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1 CORSO DI ALTA SPECIALIZZAZIONE IN MATERIA DI / I REGIONE investigativi e Sociologici 4NO CANDIDATO: Fablo TRAVERSO RELATORE: DR. ZULLO Iflicrocrjminali,à alla criminaligà organiaga aspefti Le carauerjstjche della crimjnalità rumena in Italia dalla TESI CRIMINOLOGIA APPLICATA Settore Polizja Locale e Politiche per Ia Sicurezza In

2 INTRODUZIONE Il carattere della presente tesi è, come forse è inevitabile per una materia di confine come la criminologia,di carattere interdisciplinare, anche se,forse, le tematiche desunte dalla sociologia e della devianza e dalla criminologia prevalgono sugli aspetti di carattere giuridico e penalistico. Quest aspetto risulterà più evidente da un breve sunto della trattazione. Il I capitolo presenta una sintesi della teoria criminologica della teoria della finestra rotta o della broken window theory, assunta come modello di base per la comprensione dei fenomeni criminali legati alla criminalità straniera, per i motivi che verranno esplicitati nelle conclusioni. Il II capitolo estende l attenzione anche alle altre principali teorie criminologiche relative al rapporto tra immigrazione e criminalità. Il III capitolo scende nello specifico analizzando le caratteristiche delle principali associazioni criminali di origine straniera in Italia, per poi soffermarsi sulle caratteristiche della criminalità di origine rumena. Nel IV capitolo prevalgono le considerazioni di carattere giuridico e penalistico in quanto ci si sofferma sugli strumenti investigativi e penalistici utili per monitorare e reprimere i fenomeni criminali prima analizzati. Strettamente legato al IV è il V capitolo in cui l attenzione si sposta nuovamente all aspetto sociologico in quanto gli strumenti di contrasto al fenomeno di genere appaiono legati ora alla prevenzione ed a forme di controllo sociale legate alla società e non al diritto. La tesi si conclude con alcune sintetiche considerazioni finali. 1

3 Sul perché ci si sia soffermati nello specifico sulla criminalità di origine rumena è utile ribadire che va bandito ogni intento,anche indirettamente,di tipo xenofobo o volto ad alimentare luoghi comuni: la criminalità rumena va studiata in quanto l incidenza numerica dei flussi migratori conduce inevitabilmente a fenomeni criminali. In più la Romania rappresenta, per le sue caratteristiche geografiche e socioeconomiche, un interessante laboratorio per il criminologo: il paese balcanico rappresenta, nel contempo, stazione di origine ma anche di transito per i flussi migratori per il nostro paese e, al momento, frontiera dell Unione Europea verso l est, una frontiera che, come quella verso l ovest nella colonizzazione nordamericana nel xx secolo, appare non statica ma dinamica e cangiante. Approfondire sotto i suoi vari aspetti il fenomeno dell integrazione di un paese extracomunitario nell Unione appare un utile esperienza per il futuro. 2

4 CAP. I: la criminalità straniera rumena nell ottica della broken window theory (La Brigada rumena rappresenterà il fenomeno criminale più rilevante con cui occorrerà confrontarsi nei prossimi anni da un articolo di giornale pubblicato in occasione dell Operazione Brigada nel giugno 2013) Una delle più diffuse e conosciute teorie criminologiche contemporanee è quella degli olandesi Wilson e Kelling, Ricercatori all Univesità di Groningen, conosciuta come teoria delle finestre rotte (broken window theory) o altresì come teoria della tolleranza zero, diffusa a partire dal 1982 sulla rivista The Atlantic e da taluno definita come la Bibbia della Polizia. Alla base di tale teoria vi è l assunto per cui la tolleranza verso fenomeni di degrado urbano (ad esempio le finestre rotte di un edificio fatiscente, pubblico o privato) o verso forme di illeciti che si tendono a considerare minori come l accattonaggio o il commercio abusivo, conduce ad un escalation verso forme via via più gravi di criminalità. Questo sostanzialmente per due ordini di motivi : da un lato l abituarsi della cittadinanza a convivere con forme di microdegrado condurrà ad un affievolimento della coscienza civica e del grado di controllo sociale della comunità. Dall altro chi delinque, constatata la sostanziale impunità di cui godono i trasgressori delle leggi minori,arriverà alla conclusione statistica di avere un alta probabilità di godere di un analoga impunità anche commettendo crimini più gravi. 3

