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1 N. 52 ottobre 2007 ORGANO DELLA PASTORALE SANITARIA DELLA DIOCESI DI ROMA

2 N. 52 settembre 2007 S O M M A R I O Organo della Pastorale Sanitaria della Diocesi di Roma Direzione, Redazione e Amministrazione Vicariato di Roma P.zza S. Giovanni in Laterano, 6/a Roma Tel. 06/ Fax 06/ Sito: Armando Brambilla Direttore Responsabile: Angelo Zema Coordinamento Redazionale: Dr. Sergio Mancinelli Comitato di Redazione: Don Sergio Mangiavacchi, Padre Carmelo Vitrugno, Elide Rosati Maria Adelaide Fioravanti Amministrazione: Dott. Vincenzo Galizia Editore: Diocesi di Roma Piazza S. Giovanni in Laterano, 6/a Roma Tel. 06/ FAX 06/ Versamenti sul conto corrente postale n Specificando la causale: Pastorale Sanitaria Periodico Trimestrale Registrato al Tribunale di Roma Reg. Stampa n. 200 del Finito di stampare il 5 ottobre 2007 per i tipi della PrimeGraf Tel (r.a.) - Fax Gesù è il Signore: educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza PAG 3 I racconti di guarigione nel Vangelo di Giovanni 5 Nella speranza all Ospedale Bambin Gesù 9 Maria Rosa, malattia e perfetta letizia 11 Curare e prendersi cura 12 Unzione degli infermi e confessione 14 Premio Il Buon Samaritano Vivere l amore di Dio attraverso il ministero dell Eucaristia 16 Inserto: calendario-incontro Ottobre: mese del rosario 18 Novembre: in ricordo dei morti 19 Al cappellano 20 Associazione Briciole di speranza 20 Teatro e malati: il lavoro di CAPSA International 21 Il Vescovo fa il vignaiolo 22 Considerazioni 23 I volti dell umanizzazione e della disumanizzazione negli ospedali 24 L Ospedale di S. Maria dell Orto 29 Umanizzazione. Storia e utopia 32 ABBONAMENTO ANNUO: Socio sostenitore: 51,00 Comunità o Istituti: 26,00 Ordinario: 16,00 Sono sottoscrivibili abbonamenti cumulativi. 2

3 Il piano pastorale di quest anno vuole riposizionare sempre di più e meglio nella vita di ogni persona e nella comunità la figura centrale della fede cristiana che è Gesù Cristo il figlio di Dio. È un impegno non certamente nuovo per la chiesa, al quale ha dedicato i duemila anni della sua esistenza. Purtuttavia è sempre necessario ripuntualizzare che la salvezza dell intera umanità è avvenuta nell incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù di Nazaret, centro dell agire di ogni cristiano. Educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza vuol dire educarsi ed educare le giovani generazioni a scoprire il Dio che Gesù Cristo, verbo fattosi carne, è venuto a rivelarci, a rendere presente nel mondo in maniera unica e nuova. Di ciò erano talmente convinti gli apostoli che lo hanno seguito e vissuto con lui, che S. Giovanni nella sua prima lettera scrive: Quel che era fin da principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo veduto coi nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato, del verbo della vita si, la vita si è manifestata e noi l abbiamo veduta e le rendiamo testimonianza e annunziamo a voi la vita eterna, quella che era presso il Padre e che ci è stata manifestata quel che noi abbiamo visto e udito lo annunziamo anche a voi, affinché voi pure siate in comunione con noi. E la nostra comunione è col Padre e col Figlio Gesù Cristo. E noi vi scriviamo queste cose, affinché il vostro gaudio sia perfetto (1,1-4). Il rinnovato incontro con Gesù Cristo procura un perfetto gaudio, per questo abbiamo bisogno di lui, per entrare in profondo rapporto con il Padre. Egli è la via che ci conduce a Dio, è la porta che ci introduce nella vita divina. Egli è la verità sull esistenza, è la vita di Dio comunicata a noi. Chi ne ha già fatto esperienza non solo deve viverlo sempre più profondamente ma deve anche testimoniarlo agli altri, soprattutto alle nuove generazioni e negli ambienti dove è più difficile dire l amore incarnato di Dio che è Gesù, e cioè nei luoghi di cura, negli Ospedali, nelle case se- N 3 gnate dal dolore, dalla sofferenza, dalla malattia e dalla morte. Allora il programma di quest anno è ben più che un obiettivo da raggiungere. Dire Gesù è il Signore è dire l essenza del cristianesimo, è affermare la confessione fondamentale e comune della Chiesa guidata dallo Spirito Santo. È la confessione dalla quale si è sviluppato il Credo che ogni domenica alla Santa Messa proclamiamo come fondamento della nostra fede. Questo implica un adesione alla persona di Gesù, un amicizia personale con Lui che è la sorgente della vita, della sequela e della testimonianza missionaria. on si può amare ciò che non si conosce. Ecco perché a volte non si ama Gesù, perché non lo si conosce, o lo si conosce poco nella sua realtà storica e divina. Il nostro impegno negli ambienti sanitari per quest anno sarà quello di focalizzare sempre meglio la figura di Gesù come unico salvatore del mondo. Un attenzione particolare dovremmo averla nell avvicinare a Cristo e al Padre le nuove generazioni con le loro famiglie. Sono ormai diversi anni che abbiamo questi obiettivi da perseguire, per cui la sottolineatura di questo prossimo anno pastorale dovrà svilupparsi sempre più nella riscoperta dell affermazione Gesù è il Signore della vita della storia del tempo.

4 I l Gesù Signore della vita sana e malata, forte e fragile. Da qui nasce la ricerca di senso della vita quando è segnata dalla malattia e dalla sofferenza, dalla giovinezza e dalla vecchiaia. Il Signore che difende la vita dal suo concepimento fino alla morte naturale... l Gesù Signore della storia che rende tutti cittadini del Regno di Dio, con diritto di accoglienza, soprattutto agli ultimi della fila, ai deboli senza voce ne raccomandazioni, ai malati senza speranza, a tutti coloro di cui nessuno si prende cura. l Gesù Signore del tempo che ci costringe a rivedere i nostri progetti, i pensieri, i modi di sentire e di vivere i rapporti con gli altri. È colui che aiuta a vivere il tempo della malattia come un tempo nel quale c è una verità da apprendere e su cui registrare il nostro e il Suo progetto di vita. La vita sulla terra non è per sempre e deve essere vissuta con la consapevolezza che non si può fermarla all infinito. Il tempo della vita va vissuto in Cristo, perché è preparazione all incontro finale con l eternità. Allora professare Gesù come Signore significa impegnarsi affinché la sua signoria si renda sempre più presente e manifesta in ogni momento della nostra vita, nella salute e nella malattia, si manifesti nella storia personale e comunitaria, si manifesti come vittoria sulla morte e speranza futura. Ma significa anche impegnarsi a costruire rapporti segnati dal suo comandamento: di amare, vivere d amore e diffondere l amore nei nostri ambienti segnati talvolta dal disimpegno, dalla fretta e superficialità, dall interesse economico e dal carrierismo ecc. Vivere tutto questo non è semplice ne facile; tuttavia dobbiamo impegnarci e sperare contro ogni speranza che le cose possono cambiare in meglio con il piccolo o grande contributo di tutti, ma soprattutto con la grazia di Dio portataci da Gesù Cristo sempre operante nella sua chiesa e nel mondo. Diaconia delle coscienze l Papa Benedetto XVI al Convegno di Verona ha parlato della necessità di un servi- zio educativo, definendolo Diaconia delle coscienze, da offrire a tutti, in particolare alle giovani generazioni. Se ciò vale per ogni ambito, è nell ambito sanitario che è necessario maggiormente educare a recuperare la coscienza del valore sacro della vita nascente, come di quella ferita dalla malattia e la morente, il bisogno di curarla e difenderla dalla cultura di morte imperante. L impegno educativo dovrà essere quello di aiutare ogni persona a recuperare il significato della realtà totale della persona alla luce di Gesù Cristo centro e propulsore della vita e della crescita umana. Dice il documento della Gaudium et spes del Concilio Vaticano II: Solamente nel mistero del verbo incarnato trova vera luce il mistero dell uomo... Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l uomo all uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (22). L Educazione si esercita con una speciale vicinanza di amore alla persona e deve assumere il nome di misericordia, che rimanda alla persona di Gesù, il misericordioso per eccellenza, immagini di un Dio che è Padre di misericordia. Si veda la parabola del Padre misericordioso, detta del Figliol prodigo, (Lc15,11ss) dove Gesù attraverso la parabola mostra l atteggiamento di Dio nei confronti dell uomo che chiede di gestire liberamente il patrimonio della sua vita senza riferimento al suo creatore e così facendo finisce per fare il guardiano dei porci perdendo libertà e dignità. Di fronte alle scelte così distruttrici Dio non ci lascia in balia di noi stessi ma aspetta e favorisce il nostro ritorno per accoglierci a braccia aperte e ridarci la nostra dignità di figli di Dio. Viviamo e testimoniamo la misericordia del Signore negli ambienti sanitari e tutto, malattia, sofferenza, morte, sarà più lieve e possibile da vivere. Buon anno pastorale. X Armando Brambilla Vescovo Ausiliare di Roma Delegato per la Pastorale Sanitaria 4

