Crisi economica e psicologia

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1 Crisi economica e psicologia di Alberto Stilgenbauer Si sa, quando una nave rischia di affondare nel mare in tempesta la cosa più opportuna per non far affondare tutto, è gettare fuori dalla stiva ciò che è ritenuto superfluo, e così viene stabilito un ordine di priorità basato su criteri di sopravvivenza. Questo paragone rappresenta abbastanza bene quello che sta accadendo in Italia in seguito alla più grande crisi finanziaria mondiale, ed è soprattutto la classe media ed i più deboli quelli che ne stanno sopportando il peso, appesantiti dalle tasse e indeboliti nelle speranze, costretti a ridurre anche le necessità, sicuramente riducono le necessità considerate meno vitali, e tra queste c è: la psicoterapia. Le società europee tra cui e soprattutto la società italiana, si trovano in quella che gli economisti chiamano: sofferenza. La piccola e media imprenditoria è in sofferenza, chiudono le attività, i sogni, i desideri di tanta gente che negli anni ha costruito passo dopo passo, generazione dopo generazione, attività di prestigio professionale organizzatrici del tessuto economico e culturale che ha retto la rappresentazione sociale del sistema produttivo e di convivenza della comunità. Attualmente con questa campagna per le votazioni politiche prossime, assistiamo a vergognose rappresentazioni di arrivismo becero, modalità ben lontane da quel modo d essere imprenditivo basato sul lavoro che ha permesso nei decenni passati di mostrare una cultura del lavoro tipicamente italiana. Attualmente abbiamo lo sviluppo dei cosiddetti nuovi poveri, una linea di attraversamento intergenerazionale che vede uniti i giovani e le persone di mezza età. Giovani precari, definiti: generazione persa - giovani che per l egoismo di alcuni sono stati relegati alla condizione di instabilità progettuale, che vivono guardando come dimensione tempo quello che accade nell arco di ventiquattrore e non oltre, non solo per evitare di illudersi, ma perché pensare l oltre ha il sapore dell autonomia e quest ultima è diventata merce rara. Poi ci sono quelli di mezza età che hanno perso il lavoro perché il sistema finanziario nel suo brutale egoismo non prevede categorie di lettura di tipo sociale, anzi. La cultura del lavoro si è trasformata da decenni in una specie d efficientismo finanziario speculativo che fa dire: mi conviene - non mi conviene! Basta il semplice pigiare sullo schermo di un palmare che istantaneamente vengono annullati posti di lavoro: ossia la personalità e dignità di uomini e donne ne viene offesa.

2 Il triste è che spesso questo annullamento di dignità porta un ulteriore annientamento di dignità, un gioco esponenziale alla disumanizzazione del mondo globalizzato, con l avvio di nuovi posti per schiavi, basti pensare alla Apple cinese o alla chiusura di fabbriche d auto in Italia e lo spostamento delle attività a basso costo di produzione nei paesi di quelli che una volta erano definiti: paesi dell est. Con buona pace dello Statuto dei Lavoratori e della dignità del lavoro. Si allarga l area delle nuove povertà che prima di essere economica è culturale, anzi, potrei dire che la povertà culturale è di molto più estesa di quella economica ed invade in maniera diffusa le istituzioni. Il supervalore simbolico dato al denaro è divenuto totalizzante, talmente pregnante da piegare a sé le differenze culturali tra le persone. Questo non nasce così, a caso, cercando un ragionevole momento storico d inizio della crisi attuale, lo possiamo trovare nei primi anni ottanta, quando dai politici di allora si sentiva parlare di Azienda Italia. L Italia stato, popolo, nazione, cultura, storia, si trasformava in una specie di società rappresentata in Borsa, inflazionata, e pubblicizzata con la Milano da Bere, dimenticando che oltre il denaro c è il lavoro come soddisfazione creativa umana. Mi ricordo bene quando nel contesto dei dipendenti pubblici di allora, con gli enti di previdenza e assistenza si poteva prendere del denaro in prestito al 2,4% annuale, per avviarlo in B.O.T. al 13% d interesse con un guadagno netto del 10,60%, tutto ciò senza aver impegnato il proprio denaro e partecipando all incremento del debito pubblico del paese dei balocchi. Il problema non era tanto un problema speculativo, la cultura economica di allora lo imponeva, il problema era che questa modalità culturale diffusa faceva si che si sgretolasse la cultura dello Stato, quello che una volta si diceva: Senso dello Stato, dicitura che successivamente faceva diventare ingombrante e fastidioso chi provava a pronunciarla. Il giocare in Borsa per persone che non avevano nessuna competenza di economia finanziaria, il moltiplicarsi di istituti finanziari pronti a fare assicurazioni sulla vita o fondi d investimento, ha provocato l annullando dell idea di investire su se stessi direttamente con il lavoro, con la cultura, con la solidarietà ed ha fomentato la fantasia illusoria che i beni che si potevano ottenere erano inesauribili. Tutto questo ha portato alla criminalità ed alla corruzione come modalità relazionale tra domanda e offerta, basti pensare all uso quasi assoluto della trattativa privata al posto dei contratti pubblici a gara, al frazionamento illecito per evitare i controlli degli organi preposti a seconda la fascia d importo di spesa, alle regalie miserevoli che hanno trasformato decorose persone in ladri di galline.