5 Ne deriva che la politica e le forze di polizia dovranno dedicare più risorse e più impegno nel contrastare quei fenomeni forieri di degrado urbano (come l accattonaggio,il fenomeno dei portoghesi sui mezzi pubblici, il commercio abusivo su aree pubbliche ) che spesso hanno goduto di una sostanziale tolleranza,vuoi per mero lassismo, vuoi per una malintesa forma di solidarietà. Va da se che, nel contesto politico, la teoria della tolleranza zero abbia attecchito in primo luogo nelle amministrazioni locali, nel cui ambito nascono e si sviluppano quei fenomeni cui accennavamo prima. Com è noto il più conosciuto esponente della teoria della tolleranza zero e colui che tradusse le formulazioni sin qui esposte in una concreta politica di contrasto al degrado urbano fu Rudolph Giuliani, il quale fu sindaco repubblicano di New York dal 1994 al Durante il suo mandato le autorità di New York ed in primo luogo il NYPD,New York Police Department, sotto la guida di William Bratton, condussero un energica politica di contrasto oltre che all accattonaggio a fenomeni divenuti poi comuni anche nel contesto italiano come quello dei writers o il c.d. squeezemon ovvero i lavavetri ai semafori. In questo contesto le risorse umane e tecnologiche a disposizione della polizia newyorkese furono massicciamente potenziate anche attraverso una politica di nuove assunzioni di oltre unità,il budget riservato al NYPD aumentò del 40% e i vari distretti di polizia dotati di autonomia di spesa ed improntati a criteri di riduzione dei costi e valutazione degli obiettivi desunti direttamente dal management privato. Le evidenze statistiche hanno sostanzialmente dato ragione alle politiche di Giuliani in quanto il tasso di criminalità a New York si è sensibilmente ridotto, il che 4

6 sembrerebbe dar ragione alle formulazioni di Wilson e Kelling, il dato più significativo riguarda il numero degli omicidi che a New York diminuì del 73%,,naturalmente la teoria esposta è stata soggetta anche ad analisi critiche, delle quali la più nota è quella di Wacquand, volte a dimostrare che la stessa riduzione dei crimini si è verificata anche in altre aree metropolitane o urbane che invece non sono state toccate dalle politiche della tolleranza zero (1). Sull onda della notorietà internazionale assunta dalla figura di Giuliani (il quale com è noto dovette affrontare anche l immane tragedia degli attentati dell 11 settembre 2001 alle Torri Gemelle) la teoria della tolleranza zero conobbe una stagione di notorietà anche in Italia a partire dalla seconda metà degli anni novanta del ventesimo secolo.fu allora che si sviluppò un inedita stagione di interventismo dei Sindaci di importanti città in materie sino ad allora considerate al di fuori dell ambito di intervento dei comuni, si ricorderà che la legge del 1993 introdusse l istituto dell elezione diretta dei sindaci,così da dare un inedita popolarità mediatica a questa figura istituzionale : ad esempio nel 1999 l allora Sindaco di Milano Gabriele Albertini si recò a New York allo scopo di assimilare le politiche di sicurezza adottate durante da Giuliani. Lo strumento operativo di questi Sindaci-sceriffi come vennero sarcasticamente ribattezzati dalla pubblicistica è stato quello delle Ordinanze. Il dibattito giuridico e politico cui ha condotto il crescente utilizzo (ed in taluni casi anche l abuso) dello strumento delle Ordinanze Sindacali ha determinato oltre che l intervento censorio della magistratura amministrativa di primo e secondo grado e della Corte Costituzionale anche lo svilupparsi di una dialettica tra le forze politiche sulla necessità di un riparto tra il potere di intervento dei Sindaci e quello dei prefetti. 5