5 I RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI Carattere salvante e liberante dell agire di Gesù Per quanto ridotte di numero, tutte e quattro le guarigioni narrate dal Vangelo di Giovanni (guarigione del figlio dell ufficiale regio, del paralitico, risurrezione di Lazzaro, del cieco nato) mostrano come Gesù sia particolarmente sensibile nei confronti del dolore umano e sempre disposto, nei limiti consentitigli dal Padre celeste, di alleviarne la pesantezza. Questo vale, in modo speciale, per quegli interventi nei quali a essere coinvolto non è solo il suo potere di taumaturgo, ma anche il suo cuore di persona dotata di grande umanità e capace di forti emozioni. È il caso dove si dice che guarisce il figlio dell ufficiale regio dopo che questi, in preda alla disperazione, ha percorso un lungo viaggio (circa 30 chilometri), gli si è prostrato davanti con il nodo alla gola e, lì davanti, incurante della gente, non ha fatto che ripetergli, una, due, tre volte: Signore, scendi prima che il mio bambino muoia (4,49). Dove si dice che ordina al paralitico di Betesda: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina! (Gv 5,8), dopo averlo visto disteso a terra (5,6) e dopo aver saputo che era lì da 38 anni, senza che alcuno lo degnasse, neppure una volta, di un po di pietà (5,7). Dove si dice che ordina a Lazzaro di uscire dal sepolcro (11,43), dopo aver incontrato, separatamente, le sue sorelle, Marta e Maria, sfatte dal dolore (11, 18-34), dopo aver visto in lacrime quest ultima (11,33), dopo essersi profondamente commosso (11, ), dopo essere scoppiato in pianto anche lui (11,35) e dopo che l evangelista si è premurato di rilevare che Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro (11,5), come pure che il morto era un suo amatissimo amico (11,3. 11). Altrettanto indicativo, al riguardo, è constatare che, in almeno due circostanze, la guarigione avviene nel contesto di un Gesù che, prima di fare il miracolo, posa il suo sguardo su chi incontra, si ferma e ne prova pietà (5,6; 9, 1). Per quanto si riferisce poi alla guarigione del paralitico di Betesda e del cieco nato, sappiamo che essa avviene in giorno di sabato (5,9-10; 9,16), giorno di assoluto riposo, e dunque con il preciso intento di far capire che agli occhi di Gesù non ci sono sabati che tengano allorché a farne le spese è il bene dell uomo. Chiaramente, si tratta di semplici accenni, di appunti che passano inosservati ai più, ma non per questo irrilevanti. Osservati all interno della tradizione biblica, essi puntualizzano, in maniera inequivocabile, che il Dio di Gesù e Gesù stesso amano immensamente l uomo e sono sempre vicini a lui per porgergli una mano amica, consolarlo, aiutarlo. E se tutto questo risponde a verità, c è, rimanendo in argomento, un immediata conseguenza da trarre. Appunto perché Dio è vicino all uomo, sempre vicino, e, per di più, interessato ad alleviarne le sofferenze, l uomo ha il diritto di chiedergli d essere liberato da ogni tipo di malattia, sia essa grave o meno grave. L unica cosa da evitare è che si pretenda di essere guariti sempre e comunque, pena il perdere la fede in lui o, addirittura, maledirlo. Come indica bene il contesto della guarigione del paralitico di Betesda (Gv 5,19-47), presentato sopra, ogni intervento taumaturgico di Gesù è in stretta dipendenza da ciò I RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI I RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI I RACCONTI DI GUARIGIONE

6 I RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI I NEL VANGELO DI GIOVANNI I RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI che Dio ritiene buono per l uomo all interno del suo progetto di salvezza. Per questo, miracoli ce ne possono sempre essere, ma non a comando, quasi che Gesù sia obbligato a farli ogni qualvolta si chiedono. L importante è che si continui, come il padre (vedi Gv 4, 46-54), ad avere piena fiducia nelle sue parole cariche di amore (vv ) o, come il cieco nato di Gv 9,141, a riconoscere in lui l unico vero salvatore, l unico vero Messia, l unico vero amico dell uomo (vv ). Che Gesù, d altro canto, voglia realmente e senza interruzioni il bene dell uomo, lo dimostra il fatto che nella sua attività di guaritore egli riflette l operare di un Dio che è vita e datore di vita, non di morte. Cioè un Dio disposto a sottoscrivere, anche se in una prospettiva di più ampio respiro e a un livello più alto, le parole che Antonio Gala mette in bocca al protagonista del romanzo Passione turca: Vivi. Devi vivere. Il dovere più importante che ha qualsiasi persona è questo e tu non devi accettare che te lo tolgano. Due religiosità a confronto Commentando i racconti di guarigione del vangelo di Giovanni, ci si è imbattuti più volte in polemiche roventi tra Gesù e i suoi avversari a proposito della legge ebraica concernente il riposo sabbatico (5,1-47; 9,1-41). Per la verità, più che di scontro sul modo d interpretare un determinato comandamento divino, sarebbe meglio parlare di due tipi di religiosità. Mentre agli occhi di Gesù la vera religiosítà dev essere liberante nei confronti dell uomo e, quindi, basata su leggi che hanno per obiettivo il bene dell uomo, agli occhi dei suoi avversari l unica religiosità degna di questo nome è la religiosità fondata sulla legge come legge. Che poi essa sia liberante o meno, non interessa. Di qui si capisce perché, tanto nei riguardi della sanazione del paralitico dì Betesda (5,1-47) che di quella del cieco nato (9,1-41), non ci sia, da parte dei critici di Gesù, un benché minimo sentimento di amore fraterno e di compartecipazione alla gioia di chi è stato guarito. Nelle rispettive circostanze, essi non sanno che ripetere, con la freddezza e l indifferenza di chi dimentica, da sempre, di avere un cuore: È sabato, e non ti è lecito portare il tuo lettuccio! (Gv 5,10); Quest uomo (Gesù) non viene da Dio, perché non osserva il sabato! (Gv 9,16). Trovandosi dinanzi a persone siffatte, non ci vuole molto a capire quanto sia fuorviante una religione impregnata di legalismo a oltranza, priva di anima e con l idea fissa che Dio, oltre a essere Padre-Padrone esigente, è sempre lì in attesa di castigare chi non adempie a puntino quanto lui comanda. Certo, Dio è esigente e non intende lasciarsi manipolare da nessuno. Tra l essere esigente e l essere Padre-Padrone corre tuttavia una bella differenza. Egli è, sicuramente, esigente, ma come padre e amico. Come padre e amico interessato più alla qualità delle azioni che alle norme che le regolano, più al cuore che ai codici, più ai sentimenti che all osservanza esterna, più alla voglia di amare che al senso del dovere. Non si può, inoltre, dimenticare che, se Dio è esigente, lo è soprattutto in ordine alla carità fraterna. La prima e principale preoccupazione del cristiano dev essere dunque di verificare a che punto si trova in questo campo o se, per caso, non sia applicabile anche per lui l amara riflessione di Umberto Eco: Se incontri qualcuno che ama troppo gli altri, sappi che è, con ogni probabilità, un ateo. Forse, il noto scrittore voleva, con questo appunto, piuttosto infelice, trovare una giustificazione a ciò che gli mordeva dentro a livello di esperienza personale. Resta, comunque, sempre valido il suo carattere provocatorio e EL VANGELO DI GIOVANNI I RACCONTI DI GUARIGIONE

