PER SUPERARE LA CRISI? SERVE UN NUOVO SPIRITO

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1 LʼINTERVISTA Proprio quest'anno ricorre il 40 anniversario dell'avvio dell'attività imprenditoriale a Santo Stefano di Cadore. Bruno De Candido, titolare del Monaco Sport Hotel, con la moglie Antonietta e i figli Sergio, Luciana e Rosita, ricorda però i difficili inizi, quando nel 1959, nemmeno 17enne, partì per andare a lavorare in Svizzera. Mi adattai a fare molti mestieri. Inizialmente il contadino. con giornate di lavoro molto dure, poi il manovale e il muratore; mi specializzai nel lavoro del cartongesso. Avevo una gran voglia di emergere e dopo un po di anni riuscii a mettere da parte circa franchi svizzeri. Mi servirono per affittare una gelateria in Germania. Forse sarebbe stato più conveniente comprarla, ma se l'avessi fatto probabilmente non sarei più tornato in Italia. Invece quando rientravo a casa per le feste cercavo sempre qualche possibilità per prendere in gestione una attività a Santo Stefano di Cadore. Si presentò l'occasione dello Chalet Piste Bianche, proprio davanti agli impianti di risalita. Nel 1969 riuscii ad acquistarlo e dopo tre anni, tornato per sempre in Italia, lo ristrutturai come pensione Monaco, aprendo prima il ristorante e poi le camere. Era il 1972 e iniziava la mia attività a Santo Stefano di Cadore. Come fu accolto questo suo impegno in Comelico? La gente LA DONNA E LA FAMIGLIA Bruno De Candido PER SUPERARE LA CRISI? SERVE UN NUOVO SPIRITO LʼINTERVISTA Adesso il ghiaccio è rotto. A compiere il primo passo è stato il Consiglio comunale di Lozzo di Cadore. All unanimità ha promosso l ipotesi del Comune Unico del Centro Cadore. Insieme, consiglieri di maggioranza e consiglieri di minoranza, hanno dato mandato al sindaco Manfreda di avviare in sede istituzionale un confronto con gli altri sindaci per capire se il percorso che porta all unificazione è praticabile. Una prima consultazione è già stata intrapresa e presto si dovrebbe conoscere l esito. Corali le motivazioni che stanno alla base della decisa presa di posizione del Consiglio comunale di Lozzo. Si va dalla convinzione che le istituzioni che governano in Cadore non siano in grado di farlo con la rapidità e l efficacia necessarie ad affrontare il nuovo che avanza alla preoccupazione che il loro peso economico sia Lʼimprenditore comeliano ricorda come 40 anni fa avviò il Monaco Sport Hotel Mi piacerebbe che i giovani ritrovassero quellʼiniziativa e voglia di sacrificio che ha animato la mia generazione eccessivo. E ancora è stata argomentata la sensazione che le amministrazioni siano organizzate secondo modelli antiquati ed è stata espressa la convinzione che i costi gestionali potrebbero essere ridimensionati con uno snellimento degli apparati amministrativi e un deciso salto di qualità sul versante tecnologico. Ma non solo, - sottolinea il sindaco Mario Manfreda - C è da dire che durante il dibattito in Consiglio comunale è emersa netta la convinzione che tra le cause del declino del Cadore ci sia anche la frammentazione territoriale e Siamo a cavallo tra l 800 e il 900, epoca di grande crescita sociale e di fermenti culturali, tanto che sono molte le personalità che onorano il Cadore in questo periodo per l ingegno e l amor patrio. Lo storico Giovanni Fabbiani di loro traccia un profilo. Per la cultura, cita Ferdinando Coletti di Tai, presidente dell Accademia di scienze, lettere e arti e dell Associazione medica di Padova, direttore della Gazzetta medica italiana, insegnante e rettore all Università di Padova; Antonio Ronzon, di S. Stefano mi è stata vicina. Anche l'amministrazione comunale favorì questa nuova attività. Meno facile fu il rapporto con le banche. Per ottenere un prestito con il contributo del Piccolo Credito Bellunese, dovetti impazzire per trovare ben 16 firme di garanzia. Grazie allo sviluppo del settore turistico invernale, con l'avvio di nuovi impianti, gli ospiti furono sempre più numerosi e gli affari andavano molto bene. Nel 1987 con ulteriori lavori di ampliamento e miglioramento, sempre con l'aiuto della mia famiglia, Mario Manfreda LOZZO AVVIA L IPOTESI DEL COMUNE UNICO C. CADORE Allʼunanimità il Consiglio comunale ha dato mandato di avviare un confronto istituzionale con gli altri sindaci Per consentire al Cadore dʼavere un futuro si deve superare la frammentazione istituzionale. In molti hanno sostenuto che questa divisione, spesso campanilistica, ha impedito qualsiasi azione strategica sul piano economico ostacolando qualsiasi possibilità di sviluppo capace di guardare al futuro. Questo sul piano produttivo ma anche su quello infrastrutturale e dei servizi. Parole che tirano in ballo la responsabilità dei Comuni cadorini. Non c è dubbio che c è una responsabilità riconducibile alle Municipalità che non sono riuscite a guardare oltre i propri confini. E mancata la lungimiranza insegnante e preside a Lodi, fece conoscere il Cadore ai cadorini e agli italiani con sei Almanacchi e una guida, compilò e diresse l Archivio storico cadorino e fondò la Biblioteca Cadorina di Vigo; Giampietro Talamini di Vodo, giornalista che dà vita alla Voce del Cadore e poi a Il Gazzettino di Venezia; don Pietro Da Ronco di Vigo che pubblica studi genealogici delle famiglie cadorine, studi di toponomastica, tantissime notizie su chiese e sacerdoti. Nell arte, Tommaso da Rin diedi avvio al Monaco Sport Hotel, primo albergo a tre stelle dell'intero comprensorio. Poi la storia è cambiata. Vi fu il boom dell'occhialeria, molte attività turistiche furono chiuse e riconvertite al nuovo settore che portava benessere, guadagni immediati e settimana corta. Pur tenendo conto dei benefici che arrivarono in Comelico, oggi possiamo dire che fu un errore. Quando è arrivata la crisi dell'occhiale che ha preceduto la crisi economica più generale, il turismo (segue a pag. 2) Livio Olivotto di progettare insieme. Di fare scelte importanti per il futuro del Cadore. Ma c è anche una pesante responsabilità da parte della classe imprenditoriale che non ha mai provato ad unire le forze. E la società civile? Insomma quello della frammentazione non è solo un problema di confini territoriali ma anche di coscienza civile e di volontà umana. Un mio amico la considera una malattia grave, difficile da guarire. Ma per consentire al Cadore di avere un futuro dobbiamo guarirla. (segue a pag. 4) Bepi Casagrande (15) STORIA DEL POPOLO CADORINO di Laggio che lavora a Vienna e in Ungheria ma che qui lascia numerosi ritratti e pale, come quel capolavoro Gesù in mezzo ai fanciulli posto nella parrocchiale di Vigo; Tiziano De Luca di Borca, buon pittore e scultore, artefice del busto di don Natale Talamini nel palazzo della Comunità a Pieve; Valentino Brustolon di Calalzo, scultore che lavora in Romania, a Londra e a Parigi e che annovera fra le sue opere un busto di P. F. Calvi visibile a Belluno. (segue a pag. 2) TRA UNA GENERAZIONE E LʼALTRA I vostri figli non sono i vostri figli, sono i figli e le figlie della fame che in se stessa ha la vita. Essi non vengono da voi ma attraverso di voi, e non vi appartengono benché viviate insieme. Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri, perché essi hanno i loro pensieri. Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro, poiché abitano in case future, che neppure in sogno potrete visitare : sono parole di Kahlil Gibran, un poeta che in esse fa sentire, oltre la passione del profeta, la difficile verità di un rapporto che ripete da una generazione all'altra il problema della famiglia virtuosa, in cui si saldano i legami e armonizzano i comportamenti. E' così che una breve notizia di cronaca recente ci riporta su di un grande tema sociale: a Cortina è stato formato un corso il cui titolo da solo ne riassume gli intenti: Responsabilmente genitori, amorevolmente figli, il che vuol dire preparare alla migliore esecuzione di un progetto - ché tale è oggi l'educazione nella reciprocità - dal quale dipende la vita di qualsiasi comunità. Al centro la famiglia, cardine della società borghese tradizionale, in tempi non lontani deflagrata sotto l'urto della contestazione, bollata come una fabbrica di mentalità autoritaria, soffocante universo concentrazionario. Allora gli sconquassi sessantotteschi, il giovanilismo anarchico, la crisi dei ruoli al suo interno ne fecero il simbolo di un mondo invecchiato, decrepito, abolito e da abolire persino nel nome. Storia di ieri, che magari non è andata oltre le anticamere di una rivoluzione incompiuta, giacché, una volta placato il furore iconoclasta di una generazione in cerca di nuovi idoli, la famiglia riprese il suo vecchio valore di luogo privilegiato dei ricorsi affettivi e delle pratiche stabilità, un rassicurante ormeggio da opporre alle inquiete meteore dell'esistenza. (segue a pag. 2) Ennio Rossignoli Cerimonia in Magnifica Comunità NOVE NUOVI ISCRITTI ALLʼ ALBO DʼONORE SERVIZIO A PAG. 3 Uno stilista giovane MATTEO MOLINARI SERVIZIO A PAG. 13 SPORT CAMPIONATO ALPINO A LOZZO SERVIZIO APAG. 22

2 2 Ottobre PER SUPERARE LA CRISI? Intervista a B. De Candido dalla prima pagina L. Olivotto Si potranno superare questi momenti difficili solo se le nuove generazioni dei nostri paesi ci crederanno e più in generale tutta l'economia locale ha subito un notevole ridimensionamento. Come giudica la situazione attuale? Sono molto preoccupato. E' evidente che il calo demografico ha portato ad un invecchiamento progressivo della popolazione che rende difficile il ricambio generazionale. Inoltre i pochi giovani della nostra terra tendono a seguire in massa corsi di studi superiori, abbandonando quasi sempre il paese di origine. Quasi nessuno si dedica più ai mestieri e ai lavori artigianali, sicuramente più faticosi, ma che servirebbero molto per lo sviluppo locale. Vedo anche un disinteresse totale per la vita amministrativa del nostro paese. La prova Altri personaggi sono don Natale Talamini di Pescul, insegnante, prese parte attiva nei moti del 48 e patì il carcere, fu il primo deputato del Cadore; Luigi Rizzardi di Auronzo, deputato del Cadore alla Camera del Regno; il cardinal Adeodato Giovanni Piazza di Vigo, carmelitano scalzo lampante è la difficoltà a formare più di una lista per le elezioni comunali, quando un tempo ne avevamo tre, qualche volta anche quattro. Questo è sbagliato. Non si può pensare di delegare ad altri le scelte che ci riguardano da vicino. E poi la presenza almeno di una lista di minoranza è comunque importante. Cosa auspica per il futuro? Mi piacerebbe che i giovani ritrovassero quello spirito di iniziativa e quella voglia di sacrificio che tanti anni fa aveva animato la mia generazione. Solo così, conclude Bruno De Candido, potremo superare questi momenti difficili ed il nostro paese potrà crescere ancora. TRA UNA GENERAZIONE E LʼALTRA dalla prima pagina Ma oggi essa appare nuovamente minacciata dai cambiamenti del costume, dai cedimenti di un'etica individuale e sociale indebolita nei principi e trasgredita nelle applicazioni, tutti motivi che ne hanno rimesso in discussione ruolo e funzioni: presupposti fondamentali del sistema sociale anche in un quadro come quello attuale, spalancato alle dilatate diramazioni della rete e alla precocità dei suoi utenti. Perché oggi sono i figli i depositari dei nuovi saperi da trasmettere ai padri: un capovolgimento che, sommato alla caduta delle gerarchie e alla eclissi della figura di autorità, ha contribuito a fare di una crisi uno stato di fatto acquisito e pressoché inavvertito. STORIA DEL POPOLO CADORINO dalla prima pagina che nel corso del 900 divenne patriarca di Venezia e cardinale segretario della Sacra congregazione concistoriale, nonché compositore di inni religiosi da lui musicati. Non hanno rappresentanti famose nella storia ma altrettanto vanno ricordate le donne: in ogni angolo del territorio cadorino, all epoca, le donne si ritagliano un ruolo diverso, perno della famiglia e della comunità dove sostituiscono gli uomini spesso lontani per lavoro, adattandosi a qualsiasi attività con capacità, pazienza e tenacia. Quante volte, viste le vicissitudini dei tempi (guerre, E. Rossignoli Oggi sono i figli i depositari dei nuovi saperi da trasmettere ai padri: un capovolgimento... Da tutto ciò emerge quindi l'importanza della formazione di una coscienza della responsabilità e dei compiti spettanti, di una penetrazione informata, colta, nella problematica di relazione tra genitori e figli, preliminare a qualsiasi delega di comodo (come quella che chiama sempre in causa la scuola). In un mondo nel quale i valori della moralità pubblica e privata sono oscurati o confusi, occorre perciò imparare a riconoscerli senza incertezze per farne la regola di vita: come diceva Freud, educare significa esortare a superare il principio del piacere e sostituirlo con quello della realtà. Solo un punto di partenza, ma necessario. distruzioni, fame) hanno dovuto riportare l agognata serenità nel focolare domestico! Ma forse, talvolta, almeno così senza uomini intorno a comandare, erano più libere d esprimere tutta la loro forza morale e tanta capacità organizzativa. (15) (continua) fondato nel 1953 DIRETTORE RESPONSABILE Renato De Carlo VICE DIRETTORE Livio Olivotto Editrice Magnifica Comunità di Cadore Presidente Renzo Bortolot Cancelliere Marco Genova Segreteria Annalisa Santato REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano Pieve di Cadore tel fax Sito: Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40% Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del COME ACQUISTARE IL CADORE NELLE EDICOLE DEL CADORE: una copia ARRETRATI: il doppio TARIFFE ABBONAMENTO ITALIA 25,00 ESTERO 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI SOSTENITORE 50,00 - BENEMERITO da 75,00 in su COME ABBONARSI UFFICIO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore POSTE: CONTO CORRENTE POSTALE: N intestato a Il Cadore - Piazza Tiziano Pieve di Cadore (BL) VAGLIA POSTALE a Il Cadore Piazza Tiziano Pieve di Cadore (BL) - Italia BANCHE: BONIFICO presso Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) intestato a Magnifica Comunità di Cadore, causale abbonamento DALL ITALIA: UNCRITM1D41 AG Codice IBAN IT33Y DALL ESTERO: SWIFT/BIC: UNCRITMM IBAM IT33Y TARIFFE INSERZIONI (per un centimetro di altezza, base una colonna): 12 inserzioni mensili 13,00; 6 inserzioni mensili 10.20; a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. 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3 10 Ottobre Riconoscimento pubblico per aver dato lustro a questa terra Hanno il previlegio di fregiarsi del distintivo dellʼente NEL LIBRO D ONORE DELLA MAGNIFICA COMUNITA DI CADORE Il presidente Renzo Bortolot e il vice Emanuele D Andrea Massimo Casagrande Con una significativa cerimonia nel prestigioso salone, la Magnifica Comunità di Cadore ha premiato sabato 29 settembre nove persone che si sono distinte in vari campi d attività e sono riusciti a dimostrare valori e idealità che sono radicate in questa terra. Le motivazioni dell iniziativa del riconoscimento con iscrizione nel Libro d Onore sono state richiamate nei saluti ai premiati e al publico dal presidente Renzo Bortolot e dal vicepresidente Emanuele D Andrea, i quali hanno anche ricordato come dal 2007 (la prima cerimonia pubblica è del 2008) ad oggi siano già stati 55 i cadorini e non cadorini che hanno ricevuto la pergamena e il distintivo della Magnifica di cui fregiarsi (inizialmente venivano segnalati coloro che avevano partecipato concretamente all attività dell Ente, oggi sono iscritti anche quanti abbiano dato lustro al Cadore). Iniziativa simbolica questa, d alto significato, perché la Magnifica Comunità di Cadore è legame ideale e punto di riferimento immateriale per tutte le persone che ritengono il Cadore non solo uno spazio geografico, ma pure un insieme di vicende umane che formano la storia di questo territorio. Tra gli applausi, gli illustri cadorini si sono recati al tavolo della presidenza per ricevere i complimenti ed ascoltare le motivazioni del premio. Essi sono: Sara De Lorenzo di Lorenzago (ritira la figlia) - seguiva la tradizione di famiglia, partecipava fin da giovanissima alla vita dell'albergo-locanda divenuto poi Albergo Dolomiti... portando personalmente per oltre 60 anni il peso della gestione quotidiana, impegno non disgiunto dal suo vivace interesse per le problematiche del Cadore che ha sempre sostenuto con coerenza e forza. Giorgio Doriguzzi di Domegge - ritirano la moglie e i Bepi Pellegrinon Thomas Patreider Milo Mazzucco Roberto De Pol Roberto De Martin Topranin due figli - erede dell'attività paterna sorta 60 anni or sono, azienda di prestigio insediatasi sul territorio in proprietà della Magnifica, perciò contribuendo al suo bilancio, conducendo con grande capacità l'attività di commercio del legname, utilizzando materiale locale e formando maestranze cadorine. Thomas Patreider di Calalzo - da una prima modesta industria attraverso importanti investimenti sul territorio della Magnifica nel settore dell'automazione dei processi produttivi industriali,... si porta ai vertici dell'innovazione regionale, valorizzando manodopera e intelligenze locali.... Roberto De Pol di Auronzo - gestisce un'industria familiare sorta quasi 50 anni or sono specializzata nella lavorazione del legno antico con manodopera locale..., indicando una strada per consentire al Cadore di riprendere quest'antica attività... Evangelista De Martin Pinter di Comelico Superiore (ritira il figlio) - dopo 40 anni d'emigrazione, prese diverse iniziative di carattere sociale e culturale, ha realizzato con semplicità e continuità il museo della Cultura Alpina, che espone una miriade di reperti della civiltà locale... Massimo Casagrande, presidente della Sezione Cai di Auronzo - la motivazione riprende una delibera del 1925 con la quale si decideva di iscrivere la Comunità a soio vitalizio: La Sezione Cadorina del Cai...ha una nobile e larga attività, promuovendo nobili e importanti gare sportive e provvedendo alla costruzione di grandi opere quali i rifugi... Bepi Pellegrinon di Falcade - alpinista, accademico del Cai e storico dell'alpinismo dolomitico, a cui ha dedicato come editore una larga produzione letteraria, ha ricevuto significativi riconoscimenti... ha creato una biblioteca di decine di migliaia di libri, documenti, immagini e stampe Milo Mazzucco di Ospitale - autotidatta, da molti anni opera come archeologo nella valle del Piave, per suo merito e alla guida dell'associazione da lui fondata, ha messo in luce tratti della via romana e i resti di un antico villaggio altomedioevale, ha redatto importanti relazioni... Roberto De Martin Topranin di Comelico Superiore - già presidente generale del Cai, presidente del Club Arc-Alpine europeo, impegnato fin dalla giovinezza a valorizzare oltre che ripercorrere le sue Dolomiti... impegnato come direttore ass. industriali e nel Cnel, coronato dalla recente nomina a presidente del Film Festival internazionale di Trento... RDC NUOVA RENAULT CLIO. DA SEMPRE, LA PASSIONE HA UN COLORE. DA OGGI, HA ANCHE UNA FORMA. DA 199 AL MESE * NUOVA RENAULT CLIO. LA PRIMA VOLTA CHE LA VEDI NON LA SCORDI PIÙ. TAN 7,99% TAEG 10,38% * Esempio di fi nanziamento Renault su Nuova Clio Wave CV 5p: anticipo 1.350, importo totale del credito 9.600; 36 rate da 199,45 comprensive, in caso di adesione, di Finanziamento Protetto e Pack Service a 349 che comprende 2 anni di Assicurazione Furto & Incendio. Importo totale dovuto dal consumatore ; TAN 7,99% (tasso fi sso); TAEG 10,38%; Valore Futuro Garantito (rata fi nale); spese istruttoria pratica imposta di bollo a misura di legge; spese di gestione pratica e incasso mensili 3. Salvo approvazione FINRENAULT. Informazioni europee di base sul credito ai consumatori disponibili presso i punti vendita della Rete Renault convenzionati FINRENAULT e sul sito nren.it; messaggio pubblicitario con fi nalità promozionale. È una nostra offerta valida fi no al 31/10/2012. L offerta è valida in caso di ritiro di un usato con immatricolazione antecedente al 31/12/2002 o di rottamazione e di proprietà del cliente da almeno 6 mesi. Emissioni CO 2 : 127 g/km. Consumi ciclo misto: 5,5 l/100 km. Emissioni e consumi omologati. Renault sceglie CONCESSIONARIA RENAULT E DACIA PER LA PROVINCIA DI BELLUNO DAL PONT

