* CONVERSAZIONI SUL GIORNALISMO

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1 * CONVERSAZIONI SUL GIORNALISMO IV^ ed ultima * La Libertà di Stampa Le Conquiste! Le Sconfitte! * Comincerò quest ultima conversazione una breve notizia per molti decenni coperta dal segreto di Stato. Ora non lo è più. Quindi, non c'è violazione. C'è però l'anticipazione di un informazione, finora sconosciuta. Nel settembre del 1943, l allora Governo nazionale scappò da Roma. Si rifugiò a Bari. Da qui, traslocò a Salerno. Una preoccupazione assillava Presidente del Consiglio, generale Badoglio. La traggo dal resoconto del Consiglio dei Ministri: "A proposito della stampa... Badoglio sottolinea la necessità che il Governo avesse sotto controllo almeno un giornale a Napoli, uno in Sicilia e uno in Sardegna oltre all'eiar (la RAI di oggi) e riferisce una conversazione avuta al proposito, con il generale Mac Farlane" (del Quartiere Generale delle Forze Armate Alleate). Il Presidente del Consiglio Badoglio, il Primo Ministro inglese Churchill ed Ivanoe Bonomi a Roma subito dopo la liberazione dalla occupazione tedesca 21

2 Quella frase di Badoglio la dice lunga su come, talvolta, alcuni personaggi dell'esecutivo si comportano nei confronti della libertà di stampa e dell'opinione pubblica. Ma va detto che, già molti e molti anni prima, alcuni uomini politici seguivano lo stesso comportamento. La prima proposta di legge per purgare la libertà dei giornalisti, venne esaminata dalla Camera dei Deputati nella seduta del 20 febbraio Tuttavia, il dibattito parlamentare vero e proprio sulla libertà di stampa si svolse undici anni più tardi. Bozzetto in legno (1900) dell attuale Aula della Camera dei Deputati In quella occasione si manifestarono opinioni pro o contro così elevate, così erudite, così sapienti, la cui validità è, purtroppo, attuale tutt'oggi. Anche nei nostri giorni, assistiamo a tentativi di rimettere sugli altari l'antica "licenza de' Superiori". Ma ancor prima di quel lontano dibattito parlamentare, la libertà di stampa, per affermarsi, aveva dovuto percorrere in Europa un lungo e difficile cammino, ed aveva dovuto pagare prezzi talvolta altissimi. 22

3 In Francia la GAZZETTE DE FRANCE - impressa dall editore Theophraste Renaudat con l'autorizzazione e con il finanziamento del Primo Ministro Armad Jean de Plessis, che altri non era che il famoso cardinale Richelieu - pubblicava solo notizie e comunicati a carattere ufficioso. Il cardinale Richelieu In Inghilterra, il giornalismo si inseriva da protagonista nella lotta politica tra la Casa reale Stuart ed il Parlamento. E' in questa occasione che, per la prima volta, il giornalismo tenta di affermarsi, mentre l'autorità politica cercherà di impedirne talune manifestazioni attraverso la censura. Però, in un successivo breve periodo privo di restrizioni, ci furono alcuni giornali, e giornalisti, che fecero un uso o meglio abuso della libertà di stampa. Per questa ragione, dopo appena pochi anni, fu ripristinata la censura da parte della Camera dei Comuni. 23