3 Torno a ripetere da una prospettiva psicologica non è rilevante il valore in denaro degli importi sottratti, ma per la diffusione di un modello egoistico generalizzato che ha avuto nella società e nella cultura come simbolizzazione delle relazioni sociali di convivenza: tanto lo fanno tutti; se non l avessi presi io, l avrebbe presi un altro!. Chi non si ricorda il: prendi oggi e paghi tra un anno; il diritto ad essere felici con un nuovo modello d auto appena uscito di fabbrica o con l ultimo iphone. Il gioco in Borsa, senza competenze economico-finanziarie, in molti casi si è ridimensionato, e nella sua proletarizzazione si è trasformato nelle dipendenze da gioco alle slot machine o ai gratta e vinci, logicamente legalizzati con leggi e regolamenti. E noi psicologi a parlare della dipendenza da gioco che trasforma le persone in giocatori compulsivi, ignorando la dimensione relazionale e psicosociale di una trasformazione culturale che fa dire che chi gioca troppe volte è malato da gioco, ha una dipendenza. Così facendo ci impediamo di vedere che la dipendenza ha a che fare con una incapacità ad essere indipendenti, proprio perché ci troviamo in una cultura oramai istituzionalizzata della dipendenza, dell alienazione dell uomo al consumo emozionato e non pensato. Basta pensare che quando le persone si basano sull emozione del tentare la fortuna ossessivamente, beh, forse hanno perso progettualità e investimento su se stesse, e in maniera più audace potremmo pensare che forse la cultura sociale imposta sulla delega accettata dalla maggioranza non pensante, vuole che ci sia proprio poco pensiero critico e tutto il resto emozioni inebrianti. Credo che la psicologia possa fare molto su questo, mettere in evidenza professionalmente quello che sta avvenendo, e penso anche che la psicologia e gli psicologi si trovino ad un bivio: - o interpretare e imitare altre professionalità, come ad esempio la psichiatria facendo arbitrariamente propri i criteri di questa valida professione, perdendo quelle competenze e quelle specificità psicologico-sociali che le appartengono; - o rimboccandosi le maniche, detto in termini figurativi, lavorando con i propri criteri e modelli professionali d intervento, ad esempio lavorando, sui problemi, sulla domanda non ancora ben definita dell utenza, incontrandosi, confrontandosi, verificando fattibilità e risultati d intervento a partire dal conoscere quello che sta avvenendo.

4 Un bivio che si può sintetizzare tra una psicologia solo applicativa delle tecniche o in una psicologia clinica[1] della domanda nelle relazioni, una scelta professionale tra intervento sul deficit o intervento sui problemi. La scelta di quale strada intraprendere è tra il considerare le domande che vengono portate allo psicologo come riparazione o sostituzione di ciò che non va, una specie di officina meccanica per la psicologia o la trasformazione della domanda in un possibile sviluppo di cambiamento della persona, gruppi, istituzioni, scoprendo le proprie risorse ed il valore/utilità che queste hanno con la verifica. La psicologia può lavorare per lo sviluppo dei contesti di convivenza, proponendo un superamento della rassegnazione e una acquisizione della fiducia in sé e contemporaneamente nella socialità, a partire da un pensiero sulle emozioni, magari proprio dalla domanda ancora non ben definita, non pensata dell utenza, promuovendo la riassunzione della delega e riscoprendo il nucleo del proprio scopo esistenziale in relazione alla realtà sociale degli individui nei contesti di cui sono. [1] Casi Clinici, il resoconto in psicologia clinica Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia, 2005, il Mulino. [2] Casi Clinici, il resoconto in psicologia clinica Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia, 2005, il Mulino.

