Girolamo De Michele. Francesco Rizzo. ne discuteremo con. Scrittore, redattore di Carmilla euninomade 2.0

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1 ne discuteremo con Girolamo De Michele Scrittore, redattore di Carmilla euninomade 2.0 Francesco Rizzo dipendente Ilva di Taranto e coordinatore provinciale della Unione Sindacale di Base

2 Girolamo De Michele, insegnante e redattore del sito Carmilla Online e di Uninomade 2.0, nei suoi editoriali ha raccontato e analizzato la calda estate di Taranto a partire dall'irruzione di un comitato, composto da cittadini e operai dell'ilva, che ha posto con forza il rifiuto del ricatto salute-lavoro. Una posizione coraggiosa in un territorio che vive e muore sulla monocultura dell'acciaio e che si deve scontrare contro il partito della conservazione, politicamente e sindacalmente trasversale, che magari discute su quanto alti devono essere i costi umani e ambientali dell'impianto siderurgico di Taranto, ma alla fine trova sempre una quadra attorno all'ineluttabilità del nesso profitto-lavoro-salario. Francesco Rizzo, dipendente dell Ilva di Taranto e coordinatore provinciale della Unione Sindacale di Base. Nelle ultime settimane è stato uno degli animatori dello sciopero ad oltranza che ha coinvolto il reparto addetto alla movimentazione ferroviaria dell'ilva. Lo sciopero, indetto a seguito dell'incidente mortale che ha visto vittima il giovane operaio Claudio Marsella, è durato ben due settimane raggiungendo l'obiettivo di riaprire la vertenza sull'organico dei conduttori del treno. La tragedia di Taranto, è quella passata e presente di molte altre fabbriche e territori. In questo caso però, le dimensioni, l'impatto, la chiarezza delle dinamiche e delle posizioni dei soggetti a vario titolo coinvolti, fanno emergere con forza inedita gli assi portanti dell'attuale modello di sviluppo, i suoi punti critici e l'ideologia dominante che lo sorregge, pretendendo disciplina e controllo. Per questo e grazie alla determinazione con la quale si sta mettendo al centro delle scelte politiche la salute, la sicurezza sul lavoro, la qualità della vita e la tutela dell'ambiente, la vicenda dell'ilva non può più essere solo un terreno di scontro locale. Con Girolamo De Michele, Francesco Rizzo e con molti altri lavoratori e cittadini portatori di esperienze di lotta contro la nocività e l'insicurezza dell'ambiente di lavoro e di vita, vogliamo affrontare le seguenti questioni: come è possibile che, nonostante la ricchezza sociale prodotta, lo sviluppo scientifico e tecnologico, l'aumento della produttività complessiva, si debba ancora sottostare al ricatto che vede contrapposti occupazione, salute e sicurezza? come possono i lavoratori smarcarsi da questa trappola mortale? come si combatte contro la nocività nei luoghi di lavoro? come si possono costruire degli incontri positivi tra cittadini e lavoratori nei territori in cui emergono queste contraddizioni? cosa significa rivendicare la rottura del legame reddito-occupazione? come si articola una proposta efficace e concreta in questo senso e cosa implica? come possiamo rimettere al centro dell'azione politico-sindacale il problema di cosa, quanto e come produrre? Discutiamone! 2

3 Pubblicato in Carmillaonline.com - Luglio 27, 2012 Taranto ricorderà il giorno di Sant'Anna del 2012 di Cosimo Argentina Con chi si sarebbe schierato Pier Paolo Pasolini nel giorno di Sant'Anna a Taranto? Con i giovani ambientalisti e con le nuove generazioni che si battono per una Taranto smarcata finalmente dai veleni o con i lavoratori dell'ilva che lottano per il pane e il diritto alla fatica? Cosa avrebbe detto il friulano, l'ultimo intellettuale italiano, dei politici con la bava alla bocca incapaci di governare un giocattolo che gli è sfuggito di mano; degli imprenditori ai domiciliari; dei magistrati che non hanno creduto a una legge regionale approvata alla scappona a Bari; dei poliziotti e del prefetto Ferrante calato nella contesa come un re di denari in un mazzo di carte carbonizzato? Taranto ricorderà il giorno di Sant'Anna del I sigilli all'impianto a caldo dell'ilva, gli operai sui ponti della città e i mandati di arresto ai vertici dell'azienda con capi di imputazione da far impallidire Al Capone sono il capolinea di una vicenda cresciuta e sviluppatasi nell'inerzia mal cablata del mondo politico impegnato nella caccia ai voti con gli assessori pronti a organizzare la sagra dell'orecchietta e gli imprenditori distratti dalle strategie pro evasione fiscale e dalle vicende del club calcistico locale. Con l'ilva muore un sogno malato, anche se temo che la vicenda non sia finita qui. Da una parte i posti di lavoro, dall'altra grappoli di tumori e morti durante i turni. A chi dare ragione? Il pane, si sa, vale più di brioches e a volte più di polmoni e cellule che impazziscono nel fegato. Bisognerebbe domandarsi perché siamo arrivati a questo punto. Perché la direttiva Seveso è rimasta sulla carta; perché l'arpa non è mai stata in grado di intervenire sulla questione delle polveri sottili e dei metalli pesanti. Ma questa è storia. Ormai qui c'è una resa dei conti che mette Taranto di fronte a una lotta civile: tarantini contro tarantini; irredentisti contro forzati dell'altoforno; guelfi ionici contro ghibellini tarantolati. E di contorno a tutto questo ecco che proliferano interviste ai cosiddetti intellettuali che usano le parole con diplomazia misurandole davanti a giornalisti affamati di esternazioni. Ma la verità è che Taranto non ha nemmeno un simulacro di Pasolini perciò spesso le dichiarazioni servono solo a confutare quello che ha detto il giorno prima il collega-rivale. Quindi? Per quanto mi riguarda dico chiudete 'sta cazzo di Ilva, risarcite gli operai e fate pagare salato il conto agli imprenditori sciacalli e a coloro che li hanno coperti, rafforzati e blindati da un punto di vista giuridico-politico. Piazza pulita insomma e poi vediamo se Taranto sarà in grado di risollevare la testa. Per approfondire, scarica e leggi, dall'ordinanza di sequestro degli impianti dell'ilva, le conclusioni dei periti incaricati dal gip: le conclusioni della perizia epidemiologica (http://download.repubblica.it/pdf/repubblicabari/2012/ilva_relazione_conclusioni.pdf) I risultati delle indagini dei chimici (http://download.repubblica.it/pdf/repubblicabari/2012/conclusioni.pdf) 3

4 Tratto da Uninomade /08/2012 Taranto, il paradosso del treruote: una storia di alternativa di FRANCESCO FERRI* Due emozioni distinte segnano il tempo di una mattinata intensa, quella del 2 agosto, che genera un possibile punto di non ritorno per i movimenti non solo locali e un opportunità per tutti, con la contestazione diretta al comizio unitario delle organizzazioni sindacali e la forte presa di parola collettiva di un comitato nato tutto al di fuori delle rappresentanze politiche e sindacali. La prima emozione un insieme di tensione, attesa per il divenire moltitudine e fiducia nel possibile avvolge l aria intorno al punto di ritrovo degli eretici, estranei alle litanie dei dirigenti sindacali e politici. È il segno palpabile di un desiderio che si realizza collettivamente, prende forma in uno spezzone autonomo rispetto al discorso dominante e si mette in cammino. La seconda sensazione ha invece il segno chiaro e limpido di un lunghissimo istante di gioia, capace di avvolge tutti coloro che, dopo la possente presa di parola collettiva, proseguono il corteo lungo via D Aquino, si incontrano in Piazza Giordano Bruno e, sulle note dei 99 Posse e di Rino Gaetano, si perdono in salti ritmati, abbracci tra estranei e pianti di libertà. In mezzo c è stato il manifestarsi di un evento, cosi chiaro e limpido che per una volta anche i tentativi di narrare altro rispetto alla realtà, attribuendo l esito della giornata a poche centinaia di persone, ai cobas, e ai centri sociali, viene travolto dall emersione di un discorso di verità così netto e rigoroso da rendere infruttuoso il triste chiacchiericcio dei contestati. Un gruppo disomogeneo di operai (aumentati esponenzialmente con l avanzare del corteo) insieme ad altre categorie professionali, disoccupati, precari e studenti e ha prima preteso e poi preso la parola, durante il comizio conclusivo della manifestazione intersindacale. Nessun atteggiamento brutale, nessun comportamento barbaro, nessuna prepotenza: solo l avanzare preciso e inarrestabile di una moltitudine in divenire che, senza titubanze, tra gli applausi di una rilevante parte della piazza sindacale (come riportato da giornalisti locali e nazionali non allineati) si è materializzata davanti ad un palco tremendamente distante, sordo, vuoto. Per una volta, anche Repubblica è costretta ad ammettere come non fosse presente nessun black bloc, né no global. La contestazione alla manifestazione di Cgil Cisl e Uil ha le facce stanche di operai Ilva. Ciò che resta della giornata di mobilitazione è l emersione di un discorso di dignità, cosi preciso, spontaneo e netto, da coinvolgere nella contestazione anche chi era in piazza per ascoltare i sindacati, addirittura qualcuno del servizio d ordine della Cgil. Non solo: allo stesso tempo la giornata del 2 segna l inizio di una narrazione autogestita dei propri desideri da parte dei tantissimi che, dopo il proprio intervento politico, scelgono di celebrare altrove, in forma separata, i propri riti, disertando la piazza del comizio dei sindacati, che inesorabilmente si svuota. Bonne nuit. Al momento dell ingresso in piazza dello spezzone autogestito, il segretario generale della Fiom Landini si apprestava ad iniziare il suo intervento. La circostanza (casuale) suggerisce una riflessione: è il sintomo di un distacco in (inesorabile) fase di ampliamento tra rappresentanza sindacale (tutta) e lavoratori. Ieri anche la Fiom è rimasta travolta dal meccanismo in atto, e le posizioni (parzialmente) divergenti assunte sulla tematica risultano inevitabilmente schiacciate dalla scelta di fare fronte comune con gli altri sindacati, manifestando addirittura insieme anche a chi nei giorni scorsi, rischiando il linciaggio da parte degli operai, ha espresso solidarietà a Riva e continua a sostenerne gli interessi della proprietà dell Ilva. La sinistra tutta, ovviamente, reagisce fin da subito in maniera scomposta. Oltre l avversione atavica per tutto ciò che può essere un frammento di rivolta e di messa in discussione dell esistente (nella triste convinzione che il mondo si possa cambiare a suon di comunicati stampa e dibattiti) si avverte un certo loro fastidio per il linguaggio usato dagli operai diretto, 4

