IL CORPO E LA RETE Strumenti di apprendimento interculturale

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1 Atti del convegno IL CORPO E LA RETE Strumenti di apprendimento interculturale Biblioteca della Fondazione

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3 Atti del convegno IL CORPO E LA RETE Strumenti di apprendimento interculturale Biblioteca della Fondazione

4 IL CORPO E LA RETE Strumenti di apprendimento interculturale Proprietà letteraria della Fondazione Intercultura I testi di questo volume possono essere riprodotti gratuitamente citando la fonte e purchè per scopi non commerciali. Non se ne possono trarre opere derivate. Visitate il sito: Finito di stampare nel mese di agosto 2013

5 Sommario / Table of contents Il convegno 7 The conference 9 Programma/Programme 11 Un tema controverso Introduzione di Roberto Ruffino 15 Beyond the binaries: learning, identity and the Digital Generation Prolusione di David Buckingham / key note speaker 19 Apprendimento virtuale ed esperienza vissuta Dialogo tra Susanna Mantovani e Paolo Ferri, con Roberto Toscano 41 Relazioni sociali e culture digitali Antonio Casilli 61 Filosofia, Web e Società Giuliano Torrengo 73 Educazione morale e neuroscienze. La coscienza dell empatia Milena Santerini 93 Lo spazio del corpo e il potere dell azione Corrado Sinigaglia 99

6 Intercultural Education in the Digital Era Fernando Naiditch 123 Building online collaboration between people and cultures Elaine Hoter 149 L incorporamento dell esperienza interculturale Ida Castiglioni 159 Identità sarda ed esperienze all estero Bachisio Bandinu 169 Dietro lo schermo. Adoloscenti e comunicazione ai tempi di Facebook Alberto Fornasari 179 Chi e cosa perde o guadagna nell era digitale. Uno sguardo alle pratiche sociali e scolastiche delle nuove generazioni Gianni Marconato 207 Nuovi media e apprendimento tra divari e opportunità Maria Ranieri 221 Geographies of Online Spaces and Intercultural Citizenship Mark Baildon and Li-Ching Ho 233 Digital communities and intercultural dimensions in early childhood education Kostas Magos and Katerina Spanopoulou 257

7 The role of computer-mediate communication in enhancing linguistic and intercultural competence Aleksandra Wach 275 Strumenti interculturali nella rete - due esempi: il dizionario dei gesti degli italiani e il progetto paroleinviaggio Paolo Ernesto Balboni e Fabio Caon 287 Come l identità culturale in internet si va modificando Sara De Angelis ed Elio Vera 297 Scuola, schermo e corpo. L insegnamento visto da una nuova prospettiva Derrick de Kerckhove 313 Learning about culture: the web as an obstacle (with opportunities) Carla Chamberlin-Quinlisk 319 Teaching Intercultural Communication Skills Using Digital Media Paige Ware 335 Building Investment in Intercultural On-line Language Learning Environments Geoff Lawrence 349 Coping with intercultural adaptation, functional and dysfunctional strategies Nicolas Geeraert 361 Conclusioni Roberto Toscano 369

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9 Il convegno IL CORPO E LA RETE STRUMENTI DI APPRENDIMENTO INTERCULTURALE Firenze, 28 febbraio - 2 marzo 2013 Dal 1955 l Associazione Intercultura propone un modello di educazione al cosmopolitismo attraverso esperienze adolescenziali di vita vissuta individualmente per lunghi periodi in famiglie e scuole di altri Paesi. Infatti invia ogni anno oltre 1500 ragazzi delle scuole secondarie a vivere e studiare all estero ed accoglie nel nostro paese altrettanti giovani di ogni nazione che scelgono di arricchirsi culturalmente trascorrendo un periodo di vita nelle nostre famiglie e nelle nostre scuole Attraverso queste esperienze si forma la consapevolezza della molteplicità dei valori storici, sociali e culturali e si può innescare un processo di conoscenza, confronto e rispetto: una formazione interculturale alla cittadinanza mondiale secondo il suggerimento dell Unesco che consiglia l immersione guidata in un altra cultura come uno dei percorsi possibili per l educazione interculturale e per il superamento dell eurocentrismo. La Fondazione Intercultura ha già dedicato nel 2011 a questi argomenti un convegno internazionale dal titolo Ricomporre Babele - Educare al Cosmopolitismo, che si è concluso con il riconoscimento che Il cosmopolitismo è una necessità, non un utopia e che occorre trovare strumenti di apprendimento interculturale che favoriscano la ricerca dell armonia tra i cittadini del mondo. Oggi l informatica e i social network hanno creato una rete virtuale 9

