2. I condizionali indicativi (continua)
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- Livia Bellucci
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1 2. I condizionali indicativi (continua) 2.3. Il programma di Grice Grice 1 ha proposto di colmare l apparente divergenza tra il significato verocondizionale che la logica attribuisce ai connettivi e il significato che questi ultimi assumono nell uso naturale prendendo in considerazioni princìpi generali che governano la conversazione. Brevemente, la sua idea è che la conversazione sia un attività cooperativa, in cui parlante e interlocutore collaborano al fine di raggiungere uno scopo comune (ad esempio, lo scambiarsi informazioni). Per raggiungere questo fine, si conformano ad un principio generale il principio di cooperazione che può essere a sua volta modulato in quattro massime conversazionali: di qualità, quantità, relazione e modo: PRINCIPIO DI COOPERAZIONE Fornite il vostro contributo così come è richiesto, al momento opportuno, dagli scopi e dall orientamento del discorso in cui siete impegnati. MASSIMA DI QUALITÀ Cercate di dare un contributo vero. Non dite cose che credete false; Non dite cose per le quali non avete prove adeguate. MASSIMA DI QUANTITÀ Fornite un contributo che soddisfi la richiesta di informazioni in modo adeguato agli scopi del discorso; Non fornite un contributo più informativo del necessario. MASSIMA DI RELAZIONE Fornite contributi che siano pertinenti. MASSIMA DI MODO Siate perspicui. Evitate oscurità di espressione; Evitate le ambiguità; Siate brevi; Procedete in modo ordinato. Dall interazione tra il contenuto proposizionale di ciò che è stato detto (ossia, tra il significato vero-condizionale dell enunciato proferito) e l assunzione che il parlante si stia conformando o meno alle massime conversazionali, possono scaturire delle implicature conversazionali ossia delle sfumature addizionali di significato. Ad esempio, come abbiamo visto, la tavola di verità per il connettivo della congiunzione prevede che la congiunzione di due enunciati p q sia vera se e solo se sia p che q sono veri. Tuttavia, nel linguaggio naturale si percepisce una differenza tra i due enunciati seguenti: 1) Maria si è sposata e ha avuto un figlio. 1 Grice HP (1989). Studies in the ways of words. Cambridge (MA): Harvard University Press. Tr. it. (1993). Logica e conversazione. Bologna: Il Mulino. 12
2 2) Maria ha avuto un figlio e si è sposata. Il problema è che (1) e (2) vengono formalizzati come p q e q p che sono due formule tra loro semanticamente equivalenti (hanno cioè lo stesso significato). La spiegazione di Grice per colmare questa apparente divergenza tra significato verocondizionale e significato naturale è la seguente: il parlante che enunci (1) e (2) si impegna nella verità della congiunzione di p q, ossia si impegna sulla verità sia del primo che del secondo congiunto. Assumendo però che il parlante si stia conformando alle massime conversazionali in particolare alla quarta massima, quella di modo, e alla sua sottomassima sii ordinato l ascoltatore è legittimato a inferire che l ordine che il parlante sceglie nel presentare i due congiunti sia effettivamente l ordine in cui questi eventi si siano verificati. Quindi, associata a (1) ci sarà l implicatura conversazionale che Maria si è prima sposata e poi ha avuto un figlio; associata all enunciato in (2) ci sarà invece l implicatura che Maria ha prima avuto un figlio e solo dopo si è sposata. Analogamente Grice propone di spiegare le diverse interpretazioni che il connettivo della disgiunzione riceve. Si ricordi che in base alla tavola di verità, la disgiunzione di due enunciati p q è sempre vera tranne quando entrambi i disgiunti sono falsi. In particolare, nel caso in cui sia p che q sono veri, la disgiunzione è valutata vera. Si tratta cioè dell interpretazione inclusiva della disgiunzione. Nel linguaggio naturale, però, la disgiunzione riceve spesso un interpretazione esclusiva viene cioè letta come l affermazione che solo uno dei due (e non entrambi i) disgiunti è vero. Ad esempio, (3) viene interpretato come un programma che prevede solo una delle due alternative, ma non entrambe: 3) Stasera, andiamo al cinema o andiamo a mangiare al ristorante. Anche in questo caso, Grice difende