RASSEGNA STAMPA giovedì 9 ottobre 2014

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1 RASSEGNA STAMPA giovedì 9 ottobre 2014 ESTERI INTERNI LEGALITA DEMOCRATICA RAZZISMO E IMMIGRAZIONE SOCIETA BENI COMUNI/AMBIENTE INFORMAZIONE CULTURA E SCUOLA INTERESSE ASSOCIAZIONE ECONOMIA E LAVORO CORRIERE DELLA SERA LA REPUBBLICA LA STAMPA IL SOLE 24 ORE IL MESSAGGERO IL MANIFESTO AVVENIRE IL FATTO IL RIFORMISTA PANORAMA L ESPRESSO VITA LEFT IL SALVAGENTE INTERNAZIONALE

2 L ARCI SUI MEDIA Da GR Sociale del 08/10/14 Bocciato Soddisfazione per l Arci dopo la decisione della Commissione Cultura del Parlamento Europeo di bloccare la candidatura di Tibor Navracsics a Commissario dell Unione per la Cultura, l Educazione, i Giovani e la Cittadinanza. Al dirigente del partito reazionario al potere in Ungheria che ha posto limitazioni alla libertà di stampa, di espressione, di opinione e che ha chiare posizioni di stampo razzista, non è stato considerato idoneo a ricoprire quel ruolo. Da Asca del 08/10/14 Domani a Palermo e Monreale arriva la Carovana Antimafie di Arci In programma diversi incontri e dibattiti su tema della legalita' (ASCA) - Palermo, 8 ott La Carovana Antimafie di Arci, Libera e Avviso pubblico fara' tappa domani, giovedi' 9 ottobre, a Monreale e Palermo. Nella cittadina normanna l'appuntamento e' alle 10,30 nell'aula consiliare dove si terra' un incontro d'informazione e riflessione sul gioco d'azzardo. Interverranno Concetta Giannino, dirigente scolastico dell'istituto d'istruzione superiore statale M.D'aleo e E. Basile Monreale; Fausto Melluso, dell'arci Palermo; Calogero Parisi, della cooperativa "Lavoro e non solo" e Daniele Poto di Libera, autore dossier "Azzardopoli". All'incontro parteciperanno i ragazzi dei licei monrealesi e durante la manifestazione verra' consegnato un pannello in mosaico, raffigurante il tema della solitudine degli affetti da "gioco d'azzardo patologico", al Comune di Monreale. Nel pomeriggio, alle 16,30 la Carovana si spostera' all'istituto comprensivo "Giovanni Falcone" dello Zen. Qui, tra gli altri, interverranno al dibattito "20 anni di carovana antimafial'antimafia sociale per lo sviluppo in Sicilia", don Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera; Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare antimafia; Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci; Rossella Muroni, direttore generale Legambiente nazionale. In occasione del passaggio a Palermo della Carovana antimafie, sara' inaugurata una mostra fotografica d'altri tempi. Le foto sono scattate dai bambini dello Zen, proprio al loro quartiere, col rullino 35mm. Si intitola "RiScatti" ed e' una mostra fotografica curata dall'associazione Laboratorio ZEN Insieme che da anni lavora nel rione. Il prodotto e' una visione dal "basso", una riflessione creativa da parte degli stessi piccoli abitanti dello Zen. Xpa Da Ansa del 08/10/14 Legalità: domani a Palermo e Monreale carovana antimafia Interverranno Rosy Bindi e don Ciotti 2

3 (ANSA) - PALERMO, 8 OTT - Fa tappa domani a Palermo e Monreale la Carovana antimafie di Arci, Libera e Avviso Pubblico, e per l'occasione saranno presenti anche il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, e Rosy Bindi, presidente commissione parlamentare antimafia. Due gli incontri in programma dedicati alla lotta al gioco d'azzardo e alla "tratta dei nuovi schiavi". Nell'aula consiliare del Comune di Monreale, alle si farà informazione sulla lotta al gioco d'azzardo insieme a Concetta Giannino, dirigente Istituto d'istruzione superiore statale D'aleo e Basile; Fausto Melluso, Arci Palermo; Calogero Parisi, cooperativa "Lavoro e non solo"; Daniele Poto, Libera, autore del dossier "Azzardopoli". Prevista anche la partecipazione degli studenti. Nel pomeriggio, alle 16.30, all'istituto comprensivo Giovanni Falcone - Zen si farà il punto su "20 anni di carovana antimafia, l'antimafia sociale per lo sviluppo in Sicilia" con don Ciotti, Rosy Bindi Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci, Rossella Muroni, direttore generale Legambiente nazionale, Rita Borsellino, presidente onorario Centro Studi Paolo Borsellino, Pietro Gurrieri, vice presidente Avviso Pubblico, Umberto Di Maggio, presidente Libera Sicilia e Salvo Lipari, presidente Arci Sicilia. All'interno della scuola "Giovanni Falcone" di via Marchese Pensabene 34, sarà inoltre inaugurata una mostra di foto scattate dai bambini dello Zen. L'esposizione, intitolata "RiScatti", è curata dall'associazione Laboratorio Zen Insieme, che da anni lavora nel rione. (ANSA) Da Vita.it del 09/10/14 Il Pd appalta il Welfare alla sua minoranza di Ettore Colombo Cosa lega gli on. Donata Lenzi, Micaela Campana e Paolo Beni cui è stata affidata la Riforma del Terzo Settore? Sono tutti «esponenti di quella sinistra interna ridotta, da Renzi, ai minimi termini dentro il Pd» Donata Lenzi (classe 1956, bolognese, cursus honorum tutto local, deputata ormai già al suo terzo mandato, prima elezione nel 2008, tesoriera del comitato Cuperlo alle primarie 2013, area Sinistra dem) è la relatrice del ddl di riforma del Terzo Settore nella XII commissione (Affari sociali e Sanità) della Camera dei Deputati. Micaela Campana (classe 1977, pugliese di nascita e formazione, romana di adozione, vincitrice delle parlamentarie della fine 2012 con messe di voti e alla sua prima legislatura, bella come il sole, bersaniana doc e, storicamente, cresciuta nella filiera Pds-Ds-Pd) è stata incaricata, nell ambito della nuova segreteria nominata dalla Direzione del Pd, responsabile del Welfare e del Terzo Settore. Paolo Beni (classe 1954, fiorentino, una lunghissima prima vita da presidente dell Arci di Firenze e, poi, di quello nazionale, dal 2004, incarico che tuttora riveste, recita la sua stessa biografia, di area molto vicina a Civati e a SeL, alla sua prima legislatura) è l uomo cui la Campana avrebbe di fatto, affidato la materia del Terzo settore comprensiva di Riforma e suo iter in Parlamento. Cosa lega i tre onorevoli e perché è importante sapere chi sono? Perché, appunto, è nelle loro mani il destino di una riforma cruciale e fondamentale, per tutto il mondo del non profit e per liberare le energie sociali e imprenditoriali del Terzo settore. Nulla quaestio, si potrebbe dire. Se non fosse che, ormai, il Pd di Renzi tutto sembra e da tempo - tranne che un partito radicato e centrato sulla sua sinistra interna. Anzi, come è facile capire leggendo pure solo i titoli dei giornali, se c è un area politica che viene, quotidianamente, bastonata da Renzi come dai suoi fedelissimi (i renziani, effettivi o di complemento che siano) è proprio questa. Quella Sinistra dem - così l ha ribattezzata, da poco, il suo ex leader, Gianni Cuperlo - che è, peraltro, divisa al suo interno tra Area riformista (gli ex 3

