UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI SALERNO
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1 UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI SALERNO FACOLTA' DI ECONOMIA CORSO DI LAUREA in ECONOMIA E COMMERCIO TESI DI LAUREA in POLITICA ECONOMICA IL DEBITO PUBBLICO: CRISI FINANZIARIA DEGLI STATI SOVRANI Relatore Candidato Ch.mo Prof. Alberto MANCUSO Gianluigi COPPOLA Matr ANNO ACCADEMICO
2 1.2 CONSIDERAZIONI SUL RAPPORTO DEBITO/PIL E POLITICHE DI RIENTRO Finora si è parlato del modo con cui si forma il debito pubblico, ma in un economia in cui la produzione cresce nel tempo, ha più senso considerare il rapporto tra debito pubblico e PIL. Solo in questo modo si può dire se il debito pubblico è troppo elevato, dove troppo deve essere definito in relazione all'abilità del governo di ripagare il debito. Per vedere come cambia l analisi precedente, si passa dall'equazione (1.5) a un'equazione che esprime l'andamento del rapporto debito/pil. Indichiamo il rapporto debito pubblico / PIL con b B, dove B è il valore nominale del debito pubblico cumulato negli anni, Y è il PIL reale, p il deflatore del PIL e quindi il PIL nominale, la variazione percentuale del rapporto debito-pil è approssimata dalla seguente formula: b B p Y b p Y (1.6) 13
3 Dove rappresenta l emissione netta di nuovi titoli del debito pubblico con la quale la pubblica amministrazione finanzia, in un dato anno, l eventuale disavanzo dei conti pubblici. In altri termini, B è pari all eccedenza delle uscite complessive rispetto alle entrate complessive delle pubbliche amministrazioni, ovvero: B G TR ib TA (1.7) Dove G è la spesa per consumi e investimenti pubblici, TR sono i trasferimenti della pubblica amministrazione, i è il tasso di interesse nominale, e quindi ib è la spesa per interessi sul debito pubblico (o costo per servizio del debito pubblico) e TA sono le entrate tributarie e contributi sociali. È evidente dalla 1.6 che per ridurre b (ossia per avere un b/b negativo) è necessario che sia: p Y B p Y g B (1.8) Dove p p è il tasso di inflazione e Y g Y è il tasso di crescita del PIL reale. Per consentire il rientro del debito pubblico si dovrà 14
4 dunque cercare, da un lato, di limitare il più possibile B (il disavanzo della pubblica amministrazione), e dall altro, di aumentare g. il tasso di inflazione (π) non può invece, a lungo andare, superare il livello medio degli altri paesi dell UE, sia perché lo impedisce il trattato di Maastricht sia perché, un tasso di inflazione più elevato farebbe perdere competitività al sistema economico. Esistono quindi due politiche di rientro: quelle dirette e quelle indirette. Le prime riguardano il contenimento di B, le seconde riguardano invece g, ossia l insieme delle politiche di stimolo allo sviluppo economico. Per le politiche dirette, abbiamo già visto quanta rilevanza venga data dal trattato e dal PSC (Patto di Stabilità e Crescita), al rapporto di indebitamento (d), ossia al rapporto tra il disavanzo delle pubbliche amministrazioni e il PIL, che può essere così rappresentato: d (1.9) Secondo l art. 104 del trattato CE e del protocollo sulla procedura per i disavanzi eccessivi, la sostenibilità della finanza pubblica 15
5 richiederebbe, che tale rapporto non superi il valore del 3%, a meno che il rapporto non sia diminuito in modo sostanziale e continuo e abbia raggiunto un livello che si avvicina al valore di riferimento, oppure, in alternativa, il superamento del valore di riferimento sia solo eccezionale e temporaneo e il rapporto resti vicino al valore di riferimento. In base all equazioni (1.6) e (1.9), la relazione tra la variazione del rapporto debito-pil, b e il rapporto deficit-pil, d, può essere rappresentata nel seguente modo: b d g g g b B B b (1.10) b d b( g) (1.11) Le variabili in gioco nel problema del rientro del debito pubblico possono essere considerate anche in un ulteriore modo. L indebitamento annuale descritto dall equazione (1.7) può, essere scomposto nelle seguenti due componenti: B G TR ib TA ib ( TA G TR) ib AP (1.7a) 16
6 Dove AP è il cosiddetto avanzo primario, ossia l eccedenza delle entrate sulla spesa della pubblica amministrazione, esclusa la spesa per interessi sul debito pubblico. Dividendo per PY la (1.7a) e tenendo presente l equazione (1.9) si ottiene: i B AP d ib a p (1.12) Dove AP a p rappresenta l avanzo primario in rapporto al PIL. Sostituendo la (1.12) nella (1.11) si ottiene la seguente espressione: b d b( g) ib a b( g) b( i g) (1.13) p a p La quale ci fa notare che la variazione del rapporto del debito pubblico-pil è correlata positivamente con il tasso d interesse nominale e negativamente con il tasso d inflazione, con il tasso di sviluppo e con l avanzo primario in rapporto al PIL. Si ha rientro del debito pubblico, cioè il rapporto debito pubblico-pil diminuisce ( b negativo) se b( i g). a p 17