l analisi vero-condizionale del connettivo logico della disgiunzione. Afferma infatti che il significato base della disgiunzione è quello inclusivo quindi, letteralmente, (3) significa che le opzioni sono: (i) andare solo al cinema; (ii) andare solo al ristorante; (iii) andare sia al cinema che al ristorante. Tuttavia, si ricordi che la massima di quantità invita il parlante a essere il più informativo possibile. Quindi, ragiona l ascoltatore, se il parlante avesse già deciso di fare entrambe le cose (andare sia al cinema che al ristorante), allora sarebbe stato più informativo dirlo direttamente, usando la congiunzione: 4) Stasera, andiamo al cinema e andiamo a mangiare al ristorante. Il fatto che il parlante abbia scelto di enunciare la disgiunzione elemento meno informativo della congiunzione fa pensare che la congiunzione delle due alternative cinema/ristorante non si verifichi, e questo dà quindi luogo all implicatura conversazionale che la disgiunzione sia letta esclusivamente (ossia, facciamo una delle due cose, ma non entrambe). Riassumendo, il programma di Grice consiste nel difendere l approccio logico al linguaggio, affermando che il significato letterale di ciò che viene detto con un enunciato è adeguatamente catturato dalle condizioni di verità che la semantica associa agli enunciati; e per rendere conto del significato apparentemente divergente che gli enunciati assumono nel linguaggio naturale, Grice si appella all osservanza (o, in altri casi, mancata osservanza) delle massime conversazionali, che darebbero luogo alle cosiddette implicature conversazionali. 13
3 La questione da affrontare è se è possibile adottare questo tipo di spiegazione anche per colmare la divergenza notata precedentemente dal significato vero-condizionale attribuito al connettivo dell implicatura, e l uso che se ne fa normalmente Grice e i condizionali La proposta avanzata da Grice per spiegare l interpretazione che viene data normalmente agli enunciati ipotetici è la seguente. La massima conversazionale della quantità, come si è visto, invita il parlante a fare l affermazione più forte possibile per la quale si abbia evidenza. Ad esempio, come osservato precedentemente, essendo la congiunzione di due enunciati più forte della loro disgiunzione, se un parlante sa che due enunciati sono entrambi veri, allora ne deve affermare la congiunzione, e non la disgiunzione. In maniera analoga, se un parlante sa con sicurezza che un enunciato p è vero, allora è ovviamente più informativo profferire direttamente p piuttosto che affermare la disgiunzione p o q per un q qualsiasi. Ossia, assumendo che io sappia che Gianni si trova sicuramente al bar, mentre non frequenta mai le biblioteche, la massima di quantità mi porta a enunciare (5), e non (6): 5) Gianni è al bar. 6) Gianni è al bar o è in biblioteca. Si noti però come, da un punto di vista vero-condizionale, nella situazione descritta, i due enunciati hanno lo stesso valore di verità. Stiamo infatti assumendo che nel mondo attuale Gianni sia al bar. Questo significa che il valore di verità di (5) è il vero. Quanto a (6), essendo il primo disgiunto vero nel mondo attuale, allora possiamo essere sicuri che tutta la disgiunzione in (6) sia vera (indipendentemente dal valore di verità del secondo disgiunto). Quindi, nella situazione descritta, (5) e (6) hanno semanticamente lo stesso valore di verità. In particolare, un parlante che enunci (6) pur sapendo che il più informativo (5) è vero direbbe comunque qualcosa di vero anche se la sua enunciazione sarebbe fuorviante. Infatti, sentendo (6), un ascoltatore normalmente assumerebbe che il parlante si sta conformando alle massime, e dall assunzione che sia informativo, l ascoltare trarrebbe l implicatura che il parlante non è sicuro di dove si trovi Gianni, e che ritenga possibile che sia al bar, oppure in biblioteca. Secondo Grice, in maniera assolutamente analoga, un parlante che fosse sicuro che Gianni si trova al bar, e che enunciasse (7), non potrebbe essere accusato di dire una falsità, direbbe infatti qualcosa che letteralmente è vero, anche se la sua enunciazione sarebbe sicuramente fuorviante: 7) Se Gianni non è al bar, allora è in libreria. Dal punto di vista vero-condizionale, infatti, la falsità dell antecedente è sufficiente per derivare la verità dell intero condizionale. Quindi, assumendo che Gianni sia al bar, allora (7) risulta logicamente vero e Grice accetta questa conclusione. Le sue osservazioni sull aderenza alle massime conversazionali portano però a bollare l enunciazione di (7) in una situazione in cui il parlante sappia che l antecedente è falso come comportamento non cooperativo. Ritornando quindi agli enunciati che erano stati portati come controesempi all analisi vero-condizionale degli enunciati ipotetici, e in particolare alle conclusioni 14