5 LA BOTTEGA DEL VERROCCHIO Alberto Stilgenbauer Muovesi l amante per la cosa amata Se la cosa amata è vile L amante si fa vile Quando l amante è giunto all amato là si riposa Quando il peso è posato Qui si posa (sigla di coda cantata da Ornella Vanoni su parole di Leonardo da Vinci) Qualche decina di anni fa (1971) la RAI produsse uno sceneggiato di alto livello per quegl anni, era dedicato alla vita di Leonardo da Vinci e con diverse puntate fece entrare il pubblico televisivo nel Rinascimento, nell operosità di quella che ora si potrebbe chiamare: economia reale creativa. In una delle prime scene Leonardo poco meno che un ragazzino andò a lavorare nella bottega di Andrea Verrocchio, così raccontato dal narratore Giulio Bosetti: La bottega di un maestro del 400 non ha nulla a che vedere con lo studio di un pittore moderno, è prima di tutto un officina, l artista del rinascimento è un orefice, pittore, fabbro, artigiano, il suo prodotto è vivo, è un prodotto vivo, perché corrisponde sempre ad una necessità quotidiana, come questa grande palla di rivestita di rame che dovrà essere collocata sulla cupola di Santa Maria del Fiore, Leonardo se ne ricorderà molti anni dopo scrivendo: ricordati delle saldature con cui si saldò la palla di Santa Maria del Fiore di rame improntato in sasso, come i triangoli di essa palla E qui si fanno quadri di santi perché il popolo vi preghi inginocchiati, ritratti per ricordare una persona cara, vasellami per le mense dei ricchi e dei meno ricchi, arredi sacri per le Chiese. Pietro Perugino, quasi sicuramente il Botticelli e Lorenzo di Credi allora giovanissimo, lavorano già nella bottega del Verrocchio..

6 Allora per imparare un mestiere si andava a bottega e l apprendimento degli allievi non era verificato tramite esami ed interrogazioni, ma sul prodotto totale o parziale che realizzavano. Attualmente il nostro sistema scolastico e universitario si basa su un forte bisogno di certezza, tale da dare la sensazione di una conoscenza reale tangibile in un sistema formativo chiuso dalle mura reali e mentali dell edificio scolastico/universitario. Ben diversa è la situazione nella vita reale dove non ci sono esami scritti o orali, le risposte che vengono date hanno a che fare con una situazione di variabilità aperta, solo a posteriori, dopo che sono state verificate come prodotto possono essere considerate utili, e il confronto con la realtà diviene angosciante proprio perché non c è una risposta certa, ma un vissuto è di preoccupazione, incertezza, inconclusione. I personaggi del mondo scolastico /universitario, sia essi genitori, allievi insegnanti, professori, vivono uno stato di collusione inconscia che organizza le relazioni su false certezze vivificate magari in un trenta e lode, tenendosi ben lontani dalla realtà dell incertezza della variabilità dei contesti, fino a pensare che la scuola sia una realtà senza prodotto, se non la sua stessa sopravvivenza. Nella scuola/università azzerare i contesti permette di controllare l ansia e di reggimentare in atti specifici istituzionalizzati gli esami, le interrogazioni, le tesi di laurea e tutta la ritualità adempitiva delle lezioni, compreso il libretto delle assenze o il foglio firma delle presenze a lezione per i più grandi. Ma così non poteva essere nella Bottega del Verrocchio, non era possibile far divenire un mito la stessa Bottega, sarebbe diventata improduttiva, museale, ma, al contrario era produttiva, organizzata su committenze, sulle relazioni tra maestro e allievo, dove era chiaro che l esistenza della Bottega era legata alle commesse, ai contratti che venivano aperti con i clienti ed alla soddisfazione di questi. L incertezza era di casa, l angoscia funzionale alla professione, la componente istituzionale funzionale e proporzionale alla realizzazione degli obiettivi produttivi. Probabilmente essere professionisti passa ancora adesso per la qualità dei prodotti forniti, ma prima ancora passa per la capacità di utilizzare l angoscia dell incertezza.

