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1 1. Impresa è cultura «Vacation land». Una battuta spiritosa. Un motto di graffiante ironia inglese. Ma molti italiani non ci trovano nulla da ridere. E guardano con fastidio una mappa pubblicata a metà novembre del 2011 da The Wall Street Journal in cui l Italia, la Spagna e la Grecia vengono definite, appunto, «vacation lands», in una ipotetica versione dell Europa nel A Nord Est, ecco una Lega nordica con Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca. A Nord Ovest, il Regno ri-unito di Gran Bretagna e Irlanda. Al centro, gli Stati Uniti d Europa, una specie di riedizione dell Impero Asburgico dominato dalla Germania. E a Sud, già, proprio a Sud, le terre in cui passare le vacanze, bellezza e clima mite, turismo e cultura, luoghi ameni per il tempo libero dei ricchi europei. A ispirare quella mappa c è un urticante articolo di uno dei più noti storici inglesi, Niall Ferguson, impegnato a prevedere, naturalmente con una buona dose di umorismo british, cosa potrebbe accadere della Ue e dell euro se a Bruxelles e nei palazzi di governo delle principali nazioni europee non si prendessero decisioni importanti sulle riforme per il rilancio di un Europa in crisi di ruolo e di identità.

2 2 il riscatto E per l Italia? In una intervista a la Repubblica del 24 novembre, Ferguson continua a ironizzare: una terra in cui, come in Spagna e in Grecia, i ricchi abitanti dell Europa centrale acquistano una seconda casa per le vacanze, serviti e riveriti dalle popolazioni locali, grate dell opportunità di avere un lavoro almeno come camerieri, cuochi, giardinieri. Poi, con tono più serio, aggiunge: «Mi auguro che l Italia possa giocare un ruolo più importante, perché la amo, come il paese più bello del mondo e perché nel vostro passato avete dimostrato più volte grandezza, non solo al tempo dell Impero romano, ma anche nel Rinascimento, nel Risorgimento e durante il miracolo economico del dopoguerra. Tuttavia i problemi strutturali dell Italia d oggi sono enormi. Stimo molto il premier Mario Monti, ma temo che non basti sostituire il primo ministro, da Berlusconi a lui, per riformare l Italia e risolvere i suoi limiti. Servirebbe uno sforzo collettivo colossale per cambiare molte cose. È possibile che ciò accada, ma non è certo». Gli sguardi dall interno dell economia italiana confermano i timori critici. L Italia è in crisi di competitività anche perché è stata a lungo in crisi di immagine e di reputazione, sostiene una indagine di AstraRicerche per ManagerItalia (la federazione dei manager italiani), 1 che indica tra le cause del deterioramento «l incapacità di gestire la crisi economica» (72 per cento), la «litigiosità endemica della politica» (69 per cento), «gli scandali, compreso il bunga-bunga» (le rivelazioni sulle feste a sfondo sessuale dell ex premier Berlusconi). Con pesanti conseguenze: «la rinuncia a 1. La Stampa, 8 novembre 2011.

3 impresa è cultura 3 investire in Italia da parte di aziende estere» (82,2 per cento), le maggiori difficoltà «a trovare fornitori e partner all estero» (61 per cento), le maggiori difficoltà «a vendere all estero i nostri prodotti» (55 per cento). Il nesso tra reputazione, fiducia e crisi economica è netto. Un vero e proprio svantaggio competitivo radicato, cui porre rimedio. Italia, dunque, davvero ineluttabile «vacation land», allora? E «irredimibile», per citare un aggettivo che Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel Gattopardo, usava per la Sicilia e che adesso, man mano che «la linea della palma» sale verso Nord, si teme possa coinvolgere, prima o poi, l intero paese? I pessimisti, oramai da anni, usano per l Italia un sostantivo inquietante: declino. Declino dell economia, in una condizione più che decennale di «crescita piatta» e, nel 2012, di piena recessione. Declino dell industria, man mano che la competitività del sistema paese si riduce, anche per la scomparsa della grande industria, dalla chimica all auto, dall aeronautica alla cantieristica, dall alimentare al tessile. Ma anche declino della politica, in preda alle pulsioni di un populismo demagogico e conservatore o a rischio di ritrovarsi subalterna alle inclinazioni di un aristocrazia di «tecnici». E declino della società civile, bloccata da corporazioni e da vaste sacche di poteri illegali diffusi. Italia, insomma, affetta da una sorta di «sindrome di Venezia», incline a ripercorrere in grande le sorti di quella antica potenza mercantile e finanziaria che si rivelò incapace di reggere, dal Cinquecento in poi, la competizione delle nuove rotte commerciali internazionali e delle nuove tecnologie della navigazione e continuò comunque neghittosamente a sopravvivere,