5 fuori dal solito politichese e slegato dalle formule di rito e per l orgogliosa volontà da parte del comitato il peccato originale di farsi la politica da sé. Fa specie che chi fino a ieri ha (stra)parlato di Syriza oggi condanni la mobilitazione, facendo finta di ignorare che il partito della sinistra greca si è conquistato il suo consenso proprio alimentando le rivolte degli ultimi contro l 1%. Il treruote è la perfetta rappresentazione di questa frattura: le classi dirigenti proprio non riescono a comprendere come un esercito di sognatori dotato di barcollante apecar abbia ricevuto un consenso così diffuso tanto da diventare, nel giro di qualche ora, il punto di riferimento di chi vuole provare a costruire altro rispetto alle macerie dell esistente. Le forme dell informale. La strada da compiere, in ogni caso, resta in salita, ed è bene ricordarselo sempre. La giornata di ieri rappresenta l inizio di un possibile percorso di salvezza, ed è necessario ora organizzare fin da subito un discorso politico chiaro e netto sul piano dell alternativa. Non è affatto il momento della responsabilità: bisogna invece continuare a navigare in mare aperto, mettere sul piatto della bilancia e far pesare gli umori e i desideri di una città che vuole, con estrema dignità, emergere dalla melma dell esistente. Da questo punto di vista, la pratica delle assemblea pubbliche in piazza, alimentate da discorsi chiari e netti, e la collocazione fuori dalle rappresentanze (elementi che segnano affinità con lo stile dell Occupy spagnolo e americano), producono immediatamente un distacco nei confronti di chi, ancora oggi, pensa di poter riprodurre all infinito la politica della ragion di Stato, degli incontri separati e delle passioni tristi. Il sottrarsi da ciò che finora ha dominato le nostre vite, rendendole infelici, è un processo, non un evento, e proprio per questo, oltre a raccontare e raccontarsi l ampiezza e la portata delle gestualità messe in scena il 2, bisogna tener presente che abbiamo, sul piano della mobilitazione e del consenso, tutto da conquistare. La sottrazione dal discorso dominante è il punto di partenza, necessario ma non sufficiente. Sono già presenti elementi in divenire capaci di essere potenzialmente programma politico, e quanto questo discorso di dignità possa diventare alternativa reale dipende dalla disponibilità di tutti per iniziare la costruzione, a partire dalle miserie dell esistente, di una città e un mondo nuovi e più giusti. Si riparte da subito, con un nuovo appuntamento pubblico in piazza (questa volta nel quartiere Tamburi, il più soggetto all inquinamento, praticamente contiguo con la fabbrica). É il continuare la produzione di un racconto chiaro: i nostri corpi sono qui e si oppongono, inesorabilmente, ai vostri ricatti; continuano a conoscersi e si organizzano. Non è bastato l allarmismo su presunti arrivi di black bloc a fermare la partecipazione spontanea allo spezzone eretico in coda al corteo intersindacale, non basteranno le impacciate piroette dei contestati a formulare un ordine del discorso diverso rispetto ai bisogni e ai desideri che si sono affermati pubblicamente in piazza. Non ci nascondiamo più, non retrocediamo, non possiamo permettercelo: è proprio questo il paradosso del treruote. Il suo procedere titubante diventa, improvvisamente, un andatura possente, sicura, sulla spinta dei desideri del divenire 99%. * attivista di Occupy ArcheoTower 5

6 Sindacati alle cozze e classe operaia in «u tre rote» 04/08/ di DAVIDE COBBE e DEVI SACCHETTO Quando Maurizio Landini, il segretario generale della Fiom, prende la parola di fronte ai circa operai dell Ilva che affollano piazza della Vittoria a Taranto, persone riunite nello spezzone dei «Cittadini e lavoratori liberi e pensanti» fanno il loro ingresso rumoroso. La loro moto-ape a tre ruote dotata di una forza paragonabile a quella dei grandi mostri cingolati degli eserciti, ma attrezzata solo con casse e microfono ospita a bordo cinque operai assai arrabbiati, e si sistema a non più di venti metri dal palco, continuando a gridare slogan contro il padronato, ma soprattutto contro sindacalisti e autorità appollaiate in tribuna. Non sventolano bandiere, solo uno striscione alle loro spalle: «Sì ai diritti, no ai ricatti: salute, ambiente, reddito occupazione». Nessuno li contrasta, nessuno ne chiede l espulsione dalla piazza, e intanto gridano slogan: la gran parte degli operai è attenta a che cosa hanno da dire, riconoscendoli come compagni di lavoro. Non c è rottura operaia, come titolano felici i quotidiani l indomani. Uova e transenne che volano rimangono nella testa solo di qualche giornalista prezzolato. È una contestazione a viso aperto, di una parte di operai e studenti che in questa piazza riscuote consenso. La tensione nella piazza operaia inizia a salire solo quando poliziotti e carabinieri in assetto anti-sommossa si muovono rinforzando la protezione al palco. Gli operai irruenti e incazzati rimangono fermi lì nel bel mezzo della piazza, gridando i loro slogan e pretendendo di poter parlare dal palco. Non una grande richiesta. Nessuna concessione, però, ma solo mute risposte come quella data il giorno prima dai dirigenti sindacali al gruppo di operai che, con un fax, chiedeva di poter intervenire dal palco. Per una buona mezzora l impasse è generale: Cgil-Cisl-Uil prima dichiarano chiusa la manifestazione, quindi invitano tutti gli operai a spostarsi nella piazza a lato, ma nessuno si muove. A quel punto gli irruenti decidono di tenere il loro breve comizio da sopra «u tre rote». Essi rivendicano sostanzialmente di non esser più costretti a scegliere tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro, come hanno fatto negli ultimi cinquant anni. Accusano i sindacati confederali di averli lasciati nella solitudine e nell isolamento e di aver contrastato le poche forme di autoorganizzazione che sono cresciute nel corso di questi anni dentro all Ilva. Diversamente da come viene rappresentata, questa giornata tarantina è un momento liberatorio. Un sindacato che nel suo complesso viene delegittimato e costretto alla resa, ma che da domani inizierà di nuovo a lavorare, in larga parte, per la continuazione della produzione, finendo così per sostenere, direttamente o indirettamente, le ragioni del padronato, qui rappresentato da uno degli ultimi padroni delle ferriere, Emilio Riva. Una produzione che si vorrebbe eco-compatible, come scrive la Confcommercio sui manifesti appiccicati alle vetrine dei negozi del centro cittadino e come dichiarano in un sol coro i tre segretari confederali. Cataldo Ranieri, uno di questi irruenti operai, afferma invece: «Noi non possiamo far vedere che abbiamo paura che chiudano lo stabilimento, non abbiamo più paura perché abbiamo conosciuto la morte». La contrapposizione tra lavoro e salute qui sembra posta più dalla sinistra produttivista che dalla destra: «prima il lavoro e poi la salute». Qualche giornalista di Rai 3, forse forte del cognome che porta, aveva già provato qualche giorno fa a mettere all angolo questi operai chiedendo loro se vogliono che l Ilva chiuda o che rimanga aperta, cioè come essi stessi riassumono se vogliono morire di fame o di cancro. Allora come adesso, essi rispondono candidamente di essere solo operai, di voler vivere e guadagnarsi il pane senza mettere in pericolo la salute: «non sono un politico e non mi occupo di politica», dice senza paura di contraddirsi uno di loro. 6