4 bersaniani e dalemiani che si sono avvicinati al renzismo come la Campana, Amendola, Stumpo etc), i Giovani Turchi di Orfini, la sinistra laburista dei vari Damiano e Fassina e, ovvio, i civatiani. Ecco, la prima notazione curiosa è che proprio a esponenti di una sinistra interna ridotta, da Renzi, ai minimi termini dentro il Pd siano state assegnate tutte le deleghe inerenti al Welfare e Terzo settore che pure il Presidente e Segretario considerano cruciale per riavviare il Paese. La seconda notazione curiosa è che, tra i tanti esponenti democrat cui, dentro la XII commissione (presidente ne è Pierpaolo Vargiu, Sc), poteva, volendo, essere assegnato il compito di relatore di una riforma che vuol parlare a un mondo largo, bipartisan, oltre che composto da una forte (e maggioritaria) anima cattolica, sociale e solidale e molti altri deputati più esperti della materia. Tanto per fare dei nomi al di là del buon Beni: Edoardo Patriarca, storico portavoce del Forum del Terzo Settore, ed ex presidente dell Agesci, Ileana Argentin (deputata ex radicale e persona con disabilità), Filippo Fossati già presidente dell Uisp, mentre sempre tra i membri della commissione ci sono anche Eugenia Roccella (Ncd) già sottosegretaria al Welfare con delega al Terzo settore. La terza notazione curiosa è che il Pd sembra essere tornato, nel suo approccio ai temi del welfare, del Terzo settore, ma anche del Servizio civile e, soprattutto, dell impresa sociale all antico. Un pizzico di statalismo, tanta freddezza e notevoli sospetti verso tutto ciò che appare o sa di contaminazione tra mondo del profit e mondi del non profit. Tanto che, per dire, tra le prime convocazioni che la neo responsabile Welfare Pd, Campana, ha fatto per audire mondi e associazioni del non profit ci sono quelle storiche della sinistra (Arci) e poco altro. Tanto che, per dirne un altra, sarebbe sempre Beni a tessere le fila del lavoro che la Lenzi ha avocato a sé, in XII commissione, e che con il placet del capogruppo alla Camera, Roberto Speranza (ex bersaniano, oggi tra gli esponenti di spicco della sinistra interna) potrebbe ritardare o modificare di molto i contenuti più innovativi della legge. L'obiettivo è arrivare in Aula entro dicembre, dicono gli ottimisti. Ma di acqua ne deve ancora passare, sotto i ponti. Tre i problemi: 1) alcune modifiche agli artt. 1 e 2 del ddl, da specificare meglio; 2) il servizio civile e, in particolare, degli stranieri che volessero prestarlo, in attesa di una sentenza della Consulta sul punto; 3) il solito, annoso, tema delle risorse sia x il 5xmille che per il servizio civile (se i giovani stimati saranno 100 mila servirebbero, anche se nell arco di due anni, almeno 500 milioni se non si cambiano le regole) e per l impresa sociale (i 50 milioni annunciati sono assai pochi ). E, infine, proprio sull impresa sociale e sulla sua definizione, ambito di competenze e confini, la sinistra democrat vorrebbe (si dice) intervenire con più forza per limitarne natura e azione, ovvero cambiare poco o nulla. «Se il disegno di legge delega venisse snaturato o piegato a forza spiega un deputato cattolico centrista ci metteremo di traverso». Si vedrà. Certo è che, per ora, sulla riforma del Terzo settore, il primo set lo ha vinto la sinistra del Pd, non certo Renzi e i suoi. Vedremo i prossimi, non fosse altro perché la partita sarà lunga. 4

5 ESTERI del 09/10/14, pag. 8 Kurdi in rivolta contro Erdogan Chiara Cruciati Iraq/Siria. 19 morti negli scontri tra manifestanti curdi e polizia. Washington, prima furioso con Ankara per mancato intervento a Kobane, ridimensiona: «La città curda non è una priorità» La personale guerra di Erdogan alla Siria si allarga alla comunità curda. I violenti scontri esplosi martedì notte ad Ankara, Istanbul e a sud, nelle città curde della provincia di Mardin, hanno lasciato a terra 19 manifestanti. Uccisi dalla polizia turca e, in alcuni casi, da gruppi islamisti giunti sul posto per disperdere le proteste anti-isis a Diyarbakir, Mardin, Siirt, Batman e Mus. Alla frontiera con la Siria, i curdi si sono spinti verso il confine e sono stati fermati dai lacrimogeni. La violenta repressione di Ankara è la risposta alle accuse della comunità curda che punta il dito contro l immobile Erdogan. E proseguirà: il ministro degli Interni, Efkan Ala, ha accusato i manifestanti di tradire il paese e minacciato «imprevedibili» conseguenze nel caso di ulteriori sit-in. «La violenza sarà affrontata con la violenza ha detto Ala Quest attitudine irrazionale va abbandonata, i manifestanti devono lasciare le strade». Alle intimidazioni reagisce il Pkk che fa appello alla piazza contro l esecutivo. Si concretizzano le accuse mosse dal leader prigioniero Ocalan, che la scorsa settimana aveva avvertito Ankara: «Se Kobane cade, cadrà anche il processo di pace». La decisione di Ankara di non intervenire a fianco dei curdi siriani che difendono strada per strada Kobane, già parzialmente occupata dallo Stato Islamico, radica la convinzione tra i curdi turchi che l obiettivo di Erdogan sia quello di assistere in silenzio ad un massacro per poi garantirsi la migliore scusa per invadere la Siria. Dopo aver fatto pressioni sul parlamento perché autorizzasse il governo a inviare truppe all estero, Erdogan si è limitato a dispiegare una trentina di carri armati al confine, che assistono immobili alla battaglia di Kobane. Unica iniziativa dei soldati turchi è stata sparare ai profughi in fuga dalla guerra. Ankara resta in attesa: «Kobane è sul punto di cadere», aveva ripetuto martedì Erdogan prima di chiedere alla coalizione guidata dagli Usa di inviare truppe in Siria. Certo è che se Kobane cadrà definitivamente nelle mani dell Isis, i miliziani si garantiranno il controllo pressoché totale del corridoio che da Aleppo arriva alla roccaforte islamista Raqqa e prosegue fino all Iraq. Minaccia concreta alla Turchia, che a quel punto avrebbe una buona giustificazione a invadere. L accidia turca, che stempera le spinte bellicose della scorsa settimana, ha provocato la reazione degli Stati uniti che ieri hanno bombardato fuori Kobane per frenare l avanzata jihadista. Erdogan insiste: l intervento di Ankara sarà condizionato all impegno Usa a rovesciare il presidente siriano Assad. Un diktat che alza la tensione con Washington: «C è una crescente angoscia sul fatto che la Turchia la tiri per le lunghe e non agisca per prevenire un massacro a meno di un chilometro dal confine ha commentato un funzionario della Casa Bianca Stanno inventando scuse per non agire». Il segretario di Stato Usa Kerry ha trascorso gli ultimi tre giorni al telefono con il premier turco Davutoglu, ma alla fine si è piegato: ieri alla stampa ha detto che evitare la presa di Kobane «non è una priorità strategica» e che l idea di una zona cuscinetto tra Turchia e Siria «merita di essere esaminata». Eppure proseguono i raid. Gli islamisti controllano il nord ovest e l est della città: «Sono agli ingressi della città ha detto Idris Nassan, 5

