II BSU, II ASU, IVASPP, I ASU, IV CSPP

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1 Istituto Magistrale M.T. Varrone Anno Scolastico 2012 / 2013 Progetto: Lingua Latina Viva Est! Classi coinvolte: II BSU, II ASU, IVASPP, I ASU, IV CSPP Questo lavoro è stato il risultato dell impegno dei ragazzi che hanno preso parte al progetto Lingua Latina Viva Est, i quali si sono immersi con entusiasmo nel mondo romano riscoprendo, attraverso l uso diretto della lingua latina, i gusti, le abitudini e le istituzioni sociali della civiltà di Roma. I temi si articolano in: il gioco, la scuola e l educazione e la condizione della donna in età repubblicana. I

2 «...tum cum ad canitiem et nostrum istud vivere triste aspexi ac nucibus facimus quaecumque relictis». Persio, I, 10 GIOCO E GIOCATTOLI NELL ANTICA ROMA II

3 Aedificare casas, plostello adiungere mures, ludere par impar equitare in harundine longa. Orazio, Satira II Costruire capannucce, attaccare un topi ad un carrettino, giocare a pari e dispari, cavalcare su una lunga canna. È in questo modo che il poeta Orazio in una satira ci descrive i passatempi più semplici dell epoca. Gli antichi Romani dedicavano molto tempo al gioco, poiché lo ritenevano un attività formativa che sviluppava l intelligenza e la creatività, come testimoniano anche gli scritti di Quintiliano. Furono anche molto abili a copiare e a migliorare i giochi dei Greci e degli Egizi. L importanza che gli spettacoli ebbero per il mondo romano, si può facilmente rintracciare dai calendari Il poeta Orazio appositamente creati. In origine erano collegati alle celebrazioni religiose e questi spettacoli, con il gradimento sempre maggiore da parte della popolazione, divennero sempre di più un semplice divertimento per i cittadini e un mezzo di propaganda politica per chi li organizzava, tanto da perdere così nel tempo la loro funzione legata ai culti propiziatori, per divenire semplicemente degli spettacoli. Questo interesse non sfuggì agli occhi degli aristocratici e soprattutto degli imperatori che, per imbonirsi le masse, si prodigavano per offrire spettacoli sontuosi, ricordati nei versi degli scrittori latini del tempo come Svetonio, Tito Livio, Giovenale e Marziale. L imperatore Traiano arriverà addirittura ad offrire festeggiamenti con più di gladiatori. Per quanto riguarda invece i più piccoli, i giochi piò diffusi per le bambine erano sicuramente le bambole, che venivano trattate come se fossero le loro figlie e gli astragali, ossicini utilizzati similmente ai dadi. I bambini, invece, preferivano giochi che ricordassero la guerra, come salire a cavallo di una canna oppure viaggiare su carrozzini trainati da capre o altri animali domestici. Le numerose testimonianze di periodo greco e romano, ci dicono che giocare a nascondino o a mosca cieca, divertirsi a fare i soldati o i gladiatori, "come i grandi", era usuale anche per un bambino della Roma imperiale. Fra gli intramontabili compagni di gioco di tutte le epoche figurano gli animali: oche, papere, galli, galline, cani, colombe, gatti e topolini accompagnavano i bambini nei loro giochi e nelle loro fantasie. Alcuni giocattoli erano montati su ruote, altri avevano parti semoventi e fori passanti, che servivano a fissare una cordicella e a trascinare i piccoli animali di terracotta o ceramica, quasi come se fossero veri. Non sempre si sono conservati i colori che originariamente li decoravano. Giocavano anche con trottole e cerchi, che venivano fatti girare con un bastone. Si svolgevano anche giochi di abilità, con le noci, e giochi d azzardo, come navis aut caput ( nave o testa ), cioè il nostro moderno testa o croce oppure morra e dadi. Quest ultimo, di regola, era vietato agli adulti, tranne che nel mese di dicembre, durante le trasgressive giornate festive dei Saturnali. III

4 I giocattoli della prima infanzia Nei corredi funerari dei più piccoli erano molto comuni i "poppatoi"; dalle sepolture di periodo ellenistico ne provengono numerosi esemplari a vernice nera, per lo più, ornati da baccellature. Questi contenitori sono generalmente caratterizzati da una bocca piuttosto larga, che serviva per immettere il liquido, e da un beccuccio per permettere l'assunzione. A volte l'imboccatura era chiusa da un piano forato, con il probabile scopo di filtrare eventuali residui di cibo troppo grandi per poter essere ingeriti dai lattanti. Alcuni di questi esemplari ceramici, modellati con forme particolari, hanno l'aspetto di maialini, cinghialetti o animali di altro tipo, e possono essere considerati veri e propri giocattoli. I colori, erano vivaci per attirare l'attenzione del neonato ed invogliarlo a bere. Sempre per richiamare l'attenzione dei più piccoli e distrarli venivano spesso usati caratteristici animaletti di terracotta, contenenti all'interno una pallina di coccio, così che muovendoli producevano un rumore particolare. I sonagli in terracotta presentano forme particolari, i più diffusi hanno l'aspetto di maialini o cinghialetti, ma ne esistono anche di conformati a cervi, civette, bovini, tartarughe ma sono attestati anche soggetti meno comuni, come figure di neonati variamente rappresentati, presso i Romani erano detti crepitacula, crepundia o tintinna buia, per via del caratteristico rumore che essi producevano. Il termine poteva essere tuttavia attribuito anche a campanellini in metallo che i bambini ricevevano in dono alla nascita e che portavano al collo come ciondolo o amuleto. Alla stessa catena, d'oro o in altro materiale a seconda delle possibilità economiche della famiglia, potevano essere appesi, via via che il bambino cresceva, sonaglini, ciondoli e amuleti di altro tipo e queste collane tintinnanti, oltre a tenere lontano il malocchio, costituivano un bel gioco rumoroso. Gli astragali L astragalo, talus, era l ossicino di un quadrupede (vitello, capra, cane o pecora) che si trova tra il calcagno e il bicipite. Gli astragali avevano anche un uso divinatorio come conferma Plinio parlando della funzione magica di quelli di lepre: essi potevano servire come amuleti o redimere una controversia. Erano uno strumento di gioco cosi diffuso da essere riprodotto nei materiali piò diversi quali l oro, l avorio, il bronzo, il marmo e terracotta. Le fonti attestano la popolarità del gioco, che sfruttava la particolare forma quadrangolare e l aspetto differente dei lati. Infatti, ciò permetteva di attribuire a ciascuna faccia un preciso valore numerico e quindi di utilizzare gli astragali come dadi. Uno dei giochi più popolari, consisteva nel lanciarli in aria e tentare di IV

