Contenuti / n Aprile / Buone notizie di Giangiacomo Schiavi. 6 / L immagine di Antonio Fiore. 9 / Vita ad handicap di Paola Cacace

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3 editoriale Un modo per aiutare chi aiuta la collettività di Emanuele Imperiali Contenuti / n Attori non vedenti È un vero peccato che uno strumento di partecipazione al nuovo modello di welfare sociale sia così poco conosciuto e utilizzato. Il 5 per mille altro non è se non una infinitesimale quota dell Irpef annualmente versata dai contribuenti, ripartita dallo Stato tra tutti gli enti ammessi in appositi elenchi stilati dall Agenzia delle Entrate: organizzazioni e associazioni che svolgono un ruolo decisivo per lo sviluppo del Terzo Settore, per far crescere il no profit, per consentire alla ricerca scientifica e medica di fare progressi, per valorizzare beni culturali. Uno dei limiti della legge è che pochi beneficiari ricevono gran parte dei fondi, mentre molte piccole associazioni non ottengono nulla. Complessivamente, le 20 organizzazioni maggiori ricevono quasi l 85% del gettito, pari a 500 milioni annui. Si impone una riorganizzazione dei beneficiari, che dovrà fare il ministero dell Economia in tempi rapidi. Ancora oggi, nel 2015, il 5 per mille, dopo ben dieci anni di vita, continua purtroppo a essere una forma di finanziamento residuale alle organizzazioni non lucrative. Su oltre 40 milioni di italiani che presentano la dichiarazione dei redditi, circa 12 devolvono il 5 per mille a onlus e associazioni, un quarto del totale, con una netta prevalenza nelle regioni del Nord del Paese. Eppure la firma non costa nulla. Perché allora sono così pochi? Per ignoranza della norma, certo, per sciatteria e disinteresse quando si compilano il 730 o il 740 e non si firma l apposita casella, per scarsa attenzione a un mondo, quello del privato sociale, che invece col passare degli anni acquista sempre più peso e valore in un Paese dove le risorse pubbliche destinate al welfare diminuiscono ogni giorno di più. Peraltro, col 5 per mille, attraverso una forma di sussidiarietà fiscale, si impegna lo Stato a versare questa piccola quota a favore di enti, quali Emergency, Medici senza Frontiere, Airc, Fondazione Veronesi, e ai tanti altri centri impegnati nella ricerca sul cancro e sulle malattie genetiche, nonché alle centinaia di altri, piccoli e grandi, conosciuti o meno, che hanno fatto della solidarietà la loro parola d ordine. Si impone uno sforzo maggiore di tutti, per aiutare chi lavora per il bene della collettività. 20 Un calcio al razzismo 5 / Buone notizie di Giangiacomo Schiavi 6 / L immagine di Antonio Fiore 9 / Vita ad handicap di Paola Cacace 15 / Gli attori non vedenti di Vincenzo Esposito 16 / L intervista di Gianluca Testa 19 / Solidarietà trasparente di Paola Arosio 20 / Un calcio al razzismo di Elena Scarici 23 / Campania e Molise di Mirella D Ambrosio 25 / Puglia e Basilicata di Emiliano Moccia 27 / Sicilia e Calabria di Nico Falco 29 / Responsabilità sociale 31 / Il sociale che fa di Davide Illarietti 32 / Il sociale si racconta 33 / Al femminile di Maria Grazia Cucinotta 33 Al femminile 3

4 5 per mille informazione pubblicitaria Nella dichiarazione dei redditi un piccolo gesto che fa grande la comunità Associazione Orizzonti, per combattere la fame e la povertà codice fiscale Per combattere la poverta, dal 2008 a oggi, nella provincia di Barletta-Andria-Trani l associazione Orizzonti ha raccolto (e distribuito) ben 80 tonnellate di cibo. Solo nello scorso anno i volontari hanno coinvolto 22 istituzioni solidali che hanno distribuito ai bisognosi le 23 tonnellate di prodotti frutto di donazioni. Questa organizzazione non profit ha infatti lo scopo di contribuire alla soluzione dei problemi della fame, dell emarginazione e della poverta attraverso la raccolta delle eccedenze di produzione agricola, dell industria