6 portavoce curdo del distretto di Kobane Le bombe della coalizione hanno avuto effetto e l Isis è stato spinto indietro. Si tratta della principale ritirata dal loro arrivo in città». Sostegno aereo c è, ma non lo stesso appoggio militare di cui godono invece i peshmerga in Iraq. Washington appare più riluttante nei confronti dei curdi siriani, a cui non invia né armi né consiglieri militari. A ridimensionare l intervento Usa è la presenza del Pkk, considerato organizzazione terroristica e non certo un partner come Irbil. Così si mina alla base l efficacia della coalizione anti-isis: nel nord della Siria non si ottengono informazioni di intelligence, mancando una rete di comunicazione capace di coprire il gap lasciato dall assenza di truppe di terra. Erdogan questo lo sa. E ritarda l azione per ostacolare la resistenza curda del Pkk. Da parte sua il governo iracheno punta ad evitare una spaccatura interna. Ieri è stata lanciata una vasta offensiva per la ripresa della città di Ramadi, nella provincia sunnita di Anbar. Sul piano politico, l esecutivo di al-abadi sta facendo pressioni sulle milizie sunnite perché si armino contro lo Stato Islamico. Ma i sunniti sono irremovibili: la partecipazione alla guerra all Isis ha come condizione una maggiore rappresentanza politica nel paese. del 09/10/14, pag. 18 Quei proiettili americani sparati dall Is così la jihad ha trovato le sue armi C.J. CHIVERS LE MUNIZIONI che lo Stato islamico (Is) sta impiegando nella sua campagna nella Siria settentrionale e in Iraq provengono dagli Usa e da altri Paesi che sostengono le forze di sicurezza regionale attualmente impegnate contro il gruppo jihadista. La scoperta, che contiene un implicito avvertimento rivolto ai governanti e ai sostenitori dell intervento, dimostra che le munizioni fatte giungere in Siria e in Iraq per aiutare a stabilizzarne i rispettivi governi sono finite invece in mano ai jihadisti, contribuendo così ad alimentare l ascesa dello Stato islamico, facilitando la sua protratta resistenza. «È evidente che le forze di difesa e di sicurezza che hanno ricevuto le forniture di munizioni non sono in grado di custodirle», ha dichiarato James Bevan, direttore di Conflict Armament Research, l organizzazione che sta raccogliendo ed analizzando le armi impiegate dall Is. I combattenti dell Is si sono dimostrati molto abili nel procurarsi le armi. Stando ad alcuni analisti e a ribelli appartenenti a gruppi rivali, il gruppo sarebbe entrato in possesso delle armi a sua disposizione in seguito all annessione nelle proprie fila di militanti appartenenti a gruppi antigovernativi presenti in Siria, acquistandole da ribelli siriani che le avevano ricevute da donatori stranieri, appropriandosene sul campo di battaglia e in seguito ad accordi stretti con membri corrotti delle forze di sicurezza attive in Siria e in Iraq. «Nella sua lotta contro l esercito siriano l Is decide di combattere determinate battaglie solo quando intravede un investimento allettante, ovvero quando si presenta la possibilità di catturare i depositi di armamenti», spiega Fouad al-ghuraibi, un comandante dei ribelli siriani. In seguito alla cattura di una base aerea siriana nei pressi di Hama, i jihadisti sono entrati in possesso di una quantità di armi e munizioni tale che il suo trasporto ha richiesto l impiego di una flotta di camion. Le indagini condotte sul campo dal Conflict Armament Research rientrano in un progetto finanziato e condotto dall Unione Europea al fine di identificare la provenienza delle armi usate dal gruppo militante, che viene successivamente resa nota e indicata con trasparenza su un sistema di mappatura globale online chiamato itrace. Tra i materiali di 6

7 cui i ricercatori sono entrati in possesso si contano cartucce prodotte in un periodo di tempo compreso tra il 1945 e il 2014 e destinate in larga parte a fucili e mitragliatrici, e in misura minore a pistole. I ricercatori hanno ricevuto le munizioni la scorsa estate da parte di combattenti curdi, o le hanno raccolte nelle postazioni di combattimento appena abbandonate dall Is. Grazie alla presenza di particolari contrassegni impressi sul fondello delle singole cartucce, è possibile risalire la provenienza delle munizioni a ventuno nazioni. Più dell ottanta percento è stato prodotto in Cina, nella ex Unione Sovietica, nella Russia post-sovietica o in Serbia. Le munizioni sovietiche sembrano coincidere con quelle conservate nei depositi dell esercito siriano, che da tempo riceve armamenti dal Cremlino. Un altra considerevole percentuale di cartucce è riconducibile alle munizioni che gli Stati Uniti hanno fornito per più di un decennio all esercito e alla polizia iracheni dopo l invasione del Quasi il diciannove percento delle cartucce (pari a 323) provengono dagli Stati Uniti. Si tratta di cartucce da 5,56 millimetri prodotte tra il 2005 e il 2007 nello stabilimento Lake City Army Ammunition Plant, in Missouri, e di centoquarantasette cartucce sulle quali è impresso il marchio WOLF, riconducibile alla Sporting Supplies International: una compagnia americana che vende con il proprio marchio munizioni di fabbricazione russa e che ha fornito grandi quantità di munizioni militari al governo degli Stati Uniti che a sua volta le ha distribuite alle forze di sicurezza addestrate dagli Usa. Una piccola quantità di cartucce trovate in possesso del-l Is provengono dall Iran, e la loro data di fabbricazione risale in alcuni casi al L Iran è stato tra i sostenitori del governo iracheno a guida sciita. Se dimostrato, il deliberato trasferimento delle armi in Iraq rappresenterebbe una violazione della risoluzione 1737 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che nel 2006 ha vietato al Paese di esportare armi. del 09/10/14, pag. 12 Dietro le quinte della guerra la faida Öcalan- Barzani per la leadership curda di Roberta Zunini L Isis sembrerebbe aver unito per la prima volta le fazioni curde che da tempo si contendono la guida di un eventuale Kurdistan composto dalle porzioni confinanti di Turchia, Siria, Iraq e Iran. I leader in lotta per la leadership curda transnazionale, Abdullah Öcalan e Massoud Barzani, godono di una popolarità inversamente proporzionale alla loro libertà di movimento: il primo sta scontando l'ergastolo in una prigione sull'isola di Imrali, l'altro è il fondatore del partito Kdp (partito democratico del Kurdistan) nonché presidente della regione autonoma curda irachena. Öcalan, grazie alla sua storia e al fatto che i curdi in Turchia sono numericamente predominanti (in tutto sarebbero circa 35 milioni, includendo la diaspora) ha continuato a tenere le briglie del Pkk, il partito dei lavoratori curdi con i suoi guerriglieri e ad accrescere il suo consenso fino a che Erdogan, anche per calcolo politico, ha dato inizio a un negoziato di pace attraverso le delegazioni mandate a Imrali. Le trattative sono aumentate proprio in queste ore di tensione a causa della drammatica situazione nella città curdo-siriana di Kobane, le cui unità di difesa (Ypg) sono la branca siriana del Pkk. La sorte della città è diventata uno snodo cruciale per i protagonisti del negoziato. La sua caduta indebolirebbe Öcalan e rafforzerebbe Barzani. Il problema è che tutti i curdi, non le loro dirigenze, vedono ora in Kobane il simbolo della 7

8 loro secolare lotta per una genuina autonomia e per la nascita di un loro Stato. Barzani ha da tempo ottimi rapporti con la Turchia una liason che non piace a Öcalan raf - forzatisi ulteriormente da quando il presidente ha deciso di contravvenire alle regole imposte dallo Stato centrale iracheno, vendendo ad Ankara il suo petrolio. CON L OFFENSIVA DELL'ISIS per conquistare il Kurdistan iracheno, i guerriglieri del Pkk sono entrati in Iraq per aiutare i peshmerga di Barzani a fermare i tagliagole. Questo aiuto non richiesto, ma accolto, lo ha costretto ad andare a far loro visita per ringraziarli. Siamo fratelli. L isis è il nemico di tutto il popolo curdo. Abbiamo un destino unico, faremo tutto quello che possiamo per sconfiggerlo. La dichiarazione di Barzani ovviamente non è piaciuta all'amico Erdogan. Non è detto però che queste parole risuoneranno a lungo: è probabile che si tratti di una alleanza temporanea o addirittura solo apparente e non solo perché la Turchia e gli Stati Uniti, gli alleati più forti di Barzani, considerano ancora ufficialmente il Pkk una formazione terroristica. Se Kobane cade, Öcalan e il Pkk si indeboliranno e Barzani, di conseguenza, diventerà più forte per la sua corsa alla poltrona di leader massimo. del 09/10/14, pag. 6 La riforma incassa l ok della Merkel e Berlino apre sull uso dei fondi Ue A Milano clima disteso tra i leader resta il nodo del patto di Stabilità Hollande: Priorità al lavoro o i popoli abbandonano l Europa ANDREA GRECO MILANO. Gli impegni presi sul Patto di stabilità europeo vanno rispettati. Lo chiede Angela Merkel, che però a Milano fa una cauta apertura verso una nuova e più flessibile gestione dei vincoli di bilancio: «Ci sono paesi che devono lottare per rispettare il patto di stabilità, siamo pronti a discutere modifiche da portare al sistema», ha detto la Cancelliera tedesca. Che non ha dettagliato, ma probabilmente alludeva ai fondi europei, di cui 6,4 miliardi stanziati proprio per il lavoro giovanile; ma che se attinti appesantiscono i bilanci statali. Il padrone di casa Matteo Renzi l ha definita «una frase molto importante». Come importanti, per lui, sono stati gli avalli del Jobs Act, che Merkel ha definito «un passo importante», mentre il presidente francese ha detto «guardiamo con attenzione alla riforma del lavoro in Italia». Il terzo vertice europeo sul lavoro in un anno, dopo Berlino e Parigi, non risolve la maggior piaga del Vecchio continente, ma come se ne è detto la Conferenza di alto livello sull occupazione in Europa «tiene alta la tensione e lo slancio» verso una sfida che, se persa, potrebbe annichilire una generazione di europei. O, con le parole di interessato Francois Hollande che sente i forconi lepenisti alle spalle «allontanerà i popoli dall Europa». La disoccupazione europea, ormai all 11,50%, è ancor più intollerabile perché in alcuni paesi, Germania in testa, quasi non si sente, mentre in Italia e Spagna sfiora in 50% tra i giovani. Ma per far crescere l occupazione servono investimenti miliardari, e i vincoli stretti dei bilanci pubblici li scoraggiano. Per questo nell occasione Renzi ha potuto giocare di sponda con Hollande, che chiedeva di regolare meglio le politiche di bilancio. Ita- lia e Francia sono i due principali indiziati di non poter, o voler, rispettare il rapporto di deficit al 3% del Prodotto nazionale. Ma durante la conferenza stampa hanno rassicurato la vicina (di posto) Merkel, e i vertici della Commissione e del 8