5 riprenderli con il dorso della mano. Il giocatore contava poi gli astragali recuperati e calcolava il punteggio raggiunto osservando le facce degli ossicini. Le bambole Tra i tanti giochi dell antica Roma un ruolo importante lo svolgevano le bambole. Le bambole più antiche risalgono al 2000 a.c., generalmente riproducevano la figura femminile adulta e a volte raffiguravano anche le fattezze delle dee Venere, Proserpina o Vesta. Ogni bambina possedeva una bambola, da cui si separava alla vigilia delle sue nozze, celebrando una cerimonia: lasciava il suo balocco nei templi dedicati ai Lari, offrendolo alle divinità che proteggevano il focolare e la famiglia. Le bambole infatti simboleggiavano l infanzia delle bambine, l atto di abbandonarle segnava il passaggio nel mondo degli adulti. Le pupae venivano realizzate dagli artigiani chiamati giguli, con vari materiali come stoffa, ambra, legno, avorio e creta, in base al ceto d appartenenza della piccola proprietaria. Le più pregiate avevano arti snodati, visetti ben curati e dipinti a mano, indossavano tuniche ornate da ricami e perle, piccoli monili in oro o argento ed erano corredate da culle in terracotta e da minuscoli oggetti da toilette in bronzo. Le bambole più famose, pervenutaci dall antica Roma, sono state scoperte nel sottosuolo romano. Grazie a questi importanti ritrovamenti archeologici si scoprì un aspetto del rituale funerario nella Roma imperiale: le bambole facevano parte del corredo funerario posto nei sarcofagi destinati alle fanciulle morte. La più famosa bambola pervenutaci dall antichità è stata scoperta nel quartiere Prati di Roma, il 10 maggio 1889, nella tomba di Creperia Tryphaena, una fanciulla tra i diciassette e i diciannove anni sepolta accanto al padre. La bambola era di legno e con essa è stato ritrovato un piccolo cofanetto, che conteneva due pettinini e uno specchio d argento: gli oggetti da toilette della bambola. Quest ultima aveva, infilati a un dito, due anelli d oro. Uno di questi portava una piccola chiave usata per aprire gli scrigni dei gioielli. La bambola è alta 20 cm, il viso è scolpito, la ricca acconciatura è rappresentata con cura ( i capelli raccolti in trecce e poi girati in torno al capo ) e i lobi delle orecchie sono forati per gli orecchini, le braccia e le gambe sono articolate. La palla Bambola Ciriaca «Prese la palla ridendo e la scagliò ad uno dei suoi compagni. Riuscì a schivare uno dei suoi avversari e gettò a terra un altro. Rialzò in piedi uno dei suoi amici, mentre da tutte le parti echeggiavano altissime grida: "È fuori gioco!", "È troppo lunga!", "È troppo bassa!", "Passala indietro nella mischia!".» Antifane V

6 A Piazza Armerina, su uno dei tappeti musivi della celeberrima villa siciliana di Massimiliano Erculeo (IV sec. d.c.), due ragazze sono raffigurate mentre si dilettano nel rilanciarsi una piccola palla colorata. A Roma, in un affresco rinvenuto all interno di una tomba della necropoli della Via Portuense (metà del II sec. d.c.), un gruppo di giovani è immortalato durante una spensierata partita di palla a mano. Tanti erano i tipi di pallone, quanti i diversi giochi in cui poteva essere utilizzato e più che a calci veniva lanciato con la forza delle braccia. Avvocati, letterati, banchieri e politici, dopo una dura giornata di lavoro nel Foro, si rilassavano giocando nel Campo Marzio alla pila trigonalis: l obiettivo era cogliere di sorpresa l avversario, rilanciando in velocità e nella direzione maggiormente difficile per afferrarla una palla resa dura da una pesante imbottitura di stoffa. I Romani avevano imparato dai Greci a giocare all harpastum, una sorta di rugby in cui vinceva chi, conquistato il pallone e contrastati i giocatori della fazione opposta, riusciva a portarlo con sé sino alla meta, posta nel campo avversario. Il gioco della "pila", o della palla semplice, era sicuramente più rilassante e adatto a chi non intendeva stancarsi troppo. Riempita con delle piume e dunque leggera era la "pila paganica" con cui si dilettavano, magari a tempo di musica, soprattutto i vecchi e i bambini. Non è da escludere che a questa tipologia appartenesse la palla con cui giocano le graziose fanciulle rappresentate nel mosaico di Piazza Armerina. Pare che sia stato Attico Napoletano, l allenatore di Pompeo Magno, ad aver inventato per lui il folliculus, un pallone pieno d aria capace di rimbalzare a terra e contro un muro. Il gioco dei dadi I dadi avevano sei facce, ognuna delle quali recava delle lettere. Vi erano dadi con sole quattro facce che sono la derivazione degli astragali, e sono stati ritrovati anche dadi che avevano lo stesso numero su due facce diverse. Due mosaici provenienti da Daphne, rappresentano due uomini seduti davanti a un tavolo sul quale è appoggiata una scacchiera; il giocatore di destra sta mettendo i dadi nella turricula posta su un lato del tavolo, un bussolotto molto particolare che serviva come contenitore di dadi. Costruito in ambra, del diametro di 5/6 cm, ha l incavo mascherato da una piastra semovente per non far scoprire i piccoli dadi contenuti all interno e funge appunto da bussolotto. Prerogativa costante dei dadi fu il vizio di barare. Molti i sistemi usati: dal più semplice come leggere i punti alzandone o abbassandone il valore uscito secondo la propria convenienza, ai più sofisticati e complessi. Generalmente si giocava con tre dadi di terracotta, le cui sei facce erano contrassegnate da una lettera. Il colpo di Afrodite era il tiro migliore in assoluto( cioè tre volte sei ) mentre il colpo peggiore era il colpo da cane ( tre volte uno ). VI