4 Frontespizio de IL PARADISO PERDUTO di Jhon Milton. Edizione del 1711 presso la Biblioteca Nazionale Braidense, Milano Un poeta, che amava scrivere sonetti anche in lingua italiana, John Milton - autore de IL PARADISO PERDUTO, opera definita "l'unica grande epopea cristiana della letteratura mondiale" - nella sua battaglia a favore della libertà di stampa, si rivolse ai parlamentari con queste parole: "Uccidere un uomo, vuol dire sopprimere una creatura ragionevole. Reprimendo la Stampa, voi deputati inglesi uccidete la stessa Ragione". John Milton In Inghilterra, per la verità, molti furono i metodi escogitati per limitare la libertà di stampa. Tra questi, la proposta - votata ed approvata nel di far pagare una tassa per ogni foglio di giornale. Da quella data, il giornale poteva essere stampato soltanto su carta bollata fornita dallo Stato: mezzo penny per un giornale di mezzo foglio; un penny per un giornale stampato a foglio intero. I giornali da un penny cessarono le pubblicazioni. Quella tassa, però, favorì la fioritura di giornali clandestini con i quali si scriveva e diffondeva tutto ed il contrario di tutto. Per eliminare quella stampa clandestina, si accertò un solo mezzo: abolire la tassa di bollo. Per arrivare a quella constatazione, tuttavia, ai politici inglesi fu necessario quasi un secolo. 24

5 Oliver Cromwell In Inghilterra, la libertà di stampa tornò ancora una volta con l'ascesa al potere di Oliver Cromwell, che poi fu anche il primo uomo politico a dare l'ordine di "purgare" il Parlamento. Poco dopo, però, il Governo tornò a dare una regola al giornalismo. Lo fece con due provvedimenti contrastanti, come lo sono il bastone e la carota. Da una parte venne ripristinata la censura preventiva sulla stampa con il "Licensing Act"; dall'altra, si offrirono sussidi al giornalismo. Pochi anni più tardi, un memoriale del filosofo Locke, dimostrò all'inghilterra e all'europa, che i danni provocati dalla censura preventiva, erano di gran lunga "più immensi" delle possibili offese che potevano essere ricevute con la libertà di stampa. La censura venne definitivamente tolta. John Locke Prima che si affermasse questa convinzione, una notte dell'ottobre del 1663, venne invasa e distrutta a Londra una tipografia. Apparteneva al signor Twyn il quale, evidentemente, stampava giornali senza sottoporli alla censura preventiva. Colui che guidò il saccheggio era nientemeno "uno della stampa". I cronisti dell'epoca lo hanno fatto conoscere ai posteri col nomignolo di "mentitore sconosciuto". Il tipografo Twyn venne arrestato, processato e condannato. Prima della sentenza, si rivolse ai giudici per chiedere perdono "al Re e a Lor Signori". "Chiedetelo a Dio", gli risposero "Lor Signori". E il boia ricevette l'ordine di eseguire la sentenza con le parole di rito: "Fate l'affar vostro". Con il '700, si afferma in Inghilterra una novità che si diffonderà in tutti i Paesi del mondo occidentale. Gli uomini politici destinati ad avere 25

6 grande fama, cominciarono a dedicarsi al giornalismo che offriva loro una possibilità di successo in più. L'ingresso dei politici nel giornalismo, dette un notevole contributo al consolidamento, sia pure graduale, della libertà di stampa. I politici, in particolare, contribuirono a superare lo scontro Stampa-Parlamento. Tempo prima, con il varo dello "Standing Order", la Camera dei Comuni aveva vietato di pubblicare quanto si diceva in Parlamento. La decisione fu giustificata con la nobile necessità di assicurare il "trionfo delle idee" manifestate dai deputati. Le pene erano severe. Arresti. Fiamme per i giornali. Condanne alla berlina per i giornalisti. Napoleone: grande per le imprese militari e per la violenza della censura In Francia, la questione della libertà di stampa ebbe vicende diverse. Prima della Rivoluzione, il Governo permetteva la pubblicazione di appena una dozzina di giornali. Nel 1789, l'assemblea Nazionale decretò che ogni cittadino poteva "scrivere e stampare liberamente". Ma "le diffamazioni, le ingiurie, le invettive dei partiti", diffuse attraverso i giornali, indussero l'assemblea Nazionale a reprimere gli eccessi della stampa. Dapprima fu reso obbligatorio, per i parlamentari, di optare tra la funzione di deputato e quella di giornalista. Poi, i giornali ed i torchi tipografici, vennero messi sotto il controllo della Polizia. Ne seguì che i direttori e i giornalisti di 67 giornali parigini, furono condannati alla deportazione. Il IV fruttidoro (17 settembre 1807), i giornali francesi furono sottoposti al pagamento della tassa di bollo. Poco dopo, Napoleone ripristinò la censura sulla stampa. Nel 1811, il GIORNALE DELL'IMPERO pubblicava il seguente avviso dettato - si tramanda - personalmente dall'imperatore Napoleone: "A datare dal 1 ottobre prossimo, a Parigi non si pubblicheranno che 26