alimentare, della grande distribuzione. Inoltre, grazie al progetto «Cotto e mangiato», ogni settimana i volontari recuperano l invenduto proveniente dalla ristorazione. In un anno, solo nella provincia di Trani, è stato possibile distribuire 11 mila pasti caldi a 70 nuclei familiari «adottati». Info: associazioneorizzonti.org. Stop TB Italia Onlus lotta contro la tubercolosi codice fiscale Ogni giorno nel mondo muoiono persone per tubercolosi e si registrano quasi 9 milioni di nuovi casi l anno. Stop TB Italia Onlus, nata nel 2004, lavora per combattere la malattia in Italia e nei paesi poveri. Come? Sensibilizzando la popolazione e le istituzioni, formando personale medico e sanitario e offrendo sostegno economico e sociale agli ammalati. Tra i progetti attivi, da segnalare quello in Sudafrica, paese colpito da una grave emergenza sanitaria. Dal 2009 l associazione fornisce sostegno socio-economico ai bambini di Gugulethu, baraccopoli vicina a Citta del Capo. Lì ha contribuito a ristrutturare la clinica. Fornisce inoltre razioni alimentari, materiale scolastico e vestiti. Stop TB Italia Onlus si finanzia attraverso i contributi dei soci, donazioni di privati e fondi istituzioni. Info: stoptb.it. Occupazione e Solidarietà, dal lavoro all impegno civico codice fiscale Dal telesoccorso agli asili nido, dall assistenza domiciliare al centro diurno per disabili. È lunghissima la lista delle attivita svolte dalla cooperativa «Occupazione e Solidarieta», nata nel 1995 su iniziativa di un gruppo di genitori desiderosi di creare opportunita di lavoro per i propri figli. Tutto ha inizio con una collaborazione tra il nucleo bancario e il nucleo post-telegrafonici delle Acli di Bari: i genitori, con un passato di forte impegno civile, diventano i primi soci volontari della cooperativa. E così iniziano a supportare professionalmente i figli nel ruolo di soci-lavoratori. Tutto questo ha portato all abbattimento dell indice di disoccupazione e all incremento dell impegno sociale. Anche dopo vent anni la cooperativa continua a impegnarsi in difesa delle fasce più deboli. Info: occupazioneesolidarieta.it. 4

5 Giangiacomo Schiavi / Buone notizie Perché l Expo è un occasione Se sarà solo una fiera del gusto, l avremo sprecata Ma se aprirà un varco sugli squilibri alimentari e nelle disuguaglianze farà fare un passo avanti a tutti Sta per iniziare Expo, tra proclami su spreco di cibo e fame nel mondo, lavori ancora tutti da finire, c è la forte sensazione che questo appuntamento sia in fin dei conti un grande ristorante per le cucine dei quattro angoli del pianeta. Lei cosa ne pensa? Che resterà per l Italia? Stefano (Milano) Credo di aver scritto un centinaio di articoli su Expo: di speranza, scetticismo, delusione e di nuova speranza. Un evento così ci obbliga a ragionare: se diventerà la fiera del gusto o un circo Barnum del cibo avremo perso un occasione. Se aprirà un varco nelle disuguaglianze e sarà il vademecum morale di una società con meno squilibri alimentari avrà fatto fare un passo avanti a tutti. All Italia può restare la riscoperta di antichi saperi, la valorizzazione dell artigianato contadino, il ritrovato rapporto con la terra e la sincerità dei prodotti. Credo sia giusto impegnarsi per questo, come fanno Carlin Petrini, Ermanno Olmi e don Ciotti. Ho letto che nel nostro paese la corruzione percepita dai cittadini è al 90%. Ogni giorno scopriamo che non si salva nessuno, o quasi. I volontari e gli operatori sociali di cui scrivete qui possono essere davvero una speranza per cambiare questo paese o sono solo degli illusi Don Abbiamo una spiacevole convinzione: vent anni dopo Mani pulite non è cambiato niente. Siamo un Paese corrotto, nella politica e nelle istituzioni. Il messaggio che l Italia continua a dare ai giovani è pessimo: non conta chi sei, ma chi conosci. Io ammiro i volontari che offrono tempo e lavoro con