9 Consiglio europeo sul rispetto del tetto del 3%. Hollande ha detto che lo farà sfruttando i margini di flessibilità esistenti (e probabilmente con due anni di ritardo); Renzi ha fatto un distinguo concettuale: «Ho le mie idee sul 3%, e le mantengo tutte. È un parametro ideato vent anni fa, in un altro mondo, quando ancora non c era internet, e proprio oggi (ieri, ndr) ho letto che per la prima volta le connessioni sono 7,2 miliardi, più degli esseri umani. Comunque io voglio rispettare quel vincolo, e senza intromettermi nelle scelte di Spagna, Francia o altri». Qui ha tirato una frecciata a Merkel, che intanto sorrideva: «Dieci anni fa la Germania con il governo di Schroder superò quel vincolo del 3%. Potremo parlare in futuro di nuovi vincoli, ma non nei prossimi 15 giorni, quindi nella legge di stabilità porremo il vincolo al 2,9%». Merkel si è detta «fiduciosa che Italia e Francia rispetteranno gli impegni» sui conti pubblici, ha il problema di ridurre l abnorme surplus tedesco, per cui ha dettagliato un piano di spesa da 15 miliardi per introdurre salari minimi e «altri sostegni della domanda interna che saranno utili anche ai nostri vicini europei». del 09/10/14, pag. 6 Ma resta in sospeso il giudizio di Bruxelles sui conti italiani Bocciatura possibile ALBERTO D ARGENIO MILANO. «Nella Germania dell Est tutti i giovani studiavano per diventare fiorai, ma non c erano abbastanza soldi per comprare fiori. Dobbiamo cambiare alcune regole per spendere meglio i fondi che l Europa mette a disposizione dei governi». E così, con un ricordo personale, che Angela Merkel nel chiuso del vertice sul lavoro di Milano apre a qualche modifica delle regole europee per rilanciare la crescita. Segnali, per ora poco chiari, su un futuro migliore. Anche se il presente resta inchiodato alle regole del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact. Mentre il premier Renzi segue con attenzione la bagarre al Senato sul Jobs Act, i lavori del summit vengono guidati principalmente dal ministro degli Esteri Federica Mogherini e dal sottosogretario agli Affari Ue Sandro Gozi. Il premier incassa il via libera di Barroso, Van Rompuy, Hollande e Merkel sulla riforma del lavoro. Certo, avrebbe preferito annunciare ai partner la sua approvazione in diretta, ma l ostruzionismo dei grillini a Palazzo Madama fa slittare il voto di fiducia. Poco male. Ma l impressione è che il giudizio sui conti italiani atteso per fine mese resti in bilico. Durante il summit Hollande quasi non parla, Renzi invece insiste sulla necessità di investire, di essere flessibili, di dare un anima politica all Unione. In mattinata ne parla al telefono con la Merkel. Con la quale ha un breve colloquio durante il vertice. Parlano della conferenza stampa congiunta che inizialmente non avrebbe dovuto esserci ma che poi si è fatta per evitare l immagine di un Europa divisa. «Iniziamo puntuali chiede la Cancelliera altrimenti rientro a Berlino troppo tardi». Davanti ai cronisti siedono così Renzi, Merkel, Hollande, Barroso, Van Rompuy e Schulz. E qui la Cancelliera apre a nuove regole per l Europa. Sulle prime c è chi pensa a una vera rivoluzione sul Patto di Stabilità e sul Fiscal Compact, ma non è così, come spiegava la frase sui fioristi pronunciata durante la riunione dei leader. Si tratta di aiutare i governi a spendere più facilmente i sei miliardi della Youth Guarantee, il fondo per l occupazione giovanile attivo in questo biennio. Ma poi la Cancelliera accenna anche al cofinanziamento dei fondi europei. Durante il summit milanese Renzi, come Hollande e il maltese Muscat, 9

10 sono tornati a chiedere che la parte di soldi provenienti dal bilancio dei singoli governi per cofinanziare i progetti europei venga scomputata dal calcolo del deficit. E se la Merkel si decidesse finalmente a questo passo, per Roma significherebbe liberare decine di miliardi nei prossimi sei anni visto che i fondi Ue per l Italia sono circa 70 miliardi che il governo deve accompagnare, a seconda dei progetti, pagando dal 25 al 50% dell ammontare. Sul presente però la Cancelliera è netta: vanno rispettate le re- gole sui conti. Sarà un caso, ma mentre in conferenza stampa Renzi dice che il tetto del 3% è anacronistico perché risale a vent anni fa («quando ancora non c era Internet»), la Merkel si illumina in una risata. Dà di gomito a Barroso e Hollande, che ricambiano l ilarità, sebbene la Francia sia messa molto peggio dell Italia sul deficit. D altra parte che tra la Merkel e Renzi ci sia una divergenza di opinioni sul tetto di Maastricht è noto a tutti. Intanto incombe la decisione della Commissione di Barroso sui conti italiani, con il rischio bocciatura della Legge di Stabilità che sarà notificata a Bruxelles il 15 ottobre. Nel mirino di Bruxelles c è il debito pubblico. Ieri non se ne è parlato, ma qualcosa che riguarda il giudizio del 29 ottobre è successo. Il Parlamento Ue ha bocciato la commissaria designata dal governo sloveno Alenka Bratusek. Così durante il summit di Milano, come d abitudine, la Merkel ha preso in mano la situazione e girando intorno al tavolone della riunione ha improvvisato qualche bilaterale con i colleghi e soprattutto ha pressato il premier sloveno Miro Cerar affinchè nomini subito un sostituto della Bratusek per evitare ritardi nell insediamento della Commissione Juncker. Lo stesso ha fatto Renzi. Già, perché se Juncker entrerà in carica il primo novembre avrà influenza politica nella decisione sulla Legge di Stabilità che prenderà Barroso appena due giorni prima. Se invece l insediamento dovesse slittare, la sua opinione avrebbe meno peso mentre Roma resta speranzosa che un presidente entrante preferisca agire con più cautela verso un grande paese rispetto a quello uscente. del 09/10/14, pag. 19 Kim Jong-un è stato deposto allarme da Pechino agli Usa per i troppi misteri di Pyongyang GIAMPAOLO VISETTI DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PECHINO. La scomparsa di Kim Jong-un fa scattare l allarme tra le super-potenze. Da Washington a Pechino, da Mosca a Tokyo, i leader del mondo ora temono che dietro l assenza del giovane dittatore della Corea del Nord possa nascondersi un tentativo di golpe militare, se non un colpo di Stato già consumato. Secondo i servizi segreti sudcoreani la versione di un «malessere», o di una «convalescenza post- operatoria», perde credibilità di ora in ora. Il ministro della Difesa di Seul ha detto che Kim Jong-un si trova adesso «da qualche parte a nord di Pyongyang». Ad oltre un mese dall ultima uscita pubblica, è la prima volta che una fonte ufficiale conferma che il maresciallo in capo non è più nella capitale, centro strategico per il mantenimento del potere interno, per il controllo di armi atomiche e depositi di uranio. L ex responsabile del contro-spionaggio di Pyongyang, Jiang Jin Sung, ha detto che il comandante supremo sarebbe stato esautorato dai militari. Il potere sarebbe stato assunto dal Dipartimento organizzativo e di orientamento del Partito dei 10