7 Le noci Le noci erano le protagoniste di molti giochi infantili. I bambini le accumulavano e le utilizzavano in tanti giochi diversi per essere vinte o perdute. Nell opera Le noci, Ovidio fa riferimento al ludus castellarum, un gioco che consisteva nel formare un triangolo con tre noci ravvicinate e una in cima che bisognava poi far cadere. Il gioco aveva molte varianti e veniva praticato da bambini di entrambi i sessi. Vi erano poi altri giochi delle noci: uno consisteva nel far scivolare la propria noce su una tavola inclinata, un altro si giocava tracciando per terra un triangolo, diviso da linee orizzontali parallele alla base e i giocatori a distanza, vi gettavano delle noci, cercando di avvicinarsi il più possibile al vertice. C era anche il gioco della "fossetta" ( tropa ). Giochi come quello della fossetta si facevano con le noci ma si potevano usare gli astragali che i bambini amavano molto ed a scuola spesso venivano dati come premio ai più studiosi. Nel mondo latino l'espressione nuces relinquere, cioè lasciare le noci, voleva dire uscire dall'infanzia, a conferma di quello che doveva essere il gioco più amato dai ragazzini romani. Minucio Felice, Octavius, III, 3, 6 «Sensim itaque tranquilleque progressi oram curvi molliter litoris iter fabulis fallentibus legebamus. Haec Et cum ad id loci ventum est, ubi subductae naviculae substratis roboribus a terrena labe suspensae quiescebant, pueros videmus certatim gestientes testarum in mare iaculationibus ludere. Is lusus est testam teretem, iactatione fluctuum levigatam, legere de litore: eam testam plano situ digitis comprehensam, inclinem ipsum atque humilem, quantum potest, super undas inrotare, ut illud iaculum vel dorsum maris raderet, vel enataret, dum leni impetu labitur, vel, summis fluctibus tonsis, emicaret, emergeret, dum adsiduo saltu sublevatur. Is se in pueris victorem ferebat, cuius testa et procurreret longius et frequentius exsiliret.» «E quando giungemmo a quel luogo, dove alcune piccole imbarcazioni tirate a riva giacevano sollevate al di sopra del terriccio da travi di quercia infilate sotto, vediamo dei fanciulli che facevano a gara impegnandosi in lanci di cocci nel mare. Questo gioco consiste nel raccogliere dalla spiaggia un coccio levigato dallo sbattere delle onde e, dopo averlo afferrato di piatto con le dita, lanciarlo facendolo ruotare, disteso e radente il più possibile sulle onde, in modo che l oggetto lanciato o sfiori la superficie del mare o nuoti via, mentre scivola con dolce slancio; oppure balzi via, sbuchi, spuntando la cresta dei flutti, mentre si innalza con salti ripetuti. Si riteneva vincitore tra i fanciulli, quello il cui coccio arrivava più lontano e saltava via più volte.» VII

8 «Et nos ergo manum ferulae subduximus» Giovenale I, 15 SCUOLA E ISTRUZIONE NELL ANTICA ROMA VIII

9 Educazione e scuola a Roma Nella prima parte dell educazione familiare romana, a differenza di quella greca, ha grande importanza la madre: famosi sono i nomi e il comportamento ( in parte avvolti di leggenda ) di Veturia e di Cornelia. La madre, infatti, insegna ai figli le prime preghiere e suscita loro il sentimento della virtù. Qualora non poteva, o non poteva da sola, provvedere all'educazione dei figli, questa si faceva aiutare non da una schiava, come le madri greche, ma da una parente anziana di sicura virtù, equilibratamente severa, atta a svolgere la propria missione con dignità e autorevolezza. A sette anni il figlio maschio viene sottratto al controllo femminile, per passare sotto quello paterno. Si trattava per lo più di insegnamenti sul modo di vivere e di comportarsi, ma soprattutto l insegnamento del mos maiorum, cioè le tradizioni e i valori, affiancati da un primo avvicinamento alla lettura, alla scrittura e all'aritmetica. Le prime scuole pubbliche tolsero al pater familias il monopolio dell'istruzione, contribuendo al diffondersi della cultura ellenica a Roma, in quanto l'insegnamento pubblico fu affidato principalmente a maestri greci. Sotto la guida del padre, il fanciullo romano cominciava anche ad apprendere ciò che ogni proprietario di campagna dovrebbe conoscere: come far fruttare la propria terra, sorvegliando gli schiavi che la lavorano, controllando e consigliando fittavoli e amministratori. Ma non si tratta solo di acquisire nozioni e abilità puramente tecniche. Il fanciullo deve anche imparare a considerare l'ozio ed il lusso come gravi fattori di corruzione. A fianco del padre, il giovanetto romano assiste, oltre ai lavori campestri, al ricevimento dei clienti, alle sedute del senato, alle esercitazioni militari in Campo Marzio; col padre partecipa ai banchetti dei grandi, dove spesso funge da coppiere, al padre presta assistenza nella celebrazione dei riti religiosi familiari, durante i quali si esaltano le gesta degli antenati e si contemplano i loro ritratti. A sedici anni, con una cerimonia solenne, il giovane depone la toga praetexta, orlata di rosso, e indossa quella pura, tutta bianca, cioè la toga virile. Diventa così cittadino a tutti gli effetti ma prima di cominciare il servizio militare, dovrà sottostare ad un anno di tirocinio di vita pubblica, detto tirocinium fori. Durante quest'anno di tirocinio non gli sarà più di guida il padre, ma un anziano amico di famiglia. Base e coronamento dell'istruzione e dell'educazione del giovane romano è l'apprendimento delle leggi contenute nelle XII tavole, la più antica opera legislativa di Roma, e l'assimilazione del loro spirito. Tali leggi vengono studiate fin dall'infanzia e nell'anno del tirocinium fori, poi, il giovane romano consolida con la pratica la preparazione giuridica, elemento fondamentale della futura attività politica. Questa è l'educazione tipica della gioventù aristocratica di quei tempi, educazione che non esige per sé un sistema organizzato di IX