l entusiasmo della gratuità, ma per cambiare le cose bisogna agire sulla formazione dei nuovi cittadini: purtroppo manca ancora questa volontà. L Italia sta invecchiando, siamo la popolazione più vecchia d Europa. Se non fermiamo questo declino siamo condannati a sempre maggiori problemi economici e sociali. Gli immigrati sono la nostra salvezza, quando lo capiranno politici e demagoghi? Michele Dragatti (Agrigento) L invecchiamento va contrastato con la cittadinanza attiva: siccome è anche un problema economico, vedrete che il Governo se ne farà carico. Altrimenti ci condanneremo da soli. Quanto agli immigrati, serve con urgenza una legge sulla cittadinanza per i giovani immigrati di seconda generazione: non ha senso aspettare il compimento dei 18 anni. La politica continua a trattare questi temi con la logica elettorale, e per questo siamo in ritardo rispetto agli altri partner europei. Qui al Sud assistiamo alle visite elettorali di Salvini in cerca di nuovi voti. Un progetto politico che cancella solidarietà, cooperazione e condivisione. È la crisi che ci fa vivere solo di paure? Oppure è cambiato per sempre il modo con cui guardiamo il prossimo? Stefano Rossina C è un istinto di sopravvivenza che nei momenti difficili ci spinge a chiedere tutele, prima per noi e poi si vedrà. È comprensibile. Chi paga le tasse e vede abbassarsi continuamente la soglia della dignità gioca in difesa. Chiariamo però una cosa: non ci salveranno gli egoismi e le chiusure. Salvini raccoglie consensi perché c è un vuoto di idee e di progetti e prima di lui le classi dirigenti al Sud hanno dato un pessimo esempio. Devono finire le due Italie, questo è l handicap che ci frena e condiziona anche certi comportamenti. Per scrivere alla rubrica «Buone Notizie» invia una mail a 5

6 L immagine Vele di Scampia, icone immutabili di Antonio Fiore Osservate bene questa foto: potrebbe essere stata scattata ieri oppure dieci, oppure venti anni fa, e proprio in questo si annida la sua dolente attualità. Due donne chiacchierano o discutono fra loro, tutt intorno il dedalo escheriano delle Vele di Scampia. Un luogo divenuto simbolo di Napoli come lo è la Torre Eiffel per Parigi: «Qui vengono i turisti stranieri per fotografarla», dice sconsolato un abitante. Perché Scampia è ormai, nell immaginario collettivo, l icona globale e immutabile del disastro civile. Eppure Scampia, le Vele, oltre a essere come recita la pigra vulgata dei media «la più grande piazza di spaccio d Europa», sono un luogo reale: incrocio di vite, di chiaro e di scuro, di degrado e di speranza. Mostri da abbattere oppure luoghi da redimere: il guaio è che, di stagione in stagione, di governo in governo, di progetto in progetto, nulla cambia davvero. Su quei ballatoi, in quegli appartamenti blindati alla legalità si vive, e si muore, abusivamente. Ciclicamente si annunciano promesse, si dà fiato alle fanfare. Più o meno, a ogni visita di Papa. Mentre le due donne sul ballatoio continuano a chiacchierare. Come dieci, come venti anni fa. 6

7 del disastro civile foto di Luciana Latte 7

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9 Vita ad handicap Amministrazioni indifferenti, soprattutto nel Sud La nostra battaglia contro le città negate Tanti disabili riescono a primeggiare nello sport ma nella vita quotidiana anche loro si scontrano con barriere architettoniche e trasporti inadeguati di Paola Cacace Lucia Valenzi «Ho girato tanto ma indietro come l Italia non c è nessuno. E il Sud è ancora peggio. In Australia, dove sono stato per una prova di Triathlon, non c era una sola barriera architettonica. Un confronto con Ischia, da cui provengo? Siamo anni luce indietro. E gli edifici adattati? Molti di quelli a norma hanno la rampa nascosta nel retro. L uscita laterale con una rampa di emergenza. Hanno anche il segno della carrozzina: i disabili passano da qui. È come quando