11 lavoratori, guidato dal generale Hwang Pyong-so, numero due del regime. Con lui la sorella minore del dittatore, Kim Jong-jeong di 26 anni. Voci e scenari restano impossibili da verificare: l allarme caos che scuote le cancellerie internazionali è giustificato però da un incrocio di fatti senza precedenti. Kim Jong-un e la moglie Ri Sol-ju sono scomparsi dal 3 settembre. Il 26 settembre il giovane leader non ha presieduto la riunione straordinaria dell Assemblea suprema del popolo e domani non risulta negli inviti alle cerimonie per il 69 anniversario dalla fondazione del partito. Pyongyang è blindata da giorni e nemmeno i dirigenti comunisti possono entrare o uscire dalla capitale. Nel fine settimana, dopo cinque anni di relazioni interrotte, una delegazione al massimo livello del Nord ha improvvisamente passato il 38 parallelo e ha incontrato alcuni ministri del Sud. A presentarsi è stato proprio Hwang Pyong-so, arrivato con il jet personale del dittatore e con gli uomini della sua scorta, da sempre riservata al massimo leader. Altra novità assoluta, l ammissione, da parte di Pyongyang, dell esistenza dei campi di lavoro, finora sempre negata. Per quanto riguarda Kim, la propaganda del regime prima ha taciuto, poi ha dichiarato che «non sta bene». Ma non è nelle condizioni di mostrare sue immagini recenti. L intelligence giapponese sostiene che il dittatore soffra di gotta, sia paurosamente ingrassato, minato dal diabete e che sia stato operato per una frattura alle caviglie. Spaccarsi entrambe le articolazioni, a meno di un incidente, è indice di gravi patologie. Per questo sale il timore che a Pyongyang si stia consumando una drammatica resa dei conti e che la Corea del Nord possa finire fuori controllo. Fonti di Pechino sostengono che l esercito avrebbe deciso solo di «affiancare» il despota. Kim potrebbe così essere mantenuto in carica formalmente ancora per un po, il tempo necessario per blindare il nuovo potere. Nessuno esclude il colpo di scena, ossia la ricomparsa del giovane leader. Su un punto però i servizi di tutto il mondo concordano: difficilmente il profilo del regime del Nord tornerà quello di prima. del 09/10/14, pag. 15 Quei 50 studenti rapiti e uccisi perché si opponevano ai narcos Messico, polizia sotto accusa: ha agito con le gang. Si scava nelle fosse comuni WASHINGTON Un corpo in strada. Il volto scuoiato. E il cadavere di Julio Mondragón, 19 anni. Un giovane studente che aveva cercato di scappare dagli aguzzini, ma lo hanno ripreso e ucciso usando il cadavere come ammonimento. Julio è una delle vittime della strage di Iguala, Stato messicano di Guerrero. Decine di studenti fatti sparire da una banda composta da poliziotti locali e narcos. Questa non è una faida tra cosche. A Iguala il massacro è stato perpetrato dal patto di affari che mette insieme autorità e trafficanti. Compatti nel togliere le vite a chiunque osi protestare. E quello che volevano fare il 26 settembre gli studenti di un istituto dove si formano gli insegnanti. Sono molto politicizzati, eredi di quel movimento di protesta popolare degli anni Settanta, e partecipano ad una manifestazione fuori città. Poi tornano verso Iguala a bordo di tre bus che secondo la polizia sarebbero stati «dirottati». Gli agenti decidono di bloccarli. Sparando. Sotto il fuoco cadono almeno sei persone, compresi dei passanti, mentre gli studenti tentano la fuga. I poliziotti li catturano con l aiuto di civili armati. Segue un duro pestaggio. I 11

12 giovani, tutti tra i 19 e i 23 anni, cedono subito, pensano di essere in arresto. Non è così. Quarantasei di loro spariscono. E quando i familiari protestano non ricevono risposte. L angoscia aumenta quando uno scampato all attacco parla. Le autorità municipali prendono tempo. E una soffiata ad aprire la breccia. Qualche giorno dopo, una colonna di soldati raggiunge un sobborgo di Iguala dove scopre sei fosse comuni. Sepolti sotto uno strato di terra i resti di molte persone. Sono irriconoscibili, bruciate con il kerosene. Prima si parla di 28 morti, poi di 34. Con imbarazzo il governo aspetta i test del Dna. Ma sembrano esserci pochi dubbi sull identità delle vittime. Così come sulle responsabilità. Ventidue agenti sono tratti in arresto, parte un mandato di cattura per il sindaco José Velázquez e il capo della polizia municipale. In città arrivano reparti della Gendarmeria e dell esercito. L inchiesta sollecitata persino da Onu e Stati Uniti ci mette poco a ricostruire il quadro. Ad agire sono stati sbirri corrotti e membri della gang Guerreros Unidos, fazione staccatasi dal cartello dei Beltran Leyva e alleata dei Los Pelones. Il primo cittadino e non da ieri ha sempre avuto rapporti con l organizzazione, così come sua moglie Maria Vela. Anzi, non si esclude che gli studenti siano stati fatti sparire perché si temeva potessero disturbare un comizio della signora. Qualche dettaglio è venuto dalla suocera del primo cittadino. Forse rapita, la donna è apparsa bendata in un video ed ha «confessato» che il genero protegge i Guerreros contro i rivali Los Rojos. Ad aumentare la rabbia, in una regione poverissima, i precedenti del sindaco, sospettato di essere coinvolto in attacchi contro gli attivisti della zona. Ma il lassismo del potere centrale, sempre più preoccupato di nascondere i fatti, ha permesso che il regno del terrore proseguisse. Le fosse comuni fanno parte della geografia della zona: 23 corpi in febbraio, 4 in marzo, 6 in aprile, 19 a maggio, oltre a quelle che non conosciamo. Vittime della battaglia tra boss. E non è finita. Con l insolenza tipica delle bande messicane, i Guerreros Unidos hanno affisso dei poster a Iguala chiedendo il rilascio degli agenti arrestati. Se non saranno liberati, è la minaccia, diffonderanno i nomi dei politici legati al crimine. Forse non ce n è bisogno. Guido Olimpio del 09/10/14, pag. 6 Storico sì anche in Nevada e Idaho Antonio Soggia Diritti civili. Il cosiddetto «matrimonio egualitario» ormai è legge in 35 stati. Ma manca il Sud. Come per gli afroamericani, sono soprattutto i tribunali a portare avanti le tutele costituzionali per tutte le minoranze In questi giorni l Italia di Renzi e Alfano sembra più conservatrice persino dell Idaho e dello Utah. Con lo scarno comunicato del 6 ottobre, la Corte suprema degli Stati Uniti ha respinto i ricorsi di cinque Stati che difendevano il proprio diritto di limitare il matrimonio alle coppie di sesso diverso. La decisione della Corte suprema senza motivazione ha reso definitive le sentenze di tre Corti d appello: ciò significa non solo che il matrimonio tra persone dello stesso sesso è diventato immediatamente legale nei cinque Stati coinvolti nel ricorso, ma anche che lo sarà inevitabilmente in altri sei che rientrano nella giurisdizione delle Corti d appello in questione. Alla decisione di lunedì della Corte suprema è seguita, il giorno successivo, una sentenza della Corte d appello del Nono circuito che, in linea con le precedenti, ha deciso in favore 12