10 istruzione. L'insegnamento teorico-strumentale indispensabile (leggere, scrivere, far di conto) è fornito dal padre. Catone il vecchio scrive di propria mano, per il figlio, un libriccino a grossi caratteri, in cui sono narrati gli episodi più gloriosi della storia di Roma: così il bambino imparerà ad un tempo a leggere e ad ammirare gli antichi costumi e fasti della patria. Anche l'insegnamento dell'agronomia e del diritto viene impartito più che altro praticamente, con l'esempio ed il consiglio orale, oppure per mezzo di facili manuali in cui talora il padre stesso fissa le nozioni che il figlio poi manderà a memoria. Le conquiste dell'italia meridionale, della Sicilia, della Macedonia, della Grecia, del regno di Pergamo e dell'egitto, ebbero conseguenze di incalcolabile importanza anche nell'ordine culturale. I contatti fra Roma e le genti di nuova soggezione si fecero più fitti: soldati e magistrati acquisirono i costumi dei paesi conquistati. Idee e sentimenti nuovi, nuovi culti, nuove passioni, nuove aspirazioni affluirono dall'oriente; ne sono portatori gli schiavi e i commercianti, i poeti, i musici e i libri. Gli schiavi, soprattutto, finiranno coll'esercitare una funzione importantissima, dato che molti di loro, provenienti dalle classi colte, saranno impiegati quali grammatici, medici, amministratori, tecnici specializzati, agricoltori. La cultura in generale privilegio delle classi dirigenti e, comunque, degli abitanti delle città, i soli che possono usufruire delle scuole. La scuola, infatti, era finanziata direttamente dalle famiglie degli alunni. Il piano di lavoro a cui deve sottostare il fanciullo romano è nel complesso corrispondente a quello delle scuole greche. Si deve però notare che in Roma la musica e l'atletismo non riusciranno mai ad avere il posto preminente che avevano nell'antica paidéia ellenica. La musica, la danza e l educazione artistica, in genere fondamentali nell educazione greca nell età d oro, non furono mai trasmesse nella cultura romana. Anche per quanto riguarda l'educazione fisica, profonda è la differenza con la Grecia: mentre per i giovani elleni il motivo essenziale dell'esercitazione atletica è quello agonistico, per i romani il motivo va ricercato nell'indurimento del corpo, necessario tanto all'agricoltore quanto al guerriero. L'agonismo puro, che per i greci della polis è una forma nuova e quasi un successore dell'areté cavalleresca, non ha senso per la mentalità più concreta ed utilitaristica dei romani. Così, la ginnastica si risolve nel maneggio delle armi, in una serie di esercizi premilitari e nell'abituarsi alla fatica e alle intemperanze del clima. Una certa riservatezza e gravità ineliminabili portano a giudicare musica, atletismo e danza come manifestazioni di dubbia serietà, degne più degli schiavi che dell'uomo libero, se mai, a costituire una piacevole forma di spettacolo, al quale il cittadino preferisce assistere anziché partecipare. Quando l'aristocrazia romana accettò di adottare per i propri figli l'educazione greca, trovò fra i numerosi schiavi un personale insegnante scelto. Dapprima si tratta di insegnamento privato, impartito in casa. Il più celebre degli antichi maestri è, in questo senso, Livio Andronico, prigioniero tarantino, istitutore dei figli del suo padrone, successivamente liberato, al quale si deve la traduzione in versi saturni dell'odissea e l'introduzione in Roma della tragedia e della X

11 commedia greca. Successivamente, per lo stesso diffondersi della richiesta, si afferma l'insegnamento pubblico del greco, impartito in vere e proprie scuole: i giovani ricchi, desiderosi di perfezionare ulteriormente la conoscenza della lingua e della cultura elleniche, si recheranno in seguito a studiare in Grecia. La cultura greca a Roma Anche a Roma il fanciullo entra nella scuola primaria a sette anni e vi rimase fino agli undici o ai dodici. Il maestro elementare è designato dai romani con la parola litterator o con le espressioni primus magister, magister ludi, magister ludi litterarii. Anche a Roma il mestiere di maestro è poco considerato ed è per lo più esercitato da gente di umile condizione. Il maestro è stipendiato dagli alunni, una trentina dei quali è necessaria per mettere insieme una paga equivalente a quella di un operaio qualificato. La scuola è sistemata in un locale a pianterreno aprentesi sui portici di una strada preferibilmente centrale. Anche le fanciulle possono frequentare la scuola, per quanto, in genere, sia preferita, per loro, l'istruzione privata. Attrezzatura e metodi corrispondono a quelli della scuola primaria greca. Anche nella scuola romana predominano passività, mnemonismo, coercizione; solo verso il I secolo d.c. si penserà di sostituire alla coercizione la spinta dell'emulazione o l'attrazione di qualche dono. L'insegnamento secondario, che appare nel corso del III secolo, si basa sulla letteratura e sul commento dei classici, rappresentati da Livio Andronico, da Ennio e dai commediografi. Ai tempi di Augusto, Quinto Cecilio Epirota introdurrà nel canone Virgilio ed una serie di nuovi autori, fissando così quel programma che resterà immutato fino alle invasioni barbariche. Il professore di scuola media (grammaticus) è più considerato e meglio pagato (circa quattro volte di più) del maestro elementare. La scuola superiore è, anche in Roma, essenzialmente scuola di retorica. Anche l'insegnamento del rethor latinus ha per soggetto l'arte oratoria, col suo bagaglio di regole, di tecniche, di abiti da apprendersi ed acquisirsi progressivamente. Una scuola latina di filosofia non esiste, neppure esiste una scuola di matematica o di alta specializzazione tecnica, per quanto la letteratura romana sia ricca di una schiera di teorici dell'agronomia e dell'architettura. Anche l'insegnamento della medicina, viene impartito, nell'età repubblicana e in quella del primo impero, in lingua greca. Unica importante eccezione è quella del diritto. Lo sviluppo della tecnica giuridica è ormai giunto a un grado così avanzato da richiedere una seria specializzazione. D'altra parte le carriere che una buona conoscenza del diritto apre dinanzi ai giovani abbienti ed ambiziosi sono numerose e brillanti. Così a partire dall'età augustea verranno sorgendo le stationes jus publicae docentium aut respondentium, ad un tempo scuole pubbliche di diritto e uffici di consultazione legale. A poco a poco, anche la scuola deve rientrare nell'ambito del controllo e delle direttive statali. Il movente principale che spinge XI