7 RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI teso a riflettere seriamente su ciò che sta alla base della religiosità proposta da Cristo. Come resta provocatorio e da non scordare mai il monito: A Natale si usa fare dei doni. Montagne di regali, quintali di carta, chilometri di filo dorato, biglietti di auguri grandi come lenzuoli. Crediamo così di sdebitarci verso le persone cui dobbiamo riconoscenza. Ma è troppo facile, troppo comodo. Come cristiani, abbiamo il dovere non di fare doni, ma di trasformarci in dono. Essere, come Gesù, terapeuti e portatori di vita Anche se il dolore, per il cristiano, è stato trasformato, mediante la morte di Gesù, da segno di maledizione a veicolo di benedizione, occorre evitare, sull esempio dello stesso Gesù descrittoci da Giovanni nei suoi racconti di guarigione, di idolatrarlo o, comunque, di ritenerlo un bene in sé e per sé. L esperienza del dolore, inserita nell esperienza di Cristo, può diventare, sicuramente, momento di grazia tanto sul piano personale che in ordine agli altri. Questo non induce tuttavia a misconoscere che l uomo è chiamato alla felicità e che pure Gesù si è servito di ogni mezzo a sua disposizione, in primo luogo del suo potere taumaturgico, per infondere alle persone da lui incontrate un po di gioia e di voglia di vivere. In tale contesto, dovere del cristiano non è quello di esaltare il dolore né, tanto meno, di restare indifferenti davanti a chi soffre. Dove c è sofferenza, lì il cristiano è chiamato a essere presente come balsamo che lenisce ogni tipo di ferite e come amico che, incurante di sé, asciuga lacrime, incoraggia, dà speranza e mostra così, con i fatti, che Gesù, una volta risorto, seguita a dispensare vita. Paolo Gardini ha scritto, a ragione: Credevo che avessero ucciso Gesù e, invece, oggi l ho visto dare un bacio a un lebbroso. Credevo che avessero cancellato il suo nome e, invece, oggi l ho sentito sulle labbra di un bambino. Credevo che avessero trafitto le sue mani pietose e, invece, oggi l ho visto medicare una ferita. Credevo che avessero inchiodato i suoi piedi e, invece, oggi l ho visto camminare sulle strade con i poveri e gli emarginati. Credevo che l avessero ammazzato una seconda volta con le armi e, invece, oggi l ho sentito parlare di pace. Credevo che fosse morto nel cuore degli uomini e seppellito nella dimenticanza e, invece, ho compreso che Gesù risorge anche oggi. Che Gesù risorge ogniqualvolta un uomo ha pietà di un altro uomo. In fondo, il messaggio proveniente dall attività taumaturgica di Gesù e dagli appelli che ne scaturiscono a livello di impegno personale sta tutto qui. E non è poco. Anche perché rimane altrettanto vero e tremendamente serio che, una volta morto, il cristiano porterà con sé solo ciò che avrà donato. Dal racconto di guarigione di Gv 9,1-41 un forte monito a evitare la cecità spirituale Fra i tanti appelli inviati dai racconti di guarigione che abbiamo esaminato e che abbiamo, in parte, segnalati, se ne trova uno apparentemente un po marginale, ma, di fatto, importante. È l appello derivante da quello che, nell analisi del racconto, abbiamo chiamato progressivo accecamento dei farisei e che impedisce loro di credere in Gesù come l Unto di Dio, in quanto si credono perfettamente a posto per ciò che occorre sapere in ordine alla salvezza. I RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI I RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI I RACCONTI DI GUARIGIONE N

8 I RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI NEL VANGELO DI GIOVANNI I RACCONTI DI GUARIGIONE NEL VANGELO DI GIOVANNI Analizzando più da vicino questo dato e raccogliendo in unità le sue diverse componenti indicate sopra, notiamo che esso si caratterizza in base alle seguenti ragioni: assenza della benché minima incertezza sulla vera identità di Gesù (vv ); prese di posizione del tutto arbitrarie e senza possibilità di appello (v. 22); assoluto rifiuto di ricevere lezioni dal popolino per quanto riguarda la conoscenza del volere divino (v. 34); tentativo di salvaguardare le proprie certezze negando la stessa realtà del miracolo (vv ); ricorso all insulto e alla violenza nei confronti di chi, come il cieco guarito, ha argomenti in abbondanza per smascherare l irrazionalità del loro modo di agire (vv ). Dinanzi a un elenco di così plateali malefatte, non dovrebbero esserci dubbi o incertezze nel recepire con quale tipo di persone si abbia a che fare. Sarebbe tuttavia abbastanza ingenuo, se il lettore si scandalizzasse più di tanto. Come scrivemmo in un altro momento, i farisei possono rivivere, anche se in contesti diversi e con atteggiamenti meno radicali, in ogni cristiano. Ad esempio, rivivono in lui ogniqualvolta difende a spada tratta le sue idee come le uniche vere, non accetta revisioni di sorta e non tiene conto della massima di S. Agostino: È proprio della perfezione riconoscere che si è imperfetti. Rivivono in lui quando è troppo soddisfatto delle proprie azioni, si crede a posto su tutti i fronti e non pensa che solo il mediocre è contento di ciò che è (S. Maughan). Rivivono in lui quando persegue solo certezze, è incapace di dubitare, ritiene di operare sempre e dovunque in modo ragionevole e non da così alcun peso al monito: Il pazzo non è colui che ha perduto la ra- Noi Canteremo Noi canteremo finché avremo voce noi canteremo finché ci sarà vita nelle nostre braccia nelle nostre gambe nelle nostre menti... Noi canteremo finché ci sarà amore amore da dare amore da sentire... Noi canteremo fino alla fine di questo prato verde e lì continueremo a cantare con gli uccelli con le onde del mare. Carla Narduzzi gione, ma colui che ha perduto tutto, fuorché la ragione (Chesterton); Spesso, un po di pazzia è l unica strada che ci riconduce alla ragione (A. Pronzato). Rivivono in lui quando pensa che la verità sia qualcosa di acquisito una volta per tutte e non avverte, neppure lontanamente, che mai troverà la verità chi si accontenta della verità già trovata (Guiberto di Tournay). Rivivono in lui quando rifiuta il dialogo, non accetta correzioni da parte dei subalterni e, pur di mantenere le sue posizioni di potere, non esita un istante a disprezzare o a eliminare l avversario. Rivivono in lui quando opta, a occhi chiusi, per una religiosità stagnante, atrofizzata e resta, ovviamente, incurante delle sollecitazioni di G. Theissen: Allorché una religione smette di essere il cuore inquieto della società; allorché le viene a mancare il desiderio di una nuova forma di vita; allorché diventa sostanza senza spirito di una situazione immobile e sclerotizzata, in quello stesso momento dovrebbe sapere d essere finita. Rivivono in lui quando si chiude tristemente nel suo mondo fatto di grettezza e di pregiudizi, ha paura di respirare l aria fresca e salubre del vangelo e tende quindi a giudicare, in un certo senso, blasfema la riflessione di M. Clévenot: Nel vedere e nell ascoltare Francesco d Assisi, si comprende un poco quello che doveva essere Gesù: un seduttore. Qualcuno che vi tira fuori dalla polvere e vi restituisce a voi stessi totalmente liberi. Un poeta, che irrompe in voi buttando all aria ciò che sa di abitudinario e ridando alle note musicali di ogni giorno un suono nuovo, stupendo, prodigioso. Virgilio Pasquetto NEL VANGELO DI GIOVANNI I RACCONTI DI GUARIGIONE

