I SENTIERI DELLA RICERCA rivista di storia contemporanea

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1 Germinario7 8 I SENTIERI DELLA RICERCA rivista di storia contemporanea Del Boca Gregori Scaglione Cresti Clodomiro Lenci Baccelli Pipitone Morone Zilio Dondi Costa Boggero Fabei Rochat Labanca Benardelli Fontana Romandini Capra Casadio settembre 2008 EDIZIONI CENTRO STUDI PIERO GINOCCHI CRODO

2 I SENTIERI DELLA RICERCA rivista di storia contemporanea EDIZIONI CENTRO STUDI PIERO GINOCCHI CRODO

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4 I Sentieri della Ricerca è una pubblicazione del Centro Studi Piero Ginocchi, Crodo. Direttore Angelo Del Boca Condirettori Giorgio Rochat, Nicola Labanca Redattrice Severina Fontana Comitato scientifico Marina Addis Saba, Aldo Agosti, Mauro Begozzi, Shiferaw Bekele, Gian Mario Bravo, Marco Buttino, Giampaolo Calchi Novati, Vanni Clodomiro, Basil Davidson, Jacques Delarue, Mirco Dondi, Angelo d Orsi, Nuruddin Farah, Edgardo Ferrari, Mimmo Franzinelli, Sandro Gerbi, Francesco Germinario, Mario Giovana, Claudio Gorlier, Mario Isnenghi, Lutz Klinkhammer, Nicola Labanca, Vittorio Lanternari, Marco Lenci, Aram Mattioli, Gilbert Meynier, Pierre Milza, Renato Monteleone, Marco Mozzati, Richard Pankhurst, Giorgio Rochat, Massimo Romandini, Alain Rouaud, Gerhard Schreiber, Francesco Surdich, Nicola Tranfaglia, Jean Luc Vellut, Bahru Zewde

5 La rivista esce in fascicoli semestrali Direttore Angelo Del Boca Editrice: Centro Studi Piero Ginocchi Via Pellanda, Crodo (VB) Stampa: Tipolitografia Saccardo Carlo & Figli Via Jenghi, Ornavasso (VB) N. 7/8-1 Sem Numero di registrazione presso il Tribunale di Verbania: 8, in data 9 giugno 2005 Poste italiane spa Sped. in a.p. D.L. 353/2003 (Conv. in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 Prezzo di copertina 30,00 Abbonamento annuale 25,00 Abbonamento sostenitore 100,00 C.C.P. n intestato al Centro Studi Piero Ginocchi via Pellanda, Crodo (VB) causale abbonamento: ISDR La pubblicazione di questa rivista è stata possibile grazie al contributo di: Provincia del Verbano Cusio Ossola Comune di Crodo

6 Sommario 7 L Africa in copertina e un nuovo modello di italiano di Angelo Del Boca guerre e guerriglie 17 La posizione inglese durante il conflitto italo-turco ( ). La campagna di stampa sul «Times» di Barbara Gregori 41 La mia campagna d Africa di Giuseppe Scaglione 81 Dalla seconda occupazione inglese della Cirenaica alla fine della presenza italiana nella Libia orientale in alcuni documenti d archivio inediti di Federico Cresti la politica coloniale 103 Le colonie italiane nel carteggio del ministro Colosimo ( ) di Vanni Clodomiro 161 Riflessi coloniali sulla toponomastica urbana italiana. Un primo sondaggio di Marco Lenci e Sergio Baccelli 183 Foto di gruppo. Ritratti di ufficiali coloniali di Cristiana Pipitone 205 La nuova Italia e le ex colonie nell opera e nelle carte di Giuseppe Brusasca di Antonio M. Morone

7 241 La politica tedesca per l Africa a servizio della riunificazione di Francesca Zilio il razzismo 281 Il razzismo coloniale del fascismo e i suoi riflessi alla radio e sulla stampa ( ) di Mirco Dondi 333 Classi pericolose e razze inferiori : la sovranità e le sue strategie di assoggettamento di Pietro Costa Africa e dintorni 353 Omar El Mukhtar. La costruzione della sua memoria ed il gruppo insurrezionale che ne porta il nome di Marco Boggero 379 La marcia del Marocco verso l indipendenza. Il nazionalismo marocchino dalle origini alla seconda guerra mondiale di Stefano Fabei 423 Non c erano «giovani turchi» nelle forze armate fasciste di Giorgio Rochat 439 Un Oltremare wikizzato di Nicola Labanca 445 L isola che non c è: Libertalia di Mainardo Benardelli 449 Schede rassegna bibliografica 467 notizie sugli autori di questo numero