13 del matrimonio egualitario. Anche in questo caso, il giudizio investe direttamente due Stati (Nevada e Idaho) ma ne coinvolge potenzialmente altri tre (Alaska, Arizona e Montana). Se la sentenza diventerà definitiva, si applicherà, all intero Nono circuito. Entro breve, quindi, le coppie dello stesso sesso potranno sposarsi in 35 Stati. Se è chiara la tendenza positiva, compreso almeno implicitamente l orientamento della Corte suprema, si pone il problema delle due velocità con cui i diritti civili stanno avanzando nel Paese. L area del profondo Sud (in particolare Louisiana, Mississippi e Alabama) non viene minimamente sfiorata dagli effetti delle sentenze pronunciate finora. Una situazione che ricorda da vicino quanto sperimentato riguardo ai diritti della comunità afroamericana. Per questo, se l evoluzione del 6 ottobre è stata salutata come un successo, il movimento lgbt avrebbe preferito che la Corte suprema entrasse nel merito della questione, per arrivare in tempi rapidi a una sentenza definitiva valida in tutto il territorio Usa. Come ha chiarito pubblicamente nelle scorse settimane la giudice Ruth Bader Ginzburg leader della componente progressista della Corte i giudici supremi interverranno se sarà necessario per dirimere un eventuale controversia tra Corti d appello. Potrebbe accadere con la pronuncia, attesa a breve, del Sesto circuito con sede a Cincinnati: il collegio, in questo caso, è composto da una maggioranza di giudici nominati da presidenti repubblicani. Le Corti federali sono chiamate a verificare la costituzionalità dei divieti dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, approvati nel decennio passato da una trentina di Stati dell Unione. Nel sistema Usa il controllo di costituzionalità è diffuso, cioè demandato ai singoli tribunali federali e non ad un unico organo centrale. I cittadini possono invocare l intervento di un giudice federale se ritengono che una legge vìoli i loro diritti costituzionali. E il singolo giudice può disapplicarla se la ritiene incostituzionale. Sono quindi le caratteristiche del sistema giuridico americano di common law, e in particolare l intreccio del principio dei precedenti vincolanti con il controllo diffuso di costituzionalità, a determinare termini e protagonisti della battaglia per il matrimonio egualitario negli Stati Uniti. La controversia legale, dunque, è tutta intorno all esistenza o meno di un diritto costituzionale al matrimonio per le coppie dello stesso sesso. Un tema che incrocia tre aspetti. In primo luogo, la contrapposizione tra il diritto fondamentale al matrimonio, di cui godere senza discriminazioni sulla base della «clausola di eguale protezione delle leggi» sancita dal XIV emendamento (approvato dopo la Guerra civile) e il diritto dei singoli Stati a difendere un presunto interesse legittimo (la tradizione, il diritto dei figli ad avere un padre e una madre, ecc.). Finora i giudici federali d appello hanno negato l esistenza di tale interesse legittimo. Memorabili le parole di Richard Posner, l estensore della sentenza della Corte d appello del Settimo circuito, considerato uno dei massimi giuristi statunitensi: a proposito dell interesse degli Stati a tutelare il matrimonio tradizionale, ha scritto che «le tradizioni possono essere nocive o inoffensive», ma quando una tradizione diventa legge «e discrimina un gruppo di persone, causando loro un danno, non costituisce semplicemente un innocuo anacronismo, ma una violazione della clausola di eguale protezione». Il secondo aspetto è quello del diritto, tradizionalmente riconosciuto agli Stati, di legiferare in materia di matrimonio, stabilendone ad esempio i requisiti di accesso. È un diritto non assoluto, come già stabilito dalla Corte suprema nel 1967 quando, in Loving v. Virginia, ha cancellato le leggi statali che proibivano i matrimoni interrazziali. La dottrina dei «diritti degli Stati», contrapposti al potere della Federazione, attraversa l intera storia della 13

14 Repubblica americana, e nei decenni passati è stata al centro del conflitto sulla segregazione razziale negli Stati del Sud. E oggi si ripropone. Il terzo elemento riguarda la dialettica tra la volontà della maggioranza, espressa tramite referendum o attraverso le assemblee legislative statali, e l intervento dei tribunali. Secondo i conservatori, l avanzata dei diritti delle persone lgbt è il frutto dell attivismo di funzionari non eletti dal popolo, che schiacciano leggi approvate democraticamente. Anche su questo punto il giudice Posner è laconico: «Le minoranze calpestate nel processo democratico hanno diritto a ricorrere alle Corti; si chiama diritto costituzionale». 14

15 INTERNI del 09/10/14, pag. 1/2 E il premier ora avverte: Alla Camera non si cambia niente. La legge entro novembre FRANCESCO BEI GOFFREDO DE MARCHIS IL RETROSCENA ROMA. È una partita chiusa, per Renzi. La legge delega non cambierà di una virgola nemmeno alla Camera, il pressing della minoranza è destinato a essere respinto. Perché il governo adesso vuole correre. Approvare il Jobs Act a Montecitorio prima della sessione di bilancio ossia entro la metà di novembre. E riempire la cornice con i decreti delegati entro gli inizi dell anno. Il credito che il premier è convinto di aver ottenuto nel vertice di Milano non può essere vanificato. Perciò lo sorprende il muro eretto dai dissidenti democratici. «È pazzesco che in un giorno come questo io abbia incassato più complimenti dai leader europei che dai senatori del mio partito», dice ai fedelissimi. L atteggiamento verso i ribelli è sempre lo stesso. Ma stavolta il premier è quasi incredulo. «Per il Jobs Act abbiamo avuto i complimenti di tutta Europa. Avete sentito quello che ha detto la Merkel? ripete ai collaboratori. Gli unici che non si rendono conto della situazione sono i senatori del Pd o meglio i ribelli del Pd. Sono fuori dal mondo». L esito dell incontro di Milano, secondo Renzi, dovrebbe far riflettere tutti: «A me sembra tutto così chiaro. Queste riforme, insieme con le altre misure, ce le chiede l Europa, sono indispensabili. Mi stupisce che qualcuno faccia finta di non vedere». Sulla minoranza del Pd, non cambia idea. Nel solco del se attaccano mi fanno un regalo o ogni volta che parlano guadagno un punto nei sondaggi, Renzi segue i contorcimenti degli oppositori, i loro documenti, le loro divisioni e le dimissioni, regalando a chi lo informa da Roma la solita battuta: «La considero pubblicità progresso per il nostro governo». Rivendica la decisione di usare il voto di fiducia e non solo perché era utile l approvazione rapida del Jobs Act durante i lavori del vertice informale sul lavoro, al cospetto di tutti i capi di Stato europei. «L approvazione non è nemmeno arrivata in tempo, alla fine spiega ai fedelissimi e non mi sono scomposto. Ma l idea di legare la sorte dell esecutivo alla riforma del mercato del lavoro ha un significato più profondo. Segnala l importanza che noi attribuiamo a questo passaggio, fa capire che la lezione l abbiamo imparata: ci vogliono le riforme per salvare il Paese e ci vogliono in fretta». Al di là delle consuete battute irridenti, il premier non ha gradito il dibattito di Palazzo Madama. L opposizione dura dei 5stelle la liquida in conferenza stampa definendola «una sceneggiata». Ma il fuoco di sbarramento dei parlamentari democratici lo considera un atto controproducente e fuori dalla realtà. E non c è dubbio che avrebbe preferito un lavoro al Senato più ordinato, possibilmente un voto nel pomeriggio. Così nel suo mirino è finito pure Piero Grasso. Fin dalla mattina il premier, in contatto con Boschi e Zanda, preme per arrivare il più presto possibile alla chiusura del dibattito generale e alla fiducia. L obiettivo è chiaro, arrivare in tempo per la conferenza stampa congiunta con la Merkel: «Dobbiamo sbattere sul tavolo la riforma del lavoro, davanti a tutta l Europa». Ma in aula tutto va storto. I grillini alzano la voce contro il ministro Poletti, il quale imperterrito fa finta di nulla e prosegue nel suo intervento. Vorrebbe infatti concludere in fretta e annunciare il voto di fiducia, ma il 15