4 4 il riscatto stretta tra lo splendore delle sue architetture e l irrilevanza dei suoi cantieri e dei suoi fondachi. Magnifica ed elegante. Ma impotente. I pessimisti, però, non sono l unica voce che anima la pubblica opinione italiana. E contro la cupezza dei «declinisti», si schierano i «ragionevoli ottimisti», realisticamente impegnati a sostenere che l Italia, nonostante tutto, è il secondo paese manifatturiero d Europa, dopo la Germania, che la sua forza economica sta soprattutto nel dinamismo delle imprese industriali medie e medio-grandi capaci di reggere bene la competizione internazionale e che, ai gravi vincoli di un terribile debito pubblico da 2mila miliardi (superiore al 120 per cento del Pil, un livello inaccettabile per la Ue), si accompagnano però un basso livello di debito privato e una solida ricchezza diffusa delle famiglie, fonte essenziale della forza di un dinamico capitalismo familiare, flessibile e innovativo. Italia, insomma, tutto sommato ancora viva e vivace. I «ragionevoli ottimisti» amano raccontare una storia, ribattendo con ironia al sarcasmo anglosassone. Quella del capo economista di Goldman Sachs, Jim O Neill, che nel gelido gennaio 2006, durante il Forum economico tra le montagne di Davos, sentenziava così sull Italia: una terra condannata al declino, per scarsa competitività del suo sistema economico, schiacciato sull industria manifatturiera e poco attento all innovazione dei servizi, della finanza d avanguardia. La conclusione, spietata: «Le restano solo il cibo e un po di calcio...». Si erano tutti preoccupati, per quell infausta previsione. Perché O Neill aveva fama di lungimiranza. Da bravo economista, infatti, aveva visto giusto quando, nel 2001, aveva capito, prima di tutti, il ruolo crescente

5 impresa è cultura 5 di Brasile, Russia, India e Cina e aveva coniato l acronimo di gran successo, Bric. Ma, forse troppo influenzato da un diffuso pregiudizio, sull Italia invece aveva sbagliato clamorosamente. Perché di lì a poco la Grande Crisi della finanza mondiale e della cosiddetta «economia di carta» avrebbe riportato al centro dell attenzione proprio «l economia reale», l industria, la manifattura così disprezzate dall uomo della Goldman Sachs. Settori in cui l Italia aveva e ha ruolo, peso, competenza, prestigio. Come la mettiamo, allora, con questi inglesi facili e fallaci profeti di sventura? E che adesso, dopo l O Neill del cibo e del calcio, sbagli anche il Ferguson di «vacation land»? Il racconto del futuro dell Italia, dunque, non può che essere ricco di aspetti contrastanti e controversi. Per ricostruire i punti di debolezza e di forza delle sue strutture sociali ed economiche. E avere un orizzonte di riferimento: un ipotesi di ripresa e, perché no? di sviluppo del sistema paese e non solo di crescita economica in senso stretto. La valorizzazione delle risorse, dunque. E l indicazione delle forze su cui fare leva. La vitalità. L intraprendenza. La solidità delle radici culturali e la vivacità delle energie imprenditoriali diffuse. La creatività. Un ricco capitale umano e un buon capitale sociale dalle robuste radici. Le doti complesse di un paese che sa vivere e, per crescere di più e meglio, ha bisogno di massicce dosi di competività e di produttività e dunque di culture della qualità, del merito, della concorrenza e del mercato ben regolato. Per dare spazio alle sue energie imprenditoriali. E per attrarre ecco un punto chiave talenti, competenze, risorse e investimenti internazionali. Una dinamicità che si può condensare in