12 lo stato ad interessarsi della scuola è la necessità di assicurare in continuità l'esistenza di una massa ormai enorme di funzionari. Si tratta di una vera e propria nuova classe che va dagli scribi di grado elevato, fino ai notarii ( stenografi ) di grado più modesto, preparati in scuole speciali. Gli strumenti Le scuole erano site in modesti locali al pianterreno di rumorosissime strade del centro della citta. Queste stanze dette tabernae pergulae erano per lo più affittate e arredate in maniera piuttosto semplice. Vi era una seggiola con spalliera ( cathedra ) oppure senza ( sella ) su cui sedeva il maestro il quale disponeva anche di una lavagna e di un pallottoliere ( abacus ) usato per insegnare l aritmetica. Tutto attorno al maestro c erano gli sgabelli su cui sedevano gli alunni. A disposizione degli alunni erano le pugillares, delle tavolette che poggiavano sulle gambe, non avendo a disposizione banchi, e che servivano per poggiare ciò che serviva per la scrittura. Per scrivere i romani, ad immagine dei Greci, usavano fogli di papiro ( charta ) o carta di pecora ( pergamena ) sulle quali potevano scrivere servendosi di particolari attrezzi che erano: cannucce appuntite dette calamus, penne d uccello dette appunto pennae, il calamaio (atramentarium) in cui vi era l inchiostro, che era appunto l atramentum, un coltellino adatto a temperare il calamus. L nero veniva ricavato mescolando vari in gradienti tra cui la fuliggine di resine o di pece, feccia di vino, nero di seppia. Il miscuglio di queste cose dava un composto molto denso di colore nero scuro. E proprio per l elevata densità che i caratteri scritti risultavano spesso molto evidenti. Ovviamente la resistenza dell inchiostro variava col variare della qualità e della densità dell inchiostro stesso. A volte addirittura bastava passare sul papiro una spugna bagnata per togliere ogni traccia. Questi fogli cancellati e riutilizzati erano detti palinsesto. Veniva utilizzato anche un inchiostro rosso per dare risalto ai titoli. Bisogna precisare che non esistevano libri. Si usava incollare vari fogli di papiro fra di loro uno di seguito all altro in modo da formare una lunga striscia che poi si avvolgeva formando un rotolo detto volumen che era molto scomodo da consultare. Di più facile utilizzo, la pergamena (Inventata pero soltanto nel II secolo). Essa veniva piegata e tagliata in modo da formare dei fogli piegati in quattro parti che erano i quaderni ( quaterniones ). Questi quaderni, cuciti insieme e riuniti sotto una copertina, prendevano un aspetto simile ai nostri libri ed erano conosciuti come codex. Seppure i codex erano più facili da utilizzare rispetto ai volumen, non riuscirono a sostituire questi ultimi proprio perché il costo della pergamena era maggiore rispetto a quello del papiro. XII

13 Il sadismo pedagogico e i maestri Di notevole importanza e analizzare il rapporto alunnomaestro e la considerazione che la società aveva dei maestri. Il maestro era considerato dai genitori colui a cui spettava il compito di educare l animo dei giovani alla calma, alla saggezza, alla ricerca dell uso della ragione in tutto. Era appunto per questo che il maestro aveva pieni poteri sull alunno. Pieni poteri nel senso che poteva punire i suoi discepoli, se questi lo meritavano. Non erano rare le punizioni corporali che consistevano nel percuotere gli scolari con fruste ( ferulea ) e con sferze ( flagellum ). Molto spesso quest autonomia di punizione portava i maestri ad essere molto severi con gli scolari svogliati o distratti. Gli alunni avevano quindi paura dei propri insegnanti ma non si può dire che ne avessero per questo anche stima: solo paura. A differenza dei giovani i genitori reputavano anche le percussioni utili metodi educativi. A loro avviso le bastonate contribuivano a fare crescere il ragazzo sicuro di sé, coraggioso, forte. Sbaglieremmo però, a pensare che tutti i maestri erano violenti. C erano, infatti, quelli che seguivano i precetti di Quintiliano e condividevano le sue idee e i suoi desideri senza dubbio positivi e per nulla violenti. Marziale, Epigrammaton IX, 68 «Quid tibi nobiscum est, ludi scelerate magister, Invisum pueris virginibusque caput? Nondum cristati rupere silentia galli: Murmure iam saevo verberibusque tonas. Tam grave percussis incudibus aera resultant, Causidicum medio cum faber aptat equo; Mitior in magno clamor furit amphitheatro, Vincenti parmae cum sua turba favet. Vicini somnum - non tota nocte - rogamus: Nam vigilare leve est, pervigilare grave est. Discipulos dimitte tuos. Vis, garrule, quantum Accipis ut clames, accipere ut taceas?» «Cos'hai a che fare con me, insensato maestro, omuncolo inviso a bambini e fanciulle? I crestati galli ancor non hanno rotto il silenzio e di già tu sussurri feroce e fai risonar le bacchettate. Così esasperante il metallo riecheggia sull'incudine percossa, mentre il fabbro adatta al cavallo (la statua dell' avvocato Causidico); più moderato (giunge) il gran clamore dall'anfiteatro in delirio, quando l'eccitata folla acclama il suo (prediletto) vittorioso. Qui, il vicinato, vorrebbe - non tutta la notte - dormire: ché vegliare è piacevole, ma farlo per l'intera notte è faticoso. Congeda i tuoi alunni. Quel che prendi per i tuoi proclami, fastidioso chiacchierone, lo prenderai per tacere?». XIII