durante il nazismo c erano i cartelli per gli ebrei: io non posso entrare». Parla Gianni Sasso, che dopo un incidente avuto da ragazzo ha perso la gamba, ma fortunatamente ha conservato la forza di guadagnare medaglie, giocare a calcio, andare in bici. Corre la maratona a New York, Chicago, Berlino, e batte record su record. È nella Nazionale di calcio amputati e in questo periodo ha le qualifiche per le Paralimpiadi di Rio Specialità il triathlon. Nonostante il suo spirito inarrestabile, Gianni si arrabbia e fa bene. «Mi arrabbio ogni volta che al cinema noto le scale e la rampa laterale. Perché non fare solo la discesa buona per tutti? O le chiese. Sono cattolico, ho anche incontrato il Papa con la mia squadra, ma il 98% delle chiese non è accessibile. Ecco vorrei chiamare il Papa e dirgli: Francè ma ti rendi conto?». A Rio punta anche una giovane campionessa di nuoto campana: Emanuela Romano. Manu, come la chiamano gli amici, che agli ultimi Mondiali di Montreal si è aggiudicata un oro e due argenti, è nata nel 90 con una malattia genetica, l artrogriposi, che non ha fatto sviluppare i muscoli delle sue gambe, eppure quando è a Napoli sceglie di non utilizzare la sedia a rotelle: «Ho un autonomia di 20 minuti prima di iniziare a stancarmi. Certo vorrei che la mia città non mi fosse negata, vorrei andare ovunque ma con la carrozzina rischierei di finire in un fosso, di rimanere sul marciapiede perché non posso entrare in un palazzo, in un negozio. Già il marciapiede. Notate la pendenza? Ci vuole un talento da equilibrista per non ribaltarsi con tutta la sedia». Così Emanuela cammina. La incontro alla fine dei suoi allenamenti mattutini al Centro Sportivo di Portici: «Nuoto per circa 2 o 3 ore, poi ho un ora di palestra. Fortunatamente i centri sportivi sono attrezzati. È il resto che non funziona. Sono stata al Nord, per una serie di operazioni alle gambe, e non ho avuto difficoltà a muovermi. Qui invece mi devo 9

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11 I disabili in ultima fila a piazza Plebiscito in occasione della visita del Papa a Napoli Gianni Sasso (a destra) in azione spostare solo in auto. Sperare di trovare parcheggio e poi chissà se ci sarà l ascensore. La cosa meno accessibile? Capodichino. L ultima volta che mi sono imbarcata con la mia squadra è stato folle. Sali sul pulmino, vai stile scampagnata fino all aereo e poi: la scaletta. C è il montacarichi. Provate però a far salire tutta una squadra di nuoto paralimpico così. Gli altri passeggeri ci insultavano per il ritardo. Fantastici. Si vede un disabile e si pensa: tanto è abituato. Cavoli, prova a chiedergli se vuole una mano invece di far finta di nulla». Emanuela poi decide di andare a trovare un amica che lavora al Comune, Rosaria Brancaccio, anche lei campionessa di nuoto paralimpico. Una forza della natura. Alla sede della VI Municipalità è praticamente una risolutrice. Arriva un uomo che «non si trova più all anagrafe», lei lo aiuta. Una donna deve Aerei «proibiti» a capodichino le sedie a rotelle sono imbarcate col montacarichi ma occorre un sacco di tempo sposarsi in Toscana, e lei le dice come risolvere le grane burocratiche. Potrebbe essere un idea chiederle consiglio sulle barriere architettoniche. «I marciapiedi sono pazzeschi, i pullman non accessibili, la Circumvesuviana è fantascienza. Poi c è la più grande barriera: l indifferenza. Pensate durante Manuela Romano (prima a destra) con la Nazionale nuoto paralimpico in ritiro a Lignano la scorsa estate la visita del Papa hanno messo noi disabili di lato, molto indietro. Dietro a tutte le pseudo-autorità. Ho scritto al sindaco lamentandomi ma non ho avuto risposta». A Napoli c è anche Gennaro Chiaro, presidente di Abilitando, che si batte per il diritto al lavoro dei disabili e che tempo fa occupò il Comune per un irregolarità: «Il bagno per disabili era stato trasformato