6 6 il riscatto una parola. Il «riscatto». Riscatto dai pericoli di marginalità. Riscatto dai limiti politici e sociali, purtroppo ampiamente diffusi, che ne frenano le potenzialità. Riscatto, insomma, da una crisi di pensieri e opere che ne contraddicono gli spiriti generosi di rinnovamento. Un riscatto che ricorda altre parole care alla nostra storia, il Rinascimento, il Risorgimento, la ripresa degli anni Cinquanta sino al boom degli anni Sessanta chiamato, con eccesso d enfasi, «miracolo economico». Un riscatto per una nuova, orgogliosa stagione italiana. L Italia è un paese aperto. È stata questa, sempre, una delle sue migliori caratteristiche. Determinata dalla particolarissima geografia, una lunga striscia di terra che penetra verso il centro del Mediterraneo, chiusa da una corona di montagne ricche però di passaggi e di valichi. E da un attitudine radicata nei secoli agli scambi, ai commerci, ai confronti, nell accezione complessa ma non contraddittoria dei conflitti e dei dialoghi. Italia terra di partenze e di arrivi. Italia, nella storia, centro di poteri e civiltà e periferia comunque fertile di imperi, con attitudine (anche nelle condizioni peggiori) di provincia creativa, attiva, colta. Per non farla troppo lunga con la storia, ci si può fermare un attimo, appunto, a tempi recenti e ricordare come nell immediato dopoguerra, conclusa la brutta e dolorosa stagione dell isolamento e dell autarchia fascista, la ripresa economica sia stata segnata da scelte politiche (i governi di Alcide De Gasperi, la lezione economica di Luigi Einaudi da governatore della Banca d Italia, da ministro e poi da presidente della Repubblica, le innovative scelte ministeriali per l industria e il fisco di un cattolico liberale come Ezio Vanoni, l europeismo di Altiero Spinelli) in direzione dell apertura

7 impresa è cultura 7 verso l Europa. Un Italia protagonista, fin dall inizio, degli accordi economici del Mec (il Mercato comune europeo) e di una Nato che era sì un alleanza militare sotto il dominio degli Usa, ma anche una scelta politica e culturale nel segno del dialogo atlantico, aggiunto all attitudine tutta italiana (talvolta, è vero, un po troppo ambiguamente levantina) alle buone relazioni con gli altri paesi nell area del Mediterraneo. Italia degli scambi, vincendo le tentazioni ricorrenti del protezionismo. E delle imprese industriali che hanno recitato ruoli da protagoniste nell export e, alcune, anche nei solidi investimenti internazionali (l Eni, la Fiat, la Pirelli, per citare solo le maggiori). La stagione migliore del boom economico, pur tra pesanti contraddizioni, proprio questo è stata, nel fulgore degli anni Cinquanta e Sessanta: dinamismo del mercato interno e capacità di affrontare i mercati esteri, a cominciare appunto dai mercati europei. Il ruolo storico degli investimenti esteri in Italia va riletto in un contesto così articolato: una funzione di intervento attivo per accompagnarne la trasformazione in paese industriale, a benessere diffuso, rafforzandone le caratteristiche di democrazia liberale e di mercato e aumentandone la ricchezza generale. Non è stata certo una storia lineare (basti ricordare i pesanti conflitti tra l Eni di Enrico Mattei, un «campione» dell indipendenza energetica nazionale, e le «sette sorelle», le multinazionali petrolifere, per il controllo delle risorse di petrolio e metano). E ha avuto pagine tutt altro che brillanti (atteggiamenti definiti «neo-coloniali» di alcune grandi imprese, soprattutto nel settore della petrolchimica e della chimica). Ma, polemiche a parte, e al netto della scorie che inevitabilmente segnano la sto-