7 Piuttosto, si occupano della loro esistenza operaia: «E ora metteteci anche il tumore nella busta paga» grida Cataldo Ranieri. Quarantadue anni, quattordici di Ilva, otto di tessera Fiom, ora alla Fim da due settimane per ottenere l assistenza legale per le contestazioni disciplinari. Due figli e una moglie precaria in un call center della città. È lui che i giornalisti identificano come il leader, e che circondano appena scende dal pericoloso strumento squadrista «u tre rote». Il rifiuto degli operai di occuparsi dell interesse generale, o peggio degli affari del padrone, svela l ideologia di cui si riveste ampia parte della sinistra in Italia. Mentre, dal palco, Susanna Camusso chiude questa giornata, con gli ormai pochi operai rimasti in piazza, ripetendo il ritornello tanto caro a questi sindacati, oltre che al padronato: il risanamento si dovrà fare con gli impianti in marcia. Un sindacato che si sente in dovere di suggerire al padronato come fare il suo mestiere ha già perso la battaglia culturale, oltre che politica. Intanto, nella stessa giornata, gli impianti, al solito, funzionano come sempre e la banchina del porto i riempiva di laminati. Su questi operai irruenti la sinistra di questo paese, centrali sindacali comprese, ha già emesso la sentenza: Cobas, estremisti, centri sociali, no-global. Un intellettuale di sinistra sulle pagine locali di un quotidiano nazionale li bolla addirittura come squadristi e utili idioti che non sanno far altro che sfasciare, perché privi di un vocabolario della politica, pieni di incultura. Ohibò! Squadristi organizzati in «u tre rote» affittato per 100 euro da «Antonio u siciliano Traslochi», che lo guida e che nel frattempo si fa un po di pubblicità: fa più sorridere che paura. Forse sarebbe il caso di morire di tumore in silenzio per euro al mese, lasciando al sindacato la contrattazione. E questi non sono neppure lavoratori migranti sindacalmente ingenui che cercano di auto-organizzarsi, come l anno scorso a Nardò, cento chilometri più a sud. Nelle poche grandi fabbriche del sud, i migranti non sono mai entrati perché il padronato sceglie sempre la sua forza lavoro. Nell incapacità di comprendere le trasformazioni che stanno avvenendo non solo a Taranto, ma in tutto il paese, sembra che sia necessario ricorrere a formule facili. Propaganda. Ma questi operai con «u tre rote» entrano nelle contraddizioni profonde delle varie sinistre di questo paese. Chissà cosa avrà pensato Maurizio Landini, che accusa questi lavoratori di voler vivere solo di sussidi statali invece di difendere il proprio posto di lavoro, delle dichiarazioni dei centri sociali del nord-est che plaudono alle iniziative degli operai e cittadini. In molti, sembra di capire, rimangono smemorati. Da queste parti il lavoro rimane a fatia la fatica, come davanti a un giornalista si lascia scappare uno di questi irruenti, salvo subito correggersi. No, non è il bene comune, anche se con una disoccupazione che tocca il 30% ognuno cerca di farsi sfruttare, magari senza dover crepare faticando. Fa specie leggere come i leader sindacali ritengano che gli irruenti operai e cittadini avrebbero dovuto organizzarsi una loro manifestazione, quasi che gli operai siano un corpo staccato. Stefano Sibilla, un altro di questi operai, ha le idee piuttosto chiare: «Qua non c è un idea di lavoratori divisi. L idea di lavoratori divisi è solo grazie ai sindacati. Quando un segretario [quello della Fim locale] esordisce a un assemblea [il giorno prima dello sciopero] di quattromila persone, dicendo che occorre portare solidarietà agli otto arrestati [dirigenti dell Ilva], che sono quelli che ci hanno sottomesso, che ci hanno minacciato, che ci hanno avvelenato, è un sindacato che o non capisce che il cuore dei suoi lavoratori sta per esplodere o è troppo attaccato al padrone per tradirlo. Non serve che io mi arrabbi: i sindacati di Taranto non funzionano». Che un pezzo di sindacato, così come capi e capetti, sia strettamente connesso al padronato non è certo una novità. Qui forse però bisognerebbe capire le varie responsabilità in tutta questa storia di silenzi e insabbiamenti, su cui i giornalisti come troppo spesso accade in questo paese o sono distratti o sono collusi. Le etichettature con cui si prova a isolare questa esperienza danno la misura non solo del malessere, ma anche della veloce crescita di consapevolezza e di protagonismo sia operaio sia di una parte importante della popolazione che si nota in questa città. Una classe operaia che fino a pochi giorni fa, trascinata da qualche sindacato complice e da qualcun altro forse troppo silenzioso, sosteneva le ragioni del padrone, e che è sempre stata considerata un po «teppa», 7

8 magari perché assunta tramite le raccomandazioni sindacali, in particolare della Uil, oppure attraverso la parrocchia. Una classe operaia metà contadina e metà sottoproletariato che va allo stadio, invece di frequentare i salotti culturali e di mantenere l ordine durante le manifestazioni. Una classe operaia meridionale che ha cercato un lavoro in loco per non ripercorrere la dura strada dell emigrazione. Certo è una classe operaia che non sembra ancora entrata nella post-modernità e non ha certo le stigmate della lotta di classe della gloriosa Mirafiori. Forse c è giunta con quarant anni di ritardo, ma sta ponendo ancora una volta la questione dell irrisarcibilità della condizione operaia provando a unire quanto è solitamente disunito, vale a dire le questioni della produzione di beni e della riproduzione umana. Il sistema di lavoro all Ilva consuma a brano a brano la vita umana dei lavoratori come degli abitanti. È su questa irrisarcibilità che sembrano cercare di fare fronte comune questo pugno di studenti, operai e disoccupati per costruire un proprio percorso politico autonomo. Capiscono cosa fanno, capiscono cosa sono. Non sono «dipendenti asserviti al padrone», come sono stati definiti con le migliori intenzioni. La frettolosa proposta di un reddito di cittadinanza velocemente riemersa non risponde nemmeno lontanamente a quanto sta succedendo, perché questi operai stanno già lottando contro il salario, quale misura del loro lavoro e della loro vita. Non sono una «moltitudine oscura e desiderosa di servitù volontaria» a spasso tra i secoli. Negli ultimi giorni hanno fatto un gran salto rispetto solo a qualche giorno fa. Un salto di classe Pubblicato su Carmillaonline.com - di Cosimo Argentina Acciaio e dintorni [Questo testo sull'arrivo dell'italsider (oggi Ilva) a Taranto è tratto dalla raccolta Nud'e cruda. Taranto mon amour, Effigie Edizioni, Milano 2006, pp Lo pubblichiamo oggi, ringraziando l'autore, per mantenere viva l'attenzione sulla possibile chiusura della più grande fabbrica di morte d'europa, alla vigilia della manifestazione del 17 agosto per Ambiente, Salute, Reddito, Occupazione!] Negli anni sessanta a Taranto costruirono l'italsider, una delle più grandi acciaierie d'europa, l'area industriale più grande del mondo occidentale, un colosso con bocche a strisce rosse e bianche e lingue di fuoco da inferno sulla crosta terrestre. I tarantini negli anni settanta avrebbero fatto un giro di valzer con un lebbroso pur di entrare nell'italsider. I pescatori lasciarono le barche, i ciabattini chiusero le botteghe e i militari mollarono le stellette. Tutti negli altiforni, tutti a nuotare nella bramma, nell'amianto e nei gas tossici, tutti a inzuppare il ditino nella ricotta del diavolo. Tutti a pesce sul posto fisso. A ognuno il suo elmetto antinfortunio e la sua tuta. Tutti a marcare il cartellino, smarcare il tesserino, tutti marchiati sulle natiche dalla Cassa del Mezzogiorno che aveva deciso che a Taranto sarebbe arrivato il progresso. La Maledizione prese forma quando l'acqua della costa cominciò a sapere di piscio di gatto e i pesci presero a venir fuori incatramati; le vasche delle acciaierie cominciarono a versare sterco prima a lido Azzurro, poi a Chiatona, alla foce del Patemisco e poi si acchiapparono tutta la costa occidentale. Le gambe cominciarono a essere tranciate, la cancrena s'avviluppò agli stinchi degli operai. I morti bruciati vivi nelle cokerie vennero allineati in bare senza coperchio e i miasmi vennero combattuti da colline da avanspettacolo che dovevano fermare nubi assassine e gas che di esilarante avevano solo il cancro. Cancro ai polmoni. Cancro esilarante. Le carni in suppurazione richiamarono sciacalli, avvoltoi e poi la fauna cadaverica. Un'intera classe politica 8