8 L Africa in copertina e un nuovo modello di italiano di Angelo Del Boca 1. Questo numero doppio della rivista è dedicato interamente all Africa e al colonialismo, vecchio e nuovo. Ancora una volta, in questa prima metà del 2008, il continente nero ci inonda di notizie, raramente positive, quasi sempre a convalidare la convinzione che sia un autentica polveriera e un terreno di scontro fra potenze straniere e multinazionali che si contendono il controllo delle risorse energetiche e dei metalli preziosi. Il rapporto della Banca Mondiale per il 2007 annunciava, con grande risalto, che 44 Paesi del continente africano rivelavano per la prima volta di seguire «lo sviluppo economico del resto del mondo progredito». Anche per il 2008 la Banca Mondiale si mostrava ottimista prevedendo una crescita del 5,4 per cento. In effetti era la prima volta dal 1960, l anno delle indipendenze africane, che il continente nero faceva parlare di sè in maniera positiva. Ma c era da fidarsi della Banca Mondiale che in Africa, notoriamente, ha fatto più guasti che benefici? È vero che in qualche angolo del continente si sta registrando qualche progresso. Nel Mali, ad esempio, i Comitati civici nati nei villaggi stanno combattendo la corruzione e lottano per costruire la democrazia dal basso. È vero che Soweto, la più miserabile delle township ai tempi della segregazione razziale, si sta miracolosamente trasformando. È anche vero che la Dakar di Abdulaye Wade è un cantiere infinito e che Kigali, la capitale del Rwanda, il paese del genocidio, sta diventando la città più ordinata e pulita del continente. È anche vero che i casi di aids diminuiscono e che è più facile rifornirsi di medicinali a buon mercato. E che almeno tre Paesi, Nigeria, Angola e Malawi, sono riusciti a cancellare i propri debiti. Ma l ottimismo della Banca Mondiale è eccessivo e sospetto. In realtà all origine della crescita sono il petrolio e le materie prime, i cui prezzi hanno subito una formidabile impennata. Ma se ciò può aumentare il potere d acquisto di ristrettissimi ceti urbani, non offre alcun beneficio alle grandi 7

9 Angelo Del Boca masse contadine e urbane. Purtroppo non c è un reale sviluppo quando quasi tutti i Paesi del continente africano continuano a subire il peso del debito con l estero e sono strangolati dagli interessi esosi. La vera rinascita dell Africa non è per oggi e neppure per domani. Possiamo parlare di un continente in movimento, ma non di un Africa sfiorata dal benessere. Si tenga sempre presente che l Africa è ancora molto lontana dalle grandi economie del pianeta. La sua partecipazione al commercio mondiale non supera il 2 per cento. Ha dunque ancora bisogno dell aiuto dei paesi più evoluti. Ma un sostegno sincero, disinteressato, non motivato da calcoli spregevoli. Al contrario, come ricorda il sociologo senegalese Aly Baba Faye, le responsabilità e gli appetiti dell Occidente sono molto evidenti. «L elevata conflittualità riferisce è alimentata da fattori di diversa natura e caratterizzata sovente dalla presenza di scontri armati di respiro regionale. Le ricchezze del continente attirano gli appetiti di grandi potenze straniere e delle multinazionali. Sul suolo africano si gioca una partita geopolitica diversa da quella della Guerra fredda. Sono cambiati i termini della contesa. In campo non ci sono più le ex potenze coloniali ma le potenze globali come gli USA e la Cina. L oggetto del contendere è il controllo delle risorse energetiche, il petrolio soprattutto» 1. Secondo alcune Ong britanniche, le guerre locali, che hanno coinvolto 23 dei 53 paesi africani, hanno bruciato un totale approssimativo di 284 miliardi di dollari, in pratica il totale degli aiuti forniti all Africa nello stesso periodo. L elenco dei conflitti in atto nel 2008 è nutrito, inquietante. Nel Darfur, dove nel totale silenzio sono state uccise centinaia di migliaia di persone, sta per arrivare, ma con troppo ed ingiustificato ritardo, la missione di peacekeeping dell Unione europea e dell Unione africana. In Kenya, l annuncio della netta vittoria di Mwai Kibaki nelle elezioni presidenziali ha scatenato una lotta intertribale che ha causato mille morti e decine di migliaia di feriti. Nella Somalia continuano gli scontri fra le truppe etiopiche, giunte in soccorso al governo transitorio di Nur Hassan Hussein, e le Corti islamiche. Nella sola Mogadiscio si contano, in un anno, oltre 7 mila morti, mentre l esodo dei civili, che investe mezzo milione di somali, non cessa. Si aggiunga, per completare il quadro di questo paese in pieno sfacelo, che le coste della Somalia sono infestate da bande di pirati che nel solo 2007 hanno messo a segno 31 attacchi. Nel Ciad il governo del presidente Deby è sempre contestato. Il 2 feb- 8