10 di interazioni planetarie, che potrebbe essere uno di questi strumenti. Ma il suo uso è contraddittorio. Da un lato sembra rendere irrilevanti le distanze (anche culturali) e superflua o marginale la presenza fisica per conoscere altre realtà. Dall altro invece sembra rendere più difficile il distacco dal proprio ambiente, anche nel caso di un immersione totale in un Paese diverso. È una contraddizione che genera molte domande. Come vengono utilizzati questi strumenti, soprattutto dai giovani? Come creano un tessuto di connessioni plurime continue? Come si affiancano o si contrappongono agli scambi reali tra persone di cultura diversa? Come facilitano o ostacolano l apprendimento interculturale? Come si integrano o si differenziano apprendimento virtuale ed esperienza vissuta? Studiosi ed esperti del settore hanno dato ai partecipanti la possibilità di riflettere su questi argomenti. 10

11 The conference THE BODY AND THE WEB TOOLS FOR INTERCULTURAL LEARNING Florence, 28th February - 2nd March 2013 Since 1955 Intercultura (a Partner of AFS Intercultural Programs) has developed in Italy a model of education to cosmopolitanism through the exposure of individual adolescents to life in a family and a school of another country for an extended period of time. Every year Intercultura sends over 1,500 secondary school pupils to live this experience abroad and it hosts over 1,000 foreign pupils in Italian families and schools. In the course of these experiences young people become aware of a great variety of cultural, historical and social perspectives and may gain respect for others through knowledge and confrontation. It is a concrete translation into practice of UNESCO s suggestion: A guided immersion into another culture is one possible itinerary towards intercultural education and overcoming eurocentrism. On this topic the Intercultura Foundation has already organised an international conference in 2011: Reconciling Babel Education for Cosmopolitanism. It ended with the recognition that Cosmopolitanism is a necessity, not a utopia, and that we should search for tools that help human beings to learn from one another and grow in harmony. Today digital tools and social networks have created a web of worldwide connections, that might be one of such tools. But their use is ambivalent. On one hand they generate the feeling that physical 11

12 interaction may no longer be necessary in order to get to know another reality and that distance may be an irrelevant or marginal factor when approaching another culture. On the other hand they make it more difficult to detach oneself from one s own environment and to benefit from a full immersion in another country. This ambivalence rises many questions. How are these tools used, especially by young people? How do they create a texture of continuous multiple communication? How do they favour or impede physical interaction between people from different cultures, and intercultural learning? How do digital learning and real life experiences integrate or diverge? The Intercultura Foundation has invited scholars and practitioners to an international conference on these topics. 12

