Per amore del lavoro Claudia Landini

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1 Dopo 15 anni di espatrio, oggi che vivere all estero è diventato per me naturale e parte intrinseca del mio esistere, fatico a pensare a un tempo in cui vivevo e lavoravo in Italia, e i miei anni passavano in modo regolare, con vacanze (all estero e non) ogni estate, e progetti limitati alle nostre frontiere. Eppure c è stato un momento in cui anch io, come tante altre mie coetanee, avevo terminato i miei studi, e avevo cominciato a crearmi una figura professionale e un giro di clienti sono traduttrice e interprete, e lavoravo, prima dell espatrio, come freelance a Milano. Come tante mie coetanee, però, l amore ha cambiato la direzione della mia vita. Quando decisi di seguire in Africa il mio attuale marito, mi trovavo nelle condizioni ideali, almeno per me e rispetto a quelli che erano i miei obiettivi: vivevo sola, lavoravo in maniera indipendente, non avevo ancora un giro di clienti solido e comprovato ma mi stavo guadagnando la stima di numerose agenzie di traduzioni, e le possibilità crescevano. Tutto andava bene, tranne il piccolo dettaglio che la mia vita sentimentale da ormai due anni andava avanti tra alti e bassi, tra viaggi, ritorni, addii, visite fugaci, periodi di crisi. Mio marito lavorava infatti nell umanitario, e passava da una missione all estero all altra. Ci vedevamo nei suoi periodi di pausa in Italia, quando e se potevo andare a trovarlo io, o addirittura in destinazioni intermedie tra me e lui, ovvero tra il mio mondo e il suo. Quando a un certo punto è diventato chiaro che lui non avrebbe certo rinunciato al suo lavoro per me (e del resto io non gliel ho mai chiesto) e che io non avrei potuto rinunciare a lui per perseguire una carriera a Milano, ho dovuto prendere la decisione di abbandonare il mio lavoro e i miei contatti in Italia, e seguire lui in Sudan, dove si stava recando per una missione di un anno. In realtà la decisione non mi è costata molto, perchè c erano tutte le condizioni affinchè questa scelta non assumesse da subito un carattere definitivo e irreversibile. Decisi infatti di raggiungerlo a fine giugno, dandomi due mesi di tempo per guardarmi intorno e capire se volevo davvero restare lì con lui un anno intero. Se la cosa non avesse funzionato, sarei rientrata in Italia, e avrei ripreso tutti i miei contatti, sicuramente non compromessi dopo la pausa estiva. Mi era chiaro che non sarei potuta restare in Sudan un anno se non avessi trovato lavoro, ma con la mia scarsa o meglio inesistente esperienza oltrefrontiere, non riuscivo proprio ad immaginare come inserirmi in un contesto lavorativo, e in quale. L impatto con il Sudan è stato a dir poco sconvolgente. Non solo in termini di avvicinamento a una cultura completamente differente dalla mia, ma anche per il tipo di vita che vi si conduceva a livello di comunità di espatriati. Quando arrivai a Khartoum, la capitale, i Fratelli Musulmani avevano appena fatto il loro colpo di stato, instaurando il generale Omar Bashir alla presidenza, ripristinando la legge della Sharia, e prendendo una serie di misure repressive volte a soffocare qualsiasi moto di protesta. La guerra nel sud del paese del resto non era certo cosa nuova: da anni ormai il nord musulmano e il sud cristiano si confrontavano in un conflitto sanguinoso che aveva sconvolto le popolazioni del sud e che era poi anche il motivo per cui mio marito si trovava sul posto, con la sua organizzazione umanitaria. Ho dovuto dunque, il più rapidamente possibile, immagazzinare una serie di informazioni, assorbire una serie di regole, cercare di capire l umore della gente in quel determinato momento e contesto, mentre mi adattavo a un clima differente, a una serie di persone di tutte le nazionalità, con le quali condividevamo l alloggio, a una relazione sentimentale differente, visto che adesso persino con mio marito mi trovavo in un contesto