7 quattro giornali: IL MONITORE, IL GIORNALE DELL'IMPERO, LA GAZZETTA DI FRANCIA ed IL GIORNALE DI PARIGI". Giornale pubblicato in Italia con il permesso del sovrano napoleonico Allo scrittore e poeta Chateaubriand, che si era permesso di scrivere contro corrente, furono promesse alcune sciabolate, "perchè - spiegò Napoleone - non vi è stabilità possibile con la libertà dei libelli". Giusto in questo periodo, un deputato francese si prostituì al punto da sostenere un nuovo modo di educare l'opinione pubblica: Le idee - disse costui - passano dai giornali e dai libri, alle menti. Dunque, è dalle menti che bisogna bandire le idee. Ma fino a quando i cittadini non avranno dimenticato quello che apprendono dalla stampa, saranno sempre male disposti alla servitù. Un metodo educativo - offerto dalla storia alla nostra memoria - che in seguito si tenterà spesso di imitare. Tuttavia, l'opinione pubblica francese dovette attendere sino al 27

8 1870, prima che i suoi politici capissero che, "per la grandezza della Francia", era tempo di accordare alla stampa maggiore libertà. E veniamo all'italia. Il problema della libertà di stampa venne preso di petto in una discussione parlamentare che occupò ben sette sedute della Camera dei Deputati. Da quella data ad oggi, nessun altro dibattito parlamentare ha toccato i temi della libertà di stampa, in modo così elevato come quello del febbraio del Quell impegno culturale e politico, è dato dalla partecipazione alla discussione di cinque statisti che poi avrebbero retto la presidenza della Camera dei Deputati; da sei deputati che sarebbero stati chiamati dal Re a guidare il Governo del Paese; da vari ministri, deputati, giornalisti deputati e da tre sacerdoti-deputati (i reverendi Pernigotti, Asproni e Angius). Una curiosità che rivela come la libertà di stampa, talvolta, può essere pelosa. Di quest'ultimi tre sacerdoti-deputati - che pure si batterono con dedizione sulle questioni della libertà della stampa - non c'è traccia nel DIZIONARIO ENCICLOPEDICO ITALIANO. Eppure, per onorare la scomparsa di uno di loro, il deputatosacerdote Giorgio Asproni, l'aula del Parlamento nazionale (Montecitorio) fu messa in gramaglie, in altre parole fu tutta addobbata in un nero lugubre, per tre giorni di seguito: fatto unico nella storia politico-parlamentare d Italia. Lo stesso DIZIONARIO, però, cita in compenso il vocabolo "asprone": il nome che gli abitanti di Bari danno ad un pesce. Comunque, la Camera dissentiva dal progetto di legge con il quale il Governo chiedeva di trasformare i reati di stampa da politici in reati comuni. Anzi, l Assemblea dei deputati aveva redatto un proprio progetto di legge sulla libertà di stampa. 28