4 4 Ottobre LOZZO AVVIA LʼIPOTESI DEL COMUNE UNICO CENTRO CADORE dalla prima pagina Intervista a M. Manfreda Bepi Casagrande E per guarirla ci deve essere l impegno di tutti. Quanto ha pesato la crisi finanziaria che coinvolge l amministrazione pubblica nell indicazione espressa dal Consiglio comunale? Sicuramente ha pesato molto. Del resto tutti conoscono la difficile situazione economica che stanno vivendo i Comuni. Molti cittadini, dentro e fuori i Consigli comunali, sono sempre più convinti che anche per sopperire ai tagli dei finanziamenti sia necessario riorganizzare i Municipi. Come del resto impone il Governo centrale: gli enti di modeste dimensioni si mettano insieme per svolgere le funzioni che sono loro affidate a servizio delle comunità Sindaco, quale idea di Comune unico è emersa a Lozzo? L idea che nove Comuni: Valle, Perarolo, Pieve, Calalzo, Domegge, Lozzo, Lorenzago, Vigo ed Auronzo possono far squadra per dar vita ad un unica municipalità, quella della Valle di Centro Cadore che si presenta con una el mondo contemporaneo Nc'è sempre più voglia di cambiare. Cosicché anche per l'automobile sta iniziando una nuova era, le case automobilistiche puntano sempre più a sicurezza e qualità ma soprattutto a motori ecocompatibili meno dannosi all'ambiente, una ricerca per inquinare di meno e risparmiare di più. E sono vincenti quelle aziende che investono sul futuro. Come Renault. La svolta sono le auto elettriche al 100%: innovative, eleganti, intelligenti. Siamo andati a provarle alla DAL PONT srl di Belluno, azienda concessionaria che offre pure un ottimo servizio di officina, carrozzeria e revisioni, nata 48 anni fa per opera di Luciano Dal Pont tutt'oggi al timone nonostante l'età e un'intensa vita lavorativa alle spalle. Che dire, l'azienda è il suo dna. Oggi affidata alle nuove generazioni, i figli Maurizio e Annalisa e il nipote Paolo che troviamo nel salone espositivo ad illustrarci le ultime nate in casa Renault, le auto elettriche che, come dicevamo, sono la sfida del futuro. Nel primo periodo di quest anno sono state presentate varie novità nel campo dei veicoli elettrici, tra cui Kangoo Z.E e Twizy, primi veicoli Renault 100% elettrici, insieme a Fluence Z.E., in arrivo, una berlina elettrica dalle prestazioni simili ad un auto normale, elegante, moderna, zero rumore e zero emissioni. Twizy è un pratico e maneggevole veicolo urbano a due posti in tandem, con dimensioni molto ridotte, senza emissioni inquinanti, non fa rumore. Semplice alla guida (solo pulsante d'avvio, acceleratore, freno a mano), funziona grazie ad una batteria agli ioni di litio e ad un motore elettrico posteriore da 7 o 13 Kw (9 o 17 CV). La ricarica dura circa 3 ore e mezza, garantisce una autonomia di km e la si può effettuare su una comune presa domestica. Inte- Per guardare al futuro con ottimismo serve unire le forze dei nove comuni del centro Cadore nel Comune Unico. LʼUnione dei Comuni Montani sarebbe solo la riedizione delle Comunità Montane struttura territoriale abbastanza omogenea. Una municipalità di 19 mila abitanti. Ci sarà un governo unico e ci sarà una riorganizzazione dei servizi. Come saranno rappresentati i vecchi Comuni e cosa manterranno dei loro attuali assetti? Non ci sono formule preconfezionate con le quali posso rispondere. Di certo la nascita del Comune unico di Centro Cadore si porta appresso le questioni riguardanti la rappresentanza politica delle attuali municipalità. Un tema delicato ma affrontabile e risolvibile. Sarebbe sufficiente copiare ciò che hanno fatto altri, anche recentemente, in giro per l Italia. Per quanto riguarda la riorganizzazione e la gestione dei servizi non vedo grandi difficoltà. Ci sarà una sede capofila e in ognuno degli altri Comuni resterà un presidio. Le moderne tecnologie consentono di venire incontro a molte questioni. E il personale? Qualche rigidità potrebbe emergere nella gestione dei dipendenti comunali. Ma il mondo cambia per tutti. Guai ostacolare i cambiamenti. Anzi, dovremmo anticiparli se vogliamo essere protagonisti del futuro. E vero che in Consiglio sono stati presi ad esempio le recenti iniziative a favore di una riorganizzazione amministrativa intraprese dalla Magnifica Comunità di Cadore e al centro del dibattito alimentato dal mensile Il Cadore? E vero. La lunghezza d onda è stata quella ribadita negli incontri della Magnifica e dagli interventi del suo mensile. Viviamo in un momento talmente problematico che non c è più spazio per le incertezze e le indecisioni. Se non decidiamo noi qualcosa per il nostro futuro lo faranno altri. E se non lo farà nessuno allora in Cadore resteranno solo le persone anziane. Come potrebbe avvenire l unificazione tra Valle, Perarolo, Pieve, Calalzo, Domegge, Lozzo, Lorenzago, Vigo ed Auronzo? L unificazione è un obiettivo ambizioso oltre che necessario. La sola idea ha già fatto breccia nei Cadorini e nei giovani Cadorini in particolare. La sua realizzazione prevede un percorso durante il quale sarà indispensabile stimolare un profondo cambiamento culturale. Gli amministratori pubblici dovranno essere capaci di guardare al futuro con una prospettiva diversa e con loro sarà necessario che cambino mentalità i dipendenti e anche i cittadini. Tecnicamente saranno interpellati i singoli Consigli comunali per esprimere il loro parere in merito all unificazione. E se qualche Comune non dovesse aderire? Il Cadore sta vivendo una situazione talmente preoccupante che c è una sola possibilità per uscirne e guardare al futuro con ottimismo: unire le forze di tutti e nove i Comuni di Centro Cadore. Potrebbe essere che qualcuno, magari perché più grande, possa pensare di arrangiarsi da solo. Penso a Pieve ed Auronzo. Non credo sia una scelta oculata perché, sotto-sotto, anche loro, non essendo grandissimi e vivendo gli stessi nostri problemi possono trarre vantaggio da una municipalità di abitanti. Senta Manfreda, è la stessa cosa parlare di Comune unico per Il Centro Cadore e di Unione dei Comuni montani, che prederebbe il posto della Comunità montana di Centro Cadore, deliberata recentemente dalla Regione Veneto? Non è la stessa cosa. L Unione dei Comuni montani è AUTO CHE CAMBIANO AUTO ELETTRICHE RENAULT Immaginate... prestazioni e aria pura: oggi sono realtà Promozionale un alternativa al Comune unico. A mio parere non rappresenta la soluzione ai nostri problemi essendo un forma di integrazione mitigata. L attuazione dell Unione dei Comuni consentirebbe ancora troppe individualità che sarebbero un limite al necessario percorso culturale di integrazione. E questo perché la legge regionale assegna alle Unioni dei Comuni montani i compiti di associazione delle funzioni fondamentali oggi esercitate dai Comuni e una generica funzione di programmazione. In sostanza si tratta di una rivisitazione delle vecchie Comunità montane con l obbligo per i Comuni di mettere assieme quasi tutti i servizi. Niente di più. Perché non pensare ad un Comune unico per tutto il Cadore? Per il semplice fatto che ci sono parecchie diversità tra la Val Boite, il Comelico e il Centro Cadore. L ideale sarebbe che sorgessero tre Comuni unici capaci di coordinare le loro azioni e le loro strategie. La sintesi consentirebbe alle tre vallate, insieme, di acquisire una forte rappresentanza politica. E la sintesi, a mio avviso, non può che essere la Magnifica Comunità di Cadore. ressante particolarità, Twizy la si può guidare a 14 anni (Twizy 45) o da 16 anni (Twizy). Kangoo Z.E. invece è un veicolo commerciale, anch esso totalmente elettrico, dotato di un volume di carico di 3-3,5 m 3 e prestazioni comparabili a quelle di un veicolo termico, grazie al suo motore elettrico da 44 Kw (60 CV) e 226 Nm. La sua autonomia è di Km e si ricarica in 6-8 ore su un apposita presa Enel o Schnieider da installare a casa propria vicino al posto di parcheggio del veicolo. Il costo di questi veicoli è tenuto basso dalle batterie fornite con un contratto di noleggio che garantisce assistenza e sostituzione delle stesse ogni volta si presenti un problema o una nuova migliore tecnologia. Queste auto elettriche, come anche l intera gamma tradizionale Renault e Dacia, si possono visionare e provare alla concessionaria DAL PONT srl di Belluno, azienda di riferimento per la provincia e zone limitrofe che opera con professionalità e personale altamente specializzato. Dispone di una superficie interna (circa 4000 m 2 ) adibita ad esposizione auto, a carrozzeria, ad officina dotata di tecnologie per veicoli tradizionali e per i nuovi elettrici, oltre ad una nuova linea revisioni omologata MCTC.

5 10 Ottobre 2012 COrali 5 C è musica e musica, e c è chi l interpreta. Poi sta all uditorio decretarne il successo. E non c è dubbio che la Schola Cantorum Lorenzago sta mietendo consensi sia per il buon livello d esecuzione, sia per la qualità del repertorio. Provate ad ascoltare, anche solo dal loro secondo CD ( Dalla Terra al Cielo ) registrato dal vivo, il brioso Sancta Maria, mater Dei di Mozart (coro misto, violini, viola, basso e organo) e vi sentirete sollevati nello spirito, oppure Darum Wir billig lobendich di Bach e vi sentirete trasportare fra gli archi di una cattedrale tedesca ad ascoltare una loro schola, oppure provate ad ascoltare l Ave Maria di Bepi De Marzi cantata con tanta dolcezza... Non si tratta solo di cantare brani opportunamente arrangiati di riti antichi, qui, per riuscire, ci vuole animo sereno e passione per la musica. La Schola Cantorum Lorenzago è nata nel 1995 come coro misto e conta su una trentina di elementi diretti da Francesco Piazza, autodidatta per quel che riguarda la musica, ma anche artista per via delle opere che forgia col ferro battuto una delle quali donata di persona a Giovanni Paolo II nel Ed è proprio con tutta la sua semplicità, condita da vivace sorriso e colorato dialetto, che ci ragguaglia sul gruppo. Orbene, Francesco mette subito in chiaro che la primogenitura della corale che cantava nella chiesa di Sant Ermagora fin dal primo dopoguerra (1948) è dei suoi genitori, Italo Piazza maestro elementare e Apollonia De Mas voce da contralto bellissima. E che nel piccolo paese di Lorenzago va dato atto principalmente alle famiglie Gerardini, Piazza, Tremonti e De Mas di aver sfornato una grande quantità di canterini che ancora prosegue. Alcuni per tutti: Fabio un tempo, oggi Aldo presidente della Schola Cantorum, Vincenzo, il giovane Cesare Gerardini che accompagna con organo e canta pure; Lora, Annarosa, Elide Tremonti; Rossana Piazza e la giovane Marianna brava soprano solista del Coro. Tale era la passione dei genitori di Francesco per la musica che lo misero a studiare pianoforte, finché fu ammesso al 5 anno di Conservatorio; ma era il Sessantotto e per l allievo né i tempi né l umida Venezia erano consoni alla sua voglia di libertà per i boschi, cosicché ritornò in paese e aprì bottega di fabbro. Ma la passione per la musica rimase. Così, nel 1995 Francesco prese in mano il gruppo dei veci subito integrato da coristi più giovani, col motto basta liede la musica e... oplà, ecco un bel coro a voci miste, bassi e tenori maschi, soprani e contralti femmine. Non proprio subito, in verità, perché sono continuamente da affinare le tecniche di canto. Non uso tanta gestualità, ma ei una rèia bestiale - ridacchia il maestro - siènto subito se un al sbaglia. Ha avuto la fortuna, ci tiene a dire, di aver avuto coristi in tutti i vari ruoli e ogni gruppo ha un leader che tiene intonati i suoi. Siamo affiatati. La più grande soddisfazione della Schola Cantorum? Naturalmente aver cantato per il Papa Giovanni Paolo II (lui non era presente) in piazza a Lorenzago e per Benedetto XVI nella messa solenne e in concerto (2007). Il coro è stato invitato anche a Roma recentemente e il 4 maggio scorso ha avuto il previlegio di cantare in una chiesetta del Vaticano in presenza del cardinal Sodano, mentre il giorno dopo è intervenuto ad una una messa in San Paolo fuori le mura. Cosa bellissima - ricorda Francesco - abbiamo ricevuto i complimenti anche da un affermato compositore. Pur se la Schola canta principalmente su musiche tipiche di inni religiosi, quindi in chiesa durante le funzioni o nei concerti natalizi, tuttavia non disdegna di esibirsi ad un pubblico di sala, prova ne sia il recente riuscitissimo concerto di ferragosto a Lorenzago o quello di Domegge eseguito brillantemente con il supporto dell orchestra dei maestri Fiori. E il repertorio certo non manca. Eh! ne abbiamo quasi 200 brani...- aggiorna il maestro con abbondanza - dal classico Signore delle cime (armonizzazione di Pietropoli), a Laudate Dominum di Mozart (voce solista la giovane Marianna), da C. Frank, a Vivaldi, a Handel come brano finale. Il pubblico ha chiesto il bis di Halleluja, continuavano a battere le mani, una soddisfazione indicibile. Il brano che mi piace di più è quello del russo Rachmaninof compositore difficilissimo, si canta a cappella, a voci scoperte, è una Ave Maria: comincia pianissimo con una voce che pare venire dalla steppa, poi ad un certo punto ha un'esplosione di voci che mette la pelle d'oca, di seguito va giù lentamente e finisce come ha cominciato proprio come voce che si disperde nella steppa. Parla Francesco e si vede che intimamente gioisce. Quali sono invece le musiche che più piacciono all uditorio? - chiedo -. Dipende, in genere le musiche più orecchiabili. Diciamo che qui in Italia non c è proprio una gran cultura musicale, a differenza dei paesi tedeschi e anche dell est. Neppure quassù da noi, perché la scuola non insegna, - chiude rassegnato -. Noi facciamo questa attività con passione, dedizione e praticamente senza mezzi - rincalza il presidente della corale Aldo Gerardini -; sarebbe però auspicabile che le corali del territorio si unissero per costituire un grande Coro del Cadore: ci sono le professionalità e certamente il livello sarebbe ottimo. Comunque ci sono in Cadore cori e scholae cantorum di un certo valore, assicura il maestro Piazza: Noi siamo nati come servizio alla chiesa, piano piano ci siamo rinnovati anche abbassando l età media (ora è sui 45 anni) e nell andare avanti abbiamo raggiunto una qualità buona. Mi disse una volta bonariamente un nostro cantore con le tipiche impuntature da tedesco: Con lei tanto bastone e poca carota! Il perché è semplice, dobbiamo volere sempre il meglio, crescere magari poco ma sempre. Renato De Carlo Il Sito della Schola Cantorum Lorenzago è Foto in ultima di copertina PICCOLA SCHOLA CANTORUM A LORENZAGO PER UNA GRANDE PASSIONE DI MUSICA Nata come coro misto, conta su una trentina di elementi e propone brani classici di Bach, Mozart, Beethoven e di autori contemporanei La più grande soddisfazione? Lʼaver cantato per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI a Lorenzago, e in Vaticano ricorda il maestro Piazza

6 6 Ottobre Per il 30 raduno, gli amici dello Ioe hanno inaugurato la mostra Arte Amica con opere di Vettori, Calabrò, Murer, Ballis, Piccolin, Solazzo e tanti altri LʼISTITUTO ORTOPEDICO ELIOTERAPICO DI SANTA FOSCA ERA LUOGO SACRO Gli amici dell Istituto Ortopedico Elioterapico (Ioe) di Santa Fosca si sono ritrovati il 9 settembre per il 30 anno consecutivo a Selva di Cadore. Probabilmente non tutti sanno che a Santa Fosca, fino a pochi decenni fa, esisteva un ospedale d eccellenza dotato di uno specifico reparto per poliomielitici. Allora non c era ancora il vaccino Sabin e i casi di poliomielite infantile erano numerosi. Molti bambini, provenienti da ogni parte di Italia, arrivavano dunque allo Ioe di Santa Fosca per farsi curare e oggi, a distanza di oltre 40 anni dalla demolizione dell istituto, ancora ricordano la degenza trascorsa ai piedi del Pelmo, fatta di cure miracolose ma anche di tanta umanità e amicizia. Un amicizia che anche quest anno, per la 30 volta, hanno voluto consolidare con un raduno a Selva di Cadore e la mostra Arte Amica, allestita temporaneamente nelle sale del museo Vittorino Cazzetta. Sarebbe ora superficiale soffermarsi a parlare solamente di questo: il raduno non va infatti visto solo come l incontro tra un gruppo d amici vogliosi di ritrovarsi e festeggiare, bensì come una testimonianza di ciò che è stata per un certo periodo la Val Fiorentina, un fiore all occhiello per la sanità sacrificata poi al turismo. Alla luce della situazione attuale, specie sanitaria, qualcuno si è chiesto: E se adesso, invece del turismo, Selva avesse un ospedale?. All epoca, nessuno l ha voluto. Eppure oggi, col senno di poi 1953: L ISTITUTO NACQUE SU UNA FRANA Nel catalogo della mostra Arte Amica edito da Nuovi Sentieri Editore, Loris Santomaso, uno degli ex degenti dello Ioe, riassume con minuzia e ricordi personali la nascita dell ospedale, cominciando dalla frana che il 27 maggio 1917 precipitò dal Piz del Corvo travolgendo tre mulini, una latteria, una casa e un campo di soldati. Morirono 28 persone (si salvò solo un bimbo, Osvaldo Bellenzier). Sul luogo venne eretta la cappella della Madonna della Neve, a ricordo dei caduti (ora trasferita più in alto sulla strada che conduce a l Andria). Proprio sulle rovine della frana, un gruppo privato di Milano (su idea del dott. Arrigo Avezzù), costruì nel 1953 l Istituto Ortopedico Elioterapico. Scelsero la Val Fiorentina per il suo clima soleggiato e l aria fresca, per i prati verdi e le montagne, consigliate per numerose cure. L Istituto, ricorda Loris Santomaso non sembrava neppure un ospedale. Aveva delle ampie terrazze per la cura del sole, ampi corridoi, spaziosi soggiorni, stanze di degenza, una cappella, una moderna sala operatoria, una palestra per la fisioterapia e personale qualificato. Funzionava anche una scuola elementare: nei primi anni per la buona volontà di Don Mario Vallata (parroco di Santa Fosca) poi con due maestre stipendiate dal Ministero. L Istituto, guidato dal primario ortopedico prof. Giuliano Giuliani, grazie a interventi di chirurgia d avanguardia e incisive pratiche fisioterapiche, consentì a molte persone che non camminavano di recuperare l autonomia nei movimenti e quindi nella vita. Dal 1975 l Istituto non c è più, scrive Santomaso, promotore dell annuale incontro (insieme alle colleghe Gigliola Baldo e Nora Bertelle), è sempre vivo però in chi è vissuto a Selva un grande rimpianto: un ospedale è sempre un ospedale, cioè Quadro di Paolo Mosca E se adesso, invece del turismo, Selva avesse un ospedale? Nessuno lʼha voluto allʼepoca. Eppure oggi, col senno di poi Gli amici dello Ioe il 9 settembre 2012 L Istituto in una cartolina anni Settanta un luogo sacro al dolore umano. Ed è altrettanto vivo in chi vi è stato ricoverato il ricordo del prof. Giuliani e del bene ricevuto. IN UN DOCUMENTO: SI CHIESE LA RIAPERTURA Negli appunti per un documento datato 11 dicembre 1972, scritti dall allora sindaco Mansueto Dalla Torre, si legge un programma per l organizzazione, lo sviluppo e la valorizzazione della Val Fiorentina destinato alla Regione Veneto. Tra i punti citati si parla anche dello Ioe, già chiuso ma ancora presente. Di esso si legge: Immobile di notevoli dimensioni mq. circa con parco boscato di mq. Adibito a Istituto Ortopedico Elioterapico (posti letto 280, compresa una dependance), di proprietà privata, chiuso a giugno per insufficienza degenti dato che gli istituti mutualistici hanno creato analoghi complessi. E ancora: Istituto classificato di 1 categoria, si articola su sei piani, con stanze da 2 a 4 letti. Valore complessivo: 400/450 milioni di lire. Dà lavoro a una sessantina di persone sicché la chiusura ha arrecato notevole danno all economia del paese. Sarebbe auspicabile la riapertura. La lettera non ricevette risposte valide. Alcune proposte vennero da parte di privati che volevano trasformare l Istituto in cronicario o sede per pensionati della Finanza. La speranza dell amministrazione comunale sarebbe invece stata quella di farlo diventare un Istituto d eccellenza in previsione dell inaugurazione degli impianti sciistici, avvenuta nel Nessuno lo volle, così intorno al 1975 venne demolito e al suo posto sorse la residenza turistica Thule. ARTE AMICA PER DIRE GRAZIE Durante il pranzo del 9 settembre, al rifugio Aquileia, erano presenti i degenti che negli anni Sessanta hanno trascorso lunghi periodi allo Ioe e che grazie alle cure da essi definite miracolose, sono riusciti a inserirsi nella società e nel lavoro, facendo della loro malattia una forza trainante e non emarginabile. Per celebrare il 30 raduno, il museo Cazzetta ha ospitato la mostra Arte Amica (ancora visibile in orario di apertura), dove si possono ammirare quadri aventi per soggetto il Pelmo e la chiesetta di Santa Fosca, panorama abituale per gli ospiti dell Istituto. Molti gli artisti che si sono messi a disposizione: Laura Ballis, Mario Battocchio, Cesare Benvegnù, Gianni Bevilacqua, Francesco Bortolini, Giovanni Battista Tita Bressan, Stefano Bristot, Luigi Gio Cadorin, Vico Calabrò, Mario Perissutti Cotón, Piergiorgio De Bastiani, Riccarda De Eccher, Lisa De Luca, Alberta De Nardin, Giuliano De Rocco, Luciano Gajo, Luciano (Lucio) Groja, Tommaso Magalotti, Nilo Manfroi, Albino Mezzacasa, Valentino Morello, Paolo Mosca, Franco Murer, Claudio Nevyjel, Luciano Piani, Dunio Piccolin, Gianni Poloniato, Cristiana Ricci Comel, Olga Riva Piller, Sergio Russo, Elio Silvestri, Giovanni Sogne, Mario Solazzo, Adriano Tomba, Fabio Vettori e Franco Vivian. Tutti insieme per dire grazie allo Ioe e per non farci dimenticare che per qualcuno l Istituto è stato vitale, ha curato e ha creato legami quasi fraterni, grazie ai Giuliani, suor Venerina Scotti, l economo Filippo Martini e tanti altri. Come spesso va a finire però, i numeri hanno contato di più. Invece, se Selva oggi avesse un ospedale di questo tipo... Irene Pampanin