completamente diverso, che influiva ovviamente anche sulle nostre dinamiche di coppia. E stato proprio durante questi primissimi e intensi tempi che è venuta naturalmente a galla in me la passione per tutto quello che è straniero. Non è sicuramente un caso che abbia deciso di usare le lingue straniere per lavorare, da sempre mi ha appassionata poter parlare altre lingue per entrare più a fondo dentro ad altre culture. L esperienza in Sudan ha portato alla luce prepotentemente quella che era la mia predisposizione all apertura su altri mondi, verso altre culture, altri modi di concepire la questioni della vita. Un laboratorio severo, il Sudan, in questo senso. Ho dovuto abituarmi a rispettare le regole che reggono i rapporti tra uomini e donne in

2 quel contesto : non arrabbiarmi se un uomo si rifiutava di darmi la mano, vestirmi sempre con pantaloni o gonne sotto al ginocchio e maglie con le maniche (mezze maniche al limite, ma assolutamente mai senza maniche), frenare la rabbia di fronte ai racconti di mutilazione genitale e l atteggiamento di assoluta beatitudine che uomini e donne locali mantenevano rispetto al discorso. Ho dovuto imparare a vivere in un clima di privazioni talmente generalizzato che toccava anche gli stranieri, di solito sempre privilegiati sotto certi aspetti : un anno senza zucchero, un anno senza alcohol (o meglio, bevendo alcohol di nascosto), un anno durante il quale non si sapeva mai cosa sarebbe mancato il giorno dopo la benzina, le sigarette, la carne, le medicine? Soprattutto ho dovuto imparare che il mondo non è solo quello in cui a noi capita di nascere e dove viviamo, ma che esistono altri mondi, fatti di dolore, di sofferenza, di privazioni, di indicibili violenze, di estrema precarietà su tutti i fronti, di miseria, di abiezione. Una volta toccata da questa esperienza, mi è stato chiaro che non sarei potuta tornare a dipingermi le labbra per andare ad accogliere stranieri ospitati in lussuosi hotel per un convegno internazionale, né che mi interessava passare ore china su una traduzione tecnica mentre avrei potuto usare la mia conoscenza linguistica per altri scopi, soprattutto per essere produttiva in altri contesti. In questo senso sono stata fortunata perchè, a differenza di quanto capita a molte, non ho sofferto sindrome da rinuncia alla mia propria carriera per seguire il partner, dal momento che il mondo che mi si è aperto davanti mi ha ampiamente ripagata dall aver dovuto cambiare così bruscamente direzione lavorativa e di vita. Sono stata fortunata anche perchè a causa della guerra in Sudan e per le conseguenti attività che si richiedevano incessantemente alla sede dell organizzazione per la quale mio marito lavorava, una mano in più non guastava certo, e poco dopo il mio arrivo sono stata assunta come volontaria ma con uno stipendio più che dignitoso, con mansioni amministrative e logistiche. Un esperienza fortissima e meravigliosa, che ha per sempre consolidato in me il desiderio di vivere a contatto di altre culture e altri mondi. Quando è terminata la missione in Sudan, è arrivata la proposta di andare in Angola. In quel momento avevo due cose ben chiare in testa : una, che la mia vita era ormai intrinsecamente legata a quella del mio futuro marito, e non seguirlo per la seconda volta avrebbe significato rimettere tutto in gioco e dover cercare altre forme di relazionamento, due che dopo l esperienza in Sudan avrei avuto grandissime difficoltà a riprendere il mio lavoro a Milano, non perchè mi avessero nel frattempo dimenticata (sono riuscita a lavorare un po tra il Sudan e l Angola) quanto perchè mi riusciva piuttosto difficile ritrovare nel mio lavoro lo stesso gusto che provavo prima di aver lavorato in Sudan. Per fortuna anche in Angola c era un posticino per me : sempre con mansioni logistico-amministrative, e a fianco di mio marito. L Angola è stata la svolta definita nella mia vita, perchè lì mi sono sposata