7 Tale dialettica è culminata,nel 2008, nella legge 125 che ha (parzialmente) ampliato il potere di Ordinanza dei Sindaci e introdotto nel linguaggio giuridico il concetto di sicurezza urbana ). Va da se che i risultati operativi delle politiche di tolleranza zero in Italia non sono paragonabili a quelli raggiunti a New York e in altre città nordamericane. I motivi di questa discrasia sono facilmente sintetizzabili. Nella sola New York sono in servizio circa operatori di polizia strutturati in dipartimenti con incarichi di rilevante complessità: vi è ad esempio un dipartimento che si occupa di contrasto alla criminalità organizzata oltre ad altri come il c.d. swat dotati di mezzi d intervento in ambiti operativi che in Italia sono peculiarità dei reparti operativi della Polizia di Stato e dei Carabinieri mentre altri dipartimenti della NYPD come quello del c.d housing hanno competenze che ricadono nelle aree di intervento che in Italia sono state appunto ribattezzate sicurezza urbana. In Italia gli operatori di polizia locale sono circa ,suddivisi in migliaia di comuni così da determinare il (deleterio) fenomeno di comuni dove vi è in servizio un solo operatore, in più il sistema della polizia locale italiana attraversa un profondo scoramento dovuto a problematiche istituzionali e pratiche come la difficoltà ad accedere alle banche dati (in primo luogo il sistema SDI) tale da frustrare anche la normale routine quotidiana. Ma,soprattutto, è i sistema sanzionatorio italiano a non poter essere paragonabile a quello statunitense in quanto quest ultimo è caratterizzato dalla possibilità di ricorrere a misure coercitive e cautelari anche per chi commette semplici illeciti amministrativi mentre questa eventualità è tassativamente esclusa ne sistema sanzionatorio italiano, come si evince da un attenta disanima della legge di depenalizzazione 689 del

8 Questo assunto è di primaria importanza in quanto uno dei capisaldi della broken window theory riguarda appunto l esistenza di una stretta correlazione statistica tra gli arresti per i reati minori (i c.d. arrest misdeamor ) e quelli per i reati più gravi. Quando il Sindaco di Verona Flavio Tosi parlò della possibilità di introdurre un fermo di poliiza locale anche per chi avesse commesso determinati illeciti amministrativi quella che poteva sembrare una semplice boutade legata ad un insufficiente conoscenza del sistema sanzionatorio nazionale appare invece in controluce come un paradosso volto ad evidenziare l assenza di effettivi strumenti di certezza del dritto e della pena. Come si inserisce in questa riflessione la questione, oggetto della presente trattazione,della criminalità rumena in Italia? In Italia la comunità rumena sfiora il milione di presenze ( al censimento del 2009) in gran parte concentrata in grandi centri urbani come Torino,costituendo la comunità straniera più diffusa nel nostro paese, inevitabilmente questa massiccia presenza conduce a fenomeni criminali tuttavia tale presenza non ha mai condotto, tranne forse il periodo di transizione immediatamente successivo all ingresso della Romania nell Unione Europea, ad un diffuso allarme sociale. In sostanza la criminalità rumena è stata interpretata come un fenomeno legato statisticamente a fenomeni di sussistenza o al più a reati di nicchia come le frodi informatiche o la clonazione delle carte di credito. Il fatto che una sottovalutazione di questo fenomeno criminale possa condurre alla sua evoluzione verso forme di criminalità organizzata è alla base della presente tesi. Naturalmente va denunciato come infondato ed anti-scientifico ogni pregiudizio verso la comunità rumena basato su pregiudizi xenofobi od etnici come su una presunta maggiore propensione a delinquere, pregiudizio smentito dall analisi dei 7

9 dati statistici, semplicemente soffermarsi su un fenomeno criminale originario da un contesto comunitario e sugli strumenti per prevenirlo e reprimerlo può rappresentare forse un utile precedente visto il carattere dinamico dei confini dell Unione Europea e la prospettiva di nuovi ingressi nell UE da parte di paesi dell Europa dell est, dell area balcanica se non della stessa Turchia, paesi ognuno con le proprie problematiche sociali e criminali. 8

10 CAP. II La criminalità straniera nell ottica della criminologia contemporanea Qualunque assunto sulla criminalità,straniera o meno, deve partire dalla considerazione che i dati statistici sui fenomeni criminali devono essere riconsiderati alla luce del c.d. numero oscuro ovvero il rapporto tra i reati effettivamente denunciati e pertanto conosciuti e quelli rimasti invece privi di denuncia e quindi inconoscibili. Il fenomeno è ben noto ai criminologi e ha diverse concause: da un lato le vittime di reati bagatellari come furti di modesta entità manifestano di solito una tendenza a non denunciare i reati subiti, dall altro la stessa struttura organizzativa delle forze di polizia tende a concentrarsi principalmente sul controllo del territorio e sulla conseguente maggior attenzione riservata agli street crimes piuttosto che ai reati finanziari. Va poi considerato il grado di discrezionalità, diverso da un ordinamento all altro, di cui godono le forze di polizia nel denunciare i crimini all Autorità Giudiziaria, il c.d. report back che può condurre ad una sottovalutazione di reati come il maltrattamento in famiglia. Interessanti sono le tecniche talvolta utilizzate per ridurre la portata del numero oscuro che vanno dall autodenuncia alla diffusione di questionari in forma anonima volti a far emergere la vittimizzazione. Questo problema di lettura dei dati va a sommarsi con la difficoltà di stabilire esattamente il numero di stranieri autori di reati, difficoltà che nasce da un assunto statistico molto semplice ovvero la difficoltà di stabilire l esatto numero di stranieri effettivamente presenti su un determinato territorio nazionale, essendo che tra gli 9