7 Ma la gaussiana, alias Curva di Gauss, alias Normale, ha a che vedere solo con la statistica? Alberto Stilgenbauer Se qualcuno chiedesse quale è la differenza tra normalità e psicopatologia, probabilmente avremmo la presunta sensazione di sapere che cosa significa, magari cercheremo di ricordarci le definizioni acute, ma acontestuali del DSM IV[1][1] e anche TR con tutti gli ASSI I, II, III, IV. Probabilmente potremmo tirare fuori nozioni sicureggianti di tomi e tomi scritti da emeriti studiosi, ma difficilmente potremmo capire il confine tra la normalità e la psicopatologia, quello spazio delle volte così ristretto che fa da zona d interdizione, di separazione tra due mondi che il mediocre perbenismo sociale erige per non esserne toccato. Mi viene in mente l attuale Striscia di Gaza, il Muro che circonda Gerusalemme, l ex Muro di Berlino, e pensando ad altre zone d interdizione il 38 parallelo degli anni sessanta che divideva il Viet-Nam del Nord dal Viet-Nam del Sud, ma anche le strutture manicomiali e molto spesso, le attuali comunità terapeutiche. Proviamo per un momento ad utilizzare in questa riflessione una modalità esplorativa che tenga conto dei sensi sociali e comunitari che descrivono e vivono le relazioni di convivenza, cercando dalle parole i sensi emozionali, i semi dell etimo che formano questo campo, tutto da scoprire. Iniziamo dalla parola normalità, decontestualizzata ha a che vedere con squadra, dal latino norma che sottende il decisionale e sentenziante concetto di normalità, svela il senso di conforme a una certa norma e, con soddisfazione di chi l agisce, conduce alla normalizzazione, ben specificata nel il Nuovo Etimologico Zanichelli con l esempio storico dove un ex superpotenza degli anni 60 aveva normalizzato uno stato satellite occupandolo militarmente, la Cecoslovacchia, ed allora la normalizzazione assume le tinte scure della restaurazione. Ed allora la psicopatologia che cosa è? La psiche malata, senza uscita, blocco della mente, così come è per il Re del gioco degli scacchi, ed è lo scacco matto, posizione in cui non c è via d uscita se non nella distruzione, nella morte sociale, nella resa. I sinonimi culturali della parola matto sono: folle, pazzo, demente e per i più benevoli giudicanti, magari con un po d invidia: estroso, stravagante, bizzarro. Comunque al di fuori della norma, ed anche qui all inverso, ci sono quelli che sono dentro la norma e quelli che sono al di fuori della norma.