9 dovette fare i conti con l'ombra della siderurgia e cercò riparo tra le garze imbevute di pus annodate e sostituite a pieno regime negli ospedali della città. Due morti al giorno, questo dicono, statistiche, paga il banco. Venghino signori, puntate, puntate e le vostre giocate verranno decuplicate... venghino. Vedrete le donne che hanno abortito nel rione Tamburi, gli storpi dell'altoforno numero 3, i vegetali ridotti all'oblio da dosi massicce di anidride carbonica mescolata Dio sa a quali sostanze da un Frankenstein giapponese. L'Ilva oggi è più vasta di Taranto. Accanto ci sono le raffinerie, la Cementir e tutto l'indotto. Una parte del siderurgico è ferma; anche se il fatturato ha cifre da spruscio l'acciaio non tira più come una volta e le leghe leggere e le fibre in carbonio si sono acchiappate un mercato che prima il dio metallo gestiva come un tiranno tutto ferro e denaro. Ma se cerchi di circumnavigare l'area ti accorgi che è sconfinata. Dentro c'è di tutto. Chiese, masserie, cittadelle, mense, fiamme mitologiche, vortici, formicai... L'Ilva ha modificato un intero territorio. La città si è ingrandita dieci volte. Sono sorti i quartieri satellite. La malavita ha fiutato l'affare tentando più volte l'assalto per la gestione dell'indotto e per scartavetrare di tangenti tutti quelli che si avvicinavano al giocattolo. Gli ambientalisti erano e sono di due tipi: i puliti e i pilotati funzionali al sistema e che dal sistema vengono manipolati. Ancora oggi l'ilva è una macchina per far soldi. I tumori sono il fio del progresso, un dazio che la nostra civiltà deve pagare per far sì che ogni famiglia si fregi del possesso di due televisori, una lavatrice, un minipim, una lavastoviglie, una villa al mare, la scuola di ballo per la figlia e un windsurf per il pargolo, la parabolica e l'amante calda e silenziosa. Il sistema si regge sull'agonia dell'industria pesante. I nostri tubi hanno alimentato la transiberiana, i gasdotti giapponesi e quelli dell'astro nascente cinese. Il Moloch siderurgico è una grande avida bocca che ingoia investimenti e sputa mazzette, pezzi di cadaveri, colon e pancreas fottuti, uomini grigi che montano per il secondo turno, granchi deformati dall'inquinamento e quartieri operai sorti come baraccopoli sui rifiuti industriali. Gli uomini degli altiforni hanno occhi spenti e trascinano in casa la puzza del metallo bruciato che però è nobilitata dal profumo del pane guadagnato con onestà. La chimera del posto fisso, della fatica non soggetta agli elementi atmosferici come invece è la pesca ha maciullato valori e usi locali. Basta alzarsi alle 5 per arare i campi e pregare tutti i santi in paradiso affinché non si scateni un'alluvione devastatrice. Basta comprare merletti a un soldo per poterli rivendere a un soldo e un quarto di centesimo e restare tutta la vita in una bottega di 20 metri quadri a mangiare polvere e ammuffire sotto il peso della forfora. Basta attraversare in lungo e in largo la Puglia con campionari di tessuti sempre un anno indietro rispetto alla moda. Ecco la soluzione: l'ilva. Un contratto firmato davanti al Gatto e alla Volpe e con l'aiuto di Mangiafuoco il futuro offriva prepensionamento, secondo lavoro in nero e cassa malattia. E se a qualcuno esplodeva il fegato o gli partivano le corde vocali poco male, signori miei, siamo tutti parte di un unico grande ingranaggio i cui gangli per quanto difettosi sono sì essenziali ma comunque intercambiabili. E la politica? A Taranto l'uomo medio è convinto che la politica ha fatto la sua parte. Giochi sporchi, quelli della politica, si dice in giro, da circo sanguinario, facendo del pachiderma siderurgico un cavallo di battaglia. I politici sono visti dal tarantino medio come alligatori che, a corto di gnu, si sono fiondati sulla polpa della città dicendo questo e quest'altro, attaccando e contrattaccando il giusto e lo sbagliato, e l'ambiente di qui e il benessere di qua... e il lavoro e l'assenza di lavoro sbandierata ai quattro venti. Lo spettro esibito, quello dei nuovi possibili morti di fame, è servito eccome per far ingoiare la merda ai tarantini e far venire quante più mosche possibili attratte dal caramellato. Anche perché l'ilva, come una cagna sempre disponibile, ha fatto campare non solo i tarantini ma una fetta di meridione. Dalla provincia di Lecce, Brindisi, Foggia... dalla Lucania e dalla Calabria, tutti si sono abbeverati e tutti hanno ciucciato le mammelle procaci salvo poi prendere le distanze dai soliti molli tarantini che si sono fatti fottere la terra e la speranza da un paio di vecchi volponi di mercanti di fumo tossico e acciaio. 9

10 Alla fine diciamo che è finita così: tutti hanno goduto con la puttana dello Ionio e poi nessuno, incrociandola sul viale principale del paese, ha avuto il coraggio di ricambiare il saluto. E i tarantini? Fottuti. Fregati, insomma, senza neanche il lenimento della vaselina. L'Ilva ha salvato Taranto, hanno detto... anche la squadra di calcio cittadina dal fallimento, hanno aggiunto i bene informati. Qualche migliaio di euro, cielo color piombo e tutti felici e contenti. Una storia del tubo, insomma Pubblicato in Carmillaonline.com - Agosto 10, 2007 Di vecchi pugili e operai che muoiono sul lavoro di Girolamo De Michele «Lo sai chi ha ucciso Davey Moore? Io lo so, ma tu lo sai?», si chiede in una vecchia canzone Bob Dylan. Non l arbitro che non ha fermato l incontro, non gli spettatori che incitavano l avversario, non l impresario che ha organizzato l incontro né lo scommettitore che ci ha lucrato sopra, non il giornalista né quel povero cristo dell avversario, immigrato sfuggito alla fame grazie alla boxe. Nessuno, dunque. Ma allora chi ha ucciso Davey Moore? E come si permette il signor Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, di affermare: io so chi ha ucciso Davey Moore? Due lavoratori, Angelo di Mugnano e Cristian di Bolzano, muoiono nei rispettivi cantieri. Due dei tanti: quattro al giorno dicono le cifre ufficiali, che non tengono conto dei lavoratori irregolari trasportati fuori dai cantieri dopo morti e buttati in un fosso, o caricati su una vecchia auto gettata contro un albero. Chi uccide quattro o cinque lavoratori al giorno? Se un uomo che cammina sul crinale di un precipizio fa un passo falso e precipita, a nessuno viene in mente di dire che la causa della sua morte è la forza di gravità: eppure se le leggi della meccanica fossero differenti quell uomo sarebbe ancora vivo. No, a tutti è chiaro che la causa della morte è il passo falso. E la causa del passo falso? Forse una distrazione, forse un eccesso di alcool, forse l urto di un altro corpo: una spinta, forse. O la volontà di farla finita. Il punto è che finché la spiegazione, per quanto scientificamente esatta sia, non ci fornisce un adeguata comprensione noi continuiamo ad aggiungere alla spiegazione un perché? : perché, dunque, con tanta facilità i lavoratori cadono dalle impalcature? Perché restano schiacciati dai tubi, sepolti dal carico della gru che si stacca, travolti da una struttura che cede o dal mezzo meccanico che stavano guidando? In un caso di cronaca nera il perché? allude alla mano che ha premuto il grilletto, che ha innescato la carica di tritolo sotto la provinciale di Capaci o ha abbandonato la borsa alla banca dell Agricoltura in piazza Fontana. Ma un lavoratore che cade da un ponteggio o viene massacrato da un tubo? È morto, o è stato ucciso? Sul lavoro si muore o si viene uccisi? Se non ci sono assassini non c è assassinio, a lume di ragione. Ma se quasi tutti quelli che liquidano Francesco Caruso (http://www.altrosud.info/index.php) come un povero demente usano sui propri giornali, nelle sedi sindacali, nei comizi l espressione omicidio bianco una ragione ci dovrà pur essere: perché se c è omicidio c è assassino. Se c è un perché? ci dev essere una risposta, se c è un effetto ci dev essere una causa. La forza di gravità, combinata al falso movimento del piede, all usura del tirante, al cedimento della struttura, certo: causa efficiente. L arresto cardiaco, la frattura alla base del cranio, la perforazione di un organo vitale: causa materiale. Ma anche: la latitanza dei controlli, la sempre 10

11 più labile osservanza delle norme di sicurezza, la crescente precarizzazione, e dunque l inesperienza, o la mancanza di colleghi anziani in grado di insegnare le regole minime di comportamento (l eclisse del sapere operaio, direbbe un vecchio operaista); il sistema delle aste al ribasso, dei subappalti; la tollerata infiltrazione del lavoro nero nel lavoro regolare. Causa formale. Che si intreccia con la causa finale: il sistema del lavoro nell epoca della globalizzazione. E se queste leggi sono, formalmente, causa di quelli che si usa chiamare omicidi bianchi, allora sarà permesso dire che i loro artefici sono, in senso lato, responsabili di quegli omicidi? Si dirà: questa è metafisica. Può darsi: ma cos è, invece, un assassinio senza assassino, un effetto senza causa, una legge senza effetto? E allora, metafisica per metafisica, meglio una buona metafisica piuttosto che una cattiva: come quella di certi analisti come Ichino con i quali non sembra possibile polemizzare senza passare per filo-brigatisti. Analisti che fingono di ignorare gli effetti allargati, i cerchi concentrici che dalle leggi attuali si dipartono per generare quella precarizzazione dell esistenza che (come ha messo in luce Sbancor) è argomento di discussione solo a condizione che non si parli delle sue cause oggettive. Che la precarietà sia una condizione soggettiva, esistenziale: un prodotto del non-sentirsi-a-casa-propria come condizione generale dell esistenza, secondo certe cattive metafisiche, assai gradite alle orecchie di Napolitano e dei cosiddetti miglioristi, che era di moda frequentare quando Marx divenne demodé. Con buona pace di questi ultimi epigoni del pensiero molle, la precarizzazione, l incertezza, l epoca delle passioni tristi non sono né condizioni inalterabili, né prodotti di un destino barbaro e cieco: accadono all interno di un sistema di leggi che lo hanno consentito dal punto di vista legale. Accadono all interno di una condizione generale del lavoro che certo non è stata interamente prodotta da queste leggi, ma che il complesso delle leggi Treu-Biagi difende, impedendone la radicale modifica e consentendone solo piccoli aggiustamenti. Detto altrimenti: tutto quello che all interno delle leggi vigenti era possibile fare è stato già fatto: senza abrogare quelle leggi nella lotta al precariato non si va oltre (ma si possono sempre scrivere bellissime lettere ai giornali sui ragazzi precari, cosa di cui Veltroni è maestro). Ma soprattutto, le norme attualmente vigenti producono un effetto performativo di ineluttabilità: la convinzione che il lavoro non può che essere così, che per il lavoro il sacrificio di sangue e vita è un atto dovuto e necessario, come la morte per tumore o leucemia. Un risultato Francesco Caruso l ha sicuramente ottenuto: ha ricompattato l intero centro-sinistra contro di sé. È un cretino, un idiota; straparla; vaneggia; è come Gentilini; delira: le prime pagine di Unità, Liberazione, Manifesto, Repubblica sono intercambiabili, come le dichiarazioni di Napolitano, Giordano, Treu, Maroni, Cicchitto. Marco Biagi, il tecnico del governo D Alema prestato al centrodestra (il cui assassinio è stato strumentalmente usato per legittimare una legge che D Alema avrebbe fatto pari pari) non può difendersi, dicono in coro: ma forse può prendere la parola e pronunciarsi sulle leggi Treu e Biagi il lavoratore marocchino che sempre a Bologna, poche ore prima dell assassinio di Biagi, è morto in cantiere? E Angelo da Mugnano, e Cristian da Bolzano: possono dire la loro? Pochi giorni addietro il sottosegretario pugliese alla Sanità Antonio Gaglione, all indomani della morte di Mimmo, giovane operaio all ILVA di Taranto, ha definito il padrone dell ILVA «un imprenditore non illuminato che adesso deve imparare a rispettare la legge». La settimana precedente, ai delegati di fabbrica che denunciavano la mancanza di misure minime di protezione (caschi per ripararsi dal sole battente d estate per i conducenti dei macchinari) Riva a mandato a dire che basta un fazzoletto bagnato in testa. Da quando l imprenditore Riva ha comprato l ILVA di Taranto, 14 anni or sono, ci sono stati 40 morti, non in Puglia, non a Taranto: in una sola fabbrica. Ogni anno a Taranto ci sono 400 morti per tumore e 1200 nuovi casi di leucemia: bastano per parlare di di strage, per chiamare i responsabili assassini? Evidentemente non bastano, se il Partito Democratico, prima ancora di nascere, si è mobilitato non solo a Taranto, ma a Roma per cercare, inutilmente, di impedire l'elezione a sindaco di Stefàno, l'"estremista" che ha osato mettere in discussione la servitù industriale della città. Non 11