13 Programma/Programme GIOVEDÌ 28 FEBBRAIO, GIORNATA INAUGURALE THURSDAY 28TH FEBRUARY, OPENING DAY 15:00-16:30, Salone dei Cinquecento, Palazzo Vecchio Apertura del convegno in sessione plenaria - Opening session: Video: SHERRY TURKLE - Alone Together Saluto degli organizzatori - Welcome words: ROBERTO RUFFINO Prolusione - Key note speaker: DAVID BUCKINGHAM - Beyond Binaries: Learning, Identity and the Digital Generation 16:30-17:30, Salone dei Cinquecento, Palazzo Vecchio Prima sessione di lavoro in plenaria - First plenary session: Dialogo tra SUSANNA MANTOVANI e PAOLO FERRI su apprendimento virtuale ed esperienza vissuta A dialogue between SUSANNA MANTOVANI and PAOLO FERRI on digital learning versus real life experiences 18:30-20:00, Grand Hotel Mediterraneo (centro congressi - congress centre) Gruppi di riflessione - Discussion groups VENERDÌ 1 MARZO, SECONDA GIORNATA FRIDAY 1ST MARCH, SECOND DAY 09:00-11:00, Grand Hotel Mediterraneo (centro congressi - congress centre) Gruppi seminariali su Apprendimento virtuale ed esperienza vissuta : Seminar groups on Digital learning and real life experiences : ANTONIO CASILLI - Relazioni sociali e culture digitali GIULIANO TORRENGO - Filosofia e Web DONATELLA NUCCI - etwinning: lavorare e studiare insieme in rete MILENA SANTERINI - Educazione morale e neuroscienze. La coscienza dell empatia CORRADO SINIGAGLIA - Lo spazio del corpo e il potere dell azione FERNANDO NAIDITCH - Intercultural Education in the Digital Era ELAINE HOTER - Building online collaboration between people and cultures 13

14 11:30-13:00 Plenaria con le osservazioni emerse dai seminari Plenary session with reports from the seminar groups Presiede PAOLO INGHILLERI, chair of the session 14:30-16:30 Gruppi seminariali su Giovani, incontri interculturali e rete : Seminar groups on Youth, intercultural encounters and the web : IDA CASTIGLIONI - L incorporamento dell esperienza interculturale BACHISIO BANDINU - Identità sarda ed esperienze all estero ALBERTO FORNASARI - Dietro lo schermo. Adoloscenti e comunicazione ai tempi di Facebook GIANNI MARCONATO - Chi e cosa perde o guadagna nell era digitale. Uno sguardo alle pratiche sociali e scolastiche delle nuove generazioni MARIA RANIERI - Nuovi media e apprendimento tra divari e opportunità LI-CHING HO & MARK BAILDON - Geographies of On-line Spaces and Intercultural Citizenship KOSTAS MAGOS & KATERINA SPANOPOULOU - Digital communities and intercultural dimensions in early childhood education ALEKSANDRA WACH - The role of computer-mediate communication in enhancing linguistic and intercultural competence 17:00-18:30 Plenaria con le osservazioni emerse dai seminari Plenary session with reports from the seminar groups Presiede SUSANNA MANTOVANI, chair of the session SABATO 2 MARZO, TERZA GIORNATA SATURDAY 2ND MARCH, THIRD DAY 09:00-11:00, Grand Hotel Mediterraneo (centro congressi - congress centre) Gruppi seminariali su La Rete: aiuto o ostacolo all apprendimento interculturale? : Seminar groups on The web: an aid or an obstacle for intercultural learning? : PAOLO BALBONI & FABIO CAON - Strumenti interculturali nella rete - due esempi: il dizionario dei gesti degli italiani e il progetto paroleinviaggio SARA DE ANGELIS & ELIO VERA - Mobilità reale e virtuale; identità culturale e Internet DERRICK DE KERCKHOVE - Scuola, schermo e corpo. L insegnamento visto da una nuova prospettiva 14

15 CARLA CHAMBERLIN-QUINLISK - Learning about culture: the web as an obstacle (with opportunities) PAIGE WARE - Teaching Comments: Intercultural Communication Skills in the digital Age GEOFF LAWRENCE - Building Investment in Intercultural On-line Language Learning Environments NICOLAS GEERAERT - Coping with intercultural adaptation, functional and dysfunctional strategies 11:30-13:00 Plenaria con le osservazioni emerse dai seminari Plenary session with reports from the seminar groups Presiede l Ambasciatore ROBERTO TOSCANO, chair of the session 13: Conclusioni - Conclusions: Ambasciatore ROBERTO TOSCANO 15