16 presidente Grasso prende tutti in contropiede. Richiama all ordine una, due volte, il capogruppo 5 stelle Vito Petrocelli. Poi fornisce alla protesta grillina un assist involontario ordinando l espulsione del reprobo. «Un grave errore commenta Ugo Sposetti, vecchia volpe parlamentare perché il capogruppo è un simbolo, a suo modo un istituzione». A quel punto tutto precipita, i grillini fanno scudo al loro presidente, i commessi non riescono a superare la barriera. Si arriva al contatto fisico, la seduta è sospesa, Poletti non ha finito di parlare e non ci riuscirà, lasciando il resto del discorso sul tavolo. Compreso l impegno politico a tener conto, nei decreti delegati, delle modifiche all articolo 18 chieste dalla minoranza Pd. È quella «delega orale» su cui ironizza Stefano Fassina. Resterà anche quella agli atti. Quando Boschi informa Renzi del caos in aula e del rinvio notturno del voto, il premier va su tutte le furie. Ce l ha con Grasso, se la prende per una conduzione dell aula ondeggiante fra eccessi opposti di severità e di indulgenza. Ma ormai è troppo tardi. I cinque stelle e i leghisti esultano. Le critiche si appuntano tutte sul presidente di palazzo Madama, qualche renziano più sospettoso arriva anche a ipotizzare che Grasso l abbia fatto apposta come «vendetta» per le critiche ricevute al tempo della discussione sulla riforma del Senato. «Quando ha avvertito i grillini che avrebbe sospeso la seduta se avessero continuato a far casino osserva un senatore dem molto vicino al premier è come se li avesse invitati a nozze». Ormai comunque è fatta. La battaglia si sposta a Montecitorio. del 9/10/2014, pag Articolo 18, la delega in bianco è incostituzionale Lavoro. Il Colle non può dare il via libera Piergiovanni Alleva Il governo pone all approvazione del Senato, ricattato dal voto di fiducia, un disegno di legge delega in materia di lavoro ulteriormente peggiorato rispetto alla proposta originaria. È un testo squilibrato, ipocrita e incostituzionale perché contiene una disciplina inutilmente dettagliata di argomenti minori, come permessi parentali e funzionamento dei Centri per l impiego, ma lascia totale mano libera all esecutivo sui temi essenziali del precariato, delle garanzie nel rapporto di lavoro e degli ammortizzatori sociali. Infatti nessun contratto precario viene abolito e sul tema fondamentale dell articolo 18 per il momento si tace, ma poi ci si riserva di intervenire direttamente, ovviamente in senso punitivo, nei decreti delegati, ossia al di fuori di qualsiasi controllo e voto del parlamento. Allo stesso modo il governo si riserva di regolare a suo arbitrio, nei decreti delegati, l indennità di disoccupazione e ciò che resta della cassa integrazione. Questo modo di procedere è incostituzionale perché l articolo 76 della Costituzione stabilisce invece, a garanzia della centralità del parlamento, che la legge delega debba fissare essa stessa, con riguardo all emanazione dei successivi decreti delegati, i criteri direttivi, che non possono in nessun modo essere surrogati da ordini del giorno o da prese di posizione in sede politica. Ove il capo dello Stato promulgasse quindi questa legge delega voluta dal governo, violerebbe lui stesso la Costituzione. Una precisazione, poi, è opportuna e necessaria: non è sufficiente in una legge delega evocare dei titoli e dei temi come potrebbero essere la disciplina della cassa integrazione o dei licenziamenti o dei trasferimenti, senza indicare anche in quale direzione devono andare le future modifiche normative. Affermare ad esempio come dice la delega che il 16

17 governo è autorizzato a fare un decreto sull ambito di applicazione della cassa integrazione significa pur sempre dare una delega in bianco perché non si comprende se quell ambito di applicazione debba essere allargato o al contrario ristretto rispetto alla situazione attuale. Così non basterebbe dire che il governo è autorizzato a stabilire una nuova disciplina delle sanzioni per i licenziamenti illegittimi se non si dice per quale tipo di licenziamento e con quale tipo di sanzione, se monetaria, di reintegra o ambedue. Questa quindi è la profonda ipocrisia nel maxiemendamento alla legge delega, quella cioè di mettere l uno vicino all altro criteri direttivi effettivi per gli argomenti di minore importanza e invece dei meri titoli per quelli davvero decisivi onde consentire poi al governo di legificare a suo avviso. Questo modo di procedere è già stato stigmatizzato dalla Corte costituzionale e porta a prevedere un impugnazione sistematica dei decreti emanati non già sulla base di criteri direttivi ma con riferimento a un semplice «titolo». Questa critica di fondo non toglie che comunque il maxiemendamento preveda anche alcune disposizioni più precise e sporadiche, comunque pessime, e ci riferiamo in particolare a una cosiddetta nuova disciplina delle mansioni che finirebbe col rendere lecito il demansionamento e dunque il mobbing, con l alibi ricattatorio della sua necessità per ragioni organizzative che in definitiva lo stesso imprenditore definirebbe. Viene altresì legittimata, sotto un apparenza tecnicistica, l attività di controllo ossia di spionaggio a carico del lavoratore. Con riguardo agli ammortizzatori sociali la nuova indennità di disoccupazione di cui non è specificata né la durata né gli importi risponderebbe comunque a un criterio assolutamente errato e cioè a quello della proporzionalità della durata dell integrità all anzianità di lavoro precedentemente maturata. Questo significa che l annunciata applicazione dell indennità di disoccupazione anche ai rapporti precari si ridurrebbe a una sorta di burletta perché a una breve durata del contratto corrisponderebbe una ancora più breve durata dell indennità di disoccupazione. Infine c è l ambiguità più grave e pericolosa che riguarda i contratti a tutela progressiva di futura introduzione e il dilemma è questo: tutto quello che si dice e si polemizza circa l abolizione o quasi abolizione della reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo riguarderebbe solo questi nuovi futuri contratti o tutti i rapporti già in essere come è accaduto con la legge Fornero? Non c è davvero da fidarsi perché la legge delega contiene una supernorma in bianco che è quella della redazione di un testo organico «semplificato» di disciplina dei vari tipi di contratto e al suo interno potrebbe esservi davvero di tutto, a cominciare dall eliminazione della reintegra anche per i milioni di lavoratori che attualmente godono di tale garanzia. La vigilanza non è davvero mai troppa quando si ha a che fare con persone abituate a dire e disdire, promettere e non mantenere, come il presidente Renzi. Con lui non si può mai essere «sereni». del 09/10/14, pag. 4 Sinistra divisa, ma ora punta alla piazza Cgil Documento di 36 parlamentari che annunciano richieste di modifica alla Camera. Bersani, Cuperlo e Civati non firmano Fiducia per senso di responsabilità, anche se c è chi si dissocia. L asse con la Camusso in attesa della manifestazione del 25 GIOVANNA CASADIO 17

18 ROMA. Votano la fiducia al Jobs Act turandosi il naso. Ore di psicodramma nelle file della minoranza del Pd. Ma con l idea della rivincita nella piazza della Cgil il 25 ottobre. La sinistra dem punta sull alleanza con Susanna Camusso e Maurizio Landini per battere un colpo. Per ritrovare il suo popolo e dare un altolà a Renzi sull articolo 18 alla Camera. Là o si cambia o si cambia e non sarà accettata una fiducia bis. Un documento firmato da 27 senatori e 9 deputati, che sono nella Direzione del Pd, tra i quali Cesare Damiano, presidente della Commissione lavoro, Guglielmo Epifani, Stefano Fassina, annuncia battaglia dura. Ma dopo. Non c è Bersani tra i firmatari perché, spiegano, ha preferito tenersi defilato. Però in piazza con la Cgil l ex leader promette di andarci. L ha detto del resto più volte: «Se si va allo scontro io so da che parte stare». In piazza «ci saremo», prevede Alfredo D Attorre. In tanti sotto lo striscione Lavoro, dignità, uguaglianza per cambiare l Italia. E un altro bersaniano Miguel Gotor dice che il senso di responsabilità non si poteva non avere al Senato, perché avrebbe significato mandare in crisi il governo alla vigilia della legge di stabilità e che un passo avanti è stato fatto sul lavoro, però non basta. Ma è una giornata lunga e travagliata che manda in tilt il partito, rasentando il caos tra riunioni, incontri, colloqui per evitare il peggio, che si saldi cioè un fronte pronto a non partecipare alla fiducia. Disciplina di partito è il leit motiv con cui si cominciano o si concludono le discussioni. Il compagno Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, dalemiano e anti renziano, strofina i piccoli corni che porta nel taschino della giacca. Portafortuna a disposizione di qualche amico, in cambio di 10 o cinque centesimi simbolici che lui poi versa in un Karl Marx-salvadanaio. I civatiani, con Walter Tocci in testa, tengono tre assemblee. Decidere di non partecipare alla fiducia è una scelta difficile. Casson, Ricchiuti e Mineo si lasciano le mani libere fino alla fine. Non possono non esserci conseguenze: tuttavia scelgono questa strada. Ma lo strappo è quello di Tocci. Che va dal capogruppo dem Luigi Zanda e lo avverte: «Sono un uomo di partito, quindi voto la fiducia ma il mio disagio politico è troppo forte e mi dimetto da senatore. Quello che stiamo votando sull articolo 18 rischia di essere contrario persino alla civiltà giuridica. Non voglio fare cadere il governo ma è impossibile seguire le mie idee». Zanda racconterà poi che ha cercato di dissuaderlo. Ci tentano anche altri. Fassina twitta: «Walter, abbiamo bisogno di te per correggere la rotta del partito: ripensaci». Ugualmente fa Gianni Cuperlo. Cuperlo non firma il documento di Gotor-Chiti. «È una posizione troppo morbida», fa sapere. In piazza ci sarà e in prima linea. «Quella di Tocci è una posizione degna», commenta. Però la minoranza è frantumata. Mario Tronti, il filosofo dell operaismo e senatore dem, aderisce al documento dei 36 in cui si distinguono le luci e le ombre della riforma del mercato del lavoro. L abolizione del reintegro per chi è licenziato in modo illegittimo per motivi economici è la linea Maginot dello scontro. Gotor rincara: «La cosa più grave politicamente è che il Pd si piega ai diktat di Sacconi, che un partito che ha avuto il 40,8% si fa dettare le politiche da uno del 4%. E poi è come se facessimo scrivere il diritto di famiglia a Giovanardi...». Civati, che neppure lui aderisce al documento dei 36, attacca: «Il Pd sta facendo la cosa più di destra della sua storia. E Sacconi ormai è sotto la curva a festeggiare perché vede il coronamento del suo lavoro degli ultimi vent anni». 18