12 assassino: imprenditore non illuminato. Ma Gaglione va capito: il giorno prima si era candidato alla guida del nascituro Partito Democratico pugliese, ci sono i famosi ceti medi da conquistare, non bisogna spaventare l imprenditoria, ecc. Le vellutate parole di Gaglione come suoneranno alle orecchie della promessa sposa dell operaio morto il giorno prima? E a quelle dei suoi genitori? Ma gli operai e i loro congiunti, è noto, hanno il pelo sullo stomaco, e a certe parole non fanno caso. E allora, se non i padroni delle fabbriche, né gli autori delle vigenti leggi che permettono loro «di precarizzare e sfruttare con maggior intensità la forza-lavoro e incrementare in tal modo i loro profitti, a discapito della qualità e della sicurezza del lavoro»; allora, chi ha ucciso Angelo di Mugnano, e Cristian di Bolzano, e Mimmo di Taranto? Chi ha ucciso Davey Moore? «Assassino? Io non credo, era destino... o magari, chi lo sa... il volere divino» qui (http://www.maggiesfarm.it/italianversion01.htm) la versione italiana di Who Killed Davey Moore a destra, Davey Moore KO nel suo ultimo, fatale incontro. da "il manifesto" del 15 agosto La «cattedrale di metallo e vetro» dove si lavora come 50 anni fa (di Antonella De Palma) L'Ilva di Taranto ha un'incredibile estensione di 15 milioni di metri quadrati; ogni anno sui suoi moli sbarcano 20 milioni di tonnellate di minerali, fossili e coke, che vengono accumulati nei parchi a cielo aperto per poi essere utilizzati per la produzione della ghisa e dell'acciaio. La capacità produttiva dello stabilimento è di circa 10 milioni di tonnellate annue di acciaio. Quando iniziò a produrre, agli inizi degli anni sessanta, la «cattedrale immensa di metallo e di vetro» che avrebbe reso moderni gli uomini che «venivano dai campi, dai pascoli e dalla rassegnazione», come la definì Dino Buzzati, disponeva delle migliori tecnologie produttive dell'epoca. Da allora sono passati 50 anni, nei quali l'ilva ha continuato a sfornare acciaio nello stesso modo: la ghisa, prodotta attraverso il processo cokeria-agglomerato-altoforno passa poi ai convertitori dell'acciaieria e via via alle altre lavorazioni. È vero che sono state adottate soluzioni che hanno permesso un miglioramento nel campo della produzione (ormai fortemente automatizzata e informatizzata) e del controllo delle emissioni nocive (ogni volta tamponando il danno già fatto che man mano è emerso), ma il ciclo produttivo non ha subito modifiche sostanziali. L'azienda, sia durante la gestione pubblica (quando si chiamava Italsider) sia dopo la privatizzazione (dal 1995 ad oggi), ha fatto poco o niente per la ricerca e l'applicazione di nuove tecnologie produttive che potessero risolvere davvero il problema ambientale, che non è certo questione degli ultimi mesi, come potrebbe sembrare dalle sbalordite reazioni di molti amministratori, politici e sindacalisti ai fatti più recenti. Già nel 1964 il sindaco di Taranto denunciò il fatto che, a fronte delle richieste di informazioni avanzate ai dirigenti aziendali rispetto alle misure che si intendevano adottare per salvaguardare lavoratori e cittadini dai rischi di inquinamento atmosferico, delle acque e «da altri processi gravemente preoccupanti per la pubblica salute», quelli si trincerarono dietro un segreto che, disse il sindaco, «se non è quello militare quasi lo raggiunge». Da oltre dieci anni nei paesi emergenti nella produzione dell'acciaio (Cina, Corea del Sud, India, 12

13 Brasile, Sud Africa), sono in uso tecniche di produzione alternative al processo d'altoforno. Tra queste, in particolare, la riduzione durante la fusione del minerale di ferro (Smelting Reduction) può essere considerata la vera alternativa all'altoforno. Questa tecnologia utilizza carbon fossile al posto del coke e minerale di ferro grezzo. Non sono quindi più necessari nel ciclo produttivo le cokerie e l'impianto di agglomerazione del ferro, cioè gli impianti più inquinanti. Senza di essi non ci sono più emissioni di diossine, benzene, idrocarburi policiclici aromatici, polvere di coke ed altre vengono sensibilmente abbattute sia gassose, come CO2, ossidi di azoto, anidride solforosa, polveri, sia fluide, come ammoniaca, fenoli, solfuro e cianuro. Altri vantaggi della riduzione durante la fusione sono un significativo contenimento dei costi operativi e un notevole risparmio energetico, in quanto il gas prodotto dalla gassificazione del carbone rientra in ciclo per alimentare lo stesso impianto; è anche un ottimo gas di esportazione che può essere impiegato per diversi altri scopi, dalla produzione di energia elettrica all'uso come combustibile in sostituzione dei gas naturali. L'unico processo commerciale attualmente in funzione è il Corex, realizzato dalla Siemens, a cui si è poi affiancato il Finex, una evoluzione del Corex che può impiegare anche minerale fine e polvere di carbone. Altri sono in fase di avanzata sperimentazione. Queste tecnologie sono state finora utilizzate in impianti di dimensioni più ridotte rispetto a quello tarantino. Attualmente ogni modulo Corex può produrre al massimo 2 milioni di tonnellate annue, (un modulo di capacità maggiore è in fase di sperimentazione) ma, almeno apparentemente, nulla vieta di accrescere il numero dei moduli fino a raggiungere la capacità produttiva necessaria per il sito di Taranto. Proprio la possibilità di moltiplicare i moduli renderebbe la sua applicazione all'impianto tarantino ancora più fattibile, in quanto la sostituzione degli altiforni potrebbe essere effettuata gradualmente permettendo quindi la continuità della produzione. Stupisce il silenzio che circonda queste tecnologie, che pure sono state indicate fra le migliori disponibili per la produzione dell'acciaio dalla Commissione europea. Silenzio anche da parte degli amministratori locali. Nel mondo sindacale Gianni Alioti, responsabile internazionale della Fim-Cisl e coordinatore dell'ufficio salute-ambiente-sicurezza è stato l'unico a occuparsi significativamente di questi processi produttivi. Un suo documento del 2008, centrato proprio sull'analisi della situazione tarantina, ha dato lo spunto ad un gruppo di lavoro formatosi lo scorso anno a Taranto che ha poi approfondito l'argomento, reperendo altro materiale informativo prodotto da tecnici di varia provenienza e nazionalità, da cui emerge la possibilità di un cambiamento radicale e di lungo respiro per la città. Bisogna che oggi si apra un concreto confronto sulla riconversione tecnologica del ciclo produttivo dell'acciaio. È necessario studiare anche tempi, modi e costi dell'operazione e, una volta riscontratane la fattibilità, invitare con fermezza l'azienda ad adottare questa linea di intervento, risolutiva per i problemi della città. È importante anche iniziare a discutere sulla necessità di ridurre il carico produttivo dell'ilva di Taranto, troppo gravoso per il territorio che deve sopportarne le conseguenze disastrose sull'ambiente e sulla salute. Già oggi lo stabilimento produce meno della sua capacità (7 milioni circa di tonnellate annue) e ciononostante il gruppo Riva continua ad essere al decimo posto nella produzione mondiale dell'acciaio. Bisogna anche dire che, dei 42 impianti produttivi di proprietà Riva sparsi nel mondo, Taranto è l'unico che utilizzi ancora il processo d'altoforno. Negli altri siti di proprietà del gruppo, tutti di dimensioni molto minori, sono in uso i forni ad arco elettrico, che hanno un impatto ridottissimo sull'ambiente e sono ormai, in Italia, la principale modalità di produzione di acciaio, in aziende che raramente superano i due milioni di tonnellate di produzione annua. È su questo impegnativo progetto di riconversione eco-compatibile che vorremmo vedere impegnati insieme amministratori, sindacati, lavoratori, cittadini e Ilva, senza dover ancora una volta veder minacciosamente sbandierato lo spauracchio del ricatto occupazionale. 13

