TEX AND THE CITY di Eugenio Benetazzo

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1 TEX AND THE CITY Il miglior investimento che possiate fare nei prossimi semestri è acquistare azioni di società che producono e vendono camper e roulotte. Perchè ve ne sarà sempre più bisogno. Lasciatemi raccontare la ingloriosa fine che ha cambiato profondamente la vita del mio collega corrispondente da Londra, L. Tessaro, che tra di noi analisti chiamiamo scherzosamente in amicizia Tex. Tex ha ricoperto il ruolo di Credit Strategist per una prestigiosa banca d'affari, vivendo e lavorando per quasi cinque anni nella City, il famoso distretto finanziario indipendente di Londra, il kilometro quadrato più costoso al mondo in cui banche, fondi di investimento e grandi investitori istituzionali decidono le sorti di popolazioni e nazioni nel pieno rispetto dell'unico dio a cui prostrarsi: il profitto indiscriminato. Tex era (ma è tuttora) un grande analista, siamo stati spesso in videoconferenza assieme a colleghi statunitensi ed inglesi: in più occasioni mi ha dato spunti operativi da sviluppare durante i miei shows finanziari. Ma adesso Tex vive in camper da quasi due mesi: la banca per la quale lavorava, un colosso del sistema bancario mondiale, soffre, sta male, vacilla, è in agonia finanziaria ed ha per questo iniziato a ristrutturarsi per ottimizzare i costi di gestione industriale al fine di sopportare l'implosione del più grande bubbone finanziario della storia economica, che presto affosserà per sempre i già malconci bilanci bancari. Tex è una delle prime vittime colpite senza molto preavviso dalla soluzione finale messa in atto nella City: licenziamenti di massa senza tanti pensieri. Tex vive in un camper che ha preso a noleggio a lungo termine perchè in questo momento non si può più permettere di pagare le rate del mutuo del suo piccolo appartamento che ha messo tosto in vendita. Pariteticamente ha dovuto anche riconsegnare alla concessionaria di automobili il fiammante suv con cambio automatico e trazione integrale che aveva acquistato attraverso un contratto di light leasing. L'ironia del destino non gli ha risparmiato proprio niente: quei quattro risparmi che aveva messo da parte, nonostante una retribuzione piuttosto corposa, si sono dissolti nell'aria a causa di un posizionamento eccessivamente speculativo in prodotti finanziari sofisticati emessi proprio dalla sua stessa banca! Il camper è una triste aspettativa per un giovane analista del mondo finanziario, ma che altro non sa fare se non analizzare bilanci, azioni e grafici. Il mio consiglio è sempre lo stesso: imparate un mestiere, piuttosto

2 che cercarvi un lavoro. D'improvviso la sua vita è cambiata, quasi scoppiata di mano a causa proprio delle scelte di investimento del suo stesso datore di lavoro, la banca presso cui lavorava. E in che cosa aveva investito pesantemente ingenti risorse finanziarie il management di questa grande banca d'affari? In prodotti denominati Credit Default Swaps ovvero CDS, per non dilungarmi eccessivamente con terminologie tecniche troppo complesse o noiose possiamo considerare questi strumenti derivati finanziari come sofisticate polizze assicurative che coprono il rischio per un sottoscrittore di un obbligazione che la stessa non venga poi onorata alla scadenza prestabilita. Immaginate per farvi un esempio che tornando al caso della Parmalat vi fosse stato qualcuno che avesse garantito il pagamento delle loro emissioni obbligazionarie e qualcun'altro che si fosse assicurato nel caso in cui questo si fosse verificato. Ebbene questa disamina sarebbe ineccepibile se non ci fosse un elemento discriminatore sulla bontà di queste architetture finanziarie ovvero che non esistono metodi e soluzioni efficaci volte ad accertare la consistenza patrimoniale della società che si impegna ad assicurare un eventuale default di un prestito obbligazionario: questo è possibile in quanto questi diabolici strumenti derivati finanziari sono terra di nessuno e di tutti. Non vi voglio tediare con ulteriori sofisticazioni espositive che richiederebbero anche un sussidio visivo per comprendere l'utilizzo ed il funzionamento di questi prodotti, un tempo utilizzati per limitare il rischio, oggi commercializzati per finalità