9 Nella speranza all Ospedale Bambin Gesù La Speranza cristiana non è un semplice atteggiamento ottimista. Non consiste nella fuga dalle difficoltà del presente proiettandosi in un avvenire migliore, bensì nella capacità di rendere presente quell avvenire di cui la fede in Cristo risorto ci dà la certezza e di viverlo nell adesso della storia. Così compresa, la speranza è sorgente d iniziativa, perché spinge colui che spera ad attuare qui e ora, anche se parzialmente, quei valori che troveranno la loro piena realizzazione nell era escatologica. Cfr Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio Fatebenefratelli, Guida Pastorale A.D , pp Voglio presentarvi questa mia esperienza della Speranza nel Signore che mi ha resa una persona nuova per credere nell amore misericordioso del Padre verso i suoi figli. Nell Agosto della scorsa estate, con un primo meraviglioso figlio che aveva appena compiuto tre anni, mi sono accorta di essere di nuovo incinta. Ero felicissima, perché sia io che mio marito, desideravamo un fratellino o una sorellina per il nostro Leonardo. La gravidanza, come la prima, procedeva bellissima e mai e poi mai mi aveva sfiorato il pensiero che potesse esserci qualcosa che non andava. Invece il 9 marzo, durante l ultima ecografia di controllo, vedo che il medico si sofferma un po troppo sul cuoricino del mio bimbo, e osservando bene anch io, mi accorgo di un aritmia... da qui un altro controllo specifico e mi viene detto che a mio figlio si stava chiudendo il forame ovale del cuore; cosa che invece dovrebbe succedere dopo la nascita e nei primi due anni di vita del bimbo. Si decide di ricoverarmi per tenere sotto controllo la situazione, in modo che al primo segno di sofferenza cardiaca, si possa fare nascere il piccolo. In Ospedale, la prima e terribile diagnosi è che al bimbo non si è completamente sviluppata la parte sinistra del cuore e questo potrebbe comprometterne la sopravvivenza al momento della nascita. Come penso, ogni madre al mio posto, la prima reazione fu quella della disperazione... non facevo che piangere, pensando che quell esserino che per ormai quasi 8 mesi aveva vissuto dentro di me, ed era diventato in tutti i sensi già parte della mia vita, forse non avrei mai potuto stringerlo tra le mie braccia dandogli tutto quell amore che già provavo per lui. Un giorno, mentre piangevo in un angolo del reparto dove ero ricoverata, una delle ausiliarie che faceva le pulizie, vedendomi così disperata, andò a chiamare una nurse del Nido dicendo che quest ultima avrebbe saputo confortarmi... e così è stato. È arrivata Angela che con il suo sorriso rassicurante e la sua voce dolce ma decisa, mi ha detto di pregare, di affidarmi alla Madonna la Nostra Mamma, che sicuramente mi avrebbe ascoltata e mi avrebbe dato conforto. Non che io non avessi pregato fino ed allora, ma sicuramente qualcosa è cambiato... Intanto Angela mi ha presentato un Sacerdote, Padre Emmanuel cappellano, mi è stato molto vicino, dedicandomi ogni giorno un po del suo tempo con molte parole sagge e rassicu- 9

10 ranti. E poi, ho cominciato ad andare ogni giorno alla Messa delle 6,30 nonostante il peso che avevo e soprattutto perché sono una grande dormigliona... non vedevo l ora di alzarmi per andare in Chiesa a pregare, a dire al Signore se è la tua volontà, che sia fatta... ; e quella mezz ora era la più serena della mia giornata. Ho cominciato a non piangere più e a pensare che ero nelle mani del Signore che sicuramente avrebbe fatto quel che era giusto e mi avrebbe dato la forza per accettarlo. Dopo qualche giorno, alla nuova ecocardio, il verdetto è molto meno tragico: il cuore è perfettamente formato, c è però una stenosi dell aorta, che potrebbe richiedere un intervento chirurgico ma, il rischio di morire alla nascita è praticamente scongiurato. A trentasei settimane e 3 giorni, affronto il cesareo, con l Ospedale Bambin Gesù allertato in caso che venisse confermata alla nascita questa diagnosi... cosa che effettivamente accade. Molta tristezza per non aver potuto stringere subito tra le braccia il mio piccolo per dargli un po di calore e accoglierlo amorevolmente in questo mondo, ma mi affido sempre alla Madonna, chiedendo di vegliare lei sul mio bimbo. Il giorno dopo la nascita, mio figlio viene trasferito al Bambin Gesù e lì, dopo tutti i controlli del caso, dicono a mio marito che il bimbo non ha alcuna patologia cardiaca, ma ha solo avuto una lieve sofferenza cardiaca prenatale... Insomma, dopo tutte queste ansie, il mio piccolo era sano. Appena l ho saputo, non ho potuto che rivolgere il mio pensiero e grido di ringraziamento al Signore e alla Madonna, che evidentemente avevano ascoltato le mie preghiere e quelle tante di tutti coloro che mi sono stati vicini in quest ultimo mese così intenso e caldo. E devo dire che, a parte la mia famiglia ed i miei amici, la vicinanza e l affetto delle persone che ho incontrato durante questo periodo particolare, mi hanno dimostrato che il Signore sa esserci vicino anche attraverso gli altri, in modo non solo spirituale, ma anche concreto, tangibile. E sono certa che, come dice una poesia, durante il cammino doloroso le orme lasciate sulla sabbia sono quelle di un solo uomo, perché, il Signore ci porta in braccio. Capendo che era un momento difficile e che avevo bisogno di Lui, mi ha preso sulle sue spalle con il mio bimbo! Non dobbiamo dubitare di quello che fa il Signore per noi. Cioè, in una realtà in cui la speranza è spesso messa in crisi, la Chiesa (io, tu, lui, ogni battezzato...) è chiamata ad aprire ed educare a quella speranza umana fatta propria da Cristo e impiantata dallo Spirito Santo nel profondo dei nostri cuori, cioè all unica speranza che non delude... (Rm 5,5), perché risposta piena e definitiva di ogni attesa di salute e pienezza di vita. È la speranza che nutre la creazione intera e la stessa condizione di sofferenza e di limite umano, nella certezza che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi (Rm 8,18), senza dimenticare che essa è sorretta dalla fede e dalla carità, e a sua volta le nutre. Quello che conta per me in tutta questa situazione vissuta, è che senza la preghiera e la fede, la fiducia nella volontà di Dio, la speranza in colui che è la nostra Speranza, non avrei mai potuto sopportare e accettare tutto quello che è stato di volta in volta diagnosticato al mio bambino. Ho imparato che davvero nella vita bisogna sapersi affidare nelle mani di Dio e non nella scienza e la forza umana. Hilary 10

11 Non ha fondato ordini religiosi. Non ha avuto una vita avventurosa. La sua biografia a prima vista è scarna. Perché allora suor Maria Rosa Pellesi è stata proclamata beata? Un episodio rivelatore. Il 30 novembre 1972, il giomo prima di morire, la religiosa minata da una grave forma di tubercolosi polmonare parla con la nipote, anch ella dell ordine delle Francescane Missionarie di Cristo. Mi sono inquietata col Signore e l ho sgridato dice suor Francesca. Perché se ti vuole in Paradiso gli ho detto di prenderti subito, ma se ti vuole ancora qui, ti lasci in condizioni dignitose. Suor Pellesi è d altro avviso: No, suor Francesca: io ho detto al Signore che gli lascio la porta spalancata, perché entri ed esca quando e come vuole. Bruna questo il nome di battesimo ha abbracciato senza riserve Cristo e la sua Chiesa, vivendo l intera esistenza come una grazia. Per 11 MARIA ROSA, MALATTIA E PERFETTA LETIZIA 27 anni ha vissuto tra sanatori e ospedali un calvario di sofferenze, ma in Cristo ha saputo essere scandalosamente felice. Parola sua: Sono tanto felice che mi pare impossibile esserlo di più, dirà tra una cura e l altra, chiamando grazia la propria malattia. La biografia mette in luce questo aspetto ha scritto l arcivescovo Angelo Comastri nella prefazione al recente volume di Valerio Lessi Una donna felice. Il segreto di suor Maria Rosa Pellesi (San Paolo) lasciando parlare il dolore, anzi lasciandolo cantare. Come è arrivata a tanta intimità con Cristo? Figlia di contadini, cresciuta nel Modenese in un ambiente segnato dal lavoro, il canto e la preghiera, Bruna è una ragazza piacente, vivace, ama vestirsi bene e non lesina cure per il corpo (caratteristica che non perderà neppure nei lunghi anni, di degenza). Corteggiata dai coetanei, sceglie Cristo: a 23 anni entra tra le Francescane Missionarie di Cristo, a Rimini. La mamma la saluta così: Vai e fatti santa, solo questa può essere la motivazione adeguata per lasciarci. Dopo soli cinque anni però è costretta a var- care la soglia dell ospedale: diventerà la sua casa. Vivrà la sofferenza come un atto di amore, spiega padre Alessio Martinelli, il suo padre spirituale. Ammalati, me- Suor Maria Rosa Pellesi. dici e infermiere sono colpiti dalla letizia con cui la suora vive la sua via crucis. Malattia grave, sofferenze tormentose; ma la suora non perde il sorriso, non si lamenta, non si lascia abbattere dalla disperazione. Tenetemi in vita dirà ai medici, ormai allo stremo delle forze perché c è ancora tanta gente da salvare. La suora ha lasciato oltre duemila lettere raccolte in 17 volumi grazie alle quali entra in contatto con tante persone. Muore nel 1972 nella Casa San Giuseppe delle religiose di Sassuolo; le sue spoglie riposano a Rimini. La tubercolosi non le impedì di vivere una vita bella ricordano dall Istituto. Era sempre sorridente, disponibilissima ad aiutare tutti, incalza suor Edoarda dall Oasi Francescana di Serramazzoni. Il miracolo attribuito all intercessione di suor Maria Rosa riguarda una suora veneta, Fiorenza Manzan, di 68 anni. È il 13 ottobre 1988: suor Fiorenza è a Rimini, intenta a raccogliere cachi dalla pianta nel cortile della casa generalizia delle suore. Perde 1 equilibrio e prima di cadere rovinosamente a terra da una scala a pioli chiede aiuto a suor Maria Rosa. Rimasta in coma e più volte sul punto di morte, sorprende i medici dell ospedale Infermi per una veloce quanto inspiegabile guarigione: viene dimessa il 26 novembre Ora sta bene e fa l autista. Proprio sotto quell albero di cachi suor Maria Rosa era stata fotografata l ultima volta all aperto oltre vent anni prima, nel 25 della sua professione. Paolo Guiducci da Avvenire