9 Una curiosa immagine di Cavour riprodotta nella copertina di uno spartito per pianoforte solo e flauto, in vendita a due franchi la copia Toccò a Camillo Benso di Cavour, che all'epoca era ministro delle Finanze, della Marina, dell'agricoltura e del Commercio, il compito di difendere il progetto di legge del Governo sulla limitazione della libertà di stampa. Sappiamo che Cavour fu il Presidente del Consiglio che più di tutti si adoperò per l'unità. Molti di noi sanno che Cavour fu un grande giornalista che si espresse attraverso le pagine de IL RISORGIMENTO. Un esemplare della testata del quotidiano IL RISORGIMENTO Pochi ricordano che Cavour fu il fondatore della Agenzia di stampa STEFANI, attraverso la quale cercò di assicurare all'italia anche l'indipendenza dal monopolio dell'informazione, detenuto in quei tempi da tre Agenzie straniere: la francese HAVAS, l'inglese REUTER e la tedesca WOLF. Tre agenzie con le quali i Governi di Parigi, Londra e Berlino, finivano per monopolizzare poteri multinazionali come quello finanziario, industriale e militare, a scapito di altre Nazioni. In altre parole, Cavour volle riscattare gli italiani dalla servitù che li assoggettava alle tre Agenzie di stampa. Servitù, forse, più grave di quella economica e politica, poiché con il monopolio dell informazione si poteva plagiare e far cambiare opinione a proprio vantaggio, addirittura a tutto il popolo. Alla Camera, Cavour parlò per oltre due ore. Un discorso considerato eccezionale anche per la lunghezza. In quel tempo, l'importanza degli interventi nell'assemblea parlamentare si misurava per la sostanza e la qualità delle cose dette e non per la lungaggine del dire. Al contrario di quanto avviene ai giorni nostri, ove la stampa ha sottolineato i discorsi parlamentari anche per la loro durata. Famoso quello dell'onorevole Almirante che parlò per 18 ore di seguito. Più 29

10 famoso ancora, quello dell'onorevole Boato che superò nel tempo quello di Almirante. I temi toccati da Cavour sulla questione della libertà di stampa - ed anche quelli di altri parlamentari - sono di una attualità sconcertante. Proviamo a riassumerli per grandi linee. Il problema della libertà di stampa, nelle libere Istituzioni è il più difficile da risolversi. Perché - spiegava Cavour - conciliare l'esercizio della libertà con la repressione degli abusi che ne possono nascere, è impresa non solo difficile, ma impossibile. Di qui la necessità di doversi contentare di leggi imperfette. Questa è una verità - insisteva lo Statista - che si dovrebbe sempre tener presente, ogni qualvolta viene a parlarsi della libertà di stampa. Il Presidente del Consiglio Massimo d Azeglio Prima di Cavour, però, aveva preso la parola il Presidente del Consiglio Massimo D'Azeglio. L informazione - aveva osservato D'Azeglio - era quel bene che separava l'epoca moderna dai tempi passati. Dunque, ne derivava che anche la libertà di stampa era un bene e, quindi, si doveva fare ogni sforzo per mantenerla. Ma qui viene la questione difficile. Perché? Perché - notò D'Azeglio - la libertà di informazione, spesso perisce per mani proprie. Se essa, infatti, non tutela la giustizia, non tutela il diritto sociale, il diritto politico, il diritto civile, il diritto religioso, i diritti cari a tutti gli uomini... a poco a poco si finisce per dire: Questa non è libertà; questa è prepotenza di pochi! La libertà di stampa, allora, viene a noia e scade nell'opinione dei 30

11 cittadini. Al contrario, la libertà di informazione doveva essere praticata con giustizia e prudenza. Cavour non fu d'accordo con D'Azeglio, soprattutto per il riferimento alla giustizia ed alla prudenza. E non esitò a confessare che il progetto di legge del Governo, in molte parti, risultava difettoso, anzi difettosissimo. Tuttavia, il Governo non poteva ignorare che gli abusi e gli eccessi della libertà di stampa richiedevano l'adozione di urgenti provvedimenti ed una più efficace repressione. Urbano Rattazzi, per tre volte Presidente della Camera dei Deputati: 1852, 1959 e 1861 Il deputato Urbano Rattazzi - che resse sia la presidenza della Camera dei Deputati, sia la guida del Governo - replicò polemicamente a Cavour ed affermò che ciascun cittadino aveva il diritto di dire e di stampare quello che voleva. Non solo. Disse ancora: Se fosse altrimenti, un poco alla volta il Governo avrebbe finito per abolire la libertà di stampa. Ma questo - ribattè Cavour - era esattamente l'argomento usato da quanti si opponevano alle riforme. E se si dava retta a costoro, a forza di non riformare, si arrivava dritti dritti alle rivoluzioni. Fu a questo punto, comunque, che Cavour fece alla Camera una rivelazione. La decisione del Governo di procedere alla modifica della libertà di stampa era stata approvata persino da quel politico inglese che allora era considerato il campione europeo della libertà: lord Enry John Palmerston. 31