14 Da Comitato Cittadini e lavoratori Liberi e Pensanti 29/09/12 A TUTTI GLI ORGANI DI INFORMAZIONE Il Comitato Cittadini e Lavoratori liberi e pensanti di Taranto in merito agli scioperi di questi giorni di fim e uilm relativi alla vicenda Ilva intende denunciare alla pubblica opinione quanto è avvenuto e sta avvenendo di vergognoso in fabbrica e fuori. Come lavoratori Ilva appartenenti al Comitato, nonché durante le nostre iniziative di nostri presidi ed anche con sms stiamo ricevendo una serie di denunce di minacce verso chi non avesse partecipato allo sciopero. In fabbrica si sta vivendo una situazione da lager con i kapò rappresentati dai cosidetti fiduciari, ovvero quadri, capi, capetti e funzionari sindacali che per convincere i lavoratori a partecipare allo sciopero li hanno esplicitamente minacciati di metterli in sorta di lista nera di prossimi licenziati qualora non avessero scioperato. Come se questa vergogna non bastasse si vuole denunciare che durante i presidi l azienda ha fatto montare un copertura per riparare dal sole chi (poverini!) bloccava le ss 100 e 106 (ma chi l ha permesso?) penalizzando per l ennesima volta questa città che già troppo ha dato e sta dando in nome degli interessi di Riva. Ma l azienda ha fatto ancora di più, rifornendo di cibo e bibite a gogò questi signori con mezzi aziendali ed a proprie spese: ci sono video e foto a comprovarlo Il Comitato, oltre ad esprimere il proprio sdegno per questi vergognosi accadimenti intende dare sugli stessi alcune valutazioni: E palese che quanto qui si denuncia è il più chiaro sintomo dei colpi di coda di un sistema Ilva fatto di corruttela, di connivenze, di complici silenzi politico-sindacali (e non solo!) che per anni ha consentito di devastare un territorio e la salute dei cittadini, di negare gli elementari diritti dei lavoratori in fabbrica, tutto in nome dei profitti di Riva E altrettanto palese che l aria fra i lavoratori Ilva sta cambiando nel senso che pur essendo ancora fortissimo il ricatto occupazionale, tra i lavoratori si st sempre più diffondendo un consapevolezza che non è più possibile barattare il diritto al lavoro con il diritto alla salute ed a un ambiente pulito. Anzi proprio perché questi sono diritti inalienabili e costituzionalmente riconosciuti, sempre più lavoratori Ilva condividendo quanto da subito il Comitato ha proposto, non si vogliono più far manovrare da chicchesia e pretendono il lavoro e/o il reddito coniugato con ambiente pulito, produzione ad inquinamento zero e bonifiche, con le relative spese a totale carico di Riva (da quando è Ilva) e dello Stato (quando era Italsider) unici responsabili della situazione attuale. E che l aria in Ilva sta cambiando lo dimostra sia il fatto che i sindacati cosidetti maggiormente rappresentativi hanno perso totalmente la loro credibilità, sia, conseguentemente che lo sciopero del 27 e 28 è stato un sostanziale fallimento. Basta vedere che ai blocchi sulle statali c erano ( a voler essere buoni) un paio di centinaia di partecipanti di cui la stragrandissima maggioranza quadri, capi, capetti (ma quando mai hanno scioperato per i diritti dei lavoratori?) e funzionari e burocrati sindacali, mentre gli operai erano pochissimi. Anzi paradossalmente giovedì 27 se i numeri sono stati più consistenti è solo perché il Comitato aveva invitato i lavoratori, che comunque volevano uscire, a partecipare all assemblea, al corteo e al blocco entrata/uscita merci autorganizzati dallo stesso Comitato. Infatti le immagini e le foto dei mass-media dimostrano la preponderanza dei numeri di chi era dietro l apecar e chi invece era con fim e uilm. 14

15 Concludendo il Comitato, a seguito di quanto qui denunciando, sta già facendo la propria parte di movimento, altri la facciano a livello politico-istituzionale e, perché no, giudiziario SI AI DIRITTI! NO AI RICATTI! Comitato Cittadini e lavoratori Liberi e Pensanti (ci trovate su Facebook) 29/09/12 Infoline: Massimo Battista cell Salvatore Stasi cell tratto da Carmillaonline.com 05/10/2012 (di Mauro Vanetti) #occupyilva Taranto fraintesa e ricattata, Taranto chiusa nella morsa di crisi concentriche, Taranto messa a scacco matto dal dilemma ILVA, è stata raccontata con passione e volontà di chiarezza su questo sito come su pochi altri. Perciò ho chiesto di poter dare un contributo di riflessione portando quel che mi è sembrato di capire della vicenda, al netto di un dialetto che ancora non decifro facilmente, in questi anni in cui mi sono trovato accolto e intrappolato dalle storie fosche di Taranto, come un braccio di operaio rimasto impigliato in un macchinario, pochi secondi prima della mutilazione, con la voglia urgente di liberarsi dalla morsa. E forse questa liberazione è diventata possibile. Lo scopo precipuo di questo intervento è presentare l'appello #occupyilva, che può essere letto e, se si crede, firmato qui. Il titolo di questo appello è semplice e chiaro: «Espropriamo il gruppo Riva», ovvero prendiamoci un gruppo siderurgico di rilevanza più che nazionale, che fa profitti d'oro, di proprietà di una famiglia di mascalzoni, con stabilimenti in tutta Europa. L'estate rovente di Taranto Questo appello è nato nel caldo, sia reale che metaforico, di quest'estate tarantina 2012 nella quale in ogni pescheria e sotto ogni ombrellone, ai cancelli del siderurgico come nelle piazze dei rioni popolari, il primo argomento di preoccupata conversazione era sempre lo stesso: il precipitare drammatico della questione ILVA a partire dalla giornata del 26 luglio, quando i padroni Emilio e Fabio Riva, insieme ad alcuni altri manager dell'acciaieria, sono stati posti agli arresti domiciliari in quanto responsabili di un gigantesco disastro ambientale e sanitario. Carmilla ne ha scritto qui per voce di Cosimo Argentina: Taranto ricorderà il giorno di Sant'Anna del In quei primi giorni convulsi leggendo i giornali sembrava che la situazione stesse cadendo nella più scontata guerra tra poveri: da un lato gli operai, compattamente intruppati da sindacati e azienda in difesa del posto di lavoro a qualsiasi costo, dall'altra i cittadini schierati con la magistratura e gli ambientalisti, disposti anche a chiudere la fabbrica ciclopica pur di salvarsi dall'inquinamento letale. Il 2 agosto però è cambiato tutto, con l'irruzione in piazza del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti guidati da un'apecar, tipico veicolo plebeo a tre ruote dei vicoli di Taranto Vecchia. Il corteo compatto e combattivo del Comitato del Tre Ruote si è fatto largo in una vasta massa di lavoratori raccolta sotto il palco ad ascoltare i comizi conclusivi dei dirigenti sindacali, interrompendoli per portare la propria posizione alternativa. Carmilla ne ha 15

16 parlato qui, con un'introduzione di Girolamo De Michele: Trecento black bloc, autonomi, ultras... o tremila cittadini liberi e pensanti? Per tutto agosto e settembre, il Comitato ha accresciuto le proprie forze in una serie di partecipatissime assemblee popolari e manifestazioni, molte delle quali proprio di fronte ai cancelli dello stabilimento. A quanto pare non tutti i lavoratori dell'ilva sono disposti a cedere al ricatto dei Riva e del governo che pretendono di essere presi sul serio quando sostengono che si possa mettere a norma l'ilva senza neppure spegnere l'area a caldo. La penetrazione delle idee del Comitato, favorevoli allo stop della produzione anche attraverso l'organizzazione di scioperi, all'interno della fabbrica, ha creato scompiglio nel mondo sindacale, spingendo la FIOM a prendere le distanze dagli scioperi farlocchi organizzati da FIM e UILM. Anche in televisione sono state mostrate le prove di come gli scioperi filo-aziendali dei sindacati gialli non siano altro che strumentalizzazioni organizzate dal padrone stesso, con tanto di fornitura di quella che in Lombardia chiameremmo schisceta: L'infedele - gli operai dell'ilva di Taranto. Una proposta unificante Tra i primi firmatari dell'appello #occupyilva ci sono tarantini, soprattutto medici e lavoratori ILVA, che simpatizzando per il Comitato hanno voluto portare al suo interno una proposta capace di unificare le lotte ambientali e quelle contro il declino produttivo accelerato dalla crisi. Ecco come l'appello descrive i propri obiettivi: «Vogliamo una nazionalizzazione-modello dell ILVA e dell intero Gruppo Riva, basata sulla partecipazione democratica dei lavoratori e dei cittadini, per ricostruire un futuro industriale rispettoso della salute umana! [...] La nazionalizzazione del Gruppo Riva che abbiamo in mente non riguarderà solo Taranto ma tutti gli stabilimenti in Italia e all estero. Non dovrà riproporre l industria di Stato burocratica, clientelare, inquinatrice, sprecona e subordinata agli interessi dei grandi gruppi privati come era l Italsider. Crediamo sia possibile una nazionalizzazione basata sul coinvolgimento diretto dei lavoratori e dei cittadini delle zone degli stabilimenti, tramite la formazione di comitati di portavoce eletti democraticamente e revocabili in qualsiasi momento: una nazionalizzazionemodello, un laboratorio per un futuro alternativo.» Sono ipotesi coerenti con i discorsi più avanzati che ho sentito nelle piazze di Taranto, alle assemblee del Comitato del Tre Ruote, quando si collegava la voracità dei Riva ai meccanismi malati del capitalismo finanziario, rivendicando il diritto per il popolo di Taranto di riprendere in mano il proprio destino economico. Ma come si può essere liberi di scegliere se ai Riva resta il potere di aprire o chiudere i cancelli della fabbrica, di decidere cosa e come e quanto produrre, di acquistare o affittare non solo gli impianti e le materie prime, ma i politici, i sindacalisti, i preti? E come si può credere, dopo tanti anni, che si possa in qualche modo obbligare questi padroni ad ambientalizzare l'ilva, ammesso e non concesso che ciò sia tecnicamente possibile? Come hanno spiegato candidamente certi sindacalisti di CISL e UIL, se si chiudono i forni più inquinanti, si va fuori mercato. E se di fronte alla proprietà privata si ha timore reverenziale, un capitalista che va fuori mercato ha diritto di chiudere, anche se si tratta di un capitalista agli arresti domiciliari. Al tempo stesso, questo appello entra in polemica con l'idea che si debba uscire da questa crisi lasciando Riva libero di abbandonare la produzione (magari per spostarla all'estero, come pare stia macchinando) ma imponendogli un risarcimento, magari rabboccato anche dallo Stato che porta la sua bella parte di colpa. Chi sostiene questa posizione spesso afferma, sfidando il buon senso, che la città potrebbe vivere benissimo su altri tipi di produzione non industriale, ovvero le cozze e il turismo. Agli operai licenziati si potrebbe garantire un reddito o di tipo assistenziale o legato ai lavori di bonifica. Questa posizione è perdente perché consegna Taranto a un destino da recessione permanente, accettando come niente fosse la distruzione di quelle competenze tecniche e di quella rete di rapporti sociali e umani che vanno sotto il nome di classe operaia. Inoltre, è una posizione che isola la vicenda ILVA dal resto dei lavoratori italiani, a cui si chiederebbe soltanto di pagare le tasse per finanziare gli ammortizzatori sociali, lasciando per 16