e sono rimasta incinta del mio primo figlio. Una personcina che si aggiungeva alla nostra vita, che d altro canto diventava sempre più raminga in prospettiva, considerando il fatto che mio marito nel frattempo andava specializzandosi su missioni all estero. A quel punto della mia vita si andava anche delineando nettamente la mia posizione: * lavoravo in un ambito appassionante, ma che non era il mio. Non avevo ricevuto nessuna formazione in campo umanitario o sociale, e lavoravo usando il buon senso, le mie innate capacità umane e linguistiche e quanto avevo imparato nella mia precedente esperienza in Sudan. *il figlio in arrivo mi legava indissolubilmente a mio marito, e di conseguenza ai suoi ritmi di lavoro all estero *questo figlio sarebbe stato sballottato di qua e di là nel mondo, e probabilmente in paesi non facili, e avrebbe quindi richiesto la mia presenza costante

3 *perdevo terreno rispetto a quella che era la mia formazione originaria : non avevo più occasioni di esercitare il tedesco, la mia seconda lingua di diploma in interpretariato, perdevo i contatti, perdevo elasticità nel tradurre Qualsiasi idea di ripresa di studi o di lavoro si allontanava. Ho lavorato in Angola fino al sesto mese di gravidanza, e sono poi rientrata in Italia per partorire. Ho vissuto sette mesi in Italia con mio marito e il bambino, e poi è giunto il momento di ripartire. Questa volta la destinazione era la Guinea-Bissau, un paese piccolissimo e sconosciuto ai più, e il contratto ce l aveva solo mio marito. La realtà in una capitale africana con un bebé è nettamente differente da quella che si può vivere quando si ha da badare unicamente a se stessi. Sbarcare con un bebé di sette mesi in una capitale come Bissau è stata tutta un avventura. Ai tempi esisteva un solo grande supermercato con prodotti importati, e l unico posto dove si trovavano i pannolini per bambini. Appena arrivava il container dall Europa, il passa parola serpeggiava rapidissimo tra gli espatriati, che correvano a far scorta di generi introvabili altrove (per me, appunto, i pannolini). Bissau era un groviglio umano che avrebbe spaventato molti : fogne a cielo aperto, marciapiedi disastrati, strade con buchi, quando non voragini, improvvise, o strade non asfaltate che mischiavano continuamente la loro polvere alla vita quotidiana degli abitanti, che si alloggiavano spesso in case di fortuna senza latrine, con tetti improvvisati, senza porte... La fornitura dell acqua e della luce erano estremamente irregolari, per non dire fantasiose. Ho trascorso due anni e mezzo a lume di candela, perchè alle sette di sera, cioè esattamente quando il sole calava, toglievano la corrente elettrica. Ho imparato a cambiare il pannolino del mio bambino usando una brocchetta con la quale lo lavavo dopo aver raccolto l acqua dal catino. Al momento dello svezzamento non c erano grandi cose da proporgli a parte grandi passati di frutta e verdura, e un po di carne e pesce. Il caldo umido e costante rendeva difficile mantenere la pazienza mentre giocavo col pargolo tutto il santo giorno finchè non è stato in età da andare al nido e risollevarmi almeno qualche ora al mattino. E stato in quel momento che ho sentito l esigenza di rimettermi a lavorare, e ho avuto la fortuna di trovare un posto in una ong. Fino ad allora non mi ero sentita particolarmente depressa per il fatto di trovarmi bloccata a casa con un infante, e a fare le peripezie per mantenere la nostra vita a un livello di normalità nel mezzo di tutti i problemi logistici che affrontavo quotidianamente. Al contrario, stare col bebé mi piaceva. Era il mio primo figlio e consideravo un privilegio il fatto di poter passare molto tempo con lui e di poterlo seguire personalmente in tutte le fasi della sua giornata. Del resto non avrei potuto fare altrimenti. Molte donne arrivano in un paese straniero e quando hanno organizzato le cose un minimo perchè la logistica famigliare