in una postazione per i distributori automatici che impedivano il passaggio a chiunque». Oggi Chiaro con la sua associazione lavora in un parcheggio vicino al Cotugno e lotta per estendere il diritto al lavoro a tutti: «Perché gli aiuti di Inps e Inail, l accompagnamento non basta. Noi siamo dell idea di lavorare meno lavorare tutti, con turni di 4 ore al giorno e 500 euro al mese contro i 300 dell assistenza». Assistenza che non serve per valicare le barriere, basta pensare che anni fa lo stesso Gennaro viveva al tredicesimo piano: «È una questione di testa, non ragionano». Trova il lato ironico della questione Lucia Valenzi, icona della lotta per i diritti ai disabili che proprio l estate scorsa è andata in giro per la nuova Metro con la sua carrozzina per verificarne l accessibilità. «Belli gli ascensori. Peccato per il fosso tra banchina e treno. Lì la ruota s incastra subito. Ecco, partirei dai trasporti. Se io in carrozzina voglio prendere un tram a via Marina mi devo catapultare dalla carreggiata fino al suo interno. Non c è spazio sulla banchina, non c è ne- 11

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13 anche un marciapiede. E quando ci sono? Tante volte c è la rampetta da un lato della strada ma non da quello opposto. Servono per fare una passeggiata: il disabile scende va dall altro lato della strada e poi torna indietro per risalire sullo stesso marciapiede di prima». Vittorio Abete, delegato della Federazione italiana Nuoto Paralimpico commenta: «L Italia paga il prezzo di aver messo tantissimi uffici pubblici in palazzi storici, che sono difficili da adeguare per via di normative contorte». Alcuni dei casi peggiori di «città negate» sono in Sicilia. Carmelo Caruso, presidente della divisione siciliana del Movimento italiani disabili, racconta: «Si tratta di città storiche che le amministrazioni sembrano non voler mai adeguare alle nostre esigenze. A Rosolini, dove vivo io, c è un esempio su tutti. Al Comune non si può entrare. Il marciapiede non ha la salita, l entrata al Municipio non ha rampa e all interno non c è ascensore. Questo mi fa tra l altro pensare che in molte città siciliane, essendo città storiche, con architetture soprattutto barocche, l accesso sia negato ovunque. Perché? Perché sono gli stessi marciapiedi a negare la città, la mobilità ai disabili. Come avviene a Noto». Proprio a Noto c è Giusy Pricone che ha una pagina Facebook sull abbattimento delle barriere e che sta iniziando una battaglia in questo senso: «Le amministrazioni devono capire che ci vuole una progettualità per abbattere le barriere architettoniche e quelle culturali. Non ci si può far scudo dietro la storicità di un edificio». Situazione analoga in Puglia. «Ho trovato alberghi a norma sottolinea Giuseppe Pinto, presidente del Comitati Italiano Paralimpico Puglia che però avevano l entrata posteriore adattata, non quella principale, per questioni estetiche. Spesso e volentieri nei luoghi pubblici il bagno per disabili è usato come ripostiglio, perché si pensa ci sia spazio in abbondanza per scope e detersivi. È assurdo. Secondo me ci dovrebbe essere la struttura con l accesso. Senza differenziazioni. Siamo tutti uguali». A sinistra: parcheggiatori disabili e amputati, tra i quali Gennaro Chiaro in carrozzina e la Coop Abilitando. A destra: parcheggio disabili occupato dai motorini nel centro di Napoli I numeri. In Italia ricevono l indennità quasi due milioni di persone Nel Mezzogiorno i servizi «valgono» sei volte di meno Le barriere architettoniche mostrano che l Italia non è un paese per disabili. Eppure per il Censis il 7% della popolazione ha una disabilità. Si parla di circa 4 milioni di cittadini che nel 2020 dovrebbero arrivare a 4,8 milioni. Resta difficile fare un censimento della disabilità visto che gli unici dati aggiornati con costanza sono quelli dell assistenza. Sia Inail che Inps