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17 Un tema controverso Introduzione di Roberto Ruffino 1 Benvenuti al convegno Il corpo e la rete: strumenti di apprendimento interculturale! Abbiamo aperto i lavori con un intervento di Sherry Turkle, la cosiddetta antropologa del cyberspazio, che avrebbe voluto essere qui adesso, se glielo avessero consentito i suoi impegni universitari, a testimonianza dell interesse suscitato in tutto il mondo da questo convegno. Molti altri studiosi fortunatamente hanno potuto venire e li ringraziamo per il contributo che daranno alle nostre discussioni. Qualche mese fa Stephen Marche 2 ha dedicato un articolo molto documentato agli effetti di Internet e dei social media sui comportamenti umani sul mensile THE ATLANTIC. Il titolo era: Facebook ci rende solitari?. In buona sostanza l autore sosteneva che la terra promessa dalla tecnologia quella cioè di creare un villaggio globale si sarebbe invece realizzata sotto forma di un groviglio infinito di autostrade periferiche, su cui si soffre di alienazione e solitudine. E si domandava se Facebook contribuisca a separare o a riunire: ad ammassarsi in cerca di calore o a scivolar via nella sofferenza. Le ricerche di Moira Burke della Carnegie Mellon University 3 sembrano escludere che Facebook porti alla solitudine, in quanto Facebook proporrebbe piuttosto un modello stereotipato di auto-presentazione frizzante e spensierata. Jaron Lanier 4 accentua questo aspetto e sottolinea che Facebook ci imprigiona nel business di doverci rappresentare. E c è uno studio australiano recente 5 che trova col- 1 Segretario Generale della Fondazione Intercultura 2 Stephen Marche, Is Facebook Making Us Lonely?, The Atlantic, May Burke, M., Kraut, R., and Marlow, C. (2011). Social Capital On Facebook: Differentiating Uses And Users. ACM CHI 2011: Conference on Human Factors in Computing Systems. 4 John Lanier, You Are Not A Gadget, Knopf Tracii Ryan & Sophia Xenos, Who uses Facebook?, Computers in Human Behaviour, Melbourne

18 legamenti tra chi usa Facebook e chi possiede in misura superiore caratteristiche di narcisismo, di esibizionismo e di leadership. Ma il narcisismo ricordava Stephen Marche nell articolo citato prima può essere l altro lato della medaglia della solitudine: una connessione non è sinonimo di un legame e non è neppure la porta verso un mondo più felice e un umanità più libera. In una recensione di questo articolo l antropologo italiano Marino Niola sottolinea soprattutto l affermazione che la rete isola le persone perché crea comunità virtuali che della comunità in carne ed ossa sono solo il guscio vuoto. Atrofizza le capacità di relazione vis-à-vis, che è fatta di argomentazioni, emozioni, concessioni, mediazioni e immedesimazioni, mentre davanti a uno schermo ciascuno si immedesima narcisisticamente con se stesso 6 Altri studiosi invece sdrammatizzano. Cito per tutti John Cacioppo 7 (del Centro per le Neuroscienze cognitive e sociali dell Università di Chicago) che afferma tassativo: Facebook è solo uno strumento e i suoi effetti dipendono da chi lo usa! Questo dibattito ne ricorda molti altri nella storia delle scoperte che hanno dilatato ed esternato le nostre capacità comunicative. Duemilacinquecento anni fa Socrate faceva inveire il faraone Thamus contro il dio egiziano Thoth, protettore degli scribi, inventore dei numeri, della geometria, ma soprattutto inventore della scrittura. Socrate lo accusava di avere alterato la memoria umana in modo immutabile, poiché la scrittura e i simboli numerici portano dimenticanza alle anime che li apprendono. Queste anime non sanno più esercitare la memoria perché si fidano di segni esterni; richiamano cose alla mente non dal di dentro ma dal di fuori. La scrittura non diventa un modo per passare la conoscenza e creare relazioni, ma un modo per computerizzarla e togliere agli uomini quel dialogo continuo con altri uomini che è la vera filosofia. 6 Marino Niola, E la società comunicante dicente scomunicante, La Repubblica, aprile John Cacioppo, Loneliness: Human Nature And The Need For Social Connection, Norton & Co.,