7 10 Ottobre 2012 COMELICO 7 In tanti ci hanno creduto nelle Terme, attendendo un decollo che in dieci anni non cʼè mai stato LE TERME DI VALGRANDE CHIUDERANNO PER SEMPRE? La società delle Terme di Valgrande è stata presieduta per molti anni da Adriano Zandonella Callegher, medico dentista di Dosoledo, dove è anche caporegola. Un uomo che ha creduto fin dall inizio nella possibilità di far partire e crescere lo stabilimento termale più alto d Europa e per il quale ha profuso energie personali sia di impegno volontaristico che economico, sempre cercando accordi e soluzioni che potessero permettere di far quadrare i conti del bilancio, sempre in rosso ogni fine anno. Troppi i costi di gestione, con una quindicina di dipendenti, le spese per l energia, la manutenzione, l affitto esoso del Comune di Comelico Superiore. Negli ultimi tre anni erano entrati come soci di maggioranza, insieme a quelli del Comelico, alcune cooperative della provincia di Treviso. Si sperava che la loro specifica professionalità nel settore di assistenza sociale potesse portare nuova clientela per cure sanitarie. Ma i risultati non hanno retto alle aspettative. Ora Zandonella Callegher si è dimesso. Insieme agli altri consiglieri del Comelico, e la gestione della società è stata affidata all amministratore unico Giovanni Cavallin. L abbandono degli amministratori locali è stato molto sofferto ed espresso con queste considerazioni. Le Terme - scrivono Adriano Zandonella di Lucio Eicher Clere Molti si sono stupiti nel leggere che a reclamare la riconsegna dello stabilimento da parte degli attuali gestori, la Società Terme di Valgrande, presieduta da Giovanni Cavallin, sia stato proprio il sindaco Zandonella Necca, che aveva sempre creduto e appoggiato il progetto dei soci susseguitisi nella gestione, anche negli anni controversi dell amministrazione comunale guidata da Luca De Martin Topranin, quando si aprì un contenzioso per la concessione delle acque, che finì con un arbitrato senza vinti e vincitori, anche se con dispendio enorme per le casse di entrambi i contendenti. Mario Zandonella Necca, allora capogruppo dell opposizione, aveva promesso che, se avesse ripreso il governo di Comelico Superiore, avrebbe messo le Terme ed il loro sviluppo al primo posto. Ed invece dopo tre anni di nuova amministrazione è arrivato alla decisione di chiudere lo stabilimento chiedendo indietro le chiavi alla società gestrice. Siamo in credito di oltre 170 mila euro - dice il sindaco di Comelico Superiore Mario Zandonella Necca - e dopo vari solleciti a proroghe, non avendo ricevuto alcuna risposta concreta, siamo stati costretti, nostro malgrado, a procedere legalmente contro la società debitrice. Noi siamo un ente pubblico che deve rispondere dei propri bilanci e non possiamo giustificare le mancate entrate per l'affitto dello stabile delle Terme. Le amministrazioni da me presiedute hanno fatto tutto il possibile per mettere la società nella condizione di gestire al meglio la Terme. Abbiamo chiuso il contenzioso avviato nel periodo del sindaco Luca De Martin Topranin e affidato alla società gratuitamentre la concessione della sorgente dell'acqua, ma da parte loro non c'è stato nemmeno il ritiro della causa pendente al Tar del Veneto. Allora le Terme chiuderanno per sempre? Intanto noi abbiamo intimato lo sfratto per morosità alla società che attualmente le gestisce, poi vedremo se si farà avanti qualche altro soggetto, con un nuovo programma e nel rispetto degli impegni contrattuali. La minoranza consiliare, dove siede l ex sindaco Luca De Martin Topranin, non accetta di passare per l affossatrice del progetto delle Terme di Valgrande. Quello delle Terme è stato un progetto vellietario - dice Marco Staunovo Polacco, consigliere di minoranza -. Quando noi avevamo prospettato la costruzione di una struttura alberghiera di Callegher e soci - sono state un investimento prima di un gran numero di operatori del Comelico, poi di un imprenditore locale e per ultimo di una cooperativa La Trevisana e quindi del gruppo di cooperative sociali di Treviso che ora comprende anche una cooperativa sociale del Cadore. Complessivamente in questi 9 anni di funzionamento si sono bruciati 2,5 milioni di euro per errori di progettazione e di realizzazione iniziali, per le iniziative di avvio del primo periodo e per necessità di copertura di perdite di gestione e della necessità di continue manutenzioni straordinarie. Mediamente le Terme hanno subito perdite di 250/350 mila euro all anno. Il bando di appalto prevedeva che nell arco di 2 anni sarebbe stato costruito un albergo sul terreno di proprietà del Comune antistante allo stabilimento, che avrebbe dovuto favorire e incrementare le presenza alle Terme; che la concessione dell acqua doveva essere trasferita subito; che ci sarebbe stato un piano di sviluppo condiviso; che le manutenzioni straordinarie le avrebbe sostenute il Comune. Invece l amministrazione comunaleprecedente ha fatto di tutto per impedire anche solo l avvio delle Terme. L amministrazione attuale dopo grandi promesse iniziali ha continuato di fatto la stessa politica di quella precedente. La mancanza dell albergo non fronte allo stabilimento, i membri locali della società si opposero perché dicevano che una albergo a Valgrande avrebbe fatto concorrenza a quelli di Padola. Salvo poi presentare un progetto di un mega albergo di quattro piani e centinaia di posti letto, un mostro nel paesaggio di Valgrande. Non hanno mai avuto capacità e competenze imprenditoriali e ora sono costretti a lasciare la gestione ad altri e magari a chiudere definitivamente le Terme. Staunovo Polacco ricorda che, durante il loro quinquennio, si erano presentati degli imprenditori francesi, che avevano attività in tutta Europa nel settore termale, per avanzare una proposta di subentro nella gestione alla società che ancora gestisce le Terme di Valgrande. Era stata una proposta partita da loro - racconta - e noi avevamo chiarito che si sarebbe proceduto ad un appalto pubblico. Mi sembrava una proposta seria, perchè faceva leva sulla clientela termale già acquisita nel loro circuito. Poi tutto sfumò a causa del contenzioso aperto e del lodo arbitrale che si concluse con un nulla di fatto. Ora gli stessi problemi di gestione e di mancati introiti dell'affitto ce l'ha anche Mario Zandonella Necca. Segno che le nostre perplessità nei confronti della società che ha gestito finora le Terme erano fondate. LA SOCIETAʼ ERA STATA PRESIEDUTA PER MOLTI ANNI DA ADRIANO ZANDONELLA ha mai permesso lo sviluppo delle presenze adeguate alla capienza delle Terme. La concessione dell acqua è arrivata solo nel 2011 ed ha bisogno di 2/3 anni per incominciare a produrre ricavi aggiuntivi. Le Terme in tutti questi anni hanno continuato a funzionare e questo ha significato svolgere un servizio al territorio di notevole qualità e un'offerta al turista che ha contribuito alla tenuta della domanda per la zona stessa; IL SOGNO DELLE TERME DI VAL- GRANDE NASCE NELLʼOTTOCENTO Il sogno delle Terme di Valgrande nasce nell Ottocento, quando si era scoperta la proprietà salutifera della sorgente dell Aga Puza, in un bosco della Regola di Casamazzagno sui pendii che salgono da Valgrande verso il Gruppo del Popera. Che l uso delle acque solforose facesse bene soprattutto alle vie respiratorie ed alla pelle lo sapevano molto bene gli antichi Romani, che furono i primi a costruire Terme in ogni località che lo permettesse. Allora il Comelico era soltanto una valle selvaggia interna al Cadore, ma le acque di Lagole erano già conosciute come sananti dai Venetici e furono valorizzate dai conquistatori latini che estesero il loro dominio fino ai confini con la Germania. Nel mondo tedesco le cure termali sono da sempre Lo staff nel 2008 molto apprezzate e diffuse e non è un caso che dopo la dominazione austriaca del periodo centrale dell Ottocento in Veneto, oltre alla vicinanza con il Tirolo, si siano mossi dei lungimiranti operatori locali a costruire alcune baracche in legno, convogliarvi con canali e tubi l acqua della sorgente Aga Puza e farvi affluire le persone che avessero voluto bagnarsi e utilizzare l acqua salutifera. I Bagni di Valgrande, come allora erano chiamati, durarono fino alla prima guerra mondiale, poi andarono in abbandono e dimenticanza. Ma a Comelico Superiore la volontà di costruire un Centro termale non venne mai meno. Ci si provò durante il Fascismo, con le vacanze estive della GIL, gioventù italiana del Littorio, e poi nel dopoguerra con alcuni progetti, che si ha attivato 15/20 posti di lavoro di cui hanno usufruito le persone del territorio. Ora tutto questo rischia di fermarsi per la non capacità di pensare allo sviluppo senza adeguatamente supportarlo. Le Cooperative ed il nuovo tramandavano da una amministrazione comunale all altra. Le azioni più concrete per arrivare alla costruzione dell attuale stabilimento vennero intraprese durante il quinquennio amministrativo in cui fu sindaco Achille Carbogno, per poi approdare, nei primi anni 2000 alla costruzione dell edificio durante l amministrazione comunale guidata da Mario Zandonella Necca. Non è stata un avventura facile quella delle Terme di Valgrande, al di là dei tempi e dell investimento economico per costruire lo stabilimento situato all inizio di Valgrande nella piana si cui dominano le rocce dell Aiarnola e del Popera. Ma ci hanno creduto in tanti, locali e forestieri, attendendo un decollo che non c è mai stato nei dieci anni di attività. amministratore unico, Giovanni Cavallin hanno manifestano il loro pensiero sull argomento: Le cooperative sono entrate nella compagine sociale della società Terme Valgrande srl inizialmente per risponde ad una richiesta di aiuto fatta da soggetti del territorio e ci sono rimaste solo per sviluppare un progetto di intervento sociale e di sviluppo territoriale. E stato un impegno elevato sia sotto il profilo organizzativo che finanziario, che non riteniamo di continuare a sostenere da soli e per di più senza la collaborazione dell Amministrazione Comunale. E ora, che si fà?

8 8 Ottobre LE COMUNITAʼ MONTANE VERRANNO TRASFORMATE IN UNIONI MONTANE I nuovi enti dovranno occuparsi anche delle funzioni fondamentali dei comuni. Sindaci nel Consiglio La gioventù d Europa si è incontrata a Domegge di Cadore dal 1 al 9 settembre, nell ambito del progetto A Green Life che ha coinvolto in uno scambio interculturale 30 giovani di età compresa tra i 15 e i 25 anni provenienti Non avrebbero chiuso i battenti il prossimo 31 dicembre, come qualcuno aveva paventato, ma comunque avrebbero avuto grandi difficoltà per svolgere in forma associata le funzioni delegate dai Comuni. La nuova legge regionale sulle comunità montane, attesa da ben 5 anni dopo che la Corte Costituzionale ha stabilito l'assoluta competenz regionale in materia, è stata finalmente approvata a metà settembre con i voti favorevoli delle forze di maggioranza e di parte dell'opposizione. L'iniziativa di legge ha visto protagonisti i consiglieri regionali bellunesi, Dario Bond e Sergio Reolon, che sono riusciti a focalizzare l'attenzione del consiglio sul problema costituito dall'assetto di governo per le zone montane. In sintesi il nuovo provvedimento prevede la trasformazione delle attuali comunità montane, in "unioni montane". Non si tratta però di un provvedimento puramente nominalistico. I nuovi enti infatti, identificati come l'ambito ottimale di aggregazione nelle zone montane, dovranno occuparsi oltre che delle funzioni solite, anche della gestione associata delle funzioni fondamentali dei comuni, nell'ambito di un indirizzo statale e regionale che obbliga tutti i comuni piccoli a lavorare assieme per una migliore efficienza ed efficacia dei servizi prestati. Per rafforzare il legame tra Comuni e nuove unioni montane, la legge prevede che nel consiglio delle unioni sia sempre nominato il sindaco, assieme ad un componente di maggioranza e ad uno di minoranza. Le giunte dei nuovi enti non potranno avere più di tre assessori. La giunta regionale entro 60 giorni dall'entrata in vigore della legge, stabilirà il percorso operativo che porterà alle nuove nomine dei comuni e alla conseguente elezione dei presidenti nelle unioni montane che successivamente dovranno anche approvare i nuovi statuti. Sono anche previsti dei sistemi per modificare, su richiesta dei Comuni, le attuali composizioni territoriali delle vecchie comunità montane, secondo procedure gestite dalla Regione. Non si tratta di un percorso facile. Le norme in materia di gestione associata delle funzioni fondamentali dei Comuni sono quanto mai complesse e impegnative. per una occasione da non perdere per avviare un processo di rinnovamento della autonomie locali, più vicino alle esigenze delle popolazioni che in montagna vivono e lavorano non senza difficoltà e con costi decisamente superiori rispetto alla pianura. Livio Olivotto A GREEN LIFE da Italia, Spagna, Romania, Germania e Regno Unito. L iniziativa rientra nella consolidata scia di progetti di mobilità europea finalizzati a far conoscere I rifugi alpini del Cadore ancora in prima linea in quest ultimo scampolo d estate. Protagonisti di un turismo tutto natura, escursioni e piatti tipici, hanno saputo interpretare con autorevolezza il ruolo di chi si trova in prima linea anche in momenti di crisi come quello che stiamo attraversando. Il loro giudizio sull andamento dell estate è positivo. Anche per questo hanno deciso di allungare la stagione. Quest anno i rifugi del Cadore resteranno aperti fino al primi giorni di novembre. E chi frequenterà i rifugi nei mesi di ottobre e novembre beneficerà di un attenzione speciale. L iniziativa, che è già stata accolta con interesse da molti frequentatori delle Dolomiti Cadorine, è stata pensata per chiudere alla grande una stagione che ha dato belle soddisfazioni ai gestori dei rifugi del Cadore. Il giudizio positivo è unanime. Stando alle prime valutazioni il numero degli appassionati di montagna arrivati in quota sono persino aumentati rispetto all estate In leggera flessione gli italiani, provenienti dalle province venete e da quelle del Friuli Venezia Giulia, mentre il numero degli il mondo delle Pro Loco a giovani stranieri per favorire il processo di internazionalizzazione dell Unpli. A promuovere e curare le attività è stata la Pro Fontana Arreda Santo Stefano di Cadore Ambientazioni personalizzate anche su misura escursionisti provenienti dai paesi dell Europa dell est è aumentato. La situazione economica che stiamo vivendo mi aveva indotto a fare previsioni nefaste. Invece devo dire che è andata bene. Certo la crisi si sente ma la stagione è stata positiva. Le considerazioni di Enzo Dal Pont, gestore del Rifugio Ciareido a Pian dei Buoi, sono condivise da Paolo De Lorenzo del Rifugio Padova. Anche lui immaginava una brutta stagione. Invece, soprattutto in agosto, abbiamo avuto grandi soddisfazioni. Non resta che da sperare in un autunno con il sole. Allora risulterebbe una stagione da incorniciare. Al Rifugio Antelao i giovani ed intraprendenti gestori Silvia, Nicola e Federica parlano anche di un salto di qualità dei frequentatori: Abbiamo constatato con soddisfazione che quest estate sono aumentati gli alpinisti diretti ai percorsi attrezzati e alle cime satelliti dell Antelao. Il percorso delle Crode di San Pietro e del Mandrin, nonostante sia stato recuperato da poco, è già diventato una grande attrazione. Credo sia importante coltivare di più e meglio la promozione delle vecchie vie classiche e di nuovi sentieri. Escursionisti ed alpinisti chiedono questo. E a chiedere che i rifugi alpini siano punti di riferimento per l attività escursionistica e alpinistica di qualità sono soprattutto i turisti appassionati di montagna provenienti dai paesi dell est Europa. Si tratta di una clientela in aumento. sottolinea Omar Canzian che con la moglie Barbara Via Medola, 21 - Tel Fax Cell RIMANGONO APERTI I RIFUGI DEL CADORE Aperti anche a ottobre e novembre. Bilancio positivo per il turismo in quota gestisce il Rifugio Chiggiato - La passione per l alta montagna e la voglia di far fatica sono sempre più targate Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia. Diciamo che loro hanno rappresentato la bella novità estiva per il Rifugio Chiggiato. Hanno apprezzato molto le nostre selvagge Marmarole. Sarebbe importante promuovere le Dolomiti del Cadore nei loro paesi. Soddisfacente, nonostante la crisi, anche l andamento della stagione al Rifugio Eremo dei Romiti, sopra il lago di Centro Cadore, verso gli Spalti di Toro. Esplicite le considerazioni di Livio De Bernardo che con la famiglia gestisce l originale rifugio: Abbiamo riscontrato con piacere che il rifugio sta diventando sempre più meta per famiglie. E dobbiamo dire che cresce anche l attenzione per il contesto culturale che contorna il rifugio e la sua chiesetta dedicata a san Giovanni. Il tutto ha contribuito a registrare un risultato positivo del nostro lavoro fino ad oggi. Non resta che confidare in un buon autunno caldo. Una specificità, quella culturale del Rifugio Romiti, che è stata anche quest anno ribadita dal concerto della Dolomiti Symphonia Orchestra di Belluno. E alla cultura che può richiamare e qualificare una certa frequentazione dei rifugi in quota hanno prestato attenzione il rifugio Baion che ha ospitato una mostra di pittura dedicata alla montagna e il Rifugio Cercenà dove, prossimamente, andrà in scena il primo concerto jazz in quota. Una nota veramente positiva scende anche da uno dei rifugi più alti del Cadore, il Carducci in alta Val Giralba, dove, a detta del suo gestore Bepi Monti il numero degli alpinisti e degli escursionisti è aumentato. Questo significa che la voglia di montagna vera c è ed è tanta. Bisogna dire precisa Bepi Monti che è rappresentata soprattutto da alpinisti ed escursionisti provenienti dalla Germania e dai Paesi dell Est Europa che sono attratti dalle nostre Dolomiti. Questo ci dice anche che qui in montagna dobbiamo qualificare di più la nostra offerta di montagna promuovendo meglio i sentieri e i percorsi attrezzati. Invece si ha la sensazione che si disperdano tante energie nel proporre tante cose generiche che si trovano anche in pianura e al mare. Sulla scia di una stagione positiva che ha caricato di entusiasmo i gestori molti hanno deciso di tenere aperti i rifugi fino all inizio di novembre. Stanno avviando una campagna di sensibilizzazione con inviti particolari e iniziative promozionali che premierà chi frequenta i rifugi in questo fuori-stagione. Bepi Casagrande La gioventù dʼeuropa si è incontrata a Domegge Scambio interculturale curato dalla Pro Loco Loco Domegge di Cadore (con la collaborazione del Consorzio delle Pro Loco del Centro Cadore), impegnata all interno del progetto Viaggiando con le Pro Loco, nella promozione e nello sviluppo del territorio con particolare attenzione a incentivare forme di turismo naturalistico, paesaggistico e sportivo, in partenariato con Embrace Cooperation (Regno Unito), Mil Senderos - Pro Loco Sevilla (Spagna), Ceata (Romania), Gruppo informale Erasmus - Germany (Germania). L iniziativa, finanziata nell ambito del Programma Gioventù in Azione , ha lo scopo di offrire un momento di confronto tra i giovani partecipanti e le associazioni europee, dando loro la possibilità di incontrarsi e confrontarsi sul tema della natura come risorsa turistica e stile di vita, sperimentando in prima persona le potenzialità turistiche che derivano dalla tutela del paesaggio, favorendo così l apprendimento interculturale, la sensibilizzazione nei confronti dell ambiente e lo stimolo alla cittadinanza europea e alla partecipazione attiva. I giovani coinvolti hanno potuto effettuare escursioni a Venezia, alle Tre Cime di Lavaredo, a Misurina e Cortina, svolgendo anche attività di riciclaggio creativo, giochi di ruolo per stimolare il senso civico, dibattiti e confronti. A conclusione delle attività i risultati del progetto sono stati presentati in una conferenza pubblica organizzata dalla Pro Loco Domegge di Cadore, alla quale sono state invitate autorità e cittadinanza, nel corso della quale è stata espressa unanime piena soddisfazione per la riuscita dello scambio e per le positive ricadute. Questa iniziativa ha infatti permesso di far conoscere ed apprezzare il nostro splendido territorio a giovani che una volta rientrati nei loro Paesi, potranno fare da volano turistico, dando contemporaneamente la possibilità ad un gruppo di ragazzi cadorini di confrontarsi con le differenti realtà delle quattro nazioni che hanno aderito al progetto. Entusiasta il presidente della Pro Loco Domegge di Cadore Graziosa Coffen, che ha definito l esperienza travolgente e indimenticabile, sottolineando la valenza e l arricchimento culturale che ne sono derivati. Rina Barnabò