12 Henry John Temple Palmerston. Politico britannico. Eletto deputato tory, si avvicinò al partito avverso wighs. Simpatizzò con i sudisti durante la guerra di secessione dei coloni americani. Intervenne negli affari interni di vari Paesi, tra i quali l Italia Quindi, il progetto di legge del Governo sulla limitazione della libertà di stampa, non era poi così "infausto" come lo avevano definito Rattazzi ed altri deputati della opposizione. Ma a difesa del progetto di legge illustrato da Cavour, intervenne il primo dei tre deputati sacerdoti: l'on. Pernigotti. La Nazione - avvertì il canonico Pernigotti - è convinta che se la forza può comprimere la libertà, gli abusi la uccidono. La stampa è certamente un potente educatore del popolo, "ma se la menzogna entra per mezzo della stampa nel pubblico e nel privato, allora la Nazione applaudirebbe a una legge che venisse al riparo di tanti danni". Carlo Bon Compagni, Presidente della Camera nel Tra le sue opere letterarie e politiche: DELLE SCUOLE INFANTI e LA CHIESA E LO STATO IN 32

13 ITALIA,. Prese parte alla stesura del progetto di legge per assicurare le guarentigie al Pontefice. Per dimostrare che la stampa poteva essere regolamentata, il deputato Carlo Bon Compagni - un Magistrato, poi eletto Presidente della Camera - dapprima riconobbe che il male che travagliava la società italiana non stava nella licenza della stampa, ma nella coscienza civile e morale esitanti nei principi, nonché nella affievolita coscienza religiosa. Tuttavia - sostenne - c erano degli scandali di stampa che andavano puniti, senza però impedire la libertà necessaria nelle questioni politiche e nelle speculazioni dell'ingegno. A difendere la libertà di stampa, tra gli altri, sorse il deputato Angelo Brofferio, giornalista de IL MESSAGGIERE, nonché autore della STORIA DEL PARLAMENTO SUBALPINO. Le tradizioni monarchiche, dichiarò, ci hanno tramandato un detto: "Non toccate la Regina! Ma nelle tradizioni dei popoli liberi - aggiunse - dovrebbe essere scritto: Non toccate la Stampa, perché all'ombra della sua libertà nascono tutti i diritti". Per dimostrare che la limitazione o la repressione della libertà di informare colpiva anche coloro che negavano quella libertà ai propri concittadini, il deputato giornalista Brofferio rammentò che, prima di morire a Sant'Elena, Napoleone aveva fatto una ragguardevole abiura: Censurando la stampa - confessò - ho perso più di quanto avevo conquistato nelle battaglie di Wagram e Austerlitz. Ma il deputato giornalista Brofferio polemizzò soprattutto con Cavour che aveva reso noto il parere favorevole di lord Palmerston al progetto del Governo per limitare la libertà alla stampa italiana. L'Inghilterra - precisò al contrario il deputato giornalista Brofferio - ha una stampa che "penetrava sfacciatamente nei domestici focolari e ne rivelava i segreti turbamenti". Le recenti rivelazioni sulle vicende del reale focolare domestico inglese, a quanto pare, hanno una antica origine. Mentre il dibattito sulla libertà di stampa si faceva sempre più vivace, alcuni deputati colsero l'occasione per paragonare i giornali a delle vere e proprie "Botteghe d'infamia"; e i giornalisti a delle "Vipere che escono dalla buca" per gettare veleno sulle persone e sulle Istituzioni. 33