19 Questo il pensiero di Socrate. Mutatis mutandis, dopo venticinque secoli, troviamo reazioni analoghe tra le centinaia di lettori che reagirono all articolo di Marche sull ATLANTIC e poi sul quotidiano inglese THE GUARDIAN che ne aveva riassunto gli argomenti. Tra i commenti particolarmente attinenti al tema del nostro convegno ricordo quello di una studentessa americana, Saba Hamedy, la quale scriveva: L anno scorso ho passato 26 giorni su una nave scuola in viaggio nell America Centrale. A bordo c erano molti altri studenti miei coetanei, ma non c erano i miei amici, né un telefono, né Facebook. All imbarco mi sono sentita molto sola. Ma poi in quel mese ho fatto alcune delle amicizie più profonde della mia vita. Ore e ore di conversazione. Alla fine del viaggio siamo rimasti in contatto tramite Facebook. Oggi ho un rapporto di amore e odio con Facebook: perché mi permette di condividere le foto e i commenti con gli amici, ma mi distrae dalla vita reale... Il commento di Saba ci porta al contesto cui vogliamo dedicare questo convegno: il mondo dei giovani e della loro formazione, in particolare di quella interculturale, che è un sapere importante per vivere in questo secolo. Intercultura si occupa di formazione interculturale dei giovani da 58 anni e lo fa attraverso un metodo inventato in un tempo senza computer: lo fa attraverso una immersione totale della loro mente e del loro corpo adolescenti vista, udito, tatto, olfatto e gusto in una realtà culturale diversa da cui apprendono costruzioni diverse del reale. Bachisio Bandinu 8 ha descritto bene questa esperienza: Vivendo in un altra realtà culturale c è l esperienza sensoriale della parola nella sua espressione corporea, di parola incarnata nella fonetica, nell espressione mimica e gestuale del corpo. E da questo contatto che nascono bisogni e interessi che si collegano in vario modo con la realtà per cui il nuovo ambiente si fa teatro di esperienza, modo di essere diversamente nel mondo.. 8 Bachisio Bandinu, Identità Sarda ed esperienze all estero, Intercultura, n. 64,

20 Oggi a questa esperienza sensoriale totale si affianca quella virtuale di Internet e dei social media; essi hanno creato una rete di interazioni planetarie, che per utilizzare le parole di Saba possono aiutare a condividere oppure ad allontanare da un interscambio profondo. Il loro uso è ambivalente. Da un lato sembrano ridurre le distanze (anche culturali) e rendere quasi superflua o addirittura marginale la presenza fisica per conoscere altre realtà. Dall altro rendono più tenue l immersione corporea tra persone di una cultura diversa e il distacco da quelle di casa, che invece rimangono interlocutori onnipresenti con cui mediare la propria esperienza. La generazione sempre più numerosa che oggi aderisce a progetti educativi in altri Paesi è quella dei nativi digitali, e perciò ci auguriamo che questo convegno ci aiuti a capire come questi nomadi della scuola e dell università vivano un tessuto di connessioni plurime continue; come si raccontino e si influenzino attraverso un diario aperto agli amici e famigliari lontani; come lo utilizzino in un processo di apprendimento interculturale. Il tema generale è quello ampio dell apprendere e del formarsi nell era di Internet. Ma il nostro interesse specifico è per la formazione interculturale nell era di Internet. Lo affrontiamo con ottimismo e senza nostalgie del passato: cercheremo di valutare se i social media facilitano o ostacolano; di capire come si possono integrare apprendimento virtuale ed esperienza vissuta; di trovare sinergie che permettano di condividere e socializzare esperienze interculturali importanti, senza renderle banali, frizzanti e spensierate (per usare le parole di Moira Burke) o, peggio ancora, teleguidate dalle aspettative e dalla visione del mondo delle famiglie e degli amici rimasti a casa. Ringraziamo vecchi amici e colleghi arrivati da tutto il mondo, quelli nuovi che ci incontrano per la prima volta, gli esperti venuti in nostro aiuto a suggerire e guidare le nostre riflessioni. Un grazie particolare alla città di Firenze per averci accolto in questa sala, memoria sontuosa delle vicende cittadine e luogo alto ed insigne della storia e della cultura italiana. Buon lavoro! 20