9 10 Ottobre 2012 MUSEI 9 IL MUSEO DELLʼOCCHIALE TESORO DEI CADORINI Perché un cadorino dovrebbe visitare un museo dell occhiale quando conosce (o dice di conoscere) anche troppo bene la storia e quando di occhiali ne ha visti a palate? Semplicemente perché quella raccontata dal Museo dell Occhiale è la sua storia, quella che il suo territorio ha vissuto per 130 anni, sottolinea Laura Zandonella, curatrice da otto anni del Museo dell Occhiale di Pieve di Cadore. Poi ci sono i giovani che non hanno memoria storica degli eventi e dei personaggi che hanno reso grande l occhialeria in Cadore e che tramite il museo possono conoscere quello che è stato. Non entrare sarebbe come non voler sfogliare il proprio album di famiglia. Le foto in bianco e nero che si susseguono all interno del percorso museale hanno il volto del Cadore e poi: in quanti sanno che per inventare le stanghette che sostengono gli occhiali sulle orecchie ci sono voluti 500 anni? Quanti sanno che la prima fabbrica è nata nel 1878 a Calalzo di Cadore e diede avvio alla produzione italiana di occhiali? Se il percorso museale si apre con pezzi preziosi di storia dell occhiale, il piano superiore è interamente dedicato all imprenditorialità e Siamo al II piano del Museo dell Occhiale. Il pavimento in legno riflette la luce tenue delle lampade appese alle pareti scure. Illuminano una grande figura bianca. Ci avviciniamo ad essa e una voce improvvisa ci fa sobbalzare. Nella sala si sente gridare: Petenèr, petenèr femene! E arrivato il petenèr!. Chiedo alla giovane curatrice del museo, Laura Zandonella, il motivo di quel richiamo posto proprio all inizio della sezione dedicata all occhialeria cadorina. Mi spiega che era un richiamo storico. LA STORIA DA ANGELO DE PETENÈR Angelo Frescura, fondatore della prima fabbrica di occhiali in Cadore, era detto Petenèr perché la sua famiglia (di Rizzios - Calalzo di Cadore) produceva pettini d osso che poi egli vendeva nei mercati veneti. Successivamente a Padova, nel suo negozio di chincaglierie e ottica proponeva occhiali importati da Francia e Germania in quanto, dalla caduta della Repubblica, Venezia aveva quasi totalmente smesso di fabbricarne. Così gli venne l intuizione di produrre lui stesso gli occhiali UN GIRO AL PIANO DEDICATO AL LAVORO NELLE OCCHIALERIE DEL CADORE da commercializzare, e tra il 1877 e il 1878, assieme al fratello Leone e all amico arrotino (moléta) Giovanni Lozza, mise in piedi la prima fabbrica cadorina di occhiali riadattando un preesistente mulino per la produzione dell olio di noci alle Piazze, in riva al torrente Molinà. I macchinari, realizzati dall ingegno di Lozza, permisero alla società cadorina di produrre i primi occhiali composti dall assemblaggio di pezzi acquistati all estero. Proprio qui al museo è conservata una copia simile agli occhiali in oro che nel 1881 i Frescura donarono alla Regina Margherita, interamente realizzati da loro. Quindi, spiega Laura Zandonella, nell arco di soli tre anni, questa fabbrica fu in grado di costruire dall inizio alla fine un paio d occhiali. Con la morte di Angelo Frescura, la fabbrica fu ceduta al milanese Ferrari. CON FERRARI VENNERO OCCUPATI 120 OPERAI Carlo Enrico Ferrari si trasferì a Calalzo di Cadore Venite a raccontarci le vostre storie di lavoro e non buttate via niente è lʼappello di Laura Zandonella al saper fare della gente del Cadore. Le porte sono aperte e se c è una cosa che interessa al Comitato Scientifico sono proprio i ricordi e le testimonianze dei cadorini sul lavoro. Il museo dovrebbe diventare un punto di riferimento per chi vuole raccontarsi. STORIE DIETRO LʼOCCHIALE Conoscete le persone in foto? Pubblichiamo la prima fotografia proposta dal Museo dell Occhiale. Se riconoscete una delle persone in foto e potete raccontare del lavoro che svolgeva, mandate una mail a o scrivete a Museo dell occhiale, Pieve di Cadore (BL) nel 1887, spostò l attività a valle del Molinà e introdusse importanti novità, come l utilizzo dell energia elettrica sfruttando delle turbine. Dalle foto sulla parete del Museo dell Occhiale si nota come nel giro di poco tempo la fabbrica divenne una piccola industria: occupò 120 operai, principalmente donne e bambini. Nel 1893 Ferrari venne nominato Cavaliere d Italia ma, dopo un litigio con i soci milanesi, la ditta si sciolse e passò a Cargnel. PRIMI OCCHIALI IN CELLULOIDE Ulisse Cargnel rilevò la fabbrica nel 1901; facendosi passare per giornalista, visitò molte fabbriche tedesche e francesi, dove riuscì a osservare le tecniche di lavorazione delle lenti e i modi di produzione del collante per fissarle all occhiale. L apice del successo lo ebbe nel 1910 quando la sua fabbrica fu la prima in Italia a introdurre la lavorazione degli occhiali in celluloide (fino allora erano in metallo con parti in corno o tartaruga); la celluloide che era prodotta in lastre aveva costi notevolmente minori. Proprio qui al Museo dell Occhiale si possono vedere esposti i macchinari originali per la lavorazione. La fabbrica in quegli anni produceva circa 4000 lenti e 2000 paia di occhiali al giorno, molti dei quali esportati in America Latina. Fino a qui, spiega Zandonella, abbiamo voluto far capire al visitatore che il distretto dell occhialeria è nato grazie a questa singola esperienza guidata dai Frescura prima, da Ferrari poi e infine da Cargnel. E dalla ditta Cargnel che uscirono infatti quei capo-reparti e operai che si misero poi in proprio e aprirono altre ditte. SORSERO MOLTE ALTRE AZIENDE Una di queste fu la Fedon. Giorgio Fedon era un dipendente della Cargnel che si mise in proprio per produrre astucci. Nel 1919 inaugurò la sua attività a Crodola di Domegge con dei semplici macchinari che si trovano collocati su di un tavolino all interno del museo: un fornelletto, un pentolino e della colla. Un aspetto che mi piace sottolineare, dice a questo punto la curatrice, è che le fabbriche sul territorio hanno portato ricchezza e lavoro ma anche stravolto il territorio per permettere di sviluppare le aziende e dare alloggio alle persone. Si nota questo in una vecchia foto della ditta Fedon sulla curva di Crodola, dove non c era niente. Molto importante fu anche la ditta nata nel 1920 dai F.lli Lozza, Lucio e Giuseppe di Calalzo che produsse dapprima macchinari e poi occhiali da sole e da vista. Diventò una delle fabbriche più conosciute con ben 500 operai. Di questa azienda rimane ancora impresso nella memoria lo Zilo Sport, occhiale che vinse l Oscar alla Moda, icona degli anni 70. Nel frattempo, la ditta Cargnel fallì e nel 1934 la fabbrica alla Molinà fu acquisita da Guglielmo Tabacchi e soci prendendo il nome di Sàfilo. Incrementò la produzione di montature in metallo e in celluloide, nonché di vari tipi di lenti da vista e da sole, aumentò le maestranze, ebbe numerosi riconoscimenti. Fino a raggiungere ai giorni nostri posizioni di leader mondiale. IL BOOM DEGLI ANNI CINQUANTA Si arriva a questo punto in una grande sala del Museo dell Occhiale dedicata agli anni Cinquanta, quando vi fu un vero e proprio boom delle fabbriche. L affascinante gioco di luci dell allestimento mette in risalto le vecchie macchine per la lavorazione dell occhiale, quando ancora la manodopera dell uomo era protagonista. Laura Zandonella si sofferma su un macchinario, i turni. Gli occhiali uscivano opachi dalla lavorazione e uno dei lavori peggiori era proprio quello di renderli lucidi, racconta; si faceva a mano ai turni utilizzando delle polveri abrasive. Una dimostrazione di come si realizzava un occhiale in tartaruga la si può vedere qui nel filmato di Jolanda Da Deppo e Michele Trentini, girato nel 2007 con Antonio Frescura di Calalzo di Cadore, l unico in Italia a fare ancora gli occhiali in tartaruga. In questo periodo, spiega Zandonella, tutto il territorio era legato alla produzione dell occhiale e nominare tutte le ditte sarebbe impossibile, qualcuno lavorava anche negli scantinati della propria casa. Ricordiamo fra le tante la Livio Gatto astucci, tutt oggi esistente e, nel 1963, la nascita di Luxottica con un laboratorio a Venas di Cadore poi chiuso e trasferito nell agordino. IL PERCORSO TRA LE GRANDI FIRME Il percorso si snoda poi tra cinema e moda, quando gli occhiali da semplici strumenti di correzione ottica divennero oggetti di glamour, da imitare, come i grandi occhiali di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany o quelli indossati da Sofia Loren, Pier Paolo Pasolini e Brad Pitt. L occhiale cadorino in questa fase capì l importanza di legare le grandi firme all occhiale, specie per gli occhiali da sole, quelli da esibire. Un opera d arte di Bazzana conclude il percorso, lasciando lo spettatore libero di ogni interpretazione, alla luce dell odierna situazione dell occhialeria cadorina. Irene Pampanin

10 10 Ottobre Lettere & Opinioni Lettere al Direttore Lettere & Opinioni A SYDNEY NATALIE BALDOVIN AL TOP NEI RICONOSCIMENTI SCOLASTICI Tanto grande è la soddisfazione di Arcangelo e Lucia Baldovin di Lozzo di Cadore per i riconoscimenti scolastici in Australia della nipote Natalie che vogliono farlo sapere anche attraverso il nostro mensile. Natalie Baldovin ha 19 anni e abita a Cecil Hills - Sydney. Ha due avvenimenti da festeggiare, sì, perché è stata la migliore studente dell anno 2011 alla High School Australian Careers Business College e nel 2012 il suo collegio l ha scelta come migliore al Liverpool Campus per le finali N.S.W. Training Awards nella regione South West Sydney. Mentre era all istituto universitario ha anche ricevuto una proposta di lavoro con l agenzia italiana di viaggi Marconi Travel. Cosa le piacerebbe fare? Lavorare come hostess su linee aeree competitive. Congratulazioni e auguri alla giovane Natalie che vediamo nella foto con i genitori Claudio Baldovin e Jennifer nella giornata del Diploma of Tourism. AFFEZIONATA A LORENZAGO, ERNESTA MOSTRA I SUI GIOIELLI DELLA N.S.W. CONTINUANO IN NUOVA ZELANDA GLI ALLORI DI SILVIA NEI PATTINI A ROTELLE Sempre notevoli i risultati in campo internazionale di Silvia Lambruschi che la settimana scorsa ha vinto ad Auckland in Nuova Zelanda ben due medaglie d oro in due discipline diverse con i pattini a rotelle. Silvia risiede a Sarzana (la Spezia) ed è figlia di Giovanna Peruz, abbonata al nostro mensile. So che è prossima una loro visita in Cadore, il direttore sarà lieto d incontrarle così ci facciamo raccontare qualche aneddoto sulle performances della nostra atleta. LAUREA A PAOLA Paola Ferro di Pieve di Cadore il 25 settembre scorso ha conseguito brillantemente la laurea in Medicina e Chirurgia presso l Università di Trieste, discutendo la tesi: Ruolo della Medicina Nucleare con tecnologia ibrida SPECT/TC nella diagnosi e monitoraggio dei tumori neuroendocrini (NET). Relatore Prof.ssa M. A. Cova. Congratulazioni vivissime da mamma Maria Pia, da papà Frediano, da parenti e amici tutti. Auguri per il nuovo impegno di specializzazione in Medicina nucleare a Milano. CONTRIBUTO DEL ROTARY CADORE- CORTINA ALL AUSER DI PIEVE DI CADORE L Auser di Pieve di Cadore, associazione di volontariato e promozione sociale, svolge una preziosa attività di sostegno alle categorie sociali più deboli, in particolare gli anziani, occupandosi principalmente del servizio di trasporto di quanti sono impossibilitati a provvedere da soli alla mobilità sociale e sanitaria. Per questo il Rotary club Cadore-Cortina ha deciso di intervenire a favore dell associazione, presieduta da Giuseppe Carlo Baldessari, con un contributo consegnato nel corso di una recente festa campestre, svoltasi nel ranch di Carmelo Paludetti a Calalzo. Si è trattato di un incontro caratterizzato da un atmosfera di cordialità e amicizia, che ha visto la partecipazione di una cinquantina fra rotariani e loro familiari. Erano presenti Baldessari, il presidente provinciale dell Auser e il presidente del club Max Pachner, il quale ha sottolineato come il Rotary sia particolarmente sensibile verso i bisogni e le necessità del territorio. Al riguardo, nel corso dell anno sociale , verranno realizzate non solo altre iniziative benefiche, ma tutta una serie di azioni rivolte a promuovere e sollecitare l attenzione verso le categorie sociali più svantaggiate, anche in collaborazione con i club di Belluno e Feltre. Un particolare ringraziamento è stato rivolto, per la loro ospitalità, a Luigina e Carmelo Paludetti. Carmelo ricopre quest anno l incarico di vicepresidente del club Cadore-Cortina, dopo essere stato socio fondatore, segretario, tesoriere e anche presidente nel corso dell anno sociale (A. Ch) Rientrata al paese natale Lorenzago per un periodo di ferie, Ernesta Mainardi e il marito Germano Cuomi non hanno mancato di passare alla Magnifica Comunità di Pieve di Cadore, cosicché è stato giocoforza rinverdire i ricordi. Ernesta era emigrata a Sydney in Australia nel 1962 dove si è sposata, dedicandosi al lavoro ed alla famiglia allietata dalle nascite di Denis e Mara De Zordo. Oggi vive a Cecil Park ed è da qualche tempo consigliere della grande Famiglia ABM di Sydney facente parte dell Associazione Bellunesi nel Mondo. Sono orgogliosa di poter pubblicare le foto dei miei due ultimi nipoti, che vedo spesso, ci ha detto Ernesta nell occasione di questa sua visita in Cadore. E come si vede, ne ha ben ragione. Il più piccolo Jameson di un anno e la sorellina Jalaya di 4 anni sono in braccio del papà Denis e di mamma Melania, che salutiamo cordialmente.