14 Ma a parte queste definizioni, nell'aula parlamentare ricorreva una domanda che aspetta tuttora una risposta: La stampa è espressione dell'opinione Pubblica, oppure del Potere? Al quesito, già da allora, tentò di rispondere il deputato Agostino de Pretis, più tardi assurto alla guida del Governo; un politico ben introdotto nella Corte dei Savoia e specialmente in quella della Regina della quale, si giurava, fosse un confidente. Iconografia d epoca del primo Governo De Pretis (al centro) Nelle società politiche - spiegò il deputato De Pretis - vi sono da un lato la pubblica opinione e, dall'altro, le istituzioni con il Governo. Nei Governi a dittatura, l'intelligenza e la coscienza pubblica sono concentrate nella mente del Dittatore. Quindi, non c'è libertà. Tanto meno quella di stampa. Nei governi democratici, invece, l'opinione pubblica è il vero fondamento del potere. "Ma - soggiunse il deputato De Pretis - perchè l'opinione pubblica possa formarsi, è necessaria una stampa libera che non sia cioè proprietà esclusiva e prevalente di una parte politica o sociale. Poiché se una maggioranza legale del Paese avesse in mano lo strumento della stampa in modo esclusivo, le manifestazioni della opinione pubblica verrebbero qualificate reati". 34

15 Il deputato sacerdote Giorgio Asproni, benché contrario al progetto di legge del Governo, cercò di riportare il dibattito parlamentare ad un clima di moderazione e serenità. Cominciò ricordando il comportamento degli Imperatori romani Teodosio, Arcadio e Onorio, rispettosi della celebrata libertà di pensiero. Teodosio con accanto i figli Onorio e Arcadio (dal rilievo dell obelisco a Teodosio ad Istanbul) Nell'udire quelle citazioni, molti deputati presero scioccamente a ridere o a manifestare allusioni non ben disposte verso il loro collega. Il deputato Asproni, non raccolse e proseguì sollecitando bonariamente i suoi onorevoli colleghi a riservarsi dal ridere e a riflettere, dopo che avessero udite le parole che quei celebri Imperatori avevano pronunciato in difesa della libertà di esprimere il proprio pensiero. Teodosio, Arcadio e Onorio avevano vietato, addirittura con la forza di una legge, che si dovesse rendere conto delle ingiurie, verbali o scritte, lanciate contro di loro dal giornalismo dell'epoca. Le ragioni di quella legge libertaria, furono da loro così spiegate: se la maldicenza aveva origine dalla leggerezza di chi la diffondeva, costui si doveva disprezzare. Se la maldicenza aveva origine da insania dell'autore dell'ingiuria, questi meritava compassione. Se era frutto dell'animo maligno del calunniatore, questi si doveva perdonare. Perciò - concluse il deputato sacerdote Asproni - non si dovevano definire "vili" i giornalisti. Poichè questo era un attributo grave e terribile che si poteva addirittura applicare al direttore de IL RISORGIMENTO, cioè allo stesso ministro Cavour, per gli articoli che, stando a Torino, aveva scritto contro la condotta del Re di Napoli quando quest'ultimo 35

16 aveva disertato la causa italiana. Ma l'ammonimento del deputato sacerdote Asproni, non fu raccolto. Tant'è che poco dopo votando per appello palese, la proposta del Governo ebbe 100 voti favorevoli e 44 contrari. Da quel giorno - primo marzo gli abusi commessi dai giornalisti, furono puniti come reati comuni e non più come reati politici. Decenni più tardi, il Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Benito Mussolini, chiese ed ottenne, per legge, di abolire la libertà di stampa. Il Presidente del Consiglio B. Mussolini I deputati che vi si opposero furono appena cinque! Tutti gli altri 261 presenti, alle ore 23 e 50 della notte del 20 giugno 1925, votarono a favore. Fatto più grave, essi applaudirono alla limitazione della libertà della stampa. Nella nostra Costituzione repubblicana - così in quella precedente conosciuta come Statuto Albertino - vi è sancito un diritto che oggi quasi nessun cittadino esercita, ma che purtroppo nemmeno si conosce. Colpa del cittadino? In parte si. Infatti, troppo spesso ci si nasconde nel dire: "Io non lo sapevo". Colpa dei politici? In parte si. Essi non curano di far conoscere questo diritto ai cittadini, sin dalla scuola elementare. Colpa del giornalismo? In parte si. Spesso, pur di compiacere Coloro che abitano più in alto nel Palazzo, il giornalista si sofferma, prevalentemente, alla descrizione superficiale delle anomalie sociali, più che alla ricerca e denuncia delle ragioni che ne sono la causa. 36