pesantemente speculative. Vi basti sapere che lo stesso Warren Buffet, il secondo uomo più ricco del pianeta, famoso per le sue performance a due cifre grazie al suo fiuto di contrarian trader, ha recentemente sentenziato di come il ricorso all'utilizzo speculativo dei contratti derivati sia peggiore di tutte le armi di distruzione di massa messe assieme. Considerate che lo stesso Buffet negli ultimi sei mesi è stato vittima di un bagno di sangue (finanziario) non essendo stato nemmeno lui, con i suoi strapagati top analists, in grado di evitare fenomeni di spiacevoli cancrene e contagi finanziari. Le più grandi banche del mondo adesso stanno recitando tutte in silenzio religioso il mea culpa, in quanto non sono riuscite a comprendere quello che stava succedendo ai mercati finanziari, dando troppo ascolto e potere a spregiudicati manager, clonati al pari di replicanti frankestein finanziari presso le tanto osannate business schools del pianeta (www.eugeniobenetazzo.com/recensioni.html). I grandi gruppi bancari hanno fallito. Pesantemente fallito nel fare previsioni, e pesantemente alcuni di loro sono destinati a fallire. Alcuni sono già falliti per definizione: basta rendersi conto di come le esposizioni debitorie nel passivo siano di gran lunga superiori agli assets detenuti nelle attività patrimoniali, una volta depurate dalla voce farlocca dei crediti esigibili! La

3 ricerca del profitto indiscriminato, costi quel che costi, adesso sta presentando il conto: lo stesso Tex ha iniziato ad avvisare ed allertare altri colleghi e conoscenti di prepararsi a fare la sua stessa fine e di mettere in preventivo altri default bancari, molto più pesanti di quelli che si sono delineati recentemente nei mesi scorsi. Dura lex, sed lex, caro Tex. Eugenio Benetazzo Socio Ordinario Assoconslenza Associazione Italiana Consulenti di Investimento Delegato Provinciale Assoconsulenza Vicenza ASPETTANDO IL BANCO DELLE GIOVANI MARMOTTE Con il termine inglese bank runs si identifica una richiesta contemporanea e massiva di rimborso dei depositi presenti presso un determinato istituto di credito. Le scene che abbiamo visto l'estate scorsa innanzi alle filiali della Banca Northern Rock rappresentano un tipico esempio di bank runs ovvero traducendo letteralmente una corsa alla banca per prelevare il contante ivi depositato. L'attuale congiuntura che stanno vivendo i mercati finanziari del pianeta (innanzi alla peggiore crisi economica dal dopoguerra ad oggi, secondo Alan Greenspan) sollevano non poche considerazioni e perplessità in merito ai sistemi di tutela dei depositi attualmente in essere per contrastare e gestire gli effetti di una crisi strutturale dell'intero sistema creditizio. Consideriamo a riguardo che alcune delle più grandi banche del mondo (ed in teoria anche le più solide e sicure) sono state recentemente in prossimità di un default finanziario, prospettiva impensabile fino a cinque anni fa. Tralasciando l'analisi macroeconomica già trattata in altre occasioni, ritengo interessante soffermarmi sui modi e tempi messi in essere dal nostro paese nell'eventualità che si verifichi un caso Northern Rock anche in Italia. A riguardo infatti il nostro paese prevede per legge la presenza di un organismo di garanzia che possa contribuire al mantenimento della stabilità finanziaria evitando appunto comportamenti di bank running, il nome di questo organismo viene riportato solitamente sull'intestazione di ogni estratto di conto bancario: a proteggere i depositi dei risparmiatori e correntisti italiani ci pensa il cosiddetto FITD ovvero il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Il nome in sè dovrebbe già rassicurare chi sta leggendo. In teoria dovrebbe essere così. Ma siamo certi che anche una sua estrema applicazione pratica non consenta il salvataggio di quanto depositato? Cominciamo con una buona notizia. L'unica, purtroppo, a mio giudizio. L'Italia detiene l'assicurazione con l'importo maggiore ( euro) all'interno dell'unione Europea a copertura dei depositi presenti presso i suoi istituti di credito. Altri paesi europei sono molto meno virtuosi di noi, in Francia, per esempio, la copertura è di euro, in Germania di euro e nel Regno Unito circa euro. Per una volta tanto l'italia eccelle sugli altri.