14 «A natura comparata est opera mulieribus ad domesticam diligentiam, viri autem ad exercitationem forensem et extraneam». LA CONDIZIONE GIURIDICA DELLA DONNA NELL ANTICA ROMA XIV

15 La donna a Roma Per secoli la Storia è stata quasi esclusivamente storia di uomini. Le donne, per lo più relegate nell ombra e nel silenzio delle pareti domestiche e confinate nel ruolo di figlie, madri, spose, hanno generalmente condotto la loro esistenza margine della vita pubblica e degli ambiti del potere. È una storia che si fonda su tracce esili, indizi disseminati in documenti della più varia natura, perché delle donne del passato, si parlava poco. Ma soprattutto bisogna considerare che è una storia costruita sulle parole degli uomini. Infatti, anche quando sulla donna si è detto molto, come nel mondo grecoromano o nel Medioevo, lo storico, il legislatore, il letterato, il predicatore che hanno lasciato testimonianze del loro tempo appartengono quasi sempre al genere maschile, mentre le donne avevano accesso limitato ai mezzi espressivi e, quindi, è assai raro poter raccogliere la loro voce diretta. Il diritto romano arcaico negava alla donna qualsiasi forma di indipendenza. Le leggi, infatti, prevedevano che essa fosse sempre sottoposta alla tutela del padre, del marito, o del parente maschio più prossimo se orfana e nubile. In realtà, la donna romana conobbe una libertà che era sconosciuta in Grecia e che trovava riscontro soltanto in Etruria. Mentre alla donna greca legittimamente sposata non era consentito, per esempio, prendere parte ai banchetti o uscire di casa, tranne in casi particolarissimi, la donna romana aveva piena libertà di movimento e partecipava alle cene familiari, anche se seduta su uno sgabello e non sdraiata sul triclinio come gli uomini. Il modello ideale Il modello ideale restò fino alla crisi della Repubblica quello della matrona obbediente e casta, di cui tanti epitaffi funebri lodano la capacità di vivere onestamente, di custodire la casa e di avere come unica occupazione quella di filare la lana: «Casta vixit, domum servavit, lanam fecit». Anche in seguito, quando la condizione femminile mutò sensibilmente, le abitudini delle antiche matrone continuarono a essere portate a esempio come l ideale della femminilità, ormai irrimediabilmente scomparso, fatto di riservatezza e operosità. «La povertà e la semplicità della vita facevano una volta caste le donne latine; la casa modesta le teneva lontane dai vizi, e la fatica, i sonni brevi, le mani rovinate e indurite dalla lana etrusca; e infine il fatto che Annibale fosse vicino alle porte e il marito di guardia sulle mura della città» ( Giovenale, Satire ). Tale ideale continuò a rappresentare il termine di paragone quando si voleva elogiare le virtù di una donna dei propri tempi, come nel caso della moglie devota di un amico di Plinio il Giovane, che «sarebbe stata singolarmente esemplare anche in tempi antichi. Il marito era vissuto con lei trentanove anni senza mai un litigio, senza uno screzio. Quanta devozione ebbe ella al marito, tanta ne meritava ella stessa!». ( Plinio il Giovane, Epistolario ). XV

16 La posizione giuridica Se dunque è vero che la condizione femminile a Roma non era di totale dipendenza, è però anche vero che quasi mai il diritto romano e il mos maiorum, cioè il costume degli antenati, consentivano alla donna una partecipazione alla vita pubblica. Le donne romane, infatti, erano escluse dal diritto di voto ed era loro per lo più proibito prendere parte a cerimonie ufficiali di carattere politico e religioso. Da una legge che figura nelle XII Tavole si può ricavare la posizione giuridica della donna nell'antica Roma: "Feminas, etsi perfectae aetatis sint, in tutela esse, exceptis virginibus Vestalibus". E cioè: "(E' stabilito che), sebbene siano di età adulta, le donne devono essere sotto tutela, eccettuate le vergini Vestali" ( che però erano sotto la tutela del Pontefice Massimo ). La donna romana era costantemente sotto tutela, cioè in manu: dalla manus protettiva e imperativa del padre passava, anche senza il suo consenso, a quella del marito. Tuttavia, è documentata la presenza di un matrimonio senza manus, cioè senza potere del marito, in epoca precedente alle Dodici Tavole. È con la legislazione attribuita a Romolo che si sancisce definitivamente una situazione iniqua nel rapporto tra i sessi ( la stessa leggenda sul ratto delle Sabine fa capire in quale considerazione tenessero i romani le donne ). Fin dalla legislazione più antica, quindi, alla donna non erano riconosciute autonomia e personalità giuridica e, a causa della presunta inferiorità connessa al sesso femminile, si riteneva naturale la sua subordinazione all uomo. In età imperiale, tuttavia, il regime di tutela maschile sulle donne andò attenuandosi fino a decadere del tutto, tanto che nel II secolo d.c. il famoso giurista Gaio poteva osservare che le donne si dimostravano perfettamente in grado di badare a se stesse. «Feminas vero perfectae aetatis in tutela esse fere nulla pretiosa ratio suasisse videtur; nam quae vulgo creditur, quia levitate animi plerumque decipiuntur et aequum erat eas tutorum auctoritate regi, magis speciosa videtur quam vera; mulieres enim quae perfectae aetatis sunt, ipsae sibi negotia tractant et in quibusdam causis dicis gratia tutor interponit auctoritatem suam, saepe etiaminvitus auctor fieri a praetore cogitur». Il giurista Gaio «Nessuna ragione seria sembra aver spinto a mantenere in tutela le donne in età adulta. Ma questa che si adduce comunemente, cioè che sono molto spesso ingannate dalla loro leggerezza di animo e che era equo lasciarle guidare dall autorità dei loro tutori, sembra più speciosa che vera: le donne di fatto trattano da sole i propri affari e, in certi casi, il loro tutore interpone la propria autorità soltanto per forma; spesso il pretore interviene per costringere il tutore che si oppone a cooperare ad un negozio voluto dalla donna». Gai XVI