8 Ma per chi ha osservato la norma o normale con occhi diversi dall espletamento di un esame di statistica, la norma o gaussiana diviene un modello che può aiutare a comprendere qualche cosa in più sul modo di concepire la convivenza e la psicopatologia. Tutti sappiamo che una gaussiana standard ha due code, due protuberanze estreme rispetto all area centrale, aree che si contrappongono e dove il limite estremo dell accettabile può essere riconosciuto dalla maggioranza standardizzata e normalizzata come appartenente perché non confidente ed allora chi è oltre il limite accettabile, diviene errore vivente, sbaglio della natura. Ed è molto probabile che la diversità, l incapacità di vedere l altro come estraneità non fagocitata porta ad una meritevole condanna, una sentenza severa: matto. In questo caso ci sono le strutture di contenimento oppure è un criminale ed allora il carcere, ma in ambedue i casi è l isolamento sociale della diversità. Interessante è il caso del matto criminale, ma anche lì esiste un altra soluzione che racchiude tutto: il Manicomio Criminale. Ma se le differenze di percentuale dell area intorno alla media e dell area delle code dovessero ridursi, se il delta divenisse prossimo a zero? Beh, allora dovremmo parlare di società malata a tal punto da richiedere cure sociali radicali. Questo ci porta inevitabilmente ad affrontare l argomento della convivenza, alla scoperta di come il contesto reagisce e da valore a quelle regole di convivenza sociale che si è dato rispetto alla diversità, possiamo riflettere sulle modalità di relazione tra un appartenenza che si considera normale e che considera la diversità da se stessa come nemica, non riconoscendogli la specificità d essere, considerandola estranea, anzi strana che provoca stupore, turbamento e conseguentemente sospetto. La convivenza così come descritta da Carli R. è: Convivere significa capacità di trattare con la diversità, con l altro diverso da noi negli obiettivi, negli interessi, nei desideri, nei valori della cultura. La norma, intesa come regola del gioco, non come vincolo costrittivo, è il sistema entro il quale è possibile esplorare la diversità, entrare in relazione con essa ed arricchirsene. Convivere, in sintesi, significa avere relazioni con l altro ed iscrivere tali relazioni entro regole del gioco condivise. È importante sottolineare che il rapporto con l alterità ha bisogno di regole del gioco; ma anche come le regole del gioco implichino sempre, la relazione con l estraneo. [2][2]. (Carli R., 2000). Ecco una modalità per poter esaminare le condizioni sociale in cui è possibile che si avvii quella che viene definita patologia psicologica senza eziologia simil-medica. Potremmo dire che la patologia psicologica nasce da una incapacità di mettersi in relazione con l altro, è senza prodotto ed è incapace di seguire delle regole del gioco se non addirittura di contrattarle, ma queste possono esistere solo dopo il riconoscimento dell altro come altro indipendente con cui poter avere uno scambio.

9 Proprio la capacità di costruire convivenza in molteplicità di contesti può divenire uno strumento di verifica per un trattamento psicoterapeutico, questo permette di spiegare non solo la risposta sociale ai fallimenti della collusione, ma anche la psicopatologia del singolo individuo, considerando che la polis del mondo esterno si riflette nella polis del mondo interno.

10 Famiglia, Familismo, Istituzioni Alberto Stilgenbauer IL PADRE - Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com egli l ha dentro!crediamo d intenderci; non ci intendiamo mai!... (Sei personaggi in cerca d autore) Luigi Pirandello Spesso nelle organizzazioni lavorative, istituzionali, quali: Assistenza Sanitaria, Chiesa, Forze Armate, Scuola, Poste, ecc.; si sente parlare di famiglia e le frasi che spesso abbiamo ascoltato e detto, hanno come riferimenti l istituzione emozionale familiare. Frasi del tipo: (siamo tutti una famiglia) (per noi i figli sono tutti uguali). Trasformando quel luogo organizzativo come una famiglia dove ci sono i genitori e i figli, personalmente ho sentito dire spesso - (questa Forza Armata è come una grande mamma!) Ma lo pensate che cosa vuol dire avere un comandante di gruppo nelle forze armate, un vescovo nella chiesa, un insegnante nella scuola che è come la mamma o come un papà è la riduzione del rapporto alla dimensione familistica come modello che organizza le relazioni di potere all interno di quello specifico contesto organizzativo; è la confusione del significato di prodotto (il motivo perché si è in una specifica organizzazione). La famiglia viene mitizzata e ideologizzata per divenire modello uniformizzante le relazioni: e la competenza ad essere comandante di gruppo, vescovo, insegnante, e perché no? padre o madre? Che fine fa? Il familismo al di fuori della famiglia (direi anche all interno della famiglia, assume l aspetto di un singolo fotogramma, congela le relazioni ad una età dove i figli sono infantilizzati, negandone il processo trasformativo evolutivo verso l autonomia dei figli, e logicamente immobilizza anche i genitori) è quell area non pensata, talmente non pensata che poi diventa una specie di dogma, anzi di dogmatismo, ed allora escono fuori i principi, i valori familistici, i sensi di colpa, le infantilizzazioni di chi occupa una posizione down e chi quella up, fino ad arrivare alla lesa maestà, a quello che definisco caifanismo[1]. Alla confusione tra emozione, mito, idea, ideale, e contesti, distorsioni delle relazioni non pensate che portano al padre eterno, alla madre eterna, al figlio eterno, al familismo eterno, all onnipotenza divina, una specie di passepartout che apre tutte le porte.