10 L Africa in copertina e un nuovo modello di italiano braio colonne motorizzate di ribelli che partivano dal confine con il Sudan hanno investito la capitale N djamena provocando un bagno di sangue. Nello Zimbabwe, nonostante che il dittatore Robert Mugabe abbia perso le elezioni, è riluttante a cedere il potere e lancia i suoi sostenitori contro le fattorie ancora gestite da bianchi. Incerta, poi, la pace in Costa d Avorio, dopo cinque anni di guerra civile. Così come è in pericolo la «pace armata» fra Etiopia ed Eritrea, entrambe scontente dei risultati dell armistizio siglato ad Algeri. Si continua anche a combattere nelle province congolesi che confinano con Uganda, Ruanda e Burundi, nonostante l accordo di pace del Agli scontri tribali e confessionali si aggiunge, in questi ultimi mesi, lo spettro della fame. Il raddoppio, in un anno, del prezzo del grano e del riso, pone in estrema difficoltà almeno venti paesi dell Africa sub-sahariana, già penalizzati dall aumento del petrolio che incide sul costo dei trasporti. Ma anche l Africa del Nord, seppure con economie più sviluppate, risente della crisi alimentare, come denunciano le rivolte scoppiate in Tunisia e in Egitto. La Libia, nonostante abbia incrementato la produzione agricola grazie al «Grande fiume artificiale», sta trattando con l Ukraina un accordo che garantisca a Tripoli i cereali prodotti su 100 mila ettari del Bassopiano del Dnepr. La fame e le guerre stanno spingendo le popolazioni contadine nei grandi centri urbani, creando nuovi ed irrisolvibili problemi. Nel 1960, in tutta l Africa sub-sahariana, c era una sola città con più di un milione di abitanti, Johannesburg. Oggi le megalopoli africane sono una quarantina e Lagos, in Nigeria, ha superato gli 11 milioni di abitanti. A complicare la situazione, l Africa, nonostante tutti i mali di cui è afflitta, sta vivendo una crescita demografica unica al mondo. Secondo John May, il demografo della Banca Mondiale, la popolazione africana passerà, entro il 2050, da 769 milioni a 2 miliardi, vale a dire il 19 per cento della popolazione mondiale 2. Si aggiunga, ai mali endemici dell Africa, quelli provocati dagli stessi africani, con la diffusa corruzione dei potenti e il loro indebito arricchimento. Da un inchiesta aperta a Parigi sui lussi francesi di alcuni capi di Stato africani, è emerso che il presidente del Gabon, Omar Bongo Ondimbo, possiede in Francia trentatre beni immobiliari, fra i quali un alloggio sui Champs-Elysées del valore di 18 milioni di euro. L inchiesta menziona anche la moglie del presidente del Congo, Sassou Nguesso, che ha acquistato a Parigi, per i figli, appartamenti per 6 milioni di euro. Non sfuggono al censimento della brigata finanziaria anche i presidenti della 9