11 10 Ottobre Lettere & opinioni Caro Direttore. È più di un anno che attendo la pubblicazione di un mio articolo che riguarda la realizzazione di una opera pubblica in Centro Cadore. Pubblicarlo entro un tempo ragionevole dopo l inaugurazione, vuol dire sperare di aprire un dibattito tra il pubblico e tra i fruitori. A mio avviso gli ostacoli sono stati vari; in primo luogo l Amministrazione Comunale in scadenza di mandato ed i costi sproporzionati ancora da sanare. Poi con lo scorrere dei mesi non c è stato più spazio, vuoi per i programmi della stagione turistica invernale, vuoi per le votazioni amministrative, vuoi per i programmi della stagione turistica estiva. Il giornale a mio avviso tende a diventare celebrativo! Vedi le premiazioni, le ricorrenze, le feste, i raduni, i racconti storici del nostro glorioso passato e dei nostri semplici, ma nobili predecessori. Nell ultimo numero de Il Cadore del 9 settembre 2012 c è un forte richiamo al DIBATTITO e gli argomenti sono di natura politico-sociale, amministrativa, e sull uso del territorio. Già sull uso del territorio c è assolutamente bisogno di sapere come coniugare lo sviluppo turistico con il rispetto dell ambiente. Con la crisi o senza la crisi si sentirà finalmente il bisogno di rendere la percorribilità sulle strade del Cadore senza gli attraversamenti nei paesi. A San Vito si fa una magnifica festa dei carri storici che incanta il pubblico, ma nessuno parla più della necessità di una tangenziale stradale. A Tai, mi domando tutte le volte che sono sul luogo, dove potrà passare una strada di veloce traffico togliendolo dal centro del paese se tutto a monte è Lettere al Direttore Lettere & opinioni IL GIORNALE TENDE A DIVENTARE CELEBRATIVO? No, mettiamo in pagina solo la realtà sociale e culturale che c è costruito e si continua a costruire. Saranno già previsti i tracciati nei vari piani territoriali del Cadore o si aspetta quelli di una autostrada che non verrà mai? Avevo proposto alcuni anni addietro sulle pagine del Il Cadore una rubrica per argomentare l uso del territorio comprendendo piani regolatori esistenti e regolamenti edilizi, le tipologie abitative possibili, non per codificare un modello tipo, ma per attivare riferimenti compositivi rispettosi dell ambiente e delle tradizioni. A tal proposito a pag.6 dell ultimo numero de Il Cadore leggo, aiutato anche da una immagine fotografica, che, nella piazzetta centrale di Santo Stefano, un architetto realizza un porticato ad archi, un falso, senza nessuna fantasia e ricerca strutturale innovativa, con colonna e capitello dorico di lontana memoria e KARATE TRADIZIONALE - MATTIA BACCHILEGA CAMPIONE DEL MONDO Notizia dell ultima ora: a Lodz (Polonia) dove il 6 e 7 ottobre si sono svolti i 16 i Campionati del Mondo I.T.K.F. di Karate Tradizionale, con oltre 700 atleti partecipanti provenienti da tutti i paesi del mondo, Mattia Bacchilega è salito sul gradino più alto del podio per l oro. A far parte della rappresentativa italiana composta da 14 atleti anche i bellunesi fratelli Marco e Mattia Bacchilega, entrambi titolari insieme a Marco Leone (Puglia) della squadra di kumite (combattimento). Nella gara di kumite a squadre l Italia ha raggiunto il 4 piazzamento mentre nella gara di kogo kumite partita con 60 atleti Mattia Bacchilega l ha fatta da padrone. Una gara snervante durata tre ore dove però l atleta di Lorenzago non ha perso la concentrazione ed ha infilato tutti gli avversari con tecniche precise, potenti e di una velocità impressionante. Un risultato stupefacente dice il Maestro e padre Roberto Bacchilega al telefono dalla Polonia. Marco ha concluso la sua gloriosa carriera agonistica con questa gara ottenendo un 4 piazzamento di grande spessore ma soprattutto lasciando il testimone al fratello Mattia nella condizione migliore possibile. Prossimamente Il Cadore pubblicherà un ampio servizio sui fratelli Bacchilega. questo luogo diventa incontro culturale della comunità. La cultura non è questa! Dico cose ovvie? Se c è il bisogno di pensare grande suggerirei per la distribuzione delle pagine del mensile una piccola innovazione: una pagina per LE LETTERE AL DIRET- TORE, un foglio evidenziando IDEE ED OPINIO- NI. Ho preso lo spunto dal Corriere della Sera, il più letto in Italia. Così facendo c è più spazio per chi propone e sviluppa dibattito. Con stima arch. Roberto Valmassoi Milano - 4 ottobre 2012 Caro Architetto, non la prendo come una critica nei confronti del mensile, anche perché lei dice quel che realmente appare: il giornale segue una realtà sociale "disordinata". Si può fare di più? Avrò modo di spiegarmi meglio prossimamente su queste colonne. E SCOMPARSA ROSSELLA DE DONÀ, INSEGNANTE DI LICEO A TREVISO In lutto il mondo della scuola, della cultura e della politica della Marca trevigiana per la scomparsa di Rossella De Donà, insegnante di lettere al liceo classico cittadino "Antonio Canova". Aveva 54 anni e ha lottato fino alla fine contro un male che non perdona. Era sorella del nostro amico e collega Bruno De Donà. Apparteneva alla famiglia De Donà Saravai di Lorenzago, da tempo trasferitasi a Treviso ma rimasta sempre molto legata al paese d'origine. La notizia della sua prematura scomparsa, avvenuta il 31 agosto scorso, è stata accolta con unanime costernazione e ampiamente evidenziata dalla stampa locale. Con Rossella De Donà se ne è andata non solo una persona di raffinata e vasta cultura, ma anche un insegnante di latino e greco che il suo sapere l'ha trasfuso con passione e generosità a schiere di studenti. Allieva apprezzata del grande Piero Treves, si era laureata a Ca' Foscari con una tesi sulla presa di Roma da parte dei Galli. Da lì aveva tratto origine la sua passione per il mondo celtico di cui era divenuta un'esperta conoscitrice. Tra i suoi interessi c era poi la musica classica, con una spiccata preferenza per l'ambito wagneriano del quale conosceva ogni aspetto. Persona brillante, anticonformista, dotata di sottile e intelligente spirito ironico, sapeva ravvivare le sue lezioni con spunti tratti dalla letteratura moderna - sulla quale era sempre aggiornatissima - e la vita di ogni giorno. Ispirata per formazione culturale e interiore ai principi di libertà di pensiero e parola, ne aveva portato avanti il messaggio anche attraverso l'impegno politico espresso con una lunga militanza nel Partito Repubblicano, avendone retto la segretaria cittadina. Una grande perdita, a detta di tutti, per la città di Treviso. Le sue ceneri riposeranno a Lorenzago. Lettera firmata Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alla famiglia e siamo vicini in particolar modo al giornalista e nostro collaboratore Bruno De Donà.

12 12 Ottobre FESTA PER I 90 ANNI DELLA SEZIONE ANA CADORE E DEL GRUPPO CORTINA Davanti al monumento al Cantore, molte le autorità militari e civili La ricorrenza del 90 anniversario di costituzione della Sezione Ana Cadore e del Gruppo Ana Cortina è stata celebrata nella conca ampezzana, davanti al monumento al generale Cantore. Quel monumento per il "papà" di tutti gli alpini, che era stato inaugurato a Cortina nel settembre del 1921, in occasione della seconda adunata nazionale dell'ana. La sfilata alpina è stata aperta dalle camionette d'epoca su cui hanno preso posto i reduci di guerra, con l'accompagnamento del Corpo Musicale di Cortina. Nel corteo autorità militari e civili, rappresentanze delle associazioni combattentistiche e d'arma, tanti alpini con i loro vessilli e gagliardetti provenienti da varie parti d'italia. Dopo l'attraversamento di Corso Italia con gli applausi di paesani e turisti, l'arrivo in via Marconi, davanti al monumento a Cantore. Dopo l'alzabandiera con l'inno di Mameli e l'onore ai Caduti, sono seguite le allocuzioni delle autorità presenti. Franco Fiorese, nono capogruppo in carica dall'anno 1994, che ha raccolto l'eredità del fondatore cav. Francesco Da Rin e dei suoi successori Ambrogio Cazzetta, Lino Scapinello, Bepi De Biasio, Giuseppe Barnabò e Celestino Balzan. Fiorese, ha ringraziato tutte le autorità e gli alpini intervenuti, rimarcando l'impegno da sempre profuso dagli alpini a favore della comunità. Impegno testimoniato da innumerevoli iniziative nei settori più diversi, dalla protezione civile allo sport, dalla solidarietà sociale alla cultura. Da ricordare tra gli altri il contributo fondamentale dato al Comitato Cengia Martini per la valorizzazione delle gallerie e trincee del Lagazuoi e la costruzione della chiesetta in località Vervei dedicata a tutti i combattenti. Il sindaco Andrea Franceschi ha espresso la sincera gratitudine dell'amministrazione comunale per l'opera svolta dagli alpini, sempre presenti e disponbili in ogni occasione. Anche Maurizio Paniz ha definito gli alpini come una delle realtà più belle del nostro Paese: "In questi tempi difficili, ha dettp Paniz, per seguire la strada giusta, basta seguire la strada degli alpini". Il capitano Mastro ha portato il saluto del nuovo comandante del 7 Alpini, col. Magi che ha preso il posto del col. Sfarra: "Grazie per l'affetto che ci dimostrate sempre: alpini in armi e non in armi sono la stessa cosa. Il vostro sostegno ci conforta specie nei momenti difficili e negli ultimi tempi purtroppo ne abbiamo vissuto parecchi". Infine Antonio Cason, presidente della Sezione fondata da Fausto Englaro e Arturo Fanton: "Gli alpini apprezzano le belle parole e la riconoscenza che le istituzioni manifestano spesso all'ana. Resta però un senso di amarezza perchè proprio le istituzioni hanno intrapreso un cammino a nostro avviso sbagliato, abolendo la leva obbligatoria. Così facendo le risorse umane caleranno sempre più e, sia pure fra molti anni, l'ana avrà sempre maggiori difficoltà per attuare il suo impegno a favore della popolazione". La cerimonia si è conclusa con la messa celebrata da don Sirio davanti al monumento. Servizio di Livio Olivotto SEMPRE TROPPE LE MORTI SUL LAVORO, ANCHE AD AURONZO Osvaldo Golin, operaio e imprenditore auronzano, classe 1964, contitolare assieme ai fratelli Giuseppe e Giovanni della ditta Fratelli golin srl, compie una manovra con il suo camion presso la ditta Diab a Faè di Longarone, per la quale la società Golin lavorava da qualche tempo. I freni del camion non tengono e lo schiacciano contro la motrice. All arrivo dei soccorsi non c è più nulla da fare. Osvaldo Golin muore sul lavoro. Lascia la moglie e un figlio. E l 11 settembre E l ultima morte bianca che ha colpito Auronzo di Cadore. 28 luglio Daniel Vianello si trova sul cantiere a lavorare con il padre in località Cosderuoibe, vicino a Palus San Marco nel comune di Auronzo di Cadore. Sono entrambi titolari di una ditta edile. Quella mattina intorno alle 11 mentre sta cercando di infilare un tubo di acciaio lungo circa 5 metri nel camino dell abitazione oggetto di cantiere, non considera la distanza ravvicinata dei cavi dell enel. L attrezzo cozza contro i cavi. Il corpo di Daniel è attraversato da una scarica elettrica potente qualche migliaia di volt. Il cuore è in arresto. Il 118 non può rianimarlo. Daniel muore sul lavoro. Era figlio unico. Aveva 28 anni. 9 novembre Larese Moro Giovanni - detto Gigi, fa il boscaiolo. Si trova in località Monta Agudo - Auronzo di Cadore, lungo la pista di sci e sta recuperando dei tronchi a bordo di un cingolato. Il terreno a quella stagione è sempre scivoloso. Il mezzo improvvisamente si capovolge. Giovanni è travolto e schiacciato. Il compagno che era lì con lui dà l allarme. Arriva il soccorso alpino ma Giovanni non si sveglia più. A 42 anni, muore sul lavoro. Osvaldo Golin Lascia una moglie e due bambini. 28 giugno 2010 Sirio Corte Metto, meglio noto come Gianera è titolare e gestore di un maneggio vicino al Lago di Santa Caterina. Auronzo di Cadore. Nel primo pomeriggio, mentre taglia l erba per preparare il prato alla stagione estiva, la falciatrice gli scappa di mano, lo urta, lui ne perde il controllo e la parte metallica del laccio dell attrezzo gli arriva al collo, recidendo la giugulare. Sirio muore sul lavoro. Lo ricordano tutti. Nessuno scrive della sua morte come di una morte bianca. * Queste sono alcune delle nostre perdite. Vanno a finire nel grande catino di sacrificio che il lavoro comporta. In Italia, in Veneto e nella Provincia di Belluno. Il Cadore consegna i suoi. In Italia si è morti più di lavoro che nella Guerra del Golfo. Dall aprile del 2003 al 2007 i militari che hanno perso la vita sono stati 3520, gli Italiani che nello stesso periodo morivano sul lavoro erano 5252 (studio. Indagine Eurispes). Nel 2008 le morti bianche sono 1120, nel , nel e nel (statische annue Inail). Le morti del lavoro nero non sono conteggiabili. Il Veneto nel 2011 raggiunge il secondo posto nella graduatoria tra le regioni italiane per incidenti mortali sul lavoro. Nel primo semestre del 2012 conta altri 20 morti. (www.cislveneto.it). Il primato provinciale lo detiene e lo mantiene l Alto Adige. Rispetto alla popolazione lavorativa, la provincia più a rischio in Triveneto è ancora Bolzano con un indice di incidenza pari a 29,1. Poi arriva Pordenone e Belluno (dati dell Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering di Mestre). Siamo al terzo posto in Italia per rischio di morte sul posto di lavoro. Mancata sicurezza, imperizia, imprudenza, negligenza, rilievi della magistratura, regolamenti, autorità, controlli. Nessuna ammonimento postumo o precauzione ferma quest emmorragia di morte. E continua ad essere così. Il tasso di disoccupazione aumenta, lo spopolamento delle nostre zone anche. Aumentano persino i morti sul lavoro allora qual è la scelta? Andarsene o restare? Emigrare o morire? Non è facile guardare tutto questo e continuare ad amare la propria terra. Tutto assume i tratti della sfida. Resistere. Fare come dicono i poeti ama, perché è l unico modo di fottere la morte o lasciare che si impadronisca di noi qualunque sentimento sperando di farcela a sopravvivere? Nelson Mandela nella sua prigionia durata 27 anni e solo per aver lottato contro l aparthaid del Sudafrica, ogni giorno costretto al peggio si ripeteva ringrazio la mia anima invincibile. Forse questo è un buon inizio. Rosanna Franzese

13 10 Ottobre 2012 GIOVANI EMERGENTI 13 T raendo ispirazione dalla sua fascinazione per i piccoli punti, le linee e i cerchi stampati su carta bianca per creare pizzi all'uncinetto, Matteo Molinari, ventinovenne di Auronzo di Cadore, ha avuto l intuizione di convertire i pezzi ad uncinetto in una sofisticata collezione di moda che gli ha aperto le porte della sezione Nuovi talenti scelti da Vogue, una delle più prestigiose riviste di moda al mondo, dandogli di conseguenza una grande visibilità. L ispirazione non l ha trovata a Bologna, dove pur ha conseguito una laurea in Comunicazione e ha seguito un master in Filosofia del linguaggio e semiotica ma neanche a Londra, dove ha fatto un master di un anno e mezzo in Fashion design and technology, bensì proprio ad Auronzo di Cadore, il luogo da cui è partito. Al master londinese, racconta con un sorriso davvero accattivante Matteo, dovevo presentare un progetto per una collezione in cui dimostrare una tecnica personale. Ci ho pensato tanto e alla fine mi sono chiesto: Cosa c è in Cadore che ho visto sin da bambino? - C è zia Santina che fa chilometri d uncinetto per realizzare tende, asciugamani e cristallerie. Potrei fare qualche cosa con lei. Così sono tornato in Cadore. L INVENZIONE DEL VESTITO AD UNCINETTO Con zia Santina, Matteo Molinari ha quindi sviluppato la tecnica di costruzione del vestito, dal disegno al cartamodello. Non sono perfetto come chi fa cartamodelli da vent anni, ammette con modestia Molinari, però...: dal disegno, che è solo il 5% del lavoro totale, trasferisco il vestito su cartamodello e poi ne realizzo una copia in cotone da cucire e provare sul modello. Una volta effettuate le modifiche necessarie, l abito può andare in produzione. L ultima collezione di Matteo Molinari ha sfilato a Londra alla fine di giugno con una maglieria tutta fatta a mano, molto diversa SE POTESSI, MATTEO MOLINARI, STILISTA VI VESTIREI TUTTI COSIʼ dalla precedente collezione premiata a Londra nel febbraio Dopo qualche mese sono stato invitato da Vogue a sfilare a Milano e alla Fiera del Tessile Italiano, Milano Unica. E stato bellissimo, ho avuto tanti contatti con la stampa e visibilità. Tornato a Londra ho partecipato a un altra esposizione per giovani stilisti, Fashion Ist e pochi giorni fa sono stato invitato a Milano come ospite. Il 50% del lavoro, spiega il giovane stilista cadorino, viene fatto da zia Santina, da mamma Rosalia e dalla signora Caterina che si occupano della maglieria ad uncinetto. E proprio questa complicata tecnica di combinare l uncinetto al tessuto maschile di lusso che ha probabilmente consacrato Molinari a Nuovo talento secondo Vogue: una tecnica che ancora non si era mai vista e che al master londinese ha permesso al cadorino (suo ideatore) di vincere il premio di miglior collezione dell anno. Vogue lʼha messo fra i giovani talenti già dalla sua prima collezione di moda presentata a Londra nel 2011 Matteo Molinari si è fatto notare per quella tecnica di combinare lʼuncinetto al tessuto maschile di lusso Il giovane cadorino di Auronzo lʼispirazione lʼha avuta non a Bologna o a Londra dove ha studiato e vive, ma in Cadore Qui è partito il suo progetto di collezioni con zia Santina, mamma Rosalia e la signora Caterina La dicotomia tra ciò che è tradizionalmente visto come maschio (la giacca tradizionale) e femmina (l uncinetto), rende le sue collezioni lussuose ma anche estremamente personali ed emotive. BISOGNA AVERE FORTUNA Matteo non vuole tuttavia essere definito un artista. Sono più che altro un artigiano, dice, per essere artista quello che produci deve essere unico mentre quando sei artigiano hai l idea di una produzione in serie. Al momento i costi di produzioni sono elevati e Molinari lavora soprattutto su commissione ma non gli dispiacerebbe l idea di avere un azienda con dei dipendenti oppure sufficiente visibilità per lavorare come libero professionista, quindi collaborare con altre persone che commissionano per altre persone. Intanto la cosa che gli chiedono di più sono gli occhiali che disegna per la Kador di Calalzo di Cadore, quelli in acetato più che in tartaruga, fatti in maniera tradizionale. Ha poi una piccola azienda in provincia di Chioggia che confeziona gli abiti finali. In Italia dunque? Sì, per la comunicazione Londra è ottima, spiega Molinari, per commercializzare invece meno. Dal punto di vista della manifattura meglio l Italia: qui abbiamo una cultura di impresa più elastica, si cerca di accontentare ogni richiesta. A Londra è più difficile e più costoso. Matteo è determinato e vuole andare avanti, nonostante il mondo della moda sia selettivo e competitivo. Bisogna avere fortuna, dice, ci sono tante persone che ci provano. Io cerco di fare un prodotto di nicchia. Non potrei fare altrimenti. Se a qualcuno piace sono contento: e piace. STILE ANDROGINO E MINIMAL Le parole chiave con cui il cadorino descrive il suo stile sono: sartoriale, sinistro, fatto a mano, Psychic Youth, pizzi, palette neutrale, linee architetturali, assenza di genere, CCP, taglio, corto, basici che rileggono il guardaroba maschile, militare, tradizioni folk europee. Bianco e nero che ritornano ossessivi e minimali, ricordando la linea nera che circonda gli occhi del volto pallido di Carmelo Bene, icona di stile per Molinari assieme a Marchesa Luisa Casati. I suoi stilisti preferiti sono Elsa Schiaparelli, Mariano Fortuny e Yves Saint Laurent. Schiapparelli, spiega, si lasciò influenzare dai surrealisti. Quindi se da un lato sei tecnico della costruzione di un capo (perciò perfetto tecnicamente), dall altro ti lasci influenzare dall arte, dalla manualità, come quella che usa zia con le sfilature, gli orli a giorno e l uncinetto che sono alla base di tutte le mie collezioni. A questo proposito, invita, se ci sono signore che sanno lavorare all uncinetto, mi possono contattare perché sarei contento di parlare con loro. Mi scrivino pure su L IMPORTANZA DELLE RADICI La carta vincente per Matteo, oltre al talento e l impegno, è stata dunque una tecnica tradizionale come quella dell uncinetto, scovata proprio in Cadore. E qui fa una riflessione: Non ho mai pensato di essere particolarmente italiano fino a quando non mi sono ritrovato a Londra, osserva lo stilista, quando ti ritrovi in un ambiente differente riscopri le tue radici. Io ho molto rivalutato quello che avevo qui e non consideravo prima. Noi, da cadorini, non possiamo che essere orgogliosi di questo giovane ragazzo che ce la mette tutta per farsi strada nel mondo della moda partendo proprio da qui, dal Cadore e dalle sue tradizione, un territorio che lui ha saputo guardare con occhi diversi. Gli auguriamo dunque di poter realizzare presto i suoi sogni nel cassetto. Ma lo ritroveremo spesso ai vertici delle iniziative internazionali di moda, ne siamo certi. Irene Pampanin Renato De Carlo