21 Beyond the binaries: learning, identity and the Digital Generation Prolusione di David Buckingham / key note speaker Professor of Media and Communications in the School of Social Sciences at Loughborough University. Prior to joining Loughborough in 2012, he was Professor of Education at the Institute of Education, London University, where he directed the Centre for the Study of Children, Youth and Media. His research focuses on children s and young people s interactions with electronic media, and on media education. He is currently directing a project on learning progression in media education; and has recently completed projects on childhood, sexualisation and consumer culture, and on young people, the internet and civic participation. He recently led an independent assessment for the UK government on the impact of the commercial world on children s wellbeing. David is the author, co-author or editor of 25 books, including most recently Beyond Technology (2007), Youth, Identity and Digital Media (2008), Video Cultures: Media Technology and Amateur Creativity (2009) and The Material Child: Growing Up in Consumer Culture (2011). Abstract: Young people today are frequently characterized as a digital generation a generation that is learning and forming identity in new ways as a result of the impact of new media technologies. For some, this is cause for a gloomy pessimism about the superficiality and lack of authenticity of modern life; while for others, it prompts a celebration of the apparently empowering possibilities of new media. This presentation will challenge the technological determinism of these kinds of assertions, and argue for a more socially, historically and culturally grounded analysis of learning and identity formation in late modern societies. Following a broad overview of current debates and research about young people s relationships with digital media, the presentation will briefly draw on two empirical research projects that have addressed the changing nature of learning with new media. The first of these was concerned with the creative uses of visual media by migrant children; the second with the potential role of the internet in promoting civic participation among young people. It will be argued that understanding the nature of learning in these new digital environments requires us to move beyond 21

22 a simple dichotomy between online and offline experiences; and that a pedagogy for the digital age will positively require a more critical approach to the use of media in education. Young people today are often characterized as a digital generation a group whose identities are being formed in new ways as a result of the impact of new media technologies. For some, this is cause for a gloomy pessimism about the superficiality and lack of authenticity of modern life; while for others, it prompts a celebration of the apparently empowering possibilities of new media. In this article, I challenge the technological determinism of these kinds of assertions, and argue for a more socially, historically and culturally grounded analysis. I discuss some of the broader issues at stake in understanding young people s relationships with digital media, and then present an overview of current debates, organized around ten key themes. I do not seek either to celebrate or to lament: rather, I hope to provide a more cautious and balanced approach, which recognizes the complexity and difficulty but also the potential opportunities of growing up in a digital world. Talking bout those generations It is frequently claimed that there is a generation gap in people s uses of digital technology, and their attitudes towards it. Young people are defined as a digital generation, an internet generation or a Playstation generation. In Japan, they are popularly referred to as the thumb generation (oya yubi sedai), in recognition of their skill in manipulating game consoles and mobile phones. Young people, we are told, are digital natives, who have grown up with technology and have a natural fluency in using it as compared with their parents, the digital immigrants, who will always be somewhat incompetent and uncomfortable. In some instances, these claims take on the air of science fiction, in fantasies about bionic children or even cyborg babies. The shared idea here is that generations are somehow defined 22