11 Angelo Del Boca Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang, del Burkina Faso, Blaise Campaoré, dell Angola, Eduardo Dos Santos. Alle ville, ai castelli, agli appartamenti vanno aggiunte le automobili di lusso: Ferrari, Aston Martin, Bugatti, Mercedes, Maybach, Rolls Royce 3. Com era diverso, da questi meschini reucci africani, il martinicano Frantz Fanon, l autore dell indimenticabile Les damnés de la terre, un autentico manifesto politico del Terzo Mondo. A pochi giorni dalla morte per leucemia, scriveva all amico Roger Tayeb: «Ciò che mi avviliva, qui a letto, mentre sentivo andarsene col sangue le mie ultime forze, non era il fatto di morire, ma di morire a Washington di leucemia, mentre avrei potuto morire tre mesi fa davanti al nemico, poichè sapevo di avere questo male. Noi non siamo nulla su questa terra, se non siamo anzitutto i servi di una causa, della causa dei popoli, della causa della giustizia e della libertà. Vorrei che lei sapesse che anche quando i medici mi avevano già condannato, io continuavo ancora nella nebbia a pensare al popolo algerino, ai popoli del Terzo Mondo, e se ho resistito, è stato per loro» 4. Fanon aveva previsto, con estrema chiarezza, l affermarsi in Africa di una borghesia di compradores, che si sarebbe accordata con il colonialismo rallentando l emancipazione delle popolazioni africane. E non aveva risparmiato denunce e condanne. 2. Il numero 7/8 di «Sentieri della ricerca» comprende sedici saggi divisi in quattro sezioni Guerre e guerriglie, La politica coloniale, Il razzismo, Africa e dintorni. Tra gli interventi più rilevanti segnaliamo quello di Antonio M. Morone dedicato ai lavori dell AFIS (Amministrazione Fiduciaria Italiana) per portare in un decennio la Somalia all indipendenza. Il compito era sicuramente difficile, perchè l Italia aveva fatto ben poco per sviluppare la più povera fra le sue colonie. Ma anche il mandato dell ONU, che si poteva giudicare come un esame di riparazione, non ha dato i risultati sperati. E gli effetti disastrosi si vedono soprattutto oggi che la Somalia ha perso la qualifica di Stato sovrano ed è diventata il terreno di uno scontro furioso fra truppe etiopiche e Corti islamiche. Di notevole interesse sono anche le memorie dell artigliere Giuseppe Scaglione, detto «Pinot», raccolte da Marco Cavallarin. Con grande umiltà, unita ad una straordinaria lucidità venata di autoironia, questo contadino di Santo Stefano Belbo racconta i suoi cinque anni di guerra (prima sul fronte francese, poi nell Africa del nord) e la prigionia negli Stati Uniti. Il periodo più difficile lo vive ad El Alamein, quando si accorge che i cannoni 10

12 L Africa in copertina e un nuovo modello di italiano degli inglesi hanno una gittata di 12 chilometri e quelli italiani soltanto di 9. «Noi, per arrivare a sparare addosso a loro ricorda dovevamo fare tre chilometri sotto il loro tiro». «Pinot» rivela una grande ammirazione per il generale Rommel, che vedeva quasi ogni giorno «in piedi sulla macchina scoperta, in piedi col binocolo, e guardava gli inglesi e non si abbassava, entrava nel fumo delle granate che gli scoppiavano intorno. Niente, era immortale quell uomo». Lavorando sui documenti inediti dell Archivio politico del ministero degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca, Francesca Zilio ha potuto ricostruire, per la prima volta, la politica di Bonn nei confronti dell Africa, in modo particolare delle sue ex colonie, il Togo e il Camerun. «Gli africani sosteneva il cancelliere Brandt sanno valutare che noi cooperiamo con loro senza porre condizioni politiche. Noi capiamo che essi vogliono organizzare il loro ordinamento interno sulla base delle loro particolarità africane. Capiamo anche il loro desiderio di perseguire una politica estera indipendente, senza farsi trascinare nei conflitti delle grandi potenze. Ci aspettiamo però altrettanta comprensione per la questione essenziale del popolo tedesco, l unità nella libertà» 5. In altre parole Bonn usava la cooperazione bilaterale per difendere e favorire la riunificazione delle due Germanie, applicando la dottrina Hallstein. Viaggiando nel Medio Oriente e lavorando negli archivi di alcune università americane, Marco Boggero ha potuto valutare l immensa fortuna di cui gode ancora oggi Omar al-mukhtàr, il capo della resistenza antiitaliana in Cirenaica, fatto impiccare da Graziani nel 1931, nel lager di Soluch, alla presenza di 20 mila confinati fatti affluire dagli altri campi di concentramento. Nel nome di Omar si combattono oggi nel Vicino Oriente le lotte più sanguinose, ma non sempre interpretando i veri valori sostenuti dal vicario di re Idris as-sanusi. Fra i saggi più singolari citiamo inoltre quello di Marco Lenci, dedicato alla toponomastica coloniale in Italia, e quello di Mirco Dondi sulle tecniche impiegate dal fascismo per imporre il mito della razza. Nicola Labanca, dal canto suo, viaggiando su Wikipedia, si è accorto che la voce sulla storia del colonialismo italiano pecca di omissioni e di storture e andrebbe riscritta. Per finire Stefano Fabei ci informa, nel suo saggio ricco di sorprese, che a tenere a battesimo il nazionalismo marocchino sono stati i nazisti, in funzione anti-alleati, nel corso della 2 ª guerra mondiale. 11