17 La logica dell'inferiorità femminile per i giuristi romani Una caratteristica costruita sul piano della logica giurisprudenziale romana fu la minore fermezza delle donne, giacché appartenenti appunto al sesso più debole. I termini tecnici' del latino giuridico, usati per designare la debolezza femminile sono solitamente infirmitas e, più raramente, imbecillitas sexus; Gaio usa significativamente levitas animi: tale riferimento sembra contestare il pregiudizio d una differenza naturale tra uomo e donna, di una inferiorità del corpo femminile. La logica sociale della discriminante cornice normativa appare costante, nel senso di individuare le donne, a causa della loro debolezza ( infirmitas ) congenita, come prive di facoltà che oltrepassino la sfera ristretta dei propri personali interessi, per assumere il significato più ampio di un riconosciuto dovere civile o di una funzione di rilievo pubblico-costituzionale. I due vocaboli infirmitas e levitas, anche se vicini, non hanno lo stesso significato. Infirmitas, infatti, indica la mancanza di firmitas: e, in questo significato, coincide con imbecillitas. Anche se, nella sua potenzialità espressiva, lo si trova talvolta usato a descrivere la debolezza del carattere - termini che, comunque, si possono ricondurre ad una medesima scala semantica - infirmitas sta a denotare, nella sua accezione fondamentale, la debolezza fisica e di solito in questo senso "negativo" impiegano il vocabolo i giuristi, per esprimere un difetto: che può dipendere dallo stato di salute ( valetudo ) o dall'età, quando la persona non ha completato lo sviluppo fisico, non ha ancora raggiunto il pieno vigore virile. Nel pensiero dei giuristi ( dei più, ma non di tutti ), anche il sesso femminile è considerato causa di "infermità": una condizione di invalidità, una menomazione che rende la donna, e quale che sia la sua età, incapace di assolvere a determinati compiti. Per Gaio, levitas ha il senso di inconstantia: in altro contesto il giurista parlando delle caratteristiche del servo posto in vendita, contrappone l aggettivo favorevole constans a quello sfavorevole levis. Gaio, in Gai 1.144, parla ancora di animi levitas muliebre, affermando che l espressione è da attribuire ai veteres: «Veteres enim voluerunt feminas... propter animi levitatem in tutela esse». Ancora in Gai il rilievo della presunta e contestata animi levitas femminile è attribuito espressamente alla «ratio quae vulgo creditur». Da tali premesse, è facile intuire come il sistema giuridico romano fosse particolarmente discriminante nei confronti delle appartenenti al genere femminile, con norme XVII

18 particolarmente dettagliate in materia di diritto di famiglia, processo, obbligazioni e successione per causa di morte. Veniva cioè connessa con l'appartenenza a un altro genere sessuale la differenza sul piano giuridico tra gli uomini e le donne, le quali alle vicende politiche del mondo romano non potevano partecipare. La loro situazione soggettiva si modellò di conseguenza su parametri di estraneità alle strutture costituzionali, inferiorità nelle relazioni giuridiche ed esclusione dal potere politico. Il compito delle donne doveva essere quello di custodire e trasmettere le regole e le tradizioni patriarcali, imposte loro dagli uomini. Infatti, non è casuale che tutte le eroine romane, a differenza di quelle greche, non compiono mai atti trasgressivi, ma soltanto gesta esemplari che confermano i valori della comunità cittadina. La donna si doveva identificare con il suo ruolo di moglie e di madre, dato che non era prevista una figura femminile indipendente, sottratta all'autorità di un uomo. La funzione istituzionale che il diritto romano assegnava alle donne veniva idealmente realizzata dal matrimonio: produrre una discendenza legittima ai cittadini, generando figli per i loro mariti. Quindi, al matrimonio era riservato il fine della procreazione legittima. L istituto giuridico del matrimonio a Roma Il matrimonium, o nuptiae ( matrimonio, vincolo niuziale ) consisteva nella seria, manifesta e continuata unione ( coniugium ) tra un uomo e una donna: il marito ( maritus ) e la moglie ( uxor ), viri et mulieris consuetudinem vitae continens. Esso si inquadrava tra due principi fondamentali della civiltà romana: il principio esogamico, in forza del quale l unione tra due persone di sesso diverso e la conseguente eventuale procreazione erano concepibili solo tra soggetti provenienti da gruppi familiari distinti e il principio monogamico, in forza del quale era da escludersi che la stessa persona potesse avere contemporaneamente due relazioni coniugali. L importanza del coniugium, dell unione coniugale, era altissima, perché da esso derivava la sottomissione della moglie al marito, quindi la subordinazione dei filii alla potestas del padre, quindi, in definitiva, la strutturazione della cellula di base di tutto lo stato romano, vale a dire della familia. In questo senso si disse che il matrimonio era il semenzaio dello stato ( est matrimonium seminarium rei publicae ). Il matrimonio contemplato nell ordinamento giuridico romano era un istituto regolato dal costume, dalla morale e dalla religione ancor prima che dal diritto. Il processo che portò il XVIII