12 (continua dal n. 51) ANALISI ESISTENZIALE DELLO STATO DI MALATTIA Nella misura in cui va affermandosi questa concezione della condizione di «buona o cattiva salute, si comprende la necessità, per la medicina, di dover passare da un approccio alla persona inferma di carattere prevalentemente naturalistico e oggettivistico», ad un atteggiamento che inglobi la soggettività del paziente, il suo vissuto psicologico, sociale e spirituale. A questo punto della nostra riflessione, infatti risulta fondamentale che anche il medico si renda conto di quel che accade nella persona malata. Le scienze umane e la stessa filosofia, soprattutto quella attenta all humanum - applicate al mondo della salute, ci offrono una descrizione molto attenta e provocatoria della condizione esistenziale in cui versa chi è affetto da una seria patologia. E stata soprattutto l analisi esistenziale di tale situazione a descriverci in maniera acuta e reale quel che accade nello spazio interiore della persona gravemente inferma. Presento in maniera concisa i risultati. In questo caso, l analisi esistenziale si propone di descrivere come è l uomo nella sofferenza. Dobbiamo iniziare con il richiamare la figura umana nel suo aprirsi alla vita. Ora l uomo affiora all esistenza, ponendo domande; egli è un ricercatore di senso. Kant riassumeva quell incessante domandare in tre questioni essenziali: Che cosa posso conoscere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare?. Questi interrogativi emergono sotto l impulso del desiderio di vita, che chiede poi d essere inverato in un progetto specifico. Questo viene poi attuato attraverso una trama di rapporti che il soggetto stabilisce con gli altri, con le cose e con l ambiente e con se stesso. Se si tratta d una persona credente, è determinante anche il tipo di rapporto che vive con Dio. Se si tiene conto di quest atteggiamento di fondo con cui la persona umana si pone nella vita, ci si rende conto di quel che avviene nel suo spazio interiore quando è sorpresa e invasa da una seria malattia. Quel desiderio di vita e quel progetto di esistenza sono ora messi in discussione, se non addirittura frantumati. La nuova condizione di vita viene vissuta innanzitutto come negazione di quel dinamismo vitale. Cambia l atteggiamento di fronte all esistenza sotto la pressione di una forma di vita che si esprime soprattutto come rottura della comunicazione con la realtà dell esistenza. Possiamo chiarire quest affermazione ricorrendo agli studi sul turbamento prodotto dallo stato di malattia. All analisi riflessiva la malattia risulta come una forma dell esistenza concreta, non riducibile a pura accidentalità organica. Dal punto di vista della fenomenologia, lo stato di malattia si esprime come sofferenza e debolezza. Per il malato diviene essenziale l ansia di ciò che verrà dopo. Sul piano prettamente psicologico, si verifica un restringimento del proprio mondo, un atteggiamento egocentrico, di tirannia e di dipendenza allo stesso tempo. Ad un livello più profondo, nello spazio interiore ed esistenziale, si possono intravedere: a) il verificarsi di una rottura dell unità soggettiva, una frattura tra corpo e cogito. Il corpo si degrada in oggetto di rappresentazione (Merlau Ponty), si estranea al soggetto procurando una condizione di alterità e di estraneità. Stati psicosomatici, quali l affaticamento, la febbre, il dolore, evidenziano una rottura dell unità personale, una disarmonia interiore; b) nei confronti degli altri e delle cose, il ma- 12

13 lato vive una crisi della comunicazione e dei rapporti interpersonali. La malattia infatti costringe il malato ad un attenzione quasi esclusiva a se stesso, che di per sé comporta l oscuramento della coscienza degli altri. L universo si restringe alla propria stanza. Si ha una forte presa di coscienza della dipendenza da altro-da-sé, che è perdita d autonomia; c) la malattia procura una forte esperienza del limite: è noto che quest esperienza nasce fondamentalmente dall inadeguatezza dell io con se stesso, ci è dunque connaturale e sempre accompagna la nostra coscienza. Ma nella condizione patologica c è una maniera specifica, concreta ed immediata di sperimentare la fragilità radicale del proprio essere. È esperienza del limite della vita, nella sua durata e nella sua qualità. Per questo l idea di morte è sempre presente, sia pur in forme e a livelli di coscienza diversi, in ogni tipo di malattia; d) ne può allora derivare un sentimento di derelizione specie se il male va aggravandosi e ramificandosi, né si vede una via d uscita. E il sentirsi abbandonati, gettati via dalla vita, come ultima e riassuntiva conseguenza. Sono vari stati d animo che vi conducono: l ansia del dopo. il senso di noia e di frustrazione, il vuoto esistenziale, la sensazione d inconsistenza del tutto, la paura, il tedio, la tristezza. È tutto un cammino che porta verso l annientamento della personalità. È uno stato d angoscia che minaccia d invadere tutto lo spazio interiore della persona. Se manca un senso a tale situazione, è facile cadere nello scoramento, nella ribellione o nella disperazione. CONCLUSIONE: NELLA PROSPETTIVA DELLA FATALITÀ Ora sempre più e le scienze empiriche e quelle umanistiche e filosofiche, c informano che questo stato esistenziale del paziente non è una condizione neutra, nei confronti della malattia organica. Se salute e malattia, secondo quanto ho rapidamente richiamato, vanno lette e interpretate tenendo conto della unità complessa e articolata della persona umana, è evidente che sia la diagnosi che la terapia dovranno tener conto della globalità del soggetto, della varietà e complementarietà delle dimensioni che lo compongono. Non si può, in altri termini, curare la dimensione biologica, senza tener conto del prendersi cura dell interezza della persona, perché malato non è tanto una parte della persona, ma è il soggetto che è tale. C è dunque da attuare uno spostamento dalla malattia alla persona malata. Nella medicina così detta naturalistica c è un oscuramento della soggettività, che viene messa tra parentesi. La nuova impostazione che sta nascendo o che, per molti versi, va riemergendo chiede di introdurre il soggetto nella stessa biologia; chiede l attenzione a quanto è specificamente umano nella malattia e nella cura. La guarigione infatti, in questa prospettiva, non è più vista come la mera reintegrazione nella stato precedente, ma come un riappropriarsi dell esistenza da parte del malato. Di per sé la guarigione comporta sempre una novità nel paziente rispetto alla condizione precedente; comprende un aumento della coscienza dell io, un cambiamento dello stile di vita, una diversa conoscenza di sé e degli altri. Questo tipo di guarigione, non può darsi senza la partecipazione attiva del malato: il soggetto ossia, il malato è il momento fondamentale unificatore tra le varie dimensioni: biologica, psichica, relazionale, che poi, convergono tutte nella biografia personale del soggetto stesso. Ma è il soggetto stesso che può ostacolare questo dinamismo, perché in genere si preferisce delegare agli altri gli specialisti del settore la responsabilità di gestire il processo della malattia e della terapia. L ostacolo maggiore che si frappone all integrazione del processo di malattia o di guarigione nella biografia del soggetto, a dire degli studiosi del fenomeno, sta nel non voler vedere la verità in altri campi della nostra vita spirituale. E ciò riguarda sia il paziente che il medico. La bioetica vuole aiutare ad affrontare questo compito, nel convincimento che non si può avere un orientamento giusto verso la vita, compresa in tutte le sue 13