4 Quello che dovremmo conoscere non è tanto il massimale assicurato dall'organismo di garanzia (che non ha fatto altro che recepire una direttiva comunitaria la quale imponeva un minimo di garanzia di almeno euro), ma le modalità di intervento del fondo di garanzia per far fronte alla stabilità e solidità del sistema bancario italiano. Tanto per iniziare, sappiate che questo fondo non è un contenitore di liquidità e risorse finanziarie o meglio ancora non è una cassaforte che detiene oro, euro, immobili e preziosi, come nell'immaginario collettivo si pensa tutt'oggi. Niente di tutto questo. Nella fattispecie infatti il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi è un consorzio obbligatorio di diritto privato a cui aderiscono le circa 300 banche presenti nel territorio italiano (tranne le banche di credito cooperativo che hanno a loro volta un proprio fondo di tutela dei depositi). Un eventuale intervento di questo fondo a copertura di un default finanziario di un istituto di credito italiano si configura pertanto come un intervento congiunto in comune partecipazione da parte di tutte le altre banche che aderiscono al fondo attraverso l'immissione di liquidità e/o fondi nel sistema o nella banca sventurata ormai in crisi o insolvenza manifesta. In buona sostanza questo fondo è privo di risorse proprie. Il fondo, che dovrebbe chiamarsi consorzio e non fondo a mio modesto parere, si preoccupa di coordinare, a livello di tesoreria, gli accantonamenti contributivi di cui ogni banca deve rispondere in base al volume dei suoi depositi e ad uno specifico livello di rischio. Questo tipo di approccio presuppone una lentezza di intervento nell'effettuare eventuali rimborsi nel caso del fallimento di un soggetto bancario, a causa della necessità di raccogliere i conferimenti da parte delle varie controparti bancarie, sottolineando invece una preoccupante inefficacia in caso di crisi strutturale dell'intero sistema bancario. Questa considerazione infatti permette di intuire come agisce il fondo a livello pratico: se una banca fallisce, tutte le altre intervengono per sorreggerla attraverso il ricorso a fondi propri appositamente accantonati (o almeno che dovrebbero essere stati prudentemente accantonati). Mentre nel caso di una crisi strutturale del sistema (quella menzionata da Alan Greenspan), quindi per esempio due grandi gruppi bancari che si trovassero in situazioni analoghe a quelle della Northern Rock, il fondo risulterebbe sostanzialmente incapace di intervenire. Questa incapacità deriverebbe da uno stato di insolvenza che colpirebbe con effetto domino una moltitudine significativa di banche aderenti al fondo incapaci a loro volta di sostenere le prime in default. In questa eventualità solamente un intervento pubblico potrebbe essere in grado di salvare l'intero sistema bancario. Per l'ennesima volta compare lo spettro del prestatore di ultima istanza che attualmente in Italia ed in Europa non è ancora molto ben identificato ovvero il soggetto che per ultimo dovrebbe essere in grado di mettere una pezza finale al buco che si è venuto a formare. A riguardo allora ognuno di voi tragga le dovute considerazioni sulla base di quanto proposto recentemente in occasione del meeting Ecofin svoltosi in Slovenia, all'interno del quale i banchieri centrali dell'unione Europea hanno proposto un memorandum of understanding dal quale si evince la totale assenza di interventi con denaro pubblico a sostegno dell'azionariato delle banche in eventuali default finanziari. Pertanto consiglio a tutti di aprire il prima possibile un conto di deposito presso il Banco delle Giovani Marmotte in quanto grazie alle fideiussioni di Zio Paperone potremmo contare su una banca solida ed in grado di resistere anche ai take over ostili da parte di Rockerduck: grazie alle competenze di Qui, Quo e Qua, finalmente saremmo in grado di costruire un innovativo ed inattaccabile sistema bancario. Eugenio Benetazzo Socio Ordinario ASSOCONSULENZA Associazione Italiana Consulenti di Investimento

5 Delegato Provinciale Assoconsulenza Vicenza IL SIGNORE SENZA ANELLI Ecco come sta finendo quest'epoca: con il padre di famiglia che porta al banco dei pegni gli anelli di fidanzamento, le fedi nuziali della mamma e gli orecchini della nonna. Pur di racimolare qualcosa, ora si è disposti a tutto. Si vendono i gioielli di famiglia per pagare le rate del mutuo, le bollette di casa e la borsa della spesa. Un comportamento che testimonia il capolinea di un viaggio iniziato circa 3/4 anni fa: un viaggio intrapreso quando i tassi di interesse toccavano il loro minimo storico, un viaggio che aveva illuso molti facilitoni che consumare ed acquistare a debito era possibile e conveniente, addirittura facile. Non mi dilungo più di tanto, i miei due bestsellers, Duri e Puri assieme a Best Before, hanno con largo anticipo profetizzato quanto si sta verificando in questo periodo storico (trovate anche i redazionali precedenti su recensioni.html). I recenti crash di prestiose banche d'affari stanno dimostrando quanto sia marcio il sistema. Northern Rock, Nomura, UBS, CitiBank, Fannie Mac, Societe Generale, Bear Stearns, Lehman Brothers. E chi sarà il prossimo? Ma credete veramente che il nostro paese ne sia indenne? Falliranno anche banche italiane, basta solo aspettare: alla faccia di tutti quegli analisti comprati, che se ne