17 Quale è quel diritto costituzionale? E' la Petizione sanzionata all'articolo 50 della Costituzione. Là dove è scritto che "Tutti i cittadini possono rivolgere Petizioni alle Camere, per chiedere provvedimenti legislativi ed esporre comuni necessità". Alcuni Costituzionalisti ritengono che la Petizione sia un residuo del passato. Giovanni Spadolini (a destra) e Giulio Andreotti (a sinistra): due politici, due giornalisti Lo scomparso Presidente del Senato Giovanni Spadolini - giornalista e politico - sosteneva, al contrario, che un più frequente uso ed una più attenta pratica della Petizione, potrebbe riavvicinare il cittadino alle Istituzioni e, queste ultime, al cittadino. Un riavvicinamento necessario soprattutto ai nostri giorni. Infatti, dobbiamo costatare che tra le istituzioni e il cittadino sembra permanere una frattura, provocata da una reciproca mancanza di colloquio che si traduce in mancanza di fiducia, per non dire diffidenza. Durante lo Statuto Albertino, la Petizione era molto usata. Anzi, si può ricordare che talvolta se ne fece un uso perverso. Tanto che un deputato dovette esortare l'assemblea parlamentare affinché, nell'esaminare la Petizione, fosse inesorabile contro coloro che, approfittando appunto di tale diritto, si trasformavano in delatori. Naturalmente, non rientrava in quest'ultima categoria la Petizione presentata dal signor Pompeo Rossi. Questi pretendeva dalla Camera dei Deputati di fargli vincere le opposizioni di un padre tiranno che gli rifiutava la mano della figlia! 37

18 Venuta meno la consuetudine del rapporto diretto Istituzione Cittadino, la Camera ha stabilito che le Tribune del pubblico, comprese quelle riservate ai parlamentari, possono essere sgomberate nei casi di tumulti, ma con una sola eccezione: la Tribuna della Stampa. Perché, se quest'ultima fosse sgomberata, verrebbe meno, per l'assenza dei giornalisti, la pubblicità dei lavori parlamentari. Oggi, Camera e Senato, mettono a disposizione dei giornalisti anche una Sala Stampa. La Camera dei Deputati, però, offre al giornalismo qualcosa in più: il Transatlantico. Il Transatlantico di Montecitorio è un vero e proprio foro delle notizie. Il Transatlantico (da una foto del 1970) Il Transatlantico è chiamato così perché l'arredatore del grande salone realizzato all'interno del massonico e brutto castello liberty costruito sul retro dell arioso Palazzo berniniano di Montecitorio, si ispirò al salone di una nave oceanica. Nel Transatlantico, dunque, è possibile raccogliere ogni varietà della notizia sia essa politica, economica, sociale, culturale, scientifica e giudiziaria; nonché commenti, indiscrezioni e persino "soffiate". Sull'uso del Transatlantico c'è una continua divergenza di vedute. I parlamentari lo vorrebbero riservato a se stessi, come era una volta. I giornalisti, da quando se ne sono appropriato l accesso, non lo mollano. Certo è che sarà difficile cacciare i giornalisti dal Transatlantico. Indietro - disse un Presidente della Camera - non è possibile tornare. Tuttavia, non è raro osservare nel Transatlantico due politici impegnati a confabulare sulle sorti del Paese mentre l'orecchio di un 38

