo, e da Gambara, quale quello natale di Colombo, ancorché si tratti di questione come abbiamo detto per noi marginale. Sottolineiamo soltanto che Cugureo nell'opinione di alcuni è l'attuale Cuccaro (Cùccaro) Monferrato, in provincia di Alessandria, un piccolo centro agricolo alla destra del torrente Grana, a una ventina di chilometri a Nord Ovest dal capoluogo (un'insistente tradizione locale vuole in effetti Colombo nato nel castello di cui restano oggi delle strutture murarie assai rimaneggiate nel corso dei secoli, e attualmente in condizioni di avanzato deperimento). Invece a parere di altri, e sembrerebbero la maggioranza, la misteriosa località va identificata con Cogoleto, sulla riviera ligure, pochi chilometri a Ovest di Genova, e prima di Savona24. Non è semplice chiarire le ragioni di tali ulteriori incertezze. Si tratta probabilmente anche del fatto che in taluni resoconti, strutturalmente parecchio simili, si trova invero esplicitamente nominato Cuccaro anziché il misterioso "Cugureo"25. Per esempio, nelle Décadas y Historia general de los hechos de los Castellanos en la islas y Tierra firme del Mar Océano, di Antonio Herrera de Tordesillas 26, rinveniamo l'affermazione: "nativo del castello di Cucaro, nello stato del Monferrato, in Lombardia27". Comunque sia, ribadiamo ancora una volta che il legame importante che viene messo in evidenza dalle testimonianze selezionate è quello con la famiglia Pallastrelli (legame che non risulta citato nelle altre principali fonti coeve relative alla vita di Colombo, quali le Historie attribuite al secondo figlio di Cristoforo, Fernando; gli scritti di Pietro Martire d'anghiera; le memorie di Bartolomeo de Las Casas, etc.), e non, tramite il luogo di nascita, con una più o meno nobile famiglia Colombo, sia pure eventualmente presente a Cuccaro sin dall'epoca che ci interessa. Esiste senza dubbio una nobile famiglia Colombo di Cuccaro, ma la connessione di essa con il navigatore risale a quegli anni successivi alla scoperta, in cui numerosi diversi Colombo28, che pur sapendo di non avere nulla a che fare realmente con l'illustre scopritore del Nuovo Mondo, o nell'incertezza di tale circostanza, pretesero vero il contrario, data la grande risonanza dell'impresa e del nome del suo autore (per non dire di possibili mire ereditarie). Parte II Tenteremo adesso di sintetizzare a beneficio dei lettori il perché la "soluzione" che abbiamo dianzi proposto sia capace di contribuire alla formazione di un quadro interpretativo coerente e verosimile, nel quale a numerosi interrogativi si può dare naturale semplice risposta. Essa ha infatti il merito logico di:

209 1 - spiegare come mai a un certo punto ritroviamo improvvisamente sia Cristoforo che il fratello Bartolomeo proprio in Portogallo, il centro delle grandi esplorazioni geografiche del XV secolo (semplicemente per cercare aiuto presso dei parenti); 2 - fornire una possibile spiegazione per il matrimonio di Cristoforo con la nobile Donna Felipa, che resterebbe altrimenti inspiegabile (cioè, se Colombo fosse stato davvero un "plebeo"), dati i tempi e i luoghi; 3 - indicare uno dei motivi (oltre all'ovvio cruccio personale per la condizione di illegittimo non riconosciuto), vale a dire l'impedimento nel salire di grado nell'ordine templare, che fu probabilmente una delle cause non minori del suo abbandono del Portogallo29; 4 - raccordarsi perfettamente con la tesi purista, come presto vedremo; 5 - permettere di comprendere le ragioni per una "confusione" che serviva il duplice scopo di celare tanto la circostanza dell'illegittimità della nascita, quanto (e forse soprattutto) l'ascendenza ebraica30, caratteristica poco apprezzabile sia nella penisola iberica che in Italia in tempi di grande zelo cristiano, in cui veniva ritenuta elemento essenziale per l'ascesa a talune posizioni di rilievo la cosiddetta limpieza de sangre31; 6 - dare in ultima analisi conto dell'elemento chiave più significativo dell'intera vicenda, per certi versi ancora incompresa, ovvero la