14 14 STORIA Ottobre Qualche tempo fa il sig. Cipriano De Martin, attuale presidente del gruppo A.N.A. di Vigo di Cadore, mentre faceva pulizia attorno al suo fienile in località Il Mauro, nei boschi sopra Laggio, con sua grande sorpresa ha visto spuntare dal terreno uno scudetto metallico ben conservato. Una volta ripulito è comparsa la figura di un animale mitologico, affiancato dai colori bianco e rosso di una bandiera con attorno una dicitura compresa tra due croci uncinate: K-K-GEWEHR 1.GAU- SCHIESSEN SALZBURG Esperti, da noi contattati, hanno detto che si tratta del distintivo di un fuciliere austriaco, per l esattezza un tiratore scelto, appartenente ad un reparto militare di Salisburgo, risalente alla seconda guerra mondiale. Cosa ci faceva un simile oggetto in un luogo così appartato? Abbiamo indagato presso le persone anziane ed ecco che puntuale, dalle nebbie del passato, è spuntata una pagina di storia, locale se vogliamo, ma che si inserisce appieno nel grande alveo della storia nazionale. A raccontarcela è Gasperino Cesco di Laggio, 83 anni, Presidente emerito del Capitolo di S. Antonio Abate. Rino, cosa rammentate di quel travagliato periodo storico? Cosa ci faceva nei boschi sopra Laggio il distintivo di un fuciliere di Salisburgo durante la II guerra mondiale? QUANDO UN MICROREPERTO AIUTA A RISCRIVERE LA STORIA Racconta Gasparino Cesco che quel 11 settembre 1944 iniziò una sparatoria sul forte di Col Piccolo, dove erano acquartierati dei soldati tedeschi... Tita Zanetto Nel 1944 avevo 16 anni, c era la guerra, in paese si soffriva la fame e per vivere si facevano salti mortali. In estate il Comune, per dare da vivere a ragazzi ed anziani, aveva messo in cantiere la realizzazione di due strade campestri, una in Prigo e l altra in Salagona. Io, con altri coetanei, lavoravo in quest ultimo cantiere, trasportavamo sassi con un carretto. Cosa è successo esattamente l 11 di settembre 1944? Quella mattina eravamo al lavoro, quando, verso le ore 11, è iniziata una sparatoria sul forte di Col Piccolo, dove erano acquartierati dei soldati tedeschi. La scaramuccia è durata fino al primo pomeriggio così abbiamo deciso di chiudere il cantiere in anticipo per andare a vedere cosa stesse succedendo. Col mio amico e coetaneo Tita Zanetto sono andato verso il paese e nell immediata periferia abbiamo sentito voci confuse provenire dalla piazza di Laggio: c era una colonna di uomini che camminava sotto il muro della chiesa di S. Antonio. Abbiamo proseguito e passato il ponte sul Rio Laggio abbiamo incrociato dei partigiani di Pelos che scortavano i militari tedeschi catturati al forte di Vigo. Sembravano tranquilli, rassegnati, sulle spalle portavano tutti uno zaino e in mano altri oggetti. Notai subito uno di questi, che portava appresso uno strumento musicale: una cetra. I partigiani ci notarono e ci chiesero di aggregarci consegnandoci uno zaino a testa, molto pesante, da portare verso la montagna. Camminammo così in direzione di Zergolon, lungo un ripido sentiero, e dopo un ora circa, arrivammo al Mauro davanti al fienile di Paolo Ronzon, oggi del sig. De Martin. Qui venne dato ordine di sostare perché il tempo minacciava pioggia. Che impressione vi hanno fatto i prigionieri e quale era il vostro stato d animo? I tedeschi erano 28, uomini sui 40 anni, che vedevamo vecchi rispetto a noi, e nonostante tutto sembravano tranquilli. Sedevano attorno al fienile e qualcuno si era ricoverato all interno, sotto l occhio vigile dei partigiani. A questo punto successe qualcosa di incredibile: il soldato con la cetra fu invitato dai partigiani a suonare. Lo ricordo bene, basso di statura, magrolino, viso sottile e pallido con gli zigomi sporgenti: dava l impressione di una persona educata e colta. Iniziò con il valzer Sul bel Danubio blu e poi proseguì con un altra melodia che, in quel particolare contesto, riempi l aria di angoscia, tanto che mi sentì davvero lacerare dentro. Così, dopo mezz ora me ne andai. E l amico Tita Zanetto? Tita ormai aveva deciso il suo destino, non volle tornare, rimase coi prigionieri, finendo al Pian dei Buoi e poi al Mauria, finché i tedeschi non furono consegnati ai partigiani carnici che li liberarono. Il 18 ottobre fu riconosciuto da un ufficiale prigioniero, (il ten. Willy Auerbach), che lo arrestò. Fu poi deportato a Buchenwald, dove morì di stenti. Aveva 17 anni. Ci siamo chiesti chi poteva essere il proprietario del distintivo. Ad aiutarci è l elenco dei prigionieri compilato dal Capo di Stato Maggiore della Brigata Calvi, Ludwig Ratschiller Ludi, che fu il responsabile del campo di prigionia di Pian dei Buoi. Da Salisburgo risultavano essere: il maresciallo Albert Bachmayer, il sergente Joseph Embacher, i caporali Johann Bergmann e Franz Schoue, i soldati Anton Seitinger, Fritz Lackner, Josep Andeyer, Mathias Pichler e Josep Lerch. Forse il legittimo proprietario era il maresciallo Bachmayer, il più anziano, che all epoca aveva 56 anni. w.m. - g.d.d. omini di carattere e U quindi di parola, serii, lenti a decidere ma irremovibili nei propositi, tenacemente attaccati alla religione e amanti della patria, piccola e grande, i nostri vecchi ci hanno lasciato un ricco patrimonio di tradizioni religiose e civiche. Lo dicono le pagine seguenti. Un giudizio senza dubbio lusinghiero quello contenuto nella prefazione al volumetto Selva di Cadore. Notizie Storiche, uscito nel 1943 in prima edizione, in cui don Giovanni Maria Longiarù esprimeva tutta la sua ammirazione per la comunità che aveva ben conosciuto nelle vesti di pastore d'anime. Assieme all'insegnante Luigi Nicolai aveva quindi deciso di condensare la storia del paese in un lavoro pubblicato dalla Tipografia Editrice Trevigiana. Una ricerca ben fatta, che Giovanni Fabbiani recensì il 14 gennaio 1944 sulle pagine de Il Gazzettino e che sarebbe stata successivamente ristampata. In un volumetto del 1943 don Giovanni Maria Longiarù esprimeva tutta la sua ammirazione per la comunità di Selva di Cadore NON FURONO MAI AUSTRIACANTI Selva espresse quel gran personaggio che fu don Natale Talamini, nel 1848 diede uomini ed armi alla rivoluzione capitanata da P.F. Calvi, respinse nel 1875 e nel 1924 i tentativi di alcuni separatisti di distaccarla dalla Comunità Cadorina Prevedendo l'obiezione che qualcuno gli avrebbe potuto muovere, dando forse l'idea di aver cercato riparo tra le pieghe della storia in un momento in cui ovunque si viveva il flagello della guerra, Longiarù precisava di aver colto l'opportunità di portare alla luce quanto era riuscito a trarre da una vera miniera di notizie e curiosità locali, evitandone la dispersione. Nel suo excursus era partito dalle origini, facendo quasi subito incontrare il lettore con i Torre, famiglia che tra i secoli XIV e XV ebbe parte determinante nelle vicende del paese. Ne fu presumibilmente capostipite tale Negrone, detto della Torre, in quanto possessore della torre di Villa. I suoi diretti discendenti si trasferirono a Pescul. Di tale Negrone il libro riporta l'albero genealogico. Ignoto sarebbe il primo diretto discendente, ma non il nipote, trattandosi di quel Gabriele della Torre che fu capitano della rocca di Pietore, padre a sua volta di Possilio Negrone, personaggio che ebbe parte non secondaria nelle vicende legate alla calata dell'imperatore Sigismondo di Lussemburgo nel Ma la figura che ricorrentemente ritorna nelle pagine del libro è don Natale Talamini. Di lui viene ricostruita la biografia, uscendone un ampio spaccato del periodo risorgimentale in Cadore di cui il sacerdotepoeta e patriota fu il cantore. A questo proposito facciamo ammenda di quanto ci capitò di scrivere in un precedente articolo apparso su queste colonne, attribuendo al presente alla gente di Selva orientamenti secessionisti verso i paradisi tirolesi. In realtà non solo il Comune è lontano da quelle tentazioni ma, come Longiarù e Nicolai evidenziarono, vanta un lusinghiero passato. Selva nel 1848 diede infatti uomini ed armi alla rivoluzione, formando il 4 Corpo Franco di volontari comandati dal lorenzaghese Tremonti agli ordini di Pier Fortunato Calvi. Altra questione posta in risalto è poi quella dei reiterati tentativi di distaccare Selva dal Cadore. La faccenda iniziò nel In quella circostanza si rivelò determinante l'azione svolta proprio da don Natale, che della cosa si dolse assai, lasciandone memoria in celebri versi: E tenta una venal turba maligna/ Radiar mia patria dalla patria antica/ di grandi nel passato uomini nido. Ma il grande, vero ostacolo incontrato dai separatisti era venuto dalla stessa popolazione selvana profondamente legata al Cadore dai vincoli di una storia comune. Non domi, i separatisti ci avrebbero riprovato nel Una proposta di legge dei deputati Paganini e Pascolato mirava Bruno De Donà

15 10 Ottobre e venisse confermato S trattarsi di un forte romano di fine III secolo, avremmo fatto veramente bingo! : questo il commento di Paolo Viel, membro dell Associazione degli Amici del Museo di Belluno alla notizia di supposte tracce di un castra romano al Passo di Monte Croce Comelico. Pensiamo all importanza - continua lo studioso bellunese - che assumerebbe tutta quanta la zona, con nuove attrattive culturali e turistiche legate proprio alla possibilità di avere un forte sopravvissuto per circa 1700 anni e tutto da scavare: sarebbe la prima volta che questo succede in Italia. In effetti la nostra segnalazione su questo giornale lo scorso aprile della ventilata scoperta ha destato grande entusiasmo fra tanti studiosi ed appassionati di storia bellunese, al punto che in molti sono già saliti sul passo per verificare il sito e rendersi conto della situazione. Ecco quindi che viene salutata da tutti con grande soddisfazione la notizia che il Circolo culturale Algudnei di Dosoledo si sta attivando per un progetto di ricerca che preveda anche, d intesa con la Soprintendenza ai Beni Archeologici, l esecuzione di alcuni carotaggi archeologici in autunno sul sito stesso, dai quali si spera di trarre elementi importanti, in grado di suffragare le prime ottimistiche intuizioni. Va sottolineato come la storia dell evoluzione e della potenza della macchina militare romana e delle sue conquiste è tuttora oggetto di studio nelle università e nei collegi militari di tutto il mondo. La conferma della scoperta significherebbe davvero mettere il nostro Cadore al centro dell attenzione generale, valorizzando ancor di più i già riconosciuti ed indelebili segni lasciati sul territorio dalla dominazione e dalla cultura romana. Proviamo ad immaginare le nostre valli circa 2000 anni orsono, quando giunsero qui i primi legionari. Giuseppe Flavio racconta che al distacco, accampando ragioni di opportunità pratica. Dalla gente si levò nuovamente un coro di proteste, che raggiunsero l'orecchio del governo. Non era finita. Nel 1924 la proposta ritornò d'attualità. Stavolta scese in campo Il Gazzettino con il suo direttore, Giampietro Talamini, e l'ennesimo tentativo fu sventato. Selva - concludevano gli autori del libro -, sebbene separata dal Cadore dal lato, per così dire, materiale, rimane legata alla Comunità Cadorina più altro dal lato spirituale-storico e di nome, sempre fiera della comune storia... Il libro non poteva chiudersi in modo migliore se non riportando i celeberrimi versi dell' Inno al Cadore di Talamini. I nostri vecchi - sottolineavano gli autori del libro - lo conoscevano parola per parola. E sarebbe stato un delitto dimenticarlo. CASTRA ROMANO DI MONTE CROCE SAREBBE UNA SCOPERTA ECCEZIONALE di Walter Musizza - Giovanni De Donà La Claudia Augusta Altinate davanti alla porta decumana del castra ogniqualvolta essi entravano in territorio ostile per prima cosa edificavano il loro castrum o accampamento ( Bello Judaicum, 3.76). Si trattava all inizio di un campo che serviva per dare un minimo di protezione ai soldati di un armata o di singole unità durante la marcia per trascorrervi la notte, ma divenne poi col tempo il biglietto da visita più efficace dell esercito, l espressione della disciplina e della potenza romana, assumendo un ruolo centrale nelle vicende storiche del territorio. Il soldato romano poi non era solo un guerriero, ma pure un geniere, allenato a far fronte a molteplici difficoltà tecniche, cosicché l esercito, appena conquistato un territorio, provvedeva subito a realizzare strade e ad edificare un reticolo di fortini, fatti di terra e tronchi di legno, distanti circa un giorno di marcia l uno dall altro e detti castra hiberna, cioè utilizzati soprattutto nella stagione invernale. Erano appositamente attrezzati per proteggere dal rigore del clima con robuste baracche in legno o pietra e coperture in tegole, che sostituivano le tende in pelle. Questa strategia verrebbe confermata quindi dai luoghi fortificati del Cadore, come il già noto Col Palotto, sopra Vigo, e appunto ora il M. Croce, posti ambedue sulla via Claudia Augusta Altinate diretta verso il Noricum. Sotto l imperatore Claudio la rapida espansione dell Impero, iniziata da Augusto, conobbe un certo ridimensionamento, evidenziando l importanza di un adeguato controllo del territorio e della distribuzione di unità ausiliarie nei vari forti. Così questi accampamenti divennero via I saggi archeologici a Monte Croce in Comelico dovrebbero iniziare a breve Sarebbe un ritrovamento di grande valenza per lo studio dellʼarchitettura e dellʼorganizzazione militare dellʼimpero Romano ai confini nord orientali via strutture permanenti, assumendo il nome di castra stativa e trasformandosi in sedi stabili di guarnigioni. Negli anni successivi, come avvenuto in Oltrepiave, sorsero nelle vicinanze interi villaggi, vici (Vigo) o canabae (Laglum, Pelusium, Lucius, Laurentiago), abitati da famiglie di legionari o mercanti. Proprio grazie ai vari ritrovamenti effettuati in zona negli ultimi anni, possiamo constatare come il Cadore fosse interessato da un continuo flusso di legionari, per i quali sorse addirittura un tempio sul M. Calvario ad Auronzo. L espandersi dell Impero poi costituiva un innegabile aumento di benessere per molti cittadini romani, quindi era importante utilizzare questi presidî militari anche per garantire la sicurezza delle province, ovvero la cosiddetta pax romana. Oltre alle minacce esterne, l esercito tutelava la popolazione dalle bande di briganti che approfittavano di ogni segnale di cedimento o disattenzione del potere centrale per effettuare incursioni. Il controllo dell intera organizzazione romana dipendeva quindi in modo essenziale proprio da questi castra, grandi da 1 a 5 ettari, che erano la versione in miniatura della vera e propria fortezza legionaria. Protetto da un terrapieno rinforzato con tronchi di legno e zolle di terra, sormontato da un parapetto di assi di legno e circondato all esterno da una o più fossae fastigate (fossati) con torri poste ai lati o a fianco delle porte d entrata, nonchée clavicolae (ripari a forma di mezzaluna), il forte garantiva una perfetta difesa ed una sede piuttosto confortevole per le truppe, tanto che Tacito affermava che esso era il focolare e la casa del soldato (Historiae, ). Ecco perché riteniamo che, sia a Col Palotto che a M. Croce, eventuali indagini dovrebbero andare oltre il perimetro fortificato, cioè estendersi anche nelle immediate adiacenze, alla ricerca di una necropoli. Infatti nel periodo romano era proibito, per motivi igienici o pericolo d incendio, seppellire o cremare i defunti all interno degli abitati, vale a dire nelle mansiones e nei castra o altri luoghi fortificati in virtù delle leggi stabilite dalle XII tavole promulgate fin dal 450 a.c.: hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito. Quindi i legionari defunti in questo luogo, sia fossero di passaggio o di presidio, potrebbero essere stati inumati nelle vicinanze, all esterno del castra. Di solito le necropoli erano situate a poca distanza dai bordi delle strada per permettere ai viandanti di notare le tavole in legno o pietra (lapidi) e ricordarli. A M. Croce i morti potrebbero essere stati sepolti presso la porta decumana, cioè quella proveniente da Padola. A questo proposito Sergio De Bon avrebbe individuato in queste adiacenze un piccolo sito che per la particolare conformazione della cotica erbosa che lo compone potrebbe essere stato il luogo ove si facevano le pire per la cremazione. Infine una riflessione: se oggi dell ingegno dei costruttori e degli architetti romani rimangono monumentali testimonianze sparse un po dappertutto, il potente esercito romano può affidare alla storia solo pochissimi reperti archeologici, di cui i campi e le fortezze sono i più cospicui. Più importante che mai quindi l analisi di questi due siti cadorini per migliorare le attuali conoscenze sulla macchina militare romana.