uscivano e se ne escono tutt'ora con affermazioni del tipo: non vi preoccupate perchè l'europa è immune da tutto questo. Già, come se fosse possibile non essere contagiati dal più grande bubbone finanziario di tutti i tempi. Debiti sfrenati, perizie gonfiate, mutui farlocchi, prodotti derivati come la dinamite e per finire bilanci cabriolet. Molti risparmiatori e correntisti avranno presto un'amara sorpresa: cucù il denaro non c'è più! Il rischio di polverizzazione dei conti correnti è alle porte, avrei anche il nome di tre istituti di credito italiani in pole position per affiancarsi alla lista delle morti bancarie negli USA. Mi piacerebbe farne il nome, ma è troppo rischioso. Il consiglio che vi posso dare è quello di estinguere al più presto il proprio appoggio bancario aperto presso il tal gruppo bancario di turno e migrare verso qualche piccola cassa rurale o banca di credito cooperativo. Non fidatevi delle grandi dimensioni: le recenti cronache finanziarie dimostrano che sono proprio le grandi realtà ad essere in grave crisi, a causa del ricorso al profitto indiscriminato ed al dividendo civetta. Cercatevi una piccola realtà bancaria con poche filiali e senza manie di grandezza. Pregate in ogni caso che questo basti. L'effetto domino potrebbe travolgere chiunque ed arrivare ovunque in ogni caso. Chi sta per acquistare un suv, ci rinunci e consideri l'idea di comprare un kilo di oro fisico. Sarà una delle poche certezze che vi rimangono. Sempre per restare in tema di certezze farlocche presto scoppierà anche la seconda crisi del sistema bancario, quella dei crediti iscritti in bilancio come poste esigibili, quando nella realtà ormai sono imprenditorialmente inesigibili. Ricordate che

6 rispetto all'inghilterra ed agli Stati Uniti, la situazione di noi europei è tutt'altro che rassicurante: infatti ogni paese dell'unione è privo di una banca nazionale che possa intervenire e trasformarsi in prestatore di ultima istanza. Dubito che in caso si verifichi una Northern Rock in Italia, la Banca Centrale Europea possa prestare denaro a fondo perduto proprio come fece la Banca Centrale d'inghilterra con la Northern Rock. Le redini del sistema finanziario globale sono sfuggite di mano: immaginabile conseguenza collaterale della globalizzazione. Il diabolico volano sperequativo che ha spudoratamente arricchito pochi soggetti (solitamente gruppi multinanzionali) a scapito della classe medio borghese, adesso sta presentando il conto: la perdita dei posti di lavoro a tempo indeterminato ha generato una nuova classe sociale che può continuare a vivere solo ricorrendo al debito. Debiti per tutto: per la casa, per l'auto, per i vestiti, per le vacanze e per la busta della spesa. Soluzioni non ne esistono. Purtroppo. Dimostrazione palese sono proprio i continui interventi delle Banche Centrali, seguiti dai relativi commenti ridicoli a non preoccuparsi. Nemmeno i burattinai (ammesso che siano tali) sanno come intervenire per curare il malato moribondo. Nel frattempo molti voi perderanno la casa, il lavoro, la dignità e la speranza di vita per se ed i propri figli, oltre ai quei quattro soldi che si trovavano giacenti e dormienti sui conti correnti. Temo che questa volta non si accetteranno e subiranno passivamente le spiacevoli conseguenze delle prossime ed imminenti tempeste finanziarie (come ad esempio il fallimento della propria banca o la perdita dei propri risparmi). La rabbia sarà tale che sprigionerà sentimenti ed impulsi di linciaggio e vendetta, stile quelli visti in Argentina otto anni fa. Qualcuno potrà sorridere a queste mie affermazioni o chiavi di lettura, proprio come sorrise e mi derise quando diciotto mesi prima parlai di un nuovo 1929 alle porte. Mai come prima, questa volta ognuno sarà veramente artefice del proprio destino. Eugenio Benetazzo FUGA DA BANCATRAZ Recentemente è uscito l'ennesimo report di Assogestioni che dimostra come il sistema bancario sia profondamente in crisi. Sia chiaro che questa crisi nulla a che vedere con quella dei mutui e del settore immobiliare, in quanto grazie a vergognose operazioni di cartolarizzazione, le banche hanno trasferito il rischio che correvano con i mutui ballerini recentemente erogati dalle loro tasche a quelle dei piccoli risparmiatori attraverso la creazione di fondi immobiliari di investimento che hanno nella loro pancia questi mutui con la miccia accesa: a riguardo andate a leggere l'ultimo redazionale intitolato Farloccolandia (www.eugeniobenetazzo.com/farloccolandia.pdf) e capirete di che cosa sto parlando! La crisi che sta colpendo il sistema bancario è dovuta invece alle decine di miliardi di euro di riscatti di quote di fondi comuni di investimento: in buona sostanza da oltre quattro anni gli italiani si stanno riprendendo a colpi di oltre venti miliardi di euro all'anno i risparmi che avevano negli anni precedentemente allocato. Per semplificare ancora maggiormente per chi non fosse esperto dell'argomento, significa che la differenza tra apporti in denaro di nuovi sottoscrittori e gli smobilizzi di precedenti investimenti, è pesantemente negativo. Una vera e propria fuga di capitali. Una fuga da Bancatraz ovvero il sistema bancario che ha segregato i risparmi degli italiani in questi ultimi anni, al pari di una prigione con un trattamento a pane e acqua: quindi con aspettative e rendimenti molto deludenti.