funzioni, si buttano nel lavoro lasciando spesso i figli con delle baby-sitter del posto che magari non parlano neanche la loro lingua. Probabilmente è una questione di forma mentale e di predisposizione, ma a me questa cosa non è mai riuscita. Non l ho neanche mai provata, perchè in tutti i miei spostamenti non ho mai sentito che l esigenza di lavorare fosse più forte di quella di stare a contatto coi miei figli e seguirli passo per passo. In ogni caso a Bissau trovai un posto come traduttrice e interprete presso una ong straniera che era da poco arrivata nel paese per montare diversi progetti sanitari, e i cui coordinatori non parlavano ancora portoghese. Io lavoravo dunque al loro fianco traducendo lettere, rapporti, e quant altro, e facendo da interprete durante le riunioni. Era un lavoro ideale perchè si svolgeva al mattino proprio mentre il bambino era al nido. Un lavoro molto interessante, perchè attraverso la traduzione da una lingua all altra imparavo tantissime cose sul paese e in particolare sulle tematiche sanitarie, e sulla cultura e i modi locali. Ma non ho mai smesso di sentire, neanche per un momento, che era un lavoro di ripiego, ovvero qualcosa che sceglievo di fare perchè mi trovavo in quel determinato contesto e perchè potevo infilare qualche ora libera in tutto il tempo che dedicavo al bambino. Non che questo mi togliesse gusto nel farlo, ma, come mi è poi capitato in seguito, il fatto che si trattasse di un lavoro temporaneo, di fortuna, e soprattutto comunque sottoposto ai ritmi dettati dal lavoro di mio marito e delle esigenze famigliari, non lo

4 rendeva un elemento di realizzazione personale molto forte. Al contrario, senza rendermene conto ho cominciato a cercare altri spazi e motivi di realizzazione personale, spazi slegati dal discorso puramente professionale e lavorativo. Ma tutto questo mi si sarebbe chiarito più avanti. Per il momento mi trovavo a rientrare in Italia con un bambino di due anni e mezzo e un contratto che terminava senza che ne cominciasse un altro all immediato. C è stata dunque una pausa italiana di otto mesi circa, durante la quale mi sono comunque data da fare, e ho tenuto un corso di francese presso un istituto professionale a Milano. Esperienza che mi è piaciuta molto, perchè il contatto con le persone è qualcosa che ovunque e sempre mi piace, ma che ha consolidato quella sensazione che già avevo provato a Bissau : stavo lavorando, nel senso che facevo qualcosa che mi fruttava uno stipendio, ma non era un lavoro che mi ero scelta, coltivata, che avevo seguito, nel quale avevo impegnato giorni, percorsi, specializzazioni. Poi è venuto il Congo. Partenza a fine marzo, dunque sradicando di botto il bambino dalla scuola materna che aveva cominciato a frequentare in Italia, e nell impossibilità di inserirlo all immediato nella scuola che avevamo scelto per lui sul posto. Mesi, dunque, in un nuovo paese, con scarsissime conoscenze, e a stretto contatto col bambino. Mesi duri, di isolamento, di adattamento, durante i quali ho vissuto nuovamente e brutalmente quello che significa l arrivo e la ricerca di una propria collocazione in una nuova realtà e a contatto con una cultura sconosciuta. Tutta l esperienza che cominciavo comunque ad accumulare in questo ambito spingeva da dentro per trovare, lei stessa, una collocazione, uno sbocco. Mi dicevo che pur non avendo lavorato in maniera continuativa, e non essendo portatrice di un titolo professionale applicato alla pratica, avevo pur sempre accumulato un bagaglio di conoscenze informali, che potevano e dovevano venire in qualche modo utilizzate. E stato proprio in quel periodo che mi è venuta l idea di fondare una rete internazionale di donne che si appoggiasse nei trasferimenti in Africa. Un avventura cominciata molto in sordina e nel momento in cui Internet in Africa era agli albori, ma che seguo tutt oggi con passione e dedicazione. Uno spazio mio in cui ho potuto