8 8 il riscatto ria degli uomini e delle loro attività politiche ed economiche, gli ultimi decenni dell economia italiana hanno visto un attiva presenza di investitori internazionali, in un rapporto di fertilizzazione incrociata di tecnologie, competenze e culture d impresa tra aziende italiane e aziende estere. La linea finale del bilancio è positiva. Un paese cresce se, insieme alle forze imprenditoriali locali, sa dare spazio alle energie che vengono dal resto del mondo. Se, all orgoglio identitario, sa accompagnare l attitudine al confronto e alla comprensione. Se, insomma, attira risorse e culture diverse, se ne fa influenzare e trasformare e, contemporaneamente, le trasforma. Contaminazioni, insomma. Di saperi produttivi e finanziari. Di tecnologie. Di criteri di gestione. Di stili di management, tra il buon capitalismo familiare (superati i vincoli del familismo) e il capitalismo da public company. Diffusione, nelle imprese italiane, di una cultura della responsabilità e dell accountability tipici dell azienda anglosassone e continentale europea. E, al contrario, innesto dell intelligente flessibilità italiana nei modelli di gestione delle grandi imprese internazionali. La stessa cultura manageriale diffusa e dominante, secondo criteri d impronta Usa, può avere vantaggi dal confronto con un modo di governare l impresa in cui la forza lungimirante dell azionista-famiglia fa maturare visioni di tempo lungo estranee a un management spesso troppo incline alle performance di tempo breve (che incidono sulle retribuzioni e le carriere dei manager non azionisti). Dalle imprese internazionali, gli italiani possono imparare i metodi delle deleghe e della responsabilità, ma anche le buone culture della gestione delle risorse umane, come dimostra il fatto

9 impresa è cultura 9 che delle 38 aziende italiane leader di best practices per la qualità del lavoro, secondo la classifica del CFR Institute, metà sono di proprietà di multinazionali estere (da 3M ad Abbott, da Adidas a Bnl-Bnp Paribas, da Datalogic a Electrolux, da TNT a Volkswagen). 2 Dagli italiani, le imprese del mondo che investono in Italia possono avere vantaggi dalla comprensione dei valori di uno sguardo ironico e colto, sapiente e smagato, attento ai mercati del mondo e contemporaneamente appassionato ai valori del territorio su cui insiste l impresa (una caratteristica positiva molto italiana, che può affermarsi sui mercati globali, com è riprovato dal successo delle imprese italiane che sanno essere italiane in Italia, ma anche brasiliane in Brasile, rumene in Romania, cinesi in Cina, americane negli Usa: l intelligente flessibilità comprensiva e non dominante). Sintesi nuove, originali, insomma. Paradigmi interessanti con cui confrontarsi, in un mondo in cui global e local non sono antinomie, ma modi d essere che cercano e trovano contatti e convivenze. Competitività. E più originale e fertile «cooperazione competitiva». I manager italiani che hanno avuto successo nelle multinazionali ne sono, d altronde, buona testimonianza, conferma positiva. In stagioni di globalizzazione, appunto, questa è una strada obbligata. L identità è fertile quando rifiuta le chiusure da «piccole patrie» e sa definirsi attraverso un confronto di molteplicità. Le frontiere sono vive non quando separano ma quando diventano luoghi permeabili dello scambio e del passaggio. E la «modernità 2. Il Sole 24Ore, 19 marzo 2012.