7 La conferma di questo l'abbiamo avuta proprio un anno fa, quando l'ufficio Studio di MedioBanca ha analizzato il pianeta del risparmio gestito di banche ed affini, esprimendo un pesante giudizio di inefficienza. Tanto per fare un esempio lampante, se tornassimo indietro di 20 anni ed investissimo 100 milioni di lire del vecchio conio in BOT ed altri 100 in fondi comuni di investimento nella categoria azionari italiani, ci troveremmo, trascorsi i due decenni, con oltre 420 milioni nel primo caso e con meno di 380 nel secondo! L'investimento in titoli di stato ha reso notevolmente di più senza esporre a rischio di mercato l'investitore che avesse optato per questa allocazione. Paradossalmente se avessi investito a caso sui primi trenta titoli per capitalizzazione di borsa i suddetti 100 milioni, dopo due decenni mi ritroverei con quasi 900 milioni di vecchie lire! Ma come si spiega allora tutto questo? Semplice: con la commissione di gestione ovvero quell'importo in percentuale che deve essere riconosciuto al gestore del fondo (solitamente un soggetto bancario o parabancario) per ogni trimestre di gestione. La cosiddetta commissione di gestione annua può variare da un 2 ad un 3 % con una dinamica di prelievo che prescinde i risultati di gestione stessa: questo significa prelevare sia in caso di performance positive o negative. Evviva la meritocrazia! Lentamente nel tempo gli italiani si sono resi conto del perchè in banca oppure dai loro dipendenti viene propinato il famoso detto che la borsa paga nel lungo termine. Solo che paga per la banca e non per il risparmiatore che si è rivolto ad essa: infatti quei 500 milioni che mancano all'appello (380 milioni con i fondi gestiti e oltre 900 con il fai date a caso) rappresentano il profitto che la banca ha realizzato mentre amministrava il vostro denaro durante il periodo in questione! La pacchia tuttavia sembra stia finendo, infatti gli italiani hanno iniziato a riprendersi tutto, tornando ad investire come ai vecchi tempi: titoli di stato, pronti contro termine, certificati di deposito e conti di liquidità. E secondo voi il sistema bancario può accettare una simile perdita? Giammai! Infatti adesso le direzioni marketing dei gruppi bancari spingono per i cosiddetti prodotti strutturati di ultima generazione come ad esempio le fenomenali polizze unit linked. Fenomenali per il loro tornaconto e non di certo per quello vostro: questi prodotti infatti si riescono a vendere più facilmente potendo far leva psicologica con la solita frase fatta: capitale protetto e rendimento garantito. Decisamente meno facile risulta lo smobilizzo (anticipato) di queste polizze: praticamente impossibile, a meno di accettare una penale molto onerosa. Lo scopo di queste polizze è duplice: per primo, generare commissioni di adesione/sottoscrizione dell'ordine del 4/5 % dell'importo investito ed in secondo luogo potersi appropriare del vostro denaro per un'epoca temporale piuttosto sostenuta! Infatti con la sottoscrizione delle unit linked, i gruppi bancari stanno recuperando liquidità anche a fronte della contingente crisi di liquidità del sistema dovuta all'eccessiva esposizione in mutui erogati negli anni precedenti. Alla fine l'unico capitale protetto e rendimento garantito che si conosca è il patrimonio consolidato dell'istituto di credito ed il rendimento garantito è il profitto che devono ottenere da tutto quello che vi propongono! Eh sì perchè proprio questo è il punto: negli ultimi dieci anni le banche italiane si sono specializzate a fare profitti senza esporsi personalmente a condizioni di rischio, preferiscono decisamente infatti far rischiare voi e loro prelevare una commissione certa per il loro operato! E non illudetevi che le banche straniere che vogliono entrare in Italia siano mosse da motivazioni francescane: anche loro vogliono affiancarsi agli istituti di credito italiani e sedersi alla mangiatoia in comune. Eugenio Benetazzo ORAFI SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI Chi l'avrebbe mai detto che il tessuto imprenditoriale orafo di Vicenza sarebbe stato una vittima (inaspettata) della globalizzazione: per decenni la città del Palladio è stata la capitale mondiale