infatti calcolano il numero di prestazioni erogate, prestazioni che si basano su cardini molto precisi. Secondo l Inail, che si occupa di persone la cui invalidità è causata da incidenti sul lavoro (o in itinere cioè nel tragitto casa-ufficio), i lavoratori con disabilità motorie sono in tutta Italia, al Sud oltre 92 mila. Invece per gli invalidi civili subentra l Inps che distingue tra invalidi che ricevono la pensione e chi ha diritto all indennità, meglio nota come accompagnamento, ossia chi ha una difficoltà di deambulazione del 100%. A ogni modo in Italia ricevono la pensione circa invalidi dei quali il 43% è del Sud. In particolare in Campania, in Sicilia, in Puglia, in Calabria e in Basilicata con una percentuale che oscilla tra l 1 e il 2% sulla popolazione delle singole regioni. Riguardo all indennità, invece, i disabili ad averne diritto in Italia sono , di cui il 34% nel Mezzogiorno. Fa riflettere l entità dell assegno il cui importo medio mensile è di 485 euro in caso di indennità, facendo gravare buona parte delle spese di assistenza sulle famiglie. E non a caso, per l Istat, l Italia è uno dei paesi con la percentuale più bassa di spesa destinata alla disabilità, ponendosi solo sopra a Grecia, Irlanda, Malta e Cipro. Da considerare la discrepanza Nord-Sud: in media un disabile residente al Nord ha servizi per una spesa annua di euro, contro i 777 euro del Meridione. P. C. Carmelo Caruso, presidente Disabili italiani per la Sicilia, davanti al comune di Rosolini privo di rampa 13

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15 Teatro Sono una ventina, di età compresa tra i 20 e i 65 anni Così vanno in scena gli attori non vedenti La compagnia rappresenta i classici napoletani adottando tecniche particolari E sostiene l Unione italiana dei ciechi di Vincenzo Esposito Un colpo di tosse, un tavolino smosso, un colpo di tacco sul pavimento. Giusto per dare la direzione sulla scena. Sono tanti i trucchi utilizzati dagli attori non vedenti, appresi in vent anni di esperienza teatrale. Sulla scena non ti accorgi della disabilità. Tutto fila liscio, senza intoppi. Anzi. Sarà per la mimica facciale accentuata, per l espressività maggiore, ma è sicuro che gli attori non vedenti hanno una marcia in più e la trasmettono al pubblico, insieme con una professionalità che non t aspetti da una compagnia di non professionisti. Sono gli attori dell Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti che dal 96 portano nei teatri i classici della drammaturgia partenopea: Viviani, Scarpetta e, naturalmente, De Filippo. L obiettivo è raccogliere fondi per l associazione ma anche impegnare i non vedenti in una sfida importante. «Ci sono troppe persone non vedenti che vivono in uno stato di emarginazione. C è ancora un certo disagio quando si incontrano o si incrociano a scuola, ad esempio. Invece noi vogliamo far comprendere che un non vedente può fare tutto, e che l integrazione è una cosa possibile», spiega Mario Mirabile, vicepresidente provinciale dell Unione Ciechi. «Alcuni di noi racconta ancora Mirabile non sono neanche saliti sul palcoscenico del teatro prima della rappresentazione vera e propria. Ma siamo talmente affiatati e collaudati da non avere alcun timore. Anche se siamo dilettanti allo stato puro, ci impegniamo molto: proviamo dopo il lavoro, alle nove di sera, in una piccola stanza ad Ercolano. All inizio eravamo in pochi, sei-sette persone. Oggi siamo una ventina, tra non vedenti, ipovedenti e volontari, dai venti ai sessantacinque anni di mio padre, che fa il regista». L idea del teatro nasce diciannove anni fa, proprio quando Mirabile diviene vicepresidente provinciale: doveva essere un iniziativa per la festa di Santa Lucia, Giornata nazionale del cieco, e invece continua ancora oggi, con rappresentazioni in diversi teatri della provincia napoletana La più recente rappresentazione, a inizio