4 apparentemente paradossali che si potevano trarre dall ipotizzare che la falsità dell antecedente era condizione sufficiente per derivare la verità dell intero condizionale, ossia a (8), (9) e (10) enunciati in una situazione in cui si sappia che Maria ha di fatto mangiato la mela: 8) Se Maria non ha mangiato la mela, allora Gianni si è arrabbiato. 9) Se Maria non ha mangiato la mela, allora Gianni non si è arrabbiato. 10) Se Maria non ha mangiato la mela, allora la luna si schianterà contro il sole. Grice risponde che sì, gli enunciati in (8)-(10) sono effettivamente tutti veri nel caso in cui l antecedente sia falso. Però un parlante che decida di enunciarli pur essendo sicuro che Maria ha mangiato la mela si comporterebbe in maniera non cooperativa, e le sue enunciazioni sarebbero fuorvianti perché porterebbero il suo uditorio a ritenere che lui ritenga possibile che Maria non abbia mangiato la mela Jackson: condizioni di assertibilità Frank Jackson 2 ha riformulato l analisi del condizionale materiale (ossia, quella esemplificata dalla tavola di verità), proponendo che i condizionali all indicativo trasmettono, oltre che le loro condizioni di verità, anche una implicatura convenzionale 3 che assicura che l asserzione del condizionale è robusta rispetto all antecedente. In altre parole, il parlante si impegnerebbe ad asserire quel condizionale anche nel caso in cui scoprisse che l antecedente è vero. Ovviamente, questa modifica ha lo scopo di eliminare come unica causa della verità di un condizionale la falsità della sua clausola antecedente. Si ricordi che uno dei casi maggiormente problematici per l analisi vero-condizionale era che dalla tavola di verità discendeva che la falsità dell antecedente era condizione sufficiente per valutare l intero condizionale vero indipendentemente dal valore di verità del consequente (che poteva essere sia vero che falso), e indipendentemente dall esistenza di una qualsiasi connessione tra il realizzarsi dell antecedente e del conseguente. I casi problematici sono esemplificati dagli esempi (8)-(10) del paragrafo precedente, che risultavano tutti veri secondo l analisi vero-condizionale. Secondo Jackson, quindi, il valore di verità non è l unico ingrediente che entra nella valutazione di un condizionale: affinché un parlante creda nella verità del condizionale non basta che creda che l antecedente è falso ossia, nei nostri esermpi, che Maria abbia di fatto mangiato la mela ma deve anche impegnarsi a credere che l intero condizionale rimarrrebbe vero anche se l antecedente fosse vero. Ovviamente, nell ipotesi in cui Maria non avesse mangiato la mela (situazione che renderebbe l antecedente di (8)-(10) vero) solo uno dei due condizionali in (8) e (9) potrebbe essere vero, e il condizionale in (10) verrebbe semplicemente giudicato falso. Secondo Jackson, quindi, il significato complessivo di un enunciato ipotetico all indicativo sarebbe composto da due ingredienti : una parte puramente verocondizionale, esemplificata dalle tavole di verità, e una addizionale implicatura 2 Jackson F. (1979). On assertion and indicative conditionals. Philosophical Review 88: Le implicature convenzionali rappresentano quegli aspetti del significato globale che non sono direttamente legati a ciò che è letteralmente detto in una frase, ma che al tempo stesso sono convenzionalmente legati a determinate espressioni. Più avanti ne viene discusso un esempio. 15