creare, inventare, sperimentare, usare le lingue, le mie esperienze passate, la mia capacità di comunicazione, il desiderio di connettermi ad altre culture e di fare qualcosa nel mio piccolo per mettere la mia conoscenza al servizio di altre donne, ed aiutarle a vivere in positivo, spronando altre donne a fare lo stesso. Questa è stata una delle cose molto importanti che sono risultate dalla mia esperienza di espatrio. Ne sono seguite tante altre. Ho avuto la fortuna di trovare sempre dei modi per incanalare la mia esperienza e farla fruttare in maniera soddisfacente per me stessa e per gli altri. Abbiamo dovuto abbandonare il Congo precipitosamente a bordo di una canoa, quando la guerra civile è scoppiata nella capitale da un giorno all altro. Fu un esperienza talmente traumatizzante per tutta la famiglia, che decidemmo di prenderci una pausa in Italia per riposarci, rilassarci e fare un break dalla vita intensa dell espatrio. In realtà il periodo italiano si rivelò più duro del previsto. A quel punto avevamo due figli, il nostro secondogenito era nato da neanche un anno, e vivere in una grande città italiana con due bambini piccoli era molto complesso, soprattutto dopo essersi abituati ai grandi spazi aperti africani, e al clima sempre soleggiato e favorevole. Ci rendemmo conto che il riadattamento alla propria cultura dopo aver vissuto in contesti così differenti era qualcosa che richiedeva impegno, dedizione e soprattutto tempo. Lasciare da un giorno con l altro un paese nel quale si è vissuti per più di due anni, dover troncare brutalmente le relazioni costruite nel corso del tempo, e soprattutto lasciare le persone che si amano nell incertezza più totale su tutti i fronti, è un esperienza talmente devastante, che si fa realmente fatica a trovare un modo per conciliarla con la realtà di casa, dove molto si misura su valori materiali ben definiti, e dove a volte si ha l impressione di non trovare uno sbocco per poter parlare di cose che fuoriescono dallo stretto quotidiano. Nonostante tutti i problemi pratici e

5 psicologici legati al riambientamento, peraltro temporaneo, in patria, ho lavorato come insegnante di francese durante i due anni trascorsi in Italia, ma sempre con contratti a termine dato che, sapendo che saremmo prima o poi ripartiti, non potevo prendere impegni indefiniti. La destinazione successiva fu l Honduras, quindi un continente completamente differente, altra storia, altra cultura, altra lingua. Un riadattamento totale per noi e per i bambini, che una volta di più mi ha vista in primo piano impegnata ad accompagnarli da vicino in questa fase lunga e complessa. In Honduras si è aggiunta una novità, con la quale non mi ero mai confrontata prima: dato il tipo di accordo che il governo honduregno aveva con l organizzazione di mio marito, io, come moglie accompagnante, non avevo il diritto di lavorare. Una clausula piccola e quasi inosservata che però per tutto l esercito di mogli a seguito può determinare la riuscita o non riuscita di un soggiorno in un paese straniero. Io, che arrivata a quel punto sentivo sempre meno la necessità di trovarmi un occupazione retribuita, non ci ho proprio sofferto, quando l ho scoperto, ma altre coetanee nella mia stessa situazione non l hanno certo presa con la mia stessa filosofia. Naturalmente poi i modi per aggirare l ostacolo esistono sempre, e le varie entità interessate ad impiegare donne straniere sapevano come organizzare un assunzione che risultasse alla fine regolare. Io ricevetti infatti qualche proposta, e anche interessante, sempre nel campo dell insegnamento linguistico. Ma a quel punto mi ero già inserita in un organizzazione di donne internazionali che gestivano, volontariamente, dei progetti molto interessanti. In particolare arrivai nel momento in cui un ambasciata straniera aveva donato dei fondi per ampliare il reparto ustionati del principale ospedale per bambini di Tegucigalpa. Presi a cuore il lavoro