11 Certo che parlare ed utilizzare i modelli e processi decisionali materni e paterni, come ha ben spiegato Franco Fornari[2], è inevitabile, proprio perché costruzioni culturali genetiche universali che c appartengono da sempre, ma questi non vanno pigramente e pervasivamente transustanzializzati alla lettera in ogni relazione socio organizzativa. L accettazione e l uso sociale della familizzazione insterilisce i processi nei contesti, li standardizza rendendo ogni luogo di convivenza tutto uguale a tutto. Il familismo sociale dilagante si iscrive dentro processi modellistici e di pensiero acritici del tipo: (chi non è con noi è contro di noi). Un bisogno di riduzione dell altro al conosciuto, al già noto e non più in un assetto produttivo di conoscenza dell altro partendo dal considerarlo altro da me, in cui nasce una curiosità di conoscenza reciproca. I sistemi produttivi non possono essere confusi nel familismo, perché perdono il significato per cui si costituiscono, e se costruisco le relazioni organizzative in termini simbolici familistici agiscono emozioni istituzionali perdendo di vista le relazioni produttive con l esterno, basti pensare a quante istituzioni istituzionalizzandosi soffocano gli scopi, gli obiettivi, i motivi per cui si costituirono. Perdendo di vista il prodotto per cui sono organizzate divengono luoghi il cui fine è solamente quello di vivere emozioni agite, utilizzando lo schema emozionale primordiale amico/nemico come organizzatore di relazioni. La stessa famiglia può trovarsi nell assetto familistico o al contrario produttivo, ma questo passaggio si ha quando, come si diceva qualche anno fa: prende coscienza della sua funzione sociale; ossia quando prende consapevolezza della produttività, come nel caso del cammino verso l autonomia dei figli e del suo essere in continua trasformazione anche per il resto degli altri componenti. Per fare questo, la famiglia si deve mettere in un assetto mentale meta, ossia sospendere l agire familistico per pensare e parlare il ruolo sociale produttivo contestualizzato a quella specifica famiglia in quello specifico periodo storico e culturale. Molto spesso le agenzie supportive alla famiglia esplicitano la loro azione fornendo tecniche: basta pensare a quei programmi televisivi dove si vede una Tata in grembiule pronta con carta e penna a capire da dove nascono le difficoltà nei rapporti tra genitori e figli: è l agire di tecniche dove c è quello che sa (la Tata, raramente il Tato) e quello che non sa (abitualmente tra i genitori sembra che il non sapere come si fa, sia sempre a carico della madre/moglie-compagna), non è che le tecniche della Tata non servano, sono utili, ma per capire quello che sta avvenendo si deve passare per la comprensione dei sistemi simbolici relazionali che si stanno vivendo all interno di quello specifico contesto familiare, dove l agire senza pensiero è la punta dell iceberg di un sistema di simboli, cioè di un sistema collusivo.

12 Lo stesso concetto di famiglia se mitizzato e universalizzato negli altri sistemi di convivenza diventa una spece di dimensione naturale, non è più la famiglia, ma diventa familismo inteso come sistemi familiari, e porta alla deproduttivizzazione dei sistemi organizzativi, al grande bazar emozionale agito, per cui alla domanda: perché bisogna farlo? Si risponde: si fa perché lo dico Io? L adesione totale ad un potere che si legittima dietro la mitizzazione del padre di famiglia e certamente del buon padre di famiglia che conosce il mondo e come vanno le cose, riduce l altro alla figliolanza, a quest ultimo non resta che obbedire a dogmi, a principi e principati, sperando che un giorno anche lui possa fare il padre. Mi viene in mante il nonnismo delle caserme, il rapporto tra vescovi e sacerdoti nella chiesa, o tra ufficiali e sottufficiali nelle forze armate, o tra capoufficio e addetto d ufficio. Tutti posti dove non ci deve essere pensiero sulla simbolizzazione della relazione, dove non ci può essere tempo e spazio per un pensiero verticalizzato rispetto al piano dell agito emozionale, del copione relazionale che si perpetua. Se il familismo è un assetto emozionale agito deleterio per la convivenza sociale e lo è altrettanto per la stessa famiglia, lo stesso considerare i componenti di una famiglia come a sé stanti è una alterazione della realtà, una semplificazione forzata della variabilità relazionale sistemica dell insieme famiglia, non è più possibile considerare una madre scissa da tutto, dal suo contesto, dai suoi desideri, dalle simbolizzazioni emozionali che ha costruito, dai vissuti intrecciati con gli altri componenti di quello specifico nucleo famigliare, in quello specifica cultura locale dove esprimono la loro esistenza. Il familismo annulla la competenza ad essere padre, madre, figli, genitori, nella stessa famiglia, figuriamoci in altri contesti organizzativi produttivi, familismo e competenza sono modelli totalmente opposti tra di loro, tant è vero che il familismo è la traduzione nel sistema sociale di quei processi senza competenza fondati sui sistemi di controllo, sui gruppi di potere che come dicevo, sono un modo di parlare e di vivere in termini familistici, non di famiglie, ma di una enorme grande famiglia (siamo tutti amici - ho i santi in paradiso). Il nodo è poi di chi fa il genitore e chi il figlio, ossia di chi ha il potere. Il prodotto del sistema famiglia parte dall accettazione dell alterità, e questo ha a che fare con l individuazione, con la scoperta su base esperienziale dei vissuti di chi si è, sulla valorizzazione dell essere, di piacevole frommiana memoria.