7 1.3 IL DEBITO PUBBLICO: UN BENE O UN MALE? Un nuovo debito pubblico nasce nell economia quando si forma un disavanzo nel bilancio. Partiamo da una situazione in cui il bilancio pubblico è in pareggio, e immaginiamo che si formi un disavanzo. Il disavanzo può essere determinato da un aumento delle spese o da una riduzione delle entrate pubbliche. L effetto sull economia di entrambi questi eventi si manifesta attraverso la domanda di beni e servizi, la cosiddetta domanda aggregata. L aumento della spesa pubblica stimola direttamente la domanda aggregata se è l aumento di spesa pubblica per l acquisto di beni e servizi o per investimenti. Invece, se si tratta di un aumento di spesa pubblica per trasferimenti lo stimolo alla domanda di beni e servizi è indiretto. Infatti un aumento della spesa pubblica per trasferimenti, ad esempio un aumento della spesa per pensioni, non costituisce un aumento di domanda, ma solo del reddito disponibile degli individui e delle famiglie. Soltanto una parte di questo reddito viene spesa; un'altra parte, normalmente assai più piccola, viene destinata al risparmio per sostenere una spesa futura. Perciò solo una parte dell aumento della spesa pubblica per trasferimenti viene effettivamente destinata ad aumentare la domanda aggregata dell economia. 18
8 Dunque un aumento della spesa pubblica per trasferimenti avrà un minore impatto sulla domanda aggregata dell economia rispetto ad un aumento della spesa per acquisto di beni e servizi e per investimenti. Analizzando anche una riduzione delle imposte dirette, possiamo vedere che sì avrà un effetto analogo a quello di un aumento della spesa per trasferimenti pubblici: infatti una riduzione delle imposte costituisce un aumento del reddito disponibile. Solo una parte di questo aumento di reddito viene speso. Pertanto una riduzione delle imposte dirette non si traduce totalmente e immediatamente in un aumento della domanda aggregata, ma solo parzialmente, esattamente come accade nel caso di aumento della spesa per trasferimenti. Un disavanzo del bilancio pubblico determina sempre una espansione del debito pubblico, ma questo nuovo debito può, almeno in parte, essere detenuto dalla banca centrale e quindi determinare il finanziamento del disavanzo mediante la creazione di una nuova base monetaria. In questo caso l emissione di moneta procura allo stato un entrata con la quale sostenere la spesa pubblica, anche se questa entrata è 19
9 diversa da quelle tributarie, o da quelle derivanti dalla vendita del patrimonio pubblico. Nessun altro operatore economico ha la facoltà di procurarsi le entrate necessarie per sostenere la spesa in questo modo. Tale manovra viene chiamata signoraggio. Pertanto, il signoraggio è la manovra che permette di finanziare il bilancio, mediante immissione nell economia di nuova offerta di moneta, e lo stimolo che si esercita sulla domanda è particolarmente elevato perché all economia viene fornita tutta la liquidità necessaria per aumentare la spesa. In questo caso è più probabile che l effetto di aumento del livello dei prezzi sia maggiore dell effetto di aumento della produzione nazionale. L esperienza empirica conferma che un finanziamento del disavanzo pubblico mediante espansione dell offerta di moneta ha un effetto inflazionistico, e normalmente anche un effetto espansivo reale. Dobbiamo però osservare che se il finanziamento del disavanzo pubblico attraverso aumento dell offerta di moneta produce un aumento del livello generale dei prezzi, questo significa che il potere d acquisto della nuova moneta messa in circolazione viene parzialmente o totalmente neutralizzato, perché se i prezzi aumentano la capacità di acquistare beni che deriva dall avere a 20
10 disposizione una maggiore quantità di moneta viene corrispondentemente ridotta. La riduzione del potere d acquisto della moneta operata dall inflazione si presenta dunque come una vera e propria imposta; per questo essa è anche chiamata imposta da inflazione. L aumento o meno di tale imposta viene deciso da un autorità indipendente che è l autorità monetaria, che presiede l aumento della base monetaria dell economia. Un freno a questo meccanismo, l imposta d inflazione, può venire dal rifiuto della banca centrale di acquistare sul mercato aperto nuovi titoli emessi dal governo, infatti da un punto di vista istituzionale, la banca centrale ha la responsabilità del conseguimento dell obbiettivo della stabilità monetaria, ossia del mantenimento di un basso tasso di inflazione. Essa quindi regolerà l emissione dell offerta di moneta in modo compatibile con il perseguimento di quell obbiettivo. Ciò si traduce anche nella possibilità di rendere inoperante tale meccanismo nel momento in cui si va contro l obbiettivo della stabilità dei prezzi. L alternativa al finanziamento del disavanzo del bilancio pubblico mediante emissione di nuova moneta è di finanziare il disavanzo mediante creazione di nuovo debito pubblico che viene collocato direttamente dal governo presso gli investitori privati, e non 21
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