17 giunta alcuni di loro a rischio di un effetto domino (i colleghi dell'ilva di Cornigliano, per esempio). Avremmo il paradosso che mentre Squinzi e Confindustria considerano Taranto una questione economica e politica di rilevanza nazionale attorno alla quale unificare la loro classe, la classe lavoratrice si limiterebbe a considerarla una faccenda puramente locale, accettando per giunta una sorta di eutanasia del proletariato metallurgico tarantino. Viceversa, usare l'ilva per tornare a parlare di nazionalizzazione lancia un ponte di solidarietà di classe, non solo verso gli altri dipendenti del gruppo Riva, ma anche verso altre realtà industrialmente strategiche che vivono analoghe situazioni di ricatto: FIAT, Alcoa, Carbosulcis ecc. Inoltre, unifica la mobilitazione dei liberi e pensanti di Taranto alla lotta per il rovesciamento del governo Monti, perché è chiaro che non è a un governo austero come questo che si possono chiedere nazionalizzazioni e nuovi modelli di sviluppo. Per ottenere questo risultato serve una trasformazione politica generale, di cui Taranto può rappresentare necessariamente solo una prima leva. Una proposta controcorrente Mi rendo conto che parlare di rendere pubblica l'ilva e tutto il gruppo Riva possa sembrare una proposta statalista, che suona particolarmente sinistra a chi ricorda come l'italsider non fosse precisamente una fabbrica ecologica né rispettosa della sicurezza dei suoi dipendenti. Mi rendo anche conto che parlare di pensare a un diverso sviluppo industriale per Taranto e per l'italia possa sembrare una proposta sviluppista o lavorista. Sandro Moiso ha fatto un bel ragionamento, sempre qui su Carmilla, partendo proprio dal caso di Taranto: Lavoro e Stato. Girolamo De Michele ha scritto per Uninomade un testo che esprime idee simili incentrato proprio sulla sua Taranto: Risvegliarsi dal Giorno della Marmotta. Chiudere l'ilva, uscire dal Novecento. Non condivido del tutto questi punti di vista, che pure sono molto presenti nel dibattito ILVA a Taranto e in particolare all'interno del Comitato. Mi sembra che il loro vizio di fondo sia dare già per obsoleto il lavoro di fabbrica, riducendo così le tute blu a patetici residuati bellici. In questo modo si confonde il contingente declino industriale italiano ed eventualmente europeo con un processo storico inevitabile, quando a dire il vero i Paesi che stanno emergendo sulla ribalta mondiale hanno tutt'altro che abbandonato l'industria, la quale anzi fa spesso da volano proprio allo sviluppo del terziario e dell'alta tecnologia. Ma addirittura, come dimostra lo stesso esempio della siderurgia, sono proprio le maggiori potenze industriali come la Germania e le grandi nazioni- fabbrica dell'estremo Oriente ad avere più spesso la necessità (imposta dalle lotte operaie e ambientaliste, non certo dal buon cuore dei padroni) di investire in produzioni ecologicamente meno insostenibili produzioni moderne e intelligenti, che a Taranto sono rese difficili soprattutto dalla scriteriata vicinanza del quartiere Tamburi al mostro velenoso, ma che altrimenti sarebbero tecnicamente realizzabili a fronte di un adeguato investimento. Del resto, anche ammesso che i milioni e milioni di operai industriali europei siano destinati a diventare tutti impiegati, tecnici e operatori del terziario, c'è una bella differenza tra governare questa transizione sociologica come un'evoluzione che preservi la forza sociale e la coesione umana della classe operaia, oppure ottenerla come sottoprodotto di una distruzione selvaggia di posti di lavoro e competenze professionali fatta secondo i ritmi stabiliti dai padroni. È un po' la stessa differenza che corre tra un trasloco e una deportazione. Questo discorso, sia detto en passant, vale anche al rovescio: non solo la distruzione, ma anche la creazione dei posti di lavoro non è neutrale e c'è modo e modo di creare posti di lavoro. L'industrialismo tarantino gestito alla maniera dei Riva non ha certo indotto uno sviluppo generale dell'economia locale, che ne è stata anzi soffocata: il porto è egemonizzato dal monopolio ILVA, soffocando altre iniziative economiche, l'inquinamento ha devastato attività economiche tradizionali come la miticoltura e l'allevamento; la città negli ultimi trent'anni non è stata affatto salvata dalla disoccupazione e dall'emigrazione verso nord, come si vede all'istante da questo grafico: Evoluzione demografica di Taranto 17

18 I processi di riscatto e di trasformazione sociale più interessanti in corso nel nuovo secolo, penso per esempio al Venezuela, alla Bolivia, all'ecuador, che sono stati capaci anche di approcci molto innovativi, hanno trovato nella classe operaia organizzata la loro forza decisiva. L'idea che Taranto possa fare una specie di rivoluzione che prescinda dal lavoro salariato, perché tanto basta chiedere il reddito di cittadinanza, mi sembra velleitaria ma anche tatticamente votata alla sconfitta, perché lascia nelle mani dei Riva la forza d'urto delle maestranze ILVA, una forza che i padroni hanno dimostrato di essere in grado di strumentalizzare bene a proprio vantaggio. Tra l'altro, è pure paradossale, perché il capitalismo in generale e il capitalismo dei Riva in particolare non è per niente in grado di difendere le forze produttive dalla distruzione e questo dobbiamo dirlo: quel che si prospetterebbe per lo stabilimento di Taranto se tutto andasse come vuole la proprietà è lo sfruttamento degli impianti obsoleti fino alla fine estrema del loro ciclo di vita, per poi chiudere baracca e burattini lasciando a Taranto la doppia gatta da pelare delle casse integrazioni e dei tumori. Per quanto sia giusto introdurre un reddito garantito per tutti, migliaia di disoccupati soggetti alla dipendenza da un sussidio statale sarebbero in ogni caso dei soggetti straordinariamente deboli e passivi, non protagonisti e non partecipi. Una nazionalizzazione sotto controllo operaio e popolare significa invece liberare le intelligenze proletarie e le competenze tecniche dal ricatto del padrone privato, permettendo loro di sperimentare come reindirizzare le forze produttive ad usi economicamente razionali e socialmente validi. Se spegnere un altoforno è la cosa più razionale da fare, un'ilva del popolo lo potrà fare avendo in mano gli strumenti per gestirne le conseguenze. Statalista sarà Lei Più importante però è capirci sul tema dello Stato. La disamina di Sandro Moiso motiva bene l'ostilità dei rivoluzionari verso lo Stato così come l'insanabile antagonismo tra gli interessi dei lavoratori salariati e quelli dello Stato attualmente esistente in Italia; ed è vero che le nazionalizzazioni industriali fatte dalla borghesia italiana almeno dai tempi dell'iri di Mussolini rispondevano a precise esigenze padronali. Del resto la privatizzazione dell'italsider, un vero regalo alla famiglia Riva, è stata gestita dallo stesso Stato che ne portò avanti la malgestione pubblica per decenni, e oggi sempre quello Stato si muove, a suon di Autorizzazioni Integrate Ambientali addomesticate, soglie di emissioni molto lasche e interventi diretti dei ministri Clini e Passera, a difesa dell'intangibilità del profitto privato. Sarebbe da pazzi riporre fiducia in quello Stato per raddrizzare le storture che esso stesso ha contribuito a creare. Proprio questo è un punto di forza dell'appello #occupyilva: la chiarezza sulla diversità tra le nazionalizzazioni tipo IRI e quest'altra idea di nazionalizzazione, che tra l'altro non prevederebbe alcun costo per i contribuenti, perché sarebbe fatta a spese delle fortune dei Riva. Così, a chi anche a sinistra blatera di keynesismo e New Deal, si può dare una prospettiva molto diversa, basata sulla sfiducia totale non solo verso la classe cosiddetta imprenditoriale ma anche verso il ceto politico parlamentare e il funzionariato statale. Le assemblee popolari nelle piazze e le assemblee operaie davanti all'ilva vanno viste come embrioni di una democrazia consiliare, per dirla con Gramsci, che dovrebbe prendere in mano la gestione della produzione, della bonifica, della riconversione, della stessa chiusura di quella parte di fabbrica che non può essere resa compatibile con la preservazione della vita umana. Sarà un piano ambizioso, ma almeno è un piano. Sembra un paradosso ma questa è l'unica posizione non statalista, che non si affida allo Stato burocratico dei padroni. Infatti, dietro la maschera da sostenitori della libera impresa, Squinzi e tutta la Confindustria si aspettano dal governo un intervento risolutore per l'ilva, che includa fondi per la bonifica (già stanziati dal governo), favori fiscali e al limite anche forme di protezionismo. I Riva sono così poco liberisti che hanno aiutato il governo precedente a togliersi d'impiccio nel caso Alitalia con un investimento di 100 milioni che rispondeva a logiche che non erano proprio di mercato... 18