8 dell'artigianato orafo, mentre adesso detiene il simbolico primato italiano di maggior numero di locali per lap dance entertainment, a dissacrante dimostrazione che qualcos'altro tira sempre più del metallo giallo! Il crollo della produzione orafa non lascia tanto spazio all'immaginazione, letteralmente dimezzata dalle oltre 500 tonnellate di alcuni anni fa: si è assistito ad un autentico ridimensionamento del tessuto imprenditoriale, anche se più di selezione naturale, come vorrebbe definirla qualcuno, a mio avviso si tratta di una preoccupante decimazione. Cosa è successo in così poco tempo da stravolgere un intero settore, portandolo da qualche significativa nicchia di eccellenza a numerose centinaia di situazioni di default finanziario? Le cause sono molteplici, ma cercherò di analizzarle con il mio solito stile inquisitorio. Partiamo, quindi, proprio dalla globalizzazione, intesa come stadio terminale del turbocapitalismo, una pericolosa miscela di capitali presi a prestito a bassi tassi di interesse e risorse umane sfruttate laddove il costo della manodopera è più conveniente. Ebbene anche la produzione di monili e artefatti d'oro ha subito la insana concorrenza di nuove aree emergenti (come la Turchia e l'india) che in poco tempo hanno replicato un modello di business proprio del Made in Italy di Vicenza. Il tipico imprenditore vicentino si è scontrato con un mutamento di scenario trovandosi completamente impreparato: da un mercato di concorrenza tradizionale siamo passati ad un mercato di pura competizione, in cui riesce a sopravvivere solo chi è imprenditore nel vero senso della parola, quindi un attento conoscitore delle dinamiche di evoluzione dei mercati, e non un operaio o un dipendente improvvisato, che si è messo a scimmiottare il suo ex datore di lavoro, licenziandosi ed assumendo qualche dipendente che lo aiuti e lo assista. Proprio nel tessuto vicentino ve ne sono a iosa di situazioni similari, aziende, si fa per dire a chiamarle così, nate dall'improvvisazione di qualche ex operaio orafo, che sono funzionate fin tanto che la torta era grande per tutti e la concorrenza era gestibile. Adesso in seguito all'evoluzione del mercato, o vendi e fai fatturato, oppure chiudi e ti cerchi un altro mestiere, ammesso che non ti sia indebitato per tentare di stare in piedi, quando non capivi che vento tirava. Questa è una caratteristica del nostro paese, specialmente del nord est, vi è tanta vocazione imprenditoriale, ma poca capacità imprenditoriale. Nel frattempo il mercato ha già selezionato i players che hanno gestito l'azienda in termini manageriali, affidandola a professionisti della gestione di impresa e non al cognato o al fratello di turno. Chi riesce a difendersi ed ostentare una posizione dominante lo ha fatto investendo nel brand o in mercati di nuovi contenuti, vedasi il business dell'acciaio satinato, soppiantando completamente la preziosità e ricercatezza dei materiali con l'immagine mediatica di oggetti ornamentali di tendenza (per esempio il pendente in acciaio della tal marca famosa di turno). Di fatto questi materiali, per il loro esiguo costo, consentono di mantenere i prezzi degli stessi articoli su fasce più abbordabili, non si deve dimenticare a tal fine l'impatto economico in termini di potere d'acquisto dell'avvento dell'euro sulle tasche dei consumatori. Non di meno, a quanto abbiamo sinora rappresentato, possiamo scordare lo scenario macroeconomico che si è delineato sul prezzo dell'oro, il quale ha causato non poche vittime a causa di una limitata comprensione dell'evoluzione del prezzo dell'oro e dello scenario macroeconomico ad esso collegato, scenario che sconta tutt'oggi la crisi di sfiducia del pianeta contro gli USA e soprattutto contro la loro valuta, il dollaro americano. Gli USA sono infatti il paese più indebitato del mondo, con un debito sul PIL di oltre il 300 %, un paese che, al di là delle grandi corporations quotate sui listini americani, ha severamente compromesso la sua credibilità finanziaria, soprattutto da quando nella primavera del 2006 il governo federale decise di non rendere disponibile alle comunità finanziarie internazionali il controvalore monetario circolante in dollari, letteralmente il controvalore di banconote stampate e circolanti nel mondo. Oro e dollaro americano sono stati per decenni due variabili economiche una antitetica all'altra, quindi non vi è nulla da stupirsi se qualcuno (governi, banche centrali e fondi di investimento) abbia deciso in silenzio di ridare all'oro la sua funzione originaria ovvero quella di bene rifugio per eccellenza. Chi avesse letto i miei libri si ricorda molto bene di come ancora nel 2005 profetizzavo il prezzo del metallo giallo a oltre i 650 $ l'oncia: adesso la soglia psicologica dei 1000 $ è diventata il prossimo naturale target di prezzo. Questo trend, tuttavia, non è destinato a sgonfiarsi, come invece molti si aspettano, visto che non si tratta più di speculazione, quanto di mutamento di scenario, dovuto a ristrutturazione di riserve valutarie su tutto il pianeta e di accantonamenti a riserva d'oro per tutelare e difendere la propria stabilità ed il proprio patrimonio mobiliare: in buona