14 espressioni, anche quelle faticose e dolorose, se non attraverso l assunzione della propria responsabilità nella gestione dell esistenza. Nel caso della malattia-guarigione, la responsabilità in causa riguarda sia il medico che il paziente, da esercitarsi in maniera diversa dall uno e dall altro, ma sempre in reciproca complementarietà. Per lo più abbiamo la tendenza a contrapporre i due atteggiamenti che si hanno di fronte alla malattia: comprendere e eliminare. Ci limitiamo a interpretare il primo in funzione del secondo. E se non accade, si rimane nella malattia con tutti i rischi che sopra ho denunciato. Mentre occorrerebbe imparare ad integrare quei due atteggiamenti, individuando la carica sanante che è comunque già nel primo atteggiamento: infatti il significato del sintomo, già di per sé porta in un certo senso a integrarlo, a inserirlo cioè in un contesto più ampio del senso della vita. È quanto ho cercato di illustrare quando ho parlato dei tre differenti livelli del concetto di buona salute. E tuttavia è chiaro che al medico è chiesto di occuparsi di una dimensione specifica del soggetto umano, ossia dell aspetto organico. Eppure, nella prospettiva del curare e prendersi cura egli terrà costantemente presente l interezza della persona inferma, includendo l attenzione alla dimensione propriamente soggettiva del paziente stesso. P. Giuseppe Cinà, M.I. UNZIONE DEGLI INFERMI E CONFESSIONE Perché l olio degli infermi, che produce anche la remissione dei peccati, deve essere preceduto dalla confessione dei peccati gravi? L unzione degli infermi e il sacramento della penitenza hanno origini e significati alquanto diversi, sebbene uniti dal denominatore comune della guarigione, come opportunamente evidenzia il Catechismo della Chiesa Cattolica. L unzione affonda le sue radici nell annuncio del Regno (Mt 12,28) e la conseguente sconfitta del demonio e del peccato (Mc 6,12-13). Il testo di Giacomo (5,14-15), come gli stessi miracoli di Gesù, rispondono alla convinzione allora diffusa che faceva della malattia la conseguenza di una qualche colpa (Gv 9,2). Se in un primo tempo il perdono dei peccati era legato a una sacramentalità più ampia, ben presto la Chiesa strutturò una precisa disciplina penitenziale per i peccati gravi. Disciplina che durante gli ultimi secoli del primo millennio divenne assai gravosa e che, detto in breve e semplificando, portò a differire la riconciliazione in pericolo di morte facendola coincidere con quell unzione che divenne così estrema. In altre parole, l unzione diventa un sostitutivo della penitenza e della riconciliazione in circostanze del tutto anomale e di necessità. D altra parte la disciplina penitenziale è di istituzione ecclesiastica, mentre il sincero pentimento, che è presupposto anche per l unzione, è di istituzione divina. Per questo la norma prescrive che se il soggetto è consapevole di peccato grave è tenuto a confessarlo, se in grado di compiere questo significativo gesto di pentimento (cf UI 67,73, Cei, Evangelizzazione e sacramenti della penitenza e dell unzione degli infermi 147). Se la persona non è più in grado di confessare i propri peccati gravi, ma c è motivo di ritenere che nel possesso delle loro facoltà essi stessi, come credenti, avrebbero chiesto l unzione, si può senza difficoltà conferire loro il sacramento (UI 14; cf anche can. 1006). In tal caso l unzione opera un sacramentale perdono dei peccati che resta pur sempre un effetto del sacramento, sebbene non primario (cf CCC 1520,1532). 14

15 Premio Il Buon Samaritano 2007 Il premio Il Buon Samaritano ideato e promosso da S.E. Mons. Armando Brambilla, ha raggiunto quest anno la 10 a edizione. Così, come ogni anno, ci si è riuniti presso il Teatro della Chiesa della Natività in Via Gallia, ove si è svolta la consegna del premio che viene riconosciuto a coloro che, sia nell ambito ospedaliero che altrove, donano attenzione, consolazione e speranza e infondono coraggio a chi vive nella sofferenza e nell angoscia il triste momento della malattia. Come sempre S.E. Brambilla ha rivolto, con la consueta amabilità, il suo saluto agli intervenuti soffermandosi sul significato del premio che non è attribuito ad eroi, ma vuole essere un riconoscimento a coloro che operano, senza suscitare scalpore, dal punto di vista umanitario e caritatevole. Infatti, come ripete spesso Sua Eccellenza, è noto che fa più rumore un albero che cade che tutti gli altri che crescono in una foresta! Quest anno l evento è stato condotto dalla giornalista di RAI 1 ( A sua immagine ) Francesca Fialdini che ha presentato con professionalità e simpatia i premiati ed ha interagito amichevolmente con l Artista ospite: il noto cantautore Tony Santagata. Il cantante pugliese, ha deliziato la platea con sue canzoni di successo, coinvolgendo il pubblico (in specie alcune suorine conterranee) e, sapientemente incalzato dalla giornalista, ha raccontato molti aneddoti della sua carriera. Le targhe del Buon Samaritano attribuite quest anno sono state dieci. Si è iniziato con le Religiose: Suor Stanislaa dell Osbel che opera presso l Ospedale S. Eugenio con grande generosità; instancabile, non si concede tempo libero ed è sempre presente ed attiva, dando serenità e sicurezza a tutto il personale sia medico che paramedico; e Suor Enrichetta Reginelli delle Ancelle dell Incarnazione che oggi è a Villa Primavera a Roma, casa che accoglie persone anziane. Suor Enrichetta ha tante primavere ma è sempre lì ad accogliere tutti (ospiti, parenti, fornitori e famiglie del vicinato) con serenità, amore, dolcezza ed il suo bel sorriso che testimonia tutto il suo mondo interiore. Si è proceduto poi alla premiazione dei Volontari che servono in silenzio i fratelli che soffrono: i coniugi Eva Firmani e Cosimo Pisanello, fondatori (nel 1999) del Gruppo di Padre Pio all interno dell Ospedale S. Eugenio; Luigina Borriello Trignano che dà tutta se stessa per gli altri (poveri e sofferenti) senza risparmio; le Vincenziane Maria Carmela Cacchione e Maria Silvia Ecclissi, ambedue si prodigano presso il Policlinico Umberto I; Maria Tania Cresci, giovane studentessa fuori sede (è nativa di Maratea - Pz) appartenente alla Parrocchia di S. Francesco d Assisi e S. Caterina da Siena, che con costanza porta avanti il suo impegno caritativo; i coniugi Giulio e Anna Vespignani che servono giornalmente presso la Parrocchia di S. Giovanna Antida; Giulio, Diacono permanente svolge sin dal 1999 anche le sue precipue funzioni presso l Ospedale S. Eugenio; Maria Grazia Giordano, segnata dalla malattia neurologica del padre, alla cui cura si è completamente dedicata, ha fondato nel 2004 l Associazione S.O.S. Alzheimer che fornisce concreti aiuti alle famiglie dei pazienti. Per ultimo è stato premiato il Gruppo Giovani per gli Altri, nato nell anno È un gruppo di oltre 30 giovani universitari che da 7 anni si prodiga con sensibilità e ampia disponibilità presso vari reparti del Policlinico Umberto I. Tutti, indistintamente, si sono scherniti ed hanno minimizzato le varie motivazioni che hanno fatto attribuire loro il riconoscimento. Infatti hanno sostenuto di non far nulla di eccezionale ed hanno assicurato che la loro vita è stata arricchita dai sofferenti avvicinati. Un grazie alla graziosa valletta filippina Cannon Dagdagan detta Matet, prossima infermiera professionale, che ha consegnato, di volta in volta, le targhe a sua Eccellenza per la premiazione. Il festoso incontro si è concluso come al solito con la gradita degustazione del rinfresco offerto dalle Suore e dai Volontari. Maria Adelaide Fioravanti