13 Accettare l alterità di un figlio, per un genitore, vuol dire lasciare uno spazio mentale d estraneità, non pre-scritto nella mente del genitore, ad esempio accettare i rischi perché faccia esperienza perché il figlio si faccia carico dei costi di quello che fa, perché la vita del figlio appartiene al figlio e non al resto. Il genitore può dargli una mano, lo può aiutare, un rapporto non fusionale familista, ma un rapporto di alterità nell alterità perché avvenga uno scambio nella reciprocità delle differenze. [1]http://studiodegama.blogspot.it/

14 La sindrome da Caifa Alberto Stilgenbauer Allora il sommo Sacerdote si stracciò le vesti, dicendo: Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo di testimoni? Ecco, voi avete sentito ora la sua bestemmia. Che ve ne pare?. Quelli risposero: E reo di morte!. Mt.26, Mi sono chiesto: ma perché si stracciò le vesti? Una scena teatrale, il Sommo si straccia le vesti perché non riesce a contenere la rabbia, l offesa, il tradimento fatto alla sua autorità e poi, e poi lo spettacolo lo esigeva. Stracciarsi dei vestiti ha valore anche a seconda della classe d appartenenza (termine classe sopito per qualche decennio e che ultimamente torna utile). Una cosa è che le vesti se le stracci un poveraccio sotto casa, una cosa è che se le stracci un personaggio Sommo, nel primo caso viene ritenuto pazzo o criminale, nel secondo, minimo tutti a cliccare su youtube. Il Sommo con il suo gesto straccesco, prende l attenzione su di sé, carica e organizza emozionalmente la platea manipolatndola, collude con la dimensione paternalistica, fa diventare gli spettatori attori della scena e mitizza l antagonista (Caifa) facendolo divenire protagonista, riprendendosi il controllo del pubblico pagante ignaro. La sindrome da Caifa è molto vicina ad ognuno più di quanto sembri, ha a che fare con lo scandalizzarsi programmato, con la ricerca del pelo nell uovo, con l offesa ricevuta e insostenibile onta alla figura sociale di chi si è fatto Sommo. Nella sindrome da Caifa non c è solo il gioco neoemozionale, agito non pensato, c è un pensiero perverso nascosto, un piano per fare i carnefici vestendosi da vittime. Dante Alighieri nel canto XXIII dell Inferno mette Caifa tra gli ipocriti, di un tipo di ipocrisia particolare, è l ipocrisia di chi si fa IO assoluto, ha la pretesa di conosce il bene e il male ed ha la pretesa di diventare IO Sommo Sacerdote, ossia IO di D IO, IO DIO, DIO!. Per il caifanismo è difficile accettare che ci sia qualcun altro che dice di essere Figlio di Dio, una minacciosa concorrenza da ridimensionare, da eliminare prima che acquisti potere e conquisti la platea prendendosi tutto, comprese le vesti e le entrate del botteghino. La sindrome da Caifa ha a che vedere con il potere senza competenza, perché o c è competenza o c è il potere, e Caifa non vede l altro per quello che è, ossia uno sconosciuto da scoprire e con cui

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