con i bambini ustionati e a contatto con le autorità dell ospedale, e quando mi proposero di lavorare a tempo pieno insegnando l inglese in un università capitalina abbastanza quotata, entrai molto in crisi perchè sapevo che il lavoro all università mi avrebbe tolto la possibilità di continuare a seguire il progetto all ospedale. Il problema si risolse da sé quando mi comunicarono definitivamente la retribuzione massima che erano in grado di offrirmi: una cifra, come si può immaginare, realmente irrisoria, che non avrebbe portato nessun cambio nella nostra economia famigliare e sarebbe in parte sicuramente stata assorbita per pagare dei servizi dei quali al momento, libera da impegni lavorativi, mi occupavo io. Per me quello fu un altro importante momento di riflessione. Mi resi conto definitivamente del fatto che non solo i lavori che una moglie a seguito può trovare sottostanno ai ritmi del marito e della famiglia, ma che anche la retribuzione per questi impieghi di ripiego sottosta a regole e scale ben precise, e rarissimamente corrisponde alle capacità professionali e all esperienza accumulata della persona. Mi chiesi francamente quale delle due esperienze mi avrebbe, alla lunga, arricchita di più a livello umano e culturale, e decisi che restare con i bambini ustionati dell ospedale pubblico della capitale era più interessante ed istruttivo. Oltretutto questo particolare progetto implicava anche il fatto di entrare in contatto con i donatori, mantenere le relazioni pubbliche, riunirsi con giornalisti, direttori di ospedali e preparare budget con cifre non irrisorie, oltre che, naturalmente, toccare con mano la miseria e la disperazione di una grande fetta della popolazione locale, che si accidentava perlopiù per cause legate alla propria condizione sociale, e non poteva permettersi cure costose. Quindi, tutto sommato, un esperienza completa dall inizio alla fine, e che mi sarebbe servita non solo a meglio capire la realtà del paese e dei progetti umanitari in genere, ma anche per il futuro. Fu probabilmente in Honduras che riuscii definitivamente a staccarmi da certi stereotipi legati alla moglie accompagnante, e mi liberai del complesso di inferiorità che mi sentivo pesare addosso ogniqualvolta qualcuno mi domandava se lavoravo, o perdeva interesse in me quando dicevo che mi occupavo dei figli e della casa. Fu lì che capii una volta per tutte che la ricchezza della mia esperienza di moglie espatriata ha esattamente lo stesso valore che si può attribuire a

6 un esperienza lavorativa retribuita, perchè ciò che importa è quello che io in prima persona traggo da tutto ciò, e come io lo vivo. Pur senza aver ingrassato il conto in banca, nel trascorso della mia vita di espatriata ho imparato nuove lingue, conosciuto centinaia di persone di una miriade infinita di nazionalità, guardato e toccato con mano situazioni di durezza estrema e di una tragicità profonda, viaggiato attraverso una varietà di paesaggi e popoli infinita, imparato a funzionare in un buon numero di culture profondamente differenti dalla mia, seguito con interesse la vita politica e sociale di paesi dei quali prima non conoscevo l esistenza, imparato una miriade di ricette di tutte le parti del mondo, assorbito modi di fare, di dire, usi, costumi, abitudini, debolezze e punti forti di persone con le quali ho avuto il privilegio di mischiarmi per un periodo di tempo... tutto questo mi ripaga ampiamente dal fatto di non aver avuto una mia carriera professionale. E in fondo non mi importa neanche che non mi venga riconosciuto il valore della mia esperienza di espatriata, perchè in ultima analisi, quello che più conta per me è l aver usato questa esperienza non solo per aprirmi la mente e ampliare i miei orizzonti, ma anche e soprattutto per aver dato l opportunità ai miei figli di crescere nel mondo, di sbocciare come cittadini del mondo. Sono orgogliosa e felice di aver dato loro la possibilità di