10 10 il riscatto liquida» e dunque sfuggente acquista senso quando i contenitori sanno essere contemporaneamente forti e flessibili. La scommessa dello sviluppo italiano si gioca proprio su un terreno così stimolante. Nel paese che ha radici storiche tra le più ricche e profonde in Europa e vanta il maggior patrimonio culturale del mondo, esistono le condizioni per migliorare la propria attitudine all accoglienza attiva nei confronti di risorse, umane, culturali, economiche, da tutto il resto del mondo: dai paesi maggiormente industrializzati, che qui trovano competenze, tecnologie, qualità imprenditoriali, sapienza manifatturiera e sofisticato gusto estetico; e dai paesi dell area del Mediterraneo che proprio le rivolte popolari del 2011 hanno liberato da umilianti illiberali condizioni di dominio e che cercano, appunto nell Europa e nell Italia, partner di crescita. La chiave? Va trovata proprio in un primato italiano, la sua cultura. Declinata non solo nella dimensione più tradizionale del patrimonio artistico e ambientale (una natura comunque profondamente trasformata dall ingegno umano), ma anche in quella dei saperi materiali, della capacità di fare, e fare bene, nell insieme delle competenze d arte e artigianato, di gusto della bellezza e di qualità manifatturiera che hanno contraddistinto la nostra storia e ancora connotano la nostra attualità. Una vera e propria «cultura politecnica» che sa tenere insieme estetica e tecnica. I dipinti di Piero della Francesca, un genio matematico. Le opere di Leonardo. La ricerca di Galileo. E via via continuando, sino ai più recenti primati della scienza (e della stessa filosofia della scienza) in una stagione quasi contemporanea che comprende, nel Novecento,

11 impresa è cultura 11 il Nobel per la letteratura di Luigi Pirandello e il Nobel per la chimica di Giulio Natta, tanto per fare solo alcuni esempi. Una «civiltà delle macchine» che trova la sua realizzazione, per continuare con gli esempi, in un altro primato tutto italiano: il design, applicato non solo agli oggetti d uso, ma anche alle macchine utensili per fabbricarli. Per capire meglio, vale la pena riflettere su una considerazione di fondo: impresa e cultura non fanno riferimento a due universi differenti, ma sono parte dello stesso mondo. Fare impresa, impresa industriale soprattutto, vuol dire investire e lavorare sui cambiamenti dei mercati, dei consumi, delle tecnologie produttive. Puntare sulla ricerca e sull innovazione. Seguire le trasformazioni tecniche e sociali. E l innovazione, parola chiave, carica appunto di forti valenze culturali e simboliche, riguarda tutto: le tecnologie, i materiali, i nuovi prodotti e i nuovi processi per produrli, le relazioni industriali tra le varie componenti del mondo dell impresa e del lavoro, i linguaggi del marketing e della comunicazione. Cos è tutto questo se non cultura scientifica, cultura economica, cultura d impresa? Bisogna, in altri termini, passare dalla tradizionale visione di «impresa e cultura» a una visione più forte e carica di valori: «impresa è cultura». Un verbo sostituisce una congiunzione. Un nuovo gioco di teoria e prassi si impone alla riflessione degli attori sociali e politici. E si rafforza un patrimonio molto italiano. Senza subire la divisione, pur diffusa in parecchi ambienti intellettuali italiani nel corso del Novecento, tra cultura umanistica e cultura scientifica, ma anzi trovando, proprio nell impresa industriale, il luogo di sintesi forti e originali. Una lezione di strettissima attualità. Secondo

12 12 il riscatto cui l Italia ha un eccellenza particolarmente attraente. Un altra arma contro i rischi di declino. La riprova? Sta in una lettera scritta a Il Sole 24Ore 3 da tre personalità del governo Monti, il ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi, il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera e il ministro dell Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo, in risposta al «Manifesto per la cultura» lanciato pochi giorni prima dal quotidiano: «Cultura: necessario tornare a investire» e cioè «riportare al centro del dibattito pubblico il valore della cultura, della ricerca scientifica, dell innovazione e dell educazione, a vantaggio del progresso del nostro paese». Un investimento, continuano i tre ministri, che «deve interessare lo straordinario patrimonio culturale italiano, inteso non solo come risorsa da tutelare e preservare, ma da animare e valorizzare sempre di più, perché elemento costitutivo dell identità del paese, della sua storia e della sua civiltà, del suo saper fare, della sua stessa competitività. La conoscenza è fattore dinamico e generativo, è il terreno comune per la convivenza civile, il fondamentale mezzo di promozione sociale: la prima responsabilità della politica è la cura della Repubblica della conoscenza, la condizione per una società aperta e moderna». È un capitale irripetibile, questo. Strumento, appunto, di competitività. A patto di valorizzarlo, in un circuito di relazioni, confronti, scambi. E investimenti. C è, infatti, un solo modo per esorcizzare quel destino da «vacation land» ironicamente profetizzato da Ferguson: rafforzare l identità di paese ricco di cultura e di 3. Il Sole 24Ore, 24 febbraio 2012.