16 VIVERE L AMORE DI DIO ATTRAVERS D a circa 7 anni, svolgo per grazia di Dio, questo ministero all Ospedale S. Eugenio, con il fraterno sostegno di Don Nicola, per il quale non finirò mai di benedire e ringraziare il Signore. Quando Gesù, nostro Signore mi chiamò per bocca del cappellano a compiere questa missione, non riuscivo a credere che per una cosa così grande e sublime aveva scelto me, concedendomi di lavorare nella Sua vigna in tale veste; mi sembrava impossibile, e continuavo a chiedermi con lacrime di gioia: ma è proprio vero? Col passare del tempo ed esercitando, con la forza del suo Spirito, questo ministero, cominciai a comprendere quanto fosse grande ed infinitamente potente la sua misericordia per me e per i suoi figli sofferenti, e quanto essi riuscissero a donarmi la forza della loro fede; compresa la gioia di riuscire ad amarli nel modo in cui, Gesù, può amarli. Non esiste niente di più toccante come vivere l amore di Dio attraverso coloro che sono nella sofferenza, non solo fisica! Spesso nei reparti da me visitati ne trovo alcuni che piangono lacrime di dolore, di paura, di sconforto, soprattutto tra coloro che sono soli, senza nessuno, senza nemmeno il conforto della fede! Ma ecco che il Signore va loro incontro, Gesù sacramentato li visita annunciando, per mezzo della sua serva, la sua parola di conforto, di speranza, per aprire i loro cuori, per prepararli a riceverlo in essi; ed è bello vedere dopo che hanno ricevuto Gesù, cambiare le loro lacrime di tristezza, in lacrime di gioia per la commozione e sorridere consolati. Cosa meravigliosa che solo questo mirabile Sacramento è capace di compiere, ed io commuovendomi con loro fino nel più profondo del mio essere, sento riempirmi l anima di gratitudine verso Dio che mi concede di vivere tutto questo attraverso i fratelli. Ecco perché dico che sono loro che danno tanto a me. Un altro modo per vivere l amore di Dio attraverso questo ministero, è quando capito in reparti in cui ci sono cristiani e non cristiani, credenti in divergenza con i non credenti: mentre gli uni gioiscono al pensiero di ricevere Gesù e pregano, gli altri sbuffano (per non dire di peggio) e qualcuno impreca. È inevitabile quindi che si crei un po di scompiglio e di imbarazzo per chi porta Gesù e chi aspetta con ansia di riceverlo. Ma basta pensare a ciò che diceva Gesù quando si recava a visitare i malati sia nel corpo che nello spirito non sono i sani che hanno bisogno del medico ma chi deve essere sanato e senti il cuore riempirsi di compassione per questi fratelli, e viene spontaneo sussurrare Perdonali perché non sanno quello che fanno! e una forza interiore ti restituisce la serenità, rendendo più viva la volontà di compiere la tua missione portare Gesù anche dove non è accolto e qui si verifica spesso il miracolo della misericordia di Dio. Dopo la preghiera di riconciliazione la lettura della parola di Dio nel momento in cui dico per tre volte Agnello di Dio che togli i peccati del mondo abbi pietà di noi... dona a noi la Pace, avviene che anche il non credente si commuove e qualche volta piange! Si uniscono entrambi alle preghiere finali e quando lascio quel reparto ringraziano Dio perché Lui è passato fra coloro che soffrono. Ed il pensiero che forse ho contribuito a ricondurre qualche anima a Dio mi rende felice e dimentico tutte le mortificazione subite. Queste sono solo alcune delle meraviglie attraverso le quali un Ministro per l Eucaristia vive l amore di Dio, ma se dovessimo elencarle tutte, non basterebbe questa rivista per contenerle. Amen. Daniela Olmo 16

17 O IL MINISTERO DELL EUCARISTIA D a circa tre anni e mezzo sono stato chiamato da Dio, attraverso la conoscenza e la richiesta del cappellano don Nicola, a svolgere il ministero straordinario dell Eucaristia nell Ospedale S. Eugenio, un ministero grande nella misericordia di Dio verso tutte le creature. Durante la Missione cittadina nel 1997 ho conosciuto don Nicola presso l Istituto francescano del Seraficum; non avrei immaginato di incontrarlo di nuovo nel 1999, all inizio della Missione cittadina presso i luoghi di lavoro e ospedali. In quella circostanza lo invitai ad indire una complessa missione del Grande Giubileo del 2000 presso il palazzo degli uffici amministrativi della ASL Roma C sul laghetto dell EUR, che conta centinaia di dipendenti, dove svolgevo anch io il mio servizio di impiegato. Lui stesso organizzò, con il consenso del Direttore Generale, la missione invitando un gruppo assai preparato di volontari appartenenti alla parrocchia S. Mauro Abate. Il gruppo di volontari risultò veramente meraviglioso, testimoniando giornalmente per alcuni mesi le opere che Dio aveva fatto su di loro trasformando in grazia le tenebre della loro vita, testimoniando la personale conversione di ognuno davanti a tutto il personale amministrativo, che rimase stupefatto, e leggendo e commentando passi del Vangelo. Anch io fui coinvolto e trascinato dalla grazia abbondante di quella missione. A Pasqua, infine, la missione ebbe termine con la S. Messa sul terrazzo del palazzo presieduta da S. Ecc. il Vescovo per la Pastorale Sanitaria Mons. A. Brambilla, alla presenza degli amministrativi e di tutti gli alti dirigenti sia della ASL che dell Ospedale S. Eugenio. Dopo questa esperienza don Nicola mi ha cercato ancora invitandomi a far parte della pastorale sanitaria, come un buon pastore che cerca le proprie pecorelle attraverso l infinito amore di Dio; mi invitò nella Cappella interna all Ospedale S. Eugenio a partecipare a svariate iniziative lungo tutto il mese mariano di maggio, alle quotidiane processioni con la statua della Madonna attraverso le corsie dell Ospedale, con canti e preghiere di intercessione. Successivamente don Nicola mi invitò a partecipare ad un ritiro spirituale di alcuni giorni con il nostro vescovo S. Ecc. M. Brambilla a S. Gregorio di Sassola, presso il convento di S. Maria Nuova. Un ritiro che ha segnato la mia vita, anche perché il cappellano mi suggerì l idea di partecipare al corso di Ministro della Comunione, ovviamente dopo aver ottenuto il consenso dal mio parroco. Un secondo stupendo ritiro a cui partecipai si svolse a Vicovaro, oasi francescana di S. Cosimato. Due ritiri uno più interessante dell altro, due grandi esperienze di fede. Con la grazia di Dio divenni Ministro della Comunione nel dicembre del Ringrazio veramente il Signore per l esperienza che ho vissuto e che continuo a vivere attraverso gli ammalati e la loro sofferenza. Non tutti i malati vogliono la Comunione: calcolo circa il dieci per cento; di questo numero la maggior parte sono donne anziane, in minor parte gli uomini. Per questo motivo è importante dialogare ed evangelizzare possibilmente tutti e non soltanto coloro che si accostano alla Comunione. Una segnalazione a parte merita il reparto di ematologia (quasi tutti destinati a rapida morte) ove molti degenti aspettano con particolare amore l Eucaristia, pregando prima e dopo la Comunione. Grazie, Signore Gesù, per il tuo amore ricco di misericordia e per la ricca, ricchissima esperienza che mi hai finora voluto regalare. Nino Pinna 17

18 Ottobre: mese del Rosario I PAPI E IL ROSARIO Gregorio XII: Il Rosario è un mezzo donatoci dal cielo per placare la collera di Dio. Gregorio XIV: Il Rosario è il mezzo meraviglioso per distruggere il peccato e riacquistare la grazia. Paolo V: Il Rosario è il tesoro delle grazie. Benedetto XII: Il Rosario è il rimedio sovrano contro gli errori e i vizi. Leone XIII: II Rosario è l espressione più completa della pietà cristiana. Pio X: Il Rosario è, di tutte le preghiere, la più bella, la più ricca di grazie, quella che piace di più alla Santissima Vergine. Pio XI: Fin tanto che il Papa non ha detto il suo Rosario, la sua giornata non è finita. Pio XII: Riteniamo che il santo Rosario è il mezzo più efficace e migliore per ottenere l aiuto materno della Vergine. Giovanni XXIII: Il Rosario: eccovi la Bibbia dei poveri. Il Rosario è la grande preghiera pubblica ed universale di fronte ai bisogni ordinari e straordinari della santa Chiesa, delle nazioni e del mondo intero. Paolo VI: Invito tutti i figli della Chiesa ad un omaggio più particolare di pietà verso la Madonna con la pia pratica del Rosario. Giovanni Paolo I: Il Rosario è uno sguardo gettato su Maria, che aumenta di intensità a mano a mano che si procede. Recitato la sera, dai genitori insieme ai figli, è una specie di liturgia domestica. Giovanni Paolo II: Il Rosario è la mia preghiera prediletta. Sullo sfondo delle Ave Maria passano davanti agli occhi dell anima i principali episodi della vita di Gesù Cristo. Fin dai miei anni giovanili questa preghiera ha avuto un posto importante nella mia vita spirituale. Il Rosario mi ha accompagnato nei momenti della gioia e in quelli della prova. Ad esso ho consegnato tante preoccupazioni, in esso ho trovato sempre conforto. IL ROSARIO E PAPA BENEDETTO XVI L origine storica del Rosario risale al Medio Evo. Era un tempo in cui i Salmi rappresentavano il punto di riferimento principale per chi pregava. Ma i Salmi biblici costituivano un ostacolo insuperabile per tutti coloro che all epoca non sapevano leggere, che erano i più. Si è così cercato un Salterio adeguato alle loro esigenze e lo si è trovato nella preghiera mariana [l Ave, Maria] cui si aggiungevano i misteri della vita di Gesù Cristo, allineati l uno dopo l altro, come grani di una collana. Queste preghiere toccano la corda della meditazione; la reiterazione delle parole, il ritmo ripetitivo cullano l anima e le trasmettono serenità, mentre il concentrarsi sulla parola, e in particolare sulla figura dí Maria e sulle immagini di Cristo che si sgranano davanti ai nostri occhi, calmano l anima, la liberano da preoccupazioni e le consentono di alzare lo sguardo verso Dio. In effetti, il Rosario ci restituisce quella sapienza originaria che sa bene come la ripetizione delle parole sia una componente importante della preghiera e della meditazione, sia un modo per cullarsi in un ritmo sempre uguale che ci trasmette serenità. Così, non è importante seguire con razionale concentrazione ogni singola parola; ma, al contrarlo, importa lasciarsi cullare dalla calma che procura la reiterazione, l uniformità del ritmo. Tanto più che questa parola non è vuota di contenuto, e propone ai nostri occhi e alla nostra anima grandi immagini e visioni: anzitutto la figura di Maria e, attraverso di lei, la figura di Cristo. Coloro che [un tempo] recitavano il Rosario avevano duramente lavorato tutto il giorno. Non erano in grado, pregando, di compiere grandi percorsi intellettuali. Al contrario, avevano bisogno dí una preghiera che restituisse loro serenità, che li distraesse anche, che li liberasse dalle preoccupazioni e offrisse loro consolazione e ristoro dell anima. Penso che questa arcaica esperienza della storia delle religioni, cioè della ripetizione di parole, del ritmo, della parola collettiva, della coralità che mi trascina e mi culla e riempie di sé lo spazio, che non mi tormenta, ma mi trasmette la calma, mi consola e mi libera, questa esperienza arcaica è stata assunta pienamente nel Cristianesimo e ispira la preghiera e l interiorizzazione della preghiera nel contesto mariano e nella riproposizione della figura di Cristo agli uomini superando l intellettualismo a favore di una valorizzazione dell effetto rasserenante che produce il cullarsi dell anima nelle parole della preghiera [del Rosario]. Card. J. Ratzinger ora Benedetto XVI in Dio e il mondo, Ed. San Paolo 18