marzo, della compagnia di non vedenti. Lo spettacolo è «Ditegli sempre di sì» di Eduardo De Filippo, messo in scena al teatro comunale di Somma Vesuviana (le più recenti, oltre che a Somma Vesuviana, al prestigioso Mav di Ercolano, il Museo Archeologico Virtuale) sia d estate che d inverno. «Qualche imprenditore ci sostiene dice Mario Mirabile perché sul territorio della provincia napoletana siamo molto conosciuti: la compagnia è stata messa su dalle rappresentanze di Portici ed Ercolano dell Unione Ciechi». Con oltre 11 mila unità la Campania si colloca al terzo posto, dopo Sicilia e Lombardia, nella classifica delle regioni con il più alto numero di non vedenti (Istat, 2011). Per loro dopo l abolizione delle Province, sono state ridotte le offerte formative, le opportunità culturali, la possibilità di muoversi liberamente. Tra i servizi che sono stati tagliati, quello di trasporto scolastico per i ragazzi delle scuole elementari e medie, ma anche l assistenza tra i banchi di scuola e a casa. Prima della visita del Papa a Napoli un gruppo di ragazzi non vedenti di «Tutti a scuola», ha pregato per sottolineare il problema. A molti di loro è negato il diritto all istruzione e a una vita normale. È il volontariato a farsi carico di tanti problemi. E anche quello proveniente dai non vedenti. Come la compagnia teatrale che raccoglie fondi per aiutare gli altri. 15

16 L intervista Il Governo, il Sud, l universo sociale «Vogliamo premiare la filosofia che anima milioni di volontari» Il sottosegretario Ivan Scalfarotto: «Le riforme come quella del Terzo settore puntano ad aiutare tutti a operare in modo più semplice» di Gianluca Testa «Se la macchina non funziona occorre cambiare il motore. Ed è proprio quello che stiamo facendo». A partire dal Terzo settore. Ci crede, Ivan Scalfarotto. Lui che si batte da sempre per i diritti civili, insieme con Maria Teresa Amici e Luciano Pizzetti è sottosegretario al ministero delle Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento. Oggi lavora al fianco di Maria Elena Boschi immaginando «un Italia più moderna capace di trainare l Europa». Scalfarotto, la spinta arriverà anche dal Terzo settore? «Sì. Per ciò che esprime, questo è uno dei settori più qualificanti. Vogliamo premiare la filosofia che spinge milioni di volontari a dedicarsi con capacità, coraggio e abnegazione a una missione dettata dal senso civico». E i giovani? «Stanno già dando molto, soprattutto offrendo risposte alle emergenze. A cominciare da quelle di protezione civile». Riformare il non profit significa andare incontro anche a loro? «Le riforme come quella del Terzo settore sono destinate a tutti: cittadini, giovani, volontari. Perché tutto questo possa aiutarli a compiere attività sociali in modo molto più semplice, senza ostacoli». C'è chi la giudica uno «strenuo difensore dei diritti civili» e chi invece la ritiene «un opaca guardia di regime». «Be, è il solito vecchio dualismo tra etica dei principî ed etica della responsabilità». Tra politiche collettiviste e storie individuali Nel suo decalogo ( L Italia che voglio ) ha immaginato un paese più giusto, inclusivo e responsabile. Un paese capace di rischiare e che dimostri di essere più a suo agio con la contemporaneità. E anche se non c è una ricetta per garantire la felicità, il sottosegretario alle riforme Ivan Scalfarotto ha una sua idea su come la si può raggiungere. «Da una parte ci sono le norme, dall altra c è la vita quotidiana della gente» spiega Scalfarotto. «Sono due aspetti che vanno avanti di pari passo. La modernizzazione delle leggi e il destino individuale delle persone, se sommate, portano entrambe alla ricerca della felicità. Le leggi stabiliscono il modo in cui viviamo. E in questo contesto non possiamo trascurare temi come le unioni civile, il divorzio breve, il fine vita. Ma anche le questioni legate al lavoro, al dopo di noi, all istruzione. Se non incidessimo sulla vita delle gente ogni riforma sarebbe monca. Insomma, dobbiamo pensare alla vita reale. Del resto le grandi culture politiche sono collettiviste, ma la storia individuale delle persone non può essere rimandata. È proprio questa la sfida che ha di fronte il nostro Governo». 16