19 matrimonio a essere riconosciuto come istituto giuridico fu molto lungo e si concluse solo nell età delle XII Tavole. In questo periodo, infatti, si verificarono alcune significative innovazioni tra cui la più significativa fu certamente l istituzione della cosiddetta manus maritalis. Già presente in precedenza, ma ora riconosciuta anche dal punto di vista giuridico, la manus era l autorità ( rapportabile, sia pur con qualche differenza, alla patria potestas ) che il marito acquistava sulla moglie al momento del matrimonio. Attraverso la manus, quindi, il vir assumeva pieni poteri sulla uxor la quale, a sua volta, recideva ogni legame di tipo giuridico con la famiglia d origine ed entrava a far parte di quella del marito, assumendo lo status di figlia di famiglia ( filiae loco ). Atti costitutivi della manus maritalis erano l antica confarreatio, destinata a cadere presto in disuso e due nuove procedure nuziali: la coemptio e l usus. La prima probabilmente era la forma plebea di nozze e consisteva nella simulazione della vendita della donna al marito, da parte del padre della sposa. Per ottenere la moglie, il marito doveva pagare dinnanzi a cinque testimoni il prezzo simbolico di una moneta. L usus, invece, costituiva una forma di creazione del vincolo matrimoniale piuttosto insolita, basata sulla constatazione del fatto che un uomo ed una donna non coniugati avessero convissuto. per più di un anno, senza interruzione, nella medesima casa. Il matrimonium cum manu fu un'istituzione fondamentale per tutto il periodo arcaico mentre, già nelle ultime fasi dell'età repubblicana, esso iniziò ad essere rapidamente soppiantato da una nuova tipologia giuridica di matrimonio, il cosiddetto matrimonium sine manu. Il matrimonium sine manu Con buone probabilità, il matrimonium sine manu, si originò proprio a partire dall usus e dall istituzione di un particolare provvedimento ad esso connesso, che prende il nome di trinoctii usurpatio. Secondo questa pratica, se la donna, durante l anno di convivenza, trascorreva tre notti consecutive fuori casa il marito non poteva esercitare su di lei la manus maritalis. L abolizione della manus maritalis attraverso la trinoctii usurpatio, tuttavia, non si presentava come un provvedimento a favore della donna, che, comunque, si trovava sottoposta all autorità del padre o di un tutore, ma costituiva, semmai, un espediente giuridico, creato per lo più per favorire, su motivazioni prevalentemente economiche, la sua famiglia d origine. Soprattutto in determinati casi, come, ad esempio, l acquisizione di beni patrimoniali da parte della donna, era, infatti, interesse della famiglia d origine continuare a esercitare un potere su di lei, anche una volta sposata, per trarre vantaggio da particolari situazioni che, altrimenti, sarebbero state gestite dal marito. Nonostante questi aspetti, è tuttavia innegabile che, seppur indirettamente, attraverso la trinoctii usurpatio, le donne, non più sottoposte all autorità ufficiale del marito, ricavarono indubbiamente diversi vantaggi e, progressivamente, una maggiore libertà d'azione. XIX

20 L' affectio maritalis È importante ricordare che dal punto di vista legislativo, il matrimonium sine manu era «un atto giuridico negoziabile, a struttura bilaterale e a carattere continuativo»: esso si basava cioè sulla volontà ( definito anche affectio maritalis ) di entrambi i coniugi a vivere insieme e perdurava fin quando persisteva tale volontà. Nel momento in cui tale consenso veniva meno da parte anche di uno solo dei due coniugi, il vincolo matrimoniale risultava nullo. L'affectio maritalis era, dunque, la componente più importante, quella che rendeva realmente legittimo il matrimonio. Per avere, tuttavia, una sua validità giuridica, il reciproco e perseverans consensus da parte dei coniugi presupponevano nei soggetti interessati la capacità di intendere e di volere; infatti, qualora, ad esempio, uno dei due coniugi presentasse segni di squilibrio mentale ( fosse cioè furiosus ) o qualora fosse esercitata una vis compulsiva, non era possibile né la costituzione, né la prosecuzione del matrimonio. L'età imperiale e l'avvento del Cristianesimo Con l avvento del principato, la struttura giuridica del matrimonio restò sostanzialmente la stessa dell età repubblicana e neanche le leggi promulgate da Augusto apportarono significative modifiche. La Lex Iulia de maritandis ordinibus ( 18 a.c. ) e la Lex Papia Poppaea nuptialis ( 9 d.c. ) rientravano, infatti, all interno di un più vasto progetto legislativo a favore della famiglia. Attraverso tali provvedimenti legislativi Augusto mirava piuttosto ad incentivare i matrimoni, predisponendo tasse e limitazioni a carico dei celibi ( caelibes ) e degli sposati senza figli ( orbi ) ed offrendo agevolazioni nei confronti delle famiglie prolifiche ( il cosiddetto ius liberorum ). Solo l avvento del Cristianesimo ed il suo progressivo diffondersi portarono a numerosi cambiamenti in ambito giuridico. La concezione cristiana del matrimonio come Sacramento e la conseguente avversione nei confronti del divorzio, pratica molto diffusa nella Roma imperiale, portarono progressivamente a modificare la struttura giuridica del matrimonio e a trasformarlo da negozio giuridico, basato sulla volontà dei coniugi a rapporto giuridico, fondato esclusivamente sul consenso iniziale dei coniugi a vivere insieme: veniva meno, quindi, il carattere di continuità dell accordo; dal primo consenso e solo da quello si originava ed acquisiva legittimità il matrimonio. XX

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