presenza in essa, in ruoli di assoluto rilievo, di ebrei e templari. Per quanto riguarda in particolare il punto 4, appare infatti facile, alla luce di ciò che abbiamo finora illustrato, attribuire l'eventuale giusto valore ai famosi documenti genovesi che sono il supporto della tesi purista. Colombo risulterebbe dal complesso delle dette carte figlio di una certa Susanna Fontanarossa (alcuni studiosi sostengono che si trattasse di un'ebrea, il cui padre si chiamava Giacobbe), e di un "genovese", tal Domenico Colombo. Viene ammesso che i Colombo in generale (con riferimento però più agli avi di Domenico che non a quelli di Susanna, della cui famiglia e provenienza non sembra sapersi molto) possano essere originari del Piacentino32, e proprio Piacenza è la città d'elezione di quei Pallastrelli che ci interessano in modo speciale. Prima di procedere oltre, sarà opportuno dare qualche notizia sulla storia di questa famiglia, nel periodo per noi rilevante, che ci permetterà di identificare univocamente il possibile vero padre di Colombo. Essa comincia con due fratelli, Borgognone e Gherardo (fine XIII secolo), e con Gabriele, del ramo di Gherardo (Gherardo fu padre di Matteo, che da Bernina Scotti ebbe un nuovo Gherardo, padre di Gabriele), sposato a Bertolina Bracciforti, che si trasferisce in Portogallo intorno al 1385, insieme al figlio Filippo e alla di lui moglie Caterina Visconti. In Portogallo il cognome della famiglia si tramuta in Perestrello, e da Filippo e Caterina nasce il padre della futura moglie di Colombo, quel Bartolomeo Perestrello che abbiamo già nominato, che diverrà un noto navigatore, tra i più stretti collaboratori del principe Enrico. Giovanni Pallastrelli, del ramo di Borgognone, rimane invece in Italia (per ciò che concerne la possibile individuazione di termini temporali certi, il padre di Giovanni, Stefano, era vivente nel 1405). Giovanni sposa Ermellina Rivalta, e ne ha un figlio, chiamato anch'egli Bartolomeo. Questi nel 1444 ebbe dal Duca di Milano, Filippo Maria Visconti, una patente di capitano (il documento è tuttora esistente, ed è stato reso noto allo scrivente da Pier Lorenzo Ranieri Tenti - cfr. i "Ringraziamenti" alla fine del presente articolo). Un ulteriore atto del 1471 ricorda poi Giovanni quale proprietario del castello di Sariano insieme a Bartolomeo. Dal matrimonio di questi con Marta Bracciforti nasceranno due figli legittimi, Gian Stefano e Gian Marco.

210 Ritorniamo adesso alla tesi purista, che vuole Colombo nato intorno al 1451, dalla detta Susanna e da Domenico: non è lecito ipotizzare che Domenico non fosse affatto il vero padre di Cristoforo, e che il futuro scopritore dell'america fosse un figlio naturale proprio di Bartolomeo Pallastrelli e di Susanna Fontanarossa? (probabilmente neppure il solo figlio della coppia: forse fu tale anche Bartolomeo Colombo - si noti la ricorrenza del nome - quel fedele fratello dell'ammiraglio che abbiamo trovato assieme a lui sin dai tempi del Portogallo; Bartolomeo fu sempre molto vicino a Cristoforo, e ricoprì un ruolo importante anche nella vicenda della scoperta dell'america). Il povero Domenico Colombo (con il quale Cristoforo non ebbe mai particolari rapporti di affetto, pur essendo questi sopravvissuto fin quasi alla fine del secolo), che viene nominato nei documenti genovesi come marito di Susanna, poteva essere semplicemente qualcuno chiamato successivamente a sistemare dietro buona ricompensa - una situazione familiare alquanto incresciosa, sposando la donna con i suoi figli mezzo nobili, che ne avrebbero assunto a tutti gli effetti (anche "simbolici" 33) il cognome. Invero, i famosi atti notarili che si riferiscono insieme a Domenico e a Susanna o a Cristoforo appaiono redatti parecchio dopo l'eventuale matrimonio della coppia, che avrebbe dovuto aver luogo intorno al 1450, se il futuro scopritore delle Americhe fosse stato veramente un loro figlio legittimo. Il primo documento in cui compare Cristoforo è del 31 ottobre 1470 (in esso viene fornita un'esplicita