11 stranieri vi sono dei clandestini e che molti reati sono appunto commessi da clandestini. Fatte queste premesse l analisi criminologica sulla criminalità straniera nasce con la teoria funzionalista di Robert Merton (debitore a sua volta della teoria di Durkheim sull anomia ) che ha interpretato il fenomeno come differente accesso alle opportunità ( frustrazione strutturale ) di cui godrebbero gli immigrati rispetto ai nativi di un determinato paese: la difficoltà a perseguire con mezzi legali quegli obiettivi,essenzialmente di natura economica come il successo ed il denaro, imposti dalla società in cui vivono condurrebbe ad una scelta criminale,questo fenomeno secondo Merton sarebbe particolarmente evidente nelle seconde generazioni di immigrati, dalla teoria di Merton nacquero negli anni sessanta le varie teorie sulla subcultura (soprattutto giovanile) che giungono anch esse a conclusioni simili (2). Altre interpretazioni come quella di Sellin hanno invece privilegiato l approccio del conflitto culturale tra i valori trasmessi agli immigrati di seconda generazione dalle famiglie di origine e quelli trasmessi invece dalle istituzioni del paese ospitante (in primo luogo la scuola) : nel momento in cui si verifica uno scollamento tra i due sistemi etici e i secondi non risultano ancora pienamente assimilati si verificherebbe l insorgere di fenomeni di devianza. Negli anni ottanta e novanta del 900 sono invece nate teorie criminologiche che hanno privilegiato la fase del controllo sociale, in altri termini sostituendo all attenzione nei confronti del deviante quella nei confronti dell apparato poliziesco e giudiziario ; tra queste la teoria dell etichettamento e del conflitto che si concentra sul concetto di devianza secondaria,tale devianza è la condizione che si manifesta dopo la reazione da parte della società e delle istituzioni che investe chi viola le leggi (devianza primaria). 10

12 Mentre la devianza primaria, secondo i teorici del conflitto, può costituire un evento episodico non così la devianza secondaria che spingerebbe il deviante a considerare reale l etichetta che gli è stata attribuita dalle varie agenzie di controllo sociale. Molti sforzi sono stati fatti per leggere il fenomeno della criminalità straniera come un caso di devianza secondaria,in particolare con riferimento alla legislazione italiana in materia di immigrazione ed all introduzione nel 2009 del reato di clandestinità (l art. 10 bis della Bossi-Fini), tale approccio legislativo avrebbe condotto secondo i teorici dell etichettamento ad un estendersi di situazione di precarietà ed ad un conseguente aumento della devianza. Un analisi comparata della legislazione di sette diversi paesi è giunta alla conclusione che le legislazioni più inclusive erano quelle che maggiormente minimizzavano il tasso di criminalità tra gli stranieri. Si rifanno alla teoria dell etichettamento anche quegli studi sulla prassi istituzionale ed organizzativa sia delle forze di polizia sia degli uffici delle Procure e sul loro rapporto con gli stranieri Tale struttura organizzativa creerebbe,non tanto per una volontà xenofoba di discriminare gli straneri ma per mere prassi organizzative, un doppio binario tale da sfavorire gli stranieri nelle varie fasi del rapporto con le istituzioni (dal controllo su strada alla fase delle indagini a quella del processo per arrivare a quella della detenzione carceraria) così da determinare l insorgere di fenomeni di devianza secondaria. Sarà necessario ritornare diffusamente sulla teoria dell etichettamento nelle conclusioni del presente lavoro Cap III LA CRIMINALITA RUMENA TRA ANALISI CRIMINOLOGICA ED EVIDENZA EMPIRICA 11