5 convenzionale che assicura che la motivazione sottostante alla credenza nella verità di un condizionale non può ridursi unicamente alla credenza nella falsità dell antecedente. L espressione se, allora si comporterebbe in maniera analoga alla congiunzione avversativa ma, che, secondo Grice, ha un significato verocondizionale che è lo stesso di quello della congiunzione normale e (esemplificato dalla tavola di verità per, ossia p ma q è vero se e solo se sia p che q sono entrambi veri), ma inoltre veicola l implicatura convenzionale che esiste un contrasto tra i due congiunti (ossia, p ma q implica convenzionalmente che esiste un contrasto tra p e q). Facendo un esempio, secondo Grice: 11) Maria è povera, ma onesta. rappresenta un enunciato vero se e solo se Maria è sia povera sia onesta. Suggerisce inoltre che il parlante percepisca un contrasto tra questi due fatti. Analogamente, quindi, un condizionale come: 12) Se faccio cadere il vaso, non si rompe. sarebbe letteralmente vero non solo in caso io faccia cadere il vaso e questo non si rompa (ossia, quando sia antecedente che conseguente sono entrambi veri), ma anche nel caso in cui io decida di non fare cadere del tutto il vaso (ossia, quando l antecedente è falso indipendentemente, almeno per il momento dal fatto che questo si sarebbe rotto o meno). Le condizioni di verità sarebbero quindi quelle classiche. Tuttavia, associata con (12) ci sarebbe un implicatura convenzionale aggiuntiva che riguarda le condizioni di asseribilità del condizionale, che assicura che (12) può essere correttamente asserito solo da un parlante che abbia una credenza robusta nel condizionale rispetto anche alla verità dell antecedente. Il parlante, quindi, deve credere che se davvero facesse cadere il vaso, questo non si romperebbe. Ossia, non basta essere sicuri di non fare cadere il vaso per valutare (12) vero. Sebbene la proposta di Jackson riesca a risolvere il problema della falsità dell antecedente come condizione sufficiente per valutare un condizionale vero, rimangono però i problemi connessi con la negazione del condizionale. Si ricordi che un altra obiezione all analisi vero-condizionale riguardava il fatto che la negazione di un condizionale veniva sempre interpretata come l affermazione della verità dell antecedente e della falsità del conseguente, mentre in molti casi verrebbe naturalmente letta come la negazione della connessione tra le due clausole. Ossia, l enunciato in (13): 13) Non è vero che se Dio è morto, tutto è permesso. non viene letto come l affermazione che: 14) Dio è morto e qualcosa è proibito (ossia non è vero che tutto è permesso). Non è chiaro però come rendere conto di questo fatto secondo la prospettiva di Jackson. Quello che Jackson dovrebbe dire è che la negazione non è vero che in (12) si applica non al significato vero-condizionale del condizionale 15) Se Dio è morto, tutto è permesso. 16
6 ma all implicatura convenzionale che richiede che il parlante deve essere disposto a credere nel condizionale intero anche se scoprisse che l antecedente è vero (ossia anche se scoprisse che Dio è effettivamente morto). In altre parole, Jackson dovrebbe dire che (13) equivale a qualcosa come: io come parlante non sono disposto a credere nel condizionale in (15) nel caso in cui Dio sia morto; ossia, io come parlante ho ragioni di credere che anche se Dio fosse morto, comunque rimarrebbero delle cose proibite. Tuttavia, non si capisce come sia effettivamente possibile derivare questa interpretazione: Jackson sembrerebbe obbligato a mantenere la sua distinzione tra significato letterale/vero-condizionale (e il connettivo della negazione appartiene a questo livello di significato almeno solitamente), che dovrebbe essere esemplificato dal paradossale (14), e addizionale livello di significato, rappresentato dalle condizioni di asseribilità connesse a (13) Conclusioni Riassumendo, l analisi vero-condizionale del significato degli enunciati ipotetici all indicativo è esposta a una serie di obiezioni che non sono facilmente risolvibili ricorrendo ad una spiegazione di stampo pragmatico, ispirata al programma griceano. Questo è il motivo per cui verranno presi in considerazione altri approcci che abbandonano l idea che sia possibile valutare la verità (o la falsità) di un condizionale a partire solo e unicamente dal valore di verità dei suoi componenti (ossia, dell antecedente e del conseguente). Prima di presentare queste teorie, però, ritorneremo al problema dei condizionali controfattuali, o al congiuntivo. 17
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