19 del 09/10/14, pag. 12 Le toghe bocciano il decreto giustizia e sull autoriciclaggio lite Padoan-Orlando Dal Csm critiche ariforma e taglio-ferie ma Legnini frena: deciderà il plenum L Anm pubblica le slide sulla produttività LIANA MILELLA ROMA. Il taglio delle ferie? «Scelta sbagliata, e pure controproducente». Parola di Csm. Il decreto sulla giustizia civile? «Incostituzionale». Lo dice sempre il nuovo Csm. Anche se il vice presidente Legnini frena, parla di «un testo della commissione» che oggi dovrà essere approvato dal plenum. Accade per caso, ma pure l Anm, nello stesso giorno, bacchetta Renzi e il Guardasigilli Orlando. Perfino a colpi di slides, in cui ricorre sempre la stessa frase: «Una vera riforma: quando?». E giù gli esempi della prescrizione, della corruzione, del falso in bilancio, dell autoriciclaggio, tutte riforme inutilmente in attesa di novità e cambiamenti. È sempre una coincidenza, ma pure sull autoriciclaggio Orlando arriva allo scontro con Padoan per la seconda volta in una settimana. Da via Arenula depositano la loro proposta, ma un emendamento del relatore Sanga la vanifica. Non basta: monta la polemica dei magistrati esperti di reati economici e finanziari contro la regola che non c è il reato «quando il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate all utilizzazione o al godimento personale». Una proposta alternativa, quella del civatiano Luca Pastorino «Non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione e al godimento personale» che piace alle toghe, ma non piace a Orlando, è destinata oggi alla bocciatura. Un caos. Il giorno nero di Orlando e Renzi sulla giustizia attraversa più fronti, ma ha un comune denominatore: le toghe avversano le proposte del governo, nell ordine bocciano le ferie, il decreto sul civile, l autoriciclaggio. Su quest ultimo la linea è decisa, «meglio non farlo proprio questo reato, se deve creare un danno anche ai delitti del codice che già ci sono». Il relatore Pd Causi cerca una mediazione, ma il sottosegretario alla Giustizia Costa (Ncd) esce furibondo dalla commissione Finanze: «Abbiamo lavorato per una norma efficace, effettiva ed equilibrata che garantisse il bilanciamento di tutti gli interessi, e mi fermo qui». Orlando s imbufalisce contro Padoan per via dell emendamento sulla non punibilità, anche per autoriciclaggio, per chi fa rientrare i capitali sporchi. Per Orlando, fatta così, è una bestemmia giuridica e politica, un boomerang. Il Pd Sanga, che l ha proposto, si difende, ma oggi in commissione Finanze alla Camera sarà scontro. Forza Italia si scatena con Capezzone e Gelmini, non vuole il reato, contro cui il Giornale tempesta da 3 giorni. Va ancora peggio sulle ferie e sul civile, due argomenti che l Anm ha contestato sin dalla metà di agosto. Ora il presidente del sindacato dei giudici Sabelli utilizza ironicamente lo stesso strumento di Renzi, la giustizia a colpi di slides. In modo così esplicito, non era mai accaduto. Numeri e raffronti con l Europa per dimostrare che i magistrati non sono dei fannulloni. Quindi il premioer sbaglia. Soprattutto sul taglio delle ferie, che la sesta commissione del Csm per la penna di Morosini, Md, il gup del processo Stato-mafia sanziona duramente parlando di norma dannosa e controproducente perché durante le ferie i magistrati lavorano ugualmente e mandano avanti i processi. 19

20 del 09/10/14, pag. 5 Giustizia: il Csm non ha cambiato verso, dal nuovo Consiglio una stroncatura per Orlando di Andrea Fabozzi È il primo atto del nuovo Consiglio superiore della magistratura, ancora orfano di un consigliere dal momento che la candidata del ministro della giustizia si è scoperta senza i requisiti (e annuncia ricorso). Non è un documento ufficiale perché deve essere votato oggi dal plenum, ma è già una bocciatura secca che colpisce proprio il ministro Orlando. Il suo decreto di riforma del processo civile è all'esame della commissione in senato, in prima lettura, e dev'essere convertito entro il 10 novembre: il parere del Csm è dunque urgente. La proposta della sesta commissione al plenum è molto dura: il provvedimento del governo non aumenterà l'efficienza della giustizia civile e rischia persino di essere incostituzionale. C'è imbarazzo al Csm, un consiglio che nelle intenzioni del capo dello stato che lo presiede dovrebbe prendere atto della "non rinviabilità della riforma della giustizia" e della necessità di una "leale collaborazione" con il guardasigilli. E invece questo Consiglio cui si guardava per superare il ventennio di scontro tra politica e giustizia esordisce con un'accusa al governo di incostituzionalità. Mentre proprio Napolitano raccomanda da anni che i pareri del Csm "non possano sfociare in un improprio vaglio di costituzionalità e non possano interferire nel confronto parlamentare già in atto sui contenuti del provvedimento". E così il vicepresidente del Consiglio, il da poco ex sottosegretario Legnini, raccomanda ai consiglieri di non diffondere il testo - provvisorio - del parere, e precisa che siamo di fronte a "una semplice proposta che può essere modificata dal plenum" assicurando che "sulle riforme vogliamo avere un atteggiamento costruttivo". Lo stesso invito arriva contemporaneamente dal neo responsabile giustizia del Pd, Ermini: "Auspichiamo un parere costruttivo e collaborativo". Mentre il ministro Orlando diplomaticamente aspetta il plenum e nel frattempo si dice "sicuro che il rapporto di collaborazione costruttiva richiamato da Legnini si possa sviluppare". Ma il documento di 80 pagine redatto dalla sesta commissione del Csm dice tutt'altro. Dice che gli obiettivi del governo di ridurre il contenzioso e i tempi della giustizia sono "apprezzabili", ma il decreto annunciato a giugno e presentato a settembre da Orlando non è "idoneo ad assicurare un reale incremento dell'efficienza del sistema giustizia" né a "determinare un'effettiva riduzione dell'arretrato e un'accelerazione dei processi". Dice anche che "la scelta di intervenire con decreto legge comporta delicati profili di compatibilità costituzionale" visto che introduce una "rilevante riforma ordinamentale" con uno strumento "che il costituente non ha predisposto per tale finalità", bensì com'è noto per provvedimenti straordinari e urgenti. Tra gli aspetti criticati dalla commissione anche la riduzione delle ferie dei magistrati (da 45 a 30 giorni) che rischia di essere "persino controproducente" rispetto all'obiettivo di ridurre i tempi della giustizia, visto che molti magistrati tradizionalmente dedicano parte delle ferie al lavoro arretrato. Il documento sarà presentato oggi al plenum dal presidente della sesta, il giudice di Magistratura democratica Piergiorgio Morosini. È stato approvato all'unanimità in commissione, quindi con il voto favorevole dei due "laici" in quota maggioranza Fanfani (Pd) e Balduzzi (Scelta civica) e di tre togati conservatori, Spina, Palamara (Unicost) e Galoppi (che è di Magistratura indipendente ma non era tra i favoriti di Cosimo Ferri, l'ex leader della corrente che adesso da sottosegretario sta portando avanti proprio il decreto Orlando in commissione). 20

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