13 Se parlare di criminalità straniera tout court pone.come si è visto,rilevanti problematiche, a volte pretestuose, a volte invece scientificamente fondate, i problemi si ampliano parlando di criminalità organizzata straniera. Trattasi di una categoria concettuale cui per decenni si sono frapposti non pochi pregiudizi : da un lato l esistenza in Italia di potentissime organizzazioni criminali autoctone ha indotto ad una sorta di pregiudizio quasi nazionalistico per cui le vere e sole organizzazioni criminali sarebbero quelle tradizionali italiane, la mafia siciliana,la camorra campana,la ndrangheta calabrese e la sacra corona unita pugliese, nei cui confronti gli stranieri possono assurgere, al più, al ruolo di esecutori o apprendisti. D altro alto gli stranieri presenti in Italia risulterebbero, ad occhi di osservatori esterni,provenire da contesti sociali caratterizzati da sostanziale arretratezza o,in altri termini, da società semplici,vuoi per sottoviluppo o arretratezza socioeconomiche, vuoi per l influenza di tradizioni religiose (come la maggior parte dei paesi mediorientali e africani con forte presenza della religione islamica), vuoi per il controllo sociale da parte di regimi totalitari (la maggior parte dei paesi dell est europa). In siffatte società semplici quei fenomeni degenerativi che invece sono tipici dei sistemi opulenti quali la diffusione degli stupefacenti, della prostituzione, del gioco d azzardo e che determinano il prosperare della criminalità organizzata o meno appaiono inesistenti o quantomeno limitati a ristrette èlites. Ne conseguirebbe che la criminalità straniera, se esiste, debba coincidere con la c.d. microcriminalità predatoria legata sostanzialmente a problemi di sussistenza,secondo i modelli interpretativi sintetizzati nel capitolo precedente, ed assurgere solo in un secondo tempo, a contatto con la malavita organizzata italiana, a forme 12

14 organizzative meno embrionale: l archetipo di questo paradigma interpretativo non è stato tanto criminologico quanto letterario ed è rappresentato dal cosiddetto dell alligatore ovvero i romanzi di Massimo Carlotto che descrivono i criminali albanesi formarsi alla scuola della mala del Brenta in Veneto (3). Questo paradigma interpretativo è stato progressivamente soppiantato dall evidenza empirica di una criminalità straniera vieppiù agguerrita a legata (come nel caso delle Triadi cinesi) ad organizzazioni internazionali potenti e ramificate come quelle italiane. Quest evidenza è stata colta dapprima dagli organi inquirenti ed investigativi (la magistratura e le forze dell ordine),in un secondo tempo dalla politica e dal mondo della legislazione, in ultimo dalla ricerca e dal mondo dell accademia. Com è noto la formulazione del delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso venne accolta, con colpevole ritardo, dalla legislazione penale italiana solo nel 1982 con la legge Rognoni-La Torre che introdusse nel codice penale l art. 416 bis. Negli anni 90 del novecento le Procure cominciarono a contestare tale fattispecie criminosa anche alle associazioni a delinquere di origine straniera. Infine nel 2008 con la più volte citata 125 (autentico opus magnus con cui si sono confrontati gli organi di polizia e tutti quanti si occupino di sicurezza ) la formulazione dell art. 416 bis è stata tassativamente estesa anche alle organizzazioni straniere con l aggiunta della locuzione anche straniere all articolo, aggiunta che ad una prima lettura potrebbe essere considerata meramente ridontante ma che in ultima analisi appare invece come l opportuno adeguamento ad un principio di tassatività che caratterizza giustamente il nostro ordinamento penale. 13

15 A partire da questa evoluzione normativa la letteratura scientifica ha iniziato ad interrogarsi sulle caratteristiche di questa criminalità organizzata straniera,posto che quest ultima non poteva e non doveva esser letta come mera fotocopia di quella italiana. Gli sforzi dei criminologi si sono concentrati su due bipartizioni : da un alto è stata individuata una tipologia di organizzazioni criminali dedite a reati di tipo predatorio, tali da suscitare ampio allarme sociale e vasta eco mediatica, anche a causa dell efferatezza con cui vengono perpetrati tali reati. Dall altro i criminologi hanno individuato fattispecie di organizzazioni criminose che al contrario preferiscono passare inosservate il più possibile, privilegiando l acquisizione di attività economiche lecite per utilizzarle quale fonte di riciclaggio o limitando le azioni delittuose più efferate e violente ai membri della propria comunità. Nella prima tipologia vanno annoverate prevalentemente le associazioni delinquenziali albanesi, nella seconda quelle cinesi e, in parte quelle di origine nigeriana. Questa distinzione è autorevolmente sintetizzata da P. GRASSO, già Procuratore Generale Antimafia e attualmente Presidente del Senato in questi termini: A mio avviso questo tipo di criminalità urbana, quella albanese cui si è aggiunta quella macedone e kossovara, è percepita dai cittadini come la più pericolosa e ramificata forma di criminalità straniera.ciò perché è costituita da soggetti particolarmente violenti che si dedicano a reati di tipo predatorio come furti, rapine, accompagnate da sequestri di persona e violenze carnali, che mettono in crisi il senso di sicurezza dei cittadini (4). La seconda bipartizione riguarda invece l organizzazione e la gerarchia interna di tali sodalizi criminosi e distingue tra organizzazioni orizzontali caratterizzate dalla 14