9 sostanza si sta investendo a lungo termine sull'oro fisico a fronte di uno scenario economico sull'intero pianeta tutt'altro che rassicurante. In questo contesto di prezzo dell'oro al rialzo si deve inserire la carneficina di imprese orafe causata da una sconsiderata gestione delle operazioni di finanziamento alla produzione effettuate attraverso l'istituto del prestito d'uso. Per chi non fosse esperto della materia, il prestito d'uso è un prestito materiale di metallo giallo che effettua la banca ad un artigiano orafo a condizioni, in termini di tasso di finanziamento, molto convenienti. La prassi bancaria vuole che l'oro sia impiegato per la realizzazione della produzione orafa (quindi monili, anelli, catene e così via) ed una volta venduto ed incassato il controvalore della produzione, si provvede ad estinguere il debito contratto con la banca: tale debito ammonta al controvalore di mercato dei kg d'oro prestati in aggiunta all'interesse su base annua convenuto. Dal 1999 al 2003 il prezzo dell'oro è rimasto abbastanza stazionario, oscillando intorno ai 300 $ l'oncia, e questa constatazione ha portato molti imprenditori orafi a sfruttare impropriamente il prestito d'uso per finanziare l'azienda o esigenze personali ad un tasso quindi molto conveniente. L'architettura dell'operazione prevedeva infatti che una volta ricevuto in prestito d'uso il metallo giallo, quest'ultimo veniva rivenduto su un mercato parallelo, creando istantaneamente una disponibilità finanziaria che veniva utilizzata per scopi non direttamente connessi alla produzione orafa (e perciò con dinamiche di rientro completamente diverse). Questa opportunità si è dimostrata tale sin tanto che il prezzo del metallo giallo si è mantenuto sostanzialmente stazionario, ma quando, come negli ultimi anni, si è assistito per le ragioni che abbiamo affrontato prima, ad un lento e silenzioso rally, le conseguenze sono state drammatiche. Il debito infatti in termini di restituzione della quota capitale si è più che raddoppiato (anche considerando l'apprezzamento del cambio euro/dollaro), mettendo in ginocchio aziende ed imprenditori impossibilitati nella restituzione. Nonostante la salita delle quotazioni, inesorabile e costante nel tempo, molti imprenditori si sono autoconvinti che il pericolo non sussisteva in quanto il prezzo sarebbe successivamente sceso proprio come avvenne dopo la speculazione del Peccato che questa volta il prezzo dell'oro sia soggetto a problematiche macroeconomiche strutturali e non a semplici istanze speculative. Non posso esimermi a questo punto dal parlare del sistema bancario e del suo comportamento nei confronti del tessuto imprenditoriale orafo: fin tanto che la vacca da latte è stata in salute gli istituti di credito non si sono persi d'animo comportandosi come autentici esattori di interesse, ma non appena hanno iniziato a delinearsi le prime difficoltà nel settore, si sono trasformati in conigli con la coda bagnata, ridimensionando i fidi ed esigendo il rientro forzato degli sconfinamenti. Alla faccia di tutti quegli ingenui imprenditori che pensavano di trovare in una banca italiana un partner alleato che li avrebbe sostenuti durante il loro percorso di crescita oppure innanzi alle difficoltà del settore. Alla fine ancora una volta il sistema bancario italiano ha dato ulteriore dimostrazione della sua consistenza: non finanziando idee e capacità, ma solo garanzie e fideiussioni. Si è salvato da questa inquietante selezione del mercato chi ha proiettato l'azienda in una dimensione snella, quasi on demand, puntando su materiali alternativi come l'argento e l'acciaio o chi è stato assistito e consigliato non dal solito commercialista contabile passacarte del fisco, quanto piuttosto da un preparato consulente di direzione aziendale che ha saputo traghettare l'azienda da un mercato concorrenziale ad uno di spietata competizione. Eugenio Benetazzo FARLOCCOLANDIA: MUTUI, PERIZIE & COMPANY Farlocco è un termine dialettale tipico nel Nord Italia utilizzato per individuare un'operazione fasulla o peggio ancora falsa, frutto generalmente di un imbroglio o una truffa. Farloccolandia è il

10 nomignolo che mi sento di dare al nostro paese sulla base del comportamento del suo sistema bancario e parabancario. Sembra infatti che a distanza di qualche anno si stia riproponendo lo Schema Parmalat nella sua piena onnipotenza. In che consisteva lo Schema Parmalat, per chi non lo sapesse ancora? Molto semplice: quando una banca si rendeva conto che il prestito effettuato alla nota azienda di Collecchio era ormai inesigibile o inescutibile, allora si inventava una emissione obbligazionaria cartolarizzando il credito vantato alla Parmalat e si offrivano le fenomenali tranche obbligazionarie al pensionato babbaleo di turno. In questo modo si trasferiva il rischio di insolvenza (tipico dell'attività bancaria) sulle tasche dei suoi ignari correntisti o investitori. Nonostante i drammatici appelli delle associazioni di consumatori all'interno di qualche talk show e le promesse farlocche della politica per un sistema bancario più serio ed onesto, lo Schema Parmalat è stato rispolverato e messo alacremente in catena di montaggio. Proprio come hanno fatto con i debiti della Parmalat