23 by technology: that just as today s adults are apparently a television generation, so young people today are growing up digital. In these formulations, technology is seen to possess an overwhelming power: it effectively defines what it means to be a person. These kinds of claims form part of a wider public debate about children and digital media that is often simplistic and highly polarised. In the case of the internet, for example, the discussion seems to oscillate between moral panic and wild euphoria. On the one hand, the internet is portrayed as a repository for paedophiles and pornography (along with the occasional terrorist). On the other, it is seen to be all about creativity, liberation and empowerment. Similarly, computer games are either a provocation to violence and a form of mindless dumbing down ; or they are a wonderful new tool for learning. The public debate about these issues often shifts awkwardly between these two registers, with both sides making alarmist and over-inflated claims that have little basis in evidence. In my view, there are two significant problems with these kinds of arguments. Firstly, they tend to essentialise, or over-generalise about, childhood: children are seen either as innocent and vulnerable, or as spontaneously competent and wise. These views are a further reflection of the chronic sentimentality that typifies popular views of childhood. Secondly, these arguments tend to see technology as all-powerful: they frequently entail grand claims about how technology is fundamentally transforming the way we think, feel, live, communicate, relate to each other, and so on. In the process, both technology enthusiasts and nay-sayers typically espouse a form of technological determinism the idea that technology has powerful effects, irrespective of why, how and by whom it is used. Combining these two sets of ideas about childhood and technology makes for a powerful emotional rhetoric, which in turn reflects much broader hopes and fears about social change. However, if we look beyond these popular debates, there is now a body of academic work that offers more a socially situated, 23

24 contextualised analysis of technology. This work challenges technodeterminism; but it also challenges social determinism the idea that technology just confirms existing social trends. This new approach is sometimes called the social shaping of technology approach. For example, there is a strand of research looking at the domestication of technology at how technology is used and appropriated in people s everyday lives, for example in households and families. There are detailed ethnographic studies of the ways in which young people use technology in forming and maintaining relationships, in organising their everyday lives, and in constructing and playing with identities. The key idea here is that technology has affordances it makes some things possible, but it prevents other things. However, what happens with technology also depends on people s intentions and on the social context and sometimes technology is used and adapted in unexpected ways. In other words, there is a dynamic relationship between people s uses of technology and their social needs and purposes: technology shapes people, but people also shape technology. One significant aspect that is often missing from the popular discussion is the history of technology. Indeed, much of the research also seems to be preoccupied with chasing the latest innovation. The danger here is that we ignore continuity at the expense of focusing on change. Studies of the impact and use of older technologies not just television, but also radio and the telephone help to put the scale and nature of contemporary developments in perspective. In my own research, I have used approaches from Cultural Studies that take account, not just of people s everyday uses of technology but also of the wider economic, social and political forces that shape it. Technology does not appear from nowhere: what it means, how it is used, and the effects that it may have, all depend upon much wider processes of historical and social change. These perspectives help us to move beyond simplistic assertions about the power of technology and especially the familiar claim that technology fundamentally 24

25 transforms all of social life. So is there a technological generation gap? Perhaps predictably, my answer would be: yes and no. We know from the history of technology that change is gradual, even if it might appear revolutionary at the time. New technologies rarely replace old technologies, although they may change the ways in which they are used. Young people today are still reading and listening to the radio, even if they are doing so online; and many new media use the forms and devices and language of old media. For most people (young and old), technology is not spectacularly creative or empowering, but fairly mundane, and even banal. While older people may in some cases be late adopters, this is far from always the case: for example, mobile phones and microblogging (services such as Twitter) were taken up by adults - or at least some groups of adults - well before they became popular with young people. And despite the rhetoric about digital immigrants, older people are often quick to catch up: the average age of computer gamers is apparently now around 40, while the largest expansion in using social networking sites is among the elderly. The digital generation argument may also lead to an oversimplification of how young people actually use technology. It can result in a neglect of the diversity of what is happening, and of other differences that may be much more significant than generational ones. As I shall argue below, digital divides - inequalities in uses of technology based on social class - remain very significant. There is also a danger here in assuming that all young people are cyberkids, who are spontaneously competent in dealing with technology whereas a good deal of research suggests that many of them find it just as frustrating and sometimes as boring as many adults do. It would also be false to assume that all young people are fascinated by technology in its own right. This may apply to a minority, but research suggests that most young people (like most adults) are primarily interested in what they can do with technology for instance in relation to interests and hobbies, socialising, and so on 25

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