16 sostanziale assenza di gerarchia interna che si riduce ad una bipartizione tra il vertice che si riduce ad una o poche persone e la massa indifferenziata ed indistinta dei gregari e quelle associazioni che invece sono caratterizzati di un articolata stratificazione gerarchica,di matrice ora criminale, ora tribalistica, al proprio interno. Tra i prototipi del primo tipo di organizzazione criminale è stata individuata, nuovamente,quella albanese e nella seconda quelle di origine cinese,nigeriana e russa,così ad esempio si esprime a proposito della malavita cinese il ministero dell Interno: la struttura dei sodalizi criminali cinesi è basata principalmente su legami di tipo familiare con organigrammi basati su precise linee gerarchiche e caratterizzata da forme di infiltrazione nel tessuto economico-sociale che si manifestano sia attraverso sistemi di collegamento con attività lecite sia mediante contatti che i criminali cinesi instaurano con personaggi che godono di alto prestigio sociale in seno alla comunità. Che dire,invece,della criminalità di origine rumena? Nell opera la criminalità mafiosa straniera in Italia del magistrato Fabio Iadeluca vengono dedicate solo 2 pagine tra le quasi 400 presenti alla criminalità rumena che, sulla scorta anche di relazioni dei servizi segreti alle Camere, viene ricalcata su modello di quella albanese, ossia come una forma di organizzazione criminale dedita prevalentemente ai reati predatori come i furti, con particolare riferimento ai furti di rame, lo sfruttamento della prostituzione e,propria sostanziale peculiarità, lo sfruttamento dei minori non accompagnati ai fini dell accattonaggio,sia pure senza forme peculiari di organizzazione e di pericolosità. Pietro Grasso,nell intervista citata, aggiunge: per quanto riguarda le mafie dell area balcanica alcuni di questi gruppi hanno cominciato ad operare in italia seppure in forma embrionale e non paragonabile a quella delle altre etnie (5). 15

17 Un analisi inopinatamente più articolata emerge invece da un articolo del quotidiano Il sole 24 ore del 13 giugno 2013 in cui si argomenta che: La malavita rumena, intanto, studia per diventare la prima tra i gruppi etnici criminali in Italia. Probabilmente lo è già. Agisce su due livelli: quello, diventato capillare, della microcriminalità; e l'altro, più redditizio, delle associazioni per delinquere. L'organizzazione è il modello vincente. E i criteri aziendali, applicati all'azione delittuosa, sono la regola. Gli affari sull'immigrazione illegale, per esempio - impossibili senza un gruppo coordinato di gestione si moltiplicano: diventano sfruttamento della prostituzione, racket di minori, caporalato, tratta di esseri umani, traffico di badanti. La truffa informatica i rumeni sono i maestri del settore si esibisce non solo nella clonazione e contraffazione di bancomat e carte di credito, ma si spinge fino al phlashing, la creazione di siti bancari falsi. Il salto di qualità Dall'offensiva militare alla tessitura abile e paziente di alleanze: è così che i rumeni si sono consolidati in Italia. Il lavoro delle forze di polizia ha accertato accordi con la criminalità organizzata pugliese e con la camorra, per il contrabbando di sigarette. Con gli albanesi ci sono frequenti scambi, perfino nella concorrenza esasperata sul mercato del narcotraffico (6) Questo quadro nell insieme abbastanza minimizzante è destinato ad essere rivisto con la c.d. operazione Brigada avuta luogo a Torino nell estate 2013, nel corso della quale viene contestata per la prima volta a associazioni a delinquere rumene la fattispecie criminosa dell art. 416 bis. A giugno 2013 a seguito di vaste indagini durate mesi la Squadra Mobile del capoluogo piemontese,in collaborazione con lo SCO della polizia di Stato, sono state 16