13 Angelo Del Boca 3. Anche se questo numero della rivista è dedicato all Africa, non possiamo sottacere il significato delle ultime elezioni politiche del aprile 2008, che possono impartire una decisa svolta dai risultati inquietanti. Ci permettiamo quindi di formulare alcune riflessioni a caldo. Come ha titolato in prima pagina «l Unità», il 15 aprile, Torna Berlusconi, comanda Bossi. Il PD sfiora il 34%. Crolla l Arcobaleno 6. Dieci parole per annunciare una disfatta, che supera le previsioni più pessimistiche. E non ci può confortare il fatto che Veltroni abbia sfiorato il 34 per cento dei voti e che alla Camera i partiti siano scesi da 30 a 4, quando pensiamo che per anni (cinque o forse dodici se il Cavaliere vorrà scalare anche il Quirinale) saremo tormentati dalla sua immagine, ripetuta in maniera continua, ossessiva, orwelliana, nei telegiornali, nei quotidiani, nei settimanali, con il corredo di dichiarazioni e poi di rituali smentite, di promesse e di battute da cabarettista. Ciò che ci stupisce e ci ferisce è che diciassette milioni di italiani abbiano potuto dare il loro voto ad un multimiliardario padrone di tv, di modestissima cultura, dagli atteggiamenti clowneschi, che intende la politica come puro e cinico esercizio del potere, e che ha dedicato un intera legislatura a varare leggi ad personam per scansare i giudici e tutelare i propri interessi. Come ricorda l autorevole «Wall Street Journal», un quotidiano sicuramente non «comunista», Berlusconi «è stato al centro di più di una dozzina di inchieste giudiziarie e ha subito almeno sei processi per reati che vanno dall evasione fiscale alla corruzione di giudici. Altrove vicende giudiziarie di questo genere avrebbero messo fine ad una carriera politica» 7. Ma non c è bisogno di rivangare il passato per stabilire l assoluta inaffidabilità dell uomo di Arcore. È sufficiente osservare come si è comportato durante quest ultima campagna elettorale. Il 10 marzo, in mezzo alle ovazioni dei suoi sostenitori, faceva a pezzi il programma del Partito Democratico. Il 2 aprile attaccava duramente il Quirinale ipotizzando che la sua vittoria alle urne avrebbe potuto portare all uscita di scena del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Il giorno dopo chiedeva la perizia psichiatrica per i magistrati che indagano. Ma il fatto più clamoroso e rivoltante era la proclamazione ad eroe di Vittorio Mangano, il finto stalliere di Arcore, condannato all ergastolo per associazione mafiosa, per il motivo che non aveva fatto il suo nome e quello di Dell Utri durante i processi subiti. Per questi e molti altri episodi siamo sempre di più convinti che abbia ragione il «The Economist» quando sostiene che Berlusconi è assolutamente ina- 12