16 16 Ottobre Unanime lʼapprezzamento del mondo accademico per il prof. Ing. Ivo De Lotto Eʼ ISCRITTO NELLʼALBO DʼONORE DELLA MAGNIFICA FU MISSIONARIO IN INDIA Il De Lotto, originario di S. Vito di Cadore, dove ha trascorso il periodo scolastico dalle elementari al liceo, ha concluso la sua brillante attività allʼuniversità di Pavia Il settembre scorso, alla facoltà di ingegneria dell'università di Pavia, nel corso del colloquium ticinense" in onore del prof. Ing. Ivo De Lotto, che con l'anno accademico 2011/2012 ha concluso la sua attività didattica, colleghi e ricercatori gli hanno porto un grato saluto, rievocando i vari campi di ricerca da lui esplorati e le posizioni istituzionali occupate. I contributi succedutisi nel corso dell'incontro, raccolti in un volume, hanno illustrato la sua visione innovativa nel concepire progetti di ricerca, ottenere i finanziamenti, guidare i gruppi di lavoro e in generale organizzare la vita universitaria, facendo rilevare come la sua presenza abbia costituito esempio, incoraggiamento e indirizzo per i giovani. Al discorso di apertura del rettore prof. Angiolino Stella, hanno fatto seguito gli interventi di: Erol Gelenbe, ex collaboratore ricerca CIOC, Imperial College London, su Energy Packet Networks: le reti adattative per il rifornimento ottimo dell'energia elettrica; Paolo Tiberio ex direttore CIOC, Università di Modena e Reggio Emilia, su Il Centro di studio per l'interazione operatore-calcolatore ; Stefano Levialdi - ex ricercatore GNCB, su Ricordando la cibernetica; Alberta Ghirardi - ex direttore del Centro di calcolo del CISE e Giorgio Valle, Università di Milano, su Il progetto COLD ; Marco Ferretti, Università degli Studi di Pavia, su Dirigere un Centro di Calcoli Numerici per vent'anni: una sfida professionale; Antonio Cantore - ex direttore CILEA, su Un centro di calcolo consortile per l'università; Franco Filippazzi - ex dirigente Honeywell, su Il progetto HUSPI ; Mario Italiani, Università degli Studi di Milano, su Ivo De Lotto presidente di A.I.C.A.; Ugo Montanari, Università di Pisa, su Il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l'informatica: Presente e Futuro; Virginio Cantoni, ex Preside Facoltà di Ingegneria, Università di Pavia, su Pavia: quarant'anni della facoltà di ingegneria e degli studi di informatica. L'incontro si è concluso con la Lectio Magistralis dello stesso prof. De Lotto: Dal flip-flop alla computer ethics. Nato a Sezze (LT) l' , rientrato qualche anno dopo con la famiglia a San Vito, paese dei suoi genitori, Ivo De Lotto vi trascorre tutto il periodo scolastico: dalle elementari, alle medie e ginnasio presso l'istituto Dolomiti dei Padri Cavanis, al Liceo nell'istituto Antonelli di Cortina. Allievo, dopo la maturità classica conseguita al Liceo-ginnasio statale Marcantonio Flaminio di Vittorio Veneto, del collegio universitario don Nicola Mazza di Padova, si laurea colà in Ingegneria elettrotecnica. Da una scheda del Rotary Club di Pavia - Sezione Ticino, di cui è socio dal 1985 e governatore in carica per il biennio , si può desumere il seguente straordinario curriculum. Laureato in Ingegneria elettrotecnica a Padova nel 1958, ha lavorato presso NUCLIT (realizzatrice ad Ispra, VA, nel 1959, del primo reattore di ricerca in Italia), EURATOM, CISE, CNR, Università di Bologna e Pavia, interessandosi di elettronica strumentale, processi stocastici, progettazione con l'ausilio del calcolatore, interfacce calcolatore-persona, calcolo parallelo, elaborazione di segnali e immagini, robotica, simulazione numerica, pubblicando oltre 200 lavori, per lo più su riviste e atti in convegni internazionali. Libero docente in elettronica applicata (1965), ordinario di calcolo elettronico presso la facoltà di ingegneria dell'università di Pavia (1971) e da allora decano dei docenti di informatica, ha tenuto i seguenti insegnamenti: elettronica nucleare, strumentazione elettronica, calcolo elettronico, reti logiche, intelligenza artificiale, grafica 3D. Ha diretto e/o presieduto il Gruppo Nazionale di ricerca cibernetica e biofisica del CNR ( ), il Centro interazione operatore calcolatore del CNR ( ), il Consorzio interuniversitario lombardo per l'elaborazione automatica ( ), il Centro di calcolo dell'università di Pavia ( ), la Facoltà d Ingegneria di Pavia, il Consorzio interuniversitario nazionale di informatica ( ), la Facoltà di ingegneria di Pavia ( ), l'associazione italiana per l'informatica e il calcolo automatico ( ), le attività di ricerca e didattiche dell'università di Pavia, sede di Mantova ( ). Direttore di istituto, di dipartimento, di scuola di dottorato, di consiglio didattico, dal 1968 consulente dei ministeri per l'università e per le attività produttive per progetti di ricerca industriale, rappresentante del Ministero per l'università presso OC- SE e NATO, membro di varie commissioni ministeriali, ha ricevuto nel 1988 la medaglia d'oro quale benemerito della scuola, cultura ed arte. Il mensile Il Cadore, ricordando la sua presenza nel salone della Magnifica Comunità per l'iscrizione nel libro d'onore 2010, è lieto di poter aggiungere al solenne apprezzamento confermatogli dal mondo accademico le più vive felicitazioni dei suoi concittadini ed il ringraziamento per avere fatto anche a tutti loro onore con il suo alto magistero, unanimemente riconosciuto, nella scienza e nella vita professionale. Giuseppe De Sandre Lʼesemplare figura del gesuita fraʼ Rubelio Calligaro di Lozzo Una vita dedicata ai derelitti Dopo 70 anni di professione religiosa muore a Bangalore nel 2008, serenamente come era sempre vissuto Tratteggiare un profilo di un personaggio come fra Rubelio Calligaro Nodaro di Lozzo è cosa, da un lato, complessa data la longevità del religioso e la sua lunga, multiforme attività espletata in terra di missione, mentre, sotto un altro aspetto, risulta facile parlare del nostro esemplare concittadino considerata la semplicità dell uomo e la linearità di vita interamente vissuta secondo la regola dell ordine dei gesuiti, regola abbracciata da giovane e praticata con entusiasmo ed ammirevole coerenza fino alla fine. Rubelio Calligaro nasce a Lozzo il da Santo e da Valmassoi Cristina e manifesta subito una forte personalità ed un carattere gioviale e socievole che gli facilita, nell ambiente paesano, l instaurazione di solidi rapporti umani; è giovane pieno di vita, allegro, che non disdegna la partecipazione alle feste e si fa ben volere da tutti per la sua grande simpatia e disponibilità. Nessuno, in quegli anni, avrebbe potuto immaginare che in lui covasse la vocazione religiosa, tanto il suo modo di fare era alieno da seriosità e da problematiche esistenziali. Nel giovane la poliedrica personalità e la brillante prospettiva di una vita laicamente usuale con la conseguente formazione di una famiglia tutta sua (oltre tutto, si trattava di un giovane dalle belle sembianze!) costituivano, evidentemente, soltanto un aspetto esteriore che obnubilava, in chi gli viveva accanto, ogni ipotesi sull insorgere di una autentica vocazione alla vita consacrata. Rubelio aveva 20 anni quando fece la sua scelta definitiva entrando, quale novizio, nell ordine dei seguaci di S. Ignazio di Lojola, vestendo l abito religioso il La partenza per l India avviene nel 1948 ed il sub-continente asiatico sarà la sua terra di adozione per l intera sua vita. La vita di missione, specialmente nei primi anni, sarà contraddistinta da difficoltà di ogni genere, da incognite, pericoli insidie e vicissitudini inenarrabili; sarà comunque una esistenza affrontata con spirito autenticamente missionario, con quella serenità, giovialità e, soprattutto, fiducia nella Provvidenza che avevano sempre contrassegnato la vita di Rubelio fin dai primi anni in quel di Lozzo. E del primo periodo la stretta collaborazione con il vescovo Mons. A. Patroni, avente giurisdizione sulla diocesi di Calicut. Nel 1951 il giovane missionario passa al noviziato della medesima grande metropoli e qui svolge mansioni le più disparate per diversi anni. Nel 1956 troviamo fratel Rubelio a Bangalore presso il Mount St Joseph, poi il nostro passa nel 1966 alla scuola St Joseph della stessa Bangalore. In tutti i luoghi della sua operatività in terra d India, fra Rubelio dà sempre dimostrazione del suo inconfondibile tocco di serenità, giovialità, cristiano ottimismo e incondizionata fiducia nell aiuto divino, tutte doti che lo hanno fatto sempre amare da generazione e generazioni di studenti, di neofiti, di derelitti e diseredati di ogni credo. La sua opera, oltre alla meticolosa cura delle pratiche di pietà e della liturgia, lo ha sempre visto impegnato in campi e discipline le più variegate: è stato responsabile dell infermeria, sovraintendente dei confratelli e dei domestici, ha svolto attività di sarto, idraulico, artigiano in vari altri mestieri, ha curato il dispensario dei poveri, è stato incaricato delle visite a domicilio dei catecumeni e degli indigenti sparsi in una vastissima area della missione affidata all ordine. In occasione del giubileo di diamante (60 anni di professione religiosa!), l annuario del St, Joseph s Boys high School di Bangalore riporta, fra le sue pagine, la cronaca dei festeggiamenti di fratel Rubelio da parte di confratelli ed ex allievi. E una ammirevole dimostrazione di affetto per lui che ha Giuseppe Zanella

17 10 Ottobre Eʼ TORNATO AD ABBRACCIARE LE SUE MARMAROLE Lʼalpinista ungherese Marcel Jankovics è stato ricordato a Auronzo nei 110 anni della sua prima salita sul Campanile di S. Marco Per riannodare i fili della memoria, Auronzo ha voluto dedicare a Jankovics una giornata di studio per festeggiare i 110 anni della salita su questa cima delle Marmarole, battezzata da lui Campanile di S. Marco E singolare constatare come agli inizi del secolo scorso l intero arco delle Dolomiti Cadorine risultasse al centro di interessi davvero contrastanti ed improntati a visioni della vita e della civiltà umana diametralmente opposte. Da una parte infatti si assisteva ad una puntigliosa preparazione alla guerra contro l Austria, portando il più in alto possibile uomini e cannoni ed affinando continuamente gli strumenti di difesa ed offesa. Dall altra invece si sviluppava vieppiù un turismo internazionale, fatto di alpinisti di mezza Europa, animati solo da intenti pacifici ed interessati non già alle linee di frontiera, bensì solo alla cultura italiana e alle bellezze, per così dire universali e cosmopolite, delle nostre montagne. Era ancora un turismo chiaramente d élite, ma foriero già di una concezione moderna dell Europa, insofferente di confini e dogane ed aperto piuttosto al dialogo, al confronto, all amicizia. In siffatto contesto vien quasi da sorridere pensando come davanti a tale afflusso di tedeschi, austriaci ed ungheresi i nostri servizi segreti e tutte le stazioni dei Carabinieri in Cadore fossero mobilitati per stornare il pericolo di spionaggio nemico, tanto è vero che anche innocui turisti stranieri in giro con macchine fotografiche venivano scambiati spesso per potenziali osservatori nemici. Un timore in fondo giustificato, se si pensa che già nel 1896 il servizio informativo austro-ungarico era in grado di pubblicare piantine e schizzi dettagliati di tutte le nostre fortificazioni in Veneto e Friuli. Ma non era certamente questo il caso dell ungherese Marcell Jankovics, nato nel 1874, grande alpinista ed intellettuale, che nel 1902 salì in prima assoluta il Campanile di S. Marco nelle Marmarole assieme alle guide Antonio Dimai Deo e Pietro Siorpaes, consigliategli dalla guida Pacifico Zandegiacomo Orsolina di Auronzo. Ancor oggi è difficile quantificare le salite da lui effettuate sulle Dolomiti, ma furono senz altro moltissime, come dimostrato dalla stima ed amicizia che per tutta la vita egli mantenne con diverse guide cadorine ed ampezzane. Per riannodare i fili della memoria, Auronzo ha voluto dedicare a Jankovics in agosto una giornata di studio e di festa in occasione speso tutta la sua lunga esistenza nella cura e promozione religiosa, civile, sociale delle comunità indiane presso le quali l Ordine gesuitico aveva inviato il nostro a fattivamente operare. Sono pagine che trasudano stima, riconoscenza, affetto sincero per chi molto ha dato senza mai venir meno ai molteplici compiti e mansioni assegnate alla competenza, versatilità e, soprattutto, alla bontà di fratel Rubelio. Particolarmente toccante leggere ciò che di lui scrive l ex allievo del St. Joseph, tale Ollapally quando paragona padre Rubelio ad una delle quattro stagioni, esattamente l autunno. Dice testualmente l autore: Amiamo la primavera, ma è troppo giovane, amiamo l estate, ma è troppo rigogliosa. Amiamo soprattutto l autunno, perché le sue foglie sono un po gialle, il loro tono è più dolce, il colore più ricco. La sua pienezza dorata non parla dell innocenza della primavera e neppure della forza dell estate ma della dolcezza e della discreta saggezza dell età che avanza. L autunno conosce i limiti della vita ed è contento; tu, fra Rubelio, sei l autunno della vita di un allievo del St. Joseph!. Trovo che un tale scritto sia il giusto coronamento di una vita spesa nell amare il Creatore e, di riflesso, le Sue Creature, meritato suggello per chi ha bene operato nella vigna evangelica. Sono parole che sottolineano la centralità e l importanza che la bella figura del religioso lozzese ha rivestito in quella catecumenale realtà missionaria. Sono parole che costituiscono e racchiudono il senso di una intera vita donata con gioia agli altri. Si tratta di un vero epitaffio sulla tomba di un novello Ermagora che ha saputo essere fedele propagatore del Vangelo di Cristo. Fra Rubelio riuscì a celebrare anche i 70 anni di professione religiosa. Ha concluso la sua operosissima esistenza, assistito dai confratelli, serenamente come serenamente era sempre vissuto, a Bangalore il e lì riposa nella pace di Cristo. Lozzo, che gli ha dato i natali, è fiera di Lui ed ha dedicato una strada a ricordo dei Missionari del paese, in particolare proprio di Fratel Rubelio e del suo amico fratel Giusto Calligaro Ferino. Marcel Jankovics (sopra) e il Campanile di San Marco sulle Marmarole dei 110 anni della sua salita al Campanile di S. Marco (1902), battezzato con questo nome dall ungherese che poche settimane prima era stato a Venezia ed aveva visto il simbolo della città crollato e ridotto in macerie. Così nel pomeriggio di sabato 19 agosto c è stato in Municipio l incontro tra l Amministrazione comunale guidata dal Sindaco di Auronzo Daniela Larese Filon con una delegazione ungherese composta da János Kubassek, direttore del Museo Geografico Nazionale di Ungheria, dal dr. Norbert Stencinger e dal Presidente dell Associazione italo-ungherese del Triveneto Katalin Szabó. Gli onori di casa sono stati fatti da Bepi Casagrande che ha coordinato una serie di interventi sulla vita di questa singolare figura di alpinista, parente di Lajos Kossuth, innamorato delle nostre montagne e cantore soprattutto delle bellezze di Misurina. Di professione faceva l avvocato, parlava sei lingue, tra cui il latino e l italiano, e fu più volte nel nostro paese. Per l occasione è stata tradotta in italiano la relazione preparata da Kubassek, mentre Mario Spinazzè ha presentato le sue ricerche sulle numerose salite compiute dall ungherese sulle cime cadorine ed ampezzane. Sono intervenuti inoltre Massimo Casagrande, presidente della Sezione C.A.I. di Auronzo, rappresentanti di altre sezioni venete, tra cui quelle di Venezia e Padova, nonché guide alpine ed alpinisti di ogni età con ricordi e testimonianze storiche sul personaggio e sulla via da lui aperta. Si è parlato pure della pesante campana (recante il motto Ti con nu, nu co ti ) portata anni fa in cima, ma priva ancora di un adeguato supporto. La sera in Piazza S. Giustina, davanti ad un folto pubblico e sempre alla presenza della delegazione ungherese, è stato proiettato poi un filmato realizzato da Francesco Cervo e dedicato alla salita dell ungherese con le due guide, in una puntuale e suggestiva ricostruzione storica, coi costumi e le attrezzature tipiche dell epoca. Il Corpo Musicale di Auronzo, diretto dal Maestro De Rigo, ha allietato la serata con un breve concerto e gli uomini del soccorso alpino hanno simulato operazioni di soccorso scendendo più volte in corda doppia dal campanile di S. Giustina. Ha chiuso la serata Alessandro D Emilia che si è esibito, dal vivo e in filmati appositamente preparati, nella sua specialità, lo slacklining, ovvero il passaggio acrobatico su corda stesa tra due cime di montagna: uno spettacolo mozzafiato, di grande suspence e spettacolarità. Tra la delegazione ungherese, l Amministrazione comunale e il Consorzio Auronzo Misurina sono stati scambiato dei doni e dei ricordi di questa bella giornata, ma soprattutto sono state poste le basi per un ulteriore collaborazione futura, in grado di gettare nuova luce sulla storia alpinistica delle Dolomiti. Una storia che per molti versi è ancora da scrivere proprio per i troppi decenni di gelo e reciproco sospetto indotti da una cortina di ferro calata tra Europa dell Est e dell Ovest ed ancora una volta più attenta alle ragioni della guerra e della politica piuttosto che a quelle della pace e della cooperazione internazionale. Walter Musizza Giovanni De Donà

18 18 LIBRI - PITTURA Ottobre ANCHE ZOPPE HA IL SUO VOCABOLARIO Il vocabolario, scritto da Ermanno Livan e curato da Gabriele Livan, ha richiesto ai suoi autori lunghi anni di ricerca Gabriele Livan nche l Union dei La- de Zopè ha il Adign suo vocabolario. E stato presentato al pubblico il 5 agosto e si intitola Vocabolario della parlata di Zoppè di Cadore, scritto da Ermanno Livan e curato da Gabriele Livan. Si tratta di un opera immensa e difficile che ha richiesto ai suoi autori lunghi anni di ricerca per munirsi di quelle competenze specifiche e necessarie alla realizzazione di un vocabolario. Non per niente il lavoro, cominciato una trentina d anni, ha visto la luce solo ora. Intorno al 1980, ha raccontato Pompeo Livan, l Union dei Ladign de Zopè cominciò a fare qualcosa ma la questione apparve subito complicata così venne passato il materiale al maestro elementare Ermanno Livan. Egli vi lavorò con caparbietà e passione fino a una decina d anni fa quando si avvalse dell aiuto del figlio Gabriele, da sempre interessato alla linguistica e al dialetto locale. Il primo problema, ha spiegato Gabriele Livan, fu quello di riversare su supporto informatico tutto ciò che papà aveva scritto a macchina. Siccome mio padre aveva 80 anni e con il computer non aveva nessuna dimestichezza, mi offrii di fare questa operazione meccanica. Nel farla cominciai una prima revisione del testo. Ho discusso con lui le cose poco chiare e che potevano essere migliorate. Per molti anni quindi abbiamo fatto un lavoro in comune finché non è stato più possibile: a causa di problemi alla vista, mio padre non riuscì più né a leggere né a scrivere. Ho quindi cercato di finire la revisione sempre congiuntamente a lui. Abbiamo lavorato insieme fino a poco prima che lui morisse. Il mio ruolo è stato quello di curatore: il 99% di quello che aveva scritto mio padre è quindi rimasto e il vocabolario è la sua raccolta. Alla fine ho avuto la fortuna di avere l aiuto del dialettologo professor Enzo Croatto. La particolarità di questo dialetto, ha detto Enzo Croatto, è che è un dialetto di confine in cui si risentono gli influssi delle due vallate, quella del Maè e quella del Boite. L isolamento l ha reso poi più arcaico. Probabilmente un tempo in Cadore si parlava come oggi a Zoppè, poi il territorio si è venetizzato. Il dialetto più simile a quello Enzo Croatto Nelle oltre 500 pagine ci sono testimonianze di un modo antico di vivere e i soprannomi di famiglia di Zoppè è forse quello di Selva di Cadore: credo esista una specie di fascia di parlate attorno al Pelmo. Zoldo, Zoppè e Selva costituiscono una specie di gruppo di dialetti molto simili e legati tra loro. Al pari di Selva, il ladino di Zoppè viene definito dal Ronzoni una parlata oltremontana impossibile da classificare sotto un unica etichetta. Un vocabolario è quindi importante perché nelle parole sono racchiuse le ricchezze di un popolo e da qui si può partire per studiare ancora. Ciò che si augurano gli autori nonché il sindaco di Zoppè di Cadore Renzo Bortolot, è che il vocabolario non rimanga chiuso sugli scaffali ma venga utilizzato e riconosciuto come un patrimonio comune che deve essere conservato e parlato. Sfogliando qualche pagina però si nota già che il ladino di adesso non è più quello dei vecchi : è tuttavia importante che questo vocabolario ci sia perché le persone che ancora possono raccontare (per averle vissute) certe cose, stanno scomparendo. Nel vocabolario, di oltre 500 pagine, ci sono inoltre testimonianze di un altro modo di vivere e i soprannomi di famiglia accompagnati da alcuni disegni. Sulla copertina il monte Pelmo in bianco e nero ricorda che il tempo passa e con esso le memorie e i ricordi, degni d essere conservati come ghiacciai tra le rocce prima che si sciolgano e scompaiano. Irene Pampanin LA CORISTA Irma è una donna minuta ma ha una voce discretamete buona, da soprano. Appena lʼorganista attacca, lei parte e canta... Lungo la valle del Boite c è un delizioso paesino, arroccato a 1200 metri di altitudine: vecchie case di pietra attaccate ai loro fienili, asserragliate da costruzioni nuove con le imposte chiuse per la maggior parte dell anno, orti e giardini rigogliosi, una bella chiesa su uno spuntone di roccia a dominare la valle. Qui abita Irma. Irma è una donna minuta, capelli grigi arricciati dalla permanente, occhi piccoli, scuri e vivi, da topolino, naso aquilino, bocca piccola e stretta come una fessura. Cammina a piccoli passi, con una falcata corta ma veloce, come se avesse una gran fretta di andare chissà dove, dondolando tutto il corpo e girando di qua e di là la testa alla ricerca dello sguardo della gente. E timida, di una timidezza oserei dire irrispettosa per quella sua voglia che ha di poter parlare con qualcuno. Buongiorno e si ferma, bloccando il passo alla vittima di turno, aspettando una parola, un segno per dire quello che lei aveva già in mente di esprimere, ma non osava, considerandolo troppo banale. E poi, via, un torrente irrefrenabile di parole, per cui riesce difficile alle persone sganciarsi con tatto e gentilezza. Fa parte del coro della parrocchia, ruolo che prende molto sul serio. La domenica mattina si piazza, assieme alle altre quattro coriste, tutte donne, a lato dell altare accanto all organetto. Ha una voce discretamente buona, da soprano, ma con toni un po troppo alti. Appena l organista da il la, lei parte, canta sottolineando con gesti di assenso del capo la musica. Le altre coriste arrancano, cercano di seguirla, sbavando in stonature più o meno evidenti. Talvolta qualcuna la supera e allora con un occhiataccia la rimette a posto e la malcapitata si blocca, con il canto strozzato in gola, come un rigurgito mal trattenuto. Alla fine dell esibizione dà di gomito alla vicina, scuote il capo: Non sa cantare. Vive sola, la sua esistenza scorre tranquilla e monotona, senza sussulti in attesa della domenica e di qualcuno con cui parlare. Una figura risibile se non addirittura insignificante, ma se la guardiamo con gli occhi del cuore, in fondo è una piccola anima che soffre tremendamente di solitudine, che chiede e pretende un po di affetto, una parola, un sorriso che rischiari le sue lunghe giornate. Lei in cambio regala la sua voce, il suo canto, lasciamo stare se non è perfetto, è comunque il suo dono, il meglio di sé. Emi Boccato TRA FIABA E REALTA LE FIGURE SOSPESE DI FRANCA VECELLIO L estate cadorina anche quest anno ha presentato piacevoli eventi legati all arte, notevoli le mostre di pittura fra cui ricordiamo quella dell artista Franca Vecellio allestita presso lo Angolo cultura dell albergo Al Sole di Pieve di Cadore. La pittrice nota per le figure sospese tra fiaba e realtà, ha presentato una serie di opere legate al mondo dell infanzia, alle amicizie, ad eventi vissuti accanto alle persone care, il tutto caratterizzato da una scelta cromatica molto particolare. Ma non solo, le cascate di fiori che attorniano le figure lasciano intravedere la delicatezza del suo essere. La vivacità dei colori sottende l animo delicato dell artista, le sue trepidazioni ma anche il suo afflato con gli individui ed i luoghi che l attorniano. Il suo sguardo, le sue parole garbate ma decise, il sorriso che ti conquista: peculiarità che le sono proprie e che si manifestano specialmente nell ambiente montano, a Croda, ove ama dipingere e dove, dopo la dipartita del consorte pensava di non riuscire più a creare quelle immagini plasmate dalla sua vivacità. E poi i ricordi, ricordi del primo giorno di scuola, di una soffitta, della nonna di Pelos, un percorso di vita ma anche di affetti e di benevolenza, quella che anche noi proviamo nei suoi confronti. Ivana Francescutti