18 emesse dalla Procura di Torino 17 ordinanze cautelari per diciassette esponenti della criminalità rumena denominata per l appunto Brigada. Tale associazione risultava particolarmente attiva nel settore dello sfruttamento della prostituzione e nella relativa attività di tratta,settore in cui a Torino risulta aver quasi del tutto soppiantato la criminalità albanese, ma anche nel riciclaggio dei proventi in attività imprenditoriali o comunque situate in una particolare zona grigia da sempre ubicata tra l economia legale e quella illegale, come la gestione di locali notturni, discoteche (come il locale in cui si è effettuata la perquisizione che ha condotto al ritrovamento di un autentico arsenale di armi comuni e da guerra) e soprattutto nel monopolio dei servizi di sicurezza all interno dei locali. Da segnalarsi anche una ramificata infiltrazione dei membri del sodalizio criminale nell ambiente delle curve delle tifoserie organizzate, a Torino ma anche a Novara, un fenomeno a quanto ci è dato di sapere del tutto inedito nel quadro della criminalità straniera in Italia. Qual è il quadro che emerge dall inchiesta torinese? Sicuramente quello di un associazione criminale, quella rumena, caratterizzata da un articolata gerarchia al proprio interno (mutuata dalle gerarchie militari e articolata in una suddivisione tra generali, freccie ossia i quadri intermedi e sclav,schiavi ovvero i meri esecutori), caratteristica che la distingue nettamente dalle organizzazioni criminali albanesi o kossovare,contraddistinte come si è visto da una gerarchia molto più elementare. Secondariamente colpisce la capacità di evolversi dagli street crimes legati ai reati contro il patrimonio, allo spaccio degli stupefacenti ed al favoreggiamento della prostituzione ad una criminalità imprenditoriale contraddistinta dalla gestione diretta di vaste attività economiche. Questo quadro sembra smentire, oltre che l immagine di una delinquenza rumena ancora embrionale e microcriminale, anche una rigida bipartizione tra criminalità 17

19 dedita ai reati predatori da strada e criminalità attiva soprattutto nel settore del riciclaggio, così da aprire senza dubbio importanti prospettive anche dal punto di vista criminologico e dell intelligence. CAP. IV ASPETTI INVESTIGATIVI E PENALISTICI NEL CONTRASTO ALLA CRIMINALITA DI ORIGINE RUMENA 18

20 Questo capitolo, come anticipato in sede di introduzione, si discosta leggermente dal taglio prettamente sociologico della presente tesi, soffermandosi principalmente sulle fattispecie penali che possono essere adottate dagli operatori di polizia giudiziaria per controllare e reprimere fenomeni criminali derivanti dalla criminalità organizzata e non di origine straniera,in settori quali l accattonaggio, il lavoro nero e, soprattutto, lo sfruttamento della prostituzione. Va premesso che qualsiasi operatività nel campo della lotta alla criminalità di origine comunitaria presuppone conoscenze in materia di accesso alle banche dati e di polizia disponibili, in primo luogo il sistema Si.rene istituito presso il ministero dell interno nell ambito della collaborazione ed allo scambio di informazioni tra paesi aderenti al Trattato di Schengen. Presuppone altresì la familiarità con istituti come il mandato d arresto europeo che prevedono iter procedurali difformi rispetto a quelli di più immediata conoscenza per l operatore. Ciò premesso non è possibile, per ragioni di spazio, soffermarci ulteriormente nella materia. Alla fine del 2007 con l entrata nell Unione Europea (ma non nella c.d. area Schengen, circostanza di cui si approfondiranno in un secondo tempo le conseguenze) di Bulgaria e Romania, si pone il problema per l Italia,venuto meno il presidio rappresentato dalle disposizioni del decreto legislativo 286, di porre una regolamentazione dell afflusso di immigrati proveniente da aree neocomunitarie, un problema non inedito nel nostro paese, se si pensa all analogo e recente (2004) allargamento ad est dell Unione rappresentato dall ingresso di Polonia,Ungheria e dei paesi baltici, ma non in queste dimensioni. Tuttavia, indiscutibilmente l allargamento del 2007 è stato più sofferto di quello del 2004, coinvolgendo un maggior numero di soggetti e vista l enfasi mediatica data 19

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