19 Novembre: in ricordo dei morti Dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa e il mondo contemporaneo Il mistero della morte In faccia alla morte l enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo si affligge, l uomo, al pensiero dell avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. Però l istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell eternità, che porta in sé, irriducibile com è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell uomo. Il prolungamento della longevità biologica non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore che sta dentro invincibile nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa, invece, istruita dalla rivelazione divina, afferma che l uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini della miseria terrena. Inoltre, come insegna la fede cristiana, la morte corporale, dalla quale l uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, sarà vinta, quando l uomo sarà restituito allo stato perduto per il peccato dall onnipotenza e dalla misericordia del Salvatore. Dio infatti ha chiamato e chiama l uomo a stringersi a lui con tutta intera la sua natura in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, dopo aver liberato l uomo dalla morte mediante la sua morte. La rivelazione, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura. Al tempo stesso dà la possibilità di comunicare in Cristo con i propri cari già strappati dalla morte. Nutre, infatti, la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio. Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni e di subire la morte. Ma associato al mistero pasquale e assimilato alla morte di Cristo, andrà incontro alla risurrezione, confortato dalla speranza. (N 18.22). Antonietta Gianmarini n m Pensare ad Antonietta mi riporta alla mente tante emozioni e tanti ricordi. Di lei non potrò mai dimenticare il suo sorriso carico di dolcezza e pieno di vita. Non potrò non pensare alla sua grande forza di volontà e alla bontà: sempre ferma nelle sue convinzioni e pronta a darti un aiuto o un consiglio. Che dire poi del suo coraggio e 1 amore che aveva per gli altri e per la vita: non si tirava mai indietro, sempre pronta ad affrontare ogni ostacolo ed ogni difficoltà. Non dimenticherò mai Antonietta, perché era una persona speciale ed unica nella sua infinita semplicita. Ma soprattutto voglio ringraziarla, perché mi ha fatto il suo dono più grande di tutti: mi ha dato il suo affetto e la sua amicizia e io la porterò sempre nel cuore. Ciao Anto!!! Una volontaria della C.R.I 19 IN MORTE DEL PADRE Sembra quasi irreale oggi stare qui davanti a te disteso in quella bara. Tu così fortemente attaccato alla vita ripetevi continuamente che dovevi morire quasi a scongiurare quest ultimo atto a cui nessuno di noi può sfuggire. Dicevi che quando sarebbe successo ti avrebbe dato fastidio, perché sì, tu volevi vivere, perché morire non è giusto e allora Dio ti ha ascoltato e ti ha chiamato senza fartene rendere conto. Sì, è irreale stare qui, perché chi vive intensamente come hai vissuto tu sembra eterno, sembra non dover morire mai. Ma per noi irreale invece era vederti in quello stato, non eri più tu, non eri il Cesare che avevamo conosciuto e sbagliando ci dicevamo che quello non era più vivere, ma se ci penso chi siamo noi per dire ciò che è vita e ciò che non lo è? Non sei stato forse ciò che volevamo, errori ce ne sono stati tanti, troppi e dentro rimarrà sempre il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, per ciò che è stato detto e non doveva essere detto. Ma la morte ha di bello che con un colpo di spugna sembra quasi cancellare le cose brutte e ti lascia solo i bei ricordi facendoti vedere sotto una luce diversa tante cose; e allora arrivederci pà, so che mi stai vedendo ed ascoltando, sì arrivederci perché gli addii no, non esistono.

20 Al cappellano Carissimo fratello, servo di Gesù e amico fedele di tante anime in travaglio, bisognose di essere colmate dell amore di Dio. Non so il tuo nome, tu per me sei il soffio di Dio... Tu sei stato e sarai l arcobaleno dopo la tempesta che agitava il mio cuore. Tu dolcissimo arco della freccia di Dio, ristabilita la pace dei cuori: tu giri ogni ora per i luoghi di sofferenza, imponendo le tue consacrate mani sui malati, portando in dono il dolce viatico di Gesù. Donando unzione degli infermi e diffondere la luce di Cristo fra i travagli tenebrosi della vita. Grazie Gesù per il dono di questo fratello. Ti benedico, ti ringrazio, ti lodo Signore Gesù, per i suoi piedi, perché abbreviano il tratto di strada tra l uomo e Dio. Ti benedico Gesù per le sue consacrate mani che ungono e benedicono nel tuo Santo Nome. Ti rendo grazie Gesù per le sue parole cariche di speranza e carità. Grazie Gesù per il dono di questo fratello, tuo ministro; caro fratello, ti abbraccio con l abbraccio di Gesù e unisco il mio povero cuore alla fornace ardente dell amore infinito, ti saluto con gratitudine per la missione che porti a compimento per i sentieri della vita del dolore. Grazie a te angelo santo, ti accompagnerò con la preghiera e ti saluto caramente in Gesù e Maria. Da parte di Maria Petronzo, sorella in Cristo, della comunità Gesù Risorto del rinnovamento cattolico Carismatico di Latina. Un ammalata dalla Parrocchia di S. Luca di Latina ricoverata alla clinica S. Feliciano di Roma giugno 2007 ASSOCIAZIONE BRICIOLE DI SPERANZA I soci della Associazione Briciole di speranza sono tutte quelle persone che condividono lo spirito di essa, senza bisogno di tessera o iscrizione. Per tenerci in contatto, oltre alla posta individuale, è inviato ogni anno a ognuno un libretto e la lettera di Natale. IL FINE DELLE BRICIOLE Il fine primario delle briciole è quello di aiutarsi a vicenda, a scoprire il progetto di Dio nella propria vita e a viverlo, anche se con fatica e lacrime, aderendo alla sua volontà, unendo la propria sofferenza al sacrificio di Gesù sulla croce. San Paolo esorta a portare gli uni pesi degli altri, solo in questo modo possiamo vivere in concreto il comandamento di Gesù: Amatevi come io vi ho amato. Ciò avviene soprattutto attraverso la preghiera individuale e comunitaria, poi con la posta, il telefono, i libretti, le audio e video cassette che testimoniano la fede vissuta con umiltà e fiducia da ogni briciola perchè, tutto nasce e dà frutto nella preghiera. Sito internet: wwvv.bricioledisperanza.it Oggi l Associazione ha la sua sede (collocazione giuridica e di archivio oltre che sede operativa) a Genova, Via Lagustena 146/14. 20

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