adesso stanno facendo altrettanto con i mutui: infatti, le banche intuendo con largo anticipo i primi segnali di indigenza economica e di insolvenza finanziaria piuttosto diffusi nelle famiglie italiane, hanno provveduto a trasferire i mutui recentemente erogati negli ultimi anni dentro la pancia di qualche cosiddetto fondo di investimento immobiliare. Questi fenomenali fondi sono stati successivamente offerti a risparmiatori, fondi pensione o addirittura altri fondi di fondi, con la garanzia che si trattassero di investimenti a capitale protetto in virtù delle ipoteche che gravavano sugli immobili sottostanti ogni richiesta di mutuo. Questa operazione è nota con il nome di cartolarizzazione, anche se per i risvolti indiretti che ha ed avrà sui vostri portafogli, sarebbe opportuno chiamarla sodomizzazione. Ancora una volta quindi, il sistema bancario scarica il suo rischio e le sue nefandezze sulle tasche di povere persone oneste inconsapevoli di quello che stanno per sottoscrivere. Quello che fa tuttavia terribilmente ribollire il sangue è sapere che la maggior parte degli istituti di credito continua a proporre ancora interventi integrali (quindi mutui al 100 %) per l'acquisto di immobili, nonostante quanto accaduto la scorsa estate e nonostante il mercato immobiliare sia visto profondamente in crisi per i prossimi anni. Ma allora per quale ragione si persevera a finanziare l'acquisto della prima casa a persone già in difficoltà ed indigenza economica, sapendo che stiamo andando incontro ad una voragine finanziaria che si trasformerà presto in una deflazione stile 1929? Il profitto indiscriminato è la risposta a questa domanda. Adesso si riesce a percepire addirittura la volontà (quasi politica) a finanziare per il 100 % solo i più morti di fame (extracomunitari senza denaro in tasca, precari a singhiozzo, ragazze madri in aspettativa) perchè solo a loro si possono proporre le condizioni di indebitamento fuori dalla media di mercato (e quindi più remunerative per la banca che le concede). Eh sì, perchè vi è una sostanziosa differenza tra un mutuo erogato all'euribor + 2 punti di spread ed uno erogato con appena mezzo punto di ricarico! Di questi mutui e del loro periodico rimborso le banche non si preoccupano più di tanto, in quanto non appena hanno incassato finanziariamente le prime sei rate, questi fenomenali banchieri prendono il mutuo, lo cartolarizzano e lo piazzano sul mercato del risparmio gestito! Addirittura esistono casi sempre più frequenti in cui l'importo del mutuo è calcolato sommando il costo dell'immobile con gli oneri di rogito e le prime sei rate del mutuo stesso! Della serie: oltre al prestito, ti anticipo anche le prime sei rate, in questo modo sono sicuro che potrò cartolarizzare il mutuo senza grane o lungaggini in quanto il mutuo risulterà essere intestato ad un buon pagatore! Sempre parlando di farlocchi, è doveroso sottolineare di quanto siano sempre più spesso gonfiate le perizie degli immobili oggetto di compravendita, le quali devono rappresentare un valore di mercato significativamente congruo per giustificare in taluni casi interventi addirittura superiori al 100 %. La fantasia a questo punto diventa il vero unico limite, infatti mi sono stati rappresentati comportamenti molto discutibili da parte di qualche circuito di franchising immobiliare che riesce misteriosamente a far lievitare persino l'imponibile della dichiarazione dei redditi del richiedente il mutuo, pur di far deliberare il finanziamento nel pieno rispetto del rapporto di congruità tra il peso della rata ed il reddito mensile effettivamente percepito. Per questo motivo il crash che colpirà le principali economie sarà devastante, forse con un potere di detonazione addirittura superiore al passato 1929, in quanto grazie all'operato farlocco del sistema bancario adesso abbiamo fondi di investimento e fondi pensione che hanno nella loro pancia tutti questi mutui farlocchi destinati ad essere impagati nel lungo termine con una garanzia immobiliare legata al valore di presumibile realizzo pesantemente contraffatta. In buona sostanza sono a rischio proprio investimenti che dovrebbero garantire il capitale protetto, ma per ovvie ragioni di architettura finanziaria non possono più esserlo. Ecco perchè la scorsa estate abbiamo

11 visto fondi monetari perdere il 4 % in una settimana, rendimenti assolutamente incompatibili dal punti di vista tecnico, in quanto un fondo di liquidità non può per definizione essere soggetto ad una contrazione di valore di tale entità. Se però alcuni fondi immobiliari nati dalla cartolarizzazione forzata di mutui ad intervento integrale vengono spacciati per fondi monetari, grazie alla compiacenza delle agenzie di rating, allora tutto diventa possibile. Anche una sommossa popolare od un colpo di stato. Eugenio Benetazzo

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