19 Ma anche la posizione apparentemente contrapposta, quella della chiusura pura e semplice dell'ilva, finisce per invocare come suo pilastro centrale l'intervento dello Stato: per fare le bonifiche, per sostenere il reddito dei licenziati con ammortizzatori sociali di vario tipo, per risarcire gli ammalati e la città (e questo è giusto), ma soprattutto invoca la magistratura, che è pur sempre parte dello Stato, come deus ex machina che venga a risolvere i problemi lasciati insoluti dalla politica e dal sindacato. Se è comprensibile l'affetto e l'ammirazione verso una persona coraggiosa e integra come il GIP Patrizia Todisco, riporre fiducia cieca nel potere giudiziario è pericoloso e ben poco libertario e si rischiano amare delusioni, specie se si crede a rivoluzioni che partono dai tribunali. Le rivoluzioni invece partono da dove si lavora e si vive. Mo' avast! Il nome #occupyilva è nato quasi come una trovata pubblicitaria: suonava bene come hashtag su Twitter, alludeva all'idea di riprendersi la fabbrica e usarla come vogliamo noi. Tuttavia a ben pensarci mostra anche l'unica via praticabile per imporre una nazionalizzazione-modello come quella che si propone: l'occupazione degli stabilimenti da parte degli operai. Quando gli operai ILVA che stanno nel Comitato del Tre Ruote, come Cataldo Ranieri, dicono ai loro colleghi che, invece di uscire dalla fabbrica per andare a bloccare le strade come suggerito dai capireparto, dovrebbero restare dentro i cancelli e interrompere la produzione, stanno facendo il primo passo in quella direzione. Vogliamo o no cominciare a immaginarci i passi successivi? L'appello #occupyilva non è un comitato né un'organizzazione. Per ora è solo un sasso nello stagno, una bandiera appoggiata per terra in attesa di qualcuno che la prenda in mano. Qualcuno le sta già dando gambe a Taranto, in particolare i primissimi firmatari, e le firme crescono di giorno in giorno; ma le penne e i click dei mouse non fanno rivoluzioni, anche se talvolta aiutano a prepararle. Tanti stanno appoggiandolo da fuori Taranto, e questo è essenziale per uscire dal provincialismo. Spero che ci si ragionerà su, e che questa idea prenda corpo; se l'appello dimostra qualcosa, dimostra che «Espropriamo il gruppo Riva» non è un'idea balzana, ma che può essere presa sul serio già oggi da centinaia di tarantini, dentro e fuori dall'ilva. Quando comincerà a comparire sugli striscioni, inizierà tutta un'altra storia Taranto: la città che non vuole morire a norma di legge Fonte: Carmilla 10/10/2012 di : Girolamo De Michele Oggi dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Gli eventi degli ultimi giorni mi portano a pensare che non solo è possibile un futuro di Taranto senza l'ilva, ma che abbiamo il dovere di immaginarlo. (Nichi Vendola, 9 marzo 2012) Penso che [quelli che chiedono la chiusura dell'ilva] siano mossi da un pregiudizio reazionario nei confronti dell industria. Se seguissimo la loro strada che dovremmo fare, riconvertire in pastorizia 20 mila lavoratori? Pensiamo sul serio che l economia italiana possa fare a meno dell industria per dar vita all epoca del bricolage? (Nichi Vendola, 31 luglio 2012) Venerdì 5 ottobre, a Taranto, cittadine e cittadini liberi e pensanti hanno partecipato alla fiaccolata notturna [nell'immagine in alto, a sinistra] a sostegno dei provvedimenti giudiziari che hanno imposto la chiusura dell'ilva, la fabbrica della morte. Il giorno dopo, ad assaggiare la ribollita di Matteo Renzi che iniziava proprio da Taranto il tour promozionale in Puglia, c'erano 300 persone: nelle prime file della sciccosa sala dell'hotel Mercure Delfino erano riconoscibili 19

20 rottamati e rottamandi del ceto politico locale. Basterebbe questo confronto per capire che a Taranto sta succedendo qualcosa di nuovo e rivoluzionario. Due mari, tre ponti, due città Al giovane Alberto Savinio, di passaggio da Taranto durante la Grande Guerra, parve di riconoscere non una, ma due città: «Taranto mi rivela la sua fisionomia: è una faccia rasata per metà Taranto nuova è la gota rasata e Taranto vecchia è quella non rasata». La misera città vecchia, e la città nuova nella quale tutto sa di Grecia; il ponte di ferro, «meraviglia delle meraviglie», e lo schifo dell'infernale traghetto condotto da «una specie di Caronte pugliese» [1]. Senza nulla sapere di Taranto, Savinio riportava in bello stile quello che era già un archetipo consolidato della narrativa locale: la città una e bina, che rimandava in modo "spontaneo", cioè ingenuo, alle coppie natura-cultura, conservazione-progresso, l'età dell'oro e l'età del bronzo - e poi dell'acciaio. Una chiave di lettura, quella della dualità, che finiva per immortalare come immutabili archetipi dei tratti caratteriali e sociali prodotti dalle materiali condizioni di esistenza, dai rapporti sociali, dalla concreta modalità di espressione della vita: e che, dietro l'indiscreta presenza di un ammiccante "buon selvaggio", non coglieva le ragioni di quella dualità, che pure esisteva. Città duale, la Taranto del Novecento, perché sin dall'inizio del lungo XX secolo, e cioè prima dell'arrivo della grande fabbrica, mostrava una stratificazione sociale ben più complessa della classica città meridionale divisa tra lavoratori della terra, latifondisti inurbati e borghesia umbertina. Lavoratori del mare, divisi tra pescatori e mitilicultori (che, associati in cooperative che il Regime avrebbe poi sciolto, occupavano uno strato molto vicino a quel ceto medio solitamente assente nel meridione); classe operaia, divisa tra arsenalotti e lavoratori dei cantieri navali (che raggiungevano un alto grado di specializzazione, venendo richiesti in missione dalle grandi aziende idrauliche del nord); e quell'embrione di piccolo commercio itinerante che negli anni Cinquanta si sarebbe sviluppato, come in buona parte della Puglia. Sempre stratificata, e dunque sempre duplice, Taranto [2]: prima e dopo la trasformazione sociale indotta dall'italsider, prima e dopo la crisi della siderurgia che, a partire dagli anni Ottanta, ha mostrato i limiti di un modello di sviluppo che in verità era già fallito. Si potrebbe tracciare la storia del paradigma della Taranto una e bina, per mostrarne la crisi, coincidente con una scrittura di narrazione e d'inchiesta finalmente radicata nella carne e nel sangue del reale. E mostrare come non i raddoppiamenti archetipici, ma le concrete conflittualità si esprimono oggi in nuove antitesi, come quella tra il linguaggio della narrazione col culo in terra - «Abbiamo in corpo, a famiglia, più benzene, polveri cancerogene, diossina, policarburi aromatici e gas saturi di non so nemmeno io che cosa» (Cosimo Argentina, Vicolo dell'acciaio - - e i barocchismi rettorici dell'eloquio politicante - «La Regione oggi ha posto all'ilva un problema: la percezione dei riflessi lenti dell'azienda e il bisogno di dare segnali di maggiore tempestività anche su elementi che sono molto simbolici e contemporaneamente molto concreti» (Nichi Vendola, 14 settembre 2012). Questa lunga premessa è necessaria per capire di cosa si parla, in concreto, quando si dice che a Taranto il conflitto non è solo tra la città e la fabbrica, tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro: ma tra due città, una tesa al mantenimento del presente cioè, non importa con quanta consapevolezza, allo sfruttamento e all'assoggettamento della città agli interessi particolari del profitto, dell'industria, in una parola del capitale; e l'altra che, nella sua parzialità, si fa carico dell'interesse generale a partire dal diritto al futuro, cioè a un futuro vivibile e dignitoso per Un conflitto che ripropone l'attualità di quello "spirito pubblico meridionale" schizzato e poi rimasto allo stato di abbozzo da Franco Piperno: uno spirito pubblico nel quale dimorano, come alternativa alla modernità che si preserva e riemerge all'interno della propria crisi, forme di vita quali «la fiducia nella capacità di autorealizzazione», «la libertà di creare il senso della propria vita», e soprattutto «la permanenza di un'antica idea [ ] che pretende sia la vita umana 20

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