14 L Africa in copertina e un nuovo modello di italiano datto (unfit) a governare una nazione. La vittoria del Partito del popolo delle libertà è tanto più pericolosa in quanto si basa sul netto e determinante apporto della Lega nord, che sogna una Padania inesistente, venera l ampolla del dio Po, vanta il legame storico e culturale con i celti, ed è sicuramente un partito populista, xenofobo, secessionista e antieuropeo. Il 6 aprile, dopo aver minacciato di imbracciare i fucili contro la «canaglia romana», Umberto Bossi soggiungeva: «La sinistra è fatta di canaglie, luride canaglie. Delinquenti, state molto attenti, che i padani non hanno paura di voi, vi pigliamo per il collo. Carogne, tornate nella fogna, lì è il vostro posto» 8. C è gente pronta a giurare (Berlusconi compreso) che dietro a questo Bossi becero e delirante c è un politico di razza, al quale si può affidare anche un ministero. Ci permettiamo di dubitare quando ricordiamo a quale miserabile ufficio ha delegato la nostra bandiera nazionale. È ben difficile con alleati del genere (fra l altro hanno già presentato un conto salatissimo al PDL e ottenuto ben quattro ministeri), che Berlusconi possa raggiungere l obiettivo che ha illustrato a «Sky TG-24»: «Voglio restare nella storia del mio paese come uno statista che lo ha cambiato» 9. Per ora, dello statista, non ha proprio nulla, a partire dal linguaggio, che spesso scade nel turpiloquio. E comprendiamo l amaro sfogo di Luciano Comida, quando scrive all «Unità»: «Sono stufo di venir insultato da questo ometto arrogante che nel corso degli anni ci ha definiti coglioni, ladri, falsificatori di elezioni, stalinisti, dementi, faccia di merda, prostitute e comunisti, idioti [...]. Basta, per favore, basta. Diamoci un paese civile» 10. A pochi giorni dalle elezioni è giunto il 25 aprile, una festività nazionale che abbiamo sempre atteso con gioia, e non soltanto perchè abbiamo dato il nostro modesto contributo alla guerra di liberazione. Ma quest anno, più che in passato, si è cercato in tutti i modi di infangare questa data e la resistenza nel suo complesso. Basti guardare le prime pagine dei giornali vicini al PDL. «Il Giornale» titola 25 aprile, in piazza con rancore. «Libero» titola La festa dei banditi. E «Il Secolo» scrive: Il 25 aprile si è abolito da solo. E che dire di Berlusconi che esalta «chi combatté per la libertà contro la tirannia» 11 e poi, nello stesso giorno, riceve Ciarrapico che vanta pubblicamente la sua nostalgia per il fascismo. Per fortuna, a difendere la resistenza dagli insulti e dalle negazioni, è intervenuto il capo dello stato, Giorgio Napolitano, che ha precisato, fra l altro, nel suo intervento a Genova «È possibile e necessario raccontare 13

15 Angelo Del Boca la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacere nulla, smitizzare quel che c è da smitizzare, ma tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale cui dobbiamo la riconquista anche per forza nostra, dell indipendenza dignità e libertà della Nazione italiana» 12. Sessantatre anni fa, in un mattino livido e piovoso, componevo nella cassa la salma di Nino Botti, un partigiano ventenne assassinato dai fascisti alle porte di Piacenza, mentre la libertà del paese era a portata di mano. Se il bibliofilo Dell Utri manterrà la promessa, «i libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della Resistenza, saranno revisionati. Questo è un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione» 13. Il che significa, caro Nino, tu che hai affrontato da solo un carro armato balzando fuori dal Canale della fame, che dovrai uscire dai libri di storia per far posto ad un altro eroe, lo stalliere Vittorio Mangano, che ai processi a lui intentati si cucì la bocca. Abbiamo proprio toccato il fondo! Post-scriptum - Con il rituale, italico servilismo, molti commentatori ci rassicurano che il Berlusconi-ter sarà più liberale, più conciliante, disposto a dialogare con l opposizione, molto diverso dal presidente del consiglio del Insomma, un autentico uomo di Stato, che giura «di non andare a letto la sera senza aver realizzato qualcosa di positivo per gli italiani» 14. Ci permettiamo di dissentire dai giudizi di questo esercito di chiosatori, che si affanna per salire sul carro del vincitore, mentre condividiamo il parere della «Suddeutsche Zeitung», quando scrive: «Le sue affermazioni in campagna elettorale fanno temere che Berlusconi voglia nuovamente usare il suo potere per combattere la giustizia, rendere sicuro il suo potere mediatico, coltivare il suo ego. In campagna elettorale ha promesso di voler risanare il Paese, ma l esperienza insegna a non credergli» 15. Altrove abbiamo espresso la nostra viva preoccupazione che Berlusconi possa portare a termine il suo disegno di creare un nuovo modello di italiano, un chiaro prodotto del consumismo, dell ignoranza e dell egoismo 16. Questo modello di italiano predilige, tra i programmi politici, quello che contempla la riduzione (per non dire l estinzione) delle tasse, quasi esse fossero una punizione e non il contributo del cittadino alla vita e al miglioramento del Paese; il blocco dell immigrazione, in maniera drastica e selvaggia; una decisa riforma del sistema giudiziario, in modo particolare per la sua azione inquisitoria; il mantenimento ad oltranza della sicurezza, 14