19 giornalista spunta dal taschino della giacca di uno dei due. D'altra parte, va ricordato che in tutti i Paesi del mondo si riscontra un amore odio, che unisce e divide i rappresentanti delle Istituzioni e i rappresentanti della Stampa. In Italia, ad esempio, la nascita dell'associazione Nazionale della Stampa avvenne proprio in occasione, Presidente della Camera Francesco Crispi, di un duello tra un deputato e un giornalista schiaffeggiato a Montecitorio dal primo. Ebbe la peggio - come si ripeterà in avvenire - il giornalista. Francesco Crispi, Presidente della Camera nel 1876 Oggi, però, le polemiche tra giornalisti e parlamentari sono uno zuccherino, rispetto a quelle del passato. Pettegolavano allora i politici in un loro DECALOGO, scritto per gettare discredito sui rappresentanti della Stampa, che l'occupazione principale del giornalista era quella di conversare con la serva di casa. E aggiungevano: Il giornalista è persino capace di tradurre dal russo, un libro scritto in francese, senza però conoscere il francese. Ed ancora: Per essere più spedito, il giornalista non ha principii, salvo quello di coltivare la réclame di se, di dire fandonie, di combattere i privilegi degli altri e cercarne per se, di predicare la virtù e fare all'amore con finanziatori possibili. Tutte offese, insomma, che potrebbero essere riassunte in una battuta attribuita, a suo tempo, al Direttore di un quotidiano tra i più diffusi. Alla domanda se il mestiere del giornalista era faticoso, quel Direttore rispose: "Faticoso? Eccome! Ma è sempre meglio che lavorare". 39

20 Naturalmente, al DECALOGO dei politici contro la Stampa, i giornalisti risposero scrivendo un DIZIONARIO per spiegare, secondo la loro satira, chi e cosa erano i deputati. Eccone, per non annoiare, solo alcune voci: Braccio: Membro indispensabile alla maggioranza per alzare la mano. Tiene luogo di testa. Camera: Luogo inviolabile. Molti legislatori e governanti vi si rinchiudono, per dire e fare delle scioccherie con maggiore pubblicità. Cambiare: Il partito è l'opposto della camicia: per averne uno pulito non bisogna cambiarlo mai. Deputato: Colui che rappresenta una parte. Sovente, le parti meglio pagate sono quelle mute. Anche il Governo, oltre al Parlamento, a suo tempo cercò di stabilire un contatto privilegiato con i giornalisti. Cominciò a farlo con i comunicati per i giornalisti ed allestendo una Sala Stampa. Ma la frequenza nella Sala Stampa del Governo, rispetto al Transatlantico della Camera dei Deputati, si può dire mediamente più che scarsa. Questo avviene anche per una semplice costatazione: se nella Sala Stampa governativa una informazione è valutata "top secret", nel Transatlantico di Montecitorio non solo è facile averla, ma spesso viene addirittura offerta, ovvero soffiata, al giornalista. E poi c'è da tener conto anche di una certa atavica diffidenza del giornalista nei confronti del rappresentante delle Istituzioni. Diffidenza che nasce dalla constatazione che, entrambi, sono consapevoli di un fatto: il giornalista vuole strappare al rappresentante della Istituzione la notizia della quale è in cerca. Il rappresentante della Istituzione, cerca di rifilare al giornalista solo la notizia che vuole diffondere. Questo gioco delle parti spesso viene scoperto e fustigato. In ogni modo, è un gioco antico. Si può farlo risalire all'epoca in cui la sede romana del Governo era a Palazzo Braschi, l'ultimo degli imponenti palazzi costruiti a Roma dalle Famiglie papali. In quel Palazzo (siamo nell'ultima parte dell'ottocento), l'allora ministro dell'interno Villa aprì un Circolo o Sala Stampa, riservata esclusivamente ai giornalisti. In quel locale confortevole e ben arredato, i giornalisti avrebbero trovato notizie, bollettini, circolari, decreti e relazioni dei vari Ministeri; e poi, possibilità di leggere le traduzioni di articoli pubblicati dai giornali stranieri su quanto il Governo italiano faceva di bello e di buono per il Paese. 40

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