imparare fin da piccoli ad esprimersi, leggere, scrivere, pensare, sognare e scherzare in tre o quattro idiomi differenti, di spronarli ad assorbire il concetto che nella vita nulla deve darsi per scontato perchè quello che loro hanno a loro disposizione non è lo stesso di cui dispongono bambini della loro stessa età che hanno avuto la sfortuna di nascere ad altre latitudini e in altri contesti sociali. Sono felice e orgogliosa del fatto che queste cose i miei figli non le hanno apprese attraverso dei libri o uno schermo televisivo, ma le hanno viste con i loro propri occhi e le hanno toccate con le loro stesse mani. Mi riempie di gioia il fatto di vedere la mia casa piena di gente di tutte le nazionalità e provenienze e vedere quanto i miei figli si aprano a questo caleidoscopio culturale con la naturalezza che impiegano a passare da una lingua all altra. Se per arrivare a tutto questo ho dovuto rinunciare a far carriera, posso affermare con assoluta certezza che il sacrificio è valso la pena, e che se dovessi tornare indietro, rifarei esattamente le stesse cose, e sceglierei esattamente ciò che ho scelto finora. Anche se questa vita comporta dei sacrifici, delle perdite, degli aspetti duri e a volte molto difficili da gestire. Attualmente viviamo in Perù, dove al momento in cui racconto questa mia storia sappiamo che ci tratterremo ancora un paio di anni. Il tempo passa e lentamente si prospettano altri scenari: il primo figlio è ormai un pre-adolescente, il secondo cresce a vista d occhio. Siamo tutti coscienti del fatto che a breve dovremo prendere delle decisioni diverse da quelle che hanno guidato la nostra vita finora. Dovremo probabilmente fermarci in un posto sufficientemente a lungo per dare ai ragazzi la possibilità di crearsi delle reti di amicizie indipendenti da noi, e di potersi dedicare agli studi universitari in maniera serena e nel contesto adeguato. Arriverà quel momento e lo affronteremo. E forse cosciente del fatto che un grande cambiamento ci attende, mi godo ancora di più questo stile di vita internazionale e il fatto di vivere in una cultura differente. Gioisco nell incontrare sempre più persone di nazionalità svariate, e nello stringere rapporti sempre più profondi con persone del posto. Gioisco quando mi rendo conto che ho trovato la mia collocazione in una cultura sconosciuta e complessa, e che riesco a muovermi in maniera disinvolta in un ambiente che fino a un paio di anni fa non conoscevo. Ma soprattutto sono grata alla mia esperienza all estero perchè mi ha insegnato cose che non avrei mai e poi mai avuto l occasione di apprendere se fossi restata in Italia a fare l interprete. Sono diventata più elastica, ho imparato ad adattarmi come un camaleonte a tutte le situazioni che la vita mi presenta, a plasmarmi su quelle che sono le condizioni dell ambiente in cui mi trovo a vivere. Questo esercizio, che mi ha fatto guadagnare in elasticità, ha anche cambiato la mia posizione rispetto alla vita in generale. Mi sento più forte, più adeguata, più preparata a cambiamenti improvvisi e a situazioni spinose.

7 Un anno fa ho fondato con altre donne che come me vivono all estero da anni, un portale internazionale per tutte le donne espatriate del mondo. Per me è un po la somma di tutto quello che ho vissuto finora. E uno spazio in cui posso dar sfogo alla mia creatività e parlare della mia esperienza di moglie espatriata a seguito di un marito produttivo, sapendo di venir compresa e di aiutare, con le mie parole, altre donne nel complesso cammino dell identificazione di se stesse, in un contesto così difficilmente classificabile. E per me un punto di arrivo e allo stesso tempo un esperienza che mi apre un infinità di scenari possibili : scenari di confronto, di crescita, di presa di coscienza di questa esperienza unica, e del forte desiderio di valorizzarla. Perchè di valore ne ha. E tanto.

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