indicazione sull'età del giovane "Cristofforus de Columbo filius Dominici", "maior annis decem novem", e su di essa gli storici fondano l'ipotesi di un anno di nascita da collocarsi all'incirca nel 1451), mentre nel nostro contesto è assai significativo citare atti che vanno dal 1471 al 1477, nei quali Susanna acconsente, "per se et suos heredes", a che il marito Domenico possa disporre di beni della sua dote. Non è un po' troppo tardi? Non appare tutto meglio comprensibile se il matrimonio della coppia fosse avvenuto negli anni '70, anziché '50? Ecco così esposta succintamente, ma si spera in modo chiaro, la tesi che offriamo ai lettori di Episteme quale possibile soluzione di tanti dilemmi. Essa si accorda bene con diversi altri particolari minori, accenniamo per esempio soltanto al fatto che il nome Giovanni del padre di Domenico risulta, nei documenti genovesi in parola, come quello di un figlio di Domenico nato dopo Cristoforo (forse addirittura precedentemente al matrimonio con Susanna, e da madre diversa), mentre il nome del nonno materno (nella forma Giacomo), viene attribuito non a colui che risulterebbe il terzo figlio della coppia, il ben noto Bartolomeo, bensì al quarto, nato intorno al Riteniamo infine di far cosa utile riportando il riassunto dell'intera storia della scoperta dell'america secondo questo punto di vista (sostanzialmente quello che si trova nel libro citato nella Nota 1, però aggiornato ed ampliato), sottolineando che in realtà ciò che più conta, tra tanti misteri anagrafici, è comprendere: - la scientificità dell'impresa colombiana; - l'assoluta non casualità della scoperta di un nuovo continente; - le connessioni con il Centro di Cultura Nautica di Sagres, e con gli scienziati lì radunati dal 1416 dall'infante di Portogallo, Don Enrico detto il Navigatore [Porto Sagres 1460; figlio terzogenito del re Giovanni I e di Filippa di Lancaster, fratello del futuro re Edoardo (Duarte) I, Governatore dal per il ruolo che riteniamo più significativo - dell'ordine dei Cavalieri di Cristo, i successori portoghesi dei Templari], con lo scopo scientifico di: trovare un mezzo che permettesse alle navi veleggianti lontano dalla costa di mantenere la direzione scelta: senza un perfezionamento deciso degli strumenti, senza un metodo per

211 determinare la posizione del sole nelle diverse stagioni e la distanza di una nave dall'equatore, viaggiare per mari sconosciuti era infatti quasi impossibile34, e con quello ideale-politico di conquistare un nuovo spazio che potesse costituire un autentico, in tutti i sensi, "Nuovo Mondo", per le speranze di rinnovamento dell'umanità: havia, por parte dos portugueses, un projecto ordenado a um futuro ecumenizante e fraternizante [...] era o projecto político da sinarquia templária, herdada pela Ordem de Cristo [...] a forma como o espiritual de todas as terras descobertas, povoadas ou dominadas pelos portugueses, foi concedida à Ordem de Cristo, verdadeiramente a autora da expansão [...] a empresa não foi unicamente geográfica, de expansão lusíada ou mesmo de propagacão da fé, embora também o fosse, foi ainda de edificação do Templo, Cidade de Deus e Templo Universal, para o que era ou parecia essencial o estabelecimento de uma cadeia ou corda ecuménica de solidaridade mundial [...] 35 Gravura do rosto do "Repertorio dos Tempos", impresso por Valentim Fernandes, representado El-Rei Don João II e um cosmólogo que se presume ser o judeu Abraão Zacuto 1 - Cristoforo Colombo nasce intorno al 1450, probabilmente figlio illegittimo del nobile Bartolomeo Pallastrelli di Piacenza, e di una "plebea" di sangue ebraico, Susanna Fontanarossa, figlia di Giacomo (Giacobbe). Le stesse condizioni di nascita sussistono verosimilmente almeno per il di lui fratello Bartolomeo. Verso il 1470 Susanna sposa Domenico Colombo, d'onde l'origine di tutta una serie di equivoci, ancorché ben "documentati", sulla vera identità del padre del futuro scopritore dell'america.

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