13 impresa è cultura 13 capacità industriale manifatturiera (naturalmente senza rinunciare all industria del turismo). E quest identità si potenzia non soltanto costruendo una politica industriale favorevole alle imprese e all innovazione, ma anche diventando sempre più capaci di attrarre investimenti internazionali. Italia competitiva all interno e all estero, insomma. Luogo ideale per venire a fare vacanze, sulle Alpi cariche di neve, sulle dolci colline toscane, umbre o marchigiane, lungo le coste liguri, pugliesi e campane o all ombra delle dimore normanne o barocche della Sicilia. Ma anche e soprattutto per fare impresa. Innovativa, produttiva, culturalmente sofisticata, all avanguardia dell economia della conoscenza, contemporanea dunque e cioè capace di reggere la più severa concorrenza europea e internazionale. Fare impresa, come abbiamo detto, significa fare cultura. E di cultura, nonostante tutto, l Italia è ancora custode e produttrice. In tempi di crisi generale, in cui l Italia è pur sempre un anello debole dell Europa, soprattutto per il suo pesante debito pubblico e le resistenze alla modernizzazione, le strategie industriali aperte sono uno degli strumenti essenziali di ripresa. La crescita economica non può non dipendere dagli aumenti degli investimenti. E il mondo è pieno di capitali e competenze in cerca di migliore allocazione. Risorse da conquistare, appunto. Risalendo la china che ha visto proprio l Italia perdere attrattività internazionale. Ed evitando di continuare a camminare lungo il crinale scivoloso del rischio del declino. Stiamo ancora su quel crinale, purtroppo. Possiamo venirne fuori. D altronde, per dirla con un grande poeta tedesco che amava l Italia, Friedrich Hölderlin, «laddove cresce il pericolo, cresce anche la salvezza».

14 Estratto da Il riscatto. L Italia e l industria internazionale di Ferdinando Beccalli Falco e Antonio Calabrò Università Bocconi Editore, Milano, 2012 Riprodotto per gentile concessione degli Autori e dell Editore Copyright 2012 EGEA S.p.A. Università Bocconi Editore Impaginazione: Alberto Bellanti, Milano Copertina: mstudio, Milano EGEA S.p.A. Via Salasco, Milano Tel. 02/ Fax 02/ Tutti i diritti sono riservati, compresi la traduzione, l adattamento totale o parziale, la riproduzione, la comunicazione al pubblico e la messa a disposizione con qualsiasi mezzo e/o su qualunque supporto (ivi compresi i microfilm, i film, le fotocopie, i supporti elettronici o digitali), nonché la memorizzazione elettronica e qualsiasi sistema di immagazzinamento e recupero di informazioni. Per altre informazioni o richieste di riproduzione si veda il sito www. egeaonline.it/fotocopie.htm Date le caratteristiche di Internet, l Editore non è responsabile per eventuali variazioni di indirizzi e contenuti dei siti Internet menzionati. Prima edizione: aprile 2012 ISBN Stampa: GECA, Cesano Boscone (Mi) Questo volume è stampato su carta FSC -pro veniente da foreste gestite in maniera responsabile secondo rigorosi standard ambientali, economici e sociali definiti dal Forest Stewardship Council

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