17 IVAN SCAlFAroTTo, SoTToSEGrETArIo AllE riforme CoSTITuzIoNAlI E AI rapporti CoN Il PArlAMENTo, PrIMA DI ENTrArE NEL GOVERNO RENZI È STATO COORDINATORE regionale DEll ufficio PolITICo PuGlIESE DEl PArTITo DEMoCrATICo Lei da che parte sta? «A sinistra abbiamo un antica tradizione politica secondo la quale è sempre necessario raggiungere la perfezione dei principî. Si aspira alla conservazione di una visione ideale della società». Come giudica questa idea? «Fallimentare. Soprattutto quando i principî faticano a diventare realtà». Si spieghi meglio. «Cioè quando la politica è interpretata come una profezia, come la testimonianza di un mondo che non arriva mai. Per fare in modo che le cose accadano è invece necessario sporcarsi le mani». Lei le mani se le sporca? «Sì. Anche se a volte scopro che è necessario scontrarsi con una realtà diversa da come la immaginavo. Desidero mettere in pratica le cose e incidere per produrre un cambiamento. Non scendo a compromessi». E i principî? «restano saldi. Negli anni ho condotto tante battaglie civili e ho sempre sostenuto che l Italia avesse bisogno di un cambiamento radicale». Si riferisce a quella «vocazione al cambiamento» di cui spesso parla? «Esattamente. una vocazione che per la prima volta appartiene anche al capo del Governo». Quindi Renzi le piace? «Molto. Ha una caratteristica che lo distingue da tutti i predecessori: la determinazione a incidere sulla realtà. Si assume la responsabilità di fare delle scelte». Il paese sta realmente cambiando? «Si sta ammodernando. Grazie anche alle riforme». Riusciremo mai ad avere una nuova legge elettorale? «È la nostra priorità. Dal Porcellum in poi tutta la politica ha sempre detto che questa legge era sbagliata. Ma a distanza di dieci anni siamo l unico paese in cui la legge elettorale è fatta dalla Corte costituzionale e non dalla politica. ora dobbiamo concretizzare, altrimenti perdiamo credibilità». Quindi avremo davvero una nuova legge elettorale? «Salvo sorprese sarà approvata il 27 aprile». Di tempo ne è passato... «All inizio non si riusciva a scegliere. Non sempre la realtà è come la vorresti. Tutti pensavano all interesse particolare e non a quello collettivo. ora siamo davvero a un passo. Del resto i meccanismi istituzionali sono complessi, per questo vogliamo cambiarli». Come riuscirete a farli funzionare? «Stiamo costruendo una democrazia capace di decidere. Dopo le elezioni deve essere chiaro fin da subito chi ha vinto. Perché spesso la politica tende a trovare alibi per i propri fallimenti». Le emergenze sociali sono tante. La riforma costituzionale è davvero una priorità? «È quella che incide sul funzionamento della macchina. Serve a rendere attuabili tutte le altre». Questo è il primo tassello del domino? «Sì, perché tutti i provvedimenti sono legati dal solito fil rouge. L Italia è un paese dalle enormi potenzialità. Per le sue capacità civiche e produttive, per l energia che esprime e per la qualità che le appartiene. Dobbiamo essere la locomotiva e il traino dell Europa». Tuttavia non lo siamo. Cosa ci blocca? «lacci e lacciuoli. Stiamo lavorando per liberare le energia di un paese bloccato dai vincoli». Di fronte a questa prospettiva, qual è il ruolo del Mezzogiorno? «È la terra costretta dai vincoli più di tutte le altre. l Italia non può aspirare ad assumere il ruolo di leader se non lavora tutta intera verso lo stesso obiettivo. Il Mezzogiorno è un luogo di grandi eccellenze che meritano di essere valorizzate. lo sforzo dobbiamo farlo tutti 17

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