16 L Africa in copertina e un nuovo modello di italiano anche a costo di ricorrere a ronde abusive. E poiché non viene incoraggiato a dare importanza all integrità, alla trasparenza, all onestà dei leader politici, non è neppure interessato al rinnovamento morale del Paese e a una legge che blocchi il conflitto di interessi. Gli strumenti mediatici, e ora anche politici, per costruire questa nuova identità nazionale Berlusconi li ha tutti. Ed ora ha anche il tempo dalla sua parte. E lo sconcerto e lo smarrimento degli sconfitti. «Le rauche invettive di Beppe Grillo commenta dal canto suo Eugenio Scalfari completano il quadro di una società che sembra avere smarrito ogni bussola, ogni orientamento, ogni immagine di sè, ogni memoria del suo passato ed ogni progettualità del suo futuro. Si va avanti alla giornata senza timone e senza stelle» 17. Torino, 1 maggio 2008 Note al testo 1 «l Unità», 31 dicembre Cit. nell articolo di Toni Fontana, Africa. 300 miliardi di dollari inghiottiti per farsi la guerra. 2 «Le Monde», 17 dicembre 2007: Afrique: le grand rattrapage démographique. 3 «Le Monde», 31 gennaio Cit. in Renate Zahar, il pensiero di Frantz Fanon e la teoria dei rapporti tra colonialismo e alienazione, Feltrinelli, Milano l970, p Francesca Zilio, La cooperazione allo sviluppo tedesca a livello bilaterale e comunitario durante la Guerra fredda, a servizio della riunificazione, tesi di Storia delle relazioni internazionali, Università degli studi di Trieste, anno accademico , p «l Unità», 15 aprile «The Wall Street Journal», 8 aprile «Corriere della Sera», 7 aprile Il 29 aprile, giorno di riapertura del Parlamento, Bossi reiterava le sue minacce: «Questa è l ultima occasione: o si fanno le riforme o scoppia un casino. Se la sinistra vuole scendere in piazza, abbiamo trecentomila uomini, trecentomila martiri pronti a battersi. E non scherziamo, mica siam quattro gatti. Verrebbero giù anche dalle montagne. E verrebbero con i fucili, che son sempre caldi» («Corriere della Sera», 30 aprile 2008). 9 «la Repubblica», 15 aprile «l Unità», 31 marzo

17 Angelo Del Boca 11 «la Repubblica», 26 aprile 2008: Berlusconi: «Festa di pacificazione, ma vanno capiti i ragazzi di Salò». 12 «l Unità», 26 aprile 2008: La Resistenza salvò l Italia. 13 «la Repubblica», 9 aprile Ivi, 15 aprile 2008: Il Cavaliere trionfa in TV: «Ora voglio passare alla storia». 15 «Suddeutsche Zeitung», 14 aprile Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza editore, Vicenza 2005, pp «la Repubblica», 27 aprile 2008: Lo specchio d Italia è sempre più rotto. 16

18 guerre e guerriglie La posizione inglese durante il conflitto italo-turco ( ). La campagna di stampa sul «Times» di Barbara Gregori 1. Sin dagli anni ottanta del XIX secolo l Italia, delusa per la perdita della Tunisia che la Francia si era accaparrata, aveva rivolto le sue aspirazioni alle regioni nord africane della Tripolitania e della Cirenaica, allora province ottomane. La vicinanza all Italia, la presunta fertilità del suolo e abbondanza di risorse minerarie, la necessità di trovare uno sbocco all emigrazione, la congiuntura internazionale e il desiderio di dimostrare il proprio status di grande potenza, assieme al fatto che quelle regioni africane erano le uniche non ancora colonizzate da Europei, furono le ragioni principali che persuasero il governo italiano a conquistare la cosiddetta «quarta sponda». Inviato il 28 settembre 1911 un ultimatum di ventiquattrore ore alla Porta, non avendo ricevuto risposta tale da soddisfare le richieste italiane ivi contenute, s intrapresero subito le prime operazioni militari nell Adriatico seguite pochi giorni dopo dallo sbarco del contingente italiano a Tripoli. La guerra si protrasse per dodici mesi e fu caratterizzata da una rapida conquista dei maggiori centri costieri e da una lunga fase di stasi e d incertezza, in cui il nostro esercito tentò invano di accattivarsi le simpatie della popolazione araba e di penetrare l interno. Dopo l occupazione italiana del Dodecaneso e l attacco ai forti dei Dardanelli, nel luglio 1912, in Svizzera, le delegazioni italiana e turca avviarono i negoziati di pace. Questa fu firmata il 15 ottobre 1912 ad Ouchy e sancì la perdita della sovranità turca sulle regioni della Tripolitania e Cirenaica, già annesse unilateralmente dall Italia nel novembre Oltre che sul piano militare, la guerra procurò all Italia seri problemi sul piano internazionale, dove l opinione pubblica delle maggiori potenze europee s indignò di fronte all azione italiana e mantenne un atteggiamento decisamente ostile per tutta la durata del conflitto, ponendo in serio 17