19 10 Ottobre Da Cibiana a Buenos Aires e ritorno, dopo ventisette anni. Questo il cammino esistenziale di Renata Olivotti, ormai stabilitasi da tempo nel paese natale, dove alterna il lavoro a Longarone all attività artistica, coltivata nei momenti liberi: pochi, ma cercati e perseguiti con tenacia e passione. L abbiamo incontrata, sul finire dell estate, nella sua casa di Cibiana di Sotto, affacciata sul verde e sulla maestà del panorama roccioso. Renata, a che età aveva lasciato il paese? A quindici anni, per seguire la famiglia. I miei erano gelatieri. L inizio non era stato facile. In Argentina ho iniziato a frequentare dei corsi di disegno, ho avuto la fortuna di incontrare dei bravi maestri: artisti come Oscar Carballo e Giorgio Santamaria, che avevano la capacità di indirizzare gli allievi, aiutandoli a individuare un loro stile, le loro autentiche attitudini. Erano persone libere, slegate da correnti di potere, forse per questo non hanno avuto la risonanza che avrebbero meritato. Ma averli conosciuti e frequentati, per me, è stato importante. Come era nata la passione per la pittura? Da ragazzina rimanevo piuttosto appartata, non avevo imparato né a cantare né a ballare, così amavo mettermi a disegnare, in un angolo, da sola. Lì riuscivo a trovare una dimensione di tranquillità, la possibilità di esprimermi. Credo abbia influito, tuttavia, il fatto che lo zio materno Gian Battista De Zordo era scultore di professione. Aveva operato più che altro a Bergamo, realizzando qualcosa anche per il duomo di Milano. A Cibiana esiste qualcosa di Gian Battista? Sì, il bassorilievo in marmo collocato all esterno della chiesa principale, scolpito nei suoi ultimi anni di vita, quando era rientrato in paese. Raffigura una Madonna col Bambino, un immagine molto dolce. De Zordo lavorava sia il marmo che il bronzo. E lei, Renata, quando è tornata dall Argentina? Nel 1991, con mia madre, dopo la morte di mio padre. Dal punto di vista artistico, dopo l inizio avvenuto all insegna del surrealismo, mi ero orientata soprattutto verso una mia personale fusione fra l espressionismo e una sorta di stilizzazione geometrica, un po alla Mondrian. Ma i miei riferimenti sono stati più d uno, ad esempio Kandinski, Gauguin, Picasso, Braque. Quanto le mancano gli stimoli offerti da una grande città come Buenos Aires? Lì, indubbiamente, le possibilità di conoscere e aggiornarsi sono ben diverse, come è facile immaginare. Ma ho fatto abbastanza presto ad ambientarmi e riadattarmi anche a Cibiana, grazie soprattutto alla riscoperta del silenzio, della sua magia. Quando trova il tempo per dipingere? Eʼ ritornata al silenzio di Cibiana, lì può relizzare le sue scomposizioni pittoriche della figura umana LA PITTURA MI AIUTA A VIVERE MEGLIO Ho iniziato allʼinsegna del surrealismo, poi mi sono orientata fra lʼespressionismo e una sorte a di stilizzazione geometrica, alla Mondrian Cosa sarebbe importante per il Cadore? Per quanto possibile, unificare i Comuni Spesso arrivo tardi la sera, dopo i turni di lavoro a Longarone. E non è facile trovare l energia necessaria. Tuttavia cerco di utilizzare al meglio i momenti liberi. Finora ho esposto soprattutto sul territorio, in particolare a fianco di Carlo Baggio e Mario Testa. E poi sono inserita in organizzazioni assai attive, come i Passpartu cadorini e l associazione Arte Comelico. Renata, come definirebbe la sua pittura? Non è facile sintetizzare in poche parole. Direi che le mie sono figure di donna che si vanno perdendo nel paesaggio. Realizzo una sorta di scomposizione della figura umana, che immagino come una parte del tutto che ci circonda: la terra, le piante, l aria, ogni cosa appartiene alla realtà della nostra esistenza. Dipingo a olio, cercando l intensità e insieme la delicatezza dei colori. Parliamo della vita in Cadore. Quali cambiamenti ha notato, dopo il suo rientro da Buenos Aires? Credo di poter dire che a Cibiana non esiste più l unione fra le persone, come un tempo. Si è un po perso lo spirito di solidarietà. Quando ero bambina e ragazzina la gente cantava, oggi è ben difficile che ciò si verifichi. Non avevamo svaghi particolari, ma si passavano le sere a giocare, anche in casa, magari in spazi molto ristretti. Lo spirito delle persone era diverso. Non è una critica, la mia, ma piuttosto una constatazione. Magari si baruffava, anche, ma senza smarrire un sottofondo di affettività. Se lei avesse poteri decisionali, in che direzione si orienterebbe? Non mi occupo di problemi politici, non saprei rispondere. Dico solo che in Cadore sarebbe importante, per quanto possibile, unificare i Comuni. Realtà amministrative formate da cinquesei dei Comuni attuali avrebbero più forza contrattuale. E poi esiste una certa differenza fra il Cadore in senso stretto e il Comelico. In che senso? Il Comelico ha saputo mantenere una sua tradizione, anche edilizia, è rimasto più autentico. Il Cadore è diventato invece troppo uniforme. In fondo, oltre alla piazza di Pieve e a pochi altri punti caratteristici, non è rimasto molto. Anche la frazione di Cibiana di Sotto ha saputo mantenere una sua identità, ma nell insieme mi Renata Olivotti sembra che il Cadore abbia un po perduto la sua anima originale. Per i singoli, tuttavia, rimane sempre la possibilità di rimanere se stessi. Non può che essere così. Per quanto mi riguarda, ad esempio, la pittura mi aiuta a vivere meglio, a conservare ed esprimere la mia personalità, anche se derivata da una mescolanza di culture, per via della lunga permanenza all estero. Così, nel silenzio di Cibiana, posso continuare a scomporre le mie figure, isolandole e facendole poi rientrare, attraverso la forza dei colori, nello spazio circostante. Antonio Chiades FROL, UN QUADRO DA FOTOGRAFIA Appassionato di fotografia reflex, Franco Olivieri fin da giovane prediligeva ritrarre i particolari di volti, cose e panorami, soprattutto quando un raggio di luce dava loro splendore. Non so se egli abbia mai preso in mano i pennelli, certamente l anima da artista ce l ha se si guardano le sue elaborazioni fotografiche: autentiche tele dove il nostro occhio si posa laddove difficilmente si sognerebbe di farlo a contatto con il soggetto reale. Guardate lo scorcio di piazza Tiziano qui a fianco (e immaginatela all originale), non vi ispira quel senso di possente antico ma anche di romantico, tante volte sottovalutato passandoci? Osservate il quadretto bucolico in copertina con quel sorgo palpabile, e non vi sembra d essere piombati in un autunno d altro secolo? Quando si è dato alla digitale, a Franco è venuta l idea di trasformare le fotografie in quadri e disegni, sempre prediligendo i particolari, foto come quadro da incorniciare ed esporre. Ecco dunque fra le sue opere esposte nelle Lʼelaborazione fotografica può considerarsi arte? Se oltre la tecnica cʼè passione e cuore, allora diventa un quadro da appendere varie mostre che ha tenuto, in Cadore più che a Belluno, una rivisitazione dei mestieri di Valle, colta nei risvolti più profondi e umani dei volti e degli scorci, scorci e panorami naturalmente anche di altri paesi che vengono catturati e riproposti con la stessa tecnica; suggestive poi le foto elaborate in bianco e nero dove l occhio si sofferma proprio su quei particolari che l autore vuole mettere in risalto; ecco fra le opere esposte quel paesaggio di campagna e quell orto visto dalla finestra, che suscitano sensazioni di appartenenza, di tranquillità bucolica, quei panni stesi indicatori di vita familiare e della manualità di un tempo. Lui clicca, sceglie, elabora senza stravolgere. Taluni potrebbero dire: oramai con la macchina digitale e Photoshop si fa di tutto. Bisognerebbe rispondere che con passione e cuore si riesce in tutto. Ma mica Franco Olivieri tutti li hanno! E poi, come dice lui, o piace, o non piace. Ritorniamo a Franco Olivieri, Frol per gli amici artisti, e mettiamo già qualche dato anagrafico. Veneziano, è da 40 anni in Cadore dove si è sposato con una cadorina andando ad abitare a Venas. Ma come ha iniziato questo genere? Racconta Olivieri di aver visto foto di questo tipo su Internet e di essersene innamorato, così ha provato a tracciare una sua strada: Fotografando con la digitale come si deve, lavorando a computer su chiari e scuri estraendo i particolari, senza l ausilio di Photoshop. Ed ecco qui il risultato, che m entusiasma ed ha avuto i favori di pubblico e della critica. Sì, forse la sua produzione dovrebbe essere più robusta, dovrebbe esporre più opere, ma Frol è ancora nella fase di saggiare il gradimento del pubblico. Però ha anche voglia di dire molto con quest arte tecnologica. Tony Cardel

20 20 Cadorins a cura di FRANCESCA LARESE FILON Inte chesto sfoi se dora la grafia de l Istituto Ladin de la Dolomites I ULTME CADORINS CH SE SENTE LIEDE A LA SO TERA I né gnu fora a Torino ma fila zal organisé incon- un libruto, scrito da nascuance d cöi ch era sindude dal Cadore e da la provinzia de Blun zi ane Trenta e Zincuanta dal secul passó, intitoló Storia di un popolo in una comunità. Bel zal titul s capis che sta dente se sente da esse partida da poste gno ch i era parte dun popul dla montagna e inà dó al so contributo par föi crösse e svilupé na zité com Torino zi ane dal svilupo dl economia e dl ingrandimöinto tre, feste, gite e tgni i contate aped chi nascuance che n vö perde el radis zla tera da gno ch i è partide. Zal libro s parla dl emigrazion di blunates in Italia e zal mondo e dopo s conta dal raporto intrà cöi ch iné dla fabrica d machine, la emigrede in Fiat dla famöia Agnelli. I tance ch inà lassó i so pöide par dì a stà in zité zun chi ane, ne n à mai perso la voia da tornà, ma anche inà mantgnù el liadure ströinte aped i paesane ch era là zun cal baro de dente ch gnee da duta Italia. Eco alora ch era nassude el Famöi gno ch se cetaa la dente dle stösse valade. Par tance ane a Torino iné stada in pes la Famöia cadorina, ma dopo ch i pi veces iné morte e i dogns n se sintii pi da frecuentà ste riuniogn, iné stada fata snoma una associazion de duce i blunates d Torino e ades s ciama la Famöia blunata d Torino. Ma la presenza di cadorins s vöde bel da la presidenza, gno ch iné stada Piemonte e la dente de cla tera ch i à tloste zi so pöide e zle so zites, in particolar a Torino. S parla dl ativité dle varie Famöi su cal teritorio e dle ativites fate par mantgnì la liadura intrà duce i blunates. In particolar s fa riferimöinto a cöi che zla tera dal Piemonte s è fate conosse dapì, come don Luigi Ciotti, ch à fato al Gruppo Abele e iné presidente d Libera; don Adolfo De Col, missionario in Kenya; Giovanni Del Tin, retor dal Politecnico d Torino; Gianfranco Pittarel, diretor dal laboratorio ortopedico dal Cottolengo d Torino; Antonio Barp, editor dla Liberia Cortina; eleta na comeliana da Secondo Moretti, Cianplongo, Fanny pitor. Vögn dopo ricordade Quattre, e gno ch iné un di pi ative sozie, Romano Casanova Crepuz da Costauta, senpro in pri- i sozie ch iné ncamò ative zla Famöia blunata e s menzionöia el generaziogn nove, co la considerazion ch ne n é pi l antares a partecipé al la vita de ste comunites d emigrantes. El nove generaziogn - iné scrito - s è integrede zla nova vita e zla zité gno ch i vive. Conpagnii, amicizie, coleghes d laoro inpis la so vita e iné scarse i colegamöinte con chietre blunates, che n söia i parentes i i vizinantes d ceda. Nassude cadù, n sente conpagn di soi la nostalgia e la lontananza da i pöide da gno ch i gnee e n sente nanche al bisogno da tornà par el vacanze. Al libro se sera con un ringraziamöinto al Piemonte par esse stade azetade a avöi podù lorà e tiré su el so famöi. Un grön numar d fotografii dle riuniogn, di incontre, dle feste, fa de sto libro na bela testimonianza dla vita di emigrantes dal Cadore a Torino. Lucio Eicher Clere hesto no era un vi- de ciasa ma un Csìn de ciasa! Come se fa a desmenteà barba Svual, al vignèa tante ote a ciasa nostra, el ne portaa na nota de alegria, lèra sempre il benvenuto. Col pare i parlaa de vacie, de fière, de fièn, de duto chel che riguardaa le so atività contadine e pastoriazie. Da primavera e dautono el portaa le so bestie fora ten tabià e dute le sere, sempre ala medesima ora, BARBA SVUAL el vedeone pasà a dì a guarnà co la pegna su na spala e te bocia sempre la pipa. Ogni tanto el tiraa pì svelto parchè no la muore. La domegna el pasa vestiu come n sposo, e na roba me e restada te la memoria: le so scarpe ross scuro, sempre lucide come specie. Me penso la festa che paseone quanche barba Svual vignèa a fei su al porzel. Nol volèa che noi tosate se tocie la carne, ma quanche la pasta èra ben mesedada, el ne dasèa n tìn da cosinà par vede se lèra salada polito. La magneone come n balsamo bona barba, bonissima - el vedèa che aveone n cora gola, così al fasèa na balota de pasta, el la metèa te padèla, - proà anche chesta, vuoi èse siguro. Dapò el se fasèa na ridesta, come el savèa fei solo lui. E come no se fa a no pensase chele sere dinverno chel vignèa là ciareou de pome. El tiraa fòra da dute le parte come n - prestigiator, el ne riempia la tola. Reone contente fin che lèra là, nesun i tociaa, ma nol ruaa sul portòn che dute coreone a ciapase chel pi gran. I piasèa ride a barba Svual, ma quanche el contaa algo el stasèa serio, finchè dute avèa ridesto e po el fasèa el so iih, iih, così se ridèa n - cora nota. Le desto da na so parente a dai na ociada a na vacia che lèra magra seca Ottobre MINORANZE LINGUISTICHE: LA REGION TAJA DUTE I CONTRIBUTE an la Region de l SVeneto che dasea contributi par dute le minoranze lingustiche nte l Veneto à descancelou l capitolo de spesa e à lasou a seco la case de dute le asociazion che nte l Veneto se da da fei par mentegnì le lenghe minoritarie. Pì de duto é pedo par i Ladins che i é pì de ma po' é i Germanofoni de Sapada, de l Cansiglio e de l atopian de Asiago e i Furlan de la basa. Se sperea che algo sautase fora co l asestamento de l bilancio ma somea che par sto an se reste dute a bocia suta. Stason vivendo ane de crisi e chel poco che ruea no ruararà pì. I fonde de la Region permetea de stanpà libre su par la storia e la lenga, tegnì apede i musei, idà la publicazion de CD, favorì al teatro fato dorando la lenga minoritaria: tante iniziative che vegnia fate par al pì co l volontariato ma che i s-chei regionali permetea na difusion pì anpia e la promozion nte le scole. Chel che é pedo é che par i ladins se sperea nte l aprovazion de n progeto co i fondi Brancher: ma solo i tre comuni de Anpezo, Fodom e Col é riuside a ciapà i fonde par l Istituto Ladin de Selva. Chi autre no é stade ameteste par n eror de la domanda. A la fin sto an se podarà solo finì fora le robe tacade belo finanziade e bete nte n ciaton le idee nuove. E chesto suziede daspò che le minoranze de le provinzie e de le region visine vede aumentade le tutele. N setenbre la provinzia de Bolsan à festegiou i cuaranta ane de al so statuto de autonomia e Dumwalder, nte l so discorso, à dito che la luoro autonomia à dou benefici a dute chi che sta là. E' desto ben par ladins, taliane e todesche che i à avesto no svilupo de la tutela e n aumento de l economia. Le val de le Dolomiti de luore é diventade tra i poste meo tegneste al mondo e le famee può decide se i so bocie vo dì nte na scola todesca, taliana o ladina. No parlon po de come la dente che vien la vien idada a tacà na atività, a fei su n albergo, a bete aposto ciasa. A poche chilometri da ca é ladins che à avesto nte chiste ane tante oportunità e che à savesto mantegnì lenga e cultura a vantagio de la so' dente ma anche de i vilegianti che ciata tradizion e cultura ben mantegnesta. Anche ca da noi dovarae ese così nte n momento de crisi: solo investendo nte la cultura de la minoranza se può mantegnì la dente à vive casù conbatendo al spopolamento che an dopo an sta fasendo dì via dute i dovin da le nostre val. Anche casù avon de bisuoi de n statuto autonomo che tegne conto che son poche, vivon co l neve tante mes a l an e che se ocupon de mantegnì le nostre val. Avon almanco debisuoi che chel che noi produson reste casù: na autonomia come che i à chi che sta a calche chilometro da noi. Francesca Larese Filon e no la volèa magnà (lèra mèo den veterinario): Alora che diseu de sta vacia? Onde ela? Po, èla cà! Ma chesta ese na vacia? Credèo che sèa le tre ciaure de Lavaredo E su a Monte? Chel dì barba Svual lèra davoi a seà sote el so cason, sul or de na scarpada che e là pasou la strada. La so ciaura era davante a lui che la gustaa lèrba fresca el là vista co le ree su drete e la vardaa ià par la strada. El se a giroù e là era doe persone che vignèa, na femena e n òn. Dal vestì no era dei nostre, lui avèa le braghe celeste e la ciamesa bianca, el se e fermou là a fei fotografie. Chèla femena a continuou fin là da barba Svual. Lè fermada sul cilio de la strada, lavèa na carpeta dàla, nò longa e na ciamesa rossa che lasaa vede metà de le so abondanti proprietà. La ciaura n curiosida, ma sospetosa, la sa vicinou fin an metro da chesta siora. No la se rendèa conto (al contrario de barba Svual) che roba che fose, e al Bongiorno signore, quante volte falciate l erba quassù? l ha tirou la coda su dreta e lèra pronta a dai na cornada. E barba Svual preocupou Tre volte signora, questo è il terzin, si si el terzin, ma stia atenta ai petti. Forse lavèa capiu algo, la siora la sa vardou do par davante e pian pian le desta là dal so on, sempre seguida dal ocio storto de la ciaura. E barba svual e tornou n tin n drio a rangià che prima no lavèa vardou tanto aonde chel seaa Tita De Ina

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