19 Barbara Gregori imbarazzo i rispettivi governi. Le grandi potenze giudicarono la dichiarazione di guerra italiana un «atto di pirateria», indignandosi per il mancato preavviso concesso dall Italia e l infondatezza delle sue pretese; d altro canto, offrirono fin dall inizio i loro buoni uffici per mediare tra i belligeranti e valutare le basi per potenziali accordi di pace, ma reciproci sospetti e gelosie invalidarono ogni proposta sul nascere. L Inghilterra, in particolare, tentò di mantenere quell attitudine di rigorosa neutralità dichiarata sin dall inizio del conflitto e il Foreign Office si rifiutò di prendere in considerazione qualunque proposta potesse indispettire l uno o l altro degli avversari. L opinione pubblica, invece, non risparmiò le sue critiche al modo in cui la guerra fu condotta e la stampa europea fu prodiga di giudizi affatto lusinghieri sull esercito italiano. Questo saggio, parte di un più ampio lavoro di ricerca volto a chiarire il ruolo della Gran Bretagna durante il conflitto italo-turco del , si propone di analizzare l atteggiamento del governo e della stampa britannici di fronte a quello che fu considerato un vero e proprio «colpo di mano» italiano. 2. Durante l estate del 1911 il ministro degli esteri italiano, il marchese di San Giuliano, tentò di capire quali sarebbero state le reazioni delle principali potenze europee di fronte ad un conflitto italo-turco. Ebbene, fino allo scoppio del conflitto, le potenze manifestarono più o meno apertamente il loro consenso alla guerra di Libia, ma quando essa venne effettivamente dichiarata, la stampa, l opinione pubblica, nonché i governi europei rimasero esterrefatti ed irritati verso l Italia e reagirono violentemente.la stampa europea, soprattutto inglese e tedesca, si accanì contro l Italia, la cui azione fu giudicata aggressiva e riprovevole, se non addirittura ripugnante. Il giudizio dei governi, anche quelli che si erano mostrati più benevoli verso l Italia, rispecchiava in sostanza quello della stampa: innanzitutto erano indignati perché l Italia si era limitata ad avvisarli poche ore prima dello scoppio del conflitto, in particolare si era guardata bene dal consultare le alleate della Triplice, violandone in questo modo lo spirito; in più, questa dichiarazione appariva assolutamente infondata, anzi, un vero e proprio «atto di pirateria», data la disponibilità turca a concedere qualunque beneficio economico l Italia avesse desiderato in Tripolitania. Invano di San Giuliano cercò di giustificare l intervento italiano davanti all opinione pubblica e rimuovere tutte le paure riguardo uno sconvolgi- 18

20 La posizione inglese durante il conflitto italo-turco In questa e alle pagine seguenti Cartoline di propaganda. Raccolta Angelo Del Boca mento dello status quo in Europa: il 28 settembre aveva informato gli stati balcanici che l Italia avrebbe appoggiato l integrità della Turchia europea e aveva inviato alle grandi potenze una lunga lista di lagnanze nei confronti della stessa. L Europa, però, rifiutò di essere rassicurata e continuò a criticare il comportamento italiano 1. Vediamo ora nel dettaglio la posizione assunta dalle maggiori potenze europee prima e soprattutto, dopo la dichiarazione di guerra alla Turchia. Le prime rassicurazioni alle preoccupazioni del ministro vennero proprio dal governo inglese 2. In luglio, il loro ministro degli Esteri Grey, aveva affermato che se l Italia fosse stata costretta a tutelare i suoi diritti e ad agire, l Inghilterra non solo non sarebbe intervenuta, ma le avrebbe concesso simpatia ed appoggio, ovviamente solo morale. Inoltre, Grey aveva 19

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